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È il giornalismo, bellezza

Manifesto – 27.4.08

 

È il giornalismo, bellezza – Alessandro Robecchi

Siamo venuti in possesso di un carteggio contenente comunicazioni interne a un grande telegiornale italiano. Riproduciamo integralmente. Da redaz. a uff. produzione - Egregi signori, che dobbiamo fare delle 27 ore di filmati riguardanti i rifiuti di Napoli? Li mandiamo in onda in apertura di tg come abbiamo fatto per due mesi prima del 14 aprile? Aspettiamo comunicazioni. Da uff. produzione a redaz. - Negativo. Archiviate e conservate per momenti più opportuni. La prossima volta dosate meglio le risorse. Per questa volta vi saranno detratte dallo stipendio. Da redaz. a uff. produzione - Per un nostro errore di valutazione, le ore di materiale filmato su padre Pio sono 192 invece di 15. Ci scusiamo molto, provvediamo subito alla cancellazione per il recupero delle casette. Da uff. produzione a redaz. - Sospendere immediatamente cancellazione materiale Padre Pio. Organizzare qualche speciale di seconda serata su San Giovanni Rotondo per sostituire i programmati speciali su criminalità e immigrazione. Da redaz. a uff. produzione - Ricevuto. Sospendiamo montaggio di due speciali, uno di un'ora su stupro a Roma e uno di un'ora su stupro a Milano. Da uff. produzione a redaz. - Troppo zelo. Completare la confezione del servizio di un'ora sullo stupro a Roma da programmare prima del ballottaggio nella capitale. Condensare in 25-30 secondi il servizio sullo stupro di Milano, da illustrare con immagini dell'Expo. Da redaz. a uff. produzione - Ricevuto. Provvediamo subito, appena finito il montaggio su emergenza salariale e pressione fiscale. Da uff. produzione a redaz. - Siete veramente dei deficienti. I servizi su salari, tasse e disagio sociale sono sospesi fino a nuove comunicazioni. Da redaz. a uff. produzione - Ricevuto. Scusate.

 

La Storta, allarme dato per caso

Roma - Continua a esserci qualcosa che non torna nella storia dei due salvatori della ragazza sudafricana vittima di un'aggressione alla Storta. Dopo Bruno Musci, il meccanico di 53 anni ascoltato nei giorni scorsi per quattro ore in procura, ieri è stata la volta del trentunenne Massimiliano Crepas. Anche lui è stato sentito a lungo, per più di tre ore, dalla pm Maria Monteleone del pool antiviolenza, che da alcuni giorni affianca il collega Ermanno Amelio. E anche a lui il magistrato ha chiesto di ricostruire quanto accadde la sera del 16 aprile, quando i due amici incontrarono casualmente Johan Rus, il rumeno poi finito in carcere, mentre già teneva prigioniera tra le sue braccia la giovane studentessa del Lesotho. E, a quanto pare, la versione data in questi giorni ai magistrati dai due uomini sarebbe diversa da quella fornita inizialmente. Una volta resisi conto di quanto stava accadendo, infatti, Musci e Crepas si sarebbero allontanati decisi a non essere coinvolti, e avrebbero dato l'allarme solo per caso, dopo aver incrociato lungo la strada una pattuglia di carabinieri. Un comportamento che, se confermato, darebbe un'immagine decisamente diversa dei due testimoni. Come già fatto per Musci, anche la deposizione di Crepas è stata secretata dal magistrato. Non si sa, invece, se anche al trentunenne il pm ha rivolto domande circa eventuali rapporti - suoi o, più probabilmente, di Musci che ha anche dei precedenti penali -, con il candidato del Pdl al Campidoglio Gianni Alemanno. La storia, già brutta di per sé, almeno per ora non sembra riuscire a scrollarsi di dosso i sospetti che l'hanno accompagnata fin dalle prime ore, insieme a una serie di voci e mail sulle strane coincidenze presentate dal caso. Tanto da spingere Francesco Rutelli, in corsa anche lui per il Campidoglio, a definire l'aggressione avvenuta nella stazione delle periferia romana «una vicenda sospetta», suscitando la reazione indignata di Alemanno. Nei prossimi giorni i magistrati si recheranno alla Storta per verificare le versioni date da Musci e Crepas e capire sia come è avvenuta la violenza, che la ricostruzione dei soccorsi, a partire dai tempi in cui si sarebbero svolti i fatti. E questo in attesa che venga effettuata la perizia psichiatrica richiesta per il rumeno arrestato dai suoi difensori. Intanto la procura indaga su altri due aspetti della vicenda. Il primo riguarda una donna rumena dipendente di un fioraio sulla via Cassia, non distante quindi dal luogo dell'aggressione, che nei giorni scorsi si è presentata in procura riferendo alcune voci. Ai pm la donna ha detto di aver sentito dei suoi connazionali dire che Rus, decritto come una persona disposta a tutto per denaro, si sarebbe fatto coinvolgere in una vicenda che avrebbe gettato discredito sulla comunità rumena. Solo voci, che adesso però in procura intendono verificare. La seconda vicenda riguarda invece la moglie di Rus, protagonista di un viaggio di andata e ritorno dalla Romania molto veloce che l'avrebbe riportata a Roma proprio la mattina del 16 aprile, giorno dell'aggressione. Gli inquirenti vogliono capire quali sono state le vere ragioni del suo rientro. Un po' a sorpresa, intanto, in attesa che i magistrati concludano le indagini, l'attenzione si sposta sul modo in cui la stampa ha seguito al vicenda. Con la destra e la sinistra inaspettatamente d'accordo nel criticare i media. «Ho fastidio per la via disciplinare al giornalismo - dice ad esempio il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti - e grande rispetto per le scelte dei direttori, ma in questo caso ho la sgradevole sensazione, confermata dalla lettura di alcune analisi, di un uso strumentale di una vicenda molto grave». Come Giulietti la pensano anche l'ex parlamentare del Pd Giuseppe Caldarola («il mondo dell'informazione fa bene a provare allo sciopero ciò che è sottobraccio, ma io trovo che in questo caso non ci sia nulla di particolarmente rilevante»), che il segretario della rosa per l'Italia Mario Baccini. Pur essendo stato lui a rendere pubblico il nome di Musci, Baccini ieri ha definito «inconcepibile» «pubblicare con grande evidenza la faccia di uno dei due soccorritori sottolineando che questa persona è sottoinchiesta, come se dietro ci fosse qualcosa da nascondere».

 

A Vicenza si vota sul Dal Molin - Orsola Casagrande

Vicenza - Ultimi scampoli di campagna elettorale in vista del ballottaggio di oggi. In città non c'è un clima particolarmente teso, anche se il destino di Vicenza sarà davvero molto differente a seconda del candidato che riuscirà a spuntarla. Achille Variati, sostenuto dal Pd e con una sua lista civica, potrà contare anche sul voto del presidio permanente e quindi di quanti al primo turno hanno votato per la lista Vicenza Libera. Variati deve recuperare sulla sua avversaria, la leghista (sostenuta dalla Pdl) Lia Sartori che ha chiuso il primo round in vantaggio di poco più di sei punti percentuali. Non un abisso. Ma per Variati la corsa non sarà facile. Anche considerando i giochini fatti dalle liste del centrodestra che al primo hanno corso da sole e che in questo secondo turno hanno deciso di sostenere la candidata della Pdl. Una decisione presa dopo quello che lo stesso Variati ha definito «mercato delle vacche». Nei giorni scorsi una delegazione della lista Vicenza Libera-No Dal Molin ha incontrato Variati per chiedergli di sottoscrivere un patto. Non con la lista, come ha ribadito la neoeletta consigliera della lista del presidio, Cinzia Bottene, ma con la città. Un patto che impegna Variati a rispettare gli impegni presi in campagna elettorale soprattutto sul Dal Molin. Se verrà eletto del resto l'ex sindaco di Vicenza ha già detto che sulla questione della nuova base americana si muoverà su tre livelli. Per prima cosa emanerà un ordine del giorno che annulli di fatto il precedente ordine approvato dalla giunta di Enrico Hullweck sulla nuova base. Parallelamente si aprirà il processo che porterà alla consultazione referendaria dei cittadini sul Dal Molin. E quindi, una volta in pista il referendum Variati chiederà al governo italiano e agli Stati uniti di proclamare una moratoria sui lavori in modo da consentire lo svolgimento del referendum. La lista Vicenza Libera ha ritenuto soddisfacenti gli impegni presi dal candidato sindaco e nei giorni scorsi ha pubblicamente annunciato e chiesto di votare per Achille Variati. «Al ballottaggio - dice Cinzia Bottene - abbiamo deciso di chiedere agli oltre tremila cittadini che hanno accordato la loro fiducia nell'urna alla lista Vicenza Libera - No Dal Molin, di tornare a votare, a maggior ragione alla luce del vero e proprio imbroglio politico architettato da Lia Sartori, Cicero e Pecori per garantirsi un consiglio comunale appiattito e innocuo, sottraendo artificiosamente spazi alle opposizioni». Per il presidio permanente comunque anche il ballottaggio è soltanto una delle tante tappe di un percorso senza soste. Intanto c'è da risolvere il problema di una nuova casa per il presidio. Infatti l'ultimo atto della giunta Hullweck era stata l'ordinanza di sgombero del presidio dai terreni sui quali da oltre un anno fa attività con i cittadini. L'altra sera trecento persone hanno partecipato all'assemblea per valutare le varie possibilità. I proprietari dei terreni alla fine hanno ceduto alle pressioni del comune e hanno dato tempo al presidio fino al 30 aprile per trovarsi una nuova casa. Al momento sono al vaglio dei no Dal Molin varie ipotesi ma ancora non è stato deciso per quale optare. Anche perché i no Dal Molin si preparano a una lunga battaglia e quindi vorrebbero riuscire a trovare qualcosa di stabile, magari non soltanto un terreno su cui montare il tendone. Intanto in città il dissenso alla nuova base si allarga. Nei giorni scorsi 165 tra medici, infermieri, operatori sociosanitari e terapeuti hanno sottoscritto un documento con cui dicono no alla realizzazione del Dal Molin. Una decisione, scrivono, presa perché sostenere la nuova base sarebbe «contrario alla deontologia di chi lavora per la vita». Come ha spiegato Tiziano Coppiello, medico di base, «ci siamo chiesti se ci fosse un legame tra la nostra professione e la militarizzazione della città e abbiamo trovato sostegno nell'articolo 5 del codice di deontologia che dice che il medico è tenuto a considerare l'ambiente nel quale l'uomo vive e lavora, fondamentale e determinante per la salute dei cittadini».

 

Indipendenti, di sinistra, ma con Veltroni Ernesto Milanesi

Padova - Democratici... senza più arcobaleno (e sponde socialiste). Con il cuore che batte a sinistra, ma in testa l'orizzonte tracciato da Veltroni. Gente che ha militato all'ombra della Quercia, «indipendenti» nell'orbita delle sigle di partito, esponenti del movimento ecopacifista degli anni 80 alle prese con il Palazzo, sindacalisti orfani di una comune bandiera rossa. Francesco Bicciato, quarantenne, protagonista della nascita di Banca Etica, vicino alla Tavola della pace e a Legambiente, è stato eletto alle Comunali 2004 di Padova come indipendente nella lista Ds. Assessore con delega all'ambiente e alla cooperazione internazionale nella giunta Zanonato, ha sposato con convinzione il progetto del Pd dall'inizio. Prova a ragionare così: «Come insegna Erwin Laslo, bisogna saper navigare nella turbolenza con la barra del timone ben fissa. Scomparsa in parlamento, la sinistra a livello locale resta una preziosissima presenza. E io ho aderito ad un partito di centro-sinistra con l'orgoglio delle mie idee. Penso alla finanza etica, al commercio equo, alle realtà del terzo settore, all'impegno pacifista e nonviolento». Bicciato insiste: «Nel Pd ancora in fase costituente immagino una dialettica aperta, come la ricerca di un dialogo a sinistra puntando su temi e valori che ci uniscono. Da assessore, sono per il federalismo ma solidale. Per la sicurezza, ma in una città inclusiva e multietnica. Lavoro con gli Enti locali per la pace sotto l'egida dell'Onu: credo scellerata l'idea di un ritorno delle nostre truppe in Iraq». Dunque, un futuro che non tradisce il passato: «Ho anch'io valori non negoziabili. Immagino in cima all'agenda politica del Pd le questioni ambientali. Per me, significa energia rinnovabile e fonti alternative. Non certo il nucleare, cui resto fermamente contrario» conclude l'assessore padovano che ricorda come già in altri tempi si era ritrovato più in sintonia con Rosi Bindi che con Sergio Cofferati. Invece percepisce la morsa che si stringe Alessandro Zan, «padre» del riconoscimento delle coppie di fatto (anche omosessuali) per via anagrafica da parte del Comune di Padova. Ha abbandonato la Quercia prima dell'ultimo congresso, restando in mezzo al guado. Un po' con i Verdi grazie a Pecoraro Scanio, un po' con il «cantiere della sinistra», un po' con il radicalismo dei diritti civili. Ma ora tutti gli presentano il conto senza pietà. Non solo i democratici difensori della famiglia cattolica. Soprattutto chi vuole bruciare la candidatura a sindaco della sinistra di un giovane, gay, laico, senza tessere di partito. Discussioni animate a casa Rocco, emblema della famiglia di sinistra (non solo padovana). Papà Gianni militante a tempo pieno: nella Flm dei consigli, come sul fronte del dialogo nelle guerre dell'ex Yugoslavia. Mamma Gianna, ex sindaco di Selvazzano, anima di Assopace e del movimento femminista. Due genitori di sinistra, divisi dalla politica: lui di nuovo extraparlamentare; lei all'opposizione con Veltroni. Non bastasse, il figlio Fabio è stato l'ultimo segretario della Federazione Enrico Berlinguer: ora si ritrova alla testa del Partito Democratico, che nelle urne supera Pdl e Lega ma desertifica la sinistra. Nel Veneto, biografie e percorsi politici squadernano una situazione lontana dal cristallizzarsi in fretta. Se mai, si rimescolano molte carte dentro e fuori il recinto dei democratici. Venezia è il luogo simbolo di un Pd tutt'altro che modernamente «rivoluzionario». Il sindaco Massimo Cacciari insiste ormai da decenni sul «partito del Nord Est», mentre i Verdi dell'ex assessore Beppe Caccia sono già con un piede dentro il Pd sia pure da «eretici». Ma la fase costituente aveva già prodotto una significativa anomalia: il 14 ottobre la «sinistra per Veltroni» guidata da Walter Vanni aveva mietuto consensi. Tanto da condizionare numericamente la maggioranza locale del nuovo leader. Una componente del Pd marchiata a fuoco dall'esperienza che parte dalla Federazione del Pci (dove convivevano il riformista Gianni Pellicani e l'anima operaista di Cesco Chinello) e approda fino al «socialismo europeo» degli ultimi Ds di governo incarnati dall'inossidabile Cesare De Piccoli. A Verona, invece s'è persa traccia di questo genere di continuità a sinistra. Nadir Welponer ne è stato il rappresentante in consiglio regionale: ora siede nel consiglio di amministrazione di Veneto Strade. A Vicenza, il Pd è monopolizzato dagli ex democristiani: la stessa diversità di Achille Variati (ri-candidato sindaco, al ballottaggio decisivo sostenuto dai No Dal Molin) rimane politicamente misteriosa. Piuttosto è il Polesine che ha davvero scandito una sorta di resistenza. L'ultimo congresso della Quercia, a Rovigo, ha registrato il successo della mozione Angius: maggioranza «rossa» in Federazione contro Piero Fassino e lo scioglimento del partito. Tuttora c'è un leader irriducibile al panorama della fusione con la Margherita: Gino Sandro Spinello, primo dei non eletti al senato (con un incauto brindisi a risultati non certificati). E' stato sindaco di Adria, dove il Veneziano lambisce la terra del Po. Poi vice presidente della Provincia di Rovigo. E sempre convinto delle «mani pulite», a maggior ragione di fronte alle derive scellerate di Renzo Magnan. Condannato in primo grado, il dirigente del Pci-Pds si era «inventato» lo sviluppo con i fondi europei, ma Bic Adriatico è stato un clamoroso crac finanziario. L'onda lunga della vicenda giudiziaria s'intreccia con l'inchiesta padovana sulla Compagnia delle Opere. Con Magnan, hanno «intrapreso» Renzo Sartori (ciellino, ramo logistica) e Roberto Ongaro (Ds, specialista in distretti) con tanto di «patteggiamento» in comune al Tribunale civile. Sartori non si schioda dal vertice di Magazzini Generali: da indagato, li dirige come prima. Ongaro vanta il 7% nelle urne delle primarie democratiche di ottobre, ma appena 36 preferenze nella tornata costituente di febbraio. Sintomatica anche la situazione nella Cgil. L'ex segretario regionale Diego Gallo si era sistemato come dirigente dall'altra parte del tavolo di trattativa. Paolo Nerozzi è approdato in parlamento con il Pd, in compagnia di paròn Massimo Calearo Ciman, ed ha subito riunito la «componente sindacale» a Mestre. Obiettivo dichiarato riportare «a casa» la sinistra di Mussi e gli altri dirigenti che guardavano all'Arcobaleno. Operazione, per il momento, non riuscita. Tuttavia sono nel mirino di Nerozzi la segretaria regionale della sanità Cristina Bastianello e Luca Finazzi della funzione pubblica. In difficoltà sembra essere Ilario Simonaggio: silurato senza tanti complimenti dalla Camera del lavoro di Padova perché non allineato al Pd, rischia di essere messo spalle al muro anche alla Filt regionale. La bandiera rossa in Cgil resta quella della Fiom, anche se ormai le tute blu del Veneto preferiscono votare Lega a testa alta.

 

Ramallah, i cooperanti temono la «cura» Berlusconi - Michele Giorgio

Ramallah - Riuniti per celebrare la Liberazione e, soprattutto, per affermare che la sinistra italiana è viva e ha voglia di rilanciarsi anche portando avanti l'impegno per lo sviluppo dei popoli. Tenendo comunque presente l'arrivo del nuovo governo Berlusconi e, quindi, della fine del rapporto privilegiato con il vice ministro per la cooperazione Patrizia Sentinelli (Prc). Con questo spirito e l'intento di raccogliere fondi per lo spettacolo teatrale che il Gruppo Ponte Radio sta realizzando per i bambini di Jenin, venerdì sera si sono incontrati a Ramallah una cinquantina di cooperanti ed esperti italiani, quasi tutti di Ong ma anche dell'Utl, l'ufficio locale del ministero degli affari esteri. Assenti i colleghi che vivono e lavorano a Gaza, rimasti bloccati per la chiusura da parte di Israele del valico di Erez. Per gli italiani che lavorano in Palestina, territorio storicamente di forte impegno anche economico per la cooperazione italiana, la sconfitta elettorale non è giunta inattesa. I rientri occasionali in Italia avevano consentito a molti di loro di intravedere, in anticipo rispetto a chi vive quotidianamente la realtà del paese, che qualcosa stava maturando e che il fiato corto del governo Prodi specie in politica economica e sociale avrebbe condotto al tonfo del 13 e 14 aprile. «La vittoria della destra era nell'aria da tempo ma non avrei mai immaginato un crollo di tali proporzioni della sinistra», commenta Martina Iannizzotto, capomissione dell'"Ics", «ora si volta pagina, la Palestina rimarrà importante ma l'impegno del governo italiano sarà diverso, per qualità e quantità, rispetto a quello uscente che aveva nominato un responsabile diretto per la cooperazione (Sentinelli). Spero che il nuovo esecutivo non disperda l'impegno e le capacità che i cooperanti hanno messo in campo in questo territorio». Da Gaza, con un messaggio, interviene Lino Zambrano, responsabile dei progetti del "Cric" e fautore di un impegno delle Ong più politico e non solo tecnico nei Territori occupati. «Lo scorso anno abbiamo incontrato il Presidente della Camera (uscente) Bertinotti che però si è defilato rispetto alle nostre richieste, una delle quali prevedeva un impegno del Parlamento italiano in sostegno dei deputati palestinesi in carcere in Israele. La Sentinelli si è data da fare, ma la quota dei fondi per la cooperazione è rimasta allo 0,14 % del Pil e la nuova legge (sulla cooperazione) non è andata avanti». Zambrano guarda al futuro con qualche timore. «La linea del governo Berlusconi avremo modo di verificarla subito - avverte - C'è un programma di emergenza per Gaza che dovrebbe partire nei prossimi mesi ma già girano voci che potrebbero esserci ripensamenti. L'Unione europea intende sostenere il programma di Gerusalemme capitale della cultura araba nel 2009 e mi auguro che l'Italia non si tiri indietro». Da parte sua Maria Rosa Vettoretto, con una lunga esperienza in Palestina dove ha lavorato prima per le Ong e ora come esperta dell'Utl, ridimensiona l'impegno del governo Prodi nei Territori occupati. «Non ho visto negli ultimi due anni grandi cambiamenti rispetto al passato sia nella politica verso questa terra che nella cooperazione» dice Vettoretto, che non manca di criticare le Ong. «Dopo il boicottaggio di Cisgiordania e Gaza seguito alla vittoria elettorale di Hamas, le Ong avrebbero dovuto fare di più in appoggio alla popolazione civile. Invece hanno scelto troppe volte i progetti d'emergenza a danno di quelli di sviluppo e quindi della preparazione di uno Stato palestinese». Con il ritorno di Berlusconi l'esperta dell'Utl prevede l'aumento dei progetti di cooperazione «trilaterali» - Italia, Israele, Anp - funzionali all'immagine e alla retorica pacifista di coloro che li proporranno ma, avverte, di «ben poca sostanza».

 

La Bolivia sull'orlo dei Balcani - Pablo Stefanoni

Santa Cruz de la Sierra - «Cruceños alle armi che il tempo stringe», recitano minacciosi i graffiti falangisti dai muri di Santa Cruz de la Sierra. Di fronte alle misure prese dal governo centrale, considerate un' «offesa», - come la bonifica dei terreni, il divieto di esportare olio o il congelamento dei conti regionali- in questi giorni, dalla dirigenza di questa regione orientale della Bolivia, roccaforte della destra, si sente sempre la stessa risposta: «Teniamo duro fino al 4 maggio, poi le cose cambieranno». Quel «D Day» si riferisce al plebiscito che, sebbene non riconosciuto dallo Stato, approverà fra una settimana gli ordinamenti che regoleranno l'autonomia di Santa Cruz (regione che produce il 3o per cento del Pil boliviano). Tuttavia, il governo di Evo Morales ha infine deciso di non intervenire nel referendum e ha convinto i movimenti sociali a non recarsi a protestare in questa regione ribelle per cercare di impedirlo, evento che avrebbe resuscitato il fantasma sempre presente della «invasión campesina». Negli anni 50,infatti, gruppi militari di contadini nazionalisti repressero i falangisti di Santa Cruz provocando numerosi morti. «Abbiamo tenuto in considerazione la richiesta del presidente Evo Morales di non andare a Santa Cruz onde evitare qualsiasi rischio di scontro con l'oligarchia», ha dichiarato Julio Salazar, leader dei cocaleros. Soltanto in alcune regioni, ad esempio i territori guaranì o alcuni quartieri popolari come Plan 3000, i dirigenti hanno affermato che «non verrà permesso che si istituiscano i seggi». Inoltre, ieri il governo ha aggiunto che il giorno del referendum - «consultazione dispendiosa" a detta del vicepresidente ?lvaro García Linera - non si aumenteranno i contingenti militari e di polizia. Giorni fa il governo ha ammorbidito il divieto per l'esportazione di olio, permettendo la vendita a quelle imprese che ridurranno i prezzi sul mercato interno. «Il referendum è ormai irreversibile, bisogna dimostrare che lo Stato è presente e non latitante evitando però lo scontro», ha detto a Il manifesto un funzionario della vicepresidenza, riassumendo così la strategia ufficiale. Politici e analisti credono che dopo il 4 maggio «non resterà altro che negoziare». Il rischio, come ha segnalato il senatore Carlos Börth ( destra), è che dal 5 maggio emerga un «caos istituzionale». A Santa Cruz il recente congelamento dei trasferimenti fiscali da parte del governo e il taglio alla redistribuzione delle imposte sul petrolio- per la sua sconnessione dal sistema di controllo centralizzato sembra una minaccia del governo centrale per il giorno dopo: se la direzione regionale decide di applicare di fatto l'autonomia i rubinetti si chiudono. Ieri il governo si è nuovamente connesso al sistema Sigma e il Ministero delle Finanze ha riattivato i conti e i flussi. La battaglia, però, non è finita. La scommessa del governo consiste nello stendere un velo di dubbi su una consultazione che non raggiungerà la quota minima del No - visto che il Mas di Evo Morales proclama l'astensione- e nella quale mancheranno ispettori stranieri, visto il mancato riconoscimento da parte della comunità internazionale. Per il momento, la «guerra» tra governo e opposizione regionale si combatte sui media. «Come non votare SI se il nostro futuro è qui e non là, lontano, nel centralismo (di La Paz)», dice una famiglia di immigrati «collas» in uno spot autonomista che cerca di contrastare l'accusa di volere l'autonomia «per separarsi dagli indios». Persino il governo locale ha adottato come parola d'ordine il termine «guaranì Iyambae» ( senza padroni), usato contro il lavoro servile nelle haciendas. Entrambe i fronti sono però consapevoli che l'animo popolare si muove al ritmo dei suoi bisogni insoddisfatti. Ieri la preoccupazione degli abitanti di Santa Cruz era la polemica sui trasporti per il prezzo del biglietto e la televisione si dedicava alle vicine elezioni di domenica per Miss Tradición, in una regione «procacciatrice» di quasi tutte le miss boliviane. Per questo la battaglia più importante a cui si assiste a Santa Cruz è quella per le opere pubbliche: il governatore Rubèn Costas trascorre quasi tutto il suo tempo nella zona rurale mentre il mandatario distribuisce i già famosi assegni venezuelani scandendo il motto «La Bolivia cambia, Evo mantiene le promesse». E così, acqua potabile, computer, terre o elettricità portano il marchio dell'autonomia o dell'unità nazionale a seconda di chi sia il promotore. Ieri nella località di Mariana, 150 km da Santa Cruz, Morales è arrivato con alcuni computer dichiarando la città libera dall'analfabetismo. «Evo, un'altra volta a Santa Cruz», titolava una delle reti televisive, come se si trattasse di un'anomalia. Per dissipare i dubbi e rispondere all'accusa che gli ordinamenti sarebbero separatisti un video di propaganda dichiara che «non ci sarà bisogno del passaporto per entrare a Santa Cruz (dal resto della Bolivia, chiaramente!)».

 

San Precario contro Carlo Magno - Paolo Gerbaudo

I giovani e i migranti del vecchio continente contro la diarchia Merkel-Sarkozy. Il prossimo primo maggio, nella sontuosa Rathaus di Acquisgrana, sede di incoronazioni in epoca carolingia, il premier francese conferirà al cancelliere tedesco il tradizionale premio Carlo Magno, dedicato al politico europeista dell'anno. Ma per le strade della città d'arte tedesca, non ci saranno celebrazioni per festeggiare l'"incoronazione" della Merkel. A rovinare la festa ci penserà la protesta della Euromayday, la rete continentale dei lavoratori precari e dei migranti, che promette di portare tumulto ad Acquisgrana e in decine di altre città europee che partecipano alla giornata di azione. «Costretti a vivere nell'inferno del precariato metteremo a soqquadro il paradiso delle élite dell'Unione europea» , avvisano i promotori. Gli attivisti dell'Euromayday vedono nel premio Carlo Magno - che si consegna il giorno dell'ascensione, quest'anno il primo di maggio - il simbolo dell'Europa peggiore. Quella militarista, neoliberista e clericale, che non si piega alle domande sociali che vengono dagli strati più svantaggiati. «Rifiutiamo Carlo Magno come simbolo dell'Europa e denuciamo il neoliberismo della commisione Barroso, il militarismo di Solana e il monetarismo della Banca centrale di Trichet», si legge nella chiamata per la giornata di protesta. Contro l'Europa della burocrazia, degli eserciti e dei governi, l'Euromayday si appella all'Europa del precariato, ai lavoratori a tempo parziale, ai cococo e cocopro, ai disoccupati che vengono emarginati dalle politiche sul lavoro e sulla sicurezza sociale. Ma non solo. «Ci rivolgiamo agli operai e alle operaie, delle fabbriche e dei servizi, agli studenti, alle associazioni, ai centri sociali, alle mille forme di resistenza e di autorganizzazione che ri-generano i territori e le metropoli martoriati dal vampirismo neoliberista», dichiarano gli organizzatori. Il programma della protesta principale prevede una manifestazione in mattinata davanti alla Rathaus contro Merkel e Sarkozy. Da qui partirà nel pomeriggio la classica parade, con soundsystem, scenografie e "supereroi del precariato quotidiano". La giornata sarà chiusa da una festa di precari e migranti in un parco cittadino. Oltre alla manifestazione centrale ad Acquisgrana, la protesta contro il precariato interesserà diverse città europee che hanno già aderito all'iniziativa. Le piazze principali in giro per l'Europa quest'anno saranno Berlino, Copenhagen, Amburgo, Helsinki, Lisbona, Malaga, Maribor in Slovenia e Terrasa vicino a Barcellona. In Italia oltre a Milano, ci saranno anche Napoli e Palermo. E quest' anno per la prima volta ci sarà una Mayday precaria pure a Tokyo dove gli attivisti giapponesi già si scaldano in vista della protesta contro il vertice G8 che si terrà a Osaka dal 7 al 9 luglio. Il 1 maggio ricreato. La storia della Mayday comincia a Milano nel 2001, quando gruppi di attivisti mediatici e agitatori del sindacalismo precario e di base decidono di rivitalizzare il primo maggio che ormai appare poco più di una ricorrenza istituzionale, svuotata di significati politici. Negli anni successivi è una crescita continua. Nel 2003, 50.000 persone sfilano a Milano e la manifestazione raggiunge una dimensione regionale, ma coinvolge pure studenti e precari romani. Nel 2004 Barcellona si mette al fianco di Milano: la Mayday diventa Euromayday. Oltre 100.000 persone scendono in piazza. A Milano a ritrovarsi nella lotta contro il precariato è il «popolo di Genova». Il primo maggio precario diventa sempre più il primo maggio vero e proprio, oscurando il rituale concerto di piazza San Giovanni. Le reti no-global europee si accorgono presto dell'iniziativa. L'occasione per ampliare il processo la offre «Beyond ESF», l'iniziativa parallela al Forum sociale europeo di Londra dell'ottobre 2004. In un assemblea alla Middlesex University si decide di creare una rete Euromayday, che organizzi assemblee transnazionali, da tenersi ogni volta in una città diversa. Incontri per decidere strategie di azione comune. Non solo per organizzare il primo maggio ma anche come processo di attivazione comune di migranti e precari. Così nel 2005 la Euromayday raggiunge venti città, da Stoccolma a Parigi, da Amsterdam a Siviglia. Nel 2006 la partecipazione cresce ancora. A scendere in piazza sono oltre 300.000 persone, anche se in meno città rispetto all'anno precedente. Oltre alle manifestazioni decentrate l'euromayday lancia per la prima volta un'azione congiunta a Bruxelles il venerdì di pasqua. Si risale la china. E' un momento caldo per la questione precaria: la Sorbona, è occupata contro la legge sul Cpe ("contratto di primo impiego") e la piazza dell'università viene ribattezzata «piazza della precarietà». In questi anni il problema del precariato viene connesso sempre più con quello dei migranti, con la partecipazione delle reti no-borders alla MayDay. Il 2007 vede una flessione della manifestazione: meno partecipanti e un calo di entusiasmo, anche per la mancanza di risposte politiche. Ma quest'anno la giornata promette di risalire la china. Le proteste contro il G8 a Rostock hanno visto sfilare un euromayday pink bloc, che ha messo assieme diversi gruppi europei che hanno lottato contro il precariato durante questi anni. Le assemblee transnazionali sono riprese. E il ritorno di vitalità della manifestazione traspare anche dal nuovo sito con filmati ironici sul problema dei precari che arrivano da diversi angoli d'Europa, tra cui l'imperdibile «chiki chiki precario». Così, mentre il problema del precariato continua a incontrare orecchie sorde sia tra i politici di casa nostra che tra i tecnocrati di Bruxelles, i precari continuano a fare affidamento sull'unica arma che posseggono:la creatività. E quella che è la risorsa più preziosa nell'era del capitalismo cognitivo, diventa uno strumento di lotta contro le nuove forme di oppressione del lavoro.

 

Liberazione – 27.4.08

 

Pena di morte, tutto da capo in Usa dopo il via libera della Corte Suprema - Silvia Baraldini

Dopo sette mesi senza esecuzioni - l'ultima è avvenuta nello stato del Texas il 24 settembre 2007 - mercoledì 16 aprile la Corte suprema degli Stati Uniti ha dato il via a una nuova stagione della pena capitale. Nella sentenza scritta dal presidente della Corte, John G. Roberts Jr., la maggioranza della Corte - sette giudici su nove - ha concluso che il cocktail letale usato nello stato del Kentucky non viola l'ottavo emendamento. Ovvero il metodo in cui il cocktail è somministrato, una sequenza di tre iniezioni che dovrebbero anestetizzare, paralizzare e, infine, stroncare la vita del detenuto, non costituisce « cruel and unusual punishement » (punizione crudele e inumana). Due membri della corte, Ruth Bader Ginsburg e David H. Souter, hanno dissentito denunciando le carenze dello stato del Kentucky nella somministrazione del cocktail, in particolare perché non viene somministrato da medici. Secondo i due dissenzienti, il Kentucky avrebbe dovuto adottare precauzioni simili a quelle che altri stati hanno già introdotto nella loro procedura. Inoltre, ha scritto Ruth Ginsburg, è necessario appurare il livello di sofferenza sopportato dal condannato. E' da sottolineare che il giudice John Paul Stevens, pur allineandosi per ragioni procedurali alla sentenza scritta da Roberts, ha scritto un commento individuale dove dichiara di essere attualmente contrario alla pena di morte e sostiene che sarebbe stato doveroso per la Corte prendere in considerazione la rispondenza della pena di morte stessa al trattato costituzionale, senza limitarsi a giudicare la costituzionalità delle modalità con cui si praticano le esecuzioni. In seguito alla decisione rispetto a Baze vs. Rees, questo il nome del caso cui si riferisce la sentenza, la Corte ha anche iniziato a respingere gli appelli dei detenuti cui aveva concesso la sospensione della condanna mentre il caso era pendente. Lunedì 21 aprile, infatti, la Corte ha respinto l'appello di Carlton Turner, detenuto nel Texas, di Thomas Arthur (Alabama) e di Earl Wesley Berry (Mississippi) che saranno immediatamente giustiziati. Per gli altri sette detenuti i cui appelli sono stati respinti, invece, la data di esecuzione non è stata ancora stabilita. La sentenza della Corte, quindi, non solo ha interrotto il periodo di pausa stabilito dalla Corte stessa ma lo ha fatto nel peggiore dei modi, mettendo in evidenza tutte le contraddizioni, giuridiche e sociali, che gravano sulla questione della pena di morte. Il giorno seguente il New York Times ha duramente condannato la Corte, per aver aggirato la questione centrale, ovvero la costituzionalità delle iniezioni letali, limitandosi a una sentenza che è stata il prodotto di «opinioni belligeranti sullo sgradevole tema della quantità di dolore che uno Stato può ragionevolmente imporre». Anche per questo, ha aggiunto il Times , lo Stato non dovrebbe più giustiziare i detenuti e l'abolizione totale della pena capitale è oggi una priorità. Anche il direttore esecutivo della Coalizione nazionale contro la pena di morte, Diann Rust-Tierney, ha criticato aspramente la sentenza, accusando la Corte di aver deliberato senza aver considerato gli importanti sviluppi, nazionali e internazionali, degli ultimi sette mesi. «In questo periodo - ha dichiarato Rust-Tierney - altre quattro persone sono state scarcerate perché le analisi del Dna hanno dimostrato la loro innocenza, portando il totale a 128; lo stato del New Jersey ha abolito la pena di morte; la Corte suprema del Nebraska a giudicato incostituzionale l'uso della sedia elettrica fermando così la pena capitale in quello stato; l'associazione dei penalisti si è dichiarata a favore di una moratoria nazionale e le Nazioni unite hanno votato a favore di una moratoria in tutto il mondo». La decisione della Corte finirà per infiammare il dibattito sulla pena capitale. Ormai è evidente che il cocktail, ideato per eliminare la sofferenza al momento dell'esecuzione, produce l'effetto contrario. Troppo numerosi, infatti, i casi in cui l'anestesia non è stata amministrata in dosi sufficienti e il detenuto, paralizzato dalla seconda iniezione, ha dovuto subire dolori indescrivibili. Gli errori nell'amministrazione del cocktail sono aumentati dopo che l'American Medical Association, l'ordine dei medici, ha proibito ai suoi membri di somministrarlo. Ora, dopo un simile colpo di arresto a livello federale, la battaglia contro la pena di morte dovrà essere portata avanti in ognuno dei 37 stati che ancora la praticano, sfidando la costituzionalità di ogni statuto in vigore. Come sempre la mobilitazione dell'opinione pubblica sarà essenziale per spingere sia le corti sia i politici a opporsi alla pena capitale. Il silenzio tombale di Hillary Clinton e Barak Obama, ambedue sostenitori della pena capitale, non promette niente di buono. In una corsa per la nomina a presidente degli Stati Uniti dove ormai le due candidature si equivalgono, è venuto a mancare il coraggio di condannare una decisione e una pratica che una buona parte del mondo ha bollato come vera e propria barbarie.

 

Felice Pasqua agli israeliani e "piacevole prigionia" a noi

Bassam Aramin*

La solita incursione dell'esercito israeliano in cerca di militanti radicali, il solito scontro a fuoco e la solita vittima innocente, quasi sempre palestinese. E' successo anche ieri mattina nella sSriscia di Gaza, dove una ragazzina di 14 anni ha perso la vita, e altri 9 palestinesi sono rimasti feriti nel corso degli scontri scoppiati nella città di Beit Lahiya, nel nord di Gaza tra soldati di Tel Aviv e militanti di gruppi palestinesi a seguito del raid aereo compiuto dai militari. Secondo fonti vicine ad Hamas, i soldati avrebbero arrestato il padre della ragazza, Hassan Marouf, esponente delle brigate al Qassam, frangia legata al Movimento islamico. Circostanza confermata anche dai portavoce di Hamas. La ragazza sarebbe morta dopo essere stata raggiunta da una scheggia. La madre invece è rimasta ferita e se la caverà. «L'operazione nella Striscia si è conclusa con successo», hanno affermato le autorità militari israeliane. Sono più di 400 le vittime a Gaza da quando alla conferenza di Annapolis di fine novembre è ripresa una parvenza di dialogo tra israeliani e palestinesi dell'Anp del presidente Abu Mazen; molto più lontana sembra l'intesa con Hamas,il vero nodo della trattativa: se da una parte Israele rifiuta qualsiasi ipotesi di confronto con Hamas, è in corso una complicata mediazione diplomatica che vede in campo l'Egitto. In questo schema Hamas e Israele riescono, se non a dialogare, a inviarsi dei messaggi per interposta persona. Ieri il leader politico del Movimento islamico in esilio a Damasco, Khaled Meshaal, ha detto che resta ancora in attesa di una risposta ufficiale da parte israeliana alla proposta di una tregua avanzata nel quadro della mediazione egiziana. Un portavoce del premier israeliano Ehud Olmert ha però ribadito che l'offerta «non è una cosa seria», spiegando che lo stato ebraico chiede una serie di pre-condizioni come la fine del lancio di razzi Qassam e, in sostanza, «la fine del terrorismo». Hamas chiede invece che Israele revochi il blocco della Striscia di Gaza, e accetti la riapertura dei valichi, compreso quello di Rafah al confine con l'Egitto. Nonostante la risposta negativa dell'ufficio di Olmert, una fonte vicina al ministro della difesa Ehud Barak non ha escluso la possibilità che tra Israele e Hamas possa essere stipulato un qualche accordo segreto. «Il nostro obbiettivo è riuscire a trovare una posiziopne comune tra i gruppi politici palestinesi intorno ad una tregua con Israele, e attendere in seguito la risposta di Tel Aviv», spiegava ieri dal Cairo il portavoce del governo Houssam Zaki. Che poi ha annunciato la ripresa degli incontri inter-palestinesi per lunedì sempre nella capitale egiziana alla presenza del capo dei servizi segreti Omar Suleiman. Non sarà facile trovare punti di accordo tra Fatah e Hamas, ma come spiega fiducioso lo stesso Zaki « ci sono posizioni intransigenti, ma lo scopo dell'incontro è proprio quello di appianare le divergenze».

*dei Combatants for Peace e padre di Abir, 11 anni uccisa l'8 febbraio 2007 da un proiettile sparato da un soldato israeliano mentre usciva dalla scuola di Anata

 

«I poteri dei clan si stanno riformando» - Gemma Contin

Un attentato squassa il silenzio di un giorno qualsiasi a Gioia Tauro. Salta in aria la mercedes di un imprenditore, un commerciante"chiacchierato" di nome Antonino Princi, 45 anni. Qualcuno gli ha messo una bomba sotto la macchina. L'ordigno è collegato all'apertura del veicolo lato guida. Quando Princi gira la chiave, il botto. Il commerciante è ferito in modo grave, tanto da dove essere trasferito dall'ospedale di Gioia Tauro al più attrezzato nosocomio di Reggio Calabria. L'uomo è titolare di una rete di punti vendita di abbigliamento e maglieria, con molti interessi anche nel mondo del calcio. E' socio di riferimento del Catanzaro di cui ha il 48% delle azioni. Un altro fatto di estrema gravità, che crea profonda inquietudine negli ambienti giudiziari calabresi, è il ritrovamento di una microspia nella Procura di Reggio Calabria, in una stanza utilizzata dal pm antimafia Nicola Gratteri. E' stata scoperta in un'operazione di bonifica avvenuta lo scorso martedì ma resa nota soltanto ieri. La cimice era collocata in una stanza in cui il sostituto procede agli interrogatori, ascolta testimoni e pentiti, dà disposizioni alle forze dell'ordine sulle operazioni da condurre in relazione alle inchieste che ha in carico. La presenza della microspia è stata confermata dal procuratore capo che ha detto: «E' evidente che qualcuno aveva interesse a spiare il lavoro del pm». In particolare Gratteri è titolare di due fascicoli cruciali: la strage di Duisburg e quella in cui è coinvolto il senatore Sergio De Gregorio, in merito alla quale c'era stata ultimamente una fuga di notizie. Abbiamo chiesto cosa sta succedendo al professor Enzo Ciconte, esperto di criminalità organizzata, consulente della Commissione parlamentare Antimafia, scrittore di molti saggi sulla 'ndrangheta e sui fenomeni mafiosi nel Mezzogiorno d'Italia. Professor Ciconte, dopo la strage di Duisburg e dopo la relazione dell'Antimafia, sulla 'ndrangheta sembrava sceso il silenzio. Adesso una bomba a Gioia Tauro e una cimice in Procura a Reggio Calabria. Che succede? Cosa sta succedendo è lo sviluppo di una situazione incredibilmente sottovalutata nel corso degli anni. Lei ricordava prima la relazione del presidente della Commissione antimafia, che è stata la prima relazione sul fenomeno della 'ndrangheta che si sia mai avuta. Vuol dire che noi abbiamo un vuoto di percezione e di elaborazione che è molto preoccupante, perché non ci sono solo i fatti che lei ha ricordato, ci sono anche fatti avvenuti in queste ultime settimane che danno da pensare. Intanto lo scioglimento per mafia per la seconda volta del Consiglio comunale di Gioia Tauro; poi, nel pieno della campagna elettorale, c'è stata una faida a Papanigi, in provincia di Crotone, con l'uccisione di più persone e il ferimento di bambini; e c'era stata anche l'uccisione di un imprenditore a Lamezia Terme. C'è una situazione di estrema gravità nella regione Calabria. Ma soprattutto la cosa che lascia senza parole è questo fatto del magistrato. Infatti, com'è possibile arrivare indisturbati a posizionare una microspia negli uffici della Procura, dentro la stanza degli interrogatori, nel cuore dell'attività antimafia? Questo può farlo solo qualcuno dall'interno e, a meno che non ci sia un'indagine a carico di Gratteri da parte di un altro magistrato, è evidente che c'è una talpa. Anche perché si è scoperto che si tratta di una microspia a corto raggio. Dunque nessuno dall'esterno poteva ascoltare o registrare quello che veniva detto dal magistrato. E comunque qualunque altra ipotesi è inquietante, perché vuol dire che si può arrivare al cuore di quello che sta facendo un pm che sta indagando su fatti rilevantissimi. E per quanto riguarda l'imprenditore di Gioia Tauro? Non conosco il fatto specifico, ma posso dire che lì gli imprenditori sono sotto schiaffo da molto tempo, perché non c'è la reazione che c'è stata in Sicilia. C'è un tessuto molto debole, in difficoltà. Non c'è una reazione forte tra gli stessi imprenditori. Siamo molto lontani da quello che è successo in Sicilia per merito di Lo Bello. Sul fronte politico? Anche lì ci sono difficoltà, dopo la vicenda De Magistris e dopo un'inchiesta in cui è coinvolto un assessore regionale? Lì c'è una fragilità politica. Ma quello che voglio sottolineare della situazione calabrese è che non c'è una società civile che riesce a reagire. Per cui la fragilità politica si trasforma in una drammatica fragilità democratica, di tenuta del tessuto democratico e civile: non hai i giovani, gli imprenditori, la Chiesa. Tranne l'attività di Libera, non c'è niente. Libera è l'unica realtà che riesce a muoversi, per il resto è un deserto. Cosa pensa stia avvenendo all'interno della 'ndrangheta? Il problema è che la 'ndrangheta lì si sta ristrutturando, mettendo in piedi una serie di presenze. Tenga conto che c'è stata una resa dei conti. Dopo Duisburg un po' di gente è sparita. Pasquale Condello (latitante dal 1990, arrestato lo scorso 19 febbraio a Pellaro di Reggio Calabria, ndr) è stato catturato. Un boss importante di Gioia Tauro è stato ammazzato. Quindi si sta muovendo qualche cosa nel profondo della 'ndrangheta. Che cosa, secondo me, bisogna capire meglio. Di certo si stanno ristrutturando i poteri mafiosi.

 

Repubblica – 27.4.08

 

Bipolarismo Milano-Roma in bilico; l'onda Pdl non ricompatta il Paese – Ilvo Diamanti

Il voto delle ultime settimane sembra destinato a unire l'Italia. E a renderne, al tempo stesso, più profonde le divisioni. Non ci riferiamo tanto agli effetti del voto politico. In questo caso, peraltro, la coalizione "per Berlusconi" ha allargato il suo peso elettorale in tutte le zone del Paese. Ma ci riferiamo all'equilibrio territoriale, fra governo e amministrazioni. Fra centro e periferia. A partire dal 1994 e fino ad oggi, avevamo assistito a un tendenziale bilanciamento. Chi governava il Paese perdeva potere sul territorio. E viceversa. Con un andamento anticiclico. 1. Nell'autunno del 1993 la sinistra (il Pds e la Rete) aveva eletto i sindaci nelle principali città italiane. Da Venezia a Palermo. Da Torino a Roma. Da Firenze a Bologna a Napoli. Solo a Milano si era imposta la Lega, nel momento in cui proprio in quella città partivano le inchieste giudiziarie che avrebbero decomposto i partiti della Prima Repubblica. Peraltro sfibrati. Alle elezioni del 1994 aveva vinto il Polo delle Libertà. La coalizione del Centrodestra inventata da Silvio Berlusconi. L'anno seguente (quando, peraltro, Berlusconi aveva già concluso la sua prima esperienza di governo) il Centrosinistra aveva conquistato la maggioranza delle regioni italiane. Nel complesso: 9 su 15 (a statuto ordinario). 2. Dopo la vittoria del Centrosinistra (l'Ulivo, collegato a Rifondazione comunusta da un patto di desistenza) alle elezioni del 1996 si era verificato il "movimento" inverso. Cioè: il Centrodestra aveva "conquistato" il territorio. Soprattutto dopo il 1999, quando la Lega, in sensibile declino elettorale, era rientrata nella coalizione "personale" di Berlusconi. Si era, dunque, imposta in numerose città medie, ma anche grandi. Espugnando perfino "Bologna la rossa", capitale storica dell'Italia di sinistra. L'anno seguente, nel 2000, alle elezioni regionali il Polo delle Libertà conquista 10 regioni su 15 a statuto ordinario. Spingendo Massimo D'Alema, che ne aveva fatto un test di rilevanza nazionale, a dimettersi (pratica rara, in Italia). Un risultato che lancia il Centrodestra (divenuto "Casa delle Libertà") alla vittoria nelle elezioni politiche dell'anno successivo, nel 2001. Sempre alla guida del Cavaliere. 3. Da lì un nuovo cambio di ciclo. Caratterizzato dall'espansione del Centrosinistra (nella versione più ampia: Ulivo e Rifondazione). Che, nel 2007, governa, complessivamente, in 15 Regioni su 19. Inoltre, in 79 province contro le 26 amministrate dal centrodestra. Infine, in 396 comuni sopra i 15 mila abitanti, contro i 250 del centrodestra. In effetti, questa crescita si realizza, in larghissima parte, fra il 2003 e le elezioni regionali del 2005. 4. La stentata vittoria dell'Unione alle politiche del 2006 chiude definitivamente il ciclo. Le elezioni amministrative del maggio 2007 segnano il punto di svolta. La Lega e il Centrodestra conseguono successi travolgenti. Strappano al centrosinistra Verona, Monza, Alessandria, Gorizia, Asti. Il vento è cambiato. Un vento freddo e impetuoso. Soffia a Nord. E corre ovunque, nel Paese. Abbiamo descritto in modo analitico e un poco pedante la successione di risultati che caratterizzano il voto politico e amministrativo nel corso della seconda Repubblica. Perché ci interessa dare sostanza all'incipit: il controcanto fra voto nazionale e locale. Elezioni politiche, da un lato, regionali, provinciali e comunali, dall'altro, hanno, sino ad oggi, seguito direzioni diverse e divergenti. E le elezioni politiche hanno chiuso il ciclo, piuttosto che aprirlo. Nel senso che hanno confermato la tendenza delineata, "prima", dalle amministrative e dalle regionali. Certo, le consultazioni territoriali (regionali, provinciali e comunali) possono essere interpretate come elezioni di "mezzo termine". Usate dai cittadini per esprimere - in parte - la loro posizione verso l'azione del governo nazionale. E, dunque, per sanzionarlo. Viste le difficoltà incontrate da chiunque abbia avuto la ventura - oppure la sventura - di governare il Paese, vincolato - sempre - da maggioranze incerte, frammentate e divise. C'è però una ulteriore spiegazione possibile. Non contraddittoria, ma semmai a integrazione dell'altra. La volontà dei cittadini di "bilanciare" i poteri, favorendo la costruzione di maggioranze diverse al centro e alla periferia. Quasi una coabitazione, secondo il modello che ha caratterizzato altri Paesi, nel passato più o meno recente. In Francia, ma anche negli stessi Usa. Dove i Presidenti hanno dovuto confrontarsi, talora, alle Camere (Assemblea Nazionale, Congresso o Senato), con maggioranze di diverso segno politico. Tuttavia le elezioni recenti fanno emergere uno scenario diverso. Suggeriscono, cioè, la possibilità che i due livelli del potere - centrale e territoriale - possano allinearsi. Che il governo del Paese possa venire "unificato" dal Centrodestra di Berlusconi. Che, al terzo tentativo, dispone di un'ampia maggioranza alle Camere. Ma anche di un largo, crescente numero di amministrazioni territoriali. Potrebbe, quindi, governare senza eccessivi problemi. Se non quelli dettati dalle divisioni interne alla sua maggioranza. Oltre ad aver vinto largamente le politiche, nell'election day del 13-14 aprile, il Pdl (insieme agli alleati di centrodestra) ha, infatti, ottenuto significativi successi anche nelle altre consultazioni. Alle regionali: ha trionfato in Sicilia. Mentre ha strappato al Centrosinistra il Friuli Venezia Giulia governato da Riccardo Illy. Forse il più autonomista dei governatori, tradito dal vento leghista e antiromano. Alle municipali, il primo turno ha impresso un segno molto chiaro. Si è, infatti, votato in 71 comuni sopra 15mila abitanti, in 47 dei quali il sindaco uscente è di centrosinistra. Dopo il primo turno ne ha mantenuti solo 6 mentre in 13 ha perduto e in altri 28 casi il suo candidato è al ballottaggio. Parallelamente, dei 22 sindaci di cui disponeva, il Centrodestra ne ha rieletti 8, mentre gli altri 14 sono in ballottaggio. Per cui, il rapporto fra le due parti politiche si è rovesciato: 21 sindaci a 6, a favore del centrodestra. E' possibile che il ballottaggio di oggi e domani modifichi questo bilancio. Ma, sinceramente, ce ne stupiremmo. Tuttavia, la "conquista politica dell'Italia" da parte di Berlusconi e dei suoi alleati dipende, in gran parte, dal risultato di Roma. Perché Roma non è solo la capitale d'Italia. E' anche la capitale del Centrosinistra. Che la governa fin dal 1993. Mentre perfino Bologna, nel 1999, è "caduta". La capitale dell'Italia di Centrodestra, nella seconda Repubblica, invece, è sicuramente Milano. Insieme alla metropoli diffusa del Nord Pedemontano. Cuore dell'Italia dell'impresa, dei servizi, della comunicazione. Contesa e condivisa da Berlusconi, Bossi. E Formigoni. Negli ultimi 15 anni la competizione fra queste due città è divenuta continua. E accesa. Un conflitto che si svolge su diversi terreni. Malpensa contro Fiumicino. La "città del cinema" contro Mediaset. Roma contro Inter (e Milan). Il mercato globale della produzione e dei servizi contro il mercato (e il linguaggio) universale dei beni artistici. Anche questo dualismo e questo conflitto potrebbero finire. Mai come in questa occasione il confronto fra i candidati dei due schieramenti - Rutelli e Alemanno - è apparso tanto incerto. Tanto aperto. Così, domani potremmo vivere in un'Italia unita. Governata da Berlusconi. Al centro e in periferia. Al Nord, al Sud e perfino al Centro. A Milano e a Roma. Il Pd verrebbe confinato dentro il perimetro delle "regioni rosse". Una sorta di "Lega Centro" (la formula è di Marc Lazar). Come i Ds e - prima di loro - il Pci. Dubitiamo, tuttavia, che la fine del bipolarismo metropolitano pacificherebbe e compatterebbe il Paese. Nell'Italia unita dalla geopolitica, si produrrebbero altre fratture politiche. Più forti. Alimentate da un centrosinistra spaesato. Senza casa. E da un Centrodestra stressato. Stirato. Fra Roma e Milano.

 

La democrazia presa in ostaggio nel palazzo dei veleni e dei misteri - GIUSEPPE D'AVANZO

Non accade tutti i giorni che si spii un pubblico ministero nel suo ufficio. Che si seguano da vicino le sue mosse investigative. Che si anticipino le sue iniziative. Che magari le si vanifichi con accorte fughe di notizie utili a mettere sul chi vive i potenziali indagati, fino a quel momento molto loquaci nelle conversazioni telefoniche intercettate. Non accade tutti i giorni che - più o meno, esplicitamente - si sospetti che lo "spione" sia un magistrato della stessa procura della Repubblica, legato - evidentemente - agli interessi storti che quell'ufficio dovrebbe scovare e punire e non alla Costituzione. Eppure, nonostante la singolarità della circostanza, si fa fatica a stupirsene. Prima o poi doveva accadere che venissero in superficie i velenosi miasmi che attossicano la Calabria e Reggio. Non sorprende che siano affiorati proprio nel luogo - il palazzo di giustizia - che dovrebbe sovrintendere alla legalità di un angolo d'Italia dove gli interessi della 'ndrangheta sono intrecciati ai poteri più visibili e formalizzati della politica, dell'economia, delle istituzioni. Fino ad assumere quasi funzioni di ordine pubblico. Perché la 'ndrangheta - oggi più di Cosa Nostra, più della Camorra - garantisce ogni tipo di transazioni; preleva tributi; offre occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall'agenda dei governi non ci sarebbero. E' un protagonismo che le consente di governare come intermediario decisivo i flussi di risorse e spese pubbliche, addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa con il controllo delle assemblee elettive. Della pervasività del potere mafioso delle 'ndrine - al contrario di Cosa Nostra e Camorra - non si parla mai. Come si ignorano, nel discorso pubblico nazionale, le arretratezze e le opacità delle istituzioni calabresi. Nel buio di una regione dimenticata, l'autorità, l'influenza, la forza della 'ndrangheta hanno potuto così crescere inosservate e senza fastidi facendo, di quell'organizzazione, il cartello criminale di gran lunga più pericoloso, più internazionale, più invasivo del nostro Paese, orientato a un lavoro transnazionale, soprattutto nel traffico di droga dove - sostiene la direzione nazionale antimafia - ha assunto "quasi una posizione monopolistica resa possibile dagli stretti collegamenti con i paesi produttori e con il controllo delle principali rotte di transito degli stupefacenti". Oggi la 'ndrangheta è una multinazionale del crimine capace di essere, al tempo stesso, "locale" ("vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, nella sua accezione più ampia, comprensiva dunque di economia, società civile, organi amministrativi territoriali") e "globale", rete criminale connessa al mondo attraverso il narcotraffico e il traffico internazionale di armi. Sostiene la direzione antimafia: "Risulta ormai dimostrata l'elevata capacità della 'ndrangheta di rapportarsi con le principali organizzazioni criminali straniere, in particolare con i cartelli colombiani ed anche con almeno una struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta in attività di produzione e fornitura di cocaina. Sono consolidati e stabili i rapporti con i gruppi - sud-americani e mediorientali - fornitori di stupefacenti tanto da far divenire la 'ndrangheta, nello specifico settore, un punto di riferimento anche per altre organizzazioni criminali endogene". Per sciogliere un nodo così serrato, come fu chiaro dopo l'assassinio in un seggio elettorale di Francesco Fortugno o la strage di Duisburg, sarebbe stata necessaria una battaglia nutrita di un alimento etico-politico; un adeguato sostegno dello spirito pubblico; il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi capaci di rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità. Una "politica" che riuscisse a ridimensionare un potere militare, economico e politico che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più marginali. Come testimonia il clima di intimidazione continuo che ogni istituzione o rappresentante delle istituzioni deve subire. Minacce. Attentanti con bombe. Fucilate alle porte di casa. Incendi di auto e di abitazioni. Ne sono stati vittima, nel corso del tempo, i sindaci di Reggio Calabria, San Giovanni, Seminara, Sinopoli, Melito Porto Salvo, Casignana, il vice sindaco di Palmi. Uno scenario che, come forse si ricorderà, convinse lo sconsolato presidente della Confindustria calabrese, Filippo Callipo, ad appellarsi al capo dello Stato per invocare la presenza nella regione dell'esercito. La verità è che non è mai riuscita a diventare una priorità né dei pubblici poteri né dell'opinione pubblica la distruzione di un'organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un'urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c'è un'intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4/5 mila affiliati su una popolazione di 576mila abitanti. L'affare è precipitato, come sempre accade in casa nostra, sulle spalle della magistratura. Affar suo, soltanto suo. Gioco facile, per le 'ndrine, inquinare anche quelle acque nell'indifferenza dei governi e della consorteria togata. Pochi mesi fa, della magistratura calabrese, fece un quadro esauriente e drammatico un giudice civile, Emilio Sirianni. Raccontò che cosa può accadere nelle aule di giustizia di quella regione. Nel novembre del 2006, a Vibo Valentia, fu arrestato il presidente di sezione del Tribunale civile insieme a pericolosi mafiosi locali. Sia prima che dopo l'arresto, c'è stato il silenzio intimidito o complice dei magistrati di quel Tribunale. La Procura di Locri è stata lasciata a lungo nelle mani di un giovanissimo magistrato e, solo quando andò via, si accertò l'esistenza di 4.200 procedimenti con termini scaduti da anni, su un totale di 5000 e di circa 9000 procedimenti "fantasma" (risultavano nel registro, erano inesistenti in ufficio). Capita, in Calabria, di vedere entrare un avvocato in camera di consiglio e trattenersi a colloquio con i giudici durante la deliberazione. In Calabria può accadere che un giudice decida che un notaio, imputato di "falso ideologico", non sia considerato un pubblico ufficiale. Reato derubricato in "falso in scrittura privata", tempi di prescrizione ancora più brevi. Notaio prosciolto. Il pubblico ministero non propone l'appello. La disorganizzazione dell'ufficio lascia scadere i termini. O il caso di quel bancarottiere? Dichiara di aver utilizzato i soldi distratti all'impresa per curare il fratello malato di cancro. Il giudice riconosce lo "stato di necessità" e, senza chiedergli prova della malattia del fratello e del suo stato di indigenza, lo proscioglie. Sulla parola. "Conformismo, tendenza al quieto vivere, fuga dai processi scottanti, pigrizia" sono per Sirianni i codici di lavoro della magistratura in Calabria, "una magistratura che - per indifferenza, paura, connivenza, conformismo, furbizia - gira la testa dall'altra parte, strizza l'occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell'ufficio". Stupirsi allora per una microspia? Meravigliarsi delle fughe di notizie pilotate che "salvano" gli indagati e soffocano le inchieste? Sbalordire se le trattative per un allentamento delle severe regole del carcere per i mafiosi siano protette con una "soffiata"?

 

La Stampa – 27.4.08

 

Il villaggio della paura – Barbara Spinelli

Non è la prima volta nella storia d'Europa che la cronaca nera prende uno spazio abnorme e simbolico: nelle scelte governative, nelle campagne elettorali, nel farsi delle carriere politiche, nelle strategie dei mezzi di comunicazione. Accadde già una volta nella belle époque: tempo smanioso d'impazienza e di risse, che Thomas Mann chiamò epoca della Grande Nervosità. Nel 1907, il giornale La Petite République, fondato dal socialista Jaurès, titolò in prima pagina: «L'insicurezza è alla moda, questo è un fatto». Il clima era assai simile al nostro: analogo fascino del crimine, analoghe illusioni di rese dei conti. Insicurezza e cronaca nera vennero politicizzate, in Francia, sullo sfondo di vaste dispute sulla pena di morte. Facevano paura le bande di giovani nei quartieri difficili, proprio come oggi: Apache era il loro nome. Proprio come oggi s'invocava una rottura. Categoria che Foucault ebbe a definire, in un'intervista a Telos dell'83, deleteria: «Una delle più dannose abitudini del pensiero moderno è di parlare dell'oggi come di un presente di rottura». Buona parte degli Apache scomparve nella carneficina del '14-'18. Oggi il fantasma riappare, con forza speciale dopo l'11 settembre e lo svanire dell'Urss. È la tesi dello studioso Laurent Mucchielli, che ha pubblicato una raccolta di testi sul ruolo che l'insicurezza ha svolto nell'ascesa di Sarkozy. In realtà la sicurezza s'era fatta invadente da tempo, con l'espandersi delle estreme destre in Europa. Già negli Anni 90 la figura del nemico cambia («Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico», disse Georgij Arbatov, in Urss). Divenuto meno visibile il nemico esterno, si scopre l'Islam non solo fuori ma dentro casa, si escogitano nuovi reati (tra essi la mendicità), e ai cittadini viene offerto il nemico interno, il capro espiatorio da abbattere. I disordini nelle periferie son descritti come guerre civili ­ Los Angeles '92, Francia 2005 e 2007 ­ e la controffensiva si militarizza. La paura diventa lievito della politica: in Usa, Francia, e ora Italia. Il libro di Mucchielli s'intitola: La Frenesia della Sicurezza (La Découverte). La frenesia risponde a bisogni concreti, soprattutto in zone di non-diritto, dove l'urbanistica ha fatto scempi: zone grigie, le chiamano i consulenti privati cui si rivolgono i governi, di «guerriglia degenerata». La società Pellegrini, cui spesso ricorre Sarkozy, parla di guerra civile. È quest'esagerazione che desta dubbi, negli esperti di banlieue. Nelle teorie del nemico interno l'insicurezza non è un male da sanare, riformando giustizia, prevenzione, controllo. L'età nervosa trasforma l'insicurezza da problema, che era, in soluzione, in occasione sfruttabile. Anche la paura cessa d'esser problema e diventa soluzione, investimento politico. I giornali fanno la loro parte, un po' per vendere un po' per conformismo. Quasi non sembrano accorgersi della manipolazione che subiscono, dei profitti che politici e imprese private traggono dalla paura. L'emozione che prende il posto della comunicazione, l'ossessione delle cifre, il linguaggio bellico, le «lunghe scie di sangue»: la stampa imita il politico, perde autonomia, invece di registrare e interpretare escogita titoli-arpioni. È quello che i politici vogliono: «Il silenzio mediatico è un errore», disse il ministro dell'Interno Sarkozy in un discorso ai prefetti del 2003. Così da noi: i telegiornali aprono su un delitto, per poi allacciarsi senza soluzione di continuità a duelli elettorali. E lo spettatore è trascinato nel vortice, diventa attore teleguidato di quella che David Garland, in un libro del 2002, chiama società penale: con il suo voto e la sua rabbia s'immagina demiurgo di nuovi ordini (La Cultura del Controllo, Saggiatore 2004). La frenesia è passione disperata e panica, non fiduciosa nel progresso sociale ma dominata dal catastrofismo, dall'idea che il criminale sia un individuo predeterminato geneticamente, immutabile. Sono le convinzioni di Sarkozy: non ha più senso la polizia di prossimità, che provava a integrare i giovani in banlieue. «La migliore prevenzione è la sanzione». Decenni di lavoro sulle radici della violenza vengono liquidati, giudicati buonisti, sociologici. Quando paura e insicurezza diventano la Soluzione, il problema svanisce. Il populismo penale straripa, imponendo non riforme di lungo respiro ma pletoriche leggi ad hoc, e politiche dichiarative, simboliche, dettate da permanente indignazione. In Francia, che per l'Italia è oggi paese laboratorio, il vocabolario bellico adattato all'ordine pubblico è preso in prestito dall'epoca coloniale. Lo spiega Mathieu Rigouste, studioso di scienze sociali: i consulenti più apprezzati dai politici, sulle banlieue, combinano dottrine della contro-insurrezione elaborate nella battaglia d'Algeri con l'odierna lotta al terrore. Così vien cancellato il confine tra sfera civile e militare, tempo di pace e di guerra, interno e esterno. Certo è presto per valutare conclusivamente i risultati di queste politiche, ma un primo bilancio è possibile. L'ossessione delle cifre, della rapidità, della cronica drammatizzazione non ha dato per ora veri risultati. Il poliziotto-giustiziere appare ancora più illegittimo, nelle banlieue. Le carceri si riempiono, aprendo la via a indulti precipitosi. Soprattutto non funziona la panacea tecnologico-militare (videosorveglianza, biometria): il terrorista non teme la morte né l'occhio altrui. La rapidità è proficua solo in parte: impedisce analisi accurate, corre al risultato-show. È in Inghilterra, dove Blair ha inasprito la repressione, che la percentuale dei minorenni delinquenti è la più forte (20 per cento sulla criminalità globale). In Norvegia, dove perdura il modello «sociologico-protezionista», la percentuale è inferiore al 5 per cento. Mucchielli cita poi una distorsione che conosciamo bene: lo slogan Tolleranza Zero vale per tutti i crimini, «tranne per quelli economici e finanziari: contrariamente ad altri tipi di delinquenza, il governo (francese) cerca, in nome della “modernizzazione” del diritto degli affari, di depenalizzare i comportamenti delinquenti». È la società duale descritta da Garland: da un lato chi s'avvantaggia della deregolamentazione liberista, dall'altra una società disciplinata da regole morali più tradizionali e inasprite. La politica della paura si concilia male con il pragmatismo che Sarkozy incarna agli occhi di molti. Pragmatismo sempre più incensato, e sempre più equivoco: perché una politica sia efficace, non basta dire che essa «non è di destra né di sinistra». Non c'è nulla di pragmatico nell'ossessione delle cifre, nel disprezzo dei poliziotti di prossimità, nel correre affrettato verso il risultato spettacolare, qualunque esso sia. Non sono pragmatiche le pene minime ai recidivi, che riducono l'autonomia dei giudici. O la carcerazione preventiva che tocca a chi ha già purgato la pena ma viene giudicato tuttora potenzialmente pericoloso (da una commissione di esperti, come voluto dal presidente Sarkozy). Le ronde proposte dalla Lega possono aver senso: alcuni cittadini partecipano al controllo del territorio, «armati solo di telefonini». Ma non deve significare che Stato e polizia abbassano le braccia. Che la società non solo si autocontrolla ma reprime (salvaguardando ampie zone d'impunità economica, come s'è visto). È per evitare il linciaggio che abbiamo giudici e polizia separati dalla società. Quando ciascuno spia, denuncia, reprime il diverso, il mondo rischia di farsi villaggio, letteralmente: non ordine cosmopolita, ma borgo natio dove il controllo sociale protegge senza freni, e il cittadino perde l'anonimato garantito dalla metropoli, non sfugge agli sguardi, e impara a vivere nel sospetto, senza più lasciar vivere.

 

I mohicani del Tibet contro il treno maoista – Francesco Sisci

PECHINO - E’ stata una sequenza impressionante: prima la vittoria alle elezioni, poi l’annuncio della prossima, implacabile cacciata del re e quindi il programma di unirsi in un ponte fisico e metafisico ferroviario con la Cina, passando attraverso il «sacro» suolo del Tibet. Nel giro di pochi giorni gli ex ribelli maoisti vincitori delle elezioni del 10 aprile hanno fatto una rivoluzione, pur senza spargimenti di sangue. Anche se meno appariscente, il gesto più significativo è quello della ferrovia, visto che arriva solo alcune ore dopo che Pechino aveva annunciato la disponibilità ad aprire colloqui con il Dalai Lama, capo spirituale del Tibet. Ieri funzionari nepalesi a Katmandu hanno annunciato la decisione di estendere entro cinque anni la linea ferroviaria che oggi collega Pechino a Lhasa fino a Khasa, cittadina nepalese sul confine. La nuova linea ferroviaria dovrebbe limitare l’attuale dipendenza del Nepal dalle forniture indiane, Paese da cui oggi arriva di tutto, dal petrolio ai medicinali, ai macchinari. La nuova ferrovia porrebbe il Nepal al centro di scambi più facili e diretti tra Cina e India, dando poi una spinta ulteriore ai rapporti economici dei due giganti asiatici. Ma quella ferrovia è la stessa tanto contestata dai nazionalisti tibetani. A loro parere il nuovo treno diretto che permette l’arrivo massiccio di beni e persone sta uccidendo la cultura tradizionale tibetana. E il flusso di beni e persone ora potrebbe più che raddoppiare, visto il collegamento non solo con Pechino, ma anche con New Delhi. La conservazione della cultura tradizionale, tibetana o no, però non sembra una delle priorità dei neomaoisti nepalesi, che ora domineranno il parlamento nazionale. Il loro capo Prachanda, detto «il temibile», ha promesso nei giorni scorsi che «la prima riunione dell’assemblea costituente metterà fine alla monarchia e non ci sarà nessun compromesso su questo». In base ai risultati definitivi, nell’assemblea costituente che dovrà dare al Nepal una costituzione repubblicana, i maoisti avranno 220 seggi su 575, i marxisti-leninisti dell’Uml, loro alleati, 93, il partito del Congresso nepalese 107. Inoltre ci saranno altri 26 seggi assegnati a eminenti personalità del Paese. La Cina aveva tradizionalmente buoni rapporti con la monarchia nepalese, ma sembra oggi essersi rapidamente riconvertita, allacciando subito ottime relazioni con i nuovi governanti. E il progetto ferroviario è il primo grande programma infrastrutturale lanciato dal Nepal dopo le elezioni. Il nuovo troncone trasformerà il Tibet da ostacolo naturale in nodo di smistamento e incontro tra il subcontinente indiano, che conta tra India, Bangladesh e Stati minori quasi 1,4 miliardi di persone, e gli altrettanti cinesi nelle valli dei fiumi Giallo e Azzurro. A livello politico, il nuovo treno sembra finire l’opera del primo troncone ferroviario da Pechino: chiudere un’epoca, millenni, in cui l’altopiano più alto del mondo era inviolato e inviolabile. È la fine di un mito: l’ultima sponda del mistero in terra, con quel buddhismo fatto di riti esoterici, di trasmigrazione delle anime di corpo in corpo, dell’esotismo simboleggiato in disegni complicatissimi fatti di polvere e cancellati pochi secondi dopo il completamento. D’ora in poi, vagoni pressurizzati porteranno torme di turisti attorno a quei monaci alteri, rendendoli concreti, quasi banali, moderni, non santi, ma folcloristici, pittoreschi, come i venditori di immaginette sacre davanti alla tomba di Padre Pio, o i romanacci che si travestono da legionari davanti al Colosseo per i due euro di una fotografia. Potrebbe essere il preludio del «genocidio di una cultura». Di certo, è la fine di un mondo, quello in cui le masse cinesi e indiane erano isolate nei loro ambiti, quello senza la globalizzazione, senza la speranza e l’ambizione di una classe media di massa. Quello in cui per quasi tutti il viaggio era un’impresa epocale e non, come ora, una consuetudine di lavoro o divertimento. E il treno, il carro di fuoco, sembra ancora una volta il simbolo preciso e concreto di questa fine. I tibetani in esilio lo riconoscono come tale, come 150 anni fa fecero i pellerossa scagliandosi con archi e frecce di osso contro i metallici vagoni che tagliavano sferragliando l’America e le vie di migrazione dei bisonti.


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