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Relazione per l’assemblea regionale del PDCI sulle politiche abitative

La politica della casa: è solo emergenza?

 

 

 

Per parlare di un progetto casa non si può prescindere da alcune considerazioni sulla Finanziaria 2007, visto il periodo politico in cui ci troviamo.

Si può però esprimere una considerazione facile e anche veloce: un intervento organico in questo settore non esiste.

Basta fare una semplice ricerca delle ricorrenze dei termini utilizzando gli strumenti e la documentazione a nostra disposizione, mai compaiono termini quali “politiche abitative”, “politiche della casa”, “edilizia residenziale pubblica”, “edilizia residenziale sociale” ecc.

Eppure sia in campagna elettorale sia nel programma dell’Unione, come più volte ribadito dopo le elezioni, l’interesse per la casa era stato forte; ricordo sempre, ad esempio, ciò che disse Romano Prodi in occasione del primo compleanno alla fabbrica di Bologna.

Il Presidente del Consiglio affermò che bisognava lanciare una proposta per agevolare le case in affitto, e precisamente disse:

Bisogna agevolare l’affitto ed evitare che ci siano tante case vuote, altrimenti continueremo ad essere pieni di case ma senza case in affitto, non avremmo “mobilità” e i giovani si troveranno di fronte a degli affitti che non riusciranno mai a pagare.

Parliamo tanto dei problemi della famiglia: bisogna porre rimedio al fatto che l’Italia ha il più basso numero percentuale di case popolari pubbliche di tutta l’Europa.

Allora accanto alla proposta fiscale, ci deve essere una proposta per la costruzione di case da dare in affitto con canoni abbordabili per le famiglie.”

Purtroppo nella manovra finanziaria i provvedimenti rilevanti ai fini delle politiche abitative sono soltanto due e, inoltre, non sono neppure specificatamente  dedicate a queste.

La prima misura è riferita all’affitto per studenti fuori sede; essa ammette la detraibilità del 19% della spesa ( per un importo non superiore a 2.633 € della stessa) sostenuta dagli studenti iscritti alle Università distanti al meno a 100 Km  dal Comune di residenza  e comunque in provincia diversa.

Questa è senza dubbio una misura interessante, anche se il problema degli alloggi per studenti  non rappresenta da solo il cuore delle politiche abitative.

La seconda misura sarebbe l’introduzione della cedolare secca al 20% sugli affitti per la rendita finanziaria; questa misura punterebbe chiaramente a far emergere i numerosi  “ affitti al nero” che sfuggono al controllo del fisco.

Ma  come leggeremo più avanti l’applicazione della cedolare sancirebbe di fatto la morte di ogni forma di contratto concordato e tutto ciò non si discosterebbe dalla linea politica favorita dal governo passato, solo che questa volta la rendita finanziaria avrebbe un’ulteriore cespite, a discapito della finanza generale.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” Art. 2 della Cost., “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che , limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza  dei cittadini, impediscono il pieno viluppo della persona umana…” Art. 3 Cost. 

Quando si discute di edilizia popolare è bene, a nostro avviso, partire dal dettato costituzionale e dalle finalità che in esso lo stato afferma essere prioritarie. In quest’ottica il settore delle politiche abitative risulta tra quelli in cui si può più palesemente riconoscere l’ “indirizzo” scelto dalla pubblica amministrazione nella gestione della ‘ res publica’ .

E’ compito,dunque, delle forze politiche vigilare sulle modalità di approccio a simili questioni, ed oggi allora non possiamo esimerci dal focalizzare l’attenzione sull’ edilizia residenziale pubblica (ERP), dato che dal 1999 è in atto in materia una vera e propria rivoluzione legislativa, che ci pone oggi di fronte ad una scelta quanto mai rilevante, per effettuare la quale occorre stabilire a chi spetti la gestione ed il reperimento di fondi per l’edilizia popolare.

Di fronte a tale situazione si impone una riflessione più ampia.

Negli ultimi anni, dal primo governo Amato ad oggi, la drammatica situazione in cui versano le casse dello Stato ha comportato continui tagli ai servizi erogati dallo stato e dagli enti locali, emanazioni di esso.

Per affrontare in modo costruttivo la questione abitativa è necessario considerare sia l’attuale crisi economica e finanziaria che investe il nostro paese sia le leggi di settore vigenti e le scelte politiche di gestione che sono state fatte fino ad ora nel  Paese, a livello nazionale, e nella nostra Regione.

A causa dell’attuale crisi economica e finanziaria gli immobili continuano a rappresentare oggi la merce più adatta su cui investire i capitali, infatti dalla proprietà degli immobili si ricavano rendite elevate e sicuramente superiori rispetto a quelle garantite da investimenti industriali e/o finanziari, oltre ad una forma di riserva di capitale che rivaluta se stesso come è un  bene immobile.

A tutto questo si aggiunga il totale fallimento della Legge 431/98 che ha liberalizzato il mercato delle locazioni, senza nessuna tutela per le fasce più deboli degli affittuari, ottenendo il risultato contrario per cui era stata promulgata. La Legge n° 431, emanata nel 1998 dal governo di centro sinistra e sostenuta da tutti i partiti e dalle associazioni sindacali della proprietà e dell’inquilinato, era nata per tentare di inserire nel corpo legislativo esistente una serie di innovazioni volte a correggere le disfunzioni più rilevanti presenti nel settore, quali i milioni di appartamenti sfitti. In Italia il numero di proprietari è circa il 78% mentre il numero di famiglie in affitto sono circa il 20%; di questo ultimi la maggior parte non è  in grado di  accedere né al mercato della locazione né a quello dell’ acquisto  (dai dati del censimento ISTAT sulle persone e sulle abitazioni ricaviamo che le abitazioni il Italia sono 27.268.880 di cui 21.948.592 occupate e 5.320.288 non occupate).

ABITAZIONI IN AFFITTO SUL TOTALE

PAESE

TOTALE %

PRIVATO %

SOCIALE %

Austria

37,0

16,9

20,1

Belgio

35,0

28,7

6,3

Danimarca

38,1

21,4

16,7

Finlandia

25,0

13,0

12,0

Francia

31,8

17,4

14,4

Germania

5,3

41,4

17,8

Gran Bretagna

31,8

8,0

23,8

Grecia

16,5

16,5

0,0

Irlanda

18,0

7,2

10,8

Italia

20,0

16,0

4,0

Lussemburgo

33,0

31,4

1,6

Paesi Bassi

49,0

12,1

36,9

Portogallo

25,7

23,1

2,6

Spagna

10,4

9,1

1,2

Svezia

37,5

15,3

22,3

UE

33,8

20,1

13,7

Il sottostante prospetto indica la percentuale delle abitazioni in affitto a livello europeo in raffronto con quelle private e quelle a carattere sociale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo l’entrata in vigore della Legge 431/98 si è assistito ad una forte lievitazione dei canoni di locazione, infatti dal 1999 ad oggi i canoni di mercato libero sono aumentati di oltre il 150% contro un’ inflazione programmata nello stesso periodo che non supera il 10-15%; tale aumento ha reso pertanto vana ogni forma di sostegno pubblico alla stipula di contratti diversi da quello libero.

La crescita costante degli affitti è ad un tasso sensibilmente superiore rispetto all’aumento dei redditi della maggior parte delle famiglie in affitto (Ricordo che i contratti diversi da quello libero sono i contratti concordati, contratti per studenti universitari e per esigenze di tipo transitorio…). A questa situazione già difficile, si deve aggiungere la perdita di potere d’ acquisto dell’ euro, il cui valore si è dimezzato rispetto al costo della vita (per esempio, quando ancora c’era la lira, un lavoratore stagionale in una gelateria prendeva 10.000 lire all’ora attualmente percepisce 5 euro). Il risultato è un aumento vertiginoso di sfratti per morosità e depositi sempre più ingenti presso il monte dei pegni dei propri oggetti di valore per evitare di cadere nella morosità stessa. Durante gli ultimi cinque anni di era Berlusconi, la Legge 431/98, come altre leggi fatte dal centro-sinistra, è stata svuotata dell’ essenza portante, laddove non è stata proprio stravolta nella finalità, basti vedere il dimezzamento dei fondi per l’integrazione all’affitto e la non copertura di cassa dei 20.000 alloggi in locazione previsti dalla Legge 21/2001firmata dall’allora Ministro Nesi.

 La scelta delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, compresa anche quella del mercato delle locazioni, intrapresa negli ultimi anni, ha portato, e continua a portare, ad una situazione di estrema crisi e compie una pericolosissima cesura rispetto all’impianto costituzionale di questo Paese. Quando si riduce ogni diritto a merce ed ogni politica sociale ad atto di beneficenza o di solidarietà, si annulla ogni garanzia e si  crea una generalizzata precarizzazione delle condizioni di vita.

Un pericolo strisciante, figlio di questa cultura politica e di questo indirizzo politico nazionale, è l’affermazione nei governi locali della sola logica economicista.  A ciò dobbiamo aggiungere che sta passando anche nella nostra Toscana la cultura della privatizzazione o della gestione secondo criteri privatistici degli istituti pubblici, dove i cittadini diventano utenti e non più soggetti attivi nella gestione pubblica.

In seguito alla revisione della Costituzione del 2001 e alle disposizioni di attuazione “spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”, pertanto anche in materia di edilizia e in particolare per quella abitativa.

Sono stati di fatto demandati alle Regioni gli indirizzi generali e spetta così agli enti locali gestire l’intera materia sia da un punto di vista di indirizzo che economico.  Molti LODE (consorzi di Comuni – OSPA - che gestiscono e pianificano in modo unitario a livello provinciale (eccetto Empoli) l’edilizia residenziale pubblica in Toscana) hanno fatto atti di indirizzo per chiedere alla Regione la delega per la determinazione dei canoni degli alloggi di ERP per aumentare le entrate ed alcuni hanno chiesto una modifica della legge esistente per uniformare gli affitti di edilizia popolare al canone concordato relativo al mercato.

Questa scelta relegherebbe le fasce di persone con reddito basso in balia dell’intervento e dell’assistenza dei servizi sociali fino all’ esaurimento dei fondi messi a disposizione dagli stessi Enti Locali, ritornando così alla vecchia ECA.

Questa politica di cosiddetto “decentramento selvaggio” si tradurrebbe nella completa ricaduta economica sugli Enti Locali che, in assenza di una adeguata copertura finanziaria per i costi dei servizi, dovrebbero reperire fondi e risorse “razionalizzando” gli stessi servizi. Ciò i significherebbe anche la diminuzione del numero degli interventi sociali, creando una selezione tra coloro che hanno le stesse necessità.

Per noi Comunisti questa scelta strategica non è politicamente condivisibile, sia perché comporterebbe un peggioramento rilevante dei servizi, oltre che ad un prelievo corposo da famiglie con redditi sufficienti alla necessità di sopravvivenza,  sia perché provocherebbe un progressivo allontanamento dalla partecipazione alla vita sociale e politica da parte di ampie fasce sociali, tradizionalmente base degli stessi  partiti di sinistra, scoraggiate da una gestione strettamente economicista della cosa pubblica, relegata in termini di assistenza. Questa  diffusa scelta politico-amministrativa di un sistema integrato tra pubblico e privato  avrebbe dovuto portare ad una maggiore qualità dei servizi ed economicità dei costi di produzione e di erogazione. Oggi però, alla luce dei fatti possiamo e dobbiamo riconoscere che i risultati sono stati ben diversi: abbiamo assistito, e assistiamo tutt’ora, ad aumenti sistematici delle tariffe, canoni e tributi ad opera dei Comuni e delle aziende che ne sono l’emanazione.

Ritornando al problema abitativo,  le Regioni sono state quindi costrette a svolgere sia una funzione di legislazione che di programmazione in merito agli alloggi di edilizia residenziale pubblica attraverso la definizione di obiettivi strategici, delle fonti di finanziamento e degli indirizzi generali “della politica casa”. La scelta di privilegiare in Toscana l’ edilizia agevolata (convenzionata) che dà la possibilità ai privati e alle cooperative di costruire  e di affittare a prezzi calmierati con supporto di fondi regionali, è troppo riduttiva e condizionata. Ricordo che i fondi utilizzati sono sempre e solo quelli residui della vecchia GESCAL e che non vi è stato nessun intervento nei confronti della proprietà privata  e degli enti affinché rimettessero sul mercato le centinaia di migliaia di alloggi sfitti senza giusta causa.

In questo modo si sta distruggendo la storica concezione democratica e di sinistra della società dove il valore d’uso (l’abitare) è preponderante sul valore di scambio (il guadagno) e in generale la soddisfazione dei bisogni primari è preponderante sulla ricerca del massimo profitto economico.

In questo scenario, che presenta miriadi di problematiche, il cammino che è stato intrapreso è stato solo quello di affiancare l’intervento pubblico alle politiche di mercato, cercando di soddisfare con i pochi fondi GESCAL rimasti la parte di domanda abitativa che non è in grado di accedere all’edilizia popolare.

In questi anni, uno dei problemi più difficili da affrontare è stata l’“emergenza abitativa” per le famiglie sfrattate, per i soggetti più deboli che da soli non sono in grado di trovare un alloggio in affitto o di permanervi, o per gli abitanti con autorizzazioni più o meno formali in strutture fatiscenti come colonie o  roulottes. Ogni comune si mosso inventandosi un percorso, così come il Comune di Pisa, ma  le strade intraprese in Toscana sono state pressoché quasi simili.

Sono stati organizzati percorsi di carattere socio – abitativo che a Pisa, con propri capitoli di spesa, permettono ad oltre 100 – 150 nuclei ogni anno di reperire una casa in affitto sul libero mercato o di “uscire” dalla morosità, per evitare sfratti sicuri.

Sono state create nel contempo alcune Agenzia casa che hanno permesso a soggetti sotto sfratto di essere temporaneamente alloggiati in case di privati prese in affitto dal Comune, in attesa di essere inseriti o nel mercato delle locazioni (quasi mai) o nelle graduatorie di edilizia residenziale pubblica.Sono stati inventati propri capitoli di spesa per riempire i magri fondi nazionali per l’integrazione all’ affitto, in modo da agevolare le famiglie nel pagamento dei proibitivi canoni di locazione.

Sono stati creati, ancora pochi purtroppo, dei tavoli di conciliazione insieme alle associazioni sindacali dei proprietari e degli inquilini, che hanno di fatto regolamentata l’esecuzione degli sfratti da “casa a casa”.

A Pisa tutto questo ha fatto sì che non scoppiasse lo scontro sociale in città sul problema abitativo; le scelte politiche ed  economiche e di bilancio locale hanno reso possibile gli interventi di nuova costruzione di case popolari ed un forte recupero di quelle già esistenti; è triplicato negli ultimi  anni  il numero degli alloggi di risulta recuperati.

 Tutto ciò ha permesso almeno al Comune di Pisa di passare dalla fase strettamente emergenziale alla fase di inizio del governo del problema abitativo.

 

Oggi i nostri partiti, la nostra coalizione ormai governano la maggior parte delle città, delle province , delle regioni e il governo centrale , proprio per questo è nostro compito agire e governare con un nuovo indirizzo.

Nasce l’ obbligo di andare verso la  revisione della Legge 431/98 e di andare verso l’ abolizione dell’ affitto libero. Se proprio ciò non fosse possibile, per lo meno andare verso:

 

-         il superamento dell’istituto della finita locazione quadriennale, scomparsa nel resto d’Europa;

-         l’ innalzamento dei tetti massimi per gli inquilini per poter chiedere l’integrazione all’ affitto;

-  l’ introduzione per gli inquilini della possibilità di portare in detrazione dal proprio reddito (fino al 20%) di quanto pagato come affitto per l’ acquisto anche per realizzare un sano conflitto di interessi che sconfigga l’evasione e l’ elusione fiscale nelle locazioni;

-         il blocco temporaneo degli sfratti, o meglio esecuzione subordinata alla garanzia del passaggio della famiglia sfrattata “da casa a casa”;

-          la pianificazione a livello territoriale degli sfratti, anche per andare incontro alle esigenze di quei piccoli proprietari che hanno bisogno per sé o per i propri familiari dell’ alloggio, su cui spesso gravano onerosi mutui;

-         la possibilità per gli Enti Locali e per le Istituzioni Statali di Territorio (Prefettura)  di utilizzare gli immobili sfitti senza giusta causa, di fronte a gravi emergenze abitative;

-         la detrazione fino al 20% sui mutui per l’ acquisto della prima casa con un tetto di spesa e di reddito;

-         Sarebbe auspicabile l’ abolizione dell’imposta comunale ICI sulla prima casa, spesso frutto di sacrifici di una vita di lavoratori e pensionati. E’ vero che abolire  questa imposta oggi è difficilmente realizzabile in quanto la precedente fase politica è stata caratterizzata dai tagli ai trasferimenti agli enti locali, tagli che hanno messo in seria difficoltà la gestione delle amministrazioni locali facendo sì che l’ICI restasse l’unico introito certo per i Comuni.  Allora possiamo prospettare di riformarla, contrastando ogni aumento dell’ ICI sulla prima casa, tassa che, in quanto non  progressiva, rasenta, a nostro avviso l’incostituzionalità. La nostra proposta dovrebbe prevedere un abbassamento dell’ aliquota sulla prima casa e un innalzamento sulle seconde case e sulle case tenute sfitte senza giusta causa, e inoltre l’ ICI dovrebbe essere detraibile dalla dichiarazione dei redditi per le situazioni più deboli.

Al fine di incentivare la stipula di affitti concordati si propone di applicare un’aliquota secca anche al di sotto del 20% sui redditi che i proprietari percepiscono dagli affitti concordati (attualmente i redditi provenienti dagli affitti sono cumulati al reddito da lavoro e alle altre eventuali entrate del proprietario, con una tassazione calcolata sul totale ottenuto in base ad un’aliquota che può variare da un minimo del 23% ad un massimo del 43%). E’ necessario che ci sia un legame tra l’abbattimento della tassazione nei confronti dei proprietari che decidono di stipulare contratti concordati e la capacità di recupero dell’ evasione sugli affitti cosiddetti liberi. Pur accettando, ma non condividendo, le regole di mercato, è chiaro che se aumentasse il numero degli affitti concordati saremmo in grado di dare un reddito aggiunto alle famiglie, e inoltre potremmo, attraverso una verifica seria e puntuale sugli affitti liberi coinvolgendo anche gli enti locali, recuperare un monte evasione o di tassazione che è equivalente  a circa 11.000 miliardi di euro annui (risorsa economica stimata dal sottoscritto) ogni anno disponibili. Essi potrebbero essere utilizzati per  coprire i costi delle nuove costruzioni di alloggi erp e per aumentare  i fondi per le integrazioni all’ affitto.

E’ necessaria una nuova linea politica che consideri l’evasione fiscale, anche di chi affitta al nero, non solo un fatto amministrativo caratterizzato da sanzioni economiche,  ma un fatto penale che faccia rientrare nelle casse dello Stato  il dovuto. Contemporaneamente sarebbe necessario che in caso di evasione fiscale  si assistesse alla trasformazione dei contratti non registrati e al nero in contratti concordati.

Bisogna far diventare realtà la riqualificazione della città attraverso concreti programmi di recupero integrati. L’ attività di ristrutturazione urbanistica delle città dovrà mantenere il mercato dell’affitto (pubblico e privato) attraverso la garanzia di adeguati livelli di residenzialità nei centri storici, salvaguardandone così la complessità sociale e la presenza di ceti popolari. Bisogna fermare e successivamente evitare che le città si articolino sempre di più in aree residenziali monoclasse che vedono i ceti più abbienti proprietari o  affittuari  delle zone centrali e maggiormente prestigiose, mentre i ceti medi, i lavoratori  e i settori dove povertà ed emarginazione sono dominanti, confinati nelle periferie o zone degradate della città, se non costretti a emigrare nei Comuni confinanti, con tutte le problematiche socio -  economiche che da ciò ne derivano (spopolamento di vaste zone, sovraffollamento di alcune scuole e svuotamento di altre, problemi nella circolazione, ecc...).

Per contrastare questa tendenza sarebbe necessaria una nuova normativa che garantisca il rientro o la permanenza degli inquilini nelle abitazioni recuperate, con il pagamento di canoni convenzionati e adeguati alle possibilità finanziarie. Nel contempo bisogna sostenere la proprietà che avanza progetti di recupero edilizio, magari con sostegni per gli alti costi degli interventi o attraverso contributi e agevolazioni fiscali e creditizie.

Un discorso a parte merita la questione degli alloggi di edilizia popolare poiché si  assiste sempre più alla necessità di migliorare lo standard qualitativo delle abitazioni. Nel passato si è diffusa per troppo tempo la convinzione che la finalità dell’ edilizia residenziale pubblica fosse soltanto quella di far fronte alla domanda abitativa nei momenti di emergenza. Questa concezione ha giustificato l’imposizione di parametri di costo molto bassi e di conseguenza con standard abitativi decisamente inferiori a quelli dell’ edilizia privata. Per molto tempo è stata privilegiata la quantità degli alloggi, i tempi di esecuzione, l’adozione di soluzioni tipologiche ripetitive e indifferenti al contesto, invece che la ricerca di soluzioni innovative e di maggiore qualità. Nel lungo periodo, l’assenza di qualità  si è rivelata antieconomica, considerati gli alti costi di gestione e di manutenzione continua di alloggi erp che si sono dovuti affrontare in questi anni. In alcuni casi sarebbero necessari veri e propri progetti di abbattimento e di ricostruzione, considerata la dimensione degli alloggi, l’assenza di spazi privati, condominiali e collettivi. I fondi necessari, come già detto in precdenza, devono essere presi dalla fiscalità generale poiché non è più pensabile poter tornare ad una nuova trattenuta come la GESCAL.

Essa era una trattenuta sugli stipendi versata dai soli lavoratori dipendenti, mentre per anni ed ancora oggi ai bandi di edilizia popolare possono partecipare, giustamente, tutti coloro che ne posseggono i requisiti, indipendentemente dal rapporto e tipo di lavoro.

Ulteriori fonti economiche potrebbero derivare dell’utilizzo di parte dei fondi pensione dei lavoratori per la costruzione o l’acquisto di alloggi da assegnare o dare in affitto a prezzo calmierato. In tal modo, il capitale, costituito dal fondo pensione, si rivaluterebbe attraverso le entrate  degli affitti e l’ aumento di valore costante del capitale investito negli immobili (questo intervento è già presente in moltissimi stati europei oltre che in alcuni stati americani).

Tutti gli interventi fino ad ora previsti devono basarsi sul contenimento del prezzo del “mattone”, ma questa mossasenza una nuova scelta per la politica dei suoli è del tutto illusoria.

Oggi l’utilizzo del territorio è legato ai cosiddetti Piani Regolatori o piani strutturali intorno ai quali spesso si creano manifestazioni di interesse che, in vaste aree nazionali, dirigono di fatto le scelte delle forze politiche e delle amministrazioni locali.

La perequazione urbanistica o fondiaria si basa sul principio secondo cui il diritto edificatorio di un comparto possa essere ceduto ad un altro comparto, dietro il pagamento di una somma in denaro o la concessione di compensazioni. In questo modo si rende indifferente la rendita rispetto alla localizzazione: tutti i suoli che subiscono una qualche modifica del piano regolatore perequativo, hanno la stessa valutazione venale, indipendentemente dalla loro posizione.  L’obiettivo della P.A. di garantire lo sviluppo delle aree urbane può essere attuato con l’accorto utilizzo degli strumenti di pianificazione in modo tale da rendere indifferente la proprietà immobiliare alle scelte che l’ente comunale attuerà nella redazione del Piano Regolatore.

Un importante contributo è dato dall’attivazione di un meccanismo immobili,sia in termini monetari che con la realizzazione di opere di urbanizzazione, tali da compensare i maggiori vantaggi che il piano gli porta.

Ciò si attua di norma attraverso la stipula di una convenzione, correlata al piano urbanistico attuativo o al permesso di edificare, che definisca i rapporti  tra pubblico e privato.

Da anni alcuni Paesi europei (p.es la Spagna, la Francia) hanno adottato la formula della perequazione urbanistica e ciò consente loro, attraverso il costante monitoraggio da parte del Governo centrale e la continua adozione di una serie di correttivi per un sempre maggiore affinamento delle tecniche di gestione, il raggiungimento degli obiettivi di pianificazione prefissati nel rispetto della sostanziale equità di trattamento dei soggetti proprietari dei fondi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo affrontato gli interventi che reputiamo opportuno mettere sul tavolo delle forze di maggioranza e del governo per uscire dalla morsa della gestione abitativa dell’ emergenza. Anche  a livello regionale non possiamo stare fermi e, al più presto possibile, dobbiamo aprire un tavolo con le forze di maggioranza per creare percorsi  normativi e legislativi per conoscere, oltre che gestire, la politica della casa

 

E’ necessario :

 

 

ü      istituzione a cura della Regione ( art.12 della Legge 431/98) di osservatori comunali con compiti di monitoraggio della situazione abitativa, analisi della situazione degli sfratti e dell’ emergenza abitativa;

ü      elevare il tetto dei valori per finanziare l’ acquisto e la costruzione di immobili di ERP da parte dei Comuni e degli enti pubblici

ü      creazione di uno sportello di conciliazione stragiudiziale finalizzato a cercare soluzioni in caso di sfratto;

ü      abolizione dello sfratto per finita locazione;

ü      revisione e riforma del catasto con adeguamento della rendita catastale alla realtà, al fine di creare le risorse per poter abbattere l’ICI sulla prima casa e aumentarla nel caso di alloggi inutilizzati senza giusta causa;

ü      creazione di un anagrafe completa e dinamica del patrimonio immobiliare sia pubblico che privato esistente nel territorio regionale;

ü      revisione dell’ attuale normativa dell’ autogestione erp e potenziamento dello stesso per rispondere ai nuovi problemi posti dalla diffusione dei condomini misti per effetto della Legge 560/93.

ü      Agenzia Casa regionale

 

 

 

 

 

 

Conclusioni

 

 

In questa fase politica l’applicazione della Costituzione, che sancisce la finalità sociale della proprietà imporrebbe il raggiungimento dell’equilibrio tra obiettivi di efficienza economica e obiettivi di solidarietà sociale.

E noi con questo Convegno abbiamo avanzato proposte che possono essere modificate, cambiate, stravolte ma sicuramente oggetto di discussione.

I Comunisti non hanno i paraocchi  se si accorgono dell’esistenza di proposte più allettanti che unificano e seguono gli indirizzi giusti e in questo caso sono pronti a applicare tutto ciò che migliora le condizioni dei ceti più deboli e del Paese nel suo complesso. Siamo comunque convinti che bisogna invertire la tendenza che porta a divaricare sempre di più la forbice che allontana l’Italia nel paragone con gli altri paesi europei, che, ben lontani da una gestione bolscevica, hanno però, attenzione alle questioni sociali più rilevanti.

 

 


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