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Repubblica – 13

Repubblica – 13.5.08

 

La lezione del caso Schifani - GIUSEPPE D'AVANZO

E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica. Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione". Le lontane "amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?). Non se n'è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso. I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: "Non abbiamo mentito" (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris). Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d'informazione, come si autocertifica. E', nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri ("Io racconto solo fatti") - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d'un malcapitato). L'operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro ("Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso..."). E' un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all'avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un'abusiva occupazione del potere e un'opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale. Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.

 

Manifesto – 13.5.08

 

I complici nel loft - Norma Rangeri

L'unità nazionale contro Marco Travaglio. È l'immagine surreale, l'istantanea che fotografa la reazione del mondo politico alle pesanti accuse del giornalista contro il presidente del senato, Renato Schifani. Citando dalle coraggiose pagine del libro di Lirio Abbate, I complici, nella prima serata di Raitre, di fronte a un Fabio Fazio visibilmente a disagio, Travaglio ricorda i rapporti del presidente del senato con alcuni boss mafiosi. Relazioni note, politicamente imbarazzanti, anche se giudiziariamente irrilevanti (Schifani non ha subito per questo alcun processo). Il popolare giornalista non rivela verità nascoste, ma moltiplica l'audience di fatti e circostanze già negli scaffali delle librerie e negli articoli delle sparute, incorreggibili penne antiberlusconiane. Anziché discutere sull'attendibilità della denuncia, la nomenklatura del Partito democratico (da Anna Finocchiaro a Luciano Violante) si unisce alle voci del centrodestra e protesta con veemenza per la diffusione televisiva delle irripetibili offese. Un leit-motiv già risuonato nelle dichiarazioni del presidente della Rai, Claudio Petruccioli, indignato per la puntata di Annozero dedicata alla manifestazione torinese di Beppe Grillo. Un film già visto all'indomani della celebre intervista di Daniele Luttazzi a Travaglio (Satyricon) su un altro libro-scandalo, L'odore dei soldi berlusconiani: sullo sfondo ancora la mafia, ancora la Sicilia dell'eroe Mangano. Tuttavia nel 2002 l'antiberlusconismo era moneta spendibile sul mercato elettorale, specialmente di fronte all'editto bulgaro, preludio di un governo della televisione che non faceva prigionieri. Oggi, invece, la sinistra del loft sotterra la questione morale e insegue con il fiato in gola il sentimento di rancore che la maggioranza dei cittadini ha riversato nell'urna a favore del Popolo delle libertà. Alle ronde di destra si affiancano quelle di sinistra, le ordinanze contro i mendicanti sono un rito bipartisan. E sull'informazione, casamatta del potere, si replica: tolleranza zero. In tv parla e ha accesso solo chi non tocca i nervi scoperti dell'avversario. C'è da rinnovare il Cda del servizio pubblico, bisogna difendere il fortino di Raitre assicurando la massima collaborazione e tranquillità al presidente Berlusconi, già alle prese con i colonnelli di Fini che affondano l'attuale direttore generale, Claudio Cappon, nella speranza di strappare quella poltrona al berlusconiano già designato. E così eccoli tutti in fila a chiedere scusa per l'increscioso incidente di percorso, mentre i nuovi regnanti di questa dolce dittatura zittiscono gli ultimi cani sciolti e cancellano i fatti. L'intervista del Tg1, a Renato Schifani, ne era un esempio luminoso. Il politico liquida il merito della questione («fatti inconsistenti e manipolati»), e si dilunga sul complotto politico («qualcuno vuol minare il clima di dialogo tra maggioranza e opposizione»). Uno spot. Non spiega nulla, ma significa moltissimo.

 

Maroni: «Maggiori poteri ai sindaci» - Stefano Milani

Roma - Alemanno chiama e Maroni risponde. Sul tema della sicurezza la sintonia tra il sindaco di Roma e il neoministro degli Interni è totale. Ieri i due hanno parlato privatamente per più di un'ora in Campidoglio promettendosi collaborazione a vicenda. E soprattutto concordando un nuovo Patto per la Capitale, più incisivo e restrittivo del precedente, quello Veltroni-Amato che, a dire del primo cittadino capitolino, è rimasto «sostanzialmente inattuato». Soddisfatto Maroni. «Siamo sulla strada giusta» e promette: «Tutte queste richieste entreranno nel decreto legge» in discussione nel Cdm previsto la prossima settimana. «Questi patti - ha spiegato il titolare del Viminale - sono però rimasti solo sulla carta. Noi vogliamo invece realizzare questa stretta collaborazione con Roma e le altre città, per garantire un più alto livello di sicurezza ai cittadini». Perciò d'ora in avanti si cambia registro. Il nuovo Patto sognato da Alemanno deve partire «innanzitutto dal controllo del territorio con una presenza delle forze dell'ordine soprattutto nei nuovi quartieri». Preferibilmente dotate di manganello e addestrate alla lotta contro «l'abusivismo commerciale, contraffazione, caporalato, prostituzione e racket dell'accattonaggio». Ma la tolleranza zero sarà soprattutto nei confronti degli immigrati clandestini. Ed in particolare sulla questione dei campi nomadi, il neosindaco di Roma attende con trepidazione un segno dal nuovo governo, un decreto legge ad hoc che contenga norme più chiare in tema di espulsioni. Priorità assoluta della nuova giunta di centrodestra è lo sgombero degli 85 campi nomadi presenti, secondo stime ufficiose, nel territorio di Roma. Come (farlo), dove (mandare le persone espulse) e quando (inizieranno gli sgomberi) è però ancora tutto da decidere. Ma il tema dell'immigrazione clandestina è una questione piuttosto delicata che non può essere affrontato senza rapportarsi con i paesi di origine. Questo Alemanno lo sa e perciò propone una sorta di «cooperazione» con i Paesi neo-comunitari affinché «i processi di allontanamento siano effettivi». Sempre ieri il comitato del più grande e antico campo nomade della capitale, quello di Casilino 900 che conta oltre 650 abitanti «regolari» tra persone di etnia serba, bosniaca, kosovara, macedone e montenegrina, ha scritto a Maroni, Alemanno, al prefetto Mosca e al presidente della provincia di Roma Zingaretti chiedendo un incontro «per scongiurare drastiche soluzioni». La loro situazione è drammatica, «nel campo non c'è acqua, luce, alloggi e servizi necessari» denuncia la delegata rappresentante del Comitato, Donatella Papi, che sottolinea come «l'intera comunità non si è mai segnalata per problemi di sicurezza, ma ha invece dimostrato buona integrazione sul territorio». I nomadi del campo sottopongono, si legge nella lettera, oltre «alla collaborazione per il rispetto delle regole», la proposta di un progetto di integrazione dei cittadini del campo, fondato sul lavoro, la formazione e l'educazione morale e spirituale della comunità nomade». Aspettando che i destinatari dell'invito accettino il confronto, il ministro Maroni continua il suo giro di consultazioni con gli amministratori locali. Oggi incontrerà il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che anche ieri ha ribadito con fermezza la sua posizione: «Niente sconti per i recidivi e un inasprimento delle sanzioni per quei reati considerati minori ma che colpiscono le fasce più deboli». Poi sarà la volta del primo cittadino di Firenze, Leonardo Domenici, che è anche presidente dell'Anci. E proprio l'Associazione nazionale comuni italiani, che nel direttivo di giovedì scorso ha approvato un ordine del giorno sul tema della sicurezza, chiede al ministro degli Interni di definire e ottimizzare ruolo e compiti di ciascuna amministrazione e «confrontare bisogni ed urgenze delle comunità». La carta sulla quale i sindaci puntano per adeguare i loro poteri alle nuove condizioni di vita nelle grandi città, è la modifica dell'articolo 54 del testo unico degli enti locali che dovrebbe attribuire loro maggiori funzioni in materia di decoro urbano e sicurezza in coerenza con le funzioni dei prefetti.

 

«Garantire la sicurezza è un valore di sinistra» - Francesca Pilla

Salerno - Come il sindaco di Verona Flavio Tosi, Vincenzo De Luca si sveglia alle sei e mezzo, fa un giro per la sua Salerno controlla quello che non va e lo «mette a posto» appena arriva in Comune. C'è chi dice che addirittura non dorma e così può costringere gli impiegati comunali a cambiare le lampadine dell'illuminazione pubblica anche di notte. I suoi nemici lo chiamano sceriffo, fascista, fondamentalista, qualcuno lo taccia anche di razzismo perché ha detto che prenderebbe i clandestini «a calci in culo», ma lui smentisce di aver mai pronunciato queste parole. Ha dotato i vigili urbani di manganelli contro gli ambulanti, è andato personalmente a sgomberare centri sociali e campi rom, ha proposto quote limite di residenza per i migranti in città, capeggia di persona le ronde contro prostitute e «balordi», gira come un matto in cerca dei parcheggiatori abusivi. E' la nuova faccia del Pd campano e tre anni fa è stato eletto primo cittadino con il 56,9% dei consensi, rifiutando il simbolo dei Ds e correndo con una lista civica. Oggi secondo un sondaggio del Sole 24 Ore in Italia è il sindaco con il maggior consenso tra gli elettori, 75%. Antibassoliniano di ferro è uno dei papabili per la candidatura alla presidenza della Regione, lui non smentisce ma prima ci sarà da affrontare le primarie e sfidare Luigi Nicolais, l'ex ministro. Sindaco ma cosa fa imita la Lega e resta con i «democratici»? Perché non va con la destra? Guardi a me della Lega e del sindaco Tosi non mi interessa proprio niente. Magari qui fosse in gioco la rincorsa con la destra sui temi della sicurezza. Ci troviamo di fronte un problema drammatico di perdita dell'autorità, nelle città ci stiamo allontanando pericolosamente da standard di vita civili e democratici. Con esponenziali tassi di violenza, con bande giovanili che aggrediscono i cittadini e le forze dell'ordine, con la totale mancanza di rispetto delle regole da parte di immigrati e delinquenti. Io credo che gli organi democratici debbano ristabilire una qualità della vita gradevole o perdiamo per sempre. Garantire la convivenza pacifica della popolazione è un valore di sinistra. E' invece questa instabilità a essere una deriva pericolosa, l'humus per il riemergere del fascismo. Non dobbiamo avere paura di usare il termine «repressione». Tanti amici di partito hanno difficoltà su questi temi. Dobbiamo eliminare gli steccati ideologici e smetterla di giustificare la devianza. Questo è uno dei temi programmatici decisivo per il Pd. La sicurezza è come un bene di mercato, più è raro e più diviene un lusso non godibile da parte di tutti. Oggi nelle città è appannaggio solo dei ricchi che vivono nelle ville bunker, mentre deve tornare a essere usufruibile nei quartieri popolari, nelle piazze. Non sembra però che Salerno sia in emergenza, anzi è una cittadina tranquilla. Questo perché ci sono io, mi sono allontanato per una legislatura (giunta De Biase, ndr) ed è stato un caos con orde di ambulanti che occupavano il lungomare, parcheggiatori abusivi, delinquenti. Riesco con estrema fatica a tenere il polso della situazione, siamo sempre sul punto di perdere il controllo della città. Prendiamo piazza San Francesco, un luogo destinato alle nostre famiglie, oggi è completamente occupata da romeni, polacchi, ucraini stravaccati sulle panchine, ubriachi con decine di bottiglie intorno. I salernitani non ci possono più mettere piede. E' una vergogna, noi dobbiamo riappropriarci di quello spazio. Però è pericoloso lanciare questo tipo di messaggi che possono facilmente spingere al razzismo. Allora dico di più. Io non mi devo integrare con nessuno, sono gli stranieri che devono rispettare le nostre leggi. Faccio un esempio se un islamico non permette alla sua donna di lavorare, di prendere mezzi pubblici, la costringe a subire abusi, non consente alle figlie di andare a scuola, in Italia deve essere perseguito e non «accettato». Bisogna essere chiari in questo, mentre bisogna premiare e dialogare con l'immigrazione «pulita». Per questo la nostra amministrazione ha organizzato due mercatini etnici e stabilizzato 150 senegalesi. Abbiamo anche creato una guida multilingue ai servizi per i cittadini stranieri. Ma tutti devono rispettare i nostri valori costituzionali, le consuetudini, le idealità. Ma le ronde non sono anch'esse uno strumento «violento» e primitivo? Lei è stato anche schiaffeggiato da una prostituta rumena... Sì e mi ha anche detto che non potevo farle nulla perché aveva i migliori avvocati a disposizione. Siamo arrivati al paradosso, le forze dell'ordine vengono sbeffeggiate da queste persone, hanno paura di essere aggrediti e si sentono impotenti, proprio per questo la notte faccio il giro con loro, per motivarli. E' molto difficile governare questi fenomeni, servono soldi e risorse. Per arrestare una prostituta io ho bisogno di sei vigili urbani, tre per il controllo e tre al comando per la stanza di sicurezza, di una notte di lavoro, di pagare gli straordinari. Poi la signora esce la mattina seguente e si ricomincia. Ma questo accade con tutti i microdelinquenti. Ho fatto arrestare personalmente un parcheggiatore marocchino che al mio rifiuto di pagare la sosta aveva detto che mi avrebbe sparato in fronte. Siamo andati in tribunale, io senza nemmeno l'avvocato del Comune, vestito da grigio burocrate ex Pci, lui elegante e spavaldo con quattro difensori al seguito. Morale? Ora è ai domiciliari e per questo non è stato nemmeno espulso. Se avesse sposato la sue parole d'ordine, sicurezza e repressione, Rutelli avrebbe vinto a Roma? E' questo quello che chiede ormai alla politica l'elettorato di sinistra? Sì questa è la richiesta. Io che vado nelle piazze lo so, molti dirigenti del mio partito restano nelle loro stanze e non sanno di cosa parlano. Ma Rutelli non avrebbe vinto comunque, perché un ex vice presidente del consiglio si misura per quello che ha fatto, e il centrosinistra non ha fatto mai nulla in termini di sicurezza.

 

Bucarest avverte: «Niente xenofobia» - Carlo Lania

Roma - La Romania mette le mani avanti e avverte Roma. «Non preparate misure xenofobe o antirumene che danneggerebbero i molti rumeni onesti che lavorano in Italia». L'aria che tira nel nostro paese, e soprattutto le prime anticipazioni del pacchetto sicurezza che palazzo Chigi sta mettendo a punto, preoccupano Bucarest che ieri ha fatto sentite la sua voce prima attraverso il ministro della Difesa Teodor Malescanu, poi direttamente con il premier Calin Popescu Tariceanu: «Si è creata la percezione di una situazione critica per i rumeni in Italia» ha detto Tariceanu, per il quale «alimentare atteggiamenti xenofobi può danneggiare le relazioni bilaterali tra Romania e Italia, il che - ha concluso - non è interesse di nessuno». E' la seconda volta in pochi mesi che la Romania fa dei passi ufficiali nei confronti di Roma. La prima fu nell'ottobre scorso in seguito all'omicidio della signora Giovanna Reggiani da parte da un clandestino rumeno. Anche allora Bucarest si disse pronta a collaborare, chiedendo però di evitare pericolose generalizzazioni nei confronti dei suoi cittadini. Una raccomandazione a cui ieri si è aggiunto l'avvertimento sulle conseguenze che possibili provvedimenti repressivi potrebbero avere sui circa 25 mila imprenditori italiani che lavorano in Romania. Non vorrei, ha infatti aggiunto Tariceanu, che «davanti a un simile atteggiamento xenofobo in Italia sorgano reazioni negative in Romania». La protesta di Bucarest arriva alla vigilia dell'incontro che il ministero degli Interni Roberto Maroni avrà oggi pomeriggio con i colleghi della Giustizia Angelino Alfano, degli Esteri Franco Frattini e della Difesa Ignazio la Russa. L'intenzione di Maroni è di presentare il pacchetto al consiglio dei ministri che si terrà la prossima settimana, ma perché questo sia possibile occorre che al massimo entro giovedì l'articolato sia pronto. In attesa di capire se si tratterà di un decreto o di un disegno di legge (quasi certamente per alcune misure si procederà per decreto) resta da vedere quali dei provvedimenti annunciato vedrà davvero la luce. Su un punto non dovrebbero esserci dubbi: il contrasto dell'immigrazione clandestina è uno dei punti sui quali Maroni non intende cedere. «La Bossi-Fini non si tocca, va solo aggiornata», ha detto nei giorni scorsi. E l'aggiornamento dovrebbe riguardare soprattutto i modi con cui contrastare l'arrivo di immigrati. Un modo potrebbe essere l'introduzione del reato di immigrazione clandestina con l'arresto e l'espulsione immediata per chi non ha il permesso di soggiorno, ma anche il prolungamento dei limiti di tempo nel quale gli immigrati possono essere trattenuti nei Cpt, passando dagli attuali 60 giorni a un massimo di 18 mesi. In questo Maroni si fa forte della direttiva europea «Rimpatri», in discussione proprio in questi giorni a Bruxelles e che va nella stessa direzione che lui richiede. C'è, infine, il controllo delle coste. L'ipotesi di utilizzare la marina militare per fermare le carrette dei mari dovrebbe essere definitivamente naufragata. «Le norme internazionali non lo consentono», ha spiegato ieri il capo di Stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini. «Esistono delle regole, delle leggi dalle quali i comportamenti in mare non possono discostarsi», primo o fra tutti il diritto internazionale che mette al primo posto «la salvaguardia della vita umana». Ma il pacchetto sicurezza non riguarda solo gli interventi sugli immigrati. La linea dura di Maroni - che in questo non si discosta molto dalle misure proposte da Giuliano Amato quando era lui ministro degli Interni - punta infatti all'inasprimento delle pene per tutti quei reati considerati di allarme sociale, come furti, rapine, in particolare quelle nelle abitazioni che saranno considerato un reato a parte, i maltrattamenti in famiglia e le violenze sessuali. Ma anche i maltrattamenti nei confronti di anziani, minori e portatori di handicap. Il pacchetto dovrebbe infine contenere anche l'introduzione del braccialetto elettronico per i detenuti sottoposti agli arresti domiciliari e la modifica in senso restrittivo della legge Gozzini. Tutti punti, e questi ultimi in modo particolare, sui quali sarà interessante vedere come si comporterà il nuovo ministro della Giustizia Alfano. Infine c'è la questione del possibile utilizzo dell'esercito in funzione di ordine pubblico. Ieri La Russa non ha escluso che i soldati possano essere inviati in regioni ad alta densità criminale come Sicilia, Campania e Calabria, ripetendo così esperienze come quella passata dei Vespri siciliani. Una possibilità sulla quale ieri si è detto favorevole anche il Cocer.

 

Il Papa fa la festa alla legge 194 - Alessandra Fava

Genova - L'anniversario è ghiotto. Il 22 maggio ricorrono i trent'anni della legge 194 e in anticipo di pochi giorni sulla ricorrenza, papa Benedetto XVI incontrando oltre 800 rappresentanti del Movimento per la vita ieri in Vaticano non ha perso l'occasione per cassare la legge 194, invocando anche interventi di welfare statale come già fatto l'altro ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il presidente infatti, rispondendo a una precaria che avrebbe voluto evitare l'aborto, aveva chiesto «l'impegno delle istituzioni e della società a favore di una missione essenziale qual è quella sancita dalla Costituzione di mantenere, istruire ed educare i figli». Ieri il Papa davanti ai militanti del movimento per la vita che presidia ospedali e consultori violando spesso la privacy delle donne, è andato giù duro: «L'aver permesso di ricorrere all'interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto un'ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze». E ha ulteriormente stigmatizzato che «da quando in Italia è stato legalizzato l'aborto ne è derivato un minor rispetto per la persona umana, valore che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede professata». Un messaggio lampante al nuovo governo di centro-destra appena insediato, che infatti viene anche invitato da Benedetto XVI «a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all'accoglienza della vita, e alla tutela dell'istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna». Quindi famiglia al singolare. Le idee espresse non sono nuove. Né per il papa vivente né per quelli passati. Già la Sagra congregazione per la dottrina della fede del 18 novembre 1974 (nella Dichiarazioni sull'aborto procurato) diceva che «la vita del bambino prevale su qualsiasi opinione, e non si può invocare la libertà di pensiero per togliergliela» e invocava «sussidi alle famiglie ed alle madri nubili, aiuti destinati ai bambini, statuto per i figli naturali e conveniente regolazione dell'adozione» per creare «un'alternativa concreta ed onorevole all'aborto». Ma correvano altri tempi. E' dunque evidente che se col governo Prodi il Vaticano ha iniziato un attacco sistematico alla 194 scatenando la reazione delle donne, tanto che «Usciamo dal silenzio» è diventato un movimento femminile nazionale, la sferzata arriva più determinata ora col governo Berlusconi. E tocca all'ex ministro della Salute Livia Turco ribadire che «la legge 194 è una legge saggia, lungimirante ed efficace e contiene un equilibrio fra la tutela della salute della donna e la tutela del concepito», mentre meno diplomaticamente il leader dei radicali Pannella bolla le dichiarazioni papale come «una bestemmia contro la verità e contro la religiosità quale viene vissuta nel nostro Paese e nel mondo civile». Intanto in vista dell'arrivo del papa in Liguria nel prossimo fine settimana, a Genova si prepara una manifestazione per sabato ribattezzata «Pride laico» e indetta tra gli altri da Arci, centri sociali, Usciamo dal silenzio, l'universo gay, lesbiche e trans, e cattolici, che in un appello lanciato un paio di settimane fa su dirittinrete.org scrivono che «come era facile aspettarsi dopo l'esito del referendum sulla legge 40, l'autodeterminazione della donna e la legge 194 sono oggi violentemente sotto attacco». Da buoni genovesi, qualcuno ha anche fatto i conti della due giorni papale, denunciando che le spese arrivano a un milione e mezzo di euro. Infatti al Comune di Genova confermano che «l'importo messo dal Comune supera gli 800 mila euro»; la curia genovese ne mette altrettanti, e a Savona, prima tappa della visita, le cifre non sono molto inferiori. Così un gruppo di cittadini genovesi ha lanciato un appello, ospitato sul sito di Sinistra europea, per invitare il papa a cancellare la visita e chiedere che quei soldi vengano investiti per servizi ai cittadini. Per finire in rete non è passato inosservato che nella genovese piazza della Vittoria sono stati tagliati a zero diversi alberi sotto le caravelle, in vista della messa all'aperto di domenica.

 

In Libano Hezbollah segna un punto - Michele Giorgio

Si seppelliscono e piangono i morti ma dopo cinque giorni di combattimenti a Beirut, Tripoli, nel Jabal Druso e altre zone del Libano, la politica comincia finalmente a prendere il posto delle armi e ci si interroga sugli sbocchi della crisi più grave vissuta dal Libano dalla fine della guerra civile nel 1990. Su un punto nessuno ha dubbi. L'opposizione guidata da Hezbollah ha confermato una superiorità militare che nessuno può sfidare e soprattutto ha messo in chiaro che non esiterà a usare la forza per impedire il disarmo della resistenza su cui insistono i rappresentanti del «fronte 14 marzo» che appoggiano il governo di Fuad Siniora. Certo, il blitz armato di Hezbollah non può non suscitare preoccupazione, non solo per i morti e i feriti provocati ma anche per gli attacchi distruttivi subìti dai mezzi d'informazione del campo avverso, che hanno il diritto di lavorare ed esprimere opinioni. Il movimento sciita peraltro aveva più volte escluso l'utilizzo delle armi contro gli altri libanesi. Tuttavia è innegabile che, spinto ad usare la forza dall'improvvisa, e sospetta per i tempi, decisione del governo Siniora di smantellare la rete di comunicazione di Hezbollah, il leader del movimento sciita Nasrallah ha finito per mettere in moto un quadro politico paralizzato da troppo tempo. La sconfitta militare ha automaticamente prodotto una sconfitta politica e la maggioranza di governo ora è in forte difficoltà: potrebbe esser costretta ad accettare quel compromesso con l'opposizione che per mesi ha rifiutato con ostinazione - e alle condizioni di Hezbollah. Siniora, Hariri e il leader druso Jumblatt cominciano a rendersi conto del passo falso compiuto una settimana fa ordinando l'eliminazione delle rete di comunicazioni autonoma di Hezbollah, che ha interpretato l'ordine come un primo attacco volto a disarmare la resistenza. «E' stata una disfatta totale per la maggioranza» - commentava ieri l'analista Osama Safaa, dell'Istituto per gli studi strategici di Beirut. «Per Hariri e Jumblatt è sfumata, forse definitivamente, la possibilità di ottenere un rapido disarmo della milizia sciita». A Beirut si prevede la prossima formazione di un governo transitorio formato da tecnici, se non addirittura di una giunta militare - lo scriveva ieri il quotidiano al-Anwar - con il compito di emendare la legge elettorale, sbilanciata a favore della maggioranza, e portare il Libano alle elezioni. Uno sviluppo che include la nomina a presidente della repubblica del capo di stato maggiore, Michel Suleiman - già indicato dai due schieramenti come il candidato di «consenso nazionale» - che ha conquistato altri consensi popolari tenendo lontane le forze armate dalle barricate dei miliziani delle due parti. Hezbollah peraltro è stato attento a non mettersi contro l'esercito, cui ha subito ceduto il controllo delle postazioni conquistate a Beirut ovest durante il suo blitz. In questo modo ha anche voluto rassicurare il Libano (e la consistente minoranza cristiana) che il suo non era un «colpo di stato» ma un regolamento di conti con due esponenti della maggioranza - Hariri e Jumblatt - schierati in modo accanito contro il movimento sciita. La missione della Lega Araba, che comincia domani, punterà a soluzioni immediate che non possono prescindere da ciò che è avvenuto sul terreno e dall'indebolimento della maggioranza di governo. Non è escluso che l'opposizione ottenga quel diritto di veto sulle questioni riguardanti la sicurezza del Libano che chiede da lungo tempo per aderire ad un governo di unità nazionale. Per il commentatore politico Rami Khoury, del Daily Star, quanto è avvenuto nei giorni scorsi potrebbe aver segnato una svolta inattesa in Medio Oriente. «Forse saremo testimoni di un condominio politico non dichiarato (in Libano) di Iran e Usa. Un modello anche per altre parti della regione, in particolare per Iraq e Palestina», ha scritto ieri, spiegando che questa soluzione sarebbe il risultato della sconfitta della politica dell'amministrazione Bush di scontro frontale con le forze nazionaliste e islamiste in Medio Oriente. Il Libano, ha concluso, «potrà esistere come Stato unitario solo se la sua popolazione multietnica e multiconfessionale potrà vivere in un equilibrio di poteri».

 

Stallo in Serbia, Tadic primo ma senza maggioranza – T. Di Francesco

Belgrado - Se era scontro e divisione prima, dopo il voto politico e amministrativo, il primo dopo lo «scippo» del Kosovo, ecco che in Serbia tornano scontro politico e divisione come e più di prima. Questo dicono i risultati ormai definitivi sul 97,8% delle schede scrutinate. La lista liberale e filoccidentale «Per una Serbia europea» del presidente della repubblica Boris Tadic è al 38,75%, con 102 seggi in parlamento; gli ultranazionalisti del Partito Radicale sono al 29,2%, con 77 seggi; i nazionalisti moderati dell'ex premier Vojslav Kostunica del Partito Democratico di Serbia (più «Nuova Serbia» di Velimr Ilic) sono all'11,34%, con 30 seggi; il Partito Socialista di Ivica Dacic (Sps, alleato con i Pensionati Uniti) arriva al 7,57%, con 20 seggi; e infine i Liberaldemocratici di Cedomir Jovanovic (gli unici favorevoli all'indipendenza del Kosovo), superano appena lo sbarramento del 5% e avranno 14 deputati. Altri sette seggi dovrebbero essere assegnati alle minoranze etniche (di Vojvodina e Sangiaccato). «Storica vittoria per la Serbia europea» ha titolato Danas, il giornale serbo più filoccidentale. Ma attenzione a cantar vittoria. Nelle elezioni a Belgrado, almeno negli ultimi cinque anni, è anche accaduto che il primato del partito non corrispondesse poi alla possibilità di governare: gli ultranazionalisti Radicali serbi si sono trovati a «vincere» alcune volte, per poi essere accantonati dalla coalizione tra Tadic e Kostunica. Una coalizione ora in frantumi dopo l'indipendenza unilaterale di Pristina proprio per la divisione sul modo di rapportarsi a questo evento che ha visto i paesi leader dell'Unione europea schierarsi a favore e la tessa Ue inviare una missione per gestire e imporre quell'indipendenza che separa dalla Serbia quella terra considerata a Belgrado storica e fondativa. Lo stesso Boris Tadic ringraziando gli elettori domenica sera ha voluto ricordare che al secondo posto dell'impegno della sua coalizione che ha avuto il primato c'è «la salvaguardia dell'integrità territoriale della Serbia, perché noi non riconosceremo mai il Kosovo indipendente». E' un messaggio che è già alla ricerca, difficile, dei partner della coalizione. Perché, sebbene i Radicali ultranazionalisti non abbiano confermato i sondaggi che li davano al 34-35%, tengono le posizioni a quasi il 30%. Così, appena dopo gli exit poll, è stato subito scontro. Tadic annunciava la vittoria della sua «Coalizione per una Serbia europea», mentre il leader ultranazionalista Radicale Tomislav Nikolic, pur complimentandosi per il primo posto dell'avversario, lo ha contestato in quanto a proclamazione della vittoria, accusandolo di avere forzato la mano e ricordandogli che non ha i numeri per avere la maggioranza in parlamento. Già ieri Vojslav Kostunica e Tomislav Nikolic si sono riuniti per discutere della formazione del futuro governo serbo e, secondo il portavoce del Partito democratico serbo Andreja Mladenovic, i colloqui proseguiranno e verranno avviate consultazioni anche con il Partito socialista che fu di Slobodan Milosevic. Ieri ben due giornali, sia Politika che Blic, hanno messo in evidenza quanto i socialisti siano diventati il nuovo ago della bilancia. Qui non si esclude che, anche dal fronte «europeista», si tenterà di sdoganare il ruolo dei socialisti. Dai numeri esce un paese spaccato, con due tendenze contrapposte: la prima che si afferma ma non è in maggioranza, che vuole andare prima di tutto verso l'Europa, ma senza perdere il Kosovo; la seconda che non vince questa tornata, ma ha i numeri di una maggioranza nazionalista, che vuole prima di tutto il Kosovo in Serbia come condizione per entrare in Europa. Tantopiù che in Kosovo la consultazione elettorale è avvenuta anche contro l'Unmik che non la voleva e che ieri, per bocca dell'amministratore Joachim Ruecker, l'ha dichiarata nulla, dimentica che c'è una Risoluzione 1244 dell'Onu che riconosce la sovranità della Serbia. Lì si è votato proprio per affermare il peso politico e l'autonomia amministrativa delle enclave serbe e dei monasteri ortodossi. Ieri il premier kosovaro albanese Hashim Thaqi, nonostante il netto no di Tadic al «riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo proclamata il 17 febbaio», si è congratulato con lui ma poi, infastidito, lo ha invitato in modo poco diplomatico a occuparsi «più delle relazioni di Belgrado con Ue e Nato, che del Kosovo». Non sono esclusi salti della quaglia dell'ultim'ora. Ma l'incarico ad un premier dalla coalizione di Tadic appare già segnato dal fallimento. E se risulterà impossibile o sul crinale di una manciata di voti anche un premier incaricato nazionalista, si riaffaccerà la possibilità di nuove, ulteriori elezioni anticipate. Punto e a capo dunque. Magro risultato per l'Unione europea che subito si è affrettata ad esultare come se davvero i giochi fossero fatti, non contenta di essere intervenuta in piena campagna elettorale con la teatrale firma del Trattato d'adesione per Belgrado - in realtà un pezzo di carta di scena, perché subito sospeso finché non saranno arrestati i super-ricercati Mladic e Karadzic. Chi semina vento... Sullo sfondo, ma mica tanto, il non-voto, il vero vincitore di queste elezioni: ha votato solo il 60,7% degli aventi diritto. Vuol dire che si è astenuto quasi il 40% circa dei serbi, stanchi di promesse, alla mercé del liberismo più sfrenato, colpiti da inflazione, privatizzazioni e disoccupazione, e con quasi un milione di profughi - da Bosnia, Krajine croate e Kosovo - in miseria.

 

La Stampa – 13.5.08

 

La diga delle Tre Gole nella lista dei sospetti – Francesco Sisci

PECHINO - Dopo quello che si configura come il più potente terremoto della storia della Cina moderna, i dirigenti del partito si sono mobilitati con una tempestività senza precedenti. Non solo perché la situazione - gravissima - lo richiedeva, ma anche per sottrarsi all’accusa di essere vittima della «sindrome birmana». In altre parole, Pechino non vuole essere confusa con la pavida inefficienza della giunta di Rangoon, incapace di reagire al disastro provocato dal ciclone Nargis. Meno di due ore dopo la prima scossa di 7,8 gradi sulla scala Richter con epicentro nel distretto di Wenchuan, registrata alle 14,28 ora locale (8,28 di mattina ora italiana), il primo ministro Wen Jiabao annunciava di essere in volo per le zone del disastro e il presidente Hu Jintao intimava alla popolazione e ai funzionari locali di prodigarsi con gli aiuti. E già dopo pochi minuti dalla prima scossa, Internet cinese, la televisione e le agenzie ribollivano di notizie, anche se tutte parziali e frammentarie. Le linee telefoniche erano interrotte, le informazioni incerte ma i dirigenti cinesi, ormai a poche settimane dalle Olimpiadi, non vogliono dare l’impressione di coprire il disastro o di sfuggire alle proprie responsabilità. L’esercito annunciava la sua mobilitazione generale per le zone del sisma, l’invio di soccorsi ed elicotteri nelle zone colpite, sismologi di mezza Cina erano chiamati in televisione per spiegare, illustrare e presentare piani di azione. A differenza di quanto accaduto nella recente crisi tibetana, il governo vuole dimostrare di non avere paura di mostrare la realtà delle cose. Anche perché il flusso aperto di informazioni, favorito e incoraggiato dal governo centrale, inchioda eventuali inefficienze dei funzionari locali. Tra gli altri obiettivi delle autorità cinesi - sempre per sottolineare la differenza con il caso birmano - quello di dimostrare al mondo che il paese non ha non ha bisogno di aiuti dall’estero, perché è capace di far fronte al disastro con le sue sole forze. Tanto attivismo si spiega anche con la volontà di liberarsi da uno spaventoso fantasma del passato: nel 1976 un potente terremoto rase al suolo la città di Tangshan, a circa 200 chilometri da Pechino. Allora i soccorsi arrivarono in ritardo, le notizie filtrarono con il contagocce e soltanto oggi si sa che i morti furono almeno 300 mila. Gli sforzi per apparire più efficienti in questa situazione non elimina tuttavia i dubbi sulle cause del disastro. Diplomatici occidentali sospettano che una delle concause del sisma possa essere anche l’enorme diga delle Tre Gole, costruita contro il parere di molti esperti stranieri anche per motivi sismici. Secondo gli esperti infatti si sono susseguite più scosse ondulatorie, facendo pensare a un grave problema che interesserebbe tutta una faglia della crosta terrestre. Il problema - sottolineano i tecnici - potrebbe essere stato causato o aggravato dal peso enorme di milioni di tonnellate di acqua che gravano nell’incrocio di montagne lungo il Fiume Yangzi. Dietro la gigantesca diga c’è infatti un bacino idrico lungo 520 chilometri, largo almeno due chilometri e profondo oltre 100 metri, che arriva fino alla megalopoli di Chongqing, ovvero alle porte della regione colpita dal terremoto, il Sichuan. Si tratta in sostanza di oltre cento miliardi di tonnellate di acqua che potrebbero avere smosso fragili faglie sottostanti. Al momento sono soltanto ipotesi, ma che comunque dimostrano come la questione della controversa diga continui a perseguitare la dirigenza cinese. Tutta la buona volontà della dirigenza attuale non riesce a scalfire la sua presenza di cemento armato speciale.

 

"Di questo passo sarà un disastro" - GUIDO RUOTOLO

ROMA - «Vedo tanta improvvisazione. E chi seriamente vuole fare qualcosa di concreto in tema di sicurezza e immigrazione rischia il fallimento. Perché con l’improvvisazione si creano grandi aspettative e grandissime delusioni». Non parla, ufficialmente. Si limita a un cortese «è troppo presto, aspettiamo di vedere il governo all’opera». Chi ha modo di frequentarlo in questi giorni, assicura che «la sua delusione non deriva certo dal fatto che non sia diventato ministro, né tantomeno presidente del Senato, possibile candidatura bipartisan tramontata un minuto dopo i risultati elettorali». Sarà pure così, ma il silenzio di Beppe Pisanu, ex ministro dell’Interno, nasconde in realtà una grave preoccupazione. E in questi giorni, Pisanu si è limitato a dare risposte stringate a chi nella maggioranza lo ha sollecitato su temi a lui cari da ex ministro dell’Interno: sicurezza e immigrazione. Insomma, i primi giorni del governo Berlusconi su questi temi, per Pisanu, sono segnati dall’«improvvisazione»: respingimento in mare dei clandestini; sospensione del trattato di Schengen; reato di immigrazione clandestina; deportazione di rom e romeni; trasformazione dei Cpt in luoghi di detenzione. Al «caminetto» delle nuove idee e proposte che dovranno trasformarsi in decreti leggi e disegni di legge, Pisanu ha più volte inviato messaggi in controtendenza: «L’unica strategia efficace di lotta all’immigrazione clandestina - è stato il suo ammonimento - è l’uso intelligente dell’immigrazione regolare. Le altre sono solo misure parziali e alla fine inefficaci». Proprio Pisanu, negli anni in cui ha retto il ministero dell’Interno, ha dovuto fronteggiare il flusso di migliaia e migliaia di clandestini che arrivavano dalla Libia. E più volte ha messo in gioco la sua credibilità nei confronti dei libici per neutralizzare le prese di posizione dei suoi alleati di governo, i leghisti («Respingeremo i clandestini sparando cannonate...»). Adesso si riparla di respingimento in mare. E Pisanu avverte: «Quelli che attraversano il Mediterraneo sono i più disgraziati, uomini e donne senza nulla, neppure la dignità che hanno consegnato ai trafficanti. Loro sono le prime vittime di questo immondo traffico. E poi - ha spiegato Pisanu ai suoi interlocutori - quelli che arrivano via mare dalla Libia sono il 5-10% del totale dei clandestini che varcano i nostri confini nazionali». L’ex ministro dell’Interno ironizza nei confronti degli sponsor di queste proposte: «A loro ricordo le convenzioni internazionali che obbligano tutti al soccorso in mare. In particolare la Convenzione di Montego Bay (10 dicembre del 1982, ndr) che è il verbo in tema di diritto internazionale del mare, e il cui principio ispiratore è la solidarietà. Non troveranno un comandante di una qualsiasi imbarcazione che rifiuterà il soccorso in acque internazionali, altro che accostare le navi di clandestini e farle girare la prua verso le coste da dove sono salpate». Retate di rom e romeni, smantellamento di campi nomadi, espulsioni, sospensione del trattato di Schengen. Da ex ministro «dei diritti civili» (più che dalla sua cultura cattolica solidaristica), Beppe Pisanu lancia strali al vetriolo: «Sento argomenti e proposte discriminanti che nessun governo europeo potrebbe avallare. Lo Stato moderno è nato anche con il Trattato di Westfalia sulla libertà di andare e venire». E a lui che ha studiato da ministro dell’Interno tutte le implicazioni del Trattato di Schengen, l’idea di una sua sospensione prolungata appare inverosimile: «Il trattato di Schengen si può sospendere al massimo per un tempo limitato, ripristinando così le frontiere intraeuropee, in occasione di eventi particolari, come la visita di un Capo dello Stato, un meeting internazionale, come un G8. Come possiamo sospenderlo selettivamente, cioè solo per certi cittadini e non altri, per un tempo prolungato?». Queste cose, Pisanu le ha dette ai suoi interlocutori. Ma evidentemente senza successo. Ed è forse per questo che il Pisanu politico sembra essere votato al silenzio. Troppo distante la sua posizione da quella di chi oggi chiede l’arresto dei clandestini e la trasformazione dei Cpt in centri di detenzione. «Io ho sempre pensato che la migliore arma per combattere la clandestinità è quella di una efficace e positiva politica di integrazione nei confronti degli immigrati regolari. Ma, nello stesso tempo, è giusta una politica ferma e articolata di contrasto alle organizzazioni di trafficanti di merce umana e all’immigrazione clandestina, ma nel rispetto dei diritti umani, delle Convenzioni internazionali e naturalmente delle nostre leggi». Il suo successore, Giuliano Amato, ha sospeso il respingimento individuale dei clandestini alla frontiera, inviandoli nei paesi di transito, la Libia, che a sua volta provvedeva al rimpatrio verso i paesi d’origine. Il Pisanu pensiero di oggi: «Forse ci vorrebbe uno sforzo in questa direzione: rafforzare gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine e di transito, perché questi accettino il rimpatrio dei loro concittadini». «Se l’Esercito può essere utile anche per compiti interni si vedrà, è una possibilità che al momento non mi sento di scartare perchè la sicurezza nel Paese è prioritaria», dice il ministro della difesa Ignazio La Russa a «La Sicilia», ricordando «l’esempio positivo dei Vespri siciliani», quando i militari vennero impiegati nell’isola, in concorso alle forze di polizia, in una fase acuta dell’emergenza mafia. «Un’operazione come quella c’è stata e può esserci ancora», aggiunge La Russa, precisando però che, «per la verità, nemmeno nel pacchetto sicurezza c’è al momento un’ipotesi del genere». È vero, continua il ministro, «l’Esercito viene impegnato per difesa esterna e non interna, ma non escludo nulla, bisognerà valutare con attenzione. Sulla sicurezza avremo un incontro con i ministri Maroni e Alfano e discuteremo anche di questa eventualità».

 

“Vogliamo i nostri figli” – Flavia Amabile

I tre fratellini li hanno portati via il 18 aprile, quasi un mese fa. Un provvedimento del Tribunale dei Minori li ha tolti ai genitori, separati e affidati a due comunità diverse. Da allora il papà e la mamma possono far loro visita una volta ogni quindici giorni e provare a sentirli al telefono una volta a settimana. Non sono adatti, non li sanno crescere, sostengono i giudici. E c’è del paradossale in questa sentenza pronunciata contro una madre e un padre che di figli finora ne hanno fatti cinque e che - chi lo sa - forse potrebbero anche continuare a farne. E che ora annunciano battaglia per andarsi a riprendere gli ultimi tre e ricostruire la famiglia. Vito Colacchio, il padre che non è in grado di far crescere i suoi figli, ha consultato un avvocato, fatto ricorso, e ora aspetta e conta i giorni. «Perchè noi i genitori li sappiamo fare, e i bambini li sappiamo crescere. La verità è che ce l’hanno con noi, si stanno accanendo, noi vogliamo solo i nostri figli e una casa, non chiediamo nulla di illegale». Vito e Elena, la moglie, una casa popolare la chiedono per la prima volta nel 1991, diciassette anni fa, quando di figli ne hanno due. Partecipano a due bandi ma la loro famiglia non ha disagi particolari, solo uno stipendio basso: totalizza pochi punti. La moglie rimane incinta per la terza volta. Per Vito e Elena quando capita di avere una gravidanza non la si interrompe, anche se i soldi in casa non sono molti. Vito lavora come postino, in quell’epoca guadagna un milione e 400 mila lire al mese e 350 mila lire di affitto. «Siamo cresciuti secondo quegli insegnamenti. E quindi i figli li vogliamo, ci piacciono e pensiamo anche di crescerli bene. Ognuno si assume le proprie responsabilità». Vito si assume le sue. Si separa dalla moglie, le separazioni portano punti. E si fa sfrattare dalla casa dove vive. Secondo il suo ragionamento questo dovrebbe garantirgli altri punti. Gli procura invece una valanga di guai. Nel 2000 si trova con tre figli, l’ultima di pochissimi mesi e senza una casa. Il Comune non li lascia in strada, li ospita in un albergo per due mesi. Ma la casa popolare non gliela danno. In Comune sono gentili ma li mandano ai servizi sociali. «Noi saremmo anche d’accordo nell’assegnarvi un alloggio, mi dicevano, ma il vostro caso non è di nostra competenza». E’ solo l’inizio di un lungo pellegrinaggio tra residences, alberghi, case-famiglia. «In questi anni hanno speso più o meno 250 mila euro - calcola Vito - se la casa l’avessero costruita ci avrebbero risparmiato loro e i miei figli avrebbero vissuto molto meglio invece di essere portati da una parte e dall’altra, invece di essere separati da noi con tutti i traumi che questo comporta». Ad un certo punto, esasperati, Vito e Elena organizzano uno sciopero della fame. «Tutti, anche i nostri figli. Se avessimo scioperato solo io e mia moglie ci avrebbero fatto morire ma nessuno si sarebbe occupato di noi». E’ vero, se ne occupano ma con un provvedimento del Tribunale dei Minori: la più piccola viene mandata in comunità, non può rimanere con dei genitori così irresponsabili. «Non l’abbiamo maltrattata, volevamo solo far capire che volevamo vivere con i nostri figli in una casa e avevamo tutti i titoli per l’assegnazione di un alloggio». Tre mesi di tentativi di spiegare, poi Elena ottiene di nuovo l’affidamento della figlia ma in una comunità. L’odissea prosegue con il tentativo di occupare una casa con il risultato di una denuncia e lo sgombero. Allora vanno a vivere a casa di una sorella: dieci persone in tre stanze. Li rispediscono di corsa in comunità con la mamma. Quasi un mese fa la separazione, l’ennesima. «Non è giusto, noi vogliamo solo una casa dove crescere i nostri figli», scuote la testa Vito.

Dopo aver parlato a lungo con Vito sono andata a cercare gli assessori competenti per ascoltare le loro versione. Roberto Tricarico, assessore per le Politiche della Casa di Torino, c’è una famiglia che da diciassette anni chiede una casa popolare. Cinque figli, uno stipendio da postino, nessun alloggio, separati: che cosa devono fare per averla? «E’ una storia complessa. Hanno fatto più volte domanda di un alloggio perché colpiti da uno sfratto per morosità ma secondo i criteri che il Comune si era dato all’epoca non avevano i titoli perché lo sfratto era colpevole». Vito, il capofamiglia, si difende sostenendo che era l’unico modo per avere i punti necessari per vedersi assegnare la casa. «Difatti, anche se non esistevano i titoli, abbiamo trasmesso la pratica ai servizi sociali che li stanno seguendo». Ma una casa non avrebbe impedito al Comune di spendere 250 mila euro e a loro di vivere in modo così difficile per anni? «C’è un problema di capacità genitoriale dicono le relazioni dei periti e quindi invece di abbandonarli in una casa preferiscono seguirli in una struttura. E’ una situazione in cui i problemi sono tanti e anche le esigenze. Non è detto che siano in grado di farcela da soli». Marco Bargione, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Torino, la famiglia Colacchio voleva una casa e si ritrova senza figli. L’ultimo provvedimento che ha portato via i loro figli è di quasi un mese fa. «In genere i servizi sociali si limitano a fare relazioni, sono i giudici a emettere i provvedimenti. Posso dire però che l’obiettivo primario è mantenere il nucleo familiare. Questa famiglia è seguita fin dal 1986, i loro problemi sono molti». Vito Colacchio, il padre dei tre fratellini dal 18 aprile in comunità, sostiene che in realtà c’è accanimento contro di loro, che qualcuno dei servizi sociali ce l’ha con loro. «Proprio per evitare che fossero attribuiti trattamenti pregiudiziali sono cambiati tre volte i loro riferimenti come responsabili dei servizi sociali in modo che ci fossero valutazioni diverse». A dire il vero sono stati loro a cambiare residenza più volte in questi anni e quindi a passare da una circoscrizione all’altra. «E comunque alle valutazione dei servizi sociali il Tribunale dei Minori aggiunge quelle degli esperti di Neuropsichiatria Infantile e risulta che ci troviamo di fronte a una genitorialità difficile da esercitare».

 

Corsera – 13.5.08

 

La terra tremerà ancora - Franco Foresta Martin

ROMA - Dalle 8.28 di ieri mattina, cioè da quando si è scatenato il terremoto cinese, la Terra continua a vibrare per il contraccolpo e gli esperti che seguono il fenomeno dalla sala sismica dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) assicurano che l'oscillazione continuerà ancora per ore. «Succede in occasione dei maggiori terremoti - spiega il professor Enzo Boschi, presidente dell'Ingv -. Il nostro pianeta reagisce come un'enorme campana sotto il colpo di un pesante battaglio. Nel 2004, quando si verificò il terremoto-maremoto delle Andamane, che superò la magnitudo di 9 Richter, l'oscillazione della Terra durò una settimana. Stavolta andrà avanti per due giorni». I sismologi dell'Ingv danno una valutazione dell'intensità di questo sisma più alta rispetto alle fonti ufficiali cinesi. «Secondo la nostra rete strumentale, la scossa aveva una magnitudo tra 8 e 8,1, invece di 7,8. Questo equivale a dire che, per noi, il terremoto ha liberato quasi il doppio dell'energia». Il colpo di battaglio, per restare nella metafora, l'ha sferrato una faglia di 100 chilometri che è come una ferita aperta da ciclopiche forze. «La provincia del Sichuan è una porzione dell'altopiano centrale cinese che subisce una forte spinta da est-sud-est a ovest-nord-ovest per il movimento compressivo della placca indiana — chiarisce Gianluca Valensise, un altro dirigente dell'Ingv -. Il sollevamento della catena himalayana è il risultato, sul lungo periodo, di questa spinta tutt'ora in atto». Anche in Italia siamo sottoposti a un'analoga morsa geologica a causa del movimento dell'Africa verso l'Europa. «Ma mentre da noi gli spostamenti sono dell'ordine di un millimetro l'anno, in Cina e in altre regioni asiatiche superano il centimetro - sottolinea Valensise -. Così i terremoti sono molto più distruttivi». Che cosa succederebbe all'enorme e contestata diga delle Tre Gole se fosse colpita da un terremoto simile? «Molto probabilmente resisterebbe - rispondono Boschi e Valensise - perché è stata progettata per sopportare terremoti di questa magnitudo, purtroppo abbastanza frequenti in Cina».

 

Liberazione – 13.5.08

Bulli, naziskin e la violenza incolore - Antonella Marrone
Quando è accaduto l'assassinio di Verona, il giorno prima o addirittura lo stesso giorno, la stampa riportava l'episodio di bullismo a Viterbo, dove alcuni ragazzini 14 enni avevano bruciato i capelli e spento cicche di sigarette sulle braccia di un loro coetano. Riprendendo il tutto, ovviamente con il telefonino. All'episodio di Viterbo non si diede gran spazio: rientrava nella categoria bullismo di tipo "semplice" cui ci stanno abituando le cronache quotidiane. Eppoi, di fronte al pestaggio di Tommasoli niente era paragonabile. A Verona, inoltre, si era in odore di naziskins, a Viterbo no. Almeno fino ad oggi, quando a casa dell'adolescente viterbese è stato trovato materiale neonazista. Eppure, per quanto lontani ed evidentemente diversi nella dinamica e nelle conseguenze, questi due epidodi avevano già allora la stessa matrice. Chiara, sotto gli occhi di tutti. Non si è voluto nominare, per i bulli di Viterbo, la parola naziskin come se, in mancanza di materiale, non si potessero considerare, anche le gesta di Viterbo, chiaramente "naziste": invece lo erano, lo sono nell'essenza di quello che hanno mostrato le immagini di una violenza gratuita e grottesca, nel significato di questo bullismo non-definito se non come "categoria" già vecchia. "Vecchia" almeno come quelle di destra e sinistra che pare non abbiano più il significato degli anni Settanta. Infatti mancano "le parole per dirlo", questo "bullismo", mancano forse categorie, nella società liquida nella società dei non-luoghi. Ma non c'era bisogno di ritrovare materiale naziskin a Viterbo per collegare i due fatti. Che neanche apparentemente erano lontani. Quando ci si arrovella per dare sicurezza ipotizzando addirittura l'esercito contro branchi di migranti assetati di sangue, ci si dimentica evidentemente che la violenza pura, quella dell'arroganza, quella dell'esercizio di potere sul più debole, la troviamo nelle case italiane prima di tutto. A Verona da anni si respira un clima pesante di intolleranza e razzismo, con aggressioni ai danni di meridionali, migranti, omosessuali, lesbiche, transgender e chiunque sia percepito come "diverso", politicamente o anche solo nel modo di vestire. Politiche securitarie, slogan razzisti, manifestazioni omofobe che trovano radici, consensi e coperture nell'arco istituzionale, dal sindaco leghista Tosi a consiglieri comunali dichiaratamente fascisti, come Miglioranzi, già leader del Veneto Fronte Skinhead. La notte del primo maggio, in pieno centro a Verona, è stato ucciso un ragazzo, Nicola Tommasoli. Non è stato un atto di bullismo, non è stata una semplice rissa innescata da un branco di deficienti. Chi lo afferma è complice del clima che ha permesso questo omicidio. Al posto di Nicola, poteva esserci ognuno o ognuna di noi. Perché Verona è governata da un fitto intreccio di poteri forti, lobbies economiche, integralismo cattolico, violenza neofascista, intolleranza diffusa e instillata con campagne di odio verso tutto cioè che non è omologato o produttivo. A Verona, nel 2008, è per questo motivo che si muore di fascismo. Ma c'è un'altra Verona, che resiste e chiede verità e giustizia per Nicola Tommasoli, condanna il fascismo, vuole rompere la cappa di intolleranza e intende denunciare le continuità fra le istituzioni cittadine e gli stessi gruppi e aree da cui provengono gli assassini di Nicola. Il 17 maggio parteciperemo al corteo nazionale per la liberazione di Verona dalla paura, dall'odio, dal razzismo, da forme vecchie e nuove di fascismo. Non vogliamo stare in silenzio, non vogliamo stare fermi, non possiamo dimenticare. I Giovani comunisti aderiscono al corteo del 17 maggio e invitano tutte e tutti, cittadine e cittadini, studenti, antifascisti e antifasciste, associazioni, partiti, sindacati a camminare con noi, a urlare con noi, ad attraversare Verona il 17 maggio con tutti i colori che siamo, con tutta la rabbia e la voglia di giustizia che abbiamo. Non abbiamo paura, riprendiamoci le città! Le strade sono di chi ama! Partenza corteo dalla Stazione Verona Porta Nuova alle 15; per aderire: adesioni17maggio@gmail.com

 

Esercito, espulsioni, Super-Cpt. E il Pd dice: forse votiamo sì

Piero Sansonetti

Continuano a giungere indiscrezioni su come il governo si prepara ad affrontare la questione sicurezza. Dove per sicurezza si intende la lotta ai migranti, ai rom e ai clandestini. Sebbene tutte le statistiche dicano che le maggiori cause di delitto, in Italia, sono i «mariti» che pestano o uccidono le mogli, e poi la malavita organizzata (mafia, camorra e 'ndrangheta soprattutto). Non risulta però che nel decreto (o forse nel disegno di legge) ci saranno provvedimenti contro i mariti o contro la mafia. Questo per un motivo molto semplice: quasi tutti i sociologi ci hanno spiegato che, di fronte al delitto, conta poco la arida realtà dei fatti, ma conta la percezione. I fatti sono fuffa, ideologia, pregiudizio marxista... Cioè che conta davvero è cosa si immagina la gente che accadrà e non cosa davvero accade; e dunque le leggi vanno ritagliate sulla misura della "percezione" e non della realtà. Che sarebbe un po' come se in un tribunale un giudice dicesse: «Caro amico, io lo so benissimo che lei non ha commesso questo delitto, perché le prove sono a suo favore; ma moltissime persone sono convinte invece che lei sia colpevole e quindi, visto che siamo tutta gente moderna, non posso fare altro che condannarla...». Comunque le indiscrezioni (e le pubbliche dichiarazioni dei ministri) dicono che: primo, la condizione di clandestinità diventerà reato penale; secondo, gli attuali centri di permanenza temporanea per immigrati irregolari diventeranno centri di detenzione (per capirci meglio: campi di concentramento); terzo, contro l'immigrazione clandestina sarà schierato l'esercito. Quel che colpisce è che di fronte a questa stretta, di tipo fortemente autoritario e di forte limitazione dello stato di diritto, l'opposizione parlamentare, e cioè il Partito democratico, annunzi dialogo e cautela. Di più: probabile voto a favore. In una intervista a Il Messaggero , l'on. Paolo Gentiloni - ex ministro dell'informazione e noto per la sua larghezza di vedute liberali e anche per la dura contrapposizione con Berlusconi - apre alla maggioranza e si dichiara pronto a collaborare. Gentiloni dice che l'opposizione farà il suo mestiere «seriamente, senza sconti, ma anche in modo più libero». Che vuol dire più libero? «Che non abbiamo più le mani legate dalla presenza della sinistra radicale nell'Unione, per cui su alcuni temi potremo far coincidere le cose che pensiamo con quelle che facciamo. Per esempio? Sulla sicurezza, se il governo varerà misure giuste ed efficaci non faremo, per così dire, opposizione per dovere d'ufficio...se le loro misure saranno efficaci, ci impegneremo per una approvazione nel più breve tempo possibile». Se Gentiloni non sarà smentito, il Parlamento si appresta a varare all'unanimità un pacchetto di leggi che sono le più repressive e illiberali della storia della repubblica, e per di più hanno in se un forte valore xenofobo e anche razzista. Proprio ieri il presidente del Consiglio ha annunciato di avere programmato con Veltroni un incontro per decidere le linee di una possibile collaborazione. Che il clima sia quello di una "democrazia" - diciamo così - un po' attenuata, lo ha detto domenica persino Eugenio Scalfari. Nel suo editoriale addirittura parla di «dittatura dolce» che è qualcosa di alquanto più drammatico di una democrazia attenuata. Scalfari, con vari giri di parole ma con sufficiente chiarezza, torna a paventare il rischio di un regime. E' un rischio reale? Sì lo è, in primo luogo perché il governo dispone in Parlamento di una maggioranza schiacciante. In secondo luogo perché su alcuni temi chiave l'opposizione si trova su posizioni molto simili a quelle del governo. E dunque non c'è una vera opposizione. E un sistema parlamentare senza opposizione, o con una opposizione non in grado di combattere, o non desiderosa di combattere, appunto, è un regime. Quel che è un po' strano è il fatto che questa situazione si è verificata per una ragione chiarissima e prevedibile: perché i più forti partiti italiani (il Pdl e il Pd) qualche mese fa hanno deciso di trasformare il sistema politico italiano in un sistema bipartitico. E lo hanno fatto, tra gli applausi di tutti: Scalfari compreso. Tutti hanno esultato per la semplificazione della democrazia, e per l'eliminazione dal Parlamento di tanti piccoli fastidiosi partiti dissidenti. Ora è curioso che si prenda atto degli effetti di questa svolta, e si scopra che la democrazia si è fatta piccola piccola fino quasi a diventare una dittatura dolce. Noi lo diciamo da tempo, da tempo strepitiamo, stiamo fuori dal coro, tanto che lo stesso Scalfari, recentemente, guardandoci un po' stupito, ci ha detto: «Siete un giornale assurdo». Già, siamo un giornale del tutto assurdo; peggio: un giornale di opposizione!

 

«Il comunismo? E' una domanda non certo un modello»

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Nikita Vendola, dopo il Comitato politico nazionale che ha deciso le modalità del congresso di Rifondazione comunista, hai ufficializzato la tua disponibilità ad assumere, al termine di questo stesso confronto congressuale, il ruolo di segretario del partito. Tu, che sei già presidente della Regione Puglia, risulti ora il solo candidato segretario. Ci riassumi le ragioni di questo passo, accolto non senza polemiche da parte di altri nell'attuale dialettica interna al Prc? Guarda, ci tengo veramente a discutere in maniera aperta della mia candidatura. Perché credo che la discussione vada liberata da qualsiasi equivoco o argomento capzioso. Io sono presidente di una cruciale regione del Sud. Svolgo un ruolo che è di grandissima delicatezza e straordinario impegno e che è considerato uno dei vertici del potere. Ora mi lancio in una sfida terribile. Ho attorno a me una comunità ferita, un partito cancellato dalla rappresentanza parlamentare, gravemente sconfitto, diviso. Chiunque volesse alludere ad un mio desiderio di "carriera" dovrebbe avere il senso dello humor . Vorrei dire che la mia scelta fosse letta per quello che è: un atto di assoluto amore nei confronti di quella casa (il mio partito) che ho contribuito a far nascere e che è diventata parte integrante della mia stessa vita. E però Paolo Ferrero, così come aveva proposto un congresso a tesi piuttosto che a documenti contrapposti, ha interpretato la tua candidatura come qualcosa di distante da un necessario spirito unitario. Che cosa rispondi? Che bisogna smetterla di giocare a quelli che gridano «al lupo, al lupo!». Certi compagni si comportano in perfetta aderenza allo spirito dei tempi, mettendo al centro della politica e delle passioni il sentimento della paura. Desidero essere molto chiaro: mi è capitato spesso di essere accusato di voler sciogliere. Anche di voler sciogliere il Pci, magari da parte di quelli che effettivamente lo sciolsero. E nella storia di Rifondazione comunista ciclicamente torna questo tormentone, che è l'argomento demagogico usato da tutti coloro i quali pensano sia sufficiente richiamarsi all'identità: come se l'identità fosse il terreno delle certezze assolute e non viceversa il cammino accidentato alla ricerca dei luoghi e dei soggetti della trasformazione. Questa visione dietrologica e complottista è sbagliata, induce riflessi viscerali ed è abbastanza improponibile da parte di chi ha usato la sconfitta elettorale per un pesante regolamento di conti interni. L'argomento della critica alla tua candidatura, comunque, si appunta sull'annuncio immediato, all'apertura del percorso congressuale: bisogna sfuggire, si dice, al rischio d'una piega presidenzialista... Tutta questa cautela sulla questione della leadership avrebbero dovuto metterla in campo prima, in quel Cpn in cui invece hanno pensato bene di prendere un'intera leadership e di dividerla in due: una parte per esporla al bombardamento delle critiche, e l'altra invece per immunizzarla, salvaguardarla da qualunque tensione nel bilancio delle responsabilità. Devo dire che c'è qualcosa che per me ha rappresentato davvero un vulnus insopportabile: il processo sommario a Bertinotti e Giordano è stato una spettacolo poco consono a quello che dovrebbe essere il nostro costume collettivo. E invece la correttezza di Franco (Giordano, ndr) non solo nel fare un passo indietro ma nel chiedere lo stesso a tutti i responsabili della direzione politica del partito e a tutti i suoi massimi rappresentanti, era un atto di grande lealtà. D'altronde è un classico: di fronte ad uno sconquasso di tali proporzioni si può reagire in due modi, o aprendo un confronto libero e vero, spietato ma anche capace di stringere la rete della solidarietà, oppure precipitando in una faida interna agli apparati e ai gruppi dirigenti. Io mi sono permesso qualche minuto dopo la sconfitta elettorale di dire in conferenza stampa: per piacere, compagne e compagni, non cerchiamo i colpevoli ma cerchiamo tutti insieme le cause. Purtroppo quest'appello è caduto nel vuoto. E allora oggi chiedo a tutti, per lo meno, di archiviare le ipocrisie. Naturalmente, a tutti e a cominciare da me stesso, chiedo uno sforzo supplementare per mettere al centro il tema vero della discussione congressuale. Ecco: qual è, per te, l'oggetto politico fondamentale di questo congresso? E' cosa dovrà essere questo partito in una stagione culturale e politica così segnata dall'egemonia delle destre. E' il "che fare" in questo vuoto pneumatico di rappresentanza politica delle domande di sinistra. Bene, ma prima di sviscerarlo, approfitto della tua risposta per soffermarci ancora un momento sulle divisioni attuali: ancora Ferrero dice, mi pare, che non c'è vuoto pneumatico ma una diversità di soggetti politici. E che dunque «la costituente della sinistra» dividerebbe, tanto che la chiama «socialista» per dire che tende ad escludere «i comunisti»: mentre al contrario servirebbe «una casa più grande, dove possano stare tutti». Tu che ne pensi? Vorrei diffidare tutti dall'inabissarsi nelle dispute nominalistiche. E guardiamo le cose che sono dietro le parole. La federazione come modello di relazione tra i diversi soggetti della sinistra è esattamente l'opzione che ha portato all'esperienza fallimentare de "la Sinistra l'Arcobaleno". Prendi quel poco che c'è, lo sommi e magari cerchi una cartolina illustrata che evochi un'ipotesi di convivenza. Ma questo è davvero il modo di sfuggire al grande tema che è quello di come si ricostruisce una sinistra di popolo. La quale invece cosa e come sarebbe? Intanto, il contrario della somma algebrica delle cose talvolta contraddittorie che sono in campo. Il problema, invece, è il processo costituente di questa sinistra di popolo. Il processo costituente non è la convocazione di un'assemblea che fa nascere chissà che cosa: è un processo di costruzione, nella politica e nella società, nei luoghi di lavoro e nei quartieri, nelle scuole, in tutte le comunità, di reti che mettano in collegamento sensibilità, culture, esperienze, conflitti. A partire dal confronto con quel dato sconvolgente che è la mutazione di tutte le forme di comunità, da quella urbana a quella di lavoro. In quell'ipotesi che abbiamo ad un certo punto condiviso, quando parlavamo di nuova soggettività unitaria e plurale, non stavamo pensando ad un partito: altrimenti, l'avremmo chiamato apertamente così. Il tema di come si ricostruiscono le forme dell'agire politico di massa, noi ce lo siamo già posti quando c'era il Pci che, diciamo, le masse le frequentava: intendo per noi quelli come me che hanno criticato la forma partito e le sue liturgie. Il punto oggi è fare politica da sinistra in una società disgregata e atomizzata, in un mercato del lavoro che frammenta le grandi identità collettive, in una condizione urbana che ferisce i legami sociali, in una crisi radicale di tutti quei consorzi umani che sembrano ormai abitati dalla lingua del trash della tv commerciale. E' un tema gigantesco quello che abbiamo di fronte, altro che piroette politicistiche, voli pindarici - sciolgo un partito, ne faccio un altro...; quasi si trattasse di stare in laboratorio a giocare con l'alchimia del politico. E' esattamente il contrario. L'assillo è: come si riconnette la politica alla società, come la politica diventa principio di identificazione dei corpi sociali. A proposito di crisi dei consorzi umani: non pensi che la ricostruzione di un linguaggio politico debba anche riconoscere nuove forme di vita, di relazione, nuove pratiche e identità sociali? Assolutamente sì. Le nozioni di spazio e di tempo sono saltate. Quando si dice oggi "territorio" non si può pensare ad un'entità statica. Anche Beppe Grillo occupa un territorio, a partire dal suo blog . Non c'è più una relazione meccanica tra territori e comunità, anzi ce ne sono di molto abitati ma senza comunità, compresi tanti territori del lavoro. Uno potrebbe dire: e se non c'è comunità, come potrebbe mai esserci comunismo? Il filologo, se non trova più la radice non solo etimologica ma materiale, non sa dare più significato alla parola. Allora, il tema è la rifondazione dei consorzi umani e della loro possibilità di liberazione. Aggiungo che questo comunismo oggi si propone necessariamente come una grande ricerca, una grande domanda: perché se si presentasse come l'organizzazione d'un campo internazionale o d'un modello da emulare, saremmo non alla reiterazione delle tragedie del passato ma al grottesco. Lo dico perché le miniature caricaturali dell'internazionalismo del Novecento oggi si presenterebbero come l'esatto contrario rispetto alla cultura del movimento altermondialista. E poi: non è che noi possiamo essere pacifisti contro gli Usa e muti rispetto alle politiche di iper-armamento di altre parti del mondo. Non è che siamo super-ambientalisti rispetto alla produzione di emissioni di anidride carbonica da parte dell'Occidente industrializzato, e siamo poi muti rispetto all'industrializzazione in corso in Cina e ai suoi effetti ambientali. E non è che i diritti umani possono avere un peso differenziato a seconda della collocazione sul mappamondo della loro violazione. Insomma: non si può più parlare con lingua biforcuta. La menzogna non può mai e in nessun caso essere giustificabile perché c'è una prospettiva salvifica davanti a noi. Il registro delle doppie verità, o meglio della doppiezza, è elemento d'una storia che io considero finita. E' il mondo intero con le sue contraddizioni e i suoi dilemmi che ci propone la necessità d'un discorso di verità da costruire. Verità sui rapporti di produzione, sulle aggressioni alla biosfera, sulla violenta gerarchizzazione dei rapporti tra i generi sessuati, sul contenuto crescente di violenza nella cultura generale del nostro tempo. Dunque, siamo chiamati a pensieri lunghi. E contemporaneamente a tenere i piedi ben piantati per terra... A proposito: volevo proprio chiederti se c'è qualcosa da dire su che si fa qui ed ora, in Italia, da quest'estate 2008... Certo che c'è. Ci sfida l'agenda del governo Berlusconi, dal federalismo fiscale alla psicosi dell'insicurezza, dall'attacco all'autonomia del conflitto sociale alla paura delle nuove libertà e delle nuove soggettività. Ma c'è molto di più, per l'agenda nostra. C'è ciò che della vita delle giovani generazioni ci racconta la tragedia di Verona. C'è quella mutazione antropologica che si intravede nella quotidiana ripetitività del bullismo adolescenziale, che indica davvero un buco nero di umanità e di valori. E' paradossale: la crisi del nostro tempo è talmente radicale che chiede pensiero forte e radicali risposte. Berlusconi ha vinto con la forza del suo radicalismo - populista, liberista, piccolo borghese. Ha vinto esiliando i centristi dalla sua coalizione. Ha vinto sconfiggendo l'immagine più imprenditoriale e antiradicale del centrosinistra, come quella di Riccardo Illy. Ha vinto presentando per il governo della capitale l'ideal-tipo della destra sociale e radicale, Alemanno. E il Partito democratico è apparso persino inconsapevole di quale fosse la qualità della sfida e di quale fosse il terreno su cui da lungo tempo si andava consumando una sconfitta. Il Pd ha giocato a nascondino, ha occultato tutto ciò del proprio patrimonio che potesse essere ricondotto alle parole della sinistra. In questa stagione della politica italiana, in questo tornante della politica europea e in questa drammatica fuoriuscita ancora in corso dal Novecento, c'è una necessità vitale di immettere un'analisi e una strategia che vadano alle radici del passaggio d'epoca. Questa è la radicalità di cui abbiamo bisogno: non una radicalità parolaia, agitatoria, organizzativistica, minoritaria. Serve un cantiere aperto, un partito del coraggio, una comunità che non ripiega sul proprio ombelico. Quanto al Pd, chi ti critica dice che il processo costituente d'una grande sinistra ne sarebbe necessariamente subalterno. Ci sono molti modi di essere subalterni: per esempio un'opposizione fatta di vuoto estremismo è sicuramente un regalo al Pd. Avere interlocuzione politica nel campo delle forze democratiche è il contrario della subalternità. Vorrei ricordare che Gramsci invitava a coltivare curiosità per le ragioni dell'avversario, persino per cercarne la verità interna. E che il tema della coalizione anche con le forze borghesi a mia memoria per primo l'ha posto uno che si chiamava Karl Marx. Come ci comportiamo, se si apre una dialettica interna al Pd su temi dirimenti, per esempio di fronte al tentativo di uccidere l'autonomia del sindacato in Italia? E se il Pd dovesse convergere con la Pdl su una legislazione da "sorvegliare e punire", dando forma al delirio securitario, per noi sarebbe un vantaggio? E se invece fa una battaglia politica differente, per contrastarla, sarebbe per noi uno svantaggio? Non è che siamo più forti se siamo da soli a gridare. Non siamo il Battista, che grida nel deserto perché lo sentiranno nei secoli a venire; un partito comunista il deserto lo attraversa per arrivare alla città, perché deve riorganizzare la speranza, perché la voce deve darla a molte e a molti. Senti, Niki: non avverti la necessità di rispondere anche ad un altro genere di paura che scorre nella comunità-Prc e anche fuori, ossia che si divida ciò che già è stato sconfitto? Come rispondi? Mi rivolgo alle compagne ed ai compagni per dire: tutti insieme mettiamo al bando tra di noi tutto ciò che non è politica e che invece appartiene alla militarizzazione del confronto. E non consideriamoci esaustivi della sinistra. Per mostrarcene coscienti, apriamo una campagna di tesseramento. A chi all'esterno è sgomento per la scomparsa della sinistra politica, che si è materializzata, chiediamo un gesto importante: è il momento di allargare Rifondazione comunista, chiediamo che ci sia una nuova leva di iscritte e di iscritti che ci aiuti a trovare la strada. E soprattutto apriamoci all'esterno. Non possiamo discutere oggi chiusi in una stanza, ma spalancati all'esterno, alle realtà giovanili, al volontariato, al sindacato. Senza questi mondi vitali non valiamo più d'un cactus . Abbiamo bisogno di ossigeno, di relazioni ariose. Una sinistra di "duri e puri", che s'accontenta di percentuali da prefissi telefonici, a qualcuno può interessare, a me no: m'interessa un soggetto, anzi un insieme di soggetti che diano rappresentanza a quel che dal sistema di potere non è più previsto l'abbia. Una soggettività che dia voce alla precarietà dell'esistenza, ben oltre il lavoro. Vedi: quando c'è una sinistra che almeno prova ad essere così, ci possono essere anche altre mille piccole esperienze minoritarie. Al termine dell'onda degli anni 70, quando c'era il Pci, vi era una costellazione di piccoli gruppi. Ma noi, oggi, è proprio una grande sinistra di popolo che dobbiamo costruire, per il futuro.


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