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Tutto libero, ma non troppo

Liberazione – 4.5.08

 

500 euro al mese trasferiti dai salari ai profitti - Stefano Bocconetti

Hanno vinto. Stravinto. Più o meno l'hanno sempre saputo tutti: gli studiosi dell'economia, certo, ma anche i sindacalisti, i dirigenti dei partiti (tranne forse qualcuno nel piddì), le persone, le semplici persone. Solo che ora quel "successo" è quantificabile nel dettaglio. Dunque, in appena un quarto di secolo, il sistema delle imprese ha sottratto ai salari otto punti percentuali del Pil, del prodotto interno lordo. Prima, prima degli ani '80, i profitti si prendevano il 23, 12 per cento del pil. Ora si intascano quasi il 32 (31,3 per l'esattezza). Una redistribuzione gigantesca, uno spostamento di ricchezza nelle mani di chi già ne possedeva tanta che fa impressione se tradotta in cifre, in euro. Per capire: otto punti di Pil - con i "numeri" del Pil odierno - significherebbero 120 miliardi di euro. Tradotto: se fosse "cancellato" l'ultimo quarto di secolo, se i rapporti fra lavoro e imprese tornassero indietro nel tempo - diciamo a prima della sconfitta alla Fiat - oggi i diciassette milioni di stipendiati e salariati avrebbero settemila euro in più in busta paga. Ogni anno. I dati, li ha forniti la Bri, la banca dei regolamenti internazionali, una delle più attendibili fonti di "monitoraggio" delle tendenze economiche. E li ha anticipati ieri, con un'analisi approfondita, la Repubblica. Dunque, più profitti e meno salari. Come è stato possibile? Questo lo studio non lo spiega. Ma basta accostare i passaggi più significativi di questa redistribuzione con le vicende politiche e sindacali per accorgersi dei nessi. Dei rapporti esistenti. Allora, il punto di partenza sono gli anni '60, il boom economico, la "ripartenza" dell'Italia dopo le difficoltà del dopo guerra. In quegli anni, il sistema delle imprese si "accontentava" del ventitrè per cento del Pil. Al lavoro, ai redditi da lavoro dipendente restava poco meno del settanta per cento. Più o meno come avveniva in quasi tutti i paesi dell'Occidente. Qualche frazione di punto in più, a favore del salario, lo si registra alla fine degli anni '60, durante l'"autunno caldo". Numeri quasi impercettibili. La scossa, quella vera, la si registra a metà degli anni '80. I "profitti" salgono, salgono. Si accaparrano una fetta sempre più grande della ricchezza prodotta in Italia. La spiegazione è semplice: gli anni nei quali i "sensori" economici hanno rilevato uno spostamento dai salari alle imprese, erano stati preceduti dai 35 giorni di occupazione a Mirafiori, nell'autunno dell'80. La più dura prova del sindacato italiano nel dopoguerra, che si è chiusa esattamente come la Fiat aveva immaginato e sperato: con i licenziamenti di massa, con l'affermazione della "legittimità" dei licenziamenti di massa. E con la repentina riduzione del ruolo, del «peso politico» si diceva, del sindacato. E ancora: quel primo, significativo spostamento di risorse verso le imprese, era stato preceduto dal taglio dei punti di scala mobile. Quei quattro punti decisi dal governo Craxi, contro cui, inutilmente, si oppose la sinistra, prima con mesi di ostruzionismo parlamentare e poi con un referendum, nel quale fu sconfitta. Eppure, anche elementi così rilevanti nella storia sociale di questo paese non hanno avuto il peso degli accordi siglati da sindacato, Confindustria e governo agli inizi degli anni '90. Accordi il cui risultato è leggibile benissimo nei dati forniti dalla "Banca dei regolamenti internazionali": a metà degli anni '90, i profitti sfondano il muro del trenta per cento. Superano quella soglia. Da allora in poi, le imprese si sono prese più di un terzo del prodotto interno lordo. Anche qui, la spiegazione, forse, è più semplice di quel che si possa pensare. Certo ci si riferisce a fenomeni internazionali, a tendenze dell'economia globale che si sono affermate nel corso di decenni. Ma che pure sono "leggibili" nel nostro paese in fatti concreti. Databili con esattezza. Nell'estate del '92, la trattativa a tre, decise di eliminare la scala mobile. Quel sistema automatico di protezione dei salari che compensava le buste paga dagli effetti dell'aumento del costo della vita. Di più, l'anno successivo, il 23 luglio - data che dà il nome all'accordo - gli stessi protagonisti (sindacato, imprese e governo) decisero, di fatto, di mettere un tetto ai salari. Si decise che gli aumenti delle buste-paga, nei rinnovi contrattuali, sarebbero stati legati solo all'inflazione programmata. E si parla di aumenti contrattuali, siglati ogni tre anni se va bene, non annuali. A conti fatti, i salari sono così risultati l'unico "elemento" economico sotto controllo. I prezzi hanno continuato a crescere, le tariffe pure, la spesa pubblica, la spesa sociale a ridursi. Ma le buste-paga hanno dovuto fare riferimento solo all'inflazione programmata. Per essere ancora più chiari: nel giro di poco tempo, meno di un decennio, venti milioni di persone hanno visto ridursi - e consistentemente - gli strumenti che si erano inventati a tutela dei loro redditi. Prima la contingenza - appunto, la scala mobile - poi il valore economico del contratto nazionale. Anche allora - esattamente come avviene in questi giorni - si disse, e lo dissero anche autorevoli dirigenti della Cgil, che la "perdita" su quei due versanti sarebbe stata compensata da un incremento della quota salari da redistribuire nella contrattazione articolata. Nelle vertenze di fabbrica. Non è stato vero, non è vero. La contrattazione articolata ha interessato meno del venti per cento dei lavoratori. Nulla, o quasi. Così, i profitti si sono presi alla fine degli anni novanta un terzo del Pil. E non si sono fermati: due anni fa, nel duemila e cinque, la fetta era ulteriormente cresciuta. Era arrivata al trentuno e trentaquattro per cento. Di conseguenze le buste-paga, tutte le buste-paga, si sono dovute accontentare del sessantotto e sette per cento. Ai lavoratori va sempre meno, mettendoci dentro anche il "colpo" ricevuto col cambio della lira con l'euro. La Fiom ha calcolato che lo stipendio medio di un metalmeccanico oggi è di mille e duecento euro. In lire, sarebbe stato due milioni e trecentocinquanta mila. Non alto, ma dignitoso. Oggi mille e 200 euro non bastano. A nulla. E non sembra finita. Non sembra proprio finita. Perché proprio in questi giorni le tre confederazioni hanno annunciato di aver raggiunto un accordo. Fra di loro, che non sarà difficile allargare anche alla Confindustria. Accordo che pomposamente chiamano di riforma della struttura contrattuale. Anche in questo caso, però, nulla di nuovo. Insomma: si va nella stessa direzione di sempre. L'idea è quella di trasferire ulteriori risorse verso la contrattazione aziendale, continuando a rendere sempre più sottile il contratto nazionale. Di più: l'idea, sostenuta da tutte e due le più grandi forze politiche che si sono "fronteggiate" in questa campagna elettorale, è quella di legare il salario alla produttività nelle aziende. Guadagni di più solo se produci di più, guadagni di più solo se l'azienda è in grado di produrre di più. Sta per saltare, insomma, l'ultimo strumento, tenue, a difesa dei salari. E quel terzo di Pil intascato dalle imprese continuerà a crescere. Come è avvenuto in tante altre parti del mondo. Come è avvenuto nel paese del Sol Levante dove negli stessi venticinque anni, i profitti sono aumentati di nove punti, o in Spagna, dove in venticinque anni si è passati dal 27 per cento al trentatrè per cento. Ma anche qui, forse vale la pena riflettere su un altro dato. Che lo spostamento di ricchezze verso le imprese se riguarda tutto il mondo, è meno accentuato - un po' meno accentuato - in alcune zone. In alcuni paesi. Su questo non arriva in soccorso lo studio della "Bri" ma occorre servirsi di altre fonti. La Germania, per esempio, dove la redistribuzione è un pochino meno vantaggiosa per le imprese. Vale la pena allora interrogarsi se in qualcosa, almeno in qualcosa, abbia pesato il modello contrattuale di Berlino. Quello difeso a spada tratta dal potente sindacato dei metalmeccanici tedesco. Difeso dagli assalti dei governi socialdemocratici prima e poi di Grande Coalizione. Quello che prevede il rinnovo annuale della parte salariale, quello che prevede ogni anno la definizione di un adeguamento delle buste-paga all'inflazione. Quella vera, non quella immaginata dai governi. In Italia si sta scegliendo un'altra strada. E dire che appena poche settimane fa, in piena campagna elettorale, tanti - anche quelli che non avevano le carte in regola per farlo - mettevano l'accento sulla "questione salariale". Chi non ricorda le tante denunce sulla terza settimana? Sull'impossibilità per una famiglia su tre ad arrivare alla fine del mese? Ora è tutto dimenticato, ora si va in un'altra direzione. Lo fa anche il sindacato. Che sta trasformandosi sempre più in quello che un grande segretario della Fiom, che non c'è più, Claudio Sabattini chiamava "il sindacato di mercato". E gli indici economici si limitano a prenderne atto. Hanno vinto, insomma.

 

Basta la democrazia ad opporsi alla violenza del capitale? - Franco Berardi Bifo

Sono dunque i simboli che ci fanno paura? Ci dispiace che la gente gridi "Duce Duce"?

Lasciamo da parte i simboli e guardiamo alla sostanza: il governo Berlusconi del 2008 per i salariati sarà migliore del governo Prodi. Sarà meno subalterno agli ordini della Banca europea e meno tremante agli imperativi della Confindustria. Qualcuno dice che la destra italiana è pericolosa. Per quel che ne so io il primo Ministro degli Esteri che ha violato l'articolo 11 mandando aerei italiani a bombardare un paese sovrano con l'uranio impoverito, provocando morte e malattia non solo ai bombardati ma anche a centinaia di soldati italiani, si chiama Massimo D'Alema, e nella geografia politica ufficiale starebbe a sinistra. E allora di cosa abbiamo paura? Il motivo profondo della paura non è stupido. Non lo vediamo perché operiamo quella che la psicoanalisi chiama "rimozione". Cerchiamo di non vedere la causa vera della nostra paura, che è il progressivo dispiegarsi di una catastrofe che sta investendo la civiltà terrestre. Cerchiamo di non vedere gli effetti che il capitalismo liberista ha depositato nel cuore e nella mente dell'umanità nella superficie fisica del pianeta, nella consistenza velenosa dell'aria. Abbiamo paura dell'impotenza della politica, dell'incapacità collettiva di arrestare o anche solo rallentare l'accumularsi della devastazione psico-fisica. Cerco di tirare delle conclusioni del mio ragionamento: quel che è successo in Italia ha poca importanza. Non accadrà nulla di catastrofico. La catastrofe non viene da quelli che hanno vinto le elezioni, ha cause più profonde e dimensione più ampie. Di questo dobbiamo occuparci, non del farsesco ritorno delle camicie nere. E per questo non serve a niente recriminare, né rimpiangere governi di sinistra che nulla fecero per ostacolare la violenza del capitale. Non serve molto neppure racimolare quel che resta di un passato non molto glorioso per prepararsi alle prossime scadenze elettorali. Quelli che pensano a come andranno le elezioni del 2013 mi fanno ridere. Non tanto perché nel 2013 potrei non esserci io, ma perché è probabile che non ci sia più il mondo. Per lo meno il mondo come lo abbiamo conosciuto nel corso dell'epoca moderna. Pensiamo alla prossima generazione. Cresce nel rumore bianco dell'ipermedia, mentre le strutture scolastiche della trasmissione di sapere stanno crollando, non solo perché sono private di risorse, ma soprattutto perché la mente docente non è più in grado di comunicare con la mente discente, per un problema di difformità tecnica, per incompatibilità dei formati. Affettivamente incapace di fare comunità, culturalmente priva di difese critiche, tagliata fuori da ogni memoria storica, la nuova generazione è già oggi preda dell'ipersfruttamento, della precarietà, della violenza autolesionista. Negli ultimi dieci anni il cancro ai polmoni si è moltiplicato per tre volte nella popolazione delle grandi città. Polveri sottili e scorie tossiche come peste invisibile diffondono la malattia nella maggioranza della popolazione. La fame che negli ultimi cinquant'anni recedeva ora ha ripreso ad espandersi perché i Suv possano continuare ad inquinare. Un tempo dicevamo che la classe operaia combatteva una battaglia per i suoi interessi, ma che dall'esito di questa battaglia dipendeva il futuro di tutta l'umanità. Era vero. La classe operaia ha perso e con quella sconfitta è imploso il futuro di progresso dell'intera umanità. Ricompattare l'esercito disperso del lavoro è un compito al quale non possiamo sottrarci, perché forse ci aspetta nel futuro una nuova stagione di lotta operaia. Ma il discrimine vero è più radicale: da una parte c'è la libertà umana, dall'altra l'automatismo catastrofico dell'economia capitalista. E' possibile affrontare questa problematica con gli strumenti della democrazia rappresentativa, e le mitologie della sinistra storica? Credo di no. Ci sono altri strumenti che permettano di comprendere e di trasformare? Per il momento non mi pare che ci siano. Il primo compito è costruirli, non salvare qualcosa del passato.

 

Viva Visco abbasso la stampa - Rina Gagliardi

Puoi fare tutto, in questo Paese, tranne che, come si usava dire un tempo, "disturbare lor signori", cioè toccare interessi forti o rompere i tabu consolidati del sistema-regime. Puoi esaltare come vuoi le "magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione e della inedita libertà che la Rete ci consente: ma se un ministro, anzi un viceministro delle Finanze ancora in carica, si azzarda a mettere in Rete le dichiarazioni dei redditi degli italiani, scoppia il finimondo. Denunce alle Procure, indignazione diffusa, allarme (stupidissimo) sul favore che verrebbe così reso a mafie, organizzazioni criminali, nonché vicini invidiosi. Addio "trasparenza", addio libertà d'informazione - tutta e solo carta straccia, è il caso proprio di dire. Nel Paese in cui evadere il fisco è considerata, dai più, una virtù, anzi un'arte sopraffina, non solo e non tanto il "quanto guadagni" ma il "quanto dichiari" al fisco, ovvero alla collettività, è considerato un segreto personale da custodire gelosamente, un fatto di privacy - quasi come la propria vita sessuale e sentimentale. Ma come si fa a sostenere la natura privatistica, personalissima, "inviolabile", di una questione che attiene a uno dei fondamenti della vita pubblica e della democrazia, cioè il rapporto tra cittadino e Stato, cioè il "patto fiscale"? Sì, puoi fare tutto. Tranne che mettere in discussione la sacralità del Denaro, l'unica vera religione del nostro tempo. Tranne che mettere in Rete, la moderna agorà del nostro tempo, la possibilità di conoscere i comportamenti politici dell'establishment e delle classi ricche (Vincenzo Visco, per me, merita un appoggio incondizionato. Ahi, ma perché questo centrosinistra fa cose davvero apprezzabili solo quando è già morto?). Puoi fare tutto: e sarai perdonato (quantomeno dal sistema dell'informazione) se appartieni al mondo degli inclusi. Puoi anche ammazzare di botte un povero giovane, che non ti voleva dare una sigaretta: ma se sei parte di un branco di "bulli", bianchi e padani della leghista Verona, i maggiori quotidiani (come hanno fatto ieri "Corriere" e "Repubblica") non dedicheranno all'agghiacciante episodio neppure un titolo di prima pagina. Immaginate quale sarebbe stato il rilievo mediatico, e politico, se il gruppo omicida fosse stato di rom, romeni o marocchini? Quali e quante riunioni straordinarie del Consiglio dei ministri ci sarebbero state? Quali e quanti leggi sulla sicurezza sarebbero state proposte? Ma erano italiani, e la campagna elettorale appartiene ormai al passato. E nel Paese si respira un altro clima… Dove puoi fare tutto, ma all'interno di confini ben rigidamente predeterminati - specie e anche all'interno di quel servizio pubblico che ha nome Rai. Se cerchi di usare questo servizio per i suoi scopi primari - fornire un'informazione documentata su ciò che accade e si muove nella società - se rompi, per una volta, la coltre del conformismo, dando conto di un fenomeno che accade, come quello di Beppe Grillo e che coinvolge, a torto o a ragione, milioni di persone, come ha fatto giovedì scorso Michele Santoro, apriti cielo e spalancati terra. Mai, a nostra memoria, il presidente della Rai ha usato parole di condanna così severe. Raramente, come in questa circostanza, la reazione è apparsa di scandalo - sembra di esser tornati ai tempi in cui Alba Arnova danzò in Tv con una calzamaglia color carne - era ancora la Tv in bianco e nero! - e l'Italia democristiana e benpensante vomitò indignazione per mesi. Si può eccepire, certo e anche non poco, sugli show di Grillo, sulle scelte di "Annozero" come su quell'aria da eterno primo della classe di Marco Travaglio - figuriamoci poi se un comico-guru, a metà tra spettacolo e politica, a metà tra radicalismo di sinistra e populismo, non dice un mucchio di cose che non si possono condividere (come per esempio l'abolizione dei giornali fuori dal coro). Ma il problema non è questo. E', anche qui, la natura spropositata della reazione. E' la minaccia censoria monodirezionale, che cioè persegue soltanto le "parole di troppo", le opinioni, le idee che disturbano. E' la concezione conformista e perbenista del servizio pubblico. E' il trionfo, eterno, del "si fa, ma non si dice", così peculiare di questo Paese. Non sarà anche per qualcuna di queste ragioni che l'Italia è all'(umiliante) ventinovesimo posto nella classifica mondiale della libertà d'informazione? Non sarà che la libertà d'informazione - uno dei beni fondativi della modernità, una delle architravi della democrazia - va all'indietro, invece che in avanti, in proporzioni perfettamente inverse al procedere della globalizzazione? Oltre il sessanta per cento del globo terracqueo è radicalmente escluso (apprendiamo dalle cifre diffuse ieri, giornata mondiale dedicata al tema) anche da una parvenza di stampa e informazione libere. In vaste zone del mondo, i giornalisti vanno in galera, vengono perseguitati e sempre più spesso fatti fuori - accade nella Russia di Putin, grande amico (ma non solo) del nostro prossimo premier. In altre, quelle più sviluppate (come il civilissimo Giappone), sono soggetti o a codici o a pratiche di vero e proprio regime. In altri ancora (come il nostro, con molte lodevoli eccezioni), sono vittime di autocensura, conformismo, servilismo. Diciamoci la verità che, come recitava la vecchia canzone di Caterina Caselli, quasi sempre "fa male": alla borghesia attuale non solo non importa nulla di avere un'informazione davvero libera - libera nella sostanza, autonoma, non condizionata da chi ha potere - ma la teme. Rimuovendo le proprie origini rivoluzionarie (i giornali e l'informazione, nel senso moderno del termine, sono nati durante la Rivoluzione francese, per far conoscere al citoyen nascente che cosa si discuteva nella Convenzione e che cosa sostenevano i diversi club, a loro volta partiti nascenti), i borghesi di oggi hanno trasformato l'informazione in una branca dei loro commerci, il cui valore coincide soltanto ed esclusivamente con quello che rende o non rende - in termini di denaro, potere, consenso, controllo delle opinioni. Tutto il resto discende da qui. Ed è un esempio lampante, uno dei più drammatici, del divorzio ormai consumato tra capitalismo e liberalismo,tra logica pura del mercato e pratica della libertà. Lo ha capito anche Giulio Tremonti….

 

Manifesto – 4.5.08

 

D'Alema richiama i libici Calderoli? Problema nostro - Domenico Cirillo

Roma Ieri pomeriggio Massimo D'Alema, ministro degli esteri ancora per pochi giorni, ha deciso che l'affondo libico su Calderoli non poteva restare senza una risposta ufficiale. Così, quasi 24 ore dopo la nota dell'agenzia libica Jana che riportava il pensiero del figlio di Gheddafi - «conseguenze catastrofiche per i rapporti tra Italia e Libia» nel caso in cui Calderoli venisse nominato ministro - ha fatto diffondere un comunicato della Farnesina. «La formazione e composizione del nuovo governo è una questione interna regolata da precise disposizioni costituzionali», ha ricordato D'Alema ai libici. Aggiungendo un richiamo al rispetto delle relazioni diplomatiche e un augurio che «vengano evitati in questa fase commenti e prese di posizione che non contribuiscono al rafforzamento dei rapporti». D'Alema ha voluto sottolineare come «egli stesso in questi ultimi anni ha coltivato con particolare impegno e convinzione questi rapporti», auspicando che «continuino ad essere sviluppati al di là dei cambiamenti di governo». Ma la presa di posizione di D'Alema, immediatamente apprezzata dagli esponenti del Popolo delle libertà che l'avevano pubblicamente richiesta, si è conclusa con un richiamo anche a Berlusconi (e a Calderoli): «L'Italia attribuisce una particolare importanza al dialogo tra le culture e le civiltà - ha detto il ministro - come elemento chiave per una fruttuosa cooperazione nel Mediterraneo, regione in cui il nostro paese svolge un ruolo attivo, equilibrato e propositivo». Una nota puntigliosa che si può leggere come avvertenza nel momento del passaggio delle consegne (a Frattini, prossimo ministro degli esteri per Berlusconi): con uscite come quella della maglietta anti Islam, Calderoli o chi per lui metteranno a rischio i buoni risultati del governo Prodi nel dialogo con il mondo arabo. Ieri una dichiarazione di un portavoce della Lega araba da Il Cairo aveva fatto pensare per un momento che all'attacco di Gheddafi junior potesse seguire una levata di scudi del mondo arabo. «Se veramente un personaggio come Calderoli diventasse ministro - aveva dichiarato all'agenzia Agi Abdul Alim al Abyat - personalmente penso che ci potrebbero essere dei problemi nei rapporti con il vostro paese». Poco dopo però il portavoce veniva smentito dal numero due dell'organizzazione araba, Ahmad ben Helly, che parlava di «speculazioni» assicurando che la Lega araba «prenderà posizione quando vedremo la politica del governo Berlusconi». E in sequenza anche i rappresentanti del mondo islamico in Italia hanno preso le distanze da Gheddafi junior, autore secondo Mario Scialoja (componente della consulta islamica presso il Viminale) di «un'indebita ingerenza negli affari interni». Anche secondo il presidente dell'Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii), Mohamed Nour Dachan, quella dei libici è stata «un'indebita invasione di campo nelle questioni del nostro paese, oltretutto non rispettosa dei convenzionali canali diplomatici». Tutti con Calderoli, dunque. Anche gli esponenti del Pd come Marina Sereni che ha parlato di «un diktat che nessun governo potrebbe mai accettare», aggiungendo che «un conto è la propaganda che a volte la Lega conduce anche con qualche eccesso, un conto è la politica di un governo». O Antonio Di Pietro: «Da italiano mi ribello al veto di Gheddafi». Significativamente meno incline a giustificare «qualche eccesso» leghisti è apparso il prossimo capogruppo al senato di An Maurizio Gasparri, secondo il quale la Libia non deve interferire ma la sortita di Calderoli con la maglietta anti Islam provocò «tensione grave e conseguenze drammatiche» dunque «se tornerà al governo non lo farà per esibire t-shirt o intenti gladiatori». Prudenza tra alleati che si spiega con le trattative in corso per la formazione del governo. Se a questo punto Calderoli è un intoccabile e avrà la poltrona delle riforme, a Berlusconi resta ancora da risolvere il rebus sul welfare: An rivendica il ministero, il cavaliere vedrebbe meglio il forzista Sacconi. Alla giustizia invece è quasi certo Marcello Pera. Il tempo stringe, Berlusconi potrebbe ricevere da Napolitano l'incarico di formare il governo già mercoledì prossimo.

 

Corsi di recupero - Marco d'Eramo

Una catastrofe si è abbattuta sulla sinistra europea che ormai - come Atlantide - s'inabissa nei flutti della politica. Almeno a stare ai commenti fin qui letti. Verrebbe da dire: calma e sangue freddo. Se il Labour cede Londra e Alemanno vince Roma, subito diventa epocale affondamento della sinistra: quando pochi anni fa il Labour faceva sua Londra e la sinistra coglieva Roma, nessuno parlava di disfatta storica della destra mondiale. Né la vittoria di Zapatero in Spagna è stata salutata come una Beresina del conservatorismo. A pensar male si fa peccato, ma di fronte a visioni tanto apocalittiche s'insinua un sospetto. C'è infatti un particolare artificio retorico che consiste nell'ingigantire le difficoltà al punto di renderle insormontabili. L'immanità del problema diventa alibi d'immobilismo. Che dal '900 la struttura di classe sia cambiata e i modi di sfruttamento mutati, lo sappiamo da decenni, e alcuni di noi hanno chiesto - invano - di trarne le conseguenze teoriche e politiche. Ma che le attuali sconfitte elettorali vadano attribuite alla mutata struttura di classe e ai nuovi rapporti di produzione, beh è davvero grossa: in Italia due anni fa la Sinistra arcobaleno aveva il 10% dei voti; oggi è scomparsa: in due anni è forse cambiata la struttura sociale italiana? Due anni fa Veltroni otteneva il 61% , oggi Rutelli non arriva al 47. Nell'Urbe 24 mesi hanno forse mutato i rapporti di produzione? Ma quando mai! Le origini della disfatta hanno nomi, cognomi e indirizzi. I dirigenti di sinistra hanno condotto una politica suicidaria. Il governo Prodi è stato un disastro: di fronte all'iniqua redistribuzione dei redditi provocata dall'euro, è mai possibile che dovessimo aspettare Mario Draghi perché qualcuno proponesse di aumentare i salari? E la campagna elettorale è stata un flop clamoroso: scomparso l'ambiente, cancellata la politica estera, rimossa la laicità. L'analfabetismo politico di ritorno è tale che, approfittando della disoccupazione forzata, qualcuno a sinistra dovrebbe frequentare corsi serali. Per imparare di nuovo che compito di una forza politica è rappresentare gli interessi del blocco sociale che la elegge. I partiti del movimento operaio nacquero per rappresentare gli interessi operai, non quelli dello stato nazione. Al contrario, Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno rappresentato a perfezione gli interessi della propria coalizione sociale: hanno fatto il loro mestiere di destra. A forza di condoni edilizi e fiscali, Berlusconi rappresenta benissimo il popolo dell'Iva. Invece il governo di centrosinistra tutto ha fatto, fuorché rappresentare gli interessi del blocco sociale che l'ha eletto - grosso modo tutti coloro, a retribuzione fissa, che continuano a guadagnare in lire pur spendendo in euro. Se la sinistra si mettesse a rappresentare gli interessi dei gruppi che la elessero, potrebbe accadere, udite, udite, che i verdi si occupino di ambiente invece di lasciare alle tv berlusconiane la denuncia dell'immondizia in Campania. La sinistra «radicale» eviterebbe quell'opera buffa intitolata «Il tesoretto smarrito» (poi ritrovato e indi riperso). Insomma sboccerebbe di nuovo quella sconvolgente idea per cui vince chi fa bene il proprio mestiere, a cominciare da noi, giornale della sinistra.

 

«A furia di spostarsi a destra adesso il partito è morto»

Orsola Casagrande

Neal Lawson è stato consulente di Gordon Brown quando era ministro del tesoro. Critico dell'operato di Tony Blair assieme a altre personalità politiche, sindacali, intellettuali Lawson ha dato vita a Compass, una sorta di think tank che si propone di indicare una via alternativa al New Labour, così come lo aveva pensato Blair. Un commento su questo voto disastroso? Il New Labour è morto. E' finita la strategia che ha visto il partito spostarsi progressivamente a destra, cercare di anticipare i Tories nelle loro politiche, ossessionato da mitica middle England e negando che le politiche del libero mercato stiano avendo un effetto devastante sulla società. Queste elezioni hanno dimostrato che la strategia di Blair, resuscitata da Gordon Brown, che puntava sulla conquista del voto della middle class dando per scontato il sostegno incondizionato della working class non regge più. La realtà è che la working class o resta a casa o vota per chiunque ma non per il Labour in alternativa ai Tories. Milioni di persone ancora si identificano con questo partito ma non lo votano perché le scelte di questi anni sono state devastanti. Nel senso che hanno allontanato sempre più la base, la gente dalla politica. Assolutamente. La situazione del centro sinistra in tutta Europa, con qualche eccezione, non brilla. Anche in Gran Bretagna le politiche del New Labour sono state vissute dalla gente, dai nostri elettori tradizionali, come ostili. E poi ampi settori della middle class sono tornati a votare Tories, per la prima volta dalla fine degli anni '80. Su libertà civili, welfare e perfino povertà è il leader dei conservatori David Cameron a segnare il passo del dibattito nel nostro paese. La strategia elettorale del New Labour è andata in frantumi. Quattro milioni e mezzo di voti persi dal 1997: e ora? Soltanto un cambio di direzione netto e chiaro potrà rimettere in sesto il partito. Io penso che a questo punto il problema non sia nemmeno più definire se il Labour è il partito della middle class o della working class. Deve essere il partito di entrambe, perché oggettivamente i problemi dell'una e dell'altra classe ormai non sono così diversi. Così come non lo sono in Europa. Ed è quello che la sinistra non capisce. La gente chiede risposte su questioni come l'insicurezza causata da un mercato del lavoro sempre più flessibile, la difficoltà nell'acquistare una casa, le pensioni, l'immigrazione, la sicurezza, il welfare. E bisogna essere in grado di dare queste risposte. Tenendo presente che se questi problemi condizionano ormai tutti, è evidente che sono le classi meno abbienti a pagare il prezzo più alto. Fammi dire con una battuta che un cambiamento di rotta non è una necessità ideologica ma un imperativo elettorale. Sei stato consulente di Gordon Brown. Dopo il voto c'è già chi reclama la sua testa. Tu come la vedi? Brown aveva detto in autunno che avrebbe fatto slittare le elezioni politiche per avere il tempo di definire e spiegare la sua visione, la sua idea per il paese. Sono passati sei mesi e mi sembra che Brown si sia fatto prendere dal panico e invece di proporre una sua visione abbia deciso di riproporre le politiche fallimentari del blairismo. La classe operaia non è stata solamente ignorata ma attaccata su questioni come la casa, i benefits. Anche i sindacati e la loro azione in difesa dei lavoratori sono stati criticati. Voglio dire che se il brownismo si riduce al blairismo ma senza il boom economico che ha assistito almeno in una prima fase Blair, allora il partito laburista è finito. Per un momento Gordon Brown ha rappresentato la speranza del cambiamento. I suoi messaggi iniziali parlavano di un contenimento della privatizzazione della sanità e della scuola, di politiche abitative serie, di una riforma costituzionale significativa. Ma sono rimasti messaggi. E nel momento in cui è diventato chiaro che Brown sarebbe stato il primo ministro della continuità e non del cambiamento, il sostegno elettorale è crollato. La domanda adesso è se il Labour riuscirà a risollevarsi. Soltanto se il governo abbraccerà senza riserve il cambiamento. Una mossa da fare subito o il partito ne pagherà le conseguenze. I bisogni della società, della gente devono diventare la priorità, venire prima dei bisogni dell'economia.

 

La vita agra degli arabi-israeliani - Michele Giorgio

Haifa - Quando una dozzina di anni fa lo studente Hillel Cohen, ora stimato docente di storia all'Università ebraica di Gerusalemme, vide quei documenti, si rese subito conto della loro eccezionale importanza. I funzionari dell'Archivio di Stato, declassificando migliaia di vecchi fascicoli della polizia su furti, rapine e altri reati comuni commessi negli anni successivi alla fondazione di Israele, non si resero conto di aver messo a disposizione del pubblico anche materiali riguardanti migliaia di cittadini palestinesi (gli arabi israeliani) che in quel periodo erano stati informatori dei servizi di sicurezza, in gran parte di piccolo calibro ma anche qualche spia a tutti gli effetti, ben integrata nel nuovo Stato nato nel 1948. Da quei vecchi fogli di carta ingialliti pieni di nomi e relative «prestazioni», Cohen riuscì a tirar fuori un libro: «Gli arabi modello». Divenne un bestseller. Mai nella storia di Israele un libro scritto in ebraico ha trovato tanti lettori tra gli arabi. Dalla Galilea Bassa e Alta fino al deserto del Negev, i palestinesi si procurarono un copia del libro, ristampato più volte. «Le pagine più lette in realtà furono quelle con l'indice dei nomi, tanti temevano per l'onore della famiglia», ha ironizzato lo scrittore Sayyed Qashua. Ma da ridere e da ironizzare c'era ben poco, perché gli anni successivi alla creazione di Israele furono tra i più amari e tormentati per i 150-200mila palestinesi che non abbandonarono o vennero cacciati via dalla loro terra, come avvenne per altri 700-750 mila palestinesi poi finiti in Siria, Libano, Giordania e altri paesi arabi e ai quali non è mai stato concesso di tornare nella loro terra d'origine, sebbene ad affermare questo diritto sia una precisa risoluzione dell'Onu. Sbandati, senza dirigenti politici, isolati, considerati alla stregua di traditori dagli altri arabi perché vivevano sotto l'autorità di Israele e, allo stesso tempo, costantemente seguiti dai servizi di sicurezza del neonato Stato ebraico - fino al 1966 sono rimasti sotto un duro governo militare -, i palestinesi furono chiamati a superare difficoltà enormi. «Erano cittadini, con diritto di voto, ma ogni aspetto della loro vita in quel periodo tra il 1948 e il 1966 era condizionato all'ottenimento di permessi e autorizzazioni, e per averli tanti non ebbero altra scelta che collaborare con lo shabak (il servizio di sicurezza interna)», ha scritto il professor Yoav Di Capua, uno studioso di quel periodo di storia israeliana. «Tanti della mia generazione hanno collaborato - racconta Abu Maher di Mekker, una cittadina vicina ad Acri - Ci spiavamo a vicenda, magari riferendo (allo shabak) solo cose poco importanti, perché l'essenziale era dimostrare che non si era contro il nuovo Stato. E chi manifestava dissenso veniva punito in tanti modi». Quando si parla del periodo tra il 1948 e il 1967 per gran parte degli israeliani, e non solo loro, si fa riferimento ad uno Stato di Israele unito, semplice, impegnato esclusivamente a garantirsi la sopravvivenza. Una sorta di Prima Repubblica moralmente armonica che, sostengono molti, avrebbe avuto fine con l'occupazione di Cisgiordania e Gaza, «corruttrice» dei valori di una società «innocente». La storiografia israeliana recente ha spazzato via questo velo di purezza steso per decenni sui primi venti anni di vita del paese, rivelando, fra le altre cose, la condizione della minoranza palestinese in quegli anni. E nessuno meglio di Emil Habibi, lo scrittore e giornalista scomparso nel 1996, ha saputo raccontare con amara ironia, il quel romanzo geniale che è «Il Pessottimista», la condizione di un arabo in Israele. Un contributo decisivo in questa direzione è stato dato due anni fa da Shira Robinson con il suo «Cittadini occupati in uno Stato liberale: i palestinesi di Israele» (Stanford University). Come Abu Maher di Mekker, altri anziani arabi israeliani ora hanno voglia di raccontare quegli anni, pur nascondendo ancora la loro vera identità. La paura non è scomparsa. Abu Alaa del villaggio di Tirat Haifa, (oggi Tira Carmel, alle porte di Haifa), nel 1948 aveva 17 anni. «Fuggimmo quando la milizia ebraica aprì il fuoco su Haifa, ma non per mare come fecero tanti ma verso la Giordania e la Siria» ricorda Abu Alaa. «I miei fratelli ed io alla fine del 1948 e nei primi mesi del 1949 tornammo più volte, approfittando della mancanza delle barriere di confine, per vedere le nostre terre e la nostra casa. Poi, una notte, fummo scoperti dalla polizia. I miei fratelli riuscirono a fuggire, io in preda al panico venni arrestato». Abu Alaa in carcere rimase per quasi sei mesi, accusato di essere entrato «illegalmente» nella terra dove era nato e cresciuto e dove la sua famiglia aveva vissuto per generazioni. «Avevo visto come era la vita nei campi profughi e quindi decisi di rimanere ad Haifa anche se la mia famiglia era in Siria - prosegue l'anziano - in prigione un collaborazionista mi offrì un permesso di soggiorno rinnovabile, in cambio avrei dovuto lavorare la sua terra senza compenso. Così di giorno zappavo per quell'uomo e di sera lavavo piatti e spazzavo pavimenti per gli immigrati ebrei che arrivavano dall'Europa. Ho sofferto per la fame e per il dispiacere. La mia casa era lì, ancora in piedi, ma non potevo tornarci». Abu Masih, 79 anni, un palestinese cattolico di Haifa, ha vissuto per lungo tempo in una tenda. «A causa della guerra scappai con i miei genitori in un villaggio vicino - racconta con un filo di voce - le autorità israeliane ci presero la casa, dissero che era vuota e quindi la sua proprietà era passata allo Stato. Eppure noi eravano di nuovo ad Haifa, spiegammo che ci eravano allontanati solo per qualche mese. In un attimo perdemmo tutto e per mangiare abbiamo dovuto fare ogni lavoro, senza fiatare. Volevamo rimanere nella nostra terra e lo shabak ci obbligò a collaborare. Ho taciuto per tanti anni, per la vergogna, ma ora la mia famiglia e il mondo devono sapere la verità, devono sapere cosa abbiamo sofferto».

 

Israele, anni in più e ebrei in meno - Michelangelo Cocco

Tasja Villegas non ha ancora deciso in quale città cercare casa, ma tra qualche settimana dovrà abbandonare i viali alberati e la quiete di Ra'anana e trovarsi una sistemazione definitiva nello stato che l'ha accolta a braccia aperte, Israele. Villegas, una 28enne col capo avvolto in un fazzoletto scuro e la gonna lunga tipica delle ortodosse, ha compiuto l'aliyah (risalita), il ritorno alla Eretz Yisra'el biblica, alla vigilia del 60° anniversario della fondazione d'Israele. La giovane si è lasciata alle spalle la piccola comunità ebraica di Copenaghen (circa 2.000 membri) «nella quale non c'è nemmeno un ristorante e soltanto un negozio di prodotti della nostra tradizione» ed è approdata nel centro di assorbimento della cittadina costiera d'Israele dove, come gli altri 360 ospiti, ha avuto a disposizione sei mesi per ambientarsi nella nuova realtà. «In Danimarca l'antisemitismo, da parte degli arabi, sta crescendo», sostiene spingendo verso l'ingresso di una delle due ali di appartamenti immersi nel verde la culla del suo piccolo sabra nato in Israele. Come per migliaia di altri cittadini il viaggio di Villegas è iniziato grazie a uno shaliach, un emissario dell'Agenzia ebraica (Jafi) che l'ha aiutata a sbrigare tutte le pratiche d'immigrazione. La Jafi ha pagato il biglietto aereo per lei e suo marito e le ha fornito un appartamento a prezzo politico, oltre al corso intensivo di ebraico (cinque ore al giorno per sei giorni alla settimana) e al nido gratuiti, più il «basket d'assorbimento», una sorta di sussidio di disoccupazione in attesa che - con l'aiuto di volontari che le spiegheranno come compilare curriculum - trovi un lavoro. «Il centro d'assorbimento garantisce un atterraggio morbido in Israele, perché ognuno ha una personalità diversa ed esigenze differenti - assicura Ruth Berkovich, direttrice della struttura di Ra'anana, una delle 35 sparse per il Paese gestite dalla Jafi -. In questo momento abbiamo gente di 26 paesi e 11 lingue: l'apprendimento dell'ebraico rappresenta il primo ostacolo da superare». Nel 1950 il parlamento israeliano varò la legge del ritorno: «Ogni ebreo ha il diritto di venire in questo paese come un Oleh» (colui che ha compiuto l'aliyah, ndr), proclama il primo articolo della norma che ha dato la cittadinanza a milioni d'immigrati, tra cui anche sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. L'Agenzia ebraica si vanta di aver portato in Israele oltre tre milioni di persone. «Affinché Israele sopravviva e fiorisca come una società ebraica e democratica, l'aliyah resta un imperativo. Israele deve diventare la casa per un maggior numero di ebrei», afferma la Jafi nel suo sito internet. Dalla fine di quella che Israele chiama Guerra d'indipendenza e che per i palestinesi rappresentò la Nakba - la distruzione di circa 400 villaggi e l'esodo di oltre 750mila persone che divennero profughi - lo Stato ebraico ha sistematicamente negato il diritto al ritorno dei palestinesi che - hanno sostenuto tutti i governi di Tel Aviv - comporterebbe la fine dello Stato ebraico. La risoluzione 194 delle Nazioni Unite, varata l'11 dicembre del 1948, quando il conflitto tra gli eserciti arabi e le Tsahal israeliane era ancora in corso «stabilisce che ai rifugiati che vogliono tornare alle loro case e vivere in pace coi loro vicini dovrebbe essere permesso di farlo al più presto possibile e che dovrebbe essere pagata una compensazione per la proprietà di coloro che scelgono di non ritornare». Le politiche demografiche - principale oggetto dello scontro coi palestinesi, assieme al possesso della terra - sono da sempre un'ossessione dello Stato ebraico. Qualcosa però ultimamente s'è inceppato nell'organizzazione che già Theodor Hertzl, l'ideologo del sionismo moderno, ne «Lo Stato ebraico» aveva tratteggiato come la «Society of jews» e che è stata il motore dell'immigrazione ebraica in Palestina. L'agenzia ebraica, operante già durante il mandato britannico sulla Palestina (1920-1948) come governo di fatto del movimento sionista e strumento della colonizzazione della Palestina, a fine marzo ha annunciato la prossima chiusura del suo storico Dipartimento per l'immigrazione e l'assorbimento, come parte di un radicale piano di ristrutturazione. Quando ciò avverrà, la Jafi, di fatto, ammainerà quella che per decenni è stata la sua bandiera. Nel 2007 meno di 20mila persone (6% in meno rispetto all'anno precedente) sono immigrate nello Stato ebraico, la cifra più bassa dal 1989. Le stime per quest'anno parlano di un ulteriore calo, con 15mila nuovi arrivi previsti. Il ministro dell'assorbimento, Jacob Edery, ha dichiarato: «La diminuzione nell'aliyah dovrebbe rappresentare un campanello d'allarme per tutti noi. Dobbiamo fare tutto il possibile per aumentarla, in modo da immettere vita nell'impresa sionista che è così importante per la storia dello Stato». «I problemi per gli ebrei nel mondo stanno diminuendo - commenta Berkovich mentre mostra come sia facile, attraverso una sola rampa di scale, accedere alle classi dalle stanze del centro d'assorbimento - e comunque l'immigrazione ha sempre avuto dei cicli: ora, ad esempio, arrivano dalla Francia, dove c'è una recrudescenza di antisemitismo». Impietosa l'analisi dell'Agenzia globale di notizie del popolo ebraico (Jta): «Il cuore del problema è che l'immigrazione per necessità si è in gran parte esaurita - ha scritto Dina Kraft -. Gli ebrei del mondo arabo sono scappati in Israele negli anni '50, i russi si sono ammassati negli anni '90 e gli etiopi sono arrivati nel corso degli ultimi 25 anni». «Ci sono ebrei in Occidente che vivono in maniera comoda in paesi pluralistici che danno loro opportunità economiche e sociali mai sperimentate e li lasciano praticare le loro tradizioni», ha spiegato alla Jta Uzi Rebhun, demografo presso l'Istituto di ebraismo contemporaneo all'Università ebraica di Gerusalemme. Ma la Jafi è sotto attacco anche da parte di gruppi privati che - come ha scritto Anshel Pfeffer in un'inchiesta sul quotidiano Ha'aretz - «stanno portando migliaia d'immigrati in Israele, incrinandone il decennale monopolio dell'Agenzia. E i donatori americani stanno premendo per ampie riforme nella sua gestione». «Le organizzazioni private statunitensi non possono essere paragonate alla Jafi - s'inalbera Berkovich a una richiesta di chiarimenti sull'argomento - perché lavorano solo negli Usa e per convincere gli ebrei a immigrare danno loro solo un sacco di soldi, non le informazioni, la consapevolezza che forniamo noi». «Nonostante la missione fondante del Paese - ha detto Rebhun - 60 anni dopo la fondazione dello Stato, poco più della metà degli ebrei vive ancora fuori da Israele», dove gli ultimi dati dell'Ufficio centrale di statistica hanno registrato 5.349.600 cittadini ebrei. Ma l'Agenzia ebraica sta già preparando le contromosse. Educare gli ebrei della Diaspora con corsi di formazione capaci di «costruire» un legame con Israele tale da invogliarli a immigrare, ma anche soluzioni più radicali, come visti d'ingresso speciali per chi vuole «esplorare» l'idea dell'aliyah vivendo in Israele per alcuni mesi. Oppure «l'aliyah flessibile», con la quale l'immigrato può dividere il proprio tempo tra Israele e la Diaspora. Magari lavorando a New York e pregando a Gerusalemme.

 

«Nessuno riuscirà a farci prigionieri» - Ennio Remondino

L'amico serbo mi spiega che si tratta di Vuci za nos: traduzione letterale, «tirare per il naso», significato comune più volgare, nel senso di prendere in giro, o anche, di promessa elettorale. Passando dalle lingue agli esempi, la «cordata italiana» per Alitalia prima delle elezioni, è stata una Vuci za nos d'alta scuola. «L'accordo di Stabilizzazione e Associazione con l'Unione europea promesso alla Serbia e firmato dal Presidente Tadic e il mega contratto Fiat per l'acquisizione della Zastava, sono semplicemente Vuci za nost», conclude Miodrag, smaliziato dalla scuola del tirate per il naso del vecchio Milosevic. Non perché la Fiat «tiri per il naso» qualcuno, quanto per i modi e i tempi di un accordo tutto ancora da definire nei dettagli d'investimento e nei risultati di occupazione, si preoccupa di spiegare l'amico che di lavoro e benessere n'avrebbe tanto bisogno. A tirare per il naso, insomma, i politici locali, quelli più vicini all'Unione europea, nella sfida elettorale decisiva dell'11 maggio. «Ci tirano per il naso». La memoria corre a un episodio analogo, meno clamoroso, che ha segnato la vigilia di un'altra tornata elettorale serba importante. La partita per la Presidenza della Repubblica del 3 febbraio di quest'anno. In corsa gli stessi protagonisti di oggi: il «filo europeista» doc Boris Tadic, l'ultranazionalista Toma Nikolic, e l'enigmatico premier uscente Vojslav Kostunica, moderatamente conservatore e moderatamente nazionalista - è stato nel 2000 il protagonista della cacciata di Milosevic -, ma pur sempre europeista anche lui, che sarà ancora una volta l'ago della bilancia. Allora come oggi, la questione Kosovo al centro di ogni considerazione politica. Tutti, a parole, contro la secessione del Kosovo albanese, alcuni disposti a tutto, anche all'isolamento europeo occidentale, per contrastarlo (Nikolic e Kostunica), altri disponibili a un compromesso con l'Unione che ha deciso con gli Stati uniti la creazione del Kosovo albanese (Tadic). Era il giovedì dell'ultima giornata di campagna elettorale. Tadic che si precipita di prima mattina in Kosovo a rincorrere voti destinati a Nikolic. Nel pomeriggio, comizio conclusivo sulla piazza di Belgrado. In mezzo, a sorpresa, «pranzo di lavoro» con una delegazione industriale italiana. Soltanto il tempo di una serie di strette di mano per fotoreporter e telecamere, e via a correre. Allora si trattava di scarpe. Le prestigiose Geox della traspirazione sportiva. A Belgrado era arrivato persino il proprietario Mario Moretti Polegato. Una semplice intenzione di decentramento produttivo che sui telegiornali serbi della sera diventa un accordo industriale definito, con 50 milioni di investimento e 3 mila 500 posti di lavoro. Resta da dire che al momento le Geox, in Serbia, esistono soltanto nei negozi delle griffe europee di Knez Mihailova. Nessuna fabbrica, nessun investimento. Speriamo che con la Fiat sia una cosa diversa. La Vuci za nos dell'Unione europea è più trasparente. Basta spulciare tra comunicati, agenzie, dichiarazioni. Il più diretto è stato il collega Alvise Armellini, di Apcom. «Alla fine l'assist della Ue a favore degli europeisti in Serbia in vista del voto dell'11 maggio è arrivato. Ma si tratta di un regalo congelato», scrive Armellini, ricordando che tutto resta vincolato alla consegna del latitante Ratko Mladic. «In termini pratici, quindi, non cambia molto», è la conclusione. Un regalo congelato. «Assist» e «regalo congelato»: dal calcio alla gastronomia per dirci di un'interferenza internazionale a favore di una parte politica all'interno di uno stato sovrano che, se proclamata ai quattro venti, diventa atto di alta diplomazia. La stessa Marisa Ortolani, dell'Ansa, nella sua cronaca puntuale parte dalla «notizia». «A meno di due settimane dalle elezioni politiche serbe dell'11 maggio, che decideranno anche la futura collocazione internazionale della Serbia ...» Le elezioni, il movente delle decisioni Ue. Altrettanto trasparenti le reazioni politiche. Xavier Solana, capo della diplomazia Ue ed ex segretario Nato dei bombardamenti del '99 sulla Jugoslavia, definisce la trattativa «una storia di successo», e il cronista presente a Lussemburgo ci racconta che il politico spagnolo è apparso «commosso ed estasiato per il risultato». «L'accordo è una pietra miliare che segna l'apertura a un'eventuale candidatura per l'adesione», dichiara il commissario Ue all'Allargamento Olli Rehn. Pietra miliare ma eventuale. Siamo tornati alla «pre-prima pietra» dei cinegiornali italiani degli anni '60. Si radicalizza la divisione politica. Decisamente più esplicite le reazioni serbe. «La Serbia non intende restare prigioniera del passato - dichiara il presidente Tadic - ma neppure dei conflitti sulla sovranità territoriale originati con la separazione del Kosovo». Controlettura da parte del premier uscente Kostunica: «Diciamo alla Nato e a tutti i Paesi dela Ue che hanno riconosciuto il Kosovo, che questa firma illegale di Tadic non può essere interpretata come quella della Serbia». Il partito radicale di Nikolic parla addirittura di «Sigillo di Giuda». Radicalizzazione dello scontro politico insomma, con le posizioni dell'ex alleato Kostunica ormai in rotta di collisione con la politica di Tadic. Difficile immaginare di rivederli assieme. Cosa rischia di accadere, in queste condizioni, in Serbia? Ci affidiamo ai sondaggi elettorali del CeSID, il «Centro studi per le libere elezioni e la democrazia», finanziato con 2,4 milioni di euro dalla Commissione europea: fonte insospettabile di parzialità anti occidentale. Primo partito, i radicali di Nikolic col 37%, insegue a quasi il 36% la coalizione di quattro diverse formazioni attorno al presidente Tadic. Terzo e decisivo, il partito democratico serbo di Kostunica, mentre sono accreditati a un 6-7% i socialisti e a un 5-6% i liberal-democratici di Jovanovic che il Kosovo lo volevano regalare agli albanesi da tempo. Conti di coalizione possibile presto fatti. Nessuno potrà correre da solo e neppure in coppia. Alleanze allargate e quindi complicate, con Kostunica decisivo. Col rischio che «l'assist europeo» si trasformi in un clamoroso autogol.

 

Salari in picchiata, senza paracadute - Tommaso De Berlanga

Finire all'opposizione, ogni tanto, può far bene. Deve essere per questo che l'organo pensante del Pd (il quotidiano La Repubblica) ha riscoperto i salari. Anzi, addirittura la «lotta di classe». Un pregevole articolo di Maurizio Ricci riprende infatti un working paper della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che mostra come i redditi da lavoro dipendente, negli ultimi 25 anni, abbiano subito un autentico tracollo nei paesi più industrializzati. Lo studio risale però al luglio 2007 ed era stato allora segnalato dal Sole24ore e anche dal nostro Le Monde Diplomatique. Ma allora c'era la discussione feroce sul «protocollo del welfare» e Repubblica tuonava contro Fiom e sinistra di governo, che avevano più di qualcosa da obiettare. Di lotta di classe, in quel momento, non era trendy parlare. Se ne era occupato qualche mese prima anche l'Fmi, calcolando la riduzione globale media della quota di Pil destinata ai salari in circa l'8%. Per l'Europa, un tempo «protettiva» con il lavoro, la perdita supera spesso il 10%; nei paesi anglosassoni, dove c'era meno da raschiare, il 3-4%. Per un salario italiano il calcolo è presto fatto: si può andare dai 400 ai 520 euro mensili in meno. Nota giustamente Ricci, «altro che il taglio delle aliquote Irpef in busta paga». Un punto in meno di Irpef, infatti, per un salario di 1.000 euro, significa appena 10 euro mensili in più, ma una voragine nei conti pubblici. Della detassazione degli straordinari è quasi inutile parlare, perché significa solo che per guadagnare di più bisognerà lavorare di più. Ci mancava solo, a fronte di più ore, che ti offrissero un salario uguale o inferiore... In Italia la discesa è iniziata nell'85 (con il blocco della scala mobile e la sconfitta al successivo referendum). L'accelerazione - non a caso - è arrivata con la «conquista dell'Est» da parte del capitale internazionale, all'inizio degli anni '90. Qui da noi la resa del salario veniva certificata con gli accordi del luglio '93, che inchiodavano il recupero salariale all'«inflazione programmata». In altri paesi avanzati si seguivano altri percorsi, con esiti però abbastanza simili. Ora, con la «riforma del modello contrattuale», si cerca di andare ancora più in là, azzerando il ruolo del contratto nazionale e consegnando il singolo lavoratore a presentarsi solo o quasi al rapporto con il datore di lavoro. Qualche euro in più potrà venire dagli straordinari o dai premi di risultato. Di «riequilibrio» del peso specifico del salario, nemmeno a parlarne. Globalizzazione e innovazione tecnologica hanno scavato molto nel potere contrattuale del lavoro. La prima ha messo in produzione un miliardo e mezzo di persone in più dall'implosione dell'Urss in poi, facendo entrare in concorrenza lavoratori «emergenti» e «industrializzati», con i secondi che vedevano fermarsi i propri salari in attesa di essere raggiunti da quelli, in crescita, dei primi. L'innovazione, da parte sua, svuota molto più velocemente le competenze dei lavoratori, la loro conoscenza del ciclo, annienta il loro «controllo sulla produzione». Il rapporto della Bri individua chiaramente nelle multinazionali il soggetto che ha fatto la parte del leone nell'arraffare quote di Pil sottraendole ai salari; senza peraltro far crescere in proporzione gli investimenti. Ma soprattutto accenna a quella «crisi della globalizzazione» - esplosa di lì a poco con il botto dei mutui subprime Usa - che innesca una richiesta di «maggiore protezione sociale» da parte del mondo del lavoro. Una richiesta velocemente cavalcata a destra dai vari Tremonti e Sarkozy, che l'hanno declinata in «protezionismo commerciale» e in revanscismo nazionalista. Facilitati peraltro da un centrosinistra (il Pd italiano) appena approdato ai lidi del credo iperliberista («più liberalizzazioni, più privatizzazioni, più mercato») e totalmente sordo agli umori della propria (ex) base sociale. Della sinistra cosiddetta «radicale», sul piano della visione «di sistema», non c'era già più traccia che fosse visibile agli occhi del «popolo lavoratore». E nelle urne lo si è potuto misurare al meglio.

 

Repubblica – 4.5.08

 

Radici forti e rami secchi: è lo strano albero del Pd - ILVIO DIAMANTI

Il risultato ottenuto dal Pd alle elezioni mantiene molti margini di ambiguità. Difficile da valutare quel 33%. Forse non deludente. Di sicuro, neppure esaltante. E viceversa. Sostanzialmente invariato, rispetto al 2006. Mezzo punto percentuale in più se, oltre ai voti ottenuti dall'Ulivo, si considera il contributo dei Consumatori e dei Radicali (presenti nelle liste del Pd). Mentre in questi due anni, la distanza dal Pdl si è ridotta di qualche decimale, rispetto a quella fra Ulivo e Fi-An, considerati insieme. Poco più di 4 punti. Se si legge la storia elettorale della seconda Repubblica in chiave bipartitica, d'altronde, ciò che colpisce è, soprattutto, la stabilità. L'Ulivo - e prima i Ds e la Margherita oppure i Popolari, considerati insieme - ha sempre ottenuto intorno al 30%. Il minimo nel 1996: 28% (ma il 32% se si considera la Lista Dini, che in seguito entrerà nella Margherita). Il massimo proprio in queste elezioni. Il che definisce la misura della sinistra riformista: meno di un terzo dell'elettorato. Mentre la base del Pdl, calcolata sommando Fi e An, oscilla maggiormente (soprattutto a causa della competizione di Fi con la Lega): fra il 36% (nel 1996) e il 41% (nel 2001). Sempre sopra al Pd, comunque. Anche se la distanza fra i due soggetti politici, in queste ultime elezioni, appare ridotta come mai in precedenza. Il problema è che la lettura "bipartitica" non permette di capire con chiarezza il senso della competizione elettorale nell'Italia della seconda Repubblica. Perché il Pd e il Pdl, anche nelle versioni precedenti, non si presentano mai da soli. La differenza, dunque, la fanno sempre gli alleati. L'ampiezza delle coalizioni e la misura dei partiti con cui si coalizzano. Fino al limite del 2006. Quando la nuova legge elettorale viene interpretata in senso "aggregativo". Per cui, intorno a Berlusconi e Prodi, si coalizzano tutte le sigle, dalle più grandi a quelle minime. E l'elettorato si ricompone e si divide in due bacini perfettamente uguali. Questa volta, invece, Veltroni ha scelto la strada della semplificazione, puntando tutto sul Pd. Berlusconi lo ha seguito. Ma la politica delle alleanze, per quanto a corto raggio, ha continuato a pesare. Con esiti asimmetrici. Perché la distanza fra Pdl e Pd, rispetto alle elezioni precedenti, è rimasta inalterata. Non quella fra le coalizioni. Il risultato conseguito dalla Lega, nel Nord, e dal Mpa, nel Mezzogiorno, ha sovrastato quello, rilevante, ottenuto dalla Lista Di Pietro. Per cui il distacco fra le coalizioni che sostengono Berlusconi e Veltroni è più che raddoppiato: da 4 punti percentuali a 9. Da ciò il rischio, per il Pd: restare minoranza. Influente, ma permanente. Incapace di attrarre, per ora, quel 40% di elettorato potenziale, stimato dai sondaggi. Nato per sottrarsi al ricatto delle alleanze frammentarie, che permettono di vincere le elezioni ma impediscono di governare. Per costruire un polo riformista, in grado di allargarsi al centro e a sinistra. In questa occasione non ci è riuscito. Visto che, rispetto al 2006, è "scomparso" il 7% degli elettori. Oltre due milioni e mezzo di voti. Che, due anni fa, avevano votato per i partiti della sinistra cosiddetta radicale e, quindi, per l'Unione. Mentre oggi, nel conteggio conclusivo, non ci sono più. Spariti. Fra le pieghe dell'astensione. Fuggiti, in misura limitata, a destra. Confluiti, in piccola parte, nell'alleanza per Veltroni, in nome del "voto utile". Insomma, un problema - forse "il" problema - del Pd sembra essere lo scarso grado di flessibilità. Nonostante la capacità di Veltroni di "personalizzarlo". Di sfidare Berlusconi sullo stesso piano. Per contrastare le resistenze dell'elettorato. Per sottrarsi all'eredità - e al vincolo - del rapporto con il territorio. Ma forse il problema è proprio lì. Il rapporto con il territorio. Troppo forte e troppo fatuo, al tempo stesso. Il territorio: in cui il Pd appare imprigionato. E che, al contempo, non riesce a rappresentare davvero. Risulta, infatti, evidente, ma anche inquietante, il grado di coerenza e continuità territoriale con la base elettorale della sinistra comunista e postcomunista espresso dal Pd. La cui attuale geografia del voto riproduce, con poche variazioni, quella delineata dai Ds nel 1996, dal Pds nel 1992, fino al Pci nel 1953. La personalizzazione e la mediatizzazione, imposte da Veltroni, non sembrano aver spostato i confini del voto. Neppure le primarie. Che hanno garantito una grande mobilitazione, ma riproducono ancora, in parte, il peso del passato. Non solo delle tradizioni storiche. Anche delle organizzazioni di partito; dei gruppi di pressione locali. Come dimostra la geografia della partecipazione dello scorso ottobre. Che ha raggiunto i livelli più elevati nel Mezzogiorno (con alcune punte stratosferiche come in Calabria). Superiori perfino alle regioni "rosse". Nel Sud, effettivamente, il Pd è cresciuto. Ma in misura modesta. E molto inferiore al Pdl. In altri termini, abbiamo l'impressione che il "nuovo" Pd sia rimasto imprigionato dentro logiche vecchie. Che hanno ostacolato anche la capacità di leggere, correttamente, ciò che sta avvenendo sul territorio. Il viaggio di Veltroni attraverso il Nord, ad esempio, ha raccolto grande partecipazione. Ha reso visibile una domanda sociale ampia e generosa. Che, tuttavia, era ed è rimasta minoranza. La richiesta di cambiamento è stata intercettata perlopiù dalla Lega. Nei pochi luoghi significativi dove ha vinto, peraltro, il Pd "nazionale" è stato colto di sorpresa. Come a Vicenza. Una vittoria inattesa. Considerata un caso fortuito e fortunato. Quasi che recuperare 3 punti percentuali in cinque anni (a Vicenza il centrosinistra aveva ottenuto il 47% al secondo turno, nel 2003) fosse più sorprendente che perderne 20 a Roma in due anni. Il Pd, in altri termini, ci sembra ancora un progetto incompiuto. Riflette una domanda diffusa. Ha raccolto un ampio sostegno sociale. Riscuote attenzione e curiosità, nei settori moderati e di sinistra. Una "novità" attraente, ma "vecchia" dal punto di vista del gruppo dirigente. Nazionale e ancor più locale. Dove i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, insomma, i "nuovi", quando si affacciano alla politica trovano porte strette. La strategia di marketing, utilizzata da Veltroni per forzare questo limite attraverso candidature simboliche (il piccolo imprenditore, la giovane ricercatrice, l'operaio ecc.), alla fine, si è scontrata con una realtà "radicalmente" (= alla radice) diversa. Dove prevalgono i "vecchi", non solo e non tanto per età. Ma per mentalità e carriera. D'altronde, i leader del Pd - grandi e piccoli, centrali e locali - sembrano impermeabili a ogni mutamento di sigla, a ogni cambio d'epoca, a ogni sconfitta. (e, sia chiaro, non ci riferiamo a Veltroni). Insensibili al crollo dei muri, delle ideologie e dei partiti. Altrove, negli Usa e in Europa, abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al "ritiro" di figure come Gore, Kerry, Schroeder, Aznar, Gonzales, Blair. Battuti di poco. A volte, neppure. In Italia, salvo Prodi (l'unico, peraltro, ad aver vinto una elezione e mezza contro il Cavaliere), nessuno si dimette; nessuno paga le sconfitte subite in città e regioni importanti. Non solo: gli sconfitti vengono premiati con nuovi incarichi di prestigio. Mentre tutto il gruppo dirigente - ex comunista ed ex-democristiano - ha affollato le liste del Pd, occupando posti di assoluta sicurezza. In centro e in periferia. Il Pd: è rimasto a metà del guado. Incerto. Fra partito di iscritti e partito elettorale. Fra personalizzazione nazionale e oligarchia locale. Agita le primarie come una bandiera. Ma non le usa per selezionare i candidati alle elezioni politiche; spesso neppure alle amministrative. Mentre, a livello nazionale, fino ad oggi sono servite a confermare leader pre-destinati. Vorrebbe rappresentare il Nord restando Lega Centro. I piedi in Emilia e in Toscana. La testa a Roma. E' uno strano albero, questo Pd. Le radici salde. Fin troppo. Non riescono a propagarsi. Il fusto fragile. I rami rinsecchiti. Le foglie crescono. Tante. Ma cadono presto.

 

Addio Tolstoj, meglio John Lennon - LEONARDO COEN

MOSCA - Persino dalle vie ci cancellano, è il grido indignato che sorge dalle pagine dei giornali russi o da certi servizi tv: passi sostituire le targhe stradali che inneggiavano all'Unione Sovietica, a Lenin, ai generali dell'Armata Rossa, ai grandi burocrati della nomenklatura di partito, il repulisti è stato fatto sistematicamente e 800 strade legate al passato Urss si sono aggiornate a quello dell'Ucraina indipendente dal 1991. Ma prendersela coi poeti, con gli scrittori, con gli scienziati, con gli uomini che hanno arricchito il patrimonio culturale dell'umanità e che non sono stati portavoce di nessun regime, questo è davvero più che uno scandalo, è un segno di barbarie. Bisogna capirli, i russi. Soffrono di non essere più amati da quelli che sino a pochi anni fa consideravano "popoli fratelli". Scoprire d'essere odiati, come sta succedendo in Ucraina, li sconcerta, li mortifica. Da qualche tempo, infatti, nell'Ucraina che fu culla della Russia medievale, è di moda cambiare la toponomastica, in un rigurgito di patriottismo e di mancato rispetto per la grandezza dei personaggi illustri che trasforma certe iniziative in gesti imbecilli: per esempio, si liquida l'immenso scrittore Leone Tolstoj sostituendolo con John Lennon, oppure Ivan Turgenev con gli "eroi della Upa", l'esercito ribelle nazionalista ucraino creato nel 1942 che, per scrollarsi di dosso i sovietici, si alleò inizialmente coi nazisti. Al loro capo, il generale Roman Shukhevic, il Terzo Reich conferì la Croce di ferro e il titolo di sturmfürher (luogotenente) delle Ss. Il suo ritratto campeggia ovunque, nella città di Leopoli - in ucraino Lviv, in russo Lvov. Lo stesso presidente Viktor Yushenko lo ha proclamato "eroe dell'Ucraina", perché per gli ucraini la storia non finì così. I tedeschi arrestarono i leader dell'Upa perché avevano proclamato l'indipendenza dell'Ucraina e l'Upa combatté sia i sovietici che i nazisti. Stradalmente parlando, Shukhevic è subentrato ad Alexandr Pushkin, il sommo poeta russo. Anzi, sono due le strade di Leopoli reintitolate a colui che era soprannominato "generale Taras Cjuprynka". La seconda portava il nome di Vladimir Bechterew, eminente neurofisiologo e psichiatra fondatore della scuola di Riflessologia e Patopsicologia, che studiò la formazione del cervello e investigò sui riflessi condizionati. E che dire di Massimo Gorkij? Un giorno si rifiutò di tradurre uno dei suoi libri in ucraino: "È un semplice dialetto regionale", disse. Oggi paga pegno: sparisce dalle mappe. Fa posto a via Abramo Lincoln. Dalla Russia agli Usa: un segno di reverenza all'amico americano dell'attuale dirigenza ucraina filoccidentale. Simili blitz sono all'ordine del giorno e i grandi di Russia cadono vittime di questo conflitto della memoria, in nome dell'identità nazionale ucraina. Resistono all'est dove la minoranza russofona è maggioranza, e dove polemicamente resistono persino i simboli dell'Urss. Ma a Kiev, o meglio a Kyiv, la capitale, si è deciso di mandare in magazzino 18 sculture di Lenin. Nelle scuole ucraine va ancor peggio. La traduzione di un testo classico per ragazzi come il famoso romanzo "Taras Bulba" di Nikolaj Gogol, è stata manipolata in senso nazionalista. Gogol ebbe il difetto di scrivere in russo, pur essendo nato in Ucraina. Cosa non si fa per l'Homo Ukrainus, specie in via di apparizione.

 

La Stampa – 4.5.08

 

Dopo Calderoli attacco a Bossi: "E’ anti-italiano" - UGO MAGRI

C’è una regia italiana dietro gli attacchi libici a Calderoli. O perlomeno, è quanto si sospetta nel giro stretto del Cavaliere, silente e dispiaciuto perché di Gheddafi lui si considera amico, andò perfino a visitarlo sotto la tenda. Pure la Lega è sulla stessa lunghezza d’onda. Intorno a Bossi parlano senza troppi preamboli di un «suggeritore» nostrano. Avrebbe messo in allarme il figlio del Colonnello, Saif El Islam, assiduo frequentatore del nostro paese, circa i propositi del futuro ministro per l’Attuazione del programma. E poiché di questi tempi in via Bellerio è invalsa la moda di dare la colpa a Letta per qualunque tegola colpisca il Carroccio, non manca lì il solito dietrologo che immagina una machiavellica «vendetta» del consigliere principe berlusconiano contro la Lega... Fantasie, indicative solo dei tanti veleni che circolano mentre il Cavaliere prepara la lista dei ministri. Chi conta dentro Forza Italia si fa una bella risata, «siamo alla follia pura». Però i «berluscones» confermano a loro volta di nutrire dubbi su alcuni altri ambienti italiani «purtroppo», aggiungono sibillini, «non del tutto estranei alla nostra area». Un personaggio magari escluso dal governo per far posto alla Lega. Qualcuno, dunque, è stato «spottato» dall’intelligence berlusconiana. Impossibile saperne di più. Comunque sia, il caso è chiuso. Nessuno vuol gettare altra benzina sul fuoco. Non i libici (molto prudenti le loro fonti diplomatiche), non il mondo arabo, tantomeno la comunità islamica del nostro paese. La politica è unanime nel respingere le «ingerenze» (parola usata da Pd, Idv e Udc) senza toni sovraeccitati. Lo stesso governo in carica fa udire la propria voce attraverso D’Alema. In modo fermo e al tempo stesso amichevole verso Tripoli. «La formazione e composizione del nuovo governo è una questione interna, regolata da precise disposizioni internazionali», ricorda la nota diffusa dalla Farnesina. Dove si «auspica che vengano evitati in questa fase commenti e prese di posizione che non contribuiscono al rafforzamento dei rapporti positivi». Plaude dal centrodestra Rotondi. La Lega con Cota si mostra appagata, «è una storia morta ancor prima di nascere, non è il caso di alzare polveroni». L’unica voce fuori del coro risulta quella di Parisi, ministro della Difesa. Il quale si domanda come farà Bossi a giurare, da ministro, onore e fedeltà alla Repubblica se prima «non avrà pubblicamente ritrattato le dichiarazioni anti-italiane che ha appena rinnovato». Ma rispetto a Islam e Libia è tutta un’altra storia. Decisiva è la messa a punto di Ahmad Ben Helly, vicesegretario generale della Lega Araba. Smentendo certe dichiarazioni attribuite a un suo portavoce (una nomina di Calderoli «avrebbe conseguenze» nei rapporti con l’Italia), Ben Helly precisa che «prenderemo una posizione quando vedremo la politica del governo Berlusconi, per ora sono solo speculazioni». Prima di tagliare i ponti, occorre verificare. Ne apprezza apertamente il buonsenso Cicchitto, che domani sarà incoronato presidente dei deputati Pdl: «Così il problema è correttamente impostato». E l’altro capogruppo in pectore al Senato, Gasparri, lancia un appello «a evitare toni truculenti». Tutte le sigle italiane del mondo islamico scelgono il basso profilo. Abdelaziz Khounati (Unione musulmani in Italia): «Il governo lavori tranquillamente». Mario Scialoja (sezione italiana della Lega musulmana mondiale): quella di Gheddafi jr. è «un’indebita intromissione negli affari italiani». Yahya Pallavicini (Comunità religiosa islamica): le persone, Calderoli compreso, «si giudicano dai fatti». Isseddin Elzir (Ucoii): «Sulle questioni interne, decide il paese».

 

Le chiese invisibili – Barbara Spinelli

Il reverendo Jeremiah Wright ha un’idea molto cupa dell’America in cui vive, e le parole che pronuncia rischiano di esser letali per Barack Obama, il senatore nero dell’Illinois che aspira alla Casa Bianca. Forse metterà addirittura fine al suo sogno. Ma quello che il pastore nero di Chicago sta dicendo in questi giorni, e che tanta angoscia suscita in Obama, conviene ascoltarlo attentamente: la storia che narra, sulla Chiesa nera e la questione razziale, è di massima importanza anche per l’Europa e l’Italia. Nessuno Stato europeo lo confessa a se stesso, ma anche le nostre nazioni stanno diventando multietniche, minacciate dalla questione razziale che torna a struggere l'America. Si possono erigere barriere, si possono istituire guardie cittadine che al posto dello Stato repubblicano assicurano pulizie etniche nei quartieri (le destre parlano di ronde, le sinistre di sentinelle), ma la realtà non per questo svanirà e la realtà è ormai fatta di più appartenenze, più frammenti di culture, religioni: irreversibilmente. Con questi frammenti le democrazie possono negoziare convivenze basate sul rispetto e la legge comune oppure possono entrare in conflitto anche violento. Le elezioni Usa sono cruciali perché di questo si discute: di odii acquattati negli interstizi del Paese. Di un razzismo che per gli americani è come la pornografia, scrive Bob Herbert sul New York Times: tutti la denunciano, pochi le resistono. Razza e scontro civile sono ottimo combustibile nelle campagne elettorali, così come la sicurezza e lo straniero sono stati ottimi combustibili nel voto italiano. Oltre che pornografiche, scrive Herbert, queste ossessioni sviano l’attenzione da quel che conta: le guerre fallimentari in Iraq e Afghanistan, il clima, l'economia. Sconnettono più che mai la fantasia e gli spaventi dalla realtà. Bloccano la conversazione post-razziale che Obama invoca fra neri e bianchi. Una delle cose fondamentali che ha detto il reverendo concerne quella che ha chiamato, in due interviste del 25 e 28 aprile, Chiesa invisibile. Quando i cittadini d'una nazione non vogliono vedere la realtà, quando immaginano soluzioni semplici e la complessità diviene loro insopportabile, quando nascondono a se stessi le proprie responsabilità, il rancore e il risentimento dei discriminati e degli ultimi si rifugia in luoghi che si estraniano dalla pòlis, facendosi invisibili: opachi a chi non vuol capire, correggere. Opachi specialmente a chi per mestiere dovrebbe esplorare l’inesplorato: stampa, televisione. La Chiesa nera invece di esser esplorata è divenuta Chiesa Invisibile: scuro monolito, impaurente. L'invisibilità offre scudi e lance, offre covi più che luoghi d'incontro. L'Islam integralista in Francia è cresciuto in scantinati adibiti al culto, non nelle moschee visibili dove aleggiano forse pensieri ostili ma almeno c'è luce. In Europa e Italia pensiamo di tenere a bada i risentimenti dell'Islam, vietandogli le moschee come a Bologna. Più le vietiamo, più l'Islam europeo si trasformerà, anch'esso, in Chiesa Invisibile. Il reverendo Wright provoca pericolosamente, con gesti trasgressivi che rovinano la trasgressione sostanziale di Obama. Difende le parole antisemite dette vent’anni fa da Farrakhan, leader nero della Nazione dell'Islam. Sostiene che l'Aids fu inoculato negli afro-americani per sfinirli. Afferma che i governi Usa si sono tirati addosso, con azioni terroriste, l'11 settembre. In un primo tempo Obama ha respinto questi estremismi, senza però demonizzare il reverendo ma cercando di convincere chi lo segue ad avere una visione dell'America meno maledicente, soprattutto meno statica. È accaduto in uno dei più memorabili discorsi, quello di Filadelfia del 18 marzo. È stato il momento in cui il candidato era più forte: lo era perché oltrepassava l'ossessione dei mezzi di comunicazione sui gesti provocatori di Wright, non sminuendoli ma narrandone le sorgenti. Disse cose essenziali: che il conflitto razziale veniva esagerato da Wright, ma esisteva. Che la rabbia non risolve alcunché ma esiste, va indagata. Che il rancore nero spiega l'alienazione risentita di tanti bianchi americani, e che anch’essa va capita, resa visibile. Che per risolvere i conflitti occorre complicare e non semplificare, negandoli: «La rabbia non sempre è produttiva; anzi, fin troppo spesso distoglie l'attenzione dalla risoluzione dei problemi reali; ci impedisce di guardare in faccia le nostre responsabilità per la condizione in cui ci troviamo e impedisce alla comunità afro-americana di stringere quelle alleanze di cui ha bisogno per produrre un cambiamento reale. Ma la rabbia è reale; è molto forte; e limitarsi a desiderare che scompaia, condannarla senza comprenderne le radici serve soltanto ad approfondire il solco di incomprensione tra le razze». Un’altra verità messa in luce da Wright è che nella cultura americana esiste una tradizione nera, affatto diversa da quella europea e bianca. Può dar fastidio, ma tale è la realtà. È vero che le società democratiche sono oggi frantumate, in America come in Europa e Italia, e che alla frantumazione si può rispondere in due modi: immaginando omogeneità inesistenti o accettando la varietà. Una varietà che il reverendo descrive con un’immagine bella: Dio ha creato gli uomini diversi, «come fiocchi di neve». La musica nera, il vivere nero: c'è dell'Africa in questo e Obama è anche questo. La sua scommessa è di superare la divisione, di render visibile non solo quel che è relegato nell'invisibile - ignorato, sprezzato - ma anche quel che ha permesso a un nero di aspirare alla Presidenza. È il tentativo di trasformare gli Stati Uniti in un’«Unione più stretta», ha detto a Filadelfia. È straordinario come certe parole trovino eco negli stati europei. Anch'essi si ripromettono un’Unione sempre più stretta. Anche nelle nostre nazioni urge un’unione più stretta, che eviti ingiustizie, divisioni, conflitti. Negare la diversità e le radici sociali dei conflitti può aiutare, nelle elezioni. Ma trasforma ciascuno di noi in uomini senza occhi, sconnessi dalla realtà (l’accusa più frequente a Bush è di essere incurious). Genera paura: utile ai demagoghi, non ai riformatori. Il momento più debole della campagna di Obama è venuto dopo Filadelfia, la scorsa settimana, quando ha dovuto rompere brutalmente con il reverendo. Ha dovuto farlo perché attanagliato da una stampa che s'è gettata su Wright come se in lui fosse il demoniaco della campagna. La semplificazione ha vinto, come in Italia, sul complicato e il reale. È una semplificazione faziosa, inoltre. L'eccitazione contro il reverendo non ha mai colpito gli evangelicali che hanno sostenuto i fallimenti di Bush. Il pastore più vicino a McCain è John Hagee, e le sue parole sono ancora più incendiarie di quelle di Wright. Hagee è convinto che l'uragano Katrina s'è giustamente abbattuto su New Orleans perché la città era, come Gomorra, preda del peccato e dei gay. Sostiene la necessità di un grande Israele, perché lì tornerà Gesù. Chiama la Chiesa cattolica «grande prostituta di Babilonia». Razzismo, guerra ai diversi, odio dello straniero: questi gli ingredienti delle sue prediche. Ma nessuno, nella stampa mondiale, si sogna di connetterli a Bush e McCain. Le destre in Italia e America son convinte di fare battaglie minoritarie: una specie di '68 di destra, contro immaginari establishment di sinistra. In realtà hanno il pieno dominio, e con tanti media complici sognano di assediare tale establishment. Per questo è così importante sapere se Obama, nonostante l'assedio, continuerà a parlare della realtà, trasportando chiese e rancori dall’invisibile al visibile. Chi è visibile impara a sentirsi imputabile, non impunito. Apprende a vivere in un mondo non statico ma in movimento, che si può cambiare e che ci cambia.

 

Veltroni, mi hai deluso – Flavia Amabile

La sinistra non esiste più. No, esiste, deve solo ritrovarsi. La sconfitta le farà bene. Da settimane si sente di tutto sulla scomparsa di Bertinotti&c. Poi c'è stata la vittoria di Alemanno, poi persino la disfatti dei laburisti in Inghilterra e tutti lì a tentare di analizzare se in futuro i comunisti saranno come gli scheletri nell'armadio, ovvero nascosti. O se potranno tornare a vivere e lottare nelle aule parlamentari. Lo sport andrà avanti almeno fino alle prossime elezioni dunque c'è tempo per occuparsene. Nel frattempo date uno sguardo ai video girati da Diego Bianchi, blogger, uno di quelli che con Internet fa campare la famiglia (lavora ad excite.it) e soprattutto uno che ha trovato una formula di analisi politica videoweb tutta sua. Ha trasformato gli ultimi mesi di politica in una serie in video. Si chiama 'Tolleranza Zoro', dove Zoro è lui, e la tolleranza non si sa dove sia perchè è sempre più difficile averne. I video di Diego hanno inizio con le primarie e si fermano - per il momento - alla chiusura della campagna elettorale da parte di Veltroni passando per la Santanchè. Guardate  l'intera serie quando avete tempo. Sono nove video. E guardate soprattutto l'ultimo per avere le idee più chiare su come e perché sia morta la sinistra. E per avere una conferma del fatto che i più bravi nell'analizzare la crisi della sinistra sono proprio quelli di sinistra. Diego Bianchi viene dalla Fgci, ha fatto politica con Zingaretti e del Pd è un sostenitore. Però...

 

Corsera – 4.5.08

 

Nei nuovi equilibri - Marco Galluzzo

La materia non merita una risposta perché «spetta al governo in carica difendere la sovranità» dell’Italia, governo che si manifesta ed esprime per bocca del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema. Detto questo il silenzio di Silvio Berlusconi non significa che le parole arrivate dalla Libia non l’abbiano irritato. È questo il ragionamento con cui nello staff si spiega lo stato d’animo del Cavaliere: «Se Calderoli l’aveva fatta grossa due anni fa con la storia della maglietta, ora l’hanno fatta grossa loro con un’inedita ingerenza negli affari interni del nostro Paese». Berlusconi resta in silenzio non solo perché non ancora in carica, non solo perché impegnato nella delicata assegnazione delle ultime caselle del governo, non solo perché ha buoni rapporti personali con il leader libico Gheddafi (che un paio di volte l’ha ricevuto sotto la sua tenda nel mezzo del deserto libico). Soprattutto perché sarebbe irrituale il contrario. I rapporti con Tripoli sono da sempre delicati, legati nel loro andamento alla natura delle rivendicazioni che da anni Gheddafi avanza, relative al pagamento dei danni dell’occupazione coloniale. Una vicenda mai chiusa, in cui il Colonnello è arrivato a pretendere un’autostrada litoranea, a spese dell’Italia, molto più lunga, in termini di costi e chilometri, di quanto Roma non sia disposta a riconoscere. Un contenzioso che entrambe le parti conoscono ormai a menadito, ma che gli avvicendamenti alla Farnesina, il passare degli anni e le scommesse al rialzo di Tripoli non hanno contribuito a risolvere. Nel silenzio ufficiale di Silvio Berlusconi c’è anche la consapevolezza che proprio la vicenda finanziaria, il contenzioso mai chiuso, determini atteggiamenti e dichiarazioni ricorrenti. Di dare una risposta alla Libia, in termini duri quanto legati al buon senso, si incarica la Farnesina, ma non senza che l’esternazione di Massimo D’Alema sia preceduta da contatti incrociati fra il governo in scadenza e quello in predicato di giurare la prossima settimana al Quirinale. Il premier in pectore incarica Gianni Letta di gestire la vicenda (come del resto avvenne nel febbraio 2006, quando una maglietta indossata da Calderoli contribuì a provocare drammatiche contestazioni contro il consolato italiano) e il primo consigliere del Cavaliere formula nel pomeriggio di ieri, sia al partito azzurro che nelle telefonate con Palazzo Chigi, la linea che può ricondursi a Berlusconi: le «minacce» che arrivano dalla Libia lasciano il tempo che trovano, devono essere rispedite al mittente da Prodi, richiederebbero la convocazione dell’ambasciatore libico da parte del governo italiano in carica. Infine: il caso ripropone l’assenza di una politica estera comune dell’Unione Europea, che in questo caso farebbe cosa gradita se stigmatizzasse, a nome di tutti i Paesi della Ue, l’interferenza negli affari interni di uno dei suoi Stati, da parte della Libia. Ovvio e scontato che a questo punto l’ingresso di Roberto Calderoli nella compagine di governo è più certa di quanto non lo fosse già nei giorni scorsi. E se per qualche ora qualcuno ha sperato che l’ingerenza di Tripoli sulle scelte dell’esecutivo potesse produrre effetti, ieri sera, soprattutto dopo l’intervento di D’Alema a chiudere il caso, ogni illusione era svanita. Come l’illusione di An di spuntare comunque tre ministeri nonostante la vittoria al Campidoglio: sembra che il partito di Fini dovrà accontentarsi dei due dicasteri della Difesa e delle Infrastrutture e rinunciare a quello del Welfare.

 

Kabul, il futuro sta arrivando – Ettore Mo

KABUL - Quando vi misi piede per la prima volta, sei mesi prima che le piombasse addosso l'Armata Rossa di Leonid Breznev, la capitale dell'Afghanistan era una remota Cenerentola dell'Asia centrale che, ad eccezione degli inglesi, solo pochi avrebbero potuto rintracciare con facilità sull'atlante. Affrontando quel viaggio verso l'ignoto, avevo però ritagliato e messo in borsa un elzeviro di Moravia che, sulla terza pagina del Corriere, parlava di Kabul e del suo arcano re, da qualche anno esule in Italia: quanto bastava per alleviare di poco il mio disagio. Era l'estate del '79. Nelle città e sulle montagne era già cominciata la lotta armata o Jihad (la guerra santa) degli afghani contro il governo filosovietico di Nur Mohammad Taraki, presidente, e del suo primo ministro Afizullah Amin, ambedue portabandiera del regime dei «senza Dio», ferocemente avverso alla prospettiva di una Repubblica teocratica in Afghanistan. Quello stesso anno, nella notte tra Natale e Santo Stefano, quando i carri armati sovietici entrarono sferragliando a Kabul, aveva inizio l'ultima guerra coloniale del secolo. Che ho potuto seguire per quasi trent'anni, fino all'ultima visita — domenica, 27 aprile — giorno del caotico, fallito attentato dei talebani contro il presidente Hamid Karzai. Fatalmente, la sola porta d'ingresso per l'Afghanistan era allora Peshawar, la città di frontiera pakistana dove stavano annidati i quartier-generali dei sei/sette partiti della Resistenza islamica, impegnati nella Jihad. Ricordo, come fosse ieri, il primo incontro con Gulbuddin Hekmatyar, il torvo, truce capo dello Hezb-i-Islami, il gruppo più agguerrito e aggressivo dei mujahidin che sta tuttora combattendo a fianco dei talebani nella valle del Kunar e che mi disse: «Se vai a Kabul, salutami Taraki. Digli che i miei ragazzi possono anche andare scalzi in montagna, con un tirasassi invece del fucile: ma si lasciano ammazzare piuttosto che arrendersi. Digli che il giorno della resa dei conti è vicino.Allah akhbar. Che Iddio ti assista». Da Peshawar, città guarnigione, città bazar, città ospizio di un milione di profughi afghani, si raggiungeva Kabul su una piccola, ansimante corriera azzurra su cui si imbarcavano anche pecore e capre, in sette/otto ore passando per il Khyber Pass e rampicando a strappi e rantoli su tornanti scoscesi lungo un fiume - il Kabul - pieno d'ira e di schiuma. La città sembrava calma e, a 1.800 metri, si respirava un'aria nuova, pulita, vero refrigerio dopo la calura sofferta nelle zone basse di frontiera, annichilite dal sole. Mesi dopo, tornato sui miei passi, chiesi ad Hafizullah Amin, diventato presidente dopo la scomparsa (leggi eliminazione) di Taraki, se avesse mai pensato che avrebbe potuto finire i suoi giorni come il suo predecessore e non spegnersi tranquillamente nel proprio letto. Cosa che di fatto avvenne. Neanche due settimane dopo il colpo di Stato che aveva rovesciato il suo regime, Amin e la sua famiglia (la moglie, i figli) vennero trucidati dai soldatacci dell'orda sovietica, per essere rimpiazzato da Babrak Karmal, imposto dal Cremlino e sbarcato nella capitale sulla torretta di un tank T26, con la stella rossa. In pochi giorni, con duecento voli dalla Russia alla base aerea di Bagram, il comando militare sovietico aveva scaricato da 1.500 a 5.000 soldati, insieme a tonnellate d'armi d'ogni tipo e dimensione. L'intero Paese era ormai nelle mani dei russi, che qui chiamavano «sciuravi». Ciononostante, la Kabul del dopo intervento sembrava meno «marziale» e meno «militare» di quella che avevo visto un mese prima. La presenza sovietica era confermata, con discrezione, da robuste camionette senza targa o con targa non afghana, piene di soldati dell'Armata Rossa, infagottati e silenziosi, la testa avvolta nel colbacco nero. Pochi i carri armati in città, minacciosamente immobili nel giardino della sede tv: ma centinaia di blindati stavano dislocati e occultati nella periferia tutta intorno, livida e bianca di neve, o lungo i contorcimenti della carrozzabile per Jalalabad. Da un'altura ad ovest della capitale, reparti di «sciuravi» tenevano sotto tiro un campo militare afghano: segno evidente che l'Armata Rossa non si fidava più degli uomini che avevano combattuto contro i mujahidin sotto il regime di Taraki e Amin. Molti di loro s'erano rapidamente sbarazzati della divisa passando dalla parte dei guerriglieri islamici. Defezioni a catena. Era ormai chiaro per tutti che l'ordine interno e la sopravvivenza del nuovo governo «moscovita» dipendevano esclusivamente dall'esercito sovietico, padrone assoluto. Una presenza massiccia, la sua: da diciotto a venticinquemila soldati, che tuttavia non furono in grado di proteggere le proprie installazioni degli attacchi e attentati del comandante Abdul Hag, principe dei dinamitardi. I diplomatici russi e il loro entourage vivevano murati dentro l'ambasciata, con tutte le amenità che Mosca forniva loro per addolcirgli l'esilio. Ancorata alle sue strutture arcaiche, Kabul non era visibilmente cambiata, ma un lieve mutamento c'era pur stato, che il professor Majrooh - ex decano di lettere all'Università della capitale - ravvisava «nel tono e nel ritmo della vita». Una svolta nella cultura afghana era certamente tra gli obiettivi del Cremlino e non doveva perciò stupire che al Politecnico ci fossero cento docenti russi contro appena centoquaranta afghani. Qualcuno s'illudeva che una lunga permanenza sovietica in Afghanistan avrebbe trascinato il popolo afghano nel Duemila, mentre la conferma di un regime islamico l'avrebbe tenuto inchiodato all'Ottocento. Ma quando, il 15 febbraio dell'89, il generale Gromov, ultimo uomo dell'Armata Rossa a lasciar il Paese, varca il ponte sull'Amu Darya, è il canto lamentoso del muezzin a diffondersi nell'aria. Una delle conseguenze più gravi dell'occupazione sovietica (durata quasi nove anni) fu l'esodo fluviale di cinque milioni di afghani che abbandonarono precipitosamente il Paese per trovare rifugio nelle tendopoli e baraccopoli germinate appena oltre frontiera, soprattutto in Pakistan, nelle fiere comunità autonome pashtun della North-West Frontier. Quando i mujahidin occuparono la capitale nella primavera del '92 , dando il colpo di grazia all'agonizzante regime di Najibullah, Kabul era quasi intatta. Uscita indenne dal conflitto. Nessuna delle sue belle moschee era stata sfiorata dalle bombe, né avevano subito danni i grandi palazzi storici come il Darlanan Palace, costruito negli anni Venti dal sovrano Amanullah. Ma i guai sarebbero cominciati subito dopo, con lo scoppio dalla guerra civile tra le due forze rivali dei mujahidin: quella di Gulbuddin Hekmatyar, che poteva contare sull'appoggio economico del «principe delle tenebre », Osama bin Laden: e quella, non meno indomita, di Ahmad Shah Massud, il leone del Panshir, ancor oggi celebrato come il «vero eroe nazionale», barbaramente ucciso il 9 settembre del 2001 da sicari-kamikaze. Ed è a quella guerra fratricida che sono da attribuire le ferite, le voragini, la devastazione, le macerie dell'odierna Kabul. Ma il tema della ricostruzione, che pure è urgente e prevede cospicui investimenti e contributi internazionali, cede il posto a quello, sempre attuale e penoso, dei talebani, rilanciato sulla ribalta della cronaca del-l'attentato di fine aprile al presidente Karzai, rimasto miracolosamente illeso. Già nell'autunno del '98, questi ragazzi indottrinati nelle madrasse agricole di confine e zelanti discepoli dell'integralismo islamico usque ad mortem controllavano il 90 per cento del territorio afghano. A contrastarli, nella loro mistica follia, c'era solo l'Alleanza del Nord, guidata da Massud, e di cui facevano parte tajiki, uzbechi, turcomanni, hazara. Inizialmente accettati dalla popolazione, che non capiva le loro motivazioni, divennero ben presto assurdamente inflessibili: bandita ogni forma di modernità e divertimento, fino al punto di proibire gli aquiloni che per gli afghani equivalevano ai sogni di un'innocenza rimasta senza ali, bruciate, queste, nel rogo degli eventi bellici. Le donne potevano uscire solo se accompagnate da un parente stretto e segregate nel burqa dalla testa ai piedi. Radio e televisione, con le soap opera e altre trivialità, erano strumenti del demonio: e lo era perfino la musica, che ti allontanava dal percorso della virtù per avviarti sul sentiero della perdizione. La Kabul che ho visitato nei giorni scorsi si starebbe gradualmente liberando dal giogo talebano: ma il processo è lento e quasi impercettibile. In Afghanistan, uno dei miei drammi è pasteggiare con la Pepsi-Cola sognando le vigne del mio Piemonte. Per questo sono grato a Peter Jouvenal, un ex fotografo inglese e cameraman della Bbc con cui ho scarpinato negli eroici anni Ottanta alla ricerca di Massud e che attualmente gestisce una guesthouse di cui sono ospite insieme a Luigi, la Gandamack Lodge, che ha una cantina ben fornita con divieto d'accesso ai talebani. Nella cosmopolita Kabul è ora possibile notare una lieve rilassatezza di comportamento, come accade al City Center Hotel dove ragazzi e ragazze, seduti a tavoli diversi, si scambiano apertamente occhiate e sorrisi: mentre nella campagna, dove le donne non hanno mai sentito parlare di diritti umani, la violenza del maschio tra le pareti domestiche è un tran-tran quotidiano e i matrimoni combinati o imposti dalle famiglie rientrano nella normalità. La signora Sima Samar, che dirige la Commissione dei Diritti Umani nella capitale, sostiene che i matrimoni forzati, come quelli spesso contratti tra uomini anziani e bimbe neanche adolescenti, conducono al suicidio tante minorenni. «Purtroppo - conclude - siamo succubi di un sistema patriarcale dove la donna è inferiore all'uomo e deve perciò accettarne la supremazia». Avrei voluto rivedere (ma non ce l'ho fatta) il campo di papaveri a nord di Jalalabad dove, nella primavera dell'80, fui testimone di uno scontro a fuoco tra tre blindati sovietici, sbucati sull'argine del fiume Sukhroad, e una cinquantina di mujahidin, muniti solo di obsoleti Enfield 303: durante la battaglia, il capo dei guerriglieri stramazzò sull'erba centrato da un proiettile in mezzo alla fronte; mentre tre poveri contadini afghani, costretti dai russi a salire su un bulldozer per fare lavori di sterramento, venivano catturati dai mujahidin e randellati senza pietà come «sporchi traditori». Li fucilarono nella cava di ghiaia di un villaggio, dopo aver sepolto con tutti gli onori Bismillah, il loro comandante. Il papavero da oppio, che si coltiva da secoli in queste pianure per essere poi trasformato in polvere bianca nei laboratori clandestini situati lungo la frontiera del Pakistan, nelle cosiddette aree tribali, autonome e ingovernabili, costituisce un grave problema per l'Afghanistan, accusato di alimentare il narcotraffico, la situazione peggiorò ulteriormente e si calcola che nel Paese ci siano oggi circa un milione di tossicodipendenti. A Kabul li si può vedere... al lavoro nei pressi della grande moschea di Eid Gah. Burhanuddin Rabbani, anziano membro del Parlamento che incontrai la prima volta a Peshawar la bellezza di 29 anni fa, quand'era il leader spirituale del grande partito Jiamiat-i-Islamim, mi sorprende affermando senza esitazione che, per lui, «la sfida della droga nel Paese è più grave ed allarmante di quella dei talebani»: dal momento che questi ultimi, attualmente «finanziati dal narcotraffico, potranno essere sconfitti, mentre la droga continuerà a prosperare, seminando morte». La sconfitta e dipartita dei talebani ha fatto scattare nel Paese una voglia nuova di modernizzazione, il desiderio della gente di adeguarsi sempre più a un tipo di vita occidentale, magari con un eccesso di euforia da parte soprattutto dei giovani che affollano negozi di computer e cellulari, ansiosi di fare scorpacciate di dvd con film europei o americani. La tv è sempre accesa e vomita sui marciapiedi i suoi programmi a tutto volume. Il presidente Karzai è orgoglioso di poter confermare che dal 2001 ad oggi sono state costruite 1.500 nuove scuole, mentre altre 3.000, consunte dalla vecchiaia, sono state risistemate. E i responsabili dei grandi progetti nazionali assicurano che entro il 2006 saranno percorribili altre duemila miglia di strade e autostrade che consentiranno di accorciare le distanza. Noi stessi siamo riusciti a coprire il percorso da Kabul a Bazarack (dov'è la tomba di Massud) in poco più di due ore, mentre nel 2003 ne occorrevano quattro sulla vecchia, sconnessa carrettiera. La presenza delle forze di pace straniere in Afghanistan, che gli afghani non vedono di buon occhio e che lo stesso Rabbani non esita a definire, nella sua ieratica saggezza, «truppe d'occupazione», suscita discussioni a non finire e perplessità e c'è chi osa accostare l'attuale situazione afghana a quella degli anni Ottanta quando sul selciato risuonavano gli stivaloni degli «sciuravi». Le sconfitte britanniche dell'Ottocento (1839 e 1889) e del Novecento (1921) stanno comunque a dimostrare che l'allergia dei pashtun e dei tajiki ai forestieri in divisa non è scomparsa. Venerdì, giornata di riposo settimanale per i musulmani. Mi prendo Kabul in una boccata ciondolando da un luogo all'altro senza un itinerario preciso. Allo stadio comunale, il vastissimo campo è conteso da team agguerriti di ragazzini che giocano a calcio: non so perché, mi vengono in mente i mongoli di Gengis Khan e sento sul terreno gli zoccoli dei loro cavalli. Non lontano, sull'altura di Tapa-e-Maranjan, la tomba di Zahir Shah, rientrato in Afghanistan dall'Italia nell'aprile del 2002 e morto più che novantenne l'anno scorso: insieme a lui riposa il padre Nadir, assassinato nel '33. Lungo Jadeh Maywand, la più trafficata e caotica strada della capitale, busso invano alle bottegucce dei fabbricanti di uccelli di carta. Tutte chiuse. Anche il tugurio del vecchio Saifa - il migliore di tutti - come ricorda Khaled Hosseini nella mirabile favola de Il cacciatore di aquiloni. La plebe di questa Cenerentola urbana nel cuore dell'Asia, popolata da circa quattro milioni di abitanti, non si muove dai propri chiassosi vicoli, contentandosi del profumo e del sapore del kebab, rosolato ad arte sulle braci.


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