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Diritti e lotte. Movimenti urbani a Firenze.

Movimenti urbani a Firenze: una mappa sociale dello spazio conteso

 

Marvi Maggio (Dottoressa di ricerca in pianificazione territoriale ed urbana, socia dell’International Network for Urban Research and Action)

 

Articolo pubblicato su Archivio di Studi Urbani e Regionali n.83 del 2005.

 

“Mapping is a discursive activity that incorporates power. The power to map the world in one way rather than another is a crucial tool in political struggles. Power struggles over mapping (again, no matter whether these are maps of so-called ‘real’ or metaphorical spaces) are therefore fundamental moments in the production of discourses.

Social relations are always spatial and exist within a certain produced framework of spatialities. Put another way, social relations are, in all respects, mappings of some sort, be they symbolic, figurative, or material. The organization of social relations demands a mapping so that people know their place. Revolutionary activity entails a re-mapping of social relations and agents who no longer acknowledge the place to which they were formely assigned. From this it follows that the production of spatial relations (and of discourses about space relations) is a production of social relations and to alter one is to alter the other (David, Harvey, Justice, nature and the geography of difference, pag.112).

 

Quando si tratta di governo del territorio e di politiche ambientali ed urbane, uno dei passi decisivi è la conoscenza del contesto. Molto spesso tutto ciò che si oppone ai rapporti sociali dominanti viene taciuto.

Questo articolo vuole mostrare cosa possa significare e quale contributo possa offrire raccontare, per fare un esempio, una Firenze diversa da quella descritta di solito: una Firenze che vive la propria vita quotidiana malgrado, e non grazie, alla valorizzazione fondiaria ed immobiliare. Gli attori di questo racconto sono quei soggetti sociali che costruiscono socialità invece di competizione, solidarietà invece di esclusione, uguaglianza invece di sessismo e razzismo.

La città del mercato capitalistico

 

Firenze è una città di contrasti, conflitti, contraddizioni. La divisione sociale dello spazio è evidente. Un processo di gentrification ha espulso progressivamente le classi popolari dalle aree centrali, che hanno assunto un carattere marcatamente borghese: residenze di lusso, negozi, alberghi, banche, uffici[1]. E’ stato investito anche il quartiere di Santa Croce, che negli anni 70 era ancora la sede di quasi tutte le organizzazioni politiche dell’estrema sinistra e la cui piazza centrale nel 1977 era un luogo di incontro del movimento. I valori immobiliari sono fra i più elevati e speculativi d’Italia. I prezzi degli immobili residenziali variano fra i 4.700 Euro al metro quadro nelle zone di pregio e 2.950 nelle zone più periferiche. L’assenza di un mercato dell’affitto a prezzi accessibili, spinge all’acquisto della casa anche chi deve affrontare sacrifici per accedervi: secondo il censimento del 1991, a Firenze il 60% degli abitanti sono proprietari e il 34,4% affittuari, al 2001 il dato regionale è del 72% di proprietari. Va tuttavia rilevato che sono in aumento le persone che non riescono a pagare il mutuo e quindi vengono sfrattati: per fare un esempio nel mese di ottobre del 2004 a Firenze rappresentano il 20% degli sfratti esecutivi. Per chi resta escluso dal mercato della vendita la situazione è difficile. I 12.000 alloggi di edilizia pubblica sono tutti assegnati, 5.500 famiglie sono in graduatoria per l’accesso all’edilizia popolare e ci sono 6.920 sfratti pendenti. Città turistica ed universitaria, Firenze assiste ad una consistente presenza di affitti in nero: 350 Euro per posto letto. Sono 30.000 gli studenti fuori sede e l’Agenzia per il Diritto allo Studio dell’Università di Firenze garantisce meno di 1.000 posti letto. La domanda di abitazioni sociali si accresce con l’immigrazione. Nel Comune si calcola che nel 2000 il numero degli immigrati regolari e non regolari ammonti a 60.000 persone.

L’Amministrazione pubblica di centro sinistra che ha vinto le elezioni nel 1999 e nel 2004, invece di imporre un disegno pubblico e collettivo della città, si limita, in continuità con le giunte precedenti[2], a registrare le proposte delle imprese immobiliari e di costruzione private (fra cui FIAT, Baldassini e Tognozzi, Pirelli Real Estate), favorendo attivamente la valorizzazione economica che investe sempre nuove aree, fra cui quelle industriali dismesse situate in zone semi-centrali, sospingendo le classi popolari e “pericolose” in aree sempre più periferiche.

Memorie

 

Ma Firenze non è solo città borghese o vetrina per turisti: ha una tradizione anarchica, comunista, di resistenza al fascismo, di lotte sindacali e sociali. Una memoria di lotta per il cambiamento sociale che ha radici lontane. La diffusione capillare delle Case del Popolo e delle Società di Mutuo Soccorso per quanto consistente ancor oggi, è solo un pallido riflesso di quel passato. Firenze è stata protagonista delle lotte sociali ed urbane degli anni 70 e del movimento del 1977: lotte nei posti di lavoro, per il diritto alla casa, per i servizi sociali, per una “qualità della vita” misurata sul soddisfacimento del diritto di tutti “al pane e alle rose”, sul superamento delle discriminazioni e dello sfruttamento.

Questa memoria spiega l’estensione, la maturità e la lucidità di alcuni dei movimenti urbani che investono oggi la città, e che si giovano anche della capacità propositiva ed organizzativa dei tanti che sono cresciuti all’interno dei movimenti degli anni 70 e non hanno perso la volontà di contribuire a costruire un mondo più giusto, egualitario, governato attraverso l’autogestione, creativo. Anche a Firenze, come in tutta Italia, la frattura della fine degli anni 70 è stata netta: una repressione durissima dilania a colpi di processi, inquisizioni, carcere, tutti i movimenti della sinistra “extraparlamentare” e “rivoluzionaria”, non per la supposta contiguità con la lotta armata ma per la loro radicalità sociale e politica; il pensiero unico rampante, che assume come modello il liberismo della Thatcher e di Reagan, diventa egemone; l’eroina dilaga. Malgrado il contesto istituzionale e politico dominante fosse decisamente ostile, gli anni 80 sono attraversati dall’estendersi delle lotte contro il nucleare che nel 1987 otterranno in Italia la chiusura delle centrali. Uno dei protagonisti di queste lotte è il del “Centro di Comunicazione Antagonista” di area autonoma, nato nel 1982 e situato in via di Mezzo, nel quartiere di Santa Croce, in quella che era stata nel 1981 la sede dell’ormai disciolta “Lotta Continua per il Comunismo”. E’ al suo interno che nel 1985 nasce il primo centro sociale autogestito di Firenze, il “Chiricahua Tribe”, che offre concerti, spettacoli, bar, socializzazione. In questo modo vengono riprese alcune delle istanze del “Movimento dei Circoli del Proletariato Giovanile” del 1977: la lotta che investe la fruizione e la produzione di cultura, la riappropriazione della creatività, la diffusione di luoghi autogestiti nei quartieri in cui incontrarsi, organizzarsi, decidere insieme e sperimentare modi di relazionarsi che superino leaderismo, sessismo e più in generale le distruttive regole sociali ed economiche dominanti. I primi anni ottanta vedono l’emergere dell’autoproduzione musicale e delle fan-zine, esterna al mercato capitalistico, e dei punk-anarchici. Anche il Movimento Anarchico Fiorentino che occupa la propria sede nel 1979, in via del Panico, dietro la centrale piazza della Repubblica, diventa un luogo di incontro con la sua vineria e gli spazi per le riunioni. “Chiricahua” e “MAF” sono i luoghi in cui crescono e si incontrano alcuni dei partecipanti delle occupazioni di Centri sociali autogestiti: l’Indiano situato nel parco delle Cascine (1987-1990); il Centro popolare autogestito del quartiere Gavinana (1989- oggi, rioccupa una nuova sede dopo lo sgombero nel 2001); il Centro sociale Ex Emerson situato prima a Novoli (1989-1993) e poi, dopo uno sgombero, a Rifredi (1993-oggi); la Villa (1994-2000). Dal Centro di Comunicazione antagonista (oggi Movimento Antagonista Toscano) nasceranno il Circolo Sportivo Autogestito Spartaco (1987-91), la rivista Comunicazione Antagonista (1991-oggi), il Movimento di lotta per la casa (1990-oggi), il centro sociale Ex Emerson, la Camera del Lavoro sociale (1999-oggi).

Movimenti urbani: abitazioni e spazi sociali

 

I movimenti urbani di Firenze rappresentano la risposta alle contraddizioni sociali ed alle ingiustizie generate dal processo di urbanizzazione in corso: mancanza di case a prezzi accessibili ai bassi redditi, segregazione spaziale funzionale e sociale, commercializzazione e privatizzazione dello spazio pubblico, carenza di servizi sociali e pubblici, distruzione ed inquinamento dell’ambiente. Il loro grado di efficacia dipende dalla capacità di dare luogo a lotte particolari, che rispondono in modo concreto e diretto a specifiche contraddizioni, avendo contemporaneamente la consapevolezza dei processi economici, sociali ed istituzionali che sono alla base dei problemi urbani. Se le contraddizioni e le ingiustizie socio-spaziali sono visibili da chiunque, la loro valutazione, interpretazione e l’individuazione del modo per rispondervi, differenzia in modo sostanziale i diversi interessi e gruppi sociali/politici. Il tipo di lotta e i caratteri delle risposte concrete, positive, insurgent, dipendono in modo diretto dalle analisi e dalle prospettive che si assumono: trasformazione societaria; no-future; ricerca di una soluzione puramente individuale. Nelle pratiche materiali, sedimentate nel territorio, si materializzano, si verificano e si modificano le ipotesi sociali e politiche: la realizzazione qui ed ora di un’alternativa all’esistente diventa un frammento di un “mondo possibile in costruzione”. Come afferma il Movimento Antagonista Toscano “rendono comprensibile e praticabile la prospettiva di un’alternativa societaria”.

 

“…material practices are the measuring point precisely because it is only in terms of the sensual interaction with the world that we can refigure what it means to “be” in the world” [3]

(trad. "…le pratiche materiali sono  il metro di misura precisamente perché è solamente in termini dell'interazione sensuale col mondo che noi riconfiguriamo quello che vuole dire "essere" nel mondo")    

 

“…Material practices are not the only leverage for change, but they are the moment upon which all other effects and forces (including those within material practices themselves) must converge in order for change to be registered as real (experiential and material) rather than remain as imagined and fictitious” [4]

(trad. "… le pratiche materiali non sono l'unica leva per il cambiamento, ma esse sono il momento sul quale tutti gli altri effetti e forze (incluse quelle all'interno delle pratiche materiali stesse) devono convergere affinché il cambiamento possa essere registrato come vero (rilevabile nell’esperienza e materiale) piuttosto che rimanere come immaginato e fittizio”)

 

Il Movimento di lotta per la casa nasce a Firenze nel 1990, in concomitanza con l’acutizzarsi e l’estendersi di processi di valorizzazione fondiaria ed immobiliare che rendono la questione abitativa sempre più pressante. Il suo scopo è di garantire il diritto alla casa attraverso l’azione diretta, l’autorganizzazione e l’autogestione. Con la sua attività intende favorire la ricomposizione sociale di tutti coloro che vivono il problema abitativo e che lo vogliono collegare alle battaglie contro il sistema capitalistico e per la trasformazione societaria. La pratica delle occupazioni di immobili inutilizzati e della difesa degli sfrattati, si inscrive in una lotta complessiva contro i responsabili del problema abitativo: proprietari fondiari e immobiliari, imprese immobiliari ed istituzioni. All’amministrazione comunale ed allo stato il movimento chiede di requisire le case sfitte, sanzionare gli affitti in nero, allargare l’offerta di edilizia popolare, bloccare il processo di privatizzazione degli immobili pubblici che investe perfino le case popolari. Lo sforzo è quello di inserire la costruzione di strutture autonome, esterne alla logica del mercato e del profitto, come sono le occupazioni, all’interno di una lotta in grado di “aggredire” i meccanismi ed i termini complessivi delle contraddizioni sociali, in modo da trovare soluzioni collettive e condivise invece che individuali e selettive.

Le occupazioni sono quindi affiancate da manifestazioni, presidi, occupazioni simboliche di luoghi come il Duomo, il Consiglio Comunale e piazza della Signoria, da accuse e proteste nei confronti delle immobiliari, da rappresentazioni teatrali di strada che mettono in scena tematiche legate al diritto alla casa. E’ un modo per imporre all’attenzione dell’intera città i propri obiettivi e le proprie pratiche, alla ricerca di solidarietà e dell’allargamento della lotta per il diritto alla città.

Il Movimento oggi comprende circa 800 persone ed autogestisce una dozzina di occupazioni, alcune di proprietà privata ed altre di proprietà di enti pubblici, ma in corso di privatizzazione: sono immobili abitativi, fabbriche, scuole, uffici. Ne fanno parte singoli, coppie, famiglie, studenti fuori sede e immigrati, uniti dal fatto che non sono in grado di pagare gli affitti di mercato né riescono ad accedere all’edilizia popolare. Dal 1994 il Movimento inizia ad occupare con gli immigrati che nel corso del tempo diventano la componente maggioritaria delle occupazioni: somali, eritrei, maghrebini, libici, algerini, marocchini, serbi, rumeni, polacchi, albanesi, cinesi. Non è un caso quindi che sia in prima linea nella lotta contro i centri di detenzione e la recente legge Bossi Fini che lega “contratto di lavoro” e “contratto di soggiorno” e a favore della libera circolazione per tutti.

Il Movimento per praticare i suoi obiettivi ingaggia una lotta sul campo contro il mercato immobiliare capitalistico e la rendita fondiaria urbana, ma anche contro le amministrazioni pubbliche che sostengono attivamente la valorizzazione economica del territorio. E’ una lotta dura fatta di sgomberi e di processi ma anche delle speranze, dei progetti di vita e degli obiettivi degli occupanti e degli attivisti, della gioia di avere finalmente un tetto sopra la testa da organizzare in base ai propri bisogni, un posto dove sistemare le proprie cose e fare autorecupero in modo creativo, dove vivere la propria vita e dove far vivere i propri bambini. La storia più che decennale del Movimento di Lotta per la Casa è la storia delle decine di case occupate e sgomberate, delle manganellate di poliziotti e vigili urbani, della sofferenza di perdere la propria casa e della rabbia provocata dallo sgombero, dal vedere le proprie cose buttate in un cassonetto da uomini armati, delle denunce e dei processi per occupazione abusiva, blocco stradale, resistenza a pubblico ufficiale durante gli sgomberi e la difesa degli inquilini dagli sfratti.

La geografia delle case occupate si modifica costantemente, sebbene alcune di esse durino nel tempo. All’inizio degli anni 90 le occupazioni erano situate in aree centrali e in immobili privati vuoti per ragioni speculative, successivamente sono stati investiti immobili pubblici ed aree dismesse industriali private situate in aree più periferiche. Pur avendo subito i processi di espulsione dal centro, il Movimento è stato anche in grado di sfidare la divisione sociale dello spazio: lo stabile occupato di via Aldini si trova in una zona semicentrale di pregio, tanto che la “Azienda Sanitaria Locale” proprietaria intenderebbe venderla per finanziarsi; via degli Incontri, di proprietà della “Croce Rossa” dell’Esercito, è sulle colline di Careggi, in mezzo alle cliniche ed alle ville.

Nel 2004 entra a far parte del Movimento l’antico edificio di via dell’Anguillara, di elevato pregio storico ed artistico e situato nei pressi del Bargello: l’immobiliare romana proprietaria intende svuotare gli alloggi dei pochi inquilini superstiti per realizzare abitazioni di lusso; il Movimento difende gli inquilini dallo sfatto come ha fatto innumerevoli altre volte e insieme a loro riesce ad impedire l’inizio dei lavori. Gli inquilini decidono di dichiarare occupato il loro stabile e le abitazioni vuote sono occupate dai senza casa.

Oggi la sede del Movimento si trova in via Palmieri, in pieno centro, ed è nel centro storico che ha difeso in questi anni centinaia di inquilini sotto sfratto.

Il movimento dal 1993, per garantire agli occupanti la permanenza nelle loro case, propone al Comune di legalizzare l’autorecupero, che prevede la trasformazione degli occupanti in inquilini e la loro partecipazione alla costruzione delle parti non strutturali, mentre il Comune si farebbe carico delle altre. E’ inteso come modello replicabile di soluzione alla questione abitativa fondato sulla partecipazione degli abitanti alla progettazione ed alla costruzione, sull’autogestione, sul recupero e quindi sul “riciclaggio” di risorse territoriali altrimenti destinate all’abbattimento e all’inutilizzo. Tuttavia fino al 1998 non ha ottenuto alcuna attenzione da parte delle amministrazioni di diverso colore politico che si sono succedute nel corso del tempo e le trattative partite più volte si sono sempre arenate. Solo quest’anno (2005) si stanno ponendo le concrete premesse per la sperimentazione dell’autorecupero in alcune delle case occupate, anche grazie a finanziamenti garantiti dalla regione Toscana per questo tipo di interventi.

Nelle case occupate si organizzano feste e cene aperte alla città per favorire lo scambio sociale. Un progetto del Movimento è quello di costruire nell’occupazione di via Pergolesi, una Casa delle culture in cui si possa fruire e produrre cultura, confronto, socializzazione fra immigrati e gli altri abitanti della città.

 

A Firenze oggi esistono due Centri Sociali occupati: il “Centro Popolare Autogestito Firenze Sud” e il “Centro Sociale Autogestito Ex Emerson”, che offrono luoghi di incontro liberati dalla logica del profitto e della merce. Sono nati entrambi nel 1989, nel periodo di diffusione in Italia dei centri sociali, ed entrambi hanno occupato aree industriali dismesse, inserendosi attivamente nell’acceso dibattito sul loro riuso, che allora era in corso, affermando la necessità e il diritto di utilizzarle come risorsa per diffondere usi sociali e valori d’uso a scala urbana invece che per realizzare funzioni finalizzate alla valorizzazione fondiaria ed immobiliare. I capannoni industriali si sono dimostrati abbastanza vasti da permettere molti usi e da accogliere nuove attività quando ne emerge il bisogno. Gli occupanti hanno attivato un processo di reinterpretazione e risignificazione che ha trasformato lo spazio dello sfruttamento in luogo di socializzazione, espressione culturale ed artistica, di iniziativa sociale e politica. Si tratta di un prodotto collettivo: l’autorecupero avviene attraverso trasformazioni successive stratificate nel corso del tempo, finalizzate a creare nuovi luoghi in cui si tengono riunioni ed attività sociali. I murales coprono parte delle pareti esterne e gran parte di quelle interne. Queste occupazioni mentre affermano il diritto all’uso dello spazio fuori dalle logiche del mercato capitalistico, sottraggono spazio alla speculazione, almeno temporaneamente. La possibilità di non essere sgomberati dipende contemporaneamente dalla forza delle pressioni esercitate dal proprietario per rientrare in possesso della sua proprietà e realizzare la trasformazione immobiliare, dalle scelte politiche dell’amministrazione e da quelle di Questura/Ministero dell’Interno, dalla forza sociale che gli occupanti esprimono.

Il “Centro Popolare Autogestito” nasce come luogo di aggregazione nel quartiere, dove costruire pratiche e percorsi collettivi e condividere lo spazio sociale. I due poli di interesse sono da un lato la produzione culturale ed artistica: musica, cinema, video, teatro; dall’altra l’impegno politico che assume principalmente la forma della solidarietà internazionalista. La sua storia è stata segnata dall’inizio dalla difesa dallo sgombero richiesto dal proprietario, la Coop, per insediare un centro commerciale. Il CPA è riuscito a resistere fino al 28 novembre 2001, ma ora la sua sede è stata rasa al suolo per ospitare il centro commerciale. Ad alcune settimane dallo sgombero ha occupato una scuola in via Villamagna in cui oggi ripropone numerose attività: sala cinema gestita dalle “Officine Cinematografiche” dove vengono proiettati film su pellicola; un laboratorio fotografico; una officina per la riparazione delle biciclette; i giovedì del jazz; la radio RadioAne che trasmette in streaming; il laboratorio per l’agricoltura biodinamica; l’orto sociale; un osservatorio permanente sul carcere; le riunioni del giornale dei senza fissa dimora Fuori Binario, la sala prova della banda Fiati Sprecati. Ospita cene, concerti, riunioni e assemblee, ha una biblioteca e un centro di documentazione.

L’ ”Ex Emerson”, occupato da appartenenti al Centro di Comunicazione Antagonista, è nato per essere un luogo nel territorio “dove si rompe la catena del dominio e si riparte per superare barriere sociali, architettoniche, razziali, economiche”. E’ stato sgomberato nel 1993 dalla sua prima sede, non lontana dall’area FIAT di Novoli, ed  ha subito rioccupato in quella attuale, anch’essa un’area dismessa. Oggi al suo interno, oltre all’assemblea settimanale del centro sociale, si riunisce il “Movimento Antagonista Toscano” e l’”Osservatorio sulla città e il territorio”, ci sono le sedi dei “Cobas” (sindacato di base) e della “Camera del Lavoro Sociale”, la biblioteca, la sala mostre, la palestra e la sala prove per gruppi musicali. Organizza concerti, spettacoli teatrali, readings, feste e cene di autofinanziamento, proiezioni di film su tematiche sociali e storiche, presentazioni di libri, e insieme al “Movimento Antagonista Toscano” riunioni ed assemblee su temi come la “guerra infinita”, il processo di urbanizzazione, il Social Forum di Porto Alegre, i Movimenti sociali, il conflitto capitale/lavoro. “Movimento Antagonista Toscano” ed “Ex Emerson” hanno promosso e partecipato ai comitati contro gli inceneritori, l’elettrosmog, gli organismi geneticamente modificati e contro le infrastrutture per l’Alta velocità ferroviaria che distruggono l’ambiente. In nome dell’internazionalismo e dell’anti-imperialismo sostengono in modo concreto “i popoli che lottano per la loro liberazione”: Palestina, Kurdistan, Brasile, Argentina, Perù, Chiapas, Nicaragua, Guatemala, Uruguay, Sud Africa. Insieme al “Movimento di Lotta per la Casa” partecipano alle manifestazioni e agli incontri “no-Global” a partire da Seattle.

 

I comitati di cittadini

La segregazione sociale e funzionale degli spazi urbani, che è l’altra faccia delle divisioni sociali fra classi dominanti e dominate, è una contraddizione che vede l’addensarsi di numerose lotte sociali a Firenze: la lotta contro gli sfratti nel centro storico, le proteste degli inquilini di case degli enti pubblici e delle Assicurazioni che privatizzano il proprio patrimonio vendendo in blocco, le case occupate, i centri sociali che conquistano spazio per una socialità liberata, la domanda di spazi verdi e di incontro, la lotta contro la privatizzazione dei servizi e degli immobili pubblici.

Negli ultimi anni si sono formati a Firenze una cinquantina di comitati di abitanti, molti dei quali sono nati con lo scopo di lottare contro specifiche trasformazioni urbane finalizzate solo al profitto di proprietari e promotori immobiliari, e decise senza tenere in alcun conto bisogni e desideri di chi abita la città. Alcuni si oppongono alla sostituzione di un giardino con un parcheggio o contro il taglio di alberi, o alla costruzione di un centro commerciale, altri alla realizzazione di infrastrutture viarie insostenibili come il tunnel che l’amministrazione vorrebbe far passare sotto le colline di Fiesole oppure all’alta velocità ferroviaria o all’ampliamento dell’aeroporto, altri si mobilitano contro l’installazione di antenne per la telefonia mobile. Tuttavia la maggior parte sono motivati dalla volontà di impedire o modificare radicalmente progetti di valorizzazione immobiliare nelle aree di trasformazione urbana: l’area ospedaliera di San Salvi, l’ex panificio militare di via Mariti, il quartiere di Santa Croce, la Fortezza da Basso, l’area Fondiaria di Castello, la ex Manifattura Tabacchi. Alcuni si occupano del centro storico e della sua vivibilità o del problema della casa. Nell’ottobre 2002, ventitré di questi comitati, nati in base a situazioni o sensibilità specifiche, costituiscono un Coordinamento Comitati Cittadini, con l’obiettivo di affrontare le questioni urbane in modo non settoriale, ma complessivo. E anche di ottenere ascolto da una amministrazione che troppo spesso appare sorda alle proteste e alle proposte degli abitanti. Il Coordinamento nel dicembre 2003, ad una anno dalla sua formazione, organizza un convegno intitolato “Piano Strategico: per chi? Riflessioni e critiche sul Piano strategico di Firenze”[5] la cui mozione finale chiede: “una moratoria del piano strategico per avviare una seria fase di discussione sulle linee guida che veda protagonisti i cittadini; che vengano congelati i progetti individuati come ‘madri delle nefandezze’ relativi all’attuazione del Polo espositivo congressuale della Fortezza da Basso e della Stazione dell’alta velocità. E che invece si inizi dalla discussione di quei progetti considerati nel Piano Strategico come ‘progetti di mitigazione’ che rimettano al centro gli interessi generali e strategici della tutela della salute, della salvaguardia del centro storico, della funzione residenziale, della riforestazione urbana e della salvaguardia del verde pubblico; che si tenga una seduta straordinaria del Consiglio Comunale aperto ai cittadini, ai comitati, alle associazioni di volontariato per riflettere e discutere non solo la filosofia generale del Piano Strategico, ma anche i singoli progetti”. Il portavoce del Coordinamento, Mario Bencivenni osservava in quella sede: “Ebbene, chi guarda questa nuova realtà che potremmo definire di ‘nuova soggettività territoriale’ con occhi non preconcetti, si sarà accorto come quasi sempre i comitati dei cittadini costituitisi abbiano una grande capacità di riportare il proprio specifico a temi molto più generali come quelli della difesa della salute, della difesa del verde, della difesa di una vita che sia vivibile all’interno di una città dove la tutela dai valori che vengono dal passato deve coniugarsi anche al futuro verso forme di vita che devono essere all’altezza dei nostri tempi. E spesso queste realtà sono le uniche a richiamare in causa temi di grande interesse generale quali la sostenibilità, la trasparenza, il diritto a contare nelle scelte che riguardano tutti”. Il piano strategico viene presentato dal Comune come un piano partecipato, al contrario secondo il Coordinamento “sicuramente è un piano partecipato, ma solo da alcuni soggetti, economici e politici, e non certo dai cittadini”. Rispetto all’utilizzo di architetti famosi, con il fine di ottenere il consenso, Bencivenni nel suo intervento afferma “io non ho nulla contro ciò che Foster ha proposto per la stazione dell’alta velocità…ciò di cui vorrei discutere è se ha un senso fare lì una stazione dell’alta velocità. Credo che questa dovrebbe essere la discussione preliminare da sviluppare con la società, con i cittadini e con chi è direttamente interessato. Che senso ha infatti discutere della bontà di un progetto architettonico di Foster quando questa iniziativa, urbanisticamente, presenta dei problemi di gravissimo impatto rispetto a degli equilibri e a dei principi che sono quelli della sostenibilità di un centro storico come Firenze”.

Nelle elezioni del giugno 2004 il Coordinamento sostiene, insieme a Rifondazione Comunista e al Forum per Firenze, la candidatura di Ornella De Zordo di Unaltracittà/unaltromondo, che ottiene il 12% dei voti, costringendo il sindaco diessino di Firenze, Leonardo Domenici, al ballottaggio.

Alla fine del febbraio 2005 i Comitati dei cittadini insieme a Rifondazione Comunista, Unione Inquilini, e a Unaltracittà/unaltromondo, organizzano un’assemblea, alla quale partecipano oltre 150 persone, per discutere del Piano Strutturale, strumento che, insieme al Regolamento urbanistico, forma il Piano regolatore in base alla legge sul governo del territorio della Regione Toscana. In quella sede il coordinamento presenta i risultati dell’analisi del piano effettuata da un proprio gruppo di lavoro, che comprende i professori della Facoltà di Architettura Giorgio Pizziolo e Manlio Marchetta, e in un comunicato sull’assemblea intitolato “Piano strutturale: impatto drammatico sulla città”[6], dichiara:”Ancora una volta, come nel caso del Piano Strategico e come in numerose altre vicende (una fra tutte quella dello scempio della Fortezza), i Comitati, spesso accusati di occuparsi di ‘dettagli’ della vita cittadina, sono stati l’unica forza che ha dimostrato volontà e capacità di analisi seria e approfondita sui temi rilevanti per la città”. Gli interventi mostrano “il carattere subalterno del Piano strutturale ai progetti previsti dal piano strategico, concordato con i poteri forti della città, falsamente partecipato e pervicacemente perseguito nonostante la sua elevata pericolosità e la manifesta incapacità di gestione e realizzazione delle opere”; il mancato rispetto delle leggi e disposizioni vigenti; chiariscono come “il ‘minimalismo’ normativo del piano favorisca gli interventi contrattati con la proprietà immobiliare e finanziaria, sostenendo la privatizzazione del territorio e anticipando le norme della riforma urbanistica di Berlusconi”; sottolineano i problemi della mobilità generati dalle scelte del piano; i problemi geologici; denunciano “la inadeguatezza del piano, incapace di affrontare l’emergenza casa a Firenze”, e che “esso favorisce al contrario l’aumento dei prezzi e degli affitti degli immobili e non sviluppa in modo significativo il patrimonio edilizio pubblico”; mettono in evidenza “l’estromissione dal centro storico dei ceti economicamente più deboli e il conseguente aumento della pressione demografica sui comuni dell’hinterland”; criticano “il pericoloso impatto ambientale delle operazioni previste dal piano strutturale, che sancisce l’edificabilità di ogni ritaglio di suolo libero al di fuori di ogni controllo e di ogni pianificazione certa”.

Il 1 marzo 2005 il Coordinamento dei comitati presenta al Comune di Firenze, una serie di osservazioni al piano strutturale insieme a Rifondazione Comunista, Unaltracittà/unaltomondo” e all’Unione inquilini. Un comunicato stampa del 5 marzo 2005 riassume le critiche al piano: “nel piano strutturale manca una strategia complessiva dello sviluppo urbanistico, mancanza che si traduce nell’assenza di indicazioni per le aree di maggiore rilevanza: è l’amministrazione che deve indicare le strategie, considerando prioritario l’interesse pubblico, e non, come sembra, lasciare tutto sospeso in attesa delle proposte, legittime ma non disinteressate, degli investitori privati. Manca del tutto nel Piano Strategico la valutazione degli effetti ambientali, espressamente richiesta dalla Legge Regionale 5. A partire dagli obiettivi fino alla normativa strategica, manca ogni riferimento alla drammatica situazione del fabbisogno abitativo nella nostra città. Non è possibile considerare sufficiente il fatto che sia previsto il 20% di edilizia convenzionata (e non sociale) nelle grandi trasformazioni. Le 7000 famiglie che hanno fatto domande di alloggio popolare e tutte quelle sotto sfratto non avranno alcuna risposta dal Piano Strutturale”[7].

 

Sono i frammenti di “nuovi mondi in costruzione” da cui il dibattito sul governo del territorio potrebbe trarre molti insegnamenti sulle priorità da affrontare.

 

Bibliografia

 

D. Harvey,  Justice, Nature and the Geography of difference, Oxford UK, Malden USA, Blackwell Publishers Inc, 1996.

 

Comune Network, Progettare Firenze. Materiali per il piano strategico dell’area metropolitana fiorentina, Firenze, Edizioni Comune Network, ottobre 2001.

 

Coordinamento Comitati Cittadini – Firenze, Piano strategico: per chi? Riflessioni critiche sul Piano Strategico di Firenze, Atti del Convegno, Firenze 2 dicembre 2003.

 

F. Indovina (editor), La città occasionale. Firenze, Napoli, Torino, Venezia, Milano, Franco Angeli, 1992.

 

M. Maggio, "Urban movement in Italy: The struggle for sociality and communication", in INURA editor, Possible Urban Worlds. Urban Strategies at the End of the 20th Century, Basel, Boston, Berlin, Birkhauser Verlag, 1998, pagg.232-237.

 

M. Maggio, “Rights and fights. Urban movements in Florence”, in INURA editor, The contested metropolis. Six cities at the beginning of the 21st century,  Basel, Birkhauser, 2004, pagg. 145- 150.

 



[1] Nell’area fiorentina vivono un totale di 600.000 persone: 378.000 nel Comune di Firenze e 224.000 nei comuni circostanti.

[2] F. Indovina (editor), La città occasionale. Firenze, Napoli, Torino, Venezia, Milano, Franco Angeli, 1992.

[3] D. Harvey,  Justice, Nature and the Geography of difference, Oxford UK, Malden USA, Blackwell Publishers Inc, 1996, p.93.

[4] Ibidem, p.94.

[5] Coordinamento Comitati Cittadini – Firenze, Piano strategico: per chi? Riflessioni critiche sul Piano Strategico di Firenze, Atti del Convegno, Firenze 2 dicembre 2003.

[6] Comitati dei cittadini – Firenze, Piano strutturale: impatto drammatico sulla città. Martedì 1° marzo, in piazza della Signoria, consegna delle Osservazioni dei Comitati. Comunicato 24 febbraio 2005. Le citazioni che seguono sono tratte da questo documento.

[7] Comitati dei cittadini –Firenze, Rifondazione Comunista, Unaltracittà/unaltromondo, Unione Inquilini, “Il piano strutturale e l’assessore Biagi”, Comunicato stampa, 5 marzo 2005.


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