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A BEIRUT,DOVE CAMMINI TRA LE MACERIE DI TUTTE LE GUERRE

reportage di ALFIO NICOTRA da Liberazione del 30 Luglio 2006

Beirut- Siamo in guerra o no? Camminare per Beirut in questi giorni può
anche ingannare. Dipende quale parte della città decidi di attraversare. In
quella dei palazzi istituzionali e delle grandi banche la vita scorre
intensa e dinamica come sempre. Nei quartieri meridionali, quelli popolati
in buona parte dagli sciiti, la musica cambia. Qui trovi le macerie di
tutte le guerre con palazzi ripiegati su se stessi, anneriti dal fumo e dal
fuoco delle bombe di "precisione"israeliane. La guerra è tornata anche nella
capitale ma è al sud del Libano e nella valle della Beeka che si consuma il
martirio di città come Tiro, ridotte in cumulo di rovine e di disperati in
fuga verso il niente. Perché da Tiro non si può fuggire : tutte le vie di
comunicazione sono state scientificamente distrutte.

Viene in mente , mentre respiri il fumo che si leva da un edificio
bersagliato pochi minuti prima, Conventry una cittadina inglese annichilita
durante la seconda guerra mondiale. Un tempo un simile disastro si chiamava
"coventrizzare" ovvero squartare, impolverire, ridurre in macerie. Poi
questo termine è andato in disuso qui a Beirut durante la guerra civile, a
Sarajevo nei primi anni novanta, Belgrado sotto i bombardamenti Nato e ogni
giorno a Gaza. All'orrore di Coventry se ne è sostituito dei peggiori, come
se da quella violenza l'uomo non fosse in grado di trarre nessuna lezione
se non ripetere all'ennesima potenza le proprie atrocità.

Sono qui in Libano con una delegazione del Partito della Sinistra Europea.
Abbiamo sentito tutti l'impellenza di fare qualcosa di fronte a questo
ennesimo anello di sangue della guerra infinita. Ci siamo detti : cosa
abbiamo costituito a fare un partito europeo se non siamo in grado di
muoversi, agire ora che il frastuono delle bombe vuole mettere a tacere la
politica?

Siamo italiani, greci, ciprioti, portoghesi, francesi e tedeschi in
rappresentanza dell'altra Europa. Quella che non ci sta a stare con le mani
in mano ed aspettare che l'ennesimo misfatto si compia.

Entriamo in Libano dalla Siria. L'autostrada Damasco -Beirut che ci avrebbe
permesso di raggiungere la capitale in meno di un ora, è chiusa. Mentre
sterziamo verso la montagna vediamo l'asfalto divelto dagli F16 israeliani.
E' il primo segno della guerra e purtroppo non sarà l'unico.

I nostri due taxi siriani arrancano sulle strade di montagna a cui siamo
costretti. Sul fianco destro troviamo due scheletri di autobus anneriti nei
primi giorni del conflitto. Dentro di essi hanno perso la vita una intera
famiglia canadese e tanti altri di cui non si è avuta notizia. Più avanti
sull'altro lato, come una spietata via crucis, gli scheletri fusi delle
carlinghe ci ricordano che anche alcuni camion che portavano frutta sono
stati inceneriti dall'aviazione di Tel Aviv. La morte distribuita dal cielo
è la più insidiosa delle minacce. Perché è immanente, è ovunque, è
discrezione assoluta di chi aiutato dai laser e dai radar preme un bottone e
via.


C'è un senso di angoscia che conosco che torna dopo tanto tempo ad
assalirmi. Mi ricorda la strada dei cecchini nella Sarajevo assediata.
Cinquecento metri di adrenalina pura che affrontavi a tutta birra, piede
teso sul pedale, e rannicchiato dentro l'auto in attesa di uno sparo. Ma
questa volta è diverso. Non so se meno o più terribile. In Bosnia sapevamo
dove stavano gli "sniper", da che parte sarebbero venuto i colpi. Nel Libano
ostaggio della moderna tecnologia militare israeliana i target sono tutti e
nessuno. Le due auto ruggiscono e vanno. Sotto la montagna ecco la pianura e
il mare. Siamo a Beirut.

Per quanto i nostri mass media per enfatizzare Israele come unica
democrazia presente nel Medio Oriente lo nascondano, il Libano è un paese
democratico e il pluralismo è la condizione base della convivenza civile.
Qui esiste un parlamento vero, talmente vero che anche Condolicia Rice ha
dovuto riconoscerlo. Alcuni della nostra delegazione sono parlamentari e
questo ci facilita gli incontri. Anzi la fame di politica e di spiegare la
mondo è così grande che tutti i gruppi parlamentari e il presidente della
commissione esteri ci ricevono.

Incontriamo anche la pietra dello scandalo , il gruppo parlamentare degli
Hezbollah. In Italia arriva solo la caricatura del "partito di Dio". Invece
non sono la protesi di Al Qaeda - che anzi ha accusato gli Hezbollah di
essere la quinta colonna del sionismo- e sorprende la capacità espositiva
di Hussein Hajj Hassan anche di fronte alle nostre domande più imbarazzanti.
Chiama il sequestro dei due militari israeliani "arresto". Accusa Israele di
non aver rispettato i patti sottoscritti nel 2004 sotto la mediazione
tedesca per il rilascio simultaneo di prigionieri israeliani e libanesi.
Dice che comunque la vicenda dei due militari è solo un pretesto per
scatenare la guerra tanto è vero che gli obiettivi colpiti sono non solo
sciiti ma anche, sunniti, drusi, cristiano maroniti e tutte le
infrastrutture civili del Libano. Alla domanda sulla smilitarizzazione delle
loro milizie ci risponde che non hanno problemi se questo viene affrontata
dentro un progetto di sicurezza nazionale del Libano che ha un nemico alle
porte di casa dotato di armi nucleari e altre micidiali di distruzione di
massa. In serata Hassan Nasrallah - scampato a 23 tonnellate di bombe
antibunker- parla alla tv libanese con una tranquillità impressionante.
Niente a che vedere con i toni fanatici e da crociata di Al Zawahiri o dei
vari attori dello scenario afghano ed iracheno. L'ayatollah chiosa tra
l'altro parole poco incoraggianti: "se Israele è in Libano il problema è più
loro che nostro".Mentre annuncia che le sue milizie colpiranno oltre Haifa.

Smilitarizzare Hezbollah è un problema sentito anche dalle altre forze
politiche ma l'aggressione israeliana per il momento ha cementato una sorta
di sentimento nazionale libanese. Tutti sono preoccupati di una nuova guerra
civile. L'ondata di profughi dal sud annunciata, ma ancora impedita
dall'assenza di corridoi umanitari, è destinata a mettere a dura prova il
fragile equilibrio interetnico già scosso dal brutale assassinio dell'ex
primo ministro Hariri. Anche quella vicenda riletta oggi , nonostante la
commissione dell'Onu abbia individuato responsabilità siriane, acquista
nuovi contorni. Diversi attori hanno lavorato per riportare il Libano
indietro di vent'anni. La politica del dividi et impera fa comodo a molti
non solo a Tel Aviv ma anche a Damasco e Teheran. Non è un mistero che il
Libano non abbia potuto dotarsi di un vero esercito nazionale multietnico e
multireligioso perché considerato un intralcio alla politica dei
"protettorati". Ma una grande responsabilità in questo lo hanno anche i clan
di cui è composto il gruppo dirigente libanese poco inclini a spendere
denaro pubblico (e che considerano proprio) per sostenere istituzioni
unitarie come potrebbe esserlo un esercito libanese in piena regola.

Ma è l'ondata di profughi e di dolore quella che preoccupa. Che fa parlare
al rappresentate di Medici nel Mondo di catastrofe umanitaria di dimensioni
inimmaginabili. Preludio, se spinti ad invadere per disperazione zone di
altra etnia, di esasperazione di animi in grado, se non gestiti, di
riavvicinare il Libano verso una nuova guerra civile.

A Roma si svolge la conferenza che sarà destinata al fallimento. La nostra
delegazione è invece ricevuta dal Ministro degli affari sociali Nayla René
Moawad, una donna un tempo bellissima come dimostrano le sue foto : una
somiglianza perfetta con Jaqcueline Kennedy. Lei, borghese che non esita ad
ostentare il lusso della sua casa, è una figlia del Libano moderno. Era
moglie del presidente della repubblica libanese René Moawad assassinato il
22 novembre del 1989 dai siriani. Ora prova ad affrontare l'emergenza
umanitaria, ma manca di tutto. Ed elenca: plasma, medicinali, tende,
pannolini per bambini, cibo ed acqua potabile. Poi un tonfo sordo in
lontananza. Ci dice di seguirla in terrazza. "Ecco". Indica con il dito
verso un punto di Beirut. L'aviazione israeliana ha da poco lanciato i suoi
missili ed una colonna nera di fumo si alza all'orizzonte mentre le sirene
impazzano..

Essere strattonati nella guerra mentre cerchi di annodare il filo di un
ragionamento. Dobbiamo farci l'abitudine ma non rassegnarci. Come ci dice
Ziad coordinatore di un improvvisato cartello di Ong libanesi. Allo Zico
House è un andirivieni di giovanissimi, in gran parte ragazze, che
raccolgono indumenti, medicinali e cibo e coordinano i primi campi profughi
in città. C'è un aria familiare in questo luogo. Sono i nostri interlocutori
del "movimento dei movimenti". Hanno animato il forum sociale Mediterraneo e
quello europeo. Sono il movimento pacifista libanese, l'ossatura di una
resistenza civile e culturale alla militarizzazione delle relazioni tra i
popoli e le persone. Stanno dalle parte delle vittime della guerra qualunque
esse siano e qualunque religione professino. Stringiamo rapporti. Annunciamo
loro che è in partenza una missione dei movimenti europei e che faremo di
tutto per sostenerli.

Il giorno dopo siamo con loro sul ponte principale di Beirut per una
manifestazione per chiedere il cessate il fuoco e la fine dei bombardamenti.
C'è una società civile libanese che non accetta di regredire di decenni, che
ribadisce la propria esistenza e pretende di essere ascoltata.

E' la stessa che ci porta all'ospedale centrale di Beirut. Nuovissimo,
attrezzato e pulito tanto da fare invidia ad alcuni dei nostri. Si attende
l'ondata dei feriti da sud che però non arriva. Questo angoscia i medici e
il personale sanitario, perché significa che i feriti sono bloccati da
qualche parte, che intanto la gente muore per strada.

Entriamo nel reparto insieme al rappresentate di Human Right Watchs .
Vogliamo capire se è vero che sono state usate clouster bombs e agenti
chimici. Putroppo i medici confermano. Cos' come un 46enne che viveva al
confine con Israele a cui sono state amputate le gambe. "Erano cose
disseminate - racconta- che sono esplose dopo." Il Dr Nakib Ghassan, che
parla italiano perfettamente avendo studiato all'università di Pavia, e
ancora più netto. Ci porta al capezzale di Khaled Howeida, una bambina di
sei anni che ha il volto destro sfigurato. Suo padre, madre e sua sorella
sono stati ritrovati a pezzi e fusi tra di loro tanto da essere stato
impossibile ricomporre del tutto i loro corpi.

In più, nel braccio destro della piccola, è stato estratto un chiodo
uncinato, come se qualcuno avesse riempito quelle bombe di cose in grado di
fare ancora più male.

Dobbiamo tornare in Europa per dire che questo popolo sta subendo una
aggressione inaccettabile e che ogni giorno che trascorre lo spinge verso il
baratro. Miquel Portas, il nostro capodelegazione, europarlamentare
portoghese, lo dice a chiare lettere in una conferenza stampa
affollatissima di cui si avrà un grande eco nei mass media arabi ma nessuno
in quelli europei. "La forza multinazionale? - afferma- siamo contrari se
serve a terminare il lavoro sporco degli israeliani. Ci vuole un progetto
politico che dia pace alla zona". C' è un ostacolo a questa pace che si
chiama Stati Uniti d'America che impedisce anche la condanna della brutale
uccisione degli osservatori dell'Onu. Israele non vuole testimoni. La sua
guerra è anche quella dell'informazione che rende "proporzionato" ogni
risposta armata di Tel Aviv indipendemente dalle sue conseguenze.

Mentre torniamo a Damasco per la solita strada e annotiamo che anche un
carico di aiuti umanitari degli Emirati Arabi è stato incenerito dai caccia
israeliani, pensiamo alla necessità di non lasciare solo il Libano. Pensiamo
all'importanza del movimento per la pace che può, forse il solo, far
pendere la politica europea dalla parte giusta. E' l'impegno che si è
assunto tutto il partito della sinistra europea.

Alfio Nicotra


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