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Il linguaggio dei vincitori

Repubblica – 28.4.08

 

Il linguaggio dei vincitori - STEFANO RODOTÀ

Sono francamente ammirato dall'impassibilità con la quale tanti commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento, si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere se la vera novità di queste elezioni non consista nell'emersione piena di un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D'Avanzo. Non giriamo la testa dall'altra parte. Quel che è appena accaduto, e si sta consolidando, riguarda davvero "l'autobiografia della nazione". Non riesco a sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece dovremmo sapere (quanto è stato scritto su questo argomento?) che proprio il linguaggio è la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che investono la società e la politica. L'elenco è lungo, e non riguarda solo la storia recentissima. Si cominciò da pulpiti altissimi con l'aggressività verbale eretta a comunicazione politica quotidiana, considerata troppe volte come una simpatica bizzarria e dilagata poi in ogni possibile contenitore televisivo, sdoganando ogni becerume anche nei luoghi propriamente istituzionali. E il linguaggio non è solo quello verbale. Si sono fatte le corna nei vertici internazionali e si è mangiata mortadella in Senato, si continuano a disertare le manifestazioni del 25 aprile e si elegge il Bagaglino a rappresentante della cultura nazionale. Commentando il colpo di mano del Presidente della Commissione europea che ha tolto all'Italia le competenze in materia di libertà, sicurezza e giustizia, si è detto che è meglio così, che è preferibile occuparsi di trasporti piuttosto che di "omosessualità". Per fortuna non si è parlato di "culattoni", riprendendo il simpatico linguaggio della Lega: ma, di nuovo, il linguaggio è rivelatore, anche perché rende palese una cultura incapace di comprendere la dimensione dei diritti civili. Sempre scorrendo le cronache, scopriamo che il futuro Presidente della Camera dei deputati apostrofa, sempre simpaticamente, un immigrato come "paraculo" mentre si investe, non si sa a quale titolo, della funzione di controllo dei documenti. Di un futuro ministro leghista ci viene offerto un florilegio di citazioni su stranieri e immigrati, sulle sanzioni da applicare, che non ha nulla da invidiare ai suoi più noti ed estroversi colleghi di partito. Un bel ponte tra passato e futuro, una indicazione eloquente degli spiriti che nutrono la nuova maggioranza, all'interno della quale si fa sentire sempre più forte la voce di chi invoca la pena di morte, raccogliendo un consenso che rischia di vanificare il grande successo internazionale del nostro Paese come promotore della moratoria contro la pena di morte approvata dall'Onu. Di fronte a tutto questo dobbiamo davvero ripetere che le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche. Parliamo chiaro. Una ventata razzista e forcaiola sta attraversando l'Italia, e rischia di consolidarsi. Ammettiamo pure che grandi siano le responsabilità della sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla criminalità "predatoria" e ancor più dall'insicurezza economica, vittime facili dei costruttori della "fabbrica della paura". Ma questa ammissione può forse diventare una assoluzione, un modo rassegnato di guardare alle cose senza riconoscerle per quello che davvero sono? La reazione può essere quella di chi alza le mani, si arrende culturalmente e politicamente e si consegna al modello messo a punto dagli altri, con un esercizio che vuol essere realista e, invece, è suicida? Doppiamente suicida, anzi. Perché non si compete efficacemente quando si parte dalla premessa che la ragione di fondo sta dall'altra parte: l'imitazione servile, in politica, non rende. E, soprattutto, perché si consoliderebbe proprio il modello che, in nome della civiltà, dev'essere rifiutato e combattuto. Le possibilità di ripresa delle forze di centrosinistra passa proprio dalla piena consapevolezza della necessità di una immediata messa a punto di una strategia diversa. Aggiungo che vi è un elemento meno appariscente di quel modello che ha lavorato nel profondo, che può apparire meno insidioso e che, quindi, può non suscitare la reazione necessaria. Mi riferisco ad una idea di comunità chiusa, che coltiva distanza e ostilità; che spinge a chiudersi nei ghetti; che fomenta il conflitto tra i gruppi sociali contigui. Anche questa è una lunga storia, perché molte ed esemplari sono le "guerre tra poveri". Che non sono scongiurate elevando muri e neppure predicando una tolleranza che in questi anni si è trasformata in accettazione dell'altro alla sola condizione che faccia ciò che ci serve e che i nostri concittadini rifiutano, alle condizioni che imponiamo: e poi, esaurita questa funzione e calata la sera, quelle persone si allontanino sempre di più, isolandosi nelle loro comunità, lontani dagli occhi e, soprattutto, liberandoci da ogni inquietudine umana e sociale. Dobbiamo affrancarci dalle suggestioni del comunitarismo, che presero Tony Blair, solleticarono anche qualche politico della nostra sinistra e, ora, rischiano di tornare alla ribalta per chi si fa abbagliare dall'esempio leghista. Di tutto questo non basta parlare. È questa diversa cultura, che ha tanto giocato anche nell'esito elettorale, a dover essere analizzata. Altrimenti, le considerazioni sui comportamenti elettorali rimarranno monche e le stesse proiezioni nella dimensione istituzionali saranno distorte. Non è solo un doveroso esercizio di pulizia intellettuale. Se si pensa che vi sono emergenze che devono essere fronteggiate con forte spirito politico, e il degrado culturale lo è al massimo grado, bisogna essere chiari e necessariamente polemici. Guai a dare una interpretazione del "dialogo" tra maggioranza e opposizione che induca a mettere tra parentesi le questioni più scottanti. Bisogna rendersi conto che ammiccamenti e tatticismi qui non servono a nulla, e dire alla maggioranza che in questa materia, davvero, non si può negoziare. Solo così può nascere una alleanza non strumentale tra politica e cultura, che investa anche schieramenti diversi; e, forse, qualche apertura per uscire da un clima che si è fatto irrespirabile. Un piccolo, finale esercizio di relativismo culturale. Le cronache ci hanno parlato di un Tony Blair sorpreso senza biglietto sul treno tra l'aeroporto e Londra. Anche i nostri giornali hanno biasimato il fatto, riprendendo le giuste reazioni inglesi. Ma, da noi, doveva essere in primo luogo sottolineato come un potente ex primo ministro di una grande nazione non si servisse di auto di Stato. Questi sono i modelli culturali che ci piacciono.

 

La pattumiera di Napoli. 69 giorni prima della catastrofe

GIUSEPPE D'AVANZO

NAPOLI - Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che "dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno". Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per evitare una nuova crisi urbana che potrebbe non risparmiare a Napoli e alla Campania patologie infettive degne di altri secoli. 69 giorni sono un tempo troppo ridotto per eliminare un sistema che, dall'emergenza, ricava profitti, finanziamenti, occupazione, utili politici. E intorno a questi interessi che presto il neo-presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si scontrerà con il presidente delle Regione Antonio Bassolino. Conviene cominciare a contare. Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per precipitare nel pieno dell'estate, del calore, di una nuova, tragica e teatrale "emergenza rifiuti" e quindi in una crisi urbana, in una catastrofe sociale che potrebbe non risparmiare, questa volta, patologie infettive degne di altri secoli. I napoletani fanno gli scongiuri, certo. Sono superstiziosi e la superstizione è la speranza del tutto irrazionale di un incantesimo benigno. Si illudono che gli dèi alla fine li leveranno dai guai con una magia. Nessuna magia. Tra 69 giorni, l'immondizia seppellirà di nuovo le strade dell'area metropolitana tra Napoli e Caserta, i duecento comuni del territorio già più inquinato d'Europa. I numeri non lasciano spazio alla fiducia in un miracolo. Il 5 luglio saranno sature le discariche e i "siti provvisori" che fino ad oggi hanno consentito di ospitare, più o meno, 700 mila tonnellate di immondizia spazzate via dalle strade. Come saranno in via di esaurimento (a fine luglio) i contratti che hanno permesso di spedire in Germania (più o meno) 200 mila tonnellate di rifiuti. Non è il fantasma di una crisi prossima ventura. E' l'annuncio concretissimo di un'altra crisi, peggiore dell'ultima perché potrebbe consumarsi a temperature che oscillano tra i 32 e i 36 gradi. Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che "dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno". Lo ha detto agli amministratori, ai presidenti delle province, al presidente della regione, Antonio Bassolino. Ne ha discusso con Silvio Berlusconi che sarà presto a Napoli per il primo consiglio dei ministri. Ha preparato un piano di priorità, che il Cavaliere - in cerca di un primo colpo vincente per il suo governo - ha condiviso. Due nuovi impianti a Savignano Irpino (apertura prevista, il 20 maggio) e a Sant'Arcangelo Trimonte (pronto il 5 luglio) dovrebbero consentire di tirare in lungo fino a quando non sarà allestito il "Grande Buco" che inghiottirà tutta l'immondizia della regione. Una "piattaforma plurifunzionale", la chiamano, dove scaricare e trattare due, tre milioni di tonnellate (ma c'è chi, sottovoce, sussurra di capacità fino a 13 milioni) di "rifiuti speciali solidi, liquidi, fangosi, pericolosi, non pericolosi". La "piattaforma" dovrebbe essere preparata in Alta Irpinia nel pianoro di Formicoso tra i borghi agricoli di Vallata, Bisaccia, Lacedonia, Andretta, Vallesaccarda, al centro di un territorio di 286 chilometri quadrati con una densità di 61 abitanti per chilometro. Anche chi non è un addetto ha compreso ormai qual è "la filiera" che consente alle città di non soffocare tra i rifiuti trasformando quel servizio pubblico in una redditizia - oltre che indispensabile - attività industriale. Riduzione del volume dei rifiuti e raccolta differenziata. Un sistema di impianti industriali in grado di offrire canali diversificati: dal riciclaggio al recupero energetico; dal downcycling (recupero in attività secondarie) al trattamento. La discarica, il "buco", è soltanto una soluzione residuale, buona per accogliere gli scarti stabilizzati e inerti, in modo da minimizzarne l'impatto e azzerare l'urgenza di aprirne di nuove. L'impresa non è impossibile. C'è molto denaro a disposizione. Ci sono le tecnologie adeguate. L'impresa richiede però buona politica; coerenti interventi istituzionali e di governo; un costante rapporto con le popolazioni che devono avere fiducia in chi governa per legittimarne le scelte e accettarne l'impatto nel proprio territorio. Il denaro, le leggi, le decisioni non bastano, allora. Occorre quel che si dice "capitale sociale". "Le scelte in materia di rifiuti sono impegnative - spiega Antonio Massarutto, economista del gruppo lavoce.info - Richiedono il consenso e la collaborazione attiva delle popolazioni e dei vari livelli di governo, tutte cose che si ottengono soltanto con un paziente e continuo lavoro, alimentando un circuito virtuoso di risultati positivi. È proprio il capitale sociale che, con tutta evidenza, è stato sciaguratamente dissipato in Campania. È poco realistico pensare che si possa prescindere da un forte radicamento nel territorio, ma anche dal ruolo della politica, unica possibile garante del "patto territoriale" che sta alla base delle legittimazione all'insediamento degli impianti. La gestione dei rifiuti è condannata a fallire se continua a operare in una logica emergenziale, tirando a campare fino al deflagrare della crisi". Bisogna salire verso le valli dell'Ufita, in Irpinia, e cercare Vallata per comprendere quanto vera sia quest'analisi. Come sia compromesso il rapporto di fiducia tra governanti e cittadini. Come l'emergenza abbia pregiudicato irrimediabilmente ogni credibilità della politica. Come in quattordici anni (da tanto dura l'emergenza) nessuno abbia mai lavorato per ottenere la collaborazione delle popolazioni.

Nel giorno di festa, la piazza di Vallata è affollata. Capannelli davanti ai tre bar. I vecchi lungo il muro dove c'è ancora un ultimo raggio di sole caldo. Il sindaco Carmine Casarella è poco più in là, lungo il corso, in attesa della moglie per una passeggiata. Ascolta in silenzio. Appare spazientito fino a quando affiora, nel discorso, la formula "piattaforma plurifunzionale per i rifiuti non pericolosi, tossici, nocivi, fangosi". Si fa brusco ora. Chiede alla moglie di attendere ancora un po' e dice: "Venga con me a vedere...". Ci si muove quasi in corteo. Dietro al sindaco molti di coloro che sono in piazza. Si va verso Formicoso. Lungo le curve della stretta statale, si sale da 600 a 1.100 metri verso le bianche pale di un campo eolico. Il pianoro è di un verde brillante, lucido. Il vento agita il grano ancora basso e le cime degli alberi in una valletta. C'è un gran silenzio. A perdita d'occhio solo montagne e lontano, sui cocuzzoli, paeselli che sembrano presepi, pascoli, boschi, campi di cereali, la bellezza che appassiona dell'"osso" appenninico, maltrattato dalla povertà, dall'emigrazione, dai terremoti. Il sindaco è in piedi sul bordo del campo. Allunga il braccio verso nord. Dice: "Ecco. Sono questi i cento ettari di terreno dove vorrebbero costruire la "piattaforma plurifunzionale" o come diavolo la chiamano, ma ci può scommettere anche lo stipendio che non ce la faranno perché fare della nostra terra la pattumiera della Campania è illogico, ingiusto, umiliante, folle". Intorno, gli uomini annuiscono e smaniano per dire anche la loro. Tacciono però perché gli argomenti del sindaco sono i loro argomenti. Dice Casarella: "Quelli della costa, di Napoli, di Caserta ci considerano dei cafoni, gente di cui si può fare a meno. È vero siamo cafoni, siamo stati poverissimi, abbiamo dovuto emigrare. Vallata contava settemila abitanti, ora siamo duemila. La nostra è stata una vita dura, isolati su queste montagne. Ma abbiamo resistito e ci siamo rimessi in piedi. Sono nate piccole aziende agricole. Abbiamo prodotti di qualità, buon latte, buoni formaggi, buona carne. Siamo una discreta e non costosa oasi turistica a un'ora e mezza da Napoli, a un'ora e mezza da Bari. Ci si viene in famiglia - la domenica - per l'aria buona, una passeggiata di salute, il cibo onesto. Vogliono fare qui la pattumiera perché siamo pochi, dicono, perché non abbiamo santi nel paradiso della politica a proteggerci. Non è ingiusto? Non è umiliante? Può essere sufficiente essere senza "padrini" o essere pochi e poveri per vedersi penalizzare in modo irrimediabile? Non è illogico? Eppoi - mi dica lei - quassù a 1.100 metri, gli inverni sono lunghi e le strade gelate o bianche di neve. Mi dice come faranno ad arrivarci i camion con i rifiuti? Qui abbiamo accettato di costruire un campo eolico perché qualcosina finisce nella casse dei nostri comuni. C'è sempre vento, in ogni stagione. Se ci costruiranno la "grande pattumiera" le esalazioni nocive, le arie intossicate arriveranno a centinaia di chilometri di distanza. Non è folle?". Il sindaco conosce l'obiezione e l'anticipa. "Non mi dica che da qualche parte, la "piattaforma", bisogna pur farla. Non sono iscritto al partito del "no", non siamo di quella razza. Noi diciamo - e dico noi perché così la pensano tutti i comuni della provincia di Avellino - vogliamo che ciascuna provincia sia in grado di raccogliere e smaltire i propri rifiuti. Non dimentichiamo la solidarietà. Abbiamo detto di voler accettare anche quella parte dei rifiuti che Napoli non riesce a trattare, ma solo in quota parte con le altre quattro province della regione". Ora gli uomini che accompagnano il sindaco raccontano dei sacrifici che hanno fatto per tirare su la casa, gli anni di lavoro in Francia, in Svizzera, il meritato ritorno in un luogo che, dopo la città, appare "incantato". Dicono che se, dopo tanto sudore, quel che li attende è vivere accanto a una discarica maleodorante tanto vale giocarsi il tutto per tutto per impedirlo perché si tratta di rendere inutile una vita intera. C'è chi dice, enfaticamente, "siamo pronti a morire". Nessuno intorno sorride per la tirata.

Come la fiducia, il capitale sociale è delicato come un cristallo. S'impiega molto tempo e fatica per costruirlo. Basta un niente per disperderlo. A 69 giorni da una nuova possibile catastrofe, la politica trascura sciaguratamente anche lo sforzo di apparire agli occhi della popolazione affidabile - perché unita e collaborativa. Si divide, litiga, alza la voce. Ignora che "il consenso è funzione della credibilità degli impegni che si assumono verso il territorio". Ogni fazione, amministrazione, istituzione chiede di avere l'ultima parola e mano libera per decidere. Il quadro che ogni giorno affiora è un'opera collettiva di inettitudine, avventatezza, irresponsabilità. Incuranti dell'abisso in cui tutti possono precipitare, si fronteggiano tre piani d'intervento, l'uno il contrario dell'altro, l'uno sovrapposto e in contraddizione con l'altro. Gianni De Gennaro vuole soltanto chiudere la fase dell'emergenza (è il suo incarico), ritornarsene a Roma e a nuovi incarichi. In assenza di un ciclo industriale dei rifiuti - che ha bisogno di molto tempo per essere realizzato - porta alle estreme conseguenze la politica del "non-ciclo" del passato. Il disgraziato modello che prevede la discarica come unico modo per smaltire i rifiuti. Si raccolgono i rifiuti, si fa un buco da qualche parte, si getta dentro tutto. La "Grande Emergenza" richiede allora un "Grande Buco" che possa raccogliere la monnezza in attesa dei tempi lunghi che consentano di costruire gli impianti industriali di trattamento, riciclaggio, recupero energetico. Responsabilità che Berlusconi intende affidare a una "sottosegretario con delega ai rifiuti". Le province vogliono limitare i danni. Accettano di discutere soltanto un piano che preveda che ognuno faccia per sé con un moderato sovrappiù di solidarietà a favore di Napoli e Caserta. Il presidente della Regione, Antonio Bassolino, pretende che ogni decisione ritorni nella sua disponibilità, conclusa la "missione" di De Gennaro. "Spetta a me - dice - Il governo deve contribuire per le sue prerogative. Se intende organizzare una cabina di regia, siamo pronti a parlarne. Ma spetta a noi, a me individuare una linea di percorso". Lui, Bassolino, l'ha già pronta. È il nuovo "piano per la gestione del ciclo" dell'assessore Walter Ganapini. Che non concorda con De Gennaro nemmeno nella quantità di tonnellate di rifiuti da smaltire ogni giorno. Per l'assessore sono 6.500. Per il commissario 7.200. Di chi fidarsi? Perché fidarsi?

È impossibile non vedere, in queste cabale, un sordo conflitto di potere che non ha dato ancora il suo peggio. Non è una novità sostenere che, in quattordici anni, è nata un'industria dell'"emergenza rifiuti" che distribuisce parcelle, contratti, licenze, reddito, profitti abusivi, finanziamenti nascosti, occupazione. L'ordigno ha creato un "magma sociale" che intreccia i destini del grande professionista e dell'ex-detenuto. Ha dispensato consenso e utili politici secondo un metodo di governo distruttivo e irresponsabile non inedito, addirittura storico per la Campania. "Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell'emergenza in cambio di una pessima prestazione, come già avvenne in Campania per il terremoto del 1980 - spiega Gabriella Gribaudi, storica - D'altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti". Ieri come oggi, è ancora al lavoro nella regione quel "partito della spesa pubblica" che formò le sue fortune politiche ed economiche con l'invenzione di "emergenze" e "occasioni", sollecitando una gestione incontrollata delle risorse pubbliche, allargando un "blocco di potere" verticale e socialmente differenziato che ospitò, naturalmente, la "mediazione sociale" della camorra. Un partito unico, consociativo, trasversale che oggi deve ritrovare in fretta - ha solo 69 giorni - una nuova strategia, se non una nuova guida. Smantellare questo "sistema" dalla sera alla mattina non è semplice. In 69 giorni è impossibile, anche ammesso che lo si voglia. E nessuno ne ha voglia alla vigilia dell'arrivo dei 4 miliardi di euro dei fondi strutturali dell'Unione europea. Che promettono di rigenerare il "sistema"; di dare nuove slancio a carriere politiche in declino (Bassolino); di crearne di nuove (i "giovani leoni" del Partito delle Libertà); di riequilibrare quote di consenso sociale a favore dei nuovi assetti politici; di aprire il varco ad altre imprese felicemente protette. Nessuno a Napoli si chiede che cosa accadrà il 5 di luglio. Sono altre le domande. Bassolino riuscirà a difendere l'orticello che abbandonerà tra un anno in occasione delle elezioni europee? Berlusconi prenderà tutto per sé? I due troveranno un accordo soddisfacente per non estenuarsi in una battaglia che può far perdere tutto agli agonisti, travolti dalle montagne di immondizia che presto invaderanno le città? Staremo a vedere. L'unico fatto certo è che a farne le spese saranno un infelice territorio, già umiliato, e quei cittadini comuni senza voce e protezione, come nella valle dell'Ufita. Saranno chiamati ad assumersi le responsabilità di questo disastro e, se non lo faranno, saranno indicati al pubblico disprezzo.

 

La Stampa – 28.4.08

 

Il Nord a scuola di ronde - MASSIMO NUMA

PADOVA - I volontari dei Com.Res di Padova, acronimo di Commercianti e Residenti, sono andati a «scuola», prima di iniziare a pattugliare le downtown di Padova; i «professori» sono esperti, tecnici della sicurezza. Li hanno istruiti a dovere sui limiti dell’azione, per evitare guai con la legge. E il presidente nazionale del coordinamento delle ronde dei volontari verdi, Mario Borghezio, spiega che saranno organizzati dei «corsi di formazione» per tutti i volontari, in tutte le Regioni del Centro Nord, Emilia-Romagna compresa. Lezioni di logistica, di diritto penale e anche gli aspetti più tecnici non saranno trascurati. Come usare le radio, come muoversi nelle zone pericolose, come affrontare i soggetti criminali e le varie emergenze. Come gestire un ferito o sostenere uno scontro fisico, un’aggressione. Come si organizza un pattugliamento, in auto a o piedi. Cos’è un rastrellamento e come si realizza. Infine i rapporti con le forze dell’ordine, aspetto abbastanza delicato. Non sarà un addestramento para-militare ma «non si può andare nelle strade, senza avere, almeno, un minimo di preparazione, per esempio conoscere le procedure da seguire in caso di un attacco. Abbiamo già avuto nelle nostre file - spiega l’esponente della Lega Nord - poliziotti e carabinieri che, senza mai apparire, avevano addestrato i nostri volontari. Ricominceremo da lì. All’inizio, i ”poliziotti verdi” saranno presenti nelle squadre, durante le azioni. Quando ci saranno professionalità adeguate, allora, saranno nominati i responsabili delle varie unità e costituita una gerarchia, in modo da evitare fughe in avanti. E potremo agire da soli». Gente decisa, a Padova. «Arresteremo noi chi ruba, rapina o spaccia droga». Parola dei rondisti dei Com.Res. Adesso si fa davvero sul serio. Fine del folclore, delle passeggiatine serali con la fiaccola e le bandierine colorate. Basta carrozzine e Fido al guinzaglio. Per i criminali - di ogni razza - che occupano da anni interi quartieri di Padova, è scattata l’ora X. Giovedì notte si parte con una maxi-ronda composta da 150 persone divise in squadre, affiancate da vigilantes armati di pistola. Sarà un rastrellamento studiato con cura, da mesi, e senza lasciare nulla al caso. Ultima barriera: l’articolo 380 del Codice di procedura penale. Dispone che l’arresto obbligatorio in flagranza può essere eseguito nell’ipotesi di delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo di 5 anni e nel massimo a 20 anni. All’arresto, può procedere «ogni persona», dunque anche il privato cittadino, purché si tratti di delitti perseguibili d’ufficio. «In questo caso, la persona che ha eseguito l’arresto deve , senza ritardo, consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato alla Polizia Giudiziaria, la quale redige il verbale dell’avvenuta consegna e ne rilascia copia all’interessato (art. 383 c.p.p.)». Premessa noiosa, forse, ma necessaria. Dunque, i rondisti possono bloccare un malvivente, «responsabile, per esempio, di furto aggravato, rapina o spaccio di quantità non modiche di droghe», elenca puntiglioso Massimo Pellizzari, il presidente del Com.Res., tra i promotori più convinti sulla necessità di istituire una «polizia civile». Finita, almeno qui nel Nord-Est, la mite stagione delle perlustrazioni-passeggiate, armati solo di fischietto (per dare l’allarme, se c’è qualcosa che non va) e il cellulare per avvertire il 113, come tuttora avviene, da anni, a Torino. A Porta Palazzo. E’ iniziata una nuova era. Il Comune di Monselice, Padova, ha stanziato 20 mila euro per arruolare guardie armate private da destinare al controllo del centro. Il modello è lo stesso del Com.Res. Che fa da apripista. A livello nazionale. Da Padova a Verona. Qui, nel ‘98-’99, le ronde leghiste (non solo) avevano fatto discutere. La città era segnata dalla presenza di pusher e tossicomani, il centro storico trasformato in un accampamento. La giunta della Lega Nord, guidata da Flavio Tosi, è passata all’azione. Oggi la stazione ferroviaria, una delle aree più critiche in passato, sembra ripulita. Non c’è traccia di sbandati e balordi. Merito della videosorveglianza e dei continui controlli dei vigili urbani, soprattutto. «Le ronde, qui - dice secco il segretario della Lega, Matteo Bragantini - non servono più. Il Comune ha deciso, in questi giorni, di assumere altri 40 vigili urbani. In modo diretto, con i tempi burocratici ridotti al minimo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Verona è cambiata, radicalmente». In provincia, idem. Ad Oppeano, il sindaco Alessandro Montagnoli, neo-eletto, voleva pure distruggere la moschea, oltre che affidare - pure lui - la sicurezza del paese anche alle guardie private. Non solo ronde. Nel Veronese, sindaci e assessori, compreso l’assessore provinciale alla Sicurezza, Giovanni Codognola, hanno le idee chiare: via i Rom, via i clandestini e gli stranieri delinquenti. A Milano, nel Lodigiano, c’è voglia di chiudere, una volta per tutte, con la criminalità. E a Torino, Borghezio, freme dalla voglia di ricominciare: «Ripartiamo alla grande, abbiamo già molte richieste di organizzare di nuovo le ronde. Tra i primi target, Tossic Park. Poi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Anche se, con un ministro come Maroni, potremo dormire sonni più tranquilli. Affiancheremo le forze di polizia, senza sostituirci a loro. Le promesse della giunta Chiamparino di intervenire sulla sicurezza sono rimaste, appunto, promesse. Mai realizzate».

 

Tutti in fila per le tessere della Casta - GIOVANNI CERRUTI

ROMA - A mezzogiorno, quando esce dal portone di Montecitorio, per i fotografi è finalmente un momento felice. Un neodeputato vip, era ora. Non c’è bisogno dell’abbordaggio riservato ai futuri peones. Santo Versace saluta cortese, per lui la foto è un’abitudine. Lo è un po’ meno questo Palazzo: «L’unica volta che sono entrato era per una gita scolastica, 48 anni fa, Presidente della Camera era Giovanni Leone». Ha già il suo tesserino da parlamentare del Pdl. Al secondo piano, nella Sala della Regina, i funzionari sono stati efficienti. Un buon inizio, e da domani si fa sul serio. Non che questa domenica sia da meno, ma tra i primi settanta parlamentari che fino a sera si sono costituiti al «Centro Unico per i primi adempimenti dei deputati» la gran parte è qui per la prima volta. Entrano ed escono accompagnati da un’aria di stupore, curiosità, emozione anche. C’è chi arriva con il babbo, ed è Daniela Cardinale, 26 anni, la più giovane del Pd e del Parlamento. Ex ministro e notabile della Dc siciliana, Totò Cardinale accompagna la figliola al secondo piano, l’aspetta come fosse un esame, «tutto bene?», e poi giù alla buvette per un saluto ai commessi, uno sguardo ai divani vuoti. E sia benvenuta un’altra figlia di, eletta nel nome e con i voti del padre. Santo Versace l’ha vista e non l’ha riconosciuta. «Ci siamo stretti la mano in tanti, ma i nomi non li so». E le facce, allo stilista, dicevano niente. Piuttosto, adesso, mentre sta per uscire, avrà notato la borsetta griffata che entra. La porta Barbara Mannucci, 26 anni pure lei, ma di appena 20 giorni meno giovane di Daniela Cardinale. Bionda, sciarpa azzurra, golfino azzurro, non può essere che del Pdl. Nella Sala della Regina dovrà dettare la sua biografia, chissà se resta la stessa: «Laureata a pieni voti in lettere, nel 2006 nominata dal senatore Marcello Dell’Utri presidente del Circolo del Buongoverno-Roma Eur, addetta stampa del capogruppo del Municipio XII Pasquale Calzetta». C’è chi si è voluto togliere lo sfizio di arrivare primo, come il napoletano Massimo Nicolucci, Pdl, accolto da un collega veterano come Osvaldo Napoli: «Piacere, mi chiamo Napoli, ma sono di Torino...». C’è chi voleva portare qualcuno della famiglia, ed è Souad Sbai, presidente dell’associazione donne marocchine in Italia, che cede alla frase fatta: «Mi sento un po’ come nel mio primo giorno di scuola». C’è chi si mette ben in posa per la prima intervista tv, ed è Maurizio Scelli già commissario della Croce Rossa. O chi indugia nella scelta della fotografia come Laura Garavini, eletta nel collegio europeo per il Pd, fondatrice dell’”Associazione emiliano-romagnoli a Berlino”. Un’oretta, nella Sala della Regina. 18 postazioni, cinquanta funzionari a disposizione, suggerimenti, consigli, informazioni, la piantina di Montecitorio e infine un bel pacco di tessere: quella da deputato e quelle dei benefit, la banca interna, le autostrade gratis, i treni e gli aerei pure, il codice per attivare il telefono cellulare, insomma tutte quelle cosine che si chiamano “prerogative parlamentari”. O privilegi. Con il pacco se ne vanno Fiamma Nirenstein e Marianna “porterò in Parlamento tutta la mia inesperienza” Madia, l’attore Luca Barbareschi e il giornalista Giancarlo Lehner. Quasi tutti del Pdl e nessun leghista, ieri. I barbari caleranno su “Roma ladrona” solo oggi. Al secondo piano o in piazza Montecitorio l’intervista è un rito che non si può evitare. Ecco Alessia Mosca: «Sono eletta a Milano per il Pd, che c’è di strano? Esiste anche a Milano. Essere qui mi sembra una cosa più grande di me, visto chi mi ha preceduto». Frase che potrebbe ripetere Eugenia Roccella, l’inventrice del “Family day”, figlia di Franco, giornalista de “Il Giorno” e deputato radicale: «Ma non c’è continuità tra me e mio padre, e poi purtroppo lui non c’è più e non può vedermi qui». I fotografi sono soddisfatti, a sera tra vecchie e nuove contano 72 facce. Oggi andrà meglio, arriveranno i big, riapre il Senato, magari tra i leghisti c’è qualche tipo bizzarro. Una volta riconoscerli non era semplice, bisognava mirare il bavero della giacca per scovare lo stemmino di Alberto da Giussano: ora hanno ceduto al colore, avranno tutti il fazzoletto verdepadania. Santo Versace li aspetta con curiosità, ma prima di andarsene con il suo pacco di tesserine dice che nel Palazzo ha sentito aria vecchia. E’ andato via veloce, niente interviste, però gli è sfuggita una frase che dice tutto: «Qui dentro ci vorrebbe una bella rigenerazione. Non dico Hiroshima e Nagasaki, ma quasi...».

 

Corsera – 28.4.08

 

I ministeri-chiave, primo assaggio dell'impronta leghista

Massimo Franco

Vedere un ridimensionamento della Lega nel «no» a Roberto Calderoli vicepremier è come minimo fuorviante. Il sospetto è che Umberto Bossi non puntasse tanto ad imporre un «angelo custode » padano a Silvio Berlusconi dentro palazzo Chigi. Più probabilmente, voleva obbligare il presidente del Consiglio in pectore a rinunciare a Gianni Letta come suo alter ego, oltre che uomo-ombra ed eminenza grigia. Alla fine, Calderoli e Letta si sono elisi a vicenda, sebbene il Cavaliere avesse annunciato in tempi non sospetti di volere Letta al proprio fianco come numero due; e con un ruolo politico più prestigioso rispetto al quinquennio 2001-2006. E' difficile che questo basti a ridurre il peso effettivo di un tessitore capace di coltivare rapporti trasversali col mondo bancario, l'opposizione, il Vaticano e le ambasciate che contano. Ma il ritorno di Letta a palazzo Chigi come semplice sottosegretario fa capire che nel braccio di ferro con Bossi, Berlusconi si è dovuto piegare alla volontà del secondo vincitore delle elezioni. Il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, parla addirittura di «resa» alla Lega. E propone al prossimo premier di tenere Letta «di riserva» in attesa del peggio. Forse l'espressione «resa» è eccessiva. Ma certamente il leader dei lumbard ha ottenuto quello che si era prefisso in termini di ministeri. Ed ha convinto Berlusconi ad una leadership solitaria, intorno alla quale l'alleanza di centrodestra cercherà di costruire le proprie gerarchie di potere interne. L'attesa per il ballottaggio a Roma potrebbe dare un po' di visibilità in più ad An, se Gianni Alemanno dovesse diventare sindaco. Ma lo scenario non va sopravvalutato né in positivo né in negativo: tanto più sullo sfondo del calo dell'affluenza registratosi dovunque. Sarà più interessante seguire le dinamiche con le quali tenteranno di amalgamarsi i settori del Pdl che rappresentano il Nord; e le componenti che hanno garantito la vittoria sul Pd veltroniano a Sud. Berlusconi sa di non potere marcare il proprio governo come un condominio con la Lega. Non solo il Viminale a Roberto Maroni, ma l'Economia a Giulio Tremonti sono conferme vistose del primato padano. Il suo problema è quello di offrire un segno tangibile in termini di ministeri e sottosegretariati ad un Mezzogiorno che ha segnato la sconfitta del centrosinistra quanto Lombardia e Veneto: basti pensare al risultato siciliano, dove il Pdl ha umiliato il Pd doppiandone i consensi. La coperta striminzita delle risorse lascia a Berlusconi margini di manovra ridotti; e la consapevolezza che gli sarà difficile soddisfare le attese che ha creato, nonostante abbia cercato di non promettere troppo in campagna elettorale. Il compromesso raggiunto con Bossi sui ministeri è stato salutato come una controprova dell'ottimo rapporto fra i due leader; ma si trattava di un esito largamente previsto. L'incognita non riguarda la capacità berlusconiana di mettere insieme un governo soddisfando gli alleati, ma la sua coesione di fronte a scelte che vengono previste unanimemente come difficili. L'ampiezza della maggioranza e l'assenza della «spina nel fianco» dell'Udc tolgono pensieri ed alibi a palazzo Chigi. Ma non garantiscono in sé un percorso tranquillo. Pur non stando a palazzo Chigi, la Lega è saldamente al governo. E non rinuncerà ad imprimergli un'impronta a dispetto della prudenza berlusconiana. In fondo, la sfida sui vicepremier rappresenta soltanto un assaggio delle mediazioni continue alle quali il presidente del Consiglio sarà chiamato. La differenza rispetto al passato è che stavolta è stata sbandierata una omogeneità difficile da smentire. E gli eventuali contrasti non potranno essere scaricati su alleati infidi: dovranno essere risolti all'interno di un Pdl che ha dietro e dentro di sé non solo la maggioranza del Paese, ma anche le sue

 

Pressing dalemiano su Veltroni: ora rompiamo con Di Pietro

Maria Teresa Meli

ROMA—Non è sul risultato di Roma che Walter Veltroni si gioca il "posto di lavoro". Ma certamente con un successo il leader del Pd avrà maggiore possibilità di far valere la sua proposta sui capigruppo (riconferma di Finocchiaro e Soro fino al 2009) e di contrastare l’offensiva di chi vorrebbe vederlo disoccupato tra un annetto. E allora chissà se ieri anche il segretario del Partito democratico nutriva le stesse speranze dell’onorevole Renzo Lusetti. Il deputato pd per augurare la vittoria a Rutelli ha trasformato lo slogan veltroniano "yes we can", in «yes, week end», puntando sull’assenteismo del centrodestra, grazie al ponte lungo del 25 aprile. Roma o non Roma, per Veltroni le difficoltà sono molte. Non c’è solo il problema dei capigruppo (di cui si parlerà oggi in un "caminetto", prima, e in un’assemblea dei parlamentari del Pd, dopo). Anche se quella è una grana non da poco. Infatti, se Bersani dovesse spuntarla, il segretario dovrebbe vedersela con Fassino, che aveva accettato la proposta di una riconferma "a tempo determinato" del tandem Soro-Finocchiaro. Ma se i giochi si riaprissero, difficilmente l’ex leader ds farebbe passare sotto silenzio il fatto di non essere stato nemmeno preso in considerazione per il posto di capogruppo. In questo caso solo la vicepresidenza del Senato a Fassino eviterebbe ulteriori tensioni. Ma capigruppo a parte, in gioco è la strategia di Veltroni, giudicata fallimentare da una parte del Pd. Quel che Fassino dice con pacatezza («Bisogna discutere seriamente per ricostruire la strategia del Pd»), altri ripetono con parole e toni assai più duri. Intanto i dalemiani già all’inizio di questa settimana sferreranno un’offensiva per mettere in dubbio l’opportunità dell’alleanza con il movimento di Antonio Di Pietro. Secondo quest’area del Pd, infatti, il rapporto con l’ex pubblico ministero di Mani Pulite mette a repentaglio la costruzione di un canale di comunicazione con l’Udc. Del resto, è stato lo stesso Di Pietro a dire all’Espresso che non intende certo collaborare con tutti gli esponenti del partito di Casini. E se il Pd la pensasse diversamente, ha aggiunto, questo «sarebbe un colpo mortale per la nostra alleanza». Ed è sul rapporto con l’Udc (e non solo) che si basa la strategia di Massimo D’Alema. Il che spiega perché certi suoi sostenitori vogliano rompere l’alleanza con Di Pietro. Senza contare il fatto che i "fans" del ministro degli Esteri sono anche convinti che Italia dei Valori abbia preso tutti quei voti grazie all’accordo elettorale stretto con il Pd. Se si fosse presentata da sola, invece, avrebbe ottenuto minori consensi e, magari, com’è capitato ad altre forze, non avrebbe avuto neanche un rappresentante in Parlamento. Questi sono i discorsi dei dalemiani, naturalmente, perché il leader, invece, guarda ben più in là, al futuro e alle nuove possibili strategie politiche.

Il ragionamento che va facendo in questi giorni il ministro degli Esteri è questo: siamo stretti, non abbiamo abbastanza spazio per tessere nuove alleanze e invece è proprio quello che dovremmo fare, con l’Udc, ma sarebbe il caso di riallacciare i rapporti anche con la sinistra. Quella di D’Alema non sarà una critica esplicita alla gestione della linea politica del Pd veltroniano, ma poco ci manca... Dire che la situazione del Partito democratico è complicata è quindi un eufemismo. Come se non bastasse, i radicali sono in agitazione. Non si sono ancora iscritti al gruppo unico con il Pd (e chissà se Veltroni, per evitare altri guai, non preferisca la loro non adesione). In più nella campagna elettorale romana si sono distinti dal Partito democratico. Lo hanno fatto con un’intervista della segretaria Rita Bernardini al "Secolo d’Italia" in cui si definiva «profondamente sbagliata» la criminalizzazione fatta dal Pd ai danni di Gianni Alemanno e del suo passato fascista. Insomma, i problemi sembrano affastellarsi l’uno sull’altro. E Veltroni, di fronte all’offensiva dei suo avversari interni, dovrà decidere se siglare l’armistizio con D’Alema o andare allo scontro.

 

Perché l’Italia sta rischiando il naufragio – Sergio Rizzo

C’erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell’acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro. Ma all’alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici. Cosa fanno? Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto. Quel vuoto lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell’art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: «Nun je spetta». C’è scritto nel protocollo d’intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; c) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no. Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle (pardon : «collaboratrici scolastiche») sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1.500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro. Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l’anno? «Ah, no, no me toca...». Mille? «Ah, no, no me toca... ». Millecinque? «Ah, no, no me toca...». Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? (...) E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari, ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l’economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari? (...) Giorgio Napolitano ha ragione: «Coloro che fanno politica concretamente, a qualsiasi schieramento appartengano, devono compiere uno sforzo per comprendere le ragioni della disaffezione, del disincanto verso la politica e per gettare un ponte di comunicazione e di dialogo con le nuove generazioni». Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, necessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’emendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «milleproroghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana, ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni. E con l’Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920). (...) E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. (...) Certo che ha ragione Napolitano, a mettere in guardia dai rischi dell’antipolitica. Ma cosa dicono i numeri? Che la legge attuale, che nessuno ha voluto cambiare, spinge i partiti a spendere sempre di più, di più, di più. Per la campagna elettorale del ’96 An investì un milione di euro e fu rimborsata con 4, in quella del 2006 ne investì 8 e ne ricevette 64. E così tutti gli altri, dai diessini ai forzisti. Con qualche caso limite come quello di Rifondazione: 2 milioni di spese dichiarate, 34 incassati. Rimborsi per il 2008? C’è da toccar ferro. (...) «Un fantastilione di triliardi di sonanti dollaroni». Ecco a parole cos’hanno tagliato, se vogliamo usare l’unità di misura di Paperon de’ Paperoni, dei costi della politica. A parole, però. Solo a parole. Nella realtà è andata infatti molto diversamente. E si sono regolati come un anziano giornalista grafomane che stava anni fa al Corriere della Sera e scriveva ogni pezzo come dovesse comporre un tomo del mitico Marin Sanudo, il cronista veneziano che tra i 58 sterminati volumi dei Diarii e i 3 delle Vite dei Dogi e il De origine e tutto il resto, riuscì a riempire l’equivalente attuale di circa 150.000 pagine. Quando il vecchio barone telefonava in direzione per sapere della sua articolessa, il caporedattore sudava freddo: «Tutto bene il mio editoriale, caro?». «Scusi, maestro, dovrebbe tagliare 87 righe». «Togliete gli asterischi». Questo hanno fatto, dal Quirinale alle circoscrizioni, nel divampare delle polemiche sulle spese eccessive dei nostri palazzi, palazzetti e palazzine del potere: hanno tolto gli asterischi. Sperando bastasse spargere dello zucchero a velo per guadagnare un po’ di tempo. Per tener duro finché l’ondata d’indignazione si fosse placata. Per toccare il meno possibile un sistema ormai così impastato di interessi trasversali alla destra e alla sinistra da essere diventato un blocco di granito. (...) Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l’abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un’organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo della Libertà o al Partito democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane? Bene: quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce, dell’indignazione popolare, delle promesse e perfino di una proposta di legge, firmata a destra da Gianni Alemanno e a sinistra da Antonio Di Pietro. Proposta depositata in un cassetto della Camera e lasciata lì ad ammuffire. Ma se non ora, quando?

(1- Continua)

 

L'Occidente non può perdere - Franco Venturini

La parata militare e gli squilli di tromba, le massime autorità riunite in tribuna, la sparatoria improvvisa. Ieri l’afghano Hamid Karzai ha rischiato di finire i suoi giorni come l’egiziano Anwar Sadat nel 1981. Ma le somiglianze tra l’omicidio politico tentato a Kabul e quello compiuto ventisette anni fa al Cairo, per quanto spettacolari, finiscono qui. Perché l’Afghanistan di oggi, a differenza dell’Egitto dei primi anni Ottanta, ospita una guerra che l’Occidente non sa come vincere e non può permettersi di perdere. La cronaca delle ultime settimane, è vero, ci racconta una storia che dovrebbe indurre all’ottimismo. La Nato ha confermato a Bucarest la sua determinazione nella lotta contro i talebani. Sarkozy manderà in Afghanistan altri settecento soldati. La vittoria elettorale di Berlusconi pone fine alla fronda della sinistra radicale e suggerisce un maggior impegno dell’Italia. La Germania farà anch’essa qualcosa dopo la scadenza del mandato parlamentare in ottobre. I caveat sulla mobilità delle forze alleate diventeranno in linea di principio più elastici. Persino la Russia fa la sua parte, autorizzando il transito dei rifornimenti. Ma la guerra afghana, dietro queste foglie di fico, resta una sfida estremamente ardua per la coalizione atlantica come lo era già stata per l’impero sovietico e prim’ancora per quello britannico. I talebani, autori dell'attentato a Karzai, non perdono terreno e mostrano di poter agire anche nella capitale. Gli aiuti civili che raggiungono effettivamente la popolazione sono meno della metà di quelli erogati. Dietro le polemiche interalleate sui caveat militari ve ne sono altre più discrete ma più gravi, sulle modalità operative e sull’opportunità di dialogare con la parte meno ostile dei talebani. Clamoroso è il dissenso (anche tra Usa e Gran Bretagna) sui metodi migliori per rallentare la coltura dell’oppio quando non provvede l’inverno. La sostenibilità politica delle perdite comincia a diminuire sui fronti interni dei Paesi impegnati in prima linea e sconsiglia gli altri dall’andarci. Nel Pakistan finalmente democratico affiorano tentazioni di compromesso con i gruppi estremisti tacitamente ospitati. E come se tutto ciò non bastasse, l’Afghanistan è ormai in marcia di avvicinamento alle elezioni presidenziali del prossimo anno. L’attentato di Kabul è probabilmente il primo atto di una campagna che ci riserverà altre violenze. Hamid Karzai, che l’anno venturo vorrebbe ottenere un nuovo mandato, è sotto assedio: gli occidentali lo accusano di debolezza, lo incalzano i «signori della guerra» presenti sul territorio ma anche nel Parlamento di Kabul, lo indeboliscono le novità provenienti dal Pakistan. E lui, forte del fatto di non avere alternative, reagisce prendendosela con gli alleati della Nato che uccidono ancora troppi civili, che impediscono ai talebani recuperabili di farsi avanti, che non tengono nel dovuto conto l’orgoglio nazionale di tutti gli afghani. Dichiarazioni tattiche per recuperare popolarità, certo, ma purtroppo anche argomentazioni fondate. La crisi afghana si avvia così a diventare sempre meno governabile. Tra etnìe che si temono, interessi da oppio e alleanze mutevoli, sin da oggi è difficile immaginare il recupero politico di una parte consistente dei talebani. Così come non sembra avere un gran futuro la speranza atlantica di costruirsi una exit strategy fondata sulla progressiva «afghanizzazione» del conflitto. Esattamente come avviene in Iraq, anche se McCain è l’unico candidato presidenziale Usa disposto a riconoscerlo. Ma l’Afghanistan, diversamente dall’Iraq, è una guerra al terrorismo collettiva sin dalle origini e legittimata dopo l’Onu anche dalle dichiarazioni di Al Qaeda. In quella Kabul dove ieri Karzai ha sfiorato la morte è in gioco il concetto stesso di Occidente, e per questo lì l’Occidente non può perdere. Il che non gli impedisce di essere lontano della vittoria.

 

Segregata: sette figli dal padre – Francesco Battistini

Natascha 2. Dicevano che l’orrore di Natascha Kampusch doveva diventare un film. Ma la cronaca non s’accontenta più di battere la finzione. Ora anticipa le repliche. Con un sequel che è anche peggio: sempre in Austria, sempre una ragazza che ritorna dal nulla. Ventiquattro anni dopo. La vittima è Elisabeth Fritzl, il carnefice suo papà. Che l’ha rapita quando lei aveva 18 anni, per ingravidarla sette volte. Che dal 1984 la teneva chiusa in una cantina, coi figli-nipoti. Senza che nessuno sapesse. Che nessuno dicesse. Natascha 2 spunta nove giorni fa, di sabato. Il primo a dubitare è il medico di turno al pronto soccorso di Amstetten, quieta cittadina che la storia ricorda solo per aver ospitato un sottolager di Mauthausen. Arriva una ragazza di 19 anni, Kerstin Fritzl. È in coma. Senza traumi, a prima vista. Troppo malata, però. Incredibilmente deperita. Come se nessuno l’avesse mai curata. Il dottore capisce la gravità, spedisce subito la paziente in terapia intensiva. «Chi l’ha portata?», chiede alle infermiere. «Il nonno, Josef Fritzl: dice d’averla trovata semicosciente». Dov’è? Sparito. Qualcosa non quadra. Bisogna parlare con quell’uomo, fare l’anamnesi, sapere chi è la madre della ragazza, capire di quando sono i primi sintomi... L’ospedale avverte la polizia, scene di caccia in Bassa Austria. Ci vuol poco perché la cartella clinica diventi un verbale: cercavano una cura, trovano un orrore. Josef ha 73 anni ma non è il nonno di Kerstin: è il padre. E Kerstin ha cinque fratelli, il più grande vent’anni, il più piccolo 5. Tre femmine e tre maschi. Tutti nati da Elisabeth, la desaparecida nel 1984, tutti figli dell’incesto. Alcuni non sono mai stati denunciati all’anagrafe. Schiavi. Imprigionati in uno scantinato di varie camere, senza finestre, sbarrati da una piccola porta nascosta nella parete d’un laboratorio, un codice segreto per azionare una serratura elettrica. Solo acqua, cibo, vestiti. «Tre di loro sembra non siano mai usciti di lì — dice un poliziotto —. Sono dei vegetali, non hanno mai visto la luce del sole, non abbiamo neanche capito se sanno parlare». C’era anche un settimo figlio, un gemello, ma nel 1996 morì che aveva solo un mese e ci pensò Josef, il papà-nonno, a bruciarne il corpicino. Gruppo di famiglia in un inferno. Quando l’hanno trovata, Elisabeth era «gravemente disturbata». Parole che non spiegano lo choc: questa Natascha 2, che oggi ha 42 anni, ha accettato di raccontare la sua storia a patto di non vedere mai più Josef e d’avere un futuro assicurato per i sei figli. Un racconto con molti lati da chiarire. «Un racconto credibile», sono sicuri psicologi e poliziotti: la prigione è stata trovata, l’aguzzino starebbe confessando qualcosa. La donna ha detto che suo padre la violenta da quand’era undicenne. Il 29 agosto 1984, drogata con un anestetico, fu ammanettata e rinchiusa. Qualche settimana d’allarme. Poi spuntò una lettera («me ne sono andata, non cercatemi più») e la polizia, trattandosi d’una maggiorenne, incredibilmente lasciò perdere: «Probabilmente è finita in una setta religiosa», si disse. Era finita in un incubo. Obbligata a partorire sottoterra, dice, e a crescere i figli là dentro. Nella casetta di Amstetten c’era un’altra donna, Rosemarie, la mamma di Elisabeth. Che piangeva la sua ragazza sparita nel nulla e, dura da credere, sostiene di non essersi mai accorta di nulla. I primi tre figli-nipoti, due maschi e una femmina, in realtà sembra vivessero con lei e Josef. Come mai? Furono trovati in fasce davanti all’abitazione, ha raccontato Rosemarie, e suo marito l’avrebbe convinta ad adottarli, «perché sicuramente sono di Elisabeth, che non li può mantenere e ce li ha lasciati». I tre infatti vanno a scuola, hanno il cognome dei nonni. Della ragazza murata viva e dei «vegetali», invece, pare che solo Josef sapesse. Se questa è la storia, lo diranno gli esami del Dna. E le confessioni. Qui non c’è solo una Natascha Kampusch, a raccontare come andò. C’è un’Austria che torna a specchiarsi nella sua indifferenza omertosa. E a chiedersi perché ancora qui, ancora così.

 

l’Unità – 27.4.08

 

La posta in gioco - Furio Colombo

Oggi, mentre vado a votare per Rutelli, mi rendo conto che la posta in gioco è molto alta, forse estrema. Ho fiducia in Rutelli per il modo in cui ha già fatto il sindaco di Roma (si vedano in proposito i grandi settimanali americani nell’anno del Giubileo). Ma questa volta, in questo caso la scena si apre a una prospettiva molto più vasta. E con il punto di riferimento spostato. Rutelli non è tutta la sinistra ma piuttosto tutta la normalità. È la motivazione a fare un buon lavoro misurato sul piano professionale. Alemanno invece è tutta la destra, dal conservatore al naziskin, dalla svolta di Fiuggi al rito mussoliniano. E questo non dipende dal carattere, vita o predisposizioni del candidato. Dipende dal simbolo che è diventato. Se vince, non si realizza una semplice alternativa destra-sinistra. Se vince, passa con lui un vento furioso di destra che va molto al di là dei contenitori-partito e dei confronti tradizionali. Passa un vento che abbatte limiti e moderazioni e qualunque incentivo a trattenere impeti, eccessi, smottamenti pericolosi del pezzo di terreno democratico su cui siamo accampati tutti. Non occorre un grande approfondimento per affermare che qualunque folla (o opinione pubblica) si abbandona più facilmente a comportamenti estremi in mancanza di riferimenti anche solo simbolici. Questa volta la scelta non è fra un sindaco o un altro ma fra convivenza e vendetta, fra futuro e passato, fra lavoro insieme e provocazione squadristica. Non è necessaria l’analogia meteorologica per ricordare che le aree di bassa pressione, quando sono troppo grandi e durano troppo a lungo, trasformano i temporali in devastanti uragani. Il senso di ciò che sto dicendo è che l’esito delle elezioni di Roma, una volta dette “amministrative” e - in questo caso - decisamente politiche, farà pesare il suo effetto più grande non (non solo) su Roma ma soprattutto in Italia. Sarà una scossa capace di cambiare o riassestare alcuni pezzi e alcuni equilibri del governo ancora non nato. Sarà un modo di sapere in anticipo se il peggio elettorale della destra italiana diventerà regola di comportamento per governo e maggioranza, oppure se finiranno per prevalere alcuni segni di “mitezza” di cui parla un editoriale de La Stampa il 23 aprile. Alemanno non è Attila, è solo un leader deciso a rivendicare e imporre alla sua città tutti i “valori” di destra che lo hanno formato e di cui è coerente erede. Rutelli non è San Francesco. È un politico-organizzatore di tradizione democratica europea che - persino sotto attacco e ricatto di voti - non riesce a immaginare (come nessun suo collega dell’Ue) deportazioni di massa. Ma il peso simbolico delle rispettive elezioni è molto grande, prima di tutto per il Paese. Rutelli sindaco significa: c’è un’Italia saldamente democratica e rispettosa di tutti di cui tenere conto. Alemanno sindaco è il messaggio opposto (e questo non è un tratto per descrivere Alemanno ma il fatto che potrebbe accadere): non c’è nessuna altra Italia di cui tenere conto, non è necessario interpellare o ascoltare nessuno o tenere conto della storia democratica italiana. Alemanno sindaco sarebbe un drammatico e risoluto abbandonarsi al vento di una destra senza remore, senza limiti, senza controlli. Una destra che - già adesso - si permette di chiedere «le scuse della comunità ebraica romana», una vicenda che fino a poco tempo fa sarebbe stata impossibile nella città che ricorda ancora il 16 ottobre 1943.

Come si divertiva il tassista di Roma (ore 14.00, 22 aprile, taxi 3570) ad ascoltare in diretta su Radio 105, volume altissimo, un collegamento fra giovani conduttori entusiasti e Beppe Grillo. Il tassista gridava con loro, ripeteva “vaffanculo” con Grillo, era travolto dal ridere, ad ogni battuta come «le fedine penali sporche erano una trentina. Adesso sono 73, nuovo record», «tanto se non hai la fedina penale sporca non entri» e «chi ce l’ha ancora pulita adesso si affretta, non vi preoccupate». Il tassista, del tutto coinvolto ha alzato ancora di più il volume della radio «Le piace Beppe Grillo? a me moltissimo!». Mi gridava sovrapponendo la sua voce alla radio. «Sono d’accordo su tutto! Ordine dei giornalisti? Certo che è da abolire, sono tutti puttane, i giornalisti». «Finanziamento ai giornali di partito? Facciano come me, se li guadagnino i soldi, altro che pagarli noi». E alla fine un urlo quando ha sentito Grillo nominare la Legge Gasparri «abolire, stracciare!», gridava. La scena mi sembrava insolita per un guidatore di taxi di Roma, dove la partecipazione gridata a un programma radio avviene - se avviene - con le radio che trasmettono discussioni sul calcio. E comunque mi pareva insolito tanto militantismo, quasi a sinistra. È stato inevitabile chiedere: «Scusi, lei per chi ha votato?». «Berlusconi, ma le pare? Berlusconi! Finalmente ci divertiamo! Finalmente si cambia!». Lascia un istante il volante per sfregarsi le mani. Mi è sembrato crudele fargli notare che la Legge Gasparri era il gioiello della corona (in senso tecnico, letterale) di Berlusconi. Tanto più che il mio guidatore era impegnato a spiegarmi la vergogna di una legge elettorale come quella con cui abbiamo votato. «Comodo passare in carrozza dentro una lista blindata, roba da comunisti. Vedrà adesso Berlusconi come gli cambia il gioco!». Troppo tardi per spiegargli che stava denigrando la legge Berlusconi-Calderoli. Il vento in quel taxi soffiava furioso. Quel vento che in aree di bassa pressione rischia di diventare l’uragano Kathrina. E peggio per chi aveva pensato a un temporale qualunque. Lo stesso vento disordinato e impetuoso che ho visto soffiare lungo il percorso di una intervista volante del Tg 3, la sera del 22 aprile. Il tema è: «Perché ha votato la Lega?», con questa domanda la giornalista del Tg 3 insegue una signora bionda e stanca di qualche borgo vicino a Brescia, che si ferma, si volta e dice esasperata: «Perché ci trattano come loro». «Cioè?», vuol sapere la giornalista. «Cioè ci fanno lavorare come loro, otto ore di seguito senza mangiare e mi vergogno a dire la paga». «Loro chi?» chiede per sicurezza la collega del Tg 3, «loro i negri, ha capito? Ci trattano come i negri. È per causa loro che ci fanno lavorare troppo e non ci pagano».

Un mondo a rovescio ti si presenta come se “Alice nel Paese delle Meraviglie” fosse stato scritto con cattivo umore e cattive intenzioni, da un autore dedito alla confusione. Il Cappellaio Matto fa e dice tutto, smentisce tutto, e poi il contrario di tutto, e spinge gli uni contro gli altri senza pensarci due volte. La rissa nel saloon sembra essere il clima desiderato. La pistola sarà sfoderata dallo sceriffo al momento giusto. Ecco dunque che cosa è in gioco nelle elezioni di Roma. È in gioco il freno a mano di un veicolo che sbanda, affollato di una destra festosa, convinta di incontrare il sole che sorge, senza notare, o fingendo di non notare che la Lega è intenta a spingere a colpi furiosi il “nuovo” veicolo lungo una discesa pericolosa di cui si intravede appena il punto di arrivo disastroso. È in gioco il mettersi al riparo da un vento di confusione in cui le stesse persone (così sembra ascoltando nomi, nazionalità, narrazione dei fatti) appaiono come pericolosi alieni da cacciare in massa, ma sono anche coloro che muoiono accecati dalla stanchezza, mentre, dopo dodici ore di turno e chissà quante ore di di straordinario, attraversando, nel punto e nel momento sbagliato. Muoiono cadendo dai tetti, dalle impalcature, schiacciati dai carrelli della fabbrica, da tubi che rotolano, da camion scaricati in fretta, come capita, dall’aver toccato il cavo sbagliato ad alta tensione. Esseri umani da cacciare e da assumere, da incarcerare e a cui affidare la fabbrica, da accusare di tutto mentre si occupano dei vecchi che nessuno accudisce. Qualcuno in qualche punto del Paese deve poter governare in modo civile e diverso, un punto di Italia che è anche un simbolo, come Roma. Per capire quanto stia soffiando forte il vento di una destra che crede di non avere più limiti, neppure nel buonsenso, sentite questa. Jan Fisher, corrispondente del New York Times, dedica mezza pagina di quel giornale, che influenza l’opinione del mondo (dunque anche il turismo) per dire: «Roma è la città più sicura, anche di notte. Roma è una città di festa». È un lancio affettuoso che vale - dato il giornalista e il giornale - la famosa mela che rappresenta New York e l’ha resa simpatica nel mondo. Vale il cuore rosso di “I love N.Y.”. Sentite ora che cosa risponde il capo della destra italiana che governerà fra poco: «Tutte bugie. Tutte invenzioni. I giornalisti americani frequentano troppo la sinistra. Roma è un disastro!». Lo sanno in molti nel mondo che Berlusconi spesso non controlla quello che dice. Ma lo dice lui, futuro primo ministro d’Italia. E ogni negoziante, ogni artigiano, ogni imprenditore di ristoranti, di alberghi vede dov’è il disastro: nelle parole irresponsabili di Berlusconi che, per beghe elettorali (e forse anche per obbedire alla Lega di Bossi) calunnia Roma come modo per aprire la stagione turistica. Fate in modo che si senta, ben chiara, una voce diversa. Anche per far sapere che la salute mentale non è perduta del tutto in Italia. Votate Roma.


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