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Per la razza e il portafoglio

Manifesto – 15.4.08

 

Per la razza e il portafoglio - Ida Dominijanni

Non è il '94, è peggio. Allora, l'illusionista venuto da Arcore aveva dalla sua una mossa e tre trucchi. La mossa era il bipolarismo, creatura partorita in quattro e quattr'otto in un improvvisato menage a tre con Gianfranco Fini e Umberto Bossi. I tre trucchi erano la sua figura da alieno che conquistava il Palazzo con le armate della società antipolitica, il suo contrabbando di sogni e miracoli, la sua bandiera di un nuovo senza passato e senza radici. Quasi nessuno di quelli che pensavano di intendersene di politica avrebbe puntato una fiche su di lui, ma lui puntò su se stesso e sbancò il tavolo. Stavolta no. L'illusionista aveva perso lo smalto sotto il cerone, l'unica mossa - la proclamazione del Pdl il pomeriggio di una domenica qualunque - l'aveva copiata dal Pd, di alieno non aveva più nulla, invece di sogni e miracoli ha contrabbandato difficoltà e sacrifici con lo sconto del del bollo sul motorino. La novità incarnata tredici anni fa era ampiamente ammuffita, e lui neanche aveva l'aria di puntare tutto su se stesso. Eppure Silvio Berlusconi sbanca di nuovo il tavolo. Al di là di ogni ragionevole previsione e di ogni ponderato sondaggio. E quel ch'è peggio, con uno dei due antichi alleati, Fini, ingoiato nel Pdl, e l'altro, Bossi, redivivo e rinvigorito fuori. Non sarà solo il Popolo delle libertà a governare; sarà il popolo dei fucili e delle ampolle a conferire il colore giusto a quelle libertà. Non è vero che il colore verde della Padania fa a pugni col tricolore dell'Italia. L'una e l'altra possono sventolare assieme - il caso Alitalia l'ha dimostrato - su un localismo separatista dei ricchi che invoca protezionismo statale - altro che liberismo!- a difesa del portafogli e della razza, Berlusconi e Bossi officianti e Tremonti benedicente. E' l'Italia bellezza, anno di grazia 2008. L'anomalia del Belpaese persiste in questa forma mostruosa. Non basta l'alternanza dei paesi «normali» a spiegare questo ritorno rinforzato al centrodestra dopo le batoste fiscali del governo di centrosinistra. Nemmeno serve la favola bella del bipartitismo, la nuova creatura partorita da Veltroni e Berlusconi, a leggere la tabella dei risultati, se non parzialmente: non esiste al mondo sistema bipartitico corredato e condizionato da un partito territoriale dell'entità della Lega. Siamo in Italia, i figurini stranieri ci vengono sempre storpiati. Sicché sarà il caso di lasciarli perdere, e decidersi a formulare la domanda decisiva, questa. Che cosa vuole la società italiana dalla politica, da una maggioranza e da un governo? Che idea ha di sé nel presente, e che cosa sogna per sé per il futuro? Che idea ne ha, e che idea le dà, quell'arco di forze che fino a poco fa chiamavamo sinistra e centrosinistra, e che oggi come oggi non ha nome o s'è dato il nome di centro? Se la parte vincente di questa società predica e razzola ricchezza, xenofobia, sicurezza, privilegio, e su questi valori attrae perfino strati consistenti di quella che un tempo si chiamava classe operaia, che cosa le si offre in alternativa oltre che Calearo in lista? E se il rappresentante sommo di questa parte vincente della società santifica come proprio eroe lo stalliere Mangano, che cosa gli contrapponiamo oltre ai puntuali libri di Saviano e ai sacrosanti «vade retro» di Veltroni? E infine, questa società vincente andrà sempre blandita e rincorsa con la ricerca del consenso, o arriverà il momento di metterla alla prova della ruvidezza del conflitto? Non è il '94 ma è peggio, perché quello che allora era nuovo e insorgente e naive oggi è solidificato e attrezzato e scaltrito. E quello che allora era un voto in cerca di miracoli, oggi è un voto in cerca di stabilizzazione. E rischia di trovarla, perché anche nell'altra metà del campo ciò che allora era in forse, il destino della sinistra dopo l'89, adesso si va stabilizzando con la sua cancellazione. Manca solo un tassello, l'archiviazione della Costituzione, il collante della destra tripartita del '94, senza il quale il suo progetto non può dirsi compiuto, e che già una volta è stato tentato in parlamento e respinto da un referendum. Non chiamiamole, urbanamente, «riforme funzionali», e nessuno persista nel sogno di farle con un accordo civile e a costo zero. La posta in gioco non è un parlamento più snello e un governo più efficiente. E' il disegno di un'altra Italia, con un'anomalia rovesciata rispetto a quella del secolo scorso,. e confinata in una trappola impermeabile a tutto il buono che c'è nella trasformazione globale di questo. Liberata - se così si può dire - dai vincoli istituzionali e dalle sigle improbabili, la sinistra che c'è, se ancora c'è, metta in moto l'intelligenza e l'inventiva. Sotto le macerie c'è un mondo da scoprire.

 

Crisi economica, tutti a destra - Valentino Parlato

Innanzitutto dobbiamo avere il coraggio della verità e dire che queste elezioni segnano una sconfitta della sinistra, non solo politica, ma anche sociale e culturale. Una sconfitta delle sinistre dell'Arcobaleno, ma non solo. La ritirata strategica di Walter Veltroni, cioè la negazione di ogni alleanza a sinistra per andare al voto senza il fastidio delle sinistre radicali si è tradotta in una rotta. Alla Camera e al Senato il Partito democratico sarà più debole che mai negli anni passati. Del pari la Sinistra arcobaleno non è stata in grado di presentare ai cittadini elettori una unità delle sinistre. Bertinotti annunziava questo obiettivo per il giorno successivo alle elezioni, comunque andassero. Sono andate male perché questa unità non è stata realizzata e ora sarà ancora più difficile da realizzare. Non bisogna dimenticare che queste elezioni si inquadrano in una situazione di crisi economica grave e che le crisi economiche e la paura che producono normalmente (c'è solo l'eccezione di Roosevelt) provocano brutti spostamenti a destra; pensate all'Italia e alla Germania del dopo '29. E in questo quadro di crisi occorre riflettere sul buon risultato della Lega, per la quale hanno votato molti lavoratori anche iscritti alla Cgil. Quando Massimo D'Alema disse al manifesto che la Lega era una costola del mondo operaio coglieva qualche aspetto della realtà. E certamente il successo della Lega (pare primo partito in Lombardia) è un dato socio-culturale che sarebbe sciocco sottovalutare polemizzando solo contro gli strilli di Bossi. E - voglio aggiungere - penso che la Lega forte del suo successo creerà qualche problema anche a Berlusconi. A questo punto che fare? Riflettiamoci un po', pensiamoci, non diamo risposte affrettate. Credo che la discussione debba innanzitutto cominciare dentro le forze dell'Arcobaleno (forse diventate extraparlamentari ma non per scelta). E credo che come sempre dopo le sconfitte si debba cominciare da una seria analisi del terreno sul quale si è stati sconfitti. Insomma ci sono cambiamenti sociali forti, c'è un precariato che può diventare massa di manovra di chi offre favori, ci sono problemi nuovi e inattesi (pensiamo solo all'ambiente e al costo crescente dei prodotti alimentari) in un mondo nel quale la povertà cresce verticalmente. Pensare di uscire dai guai di oggi con qualche trovata intelligente sarebbe a mio parere suicida. Il punto è che la società e l'economia e le forme dello sfruttamento (che persiste ed esclude sempre più persone dal ciclo lavorativo) sono cambiate e accresciute. Questo, a mio pessimistico parere, sfugge non solo a noi ma anche ai sindacati. Il manifesto dovrebbe avere l'ambizione e la capacità di diventare la cucina di una nuova ricerca delle forme di sfruttamento e di aggregazione degli sfruttati. Sono convinto che in queste elezioni molti sono stati i precari che hanno votato per la Lega o per il Pdl.

 

Il Veneto sempre più verde. Leghista - Orsola Casagrande

Venezia - La Lega raddoppia. Il Veneto ex bianco è sempre più verde. Il verde inquietante delle ronde padane. Dall'11% delle politiche del 2006 il partito di Bossi passa al 23-25%. Con punte del 30, per esempio in provincia di Verona. Gongolano lo sceriffo Gentilini e il sindaco di Verona Flavio Tosi. Non sta nella pelle Luca Zaia, che continua a ripetere «se continua così saremo il primo partito in Veneto, il primo partito». Chi oggi si dirà stupito di un successo così clamoroso dei leghisti lo farà mentendo e sapendo di mentire. Che la Lega avrebbe ottenuto un grande risultato era non solo nell'aria. Era per le strade. Nelle scuole, tra i giovani. Quanti professori in questi ultimi mesi (nell'ultimo anno a dire il vero) hanno continuato a ripetere, inascoltati, che le simpatie dei giovanotti padani, specie quelli delle classi quarte e quinte, andavano sempre più alla Lega. Quanti, nel territorio, hanno suonato, inascoltati, campanelli d'allarme per il crescente razzismo tra i giovani e non solo. E non soltanto nelle roccaforti storiche del partito di Bossi, Treviso, Verona. Ma ovunque. Non è un caso che i primi a sollevare il problema, a chiedere ascolto siano stati i migranti che, attraverso alcune associazioni e sindacati, hanno denunciato pesanti abusi e un aumento di episodi (comportamenti) sempre più razzisti e violenti nei loro confronti. Nelle fabbriche. Nei luoghi di lavoro. Nessuna solidarietà per i migranti delle cooperative in lotta, nella provincia di Padova per esempio, da parte dei «colleghi» veneti. Ronde, sempre più ronde nei territori abbandonati dalla sinistra (centrosinistra) e diventati (con qualche eccezione) terra di conquista dei verdi padani. Muri, come quello di Padova in via Anelli, innalzati in nome di una «sicurezza che non è di destra né di sinistra» si sono rivelati un boomerang. Per il centrosinistra, per quella sinistra arcobaleno che a Padova, con miopia non indifferente, ha voluto ostinatamente candidare Paolo Ferrero, ministro uscente della solidarietà sociale (estraneo a quel territorio), anche per l'apprezzamento sul muro di via Anelli. Ma la destra, la Lega, fa la destra meglio della sinistra. Lapalisse. Ed è così che il centrosinistra è caduto. Crollato, sparito. Certo il Partito democratico rivendica che a Verona, la città del sindaco leghista Tosi, è il primo partito. Magra consolazione visto che la destra complessivamente ha preso il 56% (pur con il Partito delle libertà in calo anche di 7 punti percentuali). Oggi ci saranno i risultati delle città, come Vicenza e Treviso. Si vedrà che succederà. Quanto potranno incidere le liste nate nel territorio. Come quella Vicenza Libera cresciuta nel presidio permanente contro la nuova base americana al Dal Molin. Ma i territori, è questo il dato più evidente, sono stati disertati dal centrosinistra, troppo impegnato a equilibrismi e operazioni di bilancino che hanno portato progressivamente all'esclusione di quei candidati che nei territori ci stavano. E così la società del nord-est è diventata il luogo dell'emergenza sicurezza, nelle sue varie declinazioni. Del lavoro, che pure si trova ma precario, e non solo di quello. Sulla sicurezza delle città, dei quartieri, delle vie, della casa, la Lega ha giocato la sua campagna elettorale. Vincendo. Alimentando paure fittizie (gli albanesi che rapinano le ville) e problemi reali che poco hanno a che fare con la sicurezza e tanto con politiche sociali inesistenti. Se in Veneto la Lega giubila, in Friuli Venezia Giulia pure. Anche qui il partito di Bossi ha ottenuto risultati importanti. Al senato il 13% aumentando di qualcosa come cinque punti i suoi consensi. «Non una sorpresa - commenta il consigliere regionale uscente dei verdi Sandro Metz - visto che ci sono stati due anni di campagna elettorale per la Lega fatti dal centrosinistra. La Lega ringrazia». Debacle per la sinistra arcobaleno anche in Friuli, a dimostrazione che «questo aggregato tutto verticistico - dice Metz, che aveva accettato di candidarsi con la Sinistra arcobaleno - ha perso contatto con i territori. Non è in grado di leggere la società e nemmeno chi in maniera conflittuale cerca di modificarla. Non si può pensare di stare nel governo Prodi votando il rifinanziamento delle missioni all'estero e poi sperare che chi è contro la guerra ti premi con il voto».

 

Crolla anche la roccaforte rossa della Toscana - Riccardo Chiari

Firenze - Altro che arcobaleno. Sulla SinArc in Toscana si abbatte un diluvio non diverso da quello che flagella la sinistra nel resto del paese. In quanto al «voto utile» per drenare senatori al Pdl berlusconiano grazie alla peculiarità della legge elettorale, alla prova dei fatti i cittadini elettori toscani non vedono e non sentono. Ascoltano solo il richiamo veltroniano del «si può fare», e continuano a coltivare la loro quasi filosofica avversione al Cavaliere. Il risultato è un Pd al 48% e un Idv al 3,3%, tanto da superare la soglia del 50% e assicurarsi un senatore in più dei dieci previsti per la coalizione vincitrice. Gli altri sette senatori però vanno tutti al Pdl. Perché anche in Toscana, dove al Senato nel 2006 i quattro partiti dell'arcobaleno avevano superato il 16% (e il 13% alla Camera), la SinArc si inabissa riducendo di ben due terzi il proprio elettorato. In percentuali, fa il 5,1% per palazzo Madama, e il 4,5% per Montecitorio. E solo quest'ultimo dato, se confermato, potrebbe permettere una presenza in parlamento. «Una tragedia politica. E non bastano le nostre colpe per spiegare questo disastro». Dalla voce di Massimo Torelli dell'associazione fiorentina Per la sinistra unita e plurale, un giudizio secco e aderente ai fatti. A questo punto che ne sarà dell'assemblea di sabato a Firenze, organizzato come momento di discussione per la costruzione di una casa comune della sinistra italiana? «Solo oggi abbiamo ricevuto l'adesione di un'altra trentina di associazioni e realtà di base. Diventa un appuntamento ancora più importante di quanto non lo fosse la scorsa settimana». Ci saranno anche i partiti? «Chi aveva detto che sarebbe venuto, arriverà». Dichiarazione da ottimismo della volontà, visto che dietro le quinte arrivano voci di possibili defezioni. Ma Torelli insiste: «Le elezioni erano solo un passaggio. Anche se il quadro che emerge è peggiore delle peggiori previsioni, tornare indietro apparirebbe incomprensibile. Del resto questo risultato è in buona parte colpa nostra. Presentarsi come qualcosa che non c'è, nei fatti come un cartello elettorale, ha pesato parecchio. Dall'altro lato c'è da tener conto del dato di fatto che il sistema è cambiato, siamo arrivati ad un bipolarismo all'americana». Perché allora l'Udc di Casini ha in qualche misura tenuto? «Perché esiste, e ha dei chiari valori di riferimento». Tutto quello che ancora la sinistra arcobaleno non possiede? Alla domanda non arriva una risposta. O forse nel silenzio c'è la risposta. Intanto arrivano le prime dichiarazioni ufficiali. Da segnalare quella di un'avversaria della SinArc, la riconfermata senatrice Vittoria Franco: «Sono contenta per il Pd in Toscana, insoddisfatta per il risultato nazionale. Il fatto di non avere sfondato al centro è un dato negativo. Ed è negativo il dato della Sinistra arcobaleno. Da loro mi aspettavo un buon risultato, avrebbero drenato senatori alla destra. A questo punto dobbiamo aprire anche noi una riflessione». Una riflessione che arriva, senza diplomatici infingimenti, dal presidente del Consiglio regionale toscano Riccardo Nencini, socialista da sempre e come naturale ampiamente deluso dall'1% preso in Toscana: «Il Pd ha 'divorato' i suoi figli, che sono i suoi più stretti alleati, esattamente come fece la Dc di Zaccagnini e Moro nel 1976, con la battuta famosa di Indro Montanelli 'turatevi il naso e votate Dc'. Ma ora non solo non è servita, ma anzi ha prodotto una forbice più ampia fra il Pd e il Pdl rispetto ai sondaggi. Sta di fatto che il Pd non ha sfondato al centro ma ha accumulato consensi elettorali soprattutto ai danni dei partiti con cui era alleato nel governo Prodi».

 

«Ora in piazza, se ci ricordiamo dov'è» - Alessandro Braga
Milano - Incazzati, ma anche un po' depressi. Rancorosi nei confronti di chi, in teoria, dovrebbe essere più vicino, ma pure disillusi. Un po' «notte dei lunghi coltelli» tra «fratelli serpenti», ma anche un po' «non ci resta che piangere». I più ottimisti, «ricomincio da tre». Percento. Fausto Bertinotti stava ancora pronunciando il De Profundis, il suo personale ricordo «del caro estinto», che il popolo della sinistra già cercava il modo di sfogare rabbia, frustrazione, delusione e chi più ne ha più ne metta dopo un risultato che i più onesti chiamano con il suo vero nome: disfatta. I telefoni di Radio Popolare, storica emittente della sinistra milanese, diventano subito roventi. E appena parte il microfono aperto, è un fiume in piena. «La sinistra è morta, viva la sinistra?». Per qualcuno forse sì. Ma anche tanti «chissenefrega, se lo sono meritato». Modi diversi, quasi agli antipodi, per rispondere a un bisogno primario, dopo una giornata che ha sancito la scomparsa in parlamento di una qualsiasi rappresentanza della sinistra istituzionale: il bisogno di dire la propria. «Il mio ruolo di direzione termina qui, questa sera, mi dispiace che sia con una sconfitta», dice Bertinotti. «E meno male - commenta subito un ascoltatore -, sono contento che la sinistra non abbia preso neppure un seggio. Forse questa volta riusciremo a organizzare una reazione nel paese. E' ora di cambiare registro». E questo è l'ottimista. «Grazie a Veltroni che con la sua scelta ha ottenuto solo di far sparire la sinistra dal parlamento italiano. E meno male che si dice ancora di centrosinistra». Il rancoroso, verso destra. «Sono incazzatissima», dice un'altra. Con chi? «Con quelli che non sono andati a votare. Ma anche con Sinistra critica e Ferrando». La rancorosa, verso sinistra. Qualcuno abbozza anche un'analisi: «Oggi si è sancita la sconfitta della sinistra davanti a un paese che, prima che politicamente, si è spostato a destra culturalmente». Ma è l'unica. Di analisi, ieri sera, c'era poca voglia. Di tempo, per ragionare sui motivi della sconfitta, ce ne sarà. Forse. Prima viene lo sfogo, quello di pancia. «Grazie, grazie a tutti quelli che se ne sono stati a casa e non hanno votato, grazie a quelli che hanno dato il loro voto a quei gruppuscoli inutili che rappresentano solo loro stessi» si sfoga Roberto. Che chiude: «E adesso ci becchiamo cinque anni di Berlusconi. Grazie, davvero». «Ma grazie a chi? - replica Raffaele -, mi sono stufato di dover scegliere tra il peggio e il meno peggio». «A casa tutti. Non ci hanno saputo dare un'alternativa credibile», rincara Angelo. Ora, per qualcuno, è il momento di ripartire: «Già da stasera apriamo le sedi della sinistra arcobaleno in tutti i paesi per capire i nostri sbagli», dice Margherita. Il dibattito è aperto. Qualcuno si lecca le ferite. Qualcuno piange. Altri accusano. I più ottimisti cercano di vedere un po' di rosa in una giornata che più nera non ce n'è. «Ora torniamo in piazza, il nostro posto è là, in mezzo alla gente, non nei palazzi», dice convinto uno. «Se ci ricordiamo dove è la strada», chiosa, sardonico, un altro. Si prova a metterla sulla battuta: «Anche Ferrara ha perso, i feti emigrano all'estero». Una risata li seppellirà. Il voto lo ha già fatto.

 

Non si può fare, Pd al palo - Daniela Preziosi

Roma - Un lungo, lunghissimo applauso. Sono ormai passate le otto di sera quando Walter Veltroni entra, scortato da tutta la sua squadra, nel capannone industriale, un ex mercato del pesce per l'occasione foderato di verde - verde speranza, verde Pd - come un subuteo. Siamo a un passo dal loft di piazza Sant'Anastasia, dove il gotha del Pd ha trascorso un pomeriggio da cani. Dalle vette dei primissimi exit poll via via giù per un'irresistibile discesa, fino alla depressione dei risultati finali: 35 per cento. Walter arriva con i suoi 'esecutivi' ma non solo: c'è il suo vice Dario Franceschini, il ministro Beppe Fioroni, naturalmente il fido Goffredo Bettini, la sconfitta siciliana Anna Finocchiaro, e ancora Renzo Lusetti, Lapo Pistelli, Ermete Realacci. Ma c'è anche Massimo D'Alema e Piero Fassino, due che certo non possono essere considerati veltroniani. Ma stanno lì, la loro presenza è un segnale: il partitone regge. Così fra loro Walter può persino commuoversi, per la seconda volta in pochi giorni davanti ai giornalisti. Che sono più di ottocento, delle testate di tutto il mondo, pronte a cogliere il miracolo della sconfitta di Berlusconi da parte del nuovo partito-partito nuovo che ha scelto di correre testardamente da solo, o quasi. Il miracolo non c'è stato, la delusione è scolpita sui volti di tutti. Su quella di Veltroni, innanzitutto. Per prima cosa annuncia di aver telefonato al vincitore - Berlusconi, stavolta lo nomina - per gli auguri di buon lavoro. E' l'accettazione della sconfitta, un rito tutto americano, we can oltre la sconfitta. Ha vinto Berlusconi, dice, ma in realtà la Pdl cala i propri voti e chi ha vinto è soprattutto la Lega. «Spetta a loro governare e noi ci auguriamo che lo facciano nel rispetto dei valori fondamentali della lettera che ho inviato al leader del Pdl», dice. Potrebbe partire la tirata antileghista e invece no: il Pd conferma la sua «piena disponibilità ad affrontare immediatamente in parlamento quelle riforme istituzionali, quella mutazione della legge elettorale assolutamente necessaria. Riforme delle quali il paese ha grande bisogno», quel dialogo «iniziato nella scorsa legislatura» e che «deve continuare nella nuova. Come prima del voto, anche dopo il voto le riforme restano la nostra stella polare». Veltroni ammette la sconfitta, il Pd non sarà al governo. Ma sottolinea, cifre alla mano, la «grande rimonta che ci consente di portare in parlamento la più grande forza riformista che questo paese ha avuto». Più sei-sette punti al senato rispetto ai dati di partenza, più 22 spiegano i suoi, rispetto al deficit di consensi nel corso del governo Prodi. «Ora si apre una stagione di opposizione. Non so dire quanto questa maggioranza potrà governare» dice Walter perché «le differenze interne permangono». Cosa ne sarà di loro? Intanto però cosa ne sarà di Walter. Il suo risultato è intorno al 34 per cento. Quota 35 era stata indicata dal più vicino dei suoi - il superconsigliori Goffredo Bettini, il regista di tante pensate - come la linea del Piave sotto la quale si poteva parlare di fallimento del progetto veltroniano. L'argine sotto il quale poteva verificarsi la rottura della pax veltroniana, quell'atmosfera di concordia interna al partito anche fra le anime più diverse. L'argine si è rotto, il fiume della sconfitta si gonfia. Adesso Veltroni farà un passo indietro, o almeno offrirà le sue dimissioni al partitone? «Questo è un dibattito giornalistico che non ci interessa. Noi ci siamo candidati per governare con una proposta nuova. Sappiamo che questa proposta non ha la maggioranza ma è un tema su cui continueremo a lavorare», taglia corto Ermete Realacci. «Non mi pare che ci siano interpretazioni diverse del risultato elettorale, fra i diversi dirigenti del Pd. La partita era proibitiva, abbiamo fatto un buon lavoro, all'inizio ci siamo illusi di avercela fatta. Comunque ripartiamo avendo costruito una grande forza di centrosinistra. Piuttosto, riflettiamo sul crollo della sinistra arcobaleno». Ripensamenti sul correre da soli? «Nessuno, sarebbe andata peggio, almeno per noi», Realacci ne è sicuro. Del resto peggio di così per Bertinotti e compagni non poteva andare. Quindi il futuro, per come si può vedere stanotte, è all'opposizione ma senza patti con la sinistra arcobaleno, solo per estinzione della stessa. Nei rapporti con il governo, disponibili e anche di più a collaborare . E' da giorni il cavallo di battaglia di Nicola La Torre, uno dei pochi che parlano stasera: «Il tema delle riforme - ha continuato Latorre - non può essere materia di una maggioranza né tanto meno tema di contrapposizione. Le demonizzazioni sono state risolte dagli elettori. L'auspicio è che il confronto politico tenga conto di queste questioni». Perché Berlusconi, con la sua nuova maggioranza bulgara, dovrebbe rompersi la testa a trovare accordi con il Pd è un mistero glorioso, ma per capirlo non c'è fretta. Alle nove e mezza Veltroni scende le scalette del loft e se ne va a casa, con moglie e figlie. «Siete ancora qui?», chiede ai giornalisti e ai militanti che lo applaudono ancora, infreddoliti, sul sagrato di Sant'Anastasia. La sconfitta è chiara, lo scrutinio è in corso ma per i dettagli c'è tempo, cinque anni di tempo. Franceschini è l'ultimo a chiudere la sede: «Abbiamo avuto un grande recupero di voti. Non c'è bastato per vincere ma ci rimbocchiamo le maniche e continueremo a lavorare». Sono le dieci e i militanti sono ancora lì, c'è persino un cartello «Grazie Walter», buttato da una parte. Ci avevano creduto, invece non si può fare. Almeno non per questa volta.

 

La fame preoccupa i finanzieri - Francesco Piccioni

Quando i dirigenti dei maggiori istituti finanziari internazionali cominciano a preoccuparsi dei poveri significa che la situazione sta diventando ingovernabile. Non c'entra infatti assolutamente nulla la filantropia - che non ha mai abitato da quelle parti - molto, invece, il timore che «la fame» possa muovere popolazioni, travolgere confini, e con ciò stesso equilibri faticosamente costruiti in decenni, creare «instabilità». Dopo il Fondo Monetario Internazionale anche la Banca Mondiale ha lanciato il suo bravo «allarme». Il problema è quantitativamente posto in modo ineccepibile: più di un miliardo di persone sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Ma nel corso degli ultimi anni si è andata riducendo la massa delle persone che potevano contare sull'«agricoltura di sussistenza» (orti familiari o di villaggio, fuori da ogni circuito mercantile), e aumentando quella di quanti possono trovare cibo solo in cambio di denaro. Questa massa spendeva un anno fa il 75% del proprio reddito in generi alimentari (qui, nei paesi avanzati, soltanto il 15%) e si trova ad affrontare un aumento del 75% dei prezzi dei cereali, il piatto-base in qualsiasi paese. Ci vuole assai poco per valicare il limite della fame. Ma nelle scorse settimane il quadro è stato confermato da una nutrita serie di «rivolte per il pane» in molti paesi poveri o in «via di sviluppo». Non solo la derelitta Haiti, ma anche le Filippine e persino la Tunisia - qui, sulla porta di casa - hanno visto assalti ai supermercati, scontri, arresti, morti e feriti. La marea sta montando. Potrebbero mettersi in moto flussi migratori alla lunga insostenibili. Per questo, chiede la Banca Mondiale, bisogna «alleggerire gli effetti degli choc dei prezzi sui poveri, orientando meglio i programmi di assistenza ed esplorando forme appropriate di sostegno finanziario». Sulle ragioni dell'aumento dei prezzi le analisi convergono nell'individuare proprio «il mercato» - gestito ovviamente dai paesi più forti - come il principale responsabile. Le politiche agricole sono state infatti fin qui coordinate dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), miranti a realizzare una completa «liberalizzazione» del commercio globale. Il «Doha Round» - la serie degli incontri che avrebbe dovuto realizzare questo obiettivo - non ha avuto fin qui successo. E per fortuna, vien da aggiungere. Ma anche così - spiega Jean Ziegler, portavoce delle Nazioni Unite per il diritto all'alimentazione - l'Unione europea sta portando alla rovina l'agricoltura africana finanziando l'esportazione delle eccedenze continentali». Imputata speciale è la produzione di biocarburanti. Ovvero il sottrarre terreno alla produzione destinata all'alimentazione per aumentare le superfici dedicate ai biocombustibili. Lo stesso Ziegler l'ha definita ieri «un crimine contro l'umanità». Una parte del mondo ambientalista ha la responsabilità di aver avallato per miopia queste scelte, in base alla considerazione - piuttosto «colonialista» - che i biocarburanti avrebbero reso più respirabile l'aria delle nostre città. Peccato che ciò - insieme ovviamente all'aumento del prezzo del petrolio e all'incremento degli allevamenti di bestiame (che richiede più foraggio) - abbia comportato un rapido incremento dei prezzi degli alimentari. Il ragionamento è semplice: le terre emerse non possono aumentare, quelle coltivabili sì - in modo modesto e con difficoltà - solo deforestando ampie zone selvagge. Se da questa superficie finita si sottraggono aree a fini non alimentari, in presenza di una domanda crescente, è persino banale dover constatare che i prezzi non possono che aumentare. E non in modo temporaneo. Le variabili sono determinate in modo ferreo: il costo dell'energia può solo aumentare, la popolazione globale cresce al ritmo di 80 milioni l'anno, le superfici coltivabili sono sempre quelle. Nonostante in Italia sia un discorso considerato demodé, bisogna ammettere che ci troviamo davanti a una crisi di sistema. La più grave di sempre, perché non c'è più un solo fazzoletto di terra da annettere «alla civiltà». Quella nostra, distruttiva.

 

America scomoda per Benedetto XVI

Chissà perché il nuovo viaggio internazionale di Benedetto XVI - che capita nel terzo anniversario del suo pontificato - più che suscitare interesse, curiosità o polemiche ha già un sapore di deja vu. Eppure è certo molto significativo che Ratzinger abbia scelto l'America (per la seconda volta, dopo la visita in Brasile dello scorso anno) e la più grande potenza del mondo, prima di metter piede su suolo asiatico e africano. Ma è anche vero che Benedetto XVI ricalca le orme del suo predecessore Giovanni Paolo II che negli Usa andò due volte, nel 1979 e nel 1995, con un programma piuttosto simile a quello attuale, che prevedeva, cioè, tappe a New York e Washington, con discorso all'Onu e incontro alla Casa Bianca. E va detto che in questo caso, invece che smarcarsi da un'eredità che, passando gli anni, appare sempre più pesante, Ratzinger sembra la copia sbiadita di Wojtyla. Con una sostanziale differenza: allora il papa polacco non dovette affrontare due argomenti topici, dalla indiscutibile pregnanza, che oggi il pontefice tedesco trova di fronte a sé: la questione America-terrorismo, rappresentata dall'attesa visita a «Ground Zero»; il nodo irrisolto dei preti pedofili, che sta dissanguando la chiesa americana. Su questi due punti - piuttosto che sull'incontro con un Bush in declino o sulle parole al Palazzo di vetro - si gioca la visita di Ratzinger che si apre oggi e si chiuderà il 20. Su questi temi Benedetto XVI ha l'opportunità di dire una parola originale, di lasciare un segno nella comunità cattolica e nell'intera comunità civile americana, come nella storia del suo stesso pontificato. Ma sembra che su entrambi i fronti le premesse non siano granché brillanti. Secondo le indiscrezioni e le dichiarazioni degli uomini del suo entourage, Ratzinger intende riconoscere ufficialmente agli Stati Uniti il ruolo di «guida etica del pianeta», di ricoprire il ruolo di potenza illuminata dai valori cristiani: dunque si guarderà bene dal metter in discussione la visione imperialistica o unilateralista dei rapporti internazionali, tipica dell'America teocon. Chiederà invece agli Usa di esercitare un «dominio misericordioso», che non indulga troppo nella violenza e nella guerra ma che conti di più sulla moral suasion del più forte. Sapendo che quella forza è protetta e ispirata dall'Altissimo, quasi legittimando una concezione medievale del potere, che sarebbe direttamene infuso dalla divinità. E' facile capire come questo possibile erigere la cristianità a bastione della maggiore potenza occidentale abbia un effetto deflagrante nel mondo islamico, ma anche fra le altre potenze asiatiche, che già tendono a semplificare considerando il cristianesimo una «religione dell'Occidente». Ma anche sul secondo punto, quello della triste vicenda della pedofilia, non ci si aspetta da Ratzinger parole molto coraggiose. Il papa intende portare «guarigione e riconciliazione», ma non incontrerà le vittime degli abusi. E non è ben chiaro se, accogliendo il suggerimento del cardinale di Boston, Sean O'Malley (che sostituì il discusso Berard Law), parlerà apertamente della crisi degli abusi sessuali nella chiesa americana. Una chiesa che naviga in acque piuttosto cattive, dal punto di vista economico come da quello della credibilità e della presa sui fedeli. A partire dallo scandalo che le colpì sei anni fa, alcune diocesi hanno versato oltre un miliardo di dollari in risarcimenti alle vittime. Alcune hanno dichiarato fallimento, ma i giudici hanno messo in dubbio le dichiarazioni patrimoniali degli enti ecclesiastici che accreditavano una insufficienza di fondi a fronte delle richieste. Insomma, una matassa legale da cui non sarà facile uscire, per liberarsi delle scorie di una vicenda che ha inferto un colpo mortale al cattolicesimo a stelle e strisce. Proprio da qui il papa intende ripartire: il suo viaggio vuole dare nuovo lustro alla comunità dei fedeli americani, provare a fare una plastica facciale all'immagine della chiesa, riaccreditarla nei palazzi del potere, renderla una presenza ancora significativa sul piano spirituale ma anche diplomatico. Non è detto che ci riesca.

 

Liberazione – 15.4.08

 

Punto e a capo - Piero Sansonetti

Nessuno, francamente, si aspettava una batosta così grande, storica. Addirittura, di fronte al crollo della sinistra, passa in secondo piano la nettissima affermazione del centrodestra e il ritorno al potere, solenne e festoso, di Silvio Berlusconi. L'Italia si trova per la prima volta ad avere un Parlamento della repubblica privo di una delegazione della sinistra. C'è una fortissima coalizione di destra, che ha la maggioranza ed è condizionata dal successo strepitoso della sua anima xenofoba e antimeridionalista (cioè la Lega) ; c'è una opposizione di centro, condizionata a sua volta dall'altrettanto strepitoso successo della sua componente forcaiola (cioè l' Italia dei valori di Di Pietro); e poi c'è un piccolo partito cattolico moderato, molto moderato (l' Udc di Casini), schierato su posizioni intermedie rispetto ai due schieramenti grossi. Difficile dire se con questi risultati - in gran parte imprevisti e molto più a destra di quello che ci si aspettava - Berlusconi deciderà di governare da solo con Bossi, come i numeri gli consentono, o se invece cercherà una grande coalizione, e cioè proverà a coinvolgere il partito di Veltroni in un accordo, in qualche forma di intesa. Dalle dichiarazioni che ha rilasciato ieri sera a "Porta a Porta" parrebbe di no. Comunque l'ipotesi del «Veltrusconi obbligato», e cioè reso quasi inevitabile da un pareggio al Senato, che molti osservatori avevano pronosticato, ora non c'è più. Se ci sarà la grande alleanza, ci sarà per scelta politica dei gruppi dirigenti dei due partiti, ma questo, con ogni probabilità, se dovesse avvenire, comporterebbe delle rotture, soprattutto nel partito di Veltroni. Che Italia sarà? Non chiedetelo a noi, si sa come la pensiamo: un'Italia senza la sinistra in Parlamento, cioè senza una sentinella che si oppone agli scivolamenti reazionari, alla ferocia del mercato, alla religione della competitività, un'Italia cosiffatta, pensiamo, sarà un paese pessimo. Però non c'è niente di peggio, di fronte a un ceffone politico elettorale di questa potenza, mettersi a piangere e abbandonarsi al lamento. Conviene mantenere la mente fredda e riprendere a fare politica. Ponendosi, ovviamente, due domande. La prima è: quali sono le cause della sconfitta? La seconda viene come conseguenza: e ora, che fare? Non so rispondere alla prima domanda. Se avessi conosciuto in anticipo le cause della sconfitta le avrei dette. Non credo che nessuno avesse capito cosa stava succedendo, e quindi non credo che nessuno sappia analizzare lucidamente le cause. Certo, se mi chiedete un elenco ve lo faccio: il bipartitismo imposto da Veltroni e tutta quella faccenda del voto utile, lo slittamento a destra dell'opinione pubblica italiana, il peso di temi come l'immigrazione e la sicurezza, il ritardo con il quale la sinistra ha saputo avviare il processo unitario, una discreta litigiosità interna, l'assenza di rinnovamento, il poco appeal delle liste elettorali, l'indebolimento drammatico della struttura dei partiti politici e dunque del loro radicamento di massa, la difficoltà ad avere un dialogo con il proprio popolo (anzi: con il popolo), le conseguenze della grande disillusione creata dal governo Prodi, l'impressione che abbiamo dato di essere troppo subalterni al governo e l'impressione, opposta, e cioè di essere stati troppo bastian-contrari, la poca convinzione con la quale abbiamo battuto sul tema dei diritti civili, l'aver messo in secondo piano la battaglia delle donne, i diritti degli omosessuali, l'opposizione al clericalismo, e anche - di nuovo all'opposto - le difficoltà che ci ha creato la svolta improvvisa (fondamentalista e moderata) della Chiesa cattolica passata da Woijtyla a Ratzinger... Posso proseguire ancora, e mettere tra gli errori, ovviamente, le difficoltà di comunicazione (e da questo punto di vista il giornale non si chiama fuori), la difficoltà a fare politica in un sistema ormai del tutto spettacolarizzato e televisionaro. Ma alla fine di questo elenco resta poco. Tutto giusto, ma non ci basta certo a capire dove sono stati gli errori veri essenziali, e quindi in che modo correggerli. Dobbiamo, credo, aprire una discussione seria, approfondire l'analisi, fare tutti quei passi che nel più orrendo gergo della sinistra si chiama l'«autocritica». Possibilmente aprendosi e non chiudendosi. Cioè non aggrovigliandosi in una discussione da ceto politico, piena di sottintesi, di ripicche, dispetti, psicodrammi e cose del genere. Ma aprendosi alla società, al popolo, ai movimenti. E chiamando a raccolta tutti quelli che vogliono ricostruire la sinistra, che sono inorriditi da questo Parlamento che è uscito dalle urne. Mi è più facile rispondere alla seconda domanda. Da oggi si fa punto e a capo. Si ricomincia. Si inizia a lavorare per rifondare la sinistra. Senza farsi spaventare, accettando, anche con umiltà, questa durissima lezione che abbiamo ricevuto. Sicuri di aver fatto un numero enorme di sciocchezze, ma anche di avere in testa delle idee che non sono affatto male.

 

«Risultato storico per Bossi. Vince a destra e a sinistra. Sono come la Csu tedesca» - Claudio Jampaglia

Roberto Biorcio, professore di sociologia all'Università Bicocca di Milano, tra i primi "scopritori" del fenomeno nazionale Lega, da anni guida un osservatorio politico e aveva predetto un risultato significativo per i "padani" nella tornata. Ma a metà dello spoglio con la Lega al 23% in Lombardia e al 26% in Veneto (15% in Piemonte e 7% in Emilia) è comunque un po' sorpreso. Tutti si aspettavano una Lega forte, ma si può parlare di risultato quasi storico? Indubbiamente, dal famoso 1996 quando raggiunse il 10% nazionale, siamo al punto più alto. All'epoca, però, la Lega correva da sola e sfruttava la radicalizzazione della solitudine. Oggi probabilmente gode della convergenza di due fattori. Da un lato una certa autonomia da Berlusconi, anche se in coalizione. E recupera voti anche a destra. Dall'altro, la crescita dell'orientamento anti-casta dei politici che nel Nord viene identificata anche con Roma. Bisognerà approfondire, ma mentre a sinistra l'antipolitica può essere sfociata anche in astensione, nel centrodestra, la Lega raccoglie anche quella spinta almeno al Nord. Un doppio risultato. Dopo la malattia di Bossi, in tanti (anche noi), l'avevamo data per inglobata da Berlusconi, senza una propria spinta... E anche se Bossi non è più quello di un tempo, rimane comunque esplicito il carattere di protesta del Nord. Molto più chiaro con la crisi economica e politica. Come se fosse di nuovo una Lega d'opposizione. E di sicuro ha creato problemi anche alla Sinistra, schiacciata tra voto utile, antipolitica e nordismo. I sondaggi la davano in buona ripresa, ad esempio tra 15-20% in Veneto. Poi come sempre determinano quelli dell'ultima ora. E hanno deciso la protesta. In che senso ha creato problemi alla Sinistra? Anche negli anni 90 la Lega ha sempre avuto una fortissima penetrazione tra la classe operaia, superiore a quella della sinistra. Difendono aspetti locali, identitari, come la casa popolare agli italiani, mentre in economia rimangono subalterni all'aziendalismo berlusconiano e sul lavoro alle centrali sindacali tradizionali. La sinistra, invece, si concentra sui salari e diciamo su un buon sindacalismo. Però al governo non è riuscita a dare risposte, ed è colpa di Prodi, nè sui salari nè sulle pensioni e la rabbia si è indirizzata altrove. Però tra salario e razzismo c'è una differenza o la protesta annulla qualsiasi barriera? Diciamo che la rabbia di questi ceti e di questi territori sceglie una rappresentanza di segno localista. E non dimentichiamo che di fronte a un indebolimento della rappresentanza politica della sinistra la porta aperta a una posizione destra e identitaria c'è sempre stata. La situazione salariale produce rabbia. Che tende ad esprimersi proprio nel mix tra protesta e rappresentanza in chiave territoriale. Più che di classe. La rabbia evidentemente ha eroso molti ponti con la politica di sinistra. E la sinistra che dà poca rappresentanza a questa area e a questi territori perde. Quindi la questione settentrionale non è quella operaia? Il problema è rappresentare un'identità politica più complessa. Fatta di partite Iva, di forzati della flessibilità, di figure intermedie... Sarebbe auspicabile un buon sindacalismo operaio, per carità, ma nelle elezioni ci vorrebbe qualcosa di più. E poi i lavoratori delle grandi fabbriche sono ormai una piccola parte. La dimensione delle aziende si frantuma e lì l'identificazione è complessa anche col sindacato. Se la Sinistra fa solo una pura traduzione di una buona rappresentanza sindacale non le basta per costruire un'identità politica. Ancora di più al Nord dove c'è la paura di aver perso il ruolo trainante in economia. Una Lega terza forza politica del paese (al momento), con le sparate di Bossi e le magliette antislamiche di Calderoli... Quale paragone in Europa? Oggi il paragone più opportuno mi sembra con la Csu bavarese. Non leghisti ma sicuramente più di destra e più tradizionalisti della Cdu della Merkel, agiscono su regioni ricche ed economicamente avanzate, con una forte identità locale. Il modello Pdl-Lega assomiglia ormai a questo: un asse conservatore, con una specificità più protestataria. Comunque per il largo pubblico non è tanto l'efficacia di governo, quanto il mantenimento di posizioni di difesa, anche gridate, a contare. Sarebbe interessante vedere nella coalizione cosa è successo ad An. Se la Lega e l'Mpa di Lombardo gli hanno rubato voti. Ma ancora non abbiamo i numeri.

 

Confindustria e Corriere contro Cgil, Cisl e Uil - Fabrizio Salvatori

"Uno-due" degli imprenditori contro il sindacato. Ad urne ancora "aperte", Emma Marcegaglia da una parte, e il Corriere della Sera dall'altra, prendono di mira Cgil-Cisl-Uil assestando due colpi nel nome dell'"innovazione". Dopo le esternazioni di Luca Cordero di Montezemolo, la scorsa settimana, che ha minacciato la disdetta del patto concertativo, ci si aspettava una "accelerazione" che ponesse al sindacato l'urgenza della riforma dei modelli contrattuali. Ma le critiche piovute dalle colonne del quotidiano di via Solferino da una parte, che si permette addirittura il lusso di dettare il programma dell'autoriforma, e l'intervista del futuro presidente di Confindustria su Les Echos , vanno oltre. A dire il vero l'"agenda" di Marcegaglia guarda soprattutto all'indirizzo del governo, al quale chiede «segnali immediati» su privatizzazioni, riforma dell'Irap, del sistema di istruzione e della burocrazia. Rispetto al sindacato, il principale dossier aperto è quello sulla contrattazione. Un sistema «troppo centralizzato che non lascia alcuna flessibilità né a livello locale né alle aziende», dice Marcegaglia, che chiede interventi urgenti anche sul fronte della defiscalizzazione degli straordinari. E veniamo al Corriere della Sera , che non risparmia critiche a Cgil Cisl Uil usando l'appellativo della "casta". In sostanza, il sindacato, che ha accettato faustianamente di scambiare l'anima per il potere, si troverebbe di fronte a un bivio: o autoriforma o crisi di rappresentanza, esattamente nella stessa scia della crisi della politica. Dario Di Vico detta il "programma" al sindacato: limiti di mandato, sia per i rappresentanti sindacali nei luoghi di lavoro che per i segretari, e trasparenza nei rendiconti economici. Ma «il capitolo più delicato», a testimonianza che la "casta" degli imprenditori ha in realtà di mira i lavoratori è l'ultimo punto, quello sul diritto di sciopero, «possibile chiave del rinascimento sindacale». Secondo il CdS , va rinnovato attraverso la prassi del referendum preventivo tra i lavoratori. Per Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 aprile, nelle parole del Corriere della Sera c'è sì «una critica alla burocrazia sindacale», ma «per colpire i lavoratori». Tre i punti in discussione, il contratto nazionale, il lavoro senza diritti e lo sciopero. «Il dato vero - prosegue Cremaschi - è la crisi burocratica del sindacato, ben rappresentata dai finanziamenti pubblici mascherati, dal peso e dal ruolo del sindacato dei pensionati, dal mancato rinnovo delle deleghe». Ma la risposta «non può essere la difesa del "socialismo reale"», ovvero la chiusura a riccio. «Occorre una svolta radicale - conclude il leader della Rete 28 aprile - nel segno della democrazia» interna e nel rapporto con i lavoratori. «Sarà la nostra battaglia dopo le elezioni». Anche Nicola Nicolosi, leader dell'area Lavoro Società, sottolinea che l'iniziativa del Corriere della Sera è sostanzialmente «contro i lavoratori». «Non si può parlare di casta - puntualizza Nicolosi - perché in Cgil il limite dei due mandati già esiste». «Sui delegati - conclude Nicolosi - il Corriere opera una vera e propria forzatura perché il sindacato non ha mai attivato la sovranità a favore dei rappresentanti sindacali. Prendersela con loro è inaccettabile». Il termine "casta" è ormai entrato nel linguaggio comune, dopo l'uscita del libro inchiesta di Rizzo e Stella, giornalisti del Corriere della Sera . E a questo filone che si è attaccato Stefano Liviadotti, giornalista economico dell'Espresso, con un libro-inchiesta dal titolo L'altra casta. In un periodo di profonda crisi della rappresentanza sindacale, in cui lo scollamento tra le tre grandi sigle confederali (Cgil, Cisl e Uil) e il mondo del lavoro si va accentuando (fenomeno già messo in evidenza dalla Fiom), Liviadotti indaga direttamente nei bilanci delle organizzazioni sindacali mettendo a fuoco le ambizioni politiche dei leader. «Non solo giri d'affari piuttosto rilevanti, ma anche la formazione di una sorta di casta burocratica sempre più lontana dal paese reale, come quella della politica».

 

La Stampa – 15.4.08

 

Un Paese (quasi) normale – Massimo Gramellini

E adesso, colleghi dell’«Economist» e dintorni che consideravate l’Italia un caso clinico? Siamo diventati europei persino noi. Una campagna elettorale noiosa, quindi autenticamente democratica. Votazioni senza incidenti. Neanche un bidone della spazzatura trasformato in seggio o una bufala di scheda travestita da mozzarella. All’ora di cena il capo della coalizione perdente aveva già ammesso la sconfitta e telefonato al capo di quella vittoriosa per le congratulazioni di rito, mentre i segretari dei due partiti di sinistra spappolati dagli elettori si dimettevano con effetto immediato, senza finte né scuse. Dalla legge elettorale più brutta del mondo è uscito un Parlamento dove, al posto dei soliti ottantacinque clan, siederanno quattro soli gruppi parlamentari. Sulle piazze e nelle redazioni dei giornali non si respira l’aria degli eventi epocali e nemmeno l’adrenalina dell’incertezza che nel 2006 tenne tutti svegli fino alle tre del mattino. I vincitori esultano senza maramaldeggiare. Gli sconfitti si preparano con dignità alla traversata del deserto. E l’ex e futuro capo del governo è un normalissimo leader che non ha legami con potentati economici, meno che mai nel settore nevralgico della comunicazione… Va bene, colleghi, nel finale mi sono lasciato un po’ prendere dall’entusiasmo. Mettiamola così. Dopo quelli del Grande Fratello e dei Cesaroni, abbiamo comprato all’estero anche il format della democrazia. E lo abbiamo adeguato alle nostre esigenze, inserendo la figura, per noi indispensabile, del padrone.

 

Bertinotti: "Che rabbia, chiudo nel modo peggiore" - RICCARDO BARENGHI

ROMA - Dieci parole che dicono tutto: «Accidenti, chiudo la mia attività politica nel peggiore dei modi». Le pronuncia Fausto Bertinotti a metà pomeriggio, quando le proiezioni annunciano la storica sconfitta. Il leader della Sinistra Arcobaleno, commentando i dati con i suoi collaboratori, si rende conto che la sua neonata formazione politica non sarebbe riuscita nemmeno a entrare alla Camera: «Diventeremo un partito extraparlamentare». E in nottata, mentre lascia Porta a Porta per raggiungere Matrix, ci dice al telefono che «il disastro è totale, noi siamo la punta dell’iceberg ma lo spostamento a destra del Paese si legge in tutto il voto, quello per la Lega e per Di Pietro oltre naturalmente alla vittoria di Berlusconi. Un disastro, un disastro...». E’ sconfortato Bertinotti, anche perché l’aria che sentiva durante il tour de force in giro per l’Italia non era affatto quella venuta fuori dalle urne. Cita l’ex capo dello Stato Giuseppe saragat: «Aveva ragione lui quando diceva che non bisogna mai fidarsi dell’aria che tira«». Infatti la sua Sinistra partiva dal dieci per cento, sperava nell’otto, si sarebbe accontentata del sette, «ma già il cinque o il sei ci avrebbe deluso». «Figuriamoci adesso che neanche arriviamo al quattro, e non prendiamo nemmeno un deputato». Il Presidente della Camera nomina il suo «maestro Vittorio Foa, che con la sua Nuova sinistra unita (Nsu) negli anni Settanta non riuscì nemmeno a prendere il quorum». Si riunisce con lo stato maggiore della Sinistra Arcobaleno: «Ma chi poteva immaginare un risultato del genere... voi ve lo aspettavate – interroga Franco Giordano e gli altri – voi pensavate sul serio che avremmo preso il 3 per cento?». La risposta, in coro, ovviamente è no, tutti spiegano che c’erano difficoltà, che la strada era in salita, ma un risultato del genere proprio non se l’aspettavano. Racconta uno di loro che ieri mattina, quando è arrivato sul tavolo di Bertinotti l’ultimo sondaggio dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli che gli attribuiva il 5,8, l’avevano tutti giudicato non solo brutto ma anche infondato: «Non è possibile! Ma adesso – confessano – ci metteremmo la firma su quel dato». Bertinotti non può che prendere atto della disastrosa sconfitta, «non ci siamo resi conto di cosa stava succedendo, ci è sfuggita la realtà. E questo è grave». Poi abbozza una prima analisi del voto, spiega che «gran parte della responsabilità l’ha avuta Veltroni con la sua scelta di andare da solo. Però lui è stato molto bravo a scrollarsi di dosso il governo Prodi. E’ riuscito a presentarsi come il Nuovo anche se il suo Partito era il fulcro di quel governo. Ed è stato abile nel buttare sulle nostre spalle il fallimento di quell’esperienza. E noi non abbiamo reagito con forza sufficiente». E a proposito di Veltroni, il leader del Pd l’altro ieri ha telefonato a Bertinotti, gli ha fatto i complimenti per la campagna elettorale, ha apprezzato il fatto che entrambi non si fossero azzannati, «e tanti auguri». Ieri poi è stata la volta di Rutelli, una telefonata che gli uomini dell’ormai ex presidente della Camera definiscono «affettuosa: l’ha incoraggiato, ha sottolineato l’importanza del sostegno che la Sinistra Arcobaleno garantisce al probabile nuovo Sindaco di Roma, ha insistito su una collaborazione futura». Bertinotti ha apprezzato, ma comunque lui non intende continuare a essere il leader. L’aveva detto nei mesi scorsi e lo ripete adesso: «La mia esperienza finisce qui». Pensa però che la Sinistra Arcobaleno debba andare avanti, «certo pensando a un futuro lontano, non al domani». Ricominciamo da zero insomma». E chissà se ci riusciranno, segnali di guerra già si sentono ovunque, nei partiti e fuori. Annunci di resa dei conti, richieste di dimissioni generali, congressi straordinari, azzeramento dei gruppi dirigenti. D’altra parte se una formazione politica nata mettendo insieme quattro partiti con una certa storia alle spalle, che addirittura si chiama la Sinistra, non riesce nemmeno a entrare in Parlamento, si tratta di un evento che non può non avere conseguenze anche pesanti. Il rischio di un’implosione generale è fortissimo, e infatti tutti lo avvertono. Per non parlare di quella galassia – movimenti, centri sociali, associazioni sparse – da sempre limitrofa a quest’area politica. E qui dentro, con la destra al governo e senza neanche una rappresentanza parlamentare della sinistra, il rischio che qualche frangia incontrollata apra conflitti diffusi e magari anche violenti è piuttosto concreto. Non a caso già se ne parla con timore al Loft del Partito democratico.

 

Contro il partito del no - LUCIA ANNUNZIATA

La Lega ha vinto. Senza se e senza ma. Suo è ora il più forte mandato dentro il prossimo governo, perché suo è il successo più straordinario e sua è probabilmente l’indicazione più chiara che ci arriva dall’elettorato. Bisognerà ovviamente guardare bene fin nelle pieghe dei voti della Lega, ma fin da ora, guardando al quadro regionale dei consensi che ha raccolto e al parallelo sgonfiarsi di altre organizzazioni politiche, è possibile avanzare qualche risposta. La più significativa delle vittorie regionali è forse quella in Emilia Romagna, dove il 7 per cento leghista ha creato un forte cuneo dentro l’insediamento storico del centrosinistra. La Lega ha avuto ottimi risultati inoltre in Piemonte, e risultati addirittura strabilianti nelle sue tradizionali roccaforti, il Veneto e la Lombardia. Tracciando un’ipotetica linea che unisca questi luoghi fra loro, ci troviamo di fronte a un disegno nuovo del profilo della Lega stessa: non più forza nordica soltanto, non più forza di valli e regioni pedemontane, ma una linea che sfonda i tradizionali limiti del Nord e già guarda al centro del Paese. Questi voti, insomma, non sono più solo su base regionale, ma offrono un’identità di «questioni». E qual è la maggiore delle questioni che uniscono questi differenti territori? Ci sono le tasse, certo, ma Berlusconi sarebbe bastato se questo fosse stato il principale obiettivo del popolo leghista. Ci sono certo le intrecciate questioni sicurezza e immigrazione, ed è possibile che verso la Lega sia rifluito un certo disincanto dei votanti di An, che fondendosi dentro il Pdl ha rinunciato alla battaglia d’ordine di cui aveva fatto la sua bandiera. I voti raccolti dall’organizzazione di Bossi sono tuttavia ben più di quelli che queste due questioni in sé gli avrebbero raccolto intorno. Spunta così una nuova ragione, che unisce tutte queste realtà: ed è la paralisi economica, l’impossibilità della micro e macroeconomia del Nord a operare in assenza di chiare capacità di prendere decisioni da parte del governo centrale. Possiamo anche dare un nome e un simbolo a questa paralisi del governo di Roma, che si è trasformata nella paralisi di un’economia che pure vuole, può e intende andar bene: le grandi opere. Tutte le regioni che hanno dato il successo alla Lega sono infatti sulla carta legate fra loro dal bisogno vitale di una certa modernizzazione dello sviluppo: la grande rete viaria che dovrebbe facilitare i traffici con l’Europa, il rinnovamento dell’ormai impraticabile strada verso Venezia, la Tav a Torino, l’alta velocità nazionale, la Malpensa, i vari aeroporti locali, e persino la nuova base militare di Verona. Potremmo aggiungere il Ponte sullo Stretto, i rigassificatori, il miglioramento delle linee ferroviarie: questa sorta d’insaccamento in cui sono finite le comunicazioni del Paese è certo un danno per l’Italia tutta; ma la linea di guerra in cui i grandi progetti di modernizzazione del Paese si sono combattuti corrisponde quasi esattamente alla linea del successo leghista. È insomma questo un voto che ci rimanda non a una spiegazione sociologica - la classe operaia debole, i commercianti, il popolo delle partite Iva - ; è un voto che coincide invece con la produttività impedita, non importa a che livello, non importa da chi e per chi. L’impressione è che per la Lega abbiano votato tutti coloro che accusano Roma di non capire, non sapere, di mettere troppi lacci, di aver sprecato tempo e denaro pubblico in un oscuro balletto di alleanze tanto fragili quanto remunerative per politici interessati solo a perpetuarsi. Un voto che raccoglie i malumori contro la «casta», e ben di più: è il voto che chiede attivamente di essere liberato dalla trappola della politica centrale. È certo questa forse solo un’ipotesi: ma per smentirla bisognerebbe non aver mai prestato orecchi ai danni fatti, anche psicologicamente, all’Italia dalla politica del No: no alle strade come alla flessibilità, alla redistribuzione del tesoretto, al treno verso Parigi e agli inceneritori per la spazzatura. A proposito, non ci rendiamo conto che la débâcle della spazzatura è stata la somma dell’esasperazione della impotenza? È stato il popolo dei No a condurre infatti il balletto degli scontri negli ultimi due anni. Non è così un caso che al successo della Lega corrisponde il collasso della sinistra radicale e di altre forze. Sfortunatamente questo popolo del No ha vissuto e prosperato dentro il governo Prodi. Non mi meraviglierò, dunque, domani di leggere che i voti operai e delle cooperative, e di molti cattolici si sono aggiunti a quelli delle piccole imprese e della partita Iva. È l’Italia che vuole crescere. E che non ha avuto la sensazione di avere più questa chance dal centrosinistra.

 

Repubblica – 15.4.08

 

Terza Repubblica, stesso cavaliere - MASSIMO GIANNINI

La Terza Repubblica nasce oggi com'era nata la Seconda, quattordici anni fa. Una vittoria netta e indiscutibile di Silvio Berlusconi. Uno spostamento massiccio e inequivocabile dei consensi verso destra. La storia politica della nazione si compie così, con un moto perfettamente circolare. L'eterna transizione italiana riparte dall'eterna rigenerazione berlusconiana. Tutto era iniziato con i referendum maggioritari del '93 e la pirotecnica "discesa in campo" del '94. Dopo quattro travagliatissime legislature si ritorna al punto di partenza. Il Cavaliere si riprende l'Italia. Sarà vecchio. Sarà spompato. Sarà "unfit". Ma la maggioranza degli italiani ha deciso di riconsegnargli comunque le chiavi del governo, sanando per la terza volta, con la legittimazione di un voto che equivale ancora una volta a un "condono tombale", le sue inadeguatezze, i suoi conflitti di interesse, le sue traversie giudiziarie. È il verdetto del popolo sovrano che, piaccia o no, in democrazia è l'unica cosa che conta. Dal punto di vista "sistemico", queste elezioni rivoluzionano la geografia politica nazionale. Segnano un deciso passo avanti dell'Italia sul terreno della semplificazione coalizionale e gettano le basi per una conseguente modernizzazione istituzionale. E di questo, al di là del responso dell'urna, va dato pieno merito al Pd e alla svolta che ha impresso al sistema, con la disaggregazione delle vecchie alleanze e le riaggregazione dei nuovi partiti. Il Paese ritorna sui binari di un solido bipolarismo, dopo il deragliamento neo-proporzionalista prodotto due anni fa dal "porcellum". Per la quarta volta in cinque elezioni cambia lo schieramento al governo, e questo è un sintomo che rafforza il meccanismo dell'alternanza. Di più: con un'evoluzione più consona alle moderne democrazie europee, anche la nostra si avvicina a un modello di bipartitismo tendenziale. Dalla Francia alla Germania, dalla Gran Bretagna alla Spagna, due partiti maggiori si ripartiscono un bacino di consensi che oscilla tra il 70 e il 90%. Pdl e Pd insieme, due partiti maggioritari e quasi "presidenziali", raccolgono intorno al 73% dei voti. Il prezzo di questa forte polarizzazione dei consensi è la polverizzazione delle "terze forze" e la desertificazione dei "cespugli". In Parlamento si salva appena l'Udc, ma spariscono la Destra, la Sinistra arcobaleno, i socialisti. Al Senato, di fatto, avranno accesso solo quattro gruppi parlamentari: Pdl, Pd, Lega e Udc. È un esito che può generare un impoverimento della dialettica democratica, e far riaccendere persino una extra-parlamentarizzazione del conflitto sociale. Ma di sicuro aiuta la governabilità politica e l'efficienza legislativa. Berlusconi ha perso la campagna elettorale, ma ha vinto le elezioni (al contrario di quello che accadde nel 2006). Secondo la felice definizione di Ilvo Diamanti, il Cavaliere non è più "il nuovo che avanza", ma semmai "il vecchio avanzato". Eppure si conferma il più magnetico catalizzatore dei sogni della nazione, e il più carismatico affabulatore dei suoi bisogni. Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un'Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l'etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la "pancia" del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno. E stavolta, a giustificare il suo terzo trionfo solitario, non basta nemmeno il "tesoretto" dei fallimenti del governo Prodi, sul quale ha utilmente speculato in questa campagna elettorale. La forza che questo voto gli conferisce è inequivoca. La "rivoluzione del predellino", uguale e contraria alla scelta del Pd di correre da solo, è stata un salto nel cerchio di fuoco. Ha obbligato la ex Cdl alla sterzata a destra. Ha regalato a Bossi un nuovo patto di sangue. Ha imposto a Fini l'annessione di An, a Casini la cacciata dal tempio. Per il Pdl è stata una scelta potenzialmente arrischiata: ha reciso le già logore radici moderate al suo centro (con l'Udc) e ha aperto un'insidiosa deriva radicale alla sua destra (con Storace-Santanché). Ma se alla fine il rischio è stato ben ripagato dagli elettori, questo è il segno che nel voto c'è qualcosa di più di una semplice sanzione verso il governo precedente. E se il Pdl stravince al Nord grazie alla Lega, ma vince anche nelle regioni del Centro-Sud dove la Lega non c'è, questo è il segno che un vasto bacino sociale, di borghesia produttiva ma anche di lavoro dipendente, di uomini spaventati del ricco Settentrione ma anche di pubblici salariati del povero Meridione, si raccoglie ormai strutturalmente intorno al Cavaliere, e all'anomalo impasto di "rivoluzione-protezione" che continua a promettergli. Solo così si spiega il perché, dopo quindici anni di anomalie istituzionali e di ordalie politiche intorno alla sua persona, lui resti saldamente in campo. E il suo partito, personale o di plastica quanto si vuole, sia ancora capace di aggregare consensi. E di vincere con un margine amplissimo, a dispetto dei nemici interni sempre più basiti e degli osservatori internazionali sempre più stupiti. Tanto ampio da neutralizzare la possibile incognita di una impropria "golden share" consegnata in mano alla Lega. È vero che con oltre 20 senatori il Carroccio tiene in ostaggio la coalizione, ma mai come stavolta il Cavaliere ha la possibilità di stringere (se già non l'ha fatto) un "concordato preventivo" con il Senatur. Ha molto da offrirgli, in cambio della sua fedeltà per un'intera legislatura. Dalla presidenza di Palazzo Madama alla poltrona da vicepremier unico, da un altro ministero per le Riforme alla poltrona di governatore della Lombardia, che nell'immaginario delle camice verdi trasformerebbe finalmente la "Madre Padania" da mito virtuale a luogo reale. Veltroni ha vinto la campagna elettorale, ma ha perso le elezioni. Il bilancio del Pd ha indubbiamente più di una posta al passivo. Forse il leader ha pagato una rincorsa breve, e troppo tarata sul modulo dell'"one man show". Forse non è riuscito a tracciare un perimetro credibile per la nuova constituency valoriale e sociale del partito, usando nel suo tour nelle 100 province italiane troppi messaggi generali e frullando nel suo programma troppe promesse particolari. "Il viaggio è il messaggio": parafrasando McLuhan, forse anche questo è stato l'errore. Così non è riuscito a drenare consensi al centro (sfilandoli al fronte avverso) e ha finito per cannibalizzare i consensi a sinistra. Ma per il Pd le poste all'attivo valgono forse anche di più. In questo complicato Paese non è mai esistito un partito riformista che può contare su uno zoccolo duro vicino al 35% dei voti. Nella Prima Repubblica solo la Dc (e neanche il Pci) ha potuto contare su un risultato così ampio. Questo è un solido "gancio" sul quale continuare la scalata verso il governo del Paese. Ora si misurerà la capacità dei gruppi dirigenti di stabilizzare il Pd, e di trasformarlo in una realtà strutturale, che resterà e crescerà nel panorama politico nazionale, e non di svilirlo a un episodico espediente elettorale, come sono stati la Gad, la Fed, o persino lo stesso Ulivo. Non è un esito scontato, dopo la sconfitta di ieri. Conosciamo bene la propensione all'autolesionismo di quel ceto politico. Ma alzi la mano chi, tra i democratici, ha voglia di purghe staliniste o di nostalgie autonomiste, e ha la solita tentazione di mettersi a sparare sul quartier generale. Alzi la mano chi si illude che sarebbe stato o sarebbe tuttora meglio tornare alla divisione Ds-Margherita, due chiodi arrugginiti buoni per impiccarsi, non per riprendere la salita verso la vetta. Certo, nella metà campo della nuova opposizione non si può non registrare con inquietudine il tracollo delle sinistre alternative e l'estinzione definitiva ben quattro sigle coalizzate. Rifondazione, il Pdci, i Verdi e Mussi pagano i veti continui e le estenuanti mediazioni al ribasso cui hanno obbligato Prodi. Agli occhi degli elettori, evidentemente, proprio loro sono stati la "malattia" di quel governo, mentre Mastella ne è stato solo la "febbre". Ora, con loro, è in gioco non solo il destino di un leader storico come Bertinotti, ma la nozione stessa di sinistra. Ci vorrà una riflessione severa, e una lunga traversata nel deserto, per riaffacciarsi sul mercato politico con un'offerta convincente. Possono accusare finché vogliono il Pd e la sua "vocazione maggioritaria", ma i vari Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio devono prendere atto, risultati alla mano, che l'Arcobaleno non lo era affatto. Cosa accadrà adesso? Berlusconi ha una maggioranza più che solida. I numeri a sua disposizione autorizzano la previsione di un governo di legislatura. La domanda cruciale è se sarà una anche legislatura costituente, come servirebbe al Paese. Le prime mosse del Cavaliere sembrano concilianti. Parla di riforme condivise, ipotizza la riesumazione della Bicamerale, si dichiara diverso dal premier che vinse nel 2001, dice di volersi consegnare alla storia come statista. Nella sua terza reincarnazione, l'unto del Signore sembra voler impersonare l'idea di un populismo morbido, di un bipolarismo mite. Contiamo sulla sua sincerità. Conviene a lui, se vuole davvero ascendere al soglio del Quirinale. Ma soprattutto conviene all'Italia, se vuole smettere una volta per tutte di essere una Repubblica preterintenzionale.

 

Corsera – 15.4.08

 

La notte terribile della gauche italiana. E gli operai fanno festa con la Lega – Gian Antonio Stella

«Cercate l’orso bruno "JJ3"», aveva ordinato l’altro ieri Alfonso Pecoraro Scanio. Ciò detto, spiegava un comunicato, il ministro dell’Ambiente aveva «aperto tavoli di confronto con alcuni Paesi dell’Arco alpino» chiedendo preoccupato dove fosse finito lo Yoghi sparito dal parco dell’Adamello. Da ieri, però, ha altri problemi per la testa: con l’orso è sparita la sinistra radicale. Comunista e verde. Almeno dal Parlamento. Non un rappresentante al Senato, non uno alla Camera. O almeno così pareva ormai certo mentre calava la notte più straziante, tormentata e insonne che la «gauche» italiana abbia mai vissuto. Una notte resa ancora più cupa, agli occhi dei protagonisti attoniti del mondo arcobaleno, dal trionfo di Silvio Berlusconi, dal dilagare della Lega e da quella rivendicazione del segretario del Carroccio Umberto Bossi che non ammetteva repliche: «La Lega l’hanno votata i lavoratori». Pausa. Rilancio: «I lavoratori non votano più la sinistra: è la Lega il partito nuovo dei lavoratori». Hai voglia, adesso, ad alzare il sopracciglio ridacchiando. A fare spallucce. A buttarla sul ridere. Perché i dati che emergono questo dicono. Basta prendere la provincia di Vicenza. Provincia industriale. Metalmeccanica. Manifatturiera. Provincia bianca. Per decenni democristiana. Mariana e bisagliana, cioè fedele a Mariano Rumor e Toni Bisaglia. Obbediente a Monsignor Carlo Zinato, il vescovo che Camilla Cederna chiamava «La Wandissima» per come voleva essere sempre al centro di tutto. Bene: anche a quei tempi la sinistra aveva sempre tenuto in alcune roccaforti. Sempre. I dati di ieri sono nettissimi. E dovrebbero rappresentare per Fausto Bertinotti, che si insediò alla presidenza della Camera dedicando il suo trionfo «alle operaie e agli operai», una spina nel cuore. La Lega straccia la Sinistra Arcobaleno a Valdagno (Valdagno: dove quarant’anni fa i ribelli tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto) 30 a 2,1%, la distrugge a Schio (la Schio della Lanerossi) 25 a 2,6%, la polverizza ad Arzignano (dove pure c’è un sindaco di centrosinistra) 37 a 1,5 e la annienta in due paesi storicamente strapieni di Cipputi come Chiampo (41 contro 0,9) e San Pietro Mussolino, dove una popolazione in larga parte composta da tute blu e dalle loro famiglie consegna al Senatur uno stratosferico 49,8 per cento e a quella che forse un po' presuntuosamente si era autodefinita «l’unica sinistra», un umiliante 0,6. Certo, Bertinotti e Pecoraro e Diliberto, potrebbero cercare qua e là per l’Italia qualche motivo di incoraggiamento. Del resto la storia ci ha consegnato esempi formidabili di sconfitte disastrose spacciate per flessioni. Immortale, ad esempio, resta il caso del democristiano Vito Napoli che, sotto le macerie fumanti del crollo della Democrazia Cristiana nelle disastrose «comunali» del 1993 disse: «Abbiamo perso Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo... Ma ci sono anche segnali incoraggianti. Penso ai successi di Gerace, Pizzo Calabro, Praia a mare...». Né si può dimenticare il buttiglioniano Maurizio Ronconi dopo una batosta generalizzata al Cdu: «Gli elettori riconsegnano Valfabbrica al Polo, nonostante la presenza di una lista di disturbo. E con Valfabbrica sono nostre anche Parrano e Attigliano... ». Mai, però, si era vista sparire così di colpo, come fosse stata inghiottita da un abisso, un’intera area. Basti dire che soltanto due anni fa Rifondazione Comunista aveva preso il 5,8 per cento, i Comunisti Italiani il 2,3, i Verdi il due abbondante. Per un totale del 10,2 per cento. Per non dire delle elezioni europee del 2004, quando insieme arrivarono a passare l’undici. Di più: non c’era discorso, dibattito, confronto in cui l’uno o l’altro, nella scia delle grandi adunate di piazza antiberlusconiane, non rivendicassero i sondaggi che li davano, tutti insieme, intorno al tredici per cento. Solo una manciata di mesi fa, nella fase più dura di tensioni sulla Finanziaria dentro quella che allora era la maggioranza, Fabio Mussi minacciava: «Siamo una forza imponente, quindi se non si prestasse orecchio alle nostre proposte si farebbe un errore grave, molto grave». «L’8,7% ottenuto dalla sinistra unita in Germania sarebbe per voi una vittoria o una sconfitta?», chiesero qualche settimana fa al sub-comandante Fausto. E lui: «Siamo uomini di grande ambizione, mai porre limiti alla provvidenza rossa». Erano cinque, i partiti, partitini e micro-partitini, che si presentavano alle elezioni sventolando ancora (nonostante lo stesso Bertinotti avesse spiegato che dentro l'alleanza il comunismo sarebbe stato «una corrente culturale») la bandiera con la falce e il martello. E non uno è stato preso sul serio dagli elettori. E il risultato è una svolta inimmaginabile. Per la prima volta nella storia, dopo la fine della dittatura fascista, il Parlamento italiano non avrà tra i suoi banchi, dove anche la nascita della Costituzione venne salutata da un gruppo di camicie rosse, un solo «rosso». «E' una sconfitta netta dalle proporzioni nette e questo la rende più acuta», ha spiegato l’anziano leader annunciando che il suo ruolo «termina qui». Neanche il tempo che le prospettive più fosche si concretizzassero e già a sinistra si aprivano come scontato le liti, gli sberleffi, gli insulti, i conati di veleno, i processi ai colpevoli. Certo, niente a che vedere con le purghe di un tempo, quando Antonio Roasio schedava i compagni rifugiatisi in Russia per scoprire se meritavano di farsi un giretto nel carcere Taganka o con la «kista », l'autocritica dei propri errori che veniva chiesta alla scuola quadri delle Frattocchie per fortificare lo spirito comunista. Ma il processo sarà lungo, tormentato, duro. Perché ha perso dappertutto, questa sinistra rancorosa e sognatrice, pacifista e bellicosa che in questi anni ha detto no alla Tav e no all’eolico, no alle missioni di pace e no alla riforma delle pensioni e no a tutto o quasi tutto. E si ritrova sgominata a Taranto (dove soltanto un anno fa aveva incredibilmente vinto le «comunali» dopo un crollo del 46% delle destre ieri risorte) e in tutta la Puglia che le aveva regalato il trionfo di Vendola, in Sicilia dove candidava Rita Borsellino, in Campania dove è finita sotto le macerie del bassolinismo a dispetto delle battaglie contro gli inceneritori e in Piemonte a dispetto dell'opposizione all'Alta Velocità in Val di Susa. E sullo sfondo, mentre loro malinconicamente ripiegano le bandiere, sorride il Cavaliere trionfante e sorride Gianfranco Fini e sorride soprattutto lui, Umberto Bossi. Tra operai in festa ai quali la sinistra non riesce più a parlare.


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