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Le requisizioni, oltre e per : con una succinta rico-struzione storica

Le requisizioni, oltre e per : con una succinta ricostruzione storica. (1) (2)

 

Alle “requisizioni” si è ricorso frequentemente in fasi d’acuto scontro, rivoluzionario o bellico. Non si trattava di provvedimenti amministrativi normali, tant’è che potevano effettuarsi anche senza un congruo indennizzo. L’Italia ne porta ancora il segno; tremendi furono i saccheggi delle requisizioni napoleoniche; di tipo coloniale quelle dei piemontesi nei confronti dei meridionali ribelli; devastanti, anche se spesso successivamente convertite in atti di esproprio, le appropriazioni di ingenti patrimoni immobiliari e fondiari ecclesiastici.

La requisizione è stata in seguito largamente utilizzata per far fronte alle conseguenze sociali connesse ad eventi “naturali” in particolare nell’immediatezza dei terremoti disastrosi che colpirono ripetutamente il nostro paese; fino ad anni recenti.

 

Diversa è la requisizione determinata da crisi sociali.

In parte avevano questo connotato le requisizioni del secondo dopoguerra quando per far fronte alle necessità degli sfollati, erano utilizzati grandi casoni privati o pubblici; il decorso delle requisizioni poteva sboccare con qualche accordo con i proprietari, oppure con delle derequisizioni, sistemando i “beneficiari” in alloggi pubblici anche di “fortuna” ( baracche prefabbricate, le cosiddette case minime e quant’altro).

I centri sfollati, gli stessi centri sfrattati e queste precarie abitazioni erano l’immagine dolorosa di una sofferenza sociale che esigeva una diversa sistemazione. Ecco il senso del Piano Ina-Casa e del Piano Fanfani; siamo a cavallo degli anni 50-60, alla fine di questo decennio quasi tutti questi contenitori erano stati chiusi.   

Si deve ulteriormente ricordare che mentre si erigevano i cantieri e venivano assegnati i primi stock abitativi l’inquilinato tradizionale, percettore di salari molto modesti, era in qualche modo protetto dal blocco dei fitti. Sarebbe bene ricostruire le cadenze del rinnovo dei blocchi, i  suoi progressivi limiti, le pressioni per eliminarlo e come al fianco del settore protetto crescesse quello a libero mercato ma con un’offerta a canoni abbastanza contenuti.

Per tutti gli anni ’60 ed oltre era abbastanza economico entrare in cooperative di “settore”; le compagnie assicurative, i gruppi privati industriali-immobiliari, gli enti previdenziali offrivano migliaia d’alloggi in locazione, per canoni mensili che andavano da un quarto ad un terzo della retribuzione media di un impiegato dello Stato. Il cosiddetto ceto medio-basso era coperto.

Diversa era la condizione degli immigrati che in massa si stavano spostando dalle regioni meridionali verso le industrie del centro-nord. Dopo alcuni anni l’intasamento abitativo era insopportabile. I lavoratori, tra cui gli edili erano maggioranza, erano stati raggiunti dalle famiglie, da tanti bambini. E le donne si fecero sentire!

Non bastavano i programmi realizzati dal 1960 al 1967, fatti di buona progettazione. Bisognava correre.

Qui si cominciarono ad intrecciare le due operazioni, l’appropriazione diretta con le occupazioni e le requisizioni come loro parziale, provvisorio e non entusiasta recepimento. E si arrivò al “mitico” sciopero generale per la casa.

Lo pressione proseguì per quasi un decennio e furono tempi duri. Ci vollero altri movimenti, nuovi rapporti sindacali, nuovi varchi istituzionali, un diverso governo del Paese, quello fondato sul “compromesso storico”.

Non sta a me darne un giudizio politico complessivo; certo è che uno sbocco per la questione delle abitazioni ci fu, con l’equo canone e il piano decennale. L’ambiguità e il compromesso hanno ovviamente segnato anche la fase successiva che fu per il popolo della casa appunto complessa e contradditoria.

Una parte degli inquilini rientrò in un canale contrattuale con canoni amministrati (non concordati, si badi bene!) ma con il ricatto del rilascio per finita locazione. Altri dovettero fare i conti con un mercato parallelo, con gli affitti al nero e tipologie contrattuali simulate. Ma un calmiere c’era anche se non per tutti. La maggioranza delle famiglie soggette a sfratto a basso reddito sapeva che poteva contare sulla assegnazione d’alloggi pubblici che erano completati a decine di migliaia nei cosiddetti PEEP.

Le stesse occupazioni, passate in alcuni casi (non molti) per le requisizioni, avevano come soluzione l’assegnazione spesso extra bando. Questa è stata la regola, a Torino, come a Milano, a Firenze e a Pisa, come a Roma, Napoli, Palermo e Bari.

Dunque non si dica che in Italia non si è più requisito dal tempo di La Pira. E’ più corretto affermare che quella stessa esperienza fu ripresa dentro cicli complessi, che si sono esauriti a metà degli anni ’80.

E arriviamo ai giorni nostri.

Se per oltre 20 anni la lotta per il diritto alla casa ebbe un forte impatto e fu  sostenuta da molti, come stanno ora le cose? Più di allora è stravolgente il peso della rendita e sono imponenti i numeri degli oppressi da questo peso.  

E’ vero, è è

Prevalente la massa dei proprietari-utenti della prima casa che però non è ostile alle lotte dei precari della casa (molti di questi proprietari lo sono stati); in alcuni casi i residenti partecipano alle reti anti-sfratto! In almeno una dozzina di aree metropolitane è in corso una ulteriore radicalizzazione e allargamento delle proteste, la rete organizzativa si sta rafforzando e trasformando. Non si può parlare più né di silenzio né di isolamento.

Si muove la politica. Si muove tutto.

Chi esige l’obbligo di soccorso conosce i propositi delle Fondazioni Bancarie, la portata degli accordi con i possessori delle aree, l’ipotesi di governare il mercato solo con incentivi alla rendita moderata.

Il Governo di centro destra ancora una volta sospende gli  sfratti più iniqui dove più scotta ed è massiccia l’emergenza.

Si avverte un sordo brontolio dal popolo dei bandi a cui non si danno risposte adeguate e ci sono le prime avvisaglie di un rigetto dei fitti usurai. Si avverte che comunque vadano le elezioni quello della casa sarà un terreno rovente.

Che dire delle occupazioni, che dire dei manifesti di denuncia, che dire delle requisizioni? Tutto si tiene con il bisogno di fatti, di tante buone case popolari in buoni quartieri. E subito del sostegno e del soccorso per chi è nei guai grossi.

Tutto si tiene, ora come allora.

 

Vincenzo Simoni

 

 

 

 

(1)   Questo articolo deriva soprattutto da un vissuto personale, dalle baracche di un campo profughi alle case popolari nella periferia di una grande città, alle intense giornate nell’Unione Inquilini, che durano ancora.  Qualcosa di molto denso che ho cercato di sintetizzare in queste pagine.

(2)   Alcuni cenni documentar. Si possono rintracciare atti di requisizione interessanti nel corso del 1915 (entrata in guerra dell’Italia), nelle ultime fasi della RSI (dalla Prefettura di Pavia), in atti del CLN del Piemonte; numerose sono le sentenze della Corte Costituzionali, che in genere  hanno validato il potere di requisizione dei Prefetti o dei Commissari Straordinari (vedi sentenza 72/1961, sentenza 100/87). Diversi sindaci hanno requisito soprattutto nella seconda metà degli anni ’70. A Firenze, oltrepassato il periodo di Giorgio La Pira (anni ’50), da Elio Gabbuggiani (PCI, giunta di Sinistra) con quasi 200 alloggi privati requisiti in circa 2 anni; a Scandicci dal  sindaco comunista Milla Pieralli; a Torino dal sindaco Guido Novelli (fine del 1974 in connessione con le massicce occupazioni alla Falchera); a Salerno nel 1975 con il sindaco Clarizia (150 alloggi); anomale furono le requisizioni, quasi 450, effettuate nei confronti dell’ATER di Firenze (remissivo) dall’assessore DC Tirelli, per sistemare extra bando un numero crescente di famiglie sotto sfratto, ma con punteggio inadeguato all’assegnazione. Sui movimenti antagonisti e la casa andrebbe utilizzato il fondo della Fondazione Luigi Cipriani, Via Primo Maggio 21, 26100 Cremona telefax 0372414625; potrebbe essere utilizzato anche l’archivio di Giovaniemissione (www.giovaniemissione.it). Non ci risulta comunque al momento che sia stata effettuata una sistematica ricerca su questa forma di intervento sulla proprietà privata; forse andrebbe proposta e sostenuta un’apposita  tesi di laurea!


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