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Nelle tante via Anelli d'Italia. Il Residence Roma tra lo sgombero e gli interessi dei «palazzinari»
Inchiesta/1
Un residence per Mezzaroma

Tremila persone che Veltroni sta sistemando altrove. Nel frattempo, una parte degli abitanti sono «ospiti» del costruttore del «mostro». E a pagare è il comune

Il Manifesto, 13 agosto 2006

Luca Chianca
Riccardo Iori
Roma

Ore sette del mattino del 2 marzo 2006. Dopo anni di proteste e di annunci inizia lo sgombero del complesso immobiliare Roma Residence di via Bravetta 415. In quella data la popolazione residente si aggira sulle 3000 unità tra gli affittuari e i 124 nuclei familiari in assistenza alloggiativa. Un centinaio di famiglie, in maggioranza rom rumene e italiane, lasciano i loro appartamenti, trasferendosi nelle altre palazzine del complesso oppure recandosi altrove. Quelle in assistenza sono condotte verso una nuova destinazione: una parte nel quartiere di San Basilio, l'altra alla Giustiniana. Ad oggi, tuttavia, nel quartiere di Bravetta l'emergenza non è ancora terminata e le famiglie italiane trasferite dal comune si trovano in alloggi provvisori residenziali. Alla Giustiniana il Comune paga 2138 euro, tra le spese d'affitto e di gestione dell'immobile, per ogni famiglia che vive in circa 35 mq. Abbiamo ricostruito i principali passaggi che accompagnano la storia da oltre venti anni, cercando di capire le soluzioni prese.
Ottobre 2001. Il sindaco Walter Veltroni annuncia come prossima la chiusura dei quattro residence privati romani, tra cui quello di Bravetta. Nicola Galloro, delegato del Comune per l'emergenza abitativa, ne indica la chiusura entro la primavera 2002: «Dovremmo riuscire a dare una casa nuova ai circa 900 aventi diritto». L'assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative, Claudio Minelli, rimanda al 2003 la fine delle ultime assegnazioni, ricorrendo a un nuovo rinnovo contrattuale. In due note, di identico contenuto, del marzo e maggio 2004, il presidente del Municipio XVI, Fabio Bellini, interviene sull'argomento del Roma Residence, di sua competenza territoriale. «I nuclei familiari cui è stata assegnata una nuova casa sono circa 260 - spiega Bellini - Sono ancora 100 le famiglie che vivono al Residence in assistenza alloggiativa». Tra le soluzioni prospettate ci «potrà anche essere la demolizione di alcuni di quei mostri di cemento e l'utilizzo a fine pubblico delle aree liberate», continua Bellini. Insomma, prima dell'estate 2004 il futuro prossimo dell'immobile sembra in via d'esaurimento. Poi si volterà pagina.
Il Roma Residence ha una lunga e complessa storia alle spalle. Costruito nel quartiere di Bravetta tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, viene dichiarato abitabile nel 1982. Durante lo stesso anno l'immobile, di proprietà delle società Sutex spa e Meridionale seconda spa, appartenenti alla famiglia Mezzaroma, è acquistato in corso di costruzione dalla Sigr, Società immobiliare grandi realizzazioni spa. In quel periodo la città di Roma vive la drammatica situazione dell'emergenza abitativa che si protrae almeno dagli anni '60, così nel 1983 il Residence entra nelle mire del comune in quanto immobile da destinare al problema della casa.
Le prime famiglie vengono trasferite negli edifici di via Bravetta. Il complesso edilizio, nuovo e ben curato, è formato da sei fabbricati. Il primo è destinato ad essere un centro commerciale; il secondo, la palazzina A, è costituito da sei piani ad uso residence; gli altri, le palazzine B, C, D ed E, identiche tra loro, sono formati da sette piani adibiti anch'essi ad uso casa-albergo. Questa la tipologia degli appartamenti: «Mono-bicamere di vario taglio, ciascuno con balcone, bagno e angolo cucina». Nell'atto di compravendita dell'immobile, datato 1985, si definisce la nuova proprietà: l'Enpam (Ente nazionale di previdenza e assistenza medici) acquista il complesso dalla Immobiliare Villa Pamphili medit spa, che nel frattempo aveva incorporato attraverso fusione la Sigr.
A dodici anni di distanza, siamo nell'ottobre 1997, l'immobile di proprietà dell'Enpam è condotto in locazione dalla Ceim costruzioni edilizie immobiliari Marco srl, poi divenuta Ro.Im. Romana immobiliare srl che, alla fine del 2002, cederà alla comparente Ceim srl il ramo d'azienda relativo alla gestione del Residence Roma e, dunque, il contratto di locazione. Il proprietario della Ceim srl è la famiglia Mezzaroma. Sono gli anni in cui la presenza di italiani in assistenza alloggiativa tende a diminuire e la società, specializzata nell'acquisto, la vendita, la costruzione e l'amministrazione di immobili, inizia ad affittare ai primi immigrati di origine libanese. Diverse le comunità straniere che prendono dimora al residence pagando regolarmente l'affitto: prima quelle africane, poi la sudamericana e solo negli ultimi anni quelle rom e dell'est Europa.
Dal 12 maggio 2005 l'immobile di via di Bravetta 415 risulta di proprietà della Banca Italease spa. In realtà, la Cerim srl, intenzionata a comprare dall'Enpam l'intero complesso immobiliare, ha chiesto all'istituto bancario milanese di concederglielo in locazione finanziaria. La società, in quanto già locataria, ha esercitato il diritto di prelazione sulla vendita e, pertanto, sarà proprietaria del Residence al pagamento della rata finale.
Un passo indietro. Nel 1995, le società costruttrici Sutex spa e Meridionale seconda spa cessano di esistere fondendosi nella Fineuropa spa, società controllata dall'Impreme spa del gruppo Mezzaroma. Il 29 luglio 2004 il Consiglio del Municipio Roma XVI, in seduta pubblica straordinaria e urgente, approva la risoluzione n. 30 che esprime parere favorevole al risanamento dell'immobile. «Gli attuali residenti in assistenza alloggiativa si vedranno assegnare appartamenti di edilizia residenziale pubblica sulla base del bando riservato già operante», puntualizza Fabio Bellini. La proposta di risanamento arriva dalle società Ceim srl e Fineuropa, in accordo con l'allora proprietario dell'immobile, l'Enpam. Il Municipio Roma XVI dà il via libera al cambiamento di destinazione d'uso del Roma Residence di via Bravetta da «non residenziale» a «residenziale», propedeutico allo smantellamento della struttura alberghiera e alla costruzione di nuovi appartamenti, in cambio della cessione al Campidoglio di un'area della Valle dei Casali di proprietà della Fineuropa, che sarà destinata a servizi di quartiere.
Il tempo passa e le condizioni igienico-sanitarie sono sempre più precarie, ma torniamo al 2005. Il primo dicembre un'altra nota da parte del Municipio XVI. Titolo: «Residence Roma: gli impegni della proprietà». Nella catena di responsabilità che porteranno alla chiusura definitiva della struttura, il nuovo comunicato sembra fondamentale per capire i ruoli e le competenze dei diversi attori in campo, confermando quanto già deciso alla fine del luglio 2004, ma con due aggiunte. «Il proprietario del complesso immobiliare - spiega Fabio Bellini - in cambio della modifica della destinazione d'uso, da non residenziale a residenziale (la conferma, ndr) da parte del Campidoglio, dovrà cedere al Comune suoi appartamenti situati in altre parti della città, che saranno utilizzati dalle persone in assistenza alloggiativa (la prima novità, ndr). Il proprietario del Residence si è anche impegnato a trovare una soluzione per le persone straniere che abitano nella struttura pagando regolare affitto (la seconda novità, ndr)».
Gennaio 2006. Il Campidoglio chiude il bando per la ricerca d'immobili dove poter sistemare le famiglie in assistenza alloggiativa; il Comune lavora al cambio di destinazione d'uso, attraverso la conferenza di servizi. E, come già ribadito più volte, Fabio Bellini torna sull'argomento il 22 gennaio sostenendo che «tale variazione consentirà alla proprietà di trasformare l'immobile in abitazioni, in cambio della cessione di aree all'interno della Valle dei Casali». Quell'area, lo sappiamo, appartiene alla Fineuropa, ma, alla fine del 2005, la Fineuropa cessa di esistere, fondendosi mediante incorporazione nella Impreme spa, sempre del Gruppo Mezzaroma. Dunque nei vari accordi che si sono succeduti nel tempo il Comune stringe accordi con un soggetto che da lì a poco sparirà, come è il caso della Fineuropa. Chiediamo perché al presidente del Municipio XVI. «Gli accordi erano puramente formali, questi problemi andranno affrontati al momento in cui tali accordi saranno formalizzati. Ma queste, d'altronde, sono questioni di cui non mi occupo, io ho solo un interesse: quello pubblico», risponde Bellini. Inoltre, sempre secondo la nota di gennaio del presidente del Municipio, la società proprietaria sembra aver terminato la ricerca dell'immobile dove trasferire la metà dei nuclei familiari che pagano regolarmente l'affitto. A detta dei dipendenti della proprietà che lavorano al Residence, è da settembre 2005 che non si prendono più affitti. «Queste sono domande da fare alla proprietà. Io ho visto ricevute fatte fino a febbraio. Le cose sono complicate, perché da un punto di vista formale quello è un albergo, non è un appartamento. Alla proprietà noi abbiamo chiesto di farsi carico delle persone che pagavano affitto, e questo è successo ad esempio con la comunità moldava che è stata ospitata in una struttura alberghiera anche con l'intervento di Mezzaroma». La realtà per chi vive nella struttura è continuata ad essere ben diversa fino ad oggi.
(1- continua)
 
 

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Al mercato dei senza casa
Inchiesta/2 Le altre via Anelli d'Italia. A Roma un residence cha fa paura a molti
Il Residence Roma, nella capitale, è da anni sinonimo di degrado e paura per chi ci abita. Mentre il comune cerca in tutti i modi di trovare sistemazioni alternative

Il Manifesto, 17 agosto 2006

Luca Chianca
Riccardo Iori
Roma

Il 20 febbraio 2006 entriamo per la prima volta al Roma Residence di via Bravetta 415. Ad accoglierci, nel cortile, è Alina, la rappresentante della comunità rom presente all'interno dell'immobile con oltre 200 famiglie da circa due anni. Ha paura: «Ieri hanno bussato alla porta. Erano le otto del mattino. Mi hanno detto di lasciare la stanza, entro la giornata. Ho iniziato a urlare, piangevo. Sono riuscita a convincerli di farmi rimanere mettendogli in mano 500 euro. Sono settimane che entrano nel nostro immobile e tentano di cacciare gente. In alcuni casi ci sono riusciti. Quando qualcuno di noi va a lavorare la mattina, sfondano la porta, portano via tutto, distruggendo quello che possono. Alla fine murano la porta con cemento e mattoni». Una donna fiera, Alina. Parla bene l'italiano, l'accento romeno è appena percepibile. Una cartellina blu sotto il braccio destro. Contenuti all'interno i contratti e le ricevute che nel corso degli anni il proprietario ha rilasciato ai residenti «regolari» della comunità. Nei contratti si può leggere la durata della permanenza e il prezzo dell'affitto: 1 mese a 500 euro. Niente garanzie per la prossima mensilità; prezzo esoso per i 20 mq di monolocale, in cui vivono famiglie composte da 4, 5 persone. Dello stesso avviso il presidente del Municipio XVI Fabio Bellini: «Soltanto persone disperate, stranieri e anche italiani, potevano decidere, in un mercato folle da un punto di vista dei costi, di vivere insieme ai topi in quelle condizioni piuttosto che stare per strada. Potevi ottenere appartamenti a 500, 600 euro. Su Porta Portese uscirono annunci che chiedevano dai 650 agli 850 euro».
Incontriamo Silvia Pietrovanni. Ha ventisei anni ed è ormai da quattro che si dedica giornalmente alla lotta al razzismo e alle problematiche riguardanti l'integrazione degli immigrati nella società italiana. E' responsabile della Commissione Cultura dell'Associazione «3 febbraio». L'associazione ha rivolto l'attenzione alla palazzina A, dove era, ed è tuttora, sistemata la comunità africana: i marocchini, i mauritani, i senegalesi di lingua pulaar e quelli di lingua wolof, oltre ad una piccola comunità di indiani sichk. Nella A c'era anche una famiglia italiana, ma non tra quelle in assistenza alloggiativa. La madre faceva due lavori per mantenere il marito malato e due bambini piccoli.
La loro storia si conclude come quella di tanti immigrati: «Un giorno - racconta Silvia - sono tornata al Residence e ho trovato la porta della stanza murata, ora non so dove siano».
Ad oggi, come durante tutto il periodo invernale, nei monolocali manca l'acqua calda, mentre la corrente elettrica nel corso dei mesi è stata staccata e ripristinata più volte dopo le proteste dei residenti. Entrando nel primo piano dell'edificio A, dove risiede la maggioranza della comunità senegalese, l'androne è spettrale. Una luce fioca illumina le pareti impregnate di acqua. Cadono gocce dal soffitto. Salendo le scale le porte murate sono davanti agli occhi. In tutta la loro desolazione.
Per i senegalesi di lingua wolof si è mossa anche l'Ambasciata del Senegal, tale protezione ha permesso loro di continuare a vivere sotto il tetto del «Roma» fino ad oggi, ma per molti stranieri nessun aiuto era possibile, vivendo ai margini, od oltre, i confini della legalità.
Quando chiediamo a Silvia quali potessero essere le possibili soluzioni ad una situazione oggettivamente irreversibile, lei è costretta a rispondere che «molti degli abitanti di Bravetta non avevano possibilità di trovare una soluzione legale, essendo privi di permesso di soggiorno, o in condizioni precarie (permesso in regola, ma lavoro in nero), ma quello per cui ci è parso giusto combattere è denunciare come tale condizione di invisibilità istituzionale e di manifesta irregolarità non abbia comunque impedito che gli stessi fossero sfruttati per anni dalla proprietà e con la benedizione del Comune, che per forza di cose, essendo direttamente coinvolto nell'assistenza alle famiglie italiane, non poteva non sapere cosa succedesse lì dentro». Caparre esatte due volte in pochi mesi con il trucco del cambio di proprietario dell'appartamento, porte murate, notti all'aperto a seguito delle voci di un possibile sgombero. Rosina, una signora italiana in assistenza alloggiativa, che a maggio ancora non aveva una nuova sistemazione, conferma le condizioni degli immigrati: «Continuano a pagare tutti, anche se in nero, ma è sempre stato così, il direttore rilasciava ricevute che non contavano niente, si prendono 500 euro al mese e da settembre stiamo senza acqua calda».
Già da anni la situazione del «Residence» era ai limiti della vivibilità. Un degrado che si è ripercosso nella vita di tutto il quartiere: 14 marzo 2001, una bambina di due anni muore carbonizzata in una roulotte parcheggiata nel cortile del «Roma»; 15 aprile 2004, muore un macedone di 27 anni, colpito da una spedizione punitiva all'interno del «Residence»; 25 agosto 2004, il corpo di una ragazza di venticinque anni viene rinvenuto nei pressi del «Residence», pochi giorni dopo, il 3 settembre, nella stessa zona viene ritrovato un altro cadavere; settembre 2005, alla vigilia della manifestazione organizzata dalle comunità straniere, viene accoltellato Dahm, un ragazzo senegalese; nella notte tra il 12 e il 13 novembre 2005, due giovani senegalesi rimangono feriti in un incendio doloso divampato fuori la porta del loro monolocale; 22 gennaio 2006, una coppia di immigrati viene trovata senza vita nel cortile del «Bravetta». I due sono stati prelevati dal loro appartamento, uccisi altrove e poi riportati nel cortile. L'evento di cronaca nera, ultimo di una lunga serie, porta il «Roma» sulle prime pagine di tutti i giornali e costringe il Comune ad accelerare i tempi della dismissione: «Il crescente disagio sociale all'interno del Residence ci ha portato a capire che dovesse essere chiusa non solo l'esperienza delle famiglie italiane, ma anche quella dei privati che andavano a chiedere un appartamento in affitto al soggetto gestore - spiega Bellini -. Non bastava dire chiudere il Residence, ormai il disagio sociale era esploso e non si potevano più aspettare i normali tempi per lo spostamento delle famiglie in assistenza dal Comune».
Il precipitare degli eventi ha scombinato i piani di uscita sia del Comune che della proprietà: «Mentre sistemavamo le famiglie da noi assistite, la proprietà stava diminuendo le proprie, ma avrebbe avuto bisogno di più tempo. Noi stavamo dando case, ma vista la situazione di degrado che dovevamo affrontare, siamo dovuti ricorrere ad un nuovo residence», risponde l'onorevole Galloro, delegato del Comune per l'emergenza abitativa.
Il primo dicembre 2005, il Comune di Roma aveva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un avviso finalizzato alla ricerca di immobili all'interno del territorio comunale da destinare all'emergenza alloggiativa. Strutture di proprietà comunale non erano disponibili. In data 22 marzo 2006 il Comune di Roma stipula un contratto di locazione con la San Vitaliano 2003 S.r.l., vincitrice della gara e proprietaria dell'immobile di via Nicola Tagliaferri, quartiere della Giustiniana. Nel nuovo residence sono trasferite 71 famiglie, prima residenti al «Bravetta». Nel contratto si legge la somma percepita dalla San Vitaliano 2003 S.r.l.. Il canone annuo è di 1.822.000,00 euro, di cui 1.120.000,00 euro per l'affitto delle 71 unità abitative ed 702.000,00 euro per la prestazione dei relativi servizi che «garantiscono la funzionalità del compendio immobiliare»: portierato; vigilanza anche mediante video sorveglianza; pulizia delle parti in comune; giardiniere; manutenzione ordinaria interna ed esterna. Il canone, di 2138 euro tra le spese d'affitto e di gestione, per ogni famiglia che vive in circa 35 mq, sarà pagato in eguali rate trimestrali anticipate presso la Tesoreria del Comune di Roma. La durata della locazione è fissata in sei anni con decorrenza dal primo marzo 2006 e si intenderà tacitamente rinnovata, una sola volta, in mancanza di disdetta di una delle parti contraenti. Dunque un alloggio provvisorio, nelle dichiarazioni d'intenti, un contratto di sei anni, nei fatti. Una soluzione che secondo Galloro non è vincolante: «Noi potremmo pure disdire il contratto in caso l'emergenza finisse. Non lo può fare il proprietario, noi sì».
Una scelta dettata da esigenze di mercato e, inoltre, da una precisa strategia dell'amministrazione comunale: «Il bando lo abbiamo fatto per l'emergenza specifica di Bravetta, ma anche per avere negli anni un appoggio per le situazioni drammatiche. E poi per otto mesi chi lo avrebbe affittato un residence?»
Sul motivo per cui il Comune vada a cercare appartamenti in affitto anziché provvedere alla costruzione di immobili precipuamente indirizzati a risolvere la questione della casa, Fabio Bellini spiega: «Da una parte c'è un problema sui finanziamenti per questo fine. L'orientamento non dipende dal Comune, ma dalla disponibilità regionale per la costruzione del patrimonio residenziale pubblico. In questa fase non si è avuto uno sblocco, per motivi nazionali e regionali, della possibilità di costruire appartamenti, la risposta del Comune è stata quella di acquistare appartamenti o acquisirli in vario modo».

(2-fine. La puntata precedente è stata pubblicata domenica 13 agosto)

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