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Manifesto – 29

Manifesto – 29.4.08

 

La nuova destra - Corrado Guzzanti

Non ce l'abbiamo con i neri e gli africani

solo non vogliamo che ci rubino il lavoro.

Non ce l'abbiamo con gli omosessuali

solo non vogliamo che ci contaminino col loro morbo.

Questa è una destra nuova che vuole battersi per il

rispetto della civiltà e della democrazia.

Non ce l'abbiamo con gli zingari,

solo non vogliamo che mettano in pericolo

la nostra comunità.

Non ce l'abbiamo cogli extracomunitari,

solo non vogliamo che occupino le nostre case.

Questa è una destra nuova che vuole mettersi

dalla parte del cittadino e del lavoratore.

La pelle, la lingua, la razza non c'entra.

E se non capite questo siete degli ebrei

 

Festeggiando romanamente - Loris Campetti

Roma - «Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi, con le elezioni politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento, candidando Rutelli ha perso Roma. Walter santo subito». Sorretto da palloncini tricolore, un grande striscione ai piedi della scalinata accoglie le migliaia di fascisti e berlusconidi che accorrono al Campidoglio per festeggiare la presa di Roma. La città eterna è espugnata, e questa scritta rappresenta l'unica nota comica, ma neanche troppo, in una giornata tragica. Non solo per Roma. Alla fine, tra un coro da stadio e inni che evocano la romanità più loffia gridati da manipoli di giovanotti esaltati, il «popolo di Alemanno» riuscirà a riempire la piazza dominata dalla statua equestre di Marco Aurelio; è l'attimo mitico per questa platea rancorosa, quando l'uomo con la croce celtica sul petto nascosta da camicia e cravatta prende la parola e promette che sarà «il sindaco di tutti i romani, basta veleni». Gli applausi scemano, i vessilli tricolori, di An, del Pdl, della Roma, garriscono con meno animosità e dalla piazza parte una voce acuta: «Nun t'allargà». Non è il balcone di piazza Venezia ma pur sempre quello del Campidoglio, e i tanti fascisti tenuti a bada per troppo tempo debordano e aspettando il nuovo «sindaco de Roma» fanno la sfilata con i loro striscioni. Per primi conquistano il centro dell'attenzione quelli di Colle Oppio, la famigerata sezione missina i cui bastoni hanno lasciato segni su mezza Roma, Seguono l'Aurelio e altre sezioni ancora, finché il posto d'onore da dove Alemanno urlerà nel megafono viene lasciato all'Unione di rappresentanza italiana tassisti. I tassisti sono stati i primi a festeggiare Gianni Alemanno, andando a clacsonare già nel pomeriggio davanti alla sede elettorale del nuovo sindaco, quando si capiva già da che parte correva la storia. Una sede a due passi da quella nazionale della Cgil, in corso d'Italia, sotto cui un tempo non troppo lontano i tassisti sfilavano clacsonando con le vetture avvolte nelle bandiere rosse. Chi va e chi viene dalla storia. E chi viene non sta in sé dalla gioia, una gioia malmostosa, vendicativa, vestita in gessato o da curva sud, grandi scollature e abiti scuri, un po' borgata, un po' buvette di Montecitorio. Parlano un romanesco duro, perché il romanesco può essere comico e avvolgente, oppure volgare e cattivo. Quello che rimbomba qui, sotto la statua di Marco Aurelio, non è né comico né avvolgente. Per dovere di cronaca va detto che prima ancora dei tassisti, e prima ancora che si chiudessero le urne, altri avevano festeggiato, a Ostia, spaccando a martellate la targa commemorativa dei martiri delle Fosse Ardeatine e scrivendoci sopra «Il popolo di Ostia inneggia al duce». Per chi arriva al Campidoglio la gioia è irrefrenabile. Una signora di mezza età giura che «era dal '92 che aspettavo questo momento, me pare de sta' in Paradiso». La guardia del corpo di un senatore la corregge «no, era da 42 anni» e un anziano reduce (un «ragazzo di Salò», lo chiamerebbe qualcuno) dice la parola definitiva: «No, era dall'estate del '43». Si canta l'Inno di Mameli e al finale «l'Italia chiamò: Sì», dalle parti dello striscione di Colle Oppio si levano vigorose braccia tese nell'inconfondibile saluto romano. Che non è proprio il «Se vedemo» di Alberto Sordi. C'è chi, nerovestito, parla con garbo ai microfoni dei giornalisti promettendo «governeremo con il sorriso» e c'è chi si sganascia dalle risate nel gridare, insieme ai suoi camerati di «Azione giovani» con tanto di fiammella tricolore sulla bandiera, «Dove sta/ dove sta/ quel finocchio de Rutelli dove sta». Mentre il sole scende e gli ultimi turisti si soffermano per l'ultimo sguardo mozzafiato sui Fori, parte il coro «Roma Libera» seguita dall'immancabile «Chi non salta comunista è», e saltano tutti meno uno. I più vivaci sono proprio quelli di «Azione giovani»: «E' rabbia/ è amore/ è Roma tricolore». Amore? Al massimo un po' di sesso. «Roma unica al mondo», «Roma città universale», grida Alemanno dentro il megafono e promette di portarla in Europa, nonché al centro del Mediterraneo. Chissà dov'è ora. Novello Raikkonen, il neosindaco stappa la bottiglia di rito e dal balcone irrora di vino i fan più calorosi. E ripete, piuttosto inascoltato, che sarà «il sindaco di tutti, basta veleni». Sulla sinistra del palco, dietro una vetrata, guardano la piazza un po' sgomenti i vigili e i dipendenti del comune. Altri, invece, aprono i finestroni e srotolano bandiere di An e del Pdl, anche loro evidentemente liberi da una storia che aveva reso Roma una città un po' più vivibile. «La storia siamo noi» e inni da stadio rimbombando nella piazza, il povero Marco Aurelio e il suo cavallo sono arredati romanamente con bandiere e cartelloni che chissà se avrebbero gradito, lui e il cavallo. Ma in piazza c'è anche tanta gente normale che parla di cose normali. Cioè di «sicurezza». Cioè di «zingari e rumeni, mo' Allemanno (con due elle, ndr) deve mantene' le promesse», pretende una pariolina distinta. Le risponde la sua vicina di festeggiamenti, scarpe a punta e gonna osé: «Un po' a la volta, ma sta' sicura che li caccerà via». Gente normale, mica tutti fascisti. Gli ultimi turisti guardano la piazza tricolore, scattano foto e si chiedono dove siano finiti. Siete a Roma, città eterna.

 

Sconfitta a tutto campo - Valentino Parlato

Speravo che, come nel 2001, dopo la sconfitta alle elezioni nazionali, ci sarebbe stata una reazione positiva alle amministrative di Roma. Speranza del tutto infondata: siamo di fronte a un voto popolare (sottolineo popolare) di destra, al punto che in Campidoglio va per la prima volta dopo la Liberazione un fascista. Già (alle 18,30 di ieri) è stata mandata in pezzi una lapide per i martiri delle Fosse Ardeatine - per fortuna, se così si può dire, per ora solo un cippo commemorativo all'estrema periferia di Ostia. Amici tedeschi, venuti a trovarci, ci hanno ricordato la parabola della Repubblica di Weimar. È una sconfitta senza attenuanti, l'autobiografia di una nazione ci ricorda qualcuno. Questo siamo diventati nel 60° della Costituzione che la nuova maggioranza già si appresta a demolire. È, sul terreno più immediatamente politico, la sconfitta radicale dell'invenzione del Partito democratico. Cioè, ma non solo, della cancellazione del comunismo, ma anche del socialismo e persino della socialdemocrazia. Insomma, della sinistra. Dopo la sconfitta alle elezioni politiche, dopo la scomparsa parlamentare dell'Arcobaleno, anche la riconsegna di Roma a un podestà. È troppo per non interrogarsi sul perché e sul che fare. Il perché si concentra nella disattenzione ai cambiamenti della società e dei modi di sfruttamento. Si concentra nella rinunzia a cambiare il mondo, nell'affogamento degli ideali nella palude del politicismo e dell'opportunismo. Se molti operai hanno votato Lega e quartieri popolari di Roma hanno votato Alemanno, significa che le forze del centro sinistra sono diventate repellenti. Questa è la morale del voto di Roma. Che fare? È un interrogativo che quasi ci fa traballare. Bisogna cominciare - scusate se sto al mio passato - con l'autocritica (l'esame di coscienza dicono i cristiani). Bisogna saper che i giustificazionismi servono solo a precipitare ancora più in basso. Cominciamo col dire, seriamente, a che cosa siamo contro e, quindi, trovare i terreni sui quali contrastare l'avversario vincente. Sforziamo di ridarci una identità non castale. Dobbiamo sapere - lo dicono tutti - che siamo a una crisi economica mondiale, tipo 1929, e che questa crisi rafforzerà le spinte a destra, a una destra autoritaria, della quale le elezioni italiane di questo mese sono solo un'anticipazione e un avviso. Sforziamoci di rispondere oggi, subito. Evitiamo il saggio storicismo che dice «ai posteri l'ardua sentenza». Il rischio è che - se va a questo modo - i posteri convalideranno la vittoria dei nemici, nostri e dell'Italia.

 

Il quartiere «rosso» accusa Rutelli - Eleonora Martini

Roma - Hanno indugiato in quel filo di speranza incosciente fino all'ultimo. Ignorate caparbiamente con una scrollata di spalle le prime voci sui risultati, perfino alle sei di sera, quando con oltre la metà dei seggi scrutinati la vittoria di Alemanno era ormai evidente, l'incredulità resisteva tra gli abitanti del cuore rosso della città. Un'ora dopo, la parola più pronunciata nei bar, nelle librerie, davanti alle vetrine dei negozi, nei piccoli spacci di cibo biologico, nel cortile della casa dello studente, all'ingresso dell'università, e ad ogni angolo di strada di San Lorenzo, uno dei tanti centri storici della capitale, è «fascista». Allo sgomento segue l'indignazione, la rabbia ma anche, per molti, la rassegnazione. «Ma che mme stai a di'? Alemanno sindaco? Ma nun ce posso crede». Incassa il colpo, la signora che si stava concedendo una sosta al caffé Marani e che da 71 anni vive lì dove è nata, dove ha sopportato le bombe degli angloamericani e ora sopporta la terribile movida serale giovanile che ha trasformato la faccia dello storico quartiere "operaio" e "comunista". Siamo in via Dei Volsci, dove è nata l'Autonomia operaia, e dove convivono alcune delle realtà più importanti dell'estrema sinistra romana, da Radio Onda Rossa allo storico «32», dalle femministe separatiste all'unico circolo di Sinistra critica strappato a Rifondazione. Susanna invece barcolla, con le mani si copre il viso e sussurra: «No. E adesso, come facciamo?». Il primo pensiero va ai suoi bambini, è preoccupata per la scuola interculturale dove li ha iscritti e che, dice, «ora non avrà più i finanziamenti, non potremo più pagare un mediatore culturale, non potremo continuare a scegliere un futuro per i nostri figli». All'interno della palestra popolare la notizia è già sulla bocca di tutti, sul tatami e sotto il ring dove l'allenamento di boxe continua. E non è una buona notizia, anche se in qualche modo in molti se l'aspettavano. Ma il pensiero già corre al futuro, a come organizzarsi, a come sopravvivere. Qui, a San Lorenzo, Rutelli ha tenuto, ma nell'insieme del III municipio - che comprende zone "nere" come piazza Bologna e il quartiere Nomentano - si è fermato al 50,88%, contro il 49,12% incassato da Alemanno. Un risultato incredibile, per un personaggio che da queste parti è sinonimo di neofascismo, e quindi di insicurezza. «Nun hanno capito che se al posto de Rutelli ce mettevano Sbirulino, vincevano di sicuro», è il refrain più gettonato. La colpa è, dicono in molti, aver scelto il candidato meno «presentabile, l'amico dei palazzinari». Per quanto riguarda Alemanno poi, «quello che ci preoccupa di più è la marmaglia di nazistelli che gli vanno dietro», dice uno spaurito ragazzetto sulla soglia di un negozio street-style. Mentre un altro con la faccia da duro ribatte: «Ma che cambia? Tanto so' tutti uguali». Lui non ha votato e non se ne pente: «Per me, che vivo alla Romanina con mia madre precaria e con un lavoro da 350 euro al mese, tutto sarà come prima». D'altra parte anche i muri di questa fetta di città sono stati riempiti negli ultimi due giorni di manifesti del tipo «Non vo(mi)tare». E adesivi del tenore: «Se voti, poi nun te lamentà». La stessa Radio Onda Rossa ha scelto l'astensionismo. Ma ora non se la sentono di parlare: «passa dopo, quando c'è l'assemblea, io non rispondo». Eppure la loro posizione politica, malgrado sofferta e lungamente discussa, lascerà senza dubbio un segno nel tessuto sociale di questo quartiere. Sono in tanti già ad accusarli di quell'«integralismo morale, snob e borghese di chi non vuole sporcarsi le mani perché non ha nulla da perdere», che ha fatto vincere la destra. Poco più in là, al «32», le parole fanno fatica ad uscire di bocca. «Hanno costruito una politica solo mediatica e non partecipativa - dice sconsolato Nunzio D'Erme, del movimento per la casa Action - e Veltroni sindaco ha aiutato l'estrema destra in tutti i modi inaugurando sedi e targhe insieme a Forza nuova. Poi nell'ultima settimana si sono tutti ricordati dell'antifascismo. Troppo tardi». E ora? «Ora non c'è tempo di pensare, ora dobbiamo organizzarci per domani, per difendere i nostri spazi, le case occupate con 300 famiglie che rischiano di ritrovarsi in strada. Ora ripartiamo da quello che abbiamo sempre fatto, dalla strada, dalla partecipazione, dai diritti». Forse solo un po' più soli.

 

Vince il sindaco dei no Dal Molin - Orsola Casagrande

Vicenza - Achille Variati ha vinto. Vicenza ha scelto un sindaco contrario alla costruzione della nuova base militare americana al Dal Molin. Una vittoria sofferta, non scontata, anche perché Variati partiva da otto punti in meno della sua avversaria, la forzista Lia Sartori. Per il popolo dei no Dal Molin una vittoria straordinaria, che rimette in gioco quel futuro che qualcuno voleva già scritto. E non soltanto nel centrodestra. Variati dal canto suo torna ad insediarsi nella poltrona di primo cittadino. Lo fa con un programma a tutto campo che ha inevitabilmente al centro la questione Dal Molin. Quella di Variati è stata una vittoria conquistata voto su voto. Il risultato finale è stato infatti del 50,5%, contro il 49,5% della Sartori. Una differenza di quattrocentoventinove voti. Una manciata. Sufficiente però a far eleggere il candidato del Partito democratico. Singolare dato riguardante l'affluenza alle urne. Se al primo turno aveva votato l'81,1% degli aventi diritto, al ballottaggio ha votato appena il 63,7%. Complice anche il ponte del 25 aprile. Da oggi per Variati comincia il lavoro difficile. Intanto sulla base che gli americani vorrebbero al Dal Molin. Il neo eletto sindaco dice che sarà «il sindaco di tutta la città» ma ribadisce che gli impegni che ha preso con la città in campagna elettorale sul Dal Molin verranno rispettati e anzi su questi comincerà a lavorare fin da subito. Per Olol Jackson del presidio permanente «questa è una vittoria anche del no al Dal Molin. Vengono premiati - aggiunge - due anni di impegno e di lavoro in città. Due anni in cui si è riusciti a costruire un importante dissenso al progetto di costruzione della nuova base Usa». Adesso, sottolinea ancora Jackson, «sta al sindaco Variati non disperdere questo patrimonio. Il mandato che ha ricevuto - conclude - è molto chiaro». Poi, non riuscendo a contenere la gioia, dice: «Mi piacerebbe vedere che faccia hanno gli americani in questo momento». Perché non c'è dubbio che le carte si mescolano e che nulla da ieri è più così sicuro rispetto al Dal Molin. Il sindaco Achille Variati ha dichiarato pubblicamente, anche sulle pagine de il manifesto, che il suo primo atto sarebbe stato quello di «emanare un ordine del giorno che revochi quello emesso dal sindaco Enrico Hullweck». Quindi il primo cittadino si è impegnato ad «avviare le pratiche per l'indizione di una consultazione popolare sulla nuova base». Quel referendum che Hullweck aveva liquidato come impossibile e che il governo di centrosinistra non si era più di tanto preoccupato di caldeggiare. Infine Variati si è impegnato a chiedere sia al governo Berlusconi che agli Stati uniti una moratoria sui lavori. Quella moratoria che qualche volenteroso parlamentare aveva provato a spingere con il governo Prodi, ma evidentemente senza troppa convinzione. La Sinistra arcobaleno a Vicenza è praticamente sparita (come un po' ovunque del resto). Un dato che ha ribadito quanto centrale sia per la città non solo la questione Dal Molin ma il modo in cui si affronta. A essere premiati infatti sono stati i candidati e le liste che hanno esplicitamente dichiarato e sostenuto la loro contrarietà alla realizzazione della nuova base. Non a caso al primo turno si è registrato il risultato, per molti versi straordinario, della lista messa in piedi dal presidio permanente. Vicenza Libera infatti ha conquistato il 5% dei consensi. Un voto importante che ha mandato in consiglio comunale Cinzia Bottene, candidata sindaco. E un voto che è stato poi dirottato su Achille Variati al momento del ballottaggio. Infatti la lista Vicenza Libera e i partecipanti al presidio in una affollata assemblea la settimana scorsa hanno deciso di sostenere e invitare a sostenere Variati. Che adesso sarà giudicato sulla base degli impegni presi con la città. Dal presidio permanente ieri sera sono arrivate le congratulazioni al nuovo sindaco. «La vicenda Dal Molin è stata determinante nel risultato delle elezioni amministrative vicentine - dicono al presidio - Ha vinto chi, in campagna elettorale, si è dichiarato contrario al progetto statunitense. Ora ci aspettiamo il rispetto del patto che Achille Variati ha fatto con la città: il nuovo consiglio comunale dovrà immediatamente annullare l'ordine del giorno che esprimeva parere favorevole all'installazione militare». Quanto a chi nei giorni scorsi «ha voluto trasformare la scadenza amministrativa in un referendum sul Dal Molin, detto fatto, quel qualcuno - dicono al presidio - non solo ha perso le elezioni, ma ha anche avuto l'ennesima prova che gran parte della città è contraria al progetto che la giunta passata ha accettato supinamente». Il presidio permanente, in cerca di una nuova casa dopo lo sfratto voluto dalla giunta comunale uscente, si ritroverà in questi giorni anche per proseguire nella definizione della campagna di boicottaggio contro le cooperative «rosse».

 

Doppia batosta al loft Walter: sconfitta grave - Daniela Preziosi

Roma - Erano pochi, ieri pomeriggio, i giornalisti sul sagrato di Sant'Anastasia, fuori dalla sede dei Ds. Pochi e insofferenti. La nuova stagione non è arrivata, forse la nuova stagione veltroniana è già finita Al loft è arrivato il generale Inverno. Dalla chiusura delle urne Walter Veltroni si chiude dentro con i suoi. Il gruppo è sceltissimo: Dario Franceschini, Beppe Fioroni, Antonello Soro, Giulio Santagata. Il flusso delle notizie arriva direttamente dal Comune, la marea nera monta, nel sagrato sale il silenzio. Alle cinque, quando la sconfitta ormai è inequivocabile, arriva Fassino con la faccia giusta per l'occasione . Se ne va poco dopo senza parlare. Alle sette, dopo aver lasciato la prima parola a Rutelli, Veltroni, segretario Pd ma anche sindaco uscente di Roma, manda la sua dichiarazione alle agenzie. Dai giornalisti, quei pochi restanti, a parlare, ci va Dario Franceschini, con l'ordine di scuderia di non dire niente. La sconfitta, dice Veltroni, è «molto grave, molto pesante, che io non posso non sentire con particolare acutezza e amarezza personale e politica». L?ultima declinazione del modello Roma è quella veltroniana, ed ora è andata in pezzi. Walter ringrazia Rutelli, «per il suo lavoro generoso», si complimenta con Zingaretti, segnala che il dato dei ballottaggi conferma «i problemi emersi nel voto politico nazionale» e cioè «investire sul Pd» e «aggiungere e aprire un vero dialogo con quella parte della società italiana che è rimasta ancora lontana». Nella sconfitta ha pesato, dice, «il vento politico che spira nel paese, in particolare sul tema della sicurezza». Ma - e qui si sente il sibilo del colpo - «serve un'analisi seria e approfondita a cui tutti parteciperemo, ragionando anche sulla differenza tra i dati politici e quelli amministrativi della capitale». La voglia di addossare la sconfitta al candidato Rutelli è fortissima. In molti, fra i veltroniani, puntano il dito su una campagna elettorale rinunciataria, più in tv che in città e nelle periferie, che si sono rivoltate contro. Ma mica solo quelle. I dati, quelli su cui Veltroni vuole ragionare sono impressionanti. Nella Capitale, il candidato alla provincia Zingaretti ha superato Rutelli di 54.691 voti. C'è gente in città - molta - che ha votato per Zingaretti e poi al comune per Alemanno. Veltroni allontana da sé lo spettro della responsabilità nel voto romano, e insiste sulla differenza fra il voto politico e quello amministrativo. Ancora nella capitale, al comune, al primo turno - Rutelli candidato - le liste Pd-Idv hanno preso 522mila voti. Alla Camera - Veltroni candidato - i voti sono 772mila, duecentocinquanta mila netti in più. Rutelli non si è fatto votare? O Veltroni ha abbandonato precipitosamente una città in crisi di senso e consensi? Goffredo Bettini, regista di quindici anni di amministrazioni di centrosinistra, l'aggiusta un po', ma la dice: «Rutelli, indimenticabile sindaco che ha aperto il ciclo riformista a Roma, non ha avuto il tempo nella campagna elettorale di far emergere il suo profilo civico rispetto al suo ruolo nazionale di dirigente di partito». Tempi stretti, se non candidatura sbagliata. Ora si deve ripartire dal Pd che, sottolinea, «anche nella nostra città ha suscitato tante speranze». Ma il crollo di Roma manda in crisi tutta l'architettura del Pd. I veltroniani tentano di allontanare la sconfitta del Walter sindaco da quella del Walter segretario. Ma la «nuova stagione» si è risolta in un doppio insuccesso. Nella mattinata di ieri, prima del diluvio romano, Veltroni ha riunito il 'caminetto' e poi, a Palazzo Marini, i nuovi gruppi parlamentari per discutere della riconferma dei presidenti dei gruppi di camera e senato. Sullo sfondo, la guerra fredda dei dalemiani per l'attribuzione delle cariche. Veltroni ha invitato tutti a esprimersi sulla eventualità di affidare il gruppo di Montecitorio a Bersani, l'unico che si è apertamente autocandidato. Ma ha fatto pesare la sua proposta: riconferma del tandem Soro-Finocchiaro. Bersani ha parlato, ma con argomenti che vanno molto al di là di un posto al sole a Montecitorio: il radicamento, la selezione dei gruppi dirigenti e la libertà dei territori, le alleanze, invitando Walter a «non scambiare la vocazione maggioritaria del Pd con l'autoreferenzialità». Soprattutto «a non far finta che si poteva perdere peggio». Obiezioni di chi non rinuncia a lanciare la sfida alla segreteria. D'Alema non ha aperto bocca, ma Bersani, assicurano i suoi, sa di non essere solo nel partito. Nelle ore della batosta nessuno alza la voce, ma è chiaro, la pax veltroniana, quella della campagna elettorale, è finita. Ora, nel gioco delle caselle libere, Rutelli dovrebbe andare alla vicepresidenza del Senato. L'ultrasconfitto per Paola Binetti, teodem in preda a un eccesso di entusiasmo, è «una risorsa» che, all'interno del Pd «darà un contributo più completo, porterà i valori dei coraggiosi per la sfida delle riforme». Ma la sconfitta al Campidoglio ha dimensioni troppo pesanti. E per molti, non solo per Rutelli, ora tutto torna in gioco.

 

«Una vittoria storica»

Roma - Reduce dall'incontro a Arcore con il governatore lombardo Roberto Formigoni, torna a Roma, a palazzo Grazioli, l'«uomo più felice d'Italia», come si autodefinisce, accolto dai clacson dei taxisti che festeggiano la vittoria di Gianni Alemanno. Lui, Silvio Berlusconi - così come Gianfranco Fini che parla di «pagina storica» pensando al suo partito in via di scioglimento nel Pdl - non ha dubbi e del resto non potrebbe averne: «E' una vittoria storica», esulta anche il Cavaliere. Un'affermazione che «completa la nostra vittoria del 13-14 aprile ed è di stimolo per il grande impegno che ci attende nel governo dell'Italia in una stagione non facile sul piano economico», non si stanca comunque di ripetere il premier in pectore, augurandosi che «nonostante la sconfitta, l'opposizione che siederà in parlamento e in Campidoglio confermi l'impegno a collaborare nella riforma dell'architettura istituzionale, compresa quella di Roma capitale». Persino i leghisti, con Roberto Calderoli, si associano al giubilo: «Sono veramente felice per Gianni. Si tratta di una cosa così grande e importante che ogni effetto sull'esecutivo è assolutamente trascurabile», dichiara il futuro ministro per le riforme. Per il quasi premier ora, conquistata pure la capitale, è il momento di sistemare tutte le caselle. Confermati, ieri sera in una riunione dei parlamentari del Pdl alla sala Capranica, dove era atteso anche il neoeletto sindaco di Roma, le candidature dei presidenti delle camere: il forzista Renato Schifani, che dovrebbe passare già questa mattina al primo scrutinio a palazzo Madama, dove basta la maggioranza semplice per eleggere il presidente dell'assemblea, e Gianfranco Fini che lascia il partito a Ignazio La Russa e va spedito senza indugi verso lo scranno più alto di Montecitorio. Con tutta probabilità sarà eletto mercoledì al quarto scrutinio. La vittoria di Alemanno a Roma libera poi una poltrona al governo. E questo comporta una rivisitazione del toto-ministri: se ne discuterà oggi a palazzo Grazioli in un vertice del Pdl che in un secondo momento sarà allargato alla Lega, che comunque ha già trattato sabato con Berlusconi nell'incontro di via Bellerio. Al Welfare a questo punto potrebbe andare non un nazional-alleato, ma un forzista: Maurizio Sacconi o, in seconda battuta, Renato Brunetta. Mentre un altro forzista, Claudio Scajola, già in pista per le attività produttive, potrebbe invece strappare a Elio Vito, che andrebbe ai rapporti col parlamento, il ministero della giustizia. Per il ministero della difesa resta invece in pole position Ignazio La Russa e An dovrebbe sistemare anche Altero Matteoli alle infrastrutture. Se rinuncerà al welfare, Alleanza nazionale, che ora mostra i muscoli, chiede comunque un altro ministero con portafoglio. Per le politiche comunitarie è invece stabile la candidatura di Adriana Poli Bortone. Per quanto riguarda i forzisti, a parte i nomi certi dal primo momento, quello di Giulio Tremonti all'economia e Franco Frattini agli esteri, Sandro Bondi sarebbe confermato ai beni culturali, Angelino Alfano andrebbe alle attività produttive e Stefania Prestigicacomo all'ambiente, dicastero per il quale era lanciata anche Michela Brambilla. Per l'istruzione, resta in primo piano il nome di Mariastella Gelmini, anche se alcuni forzisti spingono per Maurizio Lupi, che sarebbe dunque dirottato dalla funzione pubblica. Mentre Mara Carfagna si aggiudicherebbe il ministero della solidarietà sociale e Raffaele Fitto gli affari regionali.

 

Penuria alimentare, un dossier di Le Monde diplomatique

Geraldina Colotti

«Fmi-Faim», Fmi ovvero fame. Il Fondo monetario internazionale produce fame. Va diritto al cuore del problema l'editoriale di Serge Halimi, direttore di Le Monde diplomatique, nel numero di maggio della rivista internazionale - in uscita il 15, e per tutto il mese, insieme al manifesto. Sullo stesso tono il dossier centrale del Diplo che spiega con dati e cifre in quante lingue del pianeta si sta pronunciando il grido: «abbiamo fame». Dall'Africa ad Haiti, dall'Indonesia alle Filippine, quote sempre maggiori di popolazione sono colpite dalla penuria alimentare. E seppure un paese come l'Australia quest'anno promette un ottimo raccolto invernale di frumento (12,4 milioni di tonnellate), che farebbe sperare in un ribasso dei prezzi internazionali, anche il nord del pianeta non può sentirsi al sicuro. La rabbia delle popolazioni esplode, evidenziando la geografia e le cifre stratosferiche dei «rifugiati per fame». In Senegal, le madri di famiglia che non hanno più niente da far bollire, marciano con le pentole rovesciate, che ogni sera risuonano in tutte le case come tamburi. In Egitto dove si protesta per il pane, l'opposizione islamista accusa il governo di aver provocato la crisi acquistando prodotti importati a minor prezzo dall'estero anziché dai produttori locali, che preferiscono coltivare frutta, più facilmente esportabile sui mercati internazionali. Ad Haiti, le rivolte per fame, a inizio aprile, hanno provocato cinque morti e duecento feriti e la destituzione del primo ministro Jacques-Edouard Alexis. E diversi paesi asiatici, specialmente Indonesia e Filippine, temono il moltiplicarsi di manifestazioni come quella che, all'inizio dell'anno, ha portato in piazza a Giakarta oltre 10.000 persone contro l'aumento del prezzo del tofu. Rivolte contro l'aumento del prezzo della soia, della carne, e soprattutto del riso. Nel dossier, gli articoli del giornalista Dominique Baillard ricordano i dati della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura e l'alimentazione: per la prima volta dal 1989, il prezzo della varietà di riso «thaie», che fa da riferimento, ha superato i 500 dollari (320 euro). Paesi come le Filippine, primo importatore mondiale, sono in serie difficoltà in quanto l'offerta globale di riso (420 milioni di tonnellate) risulta al di sotto della domanda (almeno 430). Le riserve mondiali di riso - ricorda ancora il Diplo - hanno toccato il livello mondiale più basso da 25 anni: 70 milioni di tonnellate, la metà di meno di quelle del 2000. Colpa dei cinesi che hanno cominciato a mangiare troppa carne? Colpa degli stati come l'Argentina che hanno scelto di «proteggere» i loro prodotti destinando meno quote all'esportazione e più al mercato interno? Si può condannare uno stato che scelga di nutrire i propri cittadini prima di sottostare ai diktat dei mercati internazionali? Il punto - mostra il dossier - è invece quello di indicare a chiare lettere il fallimento e i paradossi dei «piani di aggiustamento strutturale» imposti dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. L'equazione: sviluppo solo a prezzo delle privatizzazioni di beni e servizi e di investimenti agevolati per le grandi imprese multinazionali, imposta al sud del mondo, ha portato alla situazione attuale. E ora, proprio la Banca mondiale, che «ha contribuito a indebolire gli agricoltori imponendo la liberalizzazione dell'economia», mette questo settore al centro degli sforzi per la lotta contro la povertà del pianeta nel suo rapporto sullo sviluppo del 2008. Paradossi in cui si dibattono anche gli stati in via di sviluppo dei 37 paesi minacciati dalla crisi alimentare. In Costa d'Avorio, dal primo d'aprile le autorità hanno sospeso le tasse d'importazione per i generi di prima necessità come l'olio da tavola, il riso, il grano o lo zucchero. Il governo senegalese ha bloccato per un breve periodo il prezzo del pane nell'ottobre 2007. In Mali, si sperimenta invece il pane burunafama, farina di grano mista a cereali locali come il sorgo (immangiabile, dicono le associazioni dei consumatori). In Egitto, il governo ha sovvenzionato il pane e lo ha fatto distribuire dall'esercito. Misure che gravano sui già magri bilanci degli stati africani e che l'Fmi giudica «false soluzioni». Alcune realtà del sud, sperimentano però altre direzioni. Il Diplo ne dà conto, indicando i risultati raggiunti, per esempio, in Mali dalle scelte dei coltivatori di cotone. Rimettere l'agricoltura locale e la sicurezza alimentare al centro delle politiche economiche vuol dire porre il problema della sovranità e del controllo delle proprie risorse. Un tema che, in America latina, ha già prodotto risultati evidenti.

 

Strage di bimbi a Gaza Israele: «Colpa di Hamas» - Michele Giorgio

Gerusalemme - «E' Hamas che lancia operazioni armate contro Israele e quindi è anche responsabile delle vittime che tali operazioni possono provocare fra la popolazione civile palestinese». Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak assolve con formula piena il suo esercito da ogni responsabilità nella strage avvenuta ieri a Beit Hanun di una famiglia palestinese - una madre, i suoi quattro figli piccoli e uno studente di 15 anni - ripetendo la ben nota tesi del fuoco che i combattenti palestinesi farebbero dai centri abitati di Gaza provocando le reazioni israeliane. Nemmeno una parola per Musaab di un anno, Salah di 4, Hana di 5, Rudeina di 6 e la loro mamma, uccisi da una cannonata sparata da un carro armato «per errore» contro la loro casa mentre facevano colazione. Nessun ripensamento sulle incursioni di terra e aeree contro Gaza che pure non fermano i lanci di razzi artigianali palestinesi. Nessuna ulteriore valutazione della tregua offerta da Hamas - che le fazioni palestinesi continuano a discutere in Egitto - respinta seccamente dal governo Olmert nei giorni scorsi. La guerra di attrito continua e a pagarne le conseguenze sono i civili delle due parti, soprattutto quelli palestinesi sottoposti al fuoco dell'esercito più potente del Medio Oriente. La strage di Beit Hanun - dove due anni fa un'altra famiglia palestinese venne sterminata dalle cannonate (i morti allora furono una ventina) - insieme alla pressione militare e all'isolamento economico praticato da Israele, continuano peraltro a fornire nuovi argomenti alla propaganda di Hamas e Jihad che si rafforzano a dimostrazione del fallimento della linea del pugno di ferro seguita da Israele con il sostegno degli Stati uniti. Sono cadute nel vuoto le considerazioni fatte, proprio ieri, sul New York Times dall'ex presidente americano Jimmy Carter dopo incontri con i massimi leader di Hamas. «Tramite consultazioni più ufficiali con questi leader, sarebbe possibile rilanciare i colloqui di pace fra Israele e i suoi vicini», ha insistito Carter, ribadendo di aver ricevuto rassicurazioni che Hamas accetterebbe un eventuale accordo negoziato fra il presidente palestinese Abu Mazen e il primo ministro israeliano Ehud Olmert. L'ex presidente ha definito «controproducente» la politica Usa di boicottare e punire le fazioni politiche o i governi che non accettano i suoi imperativi. «E' stata una nuova carneficina contro bimbi e lattanti e il silenzio mondiale autorizza (Israele) a proseguire nell'olocausto dei palestinesi», ha scritto in un comunicato il Jihad islami, che «assicura» una sua «risposta ai crimini dell'occupazione». Anche Hamas ha annunciato una rappresaglia - ieri con altre fazioni armate ha lanciato una dozzina di razzi verso il sud di Israele - mentre, schiacciato tra la forza militare di Israele e il crescente potere di Hamas, Abu Mazen è riuscito solo a balbettare qualche frase di condanna e niente più. E ora Ismail Haniyeh, il premier di Hamas deposto lo scorso anno dopo la presa di Gaza da parte del movimento islamico, si prepara ad allargare il suo governo, per affermare la legittimità che gli nega l'Anp da Ramallah e porsi in aperto confronto con l'esecutivo di Salam Fayyad in Cisgiordania che pure è finanziato e sostenuto da Usa e Ue. A denunciare l'uccisione di bambini a Gaza è stata ieri anche Save the Children Italia, che ha sottolineato come la violenza abbia ripercussioni drammatiche in primo luogo sui minori. «Siamo turbati e fortemente preoccupati dai continui attacchi su Gaza, le cui vittime sono per lo più civili e tra essi, purtroppo, anche minori», ha affermato Valerio Neri, il direttore generale dell'organizzazione a difesa dei più piccoli. I bambini, ha sottolineato, sono costretti a vivere in una quotidianità di estrema insicurezza che va aggravandosi di giorno in giorno. Recenti dati, ha aggiunto, rivelano un aumento notevole a Gaza di malattie croniche e malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni. L'unica notizia positiva della giornata è venuta dall'Unrwa. L'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi riprenderà da oggi la distribuzione degli aiuti umanitari, essendo riuscita a recuperare 55mila litri di carburante, pressoché introvabile a Gaza.

 

Corsera – 29.4.08

 

Nel «loft» si scatena la guerra sui capigruppo – Maria Teresa Meli

Il segretario resta, ma la sua linea politica deve cambiare: è questa la prima conseguenza della sconfitta del Partito democratico a Roma. La batosta capitolina non porterà a una resa dei conti, ma i big del Pd (soprattutto quelli di provenienza diessina) ritengono che così non si possa andare avanti. Veltroni oppone alle critiche l’atteggiamento di chi fa finta di niente. Il segretario avverte: Bettini non si tocca perché sarebbe come toccare me. E ancora: la mia politica non era sbagliata, infatti a Roma ho ottenuto il 41 per cento alle politiche, mentre alle amministrative siamo andati peggio perché eravamo alleati con la sinistra, i cui elettori, in gran parte, probabilmente non hanno votato. Infine: la proposta di congelare i capigruppo della scorsa legislatura non cambia, nonostante la pesante sconfitta romana. Ma a sentire gli altri pezzi grossi del partito non si può continuare a fare finta di niente. Marini per ora tace e asseconda le mosse di Veltroni, però non intende farlo per sempre. Parisi è convinto che «occorra aprire una riflessione approfondita sulla linea del partito». Lo stesso pensa Rosy Bindi. Secondo i prodiani, infatti, è stato un errore «liquidare la vecchia stagione dell’Ulivo». Fassino è convinto che non ci debba essere «una resa dei conti, ma che vada fatta un’analisi non autoconsolatoria della situazione». Bersani ritiene che non si possa continuare a «spiegare che in realtà non abbiamo perso le elezioni». E D’Alema, ieri, è rimasto silente nella riunione mattutina del «caminetto», poi all’ora di pranzo ha disertato l’incontro di Veltroni con i parlamentari, e ha rifiutato un’intervista per oggi a Ballarò . Ma il ministro degli Esteri non fa mistero di pensarla diversamente dal segretario sul tema delle alleanze e della strategia del partito. Veltroni, però, ritiene che fare finta di niente sia la politica migliore per sottrarsi alle offensive interne. E perciò, quel che ieri sembrava a molti inevitabile dopo la sconfitta capitolina, ossia il riaprirsi dei giochi per le presidenze dei gruppi, tale non pare al segretario. Ai dalemiani il metodo del congelamento proposto da Veltroni non è mai troppo piaciuto. Nel Transatlantico di Montecitorio, a sera, i nuovi e i vecchi deputati che sostengono il ministro degli Esteri ribadiscono le loro perplessità. Il Partito Democratico si trova quindi una situazione surreale: nelle stesse ore in cui i quattro ambasciatori incaricati di portare avanti le consultazioni per la riconferma del tandem Soro-Finocchiaro vanno avanti nei loro incontri, questa ipotesi viene rimessa in discussione da più d’uno. C’è infatti chi non giudica opportuna una scelta di arroccamento dopo la sconfitta. Per esempio, è convinzione di alcuni fassiniani che sia necessario un «segnale». Lo stesso dicasi per Bersani (che parlerà all’assemblea del gruppo), il quale è convinto che ci voglia «un rinnovamento». Nel pomeriggio, dunque, le voci si rincorrono: c’è chi dice che possono saltare entrambi i candidati (per il gruppo del Senato spunta anche il nome di Rutelli), e c’è chi dice che il solo Antonello Soro, alla Camera, verrà sostituito. Ma a sera Veltroni ripete sempre lo stesso ritornello: non cambia nulla, si va avanti con il congelamento a termine di Finocchiaro e Soro.

 

Isabella, la first lady da combattimento – Maria Laura Rodotà

Isabella Rauti è una persona seria, un tipo schivo, una donna di cultura (è professore a contratto di Storia delle istituzioni politiche). Una dalla vita personale e politica non semplice ma sempre affrontata con dignità. Forse non ci teneva a diventare first lady. Sicuramente non sarà stata contenta delle prime battute romanacce su di lei (anche da destra), genere «e ora avremo una first lady che si chiama come un botto di Capodanno». Dai botti detti rauti, così detti a causa di Pino, leader missino poi secessionista; negli anni 70 indagato e poi prosciolto in alcune inchieste sul terrorismo; insomma suo padre. Tra padre pesante e marito rampante, spesso ha dovuto scegliere. Come nel ’96: lei si candidò alle politiche con la Fiamma Tricolore, il marito Gianni con An. Lei non fu eletta, ma prese il 6 per cento nel collegio di Roma 1 (grazie alla destra divisa vinse Veltroni, allora). Rauti e Alemanno hanno un figlio adolescente, Manfredi, e un matrimonio che non è sempre stato idilliaco. Dopo una separazione, si sono risposati in chiesa. Lei non è una tipica «fascetta» da bar degli anni di piombo, oltretutto, «casomai ero una militante». Niente borse firmate e scarpe a punta, casomai borse di Tolfa e Clarks, come le «zecche» di sinistra. E ripercorrendo le sue scarse uscite pubbliche viene fuori una donna che non si sa se sia più a destra o più a sinistra del marito. Delle loro candidature separate disse a Claudio Sabelli Fioretti su Sette : «I vecchi schemi borghesi vogliono che la moglie segua il marito. Però bisogna stabilire che tipo di coppia si vuole essere». E poi: «Antiamericana lo sono sempre stata. Non amo quello stile di vita» (non la si vede bene a Villa Certosa, neanche, a pensarci). E poi: «Io ero no global quando non c’erano ancora i no global... C’è un’anima della destra che condanna le multinazionali» (i rapporti del marito ministro dell’Agricoltura con le grandi aziende alimentari italiane non devono averla fatta impazzire, possibile). E ancora: «Mi piace Nanni Moretti, ho visto tutti i suoi film» (l’ha detto prima del Caimano, ma insomma). E di recente, in campagna elettorale, dopo aver accompagnato il marito a Ballarò, ma pur sempre sbrigativa, sempre zecca nera «de Balduina», il suo quartiere storico: «Non mi piacciono le mogli che assumono atteggiamenti decorativi». Donne lietamente decorative ce n’è già abbastanza, nel Pdl. Ci si aspetta una prima dama riluttante, quindi, a Roma (e si aspettano con interesse nuove interviste).

 

Gianni, l'uomo della nuova destra che unisce imprenditori e proletari – Aldo Cazzullo

Se è diventato amico di Carlin Petrini leader gastronomo della sinistra, senza smettere il ricordo dell'amico di gioventù ammazzato dagli estremisti di sinistra. Se oggi lo festeggiano i tassisti irriducibili, e Montesano ex eurodeputato Ds; se l'hanno votato le grandi famiglie già papaline quindi democristiane infine rutelliane, e le classi popolari rimaste in città, allora Gianni Alemanno non è più da molto tempo il «picchiatore», il «camerata», l'avanguardia della «marea nera» annunciata da qualche suo coetaneo del fronte avverso. Ieri, in una giornata non meno storica del 13 aprile, il cerchio aperto nel '93 si è chiuso. Allora fu Fini a sfiorare la vittoria contro Rutelli. Adesso a batterlo è l'uomo che più ha faticato a seguire Fini nella marcia verso il centro, che per cinque anni è stato al governo quasi come capo di una corrente alternativa, che a lungo ha diviso con Storace la guida di una «destra sociale» sospettata di velleità neocorporative, ma che ora dimostra come la destra nuova sappia convincere la maggioranza dei romani, reduci da una lunga stagione non priva di successi ma associata al cliché eterno della mediazione, dei circoli, dei salotti interclassisti, delle relazioni privilegiate. Così le grida dell'ultima ora contro «l'uomo nero» non hanno influenzato il voto più di quanto avrebbe fatto anni fa una campagna contro D'Alema «lanciatore di molotov»; come l'insistenza maliziosa sul matrimonio di Alemanno con la figlia di Pino Rauti non ha mosso l'umore dell'elettorato più di un attacco da destra a Pietro Ingrao, per citare un altro «grande vecchio» sconfitto dalla storia e dal crollo delle ideologie ma a cui è giustamente riconosciuto un onore delle armi ad altri negato, almeno sinora. Questo non significa che al ballottaggio esca sconfitto anche l'antifascismo, valore importante pure nella capitale; ma che proprio per questo non andava svilito e strumentalizzato in una maniera che si è rivelata non solo inelegante ma, forse, controproducente. La vittoria di Alemanno (e di Fini, che l'aveva prevista così come alla vigilia del 13 aprile aveva anticipato che la Fiamma di Storace si sarebbe fermata al 2%) dimostra che, come al Nord la Lega tiene le chiavi dell'identità e della rappresentanza, così a Roma la destra ha il polso dell'anima profonda della città, dalle borgate ai quartieri piccoloborghesi, e sa coniugarla in sintonia con quelli che un tempo avrebbe definito polemicamente i «poteri forti» della capitale, dalle gerarchie vaticane ai costruttori; poteri in parte persuasi da tempo, in parte rapidi nel riallineamento. Le ragioni e la natura di questo passaggio storico sono tutte nella biografia del nuovo sindaco. Un uomo capace di cambiare anche radicalmente, senza abiure spettacolari, senza conversioni pubbliche, senza rinnegare il proprio passato. Alemanno, pugliese d'origine (padre di Lecce, madre di Gallipoli), cresce in una Roma che coltiva una memoria del fascismo fatalmente diversa da quella del Nord operaio, che certo non rimpiange le leggi razziali e l'occupazione ma neppure dimentica il lascito del regime: una nuova urbanistica, grandi edifici dal Foro Italico all'università, grandi ospedali come il San Camillo e il Forlanini; un ceto medio impiegatizio con l'espansione della burocrazia statale, un proletariato di periferia con le borgate, un hinterland con le bonifiche; e, soprattutto, l'idea (sia pure espressa nelle forme rozze e antistoriche della retorica dell'Impero) di Roma capitale. Un'eredità che andava molto oltre l'elettorato missino, come si vide appunto nel '93. La storia di Alemanno è l'adesione sofferta, anche se via via più convinta, al nuovo corso di Fini, avvenuta senza perdere neppure uno dei voti (quelli di Storace sono rientrati tutti al ballottaggio) di un blocco sociale storico, che si è andato evolvendo assieme alla destra. E allora i vecchi militanti e i giovani, i parastatali, i tifosi delle curve (compresa quella romanista), i cultori dei morti degli Anni Settanta celebrati da manifesti, fiori, scritte sui muri, i piccoloborghesi di piazza Bologna e piazza Tuscolo, i nuovi proletari delle borgate, in una parola le classi popolari che nell'apparente indifferenza della sinistra stanno pagando il prezzo dell'immigrazione, sia in termini di sicurezza che di concorrenza sul mercato del lavoro. Ai sostenitori del '93, Alemanno ha saputo aggiungerne altri, infastiditi o semplicemente stanchi del Quindicennio, con lo stesso lavoro di apertura e tessitura che l'ha portato a diventare un ministro apprezzato anche dall'opposizione, e a costruire rapporti di stima con personaggi molto lontani dal recinto della vecchia destra, da Luca di Montezemolo ai viticoltori piemontesi, da Giuseppe De Rita agli agricoltori emiliani preoccupati dall'espansione degli ogm. Tutto questo non poteva essere ridotto a una croce celtica — per quanto non rinnegata e anzi mostrata sia pure con sofferenza alla tv, in ricordo dell'amico ucciso Paolo Di Nella —, né andava confuso con il folklore. Rispolverare l'armamentario quello sì sempre uguale, ammiccare al fascista sul Campidoglio si è rivelato un errore strategico. La lezione di Roma è semmai quella contraria: dopo il lungo periodo in cui la capitale è stata governata prima da uomini del Pci, compreso quel Luigi Petroselli indicato da destra come il miglior sindaco dai tempi di Ernesto Nathan, poi da giunte in cui gli ex comunisti avevano un peso determinante, ora la maggioranza cambia di segno e premia un esponente del fronte opposto ma non per questo escluso dalla legittimazione e dall'alternanza. E chi oggi parlasse di «seconda marcia di Roma» non coltiverebbe l'indignazione, preparerebbe la prossima sconfitta.

 

Repubblica – 29.4.08

 

Lezione capitale – Ezio Mauro

Mancava soltanto Roma. Ieri è stata conquistata direttamente da An, che con Alemanno porta per la prima volta nel dopoguerra un suo uomo in Campidoglio, da dove si affaccerà non solo sul passato imperiale e sui simboli del ventennio, ma sul nuovo paesaggio politico italiano disegnato dagli elettori. Roma infatti non è soltanto la capitale che ha cambiato segno politico consegnandosi alla destra, mai salita su quel colle, nemmeno all'epoca del trionfale avvento berlusconiano. È, in più, una roccaforte storica della sinistra che l'ha governata ininterrottamente da quindici anni, e che proprio con Roma - come ha spiegato Ilvo Diamanti - usciva dalla tradizionale riserva delle regioni rosse, presentando una geografia politica più articolata e complessa, con la più grande città italiana fiore all'occhiello di una "sinistra dei sindaci" moderna e sperimentale, capace di coniugare buona amministrazione e nuovi linguaggi culturali, sviluppo e comunità, sotto gli occhi di tutto il mondo. Tutto questo è saltato ieri, completando invece lo scenario politico berlusconiano, che teneva in mano il nord forza-leghista e il sud autonomista e clientelare come due spinte popolari alleate ma separate, senza un centro unificatore che non fosse l'autorità negoziale e politica del Cavaliere. Ora c'è anche il baricentro politico per questa alleanza che ha conquistato l'Italia: la capitale diventata di destra, con un sindaco di Alleanza Nazionale, come ha subito rivendicato Fini, archiviando per una notte il Pdl. Il risultato è chiaro: il Nord alla Lega, il Sud a Lombardo, Roma ad An, e l'Italia a Berlusconi. Per la potenza dei simboli, che richiamerà a Roma giornalisti da tutto il mondo, il rovesciamento non poteva essere più radicale. Non solo arriva in Campidoglio per la prima volta un uomo venuto dal post-fascismo: ma ci arriva dopo sette anni di governo di un sindaco ex comunista, con un cambio dunque che non è una semplice alternanza ma un cortocircuito a fortissima intensità, che ha appena incominciato a bruciare. Aggiungiamo che Alemanno ha battuto il vicepresidente del Consiglio uscente, che era stato sindaco - e un ottimo sindaco, giovane e innovatore - per due mandati. Ricordiamo ancora che il vincitore fino a quindici giorni fa era dato per sicuro ministro del governo Berlusconi, nella convinzione generale (anche sua) che la battaglia per il Campidoglio sarebbe stata solo di bandiera. Tutto questo può dare l'idea dello spostamento d'aria della bomba capitolina, una bomba di portata nazionale: che tuttavia farà morti e feriti soltanto nel campo del Pd. Il voto affonda con Rutelli uno dei padri fondatori del nuovo partito, ma colpisce direttamente lo stesso Veltroni, perché al giudizio degli elettori si è presentata anche la sua lunga sindacatura, che pure aveva ottenuto un larghissimo consenso due anni fa, dopo il primo mandato. Già questo dato testimonia l'inclinazione a destra del Paese, che dura da quindici anni, ma che è diventata un precipizio negli ultimi mesi, travolgendo persone, gruppi dirigenti, governi nazionali e locali. C'è nel voto di Roma un dato di "destra reale" così netto, addirittura biografico, fisico, concreto, che deve far riflettere. I moderni pasticceri delle intese più o meno larghe, per i quali tutto è uguale, Alemanno e Rutelli, Veltroni e Berlusconi, assicuravano da settimane che si trattava solo di un voto amministrativo, dove contavano i programmi, e nient'altro. Con ogni evidenza non è così. Non è per il programma che è stato scelto Alemanno, ma perché la sua alterità di post-fascista incarnava fino ad esasperarla in un urlo quella discontinuità di cui i cittadini sentivano il bisogno, e che il Pd non ha avvertito: fino al punto di decidere in una stanza chiusa per pochi intimi - il Pd, partito che ha fatto un mito delle primarie - il cambio di poltrona tra Veltroni e Rutelli. Senza capire che ciò che funziona in termini di esperienza e di attitudine può sembrare all'opinione pubblica, più che mai oggi, un'autogaranzia castale, un'autotutela collettiva, da "classe eterna", nomenklatura, più che da partito aperto. E tuttavia, c'è un ideologismo pragmatico, sottaciuto ma praticato, ricercato come scelta radicale di cambiamento nella scelta di Alemanno: come uomo di An, e non "nonostante" An. Il nuovo sindaco, che ha subito dichiarato di voler governare a nome di tutti i cittadini, ha conquistato nel ballottaggio centomila voti in più rispetto ai 677 mila del primo turno. Certo, la forza della vittoria nazionale di Berlusconi, così netta, ha trascinato con sé quel pezzo di città indecisa, flottante, al vento, che negli anni precedenti ha votato Veltroni ed è pronta a stare con chi vince. Ma il farsi destra della capitale è impressionante, come i 7 punti e rotti che separano Alemanno da Rutelli. Viene da chiedersi che cosa i cittadini vedano e vogliano da questa classe dirigente finiana che è stata scongelata nel '94, ha rotto con il fascismo e con i padri missini a Fiuggi, ma poi si è fermata, trasformata d'incanto da Berlusconi da post-fascista a statista: anche perché la cultura liberale italiana non l'ha mai stimolata a quei passi avanti e a quel rendiconto a cui invece ha giustamente richiamato per decenni gli ex comunisti. Certamente i cittadini vedono in questa destra una rottura, più ancora un sovvertimento, quella "modernizzazione conservatrice" di cui parla Berselli: che a Roma diventa subito ribellismo corporativo, con i taxisti che accompagnano col coro dei clacson contro le liberalizzazioni l'ascesa di Alemanno al palazzo senatorio, con la folla che chiede a Veltroni "dacce le chiavi", mentre urla "Roma libera", tra le braccia tese nel saluto romano. E altrettanto certamente, questa rottura a destra ha un significato anti-establishment, plebeo nel senso politico del termine, dunque popolare. È come se il "rimandiamoli a casa" gridato dal leghismo xenofobo al Nord contro gli immigrati funzionasse anche nella capitale, ma contro il ceto politico di centrosinistra, concepito come forestiero. Il cuore del vero meccanismo politico inossidabile del quindicennio - Berlusconi e il suo sistema - riesce a fuoriuscire da questa maledizione, perché il populismo è esattamente questo: establishment ed outsider nello stesso tempo, ribellismo e professionismo, antipolitica e casta. Un miracolo dell'inganno, ma un miracolo che funziona. La sinistra, d'altra parte, deve temere soprattutto se stessa. Di fronte alla spinta di destra "realizzata" che ha dato centomila voti in più ad Alemanno, Rutelli ne ha persi 85 mila. In più l'astensionismo ha galoppato a sinistra, favorendo la destra. Non solo. C'è un dato più inquietante, che lacererà la sinistra italiana per mesi e peserà sul futuro: Rutelli al Comune ha preso 55 mila voti in meno di quanti ne ha conquistati sul territorio cittadino Nicola Zingaretti, neopresidente eletto della Provincia di Roma. Poiché le schede bianche e nulle per Rutelli sono la metà di quelle per Zingaretti, questo significa che decine di migliaia di cittadini - di sinistra, evidentemente - hanno votato per Zingaretti alla Provincia e contro Rutelli (dunque per Alemanno) al Comune. Un voto, bisogna dirlo con chiarezza e subito, del tutto ideologico, che viene in gran parte dalla sinistra radicale, così convinta dalla tesi autoassolutoria che vede nel Pd la colpa della sua scomparsa dal Parlamento, da far pagare al Pd la battaglia di Roma, lavorando contro Rutelli. Per questi cannibali fratricidi, grillisti e antagonisti, Rutelli era il bersaglio ideale, come anche per qualche estremista del Pd: troppo cattolico, importatore della Binetti, amico dei vescovi, come se la scommessa fondativa e perenne del Pd non fosse quella di tenere insieme, a sinistra, cattolici ed ex comunisti. Un ideologismo a senso unico: che serve ad azzoppare la sinistra, facendola perdere, mentre non scatta per bloccare l'uomo di An in marcia verso il Campidoglio. Anzi. È da qui, oggi, che deve partire Veltroni. Guardando in faccia questo problema grande come una casa, la sindrome minoritaria della sinistra. Con il vantaggio che Roma dimostra - sommando il fuoco amico su Rutelli e le astensioni - come con la sinistra radicale e il suo ideologismo suicida non si possano ipotizzare alleanze, se non per perdere. Ma nello stesso tempo, quel voto reclama una copertura politica dello spazio vuoto a sinistra: cominciando dalla pronuncia di quella parola, l'unica che il dizionario politico veltroniano ha evitato per tutta la campagna elettorale, e tuttavia l'unica che può mobilitare - coniugata con la modernità, con il cambiamento, con l'innovazione, con la capacità di parlare al centro - quella fetta di apolidi messi in libertà dal fallimento dell'Arcobaleno. Cittadini che esistono, che sono una forza potenziale di alternativa al berlusconismo, solo che qualcuno sappia convertire in politica spendibile il loro peso senza rappresentanza. Veltroni ha incassato due sconfitte pesanti, e tuttavia ha varato un vascello che può andare lontano, un partito della sinistra di governo, che l'Italia non ha mai avuto. Eviti di negare la realtà, come talvolta fa, usi le parole di chi sa di aver perso, ma sa anche dove vuole andare. A cominciare dalla navigazione interna del partito. Un leader ammaccato, depotenziato, frastornato e commissariato non serve a nessuno, se non agli oligarchi. La discussione interna deve essere all'altezza di un partito che è democratico davvero, vuole essere nuovo e non può più accettare procedure d'altri tempi. Valuti Veltroni se non è il caso di strappare di nuovo, per andare avanti, oppure rinunciare. Ci sono sempre quei tre milioni e mezzo delle primarie, pronti a contare nei momenti che contano. Se qualcuno si ricorda di loro.

 

Europa – 29.4.08

 

Fine di un mondo, non fi ne del mondo - STEFANO MENICHINI

Non è la fine del mondo. Però è la fine di un mondo. Di un mondo che è stato anche il nostro, e che ieri spariva come in un’eclissi, oscurato da migliaia di voti popolari del centro e delle periferie romane, travolto dal corteo dei tassisti urlanti, ricoperto delle bandiere della destra più aggressiva d’Italia, infine vittoriosa a pieno titolo. Cambia il segno del risultato del 14 aprile, questo è chiaro. E c’è da dire e da fare molto, in proposito. Prima però occorre guardare fino in fondo negli occhi la sconfitta nella città simbolo del Partito democratico, le sue ragioni e le sue conseguenze, intanto sulla città medesima. Per la prima volta nella sua storia, la Capitale avrà un sindaco proveniente dalla giovane destra postfascista, un uomo cresciuto nelle strade e nelle sezioni missine. Un uomo che però è stato preferito, e votato anche da elettori progressisti, senza che il suo passato rappresentasse il minimo handicap. Pare perfino che aver scelto questo tasto nel ballottaggio, per il centrosinistra, si sia rivelato controproducente: si cercava di richiamare al voto la sinistra radicale, evidentemente un numero molto maggiore di elettori ha avvertito una nota stonata, diversa da quelle che il Pd ha suonato negli ultimi mesi. C’è una richiesta di discontinuità, a Roma, molto forte. Discontinuità rispetto al passato recente dell’amministrazione, ma più in generale rispetto a un sistema di potere diffuso che, dopo aver garantito onestà, cambiamenti e buongoverno per quindici anni, ha finito per rappresentare un blocco, o comunque per essere vissuto come tale. Non solo dagli avversari politici che lo denunciavano (ansiosi di sostituirlo con un altro, vedremo se simile a quello edificato da Storace alla Regione Lazio), ma da interi pezzi di città. Paura e sicurezza sono stati i temi-chiave. Ora toccherà alla destra, dopo averlo promesso, mostrare come si usano le maniere forti in una metropoli moderna e multiculturale. Rutelli è sicuramente lo sconfitto di ieri, anche personalmente, ma sul tema è nel centrosinistra il politico che ha lavorato di più, nell’ascolto e nella proposta: non è bastato. Il centrosinistra deve superare un gap di credibilità molto più grande. La sconfitta è di Rutelli, ed è del Pd. Se ne diranno tante, anche sulle responsabilità di Veltroni e sui suoi destini. Una cosa è certa: la reazione democratica alla sconfitta del 14 aprile è stata, e sembra tuttora essere, molto al di sotto dell’urgenza. Troppe analisi consolatorie, troppe decisioni di routine – come di partito ripiegato in difesa, non si sa bene di cosa – compresa quella sui capigruppo parlamentari. Il vertice del Pd sbaglierebbe gravemente se desse l’impressione di voler solo “tenere botta”, magari addirittura ridimensionando il significato del voto di Roma a dato fisiologico, locale, magari personale. O tutte le sconfitte recano solo un nome e un cognome, oppure sono patrimonio e insegnamento per una collettività solidale. Ieri Rutelli, sindaco per sette anni, ha ricevuto uno schiaffo in pieno volto, e glielo hanno dato i suoi concittadini, non altri. Può darsi che a posteriori si possa dire che non era la persona giusta (anche se pareva l’unica possibile) e che ha sbagliato a caricarsi di un onere che doveva essere affidato ad altri. Magari personaggi nuovi sulla scena, come è stato, con successo, Nicola Zingaretti. Non è più solo una questione di persone però. Non lo era per Veltroni quindici giorni fa, non lo è ora per Rutelli. Le dimensioni della sconfitta non si spiegano così. È molto più importante, per esempio, che nel Pd si chiarisca un punto di strategia, del tutto evidente dopo Roma: la sua espansione a sinistra, cominciata e consumata il 14 aprile, è già finita. Da quella parte, ormai, il Pd è come appoggiato a un muro. Fine della strada. Quel che ha raccolto dalla crisi dei rossoverdi, farà bene a coltivarlo senza diventarne vittima. Quel che può tenere affianco come alleanze (Rifondazione a Roma è stata leale con Rutelli, anche se con esito deludente), lo tenga se può. Ma tutto questo, messo insieme all’eterno 30 per cento della sinistra riformista data, non gli basterà mai più per tornare a vincere, né a livello nazionale né in grandi elezioni amministrative. L’Italia è altrove, l’Italia è altro.

 

Liberazione – 29.4.08

 

Perduta anche Roma. Si riparte da zero – Piero Sansonetti

La destra ha rotto tutti gli argini. Ha conquistato Roma. L'ex fascista Gianni Alemanno, cioè il capo dell'ala estremista di An, ha sbaragliato Francesco Rutelli, che sulla carta aveva un bel gruzzolo di voti più di lui. Forse era prevedibile che andasse così; però, ora che è successo davvero, prevale un sentimento di sgomento. Avremo un sindaco che porta la croce celtica al collo, cioè un simbolo dell'immaginario nazista, proibito dalle leggi italiani e che infatti è vietato esporre negli stadi. Intendiamoci bene, questo non vuol dire che l'elezione di Alemanno non sia stata pienamente democratica, o che non sarà pienamente democratica la sua azione di governo a Roma. Nessuno si sogna di mettere in discussione la legittimità e la chiarezza del risultato elettorale. Si tratta però di capire cosa vuol dire questo risultato, quali mutamenti segnala, quali spostamenti nell'opinione pubblica romana (e non solo romana). E da dove nasce questa sconfitta, da quali errori, da quali scelte. Poi si tratta di provare ad indovinare cosa ci riserva il futuro, in quali condizioni sarà possibile svolgere la propria battaglia politica di minoranza. Cioè, provare ad immaginare il volto che dovrà assumere la sinistra. Innanzitutto, questo risultato ci avverte che si è verificato un pauroso spostamento a destra di pezzi significativi del popolo. E se mettiamo in relazione la vittoria di Alemanno con i risultati delle elezioni politiche di 15 giorni fa, si capisce che questo spostamento ha avuto dimensioni enormi, tanto che è difficile immaginare che venga da "vicino". La logica ci dice che è un fenomeno in movimento da molto tempo (e che è precipitato in questi ultimi anni, e in questi ultimi mesi, per varie ragioni che dovremmo cercare di capire), e che in gran parte era sfuggito a tutti gli osservatori (politici, intellettuali, sociologi, giornalisti, sondaggisti). Se è così, la discussione che dobbiamo aprire è una discussione di grandissima portata, e non può svolgersi chiusa in se stessa, nella contemplazione del proprio piccolo mondo, ma deve guardare a quello che succede fuori di noi, sintonizzarsi con la portata storica degli avvenimenti. Naturalmente assumere questo atteggiamento e questa prospettiva non può comportare la cancellazione degli atti e delle scelte di ciascuno, né spingerci a una sottovalutazione degli avvenimenti più recenti. Andranno esaminati in particolare quattro fatti. Il primo è la partecipazione della sinistra al governo, che ha portato a un corto circuito tra un pezzo di opinione pubblica radicale e il sistema dei partiti e soprattutto l'ala sinistra di questo sistema. Il secondo fatto è la nascita del partito democratico, pagata - dai suoi fondatori - al prezzo della rinuncia alle tradizionali posizioni del riformismo socialdemocratico e della sinistra moderata. Il terzo fatto è la genesi della crisi di governo, avviata dalla leadership di Walter Veltroni sul partito democratico. Il quarto fatto - più generico, più ideale - è lo spostamento brusco a destra del partito più grande del centrosinistra , il suo accodamento ad alcune delle campagne reazionarie del centrodestra, che ha portato allo sdoganamento di tendenze autoritarie, xenofobe, oligarchiche, anti-solidaristiche, anti-liberali, da sempre presenti nell'opinione pubblica di destra ma che hanno finito per farsi largamente strada nell'opinione di centrosinistra e hanno persino attaccato il nostro mondo. E' l'insieme di questi fatti, di queste tattiche politiche, che ha favorito il terremoto. Favorito non vuol dire provocato, perché le condizioni per lo smottamento c'erano tutte, si erano create e consolidate nel tempo, e avevano avuto origine nello spostamento brusco della Chiesa (che con Ratzinger ha abbandonato il pensiero sociale cristiano), nell'aggressività culturale dell'imprenditoria (e in particolare di Confindustria, dei suoi giornali e dei suoi vasti referenti politici), nella scomparsa dei partiti di massa e nella sconfitta dei sindacati. Così è successo che la destra ha dilagato. E che oggi ci ritroviamo con la nostra casa devastata, con la strada dinnanzi a noi sventrata e interrotta, con una grandissima tristezza nel cuore e anche con un po' di paura addosso. Come dobbiamo reagire? Col cuore e col cervello. Innanzitutto ritrovando la piena solidarietà tra noi, se no non riusciremo nemmeno a muovere un passo malfermo. E poi lanciandoci nella battaglia, che sarà durissima, e nel lavoro di elaborazione e di analisi politica. Bisogna riprendere ovunque il dialogo di massa, e bisogna capire che sinistra vogliamo, come la rendiamo credibile, come creiamo le condizioni perché possa sopravvivere e crescere in una battaglia di opposizione che serva a fermare la destra e a progettare il futuro. P.S. Un grazie, un gigantesco grazie ai compagni e agli amici di Massa. Gli unici, o quasi, che hanno vinto. Gli siamo davvero riconoscenti!

 

Voto alla Lega e classe operaia. Troppi, anche a sinistra, non hanno capito - Michela Spera*

Dal 14 aprile un articolo al giorno sui quotidiani di ogni connotazione politica, al centro la questione operaia. Non come è stata posta nella tradizione comunista ma con un approccio nel migliore dei casi scandalistico, nel peggiore moralistico: lo scandalo è il voto alla Lega e l'iscrizione alla Fiom, l'immoralità è l'iscrizione alla Fiom e il voto alla Lega. Contrasto e non provo alcuna simpatia per la Lega, per la sua ideologia, per il messaggio razzista e di violenza che vuole imporre nei rapporti sociali. Continuo a provare rispetto per le operaie e gli operai e per i loro problemi, anche per quelli che votano Lega; operai che ascolto e con i quali discuto, anche aspramente, tutte le volte che entro in un'azienda metalmeccanica e che rappresento ai tavoli di trattativa o in una vertenza, come li rappresentano i funzionari di zona, dell'ufficio vertenze e i delegati(circa 1000) della fiom. A Brescia la Fiom non firma accordi sui licenziamenti, non firma salario legati alla presenza e agli indici di bilancio, e nello stesso tempo con questi operai ha riconquistato il contratto nazionale e conquistato 220 accordi aziendali per 39mila metalmeccanici. Con una pratica democratica (il voto su piattaforme e accordi)e trasparente (gli accordi sono tutti pubblicati sul sito), con le elezioni e il rinnovo ogni tre anni dei rappresentanti sindacali. Rispetto questi operai perché conosco i delegati da cui si fanno rappresentare: conosco il rigore dei delegati della Fiom, la loro determinazione, la capacità di relazione in fabbrica, la conoscenza del processo produttivo, l'autonomia dal padrone e dagli uomini di partito (di qualunque partito), nel difendere gli interessi dei lavoratori e della loro fabbrica. I delegati della Fiom in questi anni non hanno fatto solo i delegati di fabbrica; forse troppi anche a sinistra vivono un analfabetismo di ritorno e non hanno percepito i profondi cambiamenti che investono e travolgono come una valanga la gente comune. Provo a descrivere l'insieme delle risposte che, oltre a respingere i licenziamenti e difendere il diritto alla contrattazione, la rappresentanza sociale in fabbrica richiede giorno per giorno e un giorno dopo l'altro: la difesa dei diritti individuali e collettivi, consulenza fiscale, previdenziale, legale; siamo diventati esperti di diritto fallimentare, accesso al credito, servizi destinati alla protezione sociale, all'informazione sanitaria. In fabbrica sei mediatore culturale e contemporaneamente difendi una identità operaia e industriale, i padroni a Brescia poi ci rimproverano di non essere concertativi. Brescia, la città e la provincia, non sono mai state di sinistra e contemporaneamente hanno da sempre espresso un forte e autonomo movimento sindacale. Le amministrazioni democristiane sono state capaci di realizzare la mediazione degli interessi e una pratica concreta di solidarietà sociale sul territorio, la Cgil e la Fiom la contrattazione e la mediazione tra lavoro e impresa e la pratica della solidarietà in fabbrica. Il voto, da molti anni, segnala una pericolosa rottura dei rapporti sociali nel territorio e da molti anni il sindacato contrasta questo fenomeno in solitudine. A quanti sono interessati a capire, voglio segnalare una vicenda recente, risale allo scorso mese di marzo, perché indicativa di quanto accade nel territorio e in fabbrica. All'Iveco, la più grande fabbrica di Brescia e della Lombardia, un lavoratore straniero ricoverato all'ospedale è risultato positivo alla tbc. I controlli sanitari effettuati dall'Asl sui compagni di lavoro hanno creato tra i lavoratori una preoccupazione diffusa e un tentativo ignobile della Lega, la strumentalizzazione della paura per insediarsi in fabbrica facendo leva su questa preoccupazione legittima. Utilizzando un'ora e mezza di assemblea sindacale abbiamo invitato il responsabile della prevenzione malattie infettive dell'Asl che ha tenuto per i lavoratori dell'Iveco una lezione sulla tbc. La sala mensa era piena all'inverosimile, come quando Fiat nel 2001 ha terziarizzato, e c'è stata, da parte dei lavoratori, attenzione e partecipazione attiva in un clima di rispetto per il medico e per i lavoratori stranieri che in Iveco sono numerosi. L'Asl ci ha poi ringraziato per «aver fornito un'occasione di informazione e formazione sanitaria». Non è stato né automatico né semplice percorrere quella strada; se non avessimo avuto di fronte i delegati della Fiom che con determinazione chiedevano di costruire una risposta per i lavoratori preoccupati per la loro salute e per quella dei loro familiari non l'avremmo ricercata, e per individuarla e percorrerla abbiamo dovuto poi superare le resistenze di molti. Non abbiamo cambiato l'esito del voto a Brescia ma abbiamo risposto ai lavoratori e impedito in Iveco la strumentalizzazione della Lega su una paura, quella che ognuno di noi sente per la propria salute.

*Segretario Generale Fiom Brescia


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