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Epifani: "Straordinari e tesoretto

Corsera – 12.5.08

 

Blocco navale anti clandestini – Fiorenza Sarzanini

ROMA - Il respingimento dei clandestini che vogliono arrivare in Italia potrà essere effettuato anche in mare. Le direttive che saranno impartite a chi ha il compito di pattugliare le frontiere marittime sono di impedire l'ingresso in acque territoriali e quindi l'attracco nei porti di Sicilia, Calabria e Sardegna. Ma soprattutto l'approdo nell'isola di Lampedusa, avamposto europeo nel Mediterraneo. La linea del ministro dell'Interno Roberto Maroni sarà messa a punto oggi nel corso della riunione tecnica convocata con i capi dei Dipartimenti del Viminale. La strada intrapresa deve infatti tener conto delle direttive europee che hanno finora impedito di mandare alla deriva i mezzi utilizzati dai disperati che tentato di approdare sulle coste italiane. Subito dopo Maroni incontrerà il sindaco di Roma Gianni Alemanno per l'attuazione del piano di trasferimento dei campi nomadi e la revisione del patto per la sicurezza siglato lo scorso anno dai predecessori di entrambi. La stessa procedura coinvolgerà nei prossimi giorni gli amministratori delle altre città italiane. Continua dunque a muoversi su un doppio binario la strategia del governo in materia di sicurezza. Da una parte ci sono le norme che mirano a impedire l'ingresso in Italia degli stranieri senza permesso. Dall'altra i nuovi articoli di legge che alzano le pene per una serie di reati ed eliminano la possibilità per chi viene condannato di godere dei benefici come la sospensione condizionale della pena o quelli previsti dalla Gozzini. L'elenco predisposto dall'onorevole Nicolò Ghedini — l'avvocato del premier che ha scritto la bozza del testo — e fatto proprio dagli uffici tecnici e legislativi dei ministeri competenti fissa i delitti che vengono ritenuti di grave allarme sociale. Oltre allo scippo, il furto in abitazione, la rapina, i maltrattamenti in famiglia e le violenze sessuali, sono inseriti le truffe contro anziani e portatori di handicap e lo sfruttamento minorile. L'articolato da portare al primo consiglio dei ministri, come vuole il premier Silvio Berlusconi, è praticamente pronto, anche se alcuni aggiustamenti potranno essere inseriti nella riunione dei titolari di Interno, Giustizia, Esteri e Difesa che si svolgerà domani a palazzo Chigi. Da affrontare c'è innanzitutto il problema del sovraffollamento delle carceri, visto che le norme studiate prevedono l'arresto obbligatorio per chi viene sorpreso in flagranza a commettere i reati ritenuti appunto di maggior gravità e quello per i clandestini. Per la massa di nuovi detenuti certamente non basterà la trasformazione dei Cpt in centri di detenzione temporanea, così come previsto nel decreto. Già adesso le strutture sono al limite della capienza. Nodo da sciogliere anche i rapporti con il resto d'Europa, in particolare per quanto riguarda la sospensione del trattato di Schengen e la limitazione degli ingressi dei rumeni. «È necessario conciliare il bisogno di sicurezza che avvertono i cittadini con la salvaguardia dei diritti europei acquisiti»: avverte il commissario europeo al multilinguismo, il romeno Leonard Orban, precisando comunque che «i casi di criminalità vanno perseguiti con severità ». E poi, al di là dei dubbi di costituzionalità avanzati da numerosi giuristi, c'è l'incognita della «copertura finanziaria ». Un provvedimento così complesso prevede infatti lo stanziamento di numerosi uomini delle forze dell'ordine da impiegare per il controllo del territorio e negli adempimenti che riguardano l'identificazione degli stranieri. Ma anche tecnologia che possa garantire tempi rapidi negli adempimenti procedurali.

 

«Il fascismo? Fondamentale per la modernizzazione del nostro Paese»

LONDRA - «Non sono fascista, ex fascista o postfascista». Gianni Alemanno parla al Sunday Times nella sua prima intervista a un giornale straniero dopo l'elezione a sindaco di Roma. Ma alla domanda se ci fu qualcosa di buono nel fascismo risponde: «Ciò che è positivo, dal punto di vista storico, è il processo di modernizzazione. Il fascismo fu fondamentale nella modernizzazione dell'Italia. Il regime prosciugò le paludi; creò l'infrastruttura del Paese». Alemanno porta ad esempio l'Eur, «esempio di architettura che era parte del processo di modernizzazione e diede importanza all'identità culturale dell'Italia». L'ex ministro dell'Agricoltura parla di sé: «La sinistra mi definisce come un uomo nero, una camicia nera cattiva, ma è una completa bugia. La gente che mi chiama Duce mi fa ridere. Non sono affatto fascista e penso che oggi quella parola appartenga ai libri di storia. Sono giunto a odiare tutte le forme di totalitarismo, sia di sinistra, sia di destra». «Non mi sono mai definito fascista, persino quando ero giovane - prosegue -. Ma negli anni Settanta e Ottanta noi a destra pensavano che il fascismo fosse sostanzialmente positivo. Ora capiamo che era totalitario e generalmente negativo, dev'essere condannato». Le immagini di alcuni sostenitori del sindaco che facevano il saluto romano e gridavano «Duce, Duce» dopo la sua elezione hanno creato una certa impressione in Gran Bretagna (il giornale titola l'intervista «L'Italia aveva bisogno del fascismo, dice il nuovo Duce») e così Alemanno chiude l'intervista sottolineando che «sarebbe impossibile per un fascista essere eletto sindaco di Roma. Roma è una città che ha solide radici democratiche e rispetta tutti. I romani non sono pazzi, e neanche io lo sono».

 

Istruzione: in arrivo un’altra riforma

Sempre più la globalizzazione spaventa e i cittadini premiano i partiti che promettono protezione dalla concorrenza internazionale: accade in Italia, ma accade anche nella campagna elettorale americana. Questi timori non sono ingiustificati: nascono dalla percezione che la globalizzazione abbia accentuato le diseguaglianze sociali e stia cancellando la classe media. Il nostro futuro, e soprattutto quello dei nostri figli, dipende in gran parte dal modo in cui affronteremo questo problema. Possiamo lasciarci sedurre da chi promette protezione: chiudere le frontiere, prima agli immigrati poi anche alle importazioni, magari rimpiangere la lira e le svalutazioni che prima dell'euro ci consentivano, di tanto in tanto, di dare un po' di respiro alle nostre imprese. Inizialmente sarebbe una fine dolce, ma l'atto finale sarebbe violento. Come ho già scritto (ma lo ripeto anche se il paragone indispettisce) la storia del declino dell'Argentina — un Paese che ai primi del Novecento era ricco quanto la Francia — inizia, con Perón, proprio così. Oppure possiamo cercare di capire perché la diseguaglianza cresce, perché la classe media è in difficoltà. (Il Forum sulla Globalizzazione che si apre oggi a Milano è un'occasione per capire). Dario Di Vico, sul Corriere , ha descritto con un'immagine efficace il solco che separa «i ceti medi impauriti dalle élite cosmopolite che dormono in Italia una notte su tre». Quel solco dipende soprattutto da differenze nel livello di istruzione. Dal dopoguerra alla fine degli anni Ottanta la distanza fra il reddito dei laureati e quello di lavoratori poco istruiti è rimasta relativamente stabile; ma negli ultimi vent'anni quella distanza è esplosa. Innovazione tecnologica (Internet, i computer, l'uso sempre più frequente di modelli fisici e matematici nella finanza) e globalizzazione hanno concorso a far crescere il «premio all'istruzione». La globalizzazione (come spiegano Paolo Epifani e Gino Gancia in un articolo sull'Economic Journal ) premia l'istruzione perché le imprese, per sopravvivere, devono dedicarsi a produzioni che richiedono lavoro con un elevato livello di specializzazione. Chi ha smesso troppo presto di studiare, o chi ha avuto la sfortuna di frequentare scuole cattive, è perduto. Negli Usa (lo mostrano Claudia Goldin e Larry Katz in un libro pubblicato da Harvard) l'ampliamento del differenziale fra lavoratori istruiti e non istruiti dipende soprattutto dal fatto che, dagli anni Ottanta, il sistema educativo americano non ha tenuto il passo con i progressi della tecnologia e ha lasciato indietro un numero crescente di giovani. Mariastella Gelmini, il nuovo ministro dell'Istruzione, ha depositato in Parlamento in febbraio una proposta di legge ambiziosa: «Per la promozione del merito nella società... il governo è delegato ad adottare decreti volti ad attuare il principio del merito nella scuola».

La legge Gelmini prevede tre interventi:

1. «Ripartizione delle risorse pubbliche fra le scuole in proporzione ai risultati conseguiti, rilevati da un organismo terzo tenuto a pubblicare annualmente una classifica regionale delle scuole fondata su parametri trasparenti e verificabili». Affinché questo principio non sia una semplice enunciazione è necessario che venga accompagnato da un'effettiva autonomia gestionale a livello delle singole scuole, precondizione per la verifica a posteriori dei risultati. Su questo punto il neo-ministro si scontrerà con le resistenze della burocrazia del ministero: se non vuole soccombere ai mandarini di via Trastevere (come accadde a Letizia Moratti) deve avere il coraggio di rinnovare radicalmente, e subito, la dirigenza del ministero. Inoltre la valutazione dovrà essere obbligatoria per ciascuna scuola, non effettuata a campione, come sembrava voler fare il precedente governo. Se il prossimo febbraio, al momento dell'iscrizione dei propri figli, le famiglie italiane potranno consultare classifiche affidabili delle varie scuole, il ministro Gelmini avrà dato un contributo importante al miglioramento della scuola italiana.

2. «Riconoscimento alle famiglie di voucher formativi da spendere nelle scuole pubbliche o private». In Italia l'esperienza dei voucher non è stata sinora positiva. In Lombardia, dove il buono scuola copre il 25% del costo totale di iscrizione a una scuola privata con un tetto massimo di 1.300 euro per alunno, il 17% del sussidio (cito i dati di una ricerca di Giorgio Brunello e Daniele Checchi) è stato incamerato delle scuole, mentre il restante 83% è stato incassato dalle famiglie. Questo significa che per ogni euro speso dalla Regione, solo 17 centesimi si sono tradotti in finanziamento alle scuole private, mentre il restante è consistito in una redistribuzione a beneficio delle famiglie. Poiché le famiglie che scelgono scuole private sono in media più ricche, questa redistribuzione ha avuto natura regressiva. (risultati analoghi sono ottenuti da Maurizio Conti ed Enrico Sette in un'analisi dell'efficacia dei buoni scuola in Liguria). Inoltre — ed è probabilmente il fatto più importante — dall'analisi di un campione di studenti universitari (Bertola e Checchi) emerge che gli allievi delle scuole private dimostrano un livello di competenze mediamente più basso rispetto ai loro coetanei che hanno frequentato scuole pubbliche.

3. Infine la proposta di legge Gelmini era agguerrita contro gli insegnanti: «Eliminazione di ogni automatismo nelle progressioni retributive e di carriera; chiamata nominativa degli insegnanti; possibilità per i presidi di stipulare contratti privati». Finora nessun ministro dell'Istruzione nella storia della Repubblica è riuscito a fare alcunché di simile. Speriamo che il ministro Gelmini non debba pentirsi della proposta di legge che firmò solo tre mesi fa.

 

La Serbia scommette sull'Europa e dà la vittoria a Tadic

BELGRADO - La Serbia ha scelto l’Europa, ma sul cammino del presidente Boris Tadic si profila un nuovo, scomodo compagno di strada: l’ago della bilancia per un prossimo governo potrebbe infatti diventare il partito socialista erede di Slobodan Milosevic. La lista «per una Serbia europea» del presidente Boris Tadic secondo i dati preliminari diffusi dal Cesid (Centro per le elezioni libere e la democrazia) ha ottenuto il 38,4% dei voti, contro il 29,1% che avrebbe raccolto il Partito radicale serbo (Srs) dell’ultranazionalista Tomislav Nikolic. Un voto che varrebbe a Tadic 103 seggi su 250, quindi obbligo di alleanze - e forse non facili - ma certo un vittoria. I risultati ufficiali della consultazione, completi e definitivi, non si conosceranno comunque prima del 15 maggio prossimo. Bassa l'affluenza alle urne, che in teoria avrebbe dovuto favorire gli ultra-nazionalisti di Nikolic assai più di quanto i dati finora disponibili non evidenzino. Il Partito «Per una Serbia europea» del presidente Boris Tadic ha rivendicato la vittoria delle elezioni legislative. «I serbi hanno senza alcun dubbio confermato un chiaro sentiero europeo per la Serbia», ha dichiarato Tadic, che per togliere argomenti all'opposizione nazionalista ha annunciato che il suo governo, «non riconoscerà l'indipendenza del Kosovo». Il voto era vissuto a Belgrado come una sorta di referendum tra l'avvicinamento a Bruxelles o la scelta isolazionista, filo-russa, in risposta all'indipendenza dichiarata il 17 febbraio scorso dalla maggioranza albanese in Kosovo, che i serbi sentono come loro terra ancestrale.

 

Repubblica – 12.5.08

 

Epifani: "Straordinari e tesoretto, così il ministro parte male"

ROBERTO MANIA

ROMA - "In questo modo il confronto con il governo comincia tutto in salita". Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, sta preparando il discorso che terrà domani (oggi per chi legge, ndr) all'assemblea degli esecutivi unitari dei tre sindacati per il via libera alla proposta di riforma del modello contrattuale. Una sorta di autoriforma di Cgil, Cisl e Uil che si avvia proprio mentre si insedia il nuovo governo di Silvio Berlusconi. E le affermazioni del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, sul "tesoretto" che non c'è e l'intenzione di accelerare sulla detassazione degli straordinari non sono un buon viatico secondo il capo del primo sindacato italiano. Dice Epifani: "Non solo il confronto comincia in salita, ma comincia anche con una evidente contraddizione. Mi domando: come si fa a dire che non c'è il "tesoretto" e poi ci si prepara a decidere sull'abolizione dell'Ici e sulla detassazione degli straordinari? Sono misure che avranno un costo, per le cui coperture si ricorrerà proprio a quei 4 miliardi di extragettito che si erano individuati alla fine della scorsa legislatura". Fu lo stesso Padoa-Schioppa, tuttavia, a sostenere che il "tesoretto" non c'era. "Sì, ma Padoa-Schioppa lo collegava alla congiuntura economica e, in ogni caso, confermò il buon andamento delle entrate. Per questo suggerirei al ministro Tremonti di procedere a una verifica attenta sull'andamento della finanza pubblica da qui al prossimo Dpef per avere i dati, sulla base dei quali decidere quali interventi realizzare. Insomma penso che si debba rovesciare l'approccio: prima si stabilisce l'entità delle risorse e poi gli interventi. Mi preoccupa, infatti, il silenzio sulle misure a sostegno dei redditi dei pensionati, sugli interventi per frenare il caro tariffe, sulle detrazioni fiscali a favore dei lavoratori dipendenti". Queste ultime non erano nel programma del Pdl. Perché il governo dovrebbe prevederle? "Vedo che su questi tre punti non c'è alcuna proposta. Per questo non posso che essere preoccupato". Nell'agenda, però, c'è la detassazione degli straordinari. Non crede che ai lavoratori farà piacere guadagnare di più? "Guardi, è meglio chiarire a cosa può servire la detassazione degli straordinari. Ritengo che per le imprese sarà più facile chiedere gli straordinari, ma questi non avranno alcuna incidenza sulla produttività oraria e sulla competitività delle singole aziende. In sostanza ci sarà più flessibilità per allungare gli orari di lavoro. Dal punto di vista dei lavoratori, solo una parte, quella che potrà e vorrà ricorrere agli straordinari, ne trarrà un vantaggio retributivo. Ma con la sola detassazione degli straordinari ci si scorda della stragrande maggioranza dei lavoratori italiani". Lei, dunque, non contesta gli sgravi fiscali sugli straordinari, ma chiede anche altre misure. È così? "A mio avviso è una misura molto delicata con tante controindicazioni. Intanto può far saltare gli accordi aziendali sulla flessibilità degli orari. Poi, in un periodo di recessione, potrà chiudere le chanche occupazionali ai più giovani e penalizzare il reddito delle donne". Tremonti chiede sacrifici solo a banche e petrolieri. Condivide questa linea? E non crede che la sinistra si sia troppo preoccupata di farsi accettare dalla grande finanza piuttosto che occuparsi dei risparmiatori impoveriti dai mutui a tasso variabile? "Veramente tutte le misure di liberalizzazione introdotte nel settore del credito vanno a favore dei cittadini contro il sistema delle banche. Lo stesso taglio al cuneo fiscale, anche su richiesta del sindacato, escludeva all'inizio le banche. È stata la Ue a costringere il governo a modificare il suo provvedimento. Tuttavia nell'uscita di Tremonti c'è molta ambiguità perché non è chiaro se intende agire sulla composizione dei costi dei servizi bancari, o del prezzo della benzina, oppure se punta a penalizzare fiscalmente i guadagni di banche e petrolieri e utilizzare poi i proventi per operazioni di redistribuzione". Lei quale soluzione preferirebbe? "Sicuramente la prima perché la seconda sarebbe solo una scorciatoia. Nessuno può garantire che il "prelievo forzoso" su banche e petrolieri possa poi andare in direzione dei redditi delle famiglie". Il neo ministro della Funzione pubblica Brunetta, ha detto che dedicherà poco tempo al confronto con i sindacati. La considera una prima dichiarazione di guerra? "Il ministro può utilizzare il suo tempo come meglio crede. Spero che intenda così risolvere rapidamente i problemi della pubblica amministrazione. Se fosse un modo per non risolvere nulla sarebbe una strada sbagliata. Non dimentichiamoci che i contratti pubblici sono tutti già scaduti da almeno un anno e mezzo". Il ministro del Welfare Sacconi ha invece detto che non rimetterà lo scalone pensionistico ma cercherà comunque di allungare la permanenza al lavoro. Su questo è d'accordo? "Quella di Sacconi è una risposta corretta anche ai cinque milioni di lavoratori che hanno votato il protocollo sul welfare. Spero che per allungare l'età su base volontaria si pensi a soluzioni più intelligenti del bonus Maroni. Ma Sacconi deve anche dire se attuerà o no la delega sui lavori usuranti". Dopo anni Cgil, Cisl e Uil hanno definito una proposta per riformare i contratti. Dieci anni fa la "Commissione Giugni" propose un modello simile ma la Cgil disse no. Cos'è cambiato? "Innanzitutto non è proprio simile e la Cgil ha sempre collegato la riforma degli assetti contrattuali con le nuove regole di democrazia e di rappresentanza. Oggi finalmente ci sono queste regole che vogliono dire essere più vicini ai lavoratori e essere più trasparenti. E l'accordo costituisce un passo avanti verso la prospettiva unitaria". Intanto il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, ha detto che non sosterrà nelle assemblee la proposta unitaria. "Non è obbligato a farlo ma sarebbe la prima volta che accade". Lo stesso Rinaldini minaccia andarsene dalla Cgil se verranno confermate le sospensioni a due dirigenti della Fiom lombarda. Anche questo non ha precedenti. Cosa accade nella Cgil? teme scissioni? "Non credo che accadrà e non le temo. Quella di Rinaldini la trovo una risposta immotivata. Bisogna rispettare l'autonomia degli organi di garanzia che giudicano solo sulla responsabilità dei singoli senza alcun rapporto con le decisioni politiche".

 

"Entro, timbro e me ne vado", trucchi da travet in Cassazione

GIULIA SANTERINI

ROMA - Entrano, timbrano e riescono. Con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se lo facessero tutti i giorni. E infatti molti confessano: si assentano spesso dal lavoro dopo aver passato il badge nelle macchinette dell'ingresso. Per andare a parcheggiare, per portare il figlio a scuola o per un caffè. Tutto pagato, perché compreso nell'orario di lavoro. E tutto documentato da tre telecamere nascoste di Repubblica Tv: due esterne e una fatta entrare tranquillamente dall'ingresso degli avvocati, senza metal detector, sotto gli occhi dei carabinieri. La scena è quella dell'imponente ingresso della Corte di Cassazione, il Palazzaccio di Piazza Cavour, a Roma. Tra le 7.30 e le 9.30 del mattino di un giorno feriale. I dipendenti salgono la scalinata. Alcuni scompaiono dietro la vetrata: hanno iniziato la loro giornata di lavoro. Altri accostano, lasciano l'auto con le doppie frecce lampeggianti, riescono dopo tre minuti e risalgono in auto. Cosa è successo? La telecamera non lascia dubbi: hanno passato il badge nell'apparecchio. Li blocchiamo in fondo alla scalinata, per chiedere spiegazioni. La scusa più usata? Il parcheggio che non si trova. Ecco la prima impiegata, sulla cinquantina: "Si è vero, ho timbrato. E ora vado a parcheggiare. Ma lo sa lei che problemi ci sono a Roma con i parcheggi?". Le domandiamo se sa che sta commettendo un illecito: "Certo che lo so, potrei beccarmi un provvedimento disciplinare". Ecco un'altra donna, una mamma, 40 anni circa, il bambino è rimasto in macchina, mentre lei timbrava. Le chiediamo dove va, lei si difende: "Ho un altro figlio malato a casa, mio marito è con lui. Vado a portare il bambino alla scuola qui vicino. Guardi che non possiamo fare più niente, siamo controllati a vista, come carcerati". Non sembrerebbe, almeno a vedere i gruppetti di impiegati andare a prendere il caffè al bar all'angolo della piazza e rientrare a passo lento dopo quasi mezz'ora. Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti. Gli uffici sono ai piani alti e nessun capoufficio, ci svela serenamente un'impiegata, può accorgersene. Un'altra madre ammette: "Il vero problema non sono i 10-20 minuti per parcheggiare, potrei passare sei ore senza lavorare e nessuno mi direbbe niente". Solo un signore, ripreso anche lui dalla telecamera mentre timbra, tenta di negare. Poi ci svela: al Tribunale di Milano è anche peggio, in un ufficio si sono accorti che un impiegato mancava solo dopo tre giorni di assenza. La macchina della Cassazione non brilla per efficienza: per una sentenza bisogna aspettare 38 mesi, secondo i dati della Relazione sulla Giustizia del 2007. E il lavoro si accumula: alla fine del 2007 le pendenze erano 102mila e 500, 1.700 in più che all'inizio dell'anno. E la lentezza della giustizia la paghiamo tutti: 41 milioni e mezzo di euro di risarcimenti in 7 anni per "i tempi non ragionevoli" dei processi. Alla domanda su quanti sono i dipendenti della Cassazione e quanto guadagnano né il direttore del personale della Corte né il ministero della Giustizia hanno dato risposta.

 

La squillo della porta accanto - PAOLO BERIZZI

MILANO - A vederlo così, con le candele profumate all'essenza di sandalo, il piccolo acquario all'ingresso, i mobili Ikea, le riviste femminili e di fitness sparse su una mensola in marmo, la porta schiusa della cucina che lascia scorgere un pacchetto di cereali e una bottiglia d'acqua, il bilocale dell'amore potrebbe essere la casa studio di una matricola universitaria o di una ragazza all'inizio della nuova vita da single. Poi entri nella camera da letto, e capisci. Accanto al tatami con materasso in lattice, ordinati sul ripiano di una cassettiera in legno chiaro, ci sono due frustini, dei falli di gomma - uno argento - un paio di cinghie di pelle nera borchiate, un ventaglio di piume bianche e canarino. Creme, unguenti. Anche qui, candele dappertutto. Un vaso di vetro a forma cilindrica pieno di preservativi. Benvenuti nell'ufficio di Jane, 35enne colombiana, e di Matisse, nome d'arte, 25 anni, da Orzinuovi, Brescia, ex ragazza cubo nelle discoteche del Garda. Dieci clienti al giorno (200 euro a prestazione, una su due sadomaso) spalmati su due turni: pomeriggio e sera. "La mattina andiamo in palestra, facciamo le nostre cose". Il condominio è in via Vitruvio, comodamente raggiungibile, anche a piedi, dalla stazione Centrale. Zona ad alto tasso di "case matte", che poi sono soprattutto mono o bilocali incastrati in mezzo a schiere di appartamenti "normali". Se e quando la polizia scoprirà l'ufficio di Jane e Matisse, ci sarà almeno un vicino di casa che dirà "mi ero accorto già da un po'". Perché nell'immaginario collettivo, quando si pensa a una casa di tolleranza, c'è sempre un androne o un cortile dove il traffico di uomini è incessante. Dopo cinquant'anni e una legge (Merlin), i bordelli vivono una nuova primavera. Sono solo "spacchettati". Sempre più diffusi, sempre più frequentati. E' un franchising in mostruosa espansione. Una rete commerciale che ogni giorno fa nuovi proseliti e allarga le sue filiali. Nei salotti buoni delle metropoli, negli interstizi dei centri storici, nelle balere di periferia, nelle masserie di campagna. Di ipermercati e botteghe del sesso è pieno. Per tutti i gusti e per tutte le tasche. A Milano c'è una tale concentrazione immobiliare di case a ore che le strade te le immagineresti ormai vuote. E invece sono piene anche quelle: lucciole, viados, travestiti, ragazzi di vita, soprattutto romeni. "La domanda di sesso a pagamento è altissima, sempre più alta - dice Francesco Messina, capo della squadra mobile di Milano dove pochi giorni fa è stata scoperta una rete di appartamenti, decine, che insospettabili agenti immobiliari affittavano a prostitute auto-organizzate - Sono solo cambiati i posti, e il modo di arrivarci". Già. Nella nuova toponomastica del sesso a pagamento e a domicilio ci sono indirizzi che non contemplano targhe di marmo: o almeno non subito. Per raggiungerli, che sia una casa "attrezzata", un hotel con stanze riservate, un centro estetico, una sauna, un eros center camuffato da spa, bisogna prima affacciarsi, e bussare, in Rete. Basta cliccare su www.gnoccatravel.com, che non sarà un tocco di classe, ma che nella sua efficacia non disorienta. Oppure su RosaRossa.com, o Chiamami.it. I possessori di portafogli a fisarmonica, ma qui si sale in alto, nell'agenda del blackberry hanno impostati i siti delle peripatetiche per pochi: www.bluescort.com, www.escortsuperstars.com, www.pianetaescort.com. Sono i "non luoghi", le piazze di annunci a pagamento dove reclutare bellezze mozzafiato da convocare per notti e fine settimana da mille e una notte (e da 3mila euro). Si naviga in Internet per arrivare ai nuovi bordelli. Sono 100-130 mila, secondo stime recenti, le prostitute "censite" in Italia. Cinquantamila sono immigrate, 3 mila minorenni, 5 mila quelle ridotte in schiavitù. Il 65 per cento dice di lavorare ancora in strada (ma spesso mentono per evitare perquisizioni e sequestri); il 29% in albergo, le altre ricevono in appartamento. Nei moderni lupanari milanesi appena scoperti dalla polizia i clienti pagavano fino a 2mila euro per un'ora di sesso. Uno di questi appartamenti è già entrato negli annali della trasgressione metropolitana. Un bilocale in via Mercadante, sempre zona stazione Centrale. Una sottile parete di plexiglas trasparente che separa la camera da letto dal bagno attrezzato con vasca e palo da lap dance. Per i più esigenti era questa la nuova frontiera da superare: dare libero sfogo alle fantasie sul letto king size - possibilmente poligamico - e nello stesso tempo godersi lo spettacolo che andava in scena nel bagno palcoscenico. "Oggi le prostitute sono sempre più organizzate - dice ancora Messina - La maggior parte utilizza gli appartamenti. Il numero dei clienti è in costante aumento, e per soddisfare le richieste si moltiplica l'offerta". Basta coi viaggi a Cuba, o nella vicina Lugano. Basta coi voli del sesso low cost. Milano come Budapest e Praga. Si resta in città perché la città offre posti sicuri dove comprare l'amore. Con una corsa all'immobile. C'è stato proprio un mutamento sociale della prostituzione. Per strada si vendono quelle che stanno sotto protezione, le albanesi, le rumene, le slave, le nigeriane. Ma chi si affranca dal pappone, chi vuole guadagnare e riesce a autogestirsi, affitta casa, e lì lavora. Sembra di essere tornati agli anni 50. Semplice: 1,50 lire. Doppia: 2,50. Un quarto d'ora: 3,10. Mezz'ora: 5. Un'ora: 7,20. Asciugamano e sapone: 0,5. C'era una volta il bordello, c'erano una volta i suoi tariffari. Placche di metallo appese all'ingresso della casa dell'amore. Prezzi in vista, sulla parete in alto, come ancora se ne vedono in alcuni bar. Entravi, ti accomodavi nel salottino, e quando l'uomo reclamava il suo diritto alla felicità, oplà, sceglievi. Due parole con la maitresse, e via in camera. C'è stata un'epoca - secondo alcuni molto felice - che i "casini" erano luoghi da vivere. Si stava lì delle ore, si passava il tempo. Lupanari sì, ma "sociali". Oggi quella socialità maschile è stata cancellata. Ci si ferma solo il necessario, si entra e si esce alla chetichella. E le prostitute, imprenditrici di se stesse, maghe della Rete, guadagnano anche cinquemila euro alla settimana. In via Cagliero, dalle parti di viale Abruzzi, e cioè un pezzo di Amsterdam a Milano, in una casa-vetrina è stata trovata morta una cinese quarantenne: anche lei come le altre si prostituiva in questo appartamentino che pareva un piccolo tempio della pornografia. Yang li, 47 anni, adescava in strada. Le sue colleghe, quelle delle case vicine, la prendevano in giro. "Che fai ancora sul marciapiede?". Ormai Venere convoca o viene convocata direttamente a domicilio, e quasi sempre tramite Internet. È da lì che parte tutto. La mercenaria di lusso; la studentessa che vuol pagarsi le rette all'università; la moglie al di sopra di ogni ragionevole dubbio; la squillo dell'Est che arriva, si ferma due anni, lavora in proprio e poi ritorna nel suo paese; le splendide sudamericane che concentrano il lavoro estivo in Costa Smeralda e a Saint Tropez e quello invernale a Saint Moritz e Gstaad: per tutte o quasi la parola d'ordine è cercare di togliersi dalla strada. Lavorare in casa. "I clienti li trovo tutti sul sito, è il modo più sicuro per lavorare e per selezionare - racconta Scescé, nome d'arte, argentina di Buenos Aires, 35 anni e due figli che studiano in Svizzera (sì, in Svizzera), sempre in viaggio con il suo borsone Gucci dove, in mezzo a biancheria intima, creme da 100 euro, scarpe griffate, spunta l'attrezzatura necessaria per una seduta fetish. Libere da papponi o da maitresse truccati da agenzie di modelle o da saloni di bellezza, le lucciole oggi si chiudono nelle quattro mura. Come le studentesse ungheresi ventenni che si vendevano in un appartamento di Porta Romana, a due passi dal Duomo, e si pagavano gli studi alla facoltà di Economia. Facevano tre clienti al giorno Beba, Ana, Monica e Petra, 84 anni in quattro, da Budapest. Settecento euro d'affitto - da dividere - e 1.200 euro al giorno (ciascuna) di incasso. Il locatore era un agente immobiliare del centro di Milano, che ogni mese, regolarmente, intascava in nero 1.500 euro. Le casalinghe del sesso sono una categoria trasversale, liquida come il mercato della lussuria. In un appartamento di corso XXII Marzo, non lontano dal Tribunale, due trans e due donne sudamericane assicuravano spazi alternativi a uomini facoltosi di mezza età, molti professionisti, imprenditori, normali studenti. Tutti soddisfatti, manco a dirlo. Anche di non dover più accostare l'auto ai marciapiedi di via Melchiorre Gioia e viale Abruzzi. È un commercio cross-mediale quello delle ragazze e delle donne di vita. Dalla carta stampata (non c'è quotidiano di annunci economici dove non si trovino le "inserzioni dell'amore", ma il "vangelo" sono le riviste di settore come "Chiamami", cartaceo e anche on line) ai siti per adulti, passando per le strisce notturne delle emittenti televisive locali che, dietro il paravento dell'intrattenimento telefonico, offrono la possibilità di un incontro. Rigorosamente al riparo da occhi indiscreti. Grazie al web la legge Merlin è aggirata e le ragazze di vita hanno conquistato la libertà di una specie di tele lavoro. "Di portali dove le donne invitano a casa è pieno - spiega Domenico Vulpiani, direttore della polizia postale - Dopo il contatto online, scatta l'incontro, a volte solo un modo utilizzato dalla lucciola per valutare il cliente e gestirne il passaggio successivo, sempre in appartamento". Il gioco è fatto. Suonare il citofono. Quelle stanze da collegio universitario diventano piccole aziende dal fatturato d'oro che offrono oasi di piacere nel cuore della metropoli stressata.

 

La Stampa – 11 e 12.5.08

 

Dopo i romeni i serbi? – Flavia Amabile

Mentre il neoministro dell'Interno Roberto Maroni si affrettava a mettere in piedi una soluzione per rispondere alle richieste dei suoi elettori di rispedire in patria rom e romeni, l'Ue predisponeva le basi per un nuovo fronte di immigrazione, quella serba. Anche loro presto entreranno nell'area Schengen e avranno visti gratuiti proprio come i romeni ora. A patto che, però, alle elezioni di oggi vinca la coalizione europeista. Infatti, in Serbia si vota e da queste votazioni dipende il futuro del Paese, se entrerà o meno in Europa. Da un lato c'è il blocco filo-occidentale capeggiato dal presidente Boris Tadic, deciso, in caso di vittoria, a portare la Serbia nell'Unione. Dall'altro il blocco radicale che spinge per una politica nazionalista. I sondaggi danno per vincitori i radicali nazionalisti guidati dal premier uscente Vojislav Kostunica. Il loro vantaggio, però, si è andato erodendo con i giorni, e le sorprese non potrebbero mancare. Il problema di fondo, quello che divide i due blocchi, non è tanto l'ingresso nell'Ue quanto il modo. Il premier pone come condizione la partecipazione nella piena integrità territoriale, Kosovo compreso. Il presidente Tadic, invece, vorrebbe accelerare i tempi e quindi non porre pregiudiziali. Nel frattempo, la scorsa settimana l'Ue ha firmato con Belgrado l’accordo d’Associazione e Stabilizzazione (ASA), primo passo verso l’adesione. Un accordo che rischia di diventare carta straccia in caso di vittoria di Nikolic, ma anche in caso a vincere siano i filoeuropei. La ratifica dell’accordo dovrà passare inevitabilmente attraverso lo scioglimento delle riserve di Olanda e Belgio, che hanno preteso di congelarlo sino a quando la Serbia non avrà adempiuto ai suoi obblighi nei confronti del Tribunale internazionale penale per i crimini nell’ex Jugoslavia (Tpi), con sede all’Aja. Obblighi ai quali, promettono i radicali, la Serbia non adempierà mai. Ma per rendere più allettante l’opzione filo-europea agli occhi dei cittadini-elettori serbi, l’Ue si è aperta sul fronte della libera circolazione presentando una ’Road map’ che la Serbia dovrà seguire per ottenere l’abolizione dei visti per l’area Schengen. E allora queste elezioni possiamo vederle in due modi. Con gli occhi di noi italiani che sappiamo che oggi i serbi rappresentano circa il 3-4% dell'immigrazione straniera. Che cosa accadrebbe se entrassero in Europa? Ma possiamo vederle anche con gli occhi di due donne serbe che mi hanno chiesto di rendere pubblica la loro corrispondenza di questi ultimi due giorni, perché anche gli italiani possano capire quel che divide in questo momento il Paese. Tanja e Jasmina sono cresciute insieme in una Serbia molto diversa e poi andate ognuno per la propria strada. Tanja abita a Belgrado, lavora in un ministero. Jasmina vive in Italia dall'89, ha 42 anni, lavora come assistente di un fotografo. Tanja, come molti serbi che vivono ancora nel loro Paese vorrebbe un ingresso a tutti i costi, rapido, anche sacrificando il Kosovo. Jasmina, vuole che la Serbia entri in Europa ma con l'intero suo territorio. E la divisione fra loro ormai è netta.

(Venerdì 9 maggio, sera) Tanja. Oggi il gruppo di 1000 persone dello LDP (partito di Cedomir Jovanovic, Liberalno demokratska partija), ha sfilato per il centro, esclusivamente con le bandiere dell'UE (sicuramente le hanno comprate dai cinesi!); hanno sfilato con la musica ed i fischietti protestando per la ratificazione dell'accordo sul gas con i russi. Non erano in tanti. Ecco, io non sono d'accordo con questa protesta dello LDP. Credo sarebbe stato meglio tentare seriamente di far parte del governo. Così invece sembra solo un circo. Sono d'accordo con loro che bisognerebbe consegnare gli accusati dell'AIA per vedere se sono colpevoli o meno, come anche nell'idea di scoprire fino in fondo chi sono i mandanti degli omicidi del giornalista Slavko Curuvija,del primo ministro Djindjic. Sono d'accordo perchè si faccia pulizia. Quello che non condivido è il loro programma economico-sociale: puro neoliberismo della peggior specie. Vorrebbero il modello statunitense nelle pensioni ed la minima partecipazione dello stato nella spesa sanitaria. Biljana Srbljanovic (la drammaturga serba che scriveva "Il diario da Belgrado" su La Repubblica") che si è candidata come sindaco di Belgrado ha ottime idee, ma pochi voti per cui sarebbe stato preferibile se si fosse candidata come deputato nel Parlamento. Hanno una retorica certe volte estremista come i radicali (es. chiamando l'accordo con i russi per il gasdotto uno tradimento dello stato), che è una retorica antiquata, retrograda, ottusa. Io voterò Tadic, il mio voto và alla Unione per l'Europa. Mi dispiace che non siamo d'accordo, tu che vivi in Unione europea ed io che in quella Unione vorrei viverci. Saluti Tanja."

Jasmina. "Cara Tanja, eccoci qua sul ponte. Se lo attraverseremo tutti assieme, se rimarremo solo per il momento da questa parte del ponte oppure ci azzufferemo a metà del ponte (che sarebbe la variante peggiore), vedremo. Vorrei che tu sappia che il mio amore per il nostro comune paese non è né inferiore al tuo, né vuole danneggiare il futuro del tuo figlio e tuo, come a Belgrado mi hai rimproverato. Il mio desiderio è che anche le mie figlie un domani possano scegliere se vivere e lavorare in Serbia o in qualunque altro paese dell'Europa (non dico del mondo, non vorrei andassero così lontano...). I nostri desideri della possibilità o l'impossibilità di realizzare questo divergono. Chiunque vinca, qualcosa perderemo. Se vincono i radicali, perderemo il sistema dei valori che si basa sulla istruzione, educazione, spiritualità e l'autocritica e in cambio avremo l'apoteosi di turbo-folk come la massima espressione estetica ed etica. Avremo però maggiori investimenti dalla Russia come anche dall'UE (tranne se ci isolano come punizione, il che è più che possibile). Potremo salvare la parte del Kosovo, forse. Se vince la coalizione per Tadic, avremo l'elitismo snob, ancor più grande divario sociale, di classe e politico. Avremo certamente maggiori valori civili, minor primitivismo. Perderemo certamente il Kosovo per sempre e forse entreremo in UE. Fra 20 anni. Cosa è meglio scegliere? Saluti e buona fortuna a tutti noi. Jasmina

Tanja (10.05.2008; 14.58). "Io vorrei che noi riuscissimo - e tu non lo vorresti - che ci avvicinassimo all'EU prima possibile, per poter sviluppare il nostro Paese, così, con tutta la Risoluzione 1244 che ci garantisce che lo status del Kosovo non è ancora risolto, mentre tu non lo vorresti finché non te lo dicono esplicitamente: "Si, il Kosovo è parte della Serbia, pardon, ci siamo sbagliati." E invece il 15 di giugno dovrebbe iniziare la missione EULEX, così anche questo diventa l'Europa. Non lo so cosa è che temono gli europei...che noi verremo lì. No, noi non vogliamo venire lì, questo è il punto principale di tutta la storia. Noi vogliamo tutti rimanere qua, è l'essenza della nostra storia, noi non siamo come i rumeni, bulgari, polacchi, che partono per l'Europa per dopo elemosinare sulle strade di questa Europa e sentire invece nel nostro paese d'origine che non vi è la disoccupazione, come fa la Polonia. Ci credo, tutti i polacchi disoccupati stanno in Gran Bretagna! Noi non vogliamo far vagare i nostri disoccupati, vogliamo invece rimanere qui per lavorare e costruire il nostro Paese. Per farlo diventare bello così che loro, gli europei, potranno venire da noi a fare gli ospiti, come in tutti i paesi civili, sulle autostrade vere e non sulle buche da evitare! Per costruire il treno bello e veloce come in Spagna che ci porterà in un ora e mezzo a Mitrovica, in Kosovo. Non devono temere i cittadini della Unione i serbi emigranti, la gente quì non vorrebbe andare da nessuna parte, preferisce rimanere a casa sua ed avere una vita normale. Per esempio, io so che in Spagna, grazie alla buona politica verso gli immigrati che ha saputo sfruttare intelligentemente il capitale umano e si è rialzata, non sta affatto male rispetto a come era qualche anno fa ed anche comparandola con gli altri paesi dell'UE. Ecco, questi sono i buoni esempi. Esiste anche un altro esempio buono da seguire: la collaborazione regionale. Noi siamo, non ci crederai, nel programma Adriatico - però, gli italiani ci hanno offerto fino ad ora sono fumo, come per esempio, la costruzione del Mercato di lavoro regionale. Oppure, l'educazione per gli operatori sociali - offrivano certe cose che noi quiì già sappiamo fare. Somiglia molto a quello:" noi vorremmo venire a lavorare da voi per poi riprenderci questi stessi soldi che abbiamo portato", capisci, io i soldi li ho portati e io li riprendo. Solo un passaggio di mano ho fatto. Mentre la collaborazione regionale sarebbe una cosa fantastica secondo le stesse regole che valgono per l'UE. Così si creerebbe lo sviluppo vero, la cooperazione oltrefrontiera. E piano, piano le frontiere sparirebbero. Guarda questi programmi della iniziativa Interreg III, A,B,C. Io voglio cose concrete fatte per bene, cose per cui tutti noi dovremmo tirare su le maniche per lavorare sodo, per vivere e lavorare. E non per elemosinare gli aiuti!
Jasmina. Cara Tanja, prima di tutto, io non ho detto da nessuna parte che non vorrei che riuscissimo ad entrare in UE.. Da dove hai dedotto questo? Anche Kostunica vuole entrare in UE. Non ci devono dire pardon, ci siamo sbagliati, però devono dire di rispettare la Risoluzione 1244. Anche solo formalmente, ecco, questo devono. Tutti sappiamo benissimo che l'UE con la Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite si è pulita il sedere (non tutti, per fortuna), ma non noi. Noi l'abbiamo rispettata. Per cui, quando denunceremo tutti i paesi che hanno infranto la legge internazionale al Tribunale Internazionale per la Giustizia e hanno riconosciuto l'indipendenza, vedremo chi ha torto. Questo è semplicemente indispensabile. Solo così possiamo salvare il Kosovo. Perchè allora si chiederà la spartizione. Quello che è valso per gli sloveni, croati ed albanesi deve valere anche per i serbi, baschi, curdi. La giustizia o è, o non esiste. E noi dobbiamo lottare perchè esista. E tramite noi anche gli altri popoli. I danni che dovranno pagare per questa infrazione delle leggi internazionali saranno immensi, così che passerà a tutti gli altri stati la voglia di riconoscerlo. Abbiamo una sola cosa dalla nostra parte: la legge. Noi abbiamo rispettato tutto, tranne la consegna di due soli criminali di guerra: Karadzic e Mladic. Il primo ha fatto un accordo con Holbrook per la non consegna in cambio del silenzio (chi sà cosa ha da raccontare). Però, dopo la liberazione di Haradinaj, dopo soli 2 anni a Naser Oric che ora è libero e considerato eroe, di quale autorità si tratta? Come credere al Tribunale che si è screditato del tutto? Tu lo sai che i serbi delle enclave in Kosovo non hanno futuro. Loro sono vecchi e gli albanesi aspettano solo che muoiano. Quindi, noi dobbiamo optare per la spartizione. Su questo non vi è nessun dilemma. La tattica albanese della crescita sistematica demografica è come quella cinese in Tibet. E pianificato e dura da anni. Basta guardare i censimenti. E' come la storia di Palestina ed Israele. Solo che Israele da 60 anni esercita il suo lento ed inesorabile genocidio su Palestinesi, e se provi a dirglielo sei subito antisemita. Quindi, loro festeggiano i 60 anni dello stato mentre Palestina piange i 60 anni di nakba. Ed a loro non vogliono dare lo stato, mentre a noi ci hanno strappato il 15% del nostro territorio per farne un secondo stato albanese in Europa. Chi troppo, chi niente! Dipende se sei con gli USA o meno. Sia i palestinesi che serbi che gli albanesi del Kosovo hanno il diritto all'autodeterminazione. Tutti i popoli hanno questo diritto. Ed il tuo treno supersonico in Spagna, evidentemente ai baschi non basta. Però, ecco, a loro non danno lo stato. Nè all'Irlanda del Nord. E in Serbia tutti possono regalare il territorio come fosse loro. Ecco, guarda la Slovenia e la Croazia: hanno il contenzioso su non so se 3 o 4 km quadrati. E non riescono a risolverlo. Ma generosamente si precipitano a regalare il 15% della nostra terra. Questo è ridicolo e loro non avranno mai una credibilità nè hanno la statura morale per poterlo fare. Sai che cosa mi sembra il tuo tentativo di convincermi? Una donna che stanno violentando e lei non solo non deve urlare ne lamentarsi, deve dire che è stata colpa sua se l'hanno violentata. E deve persino sorridere e dimostrare di godere. E davanti allo specchi invece di piangere di guardarsi ed ammirarsi per il coraggio della sua scelta, che le ha salvato la vita per non essere assassinata. Ehi, quale terribile totalitarismo ti è entrato nel cuore e nell'anima per autoconvincerti di questo? Io non so se tu ci sei stata in Kosovo, se per te è un'astrazione. Per me no. Io ci sono stata svariate volte. Conosco quelle persone e amo quella gente che vive come nelle riserve indiane. Ho lavorato con loro e sono ancora in contatto con alcuni di loro. Sono stata a Decani e a Patriarcato di Pec. A Gracanica. E a Kosovska Mitrovica. Prova ad andare lì, a guardarli negli occhi e dire loro: "Dobbiamo sacrificarvi, cercate di capirci." Non mi vendere il fumo. Sappiamo tutti che l'UE si è pulita il sedere con la Risoluzione 1244 delle UN e che farà lo stesso con l'articolo 153 del'ASA. Sono specchietti per allodole. Per far passare il tempo. Thaci l'altro giorno è stato in Zupa tra i gorani (la popolazione musulmana slava in Kosovo legata a Belgrado di lingua serba). All'improvviso ha chiesto che la traduzione dall'albanese in serbo cessasse ed ha continuato a parlare solo in albanese. Nessuno lo ha capito. Ergo, l'assimilazione è già iniziata. Io voglio entrare in UE però vorrei anche la spartizione del Kosovo. Precisamente quello che hanno avuto loro. Ad ogni costo tranne quello della guerra. E l'isolamento della Serbia, qualcuno non la pensa così, come "Il,sole 24 ore": http://www.b2b24.ilsole24ore.com/articoli/0,1254,24_ART_87081,00.html?lw=24;1--- Ho visto alcuni graffiti a Belgrado che scrivono i tuoi amici dello LDP: "Kosovo è Ibiza", ecco, per me questo è la pornografia. Per voi il Kosovo non esiste più, e probabilmente non è mai esistito. Per me esiste. E se non si fa la spartizione, ecco fra qualche anno, forse meno, ancora i trattorini rossi nella colonna per la Serbietta. Ancora i profughi. Cosa sei pronta a sacrificare per entrare in UE? Sei pronta a sacrificare il Kosovo e i serbi che vi vivono? E cosa sei pronta a sacrificare per salvare il Kosovo? Sei pronta a sacrificare l'UE? E perchè ci hanno costretto a questo terribile baratto, a questo orrore? E' orrore rinunciare a se stessi. Perchè noi siamo anche il Kosovo, quella epica battaglia. Quei morti non sono morti invano, lo capisci? Il Kosovo è la nostra essenza, il nostro essere, la nostra identità. Cosa saremmo senza? I morti della Prima , della Seconda guerra mondiale, sono tutti da buttar via per te? Vuoi scambiare Ibiza per il Kosovo, vuoi vivere bene. Non credi che abbiamo pagato abbastanza, le sanzioni di tutti i tipi, culturali, sportive, economiche, durate anni? Le bombe, consegna del presidente all'Aia. Cosa altro? Deve andarsene anche il Kosovo, anche il territorio, quella gente lì deve essere estinta? Fino a quando? Lo sai che se vincono i radicali è proprio l'UE che ci ha spinto nel loro grembo. Ricordi le elezioni scorse, tutti in diaspora abbiamo votato Tadic? Era prima della dichiarazione dell'indipendenza. Ora è arrivata la fine. Siamo arrivati alla linea rossa che non si può, non si deve superare. Per il rispetto dei nostri figli, dei nostri antenati, di noi stessi.

Jasmina.

 

Se i clandestini raddoppiano – Flavia Amabile

Gli extracomunitari clandestini presenti in Italia sono almeno 650 mila. In pratica sono irregolari undici immigrati ogni mille abitanti. E il numero degli stranieri senza permesso è quasi raddoppiato rispetto all'anno scorso. Lo afferma 'il Sole 24 Ore del lunedì' sulla basei dei dati dell'ultima operazione flussi, della Fondazione Ismu e dell'Istat. E' Brescia a guidare la classifica degli stranieri irregolari (in questo caso 32) ogni mille abitanti. Seguono Mantova (29,8) e Modena (25,5). Anche la classifica delle densità degli stranieri (regolari e irregolari) ogni mille abitanti è guidata da Brescia. Nella città lombarda gli stranieri sono 13,5: più del doppio di una media nazionale che indica una quota di stranieri ogni mille abitanti ferma a 6,1. Dopo Brescia, in classifica, seguono Prato (12,9) e Mantova (12,2). La stima di 650 mila clandestini riporta il livello della irregolarità ai picchi più alti della storia recente. A un livello appena superiore, infatti, si era arrivati solo nel 2002 e nel 2006, prima di una "caduta" registrata nel 2007. I clandestini sono quasi raddoppiati in un anno e domani il governo proverà a fare qualcosa approvando i primi provvedimenti in materia di sicurezza. Le indiscrezioni prevedono norme più rigide nei casi di immigrazione clandestina e un rafforzamento dei potere degli amministratori locali. Si vorrebbe imporre ai cittadini europei di dimostrare fonti di reddito certe per avere diritto di soggiorno in Italia per oltre tre mesi e trovare i modi per rendere effettivi gli allontanamenti di stranieri clandestini e criminali, in passato più volte conclusisi con il ritorno dopo pochi mesi. E poi limitazioni ai ricongiungimenti familiari, l'arresto obbligatorio per chi entra senza permesso e, visto che quelle esistenti sono sul punto del collasso, utilizzare come luoghi di detenzione i Centri di Permanenza Temporanea. Infine, maggiori poteri ai sindaci in materia di sicurezza per dare loro la possibilità anche di chiudere i campi nomadi così come Alemanno spera di poter fare presto. Su una strada simile si sta incamminando anche l'Ue. Sta pensando di estendere il periodo massimo di detenzione per i cittadini extracomunitari colti senza permesso di soggiorno fino a sei mesi (in Italia oggi con la legge Bossi-Fini non si può andare oltre i due mesi), che potranno diventare 18 in casi particolari. Inoltre, l'immigrato espulso non potrà rientrare in Europa prima di cinque anni. In Francia, invece, il governo proprio la scorsa settimana ha aperto a una regolarizzazione “caso per caso”. Se questa è la realtà dell'immigrazione illegale bisogna anche tener presente che gli stranieri in Italia contribuiscono per il 9,2% alla creazione del Prodotto interno lordo a livello nazionale. Regolari e non. Se poi si considerano il contributo solo al valore aggiunto delle macroaree di maggiore inserimento, la percentuale sfiora l’11% (10,9% al Nord Est, 10,8% nel Nord Ovest, 10,5% al Centro, 4,4% nel mezzogiorno). Sono i dati elaborati dal Centro Studi Unioncamere e Istituto Tagliacarte pubblicati in un rapporto presentato ieri a Roma in occasione della sesta giornata dell’economia. Il calcolo è riferito al 2006 e, come spiegano i ricercatori, 'si è basato su una ricostruzione dell’occupazione interna straniera per settore/territorio, e comprende anche la componente irregolare” In termini assoluti il Pil prodotto dagli immigrati è stato di 122mila milioni di euro, concentrati quasi per il 60% nei servizi, quindi nell’ industria (24%) e nelle costruzioni (13%). Ma è proprio nelle costruzioni che i lavoratori stranieri danno il contributo proporzionalmente più elevato, producendo il 20% del valore aggiunto del settore. Il rapporto parla anche di imprenditori stranieri, e del loro continuo aumento. Sono state 37.531 le imprese individuali aperte da persone nate al di fuori dei confini dell’Unione Europea. Rispetto all’anno precedente, il totale delle imprese individuali gestite da titolari immigrati da Paesi non appartenenti all’Ue è così aumentato di 16.654 unità, raggiungendo il valore di 225.408 unità, l’8% in più rispetto al dato di fine 2006. Il Paese d’origine più rappresentato tra le nuove iscrizioni dello scorso anno è la Cina (6.929 titolari). Seguono Marocco (5.756 nuovi titolari) e Albania (5.118 nuovi imprenditori). Insieme, questi tre Paesi hanno determinato il 47,4% delle nuove iscrizioni. La crescita del 2007 si concentra soprattutto nelle costruzioni (6.603 unità in più), nel commercio (+ 5.445) e, più a distanza, nelle attività manifatturiere (+2.473 imprese). La concentrazione maggiore dell’imprenditoria immigrata si registra in termini assoluti in Lombardia (41.064 imprese, il 18,2% di tutte le imprese con titolare non UE), ma è la Toscana che ospita il numero più elevato di imprenditori immigrati in proporzione al numero di imprese individuali residenti: 23.417 su 224.168, in pratica più di un’impresa ogni 10. Il record provinciale va a Prato, dove oltre un’impresa ogni quattro (il 27,4%) ha un titolare immigrato.

 

Il business dei tuguri per clandestini - LODOVICO POLETTO

TORINO - Hibraim viveva a Porta Palazzo: camera con «angolo pollaio» incorporato. Stesi a terra i materassi; accanto all’uscio che dà sul balcone un fornelletto a tre gas incrostato e vecchio. Hibraim, marocchino di Kouribga, abitava al quarto piano di una casa di ringhiera in corso Regina Margherita, nel cuore del quartiere che a Torino è simbolo della nuova immigrazione. Stanza di tre metri per tre, sgabuzzino e bagno sul balcone: il tutto a 450 euro al mese da dividere con tre connazionali. Marocchini come lui, clandestini come lui. Uomini e animali insieme. «Che ve ne fate di questi due polli?» gli domandarono i poliziotti al momento dell’ingresso in quella casa. «Li abbiamo comprati, li ingrassiamo e li mangeremo». Eccole qui le case dei clandestini: stamberghe affittate a peso d’oro, e senza contratto, da gente che si è arricchita alle loro spalle. Il neo ministro degli Interni, Roberto Maroni rilancia la proposta del sequestro e della confisca obbligatoria di quelle case. Lasciando intendere la volontà di colpire quanti favoriscono l’immigrazione clandestina. Che poi, spesso, sono cittadini italiani a capo di consistenti patrimoni immobiliari. Trovarli è una caccia al tesoro, spesso attraverso sigle di società che controllano, o sono controllate, da altre società. Giorgio Maria Molino, 65 anni, «il dottore» come lo chiamano quelli che affittano casa da lui, è uno di loro. Lo vedi e sembra un pensionato vagamente dimesso: capelli bianchi, vestiti tutt’altro che ricercati, riservato. Eppure è considerato uno dei «re delle soffitte» di Torino. La sua dote di immobiliare - che poi sono appartamenti nelle zone storiche dell’immigrazione, oppure nella prima periferia - è stimata in ben più di mille unità. Tante? Forse: Qualcuno dice che c’è anche chi ne ha ben più di lui. Giorgio Molino lo hanno arrestato nel luglio di un anno fa, dopo avergli chiuso un palazzo tutto affittato a prostitute: dieci alloggi e altrettante, o forse anche di più, ragazze che lavoravano lì dentro. Un via-vai continuo tutta la notte, tutte le notti. Alla fine i vigili urbani del nucleo di polizia giudiziaria sono riusciti a mettergli le manette. Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, una delle accuse che gli hanno mosso. Lui non ha fatto una piega. Il suo avvocato ha subito sottolineato: «Il signor Molino non ha mai subito condanne». Le voci e le polemiche, invece, lo inseguono da anni. Lui nega tutto. Storie di case e di gente, di sfruttati e di sfruttatori. Padova, via Anelli. I cinque palazzoni che erano stati costruiti per gli studenti, sono diventati negli anni ricovero e rifugio di disperati e delinquenti. Clandestini? Anche. «Tantissimi» dice la gente di lì. Cercavano un tetto e hanno trovato chi glielo dava senza fare tante storie, ma anche senza far loro firmare lo straccio di un contratto. L’importante era che pagassero. Manciate di banconote ogni mese. Via Anelli è rapidamente diventata il simbolo dell’immigrazione clandestina della città ai piedi dei colli Euganei. Le proteste per lo spaccio, hanno fatto sorgere un «muro» di lamiere per separare quei palazzi dalle zone residenziali. Ma ce n’è voluto prima di svuotare quei cubi di cemento dagli esseri umani che sognavano qualcosa di più dignitoso di un rudere da pagare a peso d’oro. Da Padova a Brescia. Una ricerca realizzata su dati della Fondazione Ismu e dell’Istat stabilisce che questa è la città con la più alta densità di clandestini sul territorio: 32 ogni mille abitanti. Vivono tra il quartiere Carmine e la stazione. Sono essenzialmente senegalesi e marocchini. I pachistani hanno colonizzato la cintura. La val Trompia è considerata il luogo di massima concentrazione di immigrati regolari e non che arrivano da Sukkut o dalla regione del Panja. E dopo Brescia c’è subito Prato, dove gli immigrati clandestini sono quasi tutti cinesi. Vivono in stanze dormitorio: pagano affitti che valgono quanto uno stipendio da operaio «in nero». La stessa indagine racconta che in Italia sono più di 650 mila i clandestini: in pratica sono irregolari undici immigrati ogni mille abitanti. Vivono nelle grandi città, raramente in provincia. A Brindisi, oppure a Bari un tempo l’emergenza erano gli albanesi che sbarcavano in massa sulla costa. Ora restano piccole enclaves di eritrei che lavorano in campagna. Nella zona di Foggia, invece, il fenomeno è tutt’altro che sottotraccia, ed è alimentato dalla raccolta dei pomodori. Lì li trovi a migliaia: uomini e donne dell’est Europa o oppure dell’Africa centrale. Il permesso di soggiorno per loro è una chimera. Vivono ammassati dentro vecchie masserie. Guadagnano una manciata di euro al giorno che reinvestono quasi per intero per pagarsi un posto letto in queste case tugurio. Un giro d’affari consistente che arricchisce, forse, più i caporali che i padroni di casa. A Roma, il quartiere Cassia è quello dei Filippini e dei sudamericani. L’immigrazione del Niger, dalla Costa d’Avorio dal Senegal s’è radicata nel quartiere Pigneto. Ci sono i regolari, ma anche tanti, tantissimi, clandestini. Stesse case di Torino, di Foggia o di Milano. Stessi affitti: 300, 400 o anche 500 euro per un posto letto. E chi non trova una casa, o non ha denaro a sufficienza per strapagare un posto letto, si rifugia nelle fabbriche abbandonate. Almeno lì dentro non deve pagare nessuno.

 

L'Italia batte tutti nella gara a chi ha i prezzi più alti - LUIGI GRASSIA

In Italia siamo svantaggiati. Il confronto internazionale dei prezzi dei beni di consumo ci vede perdenti rispetto a Francia e Germania: da noi il costo della vita corre più che in casa dei nostri principali vicini e concorrenti. Lo dice uno studio della Fipe Confcommercio (associazione di negozianti) che esamina l’andamento dei prezzi in dodici categorie merceologiche dopo la conversione fra la lira e l’euro. Peggio ancora: fra il 2002 e il 2007 l’inflazione italiana è stata doppia di quella della Germania per il cibo, e addirittura dieci volte superiore per i prezzi dei mobili e degli articoli e dei servizi per la casa. Come dire che proprio nelle cose di maggiore necessità le famiglie italiane subiscono una pressione economica che non ha eguali oltreconfine. Per essere più precisi, fra il 2002 e il 2007 l’inflazione è cresciuta in Italia più che in Francia e in Germania in otto su dodici capitoli di spesa esaminati. Per quanto riguarda gli altri quattro settori di spesa, il nostro Paese è rimasto più o meno pari con gli altri nel capitolo dei trasporti mentre è risultato più virtuoso in tre settori: i servizi sanitari e le spese per la salute, le comunicazioni e l’istruzione. Per il resto, la rincorsa dei prezzi è stata tale che ormai Roma risulta quasi allineata, quanto a spese, con Parigi e Berlino, dove invece fino a dieci anni fa la vita costava più cara. Va anche detto che questo effetto, cioè una tendenza dei prezzi ad avvicinarsi da Paese a Paese nella zona della moneta comune, era stato previsto dagli economisti già prima che l’euro nascesse. Ma constatarlo non è una cosa che consoli. Per quanto riguarda i singoli capitoli di spesa, le elaborazioni della Fipe dei dati di Eurostat mostrano come in cinque anni per gli alimentari l’inflazione sia stata del 4,8% in Germania, del 6,2% in Francia e del 10,1% in Italia. E a dir la verità questo rincaro sembra ottimistico. Una dinamica analoga, ma con un contrasto ancora più stridente a nostro svantaggio, è stata quella del settore abbigliamento e calzature: mentre i prezzi sono addirittura diminuiti in Germania (-3,4%) e hanno subìto un incremento contenutissimo in Francia (+1%), in Italia la variazione è stata del 7,4%. E anche qui c’è la sensazione che i nostri rincari risultino sottostimati. Le bevande alcoliche e i tabacchi hanno registrato impennate un po’ dovunque, ma in Italia del 33,8% contro il +30,3% della Germania e il +27,3% della Francia. Le spese per abitazione, acqua, elettricità e combustibili vedono un altro confronto va a nostro sfavore: +14,6% in Germania, +19,3% in Francia e +20,2% in Italia. E la corsa dei prezzi è stata più veloce da noi anche per i mobili e gli articoli per la casa e per la ricreazione, gli spettacoli e la cultura: c’è un contrasto stridente perché l’andamento dei prezzi nel 2002-2007 è stato negativo sia in Francia che in Germania, contro il +7,4% dell’Italia. Male pure per alberghi e ristorazione e per la categoria residuale degli altri beni e servizi. Nel quinquennio il consumatore in Italia avrebbe fruito (secondo l’indagine Fipe) di condizioni migliori nelle comunicazioni (prezzi -22,1% contro il -4,2% della Germania e il -6,7% della Francia), nei servizi sanitari (+11,6% contro il +14% della Francia e il +24,8% in Germania) e nell’istruzione (+14,1% contro il +15,7% della Francia e il +35,2% della Germania). Ma a parte la prima voce i rincari sono stati pesanti anche da noi.

 

Vent’anni a bere acqua avvelenata - GIUSEPPE SALVAGGIULO

PESCARA - Non è vero che in Abruzzo non succede mai niente. Può succedere, per esempio, che per decenni una grande industria chimica inquini la zona in cui si trova la falda idrica che fornisce acqua potabile a 450 mila persone. Può succedere che attorno a quell’industria sorga la discarica abusiva di rifiuti pericolosi più grande d’Europa. Può succedere che le analisi nell'area industriale rilevino sostanze tossiche e cancerogene, con valori fino a 161 mila volte il limite legale. Può succedere che per anni tutto ciò sia, nella migliore delle ipotesi, ignorato o sottovalutato da chi dovrebbe allertarsi e intervenire. Può succedere di imbattersi «in qualcosa che al confronto - confida un investigatore - Porto Marghera sembra una cazzata». Può succedere. È successo. Il paradiso perduto. Questa storia non è ambientata in uno di quegli inferni industriali che fanno paura solo a guardarli, ma in un’incantevole valle a cinquanta chilometri da Pescara, lungo l’autostrada per Roma. Un canyon imponente, incastrato tra due parchi nazionali (Gran Sasso e Majella), che dall’Appennino si apre verso il mare Adriatico. Boschi a perdita d’occhio, cime imbiancate sullo sfondo, qua e là mucchi di case lungo i pendii. Ai piedi della valle si convogliano tutte le acque dai monti, che alimentano due fiumi paralleli. Uno in superficie, il Pescara (con l’affluente Tirino), che scorre tra piccole lagune cristalline dove i ragazzi vengono a campeggiare e a fare il bagno. Uno sotterraneo, la grande falda d’acqua da cui pesca l’acquedotto. Quest’impianto serve 450 mila persone, un terzo della popolazione regionale, che diventano fino a 600 mila d’estate. All'altezza del paesino di Bussi, sotto il ponte dell'autostrada e con il fiume che passa in mezzo, c'è un sito industriale. Un insediamento chimico sorto nel 1901 e che nel corso del ‘900 segue tutta la parabola della chimica italiana. Riconvertito alla bisogna a fini bellici (la posizione la rende inattaccabile), poi finisce nell’orbita Montedison. La storia cambia nel 1982, quando si aprono otto nuovi pozzi dell'acquedotto. Pur chiamandosi pozzi di Sant'Angelo, di angelico non hanno nulla. Anziché collocarli a monte dell'industria, dove l'acqua è ancora incontaminata, li piazzano a valle, dove il fiume ha già imbarcato un bel po' di veleni. Quindi, da quel momento, l'acquedotto porta nelle condutture e nelle case degli abruzzesi acqua con residui di scarichi chimici. I primi allarmi. Il primo campanello d'allarme suona vent’anni dopo, nel 2002, quando la multinazionale belga Solvay acquisisce lo stabilimento e rileva, nel terreno sottostante, sostanze nocive oltre il limite consentito. Il sito dunque, è sin da quel momento ufficialmente inquinato (ad oggi, la bonifica non è ancora iniziata). Un momento. L'industria inquina la falda che poco più a valle alimenta l’acquedotto. Siamo sicuri che l'acqua che arriva nelle case sia davvero potabile? Prima che qualcuno si ponga questa domanda, passano due anni. Nel 2004, fatte le prime analisi dell'acqua, l'Asl certifica «uno stato di inquinamento» che «pregiudica gravemente la qualità delle acque destinate al consumo umano» e «necessita di urgenti provvedimenti (...) da parte delle competenti autorità…». Le sostanze inquinanti rilevate sono tre: tetracloroetilene, tricloroetilene e cloroformio. Tutti e tre classificati dall'Organizzazione mondiale della sanità come tossici per fegato e reni. Il primo è anche un probabile cancerogeno. Tecnicamente si tratta di uno STATO DI ALLERTA e l’Asl lo scrive proprio così, tutto in maiuscolo, in modo che balzi subito all'occhio, in una nota del settembre 2004. Tutti zitti, tutti fermi. Che cosa succede, di fronte a un allarme così inequivocabile? Nulla. Ovvero riunioni, rimpalli di responsabilità, conferenze di servizi. E dire che le cosiddette autorità competenti non mancano: Asl (Azienda sanitaria locale, dà i giudizi di potabilità), Arta (Autorità regionale territorio e ambiente, fa le analisi in laboratorio), Aca (società pubblica di gestione dell'acqua), Ato (Ambito territoriale ottimale, ente pubblico che coordina la gestione dell'acqua), commissario straordinario del governo, una quarantina di Comuni, Provincia, Regione e c'è sempre il rischio di dimenticarne qualcuno. Ma anziché intervenire ed effettuare analisi anche su altre sostanze, si danno la consegna del silenzio. Un documento della Regione chiede agli altri enti «un’adeguata discrezione al fine di evitare inutili allarmismi nei cittadini interessati dai fenomeni di inquinamento in atto». Infatti i cittadini continuano a bere ignari di tutto, sebbene la legge imponga di informare la popolazione della presenza nell’acqua di sostanze potenzialmente dannose per la salute. Questione di filtri. La gabola per non fare nulla è semplice: miscelare l'acqua inquinata con quella buona, presa dai vecchi pozzi sistemati a monte dell'industria. Così i veleni si diluiscono e l'acqua torna potabile. Peccato che la miscelazione, oltre che vietata dalla legge come chiarito dal ministero dell’Ambiente, non sia risolutiva. Alla fine del 2004 una nuova relazione dell’Agenzia ambientale regionale aggrava il quadro: nella falda, diciannove molecole superano i limiti di legge. Tra queste anche il cromo esavalente, il micidiale agente tossico e cancerogeno reso famoso dal caso di Erin Brockovich, una storia vera accaduta negli Stati Uniti e diventata film da premio Oscar. In queste analisi, il tetracloroetilene risulta schizzato a livelli di concentrazione impressionanti: fino a 4.800 volte superiori a quelli tollerati. E poi mercurio, piombo, nichel, cloruro di vinile. L’Agenzia, che pure conferma il giudizio di potabilità dell’acqua, consiglia controlli giornalieri e barriere idrauliche per tamponare l’inquinamento. Tutto inutile. Come in un film. Passa un altro anno e la magistratura minaccia il sequestro dei pozzi, che vengono chiusi a fine 2005 ma poi incredibilmente riaperti dopo aver messo dei filtri. È un’altra finta soluzione: i filtri possono ben poco. Anzi nel febbraio 2007 nuove analisi rilevano concentrazioni di tetracloruro di carbonio (un composto tossico che colpisce fegato, reni, cuore e sistema nervoso) superiori rispetto a prima. I filtri sono già saturati. Sono trascorsi cinque anni dal primo allarme, tre dalle prime analisi. A dispetto dei palliativi dietro cui si trincerano le autorità, la situazione è peggiorata. Fausto Croce, professore di chimica all'università di Chieti, vive proprio nella valle. Insospettito da un trafiletto su un giornale locale, preleva campioni di acqua e li fa analizzare in laboratorio da un’equipe di colleghi. Dopo qualche giorno, allarmato dai risultati, Croce contatta Augusto De Sanctis, volontario del Wwf. Augusto non ha il fascino di Julia Roberts, ma come nel film dedica anima e corpo alla causa dell'acqua e della salute. Trascina il vicepresidente del Wwf Abruzzo, Fabio De Massis, a bordo della sua vecchia utilitaria lercia e scassata. I due raggiungono la valle e accompagnano i tecnici di un laboratorio di Roma per fare altre analisi. L’esito è sconvolgente: possibili cancerogeni come il tetracloruro di carbonio a livelli mai raggiunti in nessuna acqua potabile del mondo. Ma quando questi dati vengono portati all'attenzione delle autorità, la risposta dell’Ato, l’ente pubblico che coordina il servizio idrico, è non meno sconvolgente: «Avranno fatto le analisi con le provette sporche». Una bomba. Com'è possibile che argini più robusti alzati nello stabilimento industriale, filtri ai pozzi e miscelazioni dell'acqua non siano serviti a niente? Si capisce il 12 marzo 2007 quando il Corpo forestale, guidato dal comandante provinciale Guido Conti, va a dare un’occhiata nelle viscere della valle. Comincia a scavare attorno al sito industriale e al fiume. E scopre che per decine di metri, lì sotto, la terra è intrisa di sostanze inquinanti. Le stesse che hanno contaminato l'acqua. Come in una macabra caccia al tesoro, i forestali si spostano più in là per chilometri. Scavano. E l’esito è sempre lo stesso: ovunque veleni. Qualcuno sviene a metri di distanza, nonostante le mascherine. «È una bomba ecologica senza precedenti», scrivono. Per mesi proseguono i sondaggi. Alla fine, in tre punti diversi della valle, sequestrano una decina di ettari di terreni (una superficie grande come venti campi di calcio) per un totale di 500 mila tonnellate di rifiuti. La discarica abusiva di rifiuti pericolosi più grande d’Europa. Per decenni, quella montagna di schifezze ha inquinato il terreno, i fiumi e la falda utilizzata dall’acquedotto. La conformazione del territorio, con la valle a fare da grande imbuto naturale, ha amplificato gli effetti della «bomba». Troppo tardi. Lo scandalo esplode. Ora non si può più far finta di niente. Non si può ancora chiedere omertà su carta intestata. Eppure bisogna aspettare il 3 agosto 2007 perché i pozzi vengano nuovamente chiusi. Un terzo dell'Abruzzo resta senz'acqua in piena estate, la gente è inferocita e partecipa in massa a un consiglio comunale straordinario. L'Acquedotto ricambia i filtri e minimizza il pericolo. Ancora una volta i pozzi vengono riaperti, ma questa è l'ultima. A novembre arriva il provvedimento definitivo e la promessa che i pozzi non saranno mai più utilizzati. Nel frattempo partono le indagini epidemiologiche per individuare gli eventuali danni provocati dall’acqua inquinata sulla salute delle persone. Indagini quantomeno tardive e non ancora penetranti come necessario quando è in gioco la salute pubblica. Perché ora è questo il punto: sapere quale prezzo hanno pagato i cittadini bevendo acqua contaminata. Sessanta tra associazioni e comitati spontanei organizzano una manifestazione con seimila persone. Un gruppo di giovani geologi e registi inizia a girare un documentario. Infine, solo poche settimane fa, l’Istituto superiore di sanità fa giustizia di anni di ipocrisie. Dichiara l'acqua «non idonea al consumo umano» e certifica «un rischio per la salute umana». Dai primi allarmi sono passati sei anni, dalle prime analisi quattro. Quanti e quali danni alla salute dei cittadini si potevano evitare? Le indagini. È possibile scaricare mezzo milione di tonnellate di rifiuti a due passi da un centro abitato senza che nessuno se ne accorga? Chi è il responsabile della devastazione ambientale della valle? Chi ha scaricato i veleni? Chi ha inquinato l'acqua potabile? E chi, pur sapendo e dovendo intervenire, ha fatto finta di non vedere? Forse si capirà tra poche settimane, quando il pubblico ministero Aldo Aceto dovrebbe chiudere l’inchiesta penale. Per due anni, i forestali hanno sentito testimoni e fatto sopralluoghi, analisi di documenti e fotografie, sorvoli aerei. Come archivisti, sono risaliti indietro nel tempo, ripercorrendo la storia del sito industriale. Dalla sede della Montecatini sono tornati con cinque pulmini carichi di carte. Ora hanno consegnato al magistrato dodici faldoni alti venti centimetri l'uno con «una storia che fa venire da piangere», racconta chi l’ha letta. L’indagine copre un periodo di almeno vent’anni. Le persone coinvolte sono una quarantina. I reati spaziano da quelli ambientali agli illeciti tipici della pubblica amministrazione. Ma è bene non farsi illusioni: nelle indagini ambientali nove casi su dieci finiscono in un nulla di fatto. Prove complesse, processi lunghi, prescrizioni brevi. Ciò che potrebbe salvare questa inchiesta dall'oblio è l'eventuale contestazione del ben più grave reato di avvelenamento di acqua, punito con quindici anni di reclusione e con l'ergastolo se ne è derivata la morte di qualcuno. Il futuro. E dei rifiuti pericolosi ancora depositati nella valle? Ah, per quelli ci sono ancor meno speranze. Bonificare la megadiscarica costa circa 150 milioni di euro. Per ora ne sono arrivati solo un paio e non sono bastati nemmeno per coprire i rifiuti con un telone. Così l'acqua piovana e il fiume continuano a trasportare veleni. In attesa della bonifica, a Bussi si guarda avanti. Una parte dello stabilimento chimico è in dismissione, ma è già pronto un progetto per insediare un nuovo impianto per il trattamento dei rifiuti industriali. Non quelli già abbandonati nella valle, ma altri provenienti da impianti petrolchimici, raffinerie e industrie chimiche di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Polonia. Più o meno centomila tonnellate ogni anno. No, davvero non si può dire che in Abruzzo non succede mai niente.


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