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L’ombra

Manifesto – 16.4.08

 

Non si può più fare - Alessandro Robecchi

Lascio l’analisi del voto ai più esperti, ma credo che ci leccheremo questa ferita finché avremo la lingua, e forse anche dopo. A sinistra si è sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, imperdonabile e dilettantesco tutto quanto. E’ triste, ma non parliamo dei defunti, parliamo dei vivi, a malapena, ma vivi. Il Pd, infatti, pone un interessante problema di marketing che sarà il principale problema politico dei prossimi cinque anni e che sintetizzerei cosi: si può fare cosa? Si può fare il ponte sullo stretto di Messina? Si può fare il test di salute mentale ai magistrati? Si può fare di peggiorare le leggi razziali esistenti? So che messa così può sembrare una provocazione, ma restiamo ai fatti. Non risulta che in tutto il Parlamento, Camera e Senato, sieda un solo antiliberista. L’assoluta unanimità, con minuscole varianti e sfumature, nei confronti della totale libertà del mercato si realizza - credo unico posto in Europa - nel Parlamento italiano. Libera volpe in libero pollaio: 630 deputati e 322 senatori tifano apertamente per la volpe. E fin qui la valutazione oggettiva della situazione. Ma non può sfuggire anche un discreto errore di strategia. Impostare un intero disegno politico e una intera campagna elettorale sullo slogan «si può fare» renderà un po’ meno agevole svolgere il compito che ci si aspetta dall’opposizione, il cui mestiere, generalmente nelle democrazie mature, è di dire a voce alta e forte che «non si può fare». C’è da pensare che quella strategia del «si può» prevedesse la vittoria come unica modalità, e che applicarla nella sconfitta sia impossibile. Partita secca, la va o la spacca, come del resto sono le presidenziali americane da cui hanno preso vela lo slogan e la sua filosofia. La principale accusa rivolta alla sinistra da parte del Pd per settimane e mesi è stata quella di essere «l’Italia del no», mentre lui ardeva, bramava e si sbracciava per essere l’«Italia del sì». Ora, che farà? Dirà sempre sì? E quando ci sarà da dire no sui temi economici, quando la volpe avrà sempre più fame e il pollaio sarà sempre più indifeso, che farà, si opporrà strenuamente con Calearo? Con Colaninno? Con Ichino? Già mi vedo manifestazioni di industriali, cortei di imprenditori e - in caso di scontri - il fitto lancio di rolex in difesa dei lavoratori. A pensarci è un vecchio sogno, quella vecchia mania del Pci di non avere nessuno a sinistra. Sogno che si realizza quando il sognatore è morto e sepolto, e ci si sveglia agghiacciati che non ci sia niente a sinistra di questa moderna e neo-flaccida Dc. Niente a sinistra punto e basta. Il tutto, alle prese con un governo di estrema destra, in campo economico e sociale. Non vedo soluzioni all’orizzonte, non vedo nemmeno l’orizzonte. Constato che se qualcuno avesse in animo di dire «non si può fare» - frase che con il prossimo governo bisognerà pronunciare ogni istante - è già partita la criminalizzazione. Si teme il ritorno delle piazze, il ritorno addirittura del terrorismo e altre cossigate consimili. Su questo il Pd ha qualcosa da dire o lascerà fare? O dirà sempre, come in un mantra ipnotico che si può? E quanto poi all’entità del baratto (fine della sinistra in cambio di un grande disegno politico), va detto che il piatto di lenticchie è misero, sotto quel 35% che era la soglia della decenza di tutta l’operazione. «Come succede nelle grandi democrazie europee - è la prima frase di Veltroni dopo il disastro - ho telefonato al mio avversario». Corretto. La seconda cosa che si fa nelle grandi democrazie europee dopo una facciata simile è andarsene, come Segolène, come Aznar.Ma questo non si è detto e nemmeno pensato. 5 anni di si può fare saranno lunghissimi. Si può dire.

 

L’ombra di Banco - Ida Dominijanni

Le stagioni politiche passano, Francesco Cossiga resta. E vaticina. L’ultimo vaticinio è il seguente: sparita la sinistra parlamentare, ventilate le larghe intese, le Br sono di nuovo dietro l’angolo e il loro brodo di coltura già ribolle: «antiberlusconiani, operai della Fiom, precari, giovani no-global, centri sociali, insomma tutti coloro che un tempo erano rappresentati da Rifondazione comunista», e di cui ora dovrà farsi carico il Pd di Veltroni, se vorrà scongiurare la rinascita del terrorismo. Cossiga, si sa, è ossessionato dalle Br come Macbeth dall’ombra di Banco, e si può capire perché. Ma non è il solo a vaticinare un futuro di tregenda per una sinistra sociale privata del suo «contenimento» parlamentare. Gianfranco Fini, Bobo Maroni e Pierluigi Castagnetti non sono da meno, nelle loro condoglianze pelose a Fausto Bertinotti: senza forma istituzionale, a sinistra si spalanca la vertigine di un informe conflitto. Capito a che serviva un drappello di sinistra in parlamento? Non a rappresentare un pezzo di società, ma a frenare questa minacciosa ed endemica slavina. Da qui a tradurre la questione sociale in questione criminale, e il conflitto in problema di ordine pubblico, il passo è breve. Una significativa anticipazione s’era già vista negli alti lai sulle molotov di uova lanciate contro il leader della popolare (visto il voto) lista «aborto no grazie». Si comincia criminalizzando le uova e si finisce chissà dove: anche se il paragone storico più proprio per il prossimo futuro non sembra quello di Cossiga con gli anni Settanta, quando la sinistra in parlamento c’era eccome, ma semmai quello col regime, unica stagione prima di questa della storia nazionale in cui invece non c’era. Il troppo evidentemente storpia, e infatti il tracollo della sinistra parlamentare, da possibile trofeo del bipartitismo montante, s’è trasformato prestissimo in uno scomodo impiccio. Per Cossiga, Fini, Castagnetti e non solo per loro. Anche il Pd si ritrova con una bella gatta da pelare. Sul lato sinistro era previsto che vincesse, non che stravincesse. Avendo stravinto, il lato sinistro resta scoperto, e senza lato sinistro il centro non è più centro: traballa. Cossiga come al solito straparla,ma straparlando come al solito coglie un punto: con la Sinistra fuori dalle quinte, chi reciterà la sua parte in commedia? Se oggi o domani a qualcuno viene la bislacca idea di scioperare, e non c’è Bertinotti a interpretarlo, come farà Veltroni a mollarlo? Il copione s’è strappato. Lo sa anche Veltroni, che ieri infatti ha subito annunciato che sarà sua cura tenere aperto il dialogo con chi in parlamento ci sta, ma anche con chi non ci sta. Una presenza assente che rischia di diventare pure per lui il fantasma di Banco. Anche nel Pd, c’è chi non si accontenta del doppio risultato - un partito nuovo, e un nuovo bipartitismo – incassato dal segretario, e conta sul pallottoliere i voti che avrebbe dovuto strappare alla destra e che invece ha strappato alla sinistra.

 

Dopo Fausto Orazi e Curiazi - Matteo Bartocci

Roma - Rifondazione anno zero. Ventiquattr’ore dopo l’addio di Bertinotti, a via del Policlinico è già partita la resa dei conti. Sciogliere o no il Prc? Andare avanti con la Sinistra arcobaleno «chi ci sta ci sta» come vorrebbe Fausto, oppure un fallimento politico senza precedenti richiede un ripiegamento verso lidi politici già sperimentati come la Sinistra europea? Il dibattito è aperto, con una «drammatizzazione» in segreteria che i dirigenti vicini a Giordano definiscono «del tutto inaspettata», mentre lo spoglio delle amministrative è ancora in corso. Il momento della verità, diluito finora nella gestione «collegiale» del partito si avvicina: il congresso è stato convocato a luglio ma già sabato e domenica, in un comitato politico convocato ad horas, la segreteria post-bertinottiana potrebbe essere messa in mora dal blitz di una parte della maggioranza e delle minoranze comuniste. «La Sinistra arcobaleno è fallita. E se Giordano chiederà di sciogliere il partito non ci stiamo. Serve sì una costituente ma oltre il modello della Sinistra europea per noi non si può andare», avverte Giovanni Russo Spena, dirigente vicino all’ex ministro Paolo Ferrero. La maggioranza bertinottiana (60% del Prc al congresso di Venezia nel 2005) è a pezzi. Sul tavolo due proposte diverse sul che fare. Da un lato la tesi «una testa un voto», cioè del «superamento» di Rifondazione in un contenitore di sinistra più ampio, in cui contino alla pari iscritti e non iscritti ai partiti. Una formazione nuova, aperta e soprattutto unitaria. E’ la tesi sostenuta da Bertinotti, dai dirigenti a lui più vicini e dai cosiddetti «giovani», come il capogruppo Gennaro Migliore o il segretario pugliese Nicola Fratoianni. Dall’altra dirigenti storici come Paolo Ferrero e Ramon Mantovani, che non fanno mistero di voler salvaguardare il partito e puntano a un contenitore reticolare simile alla Sinistra europea, una sorta di federazione tra partiti, singoli ed associazioni con un coordinamento nazionale unitario e due portavoce. Una «casa comune» che non esclude lotte e liste elettorali con altri ma in cui, anche se cede un po’ di «sovranità», l’egemonia di partito (su nomine, alleanze, etc.) è intatta. Sullo sfondo, per ora, lo scontro sul comunismo come «tendenza culturale» (Bertinotti dixit) o la falce e martello. Di fronte al 3%raccolto nelle urne sembra davvero una sfida tra Orazi e Curiazi. E per la prima volta dal ’94, forse, il mantello bertinottiano non farà velo alla dialettica di vertice. Il presidente della camera, spiegano i suoi collaboratori, si tiene a distanza: ha cancellato gli appuntamenti pubblici e sabato dovrebbe disertare anche l’assemblea per la «Sinistra unita e plurale» di Paul Ginsborg a Firenze. Certo è che Bertinotti vorrebbe salvaguardare Nichi Vendola dallo scontro di partito per valorizzarne invece il «valore aggiunto». «La mia sconfitta - ha confidato il presidente della camera ai suoi – non lo tocca». In prospettiva, insomma, potrebbe essere lui a guidare l’arcobaleno che verrà. Ma in politica i tempi sono tutto, e se sabato e domenica la linea del «subcomandante» dovesse andare in minoranza non è chiaro come una sua eventuale candidatura potrebbe rientrare dalla finestra. «La Sinistra europea è stata una scelta importante ma oggi siamo al 3%. Chiudersi in un dibattito di partito non serve - spiega Michele De Palma, pugliese in segreteria – Basta con la caccia alle streghe, ha perso tutta la sinistra, non solo il Prc o i suoi dirigenti. La discussione sul che fare deve essere pubblica e andare al di là dei partiti. Ed è fondamentale che ci siano uguali diritti per tutti, iscritti e non». L’offensiva dei cosiddetti «ferreriani» si annuncia senza ritorno. L’ex ministro lo ha comunicato a Bertinotti a botta calda già a via Veneto. Anche per questo Giordano non si è dimesso (a differenza di Pecoraro Scanio e Boselli) e ha preferito affidare il suo mandato nelle mani del congresso. Per ora lavora ancora a una mediazione che salvi partito e arcobaleno. Ma la sua preferenza è palese: «Una testa, un voto. L’unità a sinistra è un processo irreversibile», ha spiegato ai suoi dopo la segreteria di ieri. Al congresso di luglio rischiano di fronteggiarsi almeno due mozioni. Con le minoranze (circa il 15% del partito) che potrebbero fare da ago della bilancia. Alberto Burgio (Essere comunisti) chiede le dimissioni della segreteria: «Dopo questo naufragio clamoroso tutto ciò che implica il rafforzamento del partito lo sosterremo chiunque lo proponga». Mentre per Fosco Giannini (Ernesto), «i nostri iscritti sono raggelati. Ci opporremo con tutte le nostre forze a chi propone la liquidazione del Prc». Aperture verso cui lo stesso Russo Spena spende parole chiare: «Chi dice ’serve Rifondazione e basta’ non mi trova d’accordo. Né ho nostalgie identitarie per la falce e martello. Noi non vogliamo sciogliere il partito, e credo che su questo già sabato troveremo consensi molto larghi».

 

I Berti-boys sull’orlo del baratro. Sperando in Vendola - Sara Menafra

Roma - Cascasse il mondo, a fine giornata c’era la playstation. In quella casa al quarto piano di via Farini, dietro piazza Vittorio, che i Giovani comunisti continuano a passarsi di generazione in generazione. I trentenni bertinottiani che ora rischiano di essere le prime vittime sacrificali della catarsi interna a Rifondazione, si vedevano tutti là, per impazzire di joystick fino a notte fonda. Nel 2004, quando il più bravo di tutti,Nicola Fratoianni, è stato nominato segretario della Puglia, l’appuntamento s’è perso. Mail gruppo, quello no, è rimasto compatto, più che una fronda politica un clan che negli ultimi sette anni ha bruciato tutte le tappe, passando dal movimento no global alla gestione del partito. Quelli della passione per l’arte contemporanea e la musica classica, dell’«antiproibizionismo». Quelli che hanno condiviso praticamente tutto, stessi amori (a fasi alterne, ovviamente), stesso abbigliamento pariolfreak e persino il vezzo di comprare le cravatte da Bomba, costoso e bel negozio del centro di Roma, fra i prediletti del capo, Bertinotti. Ora, con un pezzo di partito in rivolta e molti dirigenti che premono per andare alla conta, rischiano tutto, dopo aver già alcuni posti sicuri in parlamento: «Non sono convinto che prendere i cocci di quel che è successo e tirarceli l’uno contro l’altro sia una soluzione, la verità è che siamo tutti dentro una sconfitta colossale - spiega proprio Fratoianni - Spero che il Cpn sia un luogo in cui discutere insieme di una sconfitta colossale, capire dove si riparte per un progetto di lavoro aperto». Tra loro e Fausto c’è sempre stato un legame speciale. Il primo segretario dei giovani comunisti, Gennaro Migliore, nominato a metà degli anni ’90, fino a ieri era il capogruppo di una delegazione di quaranta deputati alla camera. Un bel salto, per un dirigente nato nel 1969, tra i più giovani deputati del parlamento italiano. E la chiave era soprattutto in quel abbraccio tra i giovani e il segretario, rimasto solido col passare degli anni e delle svolte politiche. All’epoca del legame col «movimento dei movimenti», fino al g8 di Genova, il rapporto tra Rifondazione e no global passava attraverso i Giovani comunisti, che indossavano la tuta bianca e condividevano pane e companatico con Casarini ed i suoi, stessa età, stessa origine nei movimenti universitari dei primi anni ’90, stessa fascinazione per le teorie di Toni Negri. Poi, dopo Firenze (2002) e la manifestazione contro la guerra a Roma (2003), Fausto Bertinotti decide di rompere con le teorie negriane e sposare la «non violenza ». I Giovani comunisti seguono compatti e la rottura viene siglata poco prima della svolta «governista» del congresso di Venezia. Il gruppo dei giovani, scala a grandi balzi il cursus honorum della carriera nel partito. Il segretario dei giovani comunisti che succede a Gennaro Migliore, Peppe De Cristofaro, è stato deputato fino all’altro ieri ed è segretario regionale della Campania. Fratoianni, oggi è il leader indiscusso in Puglia e avrebbe dovuto essere candidato sicuro alla Camera. E Michele De Palma è nella segreteria del partito insieme a Daniela Santroni e Fabio Amato. Persino il tesoriere del partito, Sergio Boccadutri, viene dal clan della playstation. Ora che Bertinotti dice addio, sono in molti a pensare che debbano cadere dalla torre con lui: «Hanno una responsabilità gravissima per quello che è successo», attacca Ramon Mantovani, tra i più agguerriti antibertinottiani: «La loro carriera politica è stata stroncata in giovane età. Sono stati i fanatici del processo che ha portato a questo risultato politico. Non gli piaceva questo partito, pensavano che Rifondazione fosse un ferro vecchio da lasciare in soffitta». La guerra è aperta. Molto, peseranno le scelte di Nichi Vendola, leader naturale della Sinistra arcobaleno che avrebbe potuto guidare la scorsa campagna elettorale e che col suo carisma potrebbe essere decisivo nella discussione del partito. Quel che farà, quanto aspetterà, non è ancora chiaro. Nicola Fratoianni, però, respinge l’accusa di aver abbandonato il movimento: «E’ vero, eravamo nelle istituzioni. Ma è anche vero che erano i deputati del Prc quelli che si presentavano di notte davanti ai Cpt se c’era qualche problema e che mediavano con la polizia nelle manifestazioni. Senza questo cuscinetto, gli spazi saranno ancora più ristretti».

 

La sinistra è sociale, ripartiamo da lì - Mario Pianta

La vittoria elettorale di Berlusconi era prevista, non lo era la completa sconfitta della sinistra. Il comportamento politico degli elettori è il risultato di molti fattori che combinano identità di lungo periodo e interessi immediati, aspettative e paure, e lo spostamento a destra del voto non significa che non esista più una sinistra nella società. Anche in questa sconfitta, solo chi guarda unicamente ai palazzi della politica può pensare che tutto sia perduto. Cominciamo dalle identità. Le identità politiche tradizionali della sinistra socialista e comunista, ma anche ecologista, sono state consumate da decenni di profondi cambiamenti sociali e dalla deriva politicista che ha allargato anche a sinistra la distanza tra palazzi e cittadini. Identità «forti» di quel tipo non si possono ricostruire oggi. Ma si può iniziare a riconoscere quello che c’è «di sinistra» nella società: le identità individuali e le energie collettive che chiedono uguaglianza, giustizia economica e sociale, tutela del lavoro, democrazia, pace, protezione dell’ambiente. In che misura tutto questo può diventare il fondamento di una sinistra politica? Si è sempre detto che la società civile afferma valori, su cui si costruiscono identità parziali, difficili da ricondurre a una visione politica d’insieme, lontani dall’esigenza di tutela degli interessi concreti dei cittadini. Eppure le forti mobilitazioni sociali di questi anni – sul precariato come sui diritti civili, sulle politiche di guerra come sull’ambiente locale – hanno effettivamente coniugato valori e interessi materiali, hanno saputo esprimere proposte politiche, costruire piccole prospettive di cambiamento. Il fallimento della politica – e del governo Prodi – è stata l’incapacità di interpretarle e, soprattutto, di realizzare almeno qualcuno dei cambiamenti possibili, perfino quelli più modesti. Non c’è da stupirsi che questa ricchezza sociale sia rimasta invisibile in una campagna elettorale schiacciata sulla polarizzazione Pd-Pdl, su una comunicazione dominata dai media, sulla celebrazione di una democrazia rappresentativa sempre più all’americana. Invece, è dalla democrazia come partecipazione che serve oggi partire. La radicalità della sconfitta richiede l’azzeramento dei gruppi dirigenti e lo scioglimento delle organizzazioni esistenti, per pensare a una formazione politica radicalmente nuova. Questo non vuol dire ricostruire tutto da zero; un nuovo progetto politico può integrare molte preziose risorse sociali e organizzative che già esistono. Deve necessariamente aprirsi all’adesione individuale, anche se è difficile aspettarsi un sussulto di iscrizioni in massa a un soggetto ancora da costruire. Nel frattempo, la spina dorsale del progetto possono essere le reti di società civile che hanno tradotto i valori in proposte politiche, sviluppando identità multiple e tolleranti, capaci di vedere il rapporto con la politica non come una affermazione di identità non negoziabili, ma come la faticosa pratica di tradurre i principi in pratiche, in politiche concrete che possano essere realizzate – nella politica locale, in quella nazionale, e a scala mondiale. Gli esempi sono moltissimi: le reti di mobilitazioni locali a tutela dei territori – dai No Tav ai NoPonte - la campagna Sbilanciamoci per una politica economica a misura di società, le reti che lavorano sul welfare e sull’altraeconomia, la Tavola della pace e la Rete per il disarmo sui temi delle guerre e della politica internazionale, Libera e le realtà che la circondano sui temi delle mafie e della legalità, le campagne sui diritti civili di tutti, le reti femministe, parti del sindacato, le lotte sui beni comuni e l’acqua, e così via. Sono qui molte delle idee e delle energie che possono cambiare la politica e le politiche. E’ ora il momento di accorgersene.

 

Un Berlusconi tranquillo - Andrea Fabozzi

Roma – E così il vincitore chiama a sé i giornalisti e ripercorre la campagna elettorale. «Non c’è stato un solo episodio di intolleranza, ho sempre avuto un rapporto simpatico e franco con i giornali, sia con quelli che mi sono ostili sia con quelli che mi sono più vicini». In questo inciso della conferenza stampa di ieri pomeriggio c’è tutto il Berlusconi trasformato. Mai sentito il cavaliere riconoscere di avere una stampa a lui «vicina». E’ il primo editore nazionale e il signore della comunicazione ma per lui i giornali sono sempre stati «illeggibili» e i giornalisti «tutti di sinistra» quando non «comunisti».Ma adesso è tutto cambiato. L’aveva detto subito, un attimo dopo aver avuto la certezza di essere ancora il vincitore: «Sarò molto diverso dal 2001». E’ tranquillo, risponde rapido alle domande, non polemizza con Veltroni - «preferisco non rispondere, parliamo dei problemi del paese» - riesce quasi sempre a frenare le battute e se non ci riesce si giustifica - «so che sarebbe più giusto restare uno stoccafisso, ma sono fatto così» - soprattutto tende la mano al dialogo. E lo fa con poche parole. «Molti punti dei nostri programmi sono sovrapponibili, se saranno coerenti voteranno con noi». Apprezza l’idea del governo ombra: «C’è chiarezza di rapporti e non si perde tempo». A Veltroni dice «sentiamoci, vediamoci, discutiamo». Invita anche a cena Bertinotti, per consolarlo: «Voglio esprimergli cordiale vicinanza e ascolto». «Qual è il segreto del suo successo?». E’ la stampa amica che domanda e il segreto è presto detto: «Ho imparato il mestiere». Berlusconi si attrezza per durare. «Con molta tranquillità sceglierò tra le cose utili e quelle meno utili». Intanto il Financial Times si dimentica almeno una dozzina di editoriali sul conflitto di interessi e adesso concede un’apertura di credito. Il cavaliere ricorda bene le difficoltà delle altre due partenze, quella del 1994 circondato dalla diffidenza internazionale e quella del 2001 col G8 di Genova e il braccio di ferro con i sindacati sul pacchetto «100 giorni». Vuole andarci piano. Non vuole regalare a Veltroni la possibilità di dipingerlo come un pericolo pubblico. Il segretario del Pd alza i toni? Il cavaliere li abbassa. Ha il controllo assoluto di camera e senato - «una meraviglia» - ma non fa il dittatore. Invece dichiara di volersi impegnare per diventare «uno statista». Almeno ci prova. E se scivolerà sarà sul suo punto debole: la giustizia. Non tutte le sue vicende giudiziarie sono chiuse a Milano. E proprio come fece nel 2001 vuole partire dalla giustizia: allora furono le rogatorie e il falso in bilancio, stavolta la separazione delle carriere tra giudici e pm: «E’ imprescindibile». Molto prima ci sarà il governo: una decisione «veloce», un esecutivo «snello». E entro l’anno anche il congresso fondativo del partito del popolo delle libertà. Problemi non se ne vedono. Non con l’affollata prima fila berlusconiana: Fini, Gasparri, Cicchitto, Alemanno, Brambilla, La Russa, Formigoni, effettivamente in prima fila ad aspettarlo un’ora per applaudirlo durante la conferenza stampa. C’è la tattica del cavaliere immortale dietro questi toni pacati. Ma non c’è solo quella: è la sintonia con l’elettorato che prosegue. Il Berlusconi tutto nuovo non è quello dei miracoli ma quello della tranquillità. E’ più esperto. Promette cose che sembrano possibili. Ricorda che il momento è grave. Si propone per gli anni di crisi. Ha vinto, è «emozionato», ma anche «preoccupato». Ha lasciato a Veltroni la parte del chiacchierone. E’ sembrato più sperimentato, tranquillizzante. E continua, paterno: «Voglio andare a letto ogni sera pensando di aver fatto almeno una cosa utile per il mio paese». Farà anche qualcosa di utile a se stesso, è probabile. E’ probabile che gli riuscirà meglio così. E allora si sorveglia. Annulla la presenza alla festa in piazza del Pantheon, lascia sola An. Ripete il sì al dialogo sulle riforme. In tv ha detto «bicamerale» ma ora spiega che non intendeva un’altra commissione. «Con un parlamento così semplificato, con quattro cinque gruppi, il lavoro lo possono fare benissimo le commissioni permanenti». Vuole fare le riforme istituzionali con il partito democratico. E il lavoro della vecchia bicamerale «potrebbe essere una buona base di partenza per riforme bipartisan». Ma non ha fretta sulla legge elettorale: «Questa ha funzionato benissimo, come avevo previsto». Si può ritoccare, magari servisse ad evitare il referendum in arrivo la prossima primavera. Ma magari no, tranquillamente: «Penso che il referendum si potrebbe anche tenere e che potrebbe essere bocciato». Sopire, tacere. Il cavaliere ci prova. Non gli è mai riuscito.

 

Vicenza, Dal Molin in ballo - Orsola Casagrande

Vicenza - Al ballottaggio per la poltrona di sindaco andranno un candidato contrario alla base militare americana Dal Molin e uno favorevole. Achille Variati, ex sindaco della città, a capo di una lista civica nettamente contraria alla nuova base, ha fatto il pieno di voti. Ma si è affiancato al Partito democratico che invece quella base non solo l’ha approvata quand’era al governo ma l’ha anche sostenuta in campagna elettorale. Variati se la vedrà con Lia Sartori, candidata leghista del Partito delle libertà che sfiora il 40% proprio grazie alla Lega. Sul Dal Molin il fronte di destra è compattamente a favore. Ma questo voto vicentino è molto complesso. Per Variati che può vantare una forte affermazione personale (la sua lista arriva al 13%, contro il 15% del Pd, tanto per rendere l’idea) c’è il successo chiaro e limpido della lista nata all’interno del presidio No DalMolin. «Vicenza libera» infatti arriva poco sotto il 5%. Un voto che premia la chiarezza del discorso più di qualunque altra cosa. Perché i vicentini in fondo hanno sempre chiesto chiarezza. Così allora si può leggere il disastroso risultato della Sinistra Arcobaleno, che non raggiunge neppure il 3%. Eppure era anch’essa schierata contro la base americana e aveva partecipato alle manifestazioni. Ma probabilmente hanno avuto un peso le accuse di ambiguità nei confronti dei vertici nazionali dell’Arcobaleno, che all’interno del governo e in parlamento non hanno fatto le barricate contro gli americani. E i vicentini non si sono fidati. Per i no Dal Molin legati al presidio si tratta invece di un risultato importante. E che certamente condizionerà anche il ballottaggio. Visto che comunque l’ex sindaco Variati parte secondo e quindi avrà bisogno del voto di tutti per poter vincere la sua sfida alla destra. E allora in queste due settimane è facile ipotizzare importanti e intense discussioni. Variati dovrà dare rassicurazioni precise sulla presa di posizione e la battaglia da portare avanti per impedire la realizzazione della nuova base Usa. Non sarà una impresa facile, proprio perché la lista civica di Variati è appoggiata dal Partito democratico. E Walter Veltroni, nella sua visita elettorale alla città del Palladio, non ha condannato la realizzazione della nuova base. Anzi. Insomma di gatte da pelare Variati ne avrà non poche da qui al ballottaggio. Il dato più interessante comunque riguarda il successo del popolo del no Dal Molin. Il presidio permanente era soddisfatto del risultato. Anche perché la decisione di presentarsi alle elezioni comunali non è stata facile. E’ giunta infatti dopo settimane di discussione anche molto franca e aperta. Non senza tensioni. Ma alla fine ha vinto l’idea di considerare queste elezioni un ulteriore strumento nella lotta contro la realizzazione della base. Come ha sottolineato la candidata sindaca di Vicenza libera, Cinzia Bottene, «per noi vincere o perdere non cambia nulla. Noi – ha detto – continueremo la nostra battaglia. Se andrà bene alle elezioni avremo uno strumento in più da mettere a disposizione dei cittadini, perché noi non ci presentiamo per difendere interessi personali. Non abbiamo – ha concluso – posizioni di potere da difendere o pretendere. Quello che facciamo è per dare ai cittadini una occasione di lotta in più». Anche Marco Palma del presidio si è detto molto «soddisfatto di un risultato che premia la nostra chiarezza. Adesso – aggiunge Palma – viene il bello nel senso che per noi questa esperienza in comune sarà un modo per sperimentare e costruire nuove forme di partecipazione, quelle pratiche che in campagna elettorale abbiamo discusso assieme alla gente dei quartieri». Perché alla base della partecipazione alle elezioni il presidio ha comunque voluto mettere la possibilità di ribaltare logiche e vecchi modi di fare politica. «Non saremo in comune – dice Palma – perché delegati, ma perché parte della comunità vicentina che non vuole la nuova base al Dal Molin. Con la città sperimenteremo e proveremo a scardinare anche i meccanismi tradizionali interni al comune. In questo senso – conclude – ci servirà molto l’esperienza di questo ultimo anno fatta come Altrocomune».

 

Iraq, torna al Qaeda: 70 morti tra i sunniti – Giuliana Sgrena

Giornata di stragi in Iraq, il bilancio provvisorio è di 68 morti (la maggior parte donne e bambini) e un centinaio di feriti. L’attacco più pesante si è avuto a Baquba, capoluogo della provincia diDyala, a una cinquantina di chilometri a nord di Baghdad: un’autobomba è scoppiata davanti a un ristorante in una zona affollata: 45 morti e 70 feriti. Quattordici persone invece sono state uccise da un kamikaze che si è lanciato con la sua auto contro un ristorante frequentato dalla polizia a Ramadi, capoluogo della provincia di Anbar. A Baghdad tre le vittime di un attacco, sempre con autobomba, contro una pattuglia di polizia. Due attacchi armati contro due famiglie di Mosul hanno invece provocato la morte di cinque donne e un uomo. La ripresa degli attacchi, quelli di ieri erano stati preceduti da altri nella zona sunnita, avviene mentre le truppe Usa e quelle irachene sono impegnate contro le milizie del leader sciita radicale Muqtada al Sadr. Evidentemente la tregua garantita dai gruppi sunniti del Consiglio del risveglio (Sahwa) che avevano combattuto al Qaeda in accordo con il generale Usa Petraeus, che li aveva riforniti di armi e dollari, non regge più. Il governo al Maliki non ha mantenuto la promessa di reintegrare gli ex-ufficiali di Saddam nel nuovo esercito iracheno e quindi l’impegno dei Sahwa comincia a venir meno. Oltre alle vittime di ieri, diciassette persone erano state assassinate da un’autobomba lunedì a Mosul, mentre vicino al confine siriano erano stati uccisi 12 peshmerga, i combattenti kurdi entrati a far parte dell’esercito iracheno. E proprio ieri un presunto leader di al Qaeda in Iraq, Abu Omar al Baghdadi (autodefinitosi «emiro dello stato islamico in Iraq»), ha diffuso un messaggio via internet in cui invita i sunniti ad abbandonare le forze si sicurezza irachene e i Sahwa per unirsi ai mujahidin del jihad (guerra santa) in cambio di una «amnistia». Dopo aver attaccato il leader sciita radicale Muqtada al Sadr considerato un «traditore» perché si è rifugiato in Iran al Baghdadi sostiene di aver incontrato una delegazione di capi tribali sunniti, che non sono legati al governo sciita e non hanno rapporti con gli americani, che «accusano l’occupante di aver aizzato i fratelli a combattersi tra di loro». La strategia di al Qaeda, che punta sulla divisione tra sunniti e sciiti, non è nuova e corrisponde nei fatti a quella degli occupanti americani. L’attacco in corso contro l’esercito al Mahdi del leader sciita Muqtada al Sadr da parte del governo guidato da un altro sciita, Nouri al Maliki, tuttavia registra uno scontro all’interno della stessa confessione e proprio l’appartenenza religiosa rende difficile l’operazione denominata «la carica dei cavalleggeri». L’esercito iracheno non è riuscito ad ottenere i successi sperati, anche perché ha registrato numerose diserzioni: 1.300, secondo le cifre ufficiali del ministero degli interni, sono i soldati che a Bassora e a Kut si sono rifiutati di attaccare le milizie di Muqtada e alcuni di loro hanno addirittura ceduto le loro armi all’esercito «nemico». I disertori saranno espulsi o rinviati alla corte militare. Secondo Muqtada «questi fratelli stavano semplicemente obbedendo al loro leader religioso». Effettivamente è noto che nelle caserme i soldati non espongono i ritratti del presidente o del capo dell’esercito ma quello del loro leader religioso. Il braccio di ferro tra le due componenti sciite – una volta alleate – continua in vista delle elezioni amministrative di ottobre. Intanto Muqtada ha deciso di giocare un’altra carta per battere sul terreno i partiti al governo, quella dell’assistenza umanitaria. Prendendo a modello gli Hezbollah libanesi e i palestinesi di Hamas, il movimento di Muqtada fornisce alla popolazione sciita, soprattutto agli sfollati, quell’assistenza che non viene garantita dal governo: un rifugio (spesso una casa sottratta ai sunniti), cibo, vestiti, benzina e un «salario». Un’attività che gli permette di ottenere l’appoggio della popolazione e anche di reclutare nuovi militanti. Secondo un rapporto di Refugees international, organizzazione con base a Washington, il movimento sciita sadrista è diventato il principale provider (umanitario, ndr) nel paese» che rifornisce centinaia di migliaia di sciiti. Tuttavia il modello Hezbollah si sta estendendo non solo tra gli sciiti ma anche tra i sunniti. I soldi non mancano: Iran e Arabia saudita sono entrambi interessati al futuro dell’Iraq.

 

Liberazione – 16.4.08

 

Sinistra, molla il Pdci. Mussi lascia da leader ma cerca ancora l'unità

Angela Mauro

Nubi grigie sul "day after" della Sinistra Arcobaleno. Un acquazzone si abbatte sulla capitale di primo mattino, mentre i dirigenti di Prc, Verdi, Sd e Pdci si preparano all'amara riflessione dopo la debacle elettorale che li ha trascinati fuori dal Parlamento. C'è chi ha le idee chiare, le stesse che aveva anche prima del voto. Senza sorprendere alcuno degli alleati, il Pdci annuncia ufficialmente la propria decisione di smarcarsi. «Dobbiamo ricominciare da capo, dai vecchi simboli, dalla falce e martello», dice Oliviero Diliberto che con gesto plateale parla ai giornalisti davanti al simbolo dei Comunisti Italiani, dopo aver messo nell'angolo quello della Sinistra Arcobaleno. «Chi vuole perpetrare l'errore dell'Arcobaleno può andare nel Partito democratico, sarebbe più coerente», aggiunge Marco Rizzo. Nessuna sorpresa, le perplessità del Pdci sul percorso unitario sono sempre state note, evidenti le assenze nella campagna elettorale comune. Anche se non manca un pizzico di sdegno tra gli alleati per il comportamento un po' cannibalesco dei Comunisti Italiani. Fuori uno, comunque. Quanto agli altri, sembrerebbe che molto dipenderà dagli equilibri che si stabiliranno dentro Rifondazione (prossimo weekend direzione e comitato politico nazionale, congresso entro luglio). Ma intanto, pur confusamente, si registrano primi - più o meno timidi - movimenti in casa dei Verdi e di Sd. Il Sole che Ride ha analizzato le ragioni della sconfitta in una riunione dell'esecutivo. Conclusione: il leader Alfonso Pecoraro Scanio e tutto l'esecutivo si presenteranno dimissionari al consiglio federale convocato per il 10 e l'11 maggio prossimi con il compito di stabilire le date del congresso straordinario del partito. «Rilanceremo con forza la necessità in Italia di una presenza ecologista e ambientalista, ma anche la necessità di una grande alleanza che serva a rispondere ai bisogni dei più deboli», spiega Pecoraro. Qualora il riferimento al Pd non fosse chiaro, ci pensa Paolo Cento. «E' chiaro che la proposta che abbiamo messo in campo si è dimostrata insufficiente ed è chiaro il rischio di ritorni identitari - dice - Va aperta una riflessione a 360 gradi e bisogna interrogarsi anche sul rapporto con il Pd», pure in virtù del fatto che nelle amministrazioni locali si governa ancora insieme. Il day after di Sinistra Democratica è segnato dalla riunione della presidenza. Il leader Fabio Mussi lascia intendere chiaramente la propria disponibilità a dimettersi. «Mi sento corresponsabile del disastro e ne trarrò le conseguenze - riconosce - Siamo stati percepiti come cartello elettorale. Ora la sinistra deve ripartire da una nuova generazione: è necessario lavorare fin da ora a unificare davvero tutte le forze disponibili alla formazione di un partito nuovo, in grado di competere e riguadagnare il suo posto in Parlamento». Quanto a Veltroni, «ha compiuto un grave errore strategico con la sua campagna sistematica volta a prosciugare il voto di sinistra». Pure Cesare Salvi è dell'idea che gli attuali dirigenti della sinistra debbano «rimettere il mandato e ridare la parola ai tesserati». Diliberto? «Rispetto la sua posizione, ma è diversa dal progetto in cui crediamo». Bisogna «ripartire dal basso», continua l'ex presidente dei senatori di Sd, per dare al Paese «una forza socialista, popolare che dialoghi con il Pd». A naso, e nonostante le aperture di Salvi a Veltroni, la sensazione è che mentre Sd resti a maggioranza convinta dell'irreversibilità del processo unitario, i Verdi sono attraversati da una discussione più variegata e dagli esiti potenzialmente diversi. Naturalmente l'analisi di un voto così pesantemente storico va oltre gli organismi dirigenti dei partiti. Un po' tutti vi si esercitano. La vede nera Pietro Folena di "Uniti a sinistra" che si sfoga sul suo blog. «La sinistra non ha colto l'occasione straordinaria, e largamente immeritata, che un anno fa si era presentata. Il Pd era in difficoltà, Bertinotti aveva aperto la strada, la sinistra Ds era uscita dal Pd. Veltroni non si sognava ancora di candidarsi. E invece la tragica politica di Giordano, e degli altri capi della sinistra, ha sequestrato quest'occasione. Su queste macerie non si costruisce niente». Il governatore della Puglia Nichi Vendola, altro fautore del processo unitario, è preoccupato dal rischio che si diffondano «culture di intolleranza», ma prova a essere leggermente più ottimista. «Il popolo della sinistra, anche quello astensionista, sarà in grado di rimettersi in gioco nelle prossime settimane - assicura - La nostra è gente molto generosa e avvezza alle sconfitte piuttosto che alle vittorie. Naturalmente molto dipende dalla qualità della iniziativa politica». Del resto, racconta il segretario del Prc pugliese, Nicola Fratoianni, «sono tantissimi i compagni pentiti di aver dato il loro voto al Pd: ci chiamano per dirci che sono disperati, nessuno si aspettava la nostra cancellazione definitiva dalle istituzioni». Per il noglobal Francesco Caruso si sono esauriti «gli spazi per una sinistra riformista e di governo», ora va interpretato «il carattere extraparlamentare della sinistra, come necessità e virtù». Serve «autocritica e umiltà: l'azzeramento dei gruppi dirigenti dei partiti è una condizione necessaria ma non sufficiente per ripartire». Senza «accelerare», va «sradicata la cultura elettoralistica che ha avvelenato la sinistra e va costruito uno spazio politico nel quale le tornate elettorali siano uno strumento al servizio di un percorso politico e non viceversa. Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene». Ripartire dai territori, è l'idea, perchè il progetto che «puoi mettere su a Treviso sarà inevitabilmente diverso da quello che puoi pensare per Napoli», continua Caruso. E l'opzione si avvicina un po' a quanto, da tutt'altra angolazione, propone il "disobbediente" del nord-est Luca Casarini: «Bertinotti ha pagato pesantemente i due anni al governo con Prodi, la decisione di rompere con i movimenti per scegliere il governo». E aggiunge: «Il voto alla Lega non è di protesta: è territoriale e non ideologico, ma di destra. Manca una Lega di sinistra». In un palazzo Montecitorio piuttosto deserto, si aggira qualche deputato (ex) della sinistra. Ci fa un salto il candidato premier Fausto Bertinotti che ieri ha scelto il silenzio stampa. C'è un Ramon Mantovani "battagliero": «I buffoni ora andranno tutti a casa. Nel weekend cambiamo il gruppo dirigente del Prc. Un partito di sinistra non può vivere se non ha un progetto sociale e il progetto non c'era nella Sinistra Arcobaleno». Si aggira anche Vincenzo Vita, eletto con il Pd, impegnato a fare l'ala sinistra del progetto di Veltroni. «Se prenderemo pezzi dell'Arcobaleno? Chi lo sa...». Intanto, la "Velina rossa" di Pasquale Laurito, foglio molto spesso vicino a posizioni dalemiane, si fa carico della sorte dei «dipendenti dei gruppi parlamentari, in particolare quelli della Sinistra Arcobaleno, spazzati via dalle elezioni che si troveranno automaticamente a non avere piú rinnovato il contratto, anche dopo aver lavorato per varie legislature. Chiunque sia eletto alla presidenza di Montecitorio se ne faccia carico: serve una sanatoria».

 

Città e province: la sinistra c'è. Perché in Parlamento no? – A.D. Lussurgiu

Non è proprio il caso di atteggiarsi a formule come "calma e sangue freddo". Non c'è possibilità di freddezza di fronte ad una frana come quella della sinistra (cioè quella che si definiva tale, quella Arcobaleno, sola sopra lo "zero virgola") nel voto politico nazionale. Di fronte alla scomparsa dalla rappresentanza. Di chi nei confronti dei "movimenti" come degli "insediamenti sociali" storici (già in crisi) ha svolto tutto un dibattito e vissuto una tensione, attraverso il passaggio (o il nodo scorsoio) del governo, esattamente a proposito del rapporto tra rappresentanza e conflitto (o tout court fra politica e sociale). Una dialettica, qualunque sia il suo corretto dispiegamento, che ora si pone altrimenti. Perché quella rappresentanza da lunedì è un'assenza. Punto. Per andare a capo, con tutta la passione possibile, serve però esercitare la responsabilità della riflessione. E dunque serve, intanto, abbozzare un'analisi di questo voto. La base di partenza è data: sta in quei 2 milioni e 774mila 42 voti persi dall'Arcobaleno, fermo a 1 milione 124mila 418, rispetto a quelli sommati nel 2006 da Prc, Pdci e Verdi. Il raffronto è sul dato dell'elezione della Camera dei deputati, il più rappresentativo. E rispetto ai voti di 2 anni fa raccolti dalle sole formazioni misurabili, della quattro confluite nella SA. E', appunto, una frana: di oltre due terzi dei consensi. Per capirne il o più ragionevolmente i "perché", è essenziale provare a capire dove quei voti possono essere andati a finire. Proviamo a partire da come la vedono gli "altri", quelli che dominano ora la rappresentanza. Su una cosa sono d'accordo Berlusconi tornato con agio al governo e Veltroni che pure quell'agio non gli ha ridotto per nulla: ha vinto, dicono, il "bipartitismo". Certamente ha vinto, se si intendono per "i due grandi partiti" le due minicoalizioni presentate al voto. Certamente no, se si guardano i consensi dei due partiti, o loghi, strettamente intesi: Pdl e Pd. Infatti il primo ha sulla Camera 13 milioni e 628mila 865 voti, rispetto ai 13 milioni 752mila e rotti assommati da Forza Italia e An nel 2006. E, a proposito del "voto utile" da sinistra, il Pd prende 13 milioni 686mila e 673 voti: a fronte dei 12 milioni e 805mila 521 voti dell'Ulivo nel 2006, cui sommare la quota radicale del quasi milione dell'allora Rnp. E allora? Chi ha fatto messe di consensi, in realtà, sono i loro alleati. La Lega e Di Pietro. L'una il doppio dell'altro ed entrambi quasi raddoppiati. La Lega Nord ha superato in queste elezioni alla Camera i 3 milioni di voti, contro 1 milione e 749mila 632 di due anni fa. Sull'altro versante l'Italia dei Valori ha varcato il milione e mezzo, contro gli 877mila e rotti voti del 2006. Sommati gli incrementi di queste due formazioni danno poco meno di 2 milioni di elettori che evidentemente si sono spostati a loro favore da precedenti scelte diverse. Quanto a serbatoi di elettori cresciuti rispetto a due anni fa, uno che conta in modo determinante è quello formato da chi non ha votato. Alla fine dei conti, c'è stato stavolta un incremento del non voto di più di 3 punti sul totale dell'elettorato attivo - sempre alla Camera. Ora, è evidente che non è ponderabile a prima vista la composizione esatta dei flussi che hanno alimentato questa maggiore astensione. D'altra parte, la stessa cautela vale per i flussi in entrata rispetto alle sole formazioni nazionalmente accresciute nei consensi: appunto Lega e dipietristi. Resta il fatto che solo questi sono i serbatoi in crescita. E resta anche un altro fatto, politico stavolta: è che il voto ha clamorosamente smentito l'obiettivo proclamato da Veltroni, di contendere i consensi "moderati" al centrodestra. Certo, anche qui i flussi potrebbero rivelarsi molto complessi: ma il risultato netto dice ben qualcosa. E qualcosa dice anche un primo sguardo ai risultati nelle singole circoscrizioni. Una esemplare è Veneto 1, dove Veltroni aveva posto capolista Massimo Calearo: ebbene, il Pd ha avuto 475mila 545 voti contri i quasi 502mila dell'Ulivo nel 2006. Una flessione tale che il quasi raddoppio raggiunto anche qui dall'Idv porta l'incremento complessivo a poco più di 6mila voti, sempre che non si contino quelli radicali. Mentre nello stesso Veneto 1 il solo Pdl varca il milione di voti, superando di 80mila la somma di FI e An di due anni fa; e la Lega ne guadagna 301mila, passando la soglia di mezzo milione di consensi. L'astensione, in quella circoscrizione, aumenta di 3 punti percentuali netti sul totale degli elettori. Oltre 66mila non votanti in più. Sempre qui, la Sinistra Arcobaleno crolla a 37mila e rotti voti: perdendone quasi 85mila rispetto alla somma di Prc, Pdci e Verdi del 2006. Da ieri, in ogni caso, c'è un dato in più con il quale confrontarsi. Non omogeneo come quello del voto politico nazionale, dunque tecnicamente non comparabile. Ma politicamente, sì. Il dato è quello delle elezioni locali svoltesi nell' election day . Ed interessante è guardare, in esso, ai risultati della Sinistra, nelle varie forme in cui nelle locali si è presentata, prevalentemente con la stessa sigla unitaria dell'Arcobaleno. Quel che ne viene è una vistosa controtendenza. Non una tendenza alla crescita generalizzata, certo. Ma ci sono risultati clamorosi, rispetto alla frana nazionale: come quello di Massa (a partire dalle provinciali con Carrara), o come l' exploit della sinistra e del suo candidato Milziade Caprili a Viareggio. E c'è nel voto locale un dato di tenuta generale, quanto meno. Basta guardare le provinciali romane, con quel circa 6 per cento. Ecco due temi: come mai nessuna tenuta c'è stata sul Parlamento? E qui, su cosa di più complesso è calato il maglio della campagna "voto utile"?

 

Battute le idee, non solo la politica. Ora i partiti devono reinventarsi

Tonio Dell'Olio

Per onestà intellettuale penso che sia necessario affermare che la sconfitta che brucia di più non è quella che riguarda una forza politica o una coalizione quanto piuttosto la mancanza di rappresentatività di temi, di proposte, di prospettiva per aree che restano inevitabilmente scoperte, orfane. Nel programma della Sinistra l'Arcobaleno si riscontravano peculiarità e sensibilità trasformate in concreta progettazione che sarebbero a loro volta diventate proposte di legge, interpellanze, progetti. Dai beni comuni all'economia alternativa del mercato equo e solidale, dalla riduzione della spesa militare alla riconversione dell'industria bellica, dalle proposte di contrasto alla criminalità organizzata alla lotta a tutte le forme di precariato, dalla presenza militare italiana all'estero alla politica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti… Si tratta di questioni che molti tra i rappresentanti di movimenti e di società civile ritengono prioritari persino rispetto a molti temi che trovano spazio nei programmi delle altre coalizioni e che hanno occupato i salotti televisivi di questa bizzarra campagna elettorale. Inutilmente ci si eserciterà a trovarne traccia o ombra nel programma del Partito Democratico a cui gli elettori hanno chiesto di interpretare il ruolo di opposizione nei confronti del governo Berlusconi. Ad essere sconfitta pertanto è la rappresentatività di quei temi peculiari nelle istituzioni ma non la loro importanza. Se solo avessimo la possibilità di spiegare alla gente quanto sia vitale per l’Italia e per il mondo impedire la privatizzazione dell’acqua o prendere tutte le misure necessarie a fronte dei cambiamenti climatici, sono convinto che il consenso non mancherebbe, che l’adesione sarebbe più convinta e determinata. Realisticamente oggi siamo fuori tempo limite per riflettere sui discorsi che si sarebbero dovuti fare e che non si è riusciti a proporre, sulle modalità che andavano praticate e che non si possono più esperire. Oggi è piuttosto il tempo di scrutare l’orizzonte sapendo che il mondo della gente sensibile e attenta ai temi di cui dicevamo è molto più ampio dei punti percentuali attribuiti alla Sinistra l’Arcobaleno per Camera e Senato. Per questo l’unica strada percorribile resta quella di reinventare i luoghi della politica per immaginare altre forme di partecipazione e di proposta creativa alla trasformazione del Paese. Da oggi anche le forze politiche della sinistra sono chiamate ad reinterpretarsi come movimento, a impastarsi nel mondo degli attori sociali che in mille modi diversi hanno tentato di richiamare in questi anni l’urgenza di un altro mondo possibile. D’altra parte proprio quello della partecipazione condivisa e diffusa è stato in questi anni un tema cardine per i movimenti. Questo è il tempo della sperimentazione di una democrazia partecipata realmente praticata su vasta scala. Si inaugura un grande laboratorio che include movimenti, organizzazioni, ma anche enti locali e rappresentanze di comunità per un percorso condiviso in cui occorre reinventare forme, strade, percorsi. D’altra parte in molti avevamo condiviso la proposta di un grande cantiere che speravamo più composito e in cui non mancassero anche i rappresentanti delle istituzioni. La sconfitta elettorale impone una rimodulazione del progetto e una reimpostazione del lavoro ma guai a lasciarsi paralizzare da questa amarezza. “Scarpe rotte eppur bisogna andar…” e in questo momento si ha la sensazione di dover procedere addirittura scalzi. Proviamo a trasformare questa condizione sfavorevole in risorsa e a riprendere la strada perché le urgenze dei più poveri non possono attendere. 

 

La Stampa – 16.4.08

 

Una lega di operai e imprese - GIOVANNI CERRUTTI

ROMA - Stupirsi dello stupore. E’ capitato l’altra notte a Roberto Maroni, quando in tv ha visto i titoli delle prime edizioni. «Sembravano quelli del ’94 o del 2001, ma che la Lega faccia il pieno di voti al Nord è ancora una novità?». E’capitato, ieri mattina, anche a Ilvo Diamanti, il sociologo vicentino che studia la Lega da quand’era bambina. «Questa novità ha più di vent’anni -dice-, eppure dopo ogni votazione si fa finta che sia un inedito». Come la conquista dell’Emilia, dove aveva già un deputato e un senatore e adesso ne ha quattro più due. I voti delle valli, delle città, delle periferie operaie. Chi studia i flussi elettorali, come Diamanti, già vede la linea diretta che parte dalla Sinistra Arcobaleno, da falce e martello a Falce&Carroccio. E pure questa non è una novità assoluta. Dice niente la frase «La Lega nasce da una costola di sinistra»?. Per averla detta, Massimo D’Alema da sinistra è ancora canzonato. «Ma a Sesto San Giovanni -racconta Guido Salvini, neodeputato- se abbiamo triplicato i voti è perchè vengono da lì, dagli operai che hanno abbandonato la vecchia bandiera». L’altra notte a Badoere, nel trevigiano, sotto il tendone della festa leghista, il parlamentare Giampaolo Dozzo si è fermato a un tavolo. «Un imprenditore tessile con i suoi operai, tutti voti per noi». Perchè, come ha spiegato e rispiegato Diamanti, qui gli interessi dell’impresa e dell’operaio coincidono. «E quando va male -dice Dozzo- si comincia a ragionare, ad esempio sulle gabbie salariali, sul federalismo fiscale, sulle infrastrutture che mancano. La sola novità è la dimensione rilevante di questo voto operaio». Non basta, non è tutto. «E’ stato un voto trasversale», dice Giuliano Molossi, direttore della «Gazzetta di Parma». Lì si è guadagnato il seggio da senatore Giovanni Torri, 47 anni, leghista da sempre. «Sono andato dappertutto, da Santa Maria del Taro al Passo del Cerreto, ho fatto comizi dove non è mai andato nessuno, in osterie con due vecchietti, nelle bocciofile, nelle balere. All’uscita ero sempre sicuro di aver convinto almeno la metà». Aggiunge: «Mai andato in tv, mai spedita una lettera, mai messa un’inserzione sui giornali». Forse sarà come dice Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario della dc: «Quelli della Lega sono rimasti gli unici a far politica nei bar». O sarà che lontano da tv e dai giornali la Lega va ad intercettare disagio e bisogni. Ancora Molossi: «Qui hanno deciso di spostare la moschea nella zona industriale, e tra piccole imprese e operai hanno risposto con il voto. Era prevedibile il successo, ma non in queste proporzioni e così trasversale: l’hanno votata l’industriale con jet privato e la donna delle pulizie». La sicurezza, dunque. E il solito ritorno della solita «Questione Settentrionale», due parole pronunciate per la prima volta da Bettino Craxi il 5 giugno 1987, e quel giorno Umberto Bossi aveva debuttato come senatore. Ma è sempre qui, la Questione Settentrionale, e può ad esempio chiamarsi Alitalia. Chi viaggia da Malpensa a Fiumicino ha appena scoperto che l’aereo è un Atr43, quello con le eliche, tempo di volo 1 ora e 23 minuti, quasi il doppio di un Md80. «E poi ci si domanda ancora perchè votano Lega?», dice Daniele Marantelli, unico deputato del Pd di Varese. Anche Marantelli si stupisce dello stupore. «Se fai la battaglia in difesa dello “scalone” delle pensioni è difficile che il giovane operaio ti voti». Come altri del Pd del Nord, portato Romano Prodi al governo, due anni fa aveva avvertito del pericolo. E Pierangelo Ferrari, rieletto a Brescia nel Pd, ricorda quel che dicevano: «Dobbiamo cominciare a capire questi “rozzi con la fabbrichetta e le loro paure” e smetterla con il nostro atteggiamento di superiorità. Se falliamo non ci sarà appello». E così è andata. Un voto leghista davvero trasversale. Antonio Marano, direttore di Rai2, varesino come Bossi e Maroni, è sicuro che i voti siano arrivati anche da sinistra. «Da almeno la metà degli 800 che lavorano nel nuovo centro di produzione di Milano - dice -. “Però noi non siamo di destra”, mi avvertivano. E io a spiegare che nemmeno la Lega lo è, un leghista non chiederà mai di schierarsi a destra, basta stare qui e capire chi fa gli interessi del Nord che vuole correre e non vuol farsi inghiottire». E poi c’è la Lega che ha preso i voti, quella che sta tra la sede milanese di via Bellerio e il villino di Gemonio, da dove Bossi dirige, litiga con la salute, e ora tratta ministri e nomine. La Lega che ha governato a Roma più di 5 anni, che ha avuto il sindaco di Milano, che ha quelli di Novara, Varese, Verona, Treviso, le province del Nord, gli assessorati in Lombardia e Veneto. La stessa che gioca pesante con le parole, evoca paure e fucili e non è mai riuscita ad organizzare nemmeno uno sciopero del canone Rai. Ma «è una Lega che non fa più paura», come dice Diamanti. Sempre di lotta, sempre più di governo.

 

"I precari dei call center vanno assunti" - FLAVIA AMABILE

ROMA - La Cassazione dà ragione ai precari: non sono lavoratori autonomi ma devono essere assunti i ragazzi impiegati in un call center che devono annotare il numero di telefonate fatte, l’esito raggiunto e rispettare un orario di lavoro preciso e per di più utilizzano apparecchi e locali dell’azienda. Devono essere assunti e hanno quindi diritto anche ad avere i contributi previdenziali. Lo ha stabilito la Suprema corte che, con la sentenza n. 9812 del 14 aprile 2008, ha respinto il ricorso di una società che lavora nel settore pubblicitario e che aveva citato in causa l’Inps sostenendo che le ragazze impiegate all’interno dell’azienda, nel call center, non erano lavoratrici subordinate; l’Inps, invece, sosteneva che il rapporto fra l’impresa e i dipendenti aveva natura subordinata. Per questo, in prima battuta, il datore di lavoro si era rivolto al Tribunale di Padova che, nel 2001, gli aveva dato ragione affermando la natura autonoma del lavoro prestato dalle giovani. La Corte d’appello di Venezia era invece pervenuta a una decisione diversa dichiarando che il lavoro svolto da 15 delle ragazze, tra le quali quelle indicate nel rapporto ispettivo dell’Inps, aveva natura subordinata e quindi nel 2005 aveva condannato l’azienda a pagare oltre mezzo miliardo di vecchie lire all’Inps come contributi previdenziali evasi. Contro questa decisione l’azienda ha fatto ricorso in Cassazione, ma lo ha perso. I giudici della Sezione lavoro hanno infatti ritenuto corretta la sentenza della corte territoriale veneziana. Perché, ha spiegato la Cassazione, «il giudice del gravame ha preso in esame le numerose testimonianze raccolte e i verbali ispettivi ed ha ritenuto elementi qualificanti della subordinazione delle dipendenti con mansioni di telefoniste le circostanze che seguivano le direttive impartite dall’azienda in relazione ad ogni telefonata da svolgere, prendendo nota dell’esito e del numero di telefonate, che avevano un preciso orario di lavoro e che utilizzavano attrezzature e materiali della società». Carlo Podda, segretario generale della Fp-Cgil: «La Cassazione interviene giustamente in un settore in cui vi sono carenze di natura legislativa e conferma numerose sentenze che prevedono la natura subordinata del lavoro di chi, come ad esempio accade nei call-center, utilizza materiale, locali della azienda che appalta il servizio ed effettua un lavoro che in nulla si differenzia da quello subordinato. Per le parti sociali questa sentenza deve essere motivo per aprire una riflessione sullo strumento dei lavori come quello nei call-center, aziende che non vanno demonizzate ma riconosciute per quello che sono. Nella pubblica amministrazione», continua Podda, «c’è anche l’aggravante che si appalta un lavoro all’esterno ma senza che da questo derivino risparmi. Anzi, può capitare che si spendi di più per ottenere un servizio di qualità spesso non particolarmente elevata perché bisogna permettere alla società esterna di guadagnarci e ai lavoratori di percepire uno stipendio. Sarebbe davvero opportuno che le parti sociali avviino una riflessione sull’intera materia». Anche la Slc-Cgil valuta molto positivamente la sentenza della Cassazione. «La sentenza - si legge in una nota - si inquadra perfettamente nell’impegno sia del Ministero del Lavoro che dei sindacati per la regolarizzazione di un settore delicato quale quello dei call center che conta molte migliaia di lavoratori soprattutto giovani e donne. Ci auguriamo che questa sentenza rilanci l’urgenza della stabilizzazione prevista dalle due circolari Damiano ove non sia stata ancora applicata».

 

Corsera – 16.4.08

 

Una storia finita - Ernesto Galli Della Loggia

Ha ragione chi ha notato che il nuovo Parlamento italiano nato dalle elezioni di domenica e lunedì sarà l'unico dei principali parlamenti europei dove non troverà posto alcun partito che nel nome si richiami al socialismo o al comunismo. E questo accade nonostante che, come è noto, partiti con quei nomi abbiano segnato profondamente per decenni la storia della sinistra italiana e, insieme, la storia del Paese. Siamo di fronte, insomma, a una svolta profonda non solo del nostro sistema politico, ma della nostra intera vicenda nazionale, del lungo e tormentato configurarsi delle culture politiche italiane. Svolta tanto più significativa in quanto poi coincide con lo schierarsi elettorale a destra di tutto il Nord, cioè delle regioni più industriose, più ricche e più avanzate della penisola, un tempo, in molte zone, roccaforti della sinistra che aveva il socialismo o il comunismo nella propria insegna. Da questo punto di vista è oltremodo indicativo il sorprendente successo della Lega in una regione come l'Emilia Romagna, con oltre il 7% dei voti alla Camera. In realtà la Prima Repubblica non è finita nel 1994, è finita ieri; e il terremoto che ha colpito la sinistra può essere interpretato come la conseguenza del modo miope e insufficiente con cui proprio la sinistra affrontò 15 anni fa la crisi di quella fase della democrazia italiana, non cogliendone né il significato né le implicazioni. E perciò riducendosi oggettivamente, allora e poi, a un ruolo di puro e semplice freno anziché di spinta e di direzione. Ciò che portò alla fine la Prima Repubblica fu essenzialmente la mancanza di alternativa di governo, il fatto che per svariati decenni a reggere il Paese fossero più o meno sempre le stesse forze. Uno degli effetti ne fu per l'appunto la vasta corruzione (da qui Mani Pulite), insieme alla progressiva decrepitezza dei meccanismi e degli strumenti amministrativi (per primi quelli dell'amministrazione statale) e all' inamovibilità castale delle élites del Paese in quasi tutti i campi. Inutile dire il motivo della mancanza per tanto tempo di una credibile alternativa di governo: la presenza all'opposizione di un Partito comunista il cui sfondo ideologico e la cui collocazione internazionale, essendo entrambi storicamente contigui alla vicenda bolscevico- sovietica, non lo legittimavano a governare una democrazia occidentale come l'Italia. La fine dei partiti di governo della Prima Repubblica (Dc e Psi) per effetto delle inchieste giudiziarie di Di Pietro non ebbe l’effetto di spingere quelli che erano ormai i reduci del naufragio comunista a una revisione radicale della propria storia. E neppure li indusse a una rivisitazione altrettanto radicale di tutto l'impianto socio- statuale italiano, delle reti d'interesse, dei luoghi di potere accreditati, delle convenzioni bizantine, delle fame posticce di un regime ormai alle corde. Ebbe anzi un effetto paradossalmente pressoché opposto. Indusse gli ex comunisti a considerarsi quasi come i curatori testamentari di questo insieme di lasciti, facendosi catturare dalla tentazione di poterne addirittura diventare agevolmente gli eredi. Ciò che infatti cominciò fin da subito a verificarsi. Con la conseguenza però che abbagliati da questa facile conquista gli scampati al naufragio comunista non sentirono più l'urgente necessità, che invece avrebbero dovuto sentire, di buttare a mare alla svelta il proprio patrimonio ideologico, di ravvedersi senza esitazioni delle loro mille cantonate, di prendere coraggiosamente un nome e un abito nuovi. O, se lo fecero, presero a farlo con tempi politicamente biblici, dell'ordine degli anni. Nel frattempo, come dicevo, orfano della protezione un tempo elargitagli dalla Dc e dal Psi, il potere tradizionale italiano cresciuto e prosperato sotto la Prima Repubblica si apriva volenterosamente a quelli che esso riteneva ormai i nuovi padroni della situazione. In breve tutto l'establisment economico- finanziario del Paese, tutta la cultura, tutta la burocrazia, tutti gli apparati di governo, dalla polizia alla magistratura, gran parte del vecchio cattolicesimo politico divennero o si dissero di sinistra. Ma proprio la massiccia operazione di riciclaggio e di «entrismo» da parte dei vertici della società italiana e dei suoi poteri, nell'area della sinistra ex Pci, insieme all'esasperante lentezza con cui procedeva la revisione ideologica di questa, hanno valso a porre il partito della sinistra ex comunista, nell'ultimo dodicennio, in una posizione sostanzialmente conservatrice. L’hanno reso di fatto il tutore massimo dell'esistente, incapace di comprendere i grandi fatti nuovi che si andavano producendo nel Paese, di rompere incrostazioni e tabù, restio a politiche animate da coraggio e da fantasia, timoroso infine di rompere le vecchie solidarietà frontiste. In vario modo questa parte, invece, se la sono aggiudicata fin dal 1994 le varie destre che allora videro la luce e/o che allora presero a ricomporsi. Le quali, a cominciare da Berlusconi, hanno invece avuto facile gioco, esse sì, ad apparire fino ad oggi (e quale che fosse la realtà) tese al cambiamento, lontane dal potere costituito, prive di troppi pregiudizi ideologici, in sintonia con la pancia e con le esigenze più vere del Paese. Il merito indiscutibile di Walter Veltroni è stato quello di capire che sulla strada iniziata nel lontano 1993-94 la sinistra non poteva più procedere. Prendere le distanze dal governo Prodi ha voluto dire precisamente prendere visibilmente le distanze dalla tradizione. Da quella tradizione italiana che se da un lato era servita a far vivere il nome del socialismo e del comunismo, dall' altro però aveva reso sempre impossibile - ai partiti che ne portavano i nomi - qualunque autonomo ruolo politico innovativo alla guida del Paese. Veltroni ha capito che bisognava cancellare questa storia, la quale era stata anche tanta parte della storia della prima Prima Repubblica; che era finalmente giunto il momento di porre fine alla Prima Repubblica. Per farlo ha oggi dovuto pagare un prezzo assai alto, certo. Ma i conti veri, come sempre, si potranno fare solo alla fine.

 

Finisce l'era Illy, il governatore torna in azienda

TRIESTE - L'albergatore di Tolmezzo ha battuto il principe del caffè. Non c'era partita per Riccardo Illy, nonostante il peso del prestigio personale, e le speranze dei supporter che avevano puntato sul miracolo del voto disgiunto. Dalle urne delle Regionali è uscito un verdetto in linea con le Politiche: Renzo Tondo è il nuovo governatore del Friuli Venezia Giulia, con il 53,84% di consensi. Sette punti e passa di distacco dallo sconfitto che si ferma al 46,16, pur avendo risalito la china, rispetto agli esiti travolgenti del Pdl in campo nazionale. Tondo si gode il momento di gloria, rivendicando con puntiglio anche il successo personale. «L'effetto trascinamento ha funzionato, certo; ma credo anche di aver fatto una buona campagna elettorale all'insegna della concretezza », osserva. Poi, dà atto ad Illy di aver perduto con onore: «È stato bravo, è riuscito ad accorciare le distanze. Ora mi aspetto che resti in Consiglio a fare opposizione. C'è bisogno ancora di lui». Non sarà così. L'ex governatore, industriale prestato alla politica, ha chiuso con questa esperienza. È la sua prima sconfitta, da quando è entrato nell'agone pubblico (cominciò con l'elezione a sindaco di Trieste nel '93, per un breve periodo fu anche deputato) e, ora, la corsa è finita. Nella sede del suo Comitato elettorale, a due passi da piazza Unità d'Italia, arriva la conferma dagli stretti collaboratori: «Riccardo tornerà in azienda». Qui, a metà pomeriggio, si respira aria di delusione, dopo che il «testa a testa » delle prime sezioni scrutinate aveva acceso un filo di speranza. Rossana, combattiva moglie di Illy, se la prende con i sondaggisti: «Hanno fallito tutte le previsioni elettorali. Nessuno, per dire, aveva indicato il successo travolgente della Lega. E a me, che ho profuso impegno in tutte le campagne elettorali, a fianco di mio marito, assicuravano che la sua tenuta personale sarebbe stata fortissima». «Meno male - aggiunge - che, per intuizione, ho puntato sul voto disgiunto. Altrimenti... Amen, è andata così ». Il politologo Paolo Feltrin, per esempio, pur avendo pronosticato 12 punti di vantaggio per il centro-destra, non aveva dubbi sulla vittoria di Riccardo Illy con 4 punti in più. Ma è acqua passata. Nella roccaforte dell'ex governatore, con la tavola-buffet che resta imbandita (polpettine e tartare, preparate personalmente dalla mamma della signora Rossana), si parla sommessamente, e fanno un certo effetto le T-shirt dei giovani collaboratori con la scritta: «Io non mi preoccupo, io voto Illy». A Udine è tutt'altra musica. Renzo Tondo, frastornato, arriva tra i suoi fan che l'aspettano, dopo aver seguito una parte dello spoglio nella sua casa di Tolmezzo, quando ha la certezza di aver vinto. Di più: gli comunicano che anch'egli, come l'avversario, ha goduto del voto disgiunto. Dichiara: «Avevo una coalizione molto compatta, dunque non mi sono mai preoccupato dei voti personali. Eppure sapevo di poter contare anche sui consensi della sinistra». Il nuovo governatore, del resto, marcando la differenza con il predecessore dei «piani alti» dell'industria, ritiene di interpretare meglio le aspirazioni dei piccoli e medi imprenditori, il tessuto del Nordest. «E delle persone semplici », aggiunge. Assapora, inoltre, la rivincita. Nel 2003, infatti, quando Riccardo Illy battè la leghista (ora transfuga) Alessandra Guerra, il candidato in pectore doveva essere Tondo, governatore uscente. Allora il Carroccio gli preferì la «pasionaria»; oggi, la resa dei conti. «Illy ha perso - proclama il neo eletto - perché la gente ha capito che cinque anni di spot, di politica virtuale, di indebitamento altissimo, non passano inosservati ». La sua è anche la rivincita del Friuli sulla Venezia Giulia. Ma, nel giorno della vittoria, eccolo a Trieste, almeno per un breve passaggio nella sede del Consiglio regionale. Poi, Tondo rientra a Udine. E in piazza della Libertà, la festa è tutta sua.

 

Repubblica – 16.4.08

 

L'eterno ritorno del Cavaliere - EZIO MAURO

Questa Italia del 2008 ha infine deciso di scegliere Silvio Berlusconi e la sua destra. È una vittoria elettorale che peserà a lungo sul Paese e sui suoi equilibri, non soltanto per i dati più evidenti, come il distacco di nove punti dall'avversario e la soglia di sicurezza raggiunta alla Camera e soprattutto al Senato grazie anche al concorso decisivo della Lega. C'è qualcosa di più. Sopravanzato nell'innovazione per la prima volta dall'inizio della sua avventura pubblica, il Cavaliere si è trovato di fronte ad una forte novità politica come il Pd nell'altra metà del campo, capace di chiudere la storia troppo lunga del post-comunismo italiano e di posizionare una sinistra riformista al centro del gioco politico: ristrutturandolo attorno ad un partito a vocazione maggioritaria deciso a parlare a tutto il Paese, dopo essersi separato per la prima volta dalla sinistra radicale. Berlusconi ha inseguito l'avversario, ha inventato su due piedi una costruzione politica uguale e contraria - il Pdl - per impedire che il Pd diventasse il primo partito, si è liberato dei cespugli di destra e di centro, e con questa reincarnazione ha riordinato a sé l'area di centrodestra, riconquistando per la terza volta il Paese. È questo eterno ritorno la scala su cui va misurato il fenomeno Berlusconi. La vittoria di oggi infatti va letta non tanto come il risultato di una campagna elettorale in do minore ma come il sigillo di un'epoca, cominciata quindici anni fa. Il Cavaliere l'ha aperta con la sua "discesa in campo", le televisioni, la calza sulla telecamera, il doppiopetto, la riesumazione decisiva di Fini dal sepolcro postfascista, ma anche un linguaggio di rottura, un'ostile difesa di se stesso dalla giustizia della Repubblica, la fondazione di una "destra reale" che il Paese non aveva mai conosciuto, frequentando a quelle latitudini soltanto fascismo o doroteismo. Quindici anni dopo lo stesso linguaggio che ci è sembrato stanco per tutta la campagna elettorale, lo stesso corpo del leader offerto come simulacro immutabile e salvifico della destra, la stessa retorica politica incentrata sul demiurgo hanno invece convinto ancora e nuovamente gli italiani, siglando il quindicennio. In mezzo, ci sono tre Presidenti della Repubblica, cinque Premier, due sconfitte e due vittorie per il Cavaliere, dunque un'intera stagione politica, che va sotto il nome in codice di Seconda Repubblica. Sopravvissuto a tutto, governi avversi e accuse di reati infamanti cancellati da un Parlamento trasformato in scudo servente e privato, partner internazionali che intanto hanno regnato e si sono ritirati, un conflitto d'interessi così perfetto da passare intatto attraverso le ere politiche, Berlusconi suggella il quindicennio con se stesso, unica vera misura dell'impresa, cifra suprema della destra, identificazione definitiva tra un leader e il destino della nazione, secondo la ricetta del più moderno populismo. Cos'è questa capacità di mordere nel profondo del Paese, e di tenerlo in pugno? In un'Italia che non ha mai nemmeno rivelato a se stessa la sua anima di destra, ombreggiandola sotto l'ambigua complessità democristiana, il Cavaliere ha creato un senso comune ribelle e d'ordine, rivoluzionario e conservatore, di rottura esterna e di garanzia interna, che lui muove e agita a seconda delle fasi e delle convenienze, in totale libertà: perché non deve rispondere ad una vera opinione pubblica nel partito (che non ha mai avuto un congresso dal 1994) e nel Paese, bastandogli un'adesione, un applauso, una vibrazione di consenso, come succede quando la politica si celebra in evento, i cittadini diventano spettatori e i leader si trasformano in moderni idoli, per usare la definizione di Bauman. Idoli tagliati a misura della nuova domanda che non crede più in forme di azione collettiva efficace, idoli "che non indicano la via, ma si offrono come esempi". Sta qui - e lo dico indicando l'assoluta novità del fenomeno - il fondamento del risorgente populismo berlusconiano, un populismo della modernità, che supera la cattiva prova di governo del quinquennio di destra a Palazzo Chigi, l'età avanzata, l'usura ripetitiva, la fatica del linguaggio ("sceverando", "mondialmente", "gerarchicizzare"), il gigantismo delle promesse, le ossessioni private trasformate in priorità della Repubblica, come il perenne regolamento di conti con la magistratura. E' un fenomeno che può allargarsi all'Europa, perché in tempi di globalizzazione e di disincanto civico può dare l'illusione di una semplificazione dei problemi, tagliando con la spada del leader i nodi che la politica si esercita con fatica a sciogliere. Ecco perché il populismo può fare da cornice coerente alle paure di cui la Lega è imprenditrice al Nord, rassicurando nella delega carismatica al leader lo spaesamento del Paese minuto, e il suo spavento popolare per ciò che non riesce a dominare. Così, l'Italia del voto sembra più alla ricerca di rassicurazione che di cambiamento. Ecco perché ha sottovalutato la portata dell'operazione veltroniana di rottura con la sinistra radicale, una scelta che ha dato identità e credibilità al riformismo del Partito Democratico, posizionandolo nell'area della sinistra di governo europea, e che ha ristrutturato in una sola mossa l'intero quadro politico e parlamentare. Ma la novità del Pd non è passata, anzi si è fermata e di fronte ai gravi problemi della parte più debole del Paese è sembrata "politicista". Eppure la semplificazione del gioco politico, con la riduzione drastica del numero dei partiti è in realtà la prima vera riforma della nuova legislatura, e corrisponde a un sentimento diffuso dei cittadini. Il risultato è un sistema incentrato su due grandi partiti che si contendono la guida del governo, che replicano nel nuovo secolo la coppia destra-sinistra secondo una nuova declinazione, ma restano alternativi. La vera sorpresa, nella scomparsa dal Parlamento di tutte le forze politiche sopravvissute al crollo della Prima Repubblica, è la sconfitta senza appello della sinistra radicale guidata da Bertinotti, che non entra alle Camere: probabilmente perché i cittadini ritengono i partiti dell'Arcobaleno responsabili del gioco di veti, attacchi, critiche e riserve che ha paralizzato e affogato nel dissenso il governo Prodi, e anche perché i militanti e i simpatizzanti non hanno creduto che l'accrocco della lista fosse davvero l'embrione di un nuovo partito-movimento, bensì un espediente puramente elettorale. Alcuni destini personali dei leader sembravano marciare dritti, da tempo, verso questo esito, sconnessi dalla pubblica opinione. La mancata presenza in Parlamento non solo di una tradizione, ma di una rete di valori, interessi, critiche, opposizioni presenti nel Paese e nella sua storia, indebolisce comunque il discorso pubblico italiano, atrofizza la rappresentanza, riduce il concetto stesso di sinistra. E crea, naturalmente, una responsabilità in più per il Partito Democratico, che deve re-imparare a declinare quel concetto, deve farsi carico di un'attenzione sociale e culturale più che politica, per non lasciare allo sbando e senza voce le domande più radicali del Paese. Ciò non muta affatto l'identità del Pd, che la leadership di Veltroni ha posizionato nel luogo politico più utile a intercettare consensi dal centro e da sinistra. Quei consensi sono arrivati in misura inferiore alle attese: ma bisogna tener conto dell'abisso di impopolarità che il Pd ha dovuto colmare prima di poter incominciare a competere, un giudizio negativo sulla coalizione che ha divorato il governo Prodi nelle sue lotte intestine. Veltroni doveva insieme - in questa prima volta - reggere quell'eredità e discostarsene, marcando il nuovo. Il risultato è la sconfitta, ma con una forza riformista del 33 per cento una quota mai raggiunta in passato (anche se bisogna ricordarsi che la sinistra così parla solo a un terzo del Paese) e un partito nuovo che ha retto il varo nella tempesta di una campagna elettorale troppo ravvicinata alla sua nascita. C'è lo strumento adatto ad una partita che il Paese non ha mai conosciuto, la sfida riformista per il cambiamento. Sarebbe un delitto se il cannibalismo tipico della sinistra si esercitasse adesso contro quello strumento e la sua leadership, ricominciando da zero un'altra volta, per procedere di fallimento in fallimento. Il riformismo, naturalmente, chiede comportamenti conformi anche dall'opposizione, impedisce a chi ne avesse la tentazione di giocare col tanto peggio tanto meglio. D'altra parte la nettezza del successo di Berlusconi ha tolto di mezzo quel miraggio del pareggio che covavano da mesi molti che affollano la periferia della sinistra, pronti ad offrirsi da genio pontiere di un'intesa organica di governo tra Berlusconi e Veltroni. La questione è chiara, come abbiamo provato a dire prima del voto. Chi ha vinto governa. La responsabilità, anzi il concorso di responsabilità è possibile e doveroso nell'ambito del Parlamento, alla luce del sole, dove si devono discutere con urgenza le necessarie riforme istituzionali. Su queste riforme, sulle regole, il Pd può mettere in campo e alla prova la sua cultura di governo anche dai banchi doverosi dell'opposizione. In questa distinzione netta, che lascia alla destra il compito esclusivo di governare, ci saranno occasioni di confronto e anche di concordanza, senza scandalo alcuno, perché senza confusione. La speranza, d'altra parte, è che Berlusconi - giunto alla sua terza prova e liberato dal terrore di rendere conto alla giustizia repubblicana - possa sentire l'ambizione di governare davvero, scoprendo l'interesse generale dopo l'abuso di interessi privatissimi. Se questo accadrà, sarà un bene per il Paese, che non ha più né tempo né occasioni da perdere. Quanto a "Repubblica", ha già fatto l'esperienza della destra, giocando la sua parte, e senza mai inseguire il ruolo di giornale di opposizione, perché non è un partito. Preferiamo semplicemente essere un giornale: con una certa idea dell'Italia, diversa da quella oggi dominante, un'idea certo di minoranza, e che tuttavia secondo noi merita di essere custodita e preservata.

Sette punti persi dal centrosinistra - ILVO DIAMANTI

A leggere i titoli dei giornali di oggi c'è da stropicciarsi gli occhi. Pare di essere tornati indietro di 10-15 anni. Ai trionfi di Forza Italia e della Lega. Una marcia rapida verso il passato. Con la differenza che, allora, Lega e FI erano concorrenti. Alle elezioni del 1994: vinsero insieme, nel Polo delle Libertà. Ma FI cannibalizzò la Lega. Nel 1996 avvenne il contrario. La Lega corse da sola, contro il Polo. E sfondò, nel Nord, realizzando il maggiore risultato della sua storia. A spese di FI. In queste elezioni, invece, la Lega si è affermata, anzi, ha trionfato alleandosi con FI e AN, confluiti nel Popolo della Libertà. L'ultima invenzione di Silvio Berlusconi. Non un leader, ma, come ha sottolineato Mauro Calise sul Mattino, "il capo". Un accordo vantaggioso per tutti. Il Pdl, nel Centrosud, ha, infatti, ampiamente recuperato i voti "ceduti", nel Nord, alla Lega. Che, peraltro, ha conquistato alla causa comune consensi che vanno molto al di là dei confini di centrodestra. Quanto alle forze politiche di centrosinistra, si tratta di una pesante sconfitta. Al di là delle attese. Disastrosa per la Sinistra Arcobaleno. Per capire perché e come sia avvenuto tutto ciò, conviene precisarne meglio le misure, le dinamiche, la geografia, la sociologia del risultato. In modo sommario e, necessariamente, approssimativo. 1. Il successo di Berlusconi è stato netto. La sua coalizione ha ottenuto oltre 17 milioni di voti alla Camera. Circa 3 milioni e mezzo in più dell'alleanza Pd e IdV, che sosteneva Veltroni. La quale prevale solo nelle regioni rosse (+14 punti percentuali). Inoltre, c'è equilibrio nelle regioni del Centrosud (Lazio, Abruzzo e Molise: +2 punti per il Cavaliere). Mentre nelle altre zone il successo di Berlusconi appare schiacciante: +17 punti nel Nordovest, +19 nel Nordest, +15 nel Mezzogiorno e nelle Isole. Difficile, per il centrosinistra, agitare la "questione settentrionale", questa volta. Perché altrettanto grave, per questa parte politica, risulta la "questione meridionale". D'altronde, nel Sud, la coalizione di Veltroni, rispetto al 2006, è cresciuta di un solo punto, grazie all'IdV. 2. Dal punto di vista territoriale, il Pdl è il primo partito in 67 province, il Pd in 35, la Lega in 6. Il Pd prevale nelle tradizionali regioni rosse (Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche). Inoltre, nelle nuove regioni "rosa" del Centrosud: Molise e Basilicata. Mentre crolla in alcune regioni dove, negli ultimi dieci anni, si era consolidato. Fra tutte: la Campania. 3. La Lega si impone ovunque, nel Nord padano. Ma soprattutto nelle sue zone di origine. Nelle zone pedemontane, che hanno conosciuto negli ultimi vent'anni una grande crescita dell'economia di piccola impresa. Supera il 30% in 5 province: Sondrio, Verona, Bergamo, Vicenza e Treviso. Ma in altre 20 va oltre il 15. Da Belluno a Cuneo, passando per Brescia, Como e Varese. La stessa mappa del '92. Che, a sua volta, riassume la propagazione del voto leghista dal 1983 in poi. La sorpresa di chi continua a sorprendersi dei successi della Lega, a intervalli regolari, è, quindi, fuori luogo. Oggi è il partito che ha più storia tra quelli presenti in Italia. Viene da lontano. Ha quasi 30 anni. È radicato. Governa città e province. Nel 1993 (qualcuno lo dimentica) conquistò Milano. 4. Il Pdl è partito più forte in quasi tutto il Mezzogiorno, isole comprese. Soprattutto in Sicilia, dove raggiunge livelli elevatissimi. Ma è forte anche nel Nordovest. Ripercorre e riproduce la geografia e la biografia dei soci fondatori. FI, che, fin dall'origine, ha ottenuto le migliori performance nel Nordovest, lungo l'asse che collega Milano alla Liguria Occidentale; nelle isole, soprattutto in Sicilia; nella fascia tirrenica del Mezzogiorno. An: che ha ereditato e rafforzato il bacino elettorale del Msi, nel Centrosud, lungo l'asse che unisce il Lazio alla Puglia. 5. Malgrado il profondo rinnovamento dell'offerta politica degli ultimi mesi, quindi, la geografia del voto non è cambiata. Le fedeltà politiche territoriali degli italiani appaiono più forti di ogni influenza mediatica. Più vischiose di ogni personalizzazione. La novità, semmai, è che la Lega, per la prima volta, ottiene un risultato travolgente insieme al centrodestra. Non "sola contro tutti". Probabilmente perché, in questi anni, ha potuto operare all'opposizione. La posizione che sa sfruttare meglio. 6. Infine, l'Udc ha tenuto il suo segmento di voti. Limitato, ma comunque stabile. Le forze politiche della Sinistra Arcobaleno, invece, hanno subito un vero tracollo. Hanno perduto il 7% su base nazionale. Nel 2006, avevano ottenuto oltre il 10% dei voti validi. Alle elezioni dei giorni scorsi, insieme, poco più del 3%. Oltre due milioni e mezzo di voti in meno. 7. Una voragine aperta nel centrosinistra. Che la coalizione guidata da Veltroni ha colmato in minima parte. IdV ha sicuramente ottenuto un buon risultato. Il 4,4%. Quasi il doppio rispetto a due anni fa. Quanto al Pd, se consideriamo insieme i partiti che ne fanno parte (oltre a Ds e Margherita, anche i Radicali e la lista dei Consumatori), rispetto al 2006 si osserva una crescita molto ridotta: meno di 1 punto percentuale. Che si realizza soprattutto nelle zone rosse e nel Centrosud. Mentre nel Nord e nel Mezzogiorno è sostanzialmente fermo. Oppure perde qualcosa. In altri termini: il Pd ha intercettato i voti delle forze politiche che lo hanno promosso. Ma non è riuscito ad attrarre flussi aggiuntivi. Dal centro e soprattutto da sinistra. 8. Così, se consideriamo il bacino elettorale di destra e sinistra delineato dalla Cdl e dall'Unione nel 2006, oggi, il piatto della bilancia pende decisamente a destra. In particolare, i voti delle forze politiche di centrosinistra (l'Unione), rispetto a due anni fa, sono calati di quasi 7 punti percentuali. Esattamente quelli perduti dalla Sa. Finiti, evidentemente, altrove. Insieme a molti socialisti. Se osserviamo i primi flussi elettorali (elaborati da Ipsos su dati aggregati, utilizzando il modello di Goodman), ne abbiamo conferma. Su 10 elettori dei partiti di sinistra radicale, infatti, sembra che meno di 3 siano rimasti fedeli, altri 2 abbiano votato per il Pd e IdV, seguendo il richiamo del voto utile. La metà di essi, invece, si è divisa equamente, fra l'astensione e altre formazioni politiche. In minima parte di estrema sinistra, soprattutto di centrodestra. Per il Pdl, nel Mezzogiorno. Per la Lega, in molte zone del Nord. Non ci soffermiamo sulle ragioni politiche di questa diaspora. Ci limitiamo, invece, a sottolineare come contribuisca a enfatizzare un problema di rappresentanza e di prospettiva, già evidente in passato. Come hanno mostrato le indagini di Demos, pubblicate su Repubblica nelle ultime settimane, il Pd prevale, sotto il profilo elettorale, fra gli impiegati pubblici e i pensionati. Mentre il Pdl supera, nettamente, il Pd fra gli imprenditori, i lavoratori autonomi e i dipendenti del privato. Infine, tra i giovani (soprattutto se lavorano). Da ciò l'interrogativo. Quale futuro può attendere una forza politica riformista di centrosinistra asserragliata nelle tradizionali regioni rosse? Straniera nel Nord e spaesata nel Mezzogiorno? Se non riesce a parlare ai più giovani, alle classi produttive? Ai ricchi e neppure ai più poveri?


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