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Cina e il grande sporco gioco degli USA:

Cina e il grande sporco gioco degli USA:

sui diritti umani ci vuole franchezza e molta responsabilità.

 

Leggo su Liberazione di questa Domenica 16 marzo che Bertinotti, una specie di Lucignolo nei Paesi dei Balocchi, si è affrettato a schierarsi con il moderato Dalai Lama, deprecando le violenze e le repressioni e qui s’è fermato. Ma allo stesso modo (magari pensando soprattutto ai diritti sindacali compressi) si è mosso Turigliatto.

E’ demoralizzante l’incapacità della Sinistra-Sinistra di vedere l’insieme; mentre si rischia, tra qualche giorno, di dover ricorrere a Tremonti per ritrovare elementi di sensata riflessione!

 

Premesso che nessuna “provocazione” avrebbe successo senza dei movimenti di popoli o di una loro parte che intravedono una liberazione etnica, nazionale ed identitaria (sociale mai); e che per questa connessione si sono affermati i movimenti “arancioni” contro la Serbia di Milosevich, in Ucraina e in Georgia. Questo è probabilmente il meccanismo che si sta preparando per l’Iran, come alternativa alla guerra.

Va detto però che le operazioni di destabilizzazione ci sono e sono determinanti per il successo di quelli stessi movimenti.

L’attuale governo degli USA alle prese con una grave crisi economica e finanziaria, con un dollaro umiliato, in una incasinata campagna per le presidenziali, sta accelerando la messa in atto di tali pressioni contro la Cina che va “stornata”!

E’ questo il “grande gioco” che sta investendo il Singkiang e il Tibet (1).

Ed è l’imperativo del momento, per paralizzare uno schema di governo, quello confuciano, che cerca di coniugare l’armonia con l’ordine e che deve affrontare nel suo troppo impetuoso sviluppo (e lo stesso governo cinese ne è consapevole) gravissime contraddizioni sociali ed ambientali.

La crisi tra Equador, Colombia e Venezuela ha lo stesso segno e l’Europa è avvertita. La destrutturazione di ogni aggregazione regionale che aspiri all’autonomia dagli Usa: è questa la consegna!

La Cina non vuole sfasciarsi. La memoria storica di quello che è successo tra la fine dell’800 e la metà del 900 sta nella coscienza nazionale di tutti i “cinesi” o più precisamente degli han, etnia di gran lunga maggioritaria ed in espansione territoriale.

Guardate le immagini televisive degli assalti ai negozi, alle sedi commerciali, ai segni del consumismo: che cosa sono se non la distruzione di questo modello di sviluppo?

La Cina che è nei guai ha bisogno di assestarsi e di correggersi, per inserire elementi di neo-federalismo; il dibattito appassionato tra gli urbanisti e gli studiosi investe ormai frazioni autorevoli dell’establishment politico (2).

Ebbene, chi soffia sul fuoco su quello che sta succedendo nelle sue parti periferiche vuole ricacciare questo processo all’indietro; far rattrappire questa Cina complessa, forse capace di autoriformarsi, se non terrorizzata dagli spettri di ricorrenti spaventose disaggregazioni.

Diritti umani, libertà sindacale, informazione plurale e diffusa, processi in atto, retrocessioni comprese; ci si misura con un possibile gradualismo, dove le coesioni antiche vengono sostituite e non annichilite.

Non dobbiamo tacere ma bisogna rapportarsi con questa complessità sapendo di che si tratta; ci vuole insomma molta responsabilità e non trinciare giudizi per seguire una corrente subalterna agli Usa e/o provinciale.

Questo io penso con totale convinzione.

 

(1) Gran bel libro, di 600 pagine, quello dell’inglese Peter Hopkirk! “Il grande gioca” Adelphi… Allora era l’Inghilterra imperiale che contrastava la discesa all’India della Russia zarista – era l’Afganistan la posta in gioco. I fondamentali non sono cambiati, gli attori invece sono diversi e tutto è ancora più appassionante.

 

(2) Vedi di seguito la preparazione del Convegno di Nanchino del prossimo novembre, salvo complicazioni.

 

 

Fourth session of the World Urban Forum, 03 - 07 November 2008, Nanjing, China

The World Urban Forum was established by the United Nations to examine one of the most pressing issues facing the world today: rapid urbanization and its impact on communities, cities, economies and policies. It is projected that in the next fifty years, two-thirds of humanity will be living in towns and cities. A major challenge is to minimize burgeoning poverty in cities, improve the urban poor's access to basic facilities such as shelter, clean water and sanitation and achieve environment-friendly, sustainable urban growth and development.

The World Urban Forum is a biennial gathering that is attended by a wide range of partners, from non-governmental organizations, community-based organizations, urban professionals, academics, to governments, local authorities and national and international associations of local governments. It gives all these actors a common platform to discuss urban issues in formal and informal ways and come up with action-oriented proposals to create sustainable cities.

The Fourth session of the World Urban Forum (WUF4) will be hosted by the Government of China and will be held in the ancient city of Nanjing from 03-07 November 2008. Situated in the lower reaches of the Yangtze River, the city of Nanjing dates back more than 2,000 years and is known as the ancient capital of the Six Dynasties of China. Today, home to 6 million people, it is a rapidly growing modern city and is one of the most dynamic in eastern China.

The number of people attending the World Urban Forum has risen sharply from 1,200 at the first World Urban Forum in Nairobi in 2002, to 4,400 at the second World Urban Forum in Barcelona in 2004 and 11,400 at the third session of the World Urban Forum in Vancouver in 2006. The Forum is successful because it differs from UN governing bodies. Since it is not legislative and does not follow the formal rules of procedure that usually govern official UN meetings, the working arrangements of the Forum are kept deliberately simple and relatively informal to generate a healthy and inclusive debate on urban issues. Participation is extremely open to allow effective dialogue between all actors working on urban issues.

The city of Nanjing and UN-HABITAT welcome you to the Fourth session of the World Urban Forum!

 

 


Postilla e altri richiami: Ho spedito questo editoriale ad una limitata
lista - tra gli altri dei partecipanti - cosi penso - al progetto di
sinistra unita e plurale di Firenze, dove risiedo. Le reazioni ci sono
state; alcune decisamente orientate contro la Cina, a prescindere dalle
prospettive di evoluzione di questo immenso paese, altre sinceramente
preoccupate per le notizie di stragi nel Tibet, ed altre interessate a
fornire od acquisire più dettagliate informazioni sull'ora e sull'ieri. Mi
sembra di aver fatto bene a inserirmi: sono convinto che più voci, una
intensa discussione, siano elementi fondamentali per trovare un modo davvero
efficace per difendere anche in questo frangente i diritti umani e
contribuire per quello che ognuno può ad una diversa ricomposizione.
Allego a questa postilla una corposissima mail di ricstruzione storica di
"guido" un frequentatoree della lista, che non conosco di persona, ma che ha
fatto davvero un gran lavoro.

> Vedo che la sollecitazione de La Repubblica di oggi ha sortito i suoi
> effetti. santa potenza dei media.
> mando un articolo reperito in rete sul Tibet, anche se in parte
> contraddittorio almeno ha una base. e potremmo evitare di berci tutte le
> cazzate che ci raccontano sui poveri lama e sul "povero" dalai lama.
>
>
>
> Menzogne americane sul Tibet e sul Dalai Lama.
>
> Media commerciali e ufficiali propongono incessantemente la versione
> americana del tormento che il Tibet avrebbe subito dall’aggressore e
> sterminatore cinese. Personalmente ero affascinato anch’io dal buddismo
> tibetano e dalla santità del Dalai Lama. Ero pure addolorato per
> l’oppressione subita dai tibetani a causa dell’oppressione cinese. Bhè,
> come diciamo nel nostro motto, ho cambiato radicalmente idea per
> accordarla
> alla verità. Le mie conclusioni sono una profonda avversione per la “causa
> tibetana” (così come ce la propone Hollywood) e per il Dalai Lama.
>
> Come di fronte ad ogni versione ufficiale, mi sono mosso alla ricerca di
> una verità alternativa. Non ero sicuro di trovarne una, ma volevo vedere
> se
> il “martirio” del Tibet è così univoco come gli americani vorrebbero far
> credere. Volevo vedere se i Cinesi possono essere considerati “aggressori”
> del Tibet come ripetono incessantemente i media legati a Washington e
> Londra. Questa ricerca è fatta in nome del solo principio che mi
> caratterizza: la ricerca della verità. E ho trovato delle cose
> sconcertanti…
>
> Secoli di aggressioni, stermini, attentati, eccidi, guerre da parte degli
> occidentali al popolo cinese non fanno parte di questo articolo, ma vale
> la
> pena almeno accennarli per puntualizzare che nessun “occidentale” può
> parlare di aggressione cinese a chicchessia senza prima parlare di
> torture,
> umiliazioni, spoliazioni, stermini da parte degli occidentali ai danni dei
> “musi gialli”. Chiudiamo qui la parentesi su cui magari scriveremo un
> articolo dedicato.
>
> L’imperialismo occidentale cerca incessantemente di promuovere la
> secessione del Tibet dalla Cina. Perfino una certa sinistra in buona fede
> si fa portavoce di questa posizione per subalternità o mancanza di
> conoscenza.
> E veniamo ai fatti.
>
> La sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di storia. Il
> Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa non esistevano ancora
> gli Stati nazionali. I primi a mettere in discussione la sovranità cinese
> sul Tibet sono stati i fautori dell’imperialismo britannico. (1)(2)
> Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque), i
> tentativi
> di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la conseguenza di una
> politica volta allo “smantellamento della Cina”. (3)
> Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet parte della
> Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica nata dal
> rovesciamento
> della dinastia Manciù, ne era convinto. Quando gli inglesi gli chiesero di
> partecipare attivamente alla Prima Guerra Mondiale per poter recuperare
> alla Cina i territori che la Germania le aveva strappato, lui rispose:
> “Voi
> vorreste strapparci anche il Tibet!”. (4)
> Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet era
> territori
> cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato Americano pubblicò un
> libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina,
> Tibet incluso dunque. (5)
>
> Tuttavia, con l’avanzare del Partito Comunista Cinese e quindi con
> l’avvicinarsi al potere di un chiaro Partito di massa antimperialista,
> Washington cominciò a manipolare la realtà. Gli inizi di questa
> manipolazione possono essere rintracciati in una lettera del 13 gennaio
> 1947 al Presidente americano Truman da parte di Gorge R. Merrel,
> incaricato
> d’affari USA a Nuova Dheli. La lettera riguardava la “inestimabile
> importanza strategica” del Tibet e recitava: “Il Tibet può pertanto essere
> considerato come un bastione contro l’espansione del comunismo in Asia o
> almeno come un’isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti
> politici”. E aggiunse che “l’altopiano tibetano […] in epoca di guerra
> missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l’Asia”.
> Questi particolari sono tratti da un autore americano per decenni
> funzionario della CIA. L’Autore evidenzia come il contenuto di questa
> lettera sia quasi combaciante con la visione imperialistica che aveva a
> suo
> tempo l’Inghilterra vittoriana impegnata nel “grande gioco” dell’espansione
> in Asia. (6)
> Il separatismo tibetano diviene uno strumento dell’imperialismo americano
> o, meglio, per dirla come il funzionario della CIA, diviene uno strumento
> degli “interessi geopolitica USA” per costringere il nuovo governo
> comunista di Mao a disperdere le forze, ponendo quindi le condizioni per
> un
> “cambiamento di regime a Pechino”.
>
> Per portare a compimento questi “interessi geopolitici USA”, vennero
> addestrati “guerriglieri” nel Colorado e poi paracadutati in Tibet e
> riforniti per via aerea di armi, munizioni, apparecchiature
> ricetrasmittenti, ecc. A tali guerriglieri la CIA aggiunge la
> “collaborazione dei banditi Khampa di vecchio stile”. (7)
> In questo contesto si sviluppa la “rivolta tibetana” del 1959.
> E’ ancora il funzionario della CIA, Knaus, a raccontare i fatti: la
> rivolta
> faceva seguito ad un tentativo fallito da parte dei servizi segreti
> americani di provocare disordini in Cina a partire dalle Filippine; come
> disse un esponente della CIA, lo scatenamento della rivolta aveva “poco a
> che fare con l’aiuto ai tibetani”, perché lo scopo era quello di mettere
> in
> difficoltà i “comunisti cinesi”. Era la stessa logica che i servizi
> segreti
> americani usavano in Indonesia per “aiutare i colonnelli ribelli
> indonesiani nel loro sforzo di rovesciare Sukarno”, reo di essere troppo
> tollerante verso i comunisti di quel paese. (8) Come è noto il colpo di
> Stato verrà portato a termine grazie alla CIA nel 1965, col massacro di
> centinaia di migliaia di comunisti o di elementi tolleranti verso i
> comunisti. Sarebbero state meno feroci le forze finanziate e addestrate
> dalla CIA in Tibet se avesse vinto il separatismo? (9)
>
> Penso che sia interessante far sapere che fu un agente della CIA a
> organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente visse più
> tardi
> nel Laos “in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle
> teste di comunisti morti”, come ci informa un docente americano su una
> rivista USA. (10)
>
> Dopo il fallimento in territorio cinese della rivolta tibetana, i servizi
> segreti americani danno inizio ad una campagna mediatica in occidente.
> Nonostante che il Dalai Lama fosse considerato allo stesso modo dei
> colonnelli macellai indonesiani, come il capo della rivolta reazionaria
> anticomunista filo-occidentale, ora viene santificato. Diventa il leader
> della non violenza. Lo stesso buddismo tibetano diventa una dottrina e una
> tecnica spirituale sublime. L’industria cinematografica americana si
> adopera per proporre incessantemente questo falso mito.
>
> Ma la storia ha dei precedenti. Quando agli inizi del Novecento gli
> inglesi
> e la Russia si contendevano il Tibet, regione della Cina, correva voce che
> lo Zar in persona si fosse convertito al buddismo. (11)
>
> Oggi, invece, sono la CIA e Hollywood ad essere convertiti al buddismo.
> Una
> conversione che ha del miracoloso se si pensa che l’Occidente ha sempre
> disprezzato il buddismo tibetano come sinonimo di dispotismo orientale,
> con
> la sua figura di Dio-Re. Basti ricordare il disprezzo dei padri della
> cultura occidentale come Rousseau, Herder e Hegel. Fino ai primi anni del
> 1900 i lama sono considerati una “incarnazione di tutti i vizi e di tutte
> le corruzioni, non già dei lama defunti”. (12)
>
> Quando la Gran Bretagna si accinse poi alla conquista del Tibet lo fece in
> nome della civiltà contro “quest’ultima roccaforte dell’oscurantismo”, per
> civilizzare “questo piccolo popolo miserabile”. (13)
>
> Oggi la propaganda americana cerca di rimuovere l’infamia della teocrazia
> tibetana. Come illustra lo stesso storico Morris, quello che era in carica
> agli inizi del ‘900 “era uno dei pochi Dalai Lama ad aver raggiunto la
> maggiore età, dato che la maggior parte di loro veniva eliminata durante
> la
> fanciullezza a seconda della convenienza del Consiglio di Reggenza”. (14)
>
> Stando a quanto affermano Hollywood e la CIA, il buddismo tibetano è
> divenuto sinonimo di pace e tolleranza, oltre che di elevata spiritualità.
> Seguendo l’ideologia imperialistica anticomunista occidentale, “i tibetani
> sono dei superuomini e i cinesi dei subumani”. (15)
>
> La teocrazia oscurantista tibetana è santificata dai media commerciali
> americani al servizio degli strateghi militari. La struttura castale si
> manifesta anche dopo la morte: il corpo di un aristocratico viene cremato
> o
> inumato, mentre i corpi della massa vengono dati in pasto agli avvoltoi.
> Poco tempo fa era l’“International Herald Tribune” che descriveva come
> durante i funerali di plebei fosse il sacerdote che staccava pezzo per
> pezzo la carne dalle ossa per facilitare il compito degli avvoltoi.
> La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava il
> tutto in chiave “ecologica”. (16) Lo studioso non chiariva però perché
> all’equilibrio ecologico doveva contribuire solo il corpo dei plebei.
>
> Vorrei chiarire la mia posizione: io non condanno queste pratiche disumane
> perché potrei rimanere vittima della mia cultura italiana; dovrei essere
> un
> tibetano per condannarle; ad ognuno la sua cultura. Io condanno il fatto
> che gli occidentali imperialisti appoggino pratiche così disumane per noi,
> sostengano movimenti sanguinari come il buddismo tibetano e siano pronti
> ad
> inventarsi ogni peggiore frottola (molto meno disumana) su falsi crimini
> di
> Cuba, di Saddam, di Pechino e di tutti gli avversari, salvo santificare la
> reazione più assoluta.
>
> Nel Tibet precedente alla Rivoluzione
> la teocrazia riduceva in schiavitù o servaggio la stragrande maggioranza
> della popolazione. Come scrisse uno scrittore radicalmente anticomunista,
> le riforme realizzate dal 1951 hanno “abolito feudalesimo e servaggio”.
> (17) La Rivoluzione abolì anche la teocrazia incarnata nel Dio-Re che
> pretendeva e pretende ancor oggi di essere il Dalai Lama. Fu attuata la
> separazione tra potere religioso e potere civile.
>
> La Rivoluzione ha significato per i tibetani l’accesso a diritti umani
> prima del tutto sconosciuti, un miglioramento del tenore di vita e un
> sensibile prolungamento della vita media. E ciò è malgrado i media
> universalmente riconosciuto da tutti gli esperti analisti della regione.
> La Cina di oggi garantisce alla Regione Autonoma Tibetana libertà che non
> ha mai conosciuto in tutta la sua storia passata e recente. La regione
> tibetana, oltre ad avere il bilinguismo con prima lingua il tibetano, vede
> garantiti altri diritti nazionali quali la preferenza a favore dei
> tibetani
> e delle altre minoranze nazionali per quanto riguarda l’ammissione
> all’università, la carriera pubblica, ecc. (18)
>
> Il santificato Dalai Lama viene insignito del Premio Nobel. Ma cosa chiede
> questo personaggio che si proclama Dio-Re? “Esige la creazione di un
> Grande
> Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha costituito il
> Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree tibetane nella Cina
> occidentale, in larghissima parte perse dal Tibet già nel diciottesimo
> secolo”. (19) E poi esistono tibetani in Bhutan, Nepal, India. Tutti i
> loro
> territori dovrebbero far parte del Grande Tibet. Si tratta della pretesta
> di Hitler di riunificate nello lo stesso Stato tutti i territori che erano
> abitati da maggioranza tedesca. Il principio “nazionale” del Dalai Lama è
> quello di Hitler, con la sola differenza che del nazional-socialismo il
> Dalai Lama non ha neppure un briciolo di “socialismo”. E’ solo puro
> nazionalismo esasperato ai massimi livelli.
>
> Ora, questa santità, Premio Nobel per la Pace, odia profondamente gli
> uomini che hanno la pelle gialla e parlano il cinese. Un odio viscerale,
> razzista, tanto che, quando l’India procedette al riarmo nucleare, trovò
> il
> suo più fiero sostenitore nel Premio Nobel, il Dalai Lama.
> Ma, ci domandiamo, almeno il multimiliardario Dalai Lama rappresenta il
> popolo tibetano? Risposta: nemmeno per sogno! E’ perfino il “Libro Nero
> del
> Comunismo” a riconoscere che un’elementare analisi storica “distrugge il
> mito unanimista alimentato dai partigiani del Dalai Lama”. (20)
> Alla liberazione pacifica del Tibet nel 1951, che portò alla caduta del
> regime teocratico, vi fu una resistenza accanita dei gruppi più reazionari
> e delle classi dei privilegiati, ma i comunisti poterono contare
> sull’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione civile. Gli
> autori più anticomunisti e anticinesi del pianeta-Occidente si scagliano
> così contro la plebe tibetana, colpevole di “essersi collegata subito col
> regime comunista”; anche i monaci sono dei farabutti che “non esitano ad
> augurarsi che ‘presto sia liberato’ il Tibet” e che commettono il crimine
> di fraternizzare con i comunisti e l’esercito Popolare di Liberazione.
>
> Per questi autori è inconcepibile come il Dalai Lama sia disprezzato non
> solo dalla maggior parte del popolo, ma anche da ampi settori religiosi
> tibetani. Ancora nel 1992, nel corso di un suo viaggio a Londra il Dalai
> Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande
> organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa di essere un
> “dittatore spietato” e un “oppressore della libertà religiosa”. (21)
>
>
>
>
> NOTE:
> Le informazioni di questo articolo sono ricavate da Domenico Losurdo, “La
> sinistra, la Cina e l’imperialismo”, ed. La città del Sole, Napoli.
> La sua opera di informazione è indispensabile sull’argomento.
> (1) Owen Lattimore, 1970, “La frontiera. Popoli e imperialismi alla
> frontiera tra Cina e Russia”, Einaudi, Torino.
> (2) Jacques Fernet, 1978, “Il mondo cinese. Dalle prime civiltà alla
> Repubblica Popolare”, Einaudi, Torino.
> (3) Jan Romein, 1969, “Il secolo dell’Asia. Imperialismo occidentale e
> rivoluzione asiatica nel secolo XX”, Einaudi, Torino.
> (4) Sun Yat-sen, 1976, “L’imperialismo dei bianchi e l’imperialismo dei
> gialli”, in “I tre principi del popolo”, Einaudi, Torino.
> (5) Herbert Aptheker, 1977, “America Foreign Policy and The Cold War”
> (1962), Krauss Reprint Millwood, N.Y.
> (6) Jhon Kenneth Knaus, 1999, “Orphans of the Cold War. American and the
> Tibetan Struggle for Survival”, PublicAffairs, N.Y.
> (7) Come sopra.
> (8) Come sopra.
> (9) Domenico Losurdo, 1999, “La sinistra, la Cina e l’imperialismo”, La
> città del Sole, Napoli.
> (10) Daniel Wikler, 1999, “The Dalai Lama and the CIA”, in “The New York
> Review of Books”, 23 settembre.
> (11) James Morris, 1992, “Pax Britannica”, The Folio Society, London.
> (12) Donald S. Lopez Jr., 1998, “Prisoners of Shangri – La. Tibetan
> Buddhism and the West”, University of Chicago Press, Chicago and London.
> (13) Vedi nota 11.
> (14) Come sopra.
> (15) Vedi nota 12.
> (16) Seth Faison, 1999, “In Tibean ‘Sky Burials’, Vultures Dispose of the
> Dead”, in “International Herald Tribune, 6 luglio.
> (17) Melvyn C. Goldstein, 1998, “The Dalai Lama’s Dilemma”, il “foreign
> Affairs”, gennaio-febbraio.
> (18) Seth Faison, 1999, “for Tibetans in Sichuan, Life in the Shadow of
> Intollerance”, in “International Herald Tribune”, 1 settembre.
> (19) Vedi nota 17.
> (20) Courtois et al., 1998, « Il Libro Nero del Comunismo », Mondaori,
> Milano.
> (21) Vedi nota 12.


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