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Un «pieno» di cadaveri

Manifesto – 11.5.08

 

Un «pieno» di cadaveri - Alessandro Robecchi

Siccome vanno di gran moda i cosiddetti temi etici, che ne dite di cento milioni di persone (in più) destinate a schiattare di fame? E tutto questo per fare il pieno alla macchina? Non è un mistero che i prezzi delle materie prime alimentari abbiano subìto nell'ultimo anno una spaventosa impennata. Frumento, riso, mais, soia, con aumenti dei prezzi compresi tra il 30 e il 100%, e 100 milioni di cadaveri in più previsti dalla Fao, è il mercato, bellezza. Per avere appena 413 litri di etanolo serve una tonnellata di mais, e George Bush ha chiesto al Congresso di fissare parametri per arrivare nel 2017 a 132 miliardi di litri di combustibili alternativi. Dopotutto basta una calcolatrice. E un'enorme fossa comune. Non c'è solo l'etanolo, cioè una mano tesa all'industria automobilistica. C'è anche più gente neo-ricca (cioè: post-povera) che mangia più carne e dunque molto raccolto se ne va in pascoli. E poi, c'è la finanza. Dopo la facciata presa nel settore immobiliare, grandissima parte degli investimenti mondiali di carattere speculativo si è spostata verso le materie prime alimentari e settori collegati. E' per questo che i giornali economici di tutto il mondo esultano per le straordinarie performance dell'agroalimentare. Concimi, semi, materie prime e materie per la loro lavorazione, tutti comparti che festeggiano incrementi a due cifre. Dieci grandi corporations detengono il 50% della fornitura mondiale di semi, un'altra decina di aziende controllano il mercato di pesticidi e concimi chimici. I fondi pensione americani, come ad esempio Calpers, si gettano sulla torta, futures e hedge funds servono per pagare le pensioni degli statali della California. Ospraie, altro hedge fund (azionisti come Lehman Brothers e Credit Suisse), si salva grazie all'aumento del frumento. Il mercato è salvo, dunque, al prezzo di molti milioni di persone in meno. Eticamente sensibile? Insensibile? Sopportabile? A leggere le pagine economiche pare di sì. Buona domenica.

 

Più carcere ed espulsioni

Le indiscrezioni sul nuovo «pacchetto sicurezza» del duo Maroni-Ghedini vanno nel senso della tolleranza zero. Con un appiglio europeo: una direttiva che permette di allontanare anche cittadini comunitari (leggi rom e rumeni). Con l'escamotage di fissare una soglia di reddito legale, senza il quale scatterebbe l'allontanamento coatto. Un provvedimento sulla falsariga di alcune ordinanze emanate negli ultimi mesi da alcuni sindaci leghisti del norditalia. Gli altri provvedimenti andrebbero dall'introduzione del reato di immigrazione clandestina alla modifica della legge Gozzini sulla carcerazione, in modo da ritardare le semilibertà, ridurre gli affidamenti ai servizi sociali e togliere gli sconti di pena. Traduzione: più gente in cella in nome della «certezza della pena». Alle porte anche un drastico intervento sulla sospensione condizionale della pena.

 

«Il rischio? Milioni di favoreggiatori» - Daniela Preziosi

«Controproducenti». L'avvocato Giuliano Pisapia, già deputato Prc e garantista doc, commenta così le anticipazioni del pacchetto Maroni-Ghedini sulla sicurezza. Al netto di considerazioni solidaristiche, «restando sui dati». «E i dati dicono che ogni volta che in Italia, dal centrosinistra o dal centrodestra, si sono date risposte di carattere penale a problemi sociali, si sono ottenuti risultati opposti». Iniziamo dall'introduzione del reato di immigrazione clandestina. In Italia ci sono quantomeno 700mila badanti in queste condizioni. Servirebbero 700mila processi, cui si aggiungerebbero tutti quelli per i lavoratori in nero, almeno un milione. Significherebbe distruggere il sistema penale. Ma crede possibile l'introduzione di questo reato? Ne dubito. La normativa europea finora lo ha contrastato. Anche perché rischia di creare un sistema per cui l'immigrazione per chi entra clandestinamente in Francia non commette reato e chi entra in Italia sì. Immaginate come reagirebbe la Francia. Ma c'è una cosa ancora più grave. Introdurre questo reato significa ipotizzare il reato di favoreggiamento nei confronti di chi dà lavoro a un immigrato clandestino, a chi lo ospita e via dicendo. Le conseguenze possono essere enormi. Non si combatte l'irregolarità ingolfando le aule di giustizia e occupando un numero innumerevole di agenti delle forze dell'ordine in questo tipo di attività. Poi c'è la proposta di limitare degli sconti di pena della legge Gozzini. Altro oscuro oggetto di desiderio per la destra. Ho dubbi che un provvedimento del genere possa passare attraverso un decreto legge, porrebbe un problema al capo dello stato. In ogni caso limitare la Gozzini significa non tener conto del fatto che questa legge in realtà diminuisce la ripetizione del reato da parte di chi ne beneficia. Anche qui, una risposta che potrebbe trovare il plauso di gran parte dell'opinione pubblica dimostrerebbe dopo non più di due mesi un effetto controproducente. L'introduzione di nuovi reati ad hoc la convince? Evidentemente chi li propone non sa che ci sono già. Per esempio il furto in abitazione come reato autonomo è stato introdotto nel pacchetto sicurezza del centrosinistra nel 2001. Ma non ha risolto niente. Il problema casomai si affronta con una riforma organica che vada in un senso della certezza della pena, ma non necessariamente della pena detentiva, con più prevenzione, con il controllo del territorio in maniera solidale con i cittadini. Il mio non è buonismo, ma un'analisi criminologica che deriva dai dati. La proposta Maroni-Ghedini, se confermata, è molto diversa dal pacchetto Amato? Stessa linea, identica impostazione. Con un fatto molto grave, l'introduzione del reato di immigrazione clandestina. Ma anche una differenza in positivo: che non limita le garanzie. Di fatto quel pacchetto rendeva esecutiva la sentenza di primo grado e obbligatoria la carcerazione preventiva. In questo caso no.

 

Vendola ci prova: «Sarò segretario» - Sara Menafra

Roma - «La mia visione della salvezza di Rifondazione comunista è radicalmente alternativa a quella dell'attuale maggioranza». Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, scioglie gli ultimi dubbi nel caffè del pomeriggio: si candiderà alla guida del Prc. Meglio, dato che il congresso voterà le mozioni e la vincente sceglierà il segretario, sarà il primo autore del documento in cui Franco Giordano e Fausto Bertinotti (la cui presenza è ancora in bilico) sono ridotti a «semplici» firmatari, posti rigorosamente in ordine alfabetico insieme a tutti gli altri componenti della «corrente». Ha deciso di spiegare tutto al Comitato politico nazionale di questa mattina, ma quel che pensa lo dice subito, alla riunione coi suoi, subito dopo l'assemblea generale tanto fitta da mangiarsi persino la pausa pranzo. Se l'ex maggioranza tornerà a guidare il partito, lui si rimboccherà le maniche, «ma sia ben chiaro che il leaderismo non è la soluzione»: «Nella mia vita - argomenta - sono riuscito a mettermi alla testa di qualcosa solo quando più che il capo designato, ero quello che esprimeva le posizioni più autonome e controcorrente». Agli ex bertinottiani, chiede una gestione «di gruppo», tanto solida da permettergli di restare alla guida della regione Puglia e anzi di correre per il bis nel 2010, provando a ripetere il terremoto del 2005, chissà se ancora alla guida di una coalizione dell'intero centrosinistra, o con una lista «autonoma». Indietro, però, non si torna. L'idea del «congresso a tesi», che Paolo Ferrero continua a ripetere dal palco, o quella di fare un'assemblea in cui non si elegga alcun segretario, come sostengono gli ex bertinottiani Franco Russo e Walter De Cesaris, gli pare una sciocchezza e lo spiega anche al manifesto: «E' una discussione segnata dall'ipocrisia, la cifra dell'unità va trovata nella politica. Alcuni mi accusano di voler sciogliere il Prc, ma io questo partito l'ho fondato e lo curo, piuttosto credo in un processo che costituisca una nuova sinistra. E non accetto che chi ha fatto a pezzi questa comunità si presenti anche come il suo medico». Paolo Ferrero la pensa all'opposto. Dice che la priorità in questo momento sarebbe la costruzione del «coordinamento di tutte le forze decise ad opporsi a Berlusconi» e l'attenzione alle battaglie nella società e nella galassia del lavoro: «La base di partenza delle nostre posizioni è comune. Non capisco perché dobbiamo dividerci su documenti contrapposti, sapendo che ci spaccheremo nei circoli». Lui vorrebbe un congresso a tesi, anche se ormai persino la mozione che ha scritto insieme a Ramon Mantovani e Claudio Grassi è bell'e pronta, limata per la discussione di oggi , se si potesse, butterebbe tutto nella spazzatura: «Se facciamo un documento unitario, sono pronto a ripartire. Daremmo il segnale che vogliamo stare assieme, sarei persino d'accordo con chi dice propone di non nominare il segretario». Troppo tardi, risponde Franco Giordano. Anzi, questa faccenda dell'«unitarietà» è un colpo basso: «Agitare le divisioni solo per motivi congressuali è una grave mancanza di rispetto davanti ai compagni». Per come la vede lui, Ferrero non dovrebbe proprio candidarsi: «Mi sono dimesso e non ho intenzione di correre per la nuova direzione del partito. Forse, però, sarebbe più utile che chi ha avuto la massima responsabilità collettiva si ritiri dall'idea di essere il garante di una possibilità di direzione». Brutto clima, per dirla in due parole. E l'aria non sarà più leggera questa mattina, quando si discuterà di almeno un paio di cavilli congressuali. Piccolezze, inezie magari, che rischiano però di essere decisive in una battaglia all'ultima tessera. Quella sui tempi della votazione, ad esempio, coi sostenitori della mozione Vendola che spingono perché, durante le discussioni di circolo in circolo, le urne rimangano aperte «per un minimo di 2 ore ed un massimo di 4». «E' un modo per aprirsi alla democrazia, alla partecipazione ampia degli iscritti, senno diventa un congresso di burocrati», dicono loro. «E' solo un sistema per chiamare a raccolta i fedeli al momento buono», rispondono gli altri dirigenti, dall'area di Grassi e Ferrero a quella di Falce e martello. Tutti insieme propongono dunque che ogni sezione voti subito dopo la discussione e può essere che oggi abbiano la meglio. O la querelle, quasi archiviata, sugli emendamenti presentati «dall'alto», a livello nazionale, per lasciar spazio alle sottocorrenti delle correnti, o «dal basso», di sezione in sezione. Pare che vinca la seconda proposta, si vedrà solo oggi. Lo scontro tra Vendola e Ferrero, mette nell'angolo le altre tre mozioni che pure rischiano di diventare l'ago di questa malconcia bilancia. L'area dell'Ernesto di Fosco Giannini e Gianluigi Pegolo, la mediatoria mozione di Walter De Cesaris (ex coordinatore della segreteria del Prc), Franco Russo e un pezzo del Forum Donne. E infine quelli di Falce e Martello. Il primo firmatario è il trozkista Marco Bellotti che si guarda attorno un po' stralunato: «A dir la verità, la distinzione politica tra le due mozioni più importanti non mi è del tutto chiara».

 

La «quinta» mozione c'è

La prima firma, probabilmente, sarà quella dell'ex parlamentare Franco Russo. Ma la «quinta» mozione, presentata da un pezzo importante della ex corrente bertinottiana, nelle ultime ore ha raccolto anche il sostegno di una parte del Forum donne, Linda Santilli ed Elettra Deiana, di uno dei due portavoce dei Giovani Comunisti, Federico Tommasiello, e di Gabriella Stramaccioni, direttrice dell'associazione antimafia Libera. Oltre a quello, della prima ora, di Walter De Cesaris, coordinatore della segreteria del Prc quando il capo era Franco Giordano e una sconfitta al tre virgola due per cento non appariva neppure nel peggiore degli incubi. Ed è lui a spiegare una svolta che qualche ex bertinottiano ha vissuto un po' come un tradimento: «Mentre il progetto di Sinistra europea mi convinceva, quello della Sinistra l'Arcobaleno mi pareva basata solo sulla dissolvenza del Prc. Parliamo tanto di non violenza e, poi, in due mesi volevamo imporre la nostra scelta anche all'interno». All'insegna dell'armistizio, la mozione propone che a fine luglio non si elegga alcun segretario: «Ci serve un congresso di discontinuità. Disarmato e pacifico», si legge nel documento che arriverà oggi al Cpn.

 

Il Pd chiama Sd

Claudio Fava prende il posto di Fabio Mussi quasi per acclamazione. L'europarlamentare di Sinistra democratica è stato eletto ieri nuovo portavoce degli ex Ds dai 300 membri del comitato promotore con due soli astenuti. 51 anni, nato a Catania, figlio del giornalista Pippo Fava fondatore del mensile «I siciliani» ucciso dalla mafia nell'84, è un politico di lungo corso ma anche sceneggiatore del film «I cento passi». Nei Ds, Veltroni gli affidò la guida della regione Sicilia. Il suo primo appuntamento ufficiale è ora l'assemblea nazionale del movimento convocata per i primi di luglio. Immediata lettera di auguri di Walter Veltroni a Fava. Con annessa convocazione per un incontro di lavoro. «È perfino superfluo - scrive il leader del Pd - ricordare i molti anni di lavoro comune, l'impegno per cambiare la politica e il rapporto di personale amicizia che mi lega a te come a molti di voi. Nel pieno rispetto delle diverse posizioni e nella loro reciproca autonomia, credo sia opportuno fissare in tempi ravvicinati un incontro di lavoro». Altrettanto immediata la risposta: «Caro Walter - scrive Fava - sono pronto ad incontrarti. Ciascuno con la propria autonomia e su pari dignità ma sapendo che una collaborazione proficua è possibile tra Pd e il nostro progetto di Costituente di Sinistra». Il Pdci riunisce il suo comitato centrale. All'ordine del giorno la convocazione del congresso a luglio. Alle assise le mozioni potrebbero anche essere due se l'europarlamentare Marco Rizzo dovesse «rompere» con la maggioranza di Diliberto.

 

Arcobaleno addio, il tramonto malinconico del Sole che Ride

Matteo Bartocci

Roma - Gianfranco Bettin la racconta così: «Siamo come due persone che si salutano al treno. Stanno zitte per un quarto d'ora e poi appena il treno parte tirano fuori tutto quello che volevano dirsi». E' il tramonto un po' malinconico del Sole che ride. La parola d'ordine nel primo consiglio federale dei Verdi post-cataclisma elettorale è «rigenerazione». Ma le varie fazioni ecologiste, sempre più liquide, si dividono con nostalgia su chi pensa ai Verdi dell'85 o a quelli dell'86. Cioè tra chi punta a un partito federale che lotta nei territori, fatto di movimenti locali e assessori, e chi insiste sulla dimensione nazionale, decentrata quanto si vuole ma pur sempre partitica. Da allora a oggi sono passati ventidue anni un po' così (dalle liste regionali autonome al Girasole con lo Sdi alla Sinistra arcobaleno), con addii livorosi (i «sorci verdi» di Ripa di Meana). E non si è mai più nemmeno sfiorata la mitica vetta del 3,8% di voti dell'89. Chi voleva veder volare le sedie o temeva il bagno di sangue è rimasto deluso. La geografia interna - un tempo divisa tra «destra», «sinistra» e il «grande centro pecorariano» - non esiste più. «Dobbiamo essere autonomi e autosufficienti», dice Pecoraro Scanio dal podio. Nello stesso istante in cortile, davanti ai pochi microfoni rimasti, Angelo Bonelli, ex capogruppo fino a poco fa vicinissimo al presidente del partito, scandisce che «l'autosufficienza ambientalista non ha senso». Smarcamenti personali che preludono a nuovi equilibri, come sempre è accaduto in un partito-movimento anomalo come questo. Si parla anche di alleanze, ovvio. C'è chi vuole iscriversi direttamente al Pd, chi ci si vorrebbe alleare, chi non rinuncia all'unità a sinistra. Nessuno molla l'identità ambientalista, anche se è scolorita. Contrattazioni personali e capannelli di vari dialetti riempiono il cortile del Residence Ripetta a Roma. L'ultimo consiglio federale con Pecoraro Scanio presidente. Le mozioni congressuali ci sono e non ci sono. Nella notte si stringeranno le alleanze decisive in vista del voto di oggi. In concreto i nodi da sciogliere nell'immediato sono due. La nascita di un comitato di gestione più o meno aperto alle federazioni regionali e l'avvio del congresso. Con ogni probabilità si faranno assise in due tappe: a luglio un'assemblea che modifichi lo statuto e le regole interne, in autunno un congresso politico che elegga gli organismi dirigenti e la nuova leadership. Anche perché allora, forse, sarà più chiaro se alle europee del 2009 ci sarà o no lo sbarramento voluto da Pd e Pdl. Nel frattempo, però, il timone dovrebbe restare in mano all'esecutivo dimissionario e al tesoriere. Per il dopo Pecoraro e il comitato di gestione si fanno i nomi più vari, dal magistrato Gianfranco Amendola a Grazia Francescato fino all'europarlamentare Monica Frassoni. Per ora nulla di concreto. Non a caso, forse, Pecoraro Scanio si presenta alla sua ultima relazione da leader senza cravatta ministeriale, come se si fosse liberato di un peso dopo gli ultimi mesi d'inferno. «Contro di noi c'è stata una campagna mediatica ossessiva - esordisce dal podio - che ha raggiunto il suo punto più alto quando abbiamo toccato il sistema dei Cip6 (i 40 miliardi di euro di incentivi agli inceneritori, ndr). Dipingerci come il partito dei no è stata una caricatura, sei mesi fa lo slogan del congresso di Fiuggi era l'ambientalismo dei sì». Da ex presidente ed ex parlamentare Pecoraro ora pensa ad altro: «Tornerò al mio studio da avvocato e ricomincerò a divertirmi facendo politica nei parchi e nella natura», racconta sorridendo circondato dal suo staff. Affida l'ultima difesa a una mozione degli affetti: «Sentivamo lo tsunami elettorale, ci siamo schiacciati sulla zattera della sinistra che però non ha resistito. Oggi vedo emergere dubbi sull'Arcobaleno ma prima del voto nessuno si è opposto o ha avanzato alternative». Nondimeno la ripartenza è ardua: «Le nostre ragioni oggi sono più forti di vent'anni fa ma anche se i cittadini premiano il biologico, le energie rinnovabili e il rispetto della natura siamo inchiodati da sempre al 2%». E' una crisi (o una trasformazione) più ampia. «Fino a ieri - dice Pecoraro - ero l'unico ministro Verde in Europa di un governo di centrosinistra. In Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca e in città come Amburgo gli ecologisti governano sempre con i partiti conservatori o con i centristi». Di ambiente ormai parla anche Rupert Murdoch e i Verdi non ne hanno il monopolio e praticano le mani libere. «La nostra sconfitta - insiste - è soprattutto culturale, riguarda noi e tutta la cultura progressista. Si è chiuso un ciclo ventennale ma dobbiamo trasformarlo in un'occasione di rigenerazione e non di disperazione. Ripartiamo da madre natura». Cioè dalle origini. Subito dopo la relazione più pesante, forse, la svolge il tesoriere Marco Lion. Il futuro è in rosso. Per dire, 37 persone hanno versato attraverso fideiussioni personali 40mila euro a testa in cambio della candidatura e ora sono rimasti fuori dal parlamento e con i debiti in banca. Va da sé che il partito promette di ripagarli a breve. Ma simboli, soldi e sedi sono questioni molto concrete, soprattutto quando si parla di federalismo. Senza parlamentari a Roma è ovvio che i notabili regionali vogliano pesare di più. Chi parla di «gestione federale» allude non troppo velatamente a una «balcanizzazione» del simbolo e dei relativi dividendi elettorali e istituzionali che prelude, secondo Lion, allo sfascio e alla resa dei conti per via paragiudiziaria: «Ricordatevi cosa è accaduto al Pci e alla Dc». «C'è il rischio di un'Opa ostile sui Verdi - avverte il tesoriere a chiare lettere - e non possiamo fare i dilettanti allo sbaraglio, la struttura nazionale è fondamentale e non va smantellata». Anche Pecoraro Scanio ha le stesse preoccupazioni: «Dobbiamo evitare che per una guerra intestina tra di noi paghino le persone che in questi decenni hanno lavorato in federazione». A via Salandra però c'è aria di smobilitazione. Il partito e soprattutto il gruppo editoriale (Notizie Verdi) hanno già chiesto la cassa integrazione per buona parte dei dipendenti (dal capo ufficio stampa al ministero ai portavoce dei gruppi fino ad alcuni parlamentari). La promessa a tutti è di un «purgatorio» di pochi mesi, perché già l'anno prossimo ci sarà da lottare per le europee e nel 2010 per le regionali. La campagna elettorale ha bisogno di risorse e Lion giura che di fieno in cascina ce n'è: quasi 800mila euro. Pochi spiccioli per ripartire. Ma verso dove è ancora presto per dirlo.

 

Roma, va in frantumi la Sinistra Arcobaleno – Eleonora Martini

Roma - Ripartire dai territori. Sì, ma per litigare. Sembra questa l'unica lezione appresa dalla sinistra dopo la cocente sconfitta elettorale. A Roma, in particolare, dove la batosta è stata duplice per l'elezione a sindaco di Gianni Alemanno, il primo immediato risultato è già visibile: l'implosione della Sinistra Arcobaleno. E forse non a caso la deflagrazione è avvenuta proprio alla prova delle realtà locali, negli undici Municipi romani (sui diciannove totali) dove ha vinto la coalizione di centrosinistra, e alla Provincia. Così se la lotta al coltello per l'assegnazione degli assessorati che sta bloccando la formazione delle nuove giunte municipali, era ancora magma bollente coperto dalla cenere, la presentazione della nuova squadra di governo provinciale del democratico Nicola Zingaretti ha fatto da detonatore. I Verdi accusano Rifondazione di aver contrattato a loro insaputa con il Pd per ricollocare il personale politico ormai disoccupato. Ce l'hanno con la nomina di Cecilia D'Elia ad assessore provinciale alla Cultura. E l'ex senatrice Verde Loredana De Petris, che avrebbe potuto essere la candidata alternativa papabile, sbatte la porta e annuncia a nome del partito: «La Sinistra Arcobaleno a Roma non esiste più: ci riprendiamo la nostra autonomia». Ma è proprio l'autonomia, quella delle realtà locali, dei Municipi per esempio, il punto critico di questa fase della sinistra. «C'è sempre stato il tentativo di governare i territori attraverso accordi centralizzati - spiega Sandro Medici, presidente del X Municipio eletto nelle liste di SinArc - che dovevano proiettare i rapporti di forza fino all'ultimo angoletto». E ora, essendosi ristretti terribilmente i posti disponibili, le pressioni dall'alto verso il basso sono diventate schiaccianti. «I nostri partiti non riescono a ragionare sui motivi della sconfitta e su come poter ripartire - continua Medici - e si assiste solo a una banale ripartizione dei piccoli poteri, che diventano sempre più piccoli». Così, siccome il Pd ha dettato le sue regole - se il presidente è democratico, uno dei 4 assessori municipali può andare alla SinArc, altrimenti vanno tutti al Pd -, e siccome sono regole che non vanno giù a nessuno, il «tavolo centrale» non viene riconvocato e la formazione delle giunte è bloccata. Sandro Medici però la sua proposta l'ha già presentata e sta aspettando una risposta. «Ho scelto sulla base di tre criteri: privilegiare le persone competenti; quelle che hanno acquisito esperienza sul territorio, cresciute nei movimenti, nei partiti o nella cooperazione ma sempre a livello locale; e rifiutare la logica delle porte girevoli». Che tradotto in un linguaggio meno nobile vuol dire: «non accogliamo i trombati». Risponde Massimiliano Smeriglio, coordinatore romano del Prc nonché neo assessore al Lavoro per la Provincia: «Bisogna rispettare gli equilibri tra le forze politiche, ma anche la legittima richiesta di autonomia dei municipi». Sono dello stesso parere anche i suoi due omologhi, Riccardo Mastrorillo dei Verdi e Massimo Cervellini della Sinistra Democratica. Entrambi sostengono che, se il computo delle poltrone deve essere stabilito in modo centrale e di comune accordo, la scelta delle persone spetta però al presidente di municipio. D'altra parte, fa notare Mastrorillo, anche le candidature dei presidenti vengono scelte in un tavolo centrale. Il coordinatore verde accusa però il Prc di aver imposto, accordandosi con il Pd, perfino il nome, perdente, di Francesco Rutelli. «Noi non abbiamo mai proposto Loredana De Petris per la Provincia, e all'unità della sinistra ci abbiamo creduto. Ma non tolleriamo la logica della prevaricazione». I Verdi hanno già deciso di fare gruppo a sé in Consiglio provinciale, e stanno ora discutendo di come tirarsi fuori anche da tutte le giunte municipali. «È la crisi del modello Roma che sul decentramento - dice Cervellini -, sui processi di autonomia, negli ultimi anni aveva segnato il passo. Quello che succede ora è frutto dell'accentramento decisionale di Veltroni». E i mal di pancia si amplificano se al centro poi c'è Alemanno. Ma è anche la fine del progetto SinArc, almeno come è stato pensato finora. «Bisognava pensare prima all'unità e al rinnovamento della sinistra, e non solo per le elezioni - conclude il coordinatore romano di Sd - ora la sconfitta elettorale impone un ripensamento, anche se il percorso di elaborazione politica deve andare avanti. Ricominciando però dalle scelte sul territorio».

 

Verona, una piazza per ogni sinistra - Paola Bonatelli

Verona - L'omicidio di Nicola Tommasoli, che ha commosso e indignato l'opinione pubblica nazionale e messo in crisi l'immagine di Verona «sicura» secondo il Tosi-pensiero (Flavio, sindaco leghista della città), ha dato un bello scossone anche a sinistra. Dimostrando una volta di più, se ce ne fosse necessità, che la sinistra è divisa non solo tra partiti, gruppi, formazioni differenti ma che talvolta questi sono divisi pure al loro interno. Per cominciare c'è il documento bipartisan firmato da tutti i capigruppo, escluso Graziano Perini del Pdci. Votato giovedì scorso nella seduta straordinaria del consiglio comunale - 42 voti a favore su 43, Perini contrario - la mozione non nomina neanche alla lontana la matrice nazifascista del pestaggio di Nicola, né tantomeno inserisce il massacro nella lista dello stillicidio di aggressioni che da anni avvengono in città. Il Pd ha firmato e votato il documento ma il consigliere regionale Bonfante, che ha rilasciato un'intervista di fuoco sui legami del sindaco Tosi con la destra radicale, forse non sarebbe d'accordo. E non è d'accordo il gruppo interno al Pd «A sinistra per Veltroni», che lunedì presenterà alla riunione della direzione provinciale un documento che propone non la condivisione con Lega e Forza Italia ma un momento unitario con tutta l'opposizione, in cui i cittadini possano esprimere la loro indignazione per ciò che accade in città. Così, mentre i sindacati confederali hanno manifestato venerdì pomeriggio, da soli, nei pressi di piazza Bra, sabato mattina a Porta Leona, in concomitanza con i funerali di Nicola, si è svolto un presidio spontaneo, le donne a reggere uno striscione che recita «Non uccidete i nostri figli Madri insieme per una Verona civile». Tra loro l'ex deputata e senatrice Tiziana Valpiana (Prc), Donata Gottardi, parlamentare del Partito democratico, varie rappresentanti di sindacati e associazioni, intorno esponenti del Prc, del csoa la Chimica e del Circolo Pink. Ieri pomeriggio invece le associazioni antirazziste del cartello «Nella mia città nessuno è straniero», che avevano organizzato uno spettacolo di canti, poesie e racconti, hanno dovuto ripiegare, causa il lutto cittadino proclamato per Nicola, su una manifestazione silenziosa. Non sarà silenzioso invece il corteo antifascista promosso da un'assemblea cittadina (che si ritroverà martedì sera in Sala Lucchi) e aperto a tutti previsto per sabato 17, che partirà alle 15 dalla stazione di Porta Nuova per concludersi in piazza Erbe o piazza Dante - i luoghi dello «spriz» attorno ai quali si sono succedute molte delle aggressioni degli ultimi anni. Una piazza tematica nella «zona rossa», piazza Bra, che fu vietata alla manifestazione dei migranti lo scorso 25 aprile, e un corteo da piazza Bra a Veronetta è invece la proposta del Coordinamento Migranti Verona e dell'Est Veronese. Sempre alle 15. E proprio sulla manifestazione antifascista unitaria si spacca Sinistra Democratica. Mentre l'ex capogruppo in consiglio comunale Nadir Welponer rilascia interviste in cui dichiara di temere che una manifestazione spiccatamente di parte potrebbe essere vissuta dalla città in modo ostile, Giorgio Gabanizza, coordinatore di Sd, sostiene che la posizione ufficiale del partito è di preparare la giornata tutti insieme, senza che qualcuno la organizzi prima di altri. Decisi i due partiti della sinistra storica: sia Rifondazione, per bocca del segretario provinciale Fiorenzo Fasoli, che i Comunisti Italiani, i quali in questi giorni sono riuniti nel comitato centrale, aderiscono al corteo antifascista. Fasoli precisa: «Noi siamo per la manifestazione più unitaria possibile perché deve essere la manifestazione della città. In questa manifestazione ci stanno benissimo le istanze dei migranti, perché la risposta a questa situazione deve essere data dai veronesi vecchi e nuovi. Ed è per questo che noi lavoriamo perché le due iniziative che ci sono in campo trovino la convergenza e l'unità nel rispetto delle posizioni di tutti». Martedì intanto «Nazirock», il film di Claudio Lazzaro sulle band neonaziste, girerà per le aule scolastiche cittadine. Una proiezione è prevista all'università (Polo Zanotto) alle 10, un'altra alle 15 al liceo Maffei.

 

Bandiere bruciate. Solo in fotografia - Luca Fazio e Giorgio Salvetti

Torino - «Uff...fammi una bella ripresa sulle bandiere che bruciano». Sorpresa. Eccole, ma sono in fotografia, anzi gigantografia, quasi in testa al corteo, solo uno dei tanti striscioni, e la scritta «Israele non è un ospite d'onore». Sgrandangolate da sotto, da una ventina di telecamere disperate, forse fanno notizia lo stesso. Ma forse non è abbastanza. In effetti Torino era stata preparata a ben altro, tipo «settemila spranghe stanno arrivando in città». E circolavano già le voci sull'indirizzo, numero civico compreso, dove andare a gustarsi gli scontri con la polizia. Un nuovo G8, o giù di lì. Si spiega così l'atmosfera che alle 15,30 raggela i trenta gradi di via Madama Cristina, nelle orecchie fischia il tema di Ennio Morricone quando teneva tutti col fiato sospeso nei film di Sergio Leone. Stanno arrivando! Il corteo dei cattivi è là, sullo sfondo. «Signora mi faccia un piacere, si fa fotografare mentre abbassa la saracinesca?». Un raffica di clic che tramortisce. «Signora, dia retta a me, cambi strada, non passi di là». Torino è stata terrorizzata, sono tutti chiusi i negozi lungo i quattro chilometri da percorrere verso il Lingotto, per strada non c'è in giro nessuno, i più coraggiosi stanno alla finestra per assistere allo spettacolo. Si capisce perché (dopo gli occupanti dell'esercito israeliano) i più bersagliati, dai megafoni ma anche nelle chiacchiere tra amici, siano i giornalisti. Ce n'è per tutti, Liberazione e il manifesto compresi, «hanno seguito in maniera indecente questa giornata di mobilitazione». Con queste parole è cominciato il corteo. Sì, ma gli scontri? «Una cazzata, tutto inventato». Il boicottaggio in sé ha spaventato molti, creato malintesi, disturbato le coscienze di chi non può far finta di non vedere che a Torino comunque si stava preparando a sfilare una parte della sinistra che ha il diritto di manifestare contro la politica dello stato di Israele e per il popolo palestinese. Tanto più se le modalità (i toni, i gesti, gli argomenti, le sfumature) sono quelle che si sono viste ieri pomeriggio. Difficile, considerata la pressione e le provocazioni (di Fini, per esempio), riuscire a gestire in modo così «pulito» una piazza dove si sono mescolati i cosiddetti «duri» di mezza Italia: c'era Milano, Roma, Napoli, Genova, Padova, Pisa, Perugia...e naturalmente l'attenta regia del centro sociale torinese Askatasuna, tutti circondati da decine di bandiere palestinesi. Soli. Visto che la sinistra (ex) parlamentare si è data, fatta eccezione per Sinistra Critica, il Pcdl di Ferrando (e il Prc, ma della Val di Susa). Non una scritta sui muri, non un lancio di oggetti alle «forze dell'ordine» (a centinaia nascoste nelle vie laterali), anzi, anche un lungo passaggio silenzioso in via Genova - «per favore, facciamo piano per rispetto ai malati dell'ospedale Le Molinette» - e per finire anche «le navette per riportare i compagni verso la stazione». Organizzazione perfetta. Possibile? E il plotone di giornalisti aggrappati al fattaccio? Costretti a fare avanti e indietro per scovare la notizia, ma è una sola. I manifestanti sono 10 mila, lo dicono loro e senza nemmeno esagerare granché. Certo non è stata una festa, poca musica, molti discorsi, ragionamenti complessi ma sensati e pochi slogan, dove non si va troppo per il sottile, «Palestina libera, Israele assassina». Non si può togliere lo sguardo dai tre bambini - è un'altra gigantografia - con il corpo martoriato, sono Rudeine, Musaab e Salah, e non si può rimanere indifferenti davanti ai nomi degli ultimi palestinesi uccisi poche ore fa. Gli organizzatori del corteo sono offesi perché la stampa ha attribuito loro la volontà di boicottare i libri, continuano a ripeterlo, loro hanno invitato anche scrittori israeliani. Sfila un signore ebreo, alto, con la bandiera israeliana, l'unica del corteo, e la scritta «not in my name». Davanti al Lingotto, improvvisamente, sale la tensione. Una sirena squarcia il silenzio che scuote il piazzale, «no niente - comunica per radio un pezzo grosso della polizia - sono solo i vigili che spaccano la minchia». E infatti sono loro che sfrecciano scortando un carro attrezzi, tutto qui. Il corteo, finalmente, diventa assemblea, a quattro metri di distanza da un muro di agenti in assetto anti sommossa a difesa della fiera del libro. In quei quattro metri, decine di telecamere puntano per l'ultimo disperato tentativo. Uff...ancora niente. Tocca accontentarsi di un fumogeno viola che sfuma sui titoli di coda. Davide, che per tutto il giorno ha cercato di comunicare con i torinesi aggrappati ai balconi, interviene: «Calma, non abbiamo mai cercato lo scontro con la polizia, per noi il corteo finisce qui davanti al Lingotto. Ciò che là dentro continuano a spacciare per cultura è solo marketing politico, la nostra è una scelta chiara ed esplicita: noi siamo dalla parte degli oppressi e contro gli oppressori, ed è normale così». L'obiettivo è stato raggiunto: far sentire la voce della Palestina alla Fiera del Libro. Si poteva fare in mille modi diversi, ma si poteva anche discuterne da subito semplicemente per quello che poi è stato. Un semplice riuscitissimo corteo. Fine. Del resto, come aveva previsto una vecchia volpe del movimento quando ancora aleggiavano le settemila spranghe, «è una giornata, poi passa...ormai siamo diventati filosofi».

 

Birmania, un voto con l'acqua alla gola - Marina Forti

Nelle province del delta del fiume Irrawaddy, devastate una settimana fa dal ciclone Nargis, un milione e mezzo di sopravvissuti aspetta ancora qualche soccorso. Ma nel resto di Myanmar (la Birmania) ieri erano aperti i seggi elettorali: disastro o no, la giunta di generali che governa questo paese di 53 milioni di abitanti ha voluto che si tenesse come previsto il referendum che dovrà approvare una nuova costituzione, scritta per perpetuare il potere dei militari. Il ciclone Nargis ha messo in evidenza la fragilità della Birmania, con il suo regime militare isolazionista: tanto isolazionista da continuare a tener fuori i soccorritori che in questa situazione potrebbero prestare aiuto. A sette giorni dal disastro, la Croce rossa stima che solo 220mila sopravvissuti siano stati raggiunti da qualche aiuto, cioè una piccola parte delle persone colpite. Il secondo disastro. L'urgenza più grande sono i sopravvissuti. Il governo birmano parla di 23mila morti e 37mila dispersi, ma i rappresentanti internazionali nella ex-capitale Rangoon temono che il bilancio possa arrivare a centomila. Soprattutto, le Nazioni unite stimano che tra 1,5 e 2 milioni di persone siano state colpite: nel delta del fiume interi villaggi sono stati sommersi, gran parte delle case distrutte. Le Nazioni unite fanno appello per raccogliere 187 milioni di dollari in aiuti urgenti. Ieri alcune testimonianze hanno riferito che decine di migliaia di profughi, affamati e sotto shock, stanno arrivando nella cittadina di Myaung Mya, a ovest della ex capitare Rangoon e appena fuori dalla traccia del ciclone. I loro villaggi sono allagati, non hanno nulla con sé, si sistemano in una quindicina di scuole e monasteri: ma trovano solo un po' di carità pubblica perché nessun aiuto, cibo o cure mediche è arrivato dalle autorità. A Labutta, cittadina nella parte del delta più vicina al mare (80% delle case distrutte e migliaia di morti), un terzo dei sopravvissuti ha ferite ricevute durante il ciclone e molti sono in condizioni settiche, cioè hanno infezioni entrate nel sangue: se non trattate al più presto possono causare la morte. I responsabili di agenzie internazionali come l'Oms dicono che un «secondo disastro» è in agguato, se non arriveranno i soccorsi. Diarrea e malaria hanno cominciato a colpire. A peggiorare le cose, la prossima settimana sono previste nuove piogge torrenziali. Braccio di ferro sugli aiuti. Il senso di urgenza non è arrivato però al governo birmano. Nessun operatore delle agenzie internazionali ha ancora avuto il visto per entrare in Birmania. Il Programma alimentare mondiale ha ricominciato a mandare aerei di derrate di soccorso, anche se i primi due sono stati confiscati dalle autorità militari a Rangoon. «Stiamo discutendo con le autorità come distribuire il cibo e i soccorsi portati dal Pam», ha fatto sapere ieri il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, che si sta adoperando per risolvere il problema dei visti: purtroppo neppure lui è ancora riuscito a contattare il capo della giunta militare, Than Shwe. Sui soccorsi si sta giocando un braccio di ferro tutto politico. Finora la giunta militare ha accettato aiuti dai vicini paesi asiatici (India, Thailandia, Cina e altri), meno critici nei suoi confronti. Solo ieri i generali hanno approvato un volo di aiuti degli Stati uniti (un cargo C-130 arriverà lunedì con sistemi per purificare l'acqua), e sono in arrivo anche navi Usa e francesi. Il vero problema però resta come distribuire i necessari aiuti sul terreno: la giunta militare non vuole occhi stranieri, la tv di stato continua a mette in guardia da «interferenze straniere. Negli ultimi giorni poi la tv di stato ha trasmesso incessante lo «spot» di cinque giovani attrici che cantano «Andiamo a votare», «vieni anche tu a votare», su sdolcinato ritmo pop. Lo spot dei generali. Scomparse le immagini del disastro naturale, l'unico vago accenno sono sorridenti generali - tra cui il leader della giunta di governo, generale Than Shwe - che consegnano pacchetti a piccoli gruppi di persone dal volto grato. Il governo birmano ha dunque ignorato gli appelli di agenzie umanitarie, Nazioni unite e dell'opposizione, che chiedevano di posporre il referendum. Solo nelle zone disastrate il voto è stato rinviato di due settimane. L'ordine era votare sì. E le agenzie di stampa ieri descrivevano elettori nervosi, i pochi che parlano dicevano di votare per obbedire agli ordini. Nell'ultimo mese decine di attivisti sono stati arrestati a Rangoon durante pacifiche manifestazioni per chiedere di votare no. Anche prima del ciclone, sia il progetto di carta costituzionale che l'idea di metterla ai voti erano state bocciata dall'opposizione, che parla di «farsa».

 

Viaggio nella rabbia anti sciita dei bastioni sunniti - Michele Giorgio

Tripoli - Il valico di al-Kaa è la finestra del Libano sul mondo. Certo si dice che oggi riaprirà l'aeroporto di Beirut ma in realtà regna l'incertezza sul futuro immediato dello scalo internazionale, isolato da Hezbollah e dai suoi alleati in risposta ai provvedimenti del governo contro la rete di comunicazione indipendente del movimento sciita. E sino a quando il valico di Masnaa a sud della Bekaa continuerà a rimanere chiuso per gli scontri che si ripetono nella vicina Shtura, al-Kaa nel nord del Libano, almeno fino a ieri, era l'unica via d'uscita e di ingresso nel paese sconvolto da violenze che fanno temere una nuova guerra civile. Al valico la gente si ammassa. Scappano i lavoratori siriani che tornano in patria temendo di venir coinvolti nel confronto armato tra i miliziani sunniti sostenitori del governo filo-occidentale e quelli dell'opposizione capeggiata da Hezbollah. Ma partono anche intere famiglie, che passando per la Siria si dirigono in Giordania. Un viaggio in auto che, inclusi i controlli da superare in ben di tre frontiere, può portare via anche una intera giornata, nonostante i chilometri da percorrere siano appena poche centinaia. «Non credevo che il Libano sarebbe arrivato tanto vicino ad una nuova guerra civile - dice Maisa al-Sader, residente a Baalbek - e invece continuiamo a commettere gli stessi errori». Il marito, Ziad, da parte sua punta l'indice contro il governo di Fuad Siniora che da queste parti, nella Valle della Bekaa, dove sventolano un po' ovunque le bandiere gialle di Hezbollah, non ha molti sostenitori. «Quelli del "14 marzo" (il fronte antisiriano) vogliono regalare il Libano ai nemici sionisti e agli americani ma non ci riusciranno», afferma l'uomo senza temere di parlare a voce alta. A qualche metro un paio di giovani, con una smorfia, manifestano il loro dissenso. Tutti gli altri si mostrano indifferenti, preoccupati soltanto di recuperare qualche posizione nella fila scomposta davanti al controllo passaporti. Dall'altra parte del vetro poliziotti con gli occhi rossi e gonfi dalla stanchezza si affannano a maneggiare timbri e documenti. L'unico che appare meno provato dalla pesante giornata di lavoro è il militare responsabile per i visti d'ingresso. Negli ultimi quattro giorni sono state ben poche le persone entrate in Libano. Qualche giornalista straniero, i diplomatici e uomini d'affari arabi preoccupati per il futuro dei loro investimenti. Chi ora passa per quel valico lo fa solo per andare via. Raggiungere Tripoli non è semplice arrivando da al-Kaa. Occorre aggirare il Monte Libano e tornare verso il nord, lungo la costa. Transitando per Jbeil e le vicine cittadine cristiane non si nota alcun segno di tensione ma solo un insolito scarso traffico automobilistico. A Tripoli il clima è ben diverso, anche se la città vive la sua vita di tutti i giorni. In questa roccaforte storica del sunnismo, che ospita esponenti del salafismo più oltranzista e sostiene il leader della maggioranza di governo Saad Hariri, il blitz dei militanti sciiti che, venerdì, in pochi attimi hanno occupato l'intera Beirut Ovest, la zona musulmana, è stato come la violazione di una «linea rossa». Abed, 23 anni, studente di architettura, non si definisce «religioso». Ma quanto è accaduto a Beirut lo sconvolge. «Tanti mi avevano detto che gli sciiti non sono veri musulmani - dice - mi ero rifiutato di accettare questa discriminazione ma quando ho visto cosa hanno fatto (a Beirut) e cosa hanno distrutto (i media di Hariri, ndr) mi sono reso conto che noi sunniti non possiamo rimanere passivi e che (gli sciiti) non dovranno mai avere potere». Per Ahmed, 27 anni, amico e collega universitario di Abed, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non è un eroe della resistenza contro Israele ma un «codardo». "Verrà presto il giorno in cui pagherà per i crimini che ha commesso», avverte con tono perentorio, non mancando di lanciare accuse anche al premier Fuad Siniora. «Deve farsi da parte - afferma - perché è troppo debole e non sa come affrontare Hezbollah, è venuto il momento dei fatti, le parole non servono più». L'idea della vendetta, della rappresaglia per l'umiliazione subita a Beirut prevale a Tripoli e in molte altre località del nord, in particolare ad Akkar, bastione dell'ortodossia sunnita. Ieri ad alimentare il desiderio di rivincita sono state anche la strage a Tariq Jadide di sei persone durante i funerali di militante di Mustaqbal, il partito di Hariri, e l' uccisione di un attivista sunnita ad Halba nel nord del paese. La guerra civile forse è evitata - almeno questo è quello che tanti libanesi preferiscono pensare in queste ore dopo l'annunciato ritiro dei miliziani dalle strade di Beirut - ma il Libano potrebbe presto essere preso in una spirale di ritorsioni e vendette.

 

In Serbia le prime elezioni dopo lo «scippo» - Tommaso Di Francesco

Belgrado - Oggi in tutta la Serbia circa sette milioni di cittadini andranno a votare per le elezioni politiche. Dovranno decidere chi sarà a guidare il paese dopo lo «scippo» dell'indipendenza della regione del Kosovo, mai avallato dal Consiglio di sicurezza Onu e proclamato a Pristina in modo unilaterale contro il diritto internazionale. Ma sostenuto invece dagli Stati uniti e dalla maggior parte dei paesi dell'Unione europea - ma non da Spagna e Grecia. E che vede l'aperta contrarietà della Russia ma anche, finora, della maggior parte dei paesi del mondo. Quello strappo avvenuto a febbraio ha mandato in frantumi l'unità dell'esecutivo serbo. Non, come si preferisce raccontare, per ignoranza e pressappochismo, tra filoeuropei e filoslavi. Ma tra chi, come il premier uscente Vojslav Kostunica protagonista della cacciata di Slobodan Milosevic nell'ottobre 2000, vuole che tutta la Serbia entri nell'Ue con la sua unità territoriale che comprende il Kosovo, come gli riconosce la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu. E chi, come lo schieramento di partiti che vanno dal Partito democratico al Movimento G-17, si apre subito e comunque all'Ue, pensando che il Kosovo, pure inalienabile, non vale l'esclusione dall'Occidente e soprattutto dal suo mercato. Comunque andrà, sarà un risultato di scontro. Per elezioni tutt'altro che democratiche. In Occidente, infatti, mal avremmo sopportato l'intrusione e la pressione di chi avrebbe dovuto essere super partes, come il presidente della repubblica Boris Tadic, e dell'Ue, che avrebbe dovuto assistere e invece è diventata uno dei partiti di Belgrado. Si è arrivati così al massimo d'ingerenza con la sceneggiata della firma del Trattato di Adesione e stabilizzazione che in realtà, secondo il testo, è solo un atto formale subito sospeso e rimandato perché sono comunque passati i veti di Olanda e Belgio che condizionano l'adesione serba alla consegna dei super-ricercati Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Per continuare con l'improvviso annuncio in tv dell'acquisto del 70% della Zastava dalla Fiat; e per finire con la notizia - ancora solo parole - del ricorso in appello del Tribunale dell'Aja contro l'ex premier kosovaro albanese Ramush Haradinaj - «il gangster in divisa» secondo Carla Del Ponte - che la stessa Aja ha prima processato per crimini contro l'umanità e crimini di guerra contro civili serbi e rom e poi ha tranquillamente assolto su pressione dell'Unmik, il famigerato protettorato Onu che tanto male ha fatto finora. Un' assoluzione vergognosa che ha colpito e compattato tutta l'opinione pubblica serba. All'ultimo momento anche la Russia, tornata nei Balcani con il ruolo prezioso di protettrice della Serbia, è corsa ai ripari con Vladimir Putin che ha dichiarato il suo appoggio incondizionato a Kostunica. La pressione esterna, secondo i sondaggi sia occidentali che serbi, ha comunque ottenuto il risultato di far crescere le quotazioni dello schieramento «Per una Serbia europea» che fa capo al Partito democratico del presidente Tadic, dato ora al 34%. Ma tutti danno come primo partito, con il 35% dei consensi, i Radicali serbi ultranazionalisti di Tomislav Nikolic. E' così evidente la questione che perfino l'Ue, che finora ha tirato la volata al Partito democratico, venerdì per bocca del ministro degli esteri sloveno e presidente di turno dell'Unione Dimitri Rupel, si è sentita in dovere di dichiarare che «qualora vincessero i nazionalisti tratteremo con loro». Come, sempre dai sondaggi, emerge il rafforzamento dello schieramento ultra-europeo, ma anche la conferma dell'indicazione di Kostunica nel ruolo di premier e di «ago della bilancia» per il suo Partito democratico serbo accreditato al 12-13%. Il paese è spaccato e lo scontro è nell'aria. Con mille interrogativi. Se vince il Partito democratico, il Kosovo è perduto per sempre? Mentre è chiaro che, stavolta, i nazionalisti democratici e moderati del Partito democratico serbo di Kostunica si coalizzeranno con i Radicali. Questi ultimi, pur essendo eredi di Vojslav Seselj ora in carcere all'Aja dove si è autoconsegnato e dove viene processato per crimini di guerra, di fatto, da sempre, dopo l'era Milosevic, sono il primo partito ma inesorabilmente sono stati messi da parte dalla coalizione tra democratici e nazionalisti moderati, rappresentata prima da Zoran Djindjic- Vojslav Kostunica, poi dopo l'uccisione del premier nel 2003, da Tadic e sempre da Kostunica. Il fatto è che entrambi, anche ora, non possono fare a meno dell'Unione europea e nemmeno possono consentire alla autoprivazione del Kosovo. Insieme hanno ottenuto, proprio in questa settimana, che i serbi del Kosovo, la cui indipendenza unilaterale non è riconosciuta e non lo sarà mai dalla Serbia, possano votare per le elezioni sia politiche e amministrative. L'Unmik, nel disprezzo della Risoluzione 1244, aveva deciso di impedirlo. Perché il Kosovo non è sullo sfondo. E' in primo piano. Il voto serbo in quelle zone e l'autonomia dei monasteri, difesi dai tank della Nato, preparano di fatto l'autonomia politica e istituzionale di chi si sente «indipendente dall'indipendenza unilaterale di Pristina». Un Kosovo che aspetta o la discesa nel limbo della dimenticanza o l'incalzare di una mobilitazione che potrebbe far muovere l'esercito di Belgrado e metter in allarme i contingenti Nato. Qui l'Ue a guida franco-tedesca ha fallito. Ha provocato la rottura dell'unità a Belgrado, la crescita di consenso per gli ultranazionalisti, la protesta violenta contro le ambasciate dei paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza di Pristina e la rivolta dei serbi di Mitrovica. Anche quando Bruxelles ha deciso d'inviare la missione Eulex, «civile e di polizia», per gestire e imporre l'indipendenza etnica. In questo senso il voto a Belgrado è anche un giudizio sull'Europa ancora una volta divisa sui Balcani a nove anni dalla guerra «umanitaria» della Nato fatta, alla fine, per legalizzare l'ennesima indipendenza etnica balcanica.

 

Liberazione – 11.5.08

 

Inizia il congresso del Prc: le mozioni sono diventate cinque – R.Velchi

Qualcuno lo definisce un Comitato politico stanco, che ha fretta solo di licenziare i documenti e il regolamento del congresso di Rifondazione che si svolgerà a luglio. In realtà, anche ieri non sono mancate le novità, che, di fatto, rimescolano le carte nella sfida che vede contrapposti l'ex segretario Franco Giordano e l'ex ministro Paolo Ferrero. A cominciare dalla "quasi" candidatura di Nichi Vendola alla segreteria del partito e dalla "comparsa" di un nuovo documento, sottoscritto da Franco Russo, deputato uscente, e da Walter De Cesaris, già coordinatore della segreteria nazionale. I documenti congressuali salgono così a quota cinque, proprio mentre il tema al centro della maggior parte degli interventi è stato quello dell'unità. Com'è noto, Ferrero e Grassi (che guidano la componente maggioritaria che si oppone alla linea Giordano-Vendola) sostengono l'ipotesi di un documento unico a tesi emendabili anziché a documenti contrapposti, come vogliono i "bertinottiani". E sono tornati a ribadirlo ieri: perché non si può fare come a Carrara (la conferenza di organizzazione di un anno fa, che si chiuse, appunto, con un documento unitario)? chiede Grassi. Quel modo di discutere aiuterebbe il dibattito a concentrarsi più «sulla sostanza» che su «chi sarà segretario». Ne va della «difesa del corpo collettivo» del partito, aggiunge Ferrero: a Carrara «non è venuto giù il soffitto» perché si sono valorizzati gli elementi di vicinanza politica piuttosto che di divergenza. Perciò, Ferrero rilancia e si dice disposto a «smontare e riscrivere il documento» se si decidesse per il congresso a tesi. «Non prendiamoci in giro - taglia corto Alfonso Gianni, tra i collaboratori più stretti di Bertinotti - Il dovere della proposta sta alla maggioranza, che sia transitoria o meno». Non è detto, cioè, che fare un congresso a tesi significhi più unità e concordia; può essere benissimo il contrario. Dunque «il congresso va cominciato subito, misuriamoci sulle proposte, votiamo». Perché c'è un tema che non può essere lasciato in sospeso. Ed è quello del pericolo della «polverizzazione, della dispersione, della diaspora» della sinistra: per Gianni, si deve rimettere in piedi un processo «che parte da Rifondazione ma non si ferma a Rifondazione, perché sennò è già morto in partenza». Anche più duro Giordano, secondo il quale si sta agitando «il tema dell'unità per un puro posizionamento congressuale». Altrimenti perché prima «ci accusate di voler sciogliere il partito e poi ci chiedete di partecipare ad un documento unitario?». E a un Ferrero che propone di arrivare ad una «gestione unitaria» del partito dopo il congresso («Non sono contrario alla proposta di Russo di stare senza un segretario per un certo tempo» se questo aiuta l'unità), la replica di Giordano è netta: «Come ovvio io non mi candido ad alcun ruolo esecutivo. E così dovrebbero fare tutti coloro che hanno avuto incarichi direttivi importanti. E' una questione di stile». Dunque, meglio un confronto serrato su «posizioni nettamente chiare», come afferma Salvatore Bonadonna. «Chi dice che cinque documenti non sono una cosa buona, perché non comincia con il ritirare il suo? - provoca Rina Gagliardi - La verità è che ci sono differenze politiche importanti e metterle tutte in una sola tesi non avrebbe altro effetto che rendere inutili tutte le altre. Dunque, che differenza c'è?». Sotto traccia, tra gli esponenti della ex maggioranza, c'è l'accusa che il documento unitario a tesi serva a Ferrero e Grassi per mitigare le proprie differenze interne di impostazione politica. «A chi mi chiede come faccio a stare con Grassi - replica a muso duro Ramon Mantovani - io rispondo: "E tu come fai a stare con X, Y e Zeta?". Mai avuto problemi, purché sia sulla base di una posizione politica chiara». «Con Ferrero io ci sto benissimo - sostiene anche Alberto Burgio, della componente di Grassi, "Essere comunisti" - Le presunte incompatibilità così radicali sono strumentalizzate, perché in realtà non ci sono». Il tema del congresso a tesi, però, è trasversale, se così si può dire, agli "schieramenti" interni al Prc. Lo auspicavano anche Russo e De Cesaris, i quali, alla fine, si sono decisi a dar vita ad un loro documento, che, sulla carta, può togliere voti sia agli uni che agli altri. Tanto che già, dietro le quinte, si comincia a ragionare sull'ipotesi che al congresso nessuno dei documenti arrivi a raggiungere il 51 per cento. «Se ci sono due documenti, perché non dieci?» si domanda retoricamente Russo. Il quale propone di non eleggere alcun segretario (è ora che si «sperimentino modi d'essere, anche organizzativi, diversi») e che si possano esprimere delegati anche con un semplice ordine del giorno: «E' un modo per non militarizzare il partito, per siglare una tregua e dire che non ci sono nemici al nostro interno». Per essere presentato, il documento deve raccogliere almeno cinque firme; ma, a meno di sorprese, Russo ce le ha già, se è vero che lo appoggiano, oltre a De Cesaris, anche Elettra Deiana e una parte del Forum Donne. E' il segno che gli schieramenti interni si vanno complicando. Dunque, 5 documenti. Il primo, quello appoggiato da Ferrero e Grassi (firmatario iniziale Maurizio Acerbo), propone la ricostruzione del Prc, scartando qualsiasi ipotesi di superamento del partito, di costituenti della sinistra o dei comunisti. Anche se Ferrero considera necessario un rapporto con Pdci, Sinistra democratica e Verdi e anzi propone di mettere subito in piedi un «coordinamento di tutte le forze della sinistra per fare l'opposizione al governo Berlusconi», anche costruendo delle «case della sinistra» per «riabitare i territori» e non lasciarli in mano alle destre. Il secondo documento ha come primo firmatario proprio Nichi Vendola, che di solito equivale ad una candidatura. Non ci sono dichiarazioni ufficiali, ma «se la comunità mi chiederà una disponibilità, io sono pronto a riflettere». Nel pomeriggio, intervenendo alla riunione della mozione, Vendola ha sostenuto la necessità di aprirsi all'esterno, perché la sorte del Prc non riguarda solo il Prc, e di essere chiari, limpidi nella proposta politica, sapendo che salvare il Prc è precisamente difendere il processo innovativo di cui è stata protagonista Rifondazione. Il documento, che probabilmente sarà firmato dallo stesso Bertinotti come semplice componente del Cpn (cioè tra i nomi in ordine alfabetico) ed è appoggiato dai principali esponenti della ex maggioranza (oltre Giordano, Caprili, Gagliardi, Gianni, Mascia eccetera), rifiuta l'arroccamento identitario e rilancia l'idea della ricostruzione della sinistra (della «costituente della sinistra», per dirla con Gennaro Migliore) che abbia in Rifondazione il principale protagonista. Il terzo e quarto documento fanno riferimento a due minoranze "tradizionali" del Prc: l'"Ernesto" (Fosco Giannini-Gianluigi Pegolo) e "Falce e martello" (Claudio Bellotti), da sempre contrari alla partecipazone al governo Prodi e allo scioglimento del Prc. «Le posizioni si vanno avvicinando - dicono Pegolo e Giannini - Ci sono troppe ambiguità, specie nel documento di Ferrero-Grassi. E' un dibattito sulla leadership. Giordano e Ferrero discutono solo sulle modalità del congresso e non sul punto politico centrale. Che per noi è costruire un grande partito comunista partendo dal Prc». «Noi ci opponiamo alla forza centrifuga che agisce nel partito - sostiene Bellotti - per cui ognuno si fa la sua costituente. Questo è un congresso in cui il gruppo dirigente deve rendere conto al partito». Il vero braccio di ferro, comunque, ci sarà oggi con le votazioni sul regolamento, in particolare sulle modalità di voto dei documenti nei congressi locali. In campo, le posizioni sono due. La proposta di Ciccio Ferrara (che era responsabile organizzazione nella ex segreteria) è di fissare un tempo largo «minimo due ore, massimo quattro» per permettere una partecipazione più ampia e democratica, allargando anche a chi non partecipa al dibattito, per avere un partito «non di soli quadri e dirigenti» come spiega Giordano. La controproposta è quella dell'appello nominale con doppia chiama (sul modello della Camera dei deputati) subito dopo la fine del dibattito: «Così si evitano le truppe cammellate», spiegano dall'altra parte. Per la cronaca, nella discussione di ieri è entrata più volte anche Liberazione . Ad alcuni non è piaciuto il titolo "Gulag Cgil" («Sono allibito», dice per esempio Stefano Zuccherini, senatore uscente), ma la critica più forte riguarda il modo in cui il giornale ha trattato la vicenda di Verona (tema sollevato da Gino Sperandio). A Graziella Mascia che invitava a prendere atto «che è stata Liberazione a lanciare la manifestazione e che ha dato una mano», dalla platea si è replicato: «A chi ha dato una mano? A Casarini...».

 

Una rappresentazione tutta ideologica del dramma mediorientale

Fabio Amato

Ieri si è svolta a Torino la manifestazione contro la Fiera del Libro, che ha come ospite d'onore Israele. Da diversi mesi si è aperto un dibattito, non solo in Italia, sul valore simbolico e politico di questo evento. Celebrare la nascita di uno Stato, nato sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite, e dimenticare che esiste un popolo intero che è da 60 anni esule, profugo, rifugiato, che giustamente rivendica la sua memoria, ovvero quella della catastrofe seguita alla cacciata di migliaia di donne e uomini dalle terre e dai villaggi che abitavano da secoli, non può che suscitare dibattiti, discussioni, anche aspri. Soprattutto in un momento nel quale viene intensificata la pressione militare su Gaza e Cisgiordania. Noi abbiamo criticato l'idea del boicottaggio. Si può discutere, come avviene in tutto il mondo della solidarietà alla causa palestinese, anche nella stessa Israele, se usare o meno questo strumento di pressione. Io penso che sia uno strumento efficace in casi come la cooperazione militare o di beni provenienti dagli insediamenti. Sbagliata nel caso di una fiera del libro, anche se questa è usata con intenti propagandistici. Il rischio è che assisteremo per l'ennesima volta a una rappresentazione tutta ideologica del dramma mediorientale. A rimanere sullo sfondo, ancora una volta, rischierà di rimanere l'altra storia, come ci ricorda Edward Said, colpevolmente rimossa dall'Occidente, che la nascita dello stato di Israele ha portato con sé, ovvero l'inizio della tragedia del popolo palestinese, la Nakba. L'opinione pubblica italiana, rimarrà comunque all'oscuro delle continue prepotenze e violazioni della legalità internazionale che il governo d'Israele compie quotidianamente. E sulle quali, non vi è uguale presa di posizione di quanti invece intervengono, sempre e comunque, in difesa del governo israeliano. Non saprà del muro dell'apartheid, della confisca di terra ai palestinesi, dell'assedio alla popolazione civile di Gaza, delle punizioni collettive. Non saprà dell'espansione degli insediamenti, della colonizzazione di Gerusalemme, della detenzione di oltre 10.000 palestinesi nelle carceri israeliane. Del persistere di un'occupazione illegale che va avanti da 40 anni.. Siamo convinti che solo da una pace giusta, può nascere una sicurezza per entrambi i popoli. Per il diritto di entrambi ad uno stato. Solo che molti dimenticano che mentre Israele esiste, appunto, da sessant'anni, la Palestina ancora no, nonostante anche nel suo caso lo esiga il diritto internazionale. Come dimenticano che autorevoli membri del governo di Tel Aviv (per favore, cari cronisti di tv, radio e giornali, non continuate a scrivere di Gerusalemme, poiché non è riconosciuta internazionalmente come capitale, in quanto occupata militarmente e oggetto di una specifica risoluzione dell'Onu), hanno posizioni apertamente razziste, vedi Lieberman. E che è innegabile la volontà politica della maggioranza delle forze politiche israeliane di voler imporre una soluzione unilaterale al decennale conflitto, di tenere in piedi un processo solamente con l'obiettivo di evitare l'isolamento internazionale. Il processo di pace e la soluzione dei due stati per i due popoli, è oggettivamente compromessa ogni giorno di più dalla politica dei governi israeliani, sostenuti dagli Usa, che hanno, smentendo gli impegni di Oslo, praticato una politica del fatto compiuto. Troppo il silenzio e il conformismo della comunità internazionale. Troppa l'indifferenza che ha permesso il crescere di fondamentalismi e allontanato una pace possibile, purché giusta. La tragedia che ora sta infiammando il Libano, ci dice dell'urgenza di rimettere il tema della pace e della questione palestinese al centro dell'agenda politica. Il movimento di solidarietà e per la pace dovrà essere capace di unire e non di dividere. Dovremo capire come farlo, evitando una competizione che non aiuta nessuno, prima di tutto il popolo palestinese.

 

Morris: «Conosco tutti i crimini di Israele. E li approvo» - Stefania Podda

Torino - Per essere uno che - per quello che scrive e per quello che dice - è odiato un po' da tutti, a sinistra e a destra, il professor Benny Morris sembra non dar gran peso alla generale riprovazione. Lo storico che, con i suoi decenni di studi e decine di saggi, ha aperto il vaso di Pandora del sionismo, finendo con il rivelarne il lato oscuro, è un tarchiato e anziano signore, dai capelli ricci e scomposti, che tiene la sua conferenza al Salone del Libro di Torino in maniche di camicia. E' qui per presentare il suo nuovo libro "Due popoli, una terra", edito da Rizzoli. E' torrenziale, non conosce toni sfumati e se infischia del politicamente corretto. Di certo, che lasci parlare i suoi saggi o che si metta a fare il polemista politico, non ha paura di esporsi. Dice cose terribili, con un serafico sorriso stampato in faccia e l'aria di chi sa di scandalizzare il proprio interlocutore, prigioniero di un moralismo che lui è invece capace di saltare a piè pari. Morris, docente all’università Ben Gurion di Beer Sheba è considerato il capofila dei cosiddetti nuovi storici israeliani, gli studiosi che a partire dagli anni Ottanta demolirono l’immagine edificante che la storiografia ufficiale aveva trasmesso sulla nascita di Israele e sulla condotta dei suoi padri fondatori. Nel 1988 pubblica un libro di quattrocento e passa pagine che cambia la storiografia israeliana, inaugurando un nuovo filone. “The Birth of the Palestinian Refugee Problem” documenta l’esodo di massa dei palestinesi, la Nakba che seguì la nascita dello Stato ebraico. Morris non si ferma davanti alle verità che emerge frugando negli archivi. Scopre che la vulgata passata nei libri e nella coscienza dell’opinione pubblica israeliana - che crede che i palestinesi lasciarono la terra per propria volontà o perché convinti dai loro leader e dai paesi arabi, entrambi colpevoli di aver illuso la propria gente su una imminente vittoria finale sugli ebrei - è falsa. Epica, ma falsa. Morris documenta i crimini di guerra commessi dagli israeliani, racconta dei massacri nei villaggi, li segna uno per uno su una cartina. Ma non si spinge sino ad affermare che venne perseguito un piano organico di espulsione, gli mancano i documenti sul periodo 1947-1949, quegli archivi sono chiusi. Otto anni dopo, gli archivi vengono aperti e Morris fa uscire una nuova versione del suo libro. E questa nuova edizione è ancora più difficile da digerire per Israele. Morris scrive sulla base dei nuovi documenti che ha potuto consultare e scrive che i massacri furono in realtà molti di più di quanto pensasse anni prima. Parla di 24 casi documentati, per un totale di 800 morti. Parla dei villaggi sgomberati dalle truppe dell’Haganah (le forze di Difesa che precedettero l’avvento dell’Israeli Defense Force) e dagli attacchi degli estremisti dell’Irgun di Menachem Begin e del Lehi di Yitzhak Shamir. Parla anche di stupri, ma soprattutto parla di David Ben Gurion e gli imputa una precisa volontà di procedere alla pulizia etnica della Palestina. Una volontà non documentata da un ordine scritto, ma da una serie di input che Ben Gurion diede e che erano ben compresi dagli ufficiali e dai soldati che poi sgomberarono i villaggi, costringendo alla fuga decine di migliaia di palestinesi e coltivando anche un senso di impunità per quelle azioni. Azioni coperte – lo dice sempre Morris – dallo stesso Ben Gurion che non punì chi si era reso responsabile di crimini di guerra. Certo,ci furono palestinesi che andarono via per obbedire a precisi ordini dell’Alto comitato arabo e dei leader palestinesi, ma furono pochi casi. Insomma l’eccezione, non la regola. Con l’uscita della prima versione del suo saggio, Morris diventa la bandiera della sinistra. Il suo volume – si dice - aiuta la causa palestinese, svela l’inganno e la tragedia dietro la grande utopia del sionismo. Un bel coraggio, in un paese che sente di vivere sotto assedio e a perenne rischio di scomparsa. I suoi colleghi gli tolgono il saluto, l’establishment accademico lo accusa di aver tradito il proprio paese, la stampa conservatrice lo attacca. Morris lascia che sia il suo testo a parlare per lui e intanto continua a lavorare sulle fonti. Sino alla svolta. A partire dal 2003 comincia a pubblicare sul “Guardian” una serie di interventi che lasciano basiti i suoi estimatori. Dice di non credere più nella pace, che i palestinesi e gli arabi non hanno alcuna intenzione di convivere con Israele, che vogliono distruggerlo, nient’altro. Poi, nel 2004, mentre sta per uscire il suo libro riveduto e corretto, rilancia un’intervista-bomba ad Ha’aretz. Dice di tutto: che la pulizia etnica fu cosa buona e giusta, che Ben Gurion avrebbe dovuto completare il lavoro e bonificare tutto Israele e i territori, che è in atto uno scontro di civiltà tra il barbaro Islam e l’illuminato Occidente. La colomba si è fatta falco, e la sinistra e gli altri “nuovi storici” non apprezzano. Nessuno si spiega perché nei suoi libri sveli la tragedia dietro la nascita di Israele, e poi nelle interviste e negli articoli sposi posizioni e scelte della destra più estrema. Un caso di dissociazione? No, piuttosto un pervicace rifiuto di applicare categorie morali alla storia. Un conto è lo studioso, un conto è l’uomo. E l’uomo si rifiuta di condannare quanto emerge dai suoi studi, anzi lo condivide e lo avalla. Professor Morris, lei ha raccontato la nascita dello Stato di Israele in una versione molto lontana da

quella ufficiale, sulla quale si è costruito il consenso. Ha documentato crimini di guerra e espulsioni di massa. Davvero approva? Capisco e dunque approvo. Guardi, si deve essere pragmatici, il moralismo nella storia è un impiccio, un ostacolo. La verità è che non poteva sorgere uno Stato ebraico che avesse al suo interno una minoranza araba ostile e numerosa. Ben Gurion ne era convinto e aveva ragione. Se non li avesse espulsi, non ci sarebbe Israele. Stiamo parlando dell’esodo forzato di almeno 800mila persone nel giro di due anni, di un intero mondo distrutto. Non le crea problemi essere di fronte a un caso di pulizia etnica, per come lei stesso lo ha storicamente certificato? Io ho documentato i crimini di guerra, comunque minimi se si pensa alle grandi tragedie di quel secolo, che furono commessi dalle truppe dell’Haganah e dai gruppi terroristici ebraici, e anche le intimidazioni e le violenze indiscriminate sulla popolazione. Ma la pulizia etnica non è di per sé un crimine di guerra, allora era una necessità. Il problema fu piuttosto non aver portato a termine quella strategia, così ora Israele ha al suo interno una vera e propria bomba ad orologeria e mi riferisco soprattutto agli arabi che vivono in Israele. E che sono cittadini israeliani. Sì, ma il problema è che in questi anni si sono progressivamente “palestinesizzati”, se così si può dire. La loro lealtà non va certo allo Stato di Israele, ma all’Anp. Se fossero cittadini leali, sarebbe diverso. Forse sarebbe diverso se non fossero cittadini di serie B. Ma questo non è vero, sono una minoranza con tutti i diritti, considerato che siamo in guerra con la loro gente. Possono anche votare. Ma non è solo il voto a determinare la piena cittadinanza, le discriminazioni passano anche per altre strade. Diciamo che l’unica vera differenza con gli ebrei è che non possono servire nell’esercito. E dunque non possono avere una serie di opportunità previste in un paese che ha fatto dell’Idf il cardine della sua sicurezza. Certo, ma non credo davvero che vorrebbero giurare fedeltà a Israele e mettersi la nostra divisa. Detto questo, non vogliono nemmeno andare nel futuro Stato palestinese, vogliono restare in Israele perché sanno bene che possono comunque vivere meglio. Come vede, non c’è soluzione. Quindi Ben Gurion avrebbe fatto bene a completare l’opera. Sì, da persona pragmatica devo dirle di sì. E anche come storico penso che la precarietà di Israele oggi dipenda da scelte poco lungimiranti. Oltre che dall’indisponibilità dell’Anp e dei paesi arabi di arrivare ad un accordo di pace. Deve essere stato un colpo per i suoi colleghi ed estimatori di sinistra sentirla improvvisamente parlare così. Ma guardi che io sono ancora di sinistra. Ho fatto tutta la trafila e ho tutte le credenziali a posto: sono cresciuto in un kibbutz, mi sono rifiutato di fare il militare nei Territori e mi sono fatto tre settimane di carcere. E ho sempre votato a sinistra, laburisti e Meretz. Però a sinistra la accusano di essere un estremista reazionario e a destra di danneggiare Israele con i suoi saggi storici. E’ una condizione anomala, come la vive? In effetti è un inferno. Ma da storico non posso che scrivere quello che riesco a tirar fuori dalla ricerca sulle fonti, senza posizioni preconcette e senza timori reverenziali. Come uomo, ho le mie idee politiche che – lo ammetto – sono piuttosto forti. E non ha mai pensato di fare solo lo storico e non il polemista politico? Forse avrei dovuto, ma oramai è tardi.

 

Repubblica – 11.5.08

 

Le tante ronde della comunità perduta - ILVO DIAMANTI

A volte l'ideologia impedisce di riconoscere le cose. Occhiali deformanti, che sfalsano la percezione di chi osserva. Coerentemente con l'intenzione che anima i protagonisti della scena osservata. È il caso (uno dei tanti) delle "ronde padane". Associazione di volontari che pattugliano il territorio e i quartieri, di città e paesi del Nord, per denunciare - e inibire - l'illegalità e la criminalità comune. Stigmatizzate alla stregua di squadracce fasciste, da chi è ostile alla Lega e, in generale, alle iniziative che "privatizzano" la gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico. Contro "i nemici che vengono da fuori". Immigrati, stranieri, nomadi e poveracci. Considerate, al contrario, un metodo di "autodifesa dei cittadini indifesi". Lasciati soli dalle istituzioni, abbandonati dalle forze dell'ordine. Si tratta di posizioni speculari. Le accuse colpiscono il bersaglio accogliendo la definizione tracciata dagli autori. Dalla Lega. E, in primo luogo, dal promotore e organizzatore dell'iniziativa. L'on. Mario Borghezio. Sempre all'avanguardia nella lotta contro i "nemici della civiltà padana". Contro il musulmano, l'islamico, l'immigrato (non necessariamente) clandestino e irregolare. Tuttavia, viste da vicino, queste camicie verdi sparse sul territorio, non rammentano le camicie nere che prepararono l'avvento del fascismo. Terrorizzando, davvero, prima e durante il ventennio, gli oppositori o, semplicemente, gli scettici e i tiepidi nei confronti del regime. Le "ronde padane" sono "dopolavoristi". Militanti di partito sguinzagliati per le strade: a piedi, in bicicletta, talora in auto. Cellulare alla mano, per segnalare ai vigili e alle questure eventuali presenze sospette. Per denunciare minacce, prima ancora che veri episodi di illegalità. Ora, promettono Borghezio e i padani, le cose cambieranno. Con il sostegno del neoministro Maroni, le ronde verranno istituzionalizzate. Ma, per ora, la loro azione non sembra troppo efficace. Più che per i criminali, inoltre, l'attività delle ronde è pericolosa per le ronde stesse. Che si troverebbero a mal partito se dovessero trovarsi di fronte spacciatori, banditi o protettori - agguerriti e senza scrupoli. Tanto che, non di rado, mentre le ronde proteggono i cittadini, la polizia locale è chiamata a proteggere le ronde. Le quali, più degli immigrati irregolari, disturbano, talora, quelli regolari. Non a caso, An, in molte realtà locali, ne ha criticato l'impiego, con definizioni sprezzanti, proponendo e opponendo, in alternativa, il reclutamento di vigilantes professionisti. Tuttavia, le ronde continuano a suscitare un dibattito che resta acceso. E sembrano, perfino, riscuotere un certo consenso. Come suggeriscono tre diversi segnali. (a) Anzitutto, l'elezione di due "sperimentatori". Gianpaolo Vallardi, sindaco di Chiarano, e Gianluca Forcolin, sindaco di Musile di Piave. Entrambi leghisti. Passati dal Parlamento padano a quello romano. (b) La fiducia sociale nei loro confronti cresce, come rivela, da ultimo, da un sondaggio condotto da Ipsos (per Vanity, aprile 2008), da cui emerge che il 53% dei cittadini vede con favore il ricorso alle ronde (contrario il 43%). (c) La riproduzione diffusa dell'esperimento, riveduto e corretto. Infatti, numerosi comuni, alcuni governati dal centrosinistra (Firenze e Bologna, fra gli altri), hanno istituito oppure stanno istituendo servizi di vigilanza (informazione, attenzione...) "volontaria", affidati ai cittadini. Talora, poliziotti in pensione. Spesso, persone comuni, a volte giovani. Naturalmente, le amministrazioni di centrosinistra e i partiti che le sostengono negano ogni parentela con l'esperienza "rondista". Soprattutto perché si tratta di iniziative pubbliche, promosse dagli enti locali. Senza bandiera né etichetta politica. E senza pregiudizi. Tuttavia, l'affinità è innegabile. Chiamiamole "ronde democratiche" o "italiane". Tentativi (magari non "faziosi") di rispondere al medesimo problema: la sicurezza. O meglio l'insicurezza "locale". Cresciuta, esponenzialmente, negli ultimi anni. Insieme ai reati definiti "minori", nel linguaggio corrente. "Maggiori", nella percezione sociale, perché toccano direttamente le persone. I furti in appartamento. Ma anche quelli di auto e di motorini. Questi reati, nel corso degli anni, sono cresciuti. Anche se, nello stesso periodo, gli immobili, le auto e i motorini sono, a loro volta, cresciuti in misura forse maggiore. Il divario tra i fatti e la percezione, peraltro, è elevato. L'incidenza dei furti in appartamento (e, quindi, la probabilità che avvengano) è di circa dello 0,23% (Fonte Min. Interni 2006). Mentre il timore di esserne vittima coinvolge il 23% dei cittadini (Inchiesta Demos-Unipolis, ottobre 2007). Una quota di persone, cioè, 100 volte superiore. Tuttavia, richiamare lo iato fra realtà e percezione non serve. Dal punto di vista sociale, le percezioni contano più dei fatti. Per cui l'insicurezza e la paura "sono". Esistono. "Dati" pesanti e concreti. Inutile girarci intorno. La distanza fra realtà e rappresentazione limita, semmai, l'efficacia delle soluzioni. La lotta all'immigrazione. Ai romeni. Agli zingari. Oggetto, non a caso, dei primi provvedimenti annunciati dal governo. Non può garantire rassicurazione, perché indica bersagli precisi quanto limitati. E, soprattutto, lontani dall'origine vera dell'insicurezza. Che risale, principalmente, al cambiamento violento e profondo del nostro mondo. Il nostro ambiente di vita quotidiana: non ci protegge più. Un tempo, neppure troppo tempo fa, era visibile, vivibile e vissuto. Impigliato in una tela fitta di relazioni sociali e di vicinato. Il territorio esisteva. Vi si passeggiava, incontrando persone conosciute. I "foresti" si individuavano subito. Era facile tenerli d'occhio. Il paese e le città: esistevano. Luoghi di relazione e di incontro. Proteggevano dal "mondo". Anche se erano costrittivi. E un po' soffocanti. Oggi non è più così. Le grandi città sono spesso anonime. Anche i paesi, i villaggi lo stanno diventando. Devastati da una dilatazione urbana senza limiti. Guidata dagli interessi immobiliari assai più che dai disegni delle amministrazioni locali. Sulle strade circolano solo auto e moto. Le piazze: vivono solo nei centri storici. Finché cala la sera e le botteghe chiudono. La gente si rifugia, sempre più, in casa. Il mondo incombe. Ci minaccia da vicino con le sue crisi e le sue guerre. E noi sappiamo tutto, in diretta, attraverso la televisione. Il mondo è tra noi. Ha i volti degli gli stranieri, che popolano la nostra realtà, sempre più numerosi. L'insicurezza nasce dallo spaesamento. Dal logorarsi dei legami sociali. Dalla solitudine delle persone. Dalla perdita di confidenza con il territorio intorno a noi. Di giorno. Tanto più di sera e la notte. Quando si incontrano solo gli "altri". Per questo le terapie contro l'insicurezza si traducono in tentativi di "controllare" il territorio. Dove è divenuto un deserto abbandonato dalla società. Da un lato: attraverso la militarizzazione. La moltiplicazione di polizie pubbliche e private. La cui presenza rassicura e preoccupa al tempo stesso. Perché le auto della polizia o i vigilantes confermano che il pericolo effettivamente c'è. Dall'altro: i sistemi di sorveglianza elettronici. Videocamere ovunque. Fuori dalle case, nelle piazze, accanto a negozi, banche, uffici. Si tratta di placebo. Soluzioni che rendono più acuto il senso di spaesamento. Rimpiazzano la comunità vigilante con i vigilantes. Gli occhi delle persone con quelli elettronici. Freddi. Scrutano la nebbia attraversata da penombre. Accettano la desertificazione sociale del territorio. Infine, ci sono le "ronde". Padane e democratiche. Associazioni e gruppi di volontari. In camicia verde o in borghese. Persone che passano per le strade e per le piazze. Persone che passano dove - e in ore in cui - le persone comuni non passano più. Con la loro presenza tentano di riprodurre tracce di comunità. Oppure, come la Ronda di notte dipinta da Rembrandt, vorrebbero richiamare l'identità urbana, difesa dalle milizie civiche (lo ha suggerito Wlodek Goldkorn). Si illudono. Imitano un controllo sociale che non esiste - e non può esistere - perché non esiste più la società. Di cui fanno la caricatura. Sono le ronde della comunità perduta. Più che paura, suscitano nostalgia. E tristezza. Come bonsai piantati in un vaso, dove prima c'era un bosco.

 

La Stampa – 11.5.08

 

La guerra per procura – Maurizio Molinari

NEW YORK - È stata una telecamera digitale all’aeroporto di Beirut a scatenare in Libano una guerra per procura fra Iran e Stati Uniti. A installare la telecamera, circa due anni fa, sono stati gli Hezbollah collegandola ad un circuito a fibre ottiche che attraversa il Libano, dal Sud fino a Beirut, estendendosi per centinaia di km e costituendo un sistema di comunicazioni e controllo alternativo a quello del premier di Fouad Siniora. Il governo libanese conosceva da tempo l’esistenza tanto della telecamera che del circuito e fibre ottiche ma recenti controlli hanno portato ad appurare che la rete circonda molti del ministeri, incluso quello delle comunicazioni, con un sistema di sorveglianza fra i più tecnologicamente avanzati. E’ grazie a questa rete a fibre ottiche che Hezbollah riuscì durante la guerra del 2006 a continuare a trasmettere tranquillamente i messaggi tv del leader Nasrallah, come anche gli ordini alle milizie, a dispetto dei martellanti attacchi aerei israeliani su numerosi radar e centri di trasmissione. Il 7 maggio la situazione è cambiata quando il governo libanese ha dichiarato «illegale» la rete di comunicazione degli Hezbollah alla luce del fatto che consente a Hassan Nasrallah di vedere ed ascoltare tutto quanto di importante avviene nello Stato, a cominciare da chi arriva e chi parte dallo scalo internazionale. Da qui la decisione di rimuovere la telecamera dell’aeroporto e anche il generale delle forze armate libanesi Wafiq Choucair, simpatizzante degli Hezbollah, che ne aveva la responsabilità. Secondo una tesi molto accreditata a Londra, Parigi e Berlino proprio questo network segreto avrebbe consentito di eliminare numerosi avversari politici di Damasco, incluso l’ex premier Hariri. Colpendo il circuito a fibre ottiche Siniora ha dimostrato dunque di voler smantellare il sistema di comunicazioni grazie al quale gli Hezbollah si coordinano, ogni giorno, con Damasco e Teheran. E’ stato un passo apparentemente minore ma in realtà di importanza strategica, che ha confermato la convergenza di intenti fra Beirut e Washington, entrambe intenzionate a tagliare il cordone che consente all’Iran di guidare a distanza le mosse della più efficiente organizzazione di guerriglia dell’intero Medio Oriente. L’oscuramento della telecamera è stato considerato una «dichiarazione di guerra» da Nasrallah proprio perché punta a tagliare i suoi legami hi-tech con le retrovie siriane e iraniane. Da qui la decisione di mandare i propri uomini nelle strade della capitale per ammonire Siniora che alla guerra nel sottosuolo e nell’etere del Libano segue quella condotta con blindati e mitra alla luce del Sole. Washington è convinta che la brusca reazione di Nasrallah sia stata voluta da Teheran, che difendendo il network creato anche grazie ai suoi tecnici sta proteggendo l’esistenza del proprio mini-Stato in Libano. Se finora la crisi libanese era legata alla difficoltà di eleggere il nuovo presidente, per via dei contrasti fra partiti anti-siriani e pro-siriani, gli scontri di Beirut l’hanno così trasformata in uno scontro indiretto fra Teheran e Washington. Questa guerra per procura fra Washington e Teheran (sostenuta da Damasco) ripete lo scenario di Gaza, dove il colpo di Stato di Hamas contro Abu Mazen è sostenuto da Iran e Siria mentre gli Stati Uniti tentano di aiutare il governo di Ramallah a ripristinare la legalità. Leggendo tali crisi gemelle assieme al recente raddoppio delle squadra navale americana nel Golfo Persico oltre lo Stretto di Hormuz ci si trova di fronte ad un mosaico di fibrillazioni frutto di un braccio di ferro, non solo nucleare, fra Mamud Ahmadinejad e George W. Bush che sembra destinato a segnare gli ultimi mesi dell’attuale amministrazione americana.

 

Tremonti attacca banche e petrolieri - ROBERTO GIOVANNINI

ROMA - Situazione «difficile», quella dell’economia italiana: il tesoretto «non c’è», i conti «non sono buoni», e qualche sacrificio ci sarà, anche se a stare in guardia devono essere soprattutto «banche e petrolieri». Giulio Tremonti, ministro del Tesoro, registra con Lucia Annunziata la puntata in onda oggi su Rai Tre di «In mezz’ora». Nella sua prima uscita pubblica adopera toni preoccupati, va all’attacco dell’opposizione (definendo «una squadretta che va bene per l’allenamento» il governo ombra del Pd). Lancia un’offensiva inattesa contro gli istituti di credito e le imprese dell’energia, fa capire che per il varo del provvedimento sulla detassazione degli straordinari ci vorrà tempo e qualche trattativa col sindacato. Infine, mette in soffitta l’Alitalia pubblica evocata da Berlusconi: «un conto è fare campagna elettorale - chiarisce con freddezza - e un conto governare». Dunque, l’Italia deve affrontare una situazione difficile e non potrà contare su nessun tesoretto fiscale. «Posso escludere che abbiamo un tesoretto. L’andamento delle entrate fiscali non è buono e questo non perchè l’evasione da gennaio è ripartita. Basta guardare all’andamento dell’Iva sugli scambi interni che è negativo perché l’economia va male». Quanto alla finanza pubblica, anche lì c’è poco da gioire, anche se sembra esclusa una due diligence sui conti lasciati da Padoa-Schioppa: «Nei documenti dell’Ue c’è la parola “rischio” su tante voci, chiederemo di discutere i numeri di chiusura del 2007 e 2008, che purtroppo non sono buoni». Dunque, c’è aria di sofferenza. Chi dovrà fare i sacrifici? Tocca alle «banche e a chi incassa la rendita petrolifera, certo non ai poveri. Le banche - spiega il ministro - dovranno pagare qualcosa in più di tasse se non faranno pagare meno i mutui alle famiglie». Mentre per quanto riguarda i petrolieri Tremonti dice che «prendono più soldi perché è aumentato il prezzo» del petrolio, e dunque incassano una forte rendita a spese delle famiglie. Per ora, mistero sui possibili interventi, che probabilmente riguarderanno le accise sull’energia e in campo creditizio il settore dei mutui immobiliari. Tremonti conferma che il primo Consiglio dei ministri, a Napoli tra due settimane, discuterà dei tre provvedimenti indicati dal premier Berlusconi: abolizione dell’Ici sulla prima casa, detassazione degli straordinari e rafforzamento della sicurezza nelle città. Norme su cui ora «testi scritti non ci sono». Sull’Ici, «seguiremo lo sgravio già ipotizzato, e chiaramente castelli e ville non saranno compresi nel provvedimento. Ma poi - ha aggiunto - parleremo anche dei mutui». Per quanto riguarda invece la detassazione degli straordinari il ministro chiarisce che se ne dovrà trattare con i sindacati: «Su quel provvedimento dovremo discutere. Ma penso ci sia una logica di dialogo costruttivo da entrambe le parti». Certo che la detassazione partirà con molti limiti e gradualità: «ci sono vincoli europei, e abbiamo il terzo debito pubblico più alto del mondo», ricorda Tremonti. Infine, l’opposizione: un segnale di pace sulla riforma della Costituzione (la proposta Violante su cui si è discusso nella scorsa legislatura «è una buona base di partenza»). Una bastonata al Pd sul governo ombra: «è una cosa saggia» però sembra «una squadretta da allenamento. Ma serve anche quello...». Da Padova, il neoministro del Welfare Maurizio Sacconi dà ragione al suo collega. «L’eredità è pesante - dichiara - perché c’è una bassa crescita che peggiora tutti gli indicatori. A ciò si aggiunge la presenza di centri di spesa da verificare. Si è parlato di 7 miliardi di buco, il ministro Tremonti sta cercando di accertare queste spese non contabilizzate». Quanto alla previdenza, Sacconi ribadisce: «Non rimetteremo mano alla definizione delle età minime per andare in pensione. Anche se riteniamo che sia stato un errore farlo da parte del governo Prodi». Insomma, aumenta la spesa previdenziale, «ma sarebbe un errore se introducessimo instabilità nella disciplina pensionistica».


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