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Strage sul lavoro senza tregua: 5 morti e 4 feriti

Manifesto – 23.4.08

 

Strage sul lavoro senza tregua: 5 morti e 4 feriti - Antonio Sciotto

Roma - Ieri un bollettino terribile, di quelli che non si vorrebbero mai leggere: cinque morti sul lavoro, e tre feriti gravi. A parte i lavoratori che muoiono, che lasciano un dolore terribile nelle famiglie, e un senso di impotenza, non bisogna dimenticare quelli che restano invalidi perché perdono un braccio o una gamba: spesso devono rinunciare per sempre alla propria autonomia e indipendenza, e inizia un calvario di cure mediche, costose e senza un'assistenza pubblica adeguata, una vita di stenti e la ricerca - spesso vana - di una nuova occupazione. Tra i morti e feriti di ieri, anche operai extracomunitari, a testimoniare l'impegno (mal ripagato) che mettono per dare valore alla nostra economia, mentre nella società - e soprattutto nella politica italiana - si diffondono idee ogni giorno più razziste e xenofobe. Ma è proprio dalla politica - e in particolare dal nuovo governo - che viene una minaccia: Maurizio Sacconi, esponente del Pdl e tra i candidati a guidare il ministero del Lavoro, ha riproposto ieri di modificare il Testo unico sulla sicurezza, cercando «il consenso» di chi non ha apprezzato quella legge: il riferimento è a tutte quelle associazioni imprenditoriali - capofila la Confindustria - che chiedono sconti sulle sanzioni - ritenute pesanti e punitive - volendo ottenere a fronte fondi per la prevenzio e el'informazione: fa gola in particolare il «bottino» dell'Inail, un avanzo di cassa pari ogni anno a circa un miliardo di euro (e oggi l'avanzo totale già accumulato ammonta a 12 miliardi), che Sacconi avrebbe in mente di redistribuire alle imprese, sottoforma di «incentivi» alla sicurezza. Ma non sarebbe piuttosto giusto redistribuire quei soldi ai lavoratori, che soffrono a causa di pensioni Inail spesso risibilissime a fronte dei danni subiti? I soldi per la sicurezza perché non li sborsano gli imprenditori? Con quel poco che pagano i dipendenti, riteniamo che ne avrebbero ampio margine. Le cinque vittime. Il primo morto della giornata, ieri si è registrato nel frusinate: a Villa Santo Stefano è morto Giulio Agostini, un operaio edile di 44 anni, sposato e padre di due figli di 14 e 18 anni, che è caduto da un'altezza di 8 metri dopo essere scivolato da una scala. Stava ristrutturando un'abitazione privata. «Quando accadono incidenti del genere non si tratta mai di fatalità, ma di misure di sicurezza disattese. La vittima non aveva alcuna imbragatura», denuncia Luciano Piroli, segretario della Fillea Cgil. A Schiavonia d'Este (Padova), sono morti due fratelli, Diego e Stefano Trovò: stavano pulendo un camion all'interno della ditta di trasporti di cui Stefano era titolare. Hanno urtato con una scopa i cavi dell'alta tensione, e sono rimasti entrambi folgorati. Iuko Jerco, saldocarpentiere croato di 41 anni, ha perso la vita in un'officina della Fincantieri di Monfalcone; l'operaio lavorava per una ditta croata che opera per il consorzio Mistral di Trieste. Fim Fiom e Uilm hanno proclamato per oggi lo sciopero di un'ora in tutti gli stabilimenti del gruppo Fincantieri, e di 8 ore in quello di Monfalcone. L'ultimo morto di ieri è un bosniaco di 21 anni - Adis Masinovic - che lavorava per costruire un sovrappasso ferroviario, nel ferrarese; l'operaio è stato investito dall'Eurostar 9463 Venezia-Roma, vicino a Coronella. I quattro feriti. Ieri si sono registrati purtroppo anche quattro feriti. Un autista di 45 anni è stato colpito da un muletto in un'azienda comasca: gli è stata amputata una gamba. Un extracomunitario di 32 anni ha avuto il braccio maciullato da un'impastatrice di cemento: lavorava al rifacimento di una banchina nel porto di La Spezia. Traumi al torace e alla gamba ha riportato Gjoni Arian, dipendente della Pedretti, ditta in appalto all'interno dell'Ilva di Taranto: è caduto da 15 metri di altezza. Ad Angri (Salerno), è caduto da 3 metri un operaio di 62 anni, in un cantiere della locale scuola media.

 

Romeni e rifiuti, una campagna da paura a Roma - Stefano Dilani

Roma - In campagna elettorale ogni giorno ha la sua priorità, il suo problema da risolvere, il suo slogan da esibire. Ieri la sicurezza, oggi i rifiuti e domani chissà. Lo sanno bene Rutelli e Alemanno che si stanno giocando le ultime carte prima del ballottaggio del 27 e 28 aprile da cui uscirà il nuovo sindaco di Roma. Il copione ormai è noto. Si comincia di buon mattino aspettando la prima dichiarazione, chi riesce a battere sul tempo l'altro. Poi si attende l'immediata replica dell'avversario e il gioco è fatto. Così è stato per il tema della sicurezza, con le polemiche scaturite in seguito alla proposta di Rutelli che, subito dopo l'aggressione della ragazza nordafricana da parte di un cittadino rumeno nella periferia nord della capitale, ha pensato di dotare le donne di un braccialetto elettronico antistupro suscitando parecchio clamore. Da quel momento è stato un crescendo, un gioco al rialzo a chi la prometteva più grossa. Al pacchetto commissario straordinario più espulsione di 20mila clandestini, «rumeni compresi» (che clandestini in realtà non sono) ideato da Alemanno ha risposto a stretto giro Rutelli con la sua personalissima supercommissione contro la criminalità (Csi) e l'abolizione dell'assessorato alla sicurezza che diventerà competenza del sindaco. E anche nell'atteso faccia a faccia televisivo di ieri a Ballarò i due sono tornati a duellare sull'insicurezza dei romani, ribadendo le loro proposte senza avanzare alcuna novità. Tutto già visto e tutto già sentito, da una parte Alemanno che esordisce così: «Roma è avvolta nel degrado e i cittadini sono spaventati» e poi via via tutti i suoi cavalli di battaglia: campi nomadi, l'omicidio della signora Reggiani, l'immigrazione clandestina. E con Rutelli a rimandare al mittente ogni responsabilità, «lui era ministro del governo Berlusconi quando hanno varato una sanatoria per oltre 140mila rumeni». Tante le accuse reciproche ma poche le risposte concrete. Chissà se uscirà qualcosa di nuovo da qui a domenica dove i due si sfideranno nuovamente prima a distanza a Primo Piano (stasera Alemanno, domani Rutelli) e poi nel gran finale venerdì sera a Matrix da Mentana. E se la sicurezza continua a dominare la scena, perché è su questo tema che si vincerà la partita, da ieri se n'è aggiunto un altro, quello dei rifiuti. E anche qui il comun denominatore resta uno: la paura. «Paura che tra qualche mese Roma diventi come Napoli, Malagrotta sta scoppiando», è la catastrofica previsione di Alemanno in tour tra le discariche abusive della capitale. A rispondergli stavolta non è Rutelli bensì Marrazzo che in quanto presidente della regione Lazio ha la competenza in materia. «Alemanno continua a descrivere una città e una regione che non esistono. E offende la Capitale dandone un'immagine che la ferisce», dice il governatore che rimanda risponde per le rime: «Mi chiedo se Alemanno non sia lo stesso Alemanno alleato della Giunta Regionale di centrodestra che, dal 2000 al 2005, ha tentato di ridurre il perimetro dei parchi regionali e non ha realizzato alcun intervento serio in materia di rifiuti, lo stesso che scendeva in piazza per contestare i termovalorizzatori in Campania e che oggi li chiede per questa regione». Ma ad aiutare Rutelli non è solo Marrazzo, ieri a scendere in campo è stato Veltroni in persona. Anzi è sceso direttamente nelle strade, quelle periferiche di Tor Bella Monaca, a dire alla gente che «Rutelli ha fatto il lavoro che un sindaco deve fare». Anzi di più: «Prima del 1993 la città era dominata dalla corruzione, poi è arrivato Rutelli e Roma è cambiata». La sua paura è che ora la sua città possa cambiare di nuovo passando, dopo quindici anni di centrosinistra, in mano alla destra.

 

Il cuore dell'Emilia batte a destra e la Lega fa boom - Sara Farolfi

Inviata a Reggio Emilia «E' caduto il muro di Berlino con questo voto». Il secondo, quello che corre lungo il letto del fiume Enza, confine che simbolicamente delimita 'il nocciolo del sistema Emilia'. Martedì scorso la rossa terra emiliana, dove il Pd viaggia sopra al 50%, si è scoperta più verde. La Lega ha fatto il botto e alla desolata sede emiliana del Carroccio, a Reggio Emilia, quasi si sono spaventati. Poi, numeri alla mano, si sono messi in bocca parole d'occasione, pronti a cavalcare «la nuova via emiliana al leghismo». Leghismo senza guida, forse perciò persino più radicato. E leghismo senza corni, elmi o ampolle. Niente camice verdi, poco folclore e tanto pragmatismo, da buona scuola emiliana. Sabato scorso il Carroccio ha speso 300 euro per festeggiare nella piazza della città il successo elettorale. Lambrusco, ciccioli e salame per tutti, la piazza era piena. Tirava vento, e dall'alto della torre del municipio la bandiera italiana si è lacerata. Il rosso è volato via, «c'è un'aria nuova inutile negarlo». Emilia paranoica. Il voto leghista fatica a vedersi. La cultura leghista invece trasuda da tanti discorsi, dal voto a sinistra come da quello a destra. «La gente è oppressa dagli extracomunitari, non ci sentiamo tutelati, forse siamo stati troppo permissivi negli anni, oggi non si può più negarlo, l'emergenza sicurezza c'è». Silvia ha 41 anni, parla veloce durante la pausa mensa fuori dai cancelli della Immergas di Lentigione (Brescello). «Ma tu hai votato Lega?», la interrompe Marco, delegato Fiom a Guastalla. «Ma che scherziamo?». Nella Bassa reggiana, tra i campi e le fabbriche la Lega ha preso percentuali a due cifre ma qui, come nei comuni montani, stupisce meno che altrove. «Anche gli immigrati votano Carroccio», sgrana i suoi occhi blu Mariella, 48 anni, delegata Fiom alla Immergas. «Si sentono minacciati e mi dicono 'mia moglie e i miei figli li ho già portati qua, adesso meno ne entrano meglio è'. C'è qualcosa che non va e la Lega lo intercetta». A Guastalla (Lega al 14%) sono i quadri sindacali a lamentare, il sabato mattina, la confusione in camera del lavoro: «Troppa gente, troppi immigrati che vengono per tutte le loro pratiche, non si riesce più a stare in pace». Il casìno, la lingua, perfino l'odore. Raccontano che «in alcune aziende è sempre più frequente la richiesta di spogliatoi separati, e a chiederlo è gente 'di sinistra': pensa cosa succede se dalla fabbrica passi al condominio». Paure e insicurezze fanno da cinghia di trasmissione di un rancore sociale montante, da Lentigione a Scandiano (dove la Lega ha preso il 9,50% dei voti), a pochi chilometri da Reggio. Anche sotto la rocca del Boiardo, paese natìo di Romano Prodi, la vita «con tutti questi immigrati, si è fatta insostenibile». Il voto a destra di Simonetta, operaia alla Immergas e tesserata Fiom, e quello a sinistra (arcobaleno) di Giovanni, pensionato di Scandiano, non sono così distanti: «immigrati e sicurezza, questo è il problema», ripetono entrambi. Gli stranieri vengono prima nelle graduatorie per il nido (i dati dicono invece che al nido entrano tutti); rallentano l'apprendimento nelle classi miste; e ottengono dall'Inps l'indennità per il ricongiungimento familiare. Senza urla, il rancore sociale in Emilia è più un sussurro, uscito allo scoperto con i risultati elettorali: educatamente (per ora) padroni a casa propria. «La Lega rompe un freno inibitore per chi, di sinistra, non potrebbe votare a destra», osserva Valerio Bondi, segretario della Fiom provinciale. E il voto a sinistra sembra resistere più che altro come inviolabile 'tabù'. Fino a quando? La città e la fabbrica. Company town all'emiliana, il comune di Fabbrico (a una trentina di chilometri da Reggio Emilia) si snoda intorno ai confini della Landini, grande azienda che produce trattori: 6300 abitanti, quasi mille i dipendenti della Landini (tra cui 70 indiani, 400 meridionali), 470 gli iscritti al sindacato. Il Pd al 63%, il sindaco (di centrosinistra) eletto con l'83% dei voti, a Fabbrico la Lega ha preso 240 voti (il 7%), contro 133 della sinistra arcobaleno. Dentro e fuori la fabbrica, la convivenza tra le tre comunità (fabbricesi, indiani e meridionali) scricchiola, fabbricesi contro immigrati, meridionali contro indiani. In fabbrica per esempio si è sempre concordato il fermo del martedì dopo il lunedì di pasquetta, come anche la modifica dell'orario di lavoro per i mondiali di calcio. Oggi i fabbricesi protestano e polemizzano: «Ma perchè devo utilizzare le mie ferie, o cambiare d'orario, per fare un favore ai meridionali?». Paolo, Luca e Sergio, una vita in fabbrica, delegati sindacali Fiom in azienda, non hanno dubbi: «Quello alla Lega non è un voto di protesta. Quindici anni fa forse, ma oggi la Lega prende piede nelle nostre zone e se continua così, è destinata a crescere». Voto che dice del disagio, del malcontento, di un tessuto sociale in crisi (la popolazione di Fabbrico è crescita del 20% nel giro di dieci anni) che lentamente sembra sgretolarsi. «Oggi è il quotidiano che conta», gli operai vivono solo per «la pilla», come si dice da queste parti. E la Lega è sul quotidiano che dà risposte. «Se ora che sono al governo riescono a mettere anche soldi in busta paga - dice Sergio - sarà ancora più difficile». Discutere dei problemi in maniera collettiva sembra diventato impossibile. Le adesioni sindacali sono alte ma ondivaghe: «Se rispondi alle loro domande (degli operai ndr), bene. Altrimenti, tanti saluti». E questo vale anche per il voto leghista: «Non è lo sposare un'idea, ma la risposta a un bisogno, e l'utilità di quella risposta in quel dato momento». Il sindacato viene visto e talvolta utilizzato come uno strumento di potere, e la fabbrica - anche una altamente sindacalizzata come la Landini - è diventata «l'arte di arrangiarsi individuale». «Nessuno lo dice, ma qualcuno la Lega dovrà pure averla votata», conclude Sergio. E il Carroccio, anche a Fabbrico, ha ringraziato. Attaccando adesivi verdi sulla porta del municipio, e con gazebo in una piazza vicina per festeggiare i risultati. La musica suonava «va pensiero». I nuovi no global. Quello leghista è un voto trasversale, tra giovani, operai, pensionati, ceto medio e borghesia. Il Carroccio ha preso voti dalla destra, dal centrosinistra e anche qualcuno dalla sinistra arcobaleno (ma ad un vero e proprio travaso dalla sinistra al Carroccio quasi nessuno crede). Angelo Alessandri, presidente della federazione leghista, fino all'altro ieri un perfetto sconosciuto, sarà forse candidato sindaco al comune di Reggio Emilia. In città come «al matt», nella sede del Carroccio (che conta 400 iscritti) è «il D'Alema leghista». Giacomo Giovannini, il segretario cittadino del Carroccio, ha le idee chiare: «La globalizzazione è conflitto tra territori, non più tra operaio e padrone, e il Pd è un dinosauro, grande corpo e piccola testa. Ha vissuto di rendita, ora se ne accorge, ma forse è troppo tardi». Sulla parete dietro di lui spicca incorniciato un ritaglio di giornale: era il 1975, e Guido Fanti diceva della necessità di una «macroregione padana», «un po' quello che oggi propone Cofferati». Se cade il tabù. Quando due anni un marocchino fu brutalmente pestato da tre carabinieri di Sassuolo, a Reggio ci fu una raccolta firme. In solidarietà con i carabinieri. «Campanello d'allarme di un voto che oggi è decisamente strutturato», dice Francesco, giovane titolare di un'azienda di servizi per la formazione, associata a Confindustria. Due anni fa l'assessorato all'immigrazione del Comune ha cambiato nome ed è diventato l'«assessorato all'immigrazione, sicurezza e coesione sociale». Vicino alla stazione ferroviaria, che nell'immaginario cittadino e nei resoconti dei giornali è diventata una specie di Bronx, è nato il 'Centro risoluzione conflitti'. Reggio Emilia è, in tutto il paese, la città che ha registrato il maggiore aumento di popolazione negli ultimi anni, spiega Matteo, giovane ricercatore all'Università di Modena e Reggio Emilia. E' anche tra le prime tre province italiane che hanno assorbito il numero maggiore di quote di immigrazione. Gli immigrati (comunitari e extracomunitari) costituiscono il 13% della popolazione, la percentuale più alta dello stivale, dice Adil, che lavora per il centro interculturale del Comune. Reggio Emilia è l'unica città italiana entrata in un programma europeo sulle città interculturali. La maggior parte della popolazione immigrata (che per metà è donna) lavora, in fabbrica, nei campi o nei servizi alla persona. «La trasformazione è potente, la Lega dà risposte, e la sinistra non ne parla», conclude Adil. Quattordici anni fa il primo consigliere eletto con i voti della Lega fu un medico siriano, a Scandiano: si dimise dopo 4 anni, scoprendo che la Lega era razzista.

 

«Alla fine vinceremo il congresso» - Micaela Bongi e Andrea Fabozzi

A meno di una settimana dalla catastrofe, dentro Rifondazione comunista si è aperto lo scontro. Il segretario Franco Giordano si è dimesso e nel Comitato politico nazionale è stata ribaltata la maggioranza bertinottiana e si è imposta una nuova maggioranza formata dall'area del ministro Paolo Ferrero e dalla componente Essere comunisti di Claudio Grassi. Era così inevitabile un immediato scontro di potere, non sarebbe stato meglio prendersi più tempo per valutare questo tsunami? Possibile che non afferriate ancora quello che è accaduto il 13 e 14 aprile? E' stata una svolta drammatica, clamorosa. E' la prima volta dal dopoguerra che non c'è la sinistra nel parlamento italiano. Il conflitto sociale viene espunto dal parlamento e contemporaneamente Montezemolo delegittima il sindacato, dicendo: non siete voi i portatori del conflitto. Il più potente processo di americanizzazione della società italiana avviene con uno spostamento a destra impressionante e una crescita inquietante della Lega. In queste ore, con un'assunzione di responsabilità che io penso debba essere collettiva, dobbiamo provare a ricostruire. Prima ancora di una sciocca e futile resa dei conti si deve aprire una discussione vera. Ho detto: si apre immediatamente il congresso. Però le sorti di Rifondazione sono legate alle sorti della sinistra. Bisogna ripartire dal Prc e contemporaneamente costruire la sinistra in Italia. Non possiamo rinchiuderci in una discussione tutta interna, dobbiamo fare assemblee aperte con tutti coloro che si sentono di sinistra in questo paese, anche quelli che hanno creduto all'inganno del voto utile o ci hanno criticato sul governo, e ora posso dire anche a ragione, e si sono astenuti. Chiedi un'assunzione di responsabilità collettiva perché secondo te è mancata? Nel comitato politico ho sentito parole aspre e un'ingenerosità anche umana. E' stata riproposta la cultura del sospetto. Quella di chi dice certo, siamo stati tutti responsabili, ma voi non avete contrastato chi aveva il disegno di azzerare Rifondazione. Io ho sempre pensato il contrario e l'ho dimostrato. Valorizzare la Rifondazione che abbiamo costruito in questi anni significa determinare un processo unitario, le due cose stanno insieme. Ma riproporre la federazione significherebbe negare le ragioni della sconfitta. La Sinistra arcobaleno non ha funzionato perché è stata troppo federazione. Soltanto un aggregazione elettorale? Sì, per questo ho trovato ingenerose e sbagliate le critiche nei confronti di Fausto Bertinotti che ha tentato di colmare quel vuoto. Ma quella di Bertinotti è stata vissuta dagli altri soci dell'Arcobaleno anche come una forzatura. Bertinotti ha provato a fare da collante, a dare un'identità politica e culturale al progetto. Che non può essere il modello federativo. Bertinotti negli ultimi giorni ha assunto una posizione defilata, non avrebbe fatto meglio a presentarsi davanti al partito? Fausto ha messo la sua faccia anche rispetto alla sconfitta, ma poi ha fatto quello aveva detto: rinunciare a incarichi di direzione. Sono invece molto d'accordo con quel vostro lettore, Paolo, che oggi (ieri per chi legge, ndr) vi ha scritto per stigmatizzare quanti nel partito solo adesso criticano Bertinotti. Ho trovato francamente inelegante... diciamo sgradevoli, tutte le critiche. Tremende. Come si è visto erano strumentali. Nessuna autocritica nemmeno su come è stato scelto Bertinotti, in un pomeriggio, riunendo solo i segretari? E' stata una conseguenza del modello federativo, che presuppone passaggi poco partecipativi. Sì, c'è stato un deficit di democrazia, è vero. Abbiamo avuto poco tempo. Penso invece che il percorso di partecipazione democratica debba essere vincolato ai territori. E alla loro rivisitazione: non è più il territorio che abbiamo abbandonato 10 anni fa, è stato desertificato e ha sfondato la destra. A questo tipo di scollamento non si risponde recuperando una rappresentanza degli interessi di classe? Fare un contenitore della sinistra costringe a mediazioni con parti che hanno una rappresentanza diversa o idee diverse del conflitto e sposta il dibattito sul terreno teorico della «sinistra che serve». E gli operai votano Lega. Dobbiamo disporci umilmente a ragionare su qual è il nostro deficit, io vedo quattro ipotesi di lavoro: riaprire il tema del conflitto sociale. Ripartire dai movimenti. E dalle vertenze che si radicano nei territori in maniera rovesciata rispetto alla Lega: dobbiamo investire su quelle comunità che non propongono un'identità conflittuale dentro la globalizzazione, ma socializzata. Penso a Vicenza, ai no tav. Vendola ha vinto in Puglia perché ha alluso a un'idea di comunità solidale. Altro tema: la pratica della differenza sessuale, riconoscendo la parzialità del maschile. Riallacciare con i movimenti non sarà facile. Sarete presi a pesci in faccia. La manifestazione di Vicenza, il gay pride e la manifestazione del 20 ottobre sono stati tre momenti di grande mobilitazione e noi li dentro c'eravamo. Ma il governo è stato impermeabile, abbiamo incontrato un muro. Non conveniva allora rompere? Nel momento alto del conflitto sul protocollo welfare avremmo potuto dare un segnale più forte, passare all'appoggio esterno ritirando la delegazione al governo guidata da Ferrero. Ma da quella parte ho trovato una resistenza che in quel momento sarebbe stata difficilmente gestibile. Non è stato fatto per amore di unità. Mi irrita che gli stessi che in quell'occasione ebbero quella resistenza ora mi accusino di governismo. Dici no alla federazione, ma per come è ridotto l'Arcobaleno sembra persino un'ipotesi lontana. Ognuno sta andando per conto suo, ripartire da Rifondazione più che una scelta è inevitabile. Bisogna ripartire da questa Rifondazione, non da una sua forma caricaturale, non quella di 15 anni fa, ma quella che è passata attraverso ricerca e innovazione. Visto il risultato elettorale di oggi, la Rifondazione di allora non era così male... Chiariamoci, io penso che il segnale più fortemente rifondativo della nostra cultura avviene con la rottura del '98. Lì, pur rischiando in prima persona come soggetto politico, abbiamo garantito la nostra autonomia progettuale e riaperto il discorso unitario. Ho visto opinioni difformi al Cpn sul fatto che ci sia un nesso tra questa Rifondazione e la vocazione unitaria a sinistra. Invece è nel nostro dna. Guardate quello che è accaduto all'assemblea di Firenze. Dovevamo andarci tutti, ma hanno chiesto in tanti di riunire subito il comitato politico e per non dare impressione di voler rinviare la discussione mi sono subito pure le critica di Revelli. Firenze dimostra che c'è una domanda fortissima di protagonismo e partecipazione. L'elemento chiave è che in una struttura a rete un iscritto del Prc deve valere quanto chiunque altro si voglia iscrivere alla sinistra. E a chi ha partecipato al processo unitario e poi subito si è sfilato cosa hai da dire? Mi invitate a nozze. La proposta di federazione non è neanche nostra. Il Pdci ha fatto campagna per la federazione, e poi si è sfilato. C'è qualcosa di incredibile. Ora propongono la costituente comunista, l'esatto contrario della federazione. Non ci sto, assomiglia a una restaurazione comunista. Sbaglia anche Ferrero a mettere sullo stesso piano la costituente comunista e l'unità a sinistra. Anche se non ho più un ruolo, invito a non distruggere quel bagaglio politico e culturale che è stata, chiamiamola così, la mia Rifondazione. E a non avere un atteggiamento doroteo. I dorotei mettevano insieme cose diverse per conservare quello che c'è. Nell'ultimo comitato politico una maggioranza spuria ha stravolto la cultura politica consolidata in questi anni. Maggioranza spuria: dunque pensi di vincere il congresso? Ho fiducia che alla fine possa prevalere la forza di quell'innovazione politica che abbiamo costruito. L'operazione prodotta al Cpn, che non ha la maggioranza assoluta, per le sue caratteristiche occasionali non è l'orientamento prevalente. Al congresso la rottura potrebbe essere insanabile, si rischia una nuova scissione? Dobbiamo scongiurare questa ipotesi. Riuscirete a farlo candidando Vendola? Nichi è una risorsa straordinaria per la sinistra. Adesso fa un altro lavoro. Ma vedremo.

 

Rabawi, la città del futuro nascerà sotto occupazione - Michele Giorgio

Ramallah - La sede della «Massar» è in una bella villa con giardino, in un'area residenziale di Ramallah non lontano dal comando delle forze di occupazione israeliane di Bet El. È un giorno di riposo nel resto della città palestinese, ma qui gli impiegati vanno avanti e indietro con in mano documenti per l'amministratore e proprietario, Bashar Masri, arrivato in ufficio puntuale come sempre. «La Massar - ci dice Masri accogliendoci nel suo elegante ufficio - è una holding impegnata su più fronti, dalle consulenze finanziare alle costruzioni, dal mercato azionario all'agricoltura». Nato e cresciuto a Nablus, membro di una famiglia che possiede una fetta consistente della ricchezza nazionale palestinese, cugino di Munib Masri (un imprenditore di fama mondiale), Bashar si è laureato in ingegneria chimica alla Virginia Tech e ha lavorato negli Stati Uniti e in Arabia Saudita per quasi venti anni. «Poi qualche anno fa - racconta - ho scoperto le potenzialità del settore edilizio nel mondo arabo e ho costruito in Marocco, Giordania ed Egitto decine di migliaia di case». E visto che nei Territori occupati c'è un fabbisogno immenso di abitazioni (200mila secondo alcune fonti), la Massar ha fiutato l'affare, grazie anche, dice qualcuno, ai «preziosi» suggerimenti ricevuti dal primo ministro Salam Fayyad, punto di riferimento privilegiato dei grandi imprenditori palestinesi. «Se le cose andranno bene, entro il 2008 avvieremo la costruzione di Rabawi: sarà la prima città palestinese a vedere la luce in Cisgiordania dal 1967», spiega Masri con orgoglio, illustrandoci le bozze del progetto. Rabawi sarà costruita dalla «Bayti», una delle tante componenti della Massar, e sarà una cittadina concepita per la borghesia palestinese: 5.000 appartamenti a circa 10 km da Ramallah, nei pressi dell'ateneo di Bir Zeit, dotati di un centro commerciale, banche, ristoranti, parchi-gioco per bambini, un ospedale, scuole, hotel e, assicura Masri, anche un cinema. Le abitazioni, tra i 90 e i 170 metri quadrati, avranno un costo tra i 40mila e gli 70mila dollari, ampiamente accessibile alla classe media - professionisti, commercianti e funzionari pubblici e privati - che si concentra tra Ramallah e Nablus. Occorreranno 300 milioni di dollari per completare Rabawi, ma ad investirli non sarà solo la Massar. Il progetto prevede l'intervento di partner stranieri e di istituzioni internazionali che dovranno provvedere alle infrastrutture: strade, rete idrica ed elettrica. Rabawi ha peraltro ottenuto il via libera delle autorità di occupazione israeliane. «La città - precisa Masri - sorgerà per il 95% nella zona A della Cisgiordania (sotto controllo dell'Anp, ndr) ma Israele non si opporrà alla costruzione delle sue infrastrutture nella zona C (sotto controllo israeliano, ndr)». L'imprenditore palestinese riferisce che lo stesso ministro della difesa Ehud Barak ha dato la sua approvazione durante un incontro con Salam Fayyad e il Segretario di stato Usa Condoleezza Rice. Un progetto benedetto da Israele, Anp e Usa, nello «spirito di Annapolis», ma sempre in linea con la politica di occupazione. La disponibilità di Barak si spiega anche con il fatto che Rabawi non vedrà la luce nell'area C, che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania e dove si concentrano i 150 insediamenti ebraici (tutti illegali secondo la legge internazionale) e gli oltre 100 avamposti colonici (illegali anche per la legge israeliana), sul cui futuro grava un grosso punto interrogativo poiché Israele non nasconde le sue mire annessionistiche su questi territori palestinesi, già in parte delimitati dal muro di separazione. L'area C della Cisgiordania è diventata «non edificabile» per gli «arabi» mentre Israele vi ha costruito tra il 2000 e il 2007 ben 18.472 case per coloni ebrei contro i 91 permessi edilizi concessi ai palestinesi, ha denunciato di recente Peace Now, lanciando l'allarme sul «transfer silenzioso» (la pulizia etnica) dei circa 70mila palestinesi che vivono nell'area sotto il pieno controllo militare israeliano. Quest'anno sono anche aumentate le demolizioni di case palestinesi «abusive» nell'area C - 138 tra gennaio e marzo contro le 29 nello stesso periodo del 2007 - mentre procede a tutto vapore la costruzione di abitazioni negli insediamenti israeliani. Sempre Peace Now ha riferito che da quando si è chiuso l'incontro di Annapolis, lo scorso novembre, il governo Olmert ha approvato la costruzione di 500 case nelle colonie in Cisgiordania e di altre 750 nella zona occupata (Est) di Gerusalemme e recenti indiscrezioni hanno rivelato che sono in progetto altri 1.400 appartamenti per coloni. Nelle strade palestinesi Rabawi perciò non suscita solo speranze e interesse, ma anche qualche timore. Bashar Masri e i suoi collaboratori fanno leva sul nazionalismo, ma appaiono animati soprattutto dalla logica del profitto e già annunciano la costruzione di altre cittadine, tutte però nell'area A, stavolta per fasce più povere della popolazione. Peraltro non sembrano interessati ad insistere con Fayyad e soprattutto gli israeliani affinché i nuovi progetti edilizi vedano la luce nell'area C. «Rabawi è un test, un esperimento e se tutto andrà per il verso giusto costruiremo nuovi centri abitati vicino Jenin, Nablus, Hebron», assicura Masri mostrandoci gli articoli pubblicati da vari giornali sulla Massar. E pian piano cresce anche il sospetto che l'imprenditore palestinese stia inconsapevolmente progettando cittadine che serviranno in futuro ad accogliere anche i profughi palestinesi della guerra del 1948 che vivono nei campi sparsi in vari paesi arabi e ai quali Israele non intende concedere il diritto al ritorno alle loro case e villaggi, oggi nello Stato ebraico, che pure è affermato dalla risoluzione 194 dell'Onu. In particolare per i 400mila profughi in Libano di cui il Paese dei Cedri esclude l'assorbimento e l'integrazione. Un atteggiamento ben diverso da quello della Giordania, alleato di ferro di Washington e che ha ottimi rapporti con Israele, specie nelle politiche döi sicurezza. I palestinesi residenti nei campi profughi vicini ad Amman e altre due città giordane, Irbid e Zarqa, da alcune settimane fanno la fila per accedere ai finanziamenti messi a disposizione del progetto, da 7 miliardi di dollari (di provenienza internazionale), avviato dalla Housing and Urban Development Corporation, «per assicurare una casa alle fasce sociali più deboli». Ventimila appartamenti all'anno per un totale di 120mila, ufficialmente disponibili per tutti i giordani ma rivolto in realtà ai profughi palestinesi in possesso di passaporto del regno Hashemita (circa 1,6 milioni). È in corso, lontano dagli obiettivi delle telecamere, una politica volta a mettere in soffitta la risoluzione 194 dell'Onu? «Stiamo cercando di capirlo - dice Ingrid Jaradat di "Badil", una delle principali Ong palestinesi che sostengono i rifugiati del 1948 - quello che sappiamo per certo è che i palestinesi non rinunceranno ai loro diritti sanciti dalle risoluzioni internazionali e continueranno a chiedere di poter liberamente scegliere se tornare oppure no nella loro terra d'origine».

 

Povero Israele, il 34% a caccia d'un pasto - Michelangelo Cocco

Nella piccola mensa di Bat Yam i poveri compaiono puntuali, a mezzogiorno. Una fila di immigrati dall'ex Unione sovietica, anziani e giovani sabra (ebrei nati in Israele) aspetta paziente il pranzo - rigorosamente kosher - che Yael, avvolta nel suo grembiule a fiori, serve nei piatti o inscatola in contenitori da asporto. «Assistiamo circa 150 persone al giorno - spiega Bat Sheva, la segretaria di "Ohavim" -. I vecchi mangiano a tavola, mentre i ragazzi portano il cibo a casa, per i loro bambini». Pagano tra i due e i cinque shekel (da cinquanta centesimi a un euro) per un pasto a base di carne, insalata, riso e yogurt. Ohavim, l'organizzazione non governativa (ong) che sovrintende alla mensa nella cittadina costiera a sud di Tel Aviv, opera sotto l'ombrello di Latet, un'associazione che ha presentato una petizione alla Corte suprema chiedendo che «lo Stato si assuma la responsabilità della distribuzione del cibo ai bisognosi» e denunciando la «privatizzazione dei servizi di welfare, poiché il peso della distribuzione di cibo a oltre 200.000 famiglie ricade su 200 organizzazioni volontaristiche no profit, senza alcun coinvolgimento da parte del governo». Un rapporto pubblicato all'inizio di questo mese da un comitato interministeriale ad hoc ha evidenziato che il 34% degli israeliani è affetto da «insicurezza alimentare», che nei paesi ricchi significa avere accesso limitato o incerto a cibi adeguati o capacità limitata o incerta di procurarseli in una maniera socialmente accettabile. Gli ebrei ultra ortodossi (52,6%), i genitori single (44,9%) i palestinesi con cittadinanza israeliana (37,3%) e gli anziani (29,3%) sono risultate le categorie più colpite dal fenomeno. La fonte dei dati pubblicati nello studio è l'Ufficio centrale di statistica, che spiega che è per pagare altri prodotti essenziali che quel 34% di cittadini fa a meno di cibi fondamentali. «Molta gente non riesce a uscire dalla povertà, nonostante lavori, a causa dell'aumento dei costi degli affitti e degli asili per i bambini, dell'incremento della spesa per i beni di consumo. Particolarmente colpite sono le donne divorziate con figli a carico e i vecchi immigrati dall'ex Urss», spiega Sheva mostrando la stanza accanto alla cucina, dove vengono esposti abiti e giocattoli, avanzi di magazzino da vendere a due shekel. «Aumentare la dipendenza dalle organizzazioni no profit permette allo stato di sottrarsi alla responsabilità della sicurezza alimentare dei suoi cittadini e rappresenta un'umiliazione continua per i bisognosi che ricevono il pacco di cibo dalle associazioni caritatevoli», ha protestato il capo del sindacato dei lavoratori sociali, Itzik Peri, in un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano Ha'aretz. Negli ultimi cinque anni lo Stato ebraico ha vissuto un ciclo ininterrotto di crescita macroeconomica: investimenti dall'estero, esportazioni e consumi interni fanno registrare tutti il segno più, trainati dallo sviluppo di settori chiave come hi-tech, armamenti, fertilizzanti. Ma, parallelamente al prodotto interno lordo pro capite - che ha raggiunto i livelli dell'eurozona - sono aumentate anche la povertà e il divario tra ricchi e poveri. Gli ultimi dati del National insurance insitute classificano una famiglia su cinque come povera, che cioè percepisce meno della metà del salario medio. Cifre che allarmano i cittadini, che mettono la povertà al terzo posto delle loro preoccupazioni, dopo il lancio di razzi Qassam da parte dei palestinesi e il sistema educativo; e i politici, che stanno studiando una revisione dei parametri di calcolo per mascherare il problema. Ha destato grande scalpore la recente rivelazione di Canale 10, secondo cui nell'estate 2006 Benjamin Netanyahu, ex premier e attuale leader del Likud (destra) in viaggio diplomatico per promuovere la guerra in corso in Libano, avrebbe speso assieme alla moglie 131.000 shekel (24.000 euro circa) in sei giorni per biglietti teatrali, ristoranti, parrucchiere e lavanderia. «Si tratta di un episodio che sarebbe stato inimmaginabile 60 anni fa, all'epoca della fondazione dello Stato», commenta Daphna Golan, ricercatrice all'Università ebraica di Gerusalemme. «Ma la nostra società ormai ha abbandonato la sua impronta socialista delle origini per abbracciare il capitalismo nel senso più deteriore del termine - continua Golan, tra le fondatrici dell'organizzazione pacifista B'Tselem -: tutto viene privatizzato, dall'educazione alla sanità, dove esiste un sistema duale in cui i servizi di qualità si pagano, mentre ai poveri sono riservati quelli scadenti». La svolta risale alla cosiddetta «seconda intifada», la rivolta armata palestinese iniziata nel settembre 2000 che fece traballare l'economia israeliana. «Causò la crisi più grave dal 1965 - spiega Shir Haver, economista dell'Alternative information center -. Uno shock al quale il governo Netanyahu rispose con massicci tagli alla spesa pubblica e un piano neoliberale che causò un ulteriore aumento della povertà». Secondo Haver oggi lo Stato ebraico «è il paese con le maggiori disuguaglianze del mondo». «Israele ha americanizzato il suo sistema - dice Gili Rei, direttrice dell'associazione Commitment -. Nel 30% delle famiglie povere c'è almeno un lavoratore, ma il suo salario è troppo basso, circa 3.500 shekel (650 euro). E già nel 2003 i sussidi di disoccupazione furono ridotti del 30%». Mentre alcune ong provano a fronteggiare questa situazione chiedendo donazioni ed elargendo carità, altre, come Commitment, danno battaglia, anche con una hot line per aiutare i lavoratori licenziati a fare ricorso. E l'estate scorsa hanno ottenuto una prima, parziale vittoria, contro il famigerato Wisconsin plan (dall'omonimo stato americano dove fu concepito, alla metà degli anni '90), un programma attraverso il quale lo stato appaltava a compagnie private il reinserimento nel lavoro e la gestione dei sussidi di disoccupazione di oltre 20.000 persone in diverse aree del paese. «Era solo un sistema per trovare vari pretesti per cancellare i sussidi», racconta Rei. Ora si chiama Orot Letaasuka, è sempre gestito da privati ma, promette la giovane «lo terremo sotto osservazione, per assicurare che sia più giusto e flessibile e che le aziende private guadagnino solo se reintroducono i disoccupati nel mercato del lavoro».

 

Repubblica – 23.4.08

 

Appello per il 25 aprile. "Scendiamo in piazza" - SILVIO BUZZANCA

ROMA - Giorgio Napolitano festeggerà il 25 aprile a Genova, città simbolo della Resistenza e della lotta contro il nazifascismo. Una scelta simbolica che vuole ricordare come il mito della Resistenza come movimento di popolo sia fondato su basi molto concrete. Ma l'impegno del presidente della Repubblica nelle celebrazioni inizierà già domani quando riceverà al Quirinale le Associazione d'Arma e Combattentistiche. La mattina del 25 Napolitano deporrà una corona d'allora all'Altare della Patria in onore dei caduti della guerra di Liberazione. E in quella sede consegnerà alcune medaglie al merito civile dedicate alla Resistenza. Poi volerà a Genova. A Torino è di ieri un appello a scendere in piazza firmato da un gruppo di intellettuali tra cui spiccano Gustavo Zagrebelsky, Guido Neppi Modona e Carlo Federico Grosso. L'appello ricorda "il sacrificio della parte migliore di questo paese che permise alle generazioni che seguirono di vivere in una nazione libera e democratica". All'iniziativa del deputato Ds Stefano Esposito hanno già aderito una quarantina di intellettuali di Torino, chiaramente in contrapposizione con il W-day che Beppe Grillo organizza nel capoluogo piemontese proprio quel giorno. "Tre generazioni, tante ne sono passate da quando l'Italia è stata liberata dall'occupazione nazista e dal fascismo - si legge nell'appello - sarebbe questa una ragione sufficiente per festeggiare il 25 Aprile, ma crediamo vi sia di più del semplice ricordo. Il 25 Aprile ci parla dell'oggi, della necessità di non dare mai per scontati quei valori per i quali combatterono i nostri padri e i nostri nonni". Letizia Moratti, sindaco di Milano, invece conferma che altri impegni la portano lontano dal capoluogo meneghino e non potrà parteciperà alle manifestazioni. Il primo cittadino, accusa Alfio Nicotra, di Rifondazione, "per la prima volta nella storia repubblicana Milano non sarà rappresentata alle celebrazioni del 25 aprile dal suo sindaco. Sindaco che sarà assente anche dalle manifestazioni del Primo maggio nella storica capitale del lavoro salariato e del movimento operaio". Non è vero, replica la Moratti, "normalmente i sindaci non erano presenti. - spiega - Io sono stata presente, non solo da candidato ma anche da sindaco, quest'anno non posso. Ma la giunta sarà rappresentata". Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, si schiera con la Moratti. Quella del 25 aprile, dice il governatore, "è una festa che va celebrata. Se il sindaco non può essere presente, che so per impegni personali già presi, non facciamo inutili polemiche. Non è che fisicamente il sindaco debba essere presente, l'importante è che sia rappresentata l'istituzione". Ma più si avvicina la data, più le polemiche crescono. Perché il centrodestra non esita ad attaccare una celebrazione che considera monopolio della sinistra. Gustavo Selva, senatore uscente del Pdl, arriva a proporre "l'abolizione della festa nazionale del 25 aprile". Secondo Selva "per la retorica e i falsi che sono stati fatti, viene attribuito alla Resistenza e alla vittoria dei partigiani un merito che non c'è stato". Replica Walter Veltroni, leader del Pd: "Il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani perché è il giorno in cui è stata restituita a ciascuno la libertà di dire ciò che pensa". Le parole di Selva suscitano anche la reazione di Pino Sgobio, Pdci: "Selva propone di attuare un golpe." Nella sinistra, scottata dal risultato elettorale, c'è aria di mobilitazione. Un po' come nel 1994, subito dopo la prima vittoria elettorale di Berlusconi.

 

Alitalia, la Lega per la liquidazione - CLAUDIO TITO e LUCA IEZZI

ROMA -"Solo senso di responsabilità". Lo ripetono tutti ministri subito dopo i consiglio in cui si è consumato uno strano "miracolo" targato Silvio Berlusconi. Il premier in pectore ottiene esattamente quello che chiede: 300 milioni per dare qualche mese ad Alitalia e ai suoi uomini alla ricerca della sua soluzione. La richiesta, arrivata durante il consiglio dei ministri attraverso il canale Gianni Letta-Enrico Letta, solo qualche ora prima era considerata irricevibile. "Prodi si è comportato bene. Quel decreto per noi adesso è positivo. Ma era il minimo che potessero fare", ha poi confidato ai suoi il Cavaliere. A suo giudizio, infatti, si tratta del primo passo "per fare una due diligence e quindi realizzare un piano industriale. Abbiamo 6 mesi di tempo. E le alternative per dare una nuova guida ci sono. Lo vedrete". Il decreto portato a Palazzo Chigi dal ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa prevedeva soli 100 milioni di euro e rispondeva ad una logica precisa, dare alla nuova maggioranza il tempo necessario ad assumere il potere, non di più. Un modo per costringere il Cavaliere a mostrare subito l'eventuale piano alternativo ad Air France. Anche perché la "diplomazia" del Pdl aveva prospettato persino una soluzione drastica: procedere immediatamente al commissariamento della società. Berlusconi ha sperato persino di potersi così trovare tra due settimane con le mani libere e offrendo agli eventuali "compratori" una azienda alleggerita sul versante del personale. Il tutto facendo ricadere la responsabilità del commissariamento su Prodi. Non solo. La "grana" Alitalia sta rapidamente trasformando nel primo scontro all'interno della nuova maggioranza. E già, perché la Lega l'altro ieri ha fatto pervenire a Berlusconi un messaggio piuttosto netto: "A questo punto non vale più la pena salvare la compagnia di bandiera. Su Malpensa ce la caveremo da soli, meglio lasciare che Alitalia fallisca". La parola "fallimento", però, fa drizzare i capelli al Cavaliere. Che non vuole presentarsi in Parlamento con un primo clamoroso insuccesso. Conscio che il decreto di ieri entro due mesi dovrà essere la sua maggioranza ad approvarlo. Senza il commissariamento, allora, a Via del Plebiscito hanno chiesto tempo per organizzare una cordata che per ora non si è costituita. "Daremo una cifra limitata - spiegava invece prima della riunione il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani - quello che è necessario a finanziare in modo tale da non portare l'ex compagnia di bandiera al di fuori delle regole europee". E quella posizione era a sua volta una mediazione tra chi come, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro era contrario anche a questa ultima iniezione di fondi: "Non si devono prendere i soldi dalle tasche degli italiani". I due ministri tra l'altro concordano sul fatto che persa Air France, chiunque arriverà dopo metterà meno denaro e chiederà più sacrifici. "Nessun prestito-ponte" era la linea, ma finanziamento straordinario concesso attraverso un decreto o del ministero dell'Interno e della presidenza del Consiglio per sottolineare l'eccezionalità della situazione. Un ruolo nella scelta dell'abbandono della via dell'intrasigenza per quella della responsabilità l'ha avuta anche Walter Veltroni, preoccupato pure del prossimo ballottaggio tra Rutelli e Alemanno: "Mi auguro che il governo possa fare un prestito ponte per evitare la crisi, ne ho parlato anche con Prodi" ha dichiarato a Cdm in corso. Ma dire che la richiesta di Berlusconi sia stata accolta in un clima di piena collaborazione bipartisan sarebbe assolutamente sbagliato. Chi lo ha sentito descriveva Prodi furibondo: "Hanno messo nel cestino l'unica cosa buona che avevamo", si è sfogato il presidente del consiglio uscente. E lo stesso ministro dell'Economia parla del Cavaliere senza citarlo: "La persona che probabilmente presiederà il governo, ha contribuito a far sì che la soluzione Air France tramontasse, perché convinto di poterne proporre una migliore. Con questo prestito abbiano dato una possibilità alla soluzione che autorevolissimamente è stata data come sicura". Ironia della sorte sarà proprio il ministero di uno dei più scettici, Bersani, a concedere quei 300 milioni dal fondo rotativo per la ricerca e l'innovazione nelle imprese. Da adesso l'ostacolo si chiama Bruxelles che informalmente ha già fatto sapere che "I fondi non potranno essere sbloccati comunque prima del nostro via libera. Ci vorrà qualche settimana". Inoltre fonti Ue annunciano "uno scrutinio severo, visto che la motivazione dell'ordine pubblico per giustificare un finanziamento non ha precedenti in Europa". Ma subito dopo, il nodo si ripresenterà in ogni caso sul tavolo del nuovo governo. Berlusconi, insieme a Bruno Ermolli, stanno provando a mettere insieme un gruppo di imprenditori per rilevare la compagnia. E nel frattempo ha riallacciato i contatti con il vertice di Banca Intesa. Nelle ultime ore, infatti, il premier in pectore ha di nuovo accennato ai buoni rapporti con l'Ad, Corrado Passera, e alla disponibilità del gruppo bancario di concedere un prestito - con i tassi di interesse di mercato - ben più ampio di quello approvato ieri dal consiglio dei ministri.

 

La Stampa – 23.4.08

 

Forze dell'ordine, ventimila in meno - FULVIO MILONE

ROMA - Assediata dall’emergenza immigrati e dalle violenze sulle donne, dalla microcriminalità e dalle mafie, l’Italia ha paura e si sente insicura e indifesa. Insicura perché gli organici di polizia, carabinieri e Guardia di finanza, che pure indagano bene, sono insufficienti. Indifesa perché la giustizia è lenta, rimette in libertà troppi delinquenti e vanifica così il lavoro degli investigatori. E’ un Paese in nero quello raccontato nelle 85 pagine dell’Indagine sulla sicurezza in Italia presentata ieri a Montecitorio dalla commissione Affari Costituzionali presieduta da Luciano Violante: un «promemoria» per il nuovo Parlamento che si insedia martedì prossimo e che dovrà sciogliere il nodo degli immigrati comunitari. A cominciare dai romeni, nei confronti dei quali il leader di An e probabile presidente della Camera Gianfranco Fini annuncia il pugno di ferro: «Non escludo la possibilità che per loro venga reintrodotto il visto d’ingresso e che le regole sulla libera circolazione delle persone possano essere ridiscusse in sede comunitaria». Una sortita, quella dell’esponente del centrodestra, non condivisa da Bruxelles: in ambienti della Commissione si fa notare come in materia di visti sia competente l’Unione Europea, e non i singoli Paesi. Ad alimentare la polemica ci pensa anche il leader del Pd Walter Veltroni, che ricorda come siano stati «proprio il governo Berlusconi e la legge Bossi-Fini a consentire l’ingresso dei romeni e l’arrivo di tanti clandestini». Su come è stato gestito il problema della sicurezza legato all’immigrazione, il ministro dell’Interno del governo Prodi, Giuliano Amato, non nasconde la sua amarezza verso la vecchia maggioranza: «Ribadisco la mia insoddisfazione per come è stato trattato il decreto sulle espulsioni e per quello che non è stato fatto sul pacchetto sicurezza». Sono esigue le forze messe in campo dallo Stato per garantire la sicurezza e arginare l’offensiva continua della criminalità organizzata. I numeri inseriti nel dossier parlano chiaro: gli uomini in servizio nella Polizia di Stato e nell’Arma dei carabinieri sono 220 mila (solo 214 mila hanno compiti operativi), mentre dovrebbero essere 232.483. Sotto organico anche gli altri tre corpi: Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria e Forestale. Complessivamente l’organico è «sotto» di poco più di 20 mila unità. «Sono necessarie risorse aggiuntive da assicurare sia con misure "una tantum" per ripianare i debiti accumulati, sia con finanziamenti pluriennali», spiegano gli esperti. Nonostante ciò il lavoro delle forze dell’ordine è ottimo: negli ultimi cinque anni si è passati da 125.689 a 153.936 arresti, con un più 22,4 per cento. Ma le indagini spesso sono vanificate dalla lentezza dei processi e dalle maglie larghe della giustizia: troppi benefici e dibattimenti dai tempi infiniti consentono a chi compie un reato di tornare in libertà. Per evitare che nella gente crescano lo sconcerto e il senso di insicurezza, sostengono gli esperti, «occorre superare un processo penale flebile, confuso e impotente». Qualche spiraglio di luce, per la verità, la commissione Affari Costituzionali lo intravede. I risultati migliori nel settore della sicurezza, è scritto nel dossier, li hanno ottenuti il poliziotto di quartiere e l’istituto dei patti per la sicurezza. Ma il problema più grave rimane senza dubbio quello costituito dalla presenza assillante della criminalità organizzata. Mafia, camorra e ’ndrangheta sono le vere emergenze dell’Italia in nero, perché «sono fonte di corruzione e violenza, si alimentano con traffici criminali e hanno risorse finanziarie illimitate». La denuncia è pesante: «In nessun Paese avanzato operano tre potenti, radicate e ramificate organizzazioni criminali che condizionano la vita pubblica e l’economia di tre regioni (Campania, Calabria e Sicilia, ndr) che per numero di abitanti, 12 milioni, potrebbero costituire l’undicesimo Stato europeo».

 

Allarme prezzi, al Nord la spesa più cara d'Italia - FABIO POZZO

L’allarme prezzi si sente più nel Nord Italia. Le città più care - per le spese in alimentari, abbigliamento e arredamento - sono Bolzano, Trieste, Genova e Bologna. Lo dice l’Istat, alla luce di uno studio che ha monitorato e comparato i prezzi (nel 2006) in venti città italiane,, con Unioncamere e l’Istituto Guglielmo Tagliacarne. Una ricerca da cui emerge anche che i centri più economici sono invece Napoli, L’Aquila, Campobasso e Palermo. A Bolzano spetta la «palma» della città più cara per gli alimentari (ma il Comune sostiene che i valori sui cartellini sono fermi da sei anni). Qui, la spesa in un supermercato costa oltre il 13% in più rispetto alla media nazionale, mentre a Napoli e Bari si spende il 12% in meno. Al secondo posto, in negativo, si piazza Milano, con l’11,2% in più. Seguono, sopra il 5%, Aosta, Genova, Venezia, Trieste e Bologna; tra il +5% e il valore medio sono Torino, Ancona e Perugia. Se invece bisogna comprare un cappotto non conviene cercarlo a Venezia, Bolzano o a Trieste, e nemmeno a Reggio Calabria, dove costa il 5% in più rispetto alla media nazionale, ma bisogna andare ad Aosta (-10%). Si piazzano tra il +5% e il valore medio Genova, Bologna, Ancona, Firenze, Perugia e Cagliari; sotto il 5% Torino, Milano, Roma, Napoli, L’Aquila, Campobasso e Palermo. Quanto agli oggetti per la casa, meglio stare alla larga dal capoluogo lombardo: si spende oltre un quarto in più (25,8%) rispetto alla media, mentre a Campobasso la spesa è di quasi un quarto in meno (-22,8%). Superiori al 5% anche i prezzi di Aosta, Genova, Firenze e Roma; tra il +5% e il valore medio Torino, Bolzano, Trieste, Bologna e Potenza. «Questi dati dimostrano che il calcolo dell’inflazione, ossia dell’aumento relativo dei prezzi, non è rappresentativo del costo della vita, che dipende dal valore assoluto di partenza dei prezzi. Ecco perché dal 2002 chiediamo indici ad hoc» dice il presidente del Codacons, Marco Donzelli. Nel frattempo, arrivano le prime iniziative anti-caro spesa. Come l’«Sms consumatori», varato ieri dal Ministero delle Politiche Agricole, insieme all’Ismea e ad otto associazioni consumatori: inviando un messaggino al numero 47947, si potrà conoscere tutte le informazioni sul prezzo medio di vendita di 84 prodotti alimentari, gratuitamente e in tempo reale. In Lombardia, inoltre, la Coldiretti offre latte fresco appena munto con il 40% di sconto rispetto a quello dei supermercati.

 

Io, obiettore militante – Flavia Amabile

Dopo anni di indifferenza anche le Regioni più riottose hanno finalmente inviato al ministero della Salute le cifre aggiornate sull’obiezione di coscienza e la realtà è esplosa in tutta la sua potenza: quasi sette ginecologi su dieci sono obiettori ed erano cinque su dieci solo tre anni prima. Sono raddoppiati al Sud, con regioni come la Campania o la Sicilia dove otto ginecologi su dieci non effettuano interruzioni di gravidanza. Ma anche il Nord con la Lombardia e il Veneto non è che si trovi in una situazione poi così diversa. E ora la Sigo, la Società italiana di ginecologia vorrebbe adottare dei provvedimenti. In base ai dati contenuti nel'ultima relazione sulla 194 Giorgio Vettori, il presidente, fa un calcolo. In Italia esistono 10 mila ginecologi. Tremila di loro non sono obiettori e devono far fronte a 126 mila interruzione volontarie di gravidanza. Se i giorni lavorativi sono 250, si tratta di 500 interruzioni al giorno, ovvero 0,1 intervento per medico. Quindi - conclude Giorgio Vettori - il problema è organizzativo e la Sigo farà un'indagine approfondita per tentare di risolverlo. Nel frattempo il problema è lì, ben in evidenza e ne ho parlato con Bruno Mozzanega, ginecologo a Padova, obiettore fin dal 1978. Se tutti i ginecologi fossero come voi la 194 sarebbe una barzelletta, nessuno potrebbe applicarla. «Ho fatto il medico per cercare di salvare la vita di tutti i miei pazienti, anche quelli appena concepiti e non posso prescindere da questo». In Italia esiste una legge dello Stato, la 194, forse anche di questo bisognerebbe tenere conto. «La legge prevede in un solo caso il venir meno della mia obiezione, quando la donna è in pericolo di vita. Se ad esempio mi trovo davanti a una donna con un’emorragia interna devo intervenire, e intervengo. In tutti gli altri casi faccio valere l’obiezione». E fa in modo che le donne che scelgono di interrompere la loro gravidanza non siano in condizioni di farlo. «Un attimo. Io sono profondamente obiettore ma lo sono anche in modo pieno, rispettando la donna, spendendo tutto me stesso in nome della vita, restandole accanto, tentando di aiutarla nelle scelte, gli altri non lo so». Che cosa vuol dire? «Che quando non lavoro in ospedale vado a fare i corsi per fidanzati, lezioni nelle scuole: lo faccio gratis, di domenica o quando ho dei momenti liberi. E ho scritto un libro per provare a far avvicinare le persone a quello che accade dal concepimento alla nascita. La mia è un’obiezione convinta, militante. Gli altri medici sono obiettori in ambulatorio e poi?» Clinica e interruzione clandestina? «Anche. Per molti l'obiezione è solo un’astensione e basta, una questione di comodo» Una questione di interesse... «Certo. A Padova si lavora solo nel pubblico, altrove invece esistono molte strutture private. L’obiezione può offrire la possibilità di dare spazio alla libera professione». Quindi si continua ad abortire in modo clandestino mentre le interruzioni legali rischiano di diventare di fatto impossibili. «A me non piace ghettizzare perché soprattutto quando le donne si trovano dinanzi alla necessità di dover scegliere se abortire o meno hanno bisogno di parlare il più possibile con altre persone. Volendo essere pragmatici però una soluzione potrebbe essere un reparto di interruzioni di gravidanza dove ovviamente dovrebbero lavorare solo non obiettori». Un reparto interno o esterno all’ospedale? «Meglio se esterno. Qui a Padova facciamo circa 1500 interruzioni l’anno. Vuol dire tenere una sala impegnata per quattro ore al giorno, togliendo tempo e risorse per altri interventi, quelli oncologici ad esempio. Si potrebbe invece creare un centro unico in regione dove far confluire tutte le donne che scelgono di abortire decongestionando gli ospedali. E’ chiaro che diventerebbe un ghetto e, come tale, una soluzione che adotterei solo se non vi fosse proprio alcun altro modo per uscire dalle difficoltà che si sono create sulla 194».

 

Liberazione – 23.4.08

 

Parlamento: solo una su cinque sarà donna - Frida Nacinovich

L'ha fatto Pierferdinando Casini. L'ha fatto Fausto Bertinotti. Vuole farlo anche lui. Gianfranco Fini diventerà presidente della Camera. La terza carica dello Stato, un ruolo istituzionale di grande rilevanza. Anche un trampolino di lancio per l'eterno delfino di Silvio Berlusconi, ambizioso ma anche paziente. E la pazienza, si sa, è la virtù dei forti. Lui, il presidentissimo di via della Scrofa, ardimentoso ma anche obbediente, vuole passare alla storia come un grande statista. Già il pupillo di Almirante è riuscito a diventare ministro degli Esteri. Un'impresa resa possibile dalle vittorie di Silvio Berlusconi. Un alleato che per Gianfranco Fini è stata la mossa vincente. Soprattutto il leader di An anela l'entrata del suo (ex) partito nella grande famiglia dei popolari europei. «Se diventerò presidente della Camera lascerò Alleanza nazionale», anticipa Fini a Bruno Vespa. Anche il salotto televisivo è quello giusto, Berlusconi docet. Alla guida di Alleanza nazionale, nell'attesa del congresso di settembre potrebbe arrivare pro tempore Giorgia Meloni. Toccherà a lei - vicepresidente della Camera nella scorsa legislatura - spiegare ai militanti la decisione irrevocabile dei vertici del partito di spegnere la fiammella e diventare Popolo berlusconiano delle libertà. «Ha un curriculum di tutto rispetto», assicurano dal quartier generale di An. Auguri, ne ha bisogno. Il futuro prossimo di An è incerto: c'è anche chi parla di una reggenza fino al congresso. La conclusione però è già scritta: la prossima assise politica di Alleanza nazionale sarà l'ultima. The end. Ora c'è il Popolo delle libertà. Il profumo delle istituzioni seduce Gianfranco Fini. Mentre Umberto Bossi conferma la pattuglia dei ministri leghisti del prossimo governo: Roberto Maroni al Viminale, lo stesso Bossi alle Riforme. «Adesso non dobbiamo perdere tempo, la gente è contenta ma vuole risposte immediate». Il Carroccio vuole tutto e subito. Il senatur non ha dubbi: Berlusconi dovrebbe ringraziare la Lega per aver preteso il ministero degli Interni. Proprio così. «Facciamo un piacere a Berlusconi, perché chi dei suoi è in grado di affrontare i problemi della sicurezza e dell'espulsione dei clandestini? Ci vuole uno con le palle e Maroni lo è», aggiunge il segretario federale della Lega all'uscita di una mostra ai musei civici di Varese dove è esposto un quadro di Caravaggio. I duri sono loro, le palle ce l'hanno loro e solo loro. Chissà che ne pensano quelli di An. E meno male che Francesco Storace è fuori dall'alleanza. C'è dell'altro. Il leader del Carroccio conferma anche Luca Zaia all'agricoltura, un ruolo di vicepremier per Calderoli e da viceministro per le infrastrutture per Roberto Castelli, destinato dunque per il momento a rimanere a Roma. Per chi non l'avesse capito le elezioni le ha vinte la destra. E la Lega le ha vinte più degli altri alleati. «Castelli lo mettiamo lì per le infrastrutture, per le strade del Nord - spiega Bossi - Abbiamo fatto un passo indietro, un ministero in meno, per un posto da viceministro. Così abbiamo dimostrato che non è questione di poltrone e che in realtà bisogna far partire la macchina subito». Per quanto riguarda la poltrona di presidente della Regione Lombardia, e il possibile ruolo di Roberto Formigoni nel prossimo governo di centrodestra, Bossi anticipa che l'attuale capo dell'esecutivo lombardo rimarrà saldo al suo posto. E tutti i salmi leghisti finiscono in gloria.

 

Dieci, cento, mille Firenze. La costituente secondo Sd - Stefano Bocconetti

L'elenco potrebbe continuare a lungo ma, insomma, s'è capito che la Sinistra democratica non vive giornate facili. Come tutti a sinistra, forse di più. Con l'aggravante, ancora, che il «movimento» da ieri è anche senza leader. Fabio Mussi, ancora per qualche giorno ministro della Ricerca, non è potuto neanche andare alla prima riunione dei suoi. Pochi giorni dopo la caduta di Prodi fu operato, un trapianto ai reni, poi invece della convalescenza, la campagna elettorale. Da qui sono derivati altri problemi che ora lo costringono ad uno stop lungo. Così ha scritto una lettera al direttivo della Sinistra democratica per dire che si fa da parte, che si assume le sue responsabilità nella sconfitta e che troverà i modi per discutere le ragioni del tracollo. Ma soprattutto dice che la sinistra, tutta la sinistra, lo troverà ancora. «Da militante», però, da semplice militante. Visto che ora è il momento di lasciare il palcoscenico ad una nuova generazione. Dovrà essere questa a ricostruire la sinistra. Anche una lettera così, letta in un'assemblea rigorosissimamente a porte chiuse - retaggio di altri partiti, di altre culture -, anche queste poche righe così lontane dalla retorica diventano motivo di «sospetto». E ai pochi dirigenti che si prendono una pausa dalla direzione, i cronisti riescono a rivolgere domande del tipo: «Ma cosa c'è dietro queste dimissioni?». Per loro, insomma, queste giornate sembrano più dure che per gli altri. Eppure sono qui. A ricominciare. Marco Fumagalli è un leader storico della sinistra diessina. Anche lui ha dovuto pagare «dazio» alle tante voci che hanno sempre accompagnato l'ex correntone. Lui da sempre molto vicino agli ambienti sindacali, si disse che avrebbe accompagnato Paolo Nerozzi. Il segretario del sindacato di Epifani che prima era uscito dai diesse seguendo Mussi, poi è tornato da Veltroni per candidarsi in coppia con Calearo. Marco Fumagalli - che ha scelto di non ricandidarsi al Parlamento - è invece qui. Ancora qui. E probabilmente ci starà sempre di più. Visto che il «movimento» sottoporrà alla prossima riunione del suo parlamentino una scelta: quella di farsi guidare da un triumvirato (Cesare Salvi, Titti Di Salvo e appunto Fumagalli) o scegliere la via di un solo «portavoce». E tutti dicono che in quel caso, sarebbe proprio Fumagalli la persona più adatta. Lui comunque è qui. E questa è la sua analisi. Simile al resto della sinistra su quello che c'è «a monte». La crisi della politica che ha scavato a fondo anche nella coscienza del blocco sociale della sinistra, la rottura dei legami della sinistra con i bisogni che pure vorrebbe rappresentare. Questa è la cornice. Dentro ci sono quei due milioni e mezzo di voti persi in due anni. Fumagalli sa che che ci sono due «letture» di questo disastro. Sa che c'è chi sostiene che molto sarebbe dovuto alla scelta di incamminarsi sulla strada dell'unità. Lui è convinto del contrario: il disastro non dipende dall'aver scelto quella strada. Ma di averla «percorsa troppo poco». Troppo poco e male. Carlo Leoni fino alla fine di questa settimana è vice-presidente della Camera. E' uno che ha sfidato Veltroni sul suo campo. Qui a Roma, all'epoca del congresso dei diesse, raccogliendo la più alta percentuale di voti al «correntone». «Per scrivere la lista degli errori che abbiamo fatto - dice - non basterebbero tutte le pagine di "Liberazione". Ma se ne vuoi uno, il principale, ti dico che abbiamo insistito troppo sul tasto dell'unità e poco su quello del rinnovamento. Due elementi che invece oggi non possono essere separati». E allora? Giulia Rodano è nella giunta Marrazzo, guida l'assessorato alla cultura della Regione Lazio. Anche lei vuole continuare a percorrere quella strada: «La Costituente della sinistra. Adesso, subito». Farla partire ora, attenti alla discussione che avviene nei partiti della sinistra, ma farla partire adesso. Pensa, pensano alle oltre cento case della Sinistra che sono state inaugurate in questa campagna elettorale. «Luoghi veri, con persone vere». Pensa, pensano ad assemblee come quella di sabato a Firenze. Spazi per discutere, ma spazi soprattutto per ripartire. Certo, detta così, sembra facile. Ma sanno che, fuori di qui, non tutto spinge nella stessa direzione. Qui e là, a sinistra, si riaffaccia la voglia di azzerare tutto, di tornare nei propri territori. Sanno che c'è voglia di recuperare ciascuno i propri simboli, che alzerebbero nuovi steccati. «La mia non è una posizione formale - riprende Carlo Leoni - io rispetto davvero il dibattito dentro i partiti. Proprio come la sinistra ha rispettato la discussione lacerante che investì il mio ex partito. Non posso negarti che guardo con attenzione più ad alcune posizioni che ad altre, le trovo più in sintonia coi bisogni di questo paese, ma sarebbe sbagliato "tifare" per una tesi piuttosto che per un'altra». Ecco perché hanno deciso di partire lo stesso, di provarci con la «Costituente». Non quella di Diliberto ma neanche quella di Boselli. Sanno comunque di non essere soli. Dicono che la sinistra di cui ha bisogno questo paese può certo attingere a tutte le culture che l'hanno disegnata, formata. Ma ha soprattutto bisogno di nuovi strumenti di indagine, di nuovi strumenti per capire quel che avviene. Loro parlano di sinistra "di governo". Ma anche su questo vorrebbero essere capiti, senza "sospetti". Andrea Malpassi è un ragazzo, poco più, che s'è fatta tutta la trafila: la Fgci, lo scioglimento del Pci, il Pds, poi i diesse. E' sceso dal treno a Firenze. «Quando diciamo governo non vuol dire vocazione "governista". Sappiamo che oggi ricominciamo dall'opposizione, sappiamo che le destre governeranno. Ma anche da qui, anche fuori dal Parlamento, l'obiettivo deve essere quello di intervenire nei meccanismi che determinano i processi sociali». Non arrivare alla "stanza dei bottoni", ma provare a riportare gli interessi del lavoro, dei precari, delle donne, degli omosessuali, l'interesse dell'ambiente alla guida del paese. Se ci si pensa esattamente quel che non si è riusciti a fare in questi anni di governo Prodi. Ma la domanda resta sullo sfondo. Ora pesano di più altri interrogativi. Portare quei bisogni al governo, come, con chi? Ed ecco il nodo del rapporto col piddì. Altro tema che suscita «sospetti». Sospetti che uno come Massimo Cervellini, che aspetta l'esito della sfida con Rutelli per sapere se sarà eletto in Campidoglio sgombera definitivamente. Anche se poi ti chiede di non usare proprio le sue stesse parole. Comunque dice che chi, come loro, conosce quel partito, lo evita. Chi, come loro, sa quanto assomigli ad un "comitato elettorale", peggiorato con l'arrivo della Margherita, non ha alcuna tentazione di ritornare. «Ma il problema è costringere il piddì finalmente a fare i conti con tutta l'operazione avviata con le primarie e conclusasi con la caduta di Prodi e la scomparsa della sinistra». Costringerlo a fare i conti con la rottura della coalizione, imporre la ricostruzione di una nuova alleanza. Che oggi, certo, sembra lontanissima ma prima o poi lì, occorrerà arrivare. Alleanza da ripensare nelle forme, nei modi. Ma che ha comunque una premessa: la ricostruzione di una sinistra autonoma. Già, ma loro che contributo danno? Per essere più brutali: che "numeri" portano a quest'impresa? Fra di loro non girano tabelle, nè grafici. Sensazioni sì, però. Sensazioni e qualche "fatto". I risultati di Roma, per esempio. Dove fra politiche e amministrative - non solo le comunali ma anche e soprattutto il voto per i Municipi - il piddì perde nove punti. «Tanto per far capire a chi avesse ancora dubbi, quanto ampli siano stati i disastri causati dal "voto utile" ai democratici», aggiunge Giulia Rodano. Bene, a Roma, dove alle amministrative l'Arcobaleno ora è al sei per cento, il secondo e il terzo delle liste arcobaleno sono risultati i candidati della Sinistra democratica. Lo stesso in Sicilia, in quasi tutti i comuni umbri, in molti di quelli toscani. «Ma che senso ha, comunque - chiude di nuovo Andrea Malpassi - dividere i voti per componenti? Sono pochi, sono stati comunque pochi. Gli altri sono rimasti alla finestra, hanno voluto mandarci un segnale. Vogliono una sinistra, moderna ma sinistra. Nuova ma sinistra. Non di apparati ma fatta di persone». Ricominciano da qui.

 

«Non basta un partito d'opinione per questa traversata nel deserto» - Piero Sansonetti

Maurizio Zipponi non ha voglia di parlare delle ultime riunioni di partito. La battaglia interna, la conta, le previsioni per il congresso. Dice solo che le dimissioni di Franco Giordano sono state un gesto di «responsabilità e di coerenza» dopo la sconfitta subìta. Dice che non c'era altra strada che «lasciare la parola agli iscritti». Zipponi è un vecchio leader dei metalmeccanici di Brescia. E sempre stato un leader di sinistra, si è avvicinato al Prc negli ultimi anni, si è iscritto dopo il congresso di Venezia. Maurizio, adesso cosa bisogna fare? Bisogna fare molte cose. Le più urgenti? Rinnovare il partito e mettere in salvo Liberazione . L'obiettivo è quello di creare in Italia una grande sinistra, perché c'è bisogno di una grande sinistra, e di fare questo senza sciogliere Rifondazione, perché c'è bisogno di Rifondazione. Per te è il primo congresso di Rifondazione? Sì è il primo. E con la necessaria modestia vorrei portare la mia esperienza. L'esperienza che ho vissuto, più simile a quella drammatica di oggi, è la vicenda dei metalmeccanici del 2001 e del 2003. Successe che Fim e Uilm firmarono contratti separati. La Fiom fu tagliata fuori. L'impressione, drammatica, che avemmo fu molto simile a quella che abbiamo oggi: ci cancellano, vogliono farci sparire, buttarci fuori. Era così. Noi abbiamo reagito, abbiamo lavorato, sofferto, ricucito, riannodato relazioni di massa. Con quale obiettivo? Riconquistare il contratto. Abbiamo lottato per cinque anni con due soli strumenti: la rivendicazione della democrazia e la lotta di massa. Grandi assemblee, grandi cortei, discussioni. Alla fine ce l'abbiamo fatta. Nel 2006, a cinque anni dalla sconfitta del 2001, abbiamo riconquistato il contratto... Cinque anni, giusti, proprio la durata di una legislatura... Vedi? Alle volte le coincidenze dicono qualcosa. Quella volta noi ci guardammo negli occhi e ci dicemmo: dobbiamo fare una traversata nel deserto e uscirne vivi. Ce l'abbiamo fatta. Stavolta è uguale. Allora l'obiettivo, che fu la vostra bussola, era il contratto. Stavolta qual è l'obiettivo? Ricostruire la sinistra. Ridare forza, struttura, forma, a una sinistra battuta e dispersa. Il punto di partenza mi è chiaro, il punto di arrivo si vedrà. Qual è il punto di partenza? Io dico che c'è un fatto evidente: il conflitto di classe è ineliminabile. E non dipende dagli andamenti elettorali. C'è, è lì, è netto. La negazione del conflitto di classe è l'unico punto debole nella politica di massa della Lega. Loro negano questo conflitto, propongono una politica interclassista. Ma alla lunga i nodi vengono al pettine. E' impossibile considerare dalla stessa parte politica Montezemolo che guadagna 7 milioni all'anno e un operaio meccanico che per guadagnare 7 milioni ci mette 400 anni di lavoro...Il punto di partenza è questo, l'arrivo è lontano. E il deserto è duro, secco, aspro: non è facile traversarlo... No, bisogna attrezzarsi. Serve una strategia. Bisogna individuare le oasi, bisogna munirsi di borracce. Quali sono le oasi? Le prossime scadenze elettorali. Già l'anno prossimo c'è una tornata di amministrative e poi le europee. Nel 2010 ci sono le regionali. E alle europee si voterà con il proporzionale, dunque senza quel meccanismo infernale del cosiddetto voto utile». E le borracce? Sono il lavoro di "talpa" che abbiamo compiuto in questi mesi e in questi anni. Cioè l'elaborazione di Rifondazione comunista sul tema della critica al sistema capitalistico. Ci sono stati molti momenti importanti di questa elaborazione. Per esempio le proposte di Alleva sul nuovo welfare e sulla ricomposizione del mondo del lavoro, che contengono molte idee e molte risposte a Montezemolo. Poi il convegno a Milano, nella sede della Borsa, sui limiti del capitalismo italiano. Poi il convegno a Roma con la proposta di rilancio del ruolo del lavoro pubblico. Napoli, dove precisammo la nostra proposta sul reddito sociale. E alla fine la conferenza operaia, che abbiamo tenuto proprio fuori dai cancelli della Thyssenkrupp, a Torino, e lì abbiamo parlato di nuova contrattazione e del ruolo del sindacato. Tutto questo bagaglio lo dobbiamo portare con noi, e ci aiuterà, ci servirà a costruire. Perché gli operai hanno votato Lega? Lo siamo andati a chiedere, subito dopo il disastro elettorale, davanti a una fabbrica di Brescia. Abbiamo chiesto a un operaio: sei iscritto alla Fiom? Risposta: sì. Hai fatto gli scioperi? Risposta: sì. Hai votato Lega? Risposta: sì. E non ti pare che questo sia un problema? Risposta: no. Non è mio il problema - ci ha detto - è dei partiti di sinistra. Io sto con la Fiom perché in fabbrica mi difende la Fiom. Sto con la Lega perché fuori della fabbrica mi difende la Lega. E come si risponde al problema che pone questo operaio? Noi abbiamo sempre risposto così: "poverino, non capisce, bisogna spiegarglielo. E se non capisce ancora bisogna spiegarglielo meglio". No. Il problema non è di spiegarglielo, ma di dargli quello che la Lega gli da e noi no. Cos'è che bisogna dargli? Dobbiamo dargli una difesa non solo sul piano del salario ma della sua vita civile, sul territorio, cioè in città, nel suo quartiere, a casa. La sinistra deve organizzarsi sul territorio, tornare ad esistere come organizzazione di massa. E fornire nella pratica quotidiana delle risposte alle insicurezze sociali. Che naturalmente non saranno le stesse risposte che dà la Lega, ma devono essere altrettanto forti, altrettanto semplici e comprensibili. Mantenendo ferme le nostre idee e le nostre discriminanti. Per esempio l'antirazzismo. Ma non contentandoci più di essere un partito di opinione, di idee, bisogna tornare ad essere un partito di massa, un partito tra la gente, nella folla. Anche tu dici: imitare la Lega? No, credo che bisogna contrapporre le nostre idee a quelle della Lega. Ma anche le nostre pratiche, capisci? Se noi ci limitiamo a proporre dei concetti e loro invece agiscono, offrono, aiutano, assistono, la competizione non è equilibrata, è ovvio che vincono loro anche se magari le nostre idee sono perfettissime e quelle della Lega rozze e antiche... Zipponi, parliamo del Congresso. Iniziamo dagli appuntamenti di queste ore. Iniziamo il congresso organizzando la partecipazione di massa alle manifestazioni del 25 aprile e del 1 maggio. E subito dopo rispondendo a Montezemolo. Vedi, quando parliamo di Montezemolo torna il tema classico della lotta di classe. Non per motivi ideologici, ma perché è proprio Montezemolo il più autentico interprete della lotta di classe. Lui considera la lotta di classe pura, per lui il distillato della lotta di classe è l'essenza della politica. Ora cosa dice Montezemolo? Dice: la sinistra ha preso una botta enorme alle elezioni, e noi dobbiamo far pesare i nuovi equilibri politici, spostati a destra, sul piano sociale. Dobbiamo cancellare l'autonomia del sindacato. Cosa vuol dire cancellare l'autonomia del sindacato? Nel 2001-2003 la destra si allineò alle posizioni di Confindustria e cercò di cancellare il sindacato: ora anche Tremonti capisce che questo non è ragionevole, non è possibile. La destra, e anche Confindustria hanno in mente un'altra strategia: non cancellare il sindacato ma la sua autonomia, anche attraverso l'abolizione del contratto nazionale di lavoro. Nella sua storia la Cgil si è divisa tante volte sugli obiettivi: obiettivi più moderati o più radicali. Ma non si è mai divisa sulla difesa della propria autonomia. Cosa intendo per autonomia? «Autonomia dall'impresa». E' questa che vogliono cancellare. Pensano a un sindacato che sia una variabile dipendente dell'impresa e del sistema d'impresa. Ma io t'ho chiesto di parlarmi del Congresso, tu invece insisti con queste questioni del sindacato e del lavoro... Già, e non mi schiodo da lì. Credo che fare il congresso vuol dire parlare di queste cose. Ci sta piombando addosso una crisi terrificante. Dai un'occhiata alle agenzie di stampa: il prezzo del petrolio ha superato 119 dollari, il prezzo del grano è aumentato del 50%, tutte le materie prime ( a partire dai metalli) raddoppiano il loro costo. Il sistema di mercato non riesce più a controllare tutto questo con la concorrenza. Ha bisogno degli eserciti. Della guerra. Le conseguenze su un sistema economico debole come quello italiano saranno enormi. Vogliamo affrontare questa bufera senza sinistra, senza autonomia, e con Confindustria a mani libere? Se sarà così sarà un disastro devastante. Parlare del futuro della sinistra e del futuro dell'Italia è la stessa cosa. Non è di questi problemi che deve occuparsi il nostro congresso?


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