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ICI prima casa: abolire si può, abolire si deve

ICI prima casa: abolire si può, abolire si deve !

 

L’imposta comunale su gli immobili è una tassa vissuta dai cittadini come tra le più odiose.

Uno dei motivi dell’odio verso l’ICI deriva,  in particolare, dal fatto che nonostante a lavoratori dipendenti e pensionati sia stato imposto nei decenni passati di pagare la ex gescal (fino al 1994), questi per avere una stabilità abitativa, si sono visti costretti a comprare una casa peggiorando le proprie condizioni di vita a causa del “peso” dei mutui accesi.

Non stiamo parlando di poca cosa.

Da un indagine del Cresme e dell’Anci risulta che nel 2004 le famiglie erano indebitate con le banche per l’acquisto di unità immobiliari per una cifra di circa 200.000 milioni di euro, Per fare un raffronto tale cifra è pari a circa 8 volte l’ultima manovra finanziaria varata con la legge finanziaria per il 2006.

Contestualmente mentre nel 1984 si costruivano circa 24.000 case popolari, nel 2004 se ne sono state costruite 1900, sia chiaro su tutto il territorio nazionale.

Per quanto riguarda l’ICI, gli ultimi dati disponibili, forniti dalla CGIA di Mestre, affermano che dal 2000 al 2004 il gettito totale, a livello nazionale, è passato dai 9 miliardi e 354 milioni di euro del 2000 agli 11 miliardi 681 milioni di euro del 2004, ovvero un + 25%.

Interessante appare la lettura dell’incidenza della prima casa nei gettiti ICI relativa ai singoli comuni. Così si scopre che la prima città in Italia nella quale il rapporto tra il gettito ICI proveniente dalla prima casa sul monte complessivo dell’ICI versata è più alto, è il Comune di Livorno con il 43,4%,  infatti, in questo caso su un gettito complessivo di circa 34 milioni di euro oltre 14,5 milioni di euro vengono versati dai possessori di prima casa. A seguire in questa speciale classifica vengono Cagliari con poco meno del 40% e Cagliari con una incidenza dei versamenti provenienti dalla prima casa pari a poco più del 38%.

In coda a questa speciale classifica, e quindi tra i comuni più “virtuosi” troviamo Venezia con una incidenza che sfiora il 20%: Piacenza con circa il 19%; Bolzano con il 18%, Asti con il 17,5%; Imperia con il 16,5% e infine Messina dove solo il 14,5% dell’intero introito dell’ICI proviene dalla prima casa.

Se, al contrario, ci riferiamo ai gettiti in termini assoluti, sempre con dati riferiti al 2004, troviamo le grandi aree urbane.

Al primo posto figura Roma con  circa 264 milioni provenienti dalla prima casa, questa somma è pari al poco più del 32% dell’intero gettito pari a oltre 822 milioni di euro; al secondo posto Milano con oltre 104 milioni di euro provenienti dalla prima casa pari al oltre il 27% del totale del gettito che per questa città è di circa 383 milioni di euro; al terzo posto troviamo Torino con circa 83,3 milioni di euro versato dai proprietari di prima casa pari al 34% del gettito totale. Per finire in questo ambito in ultima posizione troviamo Urbino con circa 564 mila euro di gettito proveniente dalla prima casa.

 

 

Come si vede ci troviamo di fronte a cifre consistenti.

Eppure manca ancora la sottolineatura di un dato importante che ci fa ritenere possibile l’abolizione dell’ICI sulla prima casa.   

Come abbiamo visto dal totale dei gettiti la prima casa non è la voce principale tanto che la media nazionale del gettito proveniente dall’imposta comunale applicata alla prima casa è del 25,7% del totale delle entrate dei comuni.

Infatti la gran parte delle imposte comunali proviene dai versamenti dovuti per immobili commerciali, industriali, aree edificabili, terreni agricoli, aree demaniali, seconde, terze case etc.

Quindi oltre il 74% delle imposte comunali su gli immobili non riguarda le prime case.

Appare ovvio che ci riferiamo alle sole prime case in quanto riteniamo e siamo convinti che pur essendo il diritto alla casa un diritto che non esplica esclusivamente con la proprietà è altresì vero che nei decenni scorsi la spinta formidabile all’acquisto è stata sostenuta dalla mancanza totale di politiche dell’abitare in particolare di sviluppo dell’edilizia residenziale pubblica da destinarsi alla locazione in rapporto al reddito.

Ecco perché l’ICI va abolita e questo deve diventare uno dei punti programmatici  dell’eventuale azione di Governo da parte dell’Unione.

Per giungere a questo importante obiettivo programmatico non possiamo, e non dobbiamo, nasconderci le difficoltà e le problematiche che si devono affrontare per raggiungere questo obiettivo.

La prima difficoltà viene dal fatto che a causa dei pesanti tagli ai trasferimenti ai Comuni operati con pervicace e ostinata azione da parte del Governo Berlusconi.

Di fatto le entrate provenienti dall’ICI sono le uniche certezze che hanno i comuni.

In tale congiuntura non si può chiedere ai comuni di vedersi tagliato anche il 25% medio delle entrate provenienti dall’ICI.

Allora come raggiungere l’obiettivo di abolire l’ICI ?

A mio modo di vedere, con un percorso di avvicinamento a questo obiettivo nel corso della prossima legislatura, ma lanciando da subito un segnale chiaro, e di percezione immediata, che non comporterebbe una riduzione delle entrate per i comuni.

Come primo atto proporrei che già dal primo anno il Governo individui una somma forfettaria comune per comune  pari alla media dei gettiti per unità ad uso abitativo adibite a prima casa.

Questa somma dovrebbe essere portata in deduzione dalla dichiarazione dei redditi ai fini Irpef.

Il meccanismo non coinvolgerebbe i comuni i quali, almeno in questa previsione iniziale, continuerebbero a vedersi versata dal proprietario della prima casa la somma dovuta.

In questo modo il comune non rinuncerebbe ad alcun introito e i proprietari di prima casa avrebbero un primo tangibile risultato che avvia il percorso verso la completa abolizione dell’ICI sulla prima casa.

Il costo da sostenere per minori entrate da parte dello Stato a causa delle deduzioni potrebbe essere prevedibilmente di circa  il 20% dei 2,5 miliardi di euro (ovvero il circa 25% del gettito proveniente dall’intera ICI nazionale: circa 600 milioni di euro. Un costo iniziale che ritengo sostenibile che addirittura potrebbe essere ridotto se ci rivolgessimo da subito a famiglie con reddito inferiore ai 50.000 euro e che occupano alloggi accatastati A2, A3 e A4.

Nelle successive leggi finanziarie si potrebbe percorre l’obiettivo della abolizione dell’ICI sulla prima casa attraverso: a) l’aumento dei trasferimenti ai Comuni derivanti dalla tassazione sui grandi trasferimenti immobiliari; b)  le maggiori entrate derivanti da una effettiva ed efficace lotta all’evasione fiscale che nelle locazioni abitative è pari a circa 2/3 miliardi di euro; c) autorizzando i comuni a innalzare l’ICI sullo sfitto fino al raddoppio dell’attuale aliquota  ICI massima.

Se qualcuno pensa che siano proposte riduttive è perché non conosce quale è “l’alternativa” attuale.

Infatti si sta rischiando che una ulteriore mannaia si abbatta sui proprietari della prima casa, ovvero coloro che detengono l’alloggio come mero valore d’uso e senza alcun fine di lucro, attraverso la revisione degli estimi catastali.

Infatti l’ultima legge finanziaria, quella per il 2006, ha ridestato da un lungo sonno una legge approvata nel 1998 (ndr Governo Prodi), emanando disposizioni agli Uffici del Territorio che in accordo con i Comuni devono rivedere gli estimi catastali. Sappiamo che i Comuni ( ad esempio Firenze e Roma) hanno già stabilito o stanno per stabilire accordi con gli Uffici del Territorio per le procedure di revisione degli estimi.

I nuovi valori degli immobili dovrebbero tenere conto dei seguenti parametri: la superficie comprese le mura interne e perimetrali, invece dei vani come oggi; i valori di mercato nella compravendita e nella locazione per alloggi analoghi nella microzona, in tale contesto quali valori di locazione,  visto che il 50% degli affitti sono a nero e lo sono anche gli affitti a posto letto e stanza per studenti ?

E’ ovvio che i Comuni si sentono il peso dei tagli e delle restrizioni che il Governo Berlusconi in tutti e cinque gli anni di “governo” ha operato ma davvero si deve procedere alle revisioni degli estimi catastali, anche tenendo conto del fatto che sono una possibilità e non un obbligo.

Questo aspetto non è secondario.

Le revisioni degli estimi catastali che non facciano differenze tra valore d’uso e fine di lucro, che arrivino alle revisioni senza un percorso partecipativo; che rendano ancora più onerosa la tassazione comunale su immobili di prima casa che può essere addirittura propedeutica ad una ulteriore espulsione di ceti popolari da centri storici, che intervengono anche nelle determinazioni dei prezzi per le eventuali cessioni di case popolari ( visto che la legge 560 prevede che il prezzo sia stabilito sulla base del valore catastale), possono rappresentare un impatto insostenibile per lavoratori e pensionati già oberati da mutui, costi di manutenzione dell’alloggio, le spese per l’utenza etc.

Al contrario credo che i Comuni debbano avviare una seria riflessione sulla revisione degli estimi catastali ma soprattutto è necessario costruire ipotesi di interventi alternativi che anche se diluiti nel corso di una legislatura raggiungano obiettivi di equità e sostenibilità, per questo è necessario assumere la questione dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa come punto programmatico strategico.

A tale punto e per completezza di intervento, per chi pensa che la casa è un diritto vero della persona, all’abolizione dell’ICI sulla prima casa vanno contestualmente perseguiti i seguenti obiettivi: a) abolizione del libero mercato dalla legge 431/98;  b) il blocco generalizzato degli sfratti o eseguendo solo quelli per i quali è previsto il passaggio da casa a casa; c) avviare un piano straordinario nazionale che si basi sul recupero, acquisto e costruzione di almeno 500.000 alloggi a canone sociale e/o concordato.

Si tratta in definitiva di abbandonare politiche abitative che negli ultimi dieci anni si sono basate sul sostegno degli interventi speculativi attraverso le privatizzazioni dei patrimoni pubblici, le dismissioni di grandi proprietà private e la liberalizzazione dei canoni che hanno portato al fatto che oggi il 70% degli sfratti è per  morosità.

 

Massimo Pasquini

 

 

 


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