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Mostri, ministri e ministeri

Corsera – 20.4.08

 

L’8% dei voti lumbard è «rubato» alla sinistra - Renato Mannheimer

La Lega è il partito che in queste elezioni ha visto il maggiore incremento di voti in assoluto: 1.300.000. La seconda forza nella graduatoria dell’accrescimento di consensi è, non a caso, l’Idv, con circa 700.000 voti in più: rappresenta la componente «radicale» del centrosinistra, così come la Lega lo è nel centrodestra. Ma il partito di Bossi non ha vinto solo perché ha saputo attrarre nuovi voti. Esso registra il valore massimo nel tasso di fedeltà, vale a dire nel mantenimento degli elettori già acquisiti nel 2006: quasi tutti (95%) hanno riconfermato la loro opzione. Infine, gli elettori della Lega sono stati i più «decisi»: è qui che si trova la più alta percentuale di chi dichiara di avere formato la propria scelta da molto tempo, indipendentemente o quasi dalla campagna elettorale. Proprio lo straordinario afflusso di voti «nuovi» e, al tempo stesso, l’elevata capacità di mantenere quelli vecchi, consigliano di evitare un’unica interpretazione delle motivazioni di voto. La Lega è un fenomeno composito, dalle tante sfaccettature, e nelle origini del suo voto coesistono molteplici fattori. Che vanno dalla difesa degli interessi economici territoriali, al timore per le novità originate dalla globalizzazione e dal conseguente arrivo di «diversi», sino a ragioni più direttamente legate alla collocazione politica del partito. Ciò suggerisce di distinguere diversi «tipi» di voti leghisti a seconda del prevalere dell’una o dell’altra motivazione. Un primo segmento è costituito da votanti «storici», consolidati nel tempo, spinti soprattutto dall’identificazione col territorio e dalla percezione di questo come prevalente su altre identità. Si tratta dell’elettorato che potremmo definire «padano», assai radicato nelle zone tradizionali della Lega e mosso per lo più dalla difesa degli interessi territoriali economici, specie quelli connessi alla fiscalità. Esso costituisce la maggioranza relativa — grossomodo il 40%— degli attuali votanti per la Lega. Per un’altra parte di elettori tradizionali della Lega (cui si è aggiunta in queste consultazioni una quota di votanti che nel 2006 si era astenuta), la scelta è più determinata dall’insicurezza sociale, assieme alla paura suscitata del processo di globalizzazione e, soprattutto, dalla conseguente ostilità verso il «diverso», in particolare, verso gli immigrati. È la componente che potremmo definire «xenofoba»: corrisponde al 20% circa dell’attuale elettorato leghista. Entrambi questi settori sono sostanzialmente slegati dal continuum sinistra-destra, in quanto non si identificano con nessun segmento di quest’ultimo o, semmai, si definiscono «di centro». Viceversa una terza, importante, componente, si autocolloca esplicitamente nel centrodestra. Sono gli elettori transfughi da Forza Italia e, in misura minore, dall’Udc, che, in questa occasione, le hanno abbandonate per dare una maggiore radicalità alla propria scelta, pur mantenendo il proprio posizionamento politico. La motivazione è stata prevalentemente economica, legata alla percezione di lentezza e di inefficienza dello Stato centrale e anche sollecitata, da ultimo, dal «caso Malpensa». Sono stimabili più o meno nel 30% dell’attuale elettorato leghista. C’è, infine, un ulteriore segmento di «nuovi» elettori leghisti, assai meno numeroso, ma molto significativo. Si tratta dei votanti provenienti dalla sinistra, in particolare da quella estrema. Che l’hanno lasciata per dare il voto ad una forza ritenuta più efficace nel difendere i loro interessi. Si tratta dell’8% circa dell’elettorato leghista. Solo un’analisi che tenga conto di questi diversi gruppi coesistenti può dar conto appieno del successo del Carroccio in queste elezioni. Non esiste, insomma, una lettura univoca del fenomeno leghista.

 

Manifesto – 20.4.08

 

Mostri, ministri e ministeri - Alessando Robecchi

Grande agitazione politica nella maggioranza per la formazione del nuovo governo. Ultima novità, il veto di An sul ministero della Sanità: il nome di Joseph Mengele non convince ed è considerato un avvicinamento troppo repentino alle posizioni della Santanché. Si pensa anche all'urologo di Berlusconi. Per le Politiche della Famiglia lo scontro si fa duro: Anna Maria Franzoni pare favorita, ma se la giocano anche Barbablù (Lega) e Andrei Chikatilo, il Mostro di Rostov, consigliato dall'amico Putin. Con un gesto di responsabilità, Barbablù potrebbe accettare le Pari Opportunità, ma il problema non sarebbe comunque risolto perché con la Franzoni alla famiglia, la Difesa spetterebbe a Taormina. Un'eventualità, questa di Taormina alla Difesa, che indispettisce il candidato più favorito, Ignazio La Russa, sostenuto da An dopo la notizia della morte del generale Graziani. Dura la battaglia anche per gli Interni: si cerca una figura inflessibile che non snaturi lo spirito dell'alleanza di governo. Spunta il nome del Macellaio di Riga, soprattutto in chiave anti-rom, ma circolano con insistenza anche i nomi di Scajola (quello di Genova) e dell'assessore Graziano Cioni (quello di Firenze). Calisto Tanzi alle Attività Produttive pare coerente con la linea liberista, mentre lo scontro si fa duro per il ministero dei Beni Culturali, dove se la giocano Maria De Filippi e Cristiano Malgioglio (An), con un terzo incomodo molto spinto dalla Lega, un elettrauto di Cernusco Lombardone, mentre la candidatura di Sandro Bondi (Pdl) sembra un po' provocatoria. Restano da sistemare le pedine per l'Istruzione, dove è ben quotato Formigoni, sempre se alla regione Lombardia andrà Luck, uno spinone bergamasco di sei anni già premiato in numerose mostre canine. Per l'Ambiente è in corsa Michela Brambilla e la cosa pare fatta, così come per le Comunicazioni, dove è senza rivali Maurizio Gasparri, questa volta equipaggiato con un impianto wi-fi. L'altra volta con il telecomando, Silvio fece un po' fatica.

 

La vera conta sarà al congresso. E Bertinotti rischia la sconfitta

Matteo Bartocci

Roma - Si vorrebbe trasformare questo comitato politico nazionale come un congresso istantaneo, o di qua o di là. Qualcuno vince qualcuno perde. Ma al di là delle caricature non sarà così. Perché di discutere molto e a fondo il Prc e tutta la sinistra hanno bisogno davvero. «C'è un'unità a sinistra che bisogna ricostruire, certo non più come una federazione. Il congresso deve essere una fase di discussione vera», avverte Gennaro Migliore all'inizio dei lavori bocciando senza appello la proposta avanzata da tempo da Paolo Ferrero. Eppure la linea dell'unità a sinistra, quella avanzata da Bertinotti e altri, è una proposta che oggi potrebbe finire per la prima volta dal '94 in minoranza. Qualcuno già scommette che in caso di sconfitta della segreteria uscente il congresso da luglio sarà rimandato a ottobre, in modo da «far discutere gli iscritti» e rafforzare le rispettive posizioni. Anche se è prematuro parlarne ora, chiunque vinca, quella che si vedrà oggi non sarà una maggioranza congressuale. Il coordinatore di Essere comunisti Claudio Grassi ha provato a frenare quelli tra i suoi che già si apprestavano a firmare l'appello per l'unità dei comunisti. E' un dietrofront che non è detto sia ascoltato da tutti o si mantenga nel tempo. E lo stesso Ferrero ad ogni buon conto ha modo di mettere in chiaro che non è affatto detto che la sua vera mozione congressuale sarà firmata da tutti coloro che lo sostengono oggi. E' consapevole che in tanti sono già pronti ad affibbiargli, non a torto, il marchio dell'eterogeneità (a microfoni spenti quasi dell'impresentabilità) di chi lo appoggia, soprattutto tra le minoranze «comuniste». Meno di cento giorni separano questo gruppo dirigente e i suoi militanti da un congresso vero, forse, dopo tanti anni. Con una sconfitta epocale alle spalle, senza un leader carismatico a coprire o a cavalcare le divisioni, con poche «mosse del cavallo» a disposizione per recuperare credibilità e senso. Certo niente sarà come prima. Velleitario pensarlo. Le posizioni si sono avvitate in un magma non incandescente ma limaccioso. E c'è da chiedersi se quel 3% di voti ottenuto pochi giorni fa sia oggi alla portata con uno spettacolo indecoroso seguito alla sconfitta. Il giornale del Pdci che titola «bye bye Bertinotti» e propone la riunificazione del '98. I Verdi che pencolano tra Pd, autonomia ecologista e unità a sinistra. Sd, che qualche entusiasmo aveva suscitato dopo la sua nascita l'anno scorso, chiusa nell'autoanalisi e attirata dalle sirene socialiste. Fiom, elettori e decine di associazioni e movimenti se ne stanno sugli spalti aspettando che cali la polvere dello scontro tra dirigenti rifondaroli. In fondo è lo strano destino del Prc, essere crocevia di tutto e non dimostrarsi, spesso, all'altezza del compito. Il congresso, per quanto rito da partito vecchio stile, non può essere un'occasione persa.

 

Sotto le macerie, ma guardando avanti - Riccardo Chiari

Firenze - Si deve andare avanti. Lo dice un'assemblea affollata. Anche troppo «buonista» secondo alcuni. Generosa come è chi si sente di sinistra. Non depressa, nonostante il diluvio elettorale e il casuale sberleffo di un convegno sul tema a pochi metri di distanza. Ma come andare avanti? Con quali nuovi strumenti di analisi della società, visto che quelli attuali alla prova dei fatti sono stati deficitari? Sono tante le domande che aspettano una risposta. L'incontro organizzato dall'associazione fiorentina Per la Sinistra unita e plurale offre alcune indicazioni su come ripartire, dato che «il processo costituente di una sinistra unita e plurale è irreversibile». Il documento finale segnala poi nell'ordine la necessità «di un profondo rinnovamento della sinistra e di noi stessi». Riconosce che ci vorrà del tempo, rispettando «le diverse identità e appartenenze». Ma la vita è adesso: «Si deve iniziare ora, a partire dalle esperienze nei territori, per creare luoghi pubblici più larghi delle forme organizzate già esistenti». Case comuni della sinistra, «per sperimentare nuove forme di democrazia subito operative». Un nodo questo quasi tutto da sciogliere, con delicati equilibri ancora da trovare. In parallelo si sottolinea (finalmente) «l'urgenza di aprire laboratori di analisi e di pensiero a sinistra, costruendo seminari territoriali e nazionali». L'obiettivo finale: «Rispondere ogni giorno ai bisogni reali e concreti delle donne e degli uomini, per far vivere nel paese l'opposizione al governo Berlusconi». Con l'agenda dei primi impegni che segnala: difesa della Costituzione repubblicana; contrasto «a ogni forma di rinascita del fascismo»; 25 Aprile e primo maggio come prime date per mettersi alla prova. Insomma l'ambizione non manca. C'è stato un knock down. Non un ko. Oltre un migliaio di persone al mattino, altre centinaia registrate nel pomeriggio. Esperienze di base e realtà associative di molte regioni, arrivate a Firenze per dire che la sinistra italiana può contare su un tessuto sociale ancora vivo. Poi gli esponenti dei partiti. In forze Rifondazione, la cui discussione interna rischia di catalizzare anche troppo l'attenzione. Dei big ci sono Nichi Vendola e Paolo Ferrero, Alberto Burgio e Alfonso Gianni. Poi la Sinistra democratica con capofila Fulvia Bandoli e i Verdi con Paolo Cento. Non dovrebbero esserci i Comunisti italiani. Eppure un gruppo di una quindicina di dirigenti e militanti toscani segnala con la sua presenza, e una dichiarazione finale, l'obbligo «della costruzione di un soggetto unitario della Sinistra italiana, in piena continuità con la linea e le proposte formulate dal Pdci all'ultimo congresso». Non dunque «l'unità dei comunisti». L'unità della sinistra. Dai territori arrivano notizie drammatiche. Il marchigiano Maurizio Foglia racconta: «L'unica riflessione fatta nelle Marche è stata ieri ad Ancona. Eravamo tanti, ma è stata l'unica». Tanto realistico quanto duro un delegato veneto: «Come radicarci? Da noi ha sfondato un blocco sociale spietato. Prima un po' si vergognavano a essere chiamati razzisti. Ora lo prendono come un complimento». Da Paolo Cacciari una indicazione per il domani: «Dobbiamo provare a produrre trasformazione. Partendo da un processo collettivo e plurale di autorappresentazione politica». Del disastro degli ultimi due anni parla Vittorio Agnoletto: «Abbiamo rotto le connessioni sociali». E anche Rita Borsellino nel suo messaggio segnala: «Alla sinistra è mancata la continuità del percorso: due anni fa in Sicilia il centrosinistra aveva avuto il suo risultato migliore. Domenica il peggiore della sua storia». Da Gabriele Polo, che segnala come non si possa tornare indietro ma che occorra una discussione vera, alcune osservazioni: «Con quale modalità politica è stato fatto il cartello elettorale della Sinistra Arcobaleno? Abbiamo discusso su quale contenitore, e non abbiamo parlato più con l'esterno». Occorre fare, e fare subito. Gian Paolo Patta avverte: «Mentre riflettiamo su di noi, è obbligatorio avviare una vasta opposizione sociale nel paese, a partire dalle fabbriche». Paolo Ferrero aggiunge: «Montezemolo ha l'obiettivo di cancellare la Cgil e la Fiom. Se ci riesce, ci sarà solo una guerra fra poveri». Sempre da Ferrero un'ammissione: «La sconfitta è stata quella della nostra esperienza di governo, di cui per primo sono responsabile. Non si è perso perché non c'è stato accordo con il Pd. Si era già perso prima». Ma occorre evitare in tutti i modi la resa dei conti fra partiti e gruppi dirigenti dei partiti. Lo Lo chiede Ferrero. E lo dice Vendola: «Occorre aver cura di questa comunità, per consentire che si rialzi in piedi». Arriva un appello alla concordia da Paul Ginsborg: «Non dividetevi, non chiamateci a scegliere. Siamo su una zattera, se si fa a pugni si va a mare». Al tempo stesso il prof della Sinistra unita e plurale dice ai partiti: «Non abbiamo il diritto di chiedervi di sciogliervi, ma abbiamo bisogno di camminare lungo un percorso nuovo». Un percorso in cui secondo Ferrero «i partiti sono necessari ma non sufficienti». In questa ricerca di un difficile e delicato equilibrio, uno dei nodi principali da sciogliere per la sinistra che verrà. Senza dimenticare le osservazioni di Andrea Montagni: «Lo sconquasso elettorale è stato prodotto anche da come si è gestita l'unità. E oggi nei partiti ognuno ha riproposto le sue posizioni precedenti. In questo caso nessuna nuova non è buona nuova». Ma andare avanti si deve.

 

Salvi: «Ripartiamo a sinistra. Insieme ai socialisti» - Sara Menafra

Roma - E' la domanda che vi fanno tutti e che, probabilmente, si fa da giorni anche lei, Cesare Salvi tra i leader della Sinistra democratica e dunque della Sinistra l'arcobaleno. Le cause della sconfitta? Sono state diverse e in parte già analizzate, il voto utile e il giudizio sulla nostra azione nel governo Prodi. Probabilmente abbiamo oscillato tra estremismo verbale e cedimenti concreti. Poi, la Sinistra l'arcobaleno è apparsa un cartello elettorale, l'assemblaggio di un ceto politico. Il problema del governo, però, è stato il principale. Non abbiamo avuto la capacità di distinguere tra identità e radicamento di un soggetto politico e il fatto che quando si governa bisogna confrontarsi con la mediazione politica. Una sinistra moderna non deve porsi il tema del governo ad ogni costo, è quel che hanno fatto prima i Ds e poi il Pd, si è visto con quali risultati. Ma quando lo fa deve agire con serietà e attenzione. Nella sua relazione al Cpn di Rifondazione, Franco Giordano ha accusato Veltroni di aver assorbito una parte dei vostri consensi, parlando di voto utile. Condivide? E' difficile accusare uno che cercava voti per se stesso. Veltroni e il gruppo dirigente del Pd hanno una responsabilità più profonda: l'aver teorizzato e praticato lo smantellamento di una grande forza di sinistra in Italia, i Ds, spostando al centro il Pd e vagheggiando il superamento dell'identità del '900. Il voto utile, in parte, ha pesato. In Sicilia, Sinistra arcobaleno ha preso 60mila voti in più alle regionali rispetto alle politiche, ma era difficile contestare Veltroni, dopo aver dato l'impressione di una separazione consensuale. Abbiamo accettato supinamente le conseguenze della fine del governo. Pietro Ingrao il 7 e 8 dicembre ci aveva detto «fate presto» e invece siamo stati a gingillarci. Cosa fare ora? Bisogna ricostruire, lo spazio politico c'è, tra voto utile e astensionismo di sinistra, le elezioni mostrano un bacino elettorale. Bisogna evitare il cupio dissolvi. Tutte le forze che partecipavano alla Sinistra arcobaleno sono impegnate in una fase di ridiscussione... Sinistra democratica aprirà la propria riflessione martedì. La mia tesi è che le forze della sinistra discutano anche al loro interno, ma non solo al loro interno. Credo che i militanti di Sinistra democratica sentano la necessità di un percorso democratico che finora non c'è stato. Ci siamo illusi che da Sinistra arcobaleno potesse nascere un nuovo partito in pochi mesi. Vorrebbe ripartire da Sinistra arcobaleno nonostante la batosta? Sinistra arcobaleno è morta e sepolta, visto che uno dei soci contraenti ha abbandonato il progetto. Resto profondamente convinto delle ragioni con cui è nata Sinistra democratica, la costruzione di una sinistra fondata sulle grandi idealità del movimento socialista e al tempo stesso popolare, moderna. Dobbiamo ripartire, ragionando su dove abbiamo sbagliato. In queste ore Rifondazione comunista sta discutendo del proprio destino. C'è chi propone di fermare il percorso comune... Non entro nel dibattito di un altro partito. Sono tifoso di una delle tesi in campo, ma non mi permetto di interferire. Dico che noi dobbiamo dare un contributo propositivo, credo che Rifondazione comunista sia stata una forza importante nella storia italiana della seconda repubblica e credo che quel patrimonio di idee e di militanza sia ancora decisivo. Aggiungo che c'è un mondo socialista in Italia che non può esaurirsi nello zero virgola, anche verso di loro serva una iniziativa politica di tutti coloro che progettano di costruire un moderno partito di sinistra.

 

Senza partito restano i Verdi - Guglielmo Ragozzino

I rifiuti di Napoli sono tra le cause della vittoria elettorale della destra. L'errore principale è stato quello di considerare l'impossibilità per una grande e magnifica città di uscire dai guai come conseguenza di corruzione, sbagli o cattiva volontà locali. Non è stato solo questo. L'ambiente è un sistema complesso e delicato, continuamente a rischio. Gli scienziati del cambiamento climatico ci hanno spiegato che l'ambiente finirà per cedere se non si portano immediati rimedi, se non si mitigano i guasti in arrivo. Sappiamo anche che non vi sarà un unico collasso tutto in una volta, un'unica implosione, ma saranno i punti deboli a cedere per primi. Napoli: eccone uno. Un territorio avvelenato, una cattiva amministrazione. E come in occasione di grandi calamità è stata tutta la nazione italiana ad assumersi il compito di riparare il danno, così anche in questo caso, la solidarietà sarebbe stata la soluzione. Ci sono state invece risposte atroci, come l'assedio a Renato Soru, presidente della Sardegna, quando tentava di dare una mano alla capitale del sud. Negli ultimi mesi, durante la campagna elettorale, abbiamo aspettato che i temi dell'ambiente entrassero a far parte della discussione politica. Un compito che era impossibile affidare alla destra politica. Essa pensa che aria, acqua, suolo, paesaggio, siano altrettanti bottini da conquistare. Il guaio è stato che anche sul lato sinistro dello schieramento, tutti hanno trascurato la questione ambientale in modo indegno. Non solo il Pd. Ora l'argomento è assunto da Luigi Manconi che traccia in un articolo molto severo sull'Unità di ieri la storia del partito verde in Italia («Quel che resta dei verdi»). Come si ricorderà, Manconi è stato segretario del partito prima di essere sconfitto e avvicendato. Ma non è per lamentarsi o per recriminare (non solo per questo) che egli riprende il tema, piuttosto per riflettere sull'impossibilità di avere in Italia un forte partito verde, visto che non ha mai superato il 2% dei consensi, anche in tempi di grandi successi ambientalistici, come nel caso del referendum antinucleare. È possibile una via diversa? Si può introdurre nei partiti della sinistra, anzi in quello solo rimasto, secondo l'autore - il Pd - una tematica ambientalista? Manconi ritiene che si debba tentare e nomina alcuni personaggi che gli danno fiducia per aprire un percorso. È vero però che non solo nel caso di Napoli, ma nell'intero sviluppo della proposta politica italiana, le questioni ambientali sono rimaste fuori dalla porta. L'ambiente non era il futuro comune sottoposto a una pressione fortissima, non era il cibo per miliardi di persone messo a rischio, l'acqua da bere e per lavarsi, il modo per tenere le malattie lontane, per continuare a respirare. L'ambiente, anche per gli ambientalisti suggeriti da Manconi è un optional che passa dopo il resto. Il solito rosario di problemi che non si possono rimandare.

 

Sulla sicurezza Rutelli rincorre il Pdl - Carlo Lania

Roma - Come e forse peggio che ai tempi dell'omicidio di Giovanna Reggiani. E non solo per la drammatica similitudine tra quanto accaduto a ottobre dello scorso anno alla stazione romana di Tor di Quinto e l'aggressione alla giovane studentessa africana, quanto piuttosto perché adesso siamo in piena campagna elettorale, anzi in pieno ballottaggio per la conquista del Campidoglio e allora anche tragedie come quella di giovedì scorso contribuiscono ad alzare la tensione. Lo sa bene Gianni Alemanno, che senza perdere tempo ieri ha cavalcato il tema della sicurezza per attaccare Walter Veltroni e Francesco Rutelli, il passato e il (forse) futuro sindaco della capitale. Un'occasione per uscire dall'imbarazzo in cui si trovava a causa dell'apparentamento prima ricercato e poi rifiutato con la Destra di Storace e delle polemiche con la comunità ebraica della capitale, ma soprattutto per costringere il centrosinistra a rincorrerlo sul tema della sicurezza. E infatti, mentre il candidato del Pdl organizza un sopralluogo alla stazione de La Storta, teatro dell'ultima aggressione, Francesco Rutelli mette le mani avanti: «Quando succedono episodi di questo genere a Milano, l'opposizione non se la prende con il sindaco», dice riferendosi all'aggressione, avvenuta nella città di Letizia Moratti, di una studentessa americana da parte di un egiziano. Rutelli difende il Campidoglio dall'accusa di non aver fatto nulla dopo l'omicidio Reggiani. «Va dato atto alla giunta Veltroni di aver adottato il piano per la messa in sicurezza delle stazioni, che prevede l'intervento in 135 stazioni che riguarda pulizia, decoro e illuminazione per le aree interne e esterne», dice. Per il futuro, poi, anche Rutelli, come Alemanno, dice di avere un piano, «La tutela dei cittadini, e in particolare delle donne, è un impegno fortissimo che prendo fin da ora se sarò eletto», promette. Il come, è affidato alla tecnologia, come la sperimentazione di nuovi braccialetti in grado di trasmettere, in caso di pericolo, un impulso con la richiesta di aiuto. Ma anche, spiega ancora Rutelli, l'illuminazione esterna di tutti i parcheggi di scambio, la videosorveglianza integrata di tutte le linee della metropolitana, la possibilità di segnalare un pericolo tramite un rete di colonnine Sos dotate di wi-fi e telecamere e, infine, maggiori presidi nelle aree a rischio. Anche la Lega dice la sua, e come al solito non bada alle parole usate. «Il ministro della Giustizia, dell'Interno e la magistratura fermino questa orda di barbari che da troppo tempo scorazza impunemente per il Paese», dice l'ex Guardasigilli Roberto Castelli, mentre il compagno di partito Roberto Calderoli promette entro maggio un nuovo decreto legge per dare «risposte definitive in materia di sicurezza e clandestinità». Chiunque si sottrarrà o opporrà al confronto, minaccia Calderoli, «dovrà essere considerato e additato da tutti alla stregua di uno stupratore». Spetta al Viminale a un certo punto, intervenire per cercare di riportare la calma. Giuliano Amato ricorda come i casi di stupro nel 2007 siano stati quasi 13 al giorno, e definisce quanto avvenuto a Roma e Milano come fatti di «enorme gravità». Ma aggiunge, è anche vero che in entrambi i casi «il pronto intervento delle forze dell'ordine ha assicurato i colpevoli alla giustizia e ha probabilmente salvato la vita di una delle vittime». Il titolare del Viminale ricorda poi i patti per la sicurezza firmati lo scorso anno con i sindaci di molte grandi città, a partire proprio da quelli di Roma e Milano. Il crimine, spiega dunque Amato, «non sempre può essere prevenuto, ma ora abbiamo strumenti adeguati per reagire. Io stesso ho espulso numerosi cittadini comunitari per ripetuti reati commessi in passato che evidentemente non erano bastati per adeguate pene detentive». E a dar ragione ad Amato ci sono i dati del 2007, che tra il primo e il secondo semestre dell'anno scorso fanno registrare una notevole diminuzione del numero dei delitti.

 

«No alla moschea» E la destra si divide - Ernesto Milanesi

Padova - Referendum a Padova per la nuova moschea di via Longhin, dove in autunno potrebbe traslocare la sala di culto di via Anelli sopravvissuta al famoso «muro» come allo svuotamento delle sei palazzine del Bronx padovano. Ieri mattina lo stato maggiore della Lega ha lanciato il guanto di sfida al sindaco Flavio Zanonato. Da sabato 26 aprile in una dozzina di gazebo sparsi per la città si raccoglieranno le 5 mila firme che lo statuto comunale prevede per far scattare il meccanismo referendario. Obiettivo dichiarato: far votare i padovani entro giugno. Anche a costo di replicare il «referendum autogestito» del 1998 che, sul tram, costò la rielezione a Zanonato. Una scelta condivisa dal presidente provinciale di An, Filippo Ascierto, e da pezzi di Forza Italia (con in testa gli uomini del presidente della Provincia, Vittorio Casarin) insieme all'ex consigliere dell'Udc Antonio Foresta fresco di trasloco nel Pdl. Formalmente, il comitato promotore del referendum contesta la delibera del 12 febbraio scorso che assegna all'associazione Rahma l'edificio da ristrutturare, dopo le occupazioni del centro sociale Gramigna e il degrado degli ultimi anni. Nessuna guerra di religione dichiarata né un attacco frontale agli immigrati islamici. Tuttavia il referendum è il miglior grimaldello propagandistico per riattizzare a Padova il clima del muro contro muro, non solo in politica. Ma si registra subito una clamorosa «diserzione»: il senatore di An Maurizio Saia non solo evita di presenziare alla conferenza stampa, ma soprattutto rispolvera la visita del 5 agosto 2006 di Gianfranco Fini in via Anelli. Con tanto di stretta di mano all'imam della moschea. «Per me, a Padova chiunque deve poter pregare il suo dio: gli ebrei in sinagoga, gli islamici in moschea, i protestanti evangelici nella loro chiesa. Esattamente come fanno i cattolici come me. Le religione non può assolutamente diventare pretesto per strumentalizzazioni politiche». Una netta presa di distanza che nei prossimi giorni potrebbe venir condivisa anche da leader, parlamentari e rappresentanti del Pdl padovano. Secca la replica del sindaco Zanonato: «E' solo un'iniziativa propagandistica, di quelle che ottengono spazio sui media. Consultazione inammissibile, perché quello comunale non è un referendum abrogativo». Sulla stessa lunghezza d'onda l'assessore all'immigrazione Daniela Ruffini (Prc): «Sono iniziative espressione della stessa barbarie culturale che una volta si rivolgevano contro le sinagoghe. Questa non è politica, ma solo diffondere odio e xenofobia. E' il non rispettare la centinaia di migliaia di lavoratori e cittadini immigrati che lavorano e pagano le tasse, e che per questo hanno diritto ad avere un luogo in cui riunirsi per pregare». Preoccupato anche don Giovanni Brusegan, delegato della Diocesi all'ecumenismo, che sottolinea: «Guai a cavalcare le strumentalizzazioni del problema: si rischia di alimentare altri pericoli di tensione». Preferisce invece il silenzio l'associazione Rahma, direttamente coinvolta: «Vogliamo capire bene cosa chiede questo referendum e per quale motivo viene chiesto - sottolinea l'imam Malek Abderrahim - Il nostro progetto, intanto, va avanti». Il referendum sulla moschea, intanto, rinfocola le polemiche incrociate sulla sicurezza. Il «patto di Parma» fra i sindaci del nord fa storcere il naso a qualche leghista che non vede di buon occhio la confusione politica soprattutto con il Pd. Bitonci, l'inventore delle ordinanze anti-immigrati, venerdì è rimasto a Cittadella e ora osserva: «Il programma sulla sicurezza della Lega l'ho scritto insieme a Maroni. E' stato fatto proprio anche dal resto della coalizione di governo. Francamente, non vedo perché annacquare tutto in un documento come quello di Parma che non produrrà effetti, mentre sarà il nuovo parlamento a legiferare e il nuovo governo a realizzare gli impegni». Zanonato, invece, non rinuncia al ruolo di «sceriffo» in versione democratica: «Non si litiga mai sulla sicurezza. Anzi, ci si consulta, ci si scambia opinioni: sulla prostituzione, sul dilagare dei graffiti e le scritte sui muri, un grave danno economico per le famiglie. Siamo desolati perché tocca a noi pulire gli edifici, con i soldi delle tasse della gente. E' una beffa. Chi sporca e danneggia i monumenti deve rifondere il danno materiale. Basta con il falso buonismo. I sindaci chiedono nuovi poteri in materia di residenza, per controllare i flussi indiscriminati di stranieri. I tetti di reddito minimo di 5 mila euro per una persona sono fissati dall'Ue». Quest'ultimo non è certo un dettaglio: Zanonato sposa così proprio la famosa ordinanza di Bitonci per la quale era dovuto intervenire perfino il procuratore Calogero.

 

«Se vinco, dico no alla base» - Orsola Casagrande

Vicenza - Achille Variati va al ballottaggio domenica prossima a Vicenza partendo da secondo. La candidata leghista Lia Sartori infatti può contare su una base di partenza del 39%. L'ex sindaco di Vicenza invece ricomincia da 31. Variati è stato premiato anche per la sua posizione chiara (e contraria) alla costruzione della nuova base Usa al Dal Molin. E' il candidato del Partito democratico, che nella città del Palladio ha ottenuto attorno al 16%. Circa la metà di quel 31% è stato un voto per Variati e le sue politiche, dunque. Il Dal Molin, anche se Variati ci tiene a sottolineare che non è l'unica questione a Vicenza, è certamente una discriminante anche per il ballottaggio. Nel senso che per esempio i voti (5%) della lista del presidio permanente, Vicenza Libera, o della lista di Beppe Grillo (poco meno del 3%) e in parte della stessa sinistra arcobaleno (2,6%) non devono essere dati per scontati. Soprattutto quelli di Vicenza Libera. Variati non si sottrae a ripetere pubblicamente il suo impegno contro la realizzazione della base. «Se sarò eletto sindaco - dice - revocherò l'ordine del giorno della giunta Hullweck e avvierò il processo di consultazione dei cittadini». Achille Variati, un successo il suo anche legato alla sua posizione chiara sul Dal Molin. Quella del Dal Molin non è la sola questione della città. Io comunque ho sempre espresso pubblicamente la mia chiara contrarietà alla nuova base, non una contrarietà ideologica ma urbanistica e di metodo. La città conosce bene questa mia posizione e sa che se sarò eletto sindaco la porterò anche in sede istituzionale. Lei ha sempre sostenuto che il primo atto da sindaco, se sarà eletto, sarà quello di presentare un ordine del giorno che revochi quello con cui la precedente giunta aveva dato sostanzialmente sostegno al progetto americano per il Dal Molin. Conferma che è questa la sua intenzione? Naturalmente questo è il mio impegno, l'ho detto pubblicamente e non cambio certo idea una settimana prima del ballottaggio. Però il presidente del Partito democratico Walter Veltroni, che ritornerà a Vicenza in questa settimana, ha ribadito che per quanto riguarda la nuova base al Dal Molin bisogna mantenere gli impegni presi. A Vicenza, è bene ricordarlo, è accaduta una cosa molto grave. Perché ci possono essere sia una ragione di una comunità che una ragione di stato. La ragione della comunità è chiaramente quella di una città che non vuole essere solo città di muri ma anche un luogo normale, non militarizzato. La ragion di stato, diplomatica o di impegni internazionali, evidentemente può esserci. Il problema è che questa ragione non è mai stata chiarita e documentata davanti ai cittadini di Vicenza che sono quelli che dovrebbero subirla. Nessuno, né esponenti del governo Berlusconi, né del governo Prodi, è venuto mai nella nostra città a chiarire a mostrare documenti che dimostrassero l'esistenza di questa ragion di stato. In questi giorni si parla molto dell'accordo tecnico tra Claudio Cicero (sostenuto dai fascisti di Azione sociale) e Massimo Pecori (candidato dell'Udc) per sostenere la candidata leghista Lia Sartori, ma senza l'apparentamento. Cosa ne pensa? Lei invece sta incontrando varie liste, compresa Vicenza libera. Ho detto e ribadisco che mi sembra di assistere a un mercato delle vacche al quale io mi sono sottratto. Non mi interessano gli accordi non fatti alla luce del sole. Un buon sindaco deve avere una maggioranza chiara, non frutto di continui compromessi e accorduncoli. Io voglio essere il sindaco di tutti e voglio poter contare su una maggioranza sicura. Sto parlando con altre liste ma voglio la sicurezza di avere con me alleati che condividono quello che penso e i miei impegni. Che sono? Voglio una città più verde in cui alcuni cunei di non costruito non diventino preda di speculazioni edilizie. Vicenza è la terza città più inquinata d'Italia e questo significa un intervento netto sulla mobilità. Perché l'inquinamento, le polvere sottili sono mali che non si vedono ma che segnano per sempre le generazioni future. Per questo ho in mente una rivoluzione dei trasporti pubblici rendendoli non solo più efficienti ma anche garantendone l'accessibilità nei quartieri finora un po' emarginati. Voglio una città più sicura. Ho parlato di tolleranza zero contro ogni forma di criminalità ma anche di abusivismo edilizio, commerciale, la prostituzione. Non come certi benpensanti che parlano tanto e poi sono disposti a chiudere un occhio sugli abusi quando non li perpetrano addirittura loro stessi. Infine voglio una città più viva che rispetta la comunità, attraverso per esempio una manutenzione dignitosa dei marciapiedi come dell'illuminazione. Difendere la vita per me significa anche dare servizi per l'infanzia, come nidi e micronidi. In una frase vorrei una città che tende a non lasciare solo nessuno.

 

Londra, pratiche di comunità - Paolo Gerbaudo

Londra - Portare il reddito minimo a 6,70 sterline all'ora. A chiederlo non sono i sindacati o un partito di sinistra, ma una coalizione civica che si è messa in prima linea nella lotta per i diritti sociali nella capitale : «London Citizens». Dietro questa sigla un po' scialba c'è un'alleanza di diverse organizzazioni radicate nel territorio cittadino, in particolare gruppi religiosi e associazioni giovanili. I sindacati, che all'inizio erano scettici, hanno cominciato ad avvicinarsi all'iniziativa. Il modello è quello del lavoro organizzativo comunitario di cui negli Stati uniti è stato ispiratore Saul Alinsky, il principale punto di riferimento per Barack Obama durante i suoi anni nella South Side di Chicago. E' un tipo di attivismo che si concentra sulla comunità piuttosto che sul luogo di lavoro come spazio organizzativo e che in questo modo è capace di intercettare persone che non vengono più attirate dai sindacati ma che sono interessate all'impegno sociale. L'alleanza ha diversi nodi locali che si riuniscono in assemblee cittadine dove partecipano centinaia di persone. Tra le fila qualche persona di sinistra, ma soprattutto membri delle comunità cattoliche, musulmane, di gruppi per il dialogo interreligioso e pure diversi conservatori. Rispetto al modello del forum sociale la connotazione ideologica è molto bassa: nessun riferimento al capitalismo o al neoliberalismo, ma la dichiarazione della necessità di stabilire «giustizia sociale», un'espressione che è particolarmente appetibile per le organizzazioni religiose. I partiti non sono ammessi nelle assemblee, e ai vari gruppi viene chiesto di lasciare fuori dalle riunioni tutte le questioni che potrebbero creare rotture nell'alleanza, dall'aborto ai diritti degli omosessuali. Le discussioni invece che riguardare posizioni politiche si concentrano su temi concreti: quante case sono necessarie per garantire il diritto alla casa, come bisogna fare per frenare la violenza nelle strade e così via. La logica è quella della deliberazione, con proposte che vengono raccolte tra i partecipanti, elaborate da un comitato coordinatore, riproposte all'assemblea per l'approvazione, e infine sottoposte agli amministratori locali. La sinistra arriccia il naso di fronte all'iniziativa soprattutto per la presenza di organizzazioni religiose e per la mancanza di una chiara linea politica. Nonostante ciò London citizens sta dimostrando una notevole capacità organizzativa, capace di coinvolgere oltre 50.000 persone sul territorio cittadino e di creare reti stabili tra diversi gruppi locali. Un clamoroso successo ottenuto dall'alleanza è stata la richiesta congiunta di un'amnistia per tutti gli immigrati clandestini che vivono nella capitale fatta dai quattro candidati sindaci di Londra di fronte a un'assemblea di London citizens. Sull'onda dell'entusiasmo che sta riscuotendo nella capitale l'iniziativa si potrebbe espandere ad altre città britanniche come Glasgow e Manchester.

 

Liberazione – 20.4.08

 

C'è uno stupro da usare per le elezioni? - Piero Sansonetti

Chi legge abitualmente questo giornale sa che pubblichiamo una rubrica domenicale, curata da una nostra collaboratrice bravissima, Beatrice Busi, nella quale si raccontano i dettagli di cinque o sei assassinii, o pestaggi, o stupri. Molto simili l'uno all'altro: un marito - o un fidanzato, o un amante o uno spasimante, o un padre, o un nonno - che uccide la «sua» donna, o la «sua» bambina. La rubrica si chiama "Finché morte non ci separi". Vi fa ridere? Non c'è niente da ridere. Bea non ha mai avuto difficoltà a riempire la colonna che noi le affidiamo tutte le domeniche (questa domenica la trovate a pagina 7). Dà un'occhiata alle agenzie di stampa e tutto il suo lavoro consiste nello scrivere le storie che trova, con un linguaggio che sta sul filo tra la rabbia, l'ironia e l'eleganza. Le riesce molto bene. Chissà perché tutti questi delitti, che sono decine e decine, trovano spazio solo su questa modesta e sobria rubrica di Liberazione . E chissà perché su nessuno di questi delitti si accende un dibattito politico forte e teso, come quello che invece si accende ogni volta che il delitto viene commesso non da uno di famiglia ma da un estraneo, e soprattutto, si accende, se questo estraneo è straniero, o addirittura è rom o romeno (per i giornali e i dirigenti politici italiani la differenza tra rom e romeno è assolutamente trascurabile: il romeno, più o meno, è rom, il rom è delinquente, e quindi va deportato assieme a tutta la sua famiglia, anche se ancora non ha commesso nessun delitto, prima o poi lo commetterà...). Così è successo ieri. Una donna, africana, è stata aggredita vicino alla fermata del treno a La Storta, una stazioncina di periferia, a Roma, è stata ferita con un coltello, è stata violentata. L'aggressore è stato fermato, è rumeno. La violenza è diventata immediatamente un fatto politico. Come all'inizio di novembre, quando fu uccisa la signora Reggiani, a Tor di Quinto, e il partito democratico lanciò una campagna giustizialista contro i rom, per calcoli politici. Rase al suolo alcune baraccopoli. Stavolta è la destra che chiama l'opinione pubblica al linciaggio: «Spianiamo i campi nomadi». Guidata da Alemanno. Il quale spera di vincere le elezioni a sindaco in questo modo. Non vi pare un'infamia?

 

Ginsborg a Rifondazione: «Concordia, non litigate» - Angela Mauro

Firenze - "La condizione depressiva. Dalla complessità clinica alla scelta del percorso terapeutico: implicazioni per il trattamento e la prevenzione". E ci si potrebbe fermare anche qui. Il manifesto sovrasta l'ingresso del Palazzo dei Congressi di Firenze: impossibile aggirarlo. Sguardi da cane bastonato vi si soffermano, uno dopo l'altro, in questa mattinata di aprile, a una settimana dalle elezioni che hanno spedito la sinistra fuori dal Parlamento. Sono tanti gli sguardi. Non che i cani bastonati abbiano già deciso di ricorrere a un corso sulla depressione per reagire alla catastrofe collettiva e individuale post-voto. Ma capita che l'assemblea indetta dall'Associazione fiorentina per la Sinistra unita e plurale si tenga proprio nella stessa struttura del convegno medico. Coincidenze che fanno pensare, strappano anche battutine e sorrisi. Amari, ovvio. La processione della gente arrivata nel capoluogo toscano per la prima assemblea di riflessione sulla disfatta è lunga e silenziosa. Sbuca dai treni arrivati dalla capitale, per esempio. Percorre la breve distanza dalla stazione al Palazzo dei Congressi, si stranisce un po' nel ritrovarsi in una città diversa ed estranea. Lontanissimi i tempi in cui Firenze ospitò il Social Forum Europeo (2002), quando non c'erano processioni e musi lunghi ma migliaia di persone critiche della globalizzazione e in piazza per la pace. Tempi di festa, energie, speranze. Oggi c'è un inevitabile funerale per la sinistra sparita dalle istituzioni (ci si consola con la presenza nei governi locali…), un disperato tentativo di raccattare energie, quanto alle speranze, si sa, sono le ultime a morire. Militanti delle associazioni toscane e non, quadri di partito, rappresentati sindacali, intellettuali. Questa fetta di popolo di sinistra cerca il proprio percorso terapeutico nella stessa sala che, al Palazzo dei Congressi, anni fa ospitò il noto incontro di Massimo D'Alema, allora presidente dei Ds, con il gruppo dei cosiddetti "professori" di Firenze, da Paul Ginsborg a Pancho Pardi. E' un'altra coincidenza, ma pochi la notano. Una volta superato il cartello sulla "condizione depressiva" ci si butta nel confronto. I capannelli sono ovunque. Dal tavolo dei relatori invitano alla cautela: «Evitiamo applausi e fischi e valutazioni improprie di gradimento. Sei minuti a testa per parlare più uno, sette al massimo, insomma…». L'intento è evitare che nella discussione si riversino le diverse opzioni politiche che, all'indomani del voto, si scontrano dentro Rifondazione. Inutile girarci intorno: con la presenza in assemblea di Paolo Ferrero e Nichi Vendola, con il delicatissimo comitato politico nazionale del Prc convocato a Roma per il pomeriggio, l'attenzione di tutti è concentrata su quanto avviene nel partito «azionista di maggioranza della sinistra». Tanto che il professor Ginsborg , parlando anche a nome di Marco Revelli (assente per motivi familiari), concentra gran parte del suo intervento in un accorato appello ai «compagni di Rifondazione». «Concordia», dice Ginsborg, protagonista con gli altri dell'associazione fiorentina di una delle più riuscite esperienze di lavoro unitario. «Dico a tutti i compagni di Rifondazione che vanno al cpn: non vogliamo che voi decidiate i nostri destini. Ci siete anche voi sulla zattera della sinistra: non litigate, non radicalizzate le posizioni. Non vogliamo essere cooptati da una parte piuttosto che dall'altra, vogliamo che cresca una cultura unitaria». Viene giù la sala quando Ginsborg arriva al punto: «No ai leaderismi. Abbiamo bisogno di tutti: Rita Borsellino, Fulvia Bandoli, Ferrero e Vendola, tutti insieme! Oggi negli occhi dei compagni di Rifondazione ho solo visto il veleno della parte, del risentimento. Dobbiamo invece saper lavorare insieme: nessuno oserebbe chiedere ad alcuno di sciogliersi, ma bisogna mettere su subito uno spazio decisionale aperto a tutti, senza centralismi democratici. Facciamo subito un'organizzazione federale, confederale, chiamatela come volete ma che sia di tutti: lavorare insieme fa crescere la cultura dell'unità». L'appello rende il senso generale dell'assemblea. Per parte loro, sia Vendola che Ferrero non eludono i riferimenti al dibattito interno. «Non è vero che dalla sconfitta ci si può solo rialzare. C'è anche chi si diverte a spezzarsi le gambe: io non ho questa voglia - dice Vendola - Non è tornando alla nostra vecchia comunità, al nostro vecchio lessico che ritroviamo il nostro mondo: non ci sono più i contenitori collettivi del ‘900. Il punto ora non è la domanda di cambiamento, ma la nostra offerta di politica. La Sinistra Arcobaleno è stata un'improvvisazione elettorale, materia gassosa senza storia, progetto, convincimento. Si riparta dall'analisi della sconfitta ma senza cercare capri espiatori. Mi iscrivo per primo alla lista dei colpevoli, ma voglio partecipare alla discussione sulle cause». Un appello in vista del cpn: «Bisogna sorvegliare le parole nelle prossime ore, avere cura e amore per questa comunità per consentirle di rialzarsi». Ferrero reagisce: «La nostra sconfitta è la sconfitta del governo. Lo dico perché sia chiaro: sono il primo responsabile e non cerco capri espiatori». Quindi, il ministro dimissionario spiega perché ha chiesto subito la convocazione del cpn: «Io che passo per settario e che ho un partito con migliaia di iscritti, la prima cosa che faccio è chiedere una riunione dei gruppi dirigenti per discutere». Poi parla di se stesso, in prima persona: «Paolo Ferrero non è candidato alla segreteria di Rifondazione, partito che farà un percorso autonomo di discussione e alla fine deciderà la sua guida. Il punto è avere garanzie sulla discussione». Quindi, le critiche sul percorso unitario: «Ho chiesto una cabina di regia, non è stata fatta. Non funzionano le proposte di "costituente della sinistra" perché finisce che ci si spacca tra comunisti e non. Bisogna evitare gli errori, le costruzioni dall'alto, lottizzate, tenendo presente che i partiti sono necessari ma non sufficienti e che la sinistra è molto più larga dei partiti. Bisogna darsi un percorso che permetta a tutti di starci senza spaccarci altrimenti tra due mesi raccogliamo meno cocci che alle elezioni». L'assemblea passa da momenti di depressione (soprattutto all'inizio) a momenti di catartica ilarità (verso la fine, segno che lo stare insieme un po' funziona). Aldo Tortorella nella sua vita ne ha viste tante, ha l'età e sfoggia la tempra giusta per tirare su il morale della platea. Racconta: «Ogni volta che prendevamo legnate, c'era un compagno che mi diceva che poteva andare peggio. Un altro la spiegava così: noi abbiamo ragione, ma qualche volta la storia ci è contro…». Modi vecchi di pensare, ammette, «ma da loro ho imparato che non c'è disfatta da cui non ci si possa risollevare. Arrivando qui uno mi ha detto: solo chi cade può risorgere… Bene: più di così!». Aneddoti, battute, citazioni: ci si aggrappa a tutto. «I reduci sfuggiti alla morte riacquistavano la fiducia nella vita, scriveva Enzo Biagi», dice Carlo Scaramuzzino , candidato sindaco della Sinistra Arcobaleno a Pisa. Paolo Cacciari cita la Arendt: «Il presupposto della libertà è l'autonomia dalla necessità del bisogno». E mentre la platea si arrovella sul messaggio, lancia la sua proposta: «Processi di aggregazione molecolare. Non abbiamo più bisogno del partito, bisogna sperimentare dal basso con un processo collettivo e plurale di autorappresentazione e autorganizzazione politica, per passare da forme primordiali a forme più complesse di organizzazione». Non è d'accordo sulla «separazione tra sinistra sociale e sinistra politica» Andrea Alzetta, militante di Action neoeletto al Campidoglio con la Sinistra Arcobaleno, noto come " Tarzan " tanto che così viene presentato in assemblea. Risate in sala e lui contribuisce: «So' stato appena eletto nelle istituzioni, mi sento un po' imbarazzato a stare qui in mezzo a voi, estremisti extraparlamentari!». Parla di paradossi: «Il primo eletto a Roma della Sinistra Arcobaleno è uno come me, non di partito. Poi leggi i giornali e apprendi che tutti vogliono rifugiarsi a casa: insomma, se continua così, alle prossime elezioni ne avremo tremila di falce e martello!». Per dire che «non esistono sicurezze o ricette giuste, la discussione non è sul leader: ci dobbiamo fare un culo così, come si dice a Roma! Dobbiamo fare le lotte come se fosse un problema nostro, non perché ci stanno simpatici i precari…». E anche Tarzan ha un messaggio per Rifondazione: «Il cpn lo farei non per discutere chi comanda, ma per capire come facciamo a battere Alemanno al ballottaggio». A proposito di precari, c'è la precaria Laura Bennati scatenata contro ipotesi che possano frenare il processo unitario a sinistra: «Che vuol dire tornare ai partiti? Così come noi abbiamo dato molto a questo processo, così mi aspetto che chi l'ha promosso, ora, lo porti avanti». Claudio Fava di Sinistra Democratica è deciso: «Capisco Ferrero quando dice che dobbiamo parlare alla nostra gente. Ma se noi ci rifugiamo nelle nostre ridotte, una ragazza di sinistra che lavora in un call center dove si rifugerà? Dai suoi colleghi che magari non hanno votato? Come riuscirà a parlare con loro se viene lasciata sola?». Da Sd lancia lo stesso tipo di messaggio Fulvia Bandoli : «Se il luogo delle decisioni non cambia, non si va da nessuna parte. Non sento la necessità di cabine di regia, ma di partecipazione democratica». Ed è della stessa idea Marco Montemagni del Pdci toscano ma critico della via solitaria scelta da Diliberto dopo le elezioni: «No al ritorno alla frantumazione». Paolo Cento dei Verdi ribadisce la necessità di una connotazione ecologista più marcata nella sinistra: «Il verde fa bene al rosso». Dal Prc parla anche Alberto Burgio della minoranza Essere Comunisti: «Ci sono state forzature sul simbolo e sulla scelta unitaria. Siamo stati distaccati dalla gente e ora è indecoroso parlare di responsabilità collettive: chi ha ruoli dirigenziali deve assumersi le sue responsabilità». Ripartire dai territori con relazioni alla pari, la formula si ripete un po' in tutti gli interventi. Attenzione: Cardazzo dell'Associazione veneta per la Sinistra Arcobaleno sottolinea che il concetto non è di facile applicazione. «Siamo abituati a dare per scontata la comprensione di tanti principi, tipo l'uguaglianza. Dalle mie parti al nord, se prima davi del razzista a uno, quello si offendeva. Adesso non è più così, per molti è quasi motivo di orgoglio identitario essere razzisti…». Basta guardare al voto, anche operaio, che ha premiato le liste leghiste. «C'è bisogno di un bagno di umiltà». Carlo Moscardini della Sinistra Arcobaleno toscana è arrabbiato. «La casa è crollata, io mi candido a fare il muratore, ma vedo che qui tutti continuano a voler fare gli architetti. Chiedo agli architetti come hanno potuto pensare di approssimare così la campagna elettorale: viviamo in un mondo dove si fa il tifo per tutti anche per il grande fratello, mentre noi eravamo candidati per perdere…». Tutto fa brodo per spiegarsi e comunicare la delusione, anche la favola del «saggio gufo e il millepiedi». E' sempre Moscardini che la racconta: «Il millepiedi si lamenta dal saggio gufo perché gli fanno male i piedi. Il saggio gufo gli suggerisce di trasformarsi in passerotto. Il millepiedi: e come faccio? Il gufo: beh, io ti ho dato l'idea, sta a te inventarti il modo». Morale: evitare di fare i gufi (che porta pure male), inventarsi le forme, il linguaggio per parlare "con" la società, i giovani. In assemblea ce ne sono pochi di giovani, ma uno studente universitario lancia chiaro il suo messaggio: «Non mi aspetto la linea dai partiti». Il direttore de il manifesto Gabriele Polo si sente giovane: «Con questa condizione extraparlamentare mi sembra di essere tornato ai 20 anni. E' una condizione che in fondo dà meno angoscia perchè permette di discutere liberamente. Per esempio, potremmo cercare di capire perché dopo la manifestazione del 20 ottobre non siamo usciti dal governo». Anche Patta della Cgil riflette sul passato, non proprio recente: «Bisognava intraprendere il percorso unitario nel 2001, quando il corpo dei movimenti era vivo». Affermazione condivisa dai più. Adesso però, è l'invito di Bianca Pomeranzi della Rete Femminista, «non dobbiamo sprecare energie in conflitti inutili e dannosi». L'europarlamentare Vittorio Agnoletto , già portavoce del Genoa Social Forum, prova a rilanciare: «Pensiamoci all'organizzazione di un forum sociale a Firenze in autunno». Mettere insieme i cocci è dura ma si può. «Io e Tortorella siamo la testimonianza vivente che alle sconfitte si sopravvive», dice leggera Luciana Castellina . Anche lei ha l'età e la tempra. Anche lei ha un messaggio per Ferrero. Tono gentile: «Vorrei una riflessione comune e non separata, anche se capisco la tua preoccupazione di dire "non facciamo un'accozzaglia della Sinistra Arcobaleno". Però, serve una costituente ora, subito e senza i bilancini degli attuali gruppi dirigenti dei partiti. I partiti, per essere diversi dal Pd, non devono limitarsi a raccogliere consenso: devono anche costruire senso». E Tortorella: «No alle verità in tasca, chi è stato battuto non è l'unità della sinistra ma il suo simulacro». Andare avanti. «Basta con le discussioni sulla falce e martello - dice Paolo Hutter - non vorrei che dopo esserci martellati i cosiddetti, procedessimo con la falce a…». Altra risata liberatoria in sala. «Bisogna proseguire sulla strada della Sinistra Arcobaleno», aggiunge. L'assemblea va avanti per tutta la giornata senza pausa pranzo. Gli interventi sono tantissimi, impossibile citare tutti (ce ne scusiamo). La lettura dell'appello finale incontra un clima decisamente galvanizzato dalla discussione (che, chissà, magari è servita a mediare nel dibattito interno di Rifondazione). «Non voglio stare in un'organizzazione politica senza democrazia», chiarisce Ginsborg, «e dobbiamo inventarci una forma democratica di organizzazione subito, non tra tre mesi dopo i congressi di partito». Il testo finale parla di irreversibilità del processo unitario, di tempi stretti, di percorsi di ricerca sulle forme di organizzazione e operatività immediata con la creazione di un comitato nazionale e comitati territoriali. Si parte da chi c'era, da chi ha lavorato per la campagna elettorale, chi era in lista. Intanto, si è già costituito un gruppo di lavoro nazionale: primi componenti Ginsborg e Revelli. Prossima assemblea, prima dell'estate. E' iniziata la terapia antidepressiva?

 

Giordano: comitato di garanzia. Oggi si vota sui documenti politici. 10-13 luglio il congresso - Romina Velchi

Chi sarà a gestire la fase congressuale di Rifondazione lo sapremo oggi, in chiusura di Comitato politico nazionale. Ma da ieri, di fatto, il Prc non ha più un "governo". La proposta è dello stesso Franco Giordano: dimissioni di tutta la segreteria, convocazione del congresso straordinario il 10-13 luglio e designazione di un comitato di gestione composto da garanti, di cui non faccia parte nessun componente della segreteria uscente, da eleggersi proporzionalmente sulla base di documenti di indirizzo politico. Con il che la battaglia politica è ufficialmente aperta. Nel campo di Ferrero, principale antagonista di Giordano, la mossa viene letta, positivamente, come una sorta di retromarcia, rispetto alla proposta iniziale (respinta) di allargare alle minoranze l'attuale segreteria. Ma, è l'opinione di qualcuno, è una proposta che «ha il veleno nella coda»: cioè "costringe" a presentare subito una mozione simil-congressuale e, di fatto, consolida le posizioni contrapposte. Insomma, niente affatto una resa, da parte di Giordano, ma la volontà di contarsi nel merito di proposte politiche alternative. Appunto, la sfida è lanciata. Subito raccolta, per altro, dallo stesso Ferrero che ha annunciato la presentazione di una mozione comune con Claudio Grassi (a capo dell'area "Essere comunisti"): «La cosa importante - spiega - è che gli iscritti possano decidere su posizioni politiche chiare, senza ambiguità. Per noi l'importante è ripartire da Rifondazione e avanzare una proposta a tutta la sinistra». Ma la proposta di Giordano ottiene comunque l'effetto di stemperare il clima, come testimonia l'intervento di Giovanni Russo Spena: farò «il compagno di strada», perché «mi sento parte del gruppo dirigente»; sì ad un «congresso aperto», «senza caricature» («mi candido a fare l'arcivescovo di Canterbury, non a diventare direttore di Liberazione »), per tirare «il filo dell'innovazione» verso un «partito sociale e una sinistra sociale». Le mozioni saranno messe in votazione oggi. Ieri è stata, invece, una giornata di dibattito, aperta dalla relazione del segretario, che, anche con accenti di commozione, ha fatto la sua analisi del disastroso risultato elettorale, invitando a evitare che prevalgano «il risentimento personale e il rancore» e soluzioni «che ostacolino il dibattito prefigurando l'esito del congresso», mentre la parola deve andare agli iscritti; in questo modo si mette «Rifondazione al riparo da altre catastrofi».Perché, secondo Giordano, occorre «un'assunzione collettiva di responsabilità. Siamo tutti sconfitti» e si deve ora garantire la «tenuta unitaria del partito». Il segretario uscente del Prc ribadisce, come già fatto nell'intervista di venerdì a Liberazione , di non aver mai detto di voler sciogliere il Prc e, mentre invita a organizzare discussioni a tutti i livelli e a promuovere assemblee aperte (senza dimenticare la campagna elettorale per il sindaco di Roma), insiste più volte nel «ripartire da Rifondazione». Ma nel senso di ciò che Rifondazione è stata fin qui: cioè laboratorio di innovazione culturale e politica. «Guai a cancellare questo percorso - avverte Giordano - la sinistra unitaria non può che esserne figlia, sono due facce della stessa medaglia». Di qui il rigetto della proposta di Diliberto di dar vita ad una costituente comunista, che sarebbe un «rifugiarsi scomposto in fortilizzi, in malinconici simulacri». Quanto alle cause della pesante sconfitta elettorale, Giordano ne indica tre, di cui l'ultima «che sovrasta le altre due». La prima «lo scarto tra le aspettative di cambiamento e i deludenti risultati dell'azione del governo». La seconda «l'uso truffaldino e cinico della campagna sul voto utile» da parte del Pd, basata su un «inesistente testa a testa». «Hanno giocato sulla nostra testa - accusa Giordano - per garantirsi quel minimo di consensi che gli consentisse di evitare la sconfitta. Ma i frutti della nostra debacle sono stati raccolti dalla destra» dopo dieci anni, sottolinea il segretario, di testa a testa. La terza causa, per Giordano, va individuata nella «nostra inadeguatezza. Senza di essa le altre due cause sarebbero state meno devastanti». In poche parole, «siamo stati percepiti come residui», perché del tutto inadeguato era il nostro «radicamento sul territorio». Dubita, Giordano, che andando alle elezioni da soli, anziché nella Sinistra arcobaleno, si sarebbe raccolto un risultato migliore. Resta che l'Arcobaleno è stata «inutile, improduttiva e dispendiosa». Ma, appunto, per rispondere al vuoto politico e democratico che si è determinato, si deve «ripartire da Rifondazione comunista, ma dentro il processo della Costituente della sinistra». L'intervento di Giordano, per Ferrero, «è stata una modifica importante, mi ha stupito e ne prendo atto. Quello che non funziona, però, è l'idea di una costituente della sinistra che si contrapporrebbe inevitabilmente alla costituente comunista di Diliberto. Significherebbe spaccare su linee ideologiche prive di base politica. Sarebbe un nuovo disastro». Il modello, invece, è quello della Federazione dei metalmeccanici degli anni '70, non solo con i partiti, ma con le realtà sindacali e i movimenti. Un vero rassemblement di tutta la sinistra. Per questo chiediamo posizioni chiare, non ambigue e dal congresso dovrà venire un mandato in questo senso al gruppo dirigente, che poi non potrà fare quello che vuole». Ben diverso il giudizio di Leonardo Masella (area Ernesto), secondo il quale da Giordano non è venuta alcuna proposta di «cambiamento radicale di linea politica», mentre è ora di «prendere atto che la Sinistra arcobaleno è finita in tutte le sue forme (federazione, unitaria e plurale ecc)». Masella fa risalire la sconfitta a prima del governo Prodi: «Il crollo c'era già nella società, ma il gruppo dirigente è stato cieco e sordo ai segnali». Secondo Masella non si può accettare che chi si è reso responsabile («anche chi era ministro») del fallimento «adesso voglia comandare. Invece, dobbiamo metterci intorno ad un tavolo democraticamente e salvare il salvabile». Come? «Rilanciando l'identità comunista di Rifondazione e il suo progetto originario», l'unico che può «motivare e mobilitare il nostro popolo». Se Loredana Fraleone mette sul banco degli imputati il fatto di essere andati alle elezioni con un «partito disorientato», con una «divaricazione con il partito e non solo con l'elettorato», e avendo «esternalizzato le decisioni», Ramon Mantovani non ritira nessuna delle sue critiche. Prende atto della proposta di Giordano di considerare dimissionata la segreteria, ma insiste: «Si è scelto (sbagliando) di non rompere subito con il governo»; avremmo forse perso qualche consenso, dice, ma ne avremmo conquistati altri e, magari, avremmo «creato un movimento capace di resistere poi». Soprattutto, è stato un errore grave mantenere «l'ambiguità della formula del soggetto unitario e plurale della sinistra. Non si è parlato formalmente di scioglimento, ma di superamento sì». Perciò, siccome non «si può rimproverare al Pd di essere il Pd», adesso ci deve essere un confronto tra «tesi chiare» per permettere agli iscritti di decidere; serve «un progetto» che ci renda alternativi al Pd». Maurizio Zipponi propone una «terza via», quella di «attingere alle nostre risorse collettive», indicando anche una sorta di road map per una «tregua interna»: tra l'altro no allo scioglimento del Prc, Rifondazione protagonista dell'unità a sinistra, assemblee nazionali, per «essere pronti nel 2009 alla sinistra unitaria con dentro il Prc». Anche uno che sul nuovo partito di sinistra non più comunista aveva sempre puntato come Alfonso Gianni, oggi dice: «Dobbiamo ripartire da noi, se non altro perché non c'è molto altro», ma non per cullarci nel «nostro romantico passato, ma per andare avanti, raccogliendo la sinistra diffusa e mettendo insieme tutte le soggettività politiche che oggi sono annichilite ma non dome». Sapendo, però, che «nel nostro popolo è avvenuto uno sfondamento ideologico della destra» e che dunque non basta cercare consensi, ma «dobbiamo produrre senso». Alberto Burgio (Essere comunisti), respingendo l'idea della responsabilità collettiva, fa risalire l'inizio della fine del nostro radicamento sociale a «10-15 anni indietro» per dire che «l'innovazione teorica ci ha portato lontano dalla nostra base». Cui si aggiunge la «persistente ambiguità di fondo» sullo scioglimento del partito. «Saremmo oggi in grado di fare una mobilitazione come quella di Genova? - domanda retoricamente Alfio Nicotra (vicino a Ferrero) - Due anni al governo ci hanno trasformato». Mentre Roberto Musacchio prova ad allargare lo sguardo a quello che accade ai partiti comunisti europei (Francia, Spagna, Grecia) non per «mal comune mezzo gaudio», ma per ricordare che si tratta di una «scommessa internazionale» e che il percorso cominciato a Venezia va sì sottoposto a critica, ma non va «rinnegato». E da lì si deve ripartire perché «non ci sono scorciatoie al confronto di idee».

 

Repubblica – 20.4.08

 

I quartieri perduti - MICHELE SERRA

ROMA - Due stupri a Milano e Roma, in entrambi i casi ai danni di ragazze straniere venute a studiare in Italia, in entrambi i casi commessi da immigrati clandestini, infiammano gli strascichi dell'eterna campagna elettorale italiana. Pochi - purtroppo - gli elementi di razionalità disponibili. Comprese le cifre (violenze sessuali in diminuzione) inutilmente fornite dal ministro degli Interni uscente, Giuliano Amato. Si sa, del resto, che ben al di là delle statistiche esiste una "insicurezza percepita", che questa percezione è in costante crescita, e che (soprattutto) aumenta mano a mano che ci si allontana dai quartieri benestanti, dai ceti meglio protetti e anche meglio informati, e ci si avvicina alla vita di strada, a chi frequenta i mezzi pubblici, le stazioni, le periferie, i luoghi di transito. Avere trascurato questo dato di fatto (il sentimento dell'insicurezza è soprattutto un sentimento "popolare", un sentimento di strada) è costato carissimo alla sinistra in termini di credibilità politica e in termini elettorali. Ovvio che il candidato della destra al Comune di Roma, Alemanno, soffi sul fuoco dell'allarme sociale, sperando di lucrare qualche voto in più. Altrettanto scontato il repertorio leghista, con Roberto Castelli che invita a "fermare l'orda dei barbari" secondo l'arcinoto repertorio di "difesa etnica" già ampiamente premiato dalle urne. E non per questo meno ripugnante. Meno netta, e non da ora, è l'intenzione complessiva della sinistra, compresa e anche dispersa in quel vastissimo territorio che va dalla difesa dello stato di diritto alla repressione dei crimini, dall'accoglienza degli stranieri alla necessità di imporre anche a loro il rispetto delle nostre leggi: operazione, quest'ultima, di particolare difficoltà nel caso di popoli e culture che hanno delle donne un concetto sovente "proprietario", dunque rapinoso e violento. Al netto di tutto questo, che fa parte di uno scenario davvero trito (destra aggressiva, sinistra confusa), ci si domanda che cosa servirebbe, in sostanza, per migliorare la situazione, o comunque per arginarne gli effetti più cruenti. E la prima cosa che viene da dire è insieme la più ovvia e, probabilmente, la più giusta: maggior controllo del territorio, maggiore presenza delle forze dell'ordine. Elemento di visibile dissuasione (e di altrettanto visibile rassicurazione) del quale si parla da lunghi anni, attraverso diverse legislature e governi di centrodestra e centrosinistra, ma senza risultati apprezzabili. Di "vigili di quartiere", sul modello inglese, si sente parlare da tempo immemorabile, ma nessuno di noi ha avuto la fortuna di conoscerne uno. Di lamentele sullo spreco di personale negli uffici, di eccesso di mansioni burocratiche, idem. Eppure, non c'è mai stato un tangibile segnale di recupero sul territorio. Manca la percezione concreta di una svolta "di strada" per un problema "di strada", quello della sicurezza fisica, dell'incolumità personale, che è gravissimo, delicatissimo, e fa parte a pieno titolo dei diritti fondamentali della persona. La tentazione delle varie "ronde" più o meno spontanee, più o meno manesche, nasce esattamente dal timore che l'arretramento dello Stato, sul terreno tutt'altro che simbolico delle città, dei quartieri, delle periferie, sia anche un arretramento "politico": cioè il frutto di una inadempienza tecnica, pragmatica, di una incapacità di cambiare marcia. Sotto una fitta cappa di polemiche tra l'altro penosamente sempre identiche, con le stesse parole, gli stessi schemini "ideologici", gli stessi ruoli, rischia di esserci il vuoto, l'inerzia legislativa, l'assenza di risposte. Il migliore politico, sul terreno della sicurezza, è quello che parla di meno e comincia a contare quante divise ha a disposizione lo Stato, e come sistemarle sul terreno per vincere la guerra del diritto alla sicurezza.

 

La Stampa – 20.4.08

 

"La festa è finita: riempiamo le celle" - PAOLO COLONNELLO

«Glielo dico io, questo è il Paese del Bengodi! Qui ognuno può fare quello che vuole. Ma la festa è finita, glielo assicuro». L’ex ministro leghista della Giustizia è furioso. Quattro violenze sessuali in due giorni e tutte ad opera di stranieri o clandestini. Se non fosse una tragedia, per la Lega, in fondo, sarebbe una rivincita. È così onorevole Roberto Castelli? «Il fatto che gli stupri siano stati commessi sempre da clandestini si commenta da sè, la Lega come al solito è stata amaramente profetica. A questo punto auspichiamo che non solo il ministero degli Interni ma anche la Giustizia siano affidati a persone di polso. Non gente che sappia solo usare il buonismo. Comodo il buonismo, non da fastidio a nessuno. Qui invece bisogna dare un segnale subito alla gente». Per esempio? «Ma lo sa che il nostro Paese ha il numero di detenuti più basso d’Europa in proporzione al numero di abitanti?». Quindi bisognerebbe riempire le carceri? «Chi delinque va messo in galera, non ci sono mediazioni». Più galera per tutti? «Guardi che negli Usa dove la legge si applica sul serio, hanno due milioni di detenuti, uno ogni 150 pesone...». Solo che la maggior parte è di colore... «Se i neri delinquono... comunque con quella politica una città come Washington ha dimezzato il numero di omicidi in pochi anni». Anche il Viminale dice che proprio le violenze sessuali negli ultimi due anni sono diminuite del 12,6%. «Bisogna vedere che dati sono, andrebbero scorporati per scoprire quali sono reati leggeri, quali sono stupri. E comunque mi sembra che il messaggio uscito dalle urne sia chiarissimo: la gente vuole più sicurezza e bisogna dargliela». E voi gliela darete? «Certo, lo ha detto anche Berlusconi in campagna elettorale: tolleranza zero con i clandestini». Insomma, con il nuovo governo dobbiamo aspettarci un aumento dei detenuti? «Ma non c’è il minimo dubbio. Se no avremmo fallito il nostro programma in partenza». Giro di vite sui clandestini? «Non c’è niente da stare allegri: qui c’è un’orda di barbari che scorazza da troppo tempo impunemente sul territorio nazionale senza averne il diritto e che la sinistra non ha combattuto in nome del buonismo e dell’ideologia». Quale ideologia, che il comunismo è scomparso? «Quella figlia del ‘68 che dice: se un individuo delinque non è colpa sua ma della società. E chi è la società? Noi, i cittadini onesti. Così alla fine la colpa è dei cittadini onesti e non di questi qui. E i clandestini, persone teoricamente bisognose, possono far tutto quello che gli passa per la testa. Invece noi diciamo: esiste il libero arbitrio e se uno delinque è perché l’ha scelto. Allora prima va preso e messo in galera e se è clandestino va espulso». E per i reati sessuali, anche lei è per la castrazione chimica come il suo collega Calderoli? «Calderoli è un medico. Io invece non so quali siano gli effetti della castrazione chimica, se temporanei o permanenti. Non vorrei che poi se la potessero cavare con una pastiglietta... Si può prevedere che se uno accetta di sottoporsi a un programma terapeutico poi possa avere magari degli sconti. Guardi che noi non siamo forcaioli. Una certa legislazione premiale è necessaria, bisogna lasciare qualche speranza ai detenuti, non si può buttare via la chiave e basta. Ma deve essere chiaro che la prigione non è solo rieducazione ma anche protezione della società». Morale? «I cittadini vogliono vivere in pace. Lo ha capito anche la sinistra che è stata cancellata dalla faccia della terra in Italia... Quindi bisogna applicare le leggi che già esistono e che spesso non vengono applicate per colpa dei magistrati in preda all’ideologia di sinistra. Per questo il nuovo governo li dovrà incalzare anche sul piano culturale: la giustizia si applica in nome del popolo e il popolo vuole più sicurezza».

 

La Lega: "No ai regolamenti di conti"

ROMA - L'attacco di Montezemolo ai sindacati («Professionisti del veto») scuote il mondo della politica. La Lega e la Dc di Rotondi si smarcano dalla posizione del presidente uscente di Confindustria. La nota di Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato e coordinatore delle Segreterie Nazionali del Carroccio richiama Montezemolo e i sindacati «al senso di responsabilità»: «Le condizioni del Paese non consentono regolamenti di conti o scontri senza prigionieri - argomenta Calderoli -. Ora facciano tutti un esame di coscienza e diano, per la loro parte, un contributo reale alla ricostruzione di un Paese che in tanti, in primis la classe politica e i suoi sodali, hanno contribuito a distruggere». Sulla stessa linea il segretario della Democrazia Cristiana per le Autonomie, Gianfranco Rotondi: «Le dichiarazioni di Montezemolo contro il sindacato sono gravissime. Il presidente di Confindustria non può attaccare un giorno il Parlamento dei fannulloni e un giorno il sindacato degli sfasciacarrozze».  Ancora più dura è la reazione dei sindacati. Per Raffaele Bonanni, numero uno della Cisl, quello di Montezemolo è ststo «un raptus per essere alla ribalta, un populismo demodè». «Le sue parole non mi hanno colto di sorpresa - afferma il segretario generale della Cisl - perchè da un pò di tempo a questa parte ci ha abituato a dei veri e propri "raptus". Se la prende con i sindacati in modo generico, e per di più è ingeneroso perchè farebbe bene a guardare non la pagliuzza negli occhi degli altri, che pure ci sono, forse più grandi delle pagliuzze, ma alla trave che ha nel suo occhio». Secondo il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani «il presidente di Confindustria sta soffiando sul fuoco di una condizione sociale molto pesante con un linguaggio estremista e, come spesso gli capita in quest’ultima fase, senza alcun rispetto per il ruolo degli altri soggetti sociali». Durissima la reazione del segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, che promette battaglia: «Per quel che mi riguarda la sfida di Montezemolo è totalmente accettata, fabbrica per fabbrica, sciopero per sciopero». Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti afferma invece che «se gli industriali trattassero meglio i lavoratori, questi saranno ancora più vicini». «Gli dessero più soldi, visto che li pagano molto poco» aggiunge il leader della Uil che invece non commenta le affermazioni circa i sindacati come professionisti del veto limitandosi a dire: «Montezemolo è a fine mandato».

 

Un decalogo per il Nord – Flavia Amabile

Pietro Vignali è una di quelle figure lontane da partiti e ideologie che sempre più spesso vanno a gestire le città del nord Italia. Sindaco di Parma, eletto con una lista civica dentro la quale c’erano voti di Forza Italia, Udc, Margherita oltre che del suo movimento cittadino, ha avuto un’idea: mettere intorno a uno stesso tavolo 16 sindaci per scrivere una Carta di sicurezza da mandare al governo non come sindaci sceriffi ma «proprio perché non ci sia bisogno di sceriffi». Gli ho chiesto di creare per i nostri lettori un decalogo su quello che un sindaco del Nord chiede ai politici romani. Più poteri per i sindaci. «Se devo impedire che la prostituzione renda invivibile un quartiere devo appellarmi al codice della strada? Oppure se devo sgomberare uno stabile occupato abusivamente devo dichiararlo inagibile o igienicamente insalubre? Ma, scherziamo? I sindaci devono poter emettere ordinanze sull’ordine pubblico e ci vogliono poteri di polizia ai vigili per i reati minori». Più soldi e mezzi. «Sono necessari un potenziamento dell’organico e della dotazione dei mezzi delle forze dell’ordine. Servono risorse per finanziamenti specifici per progetti di sicurezza e qualità urbana e per un ‘pacchetto rosa’ specifico per la sicurezza delle donne. Oggi ci paghiamo da soli l’illuminazione, la videosorveglianza nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto pubblico, il buono taxi serale per le donne, i parcheggi rosa». Le leggi. «C’è bisogno di regole chiare e norme più severe per alcuni reati: dallo sfruttamento dei minori in attività criminali o per l’accattonaggio, all’occupazione abusiva di luogo pubblico. Ma si deve inserire anche lo stupro, ad esempio, fra i reati che causano ‘grave allarme sociale’». La politica fiscale. «Io sono per la sussidiarietà fiscale e il federalismo è il primo passo. Non mi spiego perché le risorse che un territorio produce debbano andare in blocco a Roma per poi ritornare indietro diminuite del costo della burocrazia. Poi bisognerà arrivare alla sussidiarietà fiscale cioè a mantenere le risorse dove si generano: cittadini, famiglie, imprese. E ai comuni va garantita l’autonomia impositiva». Il ruolo dei partiti. «I partiti sono importanti ma c’è bisogno che facciano un passo indietro per farne fare dieci in avanti al Paese. Pensiamo all’incontro di venerdì sulla sicurezza. Noi 16 sindaci non la pensiamo allo stesso modo su tutto, eppure guardi su quanti argomenti facciamo fronte comune. Se le logiche di parte vengono prima del bene comune, la politica non serve a nulla, è solo un costo per i cittadini». Il dialogo bipartisan con i sindaci. «Anche in futuro dobbiamo fare sistema. Continueremo a confrontarci e a collaborare anche su altri temi e con altri comuni». La burocrazia. «Bisogna snellire, vorrei una grande semplificazione amministrativa. Non è normale che per realizzare un termovalorizzatore l’iter amministrativo duri il doppio di quello realizzativo». Ascoltare i cittadini. «La maggior parte dei miei provvedimenti non nasce nelle stanze della strategia politica ma da suggerimenti dei miei concittadini. Noi amministratori locali abbiamo l’obbligo della concretezza, perché la gente non va certo al ministero dell’Interno a reclamare più sicurezza». Una comunità attiva. «Ci sono sfide per cui l’impegno dell’ente pubblico non basta. Penso alla qualità dell’aria, o all’ambiente in genere ma anche alla sicurezza e al sociale. Il bene comune è il bene di tutti e tutti sono chiamati a partecipare attivamente».

 

L'esodo dei poveri da sinistra a destra – Barbara Spinelli

Il passaggio da sinistra a destra di numerosi elettori popolari ha prodotto in Italia stupore triste o divina sorpresa, ma è un fenomeno non nuovo nelle democrazie e come spesso succede è in America che s'è manifestato negli ultimi decenni, estendendosi poi all'Europa. In realtà è fenomeno antico ­ la Germania prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme ­ e se oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c'è il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all'individuo che si sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe. Nietzsche dà a tale passione il nome di morale dello schiavo, perché l'uomo del risentimento ha l'impressione quasi fiera di non poter mai raggiungere il benessere o il potere cui aspira. «Il No ­ spiega nella Genealogia della Morale ­ è la sua azione creatrice». Il no è opposto a tutto quello che è «fuori», «altro», che è «non io». Una prima risposta all'esodo dei poveri verso destra è venuta in queste settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l'amarezza è tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s'aggrappa non a reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi, culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero. Amarezza e frustrazione sono varianti del risentimento descritto da Nietzsche, e negarne la realtà vuol dire fuggirla. Sono decenni che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici. Obama è stato giudicato ingenuo, imprudente: avrebbe offeso gli operai, guardandoli dall'alto e comportandosi come uno snob, un elitario (in Italia si dice anche: antipatico). Non è detto che siano critiche errate, ed è vero che Obama rischia molto, sin dalle primarie di martedì in Pennsylvania. Ma perdere le battaglie non significa aver torto, e i numeri delle urne non ti danno automaticamente ragione: cosa spesso trascurata da commentatori improvvisamente dimentichi di quel che il prosindaco leghista di Treviso Gentilini dice a proposito del ventennio fascista («il ricordo di una maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere, ubbidiva alle leggi») o delle parole proferite dall'onorevole leghista Salvini («i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli»). Quel che vince è piuttosto un malinteso, sui valori come sulla povertà: lo stesso malinteso che affligge oggi Obama. L'amarezza di cui ha parlato il candidato è cosa tangibile, dopo le tante promesse non mantenute di Bush, ma d'un tratto è lui ad aver offeso i poveri, la gente comune non beneficata da regali fiscali, il lavoratore autentico che fatica a sbarcare il lunario. Da parecchi decenni la destra americana si è fatta paladina dei poveri e delle classi medie declassate, e con Bush junior la vocazione s'è ancor più sdoppiata: impoverire i deboli, e scaricare su altri la responsabilità dell'impoverimento. Nel 2004 hanno votato per lui numerose regioni immiserite. Il risentimento che generalmente appartiene alle sinistre è passato a destra, e proprio questo ha voluto dire Obama parlando di quei valori divisivi (le cosiddette wedge questions con cui i repubblicani svuotano l'elettorato democratico: religione politicizzata, aborto, matrimoni gay, controllo delle armi). In Francia sono valori divisivi il nazionalismo, e il rancore contro una sinistra sospettata di transigere su immigrati, sicurezza, ed erede di quel terribile Sessantotto ripetutamente denunciato in America, Francia e Italia. Il malinteso su valori e povertà è acutamente analizzato da Thomas Frank, in un libro pubblicato in concomitanza con la seconda vittoria di Bush (What's the Matter With Kansas? How conservatives won the heart of America, 2004). Obama ha forse sbagliato a usarne gli argomenti, ma le cose narrate nel libro restano importanti e valgono anche in Europa. Il risentimento ha infatti bisogno, per continuare a infiammare, di un'indignazione che non scema e anzi si dilata, indipendentemente dai risultati elettorali. L'uomo del risentimento rinasce contemplando se stesso, e il se stesso che contempla è non solo insoddisfatto ma eternamente marginale, minoritario, vittima di un'élite dominante che lo tiranneggia e l'imbavaglia. Dell'élite fanno parte i liberal americani (le sinistre europee) e il loro potere è considerato enorme, soffocante, invincibile. Essi agiscono attraverso i giudici, gli universitari, i giornalisti, gli intellettuali, anche quando questi ultimi si spostano a destra. Qui è la menzogna, che occulta la realtà per istinto e strategia. La conquista dei ceti popolari avviene fingendo che la maggioranza conservatrice, anche quando ha tutti i poteri come in America (parlamento, Corte suprema), anche quando regna su affari ed economia, sia una maggioranza perseguitata. Gli uomini di sinistra, ai suoi occhi, sono al potere comunque, poco importa se eletti o no: il progressismo liberal domina anche se i Repubblicani hanno vinto sei elezioni presidenziali su nove dal 1968; anche quando i Repubblicani controllavano tutti i poteri dello Stato. «Al di là della politica, il liberalismo è un tiranno che domina la nostra esistenza nei modi più svariati e rovesciarlo è praticamente impossibile». L'oppressore e il prepotente quasi sempre s'atteggiano a vittima. L'ideologia del ressentiment è questo: ritenersi in ogni caso e sempre un outsider, un emarginato, anche quando si hanno le leve del potere. È un dispositivo centrale dei successi di Bush, Sarkozy, Berlusconi: per vincere, occorre che l'indignazione non si raffreddi mai, dunque che la realtà sia a intervalli regolari falsata. Se un giornalista come Marco Travaglio scrive che in Italia permangono conflitti d'interessi e corruzione è considerato subito non un outsider, come irrefutabilmente è, ma un nemico straordinariamente forte e minaccioso. Basta un solo dissidente, basta un giornale minoritario come l'Unità, e gli outsider vincitori si sentono assediati da orde vastissime. Nelle dittature basta l'1 per cento di dissenso ed è panico. Frank racconta come questo risentimento populista abbia fatto presa nell'800 sulla sinistra ­ in Texas ad esempio ­ e sia stato poi disinvoltamente catturato dalla destra. Perché ciò avvenisse sono cambiate le antiche linee divisorie: la lotta di classe contrapponeva operai e padroni, poveri e ricchi, sopra e sotto, mentre oggi ci si divide tra assistiti o parassiti e salariati, tra bianchi e neri, tra chi è fuori e chi dentro, tra chi si sveglia all'alba ­ dice Sarkozy ­ e chi dopo. Ma soprattutto ci si divide culturalmente: tra snob e autentici, tra antipatrioti come Obama (non porta la spilla con la bandiera Usa sulla giacca) e nazionalisti, tra relativisti e devoti, magari calcolatori ma pur sempre devoti. La sinistra ha molto da fare, se vuol arrestare la parte menzognera dell'esodo e convincere i fuggitivi che ha perduto per propria insipienza, per propria incapacità di dar risposte razionali alle nuove povertà, ai nuovi bisogni popolari. Si tratta di ricominciare a parlare di economia, di malaffare, di legalità, obbedendo inflessibilmente al principio di realtà. Si tratta di denunciare il potere dove realmente si esercita. Si tratta di rivalutare la sicurezza, senza criminalizzare i giudici ma rendendoli più rapidi e presenti in un settore ­ l'immigrazione ­ che sarà sanato dalla legge uguale per tutti oltre che dall'ordine. Si tratta di dire le cose come stanno: è la più appassionante delle avventure, se solo si designa l'avversario senza aver paura della falsa paura che si incute.


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