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Un’altra Repubblica - Ida Dominijanni

Manifesto – 1.5.08

 

Un’altra Repubblica - Ida Dominijanni

Trecentotrentacinque voti e diciannove applausi - tre dei quali bipartisan, altri trasversali a ranghi sparsi - segnano l'approdo del processo di legittimazione democratica della destra post-fascista in Italia. Gianfranco Fini siede nello scranno più alto della camera dei deputati, terza carica dello Stato, due giorni dopo la conquista del Campidoglio di Gianni Alemanno. Sono due prime volte nella storia della Repubblica. Dicono che cade un tabù, ma in verità a cadere è il fondamento antifascista della Costituzione, e poi chi l'ha detto che i tabù devono cadere tutti? Da ieri, non dal ’92 quando non crollò nessun tabù ma solo un sistema politico corrotto, siamo in un'altra Repubblica e alla Camera si vede anche a occhio: Fini presiede, la sinistra non c'è. Ci sono voluti diciannove anni, la lunga autodissoluzione del Pci, l'avvento del profeta Berlusconi, lo scongelamento nelle acque di Fiuggi dell'Msi, un bipolarismo e poi un bipartitismo fatti dall'alto, un tentativo fallito di costituzionalizzare la destra una e trina del '94, un serial televisivo ininterrotto, dosi massicce di revisionismo storico sulle buone ragioni dei ragazzi di Salò e sulle colpe di comunisti, socialisti e socialdemocratici e alla fine ce l'abbiamo fatta. Un paese finalmente normale? Fini non è Alemanno e in Parlamento non brinda come farà per radio Alemanno alla legittimazione conquistata: si limita a praticarla dall'alto scranno, con le dovute astuzie e cautele. Omaggia Napolitano e solo per il suo tramite la Costituzione (impegnando la legislatura a cambiarla, e senza steccati sulla prima parte), garantisce con algido disincanto che le ideologie antidemocratiche del Novecento sono morte e sepolte (insabbiando sotto la condanna dei totalitarismi europei quella dell’italico regime), incassa «il traguardo ormai raggiunto» della memoria condivisa e della pacificazione nazionale, e vola nel XXI secolo in compagnia di Benedetto XVI innalzando la bandiera della libertà. Quale? Non quella celebrata «doverosamente» dal 25 aprile, che ormai è al sicuro, ma quella minacciata dal male assoluto di oggi, che non è più il fascismo come aveva concesso in Israele bensì il relativismo culturale. «La libertà è minacciata nello stesso momento in cui nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è». Presidente «di parte ma imparziale», come si autodefinisce, Fini sarà anche il testimone e l’arbitro del Vero e del Giusto?Dal secolo delle ideologie e dei totalitarismi si può sempre uscire con un po’ di fondamentalismo, raccomandandosi che venga bene impartito in famiglia e a scuola. Il resto è contorno, tanto post-ideologico quanto saldamente di destra. L’omaggio più deferente è al papa e alle radici cristiane non dell’Europa ma «della nostra patria», l’orizzonte è quello mediterraneo dei tre monoteismi ma non si va oltre, le parole più rotonde sono nazione e tricolore, il lavoro passa da fondamento della Repubblica a motore dell’economia alleato con l’impresa e i magistrati da garanti dei diritti a sentinelle dell’ordine alleate con la polizia, lo Stato ritroverà autorità e i cittadini sicurezza. A Roma, per tradurre, ci saranno meno stupri. La seduta è finita, la transizione pure. Dalla fine, si sa, si vede meglio anche l’inizio. C’era un partito fascista extracostituzionale, oggi c’è una destra democratica. C’era una sinistra costituzionale, oggi c’è un partito democratico. Eppure, la democrazia non sembra scoppiare di salute.

 

Rom, droghe, immigrati, a rischio il welfare romano - Carlo Lania

Roma – In ballo ci sono tutte quelle attività sociali che fino a oggi hanno reso Roma un po’ più vivibile per i suoi cittadini meno fortunati. Corsi di scolarizzazione per i bambini rom, assistenza agli immigrati,mense e ostelli per i senzatetto, unità di strada per tossicodipendenti e prostitute, ma anche assistenza ai campi nomadi attrezzati. Cosa accadrà di queste iniziative, molte delle quali sono in convenzione con il comune, adesso che il sindaco di Roma è Gianni Alemanno? Il timore è che una volta insediata, la nuova giunta di destra possa piano piano tagliare tutti quei finanziamenti che fino a oggi hanno permesso al welfare capitolino - spesso già messo a dura prova dai ritardi con cui vengono effettuati i pagamenti - di continuare a sopravvivere. Nelle prossime settimane si capirà se i timori che già oggi agitano numerose associazioni, sono giustificati oppure no. La posta in gioco, comunque, è alta, visto e considerato che molti dei soggetti a cui queste attività sono rivolte spesso non coincidono con l’idea di sicurezza del nuovo sindaco. Il primo progetto a rischio riguarda proprio la scolarizzazione dei piccoli rom. A giugno finirà il piano triennale finanziato dalla giunta Veltroni, che prima di passare la mano ha emesso il nuovo bando. Il finanziamento previsto è di 6.312.073 euro fino al 2011, ma si farà? «Almeno in teoria non dovrebbero esserci sorprese», spiega Sergio Giovagnoli, presidente dell’Arci-Lazio, una delle quattro associazioni che gestiscono il progetto. «Sulla scolarizzazione fino a oggi si è detta d’accordo anche la destra, anche perché un progetto come questo si concilia perfettamente con un’ottica di accoglienza e legalità». L’iniziativa riguarda 2027 bambini rom residenti nei 28 campi autorizzati e riconosciuti dal comune, campi nei quali alloggiano circa 7.500 persone. E gli 85 campi «abusivi» che Alemanno vuole sgomberare? Difficile dire quante persone vi vivono, di sicuro qualche migliaio, ma definirli campi è troppo. Si tratta, infatti, perlopiù di insediamenti situati lungo gli argini dei fiumi o sotto i ponti romani, alcuni dei quali sgomberati dopo l’omicidio della signora Giovanna Reggiani. «Si tratta di realtà complicate - spiega Giovagnoli - dove alla giusta intransigenza per chi commette dei reati si aggiungono situazioni umanitarie e rapporti con i quartieri che non possono essere ignorati». Questi rischiano di essere tra i primi a subire l’intervento di Alemanno. In pericolo potrebbe trovarsi anche un’esperienza forse unica in Europa, come il Centro di contrasto alla mendicità. Si tratta di un progetto avviato quattro anni fa e finanziato dal Campidoglio con 200 mila euro l’anno, e che prevede l’accoglienza in una struttura protetta dei bambini costretti a mendicare ai semafori o a prostituirsi. Altro settore a rischio è quello che riguarda gli interventi verso i tossicodipendenti. «E’ una territorio di frontiera, sul quale adesso bisognerà capire cosa Alemanno intende fare davvero, al di là dei proclami elettorali», spiega Carlo De Angelis, coordinatore per il Lazio del Cnca. I progetti in campo sempre finanziati dal comune, in questo caso, partono da un approccio che la destra ha sempre gradito poco, come quello della riduzione del danno e delle unità di strada. A Roma ci sono una decina di centri gestiti dal Cnca di assistenza diurna e notturna per tossicodipendenti e alcolisti. Chi vuole, ha la possibilità di fare una doccia, lavare i propri vestiti, ma anche di poter dormire in un letto per periodi limitati. Un altro progetto - che scadrà ad agosto - riguarda invece l’inserimento lavorativo sempre di tossicodipendenti e alcolisti, attivi o ex.Da considerare, infine, iniziative più sofisticate come quelle di «mediazione sociale» nelle quali è impegnata l’associazione Città visibile e che prevedono interventi in tutte le situazioni di possibile conflitto. La stessa associazione cura anche interventi contro la tratta delle donne, con unità di strada che distribuiscono preservativi e contattano le prostitute lungo le strade. Anche in questo caso i finanziamenti sono comunali.

 

Prc autocritico: l’antirazzismo non basta - Sara Menafra

Roma - «Dobbiamo ripensare la nostra posizione sul tema della sicurezza. L’antirazzismo etico è un’arma spuntata e noi, invece, dobbiamo ripartire dalle periferie. Quella roba lì. l’antirazzismo etico appunto, va bene per il ceto medio riflessivo e a Roma di ceto medio ce n’è sempre meno e sempre meno riflessivo». Ex deputato, ex presidente del municipio della Garbatella - uno dei tanti in cui Alemanno ha rubato voti alla sinistra, perdendo per un soffio - il segretario del Prc di Roma, Massimiliano Smeriglio, è più arrabbiato che triste, quando si alza e prende la parola nella sala della sede federale romana di via Squarcialupo: «La nostra ideologia è un buco troppo stretto in cui la realtà non entra - si guarda attorno il segretario – Dobbiamo rompere con la nostra autoreferenzialità e sapere fin d’ora che contro Alemanno neppure l’antifascismo potrà bastarci, non perché dobbiamo abbandonare i nostri valori ma perché questo tema non passa». E’ stata sua, un paio di giorni fa, l’idea di trasformare la riunione della federazione di ieri in una assemblea aperta a tutti gli iscritti e di far girare l’appello il più possibile. E l’aula a due passi da piazza Bologna s’è riempita subito. I big sono giusto un paio: Patrizia Sentinelli, ex leader della federazione ed ex sottosegretario alla Farnesina, Elettra Deiana, ex deputata e vicepresidente della commissione Difesa, Sandro Medici, direttore responsabile del manifesto , rieletto presidente del Decimo municipio, e anche Andrea Alzetta il leader dell’associazione Action primo degli eletti nella lista di Sinistra Arcobaleno. Tutti gli altri sono militanti puri e semplici, alcuni di lungo corso come Claudio Ursella, professione «lavavetri» in una piccola cooperativa, e una soluzione tutto sommato semplice in testa: « Sulla sicurezza nelle periferie – spiega sceso dal palco - Smeriglio ha ragione, da noi a Magliana la puzza dei copertoni invade le case di tutti, non solo di quelli di destra, ma l’unica soluzione è fare progetti che risolvano il problema a monte. Abbiamo dimenticato di valorizzare le esperienze concrete, le situazioni in cui siamo riusciti a costruire un piccolo pezzo di altro mondo possibile». Il tema brucia. Violenza, degrado, rapporto coi rom e coi rumeni sono stati gli argomenti forti della campagna del sindaco Alemanno. Di cedere alle idee della destra non se ne parla, ma la sconfitta è troppo amara per non pensare che nella lettura della sinistra ogni tassello sia a posto. E allora il tema salta di intervento in intervento, qualcuno dal palco spiega che «almeno potenzialmente i rumeni sono la nuova classe operaia, e noi dobbiamo occuparci di loro dal punto di vista della classe». «Non è solo l’integrazione che non va» sorride Elio Romano, medico e cittadino della Roma del Nord est, più precisamente Pietralata, amministrata dalla sinistra ma con tanti che hanno scelto la destra: «Più di un paziente mi ha detto che avrebbe votato Alemanno e io non ho saputo convincerlo del contrario. Abbiamo lasciato che le periferie rimanessero nel degrado, non abbiamo risolto nessuno dei problemi di sempre. Non ci credevamo più neppure noi, e i nostri elettori ci hanno abbandonati». Quando arriverà il suo turno, Patrizia Sentinelli spiegherà che l’orizzonte resta l’amministrazione della cosa pubblica: «Se non uniamo istituzioni e conflitto non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo ripartire dall’opposizione sociale, ricordandoci che a Roma non ha solo perso Rutelli, il problema è che ha vinto Alemanno e la cosa è ben diversa».

 

A Fini l’aula che fu sorda e grigia - Matteo Bartocci

Roma - Abbronzatissimo per il sole di Lampedusa ed emozionato come si conviene. Gianfranco Fini è da ieri il nuovo presidente della camera. Eletto a maggioranza semplice al quarto scrutinio: per lui 335 sì e 259 schede bianche dell’opposizione Pd-Idv-Udc. Col suo discorso di insediamento e la contemporanea elezione di Gianni Alemanno a sindaco di Roma si può dire che cala il sipario sulla cosiddetta seconda Repubblica. Quella iniziata nel ’94 con la sfida per il Campidoglio da parte dell’allora presidente del Msi e la «pacificazione nazionale» con i «ragazzi di Salò» evocata nel discorso di insediamento a Montecitorio di Luciano Violante due anni dopo. Per tutto il gruppo dirigente di Alleanza nazionale, quasi liquefatto nel Pdl berlusconiano, sono stati due giorni di trionfo. La legittimazione democratica è ormai completa. Poco dopo mezzogiorno, il presidente eletto entra in aula più rigido del solito. Per lui, a differenza che per Bertinotti giusto due anni fa, l’applauso in piedi è di tutta l’aula. Per tutta la mattina, tra una Merit e l’altra in cortile, si è rigirato per le mani una cartella di pelle con il discorso di insediamento. Un intervento vistato prima e apprezzato pubblicamente poi da Giorgio Napolitano. «Come i miei predecessori Violante e Bertinotti sono anch'io un uomo di parte », è l’esordio di Fini. Ma accanto a qualche spruzzata teocon - la lotta al relativismo etico e culturale e la «difesa delle radici cristiane della Patria e della nazione», con tanto di «deferente omaggio» a Benedetto XVI (un passaggio isolatamente applaudito, nel Pd, quasi solo da Ermete Realacci) - l’ossatura retorica è quella della destra classica: «concordia tra capitale e lavoro», spunti continui su Dio, Patria e Bandiera. Non manca però nemmeno qualcosa di «sinistra» come l’impegno contro le morti sul lavoro. L’unica novità, se così si può dire, è il riconoscimento, depurato di ogni antifascismo, del 25 aprile come «festa della libertà» e del 1maggio come«festa del lavoro »: «Festeggiarle oggi - dice Fini – è un dovere cui nessuno deve sottrarsi. Si tratta di valori vivi e vitali autenticamente condivisi da tutti. Coloro che si ostinano ad erigere steccati di odio o a negare le infamie dei totalitarismi sono pochi quanto isolati nella coscienza civile degli italiani». E poi: «La ricostruzione di una memoria condivisa e una sincera pacificazione nazionale nel rispetto della verità storica tra i vincitori e i vinti sono traguardi ormai raggiunti».Non è l’ennesima svolta del leader di An mala semplice presa d’atto della piena legittimazione democratica dei post-fascisti. L’aula lo segue attenta ma con poca emozione. Solo i banchi della destra fremono orgogliosi. Il Pd batte le mani un po’ incerto. Anche Berlusconi applaude ma è il primo a sedersi dopo la standing ovation generale. Come Schifani, anche il nuovo presidente della camera presenta la XVI legislatura come «davvero costituente», perché «la modernizzazione del sistema Italia riguarda anche le istituzioni». La ricetta è la solita: superamento del bicameralismo perfetto, rafforzamento dell’esecutivo, un federalismo «unitario e solidale» che punti a sanare i conflitti Nord-Sud attraverso il toccasana dell’«interesse nazionale». Se Bertinotti aveva dedicato l’elezione agli operai, chiave di volta dell’insediamento di Fini è l’idea di una «libertà minacciata». Non dalle «ideologie antidemocratiche che sono ormai sepolte con il ’900 che le ha generate», quanto – spiega - «dal relativismo culturale e dall’errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e totale assenza di doveri». «La libertà - insiste - è minacciata nello stesso momento in cui, come sta avvenendo per alcune questioni, in suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è». Una libertà minacciata anche dalla «perdita di autorevolezza dello stato, l'affievolirsi del principio di legalità, l'aleatorietà del diritto alla giustizia, l’insicurezza dei cittadini». L’aula che fu bollata dal Duce come «sorda e grigia»oggi è tutta per lui. La democrazia ha i suoi riti. Con Casini una semplice stretta di mano. Mentre il suo predecessore, Fausto Bertinotti, non essendo più deputato, lo aspetta fuori, in una sala accanto al Transatlantico insieme a Berlusconi e agli altri leader della possibile Terza Repubblica.

 

La trasparenza non piace on line – Galapagos

La rete - Internet - è democratica? Sicuramente si: basti pensare ai recenti episodi di repressione che il mondo ha potuto conoscere in tutti i risvolti quasi esclusivamente grazie alla rete. Internet rende accessibili a tutti una mole di informazioni di difficile accesso. Ieri la rete è stata utilizzata da Vincenzo Visco per pubblicare on line le denunce delle tasse del 2005 di tutti (ma proprio tutti) gli italiani. Ma la cosa a molti non è piaciuta: parecchie associazioni dei consumatori hanno minacciato azioni risarcitorie contro il ministero dell’economia, mentre Grillo ha accusato il ministro di averlo messo nelle mani della mafia e della delinquenza comune visto che era stato rivelato che il comico nel 2005 aveva guadagnato parecchi soldini. Quanti non lo diremo, perché siamo rispettosi della richiesta del garante della privacy che oltre a imporre la chiusura del sito (richiesta accolta) al ministero dell’economia, ha sollecitato la stampa a non pubblicare dati, in attesa che si risolva la contesa se il ministero abbia violato le norme. Contro Grillo, però, si è scatenato il suo popolo: migliaia di precari si sono ribellati, reclamando quella trasparenza di cui il comico ha fatto il proprio vessillo. Di più: anche i lettori dei siti on line di Repubblica e del Corriere della Sera a larghissima maggioranza e con un massa non comune di voti, si sono espressi a favore della pubblicazione dei dati, dando ragione al ministro. Al quale non da torto neppure Maurizio Leo, esperto fiscale e deputato di An che ha dichiarato: «è giusto quello che dice l'Agenzia delle Entrate» sulla legittimità della pubblicazione. In effetti - per legge - i dati sulle dichiarazioni dei reddito sono disponibili (e a disposizione di tutti i cittadini) da moltissimi anni in tutti i comuni. Lo prevede una legge. E banche, società di credito al consumo e finanziarie varie, le saccheggiano per fini «commerciali». La gente comune, invece, non ha accesso a quegli elenchi che per essere copiati e utilizzati richiedono tempo, ammanicamenti e denaro. La rete ora li democratizza: tutti possono sapere di tutti. Alcuni mesi fa Visco fu al centro di un’altra polemica: non voleva rendere pubblici i nomi dei fortunati possessori di conti bancari in Liechtenstein. «Ne farà strumento di campagna elettorale», fu l’accusa che molti gli fecero. In realtà quei nomi non potevano essere resi pubblici e se Visco l’avesse fatto avrebbe commesso reato, visto che detenere denaro all’estero non è reato. Anche se molti italiani, per costituire quelle ricchezze, reato l’avevano commesso, ma grazie a Tremonti un bel condono tombale ci aveva messo la pietra sopra per sempre. Molti paesi pubblicano gli elenchi dei contribuenti: chi guadagna molto ne è orgoglioso, perché può dimostrare che reddito e capacità professionale vanno a braccetto. E dimostrare di pagare le tasse e contribuire al benessere della società viene giudicato positivo. In Italia, invece, è furbo chi evade e fesso chi paga le tasse. I furbi non amano la trasparenza: con l’alibi della privacy violata danno calci a destra (pochi) e a sinistra (molti). L’ultimo se l’è preso Visco.

 

Prezzi su, dieta forzata per tutti - Roberto Tesi

Rallenta il ritmo di crescita dei prezzi al consumo in Europa: dal 3,3% tendenziale di marzo, il tasso in aprile è «sceso» al 3,3%. Però i dati europei non sono «consolidati», ma sono una semplice stima. Non a caso Eurostat che li ha diffusi ha avvertito che vanno presi con le molle: la rilevazione è estremamente provvisoria e il dato definitivo potrebbe riservare grosse sorprese. Ovvio: al rialzo e non al ribasso. Per quanto riguarda l’Italia, l’Istat ha fatto sapere che in base ai dati provvisori in aprile i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,1%, mentre la variazione tendenziale si attesta al 3,3%, come la media europea, ma anche come nel mese di marzo. In ogni caso, secondo stime Codacons, con questo tasso di inflazione a fine anno in media le famiglie italiane si ritroveranno con un taglio di 1.300 euro del potere d’acquisto. L'inflazione resta, dunque, stabile, ma seguitano a volare i prezzi degli alimentari di base, cioè fondamentali per milioni di famiglie. Il riferimento è al pane, alla pasta e al latte e, anche se in misura minore, alla frutta e alla verdura. Ovviamente a tirare la volata ai prezzi sono anche i prodotti energetici. Nel dettaglio, volano su base annua i prezzi di pane e cereali (+10,6%) e, in particolare, di pane (+13,1%), pasta (18,6%), latte, formaggi e uova (+8,3%) e latte (+10,8%). Rincari anche per la frutta (+6,3%), mentre rallentano la carne (+3,7% contro +3,9% a marzo) e gli ortaggi (+3,3% contro +4,2). A spingere l'inflazione è anche il comparto energetico con un aumento del 10,3% (9,6% a marzo) su base annua e dell'1% rispetto al mese precedente. L’Istat spiega che l'accelerazione si deve al comparto regolamentato per l'adeguamento (partito il primo aprile) delle tariffe elettriche e del gas, con un aumento del 3% su mese e del 7,8% su anno. Una forbice piuttosto ampia si registra nei prezzi dei vari carburanti: la benzina ha segnato un aumento dell'8,7% su base annua, mentre il il gasolio ha fatto un balzo del 19,3%. Rispetto a marzo, invece, la benzina mostra un lieve calo (-1,0%), ma occorre tenere presente che le rilevazioni sono state fatte alcuni giorni fa, prima dell’ultima impennata dei prezzi alla pompa. Il gasolio segna invece nel mese un aumento dello 0,7%. Per bloccare in particolare la corsa dei prezzi dei prodotti alimentari, la Cia, la Confederazione italiana agricoltori, ripropone il doppio prezzo (quello all’origine e quello al dettaglio) sostenendo che «potrebbe rappresentare un deterrente per evitare aumenti ingiustificati che alimentano soltanto il trend inflazionistico e causano pesanti ripercussioni per la spesa degli italiani». «La sostenuta crescita dei prezzi al consumo dei beni alimentari indica che le pressioni sul comparto non si sono ancora esaurite e che, tuttavia, si registrano segnali di flessione per la congiuntura dei mercati agricoli all'origine, il che può far pensare che i prezzi dei beni alimentari al consumo possano stabilizzarsi», sostiene la Confagricoltura. Che spiega anche come secondo i dati Ismea «ad aprile 2008, rispetto a marzo 2008, si nota una diminuzione del 6-8% per i prezzi del frumento tenero; del 31% per gli asparagi, del 50% per i carciofi». Il problema è che queste diminuzioni dei prezzi alla produzione non si riflettono sui prezzi al consumo che sembrano aver consolidato gli aumenti confermando la bontà della richiesta della Cia. L’analisi della Confcommercio è che la stabilizzazione dell'inflazione si spiega con «l'effetto calmieratore derivante da un'accentuata stagnazione dei consumi. Una situazione che induce le imprese della distribuzione a contenere al massimo gli aumenti per non deprimere ulteriormente il mercato». Insomma, dovremmo dire grazie agli operatori della distribuzione. Secondo l'Isae, l’istituto di analisi economica, qualora il livello dei prezzi rimanga invariato da qui alla fine dell'anno, «l'inflazione media già acquisita per il 2008 risulta pari al 2,5%, tenendo presente che poco più della metà (1,3%) deriva dall'acquisito congiunturale ereditato dal 2007».

 

Fiat Zastava, è il mercato o la campagna elettorale? – T. Di Francesco

È una notizia importante quella che arriva da Belgrado e che coinvolge il Gruppo Fiat che negli anni '50, all'epoca di Tito, contribuì a realizzare la Zastava di Kragujevac. I serbi l’hanno potuto vedere in tv. L’hanno scoperta in tv anche i sindacati che per anni si sono battuti per la salvare l’occupazione. Gli stessi che a poche ore dai raid della Nato che il 27 marzo 1999 la distrussero seminando devastazione ovunque - ci furono più di 120 feriti e molti morti tra quelli che lavorarono per mesi tra le macerie contaminate da uranio impoverito - cominciarono a ricostruirla. L’occupazione residua, da 36mila operai iniziali, è diventata di 4.900 operai (4mila alla fabbrica di automobili e 900 a quella dei camion). Dentro l’immensa povertà di Kragujevac che, gomito a gomito, vive la miseria della massa dei profughi fuggiti dal Kosovo, in una vasta periferia di desertificazione sociale della quale tutti i poteri in campo si sono disinteressati. Deve essere per questo che tra gli operai di Kragujevac emerge stupore, se non incredulità. Gli operai sindacalizzati, che hanno ricostruito con le loro mani gli impianti produttivi, non si fidano. «300mila vetture rispetto alle 12mila di oggi. Sembra un comizio elettorale del Partito democratico di Boris Tadic», ci dicono tre delegati sindacali raggiunti per telefono, e perfino un rappresentante del sindacato più vicino a Tadic, commenta: «Ci credo e non ci credo». Il sospetto è d’obbligo. Non solo perché le promesse qui non sono mai state mantenute. Il fatto è che l’annuncio in tv viene proprio il giorno dopo l’altrettanto televisivo annuncio dell’apertura dell’Ue a Belgrado con il Trattato di adesione (Asa). Un fatto tre volte ambiguo. È infatti soltanto simbolico (per ammissione dei contraenti), non entrerà in funzione, visto che è stato approvato con la clausola che non diventerà attuativo finché non saranno consegnati i super-ricercati Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Lì in tv, accanto a Boris Tadic e mezzo governo serbo a lui legato, c’era per laUe lo stesso Javier Solana che il 17 febbraio è corso a Pristina ad applaudire l’indipendenza unilaterale del Kosovo dalla Serbia. Una firma a dir poco di scontro con l’altra parte della Serbia, pur europeista come quella dell’escluso premier Vojslav Kostunica che grida «il nuovo governo cancellerà tutto», o quella ultranazionalista dei Radicali. Soprattutto per la scelta del momento: in piena campagna elettorale, si vota infatti per le politiche l’11 maggio. «Vogliamo entrare in Europa con il Kosovo», pensano i serbi che, per il sondaggio Gallup, si avviano a premiare al voto gli ultranazionalisti e Kostunica. Ameno che non arrivi un colpo di teatro, l’«apertura» dell’Ue. E a meno che Boris Tadic, protagonista dello strappo, non voglia mandare questo messaggio agli elettori: con me tornano gli investimenti esteri. Forse è più credibile pensare che con la joint venture Fiat Zastava ci troviamo di fronte al primato del mercato e basta. Perché, anche dopo l’accordo tra la russa Gazprom e la Serbia, c’è indubbiamente una maggiore appetibilità del mercato serbo e della sua capacità di proiezione nei Balcani e verso Oriente. Comunque, i dubbi restano.  «Vogliamo lavoro e investimenti esteri - ci dicono gli operai da Kragujevac -ma il Kosovo è Serbia». Eppure i ricatti sono destinati a pesare.

 

Cina, un reporter scopre la fabbrica dei baby-schiavi - Simone Pieranni

Pechino – I maschi erano 107, le femmine 60. Comprati, alcuni rapiti, e costretti a lavorare in fabbriche a ritmi forsennati e paghe disumane. Minacciati di morte, nel caso avessero provato a fuggire. Un commercio di bambini-schiavi in piena regola. Ieri la polizia del Guandong ha liberato 167 minorenni, utilizzati come lavoratori nelle fabbriche di Dongguan. Comprati per pochi spiccioli. Pagati 3 yuan all'ora, circa 30 centesimi di euro. Età media dai 9 ai 16 anni. Nel mezzo dei problemi internazionali sollevati dal Tibet e dal tormentato percorso della fiaccola olimpica, e a ormai cento giorni dai Giochi, la Cina riscopre la parte più terribile del proprio sviluppo economico. E' il lato oscuro del progresso, forsennato e inesauribile, del sudest cinese. E' l'ennesimo scandalo creato dai ritmi da record della regione del Guandong, nota per la produzione di prodotti tessili per l'industria dell'abbigliamento. Il paradiso del fake, dei tarocchi delle marche prestigiose. La scoperta della fitta rete che collegava i compratori dei bambini ai boss delle fabbriche è arrivata grazie all'intraprendenza del giornalista di un quotidiano che, fintosi proprietario di una fabbrica, ha aiutato la polizia a smascherare il traffico. Operazione non ancora terminata: seguiranno arresti e probabilmente altri bambini verranno finalmente liberati. Per ora, però, nessun nome di azienda, fabbrica, marca. Il Guandong è una zona economica che va di corsa e che costituisce uno dei polmoni economici del paese. Una delle tante fabbriche del mondo situate sul territorio cinese. La polizia ha chiarito che la maggior parte dei bambini erano stati prelevati da Liangshan, cittadina della regione del Sichuan, situata poco più a nord delle loro fabbriche–prigioni. Comprati per 30-40 euro, quando non addirittura rapiti, come alcuni dei ragazzini avrebbero confessato. Le operazioni di polizia sono in corso. «Questi ragazzi non hanno carta di identità, questo rende difficile capire la loro storia» ha detto Zhang Xiang, un portavoce della presidenza del lavoro del Guangdong. «Il lavoro minorile è un caso abbastanza tipico - ha spiegato Hu Xingdou, professore di economia e di politica sociale dell'università di Pechino, intervistato dall'International Herald Tribune – perché l'economia cinese è in via di sviluppo e la velocità di tale processo è affascinante, ma spesso avviene a scapito di leggi, diritti umani e protezione ambientale». E di un'infanzia normale, anche. Il governo cinese ha avviato lo scorso anno una campagna nazionale contro la schiavitù e il lavoro infantile,ma c'è ancora troppa differenza tra le grandi città e le regioni più distanti e meno vicine al potere centrale: così se il governo ha invitato a migliorare le condizioni di lavoro, specie dopo gli scandali dello scorso anno con i bambini (anche minorati mentali) impiegati come schiavi nelle fabbriche di mattoni dello Shanxi e dell'Henan, i governi locali, agganciati a incentivi per fare crescere la propria economia territoriale, tendono a chiudere occhi, bocca e orecchie. Alcuni osservatori ritengono che invece le cause di questo fenomeno siano da ricercare nell'aumento dei costi del lavoro, dell'energia e delle materie prime (per questo alcune fabbriche nordcoreane starebbero spostandosi dal sud della Cina al vicino Vietnam,meno avvezzo a scioperi e con costi ancora più bassi), che avrebbero costretto i boss delle fabbriche a trovare nuove fonti di lavoro a basso costo, tra cui l'impiego di minori. Anche nomi famosi, non solo aziende semisconosciute, che forniscono materiale a marche ben più note: tempo fa Wal-Mart Stores è stata accusata di utilizzare minorenni e di violare le leggi del lavoro locale. Un fenomeno diffuso e in aumento, anziché in regressione. La dinamica del reclutamento è stata svelata dagli attivi reporter del Southern Metropolis, quotidiano in lingua cinese di Guangzhou, la capitale del Guandong, un foglio non nuovo a «imprese» del genere: un giornalista si è recato alla prefettura di Liangshan alla ricerca di forza-lavoro fingendosi proprietario di una fabbrica. Da lì avrebbe trovato i bambini, tramite un'agenzia di impiego, con tanto di possibilità di scelta sulla base della struttura fisica. Chen Fulin, un portavoce del governo di Liangshan, ha confermato l'esistenza del caso: «Finora, abbiamo arrestato quattro persone nella contea di Zhaojue, sospettate di avere portato i bambini da Liangshan a Dongguan e averli costretti a lavorare nelle fabbriche». Il Southern Metropolis però ha sottolineato come ancora non si sappiano i nomi delle fabbriche che utilizzano lavoro minorile, criticando le autorità locali: «Abbiamo scoperto i fatti grazie a qualche intervista e in pochi giorni. Come è possibile - si chiedono i giornalisti - che il dipartimento del lavoro della regione non abbia mostrato interesse per il fenomeno, per così tanto tempo?».

 

Liberazione – 1.5.08

 

Se la Chiesa ha paura di Alemanno - Piero Sansonetti

Il Cardinale Josè Saraiva Martins ha rilasciato una dichiarazione alla stampa nella quale avverte «i nuovi amministratori di Roma che cacciare i poveri non è la via giusta da seguire, che i Rom e gli immigrati vanno protetti e non perseguitati, che la Chiesa è sempre vicina a chi ha bisogno, agli ultimi ed ai più deboli». E poi nega che a Roma ci sia un'emergenza sicurezza: «A Roma - dice - succede né più né meno quello che succede nelle grandi metropoli, per cui è giusto dare serenità ai cittadini, ma non vedo emergenze». Josè Saraiva Martins è un anziano signore portoghese, che ha vissuto la sua infanzia nel Portogallo fascista del dittatore Salazar, che da giovane si è trasferito a Roma, che ha dedicato molta parte della sua intelligenza e del suo lavoro agli studi di teologia e ora è il responsabile della «Congregazione Vaticana per le Cause dei santi». Come capite non è un comunista, e neppure un pretaccio di strada. Martins è una espressione dell'establishment del Vaticano. In quest'ultimo anno a noi di sinistra è sembrato di precipitare in un mondo impazzito, dove il buonsenso è perduto e dove chiunque - in ogni angolo degli schieramenti politici e intellettuali, dei giornali e delle Tv - proclama che il "Giusto" coincide con gli interessi dei «garantiti», degli italiani, dei ceti medi o dei ceti abbienti, e dove la dichiarazione dei diritti universali della persona è considerata cascame di vecchie culture estremiste, anarchiche e dogmatiche. Da destra a sinistra, da An al Pd, da Repubblica al Corriere, tutti hanno montato la campagna sulla tolleranza zero. Sulla necessità di ripulire la città dai Rom scampati all'eccidio nazista. La cosa che più ci preoccupa della vittoria di Alemanno, è che quella campagna dilaghi, diventi persecuzione. Per questo, leggendo le dichiarazioni di Martins (sostenute anche da un editoriale dell'Osservatore Romano e da altre dichiarazioni di mons. Nozza, direttore della Caritas italiana ) abbiamo finalmente sorriso. Forse non saremo solissimi nella battaglia per la civiltà. E tuttavia, le inaspettate affermazioni di Martins ci hanno anche fatto venire in mente tre domande. Prima: quanto è cambiata, sul piano dell'impegno sociale, la Chiesa di Ratzinger rispetto a quella di Wojtyla? Seconda: se fosse ancora vivo Wojtyla, sarebbe stata possibile questa martellante campagna anti-rom e anti immigrati, aperta sei mesi fa dalla giunta Veltroni e che ha portato al trionfo di Alemanno e al feroce incattivirsi di questa città? Terza domanda: il disimpegno della Chiesa sui temi sociali, l'ortodossismo dottrinale di Ratzinger, la picconate scagliate contro la costruzione del Concilio di Giovanni XXIII e di Paolo VI, non sono tra le cause principali di questo gelido vento di destra che sta spazzando il paese?

 

«Globalizzazione in crisi, all'orizzonte il ritorno di Keynes»

Vittorio Bonanni

E' proprio a partire da questa autonomizzazione che la stessa economia reale, che pure non sta attraversando un particolare periodo di crisi, rischia di entrare in una lunga recessione. C'è dunque questa prima consapevolezza e una conseguente alzata di scudi. Resta il fatto che la globalizzazione da questo punto di vista mi sembra che stia dando sicuramente dei segnali di crisi proprio per quanto riguarda il suo tratto originario, ovvero le liberalizzazioni, la deregolamentazione e la crescita transnazionale. E questo porta anche ad un rafforzamento di una configurazione policentrica del globo. Insomma più potenze economiche... Ci sarà un'Europa, che ricerca una sua autonomia e una sua identità, l'Asia, anche se al suo interno possono essere presenti poli che si possono contrapporre l'uno con l'altro, e anche l'America latina. C'è insomma un inizio di deglobalizzazione e allo stesso tempo, con tutti i rischi che questo comporta, di ristatalizzazione. Non a caso ci sono sempre di più delle grosse imprese multinazionali che sono di fatto pubbliche, statali. Secondo lei questa inversione di tendenza potrò riportare a galla il keynesismo? Ancora no. Non credo che ci saranno ancora delle forme di riregolamentazione di tipo keynesiano sul piano delle politiche statali. E questo è l'aspetto più complesso della faccenda che riguarda sicuramente una crisi della mercatizzazione che Giulio Tremonti nel suo ultimo libro La paura e la speranza affronta riprendendo le critiche mosse negli ultimi anni dal movimento no-global. Questa degenerazione del neoliberismo evidentemente anche a destra viene vista come qualcosa da cui proteggersi. Io però non riesco a vedere come questa deglobalizzazione, intesa come spinta verso il policentrismo planetario, possa tradursi in un recupero e in un rilancio appunto delle politiche keynesiane sul piano dello stato nazione. Se vogliamo parlare di un rilancio della dimensione pubblica e dell'intervento pubblico penso che posso soltanto immaginarlo sul piano continentale. Parlando dell'Europa potremmo paventare, per esempio, un superamento di quelli che sono i limiti dei parametri di Maastricht, una camicia troppo stretta per l'iniziativa pubblica sul piano locale. Parlare dunque di un keynesismo post-liberista mi sembra comunque pertinente e legittimo come orizzonte verso il quale quasi inevitabilmente si dovrà andare. Non sono sicuro però che questo poi significhi capacità di regolamentare la finanza impazzita. A me sembra che questa crisi è pesantissima. E durerà ancora per un po' di tempo e gli esiti non sono scontati. C'è una grandissima inquietudine all'interno di quel mondo, si è creato veramente il mostro e non c'è nessuno ancora in grado di fermarlo. Però allo stesso tempo per attraversare questa fase si sono inventate quantità veramente astronomiche di liquidità che non potranno non preparare la prossima bolla speculativa che potrebbe riguardare, dopo il mercato immobiliare, le energie alternative. Professor Marazzi, se il keynesismo può tornare ad essere un orizzonte legittimo, non crede che potrà, nel futuro, stimolare anche i grandi partiti della sinistra europea a ritrovare la strada di una politica più attenta alle questioni sociali? In teoria sì. E' anche vero però che chi è stato paradossalmente più keynesiano in questi anni è stata la destra che ha lasciato spesso ai governi socialdemocratici il compito di contenere il debito. E la sinistra, o il centro-sinistra, non ha dato certo prova di grande coraggio in questo senso. Per esempio io sono convinto da tempo che un modo per rilanciare questo modello sia finalmente attuare delle politiche di investimento nel settore della formazione e del lavoro cognitivo. Perché ancora oggi, vera eredità dell'epoca fordista, gli investimenti sono una caratteristica che riguarda soprattutto tutto ciò che concerne il genio civile, e cioè gli immobili, le scuole per esempio, e non quello che ci sta dentro. Un rilancio del keynesismo sulla spinta di quella che è la situazione sul piano globale, con le sfide tecnologiche della Cina e dell'India, sta proprio nel considerare la formazione e la ricerca come dei veri e propri investimenti e non delle spese.

 

Legge 40, nuove linee guida - Laura Eduati

Con otto mesi di ritardo e allo scadere del suo mandato, Livia Turco emana le nuove linee guida per la fecondazione assistita concedendo alle coppie sterili con malattie geneticamente trasmissibili la possibilità di effettuare la diagnosi dell'embrione prima dell'impianto nell'utero per stabilire se il futuro bambino nascerà sano, così come stabilito da una discussa sentenza del Tar del Lazio nell'ottobre 2007. La novità, anticipata dalla stessa ministra della Salute la scorsa estate, è che finalmente potranno usufruire della fecondazione artificiale anche quelle coppie fertili dove il futuro padre è portatore del virus Hiv e dell'epatite B e C, ma che finora non hanno potuto concepire un figlio in maniera naturale per timore di trasmettere la malattia alla compagna o al nascituro. Eppure le nuove linee guida non sono così chiare come sembrano. Se la diagnosi pre-impianto è possibile, viene vietata comunque quella «a finalità eugenetiche» e cioè, si presume, quella effettuata per decidere che tipo di figlio avere - e non soltanto, insomma, se sia sano o meno. Ed è su questo punto, come era prevedibile, che la nuova maggioranza di centrodestra e il gruppo dei teo-dem concentrano le critiche parlando di «colpo di mano» della Turco. La senatrice Paola Binetti (Pd), da sempre contraria alla diagnosi degli embrioni per timore che quelli malati vengano eliminati, chiede al governo in pectore di stabilire che cosa sia l'eugenetica mentre Luca Volonté (Udc) accusa duramente la ministra della Salute di mancare di rispetto alle istituzioni e alla «moralità pubblica». Il sospetto, fondatissimo, è che Turco abbia atteso il dopo elezioni per non provocare il mal di pancia ai cattolici del Partito Democratico, contrari a qualsiasi modifica della legge 40. In questo modo, ora la patata bollente passa al prossimo governo Berlusconi e ad una maggioranza parlamentare ipersensibile ai richiami vaticani. Isabella Bertonili (Pdl ) ha già annunciato che le linee guida verranno subito modificate dal nuovo governo. Ginecologi e associazioni che da anni si battono per la revisione della legge sulla fecondazione assistita hanno accolto le nuove linee guida con tiepida cautela. Per Carlo Flamigni, membro del Comitato nazionale di bioetica e professore di ginecologia all'Università di Bologna, l'obbligo di fertilizzare comunque un massimo di tre ovociti per ogni ciclo riduce il successo di una diagnosi pre-impianto poiché è probabile che le coppie con malattie genetiche producano embrioni malati. D'accordo Severino Antinori, per il quale la legge dovrebbe ora dovrebbe aumentare il numero di ovociti da fecondare, così come accade in molti altri Paesi europei. Il presidente del Comitato di bioetica Francesco D'Agostino è contrario persino all'apertura alle coppie con Hiv ed epatite B e C: «la "sterilità di fatto" è inesistente sul piano scientifico e incredibilmente ambigua sul piano giuridico». L'Associazione Luca Coscioni promette di tornare in tribunale per abbattere un altro paletto della legge, quello che tuttora vieta l'accesso alla procreazione assistita alle coppie fertili con malattie geneticamente trasmissibili (la legge 40 è aperta soltanto alle coppie sterili, ndr). Claudio Giorlandino, presidente della Società di diagnosi pre-natale e medicina neo-natale, dice che l'intervento di Turco ha eliminato «un po' di ipocrisia» ma spera che il nuovo ministro della Salute non azzeri «queste moderate aperture». Le recenti sentenze dei tribunali di Cagliari e Firenze hanno consentito a due coppie di rifiutare l'impianto dei tre embrioni, previsto dalla legge. In quel caso il medico è costretto a congelare gli embrioni non impiantati ma non può distruggerli.

 

La Stampa – 1.5.08

 

Spararsi per il Tibet – Francesco Sisci

PECHINO - Erano arrivati la mattina presto, avevano circondato la casa e stavano semplicemente per arrestarlo. Chi avrebbe potuto opporsi alla forza preponderante della polizia cinese? Invece non è andata così. Lunedì nella cittadina di Dari, nella provincia con una forte minoranza tibetana del Qinghai, un gruppo di agenti aveva individuato l’organizzatore delle proteste locali a favore dell’indipendenza del Tibet e stava per arrestarlo. Ma l’agitatore, di cui non conosciamo il nome, ha resistito, ha sparato su un agente e poi è stato a sua volta ucciso nella sparatoria con la polizia. L’agente morto era anche lui di etnia Tibetana e si chiamava Lama Cedain, ha scritto ieri l’agenzia Nuova Cina, celebrandolo come un eroe per la casa dell’unità nazionale. La sparatoria e le due morti a oltre un mese e mezzo dalla rivolta di Lhasa del 14 marzo dicono quanto sia ancora delicata e instabile la situazione nelle zone della Cina abitate da Tibetani. Potrebbe anche essere una evoluzione della protesta tibetana in Cina. Pechino aveva dichiarato che nei monasteri erano state sequestrate armi da fuoco ed esplosivi, ma da decenni non c’era stata notizia di tibetani che avessero usato fucili e pistole contro forze dell’ordine cinesi. Negli anni ’60 guerriglieri tibetani avevano combattuto sulle montagne contro Pechino, ma dopo il riavvicinamento tra Cina e Stati uniti negli anni ’70 questo movimento si era spento. Di certo la Cina oggi vuole chiudere questa fase. Ieri Pechino ha annunciato che trenta persone sono state condannate per il loro ruolo nelle proteste in Tibet. Le condanne vanno da un minimo di tre anni a un massimo dell’ergastolo. Organizzazioni umanitarie hanno protestato dicendo che non è stato un processo equo e aperto al pubblico. Pechino ha risposto che circa duecento persone di pubblico compresi alcuni monaci hanno assistito al giudizio. Per la Cina si tratta in ogni caso di arrivare a quel dialogo con il capo spirituale del Tibet, il Dalai Lama, annunciato la settimana scorsa, senza avere alle spalle un fronte interno turbolento. Inoltre bisogna arrivare questi colloqui con le condizioni giuste di secondo Pechino. Così la Cina si appresta al dialogo in maniera determinata. Ieri un commento del China Daily, il quotidiano ufficiale cinese in inglese, accusava il Dalai di seminare menzogne su quanto sta accadendo in Tibet con articoli infarciti di voci e “si dice”. Inoltre scrive: “Il Dalai ha affermato da lungo tempo che chiede l’autonomia e non l’indipendenza. Tuttavia, in una recente intervista ha sollecitato Pechino a ritirare le sue truppe dal Tibet. Come può uno stato sovrano, con diritti territoriali sul Tibet, ritirare le sue truppe da un suo dominio?” Le distanze in altre parole sono ancora grandi ma Pechino ha anche bisogno di sciogliere il ghiaccio accumulato nelle ultime settimane intorno alle olimpiadi, a cento giorni dall’inizio dei giochi. Ieri è stato annunciato l’invito per la cerimonia di inaugurazione dell’ex arcinemico dei comunisti, Lian Zhan, il presidente del partito nazionalista di Taiwan. Alti funzionari di Pechino si rallegravano poi del miglioramento del clima con il Vaticano, simboleggiato dal concerto del 7 maggio prossimo in Vaticano della filarmonica cinese. Suore cattoliche sono state citate dai giornali locali per le loro preghiere: hanno chiesto a Dio di benedire e proteggere lo svolgimento dei giochi. Una delegazione francese sta poi trattando la ricucitura dei rapporti con la Cina dopo le passate polemiche di Sarkozy sul Tibet. Il clima sta quindi migliorando, ma i morti di Dari ricordano a tatti che non tutto è risolto mentre la torcia olimpica sta per arrivare in Cina. Venerdì farà la prima tappa a Pechino. Migliaia di poliziotti la proteggeranno per una corsa che durerà in tutto otto ore e che sarà di fatto la prima prova generale del clima di sicurezza in cui si svolgeranno le olimpiadi ad agosto.

 

"Ora Israele confina con l'Iran" – Francesco Paci

GERUSALEMME - Benyamin Netanyahu siede alla scrivania del suo ufficio alla Knesset, il parlamento israeliano sui colli di Gerusalemme. Completo scuro, camicia celeste, sorriso assertivo di chi è pronto a traslocare al piano nobile del primo ministro, il leader dell’opposizione però prima di rispondere alle domande ne fa a raffica: Silvio Berlusconi può contare su una maggioranza stabile? La Lega è un alleato sicuro? Che contributo potrà dare Gianfranco Fini? L’Italia lo interessa, «un Paese piccolo ma importante». Un alleato «storico» d’Israele sebbene a volte percepito come recalcitrante. Il premier israeliano Olmert si è rammaricato per «l’incidente» di Beit Hanun in cui hanno perso la vita 4 bambini palestinesi. La situazione a Gaza è grave: c’è da aspettarsi un’escalation? «Quanto accaduto a Gaza è drammatico. Che siano palestinesi o israeliani i civili sono civili. Ma c’è una differenza enorme: quando Hamas bersaglia da Gaza le scuole di Sderot o del Negev punta deliberatamente la popolazione civile, noi cerchiamo di evitarla. Israele si confronta militarmente con gente che usa donne e minori come scudi umani. Siamo addolorati per la famiglia decimata a Gaza. Avete mai sentito un leader palestinese piangere le nostre perdite, i bambini, gli anziani? L’opposto: a ogni attentato, a ogni razzo Qassam che centra l’obiettivo, i sostenitori di Hamas si rallegrano, fanno festa». Chi è il leader palestinese attualmente più credibile? «La situazione è tragica. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen è molto debole e per Israele l’ipotesi di parlare con Hamas è impraticabile. Non si incontra qualcuno che non ti riconosce. Quando abbiamo trovato leader arabi coraggiosi, come Sadat o re Hussein, abbiamo fatto concessioni generose alla pace. Ma in tutti questi anni i palestinesi non hanno prodotto un Sadat. Oggi abbiamo di fronte un partner volenteroso ma politicamente debole e Hamas, potente proprio perché irriducibile». Sderot conta più razzi che attestati di solidarietà, le colonie ebraiche in Cisgiordania aumentano, qualcuno comincia a dubitare della formula «due Stati per due popoli»: come vede il futuro? «L'unica soluzione è rafforzare economicamente la società palestinese. Noi abbiamo bisogno di sicurezza, loro di prosperità, possibilmente con l’assistenza della Giordania. A lungo, prima e dopo Oslo, si è creduto che la pace fosse l’antefatto alla prosperità. Molti Paesi, come l’Irlanda, mostrano che talvolta è vero il contrario. Non dico che la prosperità sostituisca la pace, ma la può incoraggiare. Dipendesse da me lavorerei a una rapida crescita dell’economia palestinese in Cisgiordania, lo sviluppo rafforzerebbe i leader moderati a danno dei fondamentalisti islamici. Allora, solo allora, penserei a un accordo di pace». Facendo a meno di Gaza? «Gaza ha bisogno di una leadership diversa. Con Hamas non possiamo parlare. Il presidente egiziano Mubarak dice che ormai l’Egitto confina con l’Iran: si riferiva a Gaza. Cosa dovrebbe dire Israele che non ha neppure il Sinai a fare da cuscinetto? Da quando Hamas è al potere abbiamo contato 4 mila razzi: come reagirebbe l’Italia se fosse bombardata ogni giorno da un Paese limitrofo? Hamas deve tirarsi indietro». Alcuni analisti ritengono che gli interessi americani inizino a divergere da quelli israeliani. E’ d’accordo? E’ preoccupato? «Gli Usa hanno la loro politica estera e nazionale. Ma da Truman in poi il sostegno a Israele è rimasto stabile. Se domandate agli americani chi preferiscono tra noi e i palestinesi il rapporto è di 9 a 1. L’Europa non capisce, spiega l’amicizia tra Israele e Usa con l’influenza della lobby ebraica, importante ma numericamente poco significativa. Il nodo non è l’ebraicità d’Israele ma la sua libertà, l’essere un’isola democratica circondata da Paesi islamici autoritari». Potendo, voterebbe McCain, Barack Obama o Hillary Clinton? «Non ho un candidato da sponsorizzare. Ma sono convinto che chiunque venga eletto non metterà in discussione i valori, le idee, l’identità americana. L’Europa travisa perché guarda Israele con le lenti del colonialismo, quasi fossimo arrivati qui come i francesi o gli olandesi in Africa e non avessimo alle spalle tremila anni di rapporto con questa terra. Gli americani, estranei all’esperienza coloniale, colgono meglio la profondità della nostra esperienza, l’aspirazione alla libertà, un patrimonio biblico che ci accomuna sin da quando Jefferson definì la nascita degli Usa “la rinascita di Zion”». Secondo il Jerusalem Post l’Europa è pronta a sanzioni contro Melli Bank, una delle principali istituzioni finanziarie iraniane. E l’Italia sarebbe della partita. Una buona notizia per Israele? «Se vera è una notizia importante. L’Iran, che nega l’Olocausto, non minaccia solo Israele ma l’intero Occidente. Teheran supporta direttamente l’islam militante globale. Il sostegno europeo sarebbe benvenuto e quello italiano ancor di più: il segno di un cambiamento nella politica estera incoraggiato dal nuovo governo». Tra gli elettori del centrodestra italiano ci sono i ragazzi che lunedì hanno accolto con il saluto romano l’elezione di Alemanno sindaco di Roma. Non l’imbarazza? «Ogni governo democratico deve rigettare il vecchio e il nuovo fascismo e ogni tipo di ideologia estremista. Non conosco queste frange dell’estrema destra italiana. Ma ho parlato a lungo con il Cancelliere tedesco Angela Merkel di alcuni casi in Germania, vanno messi al bando. Ci siamo trovati d’accordo nella volontà di combatterli con forza».

 

Corsera – 1.5.08

 

Scalfaro: «Fini, caduta di stile continuare a negare i fatti» - M. Breda

Gli racconti che Gianfranco Fini, al momento di insediarsi alla guida della Camera, ha elogiato il «nobile e coraggioso impegno per la pacificazione nazionale profuso da Cossiga e Ciampi» e ha deliberatamente trascurato il suo nome, e lui resta per lunghi secondi in silenzio. Gli esce una sola parola, appena mormorata e dunque incomprensibile, il cui labiale potrebbe essere forse tradotto in «scostumatezza », «bassezza» o anche «tristezza ». Poi si rischiara la voce e si prepara a rispondere. Presidente Scalfaro, l’omissione di Fini dimostra che per il Popolo della libertà lei resta un avversario. Che gliene pare? «Non voglio incrociare alcun dialogo su questo. Ho sentito il discorso di Schifani al Senato, e mi è parso alto, al di sopra delle piccole contese. Quanto a Fini, dico solo che continuar a negare i fatti o alterarli così come sono nella loro verità è una grave caduta di statura e di stile». Lei cita i fatti e un fatto è che nel 1994 inviò un diffidente memorandum al neonato governo di centrodestra per vincolarlo su tre punti: unità nazionale, solidarietà sociale, fedeltà alle alleanze internazionali. Rifarebbe oggi lo stesso passo? «L’approccio di lavoro su quei cardini che intendevo tutelare è ormai largamente condiviso. Anche se, certo, occorre sempre che tutti vigilino affinché i princìpi irrinunciabili di una sana democrazia siano rispettati con il massimo rigore e mai disattesi... Non fu però l’unico mio passo istituzionale verso quell’esecutivo, che vedeva affacciarsi sulla scena soggetti politici nuovi, verso i quali era comprensibile qualche interrogativo e incertezza. In Italia e fuori d’Italia». Allude alla mozione con cui l’Europarlamento ci chiese allora di «assicurare il rispetto dei valori dell’antifascismo»? «Ci fu anche quell’episodio, una mozione pesante per la stessa credibilità democratica del Paese. A Bruxelles risposi che non avevamo bisogno di maestri, legittimando tutti. Ora, tanto tempo dopo, si è fatto un buon tratto di strada verso una totale civilizzazione della nostra vita politica. Si tratta di confermarla con comportamenti concreti». La vittoria di Alemanno a Roma allarma più di qualcuno, che parla di «marea nera». Dopo l’anticomunismo millenarista di Berlusconi nel ’94 («se vincono i rossi sarà terrore, miseria e morte») rischiamo un antifascismo altrettanto millenarista? «La metafora del cammino percorso, che ho utilizzato, non può essere a senso unico. Se vogliamo metterci su un piano di collaborazione nell’interesse generale, servono buona volontà e spirito dialogante. Ciò che ha dimostrato Veltroni nei mesi scorsi, con un linguaggio rispettoso verso tutti anche quando è stato sottoposto ad attacchi duri e ingiusti. Da quei gesti viene un’indicazione di reciproco riconoscimento, da non disperdere. Come il messaggio di Berlusconi sul 25 Aprile, nel quale una volta tanto, accanto alle ragioni dei "ragazzi di Salò", è stato reso onore pure ai martiri per la libertà. E’ questo che intendo, quando sostengo che bisogna mettere al bando ogni esasperazione. Abbiamo davanti un orizzonte pieno di difficoltà, dobbiamo pretendere che cadano le asprezze del passato prossimo». Rifondazione comunista chiede a Napolitano di non nominare ministro Umberto Bossi. «Ci vogliono ragioni molto serie per negare la firma a una nomina del genere. Certo, se il leader della Lega pronunciasse frasi gravi contro la Costituzione, si potrebbe porre un problema... Ma è bene non fare pressioni sul presidente della Repubblica, che finora si è mosso con misura e saggezza. Lasciamolo tranquillo: ha il metro delle cose, sa come svolgere il suo compito riequilibratore». Come spiega l’exploit leghista, che ha rafforzato il centrodestra? «E’ stato un voto dominato da diverse paure su diversi fronti (la sicurezza, il lavoro, l’economia, ecc.) e la vicenda Alitalia le ha riassunte tutte. Sulla Lega, che ha intercettato una sfera di interessi malmenati, specie al Nord, credo si possa ormai essere fiduciosi. Ricordo ad esempio che Maroni, quand’era ministro dell’Interni, diede prova di equilibrio e di tutela degli interessi generali. E il centrosinistra, che cosa deve fare adesso? «Un’autocritica severa e serena, non necessariamente fatta in piazza e, spero, non mirata a massacrare Veltroni. Il quale ha fatto ciò che ha potuto, dopo due rissosissimi anni di governo di una coalizione che si è impegnata soprattutto a litigare e che ha poi pensato di cavarsela addossando agli altri le colpe di ogni guaio. Atteggiamenti che, onestamente, non potevano essere capiti dalla gente. Ecco, è a partire da qui che dovrebbe cominciare la riflessione. Parlando a se stessi e agli italiani con calma, un po’ come ha fatto il Papa quando ha denunciato lo scandalo dei preti pedofili negli Usa: si è preso le sue responsabilità e ha spiegato l’impegno della Chiesa a chiudere la partita. Insomma, si ricomincia sempre a partire dalla chiarezza».

 

Il populismo di sinistra – Dario Di Vico

I maligni tireranno in ballo lo stress da mancata ricandidatura e da conseguente perdita di status, ma anche chi come noi ha largamente apprezzato gli straordinari successi ottenuti dal ministro Vincenzo Visco nella lotta all'evasione, non può non giudicare improvvida l'ultima sua sortita. Il Pd e quel che resta della sinistra avrebbero bisogno di un po’ di tranquillità per riprendersi dalla botta e ricominciare a macinare (nuova) cultura politica. Per una tradizione che si è fatta sempre vanto di saper ascoltare il disagio sociale, l’aver dovuto ammettere coram populo che i suoi avversari storici sono stati più capaci di rappresentare ansie e timori di ceti medi e lavoratori manuali tradisce il rumore di un sonoro schiaffo. Ma non è con la scorciatoia, rappresentata dalla pubblicazione on line di tutte le dichiarazioni dei redditi, che si riacquista presenza sul territorio, che si riprende a rappresentare il disagio del cittadino globale e lo si incanala in una prospettiva politica. L’idea che sembra star dietro alla mossa di Visco è quella di un controllo sociale dal basso, di utilizzare un sistema circolare di gogna per generare riprovazione nei confronti degli evasori totali o parziali. Ma siamo veramente sicuri che tutto ciò aiuti l’efficacia delle politiche pubbliche di recupero fiscale? Pensa davvero il ministro Visco che il voyeurismo web per individuare quanto guadagna il dentista del piano di sopra o il dirigente d’azienda che-ha-appena-comprato-l’attico-che-volevamo-noi porti a una crescita dell’etica pubblica? O non al contrario all’incremento dell’invidia sociale e all’emulazione di comportamenti viziosi? Nella storia, del resto, il controllo sociale diffuso è servito quasi sempre a legittimare regimi al potere o comunque a generare società chiuse e illiberali. E se qualcuno a sinistra pensa che al tanto vituperato populismo della destra berlusconiana si debba finire per contrapporre una robusta demagogia di segno opposto, vale la pena di ricordare come le vicende politiche anche recenti di questo Paese dimostrino che l’indignazione a comando finisce quasi sempre per gonfiare le urne della destra. Non c’era dunque alcun bisogno che Visco, a tempo elettorale ampiamente scaduto, regalasse nuovo consenso ai vincitori delle elezioni e versasse altro sale nelle ferite del Partito democratico. E non c’era nemmeno bisogno che la sua collega Livia Turco entrasse nel mirino del centro-destra per quelle che sono definite «forzature» nell’applicazione della legge 40. La vendetta è uno dei pochi piatti che notoriamente va servito freddo. Caldo, tradisce solo il nervosismo del cuoco che evidentemente ha solo voglia di spegnere i fornelli e andarsene a casa al più presto.

 

Repubblica – 1.5.08

 

"Fascismo addio, siamo col popolo" - GIUSEPPE D'AVANZO

Gianni Alemanno ha raccontato che, nella sezione di Azione Giovani di Colle Oppio, nota, notissima, famigerata - "un covo fascista" per tutti gli anni Settanta - "entravi e ti imbattevi in un enorme quadro che raffigurava una giovane "camicia nera" che si difendeva con il calcio del fucile da un'orda di assalitori comunisti". Oggi quel quadro non c'è più e non si sa dove sia finito. Alle pareti della grotta di tufo dentro il Parco delle Terme di Traiano, sezione del Movimento sociale dal 1947, ci sono soltanto due immagini, che bisogna proprio cercare con lo sguardo per vederle (sono sulla parete meno in vista). C'è la fotografia di Paolo Colli, il "padre" dell'ambientalismo di destra, una vita spezzata dalla leucemia due anni fa, e un ritratto a mano di Stefano Recchioni, ucciso il 7 gennaio di trent'anni fa dalla pistola di un carabiniere durante i disordini nati dopo l'eccidio di Acca Larenzia (morirono due ragazzi del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta). Non ci sono "croci celtiche" nere, "fusione visiva tra il mondo pagano e mitologico del sole e il mondo cristiano del crocefisso", simbolo "magico" di molte generazioni di neofascisti. Né foto del Duce né fasci né labari. Niente delle carabattole nostalgiche. Nessuna icona della concezione eroica della militanza politica, per decenni demone dei giovani missini. Non ci sono nemmeno immagini di Gianfranco Fini, in verità. Soltanto qualche manifesto elettorale di Alemanno. L'ambiente è spoglio. In fondo, su una pedana, strumenti musicali. Una trentina di sedie addossate al muro. Un tavolo traballante. "Cercavi il covo fascista?" canzona Michele Pigliucci. Ha ventisei anni soltanto, Michele. Non può fare a meno di sorridere ironico, quando spiega: "Guarda che anche mia madre non era ancora nata quando è morto Benito Mussolini. È sorprendente che ancora cerchiate tra di noi qualche ammennicolo per dirci fascisti, nostalgici o magari nazisti. È la rappresentazione che hanno voluto dare di Alemanno gli amici di Rutelli. Un furbo espediente per sollecitare le paure e i riflessi antifascisti della città. Furbo, ma inutile: guarda come è finita. È una strategia che non porta da nessuna parte, mi pare. Impedisce soltanto a chi la usa di comprendere chi siamo, che cosa facciamo, quali sono le ragioni della vittoria di Gianni, perché il popolo di Roma gli ha concesso fiducia". Bene, parliamo di queste ragioni. Michele ha accanto un gruppo di ragazzi della sua età. Annuiscono quando dice: "Abbiamo guardato al popolo e non al palazzo; ai bisogni della città e non agli interessi dei poteri e delle lobby con un lavoro quotidiano, porta a porta". Se c'è un segreto, dicono, è in questa formula ed è sotto gli occhi di tutti perché - e ne sono fieri - Alleanza nazionale è dovunque, presente in tutti i quartieri di Roma con una o più sezioni. Sezioni che hanno le porte sempre aperte, aggiungono, frequentate da militanti sensibili all'ascolto, pronti a darsi da fare per risolvere anche i problemi più minuti della comunità". "Identità", "comunità" e "popolo" sono le parole ricorrenti, gli archetipi che ritornano più spesso nel discorso dei ragazzi di Colle Oppio come se il populismo, parziale e intermittente negli strappi di Alleanza Nazionale, avesse ritrovato nella leadership di Alemanno, nella sua Destra sociale, finalmente lo strumento efficace di lotta politica; il grimaldello interpretativo della realtà cittadina capace di raccogliere l'attenzione e il consenso anche di chi di destra non è mai stato. I politologi sostengono che "il populismo incarna una corruzione ideologica della democrazia" e tuttavia, nelle parole della seconda generazione repubblicana della Destra, si avverte anche l'urgenza di una democrazia partecipativa che la politica non ha soddisfatto. A voler fare i tignosi è questo "il fascismo" della destra romana che governerà la Capitale. Gianni Alemanno è l'interprete moderno del "populismo" che Mussolini ha lasciato in eredità all'Italia. Basta ascoltare i ragazzi quando parlano dell'immigrazione e degli stranieri dell'Esquilino. Certo, accennano anche alla pericolosità sociale del clandestino, alle violenze consumate nel Parco di Traiano, alla consueta percezione di insicurezza. Ma quel che appare loro più importante, decisivo è altro. È la necessità di preservare "l'identità del popolo", di assicurare "l'unità della comunità minacciata da una pressione disordinata". Non vogliono semplicisticamente che "lo straniero" sia messo al bando, espulso. Chiedono "assimilazione". Vogliono che l'altro rinunci alla sua "alterità", alla sua diversità culturale e magari religiosa. Chiedono che la "comunità" e chi l'amministra reagisca ai rischi di disgregazione e decadenza. Dicono: chi lo ha deciso che a Roma debba esserci non regolata, misteriosa, invisibile, una Chinatown? "Perché - chiede Michele - Veltroni ha concesso l'intero quartiere dell'Esquilino alla comunità cinese che vive e prospera al di là di ogni legge?". Nei loro discorsi, è questo il lavoro "che ha sempre visto impegnato Alemanno". Non ricordano e non voglio ricordare il passato violento del neosindaco. Forse, addirittura, lo ignorano. Chissà. Preferiscono descriverne la misura, l'understatement, le qualità di uomo comune che gli consigliano di muoversi "con una Punto verde tutta scassata, anche quando era ministro". C'è del populismo anche in queste immagini. Alemanno è uno del popolo, dicono. È capace di immediatezza, di un rapporto diretto con la realtà. È il testimone della "semplicità" che la destra sociale vuole restituire alla politica. Anche quando ha governato il Paese, è uno che istintivamente condivide "un destino comune". Il "popolo" è il paradigma antico e nuovissimo di Colle Oppio che trova una sua declinazione più radicale in "Casa Italia", uno stabile occupato nel quartiere Prati dalla Fiamma Tricolore. Lo abitano trenta famiglie sfrattate. Giuliano Castellino, che sovraintende all'occupazione, l'amministra con regole ferree (vietate armi, droga, prostituzione; chiavi degli appartamenti sempre nella toppa). Nel suo populismo, è ancora più esplicito di Michele. Il popolo di Roma è, nelle sue parole, sempre "vittima". Vittima dei poteri forti, delle insidie della politica, delle cabale dei politici di professione. "Per favore - dice - non stare a parlarmi di fascismo o di quei quattro bambini che, l'altra notte al Campidoglio, hanno tirato su il saluto romano. Nessuno di noi, che ci diciamo di destra, vuole tornare indietro. Non voglio vivere con il collo torto all'indietro. Voglio guardare avanti. Del fascismo si occupino gli storici. Io voglio far politica e intendo la politica come un servizio alla mia gente. Anche per questo siamo felici che Alemanno sia sindaco di Roma e anche noi della destra di Storace abbiamo dato il contributo dei nostri 55 mila voti. Quel che è stato sconfitto nell'urna - perché non volete capirlo? - è stato il 'modello Roma' del centrosinistra, quel blocco di potere di radical-chic e palazzinari che ha governato la città. Quel grumo di interessi che ha consigliato l'amministrazione di Rutelli e Veltroni a orientare le grandi opere pubbliche - per esempio, la nuova linea della metropolitana o il raddoppio della Roma-Fiumicino - verso le aree di proprietà dei costruttori come Caltagirone. E vi meravigliate che i romani abbiano voltato le spalle al centrosinistra?". A "Casa Italia" si discute molto di case. È la loro battaglia. Contro la speculazione privata, dicono, è necessario varare un piano di edilizia popolare. Da quanto tempo, chiedono, non si costruisce un alloggio a basso prezzo? Non pensano ai "quartieri ghetto, senza vita, senza metro, senza asili e scuole del Corviale, del Serpentone, di Tor Bella Monica", ma all'edilizia "modesta e dignitosa" della Garbatella, del Flaminio, di Primavalle? È una destra, quella di "Casa Italia", che vuole il riscatto di chi oggi è in difficoltà, degli ultimi nella scala sociale. Nelle parole di Giuliano Castellino c'è un gran spazio per l'anonimo eroismo quotidiano di "chi tira la carretta" senza lusso, sprechi e consumo. È una città, la sua, di piccole imprese e grandi sacrifici, di ambizioni modeste e lavoro duro che chiedono un aiuto e soltanto il solidarismo del messaggio populista, e non il professionismo politico, può offrirlo. Si può liquidare tutto questo soltanto con la parola "fascismo" e poi lavarsene le mani?

 

Cresce in Italia l'investimento etico – Rosaria Amato

ROMA - C'è chi li sceglie per sostenere le aziende che rispettano l'ambiente, o che promuovono le energie rinnovabili. O chi destina loro una fetta dei propri risparmi perché escludono i titoli del debito pubblico degli Stati che applicano la pena di morte. I criteri guida dei fondi etici sono molteplici, e per diverse ragioni vicini ai risparmiatori ai quali non basta ottenere un rendimento dal proprio danaro. Vogliono anche sapere a chi vanno i loro soldi, per cosa vengono impiegati. Negli Stati Uniti il comparto degli investimenti socialmente responsabili ha raggiunto un patrimonio di 201,8 miliardi di dollari, con una crescita del 13% in due anni, contro il 3% registrato dall'industria del risparmio gestito nel suo complesso. In Europa le masse gestite hanno superato i 49 miliardi di euro, con un progresso del 43% nei primi sei mesi del 2007 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Ma anche in Italia l'investimento etico piace ai risparmiatori: il patrimonio attualmente investito nei 33 fondi etici disponibili sul mercato ammonta a 1.637,6 milioni di euro. Il primo fondo etico italiano è nato nel 1997, in casa SanPaolo. Ma la maggior parte sono stati costituiti tra il 2001 e il 2003. Un fenomeno in ascesa che viene esaminato dal primo 'Rapporto sui fondi etici in Italia', promosso da Osservatorio Finanza Etica (primo portale italiano dedicato interamente dedicato alla finanza etica, on line da poche settimane) e redatto da Pier Emilio Gadda. Il rapporto analizza i 33 fondi etici italiani, dei quali 13 azionari, 13 obbligazionari, 6 fondi bilanciati e un fondo flessibile. Il 78,8% dei fondi etici italiani non investe nell'industria delle armi. Sette fondi su 33 (pari al 21,2%) escludono i titoli di debito pubblico di Paesi in cui viene applicata la pena di morte. Il 64,7% delle società di gestione del risparmio che propongono l'investimento etico ha aderito alle linee guida Eurosif sulla trasparenza, il 58,8% si avvale di un comitato etico. I rendimenti. Nel tempo i fondi etici si rivelano anche dei buoni investimenti dal punto di vista finanziario. Se infatti è vero che per il risparmiatore italiano la performance a un anno è stata negativa (-6,75%), anche a causa dell'andamento generale del comparto azionario, "l'orizzonte temporale coerente con l'investimento socialmente responsabile è, tendenzialmente - spiega Gadda - di medio lungo termine". E infatti se si guarda ai risultati a 3 e 5 anni i valori medi di rendimento si attestano rispettivamente a quota 5,23% e 13,7%, a dimostrazione che "è proprio sul medio-lungo termine che i fondi etici possono dare i rendimenti migliori". I criteri di selezione. I fondi etici si distinguono dagli altri fondi d'investimento per il processo di selezione dei titoli da inserire nel portafoglio. Infatti i criteri di scelta, oltre che finanziari, sono di eticità e di responsabilità sociale. Tra i fondi etici italiani, 26 non investono in titoli di società che producono o commercializzano armi, e 25 escludono l'industria del tabacco dall'universo investibile del fondo. Venti escludono società attive nei settori del gioco d'azzardo, 18 dall'industria dell'alcool, 20 della pornografia e 14 dell'ingegneria genetica. Sei fondi etici tra i 33 che operano in Italia, infine, escludono le società che forniscono servizi di test sugli animali, mentre altri due fondi si limitano ad escludere quelle che effettuano test per scopi non medici (tra i quali, per esempio, quelli realizzati per conto dell'industria cosmetica). Il 9% dei fondi etici italiani esclude società che producono pesticidi o altri prodotti inquinanti, e il 18,2% non ammette società coinvolte nella raccolta, trasformazione o commercializzazione di legname proveniente da foreste protette. Altri criteri di esclusione. Ma ci sono molte altre ragioni per le quali i risparmiatori possono decidere di investire in uno dei fondi etici che operano in Italia. Il 36,4% esclude dal portafoglio i titoli di Stato di Paesi che violano sistematicamente i diritti civili e politici, o i diritti umani (9%), oppure sono coinvolti in operazioni militari condotte senza l'autorizzazione di organizzazioni sopranazionali (18%). Il 7% dei fondi etici italiani, infine, non ammette, all'interno del proprio paniere, i titoli del debito pubblico di Paesi nei quali è presente o viene applicata la pena di morte. I criteri d'inclusione. Ma per essere 'etico' un fondo d'investimento valuta anche dal punto di vista positivo i titoli che include nella propria gestione, selezionando aziende che agiscono nel rispetto dell'ambiente, dei diritti umani e garantendo la trasparenza. E infatti il 78,8% dei fondi etici italiani privilegia "imprese sensibili all'impatto ambientale dei propri prodotti e processi produttivi". Il 18,2% dei gestori privilegia società che producono o utilizzano energie rinnovabili, e il 15,1% quelle che riducono le emissioni inquinanti, o i consumi di energia elettrica (18,2%). Il 54,6% dei fondi etici italiani (corrispondenti a 18 su 33) adotta il principio della "tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro". Quattordici fondi (il 42,4%) investe in imprese che "testimoniano un rapporto positivo con le comunità locali; dieci fondi etici (il 30,3%) nella selezione del portafoglio titoli attribuiscono un valore prioritario al rispetto dei diritti umani e dei lavoratori. Ci sono poi criteri legati alla governance aziendale: otto fondi prediligono le imprese che adottano criteri di trasparenza nell'amministrazione finanziaria e nella remunerazione dei manager, 11 quelle che "mantengono un rapporto positivo con gli azionisti", 10 quelle che "non vengono coinvolte in episodi di corruzione". L'importanza della trasparenza. "Quando si parla di fondi d'investimento etico - sottolinea Gadda - la trasparenza è un punto chiave". Ma in cosa si traduce? "Trasparenza significa, in fin dei conti, dare all'investitore socialmente responsabile la possibilità di decidere se un determinato fondo etico risponde o meno alla propria personale concezione di eticità". Esistono delle linee guida internazionali sulla trasparenza, basate sulle migliori pratiche correnti: le più accreditate in Europa sono quelle Eurosif, adottate da 11 società. Dieci tra le società di gestione che in Italia investono in fondi etici hanno inoltre un 'comitato etico' che vigila affinché venga mantenuto uno stile di gestione orientato ai principi di eticità e responsabilità sociale.


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