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Nero su nero

Manifesto – 24.4.08

 

Nero su nero - Valentino Parlato

Domani è il 25 aprile, festa della Liberazione Nazionale dal fascismo e dal nazismo. Immediatamente dopo, il 27 e 28 aprile si voterà per il sindaco di Roma. Il rischio è quello di avere, proprio due giorni dopo il 25 aprile, un sindaco di Roma dichiaratamente fascista. Gianni Alemanno è integralmente fascista, già nella sua fisionomia (ma non sono lombrosiano) e nella croce celtica che porta al collo. Roma dopo il 25 aprile del 1945 ha avuto sindaci democristiani, tipo Cioccetti e Rebecchini «che si mangiava il Campidoglio, con tutti li scalini» ma non ha mai avuto sindaci fascisti. Ha invece avuto sindaci certo diversi ma democratici e di orientamento progressista come Argan, Petroselli, Vetere, Rutelli, Veltroni. Tutti in successione continua e che si rifacevano a Nathan, il primo grande laico cittadino di Roma. La possibile vittoria di Alemanno sarebbe l'inizio di una nuova storia, tutta al contrario: non dico al ritorno del podestà ma quasi. E ora il sostegno di Storace, con l'attacco esplicito alla comunità ebraica, fa la foto verità di Gianni Alemanno. Un ulteriore svelamento, se ce ne fosse ancora bisogno. Dopo la dura sconfitta registrata nel primo turno delle elezioni politiche e amministrative, una vittoria fascista per il comune di Roma segnerebbe una svolta che neppure a Berlusconi converrebbe. Una vittoria di Alemanno metterebbe in camicia nera anche i suoi successi nelle elezioni recenti. La situazione è questa. E per questo penso che sarebbe interesse del Cavaliere perdere le elezioni a Roma (credo che - temo inutilmente - Gianni Letta glielo abbia già spiegato). Ci pensi. Tutto intero il suo successo si tingerebbe di nero. Ma a parte le convenienze della politica politicante, quella che ha allontanato i cittadini dalla democrazia e che ha dato spazio a Beppe Grillo, il risultato delle elezioni per il sindaco di Roma ha una portata simbolica e democratica altissima e sotto gli occhi di tutti. Roma dopo il 25 aprile del 2008, può tornare quella che era prima del 1945? Domenica e lunedì prossimi dobbiamo andare tutti a votare per Rutelli, possiamo più o meno tapparci il naso, ma la puzza di Alemanno è terribile. E, soprattutto, avrebbe un peso sul futuro politico del nostro paese, forse ancora più forte di quel che rappresenta la vittoria di Berlusconi. Aggiungerebbe nero al nero. E se vogliamo davvero riaprire la riflessione nel vasto popolo ormai extraparlamentare e insieme un rinnovamento e una ricostruzione a sinistra - sulle quali quest'ultimo fortilizio de il manifesto si sente più che mai impegnato e aperto -, questo non può che avere come precondizione decisiva quella di impedire la vittoria fascista a Roma capitale. Allora cominciamo a scendere in piazza in tanti domani per festeggiare la Liberazione dal nazifascismo, con lo stesso spirito di «orgogliosa resistenza» con cui, all'inizio del successo berlusconiano, Luigi Pintor propose la grande manifestazione di Milano del 25 aprile 1994.

 

La paura di Tor Bella Monaca - Eleonora Martini

Roma - Il sol dell'avvenire non è ancora tramontato completamente dietro la «Collina della pace» - «il cuore» della borgata Finocchio, ultimo scampolo di metropoli prima della definitiva campagna romana, nell'estremità sud-est della capitale - ma certo è appeso a un filo. Nel quartiere pensano che Veltroni si sia «montato la testa» proprio qui, quando il 17 dicembre scorso si fece vedere da queste parti «per la nona o decima volta» per inaugurare proprio quel parco - dedicato a Peppino Impastato - e «fece un vero bagno di folla». Rutelli sindaco invece non se lo ricorda quasi nessuno: «No, lui al massimo scendeva a Torpignattara». «Però adesso, giusto all'inizio di aprile, è venuto a fare campagna elettorale: gli abbiamo regalato un mazzo di rovi e ortiche per dirgli che così sono ormai diventate le periferie di Roma». Alemanno però, «quello no, qui non c'ha ancora mai messo piede». Eppure Finocchio, come gran parte dell'VIII municipio - Tor Bella Monaca, Torre Maura, Torre Angela, Tor Vergata, Giardinetti, Lunghezza - da sinistra si sta spostando lentamente ma inesorabilmente verso destra. E domenica prossima i 205 mila abitanti del municipio «delle Torri» - uno dei più popolosi della capitale, più grande di una città media come Brescia - dovranno per la prima volta tornare alle urne per il ballottaggio, per scegliere se consegnare definitivamente alla destra questa fetta di territorio, oltre che l'intera città. Il Pd è consapevole dell'importanza di quei voti e per questo martedì scorso a Tor Bella Monaca c'era Veltroni in persona, venuto a sostenere il presidente uscente Fabrizio Scorzoni. Che però in verità per sé non dovrebbe correre grandi rischi - è al 46,22% contro il 40,71% - ma è quasi sicuro che invece non riuscirà a convincere tutti i suoi estimatori a votare anche per Rutelli (che qui si è fermato al 42,18). In viaggio verso il nulla. Quando si entra nel territorio del municipio delle Torri, viaggiando sui vecchi trenini rinnovati solo con la plastica adesiva, che corrono - si fa per dire - lungo la via Casilina, e superano stazioni che a essere onesti fanno paura anche di giorno, ci si lascia alle spalle i quartieri più multietnici della capitale: Pigneto, Torpignattara e Centocelle, dove oramai crescono le seconde generazioni di immigrati bangladeshi, cinesi, indiani, pakistani, rumeni, russi, filippini, moldavi. Ma man mano che ci si spinge ai margini della metropoli però il panorama umano cambia, diventa sempre più monocolore, e i pochi immigrati visibili sono perlopiù giovani maschi provenienti dall'est europeo. Sono gli ultimi arrivati, i più precari, i più emarginati, sono le braccia al nero che vedi ogni mattina alle 7 in attesa del caporale, e che vivono stipati in pochi metri quadrati nelle vicinanze dei cantieri edili. Le borgate dell'VIII municipio sono, relativamente, di recente insediamento anche se costellate dai resti delle torri del XIV secolo e con un sottosuolo tufaceo che nasconde antiche catacombe. Per secoli patrimonio agricolo della famiglia Borghese, dal dopoguerra in poi questo territorio è stato via via lottizzato dagli ex braccianti che solo dagli anni '70 hanno cominciato a trasformare le loro baracche in casette a mattoni e poi in edifici. Edilizia spontanea, senza alcuna regola e alcun piano urbanistico, e «autoprodotta» dagli immigrati di allora: abruzzesi, ciociari, molisani, campani. Gente che era costretta alla clandestinità da una legge fascista contro l'urbanesimo rimasta in vigore fino al 1961, che rendeva - come scrive Alessandro Portelli nel suo Città di parole - «praticamente impossibile all'immigrato l'iscrizione nel registro anagrafico del comune in cui si sposta, vincolandola all'avvenuta iscrizione nelle liste del Collocamento, per ottenere la quale è però necessaria la residenza nel comune stesso». Un circolo vizioso che nel 1958 aveva reso clandestino il 15% della popolazione romana. Ma proprio in virtù di queste caratteristiche qui il tessuto sociale godeva di un saldo senso di solidarietà consolidato nel tempo. Che ovviamente si è andato perdendo con l'arrivo massiccio di immigrati. Diversa è la storia di Tor Bella Monaca, incredibilmente l'unico agglomerato urbano di tutto l'VIII municipio che assomigli un po' di più a un quartiere vero e proprio. Nata negli anni '80 su un Piano di zona interamente attuato ma che ha segnato il fallimento totale di un certo tipo di sperimentazione urbanistica, può vantare però un teatro, una biblioteca, una ludoteca, dei campi sportivi, piscine, centri musicali, oltre che consultori, e sedi municipali e sanitarie. Beni più unici che rari da queste parti. A Finocchio per esempio l'unico cinema che c'era è stato acquistato dall'immobiliarista Danilo Coppola, originario di queste parti, che prima di finire in carcere pare ne abbia cambiato la destinazione d'uso per trasformarlo nell'ennesimo centro commerciale. Eppure anche a Tor Bella Monaca la destra cresce. Certo, le uniche sedi politiche attive sull'intero territorio sembrano essere quelle di Forza Nuova, che dal suo circolo di Torre Angela organizza di tanto in tanto qualche fiaccolata anti immigrati. Mentre per il resto, tutto tace. Modello social forum. O Lega? Quasi tutto, perché all'ombra delle piccole torri romane c'è chi, messa da parte la stretta militanza politica, ha imbracciato piuttosto lo spirito anglosassone dei comitati di quartiere. Ce ne sono quattro, agiscono come lobby di pressione sulle istituzioni locali. Quello di Finocchio conta una cinquantina di iscritti che si riuniscono nel locale centro anziani e dall'elenco che la vicepresidente Noris Pivetta mostra, si capisce che sono efficaci: tanti i progetti approvati e già finanziati e molti altri quelli proposti. Tutti riguardanti strutture e servizi: scuole, trasporti, strade, biblioteche, illuminazione, fogne. «Se solo fossimo andati al voto tra un anno tutti si sarebbero resi conto di quanto è stato fatto con Scorzoni - dice Pivetta - Ma l'erba si sa, quando cresce non fa rumore». Il problema della sicurezza invece non è all'ordine del giorno, così almeno sembra. Pivetta, una donna energica sui 45 anni, politicamente a sinistra di Rifondazione, e che sembra piuttosto restia a scegliere tra Rutelli e Alemanno, sul tema vuole essere rassicurante: «Qui c'è molta integrazione - dice - abbiamo un sacerdote che accoglie ragazze madri immigrate e un'associazione che ogni mercoledì fornisce pasti caldi ai poveri. Nelle vicinanze ci sono un centinaio di zingari che oramai sono stanziali e vivono in casette prefabbricate, non danno alcun fastidio. Piuttosto aumentano gli scippi, ma a commetterli sono italiani drogati». Insomma, difesa degli immigrati a 360 gradi, a scapito dei «drogati». Con lei c'è Giulio Marchetti, il giovanile presidente del centro anziani, comunista doc, tanto da portare sempre al collo un ciondolo con falce e martello. Lui è deluso dalla sinistra e probabilmente, dice, non andrà a votare: «Dalla sinistra ci aspettavamo che non appoggiasse l'indulto e che invece tentasse di modificare la legge 30. Ora forse bisogna toccare il fondo per potersi rialzare». Però anche lui, come il presidente del comitato di quartiere, Luigi Di Bernardo, è entusiasta dell'esperienza di amministrazione partecipata che stanno vivendo. L'impatto con la realtà. Tutti e tre, insieme, hanno appena finito di volantinare nelle strade del quartiere, per Scorzoni. Raccontano di quanto sia cresciuta «un'arroganza di destra, che non conosce regole né limiti», di quanti Suv nuovi si contino nel quartiere anche se, aggiungono, cresce anche un certo ceto di «immigrati dell'est arricchiti e in odor di mafia». Ma è Di Bernardo, il più anziano dei tre, alla fine, a sputare il rospo: «Oggi per la prima volta mentre volantinavamo mi sono accorto di quanto odio cova contro gli immigrati, delle donne soprattutto, contro le donne immigrate perché sottraggono i posti negli asili per i loro figli, spacciandosi magari per single - racconta -. C'è gente che conosco da una vita, amici, parenti perfino, che sono sempre stati di sinistra ma che stamattina ci hanno detto di votare per la destra. Questo odio mi fa paura, e mi fa paura che ce ne stiamo accorgendo solo adesso». Dunque, è una questione culturale? «Ma la cultura dei centri commerciali chi l'ha promossa, io o Veltroni? Ormai mi rendo conto di essere diventata impopolare se chiedo una biblioteca», ribatte Noris Pivetta che accusa Rutelli, con il suo braccialetto elettronico, di correre dietro alla destra sulla questione della sicurezza. I tre compagni discutono tra loro, anche aspramente: non sarà un caso che sull'autobus quasi non si sente parlare d'altro, la sicurezza e gli immigrati. E alla fine tutti e tre sono d'accordo su una cosa: ci vogliono più pattuglie di polizia e più controllo del territorio. «Ci vuole una ripulita - dicono, quasi in coro - chi non sta qui per lavorare se ne deve andare». Molto meno paludata la signora Loretta Antonucci, anche lei del comitato di quartiere, che vive a Finocchio da più di 30 anni. «Le assicuro che non è solo un allarme montato ad hoc dalla destra, la situazione negli ultimi anni è molto peggiorata e oggi non c'è un bar che non sia stato rapinato, c'è una criminalità che agisce senza più controllo. Il problema non sono gli immigrati, ma certo ci sono tanti clandestini che non lavorano, che si ubriacano e rendono le strade meno sicure. Se ci fosse più controllo ci sarebbe più integrazione». Cominciò così anche nelle banlieues. La signora parla di quel senso di estraneamento percepito dalla popolazione che, come è ben descritto nel rapporto della Caritas sulle periferie italiane del 2007, si sente «senza punti di riferimento per la propria protezione, privata di quei simboli che favoriscono un riconoscimento e un significato condiviso in grado di offrire familiarità ai luoghi e pertanto fiducia nelle relazione e senso di protezione». Secondo un rapporto del Censis del 2005, Tor Bella Monaca è il quartiere a Roma in cima alla classifica della percezione di insicurezza. «Poi di notte mentre la Casilina si trasforma in una pista da corsa - continua Loretta Antonucci - ci sono gruppuscoli di estrema destra, sempre più di moda tra i giovani, che indisturbati organizzano raid contro i negozi degli stranieri. Purtroppo però questi atti di vandalismo vengono considerati sempre meno gravi delle aggressioni subite dalla cittadinanza. La gente non vede il razzismo di questa destra e considera le loro scorribande come uno sfogo quasi giusto. Poi ci sono tanti che come me rimangono schiacciati tra queste due realtà, tra l'incudine e il martello». Ma non c'è caserma di polizia che tenga, secondo una seria professionista, che vive da tempo a Tor Sapienza, ma che vuole rimanere anonima. «Vivo a 500 metri da una caserma dei carabinieri - racconta - e qualche tempo fa la fidanzata di mio figlio è stata aggredita sotto casa. Li abbiamo chiamati, ma sono arrivati 40 minuti dopo. E invece sa qual è l'attività preferita dei poliziotti? Dare fastidio ai nostri figli che di sera non sapendo dove andare si incontrano per strada, nei parcheggi, vicino a un muretto. Ogni tanto li fermano, e perquisiscono le loro macchine per cercare droga, e magari trovano un pezzetto di fumo e niente altro. Non c'è alcuna prevenzione della criminalità, ma solo un'inutile repressione. Ormai in molti non si fidano più delle forze dell'ordine e se succede qualcosa nemmeno li chiamano, tanto lo sappiamo come va a finire».

La guerra di Emma e la vita di Aryan - Loris Campetti

Il bollettino di guerra è impietoso. Nella fossa comune ogni giorno ne finiscono altri quattro, nei weekend va un po' meglio ma ci sono giorni in cui le vittime aumentano. I caduti appartengono a un contingente internazionale, parlano la nostra lingua ma anche bosniaco, albanese, croato. E' la guerra del lavoro made in Italy. Aryan lavorava all'Ilva di Taranto, è morto alla dodicesima ora di fatica, come alcuni dei suoi compagni bruciati vivi alla ThyssenKrupp. Il giorno dopo la strage multietnica che ha fatto salire a 6 le vittime accertate in sole 24 ore, la neoincoronata regina di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha usato parole nette e inequivocabili il cui succo è questo: il modello incentrato sui profitti e il mercato, che considera il lavoro una variabile dipendente dalle esigenze del capitale, dev'essere affinato. Ci vogliono più flessibilità e meno vincoli, sterilizzando i contratti nazionali di lavoro. E pensioni più leggere. Adesso si può fare. Adesso che la maggioranza è forte e di destra, adesso che finalmente gli ultimi vincoli politici sono stati rimossi con la cancellazione della sinistra dal Parlamento, anche i lacci e lacciuoli sindacali e sociali che frenavano le magnifiche evoluzioni del capitale possono essere rimossi. Il modello industriale, sindacale e sociale che Marcegaglia ritiene troppo vincolante è quello che ogni giorno già uccide quattro di quei lavoratori i cui salari valgono sempre meno; per renderli tollerabili essi sono costretti a rinunciare progressivamente ai loro diritti e a lavorare più ore, a fare straordinari di giorno e di notte, costi quel che costi, anche la vita. Siccome la vita degli operai bosniaci, albanesi e croati vale ancor meno di quella dei nostri, i lavori peggiori vengono esternalizzati, appaltati a chi se ne fotte della vita e della sicurezza dei suoi operai. Ma alla presidente di Confindustria tutto questo non basta ancora, dalla politica epurata dagli anticorpi vuole di più. Ieri è arrivata a rivendicare una modifica della legge sulla sicurezza varata in extremis dal governo Prodi. Dice che le sanzioni a chi viola le regole sono esagerate dunque sbagliate, perché gli infortuni sul lavoro si combattono non con la repressione ma con l'informazione e la formazione. Lo dice nel discorso d'investitura, senza vergogna, il giorno dopo l'ennesima strage sul lavoro. A prima vista, il suo potrebbe sembrare un ragionamento culturalmente accettabile, ma non lo è. Perché pretende clemenza dalla corte, pretende impunità, invece di chiedersi perché i suoi rappresentati - padroni e padroncini - se ne fottono delle leggi in nome del loro tornaconto, oppure non si assumono la responsabilità dell'intera filiera fatta di ditte in appalto e subappalto come all'Ilva, alla Fiat, alla Fincantieri e via uccidendo. Quel che colpisce del discorso di Emma Marcegaglia non è il suo considerare il lavoro una variabile dipendente del profitto. Questa non è una teoria moderna ma il ritorno all'antico, reso possibile da una pesante sconfitta politica, sindacale e sociale maturata giù negli anni Ottanta. Quel che colpisce è che Marcegaglia (e coloro che rappresenta, più o meno candidati nel Pd o nel Pdl) considera la politica stessa una variabile dipendente. Una sorta di utile idiota al servizio del capitale. E' questo il commento al voto della «nuova» Confindustria, ed è un messaggio diretto a tutti noi.

 

Marcegaglia: «Adesso contratti leggeri» - Antonio Sciotto

Roma - In Confindustria è cominciata l'era Marcegaglia, ieri il primo incontro con i giornalisti, anche se l'insediamento ufficiale avverrà con l'Assemblea del 22 maggio, all'Auditorium di Roma. La ricetta della neo-presidenta è chiara, e si incrocia con quella del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi: «Siamo fortemente a favore della detassazione degli stroardinari e dei premi variabili - ha esordito Emma Marcegaglia, dopo aver presentato la sua nuova Giunta - E chiederemo al prossimo esecutivo di modificare il Testo unico sulla sicurezza del lavoro, perché è troppo sbilanciato sul fronte delle sanzioni: vorremmo che fossero ridotte». Le priorità sono «nuove relazioni sindacali e modifica degli assetti contrattuali: serve un contratto nazionale più leggero sia economicamente che normativamente, e un deciso decentramento verso i contratti aziendali, individuali». Marcegaglia ha ribadito più volte che «gli incontri con i sindacati e il nuovo presidente del consiglio in pectore cominceranno subito, già nei prossimi giorni» e che l'obiettivo della riforma contrattuale a questo punto «non ha più alibi per essere rimandato»: «Noi speriamo che tutti i sindacati vogliano sedersi al tavolo e si giunga a un accordo: se in 4 anni non si è raggiunta una posizione unica non dipende certo da noi, e i veti posti sono una realtà che non si può negare. Ma se anche questa volta non sarà possibile chiudere, vorrà dire che ne sapremo trarre le conseguenze, e decideremo noi come procedere». A una nostra domanda, la leader confindustriale non ha chiarito se le imprese procederanno con aumenti unilaterali - come è accaduto ad esempio alla Tod's di Della Valle - o con accordi separati - come aveva minacciato il suo predecessore, Luca Cordero di Montezemolo. In ogni caso, Marcegaglia ha spiegato che il tema «della revisione dell'articolo 18 non è nella nostra agenda, come mi pare non sia in quella del governo: se piuttosto si decentrassero i contratti, se si detassassero gli straordinari e i premi variabili, penso che risolveremmo molti problemi legati alla competitività, e i lavoratori avrebbero salari più alti». Confindustria resta però «contraria ai contratti di tipo territoriale», «perché non si può calcolare la produttività di un territorio»: «Per noi esistono solo due contratti: il primo è il nazionale, che va alleggerito perché è un freno per la competitività delle imprese, con i riti estenuanti del rinnovo; ed è un tappo per i salari, perché li livella verso il basso; e poi c'è quello aziendale, direi meglio individuale, che invece premia l'impresa e il reddito del lavoro: per questo oltre a detassare gli straordinari noi riteniamo opportuno anche intervenire fiscalmente sui premi variabili». Autocritica gli imprenditori la fanno solo quando parlano di ricerca: «E' vero che l'Italia è indietro per gli investimenti privati: faremo di più», ma sulla sicurezza del lavoro portano a esempio l'incidente di Molfetta, dove «il titolare morì insieme a 4 dipendenti», a dimostrazione del fatto che «nella maggior parte degli infortuni non c'è contrapposizione tra impresa e lavoratore», e che «l'onda emotiva generata da fatti come quelli della Thyssenkrupp ha prodotto un irrigidimento di norme e sanzioni che riteniamo sbagliato». Dunque, oltre alla modifica del Testo unico, Confindustria - come ha spiegato il direttore generale Maurizio Beretta - «chiederà anche l'impiego dell'avanzo Inail per finanziare programmi di prevenzione e formazione; perché quelli sono soldi che le imprese hanno pagato evidentemente in sovrappiù». L'avanzo Inail ammonta a 12 miliardi di euro, e ogni anno se ne aggiunge uno: lo stesso Maurizio Sacconi (Pdl), probabile prossimo ministro del Lavoro, è intenzionato a girarlo verso le imprese, mentre associazioni come l'Anmil chiedono che almeno una parte venga utilizzata per aumentare i magri assegni Inail agli infortunati. Marcegaglia ha anche parlato del nuovo assetto politico, apprezzando la «semplificazione del quadro, il fatto che ci sia una maggioranza netta», e «l'attenzione alla territorialità della Lega». Poi si è detta lieta per l'uscita dal Parlamento della sinistra radicale, definita «interdizione eretta a sistema». Tra le riforme auspicate, «una maggiore presenza del mercato negli enti locali, una giustizia più veloce, una legge elettorale che permetta la scelta del candidato, infrastrutture come la Tav» e, sul fronte delle energie, «un disegno di ritorno al nucleare». Tra i nuovi incarichi in Giunta, il Comitato sulla sicurezza del lavoro, affidato a Salomone Gattegno, quello sul fisco (Luca Garavoglia), «per avere entro l'anno una proposta di revisione del sistema fiscale: la pressione è ancora troppo alta»; il comitato per la presenza delle multinazionali in Italia, affidato al greco Angelos Papadimitriou, presidente della Glaxo. Riconfermato vicepresidente alle relazioni industriali Alberto Bombassei. Gli altri vice: Antonio Costato, Cesare Trevisani, Andrea Moltrasio, Paolo Zegna, Aldo Bonomi, Gianfelice Rocca, Edoardo Garrone, Cristiana Coppola.

 

«In questa fabbrica veniamo a morire» - Ornella Bellocci

Taranto - E' nell'appalto Ilva che è avvenuta l'ultima morte sul lavoro a Taranto. Quella di Arjan Gjoni, l'operaio precipitato lunedì sera da un'impalcatura alta quindici metri mentre assemblava materiale metallico per conto della Pedretti Montaggi nell'area «laminatoio a freddo» dello stabilimento, dove la ditta bresciana sta allestendo un capannone per la zincatura. È morto in ospedale Arjan, per emorragia interna. I traumi riportati al torace e alle gambe nell'impatto al suolo non gli hanno lasciato scampo. Indossava la cintura di sicurezza al momento dell'infortunio, ma non l'aveva agganciata, come avrebbe dovuto, all'apposito cavo di acciaio assicurato all'impalcatura. Lavorava da dodici ore quando ha perso l'equilibrio su quel ponteggio. E lavorava da dieci anni per la Pedretti Montaggi. A Taranto, con un contratto a tempo indeterminato. Aveva quarantasette anni Arjan e negli occhi la sua terra, l'Albania, che non rivedrà. Secondo stime sindacali, dal 1993 al 2007 all'Ilva i morti sono stati 40, sei nell'ultimo biennio. Di questi, quattro lavoravano per ditte dell'appalto. I lavoratori delle ditte di appalto, dopo aver saputo della morte di Arjan, hanno aderito ieri allo sciopero per la sicurezza proclamato da Fiom, Fim e Uilm, presidiando dalla mattina la portineria. Oggi invece lo sciopero di ventiquattro ore è per i dipendenti diretti dell'Ilva. E un'ora di sciopero in tutto il gruppo Ilva è stata proclamata dalle segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm. A Taranto è l'indotto siderurgico la trincea più pericolosa. Riva ha esternalizzato molte attività, spostando su esso, insieme a lavorazioni a basso contenuto professionale, numeri e responsabilità degli infortuni. Nell'appalto ci sono circa 200 ditte, piccole e medie, che muovono quasi 4mila lavoratori, che sommati ai diretti portano a 17 mila le presenze quotidiane in fabbrica. Si occupano di manutenzione, impiantistica, riparazioni elettriche, e di lavorazioni più specialistiche. Occupano giovani e meno giovani, con contratti a termine. «Lavoro nostro prima lo faceva operai de Ilva», spiega Alì, un altro immigrato dipendente di una grossa azienda dell'appalto. «Oggi pero Riva ha fatto un sacc di ditte, e ditte con meno operai fai lo stesso lavoro. Se ditta fa morti si vede, se fa feriti non si sente niente. Perché adesso pure c'è questo. Un sacc di persone conosco, loro fai male dentro Ilva, ma non fa infortunio, non prende malattia. Perché un poco paura. Loro dice ce l'ho contratto determinato, se io fa questo, come scade loro mi mandare via. E questo viene buono per Riva e per ditta». Non sono lavorazioni particolarmente pericolose, o almeno, se vengono garantite le pratiche operative di sicurezza, hanno la pericolosità di qualunque lavoro là dentro. «Il problema è che qui non vengono garantite», nota Enzo. «Noi in questa fabbrica veniamo a morire ogni giorno». Eppure l'appalto siderurgico è un terreno ancora tutto da censire. Delle organizzazioni sindacali solo la Fiom è riuscita a entrarvi, ponendo «come centrale la questione formazione» e avviando «percorsi di stabilizzazione per i lavoratori che operano da tempo nello stabilimento». Toccherà al Noi (Nucleo Operativo Integrato di prevenzione e vigilanza, in cui convergono Ministero della Salute, del Lavoro, Ispels, Regione, Arpa e Inail Puglia, Provincia e Asl di Taranto, Ilva e sindacati) vigilare sull'applicazione del protocollo sulla sicurezza sottoscritto il 26 ottobre 2007. Obiettivo dell'accordo «il decremento degli infortuni», fino «al loro azzeramento». Il protocollo è orientato, in particolare, sulla gestione dei lavoratori dell'appalto. Esso impegna l'Ilva a rafforzare i controlli sulle ditte. E le ditte a fornire l'elenco dei lavoratori impiegati e i dati sull'andamento infortunistico negli ultimi tre anni, partendo dai quali si dovrà aggiornare il protocollo sulla sicurezza.

 

«No al Pd del Nord? Walter non capisce» - Orsola Casagrande

Venezia - Massimo Cacciari non è soddisfatto dalla piega che ha preso il dibattito all'interno del Pd sul Partito del nord bocciato da Veltroni a favore di un più innocuo 'coordinamento'. Lo dice chiaro: «Non hanno capito nulla», hanno un problema di «miopia». In sintesi: «Walter sbaglia. Il coordinamento degli enti locali è insufficiente, c'era già e non ha mai funzionato». Quello che serve, per il sindaco di Venezia, è piuttosto «un Pd federale in cui siano riconosciute alle strutture regionali reali autonomie: strategiche, programmatiche, finanziarie, di formazione del gruppo dirigente e delle candidature». Ma la proposta è già stata bocciata, a Roma. E anche da Sergio Cofferati, il collega di Bologna a cui però Cacciari non riconosce i titoli per occuparsi di Nord. Sindaco, partiamo da una considerazione più generale sui risultati del Partito democratico e della sinistra arcobaleno. Direi che il risultato del Pd ha dimostrato la validità della sua proposta. I dati parlano del doppio dei voti ottenuti alle precedenti elezioni dalla vecchia coalizione e questo ci dice che la proposta è allettante. Ha conquistato ampi settori di quello che prima era l'Ulivo e anche qualcosa, certo poco, al centro. Dall'altra parte c'è il fallimento totale della sinistra arcobaleno, di una proposta politica ancorata a vecchi modi di pensare. La gente vuole governo e responsabilità non testimonianze e ideologie. Ma anche il Pd ha mostrato dei limiti. E lei propone un Pd del nord che possa muoversi liberamente, anche sulla scelta dei gruppi dirigenti. Il Partito democratico non poteva sperare in un risultato migliore visto il poco tempo che ha avuto a disposizione, ma adesso si pone il problema di come realizzare i programmi. Il partito dovrà essere veramente federale in particolare nella formazione dei gruppi dirigenti. Soltanto così il Pd potrà davvero sfruttare le sue potenzialità specialmente nelle regioni dove si giocano le partite economiche del paese. Parlo del Veneto, della Lombardia, del Piemonte e della Liguria. E però le prime reazioni alla sua proposta e l'orientamento emerso a Milano, dalla riunione dei segretari regionali, va in un'altra direzione. Cosa vuole che dica? Non hanno capito nulla. Se vorranno prendere atto delle trasformazioni e di quanto sta accadendo, bene, altrimenti vorrà dire che continueremo a perdere specialmente in queste aree, nel Veneto come in Lombardia che sono tra le più sviluppate d'Europa e che devono essere gestite secondo le specificità che hanno. Il centro vitale di queste aree sono le città, anche su questo però le prime indicazioni che escono dal dibattito interno al Pd non sembrano seguire molto la sua lettura. Sono stanco di ripetere sempre lo stesso discorso. Non sono un robot o una macchinetta. A questo punto dico che se vogliono capire quello che abbiamo di fronte bene, altrimenti, ripeto, ci attendono altre sconfitte. Dal nord est, e certo non a caso, riparte anche il dibattito interno ai movimenti. Il dato principale è quello di non piangersi addosso perché non c'è nulla per cui piangere né da rimpiangere. Invece interessa di più affrontare un discorso a tutto tondo sui territori, che cosa significa stare nel territorio, riappropriandosene e ripartendo proprio da qui. Molti di questi movimenti hanno capito che cosa sta avvenendo, le trasformazioni in atto. Molti di questi fanno lo stesso discorso che faccio io, ognuno naturalmente con sfumature e percezioni diverse, ma nei fatti hanno ben colto per esempio che è fondamentale il radicamento nel territorio. Dimostrano di avere capito che rimanendo ancorati alle ideologie non si va da nessuna parte. Capiscono che la società non è più quella di un tempo. Il problema però è un altro, i movimenti danno un loro contributo importante e questo è indubbio, ma la politica si fa con i partiti, non con i movimenti. Il ragionamento sulla nuova centralità del territorio non porta in sé un rischio di chiusura, di auto recintarsi? Dipende da come si vive il territorio, da come ci si relaziona con esso. Se lo si fa alla Gentilini certo il rischio di chiusura c'è. Ma non dimentichiamo che è dal territorio che partono relazioni globali, da qui si sviluppano. Del resto credo che ormai nessuno viva più il territorio come una sorta di Fort Apache, nemmeno la Lega che ha capito e saputo interpretare, a modo suo. Lega che ha fatto il pieno e non era così imprevedibile. La Lega ha portato via molti voti alla sinistra arcobaleno che non ha capito nulla della modificazione del territorio, della diversa composizione sociale del nord, non solo del nord est, che è rimasta ancorata a letture vecchie che non hanno ormai alcun fondamento. E ha pagato. La sinistra arcobaleno ha dato almeno 2 o 3 punti alla Lega. Il resto lo ha perduto a favore di Pd e astensionismo.

 

«Il Prc c'è, per la sinistra tempi lunghi» - Micaela Bongi e Andrea Fabozzi

Al ministero della solidarietà sociale si preparano gli scatoloni per il trasloco. Il ministro Paolo Ferrero è adesso concentrato sul confronto dentro Rifondazione comunista. Nell'ultimo Comitato politico nazionale ha ottenuto la maggioranza su un documento votato anche dall'area Essere comunisti di Claudio Grassi, ribaltando la maggioranza bertinottiana. Non era più urgente ragionare sulla portata della sconfitta elettorale piuttosto che lanciare uno scontro tra gruppi dirigenti? La sconfitta è stata enorme e nessuno se l'aspettava. Io me ne ritengo responsabile quanto gli altri compagni del gruppo dirigente. Ma subito è apparso il rischio di una dissoluzione completa di quello che rimaneva della sinistra politica. Nell'ultima parte della campagna elettorale era stato avanzato esplicitamente l'elemento dello scioglimento del Prc e della costruzione di un partito unico della sinistra. Lo ha detto Bertinotti ma non solo lui. La cosa è proseguita, nei giorni immediatamente successivi abbiamo fatto una riunione di segreteria dove Giordano ha proposto di accelerare quel processo di superamento del partito. E subito dopo la sconfitta le ipotesi emerse nel gruppo dirigente dell'Arcobaleno sono state le più varie, da chi ha detto entriamo nel Pd a chi ha detto unità dei socialisti, da chi ha detto costituente di sinistra a chi ha lanciato la costituente comunista. In quella situazione ho pensato che rischiavamo una dissoluzione. Le due ipotesi più forti, costituente della sinistra e costituente comunista, potevano realizzarsi entrambe: una riaggregazione per linee ideologiche, comunisti o non comunisti, che avrebbe determinato la spaccatura secca della sinistra. Con la tua iniziativa però hai cominciato a spaccare Rifondazione. In quel contesto mi è sembrato necessario, anche se molto doloroso, fissare dei punti fermi. Nel Cpn abbiamo affermato tre cose. Che Rifondazione c'è per l'oggi e per il domani. Che è necessaria ma non sufficiente, quindi il processo di unità a sinistra deve andare avanti. E che abbiamo perso nel rapporto tra costruzione politica della sinistra e sua utilità sociale, dunque si deve ripartire dall'opposizione sociale a Berlusconi. Il documento che abbiamo approvato non è una elaborazione strategica, un documento congressuale. Vale per le prossime settimane. Per ripartire dopo la bomba atomica. L'arcobaleno è fallito perché veniva dall'alto, politicista e non democratico. Che sia stato un fallimento, dopo il voto lo dicono anche gli altri. Giordano sostiene però che lo è stato perché troppo simile a un cartello elettorale, troppo federazione di partiti, modello che invece voi riproponete. Attenzione, se è fallimentare non possono dire anche che bisogna accelerare. La Sinistra arcobaleno non c'entra nulla con la federazione, era un patto di vertice senza democrazia. Sostenere che era una federazione serve a dire che l'unica soluzione e è formare un nuovo partito. Io penso invece a una federazione con soggetti diversi: i partiti, le associazioni, i comitati, i movimenti, le singole persone che partecipano e si danno uno statuto democratico. Con pari dignità, una testa un voto? Quella è un'ipotesi, ce ne sono altre. Si può pesare al 50% la partecipazione dei partiti e dei singoli. L'importante è che si parta dal basso. Serve un percorso lungo, sperimentare una formula in cui anche se su qualcosa non si è d'accordo non c'è alcun potere di veto. Come ci presenteremo alle europee? Discuterne ora significherebbe partire sconfitti. Vedremo. Ma perché tutto quello che sta fuori dai partiti e fin qui non si è visto, proprio adesso dovrebbe accorrere? Non si sono visti perché si è sempre partiti dall'alto, con il risultato di incontrare solo le rappresentanze e non i soggetti in carne e ossa. Il processo va rovesciato. Se nei prossimi sei mesi riuscissimo a costruire case della sinistra in tutti i quartieri piuttosto che a via Veneto a Roma, luoghi dove quando c'è uno sfratto quelli della sinistra organizzano un picchetto, quando c'è un licenziamento si prova a costruire una vertenza, se lo facessimo davvero tra sei mesi l'idea della sinistra in questo paese sarebbe diversa da quella di un ceto politico che va a chiedere voti per andare in parlamento. Intanto avete ipotecato i prossimi tre mesi per una discussione interna, con il rischio, visto il risultato elettorale, che quando andrete a fare i congressi troverete le sezioni vuote. La democrazia non è un lusso e poi non sono io che ho proposto il congresso a luglio. E certo non deve essere separato dall'iniziativa politica e dalla discussione con tutti gli altri compagni della sinistra. Il partito non si ferma. Insistiamo: il risultato immediato è una lacerazione e il rischio di una nuova scissione. E' possibile, sarebbe terribile. Ma ora nessuno mette più in discussione l'esistenza del Prc. E io ne sono contento. A partire da questo io sono per fare un congresso unitario al massimo. La paura dei compagni sul fatto che il gruppo dirigente si spacchi è legittima ma ora tentiamo il massimo di pratica unitaria. Propongo un congresso a tesi, non con cinque documenti contrapposti. Mettiamoci dentro la cultura politica di questo partito che non intendo assolutamente buttare a mare e punti di differenziazione dove è necessario. Evitiamo di trasformare il congresso in un referendum. Stai dicendo che hai già vinto o almeno ottenuto quello che ti stava più a cuore? Abbiamo fissato un punto fermo, ma resta da fare una critica profonda alle conclusioni del congresso di Venezia: abbiamo completamente sbagliato l'analisi. Abbiamo pensato che le forze che ora stanno nel Pd fossero permeabili alla critica del neoliberismo. Non era vero, io l'ho verificato stando al governo. Dire questo per me vuol dire anche che in questa fase per la sinistra c'è solo l'opposizione. O si modificano di molto i rapporti di forza oppure l'idea che si fa un po' di opposizione e poi si torna a fare l'accordo col Pd è da pazzi. Ma se è così perché non siete usciti un anno fa dal governo e avete aspettato che fosse Mastella a farlo cadere, prendendovene per altro la responsabilità? Forse abbiamo fatto durare Prodi troppo a lungo. Abbiamo tentato di contrattare sempre sperando che il sindacato facesse il suo mestiere. Sul pacchetto welfare le abbiamo provate tutte. Troppe? E' possibile. Non proprio, Giordano ha ricordato che lui era per ritirare la delegazione dei ministri e fosti proprio tu ad opporti. E' una falsità. Mi dispiace ma Giordano non me l'ha mai proposto. Ricordo che nella discussione qualche compagno disse ritiriamo la delegazione al governo. Ma nei discorsi con Giordano e con Bertinotti sempre si è detto o si resta o si fa la crisi, restare nella maggioranza senza postazioni di visibilità sarebbe stato sancire un'impotenza. Non avresti potuto essere tu, dal governo, a proporre una rottura, ad esempio sul decreto sicurezza che invece hai votato e per due volte in consiglio dei ministri? In realtà a me è capitato di votare no in consiglio dei ministri anche in assenza di mobilitazione del partito, per esempio sui fondi pensione. Sulla sicurezza mi sono trovato a dover decidere in solitudine e velocemente. Ho pensato che il rischio maggiore era quello di favorire un'alleanza tra Veltroni e Fini, allora sì che avremmo avuto un decreto anche peggiore. Ho tenuto aperta una porta, evitato di mandare il partito nel tritacarne e alla fine quel decreto non sono riusciti ad approvarlo. Dal punto di vista dell'efficacia bisognerebbe fare un monumento al genio tattico del compagno Ferrero. Dire che ho obbligato il partito a votare a favore del decreto sicurezza è uno dei tanti veleni che circolano in questi giorni. E' un veleno anche che vuoi togliere Sansonetti dalla direzione di Liberazione? Sì, non so cosa farci. Se non smentire ogni volta: non chiedo la testa di Sansonetti. Come non mi sono mai proposto in questo frangente per fare il segretario. Il segretario lo decide il partito dopo il congresso. E' una risposta a Giordano che ha parlato del ritorno della cultura del sospetto? Sono esterrefatto. La mia stima per Bertinotti è totale perché lui la battaglia politica la fa pulita. Nuovo partito della sinistra l'ha detto in tv. E' il gruppo dirigente del partito che ha negato l'evidenza. Mi fa imbestialire, chi rivendica la nonviolenza non dovrebbe ridicolizzare l'altro. Non è una campagna pubblicitaria, se no siamo tutti come Veltroni e Berlusconi. Congresso a tesi significa che su alcune questioni ti prepari ad essere di nuovo d'accordo con i bertinottiani e non con Grassi? E' assolutamente possibile e la cosa non mi preoccupa e credo non preoccupi nemmeno Grassi. Ci siamo trovati d'accordo sul fatto che bisognava dire esplicitamente no allo scioglimento. E no al fatto che il comunismo sarà una tendenza culturale. Lo rivendico e lo rifarei cento volte. Nel congresso a tesi non ci sono matrimoni, magari su altre questioni sarò più d'accordo con Bertinotti che con Grassi. Questo presuppone che si trovi un'intesa preventiva sul nome del segretario. Partire dall'individuazione del segretario è un modo di procedere incompatibile con la sinistra. Non si possono proporre contenuti di sinistra con il plebisicitarismo.

 

La Stampa – 24.4.08

 

Epifani sul caso Alitalia: "E' colpa di tutti, parlo anche del sindacato" - PAOLO BARONI

«Lo scaricabarile sulla pelle di Alitalia è irresponsabile» dice Guglielmo Epifani. Che ora avverte: «Attenti, perché il prestito ponte non risolve nulla: siamo all’ultima spiaggia, abbiamo pochi mesi per trovare una soluzione vera». Per l’ennesima volta i sindacati ieri si sono trovati sul banco degli imputati, accusati sia da Prodi che da Berlusconi di aver fatto saltare il salvataggio di Alitalia. Il leader della Cgil, però, non condivide queste analisi e contrattacca. «C’è una responsabilità del governo uscente - spiega - perché è stato un errore aver fatto precipitare la soluzione del problema in campagna elettorale. Poi c’è una responsabilità di Berlusconi, che è entrato a gamba tesa nella vicenda difendendo l’italianità e dicendo no alla soluzione Air France. C’è una responsabilità di chi ha avuto il compito di dirigere l’azienda in questi anni, dagli amministratori delegati ai manager, di cui non si parla mai. E che non sono stati all’altezza del compito. E ci sono difficoltà e responsabilità del sindacato aziendale che nascono dal fatto che quello di Alitalia assomiglia di più ad un sindacato inglese degli anni ‘70 che non a uno italiano, diviso per mansioni, da una parte i piloti, dall’altra gli assistenti di volo, poi il personale di terra». Tutti contro tutti ed ognuno che cura solo i propri interessi. «E’ chiaro che un sindacato che rappresenta solo dei mestieri rende molto più difficile realizzare processi di riorganizzazione. Probabilmente con un sindacato confederale più forte una parte di questi problemi si sarebbero potuti evitare, come è avvenuto alle Poste, nelle banche o in Telecom». Ci sono situazioni, legate agli accordi sindacali di Alitalia, difficili da spiegare: ad esempio i 135 piloti assegnati ai 5 aerei del settore cargo. «Certamente, ma sono tutte cose figlie di questa logica. Però bisogna dire che sui lavoratori di Alitalia sono state dette anche delle falsità: ad esempio che costano troppo, mentre in media guadagnano un terzo in meno dei dipendenti delle altre compagnie mondiali». Però volano anche meno... «Si, ma non è il costo del lavoro che ha inficiato i piani di rilancio». Messe in chiaro le responsabilità adesso come si procede? «Se si va avanti senza assunzione di responsabilità significa che non si hanno idee per salvare l’azienda, mentre io credo che si debbano utilizzare questi mesi, che sono pochi, per dare una prospettiva seria al gruppo». Venti di recessione e caro-petrolio rischiano di far salire il conto degli esuberi. «Per questo sono preoccupato, perché siamo all’ultima spiaggia. Quanto ai possibili esuberi nemmeno con Air France abbiamo contestato la possibilità di riorganizzare e ristrutturare, ma bisogna farlo in una prospettiva di rilancio del ruolo e della funzione di Alitalia, anche rispetto agli interessi del paese, di cittadini, imprese e lavoratori». Ma coi francesi, che poi hanno lasciato il tavolo, non avete alzato troppo il prezzo? «In realtà abbiamo solo cercato di trovare il modo di difendere meglio l’interesse italiano. Si è parlato del coinvolgimento di Fintecna, ma lo strumento poteva essere anche un altro e del resto anche oggi si parla di soluzioni di questo tipo». Adesso la palla è a Berlusconi. «Che come prima cosa dovrà aprire presto un confronto e noi dovremo spingere il nuovo governo a fare bene». Sarà il primo vero banco di prova tra voi ed il nuovo esecutivo. «Dobbiamo evitare il fallimento della compagnia e la svendita di pezzi a prezzi di saldo, senza rispetto del futuro di Alitalia e dell’occupazione. Poi decidere quale delle strade imboccare: se scegliere subito un partner internazionale, come Air France o Lufthansa, e trattare al meglio con lui, facendo pesare di più gli interessi del Paese. Oppure spostare ad un secondo tempo questa scelta e riorganizzare rapidamente un azionariato e una ricomposizione dell’offerta del trasporto aereo nazionale che nel giro di due anni e forse anche prima potrebbe dare una situazione di pareggio e avanzo di bilancio». Rispetto al 2001 Tremonti e Maroni sembrano mandare segnali di maggiore disponibilità al confronto. E’ così? «Io vedo un centrodestra che avendo vinto molto largamente le elezioni, ora che il quadro internazionale non è certamente facile, prova ad assumere un atteggiamento non pregiudizialmente negativo nei confronti delle organizzazioni sindacali anche se con qualche alto-basso. E’ certamente un fatto positivo, sarà poi il tempo, e ancora di più i fatti concreti, a dire se è solo un atteggiamento di convenienza tattica». Altra novità con cui vi dovrete misurare presto è la “nuova Confindustria” di Emma Marcegaglia. «Marcegaglia la conosciamo bene e presenta credenziali di tutto rispetto: è una persona di grande concretezza, che proviene da una famiglia di industriali che ha certamente una cultura del rapporto con le organizzazioni sindacali. La sua stessa squadra presenta delle novità interessanti. Credo che all’inizio si muoverà in una logica di continuità, poi vedremo i cambiamenti che interverranno. Tra noi e loro il quadro dei problemi è comune, ma i punti di partenza sono diversi: sarà il confronto a dimostrare se si può costruire un rapporto positivo come è certamente nelle nostre intenzioni».

I medici e i loro errori – Flavia Amabile

Da alcuni anni sugli errori dei medici si tenta di costruire delle statistiche. Non sono attendibili al cento per cento ma quanto basta a inquadrare quel che accade. E quel che accade è che negli ospedali si sbaglia sempre di più, anno dopo anno. Dopo le ultime rilevazioni dello scorso dicembre si era parlato senza troppi scrupoli di emergenza con l'abituale corollario di dibattiti e polemiche. Ebbene, tre mesi dopo aver denunciato l'emergenza di errori nelle cartelle cliniche dei malati italiani, l'Anmco, l'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri, ha prescritto un rimedio: una cartella unica integrata medico-infermieristica da introdurre negli ospedali attraverso una campagna nazionale di prevenzione dell'errore, con corsi di formazione capillari in tutt'Italia. 'L'idea - spiega Alessandro Boccanelli, Coordinatore Comitato Esecutivo della Campagna Educazionale Nazionale - è quella di ridurre al minimo i passaggi delle disposizioni terapeutiche condividendo tra medici e infermieri la stessa cartella su cui viene prescritta in stampatello la terapia e la sua somministrazione'. Ora, io non so quale sia il costo di questi corsi di formazione da tenersi in tutt'Italia, e non so nemmeno quale efficacia possa avere un modulo unico nel declassare l'emergenza iniziale a semplice problema. Però forse può essere utile farsi un'idea sulle cifre. Bisogna sapere innanzitutto che in Italia non esiste un registro degli errori dei medici. Le statistiche ufficiali si basano su delle proiezioni, attendibili ma fino ad un certo punto, come ben sanno gli italiani ormai pienamente a loro agio tra exit-poll e dati elettorali da intuire in anticipo. Quello che si dice a proposito degli errori è che circa 15 mila medici ogni anno sono coinvolti in cause che hanno per oggetto richieste di risarcimento danni da responsabilità medica. Ben 8 chirurghi su 10 sono o sono stati indagati e, in base a quanto accade a livello internazionale, tra gli sbagli più comuni compaiono quelli di prescrizione (49%), seguiti dagli errori di somministrazione (26%), da quelli di distribuzione (14%) e di trascrizione (11%). Dati che, secondo Boccanelli, sarebbero confermati per l'Italia. 'Da nostre estrapolazioni questi errori coinvolgono 320 mila pazienti l'anno, di questi 12.000 intentano causa contro gli ospedali con richieste di risarcimento pari a 2,5 miliardi di euro, mentre i costi annui per il prolungamento delle degenze per errori sarebbero di 260 milioni di euro. Tutte spese che aggravano i difficili bilanci delle strutture ospedaliere'. I più sbadati o superficiali, o a volte ignoranti o semplicemente sfortunati? Soprattutto ginecologi e ostetrici. Ma andiamo con ordine. Secondo le proiezioni internazionali applicate alla situazione italiana si prevede che dato il numero di 8 milioni di ricoveri l’anno, ci potrebbero essere 320 mila danni o malattie da errori di terapia o disservizi ospedalieri e bene 30/35 mila decessi (secondo i dati relativi all’anno 2006). Le branche specialistiche coinvolte sono ostetricia e ginecologia per il 16,0 %; chirurgia generale per il 13,7%; ortopedia e traumatologia per il 12,4%; medicina generale per il 6,0% e anestesia e rianimazione per il 5,2%. Questi danni sono causati per il 48,3% da errore umano; per il 33% da difetti della struttura sanitaria e per il 5,5 da ritardo di trattamento corretto. E al Tribunale dei Diritti del Malato 1 cittadino su 5 denuncia un errore, di cui il 72% in interventi chirurgici; il 22% per errata diagnosi e il 4% per errata terapia. Di chi è la colpa? Le cause sono molte. Una fetta consistente degli sbagli commessi dai camici bianchi italiani, più o meno uno su sei (vale a dire 5.000 l'anno) è attribuibile a un ragionamento sbagliato, definito errore cognitivo, e non a negligenza o incompetenza del medico. Questo fa presupporre che almeno una parte di essi possa essere evitata. E' anche vero che i medici non lavorano in una situazione ideale. Negli ospedali di Milano uno su cinque è precario. È un esercito di 1.300 trenta/quarantenni (su un totale di 5.500 camici bianchi) con contratti atipici: a tempo determinato (stipendio di base intorno ai duemila euro, uguale agli assunti ma senza scatti d'anzianità), a progetto (busta paga da mille euro netti al mese), a prestazione d'opera (l'ospedale compra attività come turni di guardia, notti ed esami di laboratorio, il pagamento spesso è a cottimo con una retribuzione di 12 euro l'ora). In Lombardia complessivamente il precariato riguarda 3.100 medici su 17 mila. 'Il precariato dei medici, che raggiunge anche il 10%, riduce la qualità del Servizio sanitario nazionale'. Serafino Zucchelli, sottosegretario alla Salute uscente, si schiera a fianco dei camici bianchi e spiega: 'Il problema del precariato ci preoccupa fortissimamente perché si tratta di un'ampia fetta di medici precari tutta concentrata in una fascia d'età. Si tratta di professionisti tra i 31-32 anni e i 45 che passano da un contratto all'altro da almeno 6-7 anni. Da quando cioè le leggi di bilancio hanno cominciato a porre ostacoli all'assunzione del personale'. Un'occasione colta al balzo dalle aziende che, per far quadrare i conti, 'hanno aggirato la carenza di personale con assunzioni atipiche, più convenienti. Nelle corsie ce ne sono 12 mila e guadagnano dagli 800 ai mille curo al mese. I medici precari abbassano la qualità del Ssn - chiarisce Zucchelli - non perché sono meno preparati. Ma perché la vita del precario impedisce un investimento formativo adeguato'. Dunque, prosegue il sottosegretario, 'è vero quanto dicono i camici bianchi, cioè che il testo della finanziaria prevede in modo criptico di affrontare il problema del precariato nel Ssn. Ma - aggiunge - si tratta di materie che hanno a che fare con la relazione tra Stato e Regioni. E non possiamo invaderne il campo'.

 

Gli ultimi ebrei di Beirut: "Il nostro tempio è qui" - LORENZO TROMBETTA

BEIRUT - Si celebra un matrimonio ebraico oggi nel centro storico di Beirut, la «Parigi del Medioriente», «rifugio del libero pensiero e inferno dei diseredati», capitale del Libano delle banche, del turismo di lusso, dei piaceri e delle tradizioni. L'interno della sinagoga Maghen Abraham è gremita e inondata della luce che si riflette sugli stucchi color crema e sulle pareti turchesi, mentre il cortile di fronte alla facciata, affollato di «amici musulmani, cristiani e drusi», è ornato di bandiere libanesi rosso-bianco-verdi. Quest'immagine, raccontata da una delle ultime ebree della capitale libanese, è solo un ricordo di un tempo che fu: la sinagoga di Beirut, che risale al 1925 ed è considerata uno dei più importanti templi del Medio Oriente, è ancora in piedi, ma è invasa da alberi ed erbacce. Il tetto ligneo è crollato e a malapena si scorge il turchese sulle pareti scrostate, graffiate e rovinate dal tempo, da guerre e saccheggi. Anche il resto della città è cambiato: il benessere e l'opulenza della Beirut Anni 50 e 60 sono stati spazzati via da 15 anni di guerra civile (1975-90), mentre l'attuale crisi politico-istituzionale, che da un anno e mezzo paralizza il Paese, lascia impuniti palazzinari arabi senza scrupoli e irrispettosi della memoria. Attorno alla sinagoga oggi c'è la desolazione di un enorme e polveroso cantiere. Alzando gli occhi al cielo di una primavera già troppo afosa, si scorgono ben otto braccia di altissime gru, intente a costruire il «Wadi Residence», un complesso edilizio di lusso per turisti del Golfo, proprio dove per secoli e fino ai primi Anni 80 si ergevano i palazzi popolari e al tempo stesso eleganti di Wadi Abu Jamil, il quartiere - non ghetto - ebraico di Beirut. L'abbattimento, a metà marzo, degli ultimi edifici antichi attorno alla sinagoga sopravvissuti alla guerra ha fatto temere che anche il tempio Maghen Abraham venisse distrutto anziché restaurato, come alcune e isolate voci da tempo invocano. «Beirut, città costruita, distrutta, ricostruita e ora rovinata è un tesoro dell'umanità. E' grave che in questa città di diciotto confessioni diverse non sia stata ricostruita la sinagoga», lamenta Luigi Gatti, Nunzio Apostolico in Libano, citato da Riccardo Cristiano nel suo nuovo libro: «Beirut, Libano - Tra assassini, missionari e grands cafés» (Utet, Torino). «Prima dell'inizio della guerra si viveva felici a Wadi Abu Jamil», racconta Régine, 53 anni, pseudonimo di una delle ultime ebree di Beirut, che non ha voluto abbandonare la sua città ma ci vive in semiclandestinità, «per timore di esser associata ai nemici per eccellenza». L'invasione israeliana del Libano del 1982, con i carri israeliani che penetrarono nel cuore della capitale alla caccia dell'ultimo fedayin di Arafat, determinarono l'esodo massiccio di gran parte delle poche migliaia di ebrei che non avevano voluto abbandonare il Paese nemmeno dopo lo scoppio del conflitto intestino. «Davvero minacciati ci siamo però sentiti solo all'inizio degli Anni 80, quando sono iniziati i rapimenti e le uccisioni in base all'appartenenza religiosa - ricordava qualche mese fa alla stampa locale Moshe, un ebreo libanese del Wadi ora rifugiato negli Stati Uniti -. Molti se n’erano andati prima ma io sono rimasto fino a che ho potuto, anche per dimostrare che noi ebrei avevamo il diritto di vivere in una città che ci ha dato rifugio e che ci ha fatto vivere assieme agli altri senza ghetti». Oggi a Beirut e in tutto il Libano è rimasta solo qualche decina di ebrei, lontani dal Wadi, nascosti dietro falsi nomi. Eppure questa città è stata per i loro avi più di un rifugio temporaneo, è diventata la loro casa permanente. Alle prime famiglie ebree che vantavano origini «bibliche» in Libano, si aggiunsero gli ebrei cacciati dalla cattolicissima Spagna nel 1492. In epoca più recente, all'inizio del secolo scorso, sono accorse qui centinaia di famiglie ebree provenienti da altre province di un impero ottomano in disfacimento. E dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948 il Libano fu l'unico Paese arabo nel quale il numero di ebrei aumentò anziché diminuire: a migliaia arrivarono qui in fuga dalle rappresaglie antisioniste di Aleppo, Damasco, Mossul, Baghdad. La comunità crebbe fino a raggiungere le 20.000 persone e furono costruiti nuovi templi (in tutto il Paese se ne contavano negli Anni 50 ben 16), nuove scuole e persino due banche (la Safra e la Zilkha). «All'epoca - ricorda Régine, che nella desolazione di oggi cita i vivaci racconti materni - eravamo tutti libanesi di diverse confessioni e noi ebrei vivevamo assieme ai musulmani sunniti e sciiti, ai cristiani e ai drusi». Ma il carattere aperto e composito di Beirut non è andato perduto. Samir Frangie, uno dei più lucidi intellettuali libanesi, sostiene che Beirut, dove ancora oggi «ognuno vede l'altro», rappresenta «una sfida ai regimi totalitari arabi». Per Micheal Baydun, musulmano di origini libanesi di Detroit e responsabile del sito «The Jews of Lebanon», «bisogna preservare il mosaico libanese e soprattutto Beirut, perché sono modelli da opporre a tutte le pulizie etniche, in Medio Oriente come altrove». Un messaggio forse ascoltato dalla società edilizia che ricostruisce il centro di Beirut e che ha promesso: «La sinagoga Maghen Abraham sarà restaurata». E chissà che un giorno i pochi ebrei libanesi rimasti non possano tornare a celebrare, assieme «agli amici musulmani, cristiani e drusi», i loro matrimoni al sole di una nuova primavera di Beirut.

 

Liberazione – 24.4.08

 

Se i poveri cancellano la sinistra – Ritanna Armeni

Perchè gli operai e gli strati poveri della popolazione non votano a sinistra? Perché votano in misura non trascurabile a destra? Queste sono le domande semplici e fondamentali a cui dovrebbe rispondere la sinistra sconfitta. Credo che solo dalla risposta ad esse possa iniziare la sua ricostruzione. Perché - come ha efficacemente detto Mario Tronti - una sinistra incapace di riscuotere la fiducia degli operai non è una sinistra. E lo è tanto meno se si vede rifiutata dalla parte più povera del popolo. Cominciamo col dire che i poveri e gli operai che votano a destra non sono un fenomeno nuovo e non sono solo italiano. L'attuale presidente americano George Bush, la cui presidenza ha visto un consistente aumento del numero dei poveri, da questi è stato tuttavia votato. In un'intervista al Corriere della sera il politologo americano Michael Walzer ricordava che il voto italiano del 13 e 14 aprile fa venire in mente che nel 1980 per eleggere Reagan "decisivi furono i cosiddetti Reagan Democrats , elettori della classe operaia bianchi, spesso cattolici che avevano deciso di lasciare il loro partito e votare repubblicano". La crisi della sinistra francese è stata plasticamente evidente nel passaggio delle periferie proletarie tradizionalmente di sinistra alla destra e anche alla destra xenofoba di Le Pen. E si potrebbe continuare. Nulla di nuovo sotto il sole quindi. Non è nuova neppure l'incapacità di rispondere a questa domanda che la sinistra finora ha dimostrato. Come lo struzzo che, di fronte al pericolo, non lo affronta ma nasconde la testa sotto la sabbia. Ma essa nelle elezioni italiane è apparsa più che mai grande. Ha portato non al suo ridimensionamento, ma alla sua scomparsa, E soprattutto, osservando il dibattito che si è aperto, è rimasta anche dopo i disastrosi risultati elettorali. Un tentativo di rispondere a questa domanda è venuta da Barack Obama il sei aprile a San Francisco. Nelle piccole citta colpite dalla crisi - ha detto il candidato democratico - l'amarezza è tale che la persona si sente perduta ed è a quel punto che s'aggrappa non alle reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero. E lo stesso Walzer ricorda che i "Reagan Democrats" avevano cambiato schieramento perché erano diventati sensibili a questioni - aborto immigrazione , pena di morte - che fin lì erano rimaste nello sfondo. «Sono decenni - ha scritto di recente Barbara Spinelli sulla Stampa , affrontando il problema con la consueta profondità - che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici». Il meccanismo al quale in questi anni abbiamo assistito (anche se abbiamo evitato di affrontarlo) è pressochè identico. Di fronte alla sfiducia nella capacità di chi storicamente si è posto questo compito, cioè la sinistra, di risolvere i problemi sociali, problemi che la globalizzazione rende ancora più grandi, più gravi e più impellenti le classi popolari si rifugiano in un sistema valoriale, identità, territorio, sicurezza. E qui incontrano la destra che di quei valori o di quei disvalori è portatrice mentre la sinistra è drammaticamente assente. Insomma alla incapacità di affrontare questioni sociali che stanno modificando - e in peggio - le condizioni dei più poveri si somma l'assenza nel dibattito sui sistemi valoriali o sulle modalità etiche che dovrebbero guidare la società. Anzi la sinistra quelle questioni le teme, cerca di tenerle lontane dal dibattito politico, invocando nei casi migliori la libertà di coscienza, o rimanendo staticamente legata a vecchie discussioni e a vecchie conclusioni. In questo rapporto fra incapacità di affrontare i temi sociali e garantire realmente la difesa del lavoro e dei salari ed assenza dai temi etici si è formata ed è cresciuta l'estraneità dei poveri nei confronti della sinistra e si è definito il nuovo comportamento elettorale. Determinante la paura di perdere, dopo essere stato privato delle conquiste e i diritti sociali, quel poco che ai poveri rimane: la famiglia, i valori della propria comunità, la propria religione, le proprie tradizioni. Il libro di Giulio Tremonti "La paura e la speranza" racconta questo passaggio, lo teorizza, ne fa la base della cultura della destra oggi al governo del paese. Il nemico individuato è la globalizzazione e il modo in cui essa si esprime, cioè mercatismo, il mercato senza regole e norme, lasciato a se stesso che sta distruggendo il pianeta e la vita delle donne e degli uomini che non riescono più ad avere livello di vita decente. Per Tremonti il mercatismo è un meccanismo neutro che non ha alcun rapporto con la destra anzi se mai ha un legame con il comunismo (pensiero unico e uomo a taglia unica), ma a questo occorre opporsi. Come? La speranza non viene da un nuovo sviluppo economico, dalla lotta alla globalizzazione e al mercato senza regole in nome di una regolazione del mercato che salvaguardi nuovi livelli di giustizia sociale e di eguaglianza fra i popoli della terra ma dalla riproposizione dell'identità dell'Europa cristiana. Dalle sette parole d'ordine che Tremonti elenca: valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo. Ecco Tremonti ha teorizzato e ha proposto ciò che la destra nel mondo ha fatto, la linea politica e culturale su cui i neocon hanno egemonizzato l'amministrazione americana. A questo bisogna opporsi. Il modo è tutto da elaborare e su questo la sinistra che ha perso dovrebbe applicare le sue risorse e le sue energie intellettuali. Per quanto mi riguarda penso che la capacità di modificare la condizione sociale non possa essere disgiunta da un intervento altrettanto coraggioso ed energico sulla costruzione di nuovi valori. In una società fluida e disgregata, vita, lavoro, socialità sono strettamente, se pur disordinatamente, intrecciate. La destra ha vinto perché ha saputo fornire una narrazione, ha saputo offrire una esposizione di un sistema di valori e di speranze che hanno avuto più forza di qualunque singola proposta di miglioramento sociale ed economico. Di recente Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha raccontato ad Otto e mezzo un episodio che mi ha colpito. Ha detto di essersi adoperato concretamente e con serietà amministrativa perché un gruppo di lavoratori ricevesse dei benefici che fino ad allora erano stati negati. Ha ricevuto molti ringraziamenti e una sincera gratitudine, ma - ha detto - ho avuto la netta sensazione che al momento del voto altri sarebbero stati i loro percorsi. Insomma anche Nichi Vendola ha verificato quel divorzio fra il discorso delle pratiche e il simbolico di cui ha recentemente parlato Giacomo Marramao. Ma tutti lo verifichiamo ogni giorno nella nostra esperienza quotidiana. E allora da qui dobbiamo cominciare per avere dalla nostra parte i poveri. O meglio, per stare noi, di sinistra, dalla loro parte.

 

«Tesi anziché documenti contrapposti. Per discutere senza lacerarsi» - Romina Velchi

«E io sarei il conservatore?». Claudio Grassi, coordinatore dell'area Essere comunisti e principale alleato di Paolo Ferrero nella battaglia politica che si è aperta nel Prc dopo la sconfitta elettorale, ci tiene a precisarlo: «Quando nel 1991 lottavo per far nascere Rifondazione comunista ero conservatore? Direi di no, visto che abbiamo dato vita ad una forza politica che è servita proprio a portare avanti quegli elementi di innovazione di cui alcuni oggi si vantano. E non ero conservatore un anno fa, a Carrara, quando insieme con Giordano abbiamo costruito, senza contrapposizioni, un documento di rilancio del partito. Dunque, eviterei di usare, specie nella fase precongressuale e in modo strumentale, le categorie "innovatori e conservatori"». Grassi è senatore uscente ed è, appunto, tra i fondatori del Prc che non ha più lasciato, anche a costo di rompere un lungo sodalizio con Armando Cossutta. Secondo lui, sulla sinistra, «pesa un ciclo di sconfitte del movimento operaio, che risale alla fine degli anni '70. Sconfitte dalle quali non ci siamo mai risollevati». Ma per quanto riguarda il nostro risultato elettorale, ha pesato di più il voto utile, la presenza al governo o ci sono cause più profonde? Più di tutto ha contato il bilancio del governo. La considero la causa prioritaria della sconfitta elettorale. Una volta battuto Berlusconi, tutte le forze che erano state all'opposizione hanno fatto promesse che però hanno completamente disatteso. Suscitando grande malcontento, una grande delusione. La gente ha pensato: ecco, quando stanno all'opposizione fanno promesse e poi al governo si comportano come gli altri. E noi del Prc abbiamo pagato più degli altri. In diciotto mesi abbiamo votato il rifinanziamento della missione in Afghanistan quando precedentemente avevamo votato contro; Prodi ha dato il via libero alla base di vicenza, quando nel programma si parlava di riduzione delle spese militari. Per non parlare dei temi sociali: basta pensare al protocollo sul welfare. E come si fa, adesso, a ridare fiducia a militanti ed elettori? Non è certamente un lavoro di breve periodo. Per risalire la china, innanzitutto, abbiamo bisogno di un partito, che oggi invece è in grave difficoltà. Negli ultimi anni è stato gestito male, sono state alimentate le divisioni interne. Ora dobbiamo rilanciarlo e insediarlo nel territorio. In secondo luogo, dobbiamo riconnetterci con la società. E le due cose sono connesse: per tornare in contatto con la società ci serve uno strumento, il partito, minimamente funzionante. Il Cpn di domenica scorsa, in questo senso, costituisce un punto chiaro: abbiamo ribadito che prima di tutto viene Rifondazione. E' un elemento di chiarezza fondamentale per i compagni e le compagne chiamati ad uno sforzo enorme nei prossimi anni. Si lavorerà per l'unità a sinistra, ma il Prc c'è e resta. Questo è il tema su cui il congresso dovrà decidere. Perché è innegabile che, in campagna elettorale, si sia indicata una strada sulla quale incamminare il partito, alla fine della quale Rifondazione non c'era più. Perché dite no alla proposta di Diliberto di tornare insieme? Perché noi siamo impegnati prima di tutto in un'altra impresa, quella di rilanciare il Prc, che si dibatte in una crisi profonda e che, invece, ha grandi potenzialità di espansione. Siamo convinti che senza Rifondazione qualsiasi processo di aggregazione a sinistra sia destinato al fallimento (come dimostrano i fatti). Ma anche molti esponenti della ex maggioranza dicono di non voler sciogliere Rifondazione. Beh, quando si dice che il progetto dell'aggregazione darà vita ad un soggetto unico; quando si parla di comunismo come tendenza culturale, io capisco che si vuole partire dal Prc ma per arrivare ad un'altra cosa. Per voi, invece, cosa significa unità a sinistra? Per noi unità a sinistra significa che Rifondazione mantiene la sua autonomia, aumenta il proprio radicamento sul territorio, si rafforza e si unisce non solo con partiti, ma anche con associazioni, comitati, singoli, attorno ad iniziative comuni (manifestazioni e mobilitazioni, campagne referendarie e raccolte di firme) che insieme si giudichino necessarie. Mi auguro che al congresso tutti dicano veramente ciò che pensano: le ambiguità sarebbero di impedimento ad una scelta chiara da parte dei compagni e delle compagne. E i movimenti? Non sono per ridiscutere l'importanza dei movimenti. Anzi, credo sia necessario ricostruire una relazione con loro. E qui ritorna il tema del governo: non a caso sono stati i primi a criticarci. Pensiamo al movimento per la pace e al fallimento della manifestazione di piazza del Popolo. Abbiamo pagato la nostra incoerenza votando per l'Afghanistan. Gli operai hanno votato Lega. Come si recupera un simile risultato? Si recupera ricostruendo la nostra credibilità, oggi piuttosto ridotta. Cioè ritornando, anche fisicamente, a contatto con il mondo del lavoro e praticando, umilmente, ciò che sosteniamo. Soprattutto, costruendo mobilitazioni, lotte, iniziative, attività sul territorio di opposizione al governo Berlusconi e alle sue politiche tese a ridimensionare il sindacato e il contratto nazionale. Ma come si fa a fare tutto questo stando fuori dal parlamento? Bisogna fare di necessità virtù. Io non penso che il livello istituzionale sia più importante del radicamento nella società e del rapporto con i movimenti. Però, certo, stando fuori dal parlamento hai poche possibilità di incidere nelle scelte. Non possiamo far altro che investire nella costruzione delle lotte e riorganizzarci per puntare a rientrare presto nelle istituzioni. Ci sono scadenze elettorali a breve (amministrative e europee); ci sono le riforme istituzionali e, soprattutto quella elettorale (ricordo che incombe il referendum). Dobbiamo mettere in piedi iniziative, movimenti di opinione come quelli che ci hanno permesso di bocciare la riforma costituzionale del precedente governo Berlusconi. Oltre che, naturalmente, tenere alta l'attenzione su temi decisivi come il risarcimento sociale o l'immigrazione. Ma intanto il partito è profondamente lacerato: avete litigato pure nel comitato di gestione... C'è una discussione. Vedremo quale linea sceglieranno i compagni. In questo senso mi piacerebbe se provassimo a fare un congresso a tesi, invece che a documenti contrapposti. E' un mio vecchio pallino, che a Venezia fu respinto, causando divisioni che sono, a mio parere, tra le cause dei guai successivi. Siccome non tutto mi divide da Giordano, non vedo perché io non possa votare quelle parti del documento che mi trovano d'accordo e proporre invece una tesi alternativa laddove le opinioni divergono, come sul destino di Rifondazione. Non cambia nulla: la tesi che prende più voti prevale, ma almeno teniamo unito il partito ed evitiamo di spaccarlo in correnti cristallizzate. Lo proporrò nella commissione politica. Anche se, leggendo certe interviste, mi pare che di capire che si voglia andare in un'altra direzione.

 

Repubblica – 24.4.08

 

Il rap shock su Saviano: "Così lo uccideranno" - CARLO MORETTI

"Vorrei essere un rapper per descrivere la realtà che vivo, racconterei di questa mia assurda condizione, canterei di quest'isolotto dove sono venuto in vacanza, perché è l'unico posto in cui mi sia permesso di vivere senza la scorta". Il desiderio espresso la scorsa estate da Roberto Saviano al rapper di Scampia Lucariello, una delle voci dei napoletani Almamegretta, ora è diventato realtà. Ma tutto accade nel modo più crudo tra i tanti possibili, perché nel testo di Cappotto di legno scritto da Lucariello e supervisionato da Saviano, si descrive l'omicidio dell'autore di "Gomorra" per mano di un camorrista. Sull'isola in cui trascorreva le vacanze, per una volta libero di muoversi senza scorta, l'autore di "Gomorra" ascoltava le canzoni del rapper napoletano. In quei brani ci sono le stesse facce, gli stessi luoghi, le stesse atmosfere del suo libro. Lucariello, nato e cresciuto a Scampia, racconta storie ambientate nei vicoli napoletani, sul litorale Domizio, nel casertano, in quel villaggio Coppola diventato tristemente famoso anche grazie alle pagine del libro di Saviano. Di qui la decisione di contattare il cantante, dicendosi disponibile a collaborare con lui, suggerendo immagini e versi, e aggiungendo anche qualche consiglio musicale. Così è nato il rap intitolato Cappotto di legno in cui tra l'altro si ascolta la voce di Nicola Schiavone, padre del camorrista di Casal di Principe Sandokan, il quale intervistato dai telegiornali parla di Saviano come di "un buffone". Il protagonista della canzone è un giovane camorrista che alla guida di una moto va a cercare la sua vittima: "Su una fotografia a colori gli occhi di un bravo ragazzo, dicono che sia un buffone", dice a un certo punto, rendendo palese la sovrapposizione di Saviano con la vittima designata. Il titolo della canzone è un'idea dell'autore di "Gomorra", così come la frase "cappotto di legno prima delle botte in petto", dove il cappotto di legno è l'immagine usata nel gergo camorristico per indicare la bara, un'immagine che qui viene però usata per descrivere una sensazione di costrizione e insieme di tragica attesa. Per il resto, il testo è stato scritto da Lucariello: "L'idea di descrivere il suo omicidio è stata mia e lui l'ha accettata. Roberto mi ha fornito gli input necessari, in termini di immagini e informazioni, un ruolo direi quasi "giornalistico", e poi è stata fondamentale la sua supervisione e approvazione su quanto era stato fatto: gli è piaciuto l'impatto emozionale della canzone", spiega. Stasera Lucariello sarà ospite della trasmissione "Annozero" dedicata alla camorra, con un'inchiesta a Casal di Principe, per parlare della canzone e per farne ascoltare un estratto, e nello studio il rapper incontrerà per la prima volta Roberto Saviano, anche lui ospite di Santoro. La canzone Cappotto di legno, su una base di musica minimalista scritta dal compositore Ezio Bosso, si ascolterà poi in versione integrale e accompagnata da un quintetto d'archi il 29 aprile a Radio Deejay, all'interno del programma condotto da Alessio Bertallot "B-Side". "Con Ezio Bosso continueremo questa collaborazione" continua Lucariello, "ci piace l'idea di mettere assieme due mondi lontani, quello della strada e quello della musica classica contemporanea, sempre però mantenendo ognuno la sua specificità e senza compromessi. Pensiamo di fare un album, magari anche con la collaborazione di Roberto, che con il suo libro e la sua testimonianza ci ha dato coraggio: noi da ragazzini non potevamo neanche nominare i camorristi, come se anche i muri avessero orecchi. Anche a noi ragazzi napoletani, "Gomorra" ci ha liberato e ridato la voce".

 

Paura e propaganda - GIUSEPPE D'AVANZO

Gianfranco Fini se ne va per mercati in passeggiata elettorale "controllando" il permesso di soggiorno degli ambulanti. Se voleva documentare il disordine, non gli va troppo bene. Al semaforo di Forte Boccea, il venditore di accendini, egiziano, mostra i documenti in ordine. Più avanti altri due egiziani. Altri due permessi di soggiorno esibiti. Conclude il prossimo presidente della Camera dei Deputati (ride, ma non deve essere molto soddisfatto): "Dico, non è possibile che tutti siano in regola, mi sa proprio che i documenti se li comprano... ". Altra città. Altra scena. Bologna. Il consiglio comunale approva un ordine del giorno per dotare la polizia municipale di spray urticanti e "manganelli", da usare nelle intenzioni soltanto per legittima difesa perché tra la pistola e le mani nude ci deve essere uno strumento intermedio, si sente dire. Sempre Bologna. Il sindaco Sergio Cofferati non gradisce che si parli di "ronde", ma conferma che saranno chiamati "volontari" a svolgere "compiti di assistenza alla cittadinanza più debole e a segnalare comportamenti scorretti o pericolosi". Sembra diffondersi, come un'onda impetuosa, una sicurezza "fai da te". Ogni maggioranza comunale, ogni sindaco, ogni partito con troppo o pochi voti, agita la questione per proprio conto, con una propria iniziativa - "ronde", "volontari", ordinanze contro lavavetri, controlli del reddito degli immigrati. Una babele dove quel che conta, non pare essere l'efficacia dell'iniziativa, la sua coerenza con una "politica", ma l'eco mediatica che avrà, il dividendo politico che sarà possibile incamerare pronta cassa. Non c'è di niente di peggio - e di più dannoso - che l'approssimazione, quando si hanno di fronte problemi seri. Abbiamo imparato, nel corso del tempo, a capire che le politiche pubbliche in tema di sicurezza ridisegnano il profilo stesso della società (mai che si ascolti un qualche ragionamento, a questo proposito); che molte esperienze hanno messo in dubbio l'efficacia delle politiche criminali nel controllo dei conflitti e dei fenomeni illeciti; che il senso di insicurezza non è necessariamente connesso all'esistenza di pericoli "concreti", ma spesso ha a che fare con il genere, l'età, l'esperienza di vita, la familiarità con l'ambiente in cui si vive, il senso di appartenenza a una comunità. Ilvo Diamanti ci ha spiegato come l'insicurezza sia un sentimento diffuso, che riflette un timore concreto, reale; ma anche un'inquietudine più nebbiosa. Non è un scherzo affrontare, con politiche pubbliche efficaci e condivise, la sovrapposizione della Paura, figlia di uno spaesamento esistenziale, con le paure provocate da minacce concrete. Appena l'anno scorso l'Osservatorio Demos-Coop, ha documentato come "entrambi i sentimenti stanno montando, senza freni". L'83% degli italiani ritiene che negli ultimi 5 anni la criminalità, nel nostro Paese, sia cresciuta. Nella precedente rilevazione, che risale a 2 anni fa, questa percentuale era già alta: 80%. È cresciuta ancora. È aumentata l'insicurezza locale. Nel 2005, il 34% delle persone percepiva in crescita l'illegalità nella zona di residenza. Oggi, quella componente è salita di oltre 10 punti percentuali. Ha superato il 44%. L'incertezza - è la conclusione delle ricerca - si sta insinuando nel nostro mondo, nelle nostra vita. Intorno a noi. Dentro noi stessi. Stentiamo a trovare un rifugio nel quale sentirci protetti. Infatti, il 57% delle persone si dicono preoccupate della criminalità nella zona in cui vivono. Quasi 10 punti più di due anni fa. Si può affrontare una catastrofe "emotiva" e concretissima così imponente con qualche alzata d'ingegno, con una mossa del cavallo, con un'iniziativa propagandistica e qualche posa gladiatoria? Non pare. Eppure è quel che accade in un clima di allegra spensieratezza secondo un canovaccio che attribuisce alla "destra" la capacità di "combattere la criminalità". Lo pensa il 40% degli italiani mentre solo il 18 riconosce una qualche fiducia al centrosinistra che appare debole, incerto, incapace di comprendere, spiegare, affrontare il fenomeno. E proprio per questo è chiamato a dotarsi ora di una "cultura della sicurezza" moderna, non ideologica, arricchita dai valori del rispetto della dignità della persona. A giudicare da quel che si è visto ieri, e nei giorni addietro, "destra" e "sinistra" sembrano muoversi nella stessa direzione sbagliata. Frammentarietà e approssimazione degli interventi. Qualche sceneggiata propagandistica. Che finiranno soltanto per aumentare la percezione di insicurezza che affligge il Paese.


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