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COMUNICATO DEL COMITATO DI LOTTA PER LA CASA A PALERMO "12 LUGL

DOSSIER: LE LOTTE PER IL DIRITTO ALLA CASA A PALERMO*

 

COMUNICATO DEL COMITATO DI LOTTA PER LA CASA A PALERMO "12 LUGLIO"

 

A 21 giorni dall'inizio del presidio della Cattedrale di Palermo, da parte delle famiglie del Comitato di lotta per la casa "12 luglio" e di chi le sostiene lealmente, dopo aver subito una feroce campagna di criminalizzazione da parte dei poteri forti della città, essendo stati accusati di aver stuprato e preso in ostaggio un luogo sacro, e di averlo profanato con comportamenti interni ed esterni non accettabili;

 

dopo aver reagito con compostezza e calma alle provocazioni ed aver respinto con fermezza le minacce esplicite o sotterranee di ricorrere allo sgombero forzato, mostrando che non ci lasciavamo intimidire,

 

possiamo fare adesso un bilancio di queste lunghe giornate ed assumere delle decisioni.

 

Abbiamo avuto la capacità di rompere il cerchio di isolamento che volevano stringere attorno a questa lotta, con un crescendo di iniziative che hanno fatto diventare il presidio un luogo vivo e carico di energie positive.

 

In particolare e' stato importante il sostegno di un settore significativo del mondo cattolico, di sacerdoti, di suore, di laici che, sfidando la posizione ufficiale del Cardinale, della Curia palermitana, e oggi anche di laici cattolici organizzati, hanno portato solidarietà e aiuti materiali, e hanno organizzato momenti di riflessione e preghiera, intensi e partecipati.

 

Tutto questo, insieme con una raccolta di firme e momenti di partecipazione alle iniziative da parte di soggetti politici, consiglieri, deputati, esponenti di associazioni, intellettuali di prestigio di questa città, artisti, ha rappresentato una straordinaria manifestazione di solidarietà e di sostegno.

 

Forti di tutto ciò, che e' stato reso possibile dalla nostra non arrendevolezza e dalla resistenza accanita delle famiglie, che hanno presidiato giorno e notte la Cattedrale, ci possiamo permettere di fare un passo in avanti.

 

Abbiamo dimostrato abbondantemente che non accettiamo e non subiamo alcun ultimatum. La cultura degli ultimatum non ci piace e non ci riguarda! Gli ultimatum li rimandiamo al mittente.

La nostra decisione e' unilaterale e non condizionata.

Siamo sufficientemente capaci e intelligenti per respingere queste trappole avvelenate.

 

Dobbiamo sconfiggere l'ultimo tentativo per spezzare la resistenza delle famiglie e del Comitato: la tattica di temporeggiare, di non far partire il tavolo negoziale, giocando su una falsa questione di principio "non si tratta con chi occupa", "non si possono creare precedenti".

 

Una questione pretestuosa perché:

A) i precedenti, numerosi, già esistono

B) finché esisteranno "emergenze sociali", certe forme di lotta saranno utilizzate.

 

Il presidio della Cattedrale e' solo l'effetto di una causa: la cronicità delle emergenze sociali.

 

Si vuole creare una fase di stallo, che rischia di portarci a ridosso delle ferie natalizie, e dopo esse, della fase di vuoto di governo politico-amministrativo, a seguito della campagna elettorale amministrativa.

La pratica delle lotte ci ha insegnato a non accettare mai di essere messi in un angolo, di dover sempre disimpegnarsi e non giocare sul terreno a cui ci si vuole costringere.

 

In considerazione di ciò, mettendo a valore l'ampio sostegno ottenuto e la simpatia che si e' creata attorno a questa battaglia per la giustizia, LANCIAMO NOI, non un ultimatum, ma UNA SFIDA PUBBLICA alle istituzioni e ai poteri forti di questa città.

Una sfida che vogliamo pubblicizzare al massimo, avendo ottenuto, in presenza del presidio in Cattedrale, l'incontro diretto con il Prefetto, senza ricorrere ad alcuna intimidazione esterna, e la convocazione immediata del tavolo negoziale.

 

Accettiamo la proposta, offertaci dal Prefetto di Palermo, e l'ospitalità fornita dalla Curia di Palermo, e ci presenteremo, venerdì 3 novembre alle ore 12, in Prefettura, per incontrare il sindaco Cammarata.

 

Abbiamo chiesto al signor Prefetto che l'esito dell'incontro sia formalizzato con un documento scritto, e che il Prefetto monitorizzi i risultati eventuali.

Vedremo quali risposte saranno in grado di dare alle nostre aspettative legittime.

 

Chiediamo a tutti coloro che hanno manifestato sostegno e simpatia per la nostra causa di condividere con noi questo appuntamento, o almeno i commenti sulle risultanze e le eventuali iniziative che ne deriveranno.

 

Non siamo ingenui: sappiamo che può esserci il rischio di un esito non positivo e il tentativo di spezzare la lotta, con una discussione fumosa e inconcludente; non sarebbe la prima volta.

Ma si deve sapere, sin d'ora, che questo darà il via a una risposta dura, sempre più incisiva e clamorosa.

A maggior ragione in quel caso, chiediamo a tutti di esserci concretamente vicini, e di organizzare insieme queste risposte.

 

La lotta per la giustizia sociale deve affermarsi in questa città, troppo spesso spenta e immobilista, opportunista e crudele.

Parole come solidarietà, impegno, dignità, coraggio contro le prepotenze e le sopraffazioni del potere, devono ritornare a essere presenti nella nostra vita quotidiana e nel costume di sempre più persone.

Questa lotta, ormai, non riguarda più solo un piccolo frammento sociale, ma l'intera città.

Vi chiediamo di essere protagonisti, assieme a noi, di questa grande esperienza, a questo momento importante di storia comune.

 

Citazione da Marcos, un rivoluzionario messicano:

"Dobbiamo posare un'altra pietra per la nostra casa, quella che vogliamo tutta porte e finestre... da cui si possa entrare e si possa uscire, guardare ed essere guardati... una casa dove non sia un dolore essere donna, bambino, anziano, indigeno, immigrato, giovane o gay, lavoratore o lavoratrice nei campi o nella città...

un posto dove non sia vergogna appartenere all'umanità!"

 

il Comitato di lotta per la casa "12 luglio"

 

***      ***      ***

 

 

Sergio Di Vita (è dell’area cristiana illuminata, nota di Mariella) scrive:

 

A Palermo, l'1 novembre 2006

 

 

Come molte e molti di voi già sanno,

dal 12 ottobre il Comitato di lotta per la casa "12 luglio" ha intrapreso un'azione di pressione nei confronti del Comune di Palermo, responsabile di inadempienze e ritardi nei confronti di uno dei principali problemi della città: l'emergenza abitativa.

 

Dietro questa asettica espressione, stanno centinaia di situazioni di disagio intollerabile, che compromettono la qualità elementare della vita di molte persone: malattie, disagi di ogni genere, separazioni di bambini dai genitori.

 

L'iniziativa intrapresa e' il PRESIDIO della Cattedrale di Palermo, spesso confusa con l'occupazione, parola impropria.

Occupazione e' chiudersi dentro, e rendere inaccessibile il luogo occupato.

 

Queste famiglie, invece, hanno scelto la Cattedrale - come già tre anni fa - come luogo per rifugiarsi temporaneamente, e come platea per la loro protesta.

Ma la Cattedrale e' e rimane aperta e pulita tutto il giorno, e le visite dei turisti, dei cittadini, dei giornalisti, si sono moltiplicate in questi giorni.

 

CHI SI E' AVVICINATO, HA POTUTO CONSTATARE LA CIVILTA' E LA COMPOSTEZZA DI QUESTA PROTESTA.

 

Dopo alterne vicende, che riguardano il rapporto problematico e dialettico con la Chiesa ufficiale, la curiosità e il coinvolgimento (in consenso e in dissenso) di settori sempre più ampi della cittadinanza, la crescita di attenzione della stampa locale e nazionale, la solidarietà diffusa di persone e associazioni che collaborano a vario titolo alla lotta, in questi giorni si va al dunque:

c'e' una possibilità di riapertura delle trattative con il Comune di Palermo.

 

Su istanza del Comitato al Prefetto di Palermo, venerdì prossimo potrebbe aprirsi un tavolo di trattative, con la mediazione del Prefetto, con la partecipazione del Comitato di lotta per la casa "12 luglio", del Sindaco di Palermo, di rappresentanti del Demanio.

Le richieste del Comitato sono:

- trattative immediate e costanti.

- risoluzione immediata dei casi di maggiore emergenza, anche con l'utilizzo provvisorio di beni confiscati alla mafia, già individuati.

- riapertura di tutti gli iter amministrativi per una soluzione stabile e definitiva del problema casa a Palermo, eliminazione di tutti i ritardi e le inadempienze; apertura di nuovi iter, a partire da idee e progetti che possono scaturire dal tavolo di trattative ma anche dalla cittadinanza.

- impegni, anche parziali, sottoscritti da tutte le parti in gioco; verbalizzazione e monitoraggio di ogni passaggio del processo in atto.

- pieno riconoscimento istituzionale, a pari merito e diritto con le altre parti, del Comitato di lotta per la casa "12 luglio", che negli anni ha dimostrato di essere un soggetto politico a tutti gli effetti, con la vasta rappresentatività, l'esercizio della democrazia diretta e la piena circolazione delle informazioni al suo interno, lo stile pacifico e coerente della lotta, la creazione di ipotesi di soluzione realistiche, documentate e originali.

 

Questo non e' un comunicato ufficiale del Comitato "12 luglio", ma un'espressione personale di chi scrive.

Chiunque desideri non ricevere questo tipo di comunicazione, puo' inviare un cenno scritto e il suo indirizzo verra' depennato.

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intervista al portavoce del Comitato "12 luglio"

Articolo tratto da: Laboratorio sociale occupato zeta - Palermo - http://www1.autistici.org/zetalab/

INTERVISTA A TONI PELLICANE

 

Il "Comitato di Lotta per la Casa 12 luglio" ormai da 13 giorni occupa la cattedrale di Palermo per rivendicare il diritto alla casa.

Per dare maggiori informazioni, e rinnovare il nostro sostegno, abbiamo incontrato Toni Pellicane (portavoce del comitato) al quale abbiamo rivolto alcune domande.

--Zeta: Come nasce questa occupazione della cattedrale?

Toni Pellicane: L'occupazione della cattedrale nasce dopo almeno otto mesi di trattativa che abbiamo avviato con l'attuale assessore alla casa. Una trattativa che fino a due mesi fa sembrava arrivare alla costituzione di una commissione mista con all'interno rappresentanti del comitato che individuasse le famiglie svantaggiate da inserire in una lista di emergenza abitativa per poi usufruire dell'assegnazione provvisoria di un alloggio confiscato alla mafia.
Questo iter era arrivato alla presentazione di una delibera della giunta comunale, volutamente rinnovata dietro richiesta dell'ex assessore alla casa Giovanni Avanti e ripresentata una seconda volta. L'iter si doveva concludere con una integrazione votata dal consiglio comunale e il ritorno della delibera in giunta per la parte conclusiva, rispetto all'istituzione della commissione.
Questo ultimo passaggio non è mai avvenuto, l'iter e' rimasto bloccato. Noi sappiamo che c'e' una delibera ferma alla segreteria generale del comune e firmata dall'assessore Mineo ma volutamente congelata. La spiegazione che ci da lo stesso Mineo e' quella che una parte della giunta dell'attuale amministrazione non da il “supporto politico” affinché la delibera passi.
Nel frattempo i problemi delle famiglie si aggravano, chi viene sfrattato, chi dorme da otto mesi sotto il Palazzo delle Aquile, famiglie alle quali vengono tolti i figli minori per le condizioni abitative pessime in cui vivevano.
Questo insieme di situazioni ci ha spinti a valutare la necessità di un gesto eclatante, ricordando il precedente avvenuto quattro anni fa, in cui con altre 22 famiglie occupammo la cattedrale e venimmo fuori con dei risultati.
Questo precedente ha portato le nuove famiglie che si sono aggregate al comitato a credere che la stessa forma di protesta poteva essere riproposta.

Zeta: Ci sembra di capire che il comitato tiene separato la questione dell'assegnazione di alloggi popolari da quello dell'emergenza casa.

Toni: Assolutamente sì. In primo luogo c'è da dire che anche il bando per l'assegnazione delle case popolari è un risultato ottenuto dal comitato, bando pubblicato 26 anni dopo la presentazione dell'ultimo bando utile. Noi abbiamo accolto con piacere lo strumento della graduatoria. Se la graduatoria fosse stata gestita con trasparenza sarebbe stata sicuramente uno strumento utile.
Abbiamo constatato che così non è stato.
Ma malgrado questo noi chiediamo l'alloggio confiscato proprio nel rispetto della graduatoria.
L'alloggio confiscato in quanto tale non può essere utilizzato come casa popolare. L'unica forma di utilizzo è l'assegnazione provvisoria.
La nostra proposta è che le famiglie disagiate possano usufruire temporaneamente di questi alloggi. Queste famiglie, che sono collocate in graduatoria, aspetteranno il loro turno per l'assegnazione della casa popolare, e solo dopo avvenuta assegnazione lasceranno il bene confiscato, che potrà essere utilizzato per altre famiglie.
L'amministrazione ci accusa di chiedere una casa a discapito della graduatoria, fregandocene delle regole. È una fandonia! A noi sembra che le regole siano infrante innanzi tutto da loro: tenere le famiglie in mezzo ad una strada, questo è infrangere le regole!

Dopodiché per noi c'è anche un aspetto simbolico fondamentale: noi siamo famiglie che abbiamo scelto di non chiedere più favori a padrini, a politici di turno, di trovare soluzioni sotto banco. Ci siamo aggregati tra di noi per rivendicare un diritto puntualmente negato e chiediamo quegli alloggi confiscati ai mafiosi, cioè a quei soggetti che ci tolgono la casa, il lavoro e la dignità.
Per noi questa lotta è il riappropriarci della dignità.

Evidentemente l'amministrazione di Palermo ha degli interessi elettorali e di potere che non lasciano spazio alle richieste delle famiglie.


Zeta: Quali sono le “condizioni” che voi date per terminare l'occupazione della cattedrale?

Toni: Noi abbiamo posto tre punti:

Prima di tutto ci sono 70 famiglie che aderiscono al comitato. Tra questa dieci che, lasciando oggi la cattedrale, sarebbero costrette a dormire sopra i marciapiedi. La prima condizione concreta è di trovare una sistemazione a queste famiglie. Indichiamo una doppia strada: o l'utilizzo di un bene confiscato o che l'amministrazione comunale prenda in affitto degli alloggi e li dia in utilizzo a queste famiglie.
Secondo noi chiediamo che la prefettura debba fare una mediazione per la creazione e la convocazione della commissione congiunta e che si avvii il procedimento per la creazione della nuova lista per l'emergenza abitativa.
Infine terzo obbiettivo, sul medio lungo periodo, è avviare un lavoro tra le parti (comune, prefettura e parti sociali) per far sì che si ottenga dall'Agenzia del Demanio dello Stato la consegna in custodia degli alloggi confiscati in attesa di decreto di destinazione.


Zeta: Quale è stata la reazione della città a questa vostra protesta?

Toni: Al tredicesimo giorno di occupazione alla cattedrale credo abbiamo visto migliaia di persone, tra turisti e cittadini, gente che ci ha manifestato solidarietà. Il problema di queste famiglie è un problema che si lega alla città di Palermo, non chiediamo soluzioni per gli amici o solo per le famiglie del comitato, la lista di emergenza se deve esserci deve essere in favore di chiunque abbia un disagio abitativo. La solidarietà noi l'abbiamo ricevuta, anche dal quartiere malgrado oggi si leggeva sul giornale che i parrocchiani si sono scagliati contro di noi, questo è assolutamente falso. I parrocchiani che domenica scorsa sono venuti alla cattedrale perché pensavano che si sarebbe svolta la funzione religiosa, scoprendo che così non sarebbe stato e il perché sono andati via non solo solidali con noi ma anche esterrefatti dall'agire della curia e di monsignor Lo Galbo ha sospeso le funzioni e tolto l'ostensorio per la nostra presenza in cattedrale. Per i credenti togliere l'ostensorio equivale alla sconsacrazione della chiesa. Devo dire anche che non abbiamo avuto solo solidarietà, ma anche pesanti critiche volutamente costruire, le avevamo messe in conto, noi dobbiamo apparire come gente senza morale, come quelli che con prepotenza vogliono ottenere le cose, il comitato deve essere criminalizzato, del resto quando si vanno ad intaccare gli interessi di quel manipolo di politici o politicanti che gestiscono l'amministrazione comunale il comitato dà fastidio e deve scomparire in qualche modo.

Toni: A Palermo, come dicevo prima, c'è una graduatoria che conta oggi circa 10.000 aventi diritto ad un alloggio comunale, questo a fronte di 30 alloggi che sono stati assegnati in un anno. Inoltre non c'è una programmazione né di ristrutturazione né la previsione di nuove costruzioni. L'unica cosa che c'è in atto, anche questa estremamente vergognosa, è che il comune di Palermo ha ottenuto due anni fa 23.000.000 di euro dalla regione siciliana, ex fondi gescal, che sta utilizzando per ristrutturare 122 alloggi allo zen. La logica è sempre quella: la fascia popolare deve essere trasferita sempre ghettizzata, deve essere portata in un quartiere dormitorio perché quando si organizza da fastidio. Il loro modo di fare si ripete nel tempo, abbiamo un centro storico totalmente disastrato e quando l'amministrazione comunale decide di intervenire lo fa solamente espropriando i palazzi nobiliari, rivendendoli all'asta agli amici degli amici, sui giornali si legge asta pubblica ma nessuno sa mai quando avviene, quindi viene rivenduto a privati che ristrutturano l'immobile e lo rivendono a prezzi assolutamente assurdi! Il centro storico si sta trasformando nella “vetrina bella” di Palermo, quelli che invece ci sono nati vengono trasferiti altrove perché, come dicevo, danno fastidio, noi per loro siamo numeri non siamo persone mentre noi ricordiamo sempre a lor signori che noi siamo cittadini di serie A e in quanto tali vogliamo essere trattati.

Zeta: Quali sono stati i risultati ottenuti in questi anni dal comitato per la casa 12 luglio?

Toni: I risultati che il comitato può vantare di aver ottenuto principalmente sono quelli rispetto a 100 famiglie che, grazie alla lotta e solamente alla lotta, ben organizzata ed intelligente, sono riuscite ad uscire dalle locande del comune, locande in cui, famiglie in media di quattro cinque persone erano alloggiate in una stanza, costretti a lasciare l'alloggio durante il giorno per ritornare la sera per il pernottamento. Lascio immaginare come viene riutilizzata la locanda nelle ore in cui alle famiglie non è consentito starci, quando si rientra ci è capitato di trovare preservativi sui letti! Il comune spendeva 3.000.000 di euro l''anno per queste sistemazioni. Quindi la lotta ha consentito in primo luogo di dare una sistemazione a queste famiglie, in secondo luogo ha permesso al comune di Palermo di acquisire alloggi a costo zero ed infine l'accordo era che i 3.000.000 di euro che il comune risparmiava dovevano essere reinvestiti per la ristrutturazione di alloggi al centro storico per essere utilizzati come alloggi popolari. Quest'ultima parte è stata completamente disattesa.

Zeta: In una città come Palermo dalle continue emergenze sociali, in che modo la questione abitativa si lega con le altre questione sociali e in che modo la lotta per la casa del comitato 12 luglio si è incrociata con altri tipi di vertenze e con altre rivendicazioni sociali?

Toni: Oggi per noi è chiaro che le problematiche dei senza casa si legano al problema del precario che rischia di perdere il lavoro, anche il senza casa è senza casa. Connessa è anche la questione della privatizzazione dell'acqua , esiste una connessione reale l'una con l'altra. In questi cinque anni si sono fatti dei tentativi per creare delle aggregazioni tra le varie problematiche e tra i vari movimenti che in qualche modo cercano di portare avanti queste istanze.
Ci sono state delle difficoltà, io mi auguro che sia arrivato il tempo per superare eventuali divisioni perché abbiamo sperimentato tutti che solo se ci uniamo riusciamo a creare delle forme di pressione, restare separati rende più difficile riuscire ad ottenere il risultato primario che è quello di diritti garantiti, salario, tutela della salute.

Alcune famiglie che aderiscono al comitato di lotta per la casa ci hanno rilasciato una loro testimonianza

Pasquale: Io mi sono ritrovato a vivere con mia moglie e due bambini in un furgone. Gli inquilini del palazzo hanno mandato gli assistenti sociali per toglierci i bambini. Il problema della casa è un problema serio, non ci aiutano se ci tolgono i bambini. È assurdo che ci tolgano i bambini perché una padrona di casa ti sfratta perché vuole ristrutturare l'immobile! Io e la mia famiglia dormiamo da due mesi dentro un furgone! Ora cerchiamo di trovare una soluzione con il comitato di lotta per la casa.

Sig.ra Buonafortuna: Sono stata sfrattata sei mesi fa. Mio marito recepisce 237 euro di pensione al mese, pagavo 300 euro per l'affitto e non ce l'ho fatta più. Ho quattro minori, da sei mesi dormo al Palazzo delle Aquile, visto che nessuno mi ascoltava mi sono aggregata con il comitato di lotta per la casa e sono qui oggi alla cattedrale. E nessuno oggi ancora si presenta, ci privano di tutto, ci offendono, siamo anche mortificati dalla chiesa, perché io non mi permetterei mai di dire ad un povero “io non faccio la messa perché non siete degni di stare in chiesa”, ci tolgono anche la dignità.

Sig.ra Angela: Mi hanno tolto mio figlio perché non ho più una casa. Gli assistenti sociali mi hanno detto che fino a quando non riavrò una casa mia mio figlio resterà in comunità. Il bambino aveva già la legge 104, ora subisce un altro trauma.--


articolo di Umberto Santino sulla lotta per la casa, e l'utilizzo dei beni confiscati alla mafia

http://www.centroimpastato.it/publ/online/lotta_casa.php3

Umberto Santino

La lotta per la casa a Palermo


Il problema della casa a Palermo è uno dei tanti (disoccupazione, acqua, inquinamento, per citarne qualcuno) che passano sotto la denominazione "emergenza", per il loro venire alla superficie di tanto in tanto, ma in realtà rappresentano un bisogno che fa parte della vita quotidiana della città. La visibilità a volte è legata a eventi come il terremoto del '68 che spinse gli abitanti del centro storico ad abbandonare le case pericolanti e ad occupare gli edifici dello Zen, ma nelle fasi successive (per esempio negli anni '70) non c'è stato bisogno di fatti eccezionali. Migliaia di famiglie vivono in case fatiscenti, molte non hanno un tetto, qualcuno vive in macchina (e un mese fa è morto un senzatetto che abitava nella sua auto) e le condizioni di indigenza non permettono di accedere al mercato edilizio. Nessuna meraviglia se nel 2002 la lotta per la casa è ricomparsa sul proscenio palermitano, ancora una volta con l'occupazione della cattedrale. La cattedrale era già stata occupata nel 1975, quando a lottare per la casa erano migliaia di persone.
La lotta dei senzacasa, come altre lotte popolari, ha avuto sempre un rischio: quello di dar vita a una guerra tra poveri, discriminati sulla base della selezione clientelare, assieme all'altro di una possibile strumentalizzazione da parte di soggetti più o meno del giro mafioso, interessati a cavalcare le proteste, ma ha pure segnato nella storia recente della città esperienze significative di autoorganizzazione.


Dal '68 a oggi

Dopo il terremoto del '68 le occupazioni delle case dello Zen videro accanto ai senzacasa alcuni militanti del Pci e negli anni successivi in quel quartiere-dormitorio c'è stato un impegno continuativo di gruppi di Nuova sinistra, con la costituzione di un comitato che ha gestito una lunga vertenza con lo IACP (Istituto autonomo case popolari) con forme originali, come l'autogestione dei servizi e l'autotassazione, e per alcuni anni in un territorio privo di qualsiasi presidio sanitario ha operato un ambulatorio dei medici del Manifesto. Lo Zen è stato per anni il terreno di formazione di una generazione di militanti e il laboratorio delle lotte popolari della città, con iniziative unitarie ma pure con scontri tra le varie formazioni.
Negli anni '70 la lotta per la casa fu organizzata da due raggruppamenti (il Coordinamento case pericolanti con Democrazia proletaria e i Comitati di lotta con Lotta continua) che, pur con le immancabili competizioni egemoniche, hanno saputo trovare la strada dell'unità nella richiesta della requisizione delle case private sfitte, nella produzione di una documentazione adeguata, nell'evitare la guerra tra poveri. L'occupazione della cattedrale, da parte di un gruppo guidato da Mauro Rostagno, fu il fatto più eclatante, ma quel movimento ebbe il merito di dare una dimensione politica e propositiva a una lotta che rischiava di esaurirsi nella protesta.
Le lotte riprendono negli anni '80 e '90 nei quartieri del centro storico e in particolare all'Albergheria, dove era nato il Centro sociale "San Saverio" ad opera, tra gli altri, di don Cosimo Scordato, Nino Rocca, Maria Di Carlo e Augusto Cavadi, con la costituzione di comitati e con assemblee popolari che pongono il problema del risanamento edilizio all'interno di un progetto di sviluppo della città. L'opuscolo Ricostruire Palermo. Un centro sociale in ogni quartiere, del Centro Impastato e del Centro San Saverio, voleva essere il vademecum per la costruzione di una rete sociale fondata sulla partecipazione degli abitanti e in particolare degli strati popolari.
Qualcuno trova da ridire sul fatto che i senzacasa ancora una volta sono tornati nel duomo di Palermo. Occupare la cattedrale è dare visibilità a una mobilitazione che rischia di passare inosservata e gli occupanti non intendono impedire o disturbare le funzioni e profanare il luogo sacro.

Le case dei mafiosi ai senzacasa

Nel 2002, sotto le volte del portico della cattedrale, i senzacasa e chi appoggiava la loro iniziativa (tra i più attivi Nino Rocca e Pietro Milazzo, però più a titolo personale che per il Centro San Saverio e per la Cgil di cui erano dirigenti, il centro sociale Ex Karcere, chi scrive dava una mano) hanno pensato che si potesse rispondere all'amministrazione comunale che lamentava la mancanza di case, proponendo di utilizzare le case confiscate ai mafiosi.
La proposta è diventata uno dei punti qualificanti della piattaforma. Abbiamo incontrato il prefetto che ha bocciato la proposta, asserendo che le case dei mafiosi potevano essere utilizzate solo per usi pubblici, come caserme, alloggi per le forze dell'ordine, uffici, scuole, sedi per centri e associazioni. Ci siamo rivolti all'ufficio centrale di Libera sui beni confiscati (il responsabile era Giovanni Colussi) e si è concordata una linea che ampliava le possibilità di destinazione dei beni: potevano diventare case-parcheggio in attesa di alloggi da assegnare definitivamente e ospitare servizi sociali per gli inquilini e per il quartiere. Quella linea, sostenuta da Libera Palermo, in particolare con Giovanni Abbagnato, e da Libera scuola con la responsabile Pia Blandano e il progetto "La scuola adotta un bene confiscato", fu appoggiata dall'allora Commissario governativo per i beni confiscati Margherita Vallefuoco e ha dato i suoi frutti: una trentina di alloggi sono stati assegnati temporaneamente ai più bisognosi. Successivamente il governo di centrodestra ha "licenziato" la Vallefuoco e abolito l'ufficio, affidando i beni confiscati al Demanio, oberato già da troppi compiti. Così non solo per le case ma anche per tutti gli altri beni confiscati si è prodotto un allungamento di tempi che somiglia alla paralisi. Del resto più volte durante il governo Berlusconi si è avanzata la proposta di rendere temporanea la confisca, consentendo ai mafiosi di rientrare prima o poi nella proprietà.
L'attuale occupazione ripropone il problema. E se è prevedibile il comportamento del sindaco e di qualche altro che grida allo scandalo per la "profanazione" del luogo sacro, viene rivolto un preciso interrogativo alle forze del centrosinistra, di opposizione e di governo: si vuole fare sul serio la lotta alla mafia? Allora rilanciare la confisca dei beni, che ha avuto una caduta verticale negli ultimi anni (nel 2001 i beni confiscati erano 310, nel 2004 solo 10), e assegnarli con procedura abbreviata è una strada obbligata e per imboccarla occorre ricostituire il Commissariato o istituire un'agenzia speciale. E la Regione siciliana, in cui è concentrato quasi il 50 per cento dei beni confiscati, deve dotarsi di una legge apposita.


La chiesa casa di tutti?

Nel 2002, nei giorni del festino di Santa Rosalia, la Curia non ha saputo fare di meglio che chiedere lo sgombero forzoso degli occupanti e da quella esperienza nacque il Comitato 12 luglio; ora ha sospeso le funzioni e per qualche giorno chiuso i gabinetti. Proprio in questi giorni Tony Pellicane, portavoce del Comitato, e gli altri denunciati per interruzione di funzioni pubbliche sono stati prosciolti, ma gli attuali occupanti vivono un isolamento immeritato.
Nelle settimane precedenti la cattedrale era stata occupata da ex detenuti che hanno paralizzato la città, bloccando il porto e interrompendo il traffico. Ora hanno occupato l'ex centro stampa dei mondiali di calcio del '90. Chiedono di essere inseriti nella lunga lista dei precari.
Anche loro rappresentano un bisogno effettivo, in forme e con obiettivi discutibili, e più d'uno è indotto a fare di ogni erba un fascio. Con i senzacasa una parte piccola ma significativa del popolo di Palermo è stata conquistata alla mobilitazione antimafia non con le prediche sull'illegalità ma con la prospettiva di soddisfacimento di un bisogno concreto. Si è aperta un'esperienza di antimafia sociale che andrebbe incoraggiata ed estesa, non ostacolata e archiviata. E se il rischio della guerra tra poveri c'è sempre (come è avvenuto per le case di via Mozambico, contese tra assegnatari e occupanti), anche su questo la lotta di questi anni ha qualcosa da insegnare: qualcuno degli assegnatari delle case confiscate è in prima fila e non si è tirato indietro una volta accolta la sua richiesta. Questi aspetti possono preoccupare i politici che hanno sempre speculato sul bisogno ma dovrebbero interessare tutti coloro che concepiscono l'antimafia come una strada che si percorre quotidianamente e non solo come una fiaccolata annuale. Alla chiesa di Palermo si chiede una scelta: stare dalla parte di chi ha bisogno e non replicare le scene del passato, con lo "sgombero degli assedianti". Non sono loro i mercanti da cacciare dal tempio, ma evidentemente i mercanti nel tempio hanno il diritto di starci, come la Dc per mezzo secolo e ora gli atei-devoti, tanto cari al papa attuale. E non basta che qualche prete abbia dichiarato che la chiesa dev'essere la casa di tutti e non c'è ragione di non dir messa con i senzacasa in cattedrale. Troppo poco. Accanto ai senzatetto sono stati solo i comboniani, con padre Alex Zanotelli, e don Baldassare Meli, che ha dovuto lasciare l'Albergheria e il suo lavoro con gli immigrati e contro i pedofili. Intanto una città come Palermo spende tre milioni e mezzo per feste e processioni. E' questa la religiosità che la Chiesa promuove: i santi-patroni di quartiere e la pandemia di statue di Padre Pio?


Qualche dato. Da una ricerca sul fabbisogno abitativo condotta dall'Università di Palermo risulta che da qui al 2011 occorrerebbero 18.000 alloggi, cioè bisognerebbe disporre di 3.000 alloggi all'anno. La giunta comunale non ha nessun programma per fare fronte a questo fabbisogno.
Le domande presentate per avere un alloggio popolare sono oltre 10.000 e la graduatoria, ferma da anni, è stata pubblicata solo in seguito alle manifestazioni dei senzacaza.
Gli abusivi, cioè gli occupanti di case popolari assegnate ad altri, sono 3.500.
Dal 2005 al 2008 dovrebbero essere pronti 680 alloggi con interventi di edilizia sovvenzionata.
Nel centro storico, in gran parte ancora con le rovine della guerra, si concentra un patrimonio edilizio di 10.000 alloggi, molti dei quali degradati, fatiscenti e disabitati. Il Comune in tre anni ha realizzato solo 69 alloggi ERP (Edilizia residenziale pubblica).
Nel 2003 si era costituita una commissione formata da rappresentanti degli uffici comunali e del Comitato dei senzacasa per stimolare l'azione del Demanio e del Comune al fine di tamponare le situazioni d'urgenza con l'assegnazione provvisoria di alloggi confiscati ai mafiosi. Nel 2005 la Commissione è stata abolita e l'assessore comunale si è attribuito un potere insindacabile sulla gestione dei beni confiscati. Le manifestazioni in corso nascono da impegni disattesi e tra le richieste c'è la ricostituzione della Commissione, con la Prefettura in funzione di garante.

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*   A cura di Mariella Tornago, International Alliance of Inhabitants, novembre 2006


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