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La Cgil orfana del voto amico

Liberazione – 18.4.08

 

«Crisi verticale tra Sinistra e paese» - Vittorio Bonanni

«Mi spiace che, proprio mentre ci sarà a Firenze l'assemblea della Sinistra, a Roma Rifondazione comunista abbia convocato uno dei suoi organismi dirigenti. Mi sembra un altro segno di cecità oltre a quelli che hanno contrassegnato questa vicenda nell'ultimo anno e mezzo». E' netto il parere di Marco Revelli sulla disattenzione dei dirigenti comunisti rispetto all'iniziativa di sabato nel capoluogo toscano, quando ci sarà il previsto incontro post-elettorale, voluto con forza da uno dei principali sostenitori di una nuova forza politica di sinistra, lo storico inglese, toscano di adozione, Paul Ginsborg. Nello stesso giorno e anche domenica il principale partito del cartello elettorale uscito sconfitto dalle urne ha infatti convocato d'urgenza il comitato politico nazionale per fare il punto di una situazione drammatica. Per il sociologo torinese questo è il segno inequivocabile di un ulteriore scollamento tra ceto politico e società. Prima la società, l'elettorato, i movimenti e poi il partito? Premetto che tutti hanno il diritto e il dovere di fare i conti in casa propria, con se stessi, con la propria identità, con i propri meriti, i propri demeriti e i propri errori. Mi sarei però aspettato di fronte ad un terremoto di questo tipo che per prima cosa i gruppi dirigenti che hanno condotto questa campagna elettorale per una volta si presentassero nudi ai propri elettori, senza reti, senza mura intorno, senza diaframmi, e non in un confronto orizzontale fra le loro diverse componenti ma con la loro gente. Credo che questo avrebbe dovuto essere preliminare a qualsiasi confronto interno. Il fatto che non sia stato fatto mi conferma sulla malattia profonda e grave, per certi versi mortale, che li ha colpiti e che non gli ha permesso di cogliere l'ondata di entusiasmo, di forza e di energia che era venuta dalla manifestazione del 20 ottobre. Non gli ha permesso di ascoltare gli allarmi profondi sullo scollamento con il proprio elettorato e la propria area di simpatizzanti verificatosi in questi due anni. Un male che li ha fatti andare avanti come dei treni, formando poi delle liste calate dall'alto sui territori con un disprezzo pesante di chi sta nei territori. Devo dire che tutti questi vizi, dai segnali che percepisco, li vedi riprodotti nel dopo. Lo dico in modo accorato e con una vena di disperazione. C'è anche il rischio di una resa dei conti interna... E si aggiungerebbe catastrofe a catastrofe. Perché non c'è una parte dei gruppi dirigenti che ha ragione e un'altra che ha torto. Non c'è qualcuno che se fosse stato ascoltato avrebbe vinto e qualcosa che ha portato alla sconfitta. C'è una crisi verticale di rapporto tra le forze politiche della sinistra e il paese e un deficit di comprensione del paese che può essere colmato solo riaprendo la comunicazione tra alto e basso, tra territorio e politica. Insomma bisogna porsi il problema di tornare a capire questa società, perché se ne è persa davvero la chiave di comprensione. Così come si tratta di ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione. Veniamo invece all'assemblea di Firenze. Da lì che messaggio potrà arrivare? Credo intanto che sarà una straordinaria occasione d'incontro, per non consumare in solitudine questa svolta radicale, non solo nella vicenda della Sinistra l'Arcobaleno, ma nel sistema politico italiano. Siamo ormai entrati in una dimensione inedita del nostro sistema politico estremamente pericolosa in cui è importante che se ne facciano carico non solo i diretti interessati, perché non è una questione privata che riguarda un'area politica o un gruppo dirigente. Per questo è fondamentale un confronto tra chi fa politica di professione e la propria gente. Non so che cosa potrà arrivare da Firenze. Io so solo che c'è un rapporto che dovrebbe essere ristabilito e che lungo i percorsi che si intravedono non mi pare ancora avviato. E sempre da Firenze sarebbe potuto uscire un segnale di ascolto e di attenzione e di comprensione di una rotta da modificare. Se i segnali che arrivano dalle formazioni politiche sono invece di continuità con ciò che ci ha portato al disastro temo che i percorsi tra chi si muove in basso e chi gestisce i partiti continueranno a divaricarsi.

 

Giordano: «Ripartire dal Prc. E, insieme, dalla sinistra» - A.D. Lussurgiu

Franco Giordano, lo so che è difficile: ma ti chiedo per primo il significato delle tue dimissioni annunciate da segretario. E so che questo te lo rende ancor più difficile, ma non ti chiedo ora il significato e motivo, ti chiedo quello politico delle tue dimissioni, insieme a quelle dell'intera segreteria. A me pare evidente e direi scontato che dobbiamo disporci con umiltà ad un'assunzione collettiva di responsabilità. E' quel che appunto proporrò. E, come pure s'è letto su qualche giornale, l'avrei fatto anche solo individualmente, su me stesso intendo. Ma sento fortissima, ora, la necessità persino vitale della responsabilità collettiva - che, ovviamente, metteremo al vaglio della discussione della nostra organizzazione. E questa responsabilità significa dare immediatamente la parola alle compagne e ai compagni di tutto il partito, che giustamente se la vogliono prendere: dargliela in maniera dirimente. Nella forma dovuta, che è quella del congresso: un passaggio che adesso è urgente, non più rinviabile. Al congresso subito, dunque, come atto di responsabilità: un congresso sulle responsabilità? E' bene istruire subito questa discussione. E da parte mia intendo, con un gesto del tutto unilaterale, evitare ogni forma di personalizzazione; che ridurebbe la discussione stessa a mera futilità, nella nostra situazione. Questo gesto, credo, può invece facilitare una discussione reale su quello che è drammaticamente accaduto. L'esatto contrario d'una reticenza rispetto alle responsabilità: all'opposto, significa provare tutti insieme a discutere per reagire. L'anticipazione del congresso che ho già proposto nella segreteria di martedì e che riproporrò al Comitato politico nazionale è l'apertura di questa discussione. Ma è una discussione che interessa solo il Prc? Io sento che insieme sia utile aprire una discussione grande e pubblica: che possa trovare le sue sedi e i suoi spazi, estesa a tutte e tutti coloro che oggi si interrogano nelle forme più critiche sulla catastrofe. Dare insomma parola e ascolto a coloro che si sentono di sinistra, sulla nostra sconfitta. E' un confronto da aprire già in queste ore, per lanciare una ricostruzione. Segretario, provo a interpretare uno sguardo esterno: non è che sia molto chiara la natura del contendere nella discussione del gruppo dirigente di Rifondazione... Il tema è quello della possibilità o meno di sciogliere il partito? In queste ore vedo che si brandisce il tema dello scioglimento del partito con una disinvoltura tale da autorizzare l'impressione che così si miri solo ad occupare postazioni congressuali ritenute più vantaggiose. Io non ho mai pensato allo scioglimento del Prc e sfido chiunque a trovare traccia del contrario. Il tema da proporre oggi proprio non è questo: anzi mi piacerebbe provare - questo credo sia l'impegno collettivo - a valorizzare una comunità e una storia, che sono le nostre, quelle di Rifondazione comunista. Ma qual è questa storia? Non certo la sua caricatura! La storia e la forza della nostra comunità sono state e sono nell'innovazione politico-culturale, in un percorso di apertura. Questa è Rifondazione comunista. E' un progetto di permanente relazione con i movimenti e le soggettività del campo della sinistra. E dunque questo significa valorizzare la nostra storia: valorizzare l'innovazione, culturale e politica di questi ultimi 15 anni. E, perciò, significa anche tenere aperta la strada della costruzione della nuova soggettività a sinistra. Cioè, stai dicendo che non si dà futuro del Prc senza futuro di questa "nuova soggettività"? Che le due cose non sono in opposizione? Sì, dico che le due cose stanno insieme. Così, però, ti confesso che la temperie del dibattito interno risulta ancora più oscura: se non è uno scontro sullo scioglimento, cos'è allora? C'è dissidio, anche in quella che era la maggioranza, sulla valutazione del peso dell'esperienza di governo sulla frana elettorale? Io vedo, intanto, due ragioni della sconfitta che potremmo definire "oggettive" e una terza che è soggettiva, che dipende cioè dalla nostra responsabilità e che, secondo me, le sovrasta. Su quest'ultima non può esserci alcuna reticenza. Comincio dalle ragioni "oggettive": la prima è che in queste elezioni si è impresso il segno di un'americanizzazione della società italiana, che recava tra i tanti aspetti l'auspicio della rimozione del conflitto sociale, la spettacolarizzazione della politica, la divaricazione fra una politica autoreferenziale e le dinamiche sociali. E nel pieno di questo scontro elettorale è venuto l'utilizzo truffaldino, cinico e disonesto del "voto utile". La distanza con le destre era incolmabile, irrimediabile, il Pd ne era cosciente: ha dunque giocato la carta della nostra distruzione solo per raggiungere una soglia minima, sotto la quale sarebbe entrato immediatamente in discussione l'intero suo progetto. E l'altra ragione "oggettiva" del disastro? E' che, accanto al voto utile, ha pesato la percezione netta e fondata d'uno scarto tra le aspettative di cambiamento di cui c'eravamo fatti portatori e i risultati concreti dell'azione di governo. Lo dico indipendentemente dal lavoro svolto dalle compagne e dai compagni che avevamo impegnato nell'attività dell'esecutivo, lavoro che ritengo positivo nelle condizioni date. Ma faccio tre esempi per me illuminanti, tre grandi manifestazioni: Vicenza contro la base Usa, il Pride e la più grande manifestazione degli ultimi tre lustri contro la precarietà, il 20 ottobre scorso. A diversi livelli, ne siamo stati fra i protagonisti: ma nell'azione di governo abbiamo incontrato un muro di impermeabilità sui temi che queste manifestazioni sollevavano. Tutto ciò ha prodotto disincanto, disaffezione, passività, astensionismo. E c'è da aggiungere che, su quelle domande di cambiamento, abbiamo trovato le più potenti resistenze, di soggetti forti cioè, non da parte di Dini o Mastella ma da parte del Pd. Per questo la ricostruzione del campo della sinistra non può che avvenire dentro un orizzonte strategico distinto da quello del Pd. Scusa, ma in quella strettoia dell'esperienza governativa non c'è una responsabilità soggettiva? Qual è quella cui alludevi? E' che quegli elementi oggettivi, americanizzazione e voto utile per un verso e delusione delle aspettative sulla nostra presenza al governo per l'altro, si sono trovati al cospetto di un nostro ormai palese sradicamento sociale e territoriale. E questo si è miscelato con il fatto che un orizzonte di alternativa di società, per essere credibile, non può essere semplicemente evocato, dev'essere vissuto. Le modalità concrete con cui abbiamo dovuto in fretta e furia costruire la Sinistra Arcobaleno ci hanno impedito di lavorare su questi due terreni. Ma il radicamento è un nostro problema antico, divenuto sempre più acuto. Voglio qui pubblicamente ringraziare la generosità, la passione e l'intelligenza politica di Fausto Bertinotti, che ha provato in maniera del tutto disinteressata a supplire a questa nostra difficoltà con la sua candidatura per la Sinistra, provando a riempire il vuoto con la sua forza culturale e progettuale. Per questo ho trovato ingenerose e sgradevoli umanamente, prima ancora che politicamente, certe critiche personalizzate di questi giorni. Registrato: ma lo sradicamento del soggetto-partitico, che tu indichi come responsabilità soggettiva, non ne pone in causa in causa la consistenza stessa? E una concezione della politica? Guarda, queste nostre difficoltà hanno fatto dire a Nichi - intendo Vendola - che siamo stati percepiti come un residuo. Lo penso anch'io: è come se il vento dell'americanizzazione, del voto utile e del disincanto abbia travolto uno scafo già troppo fragile. Da qui dobbiamo ripartire. Il territorio e i luoghi di lavoro sono i terreni su cui provare a ricostruire. Sì, ma come? E in cosa diversamente da prima? Io continuo a vedere una crisi della globalizzazione, che è economica e finanziaria e che si spinge sino alle fonti energetiche. Viene da dire perciò che avevano proprio ragione i ragazzi "no global". Dunque, una ricostruzione nostra e della sinistra si dà in un'idea di alternativa a questo modello in crisi: ma essa può nascere solo da una ricostruzione di soggettività. Il punto è: quali sono i soggetti su cui fare leva? Penso che dobbiamo battere su tre tasti: la ripresa in forme nuove del conflitto sociale, non relegandone la promozione alla titolarità sindacale ma assumendola politicamente; l'investimento da rinnovare sui movimenti; e l'investimento su quelle comunità, anche produttive, che hanno riscoperto il legame sociale e che resistono al processo di globalizzazione in una chiave rovesciata rispetto alle culture leghiste. Un corpo a corpo con legame sociale, territorio e comunità su cui insiste Marco Revelli quando richiama lo specchio rovesciato del successo della Lega... Ha ragione. La Lega, in una dialettica contrappositiva territorio-centro, ha recuperato come in un prisma i valori più diversi, costruendo però radici e configurando sulle paure nemici e bandiere sostitutivi del conflitto verticale: i migranti, lo scontro territoriale, l'egoismo fiscale. Noi invece nella dimensione territoriale dobbiamo riscoprire un'idea organizzativa mutualistica: il fare società di cui parla Marco, in grado di affrontare concrete risposte ai bisogni e di riorientare culturalmente. Verrebbe da dire con Lukacs: l'essere sociale e la coscienza, oggi così profondamente scissi e separati. Detto tutto ciò resta problematico capire il "quid" della tensione interna, che non sia il macigno collettivo della sconfitta. Le divergenze sono forse sul futuro di una "soggettività" unitaria a sinistra? Potrei dirti a questo punto che non so, non chiedere a me... Per conto mio, quel futuro l'immagino così: necessario, indispensabile e decisivo. La precipitazione che ci consegna in Italia questo voto, di cui sento così acuta la responsabilità, è che non c'è nessuno che rappresenti il conflitto, nella rappresentanza. E' evidente che si spalanca come questione strategica quella della costruzione d'una sinistra in grado di affrontare questa situazione. Partendo, credo io, dal fatto che l'ipotesi federativa sperimentata con la Sinistra Arcobaleno si è rivelata impraticabile, dispendiosa di energie senza risultati concreti e perdente. Coloro che da sempre l'hanno sostenuta, come il Pdci, sono ora i primi a sfilarsi e avanzano una proposta di "costituente comunista" che per noi è una forma di regressione assolutamente improponibile: perché cancellerebbe esattamente la storia del Prc, la sua peculiarità, la sua diversità. Ma, ugualmente, non possiamo fermare la nostra elaborazione dentro l'alveo novecentesco, con il tema del "partito unico". La sfida è sulla democrazia, sulla partecipazione e sull'innovazione. In questo senso è fortissimo il bisogno di una costituente: uno spazio pubblico in cui tutte e tutti possano intervenire, pesare e decidere. In ultimo, Franco: tu, personalmente, come ti senti adesso? Sento tutto il dolore di questi giorni. E sento anche la difficoltà a poter esternare il mio. Perché sento fortissima una grande responsabilità. La politica è fatta anche di sentimenti, di passioni; non solo di fredda, calcolatrice razionalità. E dentro tanto sgomento vedo pure tanta voglia di ricostruire e riprogettare il futuro. Tanta passione vera, appunto. Questa sconfitta peserà come un macigno nel cuore e nella testa di tante e tanti compagni. Bisogna aiutarci tutti a tenerci per mano e a tracciare collettivamente, con umiltà, con disponibilità all'ascolto, una strada. Non ci sono scorciatoie, solo passaggi decisivi. Bisogna riprovarci. Sapendo che nemmeno c'è tempo per inerzie, o calcoli personali.

 

Russo Spena: «Comitato di garanzia per il congresso» - Angela Mauro

Dopo la sconfitta elettorale, dopo le interlocuzioni aspre, i giochi restano aperti dentro Rifondazione. Ma ci sono segnali da cui si evince che il confronto interno da «caricaturale» sta assumendo toni più «seri». Lo dice Giovanni Russo Spena, schierato con Ferrero, critica del percorso unitario fin qui intrapreso dalla gestione Giordano. Dopo la sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno, dopo le interlocuzioni aspre dei giorni scorsi, i giochi restano aperti dentro Rifondazione. Ma ci sono segnali da cui si evince che il confronto interno da «caricaturale» sta assumendo toni più «seri». Lo dice Giovanni Russo Spena, schierato con la linea del ministro Paolo Ferrero, critica del percorso unitario a sinistra fin qui intrapreso dalla gestione Giordano. Migliore dice che sono “utili” le parole di Ferrero sul fatto che il patrimonio del Prc sia fondamentale per la sinistra. E ti accusa di essere “caricaturale” quando sostieni che Giordano vuole sciogliere il partito. Ci sono schiarite dopo gli scontri degli ultimi giorni? Ho lavorato molto sull’innovazione e sono d’accordo sulla piattaforma dell’assemblea di Firenze (indetta dall’Associazione per una Sinistra unita e plurale domani, ndr.): mi sembra strano essere accusato di voler chiudere in gabbie asfittiche un confronto che invece è di ampio respiro. Ho solo tentato di incalzare il segretario, portandolo ad esplicitare ciò che andava esplicitato. Non sono stato certo io a sostenere, anche in campagna elettorale, che soggettività unitaria e plurale della sinistra equivale ad un partito unico che presuppone lo scioglimento di Rifondazione. Il Prc è la sede principale dell’innovazione: non va sciolto ma salvaguardato come parte integrante del percorso costituente e di un coordinamento di forze politiche, sociali, sindacali, di singoli che formino nuove case della sinistra. Ho sentito il dovere di richiedere questa precisazione. Rifondazione non si scioglie, bisogna ripartire da lì per la sinistra. Se, come viene detto da tutti, è questa la posizione delle due linee in campo nel partito, dov’è davvero la differenza? Penso di aver svolto un ruolo positivo con la mia proposta. Speriamo siano superate le accuse di mancanza di innovazione che ci sono state mosse anche da qualche dirigente nazionale. Se si supera il dibattito tra partito unico e costituente della sinistra con dentro Rifondazione significa che abbiamo compiuto un passo avanti notevolissimo e che il confronto è servito. Si arriva più sereni al cpn di domani? Se Migliore dice il vero, vuol dire che inizia ad esserci un confronto serio e non caricaturale. E’ vero anche che un partito è una comunità ed è naturale che viva in maniera drammatica una sconfitta così pesante: perfino ai tempi di Mussolini furono eletti sei comunisti in Parlamento, ora siamo tutti fuori. E’ una catastrofe anche individuale, un “18 brumaio”. Persino Vendola, cui sono legato, dice che nel partito vi sono alcuni con orizzonti alti, altri con gli orizzonti che possono. Io sono per stanare le posizioni ed evitare di far volare gli stracci nel gruppo dirigente per non mutilare il dibattito interno e le speranze di ricominciare quella che penso sarà una lunghissima traversata nel deserto. Dobbiamo aprirci a tutte le forze dicendo no al “partito unico con chi ci sta”, tanto non ci sta nessuno: Sd sta discutendo, i Verdi guardano al Pd, il Pdci ha detto no. Il punto è aprirsi ai bisogni di massa per una sinistra che non si chiuda nelle proprie identità. C’è qualche possibilità di arrivare in maniera unitaria al congresso? Lo vedremo al cpn, saremo interlocutori attenti e positivi. Io farò un’autocritica sulla sconfitta articolandola in tre livelli. Primo, non abbiamo capito cosa succedeva nel terremoto sociale intorno a noi, mi riferisco ai processi di americanizzazione, al voto operaio finito alla Lega: cose che avevamo intuito ma che non abbiamo saputo contrastare. Poi c’è il livello del governo: l’operaio della Fiat ci critica perchè il governo Prodi è stato fallimentare, ci accusa del fatto che non stiamo più con loro ma, cito testualmente, “con i froci, con gli immigrati, i delinquenti” perchè siamo per l’indulto. Terzo, non abbiamo visto la crisi della rappresentanza, cui il Pd ha dato la sterzata definitiva in termini plebiscitari: non c’è più rapporto tra lotta sociale e rappresentanza, c’è un’identità smarrita, ci sono tanti conflitti che non si unificano in progetto politico. Ora sta a noi mettere l’accento, più che sulla rappresentanza, direttamente sulla costruzione del saper fare nella società come ha fatto Action a Roma, città dove abbiamo raddoppiato i consensi. Bisogna ripartire dai territori.

 

Manifesto – 18.4.08

 

La Cisl sposa Berlusconi. E il sindacato si divide - Antonio Sciotto

Roma No, l'«unità sindacale» sotto Berlusconi non sarà affatto facile. A meno che la Cgil non diventi improvvisamente pro-Silvio. L'intervista che compare oggi sul «Giornale della Libertà», l'opuscolo brambilliano per l'occasione allegato al Giornale, è illuminante e spariglia velocemente le carte: a nemmeno tre giorni dalla consacrazione elettorale del Cavaliere a premier, senza neanche aspettare il cambio di governo, il leader della Cisl Bonanni sposa in pieno la nuova era, dichiarandosi d'accordo con tutte le proposte del Partito della Libertà e perfino della Lega. Posizioni ancor più significative se si pensa che all'opposto, il «collega» segretario generale Cgil Guglielmo Epifani proprio in questi giorni (appena ieri in un'intervista alla Repubblica) si dava pena di smontare tutte le idee berlusconiane. E allora il sindacato come si comporterà? Indubbiamente, con il Pd al governo, le cose sarebbero filate molto più lisce. Facciamo un veloce elenco, poi approfondiamo le singole posizioni. Taglio Ici? Bonanni: sì. Epifani: no. Detassazione straordinari? Bonanni: sì. Epifani: no. Cambio del Testo unico sulla sicurezza del lavoro? Bonanni: sì. Epifani: no (perfino l'Ugl, con la Cgil, afferma che «il testo non si tocca»). Se aggiungiamo che sull'Alitalia, il leader della Cisl apre a «tutte le possibilità» (mentre la Cgil ancora sostiene Air France) e poi dichiara che «appoggeremo la Lega sul federalismo fiscale», il quadro della potenziale divisione del sindacato è completo. E, sottolineiamo, le dichiarazioni bonanniane vengono dispensate attraverso il giornale di Michela Vittoria Brambilla, che è quanto di più berlusconiano ci sia (la scelta del mezzo attraverso cui parlare per i politici e i sindacalisti non è mai casuale). Ma è l'impostazione più generale che Bonanni dà al proprio modo di porsi di fronte a Berlusconi che segna la differenza tra i due sindacati (che, intendiamoci, riemerge dopo i due anni di Prodi, perché non è affatto una novità se ricordiamo da un lato il Patto per l'Italia che diede il la alla legge 30 e, dall'altro, i tre milioni in piazza in difesa dell'articolo 18). Mentre la Cgil ha messo fisso il muso lungo dopo i risultati di lunedì, Bonanni afferma che «grazie al nuovo governo si potrà affrontare il futuro con maggiore serenità» e che «la Cisl appoggerà il federalismo fiscale proposto dalla Lega, purché sia solidale». Anche Epifani rimarca di credere in un «federalismo solidale», ma non per questo apre alla Lega: «Alcune parti del loro programma sono diametralmente opposte ai valori della Cgil». Bonanni si spinge oltre, ed è già in grado di ipotizzare una stagione di concertazione - piena come è stata quella sotto Prodi - con il nuovo esecutivo. «Non credo, conoscendo Berlusconi - ha spiegato - che vorrà varare misure impopolari. Piuttosto spero siano condivise con le parti sociali». E fin qui, normale amministrazione. Ma poi ha rilanciato, questa volta parlando all'assemblea della Confcooperative, e proponendo addirittura un «Avviso comune tra sindacati e imprese, per dire, al di là dei singoli ruoli: questa è la nostra opinione». Dunque tanti sì: alla detassazione degli straordinari - «ma se verrà accompagnata da una contrattazione di livello aziendale e considerando le singole condizioni di sicurezza sul lavoro» - e sì al taglio Ici - «ma basta che non rischiamo il gioco delle tre carte: che i Comuni non si rivalgano con altre imposizioni, tipo l'addizionale Irpef». Al contrario, Epifani boccia la detassazione degli straordinari, facendo l'esempio della Francia (vedi anche l'articolo qui sotto), «perché in quel paese è costata alle casse pubbliche più di quanto non abbia reso ai lavoratori» e il taglio Ici indicando «che non è una priorità», e riproponendo piuttosto quanto lasciato in sospeso con l'ultimo governo, ovvero «l'incremento dei salari, da subito, per via fiscale, di 400-500 euro l'anno per lavoratori e pensionati». Insomma, non c'è ancora uno scontro esplicito tra i due sindacati, per carità, ma come si vede l'approccio ai temi messi sul tavolo da Berlusconi è ben differente e con difficoltà si immagina una Cgil disposta a breve non diciamo a sedersi a un tavolo con il Cavaliere (è suo costume, comunque, verificare quello che viene offerto), ma a firmare un accordo. Dulcis in fundo, la sicurezza sul lavoro. Ieri Maurizio Sacconi, già sottosegretario al lavoro ai tempi della legge 30, ha annunciato di voler cambiare il Testo unico sulla sicurezza, varato di recente. Non è un mistero che il centro-destra vuole, in analogia a varie associazioni imprenditoriali che non hanno gradito il Testo, ammorbidire il piano sanzionatorio. La Cisl si è detta subito disponibile, da Cgil e Ugl è venuto un secco no (mentre Uil è disposta ad aprire solo a parziali modifiche).

 

Fiat, è scontro aperto tra confederali e Cobas - Ilaria Urbani

Napoli - La vertenza Fiat a Pomigliano continua ad avere un esito incerto. Non si terrà infatti oggi l'assemblea in fabbrica durante la quale i lavoratori avrebbero dovuto discutere l'ipotesi dei vertici torinesi: destinare 316 operai al nuovo settore della logistica dell'Interporto di Nola. L'incontro nello stabilimento non si terrà perché oramai è scontro aperto tra i sindacati confederali Fiom Fim e Uilm e i Cobas culminato con i tafferugli dopo l'incontro interlocutorio di mercoledì. Dopo l'intervento delle forze dell'ordine Marco Cusano, trai 316 operai destinatari della delocalizzazione, che ha tentato di inseguire Andrea Amendola, segretario provinciale Fiom, ha avuto la peggio riportando un trauma occipitale. A scatenare l'ira di alcuni manifestanti vicini ai Cobas, non invitati a partecipare all'incontro, è stato l'esito definito da alcuni operai «timido». L'azienda infatti non vuole fare marcia indietro, ma si è detta disposta a formalizzare che lo spostamento degli operai non ha nulla a che fare con un'operazione di esternalizzazione. Il prossimo incontro sulla vertenza si terrà il 23 aprile. E intanto prosegue lo sciame di polemiche. «Considero gravi i tentativi di aggressione e le minacce rivolte a chi sta trattando con la Fiat per difendere i lavoratori di Pomigliano - ha commentato ieri Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom - gli autori di questi gesti non hanno niente a che vedere con la lotta dei lavoratori che, a causa della chiusura della Fiat, vive un momento di duro conflitto sindacale. La Fiom - ha detto Rinaldini - conferma il proprio impegno per raggiungere un accordo con Fiat in coerenza con quanto sostenuto unitariamente dalla Rsu dello stabilimento e da sette delle otto sigle sindacali presenti in azienda, oltre che dalle assemblee dei lavoratori. La Fiat deve avviare una trattativa per garantire il rilancio industriale e occupazionale dello stabilimento campano». Sotto accusa rimane la mancata chiarezza sul piano di restyling e su questo i Cobas hanno convocato oggi una conferenza stampa davanti al cancello 2 della fabbrica. «Crediamo che lo spostamento degli operai a Nola sia solo la punta di un iceberg che porterà a depotenziare la Fiat di Pomigliano», ha detto Francesco Amodio (Cobas). Gli fa eco Mimmo Mignano, ex Rsu Cobas a Pomigliano, licenziato a novembre scorso: «Non esiste un vero piano di rilancio, a Pomigliano anche le catene di montaggio sono vecchie e si producono modelli vecchi come la 147 e la 159 che non hanno più mercato. Faremo altre iniziative di mobilitazione e festeggeremo il primo maggio lì davanti ai cancelli della fabbrica». Il piano di ristrutturazione voluto da Marchionne dovrebbe destinare 70 milioni di euro alla Fiat di Pomigliano per la produzione di nuovi modelli. «Dopo due mesi di stop per la nostra formazione - spiega un operaio - non si vede ancora nulla di tutto questo. Ci hanno insegnato a spazzare e a non chiedere di andare in bagno nelle ore di lavoro altrimenti scatta la sanzione disciplinare».

 

I Comuni in allerta. «A rischio i servizi» - Sara Farolfi

Il taglio dell'Ici, piatto forte della campagna elettorale berlusconiana, sarà una delle prime misure del nuovo governo. Un incontro tra il ministro designato dell'Economia, Giulio Tremonti, e l'associazione dei Comuni italiani (Anci) è già stato calendarizzato per mercoledì prossimo. La prima rata 2008 dell'imposta comunale sugli immobili si paga a metà giugno, i Comuni hanno già messo a bilancio le entrate previste e dunque nel caso di un decreto legge - strumento che l'accelerazione di questi giorni sembra accreditare - servirebbero meccanismi di compensazione certi e immediati. L'Ici è una delle voci di entrata principale nei bilanci comunali (copre un terzo delle uscite). Uno sgravio fiscale sull'imposta sulla prima casa era già stato messo in atto dall'ultima finanziaria del governo Prodi. Valore complessivo: 823 milioni di euro (in maggiori detrazioni), cui sono stati accompagnati meccanismi compensativi per le casse comunali. Berlusconi ha promesso di eliminare l'Ici sulla prima casa tout court. Tecnicamente la manovra costerebbe al governo 2,2 miliardi di euro da restituire ai Comuni (12,2 miliardi è il gettito complessivo che proviene dall'Ici, secondo i dati del ministero dell'Interno). Leonardo Domenici, sindaco di Firenze e presidente Anci, è stato chiaro: «Mi auguro che ci siano le condizioni per un confronto approfondito e che, alla fine, non si arrivi a una soluzione che porti ad avere meno servizi per i cittadini». Cosa l'abolizione dell'Ici sulla prima casa abbia a che fare con il federalismo fiscale agitato e brandito dalla Lega (e richiesto dall'Anci stessa) sarà materia di discussione. Ciò che più interessa è però capire chi sarà a beneficiare della manovra. A Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, la misura non piace un granché: «Per l'Ici si può aspettare - dice - perchè la priorità è il sostegno dei redditi più bassi, che vuol dire restituire subito per via fiscale 4-500 euro all'anno a lavoratori e pensionati». Fabio Sturani, vice presidente Anci e sindaco di Ancona, non ha dubbi: «L'Ici non è un meccanismo perequativo in favore dei redditi più bassi, anche il governo Prodi ha fatto una scelta sbagliata». Lo sconto Ici dell'ultima finanziaria targata Prodi (pari all'1,33 per mille sulla base imponibile) ha perso, durante l'iter parlamentare, il legame con il reddito complessivo dei proprietari a cui veniva applicato lo sconto stesso (la soglia era stata fissata a 50mila euro all'anno), escludendo dalle maggiori detrazioni le case signorili, le ville e i castelli (che invece Berlusconi ora include). In valore assoluto, naturalmente, lo sconto è maggiore dove l'imposta è più alta. Oltretutto il ritardo nell'aggiornamento del catasto e nella rivalutazione delle corrispettive rendite, toglie ogni possibile progressività ai benefici. Alcuni studi in materia hanno quantificato lo sconto in 122 euro in media a Roma o Torino, contro 27 euro a Trapani. Ieri il Cer (Centro Europa Ricerche) ha reso noto uno studio condotto sulla realtà immobiliare di Roma. L'effetto delle attuali agevolazioni rende già esenti da imposta le abitazioni popolari e ultrapopolari. La totale eliminazione dell'imposta sulle prime case avvantaggerà, secondo il Cer, le abitazioni di categoria più elevata, garantendo un risparmio di circa 2600 euro per quelle di categoria più elevata (signorili), 306 euro per quelle successive (civili) e 196 per quelle economiche.

 

L'occasione di Firenze - Francesco Indovina

Una buona notizia: è confermata per sabato la riunione a Firenze per «una sinistra unita e plurale». Certo non bisogna scoraggiarsi, ma niente è scontato, quindi si tratta di una buona notizia. L'incontro sarà utile se ci costringerà a fare dei salti. Il fallimento elettorale della Sinistra l'arcobaleno ha tanti madri e padri, tutti elencati nei commenti di questi giorni. Ne aggiungo uno: la mollezza di quanti nel progetto hanno creduto, entusiasmandosi nei giorni dell'assemblea di dicembre a Roma. Mollezza nell'accettare lo scempio che di quel clima è stato fatto dai «quartieri generali»; mollezza nel non riprendere con forza le indicazioni politico-culturali di quella assemblea; mollezza verso il modo con cui sono state messe assieme le liste elettorali; mollezza nei riguardi delle scelte che trasparivano dalla sostanza di tali liste. Non è detto che un nostro maggior vigore ci avrebbe fatto sfondare, ma forse, e ripeto forse, un modesto risultato utile sarebbe stato possibile conseguire. L'onere che ricade su l'assemblea di Firenze è grande. Si tratta di proporre una struttura indipendente (è tempo di sparare sui quartieri generali) da moltiplicare nei territori quali Laboratori per la ricostruzione di un pensiero di sinistra, di una proposta politica, di un'organizzazione leggera ma strutturata nelle realtà sociali. Personalmente penso che una delle cause della deriva sia sostanzialmente di «pensiero», sia cioè culturale e di ignoranza della realtà che cambia. Senza un pensiero critico fondato sulla conoscenza della situazione reale, non si fa altro che ripetere le litanie (spesso ideologiche) che vengono somministrate da chi non vuole che niente cambi, colorandole di rosso. In questa situazione di ignoranza (teorica e pratica) alla sinistra non resta che giocare sul «più uno». Ipotesi fallimentare sia al governo che all'opposizione, sia nell'interpretare la realtà che nel pensarla politicamente rispetto ai bisogni della società. L'assemblea di Firenze si fa forte di due termini «unita» e «plurale», nessuna obiezione a una condizione che il «plurale» indichi un percorso, sia la strada per giungere a una nuova sintesi teorica e politica, aperta e sempre in tensione rispetto al mondo che cambia, ma da ricostruire continuamente. Mentre non pare che ci sia niente da aspettarsi dalle prossime assemblee o congressi delle forze che avevano fondato una speranza (essi pare si prospettino come riunioni per la «resa dei conti»), non resta che puntare su una reazione di quanti nel progetto unitario avevano creduto, non si tratta di trovare nuovi padri e capi, ma piuttosto di dare voce ai bisogni di elaborazione teorica, di cultura politica, di coinvolgimento. Firenze potrebbe essere una di queste occasioni (con il dispiacere di non poterci essere), speriamo sia una vera buona occasione.

 

Genova, monta la fronda nel Prc - Alessandra Fava

Genova - «La Sinistra arcobaleno si è liquefatta»: inizia così l'ordine del giorno di un'ottantina di dirigenti di Rifondazione riuniti per la prima volta dopo le elezioni alla sede Bianchini della Val Bisagno, al muro un tabellone «La storia comunista», pugni alzati e il vecchio simbolo «Partito comunista» con la falce e martello. Sono i cosiddetti autoconvocati, si vedono qui da parecchi mesi e fanno parte degli oltre 130 dirigenti nazionali che quasi un anno fa hanno scritto un documento contro la linea della segreteria nazionale e chiesto un congresso subito. Il congresso torna ora all'ordine del giorno, in modo ancora più forte dopo la batosta elettorale. Così mentre già nel pomeriggio il rappresentante della Federazione provinciale di Genova Mirko Lombardi (detto qui «il commissario», cosa che lui detesta) manda un comunicato ai giornali intitolato «Ascoltare la nostra gente, capire le ragioni della sconfitta per ricostruire la sinistra» in cui spiega che «un primo attivo dei circoli di Rifondazione» riunito l'altro ieri ha deciso «di avviare subito fra i cittadini una campagna d'ascolto unitaria, per capire e per poter far ripartire il processo di ricostruzione della Sinistra»; che «non è in campo l'ipotesi dello scioglimento di Rifondazione, serve anzi che nessuno abbandoni il proprio impegno e metta le proprie energie e intelligenze a servizio di questa impresa» e infine che «è necessario andare subito al congresso di Rifondazione, un appuntamento che dovrà essere il più possibile aperto alle donne ed agli uomini che non si rassegnano alla scomparsa della sinistra», mentre questo comunicato «ufficiale» inizia a circolare gli autoconvocati votano quasi all'unanimità un primo documento in cui sconfessano «il commissario» perché alla Bianchini riuniti ieri sera, mettono nero su bianco «ci sono i segretari di tredici circoli rappresentativi dell'80 percento degli iscritti del nostro partito». Gli autoconvocati chiedono un comitato di garanzia territoriale, considerano sospesa ogni emanazione della segreteria nazionale e chiedono la ripresa del tesseramento del 2008, impedita - sostengono - dal commissario Lombardi. Molti, tra cui Marco Veruggio coordinatore nazionale «controcorrente-Sinistra Prc» denunciano che diverse tessere sono bloccate da mesi. «No alla logica del regolamento dei conti - mette però le mani avanti Paolo Scarabelli del circolo del centro storico. L'unica cosa da non fare è fare i tifosi di una o dell'altra parte. Facciamo prevalere il ragionamento». Se l'extraparlamentarietà non fa paura («è salutare per il partito non avere nessuno in parlamento, la cosa grave è che gli operai votano Lega», sostiene un vecchio iscritto), lo stupore del tracollo elettorale è largamente condiviso. «Se qualcuno pensava che non si andasse in parlamento lo dica che lo facciamo subito segretario nazionale», si ironizza. E ricordando il collante del partito con il movimento del 2001, i Cobas e i centri sociali, gli attacchi alla segreteria nazionale si fanno feroci. «Lunedì vedendo i risultati Boselli si è dimesso, Giordano no», rimarca il capogruppo in Regione Marco Nesci, che quasi grida: «La candidatura di Bertinotti è stata annunciata in tv dall'Annunziata e ora non ci possiamo fidare di avere un congresso trasparente. Non succederà con questa segreteria. Quindi siccome anche il commissario ha usato gli stessi modi e criteri nonostante gli avessimo chiesto di fare la campagna elettorale insieme e convocare i circoli, non ci ha ascoltato perché doveva andare avanti col processo di disintegrazione del partito e noi non glielo vogliamo permettere».

 

Soccorso nero dalla Destra

Roma - L'eco delle polemiche lo raggiunge a Parigi, dove è volato per dare un tocco di internazionalità alla sua candidatura al Campidoglio oltre che per «studiare», come spiega, le affinità che la capitale francese avrebbe con Roma. Neanche sotto la Torre Eifel, però, Gianni Alemanno riesce a scrollarsi di dosso le sue amicizie pericolose. Le preoccupazioni espresse dalla comunità ebraica romana, allarmata dall'apparentamento con la Destra di Francesco Storace (che ieri ha confermato ufficialmente di sostenere il candidato Pdl), lo raggiungono infatti fino in Francia, costringendolo a correre ai ripari. Cosa che Alemanno fa tenendo il piede in due staffe, cercando cioè di rassicurare gli ebrei della capitale senza far arrabbiare troppo Storace. «Noi - dice - guardiamo con molto rispetto alle osservazioni della comunità ebraica. Le valuteremo con attenzione in maniera tale da poter giungere entro pochi giorni a un ragionamento che sia il più equilibrato possibile». Di sicuro, però, si affretta ad aggiungere, «non accetteremo veti». In realtà, mentre cercava di recuperare consensi tra gli ebrei del ghetto romano, Alemanno già era d'accordo nel prendere i voti della Destra. Quello portato in dote da Storace è infatti un pacchetto forte di 55.384 voti, un 3,38% che fa gola al Popolo delle libertà tanto da aver spinto lo stesso Berlusconi a intervenire chiedendo a Udc e Destra di appoggiare i suoi candidati. E la risposta non si è fatta attendere. Ieri mattina sia Storace che Daniela Santanché hanno preso la parola per annunciare il via libera all'apparentamento. «E' emersa una linea di appoggio ad Alemanno. Noi siamo per l'alternativa alla sinistra», ha detto l'ex candidata premier, mentre Storace ha ricordato di essere stato in Israele e di aver definito le leggi razziali «un orrore prima ancora che un errore». Parole che non riescono comunque a far sparire nel Pdl l'imbarazzo. Tanto che a un certo punto deve intervenire anche Gianfranco Fini. Il leader di An pensa di avere le carte in regola dopo il suo viaggio in Israele e l'omaggio alle vittime della Shoah (due gesti che però non gli hanno impedito di accettare la candidatura di Alessandra Mussolini e Giuseppe Ciarrapico) e sfoggia una presunta amicizia con Riccardo Pacifici, il neopresidente della comunità ebraica romana in questi giorni i viaggio in Israele. «L'ho sentito al telefono - dice Fini -, lui mi ha parlato di strumentalizzazioni oscene», riferito all'allarme lanciato dalla comunità per l'alleanza con Storace. Un accordo che non piace neanche all'interno del sue stesse fila. «L'alleanza con la Destra spiazza le mie stesse certezze», ha infatti spiegato Perla Pavoncella, la precaria alla quale Alemanno aveva offerto una candidatura. «Non ho certo dimenticato le sofferenze del mio stesso popolo - ha spiegato - e la Memoria per me è un dovere». E ad Alemanno arriva anche il consiglio dell'ex presidente delle Comunità ebraica italiane Tullia Zevi, che definisce l'alleanza con la Destra «una pessima idea». «Non si può non tener conto - ha detto Zevi - di chi ha un pesante passato e una nostalgia altrettanto pesante».

 

Quell'esercito di adolescenti nelle galere dell'occupazione

Michele Giorgio 

Ramallah - Ahmad Qaddar ha solo 16 anni ma parla con il piglio di chi è stato costretto a crescere in fretta. «Erano le 2 del pomeriggio quando i soldati israeliani mi hanno arrestato - racconta alzando lo sguardo - ero uscito per comprare del pane. Abito ad Umm Sharayet (vicino Ramallah) e casa mia è a poche decine di metri di distanza dal muro (costruito da Israele in Cisgiordania, ndr)». Ahmad rimane in silenzio qualche secondo, abbassa nuovamente lo sguardo, poi prosegue il suo racconto. «C'erano in giro ragazzi della mia età, io mi sono fermato a parlare un po' con loro - ricorda - A un certo punto è arrivata a tutta velocità una jeep militare. I soldati mi hanno bloccato assieme ad altri ragazzi, senza darci spiegazioni, e ci hanno portato via con loro al comando di Atarot. Soltanto lì mi hanno detto che mi ero avvicinato troppo al muro». Arrestato perché vicino alla muraglia israeliana di cemento armato: all'inizio si stenta a crederlo. «E invece è vero - interviene l'avvocato Khaled Quzmar, assistente legale della sezione palestinese di Defence for children international (Dci) -: purtroppo stiamo registrando un aumento dei casi di ragazzini arrestati e addirittura incarcerati per essersi avvicinati al muro, definito dalle forze di occupazione un'area di sicurezza dalla quale bisogna tenersi a distanza». Quel giorno la vita di Ahmad è passata in un attimo dalla fanciullezza all'età adulta. Ha trascorso tre mesi in un campo di detenzione duro, quello di Ofer, vicino Ramallah, assieme ai prigionieri politici adulti. Soffrendo con loro, provando l'angoscia dei suoi compagni timorosi di non far più ritorno a casa. È stato il giorno dei detenuti politici ieri nei Territori occupati. Raduni, sit-in e cortei si sono svolti un po' ovunque per ricordare i 9.087 palestinesi in carcere in Israele, secondo gli ultimi dati diffusi dall'associazione Addameer (per altre fonti il numero sarebbe più alto, vicino a 11mila). La questione delle migliaia di prigionieri politici tocca un po' tutte le famiglie della Cisgiordania e, in misura minore, di Gaza. Di fatto ogni palestinese ha avuto o ha in carcere un fratello, un padre, un amico. Ma non mancano le donne (80) e bambini e adolescenti (circa 300) tra i «politici» in cella. Oltre 2.500 detenuti rimangono in attesa di giudizio, 700 sono agli «arresti amministrativi» (sei mesi in carcere senza processo, rinnovabili a discrezione delle autorità militari israeliane), 262 hanno speso dietro le sbarre più di 15 anni, 140 hanno la cittadinanza israeliana e 15 sono drusi del Golan che si considerano siriani e respingono l'occupazione. «La condizione di chi sta in carcere è difficile - dice l'avvocato Quzmar, che assiste diversi prigionieri politici e di tutte le età -: l'assistenza sanitaria è limitata allo stretto necessario e non è tempestiva. E da qualche tempo anche il cibo si è fatto insufficiente». Le autorità, aggiunge, «spendono in media 500 shekel (circa 90 euro) al mese per ogni detenuto e ora per risparmiare chiedono alle famiglie di versare denaro per i congiunti incarcerati, ma questi soldi spesso vengono spesi per altro». Dolorose sono le limitazioni delle visite: i parenti dei detenuti con un'età compresa tra i 16 e i 35 anni non possono recarsi alle prigioni. «E non dimentichiamo che molti detenuti sono soggetti ad abusi e torture durante il tahqiiq (interrogatorio)», sottolinea Quzmar. Ragazzini non ancora adolescenti sono frequentatori abituali delle carceri per prigionieri politici. Nel 2007 sono stati arrestati per «reati politici» circa 700 palestinesi con meno di 18 anni. Secondo la legge militare, un palestinese è adulto a 16 anni compiuti, un israeliano a 18, e per questa ragione ragazzi di 16-17 anni vengono condannati anche a diversi anni di carcere. Ma spesso basta anche una sola pietra lanciata contro un mezzo militare o avvicinarsi troppo al muro per trascorrere qualche mese in cella, proprio come Ahmad. «Il giorno del processo il giudice (militare) urlava in continuazione, minacciava di punirmi severamente - racconta il ragazzo - sono rimasto in attesa per ore, poi è intervenuto l'avvocato e, con l'assenso dei miei genitori, ha patteggiato la pena». Ahmad ha scontato tre mesi ad Ofer che sarebbero stati almeno dieci se non fosse intervenuto il patteggiamento. «Questa soluzione però non sarà più accettata dagli avvocati palestinesi e israeliani che difendono i detenuti politici - spiega Claudia Lo Forte, una ricercatrice di Dci -: è una decisione definitiva volta ad affermare il rifiuto del sistema giuridico militare israeliano applicato nei confronti dei palestinesi». Dci, in un rapporto diffuso ieri, ha chiesto che venga innalzata a 18 anni l'età «adulta» per i palestinesi e che vengano vietate categoricamente le torture fisiche e psicologiche inflitte ai detenuti palestinesi durante gli interrogatori, a cominciare da ragazzini e adolescenti.

 

Comunanza d'interessi - Marco d'Eramo

Bando alla depressione! I risultati elettorali possono farci rabbrividire di civica solitudine, ma l'abbraccio tra Joseph Ratzinger e George W. Bush ci riconcilia con la nostra posizione politica. Dopo il gelo sgorgato dalle urne, ecco da Washington un'effusione che ci scalda. Vedere quei due gongolanti sul prato della Casa Bianca ci rassicura: non avevamo tutti i torti a opporci sia al fautore della guerra preventiva, sia al flagellatore del relativismo. Non siamo noi che faziosi accostiamo le loro due posizioni, sono proprio loro che ne suggellano l'alleanza di fronte a una torta di compleanno. Che poi la sagoma del dolce ricordasse la torre di Babele, cioè di una città (a suo tempo) distrutta in Iraq, e che i due la facessero a fette, aggiungeva solo un'involontaria dimensione simbolica all'evento. Sulla stessa erbetta si sono incontrati infine i due fautori di quella «guerra di civiltà» che a parole negano ma che nei fatti non smettono di aizzare. Come è cambiata l'atmosfera da quando stizzito, come bimbo che pesta i piedi, Bush gettava nel cestino dello Studio Ovale i messaggi di Karol Wojtyla contro la guerra babilonese! Sarà pure un pastore tedesco, ma l'attuale pontefice è molto più soffice nella sua opposizione alla guerra ed è assai più ostile nei confronti del Corano. Il disegno reazionario di Wojtyla vedeva un fronte comune delle religioni, persino dei fondamentalismi, contro «l'ateismo capitalista e consumista», mentre la restaurazione ratzingeriana ripropone un eurocentrismo religioso, consona al suo «tomismo heideggeriano». In Bush, Ratzinger trova un alleato nella sua crociata contro l'aborto, il matrimonio dei gay, la ricerca sulle cellule staminali. In Ratzinger, Bush trova un compagno di strada nell'offensiva contro l'Islam. In un presidente Usa che si dichiara born again (cioè «rinato dall'incontro con Cristo»), il papa trova la conferma che i riti della democrazia moderna possono andare a braccetto con il fondamentalismo religioso. In un pontefice che scaglia anatemi contro il relativismo dei valori ma subisce quasi in silenzio l'assolutismo della finanza, Bush vede la conferma che professione di fede cristiana e pratica dello sfruttamento capitalista possono convivere in armonia. Certo, queste effusioni sono un po' strumentali. Da un lato la Chiesa non è mai riuscita a fare i conti con la modernità (il concilio Vaticano II ci provò, ma fu rapidamente smantellato); e per di più, tutta l'educazione di Ratzinger lo maldispone verso ciò che è americano. Dall'altro lato, non solo la nascita stessa degli Stati uniti affonda nell'antipapismo, ma Bush ha legato le sue fortune politiche a quegli evangelici conservatori che il papa vedono come un demonio. Per l'evangelico texano però il voto ispanico alle prossime presidenziali vale bene un pic-nic alla Casa Bianca: infatti i repubblicani hanno un serio problema con la minoranza latina che pende per i democratici, e una benedizione da parte della guida religiosa dei latinos è una manna che cade proprio dal cielo. Dal canto suo, il Vaticano ha bisogno assoluto di una moratoria nella campagna antipedofili che sta cancellando il cattolicesimo da quel continente. Per decenni il Vaticano ha sottovalutato la portata del problema, non capendo che ha assunto ormai le stesse dimensioni che ebbe la denuncia delle indulgenze per la Riforma Protestante in Germania. A rischiare di scomparire sono soprattutto le scuole cattoliche: chi mai manderebbe i propri figli a imparare da un insegnante dipinto da tutti come pedofilo? Non solo: lo scandalo della pedofilia clericale sta mandando in rovina le finanze vaticane che, almeno da dopo la seconda guerra mondiale, dipendono dalle donazioni provenienti dagli Stati uniti. Non solo dilapida il patrimonio in risarcimento danni, ma prosciuga le nuove donazioni. È perciò una felice coincidenza che i bisogni strumentali dell'uno s'incontrino così bene con quelli dell'altro sul comune terreno della «guerra all'infedele». L'unico rimpianto riguarda l'assenza, dal prato della Casa bianca, di Cristiano Magdi Allam che avrebbe potuto unirsi all'abbraccio, come facevano i crociati prima d'immolarsi per la fede contro i feroci saladini.

 

Tra Hillary e Obama vince McCain - Matteo Bosco Bertolaso

New York - Hillary attacca, Obama difende, McCain vince, almeno per ora. È questo il quadro politico che emerge dalla corsa alla Casa Bianca, a pochi giorni dal voto cruciale in Pennsylvania. Mercoledì sera i due candidati democratici, che stanno duellando per vincere lo stato, si sono confrontati in un dibattito dal quale il senatore è uscito con le ossa rotta, dopo i continui attacchi dell'ex first lady. Certo, Hillary ha detto che Obama può vincere, precisando però che lei è «più abile e più preparata» della giovane promessa del partito democratico. La Clinton ha martellato su diversi e controversi episodi su Obama, messo alla graticola su praticamente tutti i suoi punti deboli venuti a galla durante la campagna elettorale. Gli sono state rimproverate le dichiarazioni «anti-americane» del suo pastore, il reverendo Jeremiah Wright. Gli è stato chiesto se credeva nella bandiera americana, perché non porta sempre la spilletta con il vessillo degli Stati Uniti sulla giacca. Sono state ricordate, ancora una volta, le sue parole da «elitista» contro gli americani «rurali», che lui avrebbe dipinto aggrappati alle pistole e alla religione. La Clinton ha ricordato che Obama ha ricevuto l'appoggio di Louis Farrakhan, leader della Nazione dell'Islam accusato di antisemitismo, dal quale il senatore si è comunque dissociato. Barack è stato inguaiato pure dal suo amico William Ayers, membro dei bombaroli Wheater Underground negli anni Sessanta e ora professore a Chicago. Insomma, il 46enne senatore dell'Illinois ha subito una mitragliata di attacchi che saranno sicuramente ripresi e amplificati se, alla fine del duello con la Clinton, sarà lui a sfidare il repubblicano John McCain. E mentre i due esponenti del partito democratico si scannano per vincere la nomination, il vecchio senatore dell'Arizona ha recuperato nei sondaggi. Secondo i numeri di una ricerca commissionata dall'Associated Press e da Yahoo!, McCain ha riscattato i voti di molti repubblicani delusi dal presidente Bush, degli indipendenti e pure di qualche democratico. La situazione diventerà comunque più chiara martedì prossimo, dopo il voto in Pennsylvania, anche se il duello Barack-Hillary potrebbe proseguire e dissanguare i democratici a favore del 71enne senatore dell'Arizona. Mercoledì la Clinton si è presentata, come al solito, piena di sicurezza ed esperienza, dichiarando tra l'altro di essere pronta a varare una «reazione massiccia» contro Teheran se l'Iran attaccasse Israele. «Penso che dovremmo preparare una serie di deterrenti che vada molto oltre Israele», ha detto la senatrice di ferro. Obama - che in passato ha annunciato di voler parlare anche con i «leader canaglia» - ha spiegato invece che «è importante che l'Iran capisca che un attacco contro Israele è un attacco contro uno dei nostri più forti alleati nella regione, sarebbe inaccettabile, gli Usa risponderebbero con le azioni appropriate». Il «candidato del cambiamento», però, è sembrato debole a molti spettatori del dibattito. «Per Obama era un test e penso che non sia andato particolarmente bene - commenta Cal Jillson, analista della Southern Methodist University, in Texas - era chiaramente a disagio e sembrava un poco sofferente, ha bisogno di preparare risposte più sicure». Durante il confronto televisivo, Obama ha cercato di ribattere alle critiche sottolineando che «è importante non essere ossessionati dalle gaffe», perché altrimenti «si perde di vista il fatto che stiamo vivendo un momento importante, possiamo definire la storia». Quindi ha ricordato che pure la Clinton, nel lontanissimo 1992, fu vittima di gaffe e di «parole travisate». Allora Hillary, come adesso Barack, fu bollata come «elitista» per aver dichiarato di non essere una mogliettina «che sta a casa e preparare i biscotti (cookies)» al marito. «Mi ricordo di aver visto questa cosa in tv - ha incalzato Obama durante il dibattito - e di essermi detto che la Clinton non era un elitista e che era stata travisata». Il senatore di Chicago ha cercato di svicolare dagli attacchi clintoniani che «prendono la dichiarazione di qualcuno, magari detta male, e su quella lo inchiodano a morte». Prima del dibattito, i numeri di un sondaggio democratico attribuivano un vantaggio di Obama sulla Clinton di 7 punti percentuali, 49 contro 42, a livello nazionale. Anche nella conta dei delegati dell'Associated Press il senatore dell'Illinois supera l'ex first lady: 1.644 contro 1.504. Per risolvere il dilemma, è stato chiesto ancora una volta ai due candidati: perché non correre assieme, come presidente e vice presidente? Tanto Hillary quanto Obama hanno risposto con un lungo silenzio, scatenando le risate del pubblico.

 

Repubblica – 18.4.08

 

Gli operai Fiom che votano a destra - PAOLO GRISERI

BRESCIA - L'importante è saper rispondere alla domanda: "Mi conviene?". Paolo, ad esempio, ha capito che gli conviene votare Bossi perché la Lega lo protegge. Ha 22 anni, sta appoggiato al muro insieme ai coetanei durante la pausa mensa alla Innse Berardi, 250 metalmeccanici specializzati alla periferia di Brescia. Da chi ti protegge la Lega? "Dagli extracomunitari". Ne hai bisogno alla tua età? "Non è bello doversi difendere quando vai alla stazione". Che cosa vuol dire che la Lega ti difende? "Che, bloccherà i flussi, non li lascerà più entrare in Italia". Il capannello aumenta, la discussione si anima, Enrico contesta: "Tutte balle, ti lasci riempire la testa dalla tv. Non siamo a Chicago, dov'è tutta 'sta criminalità? E poi i criminali non ci sono in Italia? Prova ad andare in Sicilia". "Quelli almeno sono nostri e ce li curiamo noi. Ma dobbiamo preoccuparci anche di quelli che esportano gli altri?". E' facile sfottere Paolo. Christian scioglie la tensione con la battuta vincente: "Vuoi bloccare l'ingresso in Italia agli extracomunitari proprio tu che sei dell'Inter?". Paolo sembra soccombere. Ma l'aiuto vero gli arriva da Gianni, un ragazzo di 32 anni che a queste elezioni non ha votato. Un grillino adirato con la Casta? "No, non ho votato perché non posso ancora. Sono albanese, sono arrivato nel '99. Il mio vero nome è Hashim ma siccome è troppo complicato, tutti mi chiamano Gianni". Quando potrai votare per chi voterai? "Per il partito che sceglieranno la maggioranza degli italiani". In questo momento è la destra. Ti andrebbe bene la destra? "Perché no?". Forse perché potrebbe bloccare l'ingresso degli stranieri alle frontiere. "E allora? Io sono entrato, in autunno sono arrivati anche mia moglie e i miei figli. Se non arrivano tanti altri a farci concorrenza è meglio". Così, in dieci minuti di chiacchiere da bar, Paolo e Gianni fanno a pezzi quel che resta del concetto di solidarietà, caro alla Dc di Martinazzoli, che ha governato queste terre durante la prima repubblica, come alla Fiom di Giorgio Cremaschi, che continua a governare il sindacato di fabbrica con il 70% dei voti alle elezioni delle rsu. Votano Fiom in azienda e Bossi nell'urna? "Dov'è il problema? Si vede che la Fiom e Bossi gli servono". Angelo, delegato a un passo dalla pensione, sa che la sua è una risposta provocatoria. Ma anche profondamente vera. "Da queste parti - spiega - le aziende hanno fame di operai specializzati. Qui i contratti integrativi sono ricchi, arriviamo a strappare aumenti di 2-3 mila euro all'anno". Tute blu quasi benestanti, ben diverse da quelle che, sull'altro lato della strada, costruiscono i camion all'Iveco, la vecchia e gloriosa Om, e portano a casa i salari degli operai Fiat. "Alla Innse - aggiunge Angelo - molti abitano nei paesi delle valli bresciane. Con il passare del tempo si sono fatti la villetta a schiera. Una conquista che adesso hanno paura di perdere con l'aumento del costo della vita". Qui si chiede ai comunisti di contrattare l'aumento con il padrone, perché loro sono ancora i più bravi nel settore ("tremila euro all'anno, sputaci sopra"), e si chiede a Bossi di realizzare il federalismo fiscale. Il comunista ti porta i soldi ma è la Lega che li difende. La sirena del federalismo, ad esempio, è quella che ha attirato Giovanni, contadino cuneese prestato all'industria della gomma. Arriva davanti al bar "Sporting", il ritrovo degli operai sul piazzale della Michelin di Cuneo, e spiega la sua soddisfazione: "Finalmente abbiamo vinto, adesso si può fare il federalismo fiscale". Che cosa vuol dire? "Che siamo padroni a casa nostra, che le tasse restano qui e non vanno a Roma. Con tutte quelle che paghiamo io e mia moglie per l'azienda agricola". Giovanni ha 49 anni e, come molti da queste parti, ha iniziato a compiere le sue scelte politiche nel ventre della Balena bianca: "Qui - ricorda - votavano tutti Dc, anzi votavano tutti Coldiretti", la potente associazione dei contadini democristiani. Rotto quel contenitore, Giovanni è diventato un leghista moderato. Uno che dice: "All'inizio votavo Lega per protesta. Poi mi sono un po' allontanato quando dicevano che volevano la secessione". Ma anche lui, quando si tratta di scegliere il sindacato, finisce per affidarsi a Cgil, Cisl e Uil. Gaspare e Luigi, delegati di fabbrica, raccontano del flop del SinPa, il sindacato dei leghisti: "Nel 2000 aveva fatto il pieno alle elezioni del consiglio di fabbrica, avevano il 33% dei voti. Poi sono rapidamente spariti. Quello del sindacalista non è un ruolo che si improvvisa. Non basta dire "Roma ladrona" per chiudere un contratto". Per il momento, comunque, sono i partiti del centrodestra più dei sindacati del Carroccio a mettere in crisi i sindacati confederali. A Brescia, dove lo straordinario è la regola, la detassazione promessa da Berlusconi ha fatto breccia. Aldo, delegato della Fim dell'Innse, ammette sconsolato: "Quello è stato un colpo da maestro". La Lega è forte, i messaggi del centrodestra bucano il video, ma la sinistra delle fabbriche dov'è finita? Sam, 35 anni, lavora alla Michelin di Cuneo insieme a un gruppo di altri ragazzi di colore. "Arriviamo tutti dal Benin, siamo in Italia da molti anni, abbiamo preso la cittadinanza. Abbiamo sempre votato Rifondazione". Ma? "Questa volta non lo abbiamo più fatto. Ci siamo riuniti per parlarne. Una parte ha scelto il Pd perché sperava di bloccare Berlusconi. Ma alcuni hanno proprio deciso di smetterla con la sinistra. Votano Berlusconi perché la sinistra litiga troppo, non si trova mai d'accordo su nulla". Per guardare in faccia la delusione della sinistra radicale basta andare a Genova, nel cuore del Porto, roccaforte dei camalli della Compagnia unica dove su sette delegati di area Cgil quattro sono di Rifondazione due dei Ds e due di Lotta Comunista. Mauro spiega la sconfitta dell'Arcobaleno: "A Genova si dice: "Ci hanno presi nella lassa", ci hanno fregati. Molti hanno votato Pd credendo che tanto il 4 per cento alla Camera si faceva e che Veltroni fosse vicino a Berlusconi nei sondaggi. Invece non era vero niente". Basta l'ingenuità a spiegare tutto? "No che non basta. Ne abbiamo parlato martedì tra di noi. Rifondazione ha sbagliato". Dove ha sbagliato? "Ad esempio con l'indulto". Ma l'indulto, una volta non era una legge di sinistra? "Lo dici tu. Ma quale sinistra? Ha messo fuori i delinquenti altro che sinistra". Forse non sarà solo per questo che nei seggi di Crevari, storico quartiere partigiano di Genova, la Lega batte la Sinistra arcobaleno 486 a 358. Sarà anche perché "un partito come Rifondazione non può votare a favore della guerra", come dice Matteo, operaio all'Iveco di Brescia. O perché "non si raccolgono i voti nelle fabbriche promettendo di cambiare la legge 30 sul precariato per poi non fare nulla", come rimpiange Luca che scarica container al porto. Così finisce che la delusione ti lascia a casa (a Genova l'astensione coincide con i 40 mila voti persi dall'Arcobaleno) o ti getta nelle braccia di Ferrando e Turigliatto: "Almeno loro la guerra non l'hanno votata", si consola Matteo all'Iveco. Il risultato è che la Lega avrà quattro ministri e l'Arcobaleno non c'è più. "Adesso tocca a Bossi mantenere le promesse", dice Alberto, della Fiom di Brescia. Ma anche lui sa che è una magra consolazione: "Sai come andrà a finire? Che quando la gente che ha votato Lega si incazzerà verrà da noi a chiederci di fare gli estremisti, la lotta dura e i blocchi stradali".

 

Milano nell'Italia che cambia - GIORGIO BOCCA

Di che umore è Milano dopo il voto? Forzisti berlusconiani e leghisti bossiani festeggiano, ma non fraternamente. Le due tribù che hanno vinto sono divise e confuse. Il voto, i suoi risultati strabilianti hanno sorpreso anche loro. Numeri alla mano si è capito che molti dei voti andati alla Lega sono di berlusconiani stanchi degli appetiti eccessivi del leader, del suo protagonismo megalomane, e hanno preferito la Lega, hanno preferito Bossi. Hanno vinto, ma hanno perso la loro identità, non sanno più quello che sono, se di destra o di sinistra, come gli ex-operai comunisti passati dal Pci al Carroccio, dalla Cgil a Rosy Mauro. E anche noi, sopravvissuti alle elezioni, non abbiamo capito bene chi siamo, chi sono questi milanesi metà moderati e metà pronti a "prendere il fucile", come dice con una metafora il loro capo, per dare la caccia agli immigrati delinquenti. Fra i milanesi sconfitti la costernazione è profonda, il lutto totale, tutti stanno un po' come Romano Prodi: hanno dato le dimissioni da tutto, idee e posti di comando, non pensano alla rivincita, vogliono dimettersi, rinunciare. Come Prodi, tutti vorrebbero voltare le spalle alle speranze e alle illusioni, a questa Italia incomprensibile. Sanno di essere sconfitti, ma cos'è questa Italia vincente? Quali sono i valori in cui crede, i suoi ideali, le sue utopie? Nessuno lo sa, nessuno lo capisce. Una volta ai milanesi della Madunina piacevano gli uomini sinceri con il "cuore in mano". Ma per che cosa hanno votato? Non lo sanno che il voto nelle province meridionali è stato un voto chiaramente segnato dalla mafia? Non lo sanno che i nuovi leader meridionali, molti dei nuovi eletti, sono amici dei pezzi da novanta? E' dunque la mafia che piace agli elettori milanesi? Certamente no. Ma gli piace vincere, gli piace il potere, gli piacciono i soldi. Ecco quello che la sinistra, radicale o socialdemocratica, ha sottovalutato. In un mondo in cui non si leva più il Sol dell'avvenire, in cui è morta l'utopia del socialismo, in cui la pubblicità consumista ha sostituito tutti i buoni pensieri e le buone intenzioni, la cosa che conta, che tutti desiderano qual è? I soldi. Pochi, maledetti e subito, come si dice, e il nuovo leader glieli ha promessi, e anche il lumbard Bossi li ha promessi con la sua Malpensa targata Carroccio, con la sua Expo 2015, con la sua Lombardia del federalismo fiscale, locale, regionale, che nessuno capisce cos'è. Le tasse che versano gli abitanti di una regione restano sotto il controllo di quella regione. E chi pensa alla nazione, alla sua unità, all'Italia una e indivisibile? Si vedrà, ma intanto chi ha i soldi se li goda, gli altri si aggiustino. Questa sembra l'unica morale accettata, l'unica morale corrente. I milanesi sconfitti, più che tristi, sono svuotati, incapaci di capire. Lo tsunami politico che li ha travolti li ha lasciati nudi in mezzo ai rottami della società. Che cosa vogliono gli italiani? Si chiedono: davvero è finito il tempo in cui il vecchio repubblicano Ugo La Malfa li esortava così: "Nel dubbio aggrappati alle Alpi", e i socialisti "nel dubbio aggrappati a Molinella"? Una sola consolazione: ne abbiamo viste di peggio.

 

La Stampa – 18.4.08

 

Guido Rossi: "Globalizzazione, Tremonti non ha tutti i torti"

FRANCESCO MANACORDA

MILANO - «Mi hanno chiesto: “Sei stupito?” Ma no, perché dovrei esserlo? Questa in fondo è l’Italia. Un’Italia che vota per la terza volta Berlusconi che è sempre lui, che non è mai cambiato». Pareti da galleria d’arte, biblioteca da università, finestre con vista su Piazza Affari: nel suo studio Guido Rossi chiude in fretta il capitolo elettorale e guarda oltreoceano. Alla crisi finanziaria «che è peggiore di quella del ‘29 perché allora non era messa in discussione la natura stessa del capitalismo, mentre adesso il sistema si sta autodistruggendo», ma anche alla sentenza della Corte Suprema sulla pena di morte «che mi indigna e che divide ancora di più Europa e Stati Uniti». Rossi cita spesso i critici della globalizzazione come Robert Reich, Paul Krugman e Joseph Stiglitz e nota con interesse il successo del saggio «La paura e la speranza» di Giulio Tremonti: «Non ha tutti i torti. L’ho sentito in tv e mi è sembrato lucidissimo nella sua visione in fondo negativa della situazione. Del resto anche Berlusconi, quando dice che dovrà prendere provvedimenti impopolari, mostra di aver compreso che qualcosa è cambiato». Dunque la globalizzazione ci deve fare paura, professore? «Stiglitz sostiene che sono i Paesi ricchi che si lamentano della globalizzazione. E Reich spiega come l’eccesso di concorrenza abbia abbassato nei Paesi occidentali prima i prezzi e poi le condizioni dei lavoratori, perché a furia di tagliare i costi si tagliano anche quei diritti che Norberto Bobbio chiamava “di seconda generazione”, dalla salute alla tutela del lavoro. Non è un caso che Wal-Mart non abbia i sindacati. L’americano in quanto consumatore e investitore si stacca così in modo schizofrenico dall’americano cittadino senza diritti. In cambio del potere di acquisto cede porzioni di potere politico. La concorrenza vince sulla democrazia». Un simbolo del centrosinistra come lei accanto a un Tremonti che guarda alla Lega e accusa i «mercatisti»? «Andiamoci piano. Se l’analisi e le soluzioni rimangono confinate sul piano nazionale, allora si finisce subito nel provincialismo. E’ impensabile un colbertismo italiano, anche perché in una situazione di crisi il nostro paese è tra i peggio messi. Invece tutto dipende in modo decisivo dall’Europa. Il vero federalismo è già e sarà sempre di più quello europeo, anche il federalismo fiscale che chiede la Lega non può che inquadrarsi in quel sistema. E se c’è una possibilità che la politica - la cui sovranità si è molto affievolita - fronteggi le crisi questa è solo che sia una politica europea». Anche le crisi finanziarie? «Sì. Nel mio ultimo libro, “Il mercato d’azzardo”, la conclusione è che per affrontare le crisi dei mercati finanziari ci si può affidare solo ad un’agenzia europea». Una soluzione che piace anche al ministro uscente dell’Economia Padoa Schioppa, che è stato banchiere centrale e, come lei, presidente della Consob. La Banca centrale europea però non è della stessa opinione... «Le banche centrali vogliono sempre controllare il mercato finanziario perché pensano che avere le leve della massa monetaria significhi controllare la liquidità. Ma la liquidità ormai gli sfugge perché ad essa contribuiscono anche le carte di credito, la giungla degli strumenti finanziari, i derivati. I banchieri centrali dovrebbero tenere sul comodino «Il giocatore» di Dostoevskij per ricordarsi con chi hanno a che fare. E alcuni di questi strumenti andrebbero bloccati sul nascere. Certo, la trasparenza dei mercati è importante, ma prima ancora della trasparenza bisogna far sì che alcuni prodotti non arrivino proprio su quei mercati». Non esattamente un approccio liberista, il suo. «E’ l’approccio di Adam Smith o di John Maynard Keynes, che volevano che i mercati fossero regolati. Invece non credo a Schumpeter e alla distruzione creativa. Quando si distruggono le strutture del sistema, come sta accadendo adesso, non si crea nulla». Ma perché lei connota questa crisi finanziaria come un passaggio di distruzione e non solo di cambiamento? «Come spiega Krugman non siamo solo di fronte a una gravissima crisi finanziaria, ma anche di una crisi che sta distruggendo a ritmo veloce le riserve di materie prime in cerca di sostituti per il petrolio. Altro che distruzione creativa! E dal punto di vista finanziario la crisi è peggiore di quella del ‘29 non solo per le sue dimensioni, ma anche perché il capitalismo si autodistrugge. Come la Fenice, a quasi sei secoli dalla sua nascita si lascia alle spalle la struttura classica della società per azioni. Oggi abbiamo un fondo di “private equity” come l’americano Blackstone, il cui obiettivo è comprare aziende per portarle fuori dalla Borsa, che però si quota. E nel suo capitale, con il 10%, c’è il fondo sovrano del governo cinese. Come si affronta questo nuovo quadro? La politica non lo sa, il legislatore nemmeno. Sono in ritardo rispetto all’economia». E la soluzione è davvero solo quella di vigilare e reprimere? «Mi chiedo come risponderebbe oggi Keynes alla domanda che si faceva: “Sono liberale?”. Io credo nel mercato, ma vedo anche un sistema globalizzato che non c’è mai stato prima che richiede risposte diverse dal passato. Stiglitz pensa addirittura a una corte internazionale per quei reati finanziari di cui non è mai facile stabilire i confini...». Perché la decisione sulla pena di morte presa dalla Corte Suprema Usa la preoccupa? «Sono indignato da questa sentenza, che arriva in concomitanza con la visita del Papa e che di fatto segna una retromarcia rispetto alla moratoria decisa dall’Onu. E’ il segno che anche la corte Suprema statunitense si sta omologando all’amministrazione Bush. Anche il giudice Stevens, tradizionalemente contrario alla pena capitale questa volta non ha avuto nulla da dire. Presto la Corte dovrà decidere anche sul diritto all’aborto e visto che adesso i giudici conservatori sono in maggioranza è facilmente prevedibile quale sarà il suo atteggiamento. E se gli Usa si differenziano dall’Europa sui principi fondamentali dei diritti umani la coesione rischia di venire a mancare anche in altri campi, compreso quello economico». Da un colloquio con lei, professore, non si esce confortati... «La situazione non mi pare facile. Ma credo che ci siano anche aspetti positivi. Per esempio quell’Europa che noi prendiamo sempre sottogamba ha potenzialità straordinarie. Di fronte alla crisi finanziaria il comportamento della Bce è stato molto meno sconsiderato o spaventato di quello della Fed che ha inondato di liquidità i mercati. Anche se questa crisi che pure è globale ha di fatto aumentato il divario transatlantico. E non è un bene».

 

"Caro Walter il pullman non serve, torniamo nei bar" – G. CERRUTTI

PADOVA - Dalla sua Padova il sindaco Flavio Zanonato potrebbe dire che in fondo è andata bene. «Qui in città la Lega è salita al 15% e noi del Pd siamo al 35%, vorrà pur dire qualcosa o no?». Ma se si guarda attorno può vedere che le percentuali s’invertono di parecchio, che il voto leghista è arrivato sotto il portone del suo amico Sergio Cofferati, a Bologna: d’accordo, ormai la Padania arriva fin lì, e la Lega ha preso un deputato pure nelle Marche. Che fare? Al cinquantenne Zanonato, nel pci da quand’era ragazzo, la memoria non manca: «Bisogna imparare dalla Lega. Ma porca miseria, la Lega da chi ha imparato a far politica? Da noi, dal vecchio Pci. Ce ne siamo dimenticati e adesso lo riscopriamo». Sindaco Zanonato, a Padova niente sorprese e il Pd è ancora in testa. «Perchè qui, credo, siamo riusciti a far politica come si deve, a spiegare, a stare tra la gente. Avevamo il problema dell’immigrazione clandestina, dello spaccio, della microcriminalità. Nei quartieri dove siamo intervenuti il Pd è arrivato al 41%». Però... «Però queste erano elezioni politiche e non c’era da vincere il campionato padovano o quello del NordEst, ma quello italiano». E la Lega ve l’ha fatto perdere male. «Giornali, radio, tv, adesso tutti scoprono che la Lega c’è, ma anche questa volta finirà che nessuno analizzerà mai il perchè. Guai a dire che è un voto di protesta, e invece c’è anche quella. E c’è il voto radicato e strutturato, come nella Verona del sindaco leghista, o quello di chi è molestato dalla microcriminalità e vota i leghisti perchè è incavolato. O perchè lo sviluppo delle piccole imprese ha prodotto il collasso del sistema stradale». Veneto, Lombardia, anche l’Emilia. Come dice Cofferati una macroregione dove il Pd dovrebbe organizzarsi. «Io sarei per far funzionare quello che c’è, altrimenti è un trasloco continuo. Mi accontento del Paese e del sistema che c’è, non di quello che chissà quando vedrò. Qui, anche qui, per parlar chiaro, occorre organizzare gente che vada nei bar a far ragionare, spiegare, parlare alla gente». Il pullman di Walter Veltroni almeno è servito? Qui in Veneto aveva detto che con la nascita del Pd «cade il muro con il NordEst». E invece... «Il suo è stato un impegno di enorme generosità, la sua campagna sui media è stata di straordinaria bravura. Non è bastata. Qui a Padova nel disastro non siamo andati male, però il rischio per il Partito Democratico è di avere la testa a Roma e un grande spazio sui giornali e nelle tv. Così sarebbe perdente. Non possiamo fare il partito di Berlusconi di sinistra, perchè quello è un modello di partito di centrodestra». Cofferati dice che il Pd dovrà modellarsi sulla macroregione che sale dall’Emilia, parlamentari lombardi come Pierangelo Ferrari e Daniele Marantelli dopo le elezioni vinte nel 2006 proponevano "l’Ulivo del Nord". E lei che dice? «Oggi, con questa legge elettorale, mi accontenterei di parlamentari scelti dal territorio e non decisi lontano da qui». Insomma un Partito Democratico che ascolta qui e si fa sentire a Roma. «Mettiamola così. Non sopporto chi, nel Pd, parla di "percezione dell’insicurezza", la vecchietta che chiede di essere ricoverata in ospizio perchè ha gli spacciatori sul portone non è percezione. Così come non sopporto chi, del Pd, va in tv da Bruno Vespa a dire che sull’immigrazione la Lega è razzista. E’ "anche razzista", ma lo si vuol capire che il problema c’è?». Che fare? «L’ho detto. Imparare da loro, dalla Lega. O ricordarci di com’eravamo ai tempi del vecchio Pci. In mezzo alla gente, per capire e farci capire.

 

Le nuove schiave del Paraguay - EMILIANO GUANELLA

ASUNCION DEL PARAGUAY - Sabrina T. ha 24 anni, pochi soldi in tasca e due figli da mantenere quando una cugina di Asuncion le racconta come fare per svoltare vita: un lavoro sicuro in Spagna come impiegata domestica, settecento euro più vitto e alloggio, quanto basta per mettere insieme, nel giro di un anno, il denaro sufficiente per tornare in Paraguay e iniziare un’attività in proprio. Spuntano due persone che hanno già pronto per lei il biglietto aereo per Madrid, una borsa con 500 euro per passare la dogana e il passaporto con il visto. A destinazione viene caricata su un’auto e portata in un night club di bassa lega dove le spiegano che dovrà lavorare fino a cancellare il debito di tremila euro contratto per lei dai suoi «datori di lavoro». Florencia L. ha appena 17 anni quando viene presentata ad un’agenzia di lavoro interinale per un posto da cameriera in Argentina: caricata su un camion assieme ad altre sei ragazze, viene violentata lungo il cammino e «affittata» in una mezza dozzina di locali notturni. «Mi sono sentita una stupida - confessa oggi - ancora adesso non riesco a capire come ci sono potuta cascare». La tratta delle bianche è un fenomeno in forte crescita in Sud America, con epicentro nella zona della triplice frontiera fra Argentina, Brasile e Paraguay. Zona di confine tra la legge e il crimine, dove passano tra le sei e le diecimila donne all’anno. Una rete fatta da reclutatori, trasportatori, compratori e venditori, che ha spesso come destinazione finale l’Europa, Spagna, Italia, Svizzera, Grecia. «La cosa più sconvolgente - spiega Cynthia Bendlin, responsabile di un programma di prevenzione premiato l’anno scorso dal Dipartimento di Stato americano - è che la catena inizia spesso con un familiare o una persona molto vicina alla vittima. Un cugino, un fidanzato che si presenta con un volantino con l’annuncio di un’offerta di lavoro ben retribuita all’estero». La rotta tradizionale passa attraverso le province argentine di Missiones e Corrientes fino alla periferia di Buenos Aires dove avviene una seconda selezione; le ragazze dalla migliore presenza vengono mandate in Europa, le altre si smistano nella zona. Il Paraguay è il serbatoio maggiore. A volte i trafficanti organizzano delle messe in scena, finti concorsi di bellezza in hotel di lusso, casting per campagne pubblicitarie. Qualche anno fa la stampa locale ha smascherato un traffico di detenute del carcere femminile di Asuncion, vendute direttamente dal direttore del penitenziario. Nelle scuole vengono distribuiti depliant in stile fotoromanzo, la polizia ogni tanto organizza retate ma sembra impossibile controllare la tratta, specie nella zona di Ciudad del Este, capitale sudamericana del contrabbando, crocevia di traffici di ogni tipo. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (Oim) cerca di sensibilizzare governi nazionali e locali. «Il Brasile - spiega Eugenio Ambrosi, direttore italiano della sede regionale - è l’unico paese della regione con una politica chiara e una legislazione adeguata. In Argentina è appena stata promulgata una legge sulla tratta, in Uruguay, Paraguay e Cile mancano gli strumenti giuridici adeguati». Polizia e inquirenti fanno distinzioni tra la vittima minorenne e quella maggiorenne: sono solleciti nel primo caso, pochissimo nel secondo, prendendo come pretesto che la donna potrebbe essere consenziente. Ma i fattori chiave sono la paura e la vergogna. «Le ragazze - spiega la Bendlin - vengono violentate e malmenate non appena rapite. Solo dopo subentra la tortura psicologica. I sequestratori le ricordano che sanno dove abitavano, le ripetono i nomi dei loro figli, le convincono che nessuno a casa crederà alla loro versione. Quando la polizia le libera poche prestano denuncia, le inchieste si arenano». Nelle stanze del centro di recupero «Luna Nueva» una ventina di ex ragazze di strada imparano a cucire, ad usare il computer, a leggere e scrivere in spagnolo oltre al guaranì, la lingua indigena che si parla in tutto il Paraguay. Tutte minorenni, quasi tutte giovani madri. «Facciamo del nostro meglio - spiega la direttrice Raquel Bermudes - ma quando escono si trovano di nuovo con la mancanza cronica di lavoro, il rischio che finiscano di nuovo in strada o sequestrate all’estero è altissimo». La «vita utile» di una ragazza finita nella tratta difficilmente supera i 30-35 anni. Alcune di loro continuano a lavorare per conto loro, altre vengono obbligate a fare da «mule» portando droga in Europa. Ma ci sono casi di ragazze che vengono assoldate e tornano in Paraguay come reclutatrici. Vittime che diventano complici in un circolo che non si spezza mai.

 

Corsera – 18.4.08

 

Chirac, Romano e Walter gli «africani» - Maria Laura Rodotà

I cooperatori, i medici che ci stanno spesso e ci lavorano veramente, ci scherzano sopra per sdrammatizzare. Quando stanno per andare in uno di quei Paesi devastati dalla miseria, dall'Aids, dalla violenza, dalla mortalità infantile ti dicono «vabbè, parto per il Tragedistan, ci vediamo tra un mese». Per i politici, l'Africa è un'altra storia. Si annuncia «vado in Africa, andrò in Africa, dovremmo andare tutti in Africa» e il tono è giustamente serissimo (anche ispirato). E la dichiarazione ha/dovrebbe avere una funzione sacrale e salvifica per chi la pronuncia e per chi lo circonda o tifa. L'Africa è il continente più disgraziato (chiedete a cooperatori e medici), lì tutti hanno fatto danni: i colonizzatori, gli organismi internazionali, le classi dirigenti locali. Lì i leader, gli ex leader e i leader che vogliono diventare ancor più leader ma anche no, passano per l'Africa o dicono che ci andranno. Lo hanno fatto gli americani, Jimmy Carter, i Clinton, Al Gore. Lo sogna da anni un italiano, Walter Veltroni. Forse lo farà il nostro ex premier Romano Prodi, da inviato dell'Onu per i problemi africani (voce accolta da battute sul Prodi accantonato da Veltroni ma che lo brucia sul tempo con una missione africana, ecc.). Si interessa l'ex presidente francese Jacques Chirac, proprio ieri ha scritto un editoriale su Le Monde sulla crisi alimentare, e propone «investimenti produttivi in Africa» (la proposta è più articolata, ovviamente). Chirac non minaccia di trasferirsi lì come cooperatore; serve di più vivo e operativo con la Fondation Chirac, in caso. In caso di notables parigini, ma anche di sindacalisti lombardi. Savino Pezzotta, cattolico operoso, neanche lui giovanissimo, è attivo sull'Africa; anche lui, vuole convincere a investire, e far capire agli europei che gli africani possono essere culturalmente più stimolanti di noi (perciò ha diviso un palco con altri musicisti alternativi neri chiaramente incompatibili col Family Day). Ma adesso il paradosso africano è un altro. Il leader che voleva andare a cooperare in Africa dopo i suoi mandati da sindaco è al momento a Roma come capo del Pd. Quello che si pensava non incline a spingersi oltre Langhirano potrebbe effettivamente dedicarsi all'Africa. Ma niente battute, o basta battute. Il confine tra buonismo e cinismo può essere molto sottile. Chi va in Tragedistan davvero ha il diritto di varcarlo. Noialtri, lasciamo perdere.

 

Strappo di Cofferati: serve il Pd del Nord Marco Imarisio

BOLOGNA - La brochure ha preso polvere, ma è ancora possibile leggerci sopra la parola «federalismo». Nel novembre 2006, erano giorni in cui Ds e Margherita si scannavano allegramente su qualunque aspetto del nascituro Pd, tanto c'era tempo, all'Istituto Gramsci si tenne un convegno dal titolo neutro - «Partito democratico: la sinistra di Bologna e dell'Emilia Romagna per un soggetto nuovo» - sotto al quale si celava l'ambizione di suggerire una linea. Il filo conduttore erano i dati di un sondaggio tra la base emiliana di Ds e Margherita dal quale si evinceva che le parole all'ordine del giorno della nuova creatura avrebbero dovuto essere il binomio legalità-ordine (81% dei consensi) seguite a buona distanza da sviluppo eco-compatibile e solidarietà sociale. Ma il tutto doveva stare in un contenitore-partito ispirato ad un «federalismo spinto, regionale e culturale». Diciassette mesi, un governo e una mazzata elettorale dopo, il progetto viene rispolverato da Sergio Cofferati che di quel convegno, insieme ai vertici locali dei Ds, fu l'ispiratore. «Serve un Partito democratico del Nord, una federazione che unisca Emilia-Romagna, Triveneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. In questa macroarea ci sono elementi distintivi che vanno dalle tradizioni alla cultura fino ai caratteri sociali ed economici. La novità è proprio questa, secondo me: noi siamo parte del Nord, non del Centro ». Nel corridoio di Palazzo d'Accursio, il sindaco di Bologna è stato netto, bene attento a scandire le parole. Il successo della Lega Nord c'entra ma non troppo, perché la convinzione arriva da lontano. «Quelli dati alla Lega non sono voti di protesta e chi lo pensa commette un errore, su questo ha perfettamente ragione Maroni. Ma l'idea che il Pd debba avere una struttura federalista è ben stagionata, sono cose che abbiamo sempre ripetuto». Cofferati parla di una «macroarea », i cui confini sono perfettamente sovrapponibili alla Padania leghista. Il messaggio è netto. «A mio parere, il Pd deve essere veramente federale, non deve limitarsi ad enunciarlo ». Non è una sortita solitaria, l'ex segretario nazionale della Cgil non gioca in proprio, ha dietro di sé l'intero Pd emiliano, soprattutto la sua anima ex ds, piuttosto seccato per i ripetuti messaggi in bottiglia mandati a Roma e mai raccolti. La benedizione del presidente della Regione Vasco Errani è immediata: «La dimensione interregionale investe tanto il nostro territorio quanto il futuro dell'intero Partito democratico ». Segue a ruota il capogruppo pd in Regione, Marco Monari, che va anche oltre. Per lui, l'Emilia-Romagna non è nel Nord, «ma è il Nord, perché fa parte di un'unica area geografica del tutto omogenea negli assetti territoriali e nei problemi ». Ora più che mai, il Pd emiliano si sente l'azionista di riferimento del partito nazionale, e vuole essere considerato tale, cosa che finora non è avvenuta. L'idea del partito «padano» è destinata comunque a lacerare, e già deve incassare la perplessità — eufemismo — del giurista Augusto Barbera, membro dell'Assemblea costituente del Pd: «Inutile ricalcare le soluzioni proposte da Bossi. La Lega ha guadagnato i suoi voti parlando di immigrazione e criminalità, non certo per la sua proposta federalista». I cofferatiani del Pd sono invece intenzionati a portare il progetto a compimento. Se gli atti di quell'ormai lontano convegno del 2006 fosse stati almeno letti, è la loro convinzione, forse adesso il centrosinistra piangerebbe di meno. Sergio Cofferati con la figlia e la compagna Raffaella

 

La sinistra con è in via di estinzione

Dagli anni Sessanta al tardo pomeriggio di lunedì scorso si è almanaccato, e ci si è accapigliati, sulle «due sinistre» e sul loro eterno duellare, solo per qualche tratto interrotto da brevi armistizi, quasi inevitabilmente destinati a dar luogo a nuove rotture. Socialisti e comunisti, riformisti e massimalisti, moderati e radicali, integrati e apocalittici. Altri tempi. Adesso, si dice, è tutto cambiato. Lo scorso fine settimana c'è stato un terremoto di inaudite proporzioni, che ha cambiato lo scenario politico, culturale e civile del Paese. Sinistra compresa, eccome. Perché l'eterna guerra civile della sinistra italiana, proseguita, seppure in altra guisa, anche dopo la caduta del comunismo e la fine del Pci, si è conclusa, sì, ma senza vincitori: si potrebbe anzi dire, parafrasando Carlo Marx, con la comune rovina delle parti in lotta. Là dove fino a qualche tempo fa c'erano ben due sinistre (con questi chiari di luna, certo, uno spreco) ora non ce n'è più nemmeno una, almeno in Parlamento: e anche questo sembrerebbe un eccesso. In Europa, un caso assai raro, per non dire unico. In Italia, un passaggio d'epoca di portata addirittura incalcolabile, che lascia i vinti nella costernazione e induce i vincitori a considerazioni soddisfatte. È così? Meglio ragionarci su. Solo un pazzo, o un cretino, potrebbe sottovalutare l'importanza di quel che è avvenuto. Prima di gridare all'irreversibile passaggio d'epoca, per rallegrarsene o per stracciarsi le vesti, è però d'obbligo un po' di cautela. E anche qualcosa di più. Perché è vero, le forze che in Italia si definiscono di sinistra (la Sinistra Arcobaleno, certo, ma pure i socialisti) per la prima volta nella storia repubblicana sono diventate, per necessità e non per scelta, extraparlamentari: un disastro infinitamente più grave della più severa delle sconfitte che rischia di indurle, basta leggere le cronache, a scontri intestini autodistruttivi (come se ci fosse qualcosa d'altro da distruggere) piuttosto che a una riflessione severa sugli errori compiuti e al cambiamento profondo di gruppi dirigenti e di indirizzo politico e culturale necessari per affrontare quella che si annuncia come una traversata del deserto. Ma di qui a dire che in questo Paese non ci sono più una sinistra e un elettorato di sinistra ne corre. Lo testimonia, in fondo, pure il gran numero di astensioni che si è registrato, secondo quasi tutti gli osservatori, proprio in questo elettorato: frutto, par di capire, più di una cocente delusione «di sinistra» per quel che è capitato negli ultimi due anni che di un divorzio dalla sinistra medesima, dalla sua storia, dalle sue speranze, dalle sue passioni e persino dai suoi tic. E lo testimonia anche, nemmeno troppo paradossalmente, lo stesso risultato ottenuto dal Partito democratico dopo una campagna elettorale in cui Walter Veltroni ha insistito giorno dopo giorno, piazza dopo piazza, sulla straordinaria novità rappresentata dal correre (quasi) da soli e sull'irreversibilità della rottura con la sinistra radicale. Secondo le prime analisi dei flussi, almeno un milione mezzo di elettori che nel 2006 avevano premiato la sinistra radicale medesima stavolta ha votato per il Pd: c'è da supporre che almeno nella maggior parte dei casi questa scelta sia maturata in nome del «voto utile» (utile, si capisce, per evitare il ritorno di Silvio Berlusconi o almeno per contrastarlo) piuttosto che per un improvviso entusiasmo per la connotazione in una certa misura «centrista», e in ogni caso dichiaratamente non «di sinistra», impressa da Veltroni al nuovo partito. Questo mondo, questa Italia più vasta, profonda e significativa del 3 e poco più per cento, roba da ultimi giorni del Psiup, che la sinistra radicale ha portato a casa, e dello zero virgola delle falci e martello e dei socialisti, è sicuramente ferita, anzi, tramortita, qualsiasi scelta abbia fatto nelle urne. Ma non è stata spazzata via il 13 e il 14 aprile. E sbaglia chi pensa che si tratti semplicemente di una specie in via di estinzione, come con ogni probabilità in gran parte lo sono, invece, i gruppi dirigenti dopo il fallimento del tentativo disperato di Fausto Bertinotti di condurli in salvo insieme al loro popolo. Magari è un po' avventuroso scommetterci su oggi. Ma la sinistra, che è al governo di tante amministrazioni locali, nel sindacato, in una parte grande dell'associazionismo, ritroverà un modo per far sentire politicamente la sua voce. Non sarà un male o un passo indietro, anzi. I problemi per la democrazia si fanno seri quando una parte significativa del Paese è priva di rappresentanza politica, non quando sta in Parlamento.


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