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1 settembre 2006 - Il Sole 24 Ore

Pensioni, maggioranza divisa
Il Tesoro insiste sull'intervento strutturale, l'ala sinistra dello schieramento frena
SECCO NO DEI SINDACATI Piccinini (Cgil): l'Esecutivo non può decidere da solo Cremaschi (Fiom) e le RdbCub minacciano lo sciopero
IL PIANO DAMIANO Dal responsabile del Lavoro la proposta di fissare a sessant'anni l'etàper portare a casa l'assegno pieno

ROMA - La partita sulle pensioni si accende. Il ministro Tommaso PadoaSchioppa, illustrando le linee guida della Finanziaria 2007 al Consiglio dei ministri,ribadisce che un nuovo intervento sulla previdenza è ineludibile: «Nel sistema pensionistico», caratterizzato da «una tensione finanziaria, c'è ancora qualcosa da correggere» per eliminare «la grave iniquità» che l'attuale dispositivo previdenziale riserva ai giovani. E il responsabile dell'Economia aggiunge: «Questo Governo ha l'occasione di scrivere l'ultimo capitolo del libro "Riforma delle pensioni"». PadoaSchioppa lascia intendere che non basta un maquillage per superare lo "scalone" della riforma MaroniTremonti, ma serve un intervento strutturale per alzare l'età minima e magari anche quella di vecchiaia delle donne (sulla questione il ministro glissa), accompagnato dal rapido decollo della previdenza integrativa. Ma nell'Esecutivo non sono tutti d'accordo. E a fare muro non è solo l'ala sinistra della maggioranza (Rifondazione comunista e Pdci) ma anche una parte dei Ds.
L'innalzamento su base volontaria dell'età pensionabile, arrivando fino a quota 62 anni per garantire la pensione piena, con il ricorso a disincentivi per frenare l'uscita dal lavoro in corrispondenza della soglia minima di pensionamento ( da far salire a 58 anni rispetto ai 57 previsti dalla "Dini") non è vista di buon occhio neppure dai sindacati. Cgil, Cisl, Uil e Ugl definiscono «inaccettabile» questa "opzione" e chiedono al Governo di aprire subito il confronto.
Il menù abbozzato a via XX settembre non sembra essere gradito neppure al ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che tiene a precisare: le ipotesi circolate nelle ultime ore «non sono riferibili a mie dichiarazioni ».E a confermare che nell'Esecutivo ci sono diverse scuole di pensiero è il piano tratteggiato proprio al ministero del Lavoro, che appare non proprio identico (almeno per la tempistica) al menù del Tesoro: mantenimento della soglia dei 60 anni fissata dalla riforma Maroni Tremonti, eliminando però lo scalone mediante un meccanismo di disincentivi da far scattare su chi decide di andare in pensione prima (dai 57 o 58 anni fino a 60) e di incentivi in favore di chi opta per l'uscita ritardata. La soglia di riferimento dei 60 anni dovrebbe poi salire a 61 nel 2010 e a 62 nel 2014, come già previsto dalla riforma Maroni Tremonti.In ogni caso a regime la pensione piena sarebbe garantita solo a chi avrebbe almeno 62 anni. Dal ministero guidato da Damiano non si specifica se queste nuove regole dovrebbero scattare già il prossimo anno (come vorrebbe il Tesoro), ma si sottolinea come larevisione dei coefficienti di trasformazione debba essere assolutamente discussa con i sindacati (in questo caso in linea con via XX settembre).
A ribadire la contrarietà ad un nuovo intervento sulle pensioni sono il ministro Paolo Ferrero (Prc), e il leader del Pdci, Oliviero Diliberto.Uno stop a interventi a colpi di scure arriva anche da Pietro Gasperoni, responsabile lavoro dei Ds: «Le notizie sulle intenzioni del Governo di alzare l'età pensionabile sono prive di fondamento. È vero il contrario e cioè che va abbattuta la rigidità introdotta dal precedente Esecutivo».
Dai sindacati arriva un no secco a un doppio intervento per alzare l'età e ridurre le prestazioni. La Cgil sottolinea come le riforme degli anni '90 siano state realizzate con la concertazione: «Ipotizzareoggi che il Governo possa decidere da solo — dice il segretario confederale Morena Piccinini — sarebbe una strada molto diversa della quale l'Esecutivo dovrebbe assumere la responsabilità scontando anche reazioni evidenti da parte dei lavoratori ». Giorgio Cremaschi, leader dell Fiom Cgil, e le Rdb Cub minacciano lo sciopero. «Non si può chiedere ai lavoratori di lavorare di più e prendere anche una pensione più bassa », afferma Pier Paolo Baretta (Cisl). Secondo la Uil bisognerebbe lavorare su uno schema «volontario e flessibile», ma senza penalizzazioni e soprattutto senza una revisione al ribasso dei coefficienti di trasformazione, mentre Renata Polverini ( Ugl)dice no a qualsiasi ipotesi di riduzione dei livelli di Welfare.
Critiche arrivano anche dall'opposizione. Per Maurizio Sacconi (Fi) «il ministro dell'Economia sta rivelando una straordinaria faccia tosta.Si appresta a scrivere l'ultimo capitolo sulla riforma delle pensioni con il passo del gambero».Convinta della necessità di un intervento deciso soprattutto nella direzione dell'applicazione del metodo contributivo è invece l'economista Elsa Fornero.(M.Rog.)


1 settembre 2006 - Il Manifesto

Il governo attacca le pensioni I sindacati pronti alla lotta
Il limite potrebbe essere individuato sui 60 anni: chi esce prima verrebbe penalizzato. Il no Cgil: «I lavoratori hanno già dato». Contrari anche Cisl, Uil, Cub e Cobas: su l'età? Non se ne parla

Roma - L'ipotesi di innalzamento dell'età pensionabile alza un putiferio. Il governo pensa infatti di lasciare a 60 anni lo «scalone» (introdotto dall'ex ministro del lavoro Maroni), ma intenderebbe renderlo «flessibile» con incentivi per chi decide di lasciare il lavoro prima e disincentivi per chi va in pensione dopo quella data: è una delle ipotesi su cui sta lavorando il ministero del Lavoro guidato da Cesare Damiano. Questo sistema, ha spiegato il ministero, potrebbe evitare il «blocco» verso la pensione di una generazione di lavoratori (quelli che nel 2008 avranno tra i 57 e i 60 anni non compiuti) dando la possibilità di scelta tra l'uscita dal lavoro (con penalizzazioni sulla prestazione che si percepirà) e il proseguimento dell'attività. La soglia poi potrebbe crescere, sempre restando «flessibile», in linea con quella prevista dalla riforma Dini (61 anni dal 2010 per i dipendenti, 62 dal 2014).
Secondo il ministero anche la revisione dei coefficienti deve essere discussa, perchè a fronte di un aumento dell'aspettativa di vita se non si fanno aggiustamenti si rischia di fare «un passo indietro» rispetto alla riforma Dini. Essendo aumentata l'aspettativa di vita rispetto al 1995 - spiegano - per avere lo stesso assegno per più tempo dovrebbe essere necessario lavorare più a lungo. O, decidendo di uscire alla stessa età prevista nel 1995, bisognerebbe prendere un assegno più leggero. Che il governo intenda intervenire sul fronte pensioni è stato confermato ieri dal ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa, che per ammorbidire la pillola ha dichiarato: «Anche i miei figli sono precari, si deve pensare a una riforma flessibile per tutti». «Nel sistema pensionistico - ha detto il ministro - c'è qualcosa da correggere. E' un capitolo su cui c'è tensione finanziaria».
Le dichiarazioni di Padoa-Schioppa insieme alle indiscrezioni apparse sui giornali su una soglia possibile sui 62 anni per la pensione piena (con penalizzazioni al di sotto di questo limite), smentita comunque ieri dal ministro Damiano, hanno preoccupato i sindacati che hanno ribadito il loro no all'aumento dell'età e soprattutto alla revisione dei coefficienti (tra il 6 e l'8% il taglio previsto dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale). Morena Piccinini, segretario confederale della Cgil, giudica «sbagliate le considerazioni del ministro dell'economia in materia pensionistica circa l'allungamento della vita media»: «Infatti - spiega - se nel lavoro intellettuale anche 70 anni possono non pesare, tant'è che i docenti universitari e ancor più i politici non si dimostrano mai pronti al pensionamento, di converso per chi lavora nei cantieri, nelle fonderie, nelle campagne, è fuori del mondo pensare che possano valere gli stessi criteri, anzi ci pensano le imprese a buttare fuori dal lavoro quelle persone già ben prima dei 55 anni».
La Cgil aggiunge che «il sistema pensionistico ha finora retto sui sacrifici fatti negli ultimi anni dai lavoratori» e in particolare da chi oggi «vanta un credito», ovvero i precari. «I privilegi non stanno più nel lavoro dipendente - conclude Piccinini - E se il governo vorrà decidere da solo,dovrà affrontare la reazione di lavoratori e sindacati». «La riforma Dini - avverte Pier Paolo Baretta (Cisl) - prevedeva il ritocco dei coefficienti ma nessun aumento dell'età. Oggi non si può chiedere ai lavoratori di lavorare di più e prendere anche una pensione più bassa». No all'aumento dell'età anche dalla Uil, mentre la Cub minaccia lo sciopero generale. Contrario ai tagli scelti dalla finanziaria pure Piero Bernocchi, dei Cobas. Il Prc, con Giovanni Russo Spena, dice che «la manovra da 30 miliardi e i tagli alle pensioni sono insostenibili».


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