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18.01.08. La casa nell’area milanese - Estratti da un articolo di Sergio D'Agostini sulla rivista "Urbanistica Informazioni".

Non si può parlare di casa a Milano senza estendere lo sguardo all’intera area metropolitana. La popolazione del capoluogo è passata da oltre 1.700.000 abitanti a metà degli anni Settanta a meno di 1.300.000 a fine millennio, mentre la Provincia nel complesso, su un territorio grande come il comune di Roma, ha continuato a rimanere stabilmente poco al di sotto di 4 milioni di abitanti. Dunque la grande maggioranza dei residenti espulsi da Milano si è fermata nell’area metropolitana, grosso modo coincidente con la Provincia.
Questa evoluzione, che sintetizza movimenti molto più complessi e relazioni territoriali articolate e strettissime, è stata sostanzialmente guidata dal mercato, solo marginalmente condizionato dalle politiche pubbliche, soprattutto nella prima parte degli anni Ottanta. Tale impotenza delle politiche è ben testimoniata dalle indagini sui fabbisogni residenziali, che periodicamente mobilitano prestigiosi istituti di ricerca per riproporre, di decennio in decennio, quantità sempre uguali e “curiosamente” coincidenti con quei 120/140.000 alloggi che nei dieci anni vengono regolarmente prodotti nell’area, senza peraltro scalfire di una unità il mitico fabbisogno. Ed è a tutti evidente che le abitazioni di volta in volta realizzate non servono (per taglia, localizzazione, canoni, prezzi, ecc.), a coprire il bisogno ma vanno invece a soddisfare le esigenze di trasformazione e miglioramento della quota solvibile della popolazione.
Da tempo ormai non v’è fra gli addetti ai lavori chi non conosca e non denunci l’ipocrisia che sottende tali processi, ma poco cambia e comunque con tempi troppo lenti. Tuttavia, a partire da fine millennio, sembra affiorare una accresciuta coscienza della necessità di affrontare con maggiore concretezza l’ulteriore aggravamento della situazione, determinata da un insieme di fattori concomitanti: il ritiro dello Stato dalla casa, la più lunga fase di crescita dei valori immobiliari, la comparsa di nuovi e inattesi bisogni abitativi endogeni e da immigrazione. Così, finalmente, c’è accordo sulla necessità che l’impegno pubblico debba essere rivolto all’affitto, a canone contenuto, aumentandone l’offerta sia con nuove costruzioni, sia con operazioni di recupero e riqualificazione, sia con azioni di sostegno fiscale e amministrativo all’affitto privato concordato.
Ma la distanza fra affermazioni e realizzazioni concrete continua ad essere troppa. Se alcuni interventi di Comune ed ALER (ex IACP), concernenti quasi esclusivamente alloggi a canone sociale, cominciano a decollare, rimane al palo il sempre ribadito intento di coinvolgere soggetti e risorse private nella fornitura di alloggi sociali.
Col primo Programma Regionale ERP 2002-04 la Lombardia fa una scelta radicale: finanziare con le risorse disponibili, quasi 1 miliardo di euro, solo l’affitto, a canone sociale e moderato. Buona parte di tali finanziamenti giungeranno in provincia di Milano, soprattutto a favore di ALER e comune capoluogo; una piccola porzione, erogata soprattutto attraverso il Programma Operativo Regionale in attuazione della legge nazionale 21/01, consentirà anche a qualche cooperativa a proprietà indivisa di realizzare alcune centinaia di alloggi a canone concordato ex 431.
Dunque, a seguito del primo PRERP e di risorse comunali integrative, possiamo dire che in provincia di Milano circa 2.000/2.500 alloggi in affitto, in larga prevalenza a canone sociale, sono in fase avanzata di attuazione e in piccola parte già ultimati o assegnati.
Una boccata d’ossigeno, dopo anni di assenza totale di intervento. Ma drammaticamente poco rispetto all’eccezionale produzione di nuove abitazioni  (85.000 abitazioni ultimate nell’area nella prima metà del decennio!) e anche rispetto ai roboanti annunci. Sono trascorsi più di tre anni da quando la seconda giunta Albertini licenziava un ambizioso piano di utilizzo di aree pubbliche per alloggi sociali, che una leggina regionale (Borghini) consentiva di considerare servizio pubblico anticipando indirizzi oggi nazionali, e che l’assessore Verga, padre nobile di tali orientamenti, presentava allora come “20.000 alloggi in affitto”, realizzabili a Milano in breve tempo. Ma la delibera ci metteva più di un anno per passare in Consiglio Comunale (con maggioranza largamente bipartisan) e a tutt’oggi, dopo che la istituzione dell'assessorato alla casa, da molti auspicato e poi attuato dalla giunta Moratti, finiva per provocare conflitti interassessorili invece di risolverne, non si intravede ancora l’uscita del bando di attuazione se non forse per una prima tranche di tali aree (9 sulle oltre 40) che, comunque, non potranno produrre alla fine più di 1.500 alloggi in affitto (e circa altrettanti in vendita convenzionata). La partita delle aree viene oggi gestita dal nuovo assessore al territorio senza apprezzabili relazioni con l’azione di quello ora incaricato della casa, lo stesso Verga, che in precedenza gestiva entrambi i fronti. Ed è stato quest’ultimo che ha rappresentato Milano al tavolo nazionale ex lege 9/07 e che, privato del territorio, ha puntato tutte le sue carte - in accordo con ALER - sul recupero, la riqualificazione, e il potenziamento dell’ancora cospicuo patrimonio pubblico di cui la città dispone. Ne è uscito un “piano casa” per 9.000 alloggi, che ha una dimensione importante e significativamente relazionata con le 12.000 domande di ERP risultate idonee all’ultimo bando cittadino, ma sui cui tempi e gradi di fattibilità è lecito nutrire più di un dubbio.
In sostanza, quindi, un quadro di politiche che sembrano aver assunto le modalità di intervento più aggiornate e opportune, in buona sintonia con le linee guida uscite dal Tavolo di concertazione, ma che procede senza coordinamento e senza un programma attuativo convincente e credibile.
E’ in questo quadro di promesse e di chimere che la Provincia, cenerentola del settore, ma che con la legislatura in corso ha affidato una nuova delega per la casa all’assessore al piano strategico, prova a mettere ordine e a fornire il necessario quadro di riferimento metropolitano alle politiche abitative.
La scommessa della Provincia, che potrebbe apparire una forzatura (benché sia complessivamente accolta con favore, non manca chi la vive come indebita invasione di campo), copre in realtà uno spazio non rinunciabile per una politica di respiro metropolitano, che peraltro non nasce dal nulla: nell’attesa, da decenni frustrata, di un livello di governo di area vasta, l’area milanese ha infatti sviluppato una solida tradizione di analisi e di gestione unitaria delle tematiche abitative attraverso l’esperienza del PIM e del CIMEP, enti che la Provincia ha oggi coinvolto come proprie strutture tecniche operative per la casa. E fin dal dicembre 2004, quando l’allora prefetto Ferrante aveva chiamato la città a uno sforzo eccezionale contro l’emergenza abitativa, la Provincia era stata indicata a gestire il Tavolo di coordinamento dei comuni e degli enti, squagliatosi poi purtroppo in pochi mesi man mano che l’attenzione mediatica sulla questione andava attenuandosi.

 


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