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Natural born nazi

Manifesto – 6.5.08

 

Da Ludwig a Pietro Maso - Ernesto Milanesi

La proverbiale «pazzia» di Verona riesplode, puntuale, anche dentro la cronaca nera. C'è Pietro Maso che il 17 aprile 1991, con tre amici, a Montecchia di Corsara ammazza i genitori Antonio e Rosa per l'eredità. Un caso emblematico, più ancora del serial killer Gianfranco Stevanin che sotterra prostitute nei campi di Terrazzo. Tuttavia la storia di Verona è contrassegnata da un «filo nero» tutt'altro che invisibile nell'arco degli ultimi decenni. La Bangkok d'Italia infestata dall'eroina negli anni 70 è stata crocevia dell'estremismo di destra in ogni variante, che fuori e dentro lo stadio Bentegodi resterà sempre vivo. E' la Verona di Ordine nero con Elio Massagrande. Ma soprattutto la «culla» della cieca violenza di Ludwig. «La nostra fede è nazismo. La nostra giustizia è morte. La nostra democrazia è sterminio». Così la macabra rivendicazione a Repubblica nel maggio 1981 dopo il rogo alla Torretta di Porta San Giorgio che costò la vita a Luca Martinetti, 17 anni. Ludwig (che si firma Gott mit uns) dal 25 agosto 1977 fino al 4 gennaio 1984 lascia una lunga scia di sangue: 15 morti e 39 feriti. Marco Furlan e Wolgang Abel ne sono i responsabili per la giustizia, anche se ci sono altre 13 vittime. Furlan e Abel sono due ragazzi di buona famiglia che si ritrovano a piazza Vittorio Veneto nel quartiere bene di Borgo Trento. Classe 1957 il figlio del primario ospedaliero che otterrà il permesso per laurearsi in fisica a Padova. Due anni più giovane il tedesco con il padre ricco assicuratore e una frequentazione dei testi sacri del nazismo. Li arrestano, insieme, il 4 marzo 1984 a Castiglione delle Stiviere (Mantova) con una tanica di benzina in mano dentro la discoteca dove centinaia di ragazzi festeggiano il carnevale. Sarebbe stata un'altra strage firmata Ludwig. La coppia debutta nell'estate 1977 con l'omicidio del clochard Guerrino Spinello bruciato nella sua auto a Verona. Poi tocca a Luciano Stevanato, cameriere gay bastonato a morte a Padova. La mattanza continua principalmente in Veneto: Claudio Costa, tossicodipendente, nel dicembre 1979 a Venezia; Alice Baretta ex prostituta a Vicenza; i frati Gabriele Pigato e Giuseppe Lovato uccisi a martellate a Monte Berico; don Armando Bison con un punteruolo a Trento; infine, gli incendi di un cinema a luci rosse di Milano e della discoteca di Monaco nel gennaio 1984. Poi ci sono le «piccole» storie di ordinaria violenza che Verona ha archiviato. Paradossale la cronaca che risale a maggio 1988: lungo il listòn a due passi dall'Arena, Giacomo Tramacere (19 anni, originario della provincia di Lecce) accoltella Gaetano Russo, 20 anni, napoletano. E' l'epilogo di una rissa scoppiata fra una banda di paninari ed un gruppo di militari di leva. «Via, terroni, fuori dal nostro bar!». Luglio 1989, a Cazzano di Tramigna ci scappa il morto. Achille Catalani, 51 anni, maresciallo dell'Aeronautica in servizio al comando Nato, viene aggredito e strangolato da quattro veronesi Doc del paese vicino. La sua colpa? Essere un «terrone» che chiedeva tranquillità al gruppo che schiamazzava dopo aver bevuto. Estate 1993, Sommacampagna. Violenza d'altri tempi frutto del lavoro nero. La «caporale» Norma Bonafini massacra di botte Ornella Gardini che si piega nei campi insieme agli extracomunitari. Fu Nilde Iotti a bollare duramente l'episodio: «E' evidente che la donna che ha ucciso a botte una sua dipendente aveva una concezione di chi lavora con lei di uno schiavo. Non può non essere che l'immagine di una società in cui la violenza e il non rispetto della dignità delle persone diventa sempre più grande».

 

Natural born nazi - Gianfranco Bettin

Hanno allevato la bestia per anni, l'hanno nutrita di odio, aizzata con parole e metafore, facendo i finti tonti sul nesso tra parole e fatti, tra metafore e gesti. L'hanno allevata così, chiudendo occhi e orecchi quando mordeva gli «altri». Ora che, a morte, ha colpito «uno di noi», ora che la bestia è uscita dal recinto in cui si poteva tollerarla e magari utilizzarla - con le sue prepotenze, le sue aggressioni squadristiche, la sua presunzione d'impunità - ora che sul «suolo natio» ha sparso il «sangue nostro», nessuno la conosce più come figlia propria. Il retaggio di questa intima conoscenza, tuttavia, si rivela, nitido, in molti commenti della destra veronese e veneta, nel tentativo di ridurre l'aggressione omicida a ragazzata finita male o a mera bravata di deficienti o a effetto di un vuoto di valori. Cazzate, o, appunto, istintiva, se non cosciente, volontà di sradicare l'accaduto dal suo autentico terreno di maturazione. Questi giovani sono tutt'altro che vuoti di valori. Ne sono invece pieni: danno valore alla forza, alla violenza celebrata e praticata, all'onore che deriva dalla sua cameratesca condivisione, ai miti pagani e/o cristiani o al ciarpame che gli spacciano per tali, all'ordine gerarchico e allo spazio vitale di cui si sentono guardiani. È una predicazione attiva quella di cui sono stati bersaglio, a Verona come sulla scena nazionale, dove questi stessi «valori» vengono correntemente spacciati e dove il linguaggio delle armi «nostrane» e dello stigma da imprimere agli «altri» è corrente, anche da scranni istituzionali. Una predicazione che li ha raggiunti fin dai primissimi anni, fino a fargli sentire come naturale e legittimo questo modo di essere, certo rielaborato a modo proprio e portato all'estremo, ma niente affatto alieno dal contesto. Alieni sono gli altri, quelli da cacciare. «Natural born nazi», checché ne dica Fini, che non vede in loro contenuti ideologici e antisemiti e per questo sembra reputare più gravi dei fatti di Verona quelli di Torino in cui sono state bruciate le bandiere israeliana e americana. E nemmeno «deficienti», ma perfettamente integrati nella società locale: un bravo pargolo di buona famiglia, un metalmeccanico, un promotore finanziario, ad esempio, come quelli che hanno aggredito e ucciso Nicola. C'è da scommettere che, a parte che erano nazistoidi, e che andavano in curva con gli ultras veronesi, a parte che avevano accumulato una ricca esperienza di violenze e prepotenze, a parte questo, c'è da scommettere che per tutti erano dei «bravi ragazzi» e che nessuno «l'avrebbe mai detto». C'è da stare sicuri che un sacco di gente sapeva benissimo che cosa combinavano in curva a danno di immigrati e di avversari politici, e che cosa poteva costare incrociarli nelle zone che consideravano territori propri. Lo sapevano, ma non gli creava problemi. Non era ancora morto nessuno, e per di più si trattava di vittime «aliene». Non contavano. Dicono, da destra, che l'aggressione omicida non aveva contenuto politico: in un certo senso è vero, ma ciò la rende ancora più inquietante. Perché gratuita espressione di un puro odio cresciuto così tanto da farsi indiscriminato: vomita addosso a chiunque il veleno diffuso per anni nell'aria, e conferma l'antica terribile legge per cui chi offende e perseguita i diversi, i deboli, gli «altri», prima o poi offenderà e perseguiterà tutti.

 

Più di 350 azioni dal 2005 ad oggi - Sara Menafra

Roma - Il germogliare crescente di aggressioni neofasciste li ha allarmati già tre anni fa, quando non ci badava più nessuno. E nell'arco di tre anni, i creatori del sito www.ecn.org/antifa (ospite di uno dei più antichi «progetti informatici» via web, Isole nella rete) hanno collezionato e monitorato 262 aggressioni fasciste, insieme a 98 atti vandalici «inneggianti al nazifascismo». Tutto diviso e classificato per categorie: «88 attacchi a sedi di centri sociali/ sedi militanti/ sedi di partiti/sindacati/Anpi; 98 aggressioni a compagni, militanti, antifascisti, frequentatori di centri sociali; 76 altre aggressioni (immigrati, omosessuali, testimoni di geova, giornalisti, ragazzi); 98 atti vandalici nazifascisti/ danneggiamenti/ scritte e minacce personali». E, poi, i tre morti negli ultimi cinque anni: nel 2003 a Milano, «Dax», Davide Cesare, aggredito ed ucciso da un gruppo di neofascisti. Il 27 agosto 2006, Renato Biagetti accoltellato da due giovani simpatizzanti di estrema destra sul lungomare di Focene, poco lontano da Roma. E venerdì scorso, Nicola Tommasoni a Verona. Con delle differenze, perché non tutte le azioni sono episodi di violenza squadrista, e in alcuni casi non si va più in là di «episodi espressione della cultura fascista» che «non vanno sottovalutati». Quell'analisi dei super esperti, che dice che in Italia ci sono soprattutto episodi di «bullismo con la testa rasata», li convince a metà: «Non è del tutto vero che chi compie questi gesti non abbia idea di quel che fa. Si può dire che odiano comunisti ed ebrei già a quindici anni senza conoscerne neppure uno - spiega uno degli autori di Antifà, che chiede l'anonimato - ma non bisogna sottovalutare il fatto che molti di questi militanti hanno in tasca la tessera di uno dei partiti che hanno partecipato alle scorse elezioni, magari apparentandosi con il Popolo delle libertà. Da questo punto di vista, Silvio Berlusconi ha aperto a quest'area ben più di quanto avesse fatto l'Alleanza nazionale di Gianfranco Fini». Tolti i movimenti neri più o meno antichi e più o meno radicati e tolte le «occupazioni non conformi», in Italia esistono almeno cinque veri e propri partiti di stampo neofascista: Forza nuova, il Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher, Fiamma tricolore, quel che resta dell'Alternativa sociale di Alessandra Mussolini e infine il movimento Fascismo e libertà con il fascio littorio per simbolo e sulla home page del sito le trentatrè sentenze di assoluzione da altrettante inchieste sulla «ricostruzione del partito fascista». Ma è soprattutto il partito di Forza nuova ad essere finito spesso nei guai per le azioni dei militanti. Stando all'archivio di Antifà, negli ultimi anni almeno 28 delle 350 azioni monitorate portavano al movimento di Roberto Fiore, anche se nel conto ci sono le scritte nere spruzzate col buio. Che l'onda nera rischi di diventare marea, gli autori di Antifà lo pensano da tempo. Perché i neofascisti hanno creato una cultura «antisistema» di destra, ma anche perché, la sinistra istituzionale, e in particolare Ds e Margherita, preferisce guardare da un'altra parte: «E dire che tra le vittime delle aggressioni fasciste ci sono membri dei due partiti che hanno creato il Pd, insieme alle loro sedi. La Margherita ha subito almeno due attacchi e i Ds tredici». Come quella volta a Fano, il 2 febbraio 2007, quando quattro giovani testerasate assalirono due dirigenti dei democratici di sinistra marchigiani: all'ospedale le ferite al volto furono giudicate «guaribili in sette giorni».

 

Gianfranco Fini, relativamente parlando - Ida Dominijanni

Qual è il criterio che arma il giudizio di Gianfranco Fini, secondo il quale l'assassinio naziskin di Nicola Tommasoli a Verona e la contestazione della Fiera del libro da parte dei centri sociali di Torino «non sono paragonabili», e tuttavia la seconda è più grave del primo? Relativismo etico, cinismo morale, strumentalità politica, giustificazionismo fazioso? O più semplicemente il ricorso all'antica favola degli opposti estremismi, da sempre utile nella storia della Repubblica per assolvere quello di destra e condannare quello di sinistra? A soli cinque giorni dal suo discorso solenne e furbo d'insediamento alla presidenza della camera, nel quale si era incoronato da solo paladino e arbitro del Vero e del Giusto contro il nuovo «male del secolo» che sarebbe il relativismo culturale, Fini getta clamorosamente la maschera politica e quella (si fa per dire) intellettuale. I due fatti, di Verona e di Torino, «non sono paragonabili», però lui li paragona eccome. Per giudicarli non secondo un criterio di verità, o più umilmente di umanità come il caso vorrebbe (c'è qualcosa di meno umano che ammazzare di botte qualcuno per una sigaretta?), bensì secondo il più relativo nonché disumano dei criteri. La contestazione torinese (lui la chiama «astio antisemita giustificato con una politica antisionista») è più grave, sostiene, dell'assassinio veronese, perché la prima è ideologica, la seconda è casuale. Lì c'è violenza politica, qua c'è criminalità comune «con una distorta ideologia nazista nella testa». S'è mai sentito un criterio più relativo di questo? E un cinismo politico più becero e più autoreferenziale? Considerando i due fatti effettivamente imparagonabili non cadremo nella trappola di Fini e non ci metteremo a paragonarli all'incontrario, né per dire che l'assassinio di Verona è ideologico nella misura in cui i suoi esecutori vivono identificandosi con la sigla naziskin, né per dire che se non lo è sarebbe più grave che se lo fosse, stando a indicare in questo caso che valori e comportamenti naziskin sono entrati sottopelle nel senso comune giovanile e non solo. Ma Fini non si limita al suo paragone relativista e anche di fronte alla tragedia di Verona insiste, come dall'alto scranno della camera, a proporsi come giudice e castigatore dei costumi. Non ci sono cinque assassini naziskin con le loro responsabilità specifiche, ci sono «giovani privi di esempi, di volontà positiva, di ancoraggio, che spesso fanno riferimento al branco e nove volte su dieci sono dei vili, incapaci di affermare la propria personalità, spesso pieni di sostanze stupefacenti e di alcool». O tempora o mores, la colpa è delle canne e delle birre, il gesto efferato dei cinque naziskin viene diluito nella crisi dei valori e Fini, siccome con quella sigla non c'entra niente ed è un uomo di stato ripulito dal ciarpame ideologico del secolo scorso, dall'alto del suo ruolo immacolato bacchetta scuola, famiglia, cinema e tv e invoca «il ruolo pedagogico della politica». Si riferiva a se stesso, nel suo discorso alla camera, sentenziando che «la libertà è minacciata nel momento in cui nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è»? Quale imbarazzo o quale sovrana indifferenza gli impedisce di guardare alla tragedia di Verona con un sentimento nudo di dolore e di condanna, invece di ammantarsi di metri relativi, condanne dell'ideologia altrui e prediche moraleggianti per tutti? Ma Fini è un uomo di stato, come Bruto che era un uomo d'onore, e tanto basta. Da uomo di stato e d'onore, Fini aveva condannato il relativismo culturale, che è la sana e irrinunciabile capacità di leggere le culture diverse dalla nostra, confondendolo con il relativismo etico, che è l'insana e pilatesca scappatoia di chi sfugge al giudizio morale dei fatti usando i metri e le misure che più gli convengono. Di fronte alla tragedia di Verona la maschera è caduta e ora si capisce che sotto non c'era solo ignoranza. Condannare il relativismo culturale come «male assoluto» va benissimo per instillare diffidenza, incomprensione e odio per chi è diverso da «noi» e minaccia la sicurezza proprietaria degli abitanti «legittimi» di Verona o di Roma o di qualunque altro posto. Praticare il relativismo etico va altrettanto bene per lavarsi le mani quando il male assoluto, senza virgolette, si manifesta dentro quel «noi», rivelando l'odio e la violenza che immancabilmente lo fratturano.

 

«E ora tutti gli antifascisti si vedano a Verona» - Orsola Casagrande

Verona - Un presidio molto partecipato a Porta Leoni ieri sera per Nicola Tommasoli, il ragazzo di ventinove anni massacrato di botte da un gruppo di giovani veronesi con la passione per le svastiche e per il Verona calcio. Un presidio dai tanti volti, unito in una richiesta: riprendersi il centro della città e dire basta alla violenza fascistoide alimentata da proclami e pratiche di amministrazioni che blindano le città, organizzano ronde anti immigrati, approvano delibere e ordinanze anti sbandati. Ieri sera al presidio c'era la Verona che non ci sta. Che è stanca di aggressioni e violenze gratuite verso chiunque venga percepito come «diverso». In città fin dal mattino si respirava un clima greve. Le notizie sulle condizioni sempre più gravi di Nicola Tommasoli si alternavano a quelle dei nuovi arresti. Altri due giovani sono stati arrestati. Come il primo, ragazzi «normali»: uno studente del liceo classico, un metalmeccanico, un promoter finanziario. Giovani normali uniti dalla passione per lo stadio e dal fascino esercitato dal machismo dell'estrema destra. Giovani normali con genitori normali che non sapevano normalmente nulla di ciò che i loro rampolli tenevano in casa e che ora si disperano. La normalità della violenza, dell'odio contro il diverso, chiunque esso sia. Nicola Tommasoli forse era diverso perché aveva risposto di no ai cinque che gli ordinavano di dargli una sigaretta. Ragazzi normali. «Un episodio su un milione», lo ha liquidato il sindaco leghista Flavio Tosi. No, ribattono i migranti del coordinamento migranti di Verona e i tanti veronesi che ieri erano al presidio. Un episodio come cento. Violenza gratuita, nata in un clima che è appunto quello della fobia securitaria, della bomboniera da preservare. Reagire. Anche su questo sono d'accordo i tanti che ieri erano al presidio. Dal centro sociale la Chimica arriva la proposta di una manifestazione nazionale antifascista da tenersi già questo sabato. Si deciderà in questi giorni. Il sindaco Tosi lancia addirittura la sua manifestazione, giovedì dopo il consiglio comunale. Una sfilata silenziosa in solidarietà con la famiglia di Nicola Tommasoli. Perché il «nemico» è sempre meglio identificarlo al di fuori. Un corpo estraneo. Anche perché riconoscere che è nato in quel brodo di cultura da te alimentato, che quella è diventata la normalità, significherebbe riconoscere se stessi, guardarsi allo specchio. E questo evidentemente il sindaco Tosi non vuole farlo. E invece, dicono i migranti, «in centro non ci possiamo più mettere piede». Aggressioni speculari a quelle che raccontano i giovani della Chimica. «Praticamente il centro è off limits». Vietato a tutti quelli che non rientrano nella normalità che sta bene al sindaco Tosi. Che è fatta di ultras di destra e giovani annoiati della Verona per bene che si divertono collezionando memorabilia naziste e usando lo stadio (o il centro cittadino) come palestra per mettere in mostra i loro muscoli e far vedere chi comanda in città. Così tutti hanno un episodio da raccontare. Chi è stato spintonato mentre passava in piazza Erbe, chi è stato menato, chi ha ancora le cicatrici di un accoltellamento, chi si è beccato una raffica di sputi e insulti.

 

La famiglia italiana stringe la cinghia - Roberto Tesi
La riduzione del potere d'acquisto seguita a mordere sulla capacità di spesa delle famiglie italiane che stringono la cinghia e consumano sempre meno: nel primo trimestre, rispetto allo stesso periodo del 2007 - ha fatto sapere ieri la Confcommercio - i consumi si sono ridotti dello 0,7%, con un trend sempre più negativo. In marzo, infatti, nonostante la concomitanza delle festività pasquali, la caduta è stata dell'1,7%, «la flessione più consistente» dall'inizio del 2005. Per Confcommercio si conferma «il permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna». A crollare di più sono i beni necessari, In primo luogo pane e pasta: nei primi tre mesi dell'anno - ha comunicato sapere sempre ieri la Cia, la Confederazione italiana degli agricoltori - i consumi sono diminuiti rispettivamente del 3,5% e dell'1,8%. Conseguenza diretta dei forti aumenti dei prezzi: +18,6% per la pasta e +13,1% per il pane. E la Cia ricorda anche che nell'intero 2007 il consumo del pane è diminuito del 6,3%. Anche se è aumentato del 3,5% quello dei sostituti del pane, come grissini, crackers e fette biscottate. Mentre la pasta nel 2007 ha registrato una forte caduta dei consumi: -2,6% con punte del 5-6 per cento subito dopo l'estate. Quali sono i rimedi per rilanciare i consumi? Carlo Sangalli, il presidente di Confcommercio, non ha dubbi: è necessario ripartire da tre priorità: «la riduzione della spesa pubblica di un punto di Pil per ognuno dei prossimi 5 anni; il sostegno della domanda interna attraverso l'alleggerimento della pressione fiscale sui redditi da lavoro con l'obiettivo di ridurre di almeno 5 punti l'aliquota media Irpef; il completamento delle liberalizzazioni nei servizi energetici, telefonici, bancari e assicurativi». La ricetta delle associazioni dei consumatori (Adusbef e Federconsumatori) è, invece, diversa: un taglio dei prezzi del 15% per tamponare la crisi dei consumi. «Questi dati non ci stupiscono: si tratta di un calo che riguarda non solo la domanda, ma anche la qualità dei prodotti acquistati». E sostengono che «questo andamento non è dovuto solamente ai continui rincari in diversi settori, ma è imputabile alla vera e propria rapina messa in atto dalle strutture produttive, principalmente dall'intermediazione commerciale che, dal 2002, data dello storico cambio lira/euro, ha comportato, in media, per una famiglia italiana, una stangata di 7.635 euro, pari ad una diminuzione del 25% del suo potere di acquisto». Dove le associazioni dei consumatori sono d'accordo con Confcommercio è sulla « necessità che il governo intervenga anche attraverso strumenti fiscali, incrementando di almeno 1.000 euro annui il potere di acquisto delle famiglie a reddito fisso». Tornando ai dati della Confcommercio, si evidenzia una flessione accentuata nella domanda di beni e servizi ricreativi che continua a registrare un segno negativo che a marzo si assesta al -3,8%.A questa tendenza sembrano fare eccezione solo la domanda per spettacoli e per l'acquisto di cd ed audiovisivi. Sempre a marzo, i servizi di ristorazione e di alloggio mostrano una contenuta ripresa sul versante dei consumi delle famiglie (1,3% in termini tendenziali), evoluzione che riflette in larga parte gli effetti della Pasqua. Particolarmente consistente è risultata a marzo la riduzione registrata dalla domanda per beni e servizi per la mobilità (-14,8% rispetto all'analogo mese del 2007), come conseguenza di una elevata contrazione degli acquisti per autoveicoli e motocicli a cui si è associata una flessione dei consumi di carburanti. Gli unici settori che per Confcommercio non sembrano risentire della crisi sono i beni e i servizi per le comunicazioni e, in misura più contenuta, i beni e servizi per la cura della persona.

 

Petrolio e cereali, prezzi da paura - Francesco Piccioni

Inarrestabile. Nemmeno la recente «ripresa» del dollaro ha interrotto la crescita del prezzo del petrolio, che ieri pomeriggio ha sfondato anche quota 120 dollari al barile (sfiorata per un attimo un paio di settimane fa). Va ricordato che la soglia dei 100 dollari è stata superata giusto il 2 gennaio scorso; in quattro mesi si è avuto un aumento del 20%. Il dollaro ieri quotava tra 1,545 e 1,557 rispetto all'auro, mentre è ancora fresco il ricordo dell'1,6. Naturalmente hanno avuto il loro peso alcune notizie di giornata, come la recrudescenza degli attacchi dei guerriglieri nel delta del Niger, che stanno mettendo a repentaglio la regolarità delle forniture provenienti dal produttore africano. Qualche agenzia enfatizza anche gli «avanzamenti del programma nucleare iraniano», ma appare più che altro un ritorno ciclico di propaganda mirata. L'ultimo «colpevole» a disposizione è ancora una volta la speculazione, che ha indubbiamente un suo peso (calcolato, a seconda delle scuole di pensiero, tra il 5 e il 15% del prezzo), ma che andrebbe a sua volta spiegata. E' noto infatti che si può speculare solo su quelle merci di cui - ragione o a torto - si sospetta ci sia una relativa scarsità, altrimenti l'incauto scommettitore si vedrebbe ritornare indietro un boomerang piuttosto pesante. Ma da sei anni a questa parte chi scommette sull'aumento dei minerali energetici punta di fatto sul sicuro. Segno che la produzione è sotto stress e fatica a tener dietro alla domanda. Diversi analisti si vanno da tempo domandando per quale motivo l'aumento di prezzo del greggio non determini quel che la teoria economica prevede per ogni merce, ovvero un calo dei consumi. I quali, invece, globalmente aumentano. Ma la domanda di energia, in un sistema industriale fondato sulla «crescita», è sostanzialmente anelastica verso il basso; a meno di non introdurre choc esterni da «fine di mondo» (razionamento dell'energia elettrica, blocchi totali della circolazione, chiusura delle fabbriche, ecc). Un calo si registra soltanto nei consumi individuali, non certo in quelli industriali. Negli Usa, un sondaggio della Cnn ha confermato che quasi tutti i cittadini si attendono che la benzina arrivi entro l'anno a 4 dollari al gallone (3,79 litri), ma il 78% pensa che potrebbe arrivare anche a 5 dollari. Fino a cinque anni fa il prezzo era intorno a un dollaro; una salita così veloce si spiega con il bassissimo livello delle tasse Usa sui carburanti (ogni aumento del prezzo industriale si trasferisce perciò senza distorsioni su quello finale). Cresce perciò anche il numero di cittadini che non usa più la macchina (e si vede dal crollo delle immatricolazioni, nonché dai conti di Ford e General Motors), anche se si avvicina la driving season, ovvero le vacanze estive. Perde colpi l'idea di sostituire il petrolio con i biocarburanti. La pur modesta quantità di terre coltivabili destinata ai biofuel (meno dell'1%, a livello globale, secondo i dati di Toepfer International) ha contribuito a far decollare i prezzi dei cereali. L'Onu calcola che la derrate alimentari base siano aumentate del 57% in un solo anno. A pagare i costi più alti sono le popolazioni asiatiche povere. La Banca asiatica di sviluppo ritiene che siano un miliardo le persone dell'area a rischio di malnutrizione a causa del caro cibo. Due miliardi di dollari sono intanto stati stanziati per incentivare progetti infrastrutturali (sistemi di irrigazione e strade rurali), con lo scopo di aumentare il rendimento dell'agricoltura. Anche qui la speculazione sta facendo al sua sporca parte. Al punto che l'India sta valutando l'ipotesi di vietare il mercato dei futures sulle merci alimentari. La notizia segue di pochi giorni la proposta thailandese di dar vita a una sorta di «Opec del riso». La globalizzazione segna il passo a causa dei suoi stessi successi: il pianeta, e l'umanità che l'abita, non riescono più a conviverci. Ma l'interruzione di processi di queste dimensioni non avviene quasi mai a costo zero.

 

L'Ue vuole cacciare i migranti - Alberto D'Argenzio

Bruxelles - Via, otto milioni di clandestini da rimpatriare, da espellere e rimandare a casa loro o nei paesi terzi toccati nel lungo cammino che porta fino al vecchio continente. Comunque da cacciare da un'Europa alle prese con una crescente disoccupazione e sempre più affascinata dalle idee che volano da destra. Per riuscire in questa impresa, gli ambasciatori dei 27 dovrebbero trovare domani l'intesa sulla direttiva Ritorno, un testo che permetterà agli Stati membri di rinchiudere gli illegali in un centro di detenzione per un periodo massimo di 6 mesi, ampliabili a 18. Minori non accompagnati inclusi. In questo anno e mezzo le autorità nazionali dovrebbero trovare i tempi e i modi per espellere chi ha l'unica colpa di non avere i documenti in regola. E a chi verrà espulso verrà proibito di rimettere piede nella Ue per 5 anni. Per questi 8 milioni di clandestini - le stime sono della Commissione europea - molti dei quali lavorano in nero viene riabilitata su scala europea la figura giuridica della detenzione amministrativa, una pratica più propria di una dittatura che di una democrazia. Ma poco importa, quest'ultima trovata comunitaria di Franco Frattini (formalmente ancora commissario agli interni), molto apprezzata da Sarkozy, da Berlusconi e pure da Zapatero, è destinata a fare strada e a diventare legge Ue nei prossimi mesi. Domani gli ambasciatori dovrebbero firmare l'intesa, poi la palla passerà al Parlamento europeo che potrebbe approvare il testo addirittura in prima lettura, ossia con la maggioranza qualificata dei voti. D'altronde i popolari sono già d'accordo, e con loro l'eurodestra, i liberali lo sono in gran parte mentre dall'altro lato il fronte del no non è convintissimo e nemmeno agguerrito. Contrari i comunisti, ma divisi in parte i verdi e divisi pure i socialisti. «18 mesi sono un periodo troppo lungo per mantenere gli immigrati in un centro di detenzione», assicura la socialista francese Martin Roure, peccato che gli spagnoli, per fedeltà di governo, non disdicano questa intesa liberticida. Il successo della direttiva Ritorno è stato sì accelerato dall'avvento al potere di Berlusconi, ma si deve soprattutto a un accordo tra Sarkozy e Zapatero. Un'intesa che da un lato vuole aprire in pompa magna il semestre di Presidenza francese della Ue, che inizia il primo luglio, e che dall'altro riflette l'altra faccia del premier spagnolo, quella della mano dura contro gli illegali. Tra il 2004 ed il 2007, mentre il governo socialista legalizzava 600 mila persone, ne rimpatriava 370.000, il 43% in più di quanto fatto da José Maria Aznar. Praticamente tutti clandestini provenienti dall'Africa, «categoria» che però rappresenta solo il 5% della popolazione immigrata nel paese iberico. Ora i 27 procedono ad armonizzare «i criteri e i procedimenti da applicare per il ritorno», una parola assai meno dura di espulsione. Per farlo partono proprio dal periodo di residenza nei cpt, discorde nella Ue. In Spagna il tempo massimo di detenzione temporanea è fissato a 40 giorni, 32 in Francia, 30 in Italia prorogabili per altri 30 giorni mentre in Danimarca è illimitato. Proprio nel paese scandinavo si registrano casi di persone ospiti da oltre 10 anni in un cpt, senza alcuna possibilità di lavorare, integrarsi o mandare i figli a scuola. Non c'è da stupirsi che da quelle parti venga registrato un tasso di suicidi molto più elevato che nelle analoghe strutture presenti negli altri paesi della Ue. La direttiva Ritorno viene sponsorizzata dai suoi fautori come l'unico modo per imporre a Copenaghen un tetto massimo al periodo di detenzione, peccato che la Danimarca per via del suo particolare status nella Ue «non prenda parte all'adozione di questa direttiva - si legge nel testo - e non sia soggetta alla sua applicazione». Rimane così un testo nudo e crudo, senza alcuna ragione positiva, per nulla equilibrato e senza motivazioni di base se non quella irrazionale della psicosi sicurezza. Anche i motivi con cui ampliare da 6 a 18 mesi la detenzione sono tanto ampli quanto discutibili. Si potrà arrivare a triplicare la detenzione «per mancanza di cooperazione da parte dell'interessato» all'espulsione o «per ritardi nell'ottenimento dei documenti necessari da parte dei paesi terzi». In pratica l'allungamento del fermo, e quindi della privazione di libertà, potrà essere usato come forma di pressione a collaborare o sarà dovuto a ragioni che vanno oltre la responsabilità del diretto interessato.

 

Due Bolivie ancora più lontane - Maurizio Matteuzzi

Santa Cruz - E adesso? Adesso, dopo il referendum autonomico di domenica voluto dai «civici», le due Bolivie sono sempre più lontane. E anche se nessuna delle due è abbastanza forte per schiacciare l'altra, il negoziato appare difficile e lontano. I pericoli di destabilizzazione, invece, se non proprio di secessione, vicini e incombenti. «Evo Santa Cruz será tu tumba», si legge sui muri della città. Ancor più crudi i graffiti contro «Garcia Linera maricón», il bianco che ha «tradito» la Bolivia bianca per mettersi, come vice-presidente, al fianco della Bolivia andina e morena. I «camba» della tropicale e ricca Santa Cruz non hanno la forza per «tumbar» il primo presidente indigeno nella storia del paese. Dopo due anni al Palacio Quemado di La Paz, Morales ha ancora un indice di gradimento del 54% a livello nazionale. E se qui a Santa Cruz, il gradimento crolla al 25%, a La Paz sta con lui il 75% e a El Alto l'85%. E con lui sta l'Alto comando delle forze armate che sabato, la vigilia del voto, dissipando voci ricorrenti di un loro «malcontento» (leggasi golpe), hanno confermato che «alcuni articoli sono contrari alla sicurezza e alla difesa nazionale dello Stato», in quanto assegnano al (virtuale, almeno per ora) governo dipartimentale, «competenze esclusive» su tutta una serie di materie. Per non parlare, naturalmente, della «competenza esclusiva» sulle terre e una fetta della torta petrol-gassifera molto più consistente di quella attuale. Un appoggio più esplicito e più deciso di quello, timido e ambiguo, della gerarchia cattolica che finora ha fallito nell'intento di mediare fra le due Bolivie nemiche. La Conferenza episcopale ha trovato molto da ridire sulla costituzione approvata senza la partecipazione dell'opposizione parlamentare alla fine dell'anno scorso (e ancora da sottoporre a referendum), ma non ha proferito verbo sullo statuto d'autonomia di Santa Cruz e neanche sul referendum di domenica che a rigore era illegale e incostituzionale. Il cardinale Julio Terrazas, arcivescovo di Santa Cruz e presidente della Conferenza episcopale, non ha avuto alcun dubbio ad andare a votare domenica. Secondo le previsioni il «sì» allo statuto ha avuto un voto plebiscitario, 85%-15%. Risultato scontato. Il dato decisivo era l'astensione. Che la Corte elettorale dipartimentale, le tv e i giornali locali hanno fatto di tutto per occultare mentre le bandiere bianco-verdi, di un verde fastidiosamente leghista, sventolavano domenica notte nella plaza 24 de Septiembre. Verso le 8 di sera, il presidente Morales è apparso in tv da La Paz e ha proclamato «il totale fallimento» del referendum per uno statuto «separatista, divisionista e indipendentista», fallimento sancito da un'astensione, a cui il governo aveva chiamato, quasi del 40%. Che, sommato al 15% del «no», fa più del 50%... Anche se le cifre di entrambe le parti vanno prese col beneficio del dubbio, è chiaro che per l'autonomia ha votato grosso modo la metà dell'elettorato cruceño. Una vittoria, non un trionfo. Ottenuto in un clima tutto sommato tranquillo e fra qualche prevedibile incidente in cui i militanti del Mas e gli indigeni da una parte e i picchiatori della Union Juvenil Crueñista dall'altra si sono scontrati a più riprese, gli uni per bruciare le urne, gli altri per difendere «il diritto democratico» a un voto illegale (anche se i poveretti di La Repubblica hanno visto solo l'assalto degli «indios scatenati»). Una vittoria, non un trionfo, ottenuta per di più in assenza di ogni controllo serio. Gli unici «osservatori internazionali» che i «civici» sono riusciti ad arraffare erano una decina di membri della preclara Human Rights Association guidati dal suo attendibilissimo chairman, il cubano Armando Valladares, quello che mentre era in carcere diceva di essere stato reso paralitico dalle torture dei castristi e poi fu ripreso mentre in cella ogni giorno faceva ginnastica e oggi fortunatamente cammina benissimo. Questo non vuol dire che il referendum di domenica non abbia una valenza politica. Forte. Perché presto seguiranno referendum analoghi nel Tarija, Beni e Pando, gli altri tre dipartimenti della «mezzaluna» orientale. Illegali anche quelli ma anche quelli con una valenza politica che Evo Morales non può trascurare, come non può trascurare il venezuelano Hugo Chavez che i petro-latifondisti di Santa Cruz detestano come nessun altro e accusano di voler imporre alla Bolivia il suo modello «totalitario-socialista». Le accuse di Evo e di Chavez all'incessante lavorio di destabilizzazione dell'ambasciatore Usa a La Paz, Philip Goldberg, sono certamente vere ma non basta denunciarle per risolvere il problema. Se Santa Cruz non ha la forza per rovesciare Evo, neanche Evo ha la forza per rovesciare Santa Cruz, e chi sta dietro a Santa Cruz. Anche se in ogni caso ne avrebbero trovata un'altra, aver lasciato la bandiera dell'autonomia ai «civici» e alla destra vecchia e nuova è stato un errore. Domenica sera Ruben Costas, il governatore di Santa Cruz, ha auspicato un «patto nazionale» e Morales da La Paz ha lanciato un appello ai 5 governatori ribelli per trovare un accordo su «una vera autonomia», ma «basata nella nuova costituzione» che i «civici» orientali rifiutano. Il negoziato, adesso come adesso, non sembra avere alternative. Ma un dialogo fra le due Bolivie così lontane e nemiche appare straordinariamente difficile. E un accordo ancor di più.

 

Autolesionismo democratico - Marco d'Eramo

Quante volte negli ultimi tre mesi abbiamo scritto che oggi si potrebbe decidere la nomination democratica? Tantissime. Ebbene, ci tocca ridirlo ancora una volta. Oggi si tengono infatti due primarie in Indiana e North Carolina, due stati non enormi, che di per sé non sarebbero decisivi, ma che lo diventano per la data in cui devono scegliere tra Barack Obama e Hillary Clinton. L'incertezza sul risultato immediato non è grande, ma quella sull'esito finale è enorme. L'unica certezza è che fino a oggi il partito democratico ha fatto il possibile per perdere: ce l'ha messa proprio tutta. Vi ricorda forse qualcosa? Anche se il ricordo che ricordate non è l'elezione del presidente degli Stati uniti, anche e se le ragioni di questo ricordo sono del tutto diverse sulle due sponde dell'Atlantico. In un anno infatti in cui tutto sembrava congiurare per garantire che il nuovo inquilino della Casa bianca sarebbe stato democratico, la dinamica delle primarie sta dando nuovo fiato e nuove speranze al candidato repubblicano, il senatore dell'Arizona John McCain. A favore dei democratici giocavano fattori pesantissimi: la pesante crisi economica accresce lo scontento degli statunitensi nei confronti dell'amministrazione Bush; la guerra irachena continua a lasciare la sua stanca, ma micidiale scia di morti e distruzioni; l'indice di gradimento è uno dei più bassi dell'ultimo secolo per un George W. Bush considerato quasi all'unanimità il peggiore presidente della storia degli Usa; una lunga serie di scandali ha colpito deputati e senatori repubblicani, facendo svanire il sostegno dei cristiani conservatori. Questo faceva sì che una presidenza democratica veniva data a 60 contro 40. Ma fin dall'indomani dell'Iowa, ogni volta il tanto atteso colpo da Ko da parte di Obama non è arrivato. Dopo che il senatore dell'Illinois ha stravinto in South Carolina, i grandi stati come New York, California, Massachusettes hanno risollevato le sorti della combattiva senatrice. Obama avrebbe potuto chiudere la partita in Texas e Ohio a inizio marzo, e invece questi due stati nevralgici sono andati alla Clinton. Altra chance ad aprile in Pennsylvania, ma anche lì ha vinto la Clinton. Oggi siamo nella stessa identica situazione. Se Obama vince in Indiana e North Carolina, Hillary dovrà per forza gettare la spugna. Se invece - ed è il risultato più probabile - Obama vince in North Carolina (stato con una forte presenza nera), ma perde invece in Indiana (classe operaia bianca), allora il tormentone continuerà fino alla Convention nazionale di agosto a Denver (Colorado). L'esito in Indiana è particolarmente interessante perché questo stato è di fatto una dépendence dell'Illinois (di cui Obama è senatore) e la sua grande città industriale, Gary, sull'estremo sud del lago Michigan, è di fatto una periferia di Chicago. Il paradosso di questo scontro tra una donna e un nero è che ha finito per rafforzare la centralità elettorale del maschio bianco nell'arena politica statunitense. All'inizio la forza di Obama era stata di aver presentato la sua candidatura come «postrazziale»: candidato nero sì, ma non candidato dei neri. E stati a stragrande maggioranza bianca come Iowa, Vermont, Idaho, Nebraska gli hanno dato ragione regalandogli folgoranti vittorie. Ma la lunghezza della competizione, la sua asprezza, e - in una certa misura - gli stessi successi di Obama negli stati a forte densità nera, hanno finito per logorare in modo forse irreparabile quest'immagine «postrazziale». Le affermazioni «estremiste» del pastore nero Jeremiah Wright sono state solo uno dei fattori che hanno contribuito al «disincanto» degli elettori bianchi. Non basta: in nome del «nuovo», del «cambiamento» e del «superamento dei vecchi steccati», Obama si era presentato come candidato capace di attirare gli elettori indipendenti e i repubblicani insoddisfatti. Ma la stessa dinamica della campagna lo ha costretto a contare sempre di più sul proprio nucleo di attivisti attestati su posizioni assai più radicali e liberal. Grazie anche ad alcune sue affermazioni, l'aura bipartisan e messianica si è dissolta fino a restituirlo a una dimensione più convenzionale. I propagandisti repubblicani lo ritraggono ormai come «il solito liberal» (sottintendendo che sarà possibile affondarlo con le solite tecniche propagandistiche già usate per Gary Hart, Michael Dukakis, John Kerry). Il logoramento di Obama è apparso anche questo sabato nel caucus di Guam, che il senatore dell'llinois prevedeva di conquistare alla grande, ma che ha vinto per pochi voti: fino a sabato ovunque si era votato col metodo del caucus (cioè a voto assembleare palese), Obama aveva sempre stracciato Hillary: è un segnale preoccupante. Così i famosi 750 superdelegati - che di fatto sono l'ago della bilancia nella Convention democratica - ci stiano ora seriamente ripensando, dopo che da febbraio a marzo si erano spostati in modo massiccio dalla Clinton a Obama. Si sono diradati, anzi sono quasi scomparsi, gli inviti alla Clinton. ancora poco fa pressanti, perché si ritirasse. Il problema politico che si pone ai superdelegati è duplice: il primo riguarda lo zoccolo duro democratico, il secondo quegli elettori repubblicani che è necessario attrarre per poter vincere la Casa bianca. Sul primo versante, la lotta tra i due si è tanto inasprita da lasciare fratture e veleni difficilmente riassorbibili. Secondo sondaggi recenti, il 40% di chi nelle primarie ha votato per Hillary dice che a novembre non andrà a votare per Obama (in misura minore, avviene anche il viceversa). E come si sa l'astensionismo è il fattore decisivo nelle presidenziali Usa. Dall'altro lato il tema razziale - che già tanto sta pesando - influisce infinitamente meno tra gli attivisti democratici che fin quei si sono espressi, di quanto pesi sull'elettorato generale e sui repubblicani indecisi. Né una candidatura Clinton risolverebbe la questione, poiché la senatrice di New York, proprio nel suo ruolo di ex first lady di Bill Clinton, suscita odi scatenati tra i repubblicani ed è capace di spingere al voto quei conservatori cristiani che invece la candidatura di John MacCain inviterebbe a disertare le urne: l'uomo bianco repubblicano è un problema gravissimo anche per lei. Con un'aggravante: per sopravvivere in questa lunga guerra di logoramento, la Clinton ha dovuto sempre più giocare lei stessa (facendo finta di non farlo) sul fattore razziale, ha dovuto stimolare la «diffidenza bianca» per il candidato nero, coniugandola per con la diffidenza operaia verso un liberal che esce da Harvard (anche se lei esce da Yale). Con il risultato che la sua campagna sta diventando sempre più respingente. Insomma, il rischio vero per i democratici è che si stanno rinchiudendo all'angolo, in una posizione loose-loose: di accrescere il rischio di perdere qualunque dei due candidati essi scelgano alla fine. Eppur dovranno scegliere.

 

Liberazione – 6.5.08

 

E' morto Nicola, andiamo a Verona, fermiamo l'Italia dei coltelli!

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Nicola Tomassoli è morto, a 29 anni. I medici ne hanno ufficializzato il decesso ieri. Nicola l'hanno ammazzato non ancora trentenne in una notte di festa, alle prime ore del primo maggio, festa delle lavoratrici e dei lavoratori. A Verona, in centro. A botte, per una sigaretta rifiutata. L'hanno ammazzato giovani "dabbene", promettenti professionisti in erba e figli di famiglie rispettabili, con un metalmeccanico al seguito. Senza apparente movente politico, per «futili motivi». Ma in altri luoghi, in altri giorni, si sono abituati a fare altro: ad essere razzisti, sessisti, fascisti a colpi di coltello. Di quel fascismo che si riserva i tempi e gli spazi della vita urbana vissuta in branco, comodamente sotterraneo alla deriva a destra di questa società, di questa politica. Nicola Tomassoli è un altro, l'ultimo dei morti ammazzati da questo fascismo senza bisogno di movente. Come Davide Cesare, 26enne, a Milano, nella notte tra il 16 e il 17 marzo del 2003. O Renato Biagetti, stessa età, all'alba del 27 agosto del 2006, all'uscita da una festa a Focene. Ora Nicola: nella Verona del sindaco leghista Tosi che lo piange e che si ritrova capogruppo in Comune della sua lista un ex leader del Fronte Veneto Skinheads. I genitori di Nicola chiedono di non strumentalizzare la sua morte. Ci inchiniamo. Dovrebbe farlo anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che invece dai teleschermi sentenzia: «Gli scontri anti-israeliani di Torino e gli attacchi di naziskin a Verona non sono paragonabili. Quel gruppo che si definisce neonazista va punito, ma quello che accade a Torino è più grave». Perché bruciare bandiere è un gesto politico, ammazzare a botte una persona no. Ergo è meno grave. Invece non c'è nulla peggio di questo, che ci minaccia: un fascismo che non ha partito ma è comportamento sociale. E che si fa quotidiano, in agguato nel buio. Adesso bisogna sentirsi tutte e tutti Nicola. E bisogna farlo vedere. Non per ricominciare alcunché. Per esserci. Questo è il nostro appello, a fare una cosa giusta: tutte e tutti a Verona, per la vita e la libertà.

 

C'è un collegamento tra questi gruppi e la politica istituzionale

Claudio Lazzaro

In qualche modo Nazirock, il film che ha raccontato i riti e le violenze della destra radicale, nasce proprio a Verona. Stavo viaggiando in terra di Padania per realizzare Camicie Verdi, un documentario sulla Lega Nord, quando mi sono imbattuto nel Veneto Fronte Skinheads. Il leader era Piero Puschiavo, leader di una band di rock. Un tipo di rock che ha molti nomi, identitario, nazional socialista, non conforme, ma che in Europa e negli stati Uniti viene sbrigativamente chiamato nazirock. I testi di solito hanno a che fare con l'odio per gli immigrati, con la difesa delle radici e dell'identità nazionale. Abbondano le istigazioni alla violenza, non mancano le nostalgie della Repubblica di Salò. Piero Puschiavo adesso non fa più la rockstar identitaria, ma è il coordinatore per il Veneto del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. E nel film vediamo che il leader della Fiamma Tricolore, Luca Romagnoli, viene accolto sul palco degli oratori da Silvio Berlusconi, alla manifestazione del 2 dicembre 2006, quella dei due milioni. I due si stringono la mano, Berlusconi accarezza la bandiera della Fiamma. C'è quindi un collegamento tra il Veneto Fronte Skinheads e la politica con la A maiuscola, quella parlamentare e istituzionale. Un collegamento allarmante, perché se andiamo a vedere chi era l'ispiratore del Veneto Fronte Skinhead scopriamo che si tratta di un certo Jan Stuart Donaldson, famoso per le sue canzoni razziste e per le sue dichiarazioni su Hitler: «Di lui ammiro tutto, tranne una cosa: avere perso». Allora forse ci rendiamo conto che certi movimenti dovrebbero stare fuori dalla politica istituzionale. Perché quando la base di questi movimenti si sente sdoganata e legittimata dal sistema politico, allora, con ogni probabilità, diventa più aggressiva, tende a recuperare lo spazio che per anni si era vista negare. Non voglio dire che la colpa della tragedia di Verona debba ricadere in modo diretto e inequivocabile sui movimenti politici della destra radicale. Ci sono forme di tribalismo giovanile in tutto il mondo. Le bande che difendono il territorio e aggrediscono il diverso si trovano anche nei paesi a democrazia più avanzata. Eppure se la violenza di destra aumenta e si propaga (i dati sono impressionanti, anche se stampa e televisione nella maggior parte dei casi tendono a ignorarli) una ragione ci deve essere. Se restiamo alle cause di natura di natura culturale, non dimentichiamo che il Veneto è la terra del sindaco leghista Gentilini, che a Treviso - scherzando, bontà sua - incitava i cacciatori a sparare agli immigrati, dopo averli infilati, per non spargere troppo sangue, in un costume da leprotto. Il Veneto è terra di Lega. Ma quando in Camicie Verdi intervisto Mario Borghezio, nel suo letto d'ospedale (gli autonomi lo hanno picchiato) e gli chiedo se qualche politico gli abbia fatto visita, lui mogio mogio risponde: «No, nessuno. Mi hanno chiamato solo la Mussolini e Roberto Fiore». Quindi Borghezio, il leghista più amato dal popolo padano dopo Bossi, ha un filo diretto con il leader di Forza Nuova e con la nipote del Duce, che fino a due anni fa coordinava il cartello della destra estrema, assieme al già citato Romagnoli (quello che non è sicuro che le camere a gas siano veramente esistite), a Tilgher (condannato per ricostruzione del Partito fascista), e a Fiore (condannato a più di cinque anni per banda armata). C'è un terreno comune, ci sono in Veneto iniziative comuni tra la Lega Nord e questa destra radicale. E infatti Borghezio ha salutato con entusiasmo l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma: «Da patriota padano - ha scandito - onore al merito ai romani. Un sindaco con una faccia onesta e simpatica e al collo il simbolo dei nostri antenati Celti». Poco male se la croce celtica è anche il simbolo di una divisione delle SS. Del resto Marcello De Angelis, l'intellettuale più vicino ad Alemanno, quello che ha organizzato il seminario sul Ritorno delle élite, quando era leader di Terza Posizione si è aggiudicato una condanna a cinque anni. Può anche darsi che i "ragazzi dal cuore nero" responsabili dell'omicidio di Verona siano solo degli sprovveduti con scarsissime nozioni di politica, ma è certo che l'esempio dato dalla classe dirigente, o più in generale il clima politico di questa nuova stagione, certamente non li ha dissuasi, non li ha fatti sentire fuori, estranei alle regole di una democrazia. Detto questo, credo che con questi giovani si debba dialogare. Se li guardate, nelle sequenze di Nazirock, non vedete ragazzi cattivi. Nei loro occhi, più che odio c'è paura. Sono ragazzi spaventati dalla globalizzazione. Sono i nuovi proletari che potrebbero fare gli idraulici, se non ci fosse un extracomunitario che lo fa a metà prezzo. Credo che il linguaggio per parlare con loro vada trovato, e subito, prima che sia troppo tardi. Ho avuto una conferma di questa urgenza (che Pasolini aveva già avvertito nel 1974) presentando Nazirock in un centro sociale a Perugia. Eravamo nell'ex mattatoio (...). Quella sera all'ex mattatoio c'erano molti giovani skin, che assomigliavano in tutto e per tutto ai giovani che avevo filmato al raduno di Forza Nuova. Stesso abbigliamento, stesso tipo di rock. Ma le parole erano diverse (...) erano lì attenti ad ascoltare il nostro dibattito sul nazifascismo e intervenivano, da cittadini democratici. Chi, cosa aveva fatto la differenza? Evidentemente il radicamento che i centri sociali riescono ancora a realizzare tra i giovani e nella società civile. Mentre la sinistra dei salotti televisivi non ricorda più nemmeno cosa sia.

 

La Sinistra Arcobaleno tifa D'Alema. «Dialogo con il Pd? Possibile, ma...» - Checchino Antonimi

Dopo l'esodo, stagione definitivamente chiusa, è giunta per i movimenti sociali l'ora del ritorno nei territori. Territori intesi non nell'accezione naturalistica ma luoghi dei flussi, invenzione, forma metropolitana, spazio/tempo del conflitto. Territori dove si dispiegano, in autonomia dalla politica, forme di sottrazione al comando, le più varie e senza linearità, individuali e no, che vanno tradotte in progetti collettivi. Ma senza aspettare la rinascita della sinistra, quella - a sentire l'area dei centri sociali del Nordest - non c'è più e gli effetti dello tsunami elettorale sarebbero irreversibili al punto che, nel centro sociale Rivolta di Porto Marghera, in seicento stipati nel capannone dei concerti, si sono interrogati domenica scorsa sulla costruzione di un programma «post-socialista». Novecento addio, insomma, addio partito, addio (fra un po') sindacato. «Non vogliamo ricostruire la sinistra. Siamo troppo impegnati a vivere il presente e a sognare il futuro», era il titolo volutamente provocatorio del Global meeting network di quest'anno (appuntamento centrale di dibattito per quell'area), giocato in chiave seminariale (relazioni, tra gli altri, dei veneziani Luca Casarini e Beppe Caccia, del romano di Esc,Francesco Raparelli, del bolognese Gianmarco De Pieri del Tpo), appuntamento pubblico ma senza ospiti esterni, con un rimando a una due giorni autunnale - il 4 e 5 ottobre - per ricominciare l'anno politico aprendo uno spazio pubblico con i compagni di strada incontrati nei patti di mutuo soccorso, per i beni comuni, contro la guerra e la precarietà e, naturalmente nei territori. Tutto ciò per costruire «pratiche di conflitto e prefigurazione». L'assemblea di domenica scorsa, a Marghera, è stato il primo appuntamento pubblico, dopo quello tsunami, di un pezzo del movimento no global che ha animato in Italia il ciclo di lotte da Seattle in poi. Ora, per gli ex autonomi, ex tute bianche, ex disobbedienti, per gli addetti ai lavori semplicemente "padovani"(anche se la rete di centri sociali scende dalle Marche in Toscana e a Roma e fino a Napoli e procede verso ovest fino all'ex triangolo industriale), quel ciclo è chiuso per sempre. La crisi della globalizzazione - concatenamento delle varie crisi finanziarie, economiche, alimentari, ambientali - è conclamata. Il G8 alla Maddalena, senza Cina e India, sarà la riunione dei paesi in crisi. Fallita la guerra permanente, crollata la new economy, crollate le borse con i mutui subprime, precipita la possibilità di una governance "dolce". E' crisi di comando - hanno ripetuto i relatori - di mercato, di produzione, tutti convinti che la sinistra (e Bertinotti, in particolare) non abbiano potuta comprenderla perché legati essi stessi alla governance in crisi e all'idea di un rapporto virtuoso e impossibile tra costituente e costituito, tra sociale e politico. Ora, nel momento in cui la globalizzazione si compie, esaurisce le sue possibilità di delocalizzazione, allora, per gli ex disobbedienti, emerge il conflitto tra territorio e Stato (ad esempio Vicenza del No Dal Molin, Napoli di Rifiuti zero, Val Susa anti Tav, che saranno i primi a impattare con il nuovo governo Berlusconi) e spuntano forme di sottrazione al comando come quella di migliaia di statunitensi che avrebbero acceso un mutuo pur sapendo di non poterlo rimborsare. La loro mossa avrebbe indotto il governo Bush a soccorrere le banche per evitare il crack ma anche l'ondata di sfratti. La lettura del Rivolta è suggestiva: saremmo davanti a una «costruzione dal basso di una diversa politica della casa». La traduzione post-socialista, suggerita da Caccia («finalmente possiamo dirci marxisti non di sinistra»), suonerebbe così: "Proletari di tutto il mondo, indebitatevi. Tanto qualcuno pagherà". Ovviamente, il ragionamento dell'assemblea oscillava tra analisi e suggestione e si completerà con una cartografia di esperienze di costruzione del conflitto nei territori di insediamento di collettivi e centri sociali. La riterritorializzazione in atto può essere ripiegamento identitario (la Lega), revival protezionistico (Tremonti) ma per i movimenti significa la fine dell'esodo, del nomadismo che serviva alla costruzione di eventi di conflitto: l'ora del ritorno è l'ora del qui e ora, della liberazione dalle condizioni del comando capitalista. Dall'esodo alla «costituzione del comune» da parte di movimenti in rete che non si rappresentano, «ma sono», non più «spazio di servizio del politico che prima o poi si separa». Tutto ciò vuol dire che a Nordest non c'è alcuna nostalgia nemmeno della stagione dei social forum: «Il nuovo spazio pubblico tra noi è un processo ancora tutto da costruire - dice Casarini a Liberazione - e potrà solo essere uno strumento di servizio».

 

La Stampa – 6.5.08

 

"Fascisti? A Verona siamo tutti di destra" - FABIO POLETTI

VERONA - Stupidi, prepotenti e intolleranti». Alla Digos di Verona dicono che la politica non c’entra. Ma è nella Verona nera che si trovano le tracce di quelli che hanno ammazzato di botte Nicola Tommasoli. Marcello Ruffo di Radio Bandiera nera, ventinove anni e la maglietta dei Zetazeroalfa che suonano a Casa pound giù a Roma, ne conosce due: «Vent’anni, bravissimi ragazzi, troppa rabbia dentro. Una volta mi hanno detto: "Se il mondo ci odia, noi odiamo il mondo". Quando ho saputo quello che era successo, ho chiesto se avevano pestato un comunista. Hanno fatto una cosa da balordi, mica da fascisti. Io, sono fascista. Il fascismo è socializzazione e progresso». In piazza Bra di fianco all’Arena c’è la sede del Comune. Dentro il Comune c’è l’ufficio del sindaco Flavio Tosi della Lega. Al secondo piano c’è la stanza dei consiglieri della sua lista che si chiama Lista Tosi. Il capogruppo è Andrea Miglioranzi. Una volta faceva parte del Fronte Veneto Skinhead, teste rasate, teste vuote come i cinque che si sono scatenati per una sigaretta negata, nessuna tessera in tasca ma l’idea è quella lì. Una volta aveva i capelli a zero come adesso che indossa un completo scuro e milita nella Fiamma Tricolore. Anche lui dice che la politica non c’entra, ma poi gli scappa: «Non sono ragazzi da crocefiggere...». Dev’essere il passato che torna. Il razzismo. Miglioranzi è stato il primo in Italia ad andare in carcere per istigazione all’odio razziale grazie alla legge Mancino. Mica un disonore in questa città dove pure il sindaco leghista finì sotto inchiesta per odio razziale perchè voleva ripulire i campi rom. E dove Raffaele Delle Donne, il primo a essere arrestato per la morte di Nicola, sembra essere figlio politico di nessuno anche se già nel 2006 era stato indagato per reati associativi legati alla legge Mancino. Ragazzi bene che vanno a spritz e birrette. Ragazzi che trovi in piazza delle Erbe ogni sera o a dare la caccia al marocchino in centro. Ragazzi qualunque che ascoltano i «Gesta bellica» che martellano di decibel inneggiando a Priebke e Rudolf Hess perchè è di moda, vanno allo stadio per «fare casino» e poi magari della politica non sanno niente. Ad ogni retata della polizia spuntavano i coltelli, i busti del Duce o i libri di Hitler. Marcello Ruffo di Radio Bandiera Nera che prende le distanze fa i distinguo: «Il busto di Mussolini ce l’ho a casa pure io. I libri di Hitler sono in libera vendita. Quelli lì non sapevano niente, hanno solo storpiato il nostro pensiero. Andavano solo allo stadio, erano stati diffidati, la repressione li ha caricati a molla». Le messe in latino. La molla di quello che è successo la trovi nei salotti buoni della Verona bene. Nelle messe domenicali a Santa Toscana dove inappuntabile si fa vedere l’ex colonnello Amos Spiazzi, servizi segreti e trame nere, in ginocchio a pregare in latino. La trovi in questa transumanza della politica che parte dalla rabbia del Fronte Veneto Skinhead, indossa i doppiopetti della Fiamma Tricolore e non si ferma alle stanze dei bottoni. «Come Fiamma Tricolore ci sentiamo molto vicini al sindaco Tosi», dice Alessandro Castorina, segretario provinciale del partito, pure lui ex Skinhead, il negozio Camelot di stoffe inglesi a Porta Trento saltato per aria due volte, una condanna per tentata violenza privata per aver dato dell’«amico dei negri» a un camerata che si era fatto da parte. Giordano Caracino, presidente del Veneto Fronte Skinhead, braccia tatuate, zero capelli, prende le distanze da quello che è successo, poi prende la mira: «Le risse fanno parte dell’euforia giovanile. Noi non siamo per l’etica cristiana del porgere l’altra guancia. Si parla tanto di questa cosa, solo perchè a Verona siamo tutti di destra». I cinque balordi - «Cani sciolti, più cani che sciolti», sorride Caracino - adesso non li vuole più nessuno. «Il disastro è stato fatto vent’anni fa. Gli immigrati andrebbero separati dai veronesi. L’uomo deve stare coi suoi simili», tira le fila il capo degli skin. «Verona è accogliente, l’epurazione degli immigrati avrebbe avuto senso venti anni fa», dice il consigliere Miglioranzi, nel suo ufficio accogliente in Comune con i manifesti di Paolo Conte e degli U2. Una bella differenza con il ritmo indiavolato dei «Gesta bellica» che ascoltavano i cinque ragazzini perbene che «si sono rovinati la vita», ammazzando a calci e pugni uno qualunque incontrato per caso, una sigaretta negata a innescare la miccia e a far esplodere la rabbia che cova in questa città che da vent’anni fischia i giocatori di colore allo stadio, la caccia al marocchino è l’altro sport e alla fine parla solo di lirica all’Arena e di Giulietta e Romeo.

 

Un giorno di violenza – Flavia Amabile

D'accordo, non tutti i giorni sono come quello di ieri però il sospetto che in futuro e ne saranno sempre di più di quel genere, è forte. Provo a mettere le notizie in fila. Partiamo da quello che è successo domenica notte a Torino, in pieno centro. Un vigile tenta di fare la multa a un ragazzo per un parcheggio in zona vietata. Lui si ribella, altri lo sostengono e finisce con una maxi-rissa, i vigili in fuga e l'intera scena inviata a You Tube per fornirla in pasto a tutti. Come esempio da seguire? Come trofeo di guerra? Proseguiamo con quello che è accaduto a Viterbo. Se non esistesse il video forse nessuno crederebbe che un ragazzo di 14 anni e altri due di 13 hanno dato fuoco ai capelli di un loro compagno di classe più grande di un anno. Ma il video esiste, è stato fatto circolare nella scuola media dei ragazzi e ora il quattordicenne è stato arrestato, gli altri due no perché l’età li rende non imputabili. Gli investigatori pensano ad un rito iniziatico per l’ammissione al gruppo capeggiato dal quattordicenne, un rito che oltre alla bruciatura dei capelli prevedeva anche lo spegnimento di mozziconi sulle braccia che però nel filmato non appaiono. Nel video si vede un adolescente con il volto atterrito, seduto e con il capo piegato in avanti. Poi compaiono tre mani che con accendini appiccano il fuoco ai suoi capelli. Le fiamme, alte 15-20 centimetri, trasformano immediatamente la testa del ragazzo in una torcia. Subito dopo le stesse mani spengono le fiamme e le riaccendono. Così per tre quattro volte. Alla fine, sulla testa dell’adolescente compaiono ampie zone di cute quasi completamente prive di capelli. «È un episodio sconcertante - ha detto il questore di Viterbo Raffaele Micillo - di una gravità mai riscontrata prima». Ad avviso del questore, quanto accaduto «deve suscitare un vero e proprio allarme sociale e deve chiamare in causa il ruolo della scuola e, soprattutto, quello dei genitori». Già, i genitori. Proprio a loro pensano in tanti quando si chiedono come un ragazzo di buona famiglia possa uccidere un coetaneo perché si è rifiutato di accendere una sigaretta. Dove erano i genitori dei giovani arrestati mentre i figli crescevano a pane e violenza? Dove erano nascosti quando già lo scorso anno era chiaro quale strada avevano imboccato? E si sapeva che anche loro postavano su You Tube le loro gesta peggiori? Esistono responsabilità profonde della società ma anche di un genitore che considera come ragazzate gli atti di teppismo del proprio figlio. Forse solo perché maschio e alcune cose ai figli maschi si perdonano. Alle figlie femmine, no. E perché mi chiedo, e vi chiedo, è così fuori luogo pensare che i bulletti di Viterbo di oggi possano diventare gli aggressori di Verona di domani? Anche per questo motivo è il caso di parlare di responsabilità morale da parte dei politici tutti, e di alcuni in particolare, perché i giovani arrestati hanno votato e difficilmente sulla loro scheda hanno segnato una croce a favore di Veltroni&C. E, quindi, in una giornata del genere compito di un politico, in particolare se si tratta di una carica istituzionale, è quello di misurare con estrema attenzione le parole, raffreddare gli animi, non prestare il fianco a nessun tipo di equivoco. E invece Gianfranco Fini si lascia sfuggire una dichiarazione che ottiene proprio l'effetto opposto. Il boicottaggio del Salone del Libro e l'aggressione contro Nicola Tommasoli - dice il neopresidente della Camera - sono due avvenimenti che «non possono essere messi sullo stesso piano, perché» il caso di Verona è espressione di una «aggressione bestiale di un gruppo neonazista che senza alcun dubbio va me rieducato e messo in galera». A Torino, invece, «è successo qualcosa di molto più grave, perchè non è la prima volta che frange della sinistra radicale danno vita ad azioni violente che cercano una giustificazione con una politica antisionista». «C’è un consenso non dico di massa - aveva detto Fini - ma politicamente considerato legittimo da parte di quella parte di sinistra radicale». E c'è una responsabilità più che mai precisa da parte dei movimenti di estrema destra. All'improvviso negli ultimi giorni sono apparsi dei manifesti in numerose zone di Roma. Dicono: «Nono comandamento: Non desiderare la donna d'altri. No alla violenza sulle donne», come potete vedere nella foto qui sotto inviata da una ragazza che li ha fotografati al volo ieri pomeriggio. Sono il seguito di una campagna organizzata da un'associazione chiamata Trifoglio, nata all'epoca del Family Day, formata da persone dell'estrema destra papalina, fieramente antiabortista. Molti del Trifoglio a volte fanno da servizio d'ordine per Storace e sono vicini a Forza Nuova, guidata da Roberto Fiore, condannato per associazione eversiva e banda armata. Sono molti vicini anche al movimento Con Cristo per la Vita che a Verona già dal 2001 al grido di “basta al peccato” organizzava incontri di preghiera settimanali davanti all’ospedale pubblico nei giorni in cui venivano realizzate le IVG, distribuendo volantini con immagini raccapriccianti e apostrofando le donne che si recavano nella struttura con l’epiteto di “assassine!”. Il cerchio si chiude. Se c'era un invito alla calma non lo si è capito.

 

Una zona rossa blinda il Lingotto - GIOVANNA FAVRO

TORINO - Una «zona rossa» intorno alla Fiera del Libro? Sale la tensione a Torino e spuntano i fantasmi del G8 di Genova a poche ore dall’inaugurazione della manifestazione al Lingotto. Sotto i riflettori del mondo, ma anche al centro di polemiche, per aver invitato Israele come Paese ospite d’onore, Librolandia quest’anno sarà inaugurata dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano tra imponenti misure di sicurezza, giovedì alle 10. Da quel momento, per ordine del questore, saranno vietati banchetti e presidi di fronte alla Fiera. In vigore fino a lunedì, quando la manifestazione chiuderà i battenti, il veto arroventa gli animi di molti. «Non lo accetteremo», dicono in coro i gruppi dell’assemblea Free Palestine, che comprende centri sociali, sindacati di base (Cobas e Cub), associazioni di immigrati di lingua araba, Torino Social Forum, Ism (International solidariety mouvement) e sigle di ultrasinistra, dai Comunisti italiani al Partito comunista dei lavoratori, alla Sinistra critica di Turigliatto. L’assemblea evoca gli spettri del G8: «Intendono creare intorno al Lingotto una zona rossa. In quell’area vietano anche di distribuire volantini: vogliono impedire la manifestazione del pensiero e spegnere ogni espressione di dissenso. Queste misure alzano la tensione intorno a un evento che mostra il suo vero volto politico, oppressivo e discriminatorio». Quelli dell’assemblea avrebbero voluto distribuire volantini e bandiere palestinesi all’esterno del Lingotto: «Non intendevamo alzare il tiro né creare disordini. Ma sono loro ad elevare la tensione, blindando la Fiera. Non accettiamo limitazioni alla libertà di parola: ci prenderemo i nostri spazi». L’ennesima polemica piomba su una Fiera quantomai ambita e corteggiata, con una calca di ospiti mai vista. I relatori sono 2000 e non si registrano forfait, salvo quello di Beppe Grillo, che ieri ha protestato contro la «censura preventiva»: Librolandia gli aveva chiesto di parlare di libri, evitando comizi. E lui ha mandato il suo ennesimo, pur indiretto «vaffa»: «Rinuncio a partecipare. Parlerò da casa, dal mio blog. Se mi tolgono i comizi, le invettive e, soprattutto, i concetti poco edificanti, cosa mi rimane da dire?». La Fiera quest’anno sarà più che mai attenta alla sicurezza, e non solo perché taglierà il nastro il Capo dello Stato. Secondo ambienti dell’antiterrorismo, la preoccupazione maggiore riguarda il corteo nazionale organizzato da Free Palestine per sabato 10: il tam-tam via web fa ritenere che la partecipazione sarà ampia e agguerrita, ed è allo studio una circolare a prefetti e questori, invitati a monitorare i movimenti di persone sospette in partenza per Torino. E’ previsto un rinforzo del personale di polizia nel capoluogo piemontese, mentre continuano a cadere nel vuoto gli appelli dalla direzione della Fiera al dialogo. Dopo aver invitato a più riprese gli scrittori di lingua araba a esprimere il loro punto di vista al Lingotto, il presidente Rolando Picchioni ieri ha nuovamente fatto un’apertura, offrendo uno stand alla rete di Free Palestine. Gli è stato risposto picche: «Aderiamo al boicottaggio. E chi ha creato la zona rossa se ne assuma le responsabilità». Secondo FreePalestine aderiscono al boicottaggio anche gli scrittori venezuelani e cubani, mentre secondo la Fiera non verranno per problemi tecnici. Sull’invito a Israele s’è intanto nuovamente pronunciata la presidente della Regione, Mercedes Bresso: «La Fiera non tifa né ha compiti di politica estera. Il suo obiettivo è indagare la realtà, per comprenderla meglio attraverso le espressioni della cultura. Non siamo pentiti di avere invitato Israele: la scelta contribuirà a una maggiore comprensione di quella realtà. Le polemiche sono pretestuose, ed è significativo che il Presidente della Repubblica sia presente all’inaugurazione, per segnalare la sua disapprovazione a critiche e minacce».

 

I razzisti del KKK: "Obama è Ok" – Maurizio Molinari

EVANSVILLE - Per riuscire a conquistare l’Indiana, Barack Obama e Hillary Clinton corteggiano i voti delle contee bianche del Sud-ovest, che da oltre ottant’anni sono una roccaforte del Ku Klux Klan. L’Indiana è in palio nelle primarie democratiche di oggi e vale assai più del premio di 72 delegati, perché si tratta di uno Stato dove gli afroamericani sono appena il 9,4 della popolazione: se Hillary riuscisse a prevalere, si confermerebbe quanto emerso in Pennsylvania sull’opposizione della classe media bianca a Obama. Barack deve vincere fra gli «Hoosiers» - soprannome degli abitanti locali - proprio per scongiurare questo scenario di spaccatura razziale fra i democratici, che potrebbe essere avvalorato da una sua affermazione in North Carolina, dove si vota sempre oggi e gli elettori afroamericani sono decisivi. I sondaggi danno Hillary avanti a Obama perché lei prevale nelle zone rurali grazie ai voti di donne e anziani, mentre lui è più forte nei centri urbani, come Indianapolis e Gary, dove raccoglie i favori di giovani, intellettuali ed élites economiche. Da qui l’importanza dell’enclave del Sud-ovest, attorno a Evansville, il piccolo centro quasi esclusivamente bianco lungo il fiume Ohio dove nel 1920 il texano D.C.Stephenson fondò il Ku Klux Klan (Kkk) dell’Indiana, reclutando 300 mila adepti che si trasformarono in una forza elettorale capace di controllare il governatorato e le amministrazioni locali. Ciò che resta di quel Kkk, travolto dalla fine delle segregazione, è il Klan più rispettabile guidato dal «Gran Dragone» Bufford Kellens, che lo ha trasformato in un «social club» dove ci si incontra per giocare a golf, mangiare dolci e indossare cappucci bianchi per pronunciare battute feroci su afroamericani ed ebrei. Molti dei seguaci di Kellens sono democratici e hanno eletto sindaco Jonathan Weizapfel, 42 anni, che si è schierato con Obama perché «rappresenta il cambiamento». Barack ha toccato con mano le contraddizioni di quest’angolo d’America varcando la soglia dell’«Evansville Labor Temple», un bar frequentato da appassionati di corse automobilistiche Nascar e decorato con grandi poster sul 75° anniversario della fine del proibizionismo. Gli avventori sono dei «red neck», la classe media sudista che lo abbraccia con un misto di curiosità e passione, dando vita a un’apparente anomalia che l’attempato gestore spiega così: «Da queste parti le donne preparano pasti caldi ai mariti quando tornano a casa». E dunque non si candidano alla Casa Bianca. Ma James McDowell, docente di scienze politiche all’Indiana State University, è scettico sull’abbraccio di Evansville per Obama: «Siamo in una roccaforte del Klan, la resistenza a un candidato nero è forte, qui sarà Hillary a vincere». Per riuscire nell’impresa, l’ex First Lady ha fatto tappa a Evansville, incontrando nel liceo sulla Prima Avenue una folla di sostenitori ai quali ha parlato di posti di lavoro da aumentare, sanità da migliorare e prezzi della benzina da ridurre. Sul duello nell’enclave del Klan pesa l’incognita dei repubblicani - che possono votare nelle primarie democratiche - e i sondaggi suggeriscono che premieranno Obama. Basta recarsi a Mooresville per accorgersene: nella palestra di arti marziali all’incrocio fra Indiana Street e Main Street tutti si dicono frettolosamente per Obama, parlando delle primarie come se fossero un evento lontano. D’altra parte sulla prima pagina del «Mooresville Times» non c’è traccia né di Obama né di Hillary né tantomeno del voto: i titoli sono tutti su premiazioni sportive e club scolastici. Da qui il sospetto che il sostegno per Obama da parte del popolo «red neck» risponda agli appelli dell’ultraconservatore conduttore radiofonico Rush Limbaugh, che punta sulla «strategia del caos» per far affondare i democratici nella questione razziale prima ancora del voto di novembre.

 

Corsera – 6.5.08

 

Bologna diventa la città delle ronde. Sei gruppi diversi di vigilanti

Francesco Battistini

BOLOGNA - Prima delle elezioni passavano dalle parti del Villaggio Ina quelli del Gruppo Primavera, pensionati del Pd col telefonino chiama polizia e la loro brava pettorina (e fa uno). Dopo il voto, dovevano cominciare i padani che in fondo detengono il copyright di queste cose (e fa due), ma all'ultimo hanno deciso la ritirata perché intanto si sono annunciati i baschi blu dei City Angels, professionisti del ramo. Sei uomini e quattro donne, Angels che già venerdì prenderanno a circolare alla Montagnola, in stazione e in piazza Verdi (e fa tre). Per fregare tutti sul tempo, però, gli aennini si sono preparati al debutto per questa sera, «armati solo di macchina fotografica e block notes», pattuglie finiane al parco di via Vizzani e a Porta Saragozza (e fa quattro), giusto un attimo prima che scenda in strada anche qualche Amico di Beppe Grillo (e fa cinque). E Libero Mancuso? Non bastassero tutti quegli altri, ecco l'idea del magistrato- assessore che per conto del sindaco-sceriffo cura la sicurezza: si faranno bandi con l'università e dopo l'estate saranno mobilitati pure gli studenti... (E fa sei). Rondaverde, perlustrare informati. Prima o poi ci vorrà un servizio così, per cavarsela nell'intenso traffico d'archibugieri della notte che marcia su Bologna l'Atterrita, neanche fosse l'Amsterdam di Rembrandt. Più ronde che bande, più guardie che ladri. Anche se la sicurezza è un tema serio, che ormai rimescola posizioni e spinge a scavalcamenti: in consiglio comunale salta il voto sull'ordine del giorno — dare o no spray urticanti e manganelli ai vigili urbani? —, perché i moderati dell'Udc all'ultimo non se la sentono e ritirano il sostegno, col sindaco Cofferati che li sbeffeggia («hanno preso paura, hanno paura delle novità in politica, se in Parlamento faranno l'opposizione così...»); con An che nel frattempo sfotte gli alleati leghisti («hanno fatto marcia indietro anche loro, si sono affidati ai City Angels perché le loro Guardie padane sono un flop!») e con la Lega che risponde («ma se abbiamo bloccato noi la megamoschea!... »); coi comunisti Pdci che temono la «militarizzazione» ma alla fine perfino loro si rassegnano ad avere ronde che perlomeno siano «rigorosamente inquadrate » dal sindaco; col compagno Mancuso che nel suo discorso si fa prendere da foga lumbarda e a un certo punto gli scappa la paroletta borgheziana su certi immigrati, «rifiuti», sì, perché «non ci possono mandare qui dei rifiuti...». Ronda su ronda, il mal ci ha portato qui, canterebbe Conte. Ai manganelli, agli spray, alle pattuglie. Che notte buia che c'è, povero me, povero me... Ma Bologna non sta esagerando, adesso? «C'è una grande strumentalizzazione su questo tema», ammette il leghista Manes Bernardini: «Per questo noi abbiamo rinunciato alle nostre guardie». «Niente ronde private o di partito », avverte la Cgil che più o meno la pensa come gli azzurri berlusconiani. «Tutti questi gagliardetti sono cose folcloristiche — sostiene Mancuso —, prive di qualunque cittadinanza politica e, credo, anche legale. Sono cose che servono soltanto a disturbare l'amministrazione civica». Amministrazione che per prima... «Alt. Voi continuate a chiamarle ronde, ma le nostre sono l'esatto opposto. Noi abbiamo ingaggiato assistenti civici per l'inclusione, non guardiani della notte». E se da questa settimana vi trovate in strada An, i grillini, i City Angels e tutti gli altri? «Semplice. Non lo possono fare. E lo sanno anche loro». Troppa sicurezza, nessuna sicurezza. La città che vuole legalità inizia a dubitare di tutti questi giustizieri? «C'è una sovraesposizione», riconosce Maurizio Degli Esposti, presidente di Borgo Panigale, il quartiere ovest che un mese fa ha cominciato a sorvegliare i negozi con la benedizione della giunta: «Qui ormai si fa la corsa al titolo di giornale. Piombano sulla città gruppi come i City Angels che non hanno niente a che fare col territorio, corpi estranei che vengono a dirci cos'è la vivibilità, e magari poi sono loro ad avere bisogno della scorta, per andare in certe zone che nemmeno conoscono...». Mario Furlan, il fondatore dei baschi blu, non raccoglie. Perché anche lui odia essere mischiato: «Noi non siamo ronde. Selezioniamo gente coraggiosa ma equilibrata, ci addestriamo tre mesi, abbiamo un 30 per cento d'immigrati fra i nostri, gestiamo case accoglienza. E infatti non siamo spariti come quelli di Borghezio o di Forza Nuova. Duriamo da 14 anni: a Milano, Roma, Torino, fra un mese a Salerno... Anche a Bologna impareranno a conoscerci e ad apprezzarci». E se vi trovate gli altri fra i piedi? «Sono proprio le ronde fatte da gente impreparata, la cosa più inutile e dannosa. Ricordo tre signori in Brianza che volevano fare da sè: andarono da uno spacciatore, lo cacciarono via. Si sentivano forti. Poi tornarono gli amici dello spacciatore e bastò mezza parola... Non c'è problema, stia certo: fra un mese, questi dilettanti saranno spariti tutti».

 

La coperta è più corta - GIOVANNI SARTORI

D’un tratto abbiamo scoperto che nel mondo c'è molta gente che muore di fame. Eppure si sapeva da tempo. Sei anni fa contestavo i dati Fao (Food and Agricultural 0rganization delle Nazioni Unite) la cui previsione era che nel 2030 il numero delle persone che soffrono la fame sarebbe stato dimezzato e scrivevo così: «La semplice verità è che la fame sta vincendo perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare. La Fao, la Chiesa e altri ancora si ostinano a credere che 6-8 miliardi di persone consentano uno sviluppo ancora sostenibile. No. Più mangianti si traducono oggi in più affamati. I 30 mila bambini che muoiono di fame ogni giorno li ha sulla coscienza chi li fa nascere» (Corriere del 9 giugno 2002). Da allora provo ogni tanto a ricordare che alla origine di tutti i nostri mali, ivi incluso il disastro ecologico, sta l'esplosione demografica. Agli inizi del secolo scorso eravamo 1.500 milioni; oggi siamo 6.500 milioni (tuttora in crescita di 60 milioni l'anno). Ma è un predicare al vento. Sul punto si è creato un blocco mentale. L'argomento è tabù, è religiosamente scorrettissimo e proprio non se ne deve parlare. E così continuiamo a essere impegnati in una rincorsa inevitabilmente perdente, insensata e anche suicida. Tornando agli affamati, sei anni fa erano stimati in 800 milioni; oggi si può prevedere che arriveranno a 2 miliardi e passa. Sono stime che sottintendono una vera e propria «strage» in corso, che non ha fatto notizia finché avveniva in ordine sparso. E’ quando una carestia arriva nelle città che diventa visibile e minacciosa. Ed è nelle città del mondo in via di sviluppo (come si diceva) che oggi manca il grano, manca il riso, manca il mais. Perché? Di colpo si scopre che la colpa è dei biocarburanti che sottraggono terreno agricolo alle coltivazioni alimentari. In verità il Brasile va quasi tutto a biocarburanti e in trent'anni nessun premio Nobel (in economia sono tantissimi) ha avvertito il pericolo. Ma ora che l'America si è messa a incentivare l'etanolo, ecco il colpevole: la politica energetica di Washington e la speculazione che si concentra a Chicago. Sulla speculazione (che c'è) mi limito a osservare che presuppone che un bene diventi raro. Sull'acqua di mare non ci sarà mai speculazione. Quindi la speculazione non è all'origine del problema. Il problema è che le risorse petrolifere sono in diminuzione e soprattutto sempre più a rischio. Se l'America restasse a secco sarebbe una catastrofe (anche per tutto l'Occidente) rispetto alla quale la crisi del 1929 sarebbe una inezia. La situazione è, allora, che per 6-7 miliardi di persone la coperta è corta. Per rimediare, tutti cercano di tirarla a sé. E così per turare una falla ne apriamo un'altra. Quando la coperta è sempre più corta, l'unica soluzione è di ridurre il numero di chi ne deve essere coperto e protetto. In attesa ogni egoismo è sacro, e cioè il diritto di sopravvivere è eguale per tutti. Pertanto trovo insensato e irresponsabile dichiarare che alienare i terreni dalla produzione agricola «è un crimine contro l'umanità» (così le Nazioni Unite per bocca di Jean Ziegler, riecheggiato con mia sorpresa anche da Tremonti). Per un problema terribilmente serio, occorre essere seri.


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