Back

Indice Comunicati

Home Page

Nassirya, Palestina, martiri o vittime, prigionieri o rapiti

Nassirya, Palestina, martiri o vittime, prigionieri o rapiti?

Quale etica nella resistenza?

 

Gli americani molto più concreti mettono tutto nel conto; gli aerei che settimanalmente riportano  dall’Iraq in patria i loro morti e feriti sono la routine di un lavoro (job) che va completato. La crisi non riguarda il numero dei morti ma la sensazione di non potercela fare. Da noi si sta spalmando ipocritamente la retorica sui militari italiani che non sparano ma ricostruiscono e sono amati dalla popolazione locale.

Per questo mentre i soldati USA sono dei “caduti”, gli italiani sarebbero dei “martiri”. Ma di che? Della fede, dell’amore, della non violenza?

 

Le cose vanno male, molto male in un continuum di mistificazioni.

I soldati israeliani fatti prigionieri sarebbero dei “rapiti”; il sequestro e la deportazione nelle prigioni israeliane di una dozzina di ministri palestinesi come dovrebbero invece essere definiti?

 

Quando tutte, dico tutte, le atrocità non sono altro che azioni di guerra e di resistenza che tipo di guerra è quella in corso in diverse parti del Medio Oriente? Una guerra asimmetrica, ben descritta qualche tempo fa da Sergio Romano, che in questo comprendeva anche l’11 settembre. Asimmetrica come l’impari resistenza d’ogni partigiano, contro un nemico che non ha bisogno della clandestinità (anche se non rifugge dalle cosiddette operazioni coperte…); per il quale un suo caduto ne vale dieci o cento degli altri. La rappresaglia anch’essa asimmetrica.

Ed ancora: se nelle resistenze armate vanno messe nel conto, cercando di circoscriverli, vendette e ritorsioni, l’orrore inevitabilmente prevale quando il conflitto si prolunga oltre ogni limite. La forma diventa sostanza, l’obbiettivo è perduto. E’ successo frequentemente anche da noi.

Chi si ritrae e solo depreca sbagliava, e sbaglierebbe ancora, come sbaglia, anche se in modo diverso, chi ritiene di proporre una complessiva opzione non violenta alle contraddizioni del mondo reale.

 

Termino con una succinta riflessione sullo slogan reiterato da alcuni a Roma nella manifestazione di sabato 18 novembre per la Palestina.

 “Dieci cento mille Nassirya” alle mie orecchie ha una certa assonanza con “dieci cento mille occupazioni - nelle baracche mettiamoci i padroni” che io non ho mai urlato (altri sì) perché: se era ed è sempre giusta la legittima difesa della propria dignità è grottescamente truculenta l’intenzione di trasferire qualcun altro … nelle baracche.

Sono contro le baracche, punto e basta.

 

E chi ha orecchie per intendere intenda.

 

 

Vincenzo Simoni

 

 


Top

Indice Comunicati

Home Page