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Una sola ideologia: guerra al "diverso" - PAOLO COLONNELO

La Stampa – 5.5.08

 

Una sola ideologia: guerra al "diverso" - PAOLO COLONNELO

VERONA - Il biondino e i suoi amici si muovevano come una banda di Arancia Meccanica negli ambienti degli skinheads fronte Veneto e dei neofascisti di Forza Nuova, sperando d’incontrare se non proprio il plauso della città, per lo meno la sua indulgenza. Chè Verona si sa, è sempre stata una città nera. E ricca. E gelosa di sé. E se anche il sindaco leghista Flavio Tosi adesso invoca «pene esemplari» e quelli di Forza Nuova prendono le distanze, si capisce che il Biondino e i suoi amici in fondo erano funzionali a una certa cultura. «Che poi è un modo di pensare - dice il procuratore Guido Papalia - molto diffuso di questi tempi che esclude il diverso, chi non si veste come noi, non mangia come noi, non parla con il nostro accento, in difesa di un sistema ritenuto semplicemente migliore di altri e dunque da difendere anche con la violenza. E’ un modo di sentirsi rassicurati ancorandosi a cose che invece andrebbero analizzate più approfonditamente. Non è un problema solo di polizia. E’ questione di educazione che dovrebbe portare a pensare che è l’inclusione quella che paga. Non l’esclusione». Invece il Biondino e gli amici stavano proprio in questa logica. Anche loro di ronda - che oggi va tanto di moda - per punire «i diversi», «quelli che sporcano», quelli che offendono «il decoro del nostro bel centro». Quelli che non ci garbano, in definitiva. Che, come si sa, sono sempre tanti e affollano impuniti le nostre paure. E allora, giù botte. Come a Nicola Tommasoli il grafico di 29 anni massacrato a pugni e calci e ridotto in fin di vita per essersi rifiutato l’altra notte di offrire una sigaretta. «Anche lui - spiega il procuratore aggiunto di Verona, Mario Schinaia - era stato individuato come un diverso. A loro bastava trovare qualcuno che magari aveva semplicemente i capelli lunghi e volavano schiaffi». Quasi ogni sabato, con la bella stagione, a pattugliare strade e piazze storiche, a prendere a schiaffi «i negri» ma anche «i terroni», come i tre parà picchiati mesi fa perchè «parlavano meridionale». O il ragazzo con la maglietta del Lecce massacrato di botte «perché terrone». O quello picchiato in piazza delle Erbe perché sedendo su alcuni gradini «danneggiava l’immagine di Verona, città di classe». O la vita resa impossibile ai venditori di khebab. Tutte scuse, per nascondere il vero obiettivo: la violenza fine a se stessa. «Una violenza programmata, per difendere quello che consideravano il loro territorio - sottolinea Schinaia - sono tutti di una certa area ma alla fine l’ideologia o l’appartenenza a gruppi politici definiti conta poco. La cosa vera che li unisce è la caccia al “diverso” da loro. Ed è questa l’unica ideologia. Tanto che per questo ripetersi delle aggressioni, avevamo ipotizzato l’esistenza di un nuovo gruppo organizzato, ancor più pericoloso di altri per questo fine esclusivo di violenza». La scorsa estate la banda di neofascisti era stata fermata dalla Digos e identificata: 17 giovani in tutto, alcuni rampolli della buona borghesia, altri figli di operai. Molti legati agli ultrà dell’Hellas Verona, quasi tutti trovati con simboli nazisti e fascisti in casa. Il Biondino, ovvero R.D., 19 anni, studente, capelli castani chiari, frequentatore della sezione cittadina di Forza Nuova si era distinto come uno tra i più attivi e violenti, destinatario perfino di una diffida a non entrare allo stadio. La notte del primo maggio R.D. non era nemmeno ubriaco. «Noi non ci droghiamo, non beviamo, siamo gente a posto», ha raccontato nell’interrogatorio-confessione reso ieri dalle 8 alle 12 nella questura di Verona. Ma sì, un bravo ragazzo senza vizi, come tanti da queste parti. Come i due di Ludwig, ricorda ancora il procuratore Schinaia, anche loro «figli della buona borghesia, laureati, perbene. Pensavano di ripulire il mondo uccidendo le persone». Il pm Rombaldoni, il capo della Digos e il colonnello dei carabinieri aspettavano R.D. da qualche ora. Individuato dalle indagini, pressato dai genitori, incalzato dal suo legale, dopo aver passato tre giorni fuori casa, non si ancora bene aiutato da chi, sentendosi il fiato sul collo, alla fine si è costituito. Si è presentato col suo legale, Roberto Bussinello, candidato sindaco per Forza Nuova alle scorse elezioni. Per confessare ma solo in parte, ammettendo di aver dato pugni e calci ma senza ricordare «di aver colpito quel ragazzo quand’era a terra»; confermando i nomi di almeno due dei complici, già individuati, ma senza fare il nome degli altri due perchè «di loro non voglio parlare». Eppure ha esordito dicendosi «dispiaciuto», «spaventato dalle conseguenze» del suo gesto.

 

Neofascisti di Padania – Flavia Amabile

E’ andata a finire che ad aggredire Nicola Tommasoli a Verona è stato un giovane dell'estrema destra. Il fantasma della violenza fascista si è materializzato in quello che resta del centrosinistra e Veltroni ha iniziato a comportarsi da leader dell'opposizione. Ma la destra al governo, e quella militante, prendono le distanze, smentiscono, precisano, restituiscono al mittente ogni accusa, espressa o no. E la sensazione è che l'aggressione potesse essere evitata. Almeno tre dei cinque erano già ben noti a polizia e magistratura. Ragazzi capaci di ridurre un coetaneo in fin di vita per una sigaretta negata, ragazzi in grado di commettere violenze così gratuite hanno spinto le forze dell'ordine a riaprire un fascicolo vecchio di mesi per trovare il loro nome. Sapevano dove cercare, li hanno individuati, li conoscevano. Nel frattempo, però, in due sono scappati forse all'estero. E il terzo, un ventenne di buona famiglia, ha deciso di confessare. I cinque farebbero parte di un gruppo di giovani di estrema destra, molti dei quali ultrà del Verona (una delle tifoserie considerate a più alto rischio). Il loro obiettivo era la 'caccia al diverso»'. L'indagine era stata chiusa un anno fa dalla Digos di Verona, e aveva portato alla denuncia di 17 ragazzi tra i 17 e i 25 anni con un passatempo un po' particolare: aggredire non solo gli extracomunitari ma tutti coloro che in qualche modo venivano visti come non omologabili con le loro idee. In base alle indagini, avevano attaccato un giovane che indossava una felpa del Lecce, un insulto per loro, ultras del Verona. E colpito con una spranga due ragazzi di un centro sociale e persino un ragazzino poco bravo sullo skateboard e un giovane seduto sulle scalinate di piazza Erbe: danneggiava l’immagine di Verona 'città di classe'. Giovani di estrema destra, insomma, ma Forza Nuova smentisce ogni legame. Paolo Caratossidis, coordinatore nazionale, «diffida ogni organo di informazione dall’attribuire al nostro movimento politico qualsiasi responsabilità sulla vicenda». Caratossidis ne è sicuro: «I nostri militanti non compirebbero mai un atto di così grave stupidità e cattiveria; se poi il ragazzo frequenta ambienti ultras o piazze dove si ritrovano neofascisti, questo è un altro discorso,non minimamente ricollegabile a Forza Nuova. Come movimento politico prendiamo completamente le distanze da tale indegno e vergognoso atto. Forza Nuova è contraria ad ogni forza di violenza, tanto più se insensata, illogica ed incivile come quella compiuta da quella banda di pazzi irresponsabili.» Smentisce anche il Veneto Fronte Skinheads. Il presidente Giordano Caracino, esclude che il ragazzo fermato a Verona per l'aggressione a Tommasoli faccia parte del proprio movimento. 'Non basta avere i capelli corti, un bomber o avere certe idee per far parte del nostro movimento'. Veltroni non parla di Forza Nuova ma se la prende con i neofascisti lo stesso. «Siamo davanti ad una aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata. Esistono tante bande di questo tipo e ciò è tanto più pericoloso in un clima culturale e politico nel quale si vanno affermando principi di intolleranza e di odio verso i più deboli o addirittura una sottocultura di violenza e prepotenza talvolta persino mascherata sotto il falso concetto del farsi giustizia da soli. E’ importante che tutti i responsabili dell’aggressione di Verona siano assicurati alla giustizia ed è fondamentale l’impegno di tutti perchè non torni un clima di violenza politica e di insicurezza per i cittadini». Sono proprio queste ultime parole quelle che alla destra pesano di più. Ignazio La Russa, di An, futuro ministro, ride. «Veltroni abbaia alla luna, ipotizza violenze neofasciste che sarei il primo a condannare se davvero esistessero. La verità è che invece di parlare bisogna fare concretamente il proprio dovere quando proponiamo leggi che rendono severe le punizioni e impediscono a chi commette reati come questi di uscire dal carcere». Duro con Veltroni anche Maurizio Gasparri di An: «La sua mi sembra una lettura ideologica. Una certa dose di violenza nella società è sempre esistita. Non esiste un mondo ideale e un mondo orribile e Veltroni che è della mia stessa generazione sa che cosa accadeva quando eravamo giovani. Minacciare il possibile ritorno di un clima di violenza politica però è l’ennesima sciocchezza che si poteva risparmiare. Dovrebbe prendersi una pausa di riflessione invece di dare lezioni a noi che siamo per la tolleranza zero a 360 gradi». D’accordo con Veltroni Paolo Ferrero, ancora per qualche giorno ministro per la Solidarietà Sociale e futuro leader di Rifondazione rivolge un appello agli amministratori del nordest. «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma seminano odio e non sempre chi ascolta questi messaggi è in grado di padroneggiarli civilmente. Prima che sia troppo tardi sarebbe bene che le destre populiste aprissero una riflessione sui frutti della loro propaganda’. Francesco Caruso, invece, ex deputato di Rifondazione, invita a «rafforzare e rilanciare l’antifascismo militante, la vigilanza antifascista e democratica». Ma Caruso non risparmia accuse anche a Veltroni. «Oggi chiede di non sottovalutare i rigurgiti neofascisti: peccato che per anni lui stesso si sia prodigato nello sdoganare il fascismo e i fascisti, a partire dalla città di Roma, dove per anni non ha mosso un dito e non ha contrastato in nessun modo il proliferare di sedi e gruppi di chiara matrice neonazista, nonché il susseguirsi di episodi di aggressioni e violenze squadriste».

 

La piazza insorge per una multa - LODOVICO POLETTO

TORINO - La follia dura un quarto d’ora. Giusto il tempo che accadano tre fatti in rapidissima successione. Uno: che un giovanotto poco più ventenne prenda a pugni un vigile urbano «reo», si fa per dire, di avergli fatto una multa per divieto di sosta: 36 euro. Due: che gli altri agenti di servizio con lui, nella piazza-salotto di Torino, fermino l’aggressore e tentino di farlo salire in auto per portarlo al comando. Tre: che la piazza insorga contro la polizia municipale, costretta a fuggire portandosi dietro gli agenti feriti. La notte tra il sabato e la domenica piazza Vittorio Veneto è il cuore della «movida» torinese. Con i suoi locali eleganti e alla moda, con il lungo Po lì a due passi, è il luogo ideale per lo struscio, che va avanti fin quasi all’alba. E quando la notte è ancora giovane, su quella spianata elegante e ricercata, su cui si affacciano palazzi della Torino Sabauda si possono contare anche qualche migliaio di persone. L’altra notte, alcune centinaia persone - secondo fonti dei vigili urbani almeno 200 - hanno circondato i sei agenti della polizia municipale che avevano fermato l’aggressore del loro collega. Nel mirino sono finite subito le due vigilesse donne, di turno l’altra notte. Quindi gli hanno lanciato contro bottiglie e pietre e li hanno tempestati di sputi e di insulti di ogni tipo. E, intanto, 15, forse 20 «amici del fermato» hanno «strappato» dalle mani degli agenti il ventenne, stordito dall’alcol ma tutt’altro che remissivo. Tutto questo pochi minuti prima delle due, mentre i locali sono ancora aperti e, 200 metri più giù, la vita notturna dei Murazzi stava entrando nel vivo. Tutto questo sotto gli occhi delle telecamere che sorvegliano la piazza-salotto, e a poche decine di metri dalla casa del sindaco Sergio Chiamparino. Il finale di questa storia è facile da immaginare. I sei vigili hanno chiesto rinforzi via radio. Sono arrivate altre pattuglie. Ma la situazione era talmente grave che la polizia municipale ha scelto di battere in ritirata e abbandonare di gran carriera la piazza. Portandosi dietro i suoi feriti: tre agenti. Uno di loro è stato centrato alla testa da una pietra o forse da una bottiglia. È rimasto in ospedale fino al primo pomeriggio di domenica: la botta gli aveva provocato un abbassamento della vista. Un altro ha 20 giorni di prognosi per problemi all’addome e costole incrinate. Il terzo, quello del pugno nell’occhio, è il meno grave di tutti. Dieci ore dopo l’aggressione il filmato di quel quarto d’ora di follia è già su «You tube», accompagnato da una sequela di insulti verso la polizia municipale. Il sindaco Chiamparino parla di una quarantina di persone coinvolte della vicenda. E dice: «Ora mi auguro una pena esemplare per l’autore di questo gesto. In piazza c’è stato il tipico meccanismo da stadio, quando 20 persone hanno aggredito i vigili gli altri hanno iniziato con i cori. Ormai certe sacche di violenza sono endemiche». I sindacati, invece, alzano i toni. Il segretario regionale della Uil-funzione pubblica, Giuseppe Castagnella, dice: «Anche se lavorano in straordinario, i colleghi non vogliono più dare la disponibilità per svolgere questo servizio. Troppo pericoloso». Già, è unanime l’opinione che sia troppo pericoloso mandare sei persone, la notte di sabato a multare le auto posteggiate su quella piazza. «Ma come fa il Comando dei vigili a non comprendere i rischi che comporta questo tipo di operazione?», dice Andrea Tronzano, consigliere di Forza Italia. Che insiste: «È ora di dotare i vigili di estensore: il manganello non serve per picchiare i cittadini ma tutela l’integrità di chi lavora». La relazione con la storia dell’accaduto, con l’aggressione, con i 200 che circondano la polizia municipale, filmando la scena con i telefonini, è stata inviata in Procura. Ed partita la caccia al giovanotto che ha scatenato la rivolta: già individuato. E si cercano anche altre tre o quattro persone, quelli che sabato notte l’hanno «salvato» dall’arresto. Nel mirino di vigili e Procura c’è anche un altro giovanotto. Un tipo piuttosto agitato che, qualche istante prima che gli agenti lasciassero la piazza, ha tentato di strappare i tergicristalli dal furgone della polizia municipale. Motivo? Nessuno. È arrivato di corsa e s’è lanciato nell’impresa.

 

Sul Welfare An al braccio di ferro con il Cavaliere - UGO MAGRI

ROMA - Entro venerdì, sabato al massimo, l’Italia avrà di nuovo Berlusconi al governo. Restano alcuni preliminari, l’elezione oggi dei capigruppo Pdl (Cicchitto e Gasparri, con rispettivi vice Bocchino e Quagliariello), domani degli uffici di presidenza alla Camera e al Senato (una trentina di poltrone in tutto, molto ambite dalla Casta perché significano paga più ricca, stanza più grande, auto blu più lustra e portaborse più numerosi). Nel pomeriggio Napolitano avvierà le consultazioni, al volo però: entro mercoledì sera il Capo dello Stato ci terrebbe a convocare Berlusconi sul Colle. Galateo istituzionale vuole che il Cavaliere non si avventi sul piatto, accettando subito e presentando seduta stante la lista dei ministri. Più probabile che sciolga la riserva giovedì pomeriggio (dopo che Napolitano sarà tornato dalla Fiera del libro di Torino). Se il programma quirinalizio verrà rispettato, il giuramento avrà luogo venerdì sera. Ma allora, quando si riunirà il governo per onorare le promesse, dalla cancellazione dell’Ici alla detassazione degli straordinari? In teoria, già dopo il giuramento. Ma fonti parecchio autorevoli del futuro esecutivo gettano acqua sul fuoco: sempre per motivi di scrupolo costituzionale, Berlusconi e Tremonti non faranno decreti prima che il governo abbia ottenuto la fiducia dai due rami del Parlamento. I primi provvedimenti potranno dunque vedere la luce verso la fine della prossima settimana. Al momento il Cavaliere riflette sulle ultime caselle vuote. Dicono nell’entourage che sta riflettendo chiuso in se stesso, cioè non si confida. Ieri è andato a San Siro per il derby e ha schivato le domande: «Non mescoliamo il sacro con il profano». I nodi da sciogliere restano Welfare e Giustizia. Sul primo si inasprisce il braccio di ferro con An. Sul Guardasigilli, invece, cresce l’ipotesi Scajola in alternativa ad Alfano, mentre perdono quota nel totoministri altri nomi circolati finora, da quello autorevole (ma forse per questo meno gradito al Cavaliere) di Pera, già presidente del Senato, all’altro di Vito, capogruppo alla Camera nella passata legislatura (bombardato pesantemente da Cossiga). La verità è che nessuno muore dalla voglia di sedersi dietro la scrivania che fu di Mastella, fonte infinita di grane specie se i guai giudiziari del Cavaliere dovessero conoscere una nuova ruggente stagione. E’ la ragione per cui la Lega si tiene ben stretta gli Interni, dove può condurre la sua guerra all’immigrazione, rifiutando uno scambio con Castelli alla Giustizia. Ed è pure il motivo che spinge An a preferire la Difesa per La Russa, che significa Forze Armate e Carabinieri, lasciando a Berlusconi l’onere di scegliersi il Guardasigilli tra i fedelissimi con le spalle più larghe. Scajola preferirebbe cimentarsi alle Attività produttive, ma non giudicherebbe certo un disonore la Giustizia. Idem per Alfano, sebbene sia di Palermo, e dunque alle prese con qualche difficoltà ambientale. Deciderà il Capo, consultandosi con Napolitano. Sul Welfare divampa l’incendio, reo involontario Alemanno. Ha detto in tivù (in preda alla stanchezza, è la giustificazione offerta privatamente) che per quel ministero conteso a Forza Italia vedrebbe bene Mantovano, come pure Meloni alle Politiche giovanili e il professor Cognetti, oncologo di chiara fama avversato dalla Turco, alla Salute. Sugli ultimi due nomi, nessuno scandalo. Su Mantovano, invece, Alemanno stesso ha dovuto emendarsi dopo una telefonata con Fini, precisando che il candidato di An era e rimane Ronchi, portavoce del partito. Forza Italia aveva proposto, tramite il nuovo coordinatore Verdini, il baratto: «A noi il Welfare, a voi di An due ministeri senza portafoglio». Ronchi non si discute, è la risposta. Un appuntamento tra Berlusconi e Fini per sciogliere il nodo non è ancora fissato.

 

"Qualcuno sa dove s'è cacciato Bin Laden?" - VITTORIO SABADIN

LONDRA - «Dov’è finito Osama bin Laden?» Provoca qualche brivido vedere nella metropolitana di Londra, la stessa degli attentati che nel 2005 causarono 56 vittime, questa frase stampata su un buffo manifesto, nel quale un uomo conduce un cammello al galoppo nel deserto ridendo di gusto mentre alle sue spalle elicotteri e carri armati creano un inferno di fuoco e fiamme. Il cammelliere è il documentarista americano Morgan Spurlock e la domanda che si pone è il titolo del suo ultimo lavoro, che uscirà nelle sale inglesi il 9 maggio. Spurlock è la stessa persona che cercò di uccidersi mangiando per un mese da McDonald’s («Super Size Me», candidato all’Oscar nel 2004) e questa volta ha provato un modo più rapido per suicidarsi: andare a cercare Bin Laden dall’Egitto a Israele, dalla Giordania al Marocco, dall’Arabia Saudita all’Afghanistan e al Pakistan. Incredibilmente, è tornato a casa sano e salvo, ma nemmeno lui potrà incassare la taglia di 25 milioni di dollari che spetta a chi rintracci, vivo o morto, Osama. «Io ovviamente lo volevo vivo - ha raccontato Spurlock in un lungo articolo sul magazine dell’Independent - anche se a volte avevo un incubo: ci incontravamo, io gli tendevo la mano e lui me la tagliava con la scimitarra. Forse la vera ragione per la quale sono partito è che ho visto troppi film nei quali il bravo ragazzo cattura da solo il cattivo, ma in realtà la domanda che avrei voluto fare a Bin Laden era questa: come si può porre fine a questa follia che si è impadronita del mondo dopo l'11 settembre? Come facciamo a fermarla?». Lo scopo del film, sostiene il regista, è quello di fare in modo che le persone che non vogliono sentire ascoltino. «L'argomento di cui si parla è serio, molto serio, ma questo non vuol dire che non lo si possa affrontare con umorismo». Far ridere, secondo Spurlock (e sicuramente, in Italia, anche secondo Beppe Grillo), è ormai l'unico mezzo per attirare l'attenzione delle persone su argomenti importanti e per farle ragionare. «Negli Stati Uniti le televisioni e i giornali sono concentrati nelle mani di poche persone e la visione che si dà degli avvenimenti esteri nei notiziari è sempre di odio e di contrapposizione. Vorrei che il film aiutasse la gente a cambiare atteggiamento, a non respingere il dialogo. Non possiamo più lasciare queste cose solo nelle mani dei politici». Nel suo viaggio, Spurlock ha scoperto che la disponibilità della gente araba a discutere con un americano è molto più alta di quanto avesse immaginato. La polizia è dovuta intervenire a salvarlo solo una volta, quando fu assalito da un gruppo di ebrei Hasidic. E la sua amara considerazione finale è che purtroppo è molto facile trovare Osama bin Laden: «dal Marocco al Pakistan, grazie agli errori di Bush, il suo spirito è ormai dovunque».

 

Clinton: "Ahmadinejad sappia come noi ci muoveremmo"

GEORGE STEPHANOPOULOS

Signora Clinton, lei propone il ritiro delle truppe dall’Iraq. Ma senza quell’appoggio che cosa farebbe, se l’Iran invadesse l’Iraq? «Io non credo che lo farà mai. E se lo farà, sarà una decisione del futuro. Noi non terremo basi permanenti in Iraq né lo occuperemo per decenni solo perché un qualche evento oggi aleatorio potrebbe verificarsi un domani. A preoccuparmi, piuttosto, è la nostra incapacità di affrontare i problemi nella loro globalità. L’Afghanistan sta per finire nelle braccia dei taleban e di Al Qaeda. E’ lì che dovrebbe concentrarsi la nostra attenzione». Ma lei ha detto che, se Teheran usasse l’atomica contro Israele, per rappresaglia si dovrebbe distruggere l’Iran.
«L’ho detto e non mi pento». Alcuni nostri esperti di Iran dicono che questa sua posizione indebolisce proprio quegli iraniani che vorremmo sostenere, cioè quelli che vogliono la democrazia e una alleanza con gli Stati Uniti. «Gli esperti che consulto io non dicono nulla di tutto ciò. La mia strategia è in due punti. Primo: dobbiamo fare il possibile per impedire all’Iran di avere la bomba atomica. E lo faremo. Secondo: vogliamo che dal popolo salga un chiaro segnale al leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, e al presidente Ahmadinejad, che continuare sulla strada delle armi nucleari non è una buona scelta per l’Iran. Proprio l’idea che loro traducano in azione i loro assurdi propositi, come quello di cancellare Israele dalla faccia della terra, significa che noi dobbiamo dire loro ben chiaro che questo non avverrà senza conseguenze». Lei ha detto che dovremmo estendere la deterrenza nucleare ad altri Paesi della regione: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi. Ma questo non finirebbe col richiedere una presenza permanente degli Stati Uniti in Medio Oriente non meno ampia di quella attualmente dispiegata in Iraq? «Ma noi già abbiamo una serie di basi permanenti. Siamo in Kuwait, siamo nel Bahrein. La Turchia è un alleato Nato. Abbiamo nella regione una presenza che precede il nostro coinvolgimento in Iraq, voluta per essere cuscinetto e contrappeso ai piani di Saddam e a quelle che oggi sono le minacce dall’Iran». Dunque quelle basi fanno parte della deterrenza contro Teheran. «Certo: se hai una base in questa o quella capitale del Golfo, non permetterai che l’Iran metta le mani sulla bomba. Userai la tua». Una politica del genere implica che una bomba lanciata sul Golfo viene considerato come una sganciata su Indianapolis. E’ una politica saggia, questa? «Questa è stata la logica della Guerra Fredda». Ma presumeva che le persone fossero razionali. Lei ritiene che il Ahmadinejad lo sia? «Questa è la ragione per cui deve sapere quale sarà il nostro atteggiamento. Noi non sappiamo esattamente chi prende le decisioni in Iran. Sappiamo però che gli iraniani sono per lo più razionali. E’ gente che studia, lavora, ama. Dobbiamo sostenerli, ma anche avvertirli che le decisioni dei loro leader non sono senza conseguenze». Chi ha i requisiti per finire sotto l’ombrello nucleare Usa? Che deve fare per finire sotto la protezione americana? «La mia teoria è che dobbiamo impedire di avere la bomba atomica anche agli Stati della regione: è già pericoloso che finisca nelle mani di uno Stato, sarebbe una catastrofe se finisse in quelle dei terroristi. L’Iran è uno Stato. Con gli iraniani la deterrenza e la minaccia di rappresaglia possono funzionare. Con Al Qaeda no. Così noi possiamo dire all’Iran: non pensare di procurarti quell’arma. Non mi interessa chi prende le decisioni, sappiate solo quali sarebbero le conseguenze. Entrate piuttosto nella comunità mondiale. Siate parte dell’economia globale. Siate con noi, che cerchiamo di costruire un futuro più prospero e pacifico».

 

Barack: "Serve un dialogo diretto con il regime iraniano"

TIM RUSSERT

L’amministrazione pensa ad attacchi mirati contro le fabbriche in Iran dove si fanno i missili che vengono poi mandati in Iraq. «Vorrei vedere le prove, e i piani esatti. Ho sempre detto che, come comandante in capo, non escluderei le opzioni militari e dovremmo avere pronti i piani per diverse evenienze. Ma penso che l’Iran sia stato il maggior beneficiato strategicamente dalla nostra invasione dell’Iraq. Dobbiamo riequilibrare le nostre posizioni strategiche nella regione. In primo luogo dobbiamo ritirare dall’Iraq le nostre truppe combattenti. Li abbiamo messi a rischio, abbiamo alimentato i sentimenti antiamericani, ci siamo distratti dal vero fronte di battaglia, in Afghanistan contro Al Qaeda. Se dobbiamo pensare a un piano per quando non occuperemo permanentemente l’Iraq, dobbiamo spingere gli iracheni a giungere a un compromesso che includa l’Iran, la Siria, l’Arabia Saudita, La Giordania, la Turchia e le altre potenze regionali, e in questo caso saremo in una posizione più favorevole per trattare con la minaccia a lungo termine dell’Iran e soprattutto delle armi nucleari. Dobbiamo parlare direttamente con l’Iran, mandare un chiaro messaggio che devono fermarsi, smettere con il loro eventuale finanziamento alle milizie irachene, ma anche di Hamas e Hezbollah, cedere sulle armi nucleari. Ci saranno conseguenze per queste azioni, ma ci saranno anche carote e possibili benefici se cambiano comportamento. Questo è il tipo di cambiamento nella nostra politica estera che vorrei portare come presidente». Hillary ha detto che, se l’Iran fa un attacco nucleare a Israele, gli Usa «lo annienteranno». «Non penso sia il linguaggio che ci vuole adesso, sa di George Bush. Abbiamo avuto una politica estera di minacce e spade sguainate, e di decisioni strategiche che alla fine hanno rafforzato l’Iran. L’ironia è che la Clinton ha più volte detto che «non bisogna fare speculazioni sull’Iran», mi ha rimproverato un paio di volte per questo, e poi proprio pochi giorni prima delle primarie, sceglie questo linguaggio». Ma lei cosa farebbe? «Israele è il più importante alleato che abbiamo nella regione, non c’è dubbio che agiremo adeguatamente in caso di ogni attacco. Ma è importante far vedere che noi cambiamo linguaggio, abbandoniamo la diplomazia da cowboy, o l’assenza di diplomazia di Bush». Clinton ha anche chiesto un «ombrello di deterrenza» che protegga non solo Israele, ma anche altri Paesi. «Presuppone una circostanza che non vorrei presupporre, e cioè che l’Iran si doterà di armi nucleari. E’ mia intenzione garantire che non accada». Pensa che dovremmo mandare uomini e donne americane a difendere i sauditi dall’Iran? «Ovviamente, abbiamo interessi di sicurezza nazionale nelle forniture di petrolio. Come presidente, terrei conto di questo fattore. Ma per ora non parlerei di un’estensione del nostro ombrello nucleare e di qualche alleanza con l’Arabia Saudita sul modello dei Paesi della Nato o di Israele». Afghanistan: aumenterebbe le truppe per eliminare i taleban una volta per tutte? «E’ quello che dobbiamo fare. E’ il primo motivo per il quale mi sono opposto alla guerra in Iraq». Se vince in Indiana e North Carolina, la corsa è finita? «No, fino a che il senatore Clinton non deciderà di uscirne o fino alla fine di tutte le primarie». Se perde, ne risente molto? «No, sono convinto che alla fine sarò io il candidato democratico. Voglio che a novembre vinca un democratico, e farò campagna per la Clinton. Ma sono sicuro di offrire ai democratici migliori chance di vincere».

 

Repubblica – 5.5.08

 

Teste rasate e antisemiti, allarme nel Nord Est - ALBERTO CUSTODERO

ROMA - È il Nord Est, secondo i servizi segreti italiani (l'Aisi), "la zona a più alta densità di militanti naziskin del Paese". Secondo il rapporto dell'Agenzia informazioni e sicurezza interna, proprio nel bacino fra Verona (la città dove è stato aggredito Nicola Tommasoni), Vicenza, Padova e Treviso, il "fronte skinheads-Vfs, costituito a Vicenza negli anni Ottanta e ispirato al modello britannico, conta su alcune centinaia di giovani attivisti". Il loro è il look del "guerriero metropolitano". Fanno pugilato, thai box e sollevamento pesi, e si riconoscono nei valori fondanti dello skin style individuati nell'appartenenza di classe e nel sentimento nazionalista". La dimensione ideologica, come il richiamarsi ai legionari romani, c'entra poco, ma è utile "per saldare gli atteggiamenti improntati alla forza fisica ad un ruolo socio politico". "Quando perquisiamo le loro case - racconta un alto funzionario della Digos - nelle stanze, sulla testata del letto, troviamo bandiere con la svastica o la croce celtica. Ma il loro livello culturale, molto basso, ci porta a parlare di bullismo con la testa rasata". Il credo naziskin è infatti - secondo gli esperti dell'intelligence - una sorta di sottocultura violenta, teppistica, xenofoba, razzista e antisemita, che si manifesta in scala crescente, dalla strada al quartiere, fino alla curva dello stadio. E trova proseliti soprattutto fra le "fasce di giovani culturalmente meno preparate che eleggono a loro passatempo preferito del sabato sera il boot party", come vengono sarcasticamente chiamate le aggressioni fini a se stesse. Il violento pestaggio di Verona non ne è che l'ultimo, tragico, esempio. Le teste rasate sono giovani dalla doppia militanza: nell'antagonismo il sabato per "fare casino in piazza", e fra le tifoserie la domenica dove il campo di battaglia diventa la curva. I richiami politici - osservano i servizi segreti - sono poco più che simbolici. Nel mucchio degli ottantamila ultrà d'Italia, il grumo eversivo, secondo il ministero dell'Interno, è di circa ventimila tifosi, e proprio negli ultimi anni la gran parte sono diventati di destra (63 gruppi, circa 15 mila sostenitori), mentre la componente di sinistra, molto forte negli anni Settanta, è oggi ormai una minoranza, 35 associazioni per circa 5 mila persone. Sono state proprio le curve degli stadi - osserva l'intelligence - i luoghi nei quali la "tifoseria oltranzista ha assorbito l'esperienza di lotta della "cellula politica" con l'acquisizione di schemi organizzativi, slogan ossessivi, strategie di militarizzazione". È così che negli stadi sono comparsi, ad esempio, striscioni antisemiti o xenofobi (ora vietati dopo le norme sulla sicurezza negli stadi del ministro Amato). Al di là dei divieti di esporre bandiere o slogan dal contenuto ideologico, gli ultrà-naziskin si sono organizzati in "strutture stabili e complesse", con tanto di gadget, tesseramento. E sono capaci, pur appartenendo a squadre diverse divise da rivalità secolari (come Roma e Lazio), di allearsi per assaltare le caserma della polizia e la sede del Coni, come avvenuto nella Capitale nel novembre scorso qualche ora dopo la morte del tifoso laziale, Gabriele Sandri. Ma l'allarme naziskin non riguarda solo le aggressioni boot party, le violenze negli stadi e le guerre fra tifoserie durante le trasferte. L'allarme del Viminale riguarda anche il risveglio dell'antisemitismo in Italia, con profanazione di tombe ebraiche e la comparsa sui muri di tutta Italia di scritte inneggianti il Duce, Hitler e i forni crematori. Su questo fronte dell'intolleranza razziale, si assiste ad un fenomeno del tutto nuovo: gli slogan antisemiti sono di moda non solo fra i naziskin e gli ultrà, ma anche fra i movimenti antagonisti dell'estrema sinistra e in alcuni ambienti di studenti leghisti "antagonisti padani".

 

Germania, vietato bocciare. I ripetenti costano troppo

ANDREA TARQUINI

BERLINO - "No alle bocciature, promozione garantita!". "No alle insufficienze, la sufficienza garantita per tutti!". Ricordate certi radicali, prevaricatori slogan antimeritocratici del Sessantotto e del movimento degli epigoni, il '77 pre-anni di piombo? Bé, quelle strane utopie oggi rivivono per paradosso dalla parte del potere politico, proprio nella ricca ed efficiente Germania. E' un trend di fatto, che secondo Welt am Sonntag sta cambiando la vita scolastica: bocciare e quindi poi finanziare ripetizioni e classi di ripetenti, e permanenza più lunga degli studenti nelle scuole superiori, costa troppo. L'ordine viene dall'alto, tacito e implicito, con e-mail dei ministeri della Pubblica istruzione dei sedici Stati della federazione tedesca, visto che non c'è un ministero nazionale. Il linguaggio delle e-mail è ostico burocratese, parla di "ottimizzare i risultati", di "verificare in quali scuole si boccia di più", e così via. Tradotto in chiaro, spiegano gli insegnanti: la consegna è non bocciare, o bocciare il meno possibile. Insomma, rieccoci a quaranta o trent'anni fa, alle idee estremiste: promozione garantita, allora in nome del no alle gerarchie, oggi in nome dei tagli ai costi. Il problema è serio, perché il sistema scolastico tedesco è rigidamente selettivo, troppo secondo molti. Risale all'era del Kaiser, i golden years della rivoluzione industriale che modernizzò l'Europa. Si decide presto, in molti casi già dopo il quarto anno scolastico, chi va ammesso al Ginnasio (scuola superiore d'élite) e chi invece finisce alla Realschule o alla Hauptschule, scuole meno o per nulla qualificate. Ma poi la selezione continua: al ginnasio ogni anno le bocciature sono sessantamila. Troppe, dicono i politici. L'Ocse, l'organizzazione delle Nazioni Unite per la cooperazione e lo sviluppo economico, conviene. E tormenta la Germania e ogni altro Stato con raccomandazioni, consigli e direttive: bocciate il meno possibile, ogni bocciatura a causa dei costi di ripetizioni e classi supplementari vuol dire soldi sottratti al bilancio dell'istruzione. Messi alle strette dai poteri politici, presidi e professori in Germania si adattano inflessibili. Le peggiori insufficienze vengono corrette. Dal docente, o dal preside se il docente è in disaccordo. Così la media annuale delle bocciature è già vistosamente calata: dal 3,2 per cento degli studenti nel Duemila ad appena il 2,4 per cento l'anno scorso. Non è finita: alcuni dei Bundeslaender, i sedici Stati della federazione, si spingono più in là. Berlino, capitale ma anche città-Stato, governata dalle sinistre, ha deciso che è possibile per gli insegnanti rinunciare a dare voti agli studenti fino all'ottavo anno scolastico. I voti discriminano, aprono troppo rischio di alzare muri tra candidati alla promozione e alla bocciatura. Non sono solo idee di sinistra. Nella ricca, borghesissima Amburgo, un'altra città-Stato, il governatore democristiano e i suoi alleati Verdi hanno concordato che fino al decimo anno scolastico nelle scuole pubbliche non si boccia. E' una rivoluzione strisciante: chi meriterebbe i voti peggiori si vede aiutato senza sforzi dal corpo insegnante per direttiva. Ha senso, per risparmiare soldi e tempo, quindi fondi per l'istruzione. Se abbia senso per la qualità dell'apprendimento, è un altro discorso. E nelle scuole, almeno secondo il reportage uscito ieri sulla Welt am Sonntag, non regna proprio un clima sereno: gli studenti si disimpegnano, si sforzano di meno, certi di passare l'anno comunque. I professori che vorrebbero continuare con la severità per incoraggiare di più i ragazzi a imparare, rischiano sanzioni dure. Non pochi di loro rilasciano interviste solo sotto falso nome e senza foto. L'estremismo di decenni fa si vendica forse così delle sue sconfitte: torna a diffondere paura.

 

"Risparmiare può essere utile ma è più importante apprendere"

SALVO INTRAVAIA

ROMA - L'invito a bocciare di meno per fare respirare le casse dello Stato rivolto agli insegnanti tedeschi, in Italia viene etichettato come una "proposta miope", "inopportuna e inapplicabile". Su un punto sono tutti d'accordo: "è l'aspetto pedagogico quello che ci deve guidare nelle scelte, non quello economico". Insomma, quelle che contano sono le competenze acquisite dagli alunni alla fine del percorso scolastico non il numero delle bocciature. Ma basta guardare i numeri per comprendere che, anche nel nostro Paese, il problema esiste. In Italia, il costo delle bocciature è stratosferico. Secondo i dati forniti dal ministero della Pubblica istruzione il bilancio degli ultimi scrutini (2006/2007) è preoccupante: oltre 316 mila bocciati nelle scuole superiori e 49 mila alla scuola media, per un costo complessivo che si avvicina ai 2 miliardi e 800 milioni di euro l'anno. Cifra che supera i 3 miliardi se si conteggiano i pluriripetenti, che nelle classi italiane non mancano. Tra stipendi (insegnanti, bidelli, personale amministrativo e dirigenti scolastici), gestione dei locali (affitti e manutenzioni), finanziamenti alle scuole autonome e spese delle autonomie locali, uno studente delle scuole superiori costa, infatti, alla collettività 7.666 euro l'anno. Si spende un po' meno, 7.238 euro l'anno, per un ragazzino della scuola media. Se non ci fossero bocciati, e ripetenti, così, le casse dello stato risparmierebbero quasi 3 miliardi l'anno. La questione "tedesca" sembra quindi, fondata. "Ma hanno fatto bene i conti?", si chiede il pedagogista Benedetto Vertecchi che continua: "Diminuire le bocciature potrebbe costituire un risparmio ma non è detto che sia così. Se il calo delle bocciature non viene accompagnato da un corrispondente livello di preparazione dei giovani, dopo qualche anno questo apparente risparmio si trasforma in un aggravio economico e sociale ancora maggiore". Si tratterebbe, spiega Vertecchi, "solo di un risparmio a breve termine" perché "ragazzi con un profilo culturale gracile avrebbero difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro". Con la Finanziaria 2007 anche il governo Prodi aveva auspicato un calo (pari al del 10 per cento) delle bocciature nei primi due anni della scuola superiore, ma obiettivo di risparmiare 56 milioni di euro fallì. "L'obiettivo - spiega Mariangela Bastico, viceministro della Pubblica istruzione uscente - era legato all'elevamento dell'obbligo scolastico di due anni e al raggiungimento degli obiettivi minimi di apprendimento, che abbiamo cercato concretizzare con la norma sul recupero dei debiti. Non può certamente essere l'aspetto economico - continua la Bastico - il punto di riferimento delle scelte educative, né questo può influire sulla libertà di insegnamento dei docenti. Suggerire agli insegnanti di bocciare di meno mi sembra inopportuno e inapplicabile. Occorre, piuttosto, interrogarsi sul perché di tanti insuccessi scolastici che costituiscono un fallimento per la scuola e per gli stessi ragazzi". Per Giorgio Rembado, presidente dell'Associazione nazionale presidi la "via tedesca" non è "una proposta da prendere ad esempio per il nostro paese". "E' incontestabile che i ripetenti rappresentano un costo per la collettività - dichiara Rembado - ma in questo modo si affronterebbe il problema partendo dalla fine. In Italia stiamo cercando di dare ai diplomi un valore reale, riconoscibile e verificabile. Il calo delle bocciature senza un serio lavoro alle spalle mi sembra una sciocchezza". Per ridurre le bocciature si dovrebbe intervenire "sulla metodologia didattica e sulla formazione in servizio". Ma la qualità dell'insegnamento non dipende soltanto dai docenti. "Solo in parte - secondo Vertecchi - ne sono responsabili gli insegnanti. E mi riferisco ai tanti casi in cui basta che si fulmini una lampadina per non potere utilizzare un laboratorio. La qualità dell'insegnamento dipende dalle attrezzature e dall'organizzazione del lavoro".

 

Corsera – 5.5.08

 

Tirapugni, mazze, «dagli al nemico». Le spedizioni punitive del branco – Fiorenza Sarzanini

ROMA - Per le spedizioni punitive usavano tirapugni di metallo e mazze avvolte da catene. Ma spesso sono bastati calci e pugni per far finire in ospedale le vittime. Si incontravano a piazza delle Erbe, centro storico di Verona. Talvolta bevevano birra fino a ubriacarsi. Poi cominciava la caccia. Del gruppo facevano parte almeno una ventina di persone, anche alcune donne. I poliziotti della Digos coordinati da Luciano Iaccarino riuscirono a individuarne diciassette, tutti tra i 17 e i 25 anni. Nel giugno scorso fornirono alla magistratura gli elementi d'accusa. Denunce e racconti che adesso delineano le caratteristiche del gruppo, la loro appartenenza agli ultras dell'Hellas Verona, la loro matrice neofascista confermata da volantini, simboli e fotografie sequestrati durante le perquisizioni. La Digos: colpiranno ancora. Da allora le indagini sono andate avanti, la polizia sapeva che non si sarebbero fermati. Nell'ultima informativa consegnata alla magistratura neanche due mesi fa è scritto: «Riscontri obiettivi dimostrano la permanenza di un vincolo associativo diretto all'attuazione di un programma criminale di più ampio respiro in cui la comunanza di interessi — l'ostilità per chi è "diverso", la volontà di marcare il proprio spazio territoriale in cui gli altri non hanno diritto di accesso — determina il concreto rischio che tali aggressioni possano riprodursi in un indeterminabile tempo futuro». La prima aggressione risale al 26 marzo del 2006. Succede tutto in pochi minuti. Due amici sono in corso Cavour, devono prelevare soldi al bancomat. «Abbiamo incrociato un gruppo di giovani — verbalizzano —, saranno stati cinque o sei, tra loro c'erano anche due ragazze. Uno fa un grugnito. Mi volto a guardarlo e mi accorgo che mi sta fissando. Noi andiamo avanti, arriviamo fino alla banca. E in quel momento ci circondano. Uno di loro grida che dobbiamo andarcene. Il mio amico gli risponde di no e quello gli dà due pugni in faccia e gli frattura il setto nasale». L'ultima denuncia prima del pestaggio di Nicola Tommasoli è di pochi mesi fa, il 9 dicembre 2007. Ad essere aggredito con mazze e coltelli è un altro tifoso dell'Hellas. Le spranghe servono a sfasciargli la macchina, poi con le lame lo feriscono alla coscia. Pugni e catene per «terroni». In meno di due anni hanno colpito almeno tredici volte. Tante sono le denunce presentate anche se la polizia sospetta che alcune vittime, ferite in maniera lieve, potrebbero aver deciso di lasciar perdere per paura di eventuali ritorsioni. Nell'informativa consegnata alla Procura di Verona viene sottolineato come «tra i responsabili degli atti criminosi ci sono soggetti noti per aver in passato compiuto atti violenti in occasione o a causa di eventi sportivi. Il loro modus operandi è basato sullo stesso canovaccio comportamentale: forse favoriti dall'ebbrezza alcolica, gli aggressori cercano un pretesto per attaccar briga e dalle parole passano rapidamente alle vie di fatto. Le parti offese sono prive di legami apparenti tra loro, se non per aver suscitato negli aggressioni l'odio per chi è ritenuto "nemico" o semplicemente "diverso" per il colore della pelle o il modo di vestire o di atteggiarsi». Il 17 marzo 2007 in piazza dei Signori c'è un concerto per festeggiare il bicentenario del liceo classico «Maffei». Verso le 23 arrivano una ventina di giovani, si avvicinano a uno degli studenti: «Mi hanno aggredito e scaraventato a terra, poi hanno cominciato a riempirmi di calci e pugni. Alcuni si sono sfilati la cinta dai pantaloni, altri mi hanno colpito con spranghe e catene». Interviene una ragazza, cerca di sottrarre il suo amico alla furia del gruppo. Ma anche lei prende pugni e schiaffi. Stessa sorte per un altro che accorre in aiuto. Alla fine i tre riescono a rifugiarsi dentro un ristorante. Ma questo non basta a fermare il pestaggio. Il verbale dello studente racconta che cosa accade dopo: «Mi hanno inseguito, hanno continuato a insultarmi e a picchiarmi. Sono sicuro che avevano tirapugni di metallo e catene». La minaccia ai minorenni. L'8 aprile tocca a tre giovani brasiliani finire nel mirino della banda. Mentre passano a piazzetta Scalette Rubiani notano quattro ragazzi seduto al bar. «Siete fascisti?», chiedono. Gli stranieri rispondono di no. E immediatamente vengono colpiti con una sedia di legno, buttati in terra e picchiati. Uno di loro resta 40 giorni in ospedale. Anche alcuni minorenni sono rimasti vittima di minacce e pestaggi. Il 25 aprile 2007, mentre sono in strada con lo skateboard vengono avvicinati da sei ragazzi. Gli chiedono i soldi, li perquisiscono per controllare che non li abbiano nascosti nelle tasche. Gli rubano tutto quello che hanno. Poi, sotto la minaccia del coltello, urlano: «Se uno di voi chiama la polizia vi tagliamo la gola. Grazie, da oggi sarete protetti da noi». Un mese dopo, nella notte tra il 25 e il 26 maggio, gli ultrà entrano in azione due volte. Prima aggrediscono tre militari di leva perché hanno l'accento napoletano, poi un tifoso del Lecce e il suo amico intervenuto per difenderlo. Anche questa volta, agiscono «in branco».

 

La protezione del territorio - Michele Salvati

Semplificando molto, un partito di centrodestra solitamente si colloca, e non di rado oscilla, tra due polarità ideologiche. Una polarità liberal- conservatrice, tuttora preoccupata degli effetti destabilizzanti della democrazia, ma figlia del razionalismo e dell'individualismo del secolo dei Lumi. E una polarità tradizionalistica, figlia della reazione all'Illuminismo: una polarità nella quale la società (comunità) prevale sull'individuo e lo stare insieme è assicurato dall'autorità e dalla tradizione, da «Dio, Patria e Famiglia ». Gli esempi abbondano, da George W. Bush a Nicolas Sarkozy, anche se la miscela più efficace di liberismo conservatore e di tradizionalismo patriottico resta quella di Margaret Thatcher. Simmetricamente, un partito di centrosinistra si colloca e oscilla anch'esso tra due polarità, dopo l'esito tragico dell'esperienza comunista: una polarità liberal-progressista, in cui la democrazia non induce preoccupazione e il messaggio liberale è inteso come effettiva libertà di perseguire i propri piani di vita per il maggior numero di individui; e una polarità socialdemocratica, in cui l'accento è posto non sugli individui e i loro diversi piani di vita, ma su soggetti collettivi che si suppongono relativamente omogenei - classi, «blocchi sociali» -, soggetti rappresentati, organizzati, talora costruiti dal sindacato e dal partito. Anche qui gli esempi abbondano: Tony Blair e Zapatero sono vicini alla polarità liberale e la socialdemocrazia tedesca, che con Schröder vi si era avvicinata, ora sta tornando verso quella socialdemocratica con il suo nuovo leader Beck. L'Italia non fa eccezione a questa grezza tassonomia. Partiamo dal centrodestra. Come non avvedersi che questo è passato dal messaggio liberale del Berlusconi prima maniera (almeno fino alle elezioni del 2001) al messaggio prevalentemente tradizionalistico delle elezioni di quest'anno? Il vero manifesto elettorale è stato il libro di Tremonti, «La paura e la speranza», in cui è immediato scorgere accenti anti individualistici e anti illuministici (e dunque anti liberali, anche se l'autore li chiama anti mercatisti) che sembrano presi di peso da Renan, se non da De Maistre. Bossi, se si eccettua la sua fase ormai lontana di critica alle gerarchie ecclesiastiche, ha sempre sostenuto un messaggio neotradizionalista: la sua tradizione, la Padania, è totalmente inventata, ma così sono anche altre tradizioni, e tutte, all'inizio. E Fini? Il suo civile messaggio di investitura come presidente della Camera è imbevuto di tradizionalismo: che poi la Nazione di Fini non sia quella di Bossi creerà certo problemi, ma ciò non toglie che per entrambi il riferimento alla comunità, al territorio, al Blut und Boden, sia molto forte. Berlusconi, dall'alto, non bada a queste sottigliezze e li lascia dire.E il centrosinistra? Il messaggio con cui è nato il Partito democratico è un buon esempio di liberalismo progressista, con due significative qualificazioni. La prima, dovuta alla storia del movimento operaio di cui il Pd è l'erede, è la grande attenzione e cautela nei confronti del sindacato. Per un liberale puro e duro il sindacato è un gruppo di interesse come gli altri; non può essere così per chi viene dalla tradizione socialista e ricorda il grande movimento di emancipazione di cui il sindacato è stato (lo è tuttora?) l'espressione organizzata. La seconda è dovuta all'influenza di Margherita, un partito a forte prevalenza cattolica: attraverso di essa, attraverso la dottrina sociale della Chiesa, sono entrate nel patrimonio genetico del nuovo partito significative tracce tradizionalistiche. E vi sono entrate anche per l'intransigenza con cui Benedetto XVI ha ripreso la polemica contro l'individualismo liberale e il «relativismo ». Insomma, si tratta di un liberalismo meno limpido di quello di Blair o di Zapatero. Nella vittoria del centrodestra hanno giocato tanti fattori, e soprattutto il giudizio dato dagli elettori sull'esperienza del governo Prodi: un'esperienza dalla quale Veltroni non poteva smarcarsi e che non costituiva certo un buon esempio del programma liberale con il quale voleva essere identificato. Ma anche se gli elettori avessero creduto alla sua sincerità, alla sua voglia e alla sua possibilità di voltar pagina, alla sua intenzione di sciogliere lacci e lacciuoli, di promuovere il merito e abbattere le rendite diffuse ogni dove, è probabile che un messaggio tradizionalistico e difensivo, legato alla protezione dei territori e delle imprese del Paese, sarebbe stato comunque più efficace. Il messaggio del centrodestra era perfettamente adatto a un Paese che ha «paura», parola chiave del libro di Tremonti. Paura non soltanto della Cina e degli immigrati, ma anche delle riforme necessarie a convivere con successo con la Cina e con gli immigrati: in condizioni di lento declino si aborre dal cambiamento, gran parte dei cittadini stanno abbarbicati alle proprie consuetudini e alle proprie rendite, piccole o grandi che siano. Senza quelle riforme, tuttavia, il Paese è destinato a declinare ulteriormente: Francesco Giavazzi, sul Corriere di mercoledì scorso, ha perfettamente ragione. E' dunque ad esse - e non a misure protezionistiche - è legata la «speranza », l'altra parola chiave di quel libro. Passate le elezioni, portato a casa il risultato, speriamo che il governo ne tenga conto.

 

D'Alema chiude al dialogo: a destra logiche padronali – Roberto Zuccolini

ROMA - Massimo D'Alema, ovvero la voglia di voltare pagina. Lo fa capire con chiarezza riuscendo ad infilare, incalzato da Lucia Annunziata a In mezz'ora, tutto ciò che voleva dire sulla crisi del centrosinistra. E del Pd. Partito, certo, che è anche il suo. Ma al momento soprattutto di Walter Veltroni. E dice cose che non faranno tanto piacere al segretario del Pd, in particolare quando fa notare che una forza che naviga attorno al 33 per cento «non può essere autosufficiente », ma deve allearsi. E quando sostiene che si è sbagliato a rincorrere la destra sul tema della sicurezza. L'analisi del voto la fa subito, senza giri di parole: «La sconfitta è stata grave». E non ci si illuda su facili inversioni di rotta: «La crisi è di lungo periodo perché la sintonia tra Berlusconi e il Paese, cominciata nel '94, non è mai finita. Serve quindi avviare una riflessione approfondita». E qui si toglie il primo sassolino dalle scarpe: «Peccato che fino a poco tempo fa quando dicevo queste cose venivo coperto di insulti». Come quando, aggiunge, sosteneva un'altra cosa, in questo caso sulla Lega: «Per 15 anni ho detto che era una costola del mondo operaio e sono stato attaccato con durezza. Adesso, leggo, hanno scoperto che gli operai votano per la Lega». Fatto sta che ora al potere c'è proprio il Carroccio insieme al Pdl e che bisogna capire come contrastare questo blocco. D'Alema non è affatto convinto che con Berlusconi si possa instaurare facilmente un clima bipartisan per le riforme: «L'esperienza che ho avuto è stata negativa. Del resto la destra una visione padronale delle istituzioni. È come un istinto, non so se riusciranno a dominarlo». E il Cavaliere viene definito «capo dei poteri deboli », dato che «in Italia il capitalismo non è riuscito ad esprimere poteri forti». La strategia per vincere deve quindi cambiare. Via allora alle alleanze con le altre forze dell'opposizione, che in pratica si riducono in Parlamento alla sola Udc (a parte Di Pietro con il quale il Pd si è presentato alle ultime politiche). È qui che cominciano le critiche più severe a Veltroni: «Bipolarismo non significa necessariamente bipartitismo. Anche il Pdl senza la Lega non avrebbe vinto. Dove si vota con un sistema basato sulle coalizioni chi ha il 33 per cento sbaglierebbe se alla vigilia del voto sostenesse l'autosufficienza ». E la sinistra radicale? Occorre un dialogo: «Non è più in Parlamento, ma non è scomparsa. Si tratta di una forza elettorale di circa tre milioni di voti che si è dispersa in parte anche nell'astensione. Le cose che hanno radici nel Paese non scompaiono». Ma, soprattutto, bisogna cambiare discorso. Ad esempio, sulla sicurezza, guai a rincorrere lo schieramento opposto: «Quando si diffonde un sentimento di paura, se la risposta è la repressione e la chiusura, la destra è sempre più credibile di noi, anche se le soluzioni che offre sono illusorie. A noi spetta invece di costruire un'altra risposta che si basi sull'integrazione e il governo dei flussi di immigrazione». Alla fine il ministro degli Esteri (ancora per pochi giorni) torna sugli attacchi della Libia a Calderoli, ministro in pectore, ribadendo il «no» ad ogni ingerenza, ma precisando anche che nel 2006 il leghista sbagliò ad indossare quella maglietta con una vignetta anti-islamica. Il futuro di Massimo D'Alema? «Non sono antagonista di nessuno, non aspiro a cariche. Voglio solo esprimere ed esprimerò le mie opinioni». Fatto che forse lo rende ancora più «pericoloso » per chi nel suo partito la pensa diversamente.

 

Hillary, Israele e la rappresaglia atomica anti Teheran - Paolo Valentino

Se Teheran attaccasse Israele con armi nucleari, Hillary Clinton, in qualità di presidente degli Stati Uniti, darebbe l’ordine di una rappresaglia atomica, che «cancellerebbe totalmente» l’Iran. Di più, se venisse eletta, Hillary ha in mente di estendere l’«ombrello» atomico americano agli alleati arabi, a condizione che questi riconoscano Israele. E a condizione che rinuncino per sempre a ogni ambizione di sviluppare o procurarsi armi atomiche. Avanzata la scorsa settimana, riproposta sabato sera in un’intervista televisiva, l’idea dell’ex first lady è caduta con fragore nella campagna elettorale, introducendo un nuovo elemento di scontro con Barack Obama alla vigilia delle cruciali primarie di domani in Indiana e North Carolina e provocando una protesta formale del regime iraniano alle Nazioni Unite. «È un tipo di linguaggio che riflette l’approccio di George Bush, abbiamo già dato con una politica estera di intimidazione e agitar di spade», ha detto Obama ieri mattina, intervistato dalla Nbc. Secondo il senatore dell’Illinois, che teorizza l’apertura di un dialogo con l’Iran sul suo programma nucleare, «sarebbe invece importante inviare alla comunità internazionale il segnale che ci stiamo spostando dalla diplomazia dei cowboy o dalla totale mancanza di diplomazia, che hanno caratterizzato l’amministrazione Bush». Obama ha anche invitato Hillary a essere più cauta. Mercoledì scorso l’ambasciatore iraniano all’Onu, Mehdy Danesh-Yazdi, aveva condannato le dichiarazioni di Clinton, definendole «provocatorie, immotivate e irresponsabili». In una lettera al segretario generale Ban Ki-moon, il diplomatico aveva definito la minaccia «una flagrante violazione della carta delle Nazioni Unite». Ma Hillary non ha ceduto di un solo centimetro. «Non mi pento assolutamente delle mie dichiarazioni — ha detto alla Abc —. Mi è stato chiesto cosa farei se l’Iran attaccasse Israele, un alleato, un Paese col quale abbiamo legami e sensibilità speciali per molte ragioni. Certo che ordinerei una rappresaglia massiccia». Il nuovo scambio sottolinea la volontà di Clinton di differenziarsi da Obama su un tema delicato come il Medio Oriente, scegliendo un approccio più fermo e intransigente, che ha messo sulla difensiva Barack, costretto a ribadire a più riprese il suo impegno per la sicurezza di Israele. Ma è la proposta di Hillary, di estendere le garanzie di sicurezza anche ai Paesi arabi, a incontrare accoglienze controverse nella comunità degli analisti e degli esperti medio-orientali. A suggerirgliela, secondo il Washington Post , è stato Martin Indyk, ex ambasciatore americano a Gerusalemme e uno dei più fidati consiglieri di Hillary. Secondo Indyk, gli Stati arabi dovrebbero impegnarsi formalmente al riconoscimento di Israele perché una simile idea possa vincere l’appoggio del Congresso. E questa sarebbe la prima ricaduta positiva. «È la proposta più importante fatta quest’anno da un candidato alla Casa Bianca, forse ha bisogno di qualche aggiustamento, ma è molto creativa e va considerata seriamente», ha detto Bruce Reidel, ex funzionario della Cia, che non appoggia nessuno nella corsa alla presidenza. Ma secondo altri commentatori, anche conservatori, l’idea di Hillary è solo una trovata elettorale. Secondo Doug Bandow, che servì nell’amministrazione Reagan, Israele ha già il suo deterrente nucleare e la proposta «avrebbe solo l’effetto di elevare l’Iran a uno status che non ha, simile a quello che fu dell’Urss». Mentre Susan Rice, ex numero due al dipartimento di Stato sotto Bill Clinton e principale consigliere di politica estera di Obama, mette in guardia da una «proposta, che lascia molte domande senza risposte e presuppone proprio lo scenario che vogliamo evitare».


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