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Untitled Document 25.03.06.Fondi pensione o affondamento della pensione? Da un convegno di Attac Italia: "Mandiano i fondi in pensione"
L'introduzione di Fabrizio Valli. Consigliano lettura e riproduzione.
L'Unione Inquilini non è indifferente al futuro di milioni di cittadini.


Mandiamo i Fondi in Pensione: Introduzione di Fabrizio Valli per Attac
Italia

Le riforme pensionistiche degli ultimi decenni hanno avuto come obiettivo
la riduzione delle pensioni pubbliche e l'inasprimento dei requisiti
necessari per accedervi.

Questo processo è partito con la riforma Amato, passato per le riforme
Dini, Prodi per arrivare alla riforma Berlusconi ed ai suoi decreti
attuativi

L’attacco alle pensioni è avvenuto principalmente su due assi

- l’innalzamento dell’età a cui si accede alla pensione sia con la
progressiva eliminazione delle pensioni di Anzianità sia con l’innalzamento
dell’età pensionabile 65 anni per gli uomini e 60 per le donne

- la riduzione della pensione percepita.

In prima battuta, riforma Amato veniva allargato il periodo lavorativo sul
cui livello salariale calcolare la pensione come sua percentuale.

Successivamente, dalla riforma Dini, con il passaggio al sistema
contributivo. Questo sistema, che fa dipendere la pensione percepita dai
contributi individuali versati durante la vita lavorativa, determina un
notevole abbassamento del tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra la
prima pensione e l’ultimo stipendio del lavoratore. Con il sistema
contributivo a regime le cifre ufficiali ci parlano di una pensione che,
rispetto al 80% garantito dal sistema contributivo, sarà per i lavoratori
dipendenti pari al 50 – 60% dell’ultimo stipendio per i lavoratori
dipendenti e del 30 – 40% per i lavoratori autonomi.

Questo senza contare che periodi di disoccupazione o di lavoro precario
riducono ulteriormente in maniera sensibile l’entità della pensione
percepita

Inoltre con la riforma Amato veniva soppressa l’indicizzazione delle
pensioni ai salari, lasciando unicamente l’indicizzazione ai prezzi.
Questo comporta, con il passare del tempo, una ulteriore progressiva
perdita del potere d’acquisto delle pensioni.

I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti: una pensione pubblica che
si riduce ad un sussidio di povertà, insufficiente a garantire un tenore
di vita dignitoso a chi abbandona la vita lavorativa e, per i precari, la
negazione di fatto di una qualsiasi reale prospettiva pensionistica.

L’alternativa che, a partire dalla riforma Dini, viene delineata si fonda
sul cosiddetto sistema a tre pilastri

Il 1° pilastro: pensione pubblica finanziata con il sistema contributivo a
ripartizione

Il 2° pilastro: pensione complementare. Ricavata dalla gestione dei
contributi che i lavoratori conferiscono ai fondi pensione e che vengono
amministrati tramite gestori finanziari.

Il 3° pilastro: pensione integrativa individuale: E’ il risultato degli
investimenti dei singoli cittadini destinato a scopi previdenziali simile
al secondo pilastro, tranne per il suo carattere esclusivamente
individuale

La creazione di questo sistema creava un grave problema: per far decollare
i fondi pensione e contemporaneamente continuare a pagare le pensioni
pubbliche è necessario che l’attuale generazione di lavoratori paghi due
volte le pensioni: una prima volta per le pensioni pubbliche basate sul
sistema a ripartizione degli attuali pensionati; una seconda volta per
creare il capitale della propria pensione integrativa.

Per ovviare agli evidenti problemi che avrebbe comportato un rilevante
aumento di contributi è stata trovata una soluzione nel trasferimento del
TFR nei fondi pensione. Il TFR è parte del salario dei lavoratori che
viene nel tempo accantonato presso il datore di lavoro. Alla fine di ogni
rapporto lavorativo tale somma viene restituita al lavoratore, rivalutata
ad un tasso annuo dell’1,5% più il 75% dell’inflazione, e diventa un
importante ammortizzatore sociale da utilizzare nei passaggi da una
occupazione ad un’altra. Questo è diventato sempre più vero negli ultimi
anni con l’aumento della precarietà e della flessibilità nel mondo del
lavoro e della mobilità nella vita dei lavoratori.

Nonostante le pressanti campagne messe in atto, con l’appoggio ed il
protagonismo anche dei sindacati confederali. Nonostante i vari incentivi
posti in essere, come un versamento nei fondi di un ulteriore quota da
parte del datore di lavoro- risorse che tra l’altro saranno ovviamente
sottratte da quelle disponibili per la contrattazione - solo una minoranza
di lavoratori ha conferito volontariamente il proprio TFR nei fondi
pensione

Di fronte a queste difficoltà, il governo Berlusconi e le organizzazioni
sindacali concertative hanno escogitato una vera e propria truffa ai danni
dei lavoratori: la delega sul conferimento, mediante il meccanismo del
silenzio-assenso, del TFR ai fondi pensione ed il successivo decreto
attuativo,

In parole povere i lavoratori avranno tempo sei mesi dall’inizio del 2008
per esprimere il proprio diniego, nell’eventualità di una non presa di
posizione, il TFR verrà automaticamente inglobato nei fondi di categoria.

E’ del tutto evidente il percorso totalmente antidemocratico e che si basa
sostanzialmente non su una consapevole adesione, ma su un meccanismo
truffaldino che si regge sulla disinformazione (o meglio mal’informazione
a senso unico), sulla dilatazione dei tempi, sulla distrazione dei più,
sul coinvolgimento della componente istituzionale a favore di tale esito.

Inoltre il taglio ai cosiddetti oneri impropri (maternità, malattia e
assegni familiari) e le altre compensazioni per le imprese a carico della
fiscalità ridurranno il salario indiretto – il welfare- che và ai
lavoratori. Da questo punto di vista l’operazione di ribasso delle
aliquote di tassazione per il TFR che i lavoratori conferiranno nei fondi
pensione, oltre a costituire un’odiosa discriminazione rispetto a quei
lavoratori che decideranno di tenersi il TFR, sottende una logica
neoliberista ed individualistica per la quale vengono tagliate le
protezioni dello stato sociale in cambio di qualche soldo ai lavoratori
con cui si dovranno arrangiare poi da soli.

Queste controriforme si inseriscono in un panorama internazionale di
attacco alle pensioni che ha avuto il suo campo di sperimentazione nella
riforma delle pensioni fatta in Cile dal dittatore golpista Pinocet, con
la consulenza dei “Chicago Boys”, e che è sostenuta dalle principali
agenzie neoliberiste internazionali ( FMI, BM, OCSE, Ecc…), dall’Unione
Europea e da un gran numero di governi, siano essi di destra o
social-liberisti

Le controriforme delle pensioni sono state giustificate con l’argomento
delle cosiddette “culle vuote”: diminuendo la natalità e invecchiando la
popolazione sempre più pensionati peseranno su meno lavoratori attivi.

Questo ragionamento nasconde gli aspetti reali del problema. Il rapporto
tra pensioni e contributi dei lavoratori attivi è molto più influenzato
dal fatto che questi ultimi sono ridotti dagli effetti delle politiche
neoliberiste:

· Disoccupazione;

· aumento della precarietà, che determina un minore versamento di
contributi ;

· Moderazione salariale, più bassi sono i salari più bassa è la cifra che
finisce nelle casse degli enti pensionistici- essendo questa determinata
in proporzione al salario;

· Riduzione dello stato sociale, che costringe le donne a lavorare meno (o
non lavorare affatto) per accollarsi la cura dei famigliari, diminuendo il
tasso di attività;

· Appropriazione da parte delle imprese degli aumenti di produttività, che
permetterebbero di pagare pensioni e salari più alti;

· Politiche contro l’immigrazione, che tentano di bloccare l’afflusso di
giovani lavoratori attivi;

Le ricette di queste istituzioni e le politiche dei governi negli ultimi
decenni non si sono preoccupate di affrontare questi problemi, ne sono
stati anzi le principali responsabili

Scelgono, dunque, di tagliare le pensioni, riducendo la domanda di beni e
la base produttiva e, quindi, la possibilità di avere risorse per le
pensioni attuali e future per avere risorse libere per le imprese. In
fondo per loro più disoccupazione e precarietà vogliono anche dire forza
lavoro più ricattabile, capacità produttiva in eccesso eliminata.

Emerge quindi che l'obiettivo di queste cosiddette riforme è quello di
operare una redistribuzione sociale di risorse dal salario ai profitti ed
alla rendite – che si presentano fortemente intrecciati - risollevando i
margini di profitto in una fase economica che si caratterizza per il
permanere di un'onda lunga recessiva. E’ evidente d’altronde che i mercati
finanziari non creano ricchezza, si limitano a ridistribuirla in maniera
fortemente ineguale.

Esse dunque si inseriscono quindi in un più generale processo di attacco
al salario - diretto, indiretto e differito - dei lavoratori e di
smantellamento e privatizzazione dello stato sociale. Uno stato in cui le
risorse pubbliche devono andare al sostegno delle imprese e alla
realizzazione delle condizioni migliori perché esse possano realizzare il
massimo di profitti, incluse le politiche repressive e securitarie.

E’ in questa logica che si inscrive il rafforzamento del ruolo dei fondi
pensione

I Fondi pensione, infatti, sono una parte sempre più consistente dei
cosiddetti “investitori istituzionali” che operano sui mercati finanziari
mondiali. Nonostante le speranze di coloro che vedono in essi una
strumento dei lavoratori per incidere nelle scelte delle imprese o per
orientarle a fini etici, essi non possono non operare con i criteri di
efficienza e le regole che governano tutti gli attori dei mercati
finanziari: si caratterizzano quindi per la ricerca di alti rendimenti a
breve termine e per la loro necessità di liquidità. Perché decidano di
investire su un’impresa, questa deve avere livelli di redditività
comparabili ai livelli più alti presenti nei mercati finanziari mondiali.
Questo è un ulteriore stimolo per le imprese ad esasperare al massimo i
meccanismi che utilizzano per ottenere profitti: intensificazione dello
sfruttamento dei lavoratori, licenziamenti per ridurre costi, sfruttamento
di forme di lavoro precario, distruzione dell’ambiente, evasione ed
elusione delle leggi, delocalizzazione delle imprese in paesi dove le
normative ambientali, fiscali e del lavoro sono più permissive, dove i
costi del lavoro sono più bassi.

Quando investono nei paesi della periferia, essi concorrono a rafforzare
il meccanismo perverso del debito del sud del mondo. Questi paesi, per
avere le risorse con cui ripagare i creditori vengono costretti dalle
istituzioni internazionali alle cosiddette politiche di aggiustamento
strutturale: eliminazione di tutte le misure che ostacolino l’apertura
totale dei mercati, privatizzazioni selvagge, distruzione dello stato
sociale, deregolamentazione, politiche economiche che strangolano le fasce
di popolazione più povere, distruzione delle economie di quei paesi e
ulteriore impoverimento degli stessi.

Nello stesso modo impongono ai paesi più industrializzati politiche di
rigore economico che smantellano lo stato sociale e privatizzano i beni
comuni. Spingono alla deregolazione dei mercati ed alla liberalizzazione
dei capitali,

Operano una gigantesca redistribuzione dal salario e dai paesi cosiddetti
in via di sviluppo verso le rendite e i profitti dei paesi ricchi.

Essi realizzano l’effetto perverso di costringere i lavoratori a sperare,
per avere rendimenti che consentano loro di godere di una pensione
dignitosa, nello sfruttamento e nel licenziamento d’altri lavoratori e
lavoratrici. Uno dei risultati delle riforme delle pensioni è infatti più
in generale quello, grazie all’introduzione del contributivo e al ruolo
dei fondi pensione, di passaggio in questo campo da una sfera collettiva,
in cui vale il principio della solidarietà , alla sfera individuale,
ognuno pensa per sé versa i suoi contributi e come investitore nei fondi
pensione deve sperare in risultati delle imprese che lo danneggiano come
lavoratore.

Questo disegno, che affida l'aspettativa di una pensione adeguata alla
volatilità dei mercati finanziari, non offre alcuna certezza sull'entità
della rendita futura

Nessuno è in grado di prevedere, a distanza di 40 anni ( periodo di
contribuzione di un lavoratore) se vi sia, e quale sia, il rendimento
degli investimenti finanziari effettuati dai fondi pensione .Il rischio
finanziario è interamente a carico del lavoratore. I fondi che operano
attualmente in Italia non prevedono nessuna forma di garanzia di
rendimento minimo.

Solo alcuni fondi aperti prevedono qualche forma di garanzia. ma le spese
e le commissioni sono molto alte, e tali da dissuadere la maggior parte
degli investitori.

I fondi a prestazione definita non risolverebbero comunque i problemi per
i futuri pensionati. In una fase di bassi rendimenti degli investimenti
finanziari i questi fondi si trovano ad avere problemi nel pagare le
pensioni ai rendimenti promessi. Per ottenere le risorse sufficienti
questi fondi aumentano gli investimenti speculativi a maggior rischio con
il pericolo di fallimento dei fondi, come accaduto negli USA recentemente.

Il ricorso ai Fondi pensione è stato presentato come il mezzo taumaturgico
che consentirà ai futuri pensionati di salvaguardare il loro livello di
vita una volta fuoriusciti dal lavoro attivo. Nulla di tutto ciò risponde
al vero.

Le principali fonti di investimento sui mercati per i FP sono le azioni
( acquisto di un pezzo di proprietà della società che le emette) o le
obbligazioni ( prestito di certa somma alla società che le emette)- oltre
ai prodotti derivati.

Se vediamo l’andamento dei fondi nei mercati azionari internazionali sul
lungo periodo (1921-1996) dell’andamento dei fondi nel 50% dei 39 paesi
analizzati si è verificato un apprezzamento medio dei fondi dello 0,8%, in
Italia è stato vicino allo zero, in altri 17 paesi il tasso è stato
addirittura negativo (dati tratti da uno studio di due ricercatori dell’università
della California e di Yale). Studi sui rendimenti obbligazionari nel lungo
periodo, in particolare titoli di stato, hanno evidenziato una grossa
variabilità tra periodi con rendimenti notevolmente più alti nell’
Ottocento passato, sfatando la leggenda per cui nel lungo periodo i
rendimenti crescono costantemente. Nel periodo 1967 – 1990 appaiono
considerevolmente più bassi rispetto a quelli che caratterizzano il
lunghissimo periodo, non di rado negativi e con forti variabilità tra
periodi e Paesi, così come estremamente variabile è la rischiosità. Dal
1999 al 2002 il valore dei fondi pensione a livello mondiale si è ridotto
di qualcosa come 2.800 miliardi di dollari

In sintesi i rendimenti sono fortemente variabili e qualsiasi stima di
medio lungo periodo si presta a facili smentite.

Vediamo comunque che i fondi pensione non riescono a garantire con
certezza neppure un rendimento superiore a quello, modesto ma certo, del
TFR

Dal 2000 al 2002 il rendimento dei fondi pensione i Italia è stato zero a
fronte di un rendimento del TFR del 14%

Piu’ nel lungo periodo i dati disponibili ci dicono che dal 1999 al 2003
il rendimento dei fondi pensione aperti è stato del 10, 6 %, quello dei
fondi negoziali del 16.1% a fronte di una rivalutazione lorda del TFR del
17.7%

Questi dati non tengono inoltre conto del fatto che dai rendimenti dei
fondi pensione vanno decurtate tutte le commissioni a carico del
sottoscrittore, gli oneri vari, i caricamenti delle polizze assicurative,
ecc. che il sottoscrittore è tenuto a pagare indipendentemente dal
risultato conseguito, anche in caso di forte perdita, e che non sono
ovviamente presenti nel TFR.

Esiste poi il problema legato all’inflazione: nel sistema a
capitalizzazione un periodo di elevata inflazione fa sì che il capitale
perda rapidamente di valore, come è avvenuto in situazioni iper inflattive
nel passato, portando al fallimento e alla crisi molti fondi pensione e
moltissimi lavoratori.

Legato a questo discorso c’è il problema della mancata indicizzazione
della pensione maturata con i fondi rispetto a quella pubblica. Se quest’ultima,
dopo le riforme degli anni ’90 non è più indicizzata con i salari, rimane
tuttavia indicizzata ai prezzi. I fondi pensione invece per loro stessa
natura non prevedono alcuna forma di indicizzazione o di tutela in caso di
periodi di alta inflazione.

Da questo punto di vista più che di “pensione integrativa” appare più
corretto parlare di investimenti finanziari effettuati con la speranza di
rimpolpare almeno un po’ una pensione pubblica da fame.

Alla luce delle considerazioni precedenti appare evidente che la
discussione che si è creata attorno alla delega per la riforma delle
pensioni ed ai suoi decreti attuativi tra la lobby delle assicurazioni e
la lobby dei fondi chiusi non risolve il problema di come assicurare una
pensione dignitosa ai lavoratori. Aldilà di indirizzi politici di gestione
più prudenziali da parte dei fondi pensione negoziali e dei minor costi di
gestione, i gestori che praticamente operano nei mercati finanziari sono
gli stessi per tutte le tipologie dei fondi, cosi come le condizioni in
cui operano e la necessita di ottenere rendimenti. Tanto più in quanto la
necessità di competere con gli altri fondi e prodotti assicurativi e
finanziari li porta ad assumerne tipologie similari, come si vede con il
passaggio ai cosiddetti fondi multicomparto.

* *

Di fronte a questa situazione si pone il problema di rompere il circolo
vizioso delle politiche neoliberiste e porre in modo chiaro un
fondamentale ordine di priorità: la vita delle persone vale più dei
profitti delle imprese e degli equilibri contabili delle teorie
neoliberiste.

Dobbiamo cominciare a dire che il livello dei profitti non è intangibile

Diventa quindi prioritario assicurare una pensione dignitosa ai futuri
pensionati.

Da questo punto di vista l’unica soluzione che garantisca ai lavoratori
una pensione certa e dignitosa non può che essere una pensione pubblica,
fondata sul sistema retributivo a ripartizione, che garantisca una
pensione che sia almeno l’80% del salario percepito precedentemente e che
con contributi figurativi dia una pensione dignitosa anche a coloro che
hanno avuto periodi di lavoro precario o di prolungata disoccupazione.
Eventuali costi dovrebbero essere finanziati tramite un prelievo sulle
rendite. Su tale proposta vogliamo aprire una discussione nel movimento.

Ma perché ciò avvenga dobbiamo opporci al conferimento del TFR nei fondi
pensione. Lanceremo quindi una campagna perché dal 2008 i lavoratori
respingano il conferimento del TFR nei fondi pensione, tramite il silenzio
assenso.

Per fare tutto questo non possiamo aspettare che sia troppo tardi e
attendere per due anni che inizi il periodo del silenzio assenso. Dobbiamo
lavorare da ora alla campagna per il No al TFR nei fondi pensione.
Dobbiamo da subito costruire una legge di iniziativa popolare sulle
pensioni. Necessaria per completare in positivo la campagna, necessaria
per tutti coloro che con le nuove modalità di calcolo delle pensioni,
necessaria per indicare che un alternativa è non solo necessaria ma anche
possibile.

Costruire una proposta che ci consenta , raccogliendo le firme in mezzo
alle persone, di creare consapevolezza e mobilitazione su questo tema e
sugli aspetti paradigmatici che esso sottende. Ponendo al centro i bisogni
sociali che in questa fase il capitale non soddisfa.


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