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La Cgil orfana del voto amico

Manifesto – 17.4.08

 

Il grande flusso verso destra - Francesco Guerriero

Voto mio, voto mio, dove sei fuggito? O da dove arrivi? La prima domanda vale soprattutto a sinistra, la seconda soprattutto per la destra e - in misura diversa - per il Pd. Stabilire, attraverso un'analisi dei flussi elettorali, la carta d'identità del voto non è cosa semplicissima, ma è utile per capire il segno del messaggio politico che gli elettori hanno voluto dare, ridefinendo drasticamente il panorama della rappresentanza politica. Proviamo a fare due conti, confrontando i risultati per l'elezione della Camera dei deputati di domenica e lunedì con quelli delle elezioni politiche del 2006. Il dato di partenza è quello della partecipazione. L'elettorato attivo (gli aventi diritto) è leggermente aumentato in due anni: da 47.160.264 a 47.543.119. L'astensionismo, invece è aumentato di parecchio. 7.699.104 gli elettori che non si sono recati alle urne nel 2006, quest'anno non ha votato il 18,9% degli aventi diritto, con un incremento assoluto di oltre un milione e mezzo. In crescita anche - ma non di moltissimo - il numero delle schede bianche e nulle: da 1.584.440 a 1.813.611. Il primo dato è, quindi quello della disaffezione politica, di una accresciuta non credibilità della proposta elettorale. Disaffezione non straordinaria - l'Italia resta ancora uno dei paesi in cui si vota di più - ma significativa. Soprattutto a sinistra. E poi vedremo perché. L'astensionismo non pesa a destra. In termini assoluti Il Pdl ottiene più di 13 milioni e mezzo di voti (13.628.865). Due anni fa Forza Italia e An, insieme avevano qualche suffragio in più: 13.756.102. Considerando il calo della partecipazione c'è da pensare che abbiano recuperato un po' dal centrosinistra. O all'Udc, che (pur essendo abbastanza stabile) perde 530.000 voti. Chi, invece, guadagna in termini assoluti (oltre che percentuali) è la Lega, vera vincitrice, con Di Pietro, delle elezioni: tra i fedeli di Bossi l'astensionismo è stato nullo, mentre i consensi sono quasi raddoppiati, da 1.747.730 a 3.024.522. Da dove vengono? Considerando i numeri che seguiranno c'è da pensare che questo mucchio di voti arrivi da destra, dal Pdl - che compensa il flusso negativo grazie a ciò che attinge dal centrosinistra - e in misura minore dallo «schieramento opposto». Qui entriamo nel campo delle considerazioni politiche e l'analisi del voto conferma uno spostamento a destra dell'asse politico. Spostamento confermato dai numeri. Perché il neonato Pd non raggiunge nel 2008 la somma dei voti dei partiti che lo componevano nel 2006, anno in cui L'Ulivo ottenne un po' meno di 12 milioni di suffragi, mentre La Rosa nel pugno (radicali più socialisti) sfiorarono il milione di consensi (990.694). La somma farebbe quasi 13 milioni, ma - anche considerando che i socialisti quest'anno sono andati da soli ottenendo 335.581 voti - nel conteggio qualcosa non va, perché la creatura di Veltroni è arrivata a quota 12.092.998. I conti non tornano ancora, e tornano ancor meno se si considera il successo di Di Pietro, che quasi raddoppia (da 877.052 a 1.593.675), incassando il suo antiberlusconismo e, presumibimente, attingendo a quello che era nel 2006 l'elettorato dell'Ulivo, dei Ds e della Margherita. Facciamo il punto politico del nostro ragionamento matematico. La Lega pesca dal bacino del Pdl, che compensa l'emmoragia prendendo voti al centrosinistra, cui attinge abbondantemente anche Di Pietro. Spostamento a destra evidente, ma come fa il Pd a superare comunque i 12 milioni di voti? Semplice, pescando a sinistra. L'arcobaleno è la vera cassaforte che molti hanno aperto e saccheggiato. Persino la Lega - basta sovrapporre ai numeri un'analisi sociale del voto al nord -, ma soprattutto il Pd. Infatti i partiti che hanno dato vita alla Sinistra-l'arcobaleno (Prc, Pdci e Verdi) due anni fa avevano quasi 4 milioni di voti (3.898.394), cui andrebbe anche aggiunta una quota impossibile da definire che Sinistra democratica (nel 2006 dentro i Ds) avrebbe dovuto portare con sé. Domenica e lunedì «il nuovo soggetto della sinistra» (i dati sono sempre riferiti alla Camera dei deputati) ha incassato 1.124.418 voti. Anche se ci aggiungiamo i 208.394 del Pcdl e i 167.673 di Sinistra critica (due anni fa i loro dirigenti stavano nel Prc), il saldo negativo è di poco inferiore a quota 2.400.000. Un disastro politico, una grande fuga elettorale. Un po' verso l'astensionismo (tamponato però dal voto di protesta a sinistra per Ferrando e Turigliatto), molto verso Veltroni, in nome del «voto utile»: solo così si spiega il contenimento dell'insuccesso da parte del Pd. Fatti i conti tutto torna abbastanza. E i numeri confortano una semplice analisi politica: il (difficile) parto del Pd offre la vittoria a Berlusconi e uccide la Sinistra. Che, da parte sua, in questi due ultimi anni ha fatto di tutto per sparire.

 

La Leonessa d'Italia sbrana la sinistra - Luca Fazio

Brescia è persa. Dopo 14 anni di sindaci ulivisti, e quasi mezzo secolo di amministrazioni di centrosinistra variamente cattoliche e moderate, palazzo Loggia si apre per la prima volta a un centrodestra rancoroso che ha fatto il pieno di voti in tutta la provincia bresciana. Al posto del sindaco Paolo Corsini, rimasto in carica dieci anni, senza mai sentire il bisogno di iscriversi alla pattuglia dei sindaci sceriffo del Pd, ci sarà Adriano Paroli (51,4%). Un personaggio incolore che viene da Forza Italia e ripete come un mantra la parola sicurezza, e che come primo provvedimento penserà a «ripulire la stazione». Ha vinto al primo turno e dello sconfitto, Emilio Del Bono (35,7%), riportiamo solo due parole di commiato perché colgono nel segno: «La Lega vince sul tema dell'immigrazione, bisogna convincersi che il voto del nord è condizionato dal fenomeno migratorio». Vale la pena aggiungere che stiamo parlando di uno dei territori d'Italia più fortemente sindacalizzato, dove gli immigrati lavorano stabilmente nelle fabbriche. Il programma della nuova giunta sta tutto nelle prime dichiarazioni di Fabio Rolfi, segretario cittadino della Lega e vicesindaco. La sicurezza, la precedenza ai residenti sui servizi e i bonus rispetto agli immigrati, la chiusura dei campi nomadi, «e questo anche ricorrendo ad ordinanze, come quelle emanate a Chiari e Verona, per evitare l'uso di alcolici nei parchi». Un paranoico, un altro. Tutto ciò accade nel cuore della città, piazza della Loggia, una piazza storica per la sinistra italiana, dove la Lega fino all'altro giorno nemmeno poteva organizzare una manifestazione. Un altro simbolo di una disfatta storica per la sinistra italiana, che si è consumata in tutto il territorio bresciano. La Lega è il primo partito in 99 dei 206 comuni bresciani, il Pdl ne ha conquistati 77, mentre il Pd è il partito più votato in 30 comuni. Per la Sinistra, se ha ancora senso dare nome a una «cosa» che non c'è più, il tracollo è stato drammatico: la soglia del 5% è stata superata solo in due comuni (Brione e Malegno). «Tanto per capire di cosa stiamo parlando - taglia corto Dino Greco, membro del direttivo nazionale della Cgil e segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia per 8 lunghi anni - alla Camera la Lega in provincia ha preso il 27,2%, la sinistra il 2,6%». Gli operai votano Lega è la scoperta dell'acqua calda, ma adesso scotta. Dino Greco è uno dei primi sindacalisti che ha ragionato di «leghismo rosso», più volte ha ripetuto che ormai era penetrato negli strati popolari, e che fra coloro che vengono organizzati sindacalmente si avverte come un sorta di dissociazione schizofrenica. Non a caso la Lega è forte dove c'è forte aggregazione operaia, «ma è una realtà che noi ci rifiutiamo di guardare». Perché accade? «Dobbiamo prendere atto - spiega Greco - che non esiste più una relazione tra la classe operaia e il voto verso la sinistra: l'operaio isolato non è più classe, è un'altra cosa, è un individuo che alla solidarietà orizzontale sostituisce la solidarietà verticale, quella con il suo padrone». Eppure, a sinistra, rimane ancora forte il «mito» del movimento operaio. Com'è possibile non «vedere» ciò che è accaduto da più di un decennio? «Non lo vediamo perché c'è ancora chi lo nega: diamo ancora una rappresentazione granitica e ideologica della classe operaia, e questo non corrisponde alla realtà. La sinistra si è completamente sradicata dalla propria composizione sociale, non basta dire di rappresentare il lavoro, devi farlo attraverso l'immersione sociale e l'insediamento, altrimenti è presunzione». In questi anni lo ha fatto solo la Lega, «costruendo una identità di luogo e di territorio invece che di classe, una identità che è esclusiva e non inclusiva. Tutto ciò è accaduto senza contrasto, la sinistra era nei salotti, da Bruno Vespa». Come se ne esce? «Non vedo resurrezioni a breve - si rabbuia Greco - dobbiamo fare una fatica immensa per anni. Bisogna ricominciare a studiare che cosa sono i lavori oggi, scovarli materialmente, ricostruirne la mappa, scavare in profondità, ricostruire nuclei sul territorio». A costo di prendere pesci in faccia, sembra questa l'unica cosa che resta da fare perché, come dice Viviana Beccalossi, vicepresidente della Regione Lombardia, «il centrodestra raccoglie i frutti del proprio lavoro e finalmente Brescia tornerà a essere la Leonessa d'Italia. Una vittoria storica, che finalmente fa cadere un muro che sembrava invalicabile». Oggi, piazza della Loggia è nelle mani della destra.

 

La Cgil orfana del voto amico - Loris Campetti

Il vostro programma è il mio programma, e viceversa. L'ultimo congresso della Cgil era stato segnato dalla suggestione per l'incipiente governo Prodi, su cui il segretario generale del più grande sindacato italiano, Guglielmo Epifani, e la maggioranza del suo gruppo dirigente avevano investito con convinzione. Un mese dopo, il governo Prodi è arrivato. E' durato due anni e in questi due anni è cambiato il paese - gli orientamenti e le soggettività - ma è cambiata anche la Cgil. Con il governo Prodi l'atteggiamento del primo sindacato italiano è stato fin troppo generoso, rispetto alle questioni sociali su cui pure quel congresso aveva preso posizioni nette. La lotta alla precarietà, la difesa dei salari e delle pensioni, innanzitutto, avendo alle spalle, la Cgil, una grande mobilitazione culminata nella manifestazione al Circo Massimo con Cofferati e con la raccolta di cinque milioni di firme, mentre Cisl e Uil varavano la legge 30 con un accordo separato, senza e contro la Cgil. Ma erano altri tempi, era la stagione di Berlusconi in cui le piazze erano piene di lavoratori, di pacifisti, di no global, di società civile; erano i tempi in cui si parlava delle Camere del lavoro come case comuni della sinistra, luoghi aperti ad altre culture, ad altri movimenti e in fondo, a una grande speranza collettiva. E ad alleanze sociali e politiche che oggi potrebbero apparire quanto meno audaci. La logica del governo amico, più praticata che ideologizzata, ha toccato livelli particolarmente alti già nel primo anno del governo Prodi, quando una manifestazione - il 4 novembre del 2006 - sul tema caro alla Cgil della lotta alla precarietà, è stata trasformata dal gruppo dirigente di corso d'Italia in uno spartiacque tra buoni e cattivi, responsabili e irresponsabili. Non si può criticare un governo già attaccato dalle destre all'opposizione e da quelle al governo. In questo clima, con una precipitazione del confronto interno all'organizzazione, è iniziato un processo alle posizioni più radicali, meglio sarebbe dire più autonome, dentro e fuori il sindacato. La scelta della Cgil di siglare l'accordo con il governo e la Confindustria sul protoccolo sul welfare e di blindare il referendum tra i lavoratori e i pensionati, trasformandolo in un voto sul governo amico, ha approfondito il fossato non tanto con le sinistre interne, con la Fiom e le aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile, nonché con la nascitura Sinistra Arcobaleno, quanto piuttosto con la fascia più sofferente dei lavoratori. I fischi a Mirafiori, troppo presto rimossi, ai segretari generali delle tre confederazioni gridavano questa sofferenza, denunciavano una solitudine e una delusione per l'operato di un governo poco amico che aveva scelto la politica dei due tempi: prima il risanamento e poi la redistribuzione. Quei fischi rappresentavano un appello ai sindacati ad assumersi la responsabilità della difesa della loro gente, criticando un atteggiamento troppo accondiscendente verso una politica economica che invece di ridurre le ingiustizie sociali le aumentava. Poi è arrivato il Partito democratico, è caduto il governo Prodi ed è cominciata la campagna elettorale. Un pezzo di segreteria della Cgil è passata direttamente da corso d'Italia alle liste del Pd, mentre Epifani, Bonanni e Angeletti affiancavano Veltroni sul palco di Brescia. Se c'è il partito unico può ben esserci anche il sindacato unico, la cui vocazione è la concertazione con il governo e le controparti sociali. Per realizzare finalmente la riforma del sistema contrattuale, riducendo i contratti nazionali al puro recupero dell'inflazione e spostando sul secondo livello - nelle aziende dove si fa l'integrativo, una netta minoranza - gli aumenti salariali. Legati alla produttivita, naturalmente. Mentre comincia a passare l'idea che se i salari sono troppo bassi bisogna defiscalizzare gli straordinari e far lavorare più ore i salariati per incrementarne le buste-paga. Ma in Italia è successo qualcosa di straordinario. L'operazione di rinnovamento e semplificazione di Veltroni ha compiuto il miracolo di far stravincere le destre e cancellare la Sinistra Arcobaleno. Lo scenario è cambiato, al governo è tornato il trio Berlusconi, Fini e Bossi. C'è qualcosa da ripensare nella Cgil? Oppure la concertazione si può fare proprio con tutti? E i contratti nazionali vanno comunque sterilizzati? E il sindacato unico resta l'obiettivo? Se è così, ha ragione chi nella segreteria di Epifani sostiene che se la Sinistra è stata cancellata, non c'è ragione perché essa «resti sovrarappresentata» nella Cgil. In vista della Conferenza d'organizzazione, se dovesse passare questa logica, non potrebbe che accentuarsi la campagna di «bonifica» ai danni delle sinistre interne. C'è naturalmente un'altra strada possibile, che passa attraverso un'autocritica per aver mal sopportato e poi rimosso i fischi di Mirafiori. Per un difetto di autonomia nei confronti della politica, e non solo. Di becchini della sinistra ce ne sono già abbastanza, che si affiancano alla vocazione suicida della sinistra stessa, perché debba scendere in campo anche la Cgil. Che forse farebbe bene a guardare dentro il proprio corpo militante, ferito e deluso. E a chiedersi come mai, mentre la Cgil sosteneva il governo amico e poi il Pd sul palco di Brescia, la sua gente andava a votare per la Lega e Berlusconi, oppure neanche andava a votare. Sempre a Brescia. C'è ancora tempo per riaprire e far prendere aria alle Camere del lavoro.

 

Scoppio uccide due operai - Alessandro Braga

Cornate d'Adda - Un italiano di 48 anni e un ventottenne originario del Burkina Faso. Sono i due operai morti ieri a Cornate d'Adda, nel milanese, a causa dell'esplosione del macchinario su cui stavano lavorando. Il primo, Raimondo Casati, viveva a Vimercate, un paese vicino, con la sua compagna. Non aveva figli. Il secondo, Moussa Compaore, era arrivato dall'Africa con la speranza di un lavoro, uno stile di vita migliore. Una moglie e un figlio piccolo, di due anni. Aveva trovato casa a Casatenovo Brianza, in provincia di Como. La Masterplast, dove è avvenuto l'incidente, è una delle tante microfabbriche del settore chimico presenti sul territorio milanese. Dodici dipendenti, tra cui il titolare e i suoi due figli. Nessuna rappresentanza sindacale. I lavoratori preparano le materie prime utilizzate poi nel settore delle materie plastiche. In mattinata gli operai del primo turno avevano avvertito i loro colleghi del pomeriggio: «Attenzione, quell'estrusore non funziona bene». E ieri pomeriggio quell'estrusore, «il cannone», come viene chiamato in gergo dagli operai del settore, ha tenuto fede al suo triste soprannome ed è esploso improvvisamente. E per le due vittime non c'è stato nulla da fare. Casati è stato sbalzato contro una putrella d'acciaio vicina, ed è morto immediatamente. Stessa sorte per il giovane collega, colpito al volto da pezzi di metallo, viti e bulloni, scagliati dalla forza dell'esplosione a decine di metri intorno al luogo dell'incidente. Un terzo operaio, uno dei figli del titolare, è rimasto ferito, ma le sue condizioni non sembrano gravi. E in ospedale è finito anche il titolare dell'azienda e l'altro figlio, sotto shock dopo essere arrivati sul posto e aver visto la scena. I magistrati della procura di Monza sono arrivati sul posto, verrà aperto un fascicolo per stabilire eventuali reati e colpe. «Questa è una zona dove la presenza di fabbriche di questo tipo è altissima - spiega Adriano Bassi, della Cgil di Gorgonzola - Il settore è uno di quelli a rischio, con un'alta percentuale di incidenti». Ma creare solidarietà tra colleghi, un minimo di coscienza sindacale, non è facile. «Come sindacato facciamo molta fatica a entrare in queste realtà, dobbiamo quasi rincorrere la sicurezza - continua Bassi - Spesso, quando chiediamo la possibilità di fare un'assemblea, di discutere delle problematiche della sicurezza sui posti di lavoro, sono gli stessi lavoratori a dirci di no, che non è necessario, che va tutto bene». Finché non succede l'irreparabile. Giuseppe Ripamonti, il sindaco del paese, a capo di una giunta di centrosinistra, è subito arrivato sul posto. Il vicesindaco ha aperto il Comune per dare immediato conforto ai parenti. Probabilmente verrà proclamato il lutto cittadino. La Cgil di zona terrà già nei prossimi giorni un direttivo per parlare della questione. Il presidente della provincia di Milano Filippo Penati ha puntualmente dichiarato che «quanto è accaduto non deve più ripetersi. Questi morti sono purtroppo gli ultimi di una lunga catena che ha insanguinato il paese». E Walter Veltroni non ha mancato di far sapere che quello della sicurezza sarà uno degli impegni «più pressanti per il partito democratico». Le istituzioni, amministrazione comunale e sindacato, la loro parte la fanno. Quello che ieri mancava, a Cornate, era la presenza della popolazione locale. Quando, intorno alle otto di sera, la giovane moglie di Moussa Compaore, col suo bimbo in braccio, avvolta nel suo vestito tradizionale africano, è arrivata in via Stucchi, nella zona industriale del piccolo paese lombardo, le sue urla e le lacrime hanno rotto il silenzio di un'atmosfera quasi surreale. A parte i cronisti, i cameramen e fotografi, i vigili urbani, la locale protezione civile, non c'era nessuno. Il deserto. I telegiornali della sera avevano già dato la notizia, impossibile che i cornatesi non lo sapessero. Eppure non c'erano. Tutti rintanati nelle loro case, quasi timorosi di uscire in strada, che ormai è buio, a esprimere, magari solo con la loro silenziosa presenza, un po' di solidarietà ai parenti delle vittime. Stamattina, sicuramente, l'episodio sarà sulle bocche di tutti. Tutti a dire che «sì, lo conoscevo, era un bravo ragazzo», «chissà cos'è successo» e altre frasi di questo tipo. Ieri sera, però, era meglio starsene davanti alla televisione.

 

Caro Walter, lascio. Prodi sbatte la porta - Micaela Bongi

Lo schiaffo arriva avvolto in guanto di velluto. Ma è pur sempre uno schiaffo. Accompagnato da un sentimento di «gratitudine», dal riconoscimento a Walter Veltroni di aver condotto «una campagna elettorale forte e coraggiosa». Dall'assicurazione che tutto era stato già deciso e non c'è nulla di più, solo la volontà di lasciare spazio alle «nuove leve». Ma quando da New York Romano Prodi conferma le voci che circolavano da martedì, smentite ieri stesso dal portavoce Silvio Sircana, nel loft l'umore è nero. Il professore conferma: lascia la presidenza del Pd. La lettera al segretario l'aveva inviata già il giorno di Pasqua, aggiunge il premier uscente, ma «è chiaro che tutto avrebbe avuto un significato diverso se l'annuncio fosse stato dato durante la campagna elettorale». Il significato che nello stato maggiore del Partito democratico viene attribuito alle tempistica delle dimissioni è invece uno e uno solo: al professore non è andato giù che, per giustificare la deludente performance elettorale del partito, l'altro giorno Veltroni abbia di fatto messo sotto accusa il governo Prodi, facendo riferimento al giudizio degli elettori su quell'esperienza. Dal loft si cerca di tenere botta: con un comunicato si spiega che la lettera di Prodi era arrivata anche prima di Pasqua e che delle dimissioni lo stesso Veltroni e il premier uscente «avevano concordemente deciso di riparlare dopo il voto. L'incontro, previsto a breve - prosegue il comunicato - avverrà nello spirito di coesione e di grande unità che si è visto in questi mesi e che è confermato dalle parole di oggi di Prodi». In effetti il segretario sperava in un impatto più soft delle dimissioni, pur messe in conto. Ma è lo stesso Professore a ribattere: «Nessuna polemica, discuterò con Veltroni, ma una decisione è una decisione». Del Pd l'ex presidente resterà «supporter forte e leale». Il nome del possibile successore viene subito messo in pista: Franco Marini. E che si tratti di un'ipotesi concreta lo conferma Ermete Realacci, che pure poco prima aveva sostenuto di aver appreso delle dimissioni di Romano Prodi dalle agenzie di stampa aggiungendo «ci sono tutte le condizioni perché rimanga». Il presidente di palazzo Madama uscente, da parte sua smentisce di volere il posto di Prodi: intende fare solo il senatore, dichiara Marini. Fra i nomi per la presidenza del Pd si fa anche quello di Rosi Bindi. E' poi lo stesso Realacci a sottolineare che adesso andranno ripensati «ruoli e strutture, anche quella dell'esecutivo». Così come si dovrà discutere dei capigruppo: se per la camera sono schierati Pierluigi Bersani e Beppe Fioroni, ma c'è anche Antonello Soro che punta alla riconferma, per il senato Anna Finocchiaro potrebbe essere scalzata da qualche altro ex diessino (se a Montecitorio andrà un «popolare») di provata fede veltroniana, come Giorgio Tonini o Enrico Morando. Ma la delicata partita potrebbe essere rimandata: ora per il Pd è il momento di concentrarsi sul ballottaggio a Roma, dunque meglio non aprire discussioni. Nel frattempo, i democratici già muovono i primi passi verso l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ieri mattina Massimo D'Alema è andato a casa del leader centrista per parlare dei ballottaggi per il Campidoglio ma anche di legge elettorale. Un possibile terreno di confronto? «Dialoghiamo con chiunque ci parli di sistema tedesco», chiarisce Rocco Buttiglione. Un sistema per il quale proprio D'Alema si era speso nell'ultima parte della legislatura. Ma al di là della riforma elettorale, l'attenzione del Pd nei confronti dell'Udc è stata dichiarata dallo stesso Veltroni. E infatti anche il segretario nei prossimi giorni incontrerà Casini.

 

Roma rischia tutto - Sandro Medici

E puntualmente si ripropone quello che ormai potremo definire lo scontro capitale. Ancora una volta, sull'esito delle elezioni comunali a Roma si incrociano le coordinate politiche nazionali, si definiscono gli assetti politici generali: o la destra completerà il suo sfondamento, conquistando anche la città che a lungo, e ripetutamente, gli ha voltato le spalle, o resisterà il laboratorio democratico romano, casamatta più volte assediata ma capace di resistere, forte di quanto consolidato e del modello di governo sperimentato. Era successo nel 1993, con la sfida Fini-Rutelli, alla vigilia del primo successo di Berlusconi; si è replicato nel 2001, con il testa-a-testa tra Veltroni e Tajani, in contemporanea con la larga vittoria elettorale del centro-destra; si riconferma oggi, sulla scia del terzo passaggio berlusconiano. È una sceneggiatura che si replica sulla stesso palcoscenico e che, dallo stesso palcoscenico, trasmetterà o meno un messaggio di speranza all'intero paese. C'è una forte suggestione in quest'ultima battaglia d'aprile: sembra di stare sulle Termopoli. Ma c'è anche sostanza politica. La capitale non è solo quella «magnifica preda» che la destra insegue invano. È anche il luogo dove si sono sviluppate le politiche amministrative più avanzate, che hanno emancipato la città da decenni di mediocrità e provincialismo, restituendola a quel prestigioso profilo internazionale che le spetta. Qui le forze democratiche collaudano pratiche politiche avanzate, misurandosi con forme di democrazia diretta e partecipazione sociale, superando le stesse esperienze di buon governo che tradizionalmente agiscono nelle regioni del centro Italia. Tra limiti e errori, certo, in presenza di ridondanze leaderistiche e anche di qualche arroganza culturale, tutte cose che infatti si stanno pagando in queste elezioni. Ma pur sempre con uno slancio e un'intelligenza politica che in questo paese sono merce assai rara. Azzerare tutto ciò, ripristinare quel clima spento e egoista in cui Roma ha desolatamente vissuto per decenni, per la destra significherebbe imprimere un definitivo sigillo sul paese e poggiare il suo tallone sull'anomalia politica che ancora è fuori dal suo controllo. Di più, avrebbe il valore di estendere sensibilmente la sua egemonia benpensante e violenta, quell'addensato di odio e sopraffazione, di disprezzo per chiunque non si conformi. Con tutta evidenza, Francesco Rutelli non è completamente riuscito a convincere gli elettori romani, soprattutto quelli di sinistra; non si spiegherebbero diversamente gli scostamenti tra il voto politico e quello comunale, e nemmeno tra quest'ultimo e i consensi provinciali e municipali. Ma il connotato antifascista che il ballottaggio tra lui e Alemanno assume perfino al di là delle intenzioni dei protagonisti, restituisce alla battaglia elettorale di fine mese il suo senso profondo. La politica oggi è anche una misura del simbolico. Che è talmente intenso in questa circostanza da indurre tutti a mobilitarsi.

 

Un giorno di guerra, a Gaza è strage di civili - Michele Giorgio

Gerusalemme - «Stiamo traendo beneficio dall'attacco alle Twin Towers e al Pentagono, e dalla lotta americana in Iraq», sono eventi «che hanno spostato l'orientamento dell'opinione pubblica americana dalla nostra parte». Queste frasi pronunciate, senza peli sulla lingua, dal leader del Likud ed ex premier israeliano, Benyamin Netanyahu, all'Università Bar Ilan (Tel Aviv), e riportate ieri dal quotidiano Maariv, spiegano più di mille discorsi ed analisi perché quando una dozzina di civili palestinesi innocenti, tra cui bambini, vengono fatti a pezzi, come ieri nel campo profughi di al-Burej, da un bombardamento aereo israeliano, la cosa non suscita sdegno o interesse nei democratici paesi occidentali. La vita dei bambini palestinesi vale meno o nulla in confronto a quelle dei loro coetanei che vivono dall'altra parte del confine o in una delle nostre confortevoli città europee. E vale meno anche di quella dei tre militari israeliani uccisi ieri mattina, anch'essi strappati alla vita in giovane età ma che a Gaza erano entrati in uniforme, armati e per compiere un'azione di guerra. «I palestinesi se la sono cercata», è il commento di tanti che neppure provano a capire cosa accade ogni giorno a Gaza. Ma ieri ad al Burej nessuno cercava nulla e Fadil Shana, il cameraman dell'agenzia di stampa britannica Reuters ucciso da un missile israeliano, stava soltanto facendo il suo lavoro di operatore dell'informazione. Danni collaterali, nulla di più. Per la portavoce delle forze armate israeliane, i quattro missili sganciati dagli elicotteri Apache hanno colpito palestinesi armati che si preparavano a lanciare razzi verso il territorio dello Stato ebraico. Ma fonti mediche palestinesi hanno poco dopo riferito che tra le vittime i miliziani armati erano tre, gli altri 12 erano civili - si attendeva ieri sera una conferma definitiva - tra cui cinque bambini, un anziano di 67 anni, una donna e tre esponenti religiosi del gruppo «Takfir wa Hijra» (una sorta di setta islamica nata in Egitto alla fine degli anni Sessanta) non legati ad alcun gruppo armato. Poco dopo, non lontano da al Bureji, altri due razzi israeliani hanno colpito un fuoristrada della Reuters uccidendo il cameraman Fadil Shana, 25 anni. Sul veicolo del giornalista erano ben visibili le insegne della stampa. Nello stesso attacco peraltro sarebbero rimasti uccisi anche due passanti. Qualche ora prima l'esercito israeliano aveva avuto una dimostrazione delle migliorate tecniche di combattimento dei militanti di Ezzedin Qassam, il braccio armato di Hamas. Tre soldati israeliani della Brigata Ghivati sono stati uccisi in uno scontro a fuoco avvenuto nei pressi del confine - ma all'interno di Gaza - quando si sono lanciati all'inseguimento di uomini armati che si erano avvicinati ai reticolati di confine. L'accaduto ha tutte le caratteristiche di una trappola, simile a quelle preparate dai guerriglieri di Hezbollah in Libano del sud prima del 2000, a danno delle forze di occupazione. Gli uomini di Ezzedin Qassam avvicinandosi al confine hanno attirato i soldati della Ghivati all'interno di Gaza e si sono impegnati nello scontro a fuoco solo quando i militari israeliani all'inseguimento si sono trovati sul terreno in una posizione sfavorevole e senza copertura adeguata. L'accaduto conferma che la rioccupazione di Gaza minacciata più volte da Israele non sarà una passeggiata. Nelle stesse ore cinque militanti di Hamas sono stati uccisi durante una incursione di reparti israeliani nella zona orientale di Gaza City. Un attivista del Jihad invece è stato centrato da un missile israeliano sparato contro la sua motocicletta martedì notte a Jabalia, nel nord di Gaza. Ieri Israele ha ripreso a rifornire di carburante la Striscia dopo una settimana di blocco totale seguito all'attacco palestinese al valico di Karni. Inizialmente l'esercito aveva detto di non voler riprendere le forniture come ritorsione per la morte, in combattimento, dei tre soldati ma poi ha cambiato idea. Intanto l'ex presidente americano Jimmy Carter è giunto ieri al Cairo per una visita di due giorni nel corso della quale incontrerà due leader di Hamas, Mahmud Zahar e Said Siyam, arrivati in Egitto da Gaza. «Ritengo che sia della massima importanza che Hamas e la Siria siano coinvolti in un accordo di pace globale», ha spiegato l'ex presidente. Boicottato in Israele e criticato dal Dipartimento di stato Usa, Carter visiterà anche Siria, Giordania e Arabia saudita e domani a Damasco vedrà il leader di Hamas in esilio Khaled Meshaal. E proprio grazie a Carter un gruppo di giovani attivisti del Meretz (sinistra sionista) faranno arrivare una lettera a Mashaal in cui lo invitano a riconoscere lo Stato di Israele e ad avviare negoziati con l'obiettivo di formare uno Stato palestinese.

 

Ratzinger in America: Bush, Papa e famiglia - Matteo Bosco Bertolaso

New York - Il presidente degli Stati uniti George W. Bush e Papa Benedetto XVI sono uniti nella lotta alla «dittatura del relativismo» e nella difesa della «vita, il matrimonio e la famiglia». Divisi - anche se con molte sfumature diplomatiche - sui modi di condurre la lotta al terrorismo. È questo uno dei primi dati politici che emerge dalla visita di Joseph Ratzinger negli Stati uniti. Accogliendo il pontefice alla Casa Bianca, Bush ha dichiarato che gli Usa sono «uno dei Paesi più innovativi, creativi e dinamici sulla terra, ma anche tra i più religiosi». Il presidente ha detto al Papa che gli Usa hanno «bisogno» del suo messaggio di rifiuto della dittatura del relativismo, e accolgono «la cultura della giustizia e della verità». Il pontefice ha ricambiato dicendo di essere venuto negli States «come amico». Dopo i colloqui privati nell'ufficio ovale, la Santa Sede e l'amministrazione Bush hanno preparato un comunicato congiunto in cui sottolineano l'importanza di alcune tematiche come «la difesa e la promozione della vita, il matrimonio e la famiglia» o «il rifiuto totale del terrorismo, così come della manipolazione della religione per giustificare atti immorali e violenti contro gli innocenti». È interessante leggere un altro passo del comunicato congiunto: durante i colloqui, Bush e Benedetto XVI «si sono soffermati sulla necessità di affrontare il terrorismo con mezzi appropriati che rispettino la persona umana e i suoi diritti». Fuori dal morbido linguaggio della diplomazia, la frase potrebbe alludere a una preoccupazione vaticana per il caso di Abu Ghraib e delle torture inflitte ai membri di al Qaeda, in aperta violazione di quei diritti umani che il pontefice difende e difenderà venerdì, nello storico discorso che pronuncerà alle Nazioni Unite. Quella del papa tedesco è soltanto la seconda visita di un pontefice alla Casa Bianca: la prima risale a quasi trent'anni fa. Non era mai accaduto che un presidente andasse all'aeroporto ad accogliere il Papa, come ha fatto Bush. L'incontro dei due leader è stato un momento storico davvero in pompa magna, come di rado si è visto persino nei riguardi delle teste coronate che visitano gli Usa. I lampioni attorno alla residenza presidenziale erano stati addobbati con i colori bianco, rosso e blu della bandiera degli Stati uniti e bianco e giallo del vessillo vaticano. Più di 9 mila persone hanno cantato «happy birthday» al Papa, che compiva 81 anni, prima in maniera spontanea, all'entrata, poi, più formalmente, all'uscita. Boy scout e cavalieri di Colombo hanno riempito le strade di Downtown Washington. Qualche rappresentante della comunità ispanica - che costituisce una fetta importante del cattolicesimo negli Stati uniti - ha gridato «Viva el Papa». Qualcun altro aveva disegnato una torta di cioccolato, con un 81 sopra, su un manifesto. Una torta vera - multipiano - era stata preparata nella sala blu della Casa Bianca. Ieri sera, poi, è stata preparata una cena in onore del pontefice, che però non ha partecipato. La East Room si è comunque riempita di cibo bavarese, in onore del pastore di origini tedesche. Benedetto XVI ha ringraziato i fedeli a stelle e strisce con un vigoroso «God Bless America» a conclusione del suo intervento. Tutto liscio tra Bush e Benedetto? Ieri, la stampa americana spiegava che i due avevano opinioni simili - e negative - su aborto, matrimonio omosessuale e cellule staminali. Divergenti, invece, le idee su Iraq, embargo cubano e pena di morte. In effetti però, il comunicato ufficiale, dopo un accenno al Libano, allude solo a una generica e «comune preoccupazione per la situazione in Iraq, in particolare per lo stato precario delle comunità cristiane lì e altrove nella regione». Un altro argomento atteso in Usa riguardava lo scandalo dei preti pedofili. Già sull'aereo papale, Benedetto XVI aveva detto di «vergognarsi profondamente» per quello che è successo.

 

Liberazione – 17.4.08

 

Prc, battaglia in segreteria. Al Cpn tutti dimissionari - Angela Mauro

«L'ora più buia è sempre prima dell'alba». Maurizio Acerbo, primo deputato nell'elenco di Montecitorio nella legislatura appena conclusa, la dice con Neil Young. Spinge sull'ottimismo. Ma l'alba sembra lontana, la notte dei lunghi coltelli dentro Rifondazione è appena esplosa. La segreteria fiume di martedì, all'indomani del terremoto elettorale della Sinistra Arcobaleno, ha solo dato il via alla resa dei conti tra le diverse anime del partito. Due i tronconi principali: la linea del segretario Giordano e dell'ex candidato premier Fausto Bertinotti, promotrice del processo unitario a sinistra, e quella del ministro Paolo Ferrero e degli altri ex Dp del partito disposti a non andare oltre una federazione con le altre forze della sinistra. Mentre il Pdci sceglie di lasciare la via unitaria, i Verdi guardano sempre più insistentemente al Pd, Sd resta a maggioranza convinta sul percorso comune, nel Prc la sconfitta è portatrice di uno scontro duro che le diplomazie del partito stanno tentando di riportare a toni più civili. Ma il risultato dello sforzo è tutto da vedere. Lo si comincerà a vedere il prossimo weekend. Domani non ci sarà alcuna riunione della direzione nazionale, annunciata due giorni fa. Si va direttamente al comitato politico di sabato e domenica, al quale segretario e segreteria si presenteranno dimissionari. «Decisione ovvia - fanno sapere dall'entourage di Giordano - visto che il congresso è convocato per luglio». Ma non ci sarà da aspettare il congresso per assistere allo scontro in diretta. Ferrero vuole dare inizio alle danze da subito. La mette così: «Dopo una scoppola di queste proporzioni, va decisa una linea che il congresso potrà anche rovesciare, ma non possiamo restare per tre mesi nella confusione». «Va ricostruito il ruolo di Rifondazione in questa fase - continua il ministro - se si dissolve questo partito, che è la roccaforte della sinistra, il resto lo raccogliamo con il cucchiaino. Siamo finiti contro un muro, non si può accelerare...». Considerazioni condivise dall'area Essere Comunisti di Claudio Grassi, che al cpn potrebbe far fronte comune con i ferreriani, e dall'Ernesto, da giorni esplicito nella richiesta di dimissioni della segreteria. Con quest'area si schiera anche Ramon Mantovani, allo scorso congresso in maggioranza bertinottiana, poi sempre critico con il processo unitario a sinistra. Resta da vedere se al comitato politico del weekend si andrà alla conta interna. Di certo, la maggioranza di Giordano non ha gradito "l'assalto" del ministro già nella segreteria di martedì. «Le responsabilità sono di tutti - è il ragionamento - non solo del segretario. Vogliamo parlare del governo? Anche il capo delegazione del Prc ha le sue responsabilità. Presentarsi come il nuovo per far apparire gli altri come il vecchio è una modalità veltroniana». Insomma, no al cannibalismo interno. Michele De Palma della segreteria la spiega in questi termini: «Il primo modo per non dissolvere Rifondazione è evitare la caccia all'uomo. Il punto non è spazzare via qualcuno, le responsabilità sono collettive, non ci sono vendette da consumare. Rifondazione ha un dovere per se stessa e uno in più verso l'esterno: verso chi è rimasto orfano della sinistra». Non basta un'aggregazione stile Sinistra Europea: la maggioranza Giordano-Bertinotti insiste su questo punto. Il tema è «ricostruire la sinistra nella società, costruire le condizioni per un'accelerazione per non lasciare isolate le persone di sinistra», dice il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore. Rimettere in sesto l'area, insomma, e arrivare ad un soggetto nuovo nel quale i processi decisionali non siano affidati solo a Rifondazione ma a tutti coloro che liberamente scelgano di farvi parte. «Va affrontato il problema su che cos'è oggi la sinistra in questo paese - aggiunge Migliore - Ripartire da un dato elettorale così basso significa avere la consapevolezza di ripartire dalla società, ma la discussione avverrà dentro il nostro partito, che è un patrimonio assai importante per la costruzione della nuova sinistra». «Bisogna invece pensare ad un'altra forma unitaria, ad esempio ad un coordinamento - reagisce l'ex Dp Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori del Prc - Anche la federazione può essere uno strumento utile. Ma è assolutamente necessario che Rifondazione non si sciolga. Se Giordano dirà queste cose, saremo con lui. Altrimenti io voterò contro». La parola "golpe interno" viene in mente a qualcuno, nei corridoi la si pronuncia a denti stretti per dire che «nessuno vuole sciogliere Rifondazione» e che il percorso congressuale è la procedura corretta da seguire. Alfonso Gianni, protagonista con Ramon Mantovani dei duelli più accaniti delle direzioni e dei cpn degli ultimi mesi, riflette sull'aggregazione di anime che danno battaglia alla gestione Giordano. «La cosa più mortificante - dice - è vedere un multiforme cartello di persone, che fino a ieri hanno litigato tra loro, unirsi contro il segretario visto come capro espiatorio di una responsabilità che invece è collettiva e ben distribuita». Se Sinistra Democratica sta a guardare, il resto della sinistra non lo fa. Per i Verdi suonano sempre più forti le sirene del Pd. Il responsabile Ambiente del partito di Veltroni, Roberto Della Seta, lancia un appello esplicito al "Sole che ride": «Confluite nel Pd, è qui lo spazio naturale per un ambientalismo efficace». Le risposte sono diverse. Paolo Cento e Angelo Bonelli fanno gli interessati: «Il dialogo con il Pd è fondamentale: non è un nemico, ma un alleato fondamentale per il bene del Paese». Picche invece da Grazia Francescato e Loredana De Petris. «No grazie. Apprezziamo, ma restiamo Verdi - dice la prima - Continueremo a difendere l'ambiente: oggi dentro la Sinistra l'Arcobaleno, oppure da soli. Ma a deciderlo sarà il congresso di ottobre». I Verdi, dice la De Petris, «non sono in vendita. Noi abbiamo investito con convinzione nel progetto della Sinistra l'Arcobaleno e l'elettorato ci ha dato un segnale negativo. Siamo convinti che l'identità Verde ed ecologista potrà proseguire in un progetto più ampio: o in una Sinistra l'Arcobaleno da rinnovare e rilanciare o in un progetto di profilo marcatamente ecologista. Riflessione che faremo nelle prossime settimane».

 

«Responsabilità e umiltà per ricominciare e fare una sinistra di popolo» - Anubi D'Avossa Lussurgiu

Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l'uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato - almeno elettoralmente - il nome unitario dell'Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista... Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzazione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l'abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile. Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all'interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l'ovvia restituzione di parola alla "base"? Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un'idea forte di solidarietà all'interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata. Fermiamoci allora sulla "catastrofe": sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un'analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per ricostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo? Intanto il punto d'inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l'Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l'astensione... Che sono - il non voto, la Lega e l'Idv - i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato... Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle "sofferenze" sociali, sia da quello simmetrico d'una punizione dei fattori "perturbativi" della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un'alternativa etica, laddove su questo terreno si è collocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un "mediatore culturale" che è il grillismo. Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così "punita"? Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell'inefficacia dell'agire politico. Di più, veniamo per così dire "asfaltati" da quest'idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l'efficacia come blindatura della governabilità e dall'altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d'ognuna e d'ognuno, dell'azione politica. Dunque, la percezione fondamentale era quella d'una inefficacia. Già: ma l'inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un'improvvisazione elettoralistica. Intendo l'immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E' apparso un debole "manifesto" per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un'allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio. La sorte "museale" che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell'estate scorsa, a Bari... E' fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest'insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio "salto" organizzativo e culturale... Un momento: questa "domanda della realtà", che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un'allusione, non viene da un po' prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo? Se posso dire così, il momento "topico" era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un'operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervenendo proprio sul tema del soggetto politico. Ecco: e non è che questa "occasione mancata" precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo? Quel che non si può non vedere è che nell'esperienza di governo la sopravvivenza di "quello che c'era" ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all'insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d'efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D'altro canto, nonostante l'inefficacia del nostro posizionamento critico all'interno del governo - perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente - il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt'un'area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell'occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si accorga che intorno c'è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società. E qui torniamo al punto dell'assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi? Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s'indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta. Ma, dal passato al futuro, un'assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito? Il tema è per me quello che ti ho detto, d'una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d'essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d'un soggetto d'alternativa. Uno che certamente è d'accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al "bagno d'umiltà" della sinistra l'esempio della Lega, ovviamente agli antipodi politici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale... Certo, la Lega è una doppia comunità. E' comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d'una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un'identità che altre volte abbiamo definito come di "plebeismo piccolo borghese" e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più. Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l'ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme? Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c'è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c'entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d'un rapporto esteriore, un po' sociologico un po' apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall'attraversamento della realtà. Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l'assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna "elaborare il lutto"? Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C'è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev'essere spigliato, libero, non ricattato. Con tutti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c'è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.

 

Caro Walter hai fatto un disastro... - Piero Sansonetti

Caro Walter Veltroni, ti scrivo poche righe. Non so se le prenderai in considerazione. Magari lèggile, in virtù della nostra vecchia amicizia. La devastante sconfitta subita dalla sinistra non può nascondere la sconfitta molto severa subita dal Pd. Tu avevi impostato la campagna elettorale su due o tre idee (e alcuni atti). Cominciamo dagli atti: la destabilizzazione del governo Prodi, che ha portato alla sua caduta; la rottura a sinistra, con l'accusa - alla sinistra - di essere massimalista e incompatibile con il governo. Le idee che hai proposto erano altrettanto chiare. Prima, l'Italia può essere governata solo con un sistema bipartitico, perché il pluralismo porta ad un eccesso di democrazia e a scarsa efficienza; seconda, l'Italia può essere solo governata dal centro, perché occorre mettere insieme un blocco costruito sulla borghesia-forte, che è garanzia di stabilità, e puntellato da politiche moderate, talvolta repressive, che ristabiliscano il principio di autorità, di selezione, di italianità, che rovescino, cioè, il guazzabuglio culturale e anarchico del sessantotto. Terza idea: per compiere questa operazione di "restaurazione" moderata occorre sconfiggere Berlusconi che è un borghese "anomalo", populista , un po' peronista. Caro Walter, cosa ti è riuscito di questo tuo progetto? La rottura a sinistra ti è riuscita, ed ha portato alla cacciata della sinistra dal Parlamento. Ti è riuscita l'affermazione dello schema bipartitico. Ti è riuscito lo spostamento a destra dell'asse politico del paese. Punto e basta. La battaglia con Berlusconi, che avevi promesso di vincere - e su questa promessa hai conquistato il consenso di tanti elettori di sinistra.... - l'hai persa clamorosamente. Il risultato elettorale della destra è stato il più forte degli ultimi 15 anni. Il Pd non ha conquistato neppure un voto su quel fronte. Ma il suo comportamento conservatore - persino reazionario talvolta, pensa alle campagne contro i lavavetri, i mendicanti, i rom - ha sdoganato i sentimenti più di destra. Il trionfo della Lega si spiega anche così. La politica è questo: se rompe delle barriere poi succede che tutta l'opinione pubblica subisce uno spostamento a catena. Caro Walter, questa tua linea ha portato l'Italia al disastro. Non credi di avere una porzione di responsabilità?

Repubblica – 17.4.08

 

Salvate il soldato Fausto - FRANCESCO MERLO

Buttare, con l'acqua sporca del comunismo, anche il bambino della sinistra radicale? Non bastonate il cane che annega, perché è il cane da guardia degli interessi deboli, dell'Italia povera. E Walter Veltroni non lasci all'intelligenza di Giulio Tremonti la rappresentanza "sociale e culturale" - come ha scritto ieri Ezio Mauro - di quella "rete di valori, interessi, critiche, opposizioni presenti nel Paese e nella sua storia". Dovrebbe invece, Veltroni, lanciare un ponte alla sua sinistra, anche organizzativamente, magari chiamando, perché no?, Nichi Vendola nella plancia di comando. E' certamente vero che il comunismo in Italia era diventato il divertimento intellettuale di alcuni professori, la camicia di forza della sinistra incartapecorita. Ma ora che non c'è più Bertinotti, chi, in Parlamento, difenderà gli operai? Davvero il Partito democratico, senza ospitare, come tutti i partiti riformisti del mondo, una rappresentanza di sinistra radicale, basterà a coltivare e proteggere gli interessi dei gruppi sociali più deboli, dagli operai agli impiegati di concetto, dagli insegnanti ai venditori ambulanti, dai piccoli e sempre più terminali bottegai ai giovani disoccupati e sotto occupati? Chi darà cittadinanza politico istituzionale a questo lungo, largo e grosso proletariato italiano, colpevolmente confuso e ridotto solo agli operai di fabbrica? Per la verità, gli studi della Cgil e le riflessioni dei politologi già nel 2006 segnalavano l'affezione leghista degli operai del Nord, che infatti adesso hanno votato, in maggioranza, per la destra. E si sa che gli ultimi libri di Giulio Tremonti sono puntati contro il fantasma della povertà italiana, alimentata dall'euro forte e dall'ingresso della Cina nella globalizzazione. Tremonti denunzia "i salari italiani orientali erosi dai costi occidentali", propone aiuti alle fabbriche e alle industrie... Non so se è un discorso di sinistra. Sicuramente, in un universo senza più simboli, Tremonti, che è la mente economica non solo di Berlusconi ma anche della Lega, rischia davvero di rappresentare i produttori - operai e imprenditori - molto meglio del Pd e di occupare dunque il posto vuoto lasciato da Bertinotti sia nell'urna e sia nelle sezioni di partito, nella concertazione, nella società dei deboli. Veltroni ha dunque "una responsabilità in più". Secondo noi ha persino il dovere di richiamare a casa la sinistra radicale operaista, alla quale, troppo sbrigativamente, i rappresentanti degli imprenditori vorrebbero dare il colpo di grazia, con una spietatezza un po' ridicola. Insomma, la Confindustria dovrebbe evitare di cantare una vittoria che potrebbe essere quella di Pirro, o, se preferite, quella di Sansone che morì con tutti i filistei. La perdita di rappresentanza dei ceti deboli infatti potrebbe portare alla fine delle buone maniere nelle fabbriche, nelle strade, nel conflitto sociale. Non che sia davvero immaginabile un ritorno del terrorismo diffuso, come dice il solito autoreferenziale Cossiga, il quale pensa di compendiare in sé tutto il vissuto e tutto il vivibile: "Nihil novi sub Cossiga" (con la a lunga dell'ablativo). Ma può accadere che esplodano, come attorno alla spazzatura di Napoli, i plebeismi, il luddismo o nuove forme di criminal sindacalismo. E un'avvisaglia la si è avuta, per esempio, in Sicilia dove, la settimana scorsa, i braccianti, esasperati perché nessuno li sta ad ascoltare, hanno bloccato per ben tre giorni i caselli dell'autostrada Catania - Messina. Secondo noi ad affossare e bastonare Bertinotti è stata soprattutto l'antimodernità dei vari Pecoraro Scanio, quel mondo reazionario che in nome della sacra lucertola immagina un'Italia contadina, non capisce che anche il treno fa landscape, che termovalorizzatori, ponti, autostrade e persino il nucleare sono elementi del paesaggio, sono l'ambiente storico che va difeso, vissuto e sviluppato. Marx era prometeico, industrialista, era contro le utopie rovesciate, contro il cammino all'indietro che, almeno, ai suoi tempi era sognato dal socialismo prescientifico e giustificato dal grado zero dello sviluppo tecnologico. Oggi invece l'utopia antisviluppo è sognata dalle caricature italiane del pensiero verde europeo, in un mondo nel quale la tecnologia è ubiquitaria: dalle lenti a contatto ai telefoni, dall'alimentazione all'ecologia stessa. Ebbene, non è immaginabile un Partito democratico che, liberatosi dell'antimodernità, non abbia dentro di sé gli operai, anche nella loro rappresentanza estremista. Né si può pensare a un Partito democratico senza i difensori del lavoro dipendente, di quello usurante, dei nuovi poveri (tra i quali, ripetiamo, ci sono gli insegnanti, che guadagnano meno degli operai qualificati). E poi ci sono intere regioni italiane che sono come piccole Albanie e che hanno bisogno di un pensiero di sinistra ma imprenditoriale, sviluppista ma solidaristico. Bisogna riconoscere per esempio che l'esperienza di Nichi Vendola è molto interessante. Da quando è al governo della Puglia, la cronaca quotidiana non è cronaca nera di scafisti, di morti ammazzati e di sacra corona unita, ma anche di leggi laiche e non estremiste sulla famiglia; e di sviluppo, con un primato nella produzione di energia, l'utilizzo del combustibile da rifiuti, il rigassificatore, il progetto pilota (nel mondo) dei distributori di idrogeno per autovetture. E ancora: gli aiuti regionali ai giovani che vanno a studiare all'estero con il patto che dopo due anni rientrino in Puglia. Al di là dei risultati, la direzione di marcia è quella giusta: giovani, sapere, sviluppo, tecnologie di ultima generazione, con l'idea vincente che la maniera migliore di difendere gli operai sia produrre ricchezza. Non rivendicarla, ma produrla. Non ci sono soviet senza elettrificazione. E però più che di falce e martello questa di Vendola è una sinistra che sembra fatta di libro e computer. Ora Veltroni potrebbe far sua la gentilezza di sinistra di Vendola e maritarla con la cultura di impresa, salvare i salari, aggredire il fantasma della povertà ma al tempo stesso progettare futuro: impianti a mare, ponti, città sull'acqua, investimenti internazionali. Parafrasando Gramsci: non contro il capitale ma per il capitale. Suscitarlo e addomesticarlo. Berlusconi, se vuole, inviti pure a cena Bertinotti. Veltroni potrebbe rispondere allargandosi appunto verso Vendola, e magari offrirgli, che so?, la vicesegreteria, per una convivenza ben più duratura di una cena.

 

Corsera – 17.4.08

 

Consigli a Silvio per sorprendere: «Eco alla Cultura». «Arruola Illy»

Quale mossa a sorpresa si potrebbe suggerire a Berlusconi per fare il Sarkozy italiano? Tranquilli, non vogliamo suggerirgli una rupture alla Carla Bruni. Riconosciamo che Silviò, causa tsunami elettorale, potrebbe anche governare in solitudine. Ma sappiamo che lo scenario è così complesso che forse uno sforzo di fantasia che porti a prendere in considerazione — con oculatezza e su temi condivisi — idee e personalità del campo avverso, potrebbe essere utile a tutti. Un po’ quello che ha fatto il cugino d’Oltralpe Sarkozy che, per quanto vittorioso, si è guardato intorno e in spirito bipartisan ha chiamato le migliori menti dal mondo al capezzale di un Paese bloccato sulla via della modernizzazione, riunendole nella famosa commissione Attali, per cui sono stati chiamati anche due italiani di vaglia, Mario Monti e Franco Bassanini. L’intento non è quello provocatorio alla Grillo, che nel suo blog ha scritto: «Se fossi Berlusconi farei Veltroni vice-presidente del Consiglio»; il nostro è un pragmatico esercizio creativo con un gruppo scelto di spiriti liberal-bipartisan. E allora ecco che l’economista Nicola Rossi suggerisce, per consolidare il processo di pacificazione, una mossa a sorpresa semplice-semplice, ma che potrebbe essere «eversiva», e che gli è venuta in mente mentre, costretto a letto da un brutto incidente, si guardava tutti gli speech post-elettorali dei due leader: «Da una parte ci sarà il governo, dall’altra il governo- ombra annunciato da Veltroni; bene, costruiamo un meccanismo istituzionale agile per verificare subito che cosa è condiviso e cosa no. Basta che ognuno prenda sul serio il suo ruolo e che ogni ministro abbia una sola interfaccia e su tutti due direttori d’orchestra, Berlusconi e Veltroni. È chiaro che poi la responsabilità finale della scelta resta al governo». Più radicale la mossa proposta da Piergiorgio Odifreddi, matematico-divulgatore: «Visto che la cultura di sinistra è sempre più baciapile, apprezzerei che uno come Berlusconi — che tutto sommato è un laico — mettesse un vero laico al ministero della Pubblica istruzione. Altro che Bondi o Formigoni!». E allora? «Ormai sono così pochi e silenti i veri laici, quasi quasi mi propongo io, che sono appena uscito dal Pd. E se non gli vado bene, che mi sorprenda lui...». L’imprenditore Arturo Artom, che fa la spola fra l’Italia e la costa californiana, vorrebbe che Berlusconi questa volta facesse davvero la Thatcher, «risolvesse in un colpo solo il tema delle spesa pubblica e lo scandalo della pubblica amministrazione». E per ottenere il miracolo senza spaccare il Paese, gli suggerisce di prendere in prestito dal campo avverso un personaggio che con la sua storia garantirebbe tutti, Pietro Ichino, e di farlo ministro del Lavoro. Anche lo scrittore Ernesto Ferrero, direttore della Fiera internazionale del libro di Torino, propone un nome da rubare alla sinistra, ma fa una premessa: «In campagna elettorale non si è parlato di scuola né di cultura, come se fossero degli optional. Vedo segnato in questa rimozione il nostro futuro di simpatica colonia medio-orientale». Nonostante tutto Ferrero vorrebbe essere smentito da un’iniziativa clamorosa: la nomina di Umberto Eco a ministro dei Beni culturali. «O se no Roberto Benigni. A questo punto ci può salvare solo Dante». Un altro editore punta su una mossa che allarghi la lettura: Giuseppe Laterza suggerisce a Berlusconi di mettere insieme «una cordata di imprenditori legati al territorio», e di convincerli ad adottare una biblioteca, sponsorizzandola. Un esempio di eccellenza? «La straordinaria biblioteca "senza porte" a Pesaro, nata in un vecchio convento restaurato da Scavolini e diventata subito un angolo di modernità». Nel nostro viaggio a caccia di sorprese bipartisan troviamo anche molti rivalutatori della Commissione Attali (con un’eccezione di lusso, Fabiano Fabiani, che privilegia il «monopartisan»). Anche se Berlusconi l’ha appena bocciata, il sociologo Aldo Bonomi (fresco autore de Il Rancore, alle radici del malessere del Nord, Feltrinelli) sostiene che, puntando su temi specifici come l’immigrazione o la modernizzazione incompiuta, una Commissione «si può fare». E Massimo Calearo, l’ex falco di Federmeccanica passato con il Pd, la propone per la riforma federale, «prima però azzererei tutte le Regioni a statuto speciale, a cominciare dalla Sicilia». Chiederebbe consulenza a destra e a sinistra sul piano internazionale (a José Maria Aznar e a Tony Blair) e arruolerebbe subito Riccardo Illy, l’ex governatore del Friuli. L’imprenditrice Anna Maria Artoni addirittura pensa che sia questo il momento migliore per l’Italia, perché «una Commissione è più forte con un governo forte», e la concentrerebbe su tre temi cruciali: infrastrutture, riduzione della spesa pubblica e liberalizzazione dei servizi pubblici locali. A gestirla, perché no?, gli uomini scelti da Sarkozy, «che hanno sicuramente maturato una certa esperienza», ma a ruoli rovesciati: Monti alla guida e Attali fra gli specialisti chiamati dall’estero.

 

La vera forza della Lega - ANGELO PANEBIANCO

Il successo elettorale della Lega Nord sembra avere sconcertato e stupito tanti osservatori. Sconcerto e stupore sembrano dipendere dalla circostanza che, eccezion fatta per una manciata di attenti analisti del fenomeno, la Lega, nonostante la sua storia ormai ventennale e il suo radicamento territoriale, resta ancora per tanti un oggetto misterioso, un enigma, giudicato più per le periodiche intemperanze verbali dei suoi leader che per la sua natura. Il riflesso pavloviano di molti è ancora quello (come accadeva agli albori della vicenda leghista) di liquidare il fenomeno sotto l'etichetta di «movimento di protesta». In parte, ciò dipende dalla difficoltà di comprendere che cosa davvero sia un partito regionale o territoriale. Un partito regionale è un partito che sfugge alle classiche etichette destra/sinistra: imponendosi come portavoce di una certa area territoriale, che aspira a rappresentare in modo monopolistico, è un partito interclassista e comunitario. E' un partito-comunità. Per un gruppo politico siffatto, avere un ruolo nel governo nazionale è importante ma solo se ciò rende più efficace la sua azione a favore della comunità territoriale rappresentata. La sua vera forza sta nel controllo delle amministrazioni locali e in una presenza capillare sul territorio. Come ha osservato Andrea Romano (La Stampa ), non si capisce la Lega Nord se non si tiene conto della capacità che Umberto Bossi ha avuto nel corso degli anni di fare crescere una classe dirigente locale, di giovani amministratori, spesso abili, e capaci di tenersi in sintonia con le domande dei loro amministrati. Per questo, certi paragoni reggono poco. Non funziona accostare la Lega, partito territoriale insediato in alcune delle zone più ricche del Paese e che gode del consenso di ceti produttivi, ai movimenti classici di tipo ideologico, vuoi di estrema destra (come il lepenismo in Francia) vuoi di estrema sinistra (come la sinistra massimalista in Italia). Al di là di certe somiglianze superficiali con i movimenti estremisti (e senza negare che le spinte anti-politiche possano oggi avere avuto un qualche ruolo nel successo elettorale della Lega), un partito regionale come la Lega Nord vive e prospera in virtù di un rapporto «contrattuale», di scambio, su temi concretissimi, che toccano direttamente le loro vite e i loro interessi, con i propri rappresentati. A dare forza alla sua azione, a spiegare il suo radicamento e i suoi successi, sono due circostanze. In primo luogo, il fatto che un partito regionale non deve preoccuparsi, a differenza dei grandi partiti nazionali, delle «compatibilità» (se non quando non preoccuparsene danneggerebbe i territori rappresentati) e degli interessi nazionali. Ciò lo rende meno impacciato dei partiti nazionali che devono mediare fra tanti interessi, territorialmente diffusi, e fra loro contrastanti. In secondo luogo, il fatto che il comunitarismo territoriale che lo ispira gli permette di muoversi «come se» le popolazioni rappresentate fossero internamente omogenee. Per l'interclassismo comunitario, «se ci guadagna» il territorio, ci guadagnano tutti i suoi abitanti. In questa prospettiva, per inciso, l'erosione dell'area dell'incompatibilità di interessi, e della conflittualità, fra datori di lavoro e salariati, dovuta ai cambiamenti intervenuti nella struttura economica e sociale, può contribuire a spiegare il tracollo della sinistra classista e certi significativi spostamenti di voto operaio verso la Lega. Per capire meglio le specificità della Lega si pensi alle differenze fra il suo ruolo nel precedente governo Berlusconi e quello svolto dalla sinistra massimalista nel governo Prodi. La sinistra massimalista tenne il governo Prodi in scacco su tutti i temi possibili, dalla politica estera al welfare , fu fonte di continua instabilità. La Lega Nord, nel passato esecutivo di Berlusconi, invece, sostenne sistematicamente le politiche governative nel loro complesso, tenendo ferma la barra sui pochi ma cruciali temi che le interessavano: l'immigrazione, la devolution . Né si può ignorare, a conferma del carattere assai pragmatico dell'azione leghista, che il governo Berlusconi fu debitore nei confronti della Lega di un ministro del Lavoro (Roberto Maroni) cui si dovette, fra l'altro, uno dei provvedimenti più significativi di quel governo: la legge Biagi. Poiché la natura della Lega non è cambiata, nulla lascia pensare che le cose andranno ora diversamente. La Lega si impegnerà nel governo sostenendolo lealmente ma chiedendo in cambio provvedimenti precisi sulle cose che stanno a cuore ai suoi rappresentati: sicurezza, immigrazione, federalismo fiscale. Sulla sicurezza e sulle politiche dell'immigrazione, probabilmente, non incontrerà difficoltà dal momento che esiste, su questi temi, omogeneità di vedute nel centrodestra. Assai più delicato e complesso potrebbe risultare invece il tema del federalismo fiscale: agitato propagandisticamente per anni, questa volta il federalismo fiscale entrerà davvero nell'agenda politica, diventerà oggetto di vere decisioni. Qui potrebbero insorgere problemi, anche seri, fra il partito regionale (che punta a trattenere al Nord il massimo possibile delle risorse prodotte) e il partito nazionale, il Pdl, che deve mediare fra interessi diversi e che non può ignorare le domande, di tutt'altro tenore, del Mezzogiorno. La sintesi, difficile comunque, sarà resa verosimilmente ancora più ardua dalla fase recessiva che ci aspetta. E' lecito ipotizzare che proprio sul federalismo fiscale, nei prossimi anni, il centrodestra possa giocarsi il suo futuro, garantendosi sine die , o prima o poi perdendo, il sostegno del partito regionale.


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