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Senza confini

Manifesto – 17.5.08

 

Prima che sia troppo tardi - Livio Pepino

Dopo Napoli, Roma. Campi nomadi in fiamme. Uomini e donne che lanciano bottiglie molotov contro altri uomini e donne colpevoli di essere nati altrove e di essere malvestiti e straccioni. Forze di polizia in assetto di guerra che sgombrano campi, sotterranei e giardini, cacciando via (non si sa verso dove) una umanità dolente, sol perché povera e straniera. E, al seguito della polizia, camion della nettezza urbana che caricano e avviano alla distruzione materassi sporchi, suppellettili rotte, vecchi elettrodomestici (cioè le case dei poveri). Il tutto mentre circolano bozze di disegni di legge in cui si criminalizza un popolo e si affida al carcere (e ai suoi omologhi: i centri di detenzione, presto tali anche nel nome) la funzione esclusiva di discarica sociale. E ciò senza opposizione, senza proteste eclatanti, mentre in Parlamento si consuma il rito surreale di un palazzo pacificato. Chiunque ha una esperienza anche minima di questioni sicuritarie sa che tutto questo non c'entra nulla con la «sicurezza» dei cittadini. La «sicurezza», a cui, legittimamente aspiriamo tutti è altro: una prospettiva di vita degna di essere vissuta per noi e per i nostri figli, vivere in un ambiente accettabile e ospitale, sapere di non essere considerati rifiuti per il solo fatto di essere vecchi o malati. Se non cambierà questo scenario non saremo mai sicuri. La «sicurezza» è una cosa terribilmente seria e delicata e come tale va affrontata. Sappiamo bene, e non da oggi, che le ragioni della paura e dell'inquietudine stanno anche nella diffusione di forme odiose di criminalità e di comportamenti devianti (degli autoctoni e degli stranieri); e sappiamo che, in ogni caso, a chi ha paura occorre dare risposte e non citare statistiche. Ma ciò rappresenta l'inizio, non la fine, del discorso. È, in altri termini, la base su cui costruire con pazienza e senza demagogia risposte attendibili: un rilancio del welfare che tenga conto dell'esperienza e dei fallimenti - anche sull'immigrazione - dei paesi a noi vicini, dalla Francia all'Inghilterra; una politica alta, che si proponga di governare fenomeni sociali complessi e non di esorcizzarli seminando odio e paura; un'informazione che provi a rappresentare la complessità del reale e non a proporre false equazioni tra immigrazione e criminalità; politiche di integrazione rigorose lungimiranti; interventi di riqualificazione del territorio; e anche - certamente - politiche penali rinnovate, purché dirette a reprimere in modo giusto i fatti e non a sanzionare il colore della pelle. Non è questo ciò che è stato predicato in campagna elettorale (a destra e a sinistra) e che, ora, si realizza. Quel che si sta delineando è la sostituzione della razionalità e della politica con la pratica dell'odio verso il diverso: oggi l'islamico o il rom, come ieri l'ebreo. Ciò produrrà solo una sicurezza temporanea e apparente, in attesa che si prepari il nuovo nemico da odiare e da distruggere. Fino a quando ci risveglieremo, sperando che non sia troppo tardi.

 

«In piazza contro il razzismo» -Marco Incagnola

Roma - Una manifestazione nazionale contro il razzismo istituzionale. Una giornata di mobilitazione contro le misure predisposte dal governo in tema di sicurezza e immigrazione. Che potrebbe svolgersi entro la fine di maggio. E' la proposta nata ieri nel corso del Convegno organizzato da un cartello di associazioni composto da Antigone, Cnca, Arci, Ora d'Aria, Associazione Link, Progetto Diritti, Asgi dal titolo Clandestini per forza. Contro la direttiva Ue in materia di immigrati e rimpatri. Contro il pacchetto sicurezza del Governo. La prima tra le manifestazioni di opposizione sociale organizzata dal mondo dell'associazionismo. La sede romana del Parlamento europeo era affollata per la presenza numerosa delle comunità bengalese, kurda, rumena, senegalese e srilankese. In poche ore sono accorsi anche tutti coloro che in questi anni si sono occupati di immigrazione. Complice anche il silenzio di questi giorni delle forze istituzionali, a partire dal Partito democratico. «Siamo colpiti da stupore e indignazione - ha dichiarato nell'introduzione Patrizio Gonnella di Antigone - E' importante che l'associazionismo e il sindacato creino un argine di fronte a questa ondata violenza istituzionale. Molte misure promesse sono vera e propria propaganda. Ci dovranno spiegare dove trovare mezzo milione di posti letto in cui collocare i potenziali autori del reato di immigrazione clandestina». Le critiche rivolte ai due provvedimenti, quello italiano e la direttiva europea, sono state dello stesso tenore. In entrambi i casi si è parlato di «deriva» della cultura e della politica verso un approccio esclusivamente repressivo in tema di sicurezza, a svantaggio dell'accoglienza e dell'integrazione degli immigrati. Una modalità che alla lunga «rischia di creare fenomeni di razzismo». Angelo Caputo di Magistratura Democratica ha ribadito i punti della compressione dello stato di diritto presenti nella direttiva Ue in materia di immigrati e rimpatri nel pacchetto sicurezza. Per il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura Mauro Palma, invece, «il provvedimento è disastroso dal punto di vista della rottura dei legami sociali. A volte si preannunciano misure che hanno una valenza simbolica e culturale più che una ricaduta reale». Polemico anche Baglioni (Asgi) secondo cui «è assurdo che su questi temi si usi la decretazione d'urgenza». All'iniziativa erano presenti gli europarlamentari Pasqualina Napoletano (Sd), Giusto Catania e Vittorio Agnoletto (Prc), i quali hanno ribadito la propria contrarietà alla direttiva comunitaria. E' stato proprio quest'ultimo ad offrire una sponda alla proposta di una mobilitazione generale, ribadendo quanto dichiarato ieri su questo giornale. «E' necessario più che mai che oltre a mobilitare le coscienze si mobilitino anche le persone. Non si può tacere sui provvedimenti in arrivo, sono crimini contro l'umanità». Le testimonianze più toccanti però sono state quelle dei rappresentanti delle comunità straniere. «I rumeni non sono una minoranza europea - ha detto in un accorato intervento Monica Rebegea - Nessuno parla dei tanti lavoratori rumeni che restano invalidi a vita e che, lavorando in nero, non si vedono riconosciuti i diritti previdenziali e assistenziali». Mentre Suddique Alam Batchu, della comunità bengalese, avverte che l'introduzione del reato di clandestinità sta spingendo molti immigrati a non uscire più di casa. E' intervenuto anche il presidente dell'associazione Link, Luigi Nieri, che ha parlato della «scomparsa dell'azione pedagogica della politica che oggi preferisce appiattirsi sui sentimenti più retrivi della popolazione». Caustico, invece, Pietro Soldini della Cgil: «Nella nostra organizzazione abbiamo 300mila immigrati iscritti eppure nessuno ci ha chiamato per chiederci come la pensiamo su questo tema». Ma l'appuntamento non è sfuggito alla televisione pubblica. Ad informare i cittadini ci ha pensato infatti la Zdf, la Rai 2 tedesca.

 

E il modello Tosi fa proseliti nel Pd – Paola Bonatelli

Verona - All'indomani del pestaggio che è costato la vita a Nicola Tommasoli, massacrato nel centro storico di Verona da cinque ragazzi di dieci anni più giovani di lui, il sindaco leghista Flavio Tosi dichiarò: «Questo è un episodio anomalo, accaduto in pieno centro e per opera di ragazzi italiani. Succede una volta su un milione a prescindere dal controllo del territorio, non fa storia». Al di là dell'evidente forzatura della dichiarazione - basti ricordare che a Verona lo stillicidio di aggressioni di stampo neofascista e razzista non si ferma da una quarantina d'anni a questa parte - è interessante notare come questo tipo di esponenti politici vivano in eterna contraddizione. Da una parte sempre pronti a invocare l'allarme sicurezza - nel caso di Tosi a occuparsene personalmente accompagnando le forze dell'ordine ai controlli di phone center, rivendite di kebab ed edifici abbandonati - dall'altra a negare che ci sia un problema-sicurezza quando ad essere coinvolti in fatti criminosi sono i «nostri ragazzi». Dimenticando che due dei cinque aggressori, attualmente detenuti nel carcere di Montorio, fanno parte di quei 17 indagati l'estate scorsa per associazione a delinquere finalizzata alle lesioni e alla violazione della legge Mancino. Cioè a dire che questi baldi ragazzotti nostrani, nelle cui stanze da letto la Digos trovò di tutto - dai coltelli ai manganelli, dalle bandiere con svastiche e celtiche ai libri negazionisti ai dvd con filmati di scontri tra ultras del calcio - non fanno testo perché la città è sana, ci sono tante associazioni di volontariato eccetera eccetera. Altra falsa verità propagata da Tosi - in un'intervista sul Corriere dopo la morte di Tommasoli - è di aver bandito dalla sua coalizione tutto ciò che ha a che fare con l'estrema destra, a cominciare dai simboli. Anche qui corto circuito di memoria, visto che il capogruppo della sua lista in consiglio comunale è un simbolo vivente della destra radicale. Andrea Miglioranzi, della Fiamma, ex Veneto Front Skinhead e componente della band nazirock (sciolta nel 2006) dei Gesta Bellica. Miglioranzi, che nell'estate scorsa fu eletto dal consiglio a rappresentare il Comune all'assemblea del locale Istituto storico della Resistenza, dimessosi in seguito allo scandalo scoppiato sui media, dichiarò di sentirsi comunque orgoglioso di essere fascista. Purtroppo il sindaco e la sua maggioranza non sono isolati in questa farsa. La minoranza, composta in consiglio da un tiepidissimo centrosinistra con un unico vero oppositore, il capogruppo del Pdci Graziano Perini, e nelle otto circoscrizioni variamente composita, rincorre le dichiarazioni di Tosi e soci, votando documenti bipartisan contro la «violenza» e prendendosela con i media, rei di infangare l'immagine di Verona. Quegli stessi ambienti che tuonano contro la «criminalizzazione» della città e studiano progetti ed iniziative da dedicare a Nicola Tommasoli, scordano che ad un altro Nicola - Pasetto, squadrista in gioventù, poi «vivace» deputato Msi, morto in un incidente stradale - il Comune ha dedicato una sala del municipio e una strada. Certo c'è anche la città sana. Ma non è quella invocata dai commercianti che stanno raccogliendo le firme per sostenere l'attuale amministrazione, bensì quella che oggi sfilerà nelle due manifestazioni previste per il pomeriggio dietro agli striscioni «Nicola è ognuno di noi» disegnato da un writer amico del ragazzo ucciso (dalla stazione di Porta Nuova alle 15) e «Verona libera» (piazza Bra alle 15, corteo alle 17). Nata come manifestazione cittadina, quella che partirà da Porta Nuova (dell'altra parliamo più diffusamente a pagina 2) si è trasformato in un appuntamento nazionale. Ci saranno, insieme agli amici di Nicola, molte sezioni dell'Anpi, il Prc e il Pdci, Sinistra critica e Rdb-Cub, rappresentanze di fabbrica e centri sociali da tutta Italia.

 

Verona, i migranti si fanno sentire – Orsola Casagrande

Verona - L'appuntamento è per oggi pomeriggio alle 15 in piazza Bra. Il coordinamento migranti di Verona sta ultimando gli ultimi preparativi per riprendersi il centro. «Verona libera» ci sarà scritto sullo striscione che aprirà il corteo che alle 17 da piazza Bra si sposterà verso il quartiere Veronetta. Promossa dai migranti, non solo veronesi, la manifestazione non è in contrapposizione con quella che partirà dalla stazione. Anzi, nelle intenzioni dei migranti avrebbe dovuto esserci una manifestazione unica. Perché unico è l'obiettivo. Lo dice Khaled. «Forse non è stato capito il nostro appello ma noi ci siamo rivolti a tutti i cittadini. Noi non siamo un partito, siamo cittadini. I nostri figli sono cittadini italiani, noi siamo nuovi cittadini. Abbiamo alzato la voce per rivendicare i nostri diritti. Ma siamo sempre stati isolati, soprattutto dai partiti, anche quelli di sinistra». La giornata di oggi «è il tentativo di rispondere - dice ancora Khaled - a un atto violento, all'omicidio di Nicola, ma anche al razzismo e al fascismo che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Per questo noi l'antifascismo lo pratichiamo tutti i giorni, contro questa giunta che semina odio, contro la violenza che tutti i giorni si riversa contro di noi e contro tutti quei cittadini considerati diversi, che siamo migranti, omosessuali, o altro». Perché Verona non è sicura per nessuno. E questo è quello che i nuovi cittadini veronesi vogliono far cambiare. Questo è il messaggio che vogliono far passare. «Ci piacerebbe essere tutti insieme - dice ancora Khaled - e per questo abbiamo rivolto l'appello a tutti. Per sfidare con la cultura, con le nostre pratiche, le più diverse che non sono partitiche chi semina odio in questa città e non solo a Verona, come possiamo vedere in questi giorni». Un po' di diffidenza nei confronti dei partiti anche della sinistra è evidente e ha un fondamento preciso e non contestabile. «Come possiamo dimenticare - dice Khaled - la legge Turco-Napolitano. I centri di detenzione sono stati istituiti da un governo di centro sinistra. Non è vero che siamo apolitici. Siamo attenti a quello che ci succede intorno, siamo dentro questa società». Anche se la lotta dei nuovi cittadini è spesso anche contro chi dovrebbe essere nostro alleato naturale. L'appello l'hanno raccolto in tanti. Da Dario Fo e Franca Rame, che saranno in collegamento video per un messaggio a piazza Bra, a Moni Ovadia. Da Ascanio Celestini ai tantissimi nuovi cittadini che da tutta Italia raggiungeranno Verona. E il fatto che ci saranno due cortei è un'occasione sprecata. Di fronte ai pogrom di questi giorni, di fronte alle centinaia di arresti e espulsioni di massa, di fronte alla prospettiva di un pacchetto sicurezza che significherà per i nuovi cittadini altri centri di detenzione, altra repressione, sarebbe stato un segnale forte essere insieme a dire no al fascismo, vecchio e nuovo. A Verona, dove un ragazzo è stato ucciso e il presidente della Camera Gianfranco Fini non ha trovato di meglio da dire che «è più grave bruciare una bandiera israeliana». Quella di oggi per i nuovi cittadini sarà anche un'occasione per dire la loro sulla città che vorrebbero. Infatti la giornata di mobilitazione è stata organizzata e sarà gestita interamente dai migranti. In vista della manifestazione il coordinamento migranti ha organizzato nei giorni scorsi diverse iniziative per riprendersi il centro della città. Martedì scorso al liceo Maffei (lo stesso frequentato da uno dei ragazzi che ha ucciso a botte Nicola Tommasoli) gli studenti hanno organizzato la proiezione del documentario Nazirock. Il Maffei è la scuola che negli anni ha ospitato molti esponenti della destra radicale veronese. In serata Nazirock è stato presentato in piazza, alla presenza del regista Claudio Lazzaro. Trecento persone hanno partecipato alla proiezione, dando vita a un dibattito molto appassionato.

 

Migranti illegali, il reato non c'è più - Carlo Lania

Roma - Messo sotto pressione dalle accuse di xenofobia che arrivano dall'Europa, ma soprattutto dalla prudenza imposta dal Quirinale alle nuove misure sulla sicurezza, a Roberto Maroni tocca mandare giù la prima sconfitta da ministro degli Interni. Il reato di immigrazione clandestina, cavallo di battaglia di Lega e An, non farà parte del nuovo pacchetto al quale il governo sta lavorando, e che dovrebbe essere presentato la prossima settimana nel consiglio dei ministri di Napoli. «Il governo sta ancora valutando se e come inserire il reato nel pacchetto sicurezza», ha ammesso Maroni in serata al termine di una riunione con il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano e il capo di gabinetto della polizia Gianni De Gennaro. La soluzione più probabile è che il nuovo reato finisca (insieme alle altre misure più discutibili, come la modifica alla legge Gozzini e le espulsioni facili), in uno o più disegni di legge da affidare alla discussione del parlamento. Il che significa che una delle misure annunciate con maggiore enfasi slitta e viene diluita nei tempi di Camera e Senato. Un boccone amaro per il ministro leghista. Del resto che la giornata non fosse delle migliori per il pacchetto sicurezza, lo si è capito fin dal mattino. Giovedì pomeriggio il presidente della Repubblica aveva già espresso a Maroni tutti i suoi dubbi sulla necessità di varare attraverso un decreto le nuove norme contro la criminalità. Perplessità spiegate dal Colle con la mancanza dell'urgenza necessaria per ricorre a un simile provvedimento. Ieri mattina, però, Napolitano ha voluto ribadire il concetto intervenendo alla festa della polizia. E seppure senza entrare nel merito delle misure allo studio del governo, Napolitano spiega: «L'importante è che ci sia una buona risposta». Poche parole, ma sufficienti a spiegare lo scontro in atto tra Quirinale e palazzo Chigi, con il primo bene intenzionato a non avallare risposte dettate dall'emotività e dalla propaganda, capaci magari di dar vita a episodi come gli assalti ai campi rom avvenuti a Napoli e condannati ieri dallo stesso Maroni. «E' il momento di intervenire con fermezza - spiega infatti il ministro - per evitare che la rabbia prevalga sulla regola della convivenza civile». Per il Viminale, comunque, le parole del presidente della Repubblica rappresentano un messaggio molto chiaro. Se il governo non vuole incorrere in uno scontro istituzionale, sarà meglio mettere da parte le misure più drastiche. E così il reato di immigrazione clandestina è il primo a saltare. Il fine settimana che comincia oggi sarà impegnato dai tecnici di Giustizia e Interni per mettere a punto la stesura finale del pacchetto sicurezza, che già ieri sera avrebbe dovuto avere il via libera di Silvio Berlusconi. I punti centrali restano cinque: contrasto dell'immigrazione clandestina, gestione dei rapporti con i Paesi neocomunitari, primo fra tutti la Romania, maggiori poteri a sindaci e prefetti per il contrasto della criminalità e inasprimento delle pene per alcuni reati di maggiore allarme sociale come furti, rapine in abitazione, violenze sessuali, abusi su minori e altri. Anche se reso meno duro, il giro di vite nei confronti degli immigrati resta comunque confermato. Il governo, in particolare, starebbe pensando anche di rendere più difficile il riconoscimento della cittadinanza per chi sposa un italiano o un'italiana. Oggi una straniera che sposa un italiano ottiene automaticamente la cittadinanza, mentre in futuro sarà necessario aver trascorso obbligatoriamente alcuni anni nel nostro paese prima di ottenere il passaporto italiano. Novità anche suo piano investigativo,. Sempre ieri il capo della polizia Antonio manganelli ha incontrato il capo della polizia rumena Gheorghe Popa. Insieme hanno deciso che una quindicina di investigatori rumeni verranno da noi per costituire squadre investigative miste italo-rumene. Il loro compito sarà quello di aiutare la nostra polizia nell'identificare possibili criminali, oltre ad aver maggiori possibilità di infiltrarsi tra loro. Da parte sua, invece, il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha reso noto che sono almeno dieci le caserme delle Forze armate, dismesse o in via di dismissione, che possono essere utilizzate come centri di accoglienza dei clandestini. Intanto, dopo la timidezza avuta fino oggi, l'opposizione comincia a far sentire la sua voce contro le nuove misure sulla sicurezza. «Gli strumenti proposti dalla maggioranza non convincono», ha detto l'ex prefetto Achille Serra, oggi senatore del Pd. «Dove si metterebbero gli arrestati per immigrazione clandestina? E come si concilia la permanenza fino a 18 mesi nei Cpt con gli altri Paesi europei?».

 

Soli anche alle europee - Matteo Bartocci

Roma - Caro Silvio, caro Walter. Caffè e pasticcini ma niente pranzo insieme. Quaranta minuti di colloquio ufficiale per formalizzare un'intesa inedita nella storia repubblicana tra il leader del partito di maggioranza e quello di opposizione. Il primo incontro ufficiale tra Berlusconi e Veltroni a palazzo Chigi («altri ne seguiranno», promette al termine il leader del Pd) anche se avaro di risultati immediati è servito a ufficializzare davanti alle telecamere il marchio di fabbrica di questa legislatura «costituente»: d'ora in poi le regole del gioco verranno decise dalle due forze maggiori Pd e Pdl. Certo, Veltroni mette l'accento sulle «differenze programmatiche» e promette «il conflitto», se necessario, sulle scelte di governo ma davanti ai giornalisti sottolinea in ogni caso che «le riforme sono urgenti e vanno fatte insieme». Si riparte dal «testo Violante», cioè da un complesso di norme già abbozzato nella scorsa legislatura che rafforza i poteri del premier e dell'esecutivo, introduce il senato federale e taglia i parlamentari. Ma sarà un discorso di medio periodo. Se son rose fioriranno. Il piatto forte del primo appuntamento infatti guarda al futuro prossimo. E rischia di essere molto indigesto non solo per la sinistra politica ma anche per i partitini sopravvissuti al voto «utile» del 13 aprile come Idv e Udc. Nel loro faccia a faccia (anche Gianni Letta sarebbe uscito dalla sala all'arrivo di Veltroni), i leader di Pd e Pdl hanno infatti raggiunto un'intesa essenzialmente su un solo punto: la riforma elettorale per le europee dell'anno prossimo. I dettagli verranno discussi in parlamento dagli esperti dei vari partiti ma la sostanza è chiara: bisogna alzare una soglia di sbarramento che consolidi definitivamente quel bipartitismo di fatto Pd-Pdl emerso dalle urne di aprile. In circolazione ci sono già diverse ipotesi tecniche. Quella più immediatamente comprensibile è escludere dalla rappresentanza a Strasburgo i partiti che raccolgono meno del 5% dei voti. E' la strada preferita dai falchi del bipolarismo, avanzata qualche giorno fa da Dario Franceschini e sposata ancora ieri dal capogruppo forzista alla camera Fabrizio Cicchitto. E' una tagliola che ridimensionerebbe l'Udc a partito se va bene meridionale e che con ogni probabilità eliminerebbe per sempre non solo i quattro partiti della sinistra ma anche l'Italia dei valori. Un trionfo per il Cavaliere. Alla presenza a Strasburgo del resto sono legati finanziamenti e rimborsi che sono questione di vita e di morte per partiti esclusi dal parlamento nazionale. Di fronte alla posta massima Veltroni, soprattutto per il conflitto interno al Pd sulle alleanze, è costretto a essere molto più cauto. «Dell'argomento ne ho parlato io - spiega ai giornalisti nella sala stampa di palazzo Chigi, mai concessa finora in esclusiva al leader di un partito di opposizione - perché ritengo giusto ci sia uno sbarramento anche se non al 5% ma al 3% o al 2%. Così si evita la frammentazione ma non si impedisce la rappresentanza». Al di là del buonismo di maniera non è il «messaggino alla sinistra» che dirigenti democratici come Bersani auspicavano nei giorni scorsi. Perché quando si parla di legge elettorale il diavolo è soprattutto nei dettagli. Gli «sherpa» già fanno gli studi più vari, come una soglia al 3% accompagnata da collegi elettorali più ristretti (attualmente sono 5 macroregioni - nordovest, nordest, centro, sud e isole). En passant, più i collegi sono piccoli più vengono premiati, in modo naturale e occulto, i partiti maggiori. Un'altra ipotesi, leggermente più favorevole alle forze intermedie, punta invece a modificare o a eliminare il riparto nazionale dei resti in modo da premiare Pd e Pdl. «Tecnicalità» che fanno imbufalire non solo tutta la sinistra (Prc, Pdci, Sd e Verdi sono per la prima volta concordi) ma anche l'Italia dei valori. Alla fine sarà decisivo l'atteggiamento di Lega e Udc, partiti non di opinione ma ben radicati territorialmente, che per ora si sono posti in posizione attendista. Se dovessero accettare il confronto, infatti, sarebbe difficile per chi teme l'eliminazione dalla rappresentanza per legge parlare di intesa a due.

 

Il no della Fiom a Epifani. Rinaldini: «Diritto al dissenso»

Loris Campetti

Cervia - «E' dal tempo della prima tessera del Pci, avevo 15 anni, che ascolto appelli al senso di responsabilità», dice il segretario generale Fiom Gianni Rinaldini, «anche su scelte che poi tutti avrebbero definito sbagliate». Ma questa volta l'appello non è recepibile perché alla definizione della piattaforma unitaria sulla riforma dei contratti non si è arrivati attraverso un percorso democratico. Così come «nel '66 Pietro Ingrao rivendicò il diritto al dubbio, io oggi rivendico il diritto al dissenso». Anche il centralismo democratico ha le sue regole. La conclusione della conferenza d'organizzazione della Fiom ha formalizzato quel che era risultato già evidente durante l'intervento del segretario generale della Cgil: Guglielmo Epifani non ha convinto i suoi metalmeccanici. Nel metodo, perché la piattaforma unitaria non ha avuto momenti di validazione democratica, con l'esclusione di un comitato direttivo nazionale della Cgil. Né i gruppi dirigenti delle categorie, né i delegati si sono potuti esprimere, figuriamoci i lavoratori a cui verrà presentato al termine del percorso il testo di un accordo da prendere o lasciare. Nel merito, la Fiom non condivide l'idea di sindacato che sta dietro la piattaforma e, verosimilmente, il futuro accordo con Confindustria e governo. Un sindacato più legittimato dal rapporto con l'antagonista e la politica che non dal rapporto democratico con i lavoratori. Lo svuotamento del contratto nazionale, ridotto al mero recupero dell'inflazione, e il vincolo che lega gli aumenti nei contratti di secondo livello alla produttività e redditività d'impresa, sono intesi dalla grande maggioranza della Fiom come un arretramento, persino rispetto agli accordi del luglio '93 che pure tutti ritengono superati e responsabili della perdita di potere d'acquisto dei salari. Ciò vuol dire che la strada della Fiom si separa da quella della Cgil? Ovviamente no, e «quando ci sarà da difendersi e da difendere i lavoratori dagli assalti di Confindustria e del governo, i metalmeccanici saranno in campo con la lotta». Lunedì mattina le due segreterie si incontreranno e i reciproci percorsi da qui all'eventuale accordo sui contratti (e al congresso della Cgil) saranno più chiari a tutti. L'ultima giornata di lavori della conferenza d'organizzazione della Fiom ha registrato la compattezza della categoria intorno al suo gruppo dirigente. E il voto sulle mozioni finali ha ribadito i rapporti di forza interna: 70 voti alla minoranza (17%), 31 astenuti (17%) e 312 (76%) sì alla maggioranza di Rinaldini. Fausto Durante che si rifà alle posizioni di Epifani ha registrato addirittura una lieve riduzione di consensi rispetto al numero di delegati su cui poteva contare. In mattinata Giorgio Cremaschi aveva sostenuto con convinzione la relazione del segretario (come ha fatto anche l'area Lavoro e società della Fiom): «I dissensi fanno bene all'organizzazione», e potrebbero rappresentare uno strumento in più per Epifani contro le aggressioni padronali e governative. Cremaschi ha richiamato, come molti altri intervenuti, il pericoloso impasto determinato dalla sconfitta politica e dalla regressione sociale che hanno effetti devastanti, a partire dalla caccia ai diversi, ai rom, ai più deboli (l'assemblea di Cervia ha votato quasi all'unanimità una mozione che richiama alla solidarietà). E alla Cgil ha detto: «Senza la Fiom non andate da nessuna parte». Tra gli interventi più applauditi quello di Maurizio Landini della segreteria Fiom: i padroni «vogliono cancellare la contrattazione collettiva» per passare all'elargizione unilaterale di salario. E sulla piattaforma unitaria, Landini si è espresso da sindacalista: «Io so che in una trattativa, per riuscire a far passare i miei obiettivi devo almeno proporli», mentre le confederazioni si presentano all'incontro con le controparti senza neanche provare a difendere la possibilità di aumentare i salari con i contratti nazionali e di slegare quote importante di aumenti nei contratti aziendali dall'andamento degli utili d'impresa. La Fiom ha avanzato una proposta, ha ribadito Rinaldini nelle conclusioni: avviare un'analisi attenta dei cambiamenti, della realtà nella quale ci troviamo a operare. Un'operazione simile a quella voluta dopo la sconfitta del '55 da Giuseppe Di Vittorio. Solo così è possibile costruire il sindacato del futuro, sapendo che in Italia è in crisi come in tutt'Europa. Lo scenario globale e gli effetti devastanti della globalizzazione neoliberista sono ancora al centro dell'analisi di Rinaldini. Gli effetti si leggono nello smottamento culturale della società italiana, dove i lavoratori sono messi gli uni contro gli altri, i più forti contro i più deboli, i migranti, i precari. Serve una svolta, una rottura con il recente passato, la riconquista di un'autonomia che negli anni del governo Prodi si è affievolita, in quei due anni, cioè, in cui si sono aperte troppe porte all'arrembaggio che oggi annunciano le destre e la Confindustria, sugli straordinari come sulla defiscalizzazione degli aumenti strappati nei contratti di secondo livello. Dire che alla Fiom non interessa la contrattazione articolata, hanno detto tutti gli intervenuti, è una sciocchezza smentita dalla pratica quotidiana dei metalmeccanici. Il tentativo, pacato, di Fammoni di interpretare la piattaforma unitaria come uno strumento utile per difendere la solidarietà generale ha convinto una risicata minoranza dei delegati, mentre lo stesso segretario confederale ha ammesso che sul terreno della democrazia la strada percorsa non è stata delle migliori. Lunedì, dunque, un primo confronto tra le segreterie della Cgil e della Fiom. Qualcosa si è rotto, o meglio, un rapporto che da tempo segnalava forti difficoltà e differenze ha mostrato a Cervia tutte le sue crepe. Al centro del confronto ci sarà la democrazia (interna e nel rapporto con i lavoratori) e i contenuti di quella che si può cominciare a chiamare la svolta strategica della Cgil. Una svolta, dicono molti delegati al termine della conferenza, che potrebbe rendere il sindacato di Epifani sempre più simile a quello di Bonanni.

 

Gli Usa ritornano al 1980 - Galapagos

Come nel 1980, ha commentato l'Università del Michigan che ha pubblicato ieri il dato sulla fiducia dei consumatori in maggio. Come dire: la fiducia dei consumatori è scesa ai livelli più bassi degli ultimi 28 anni. A dare una nuova spallata è arrivato il record, l'ennesimo, del prezzo del petrolio che é a un pelo da quota 128 dollari al barile. Un quadro congiunturale «nero», come ha confermato due giorni fa la Fed diffondendo il dato sulla produzione industriale in aprile. E il pessimismo si diffonde alimentato da una povertà crescente che costringe sempre più cittadini a dormire in macchina, come abbiamo saputo ieri da un bel servizio della Cnn. Il paragone fra la situazione economica attuale e quella del 1980 non è improprio. Come oggi, anche nel primo anno di quella decade il Pil era declinante (nell'anno segnò una flessione dello 0,2%). Anche allora i prezzi salivano vorticosamente (oltre il 9%) come ora; anche nel 1980 a trainare l'inflazione era il petrolio: poco meno di 33 dollari al barile il prezzo nominale che in termini reali (adeguati al tasso di inflazione) significano circa 80 dollari al barile, un prezzo che è stato superato solo negli ultimi 12 mesi. Il risultato di quella fase di stagflazione, accompagnata da inflazione, fu un incremento record della disoccupazione accompagnato da una massiccia ristrutturazione dell'industria Usa. Nascono in quegli anni le rust belt, le cinture della ruggine, con le quali vengono indicate le aree industriali - a volte intere città - abbandonate. Oggi la situazione è simile, forse peggiore, con l'aggravante di una crisi finanziaria causata dei mutui subprime che sta assorbendo montagne di soldi pubblici. Ma è anche peggiore perché il prezzo del petrolio si è impennato (e non per colpa dell'Opec) colpendo duramente i redditi per la crescita record del prezzo della benzina. Ieri il petrolio ha sfiorato i 128 dollari al barile. Ormai la soglia di 130 è a portata di mano, ma quel che è peggio, molte previsioni (su tutte la Goldman Sachs) indicano una crescita fino a 200 dollari al barile entro 12-24 mesi. Certo, anche la speculazione fa la sua parte. Ad alimentare la crescita dei prezzi, le nuove minacce terroristiche da parte del leader di Al Quaeda, Bin Laden. Ma ci sono anche motivazioni più strettamente tecniche anche se con un presupposto politico. George Bush, ad esempio, è tornato a chiedere all'Arabia Saudita (principale produttore Opec) di mettere a disposizione più petrolio per soddisfare la domanda del mondo occidentale. Ma la richiesta si scontra però con due importanti ostacoli strutturali. In primo luogo la rigidità finora dimostrata da Rhyad su questo fronte e, fattore non indifferente, il fatto che circa tre quarti della capacità non utilizzata dell'Arabia Saudita è rappresentata da greggio di bassa qualità (pesante) e che quindi necessita di un trattamento più lungo e oneroso. Un «particolare» che non si coniuga molto bene con la capacità attuale delle raffinerie, le quali stanno già lavorando a pieno regime. In ogni caso l’Arabia Saudita ha comunicato ieri di aver aumentato di 300 mila barili al giorno la produzione. Senza dimenticare che intanto è diventata sempre più palese la carenza di disponibilità di prodotti raffinati e di gasolio in particolare, elemento che ha contribuito ad alimentare ulteriormente la speculazione in vista della stagione estiva, che per il mondo occidentale vuol dire maggiore domanda dal fronte dei trasporti. Altro elemento negativo: l'Iran che - all'inizio di questa settimana - ha ammesso di incontrare difficoltà a vendere greggio di qualità. Sul mercato c'è anche la convinzione che il dollaro non abbia molto spazio per apprezzarsi nel breve-medio periodo. Non a caso ieri la moneta americana è tornata a perdere quota sull'euro. Su un fronte più strettamente economico, la spinta al rialzo è anche alimentata da una fase congiunturale che in Europa rallenta, ma non molto, come dimostrano i dati sulla crescita record del Pil soprattutto in Germania. Questo significa che la domanda di petrolio rimarrà elevata. Anche perché la Cina (oggi il maggior importatore mondiale di energia) seguita a crescere a ritmi spaventosi. Il risultato è che dall'inizio dell'anno il prezzo del petrolio è cresciuto di circa il 35%, negli ultimi dodici mesi l'aumento sfiora il 90%, mentre dall'inizio del 2007 le quotazioni sono salite del 130%. A mitigare la spinta rialzista non ha contribuito neppure la notizia che Bush ha deciso di non aumentare ulteriormente le riserve strategiche. Con questo scenario, non ha sorpreso più di tanto che la fiducia dei consumatori abbia registrato un nuovo scivolone nella prima quindicina di maggio. A a far paura è la mancanza di occasioni di lavoro (giovedì è stato comunicato che le richieste di sussidi di disoccupazione si sono impennate) e la crescita dei prezzi trainata dai generi alimentari e da quelli dei carburanti. Il Michigan consumer sentiment index è così sceso a 59,5 punti dai 62,6 di fine aprile. A tirare un po' sù non ha neppure contribuito una piccola ripresa nella apertura di nuovi cantieri e nel rilascio delle licenze edilizie. D'altra parte, come ha ammesso lo stesso segretario al Tesoro, Henry Paulson, la correzione del mercato immobiliare iniziata nel 2006 non si è ancora esaurita e gli americani dovranno fare i conti con un'ondata di pignoramenti.

 

Liberazione – 17.5.08

 

Le streghe i giudei gli zingari - Nichi Vendola

Il fuoco è tornato. Violento e purificatore. Illumina la processione nottambula dei rancori e dei pregiudizi. Incenerisce la retorica degli "italiani, brava gente". Divampa nella neo-lingua italiana, ormai libera da ogni forma di sorveglianza e di auto-controllo, visto che il nuovo lessico del trash televisivo unifica la nazione e le classi sociali. Sputa le sue lingue incandescenti sull'uomo nero e sulla sua intera etnia: rom, rumeni, sinti, tutti assunti a fattispecie lombrosiana di quella antropologia criminale con la quale abbiamo inzuppato immaginario e senso comune. Ecco dunque il fuoco che condanna all'esorcismo e alla cenere quella macchia extra-umana, quello "zingaro ladro di bambini" che risorge come un antico rimosso nello spigolo sporco della nostra più malata modernità. Eccolo il Medioevo che avanza, corredato da Internet e da You Tube, mentre l'establishment tutto finge di non vedere. Eccola la legalità bipartizan che osserva imperturbabile l'opera scientifica di pulizia etnica messa in campo dagli eserciti camorristi nello sterminato hinterland partenopeo. Complimenti all'Italia riconciliata nel galateo parlamentare, dove si celebra non tanto la fine della "guerra civile" simulata che ha reso urlata e viscerale la politica al tempo dell'avvento di Berlusconi, ma dove si rende solenne l'esaurimento forzoso della politica come spinta conoscitiva e trasformatrice degli assetti sociali dominanti, dove si canta il de profundis alla politica intesa come alternativa, passione civile, persino utopia. E anche della politica intesa come discernimento individuale e memoria collettiva: potremo raccontare a qualcuno dei nostri figli, magari quelli con la testa rasata, magari quelli appesi sull'altalena di piccoli miti miserabili che miscelano lo stadio di oggi e il lager di ieri, cosa accadde quando, neppure troppo tempo fa, altre squadre giovanili, altre ronde di giustizieri, cercarono di "derattizzare" la bella Mitteleuropea dalle untuose presenze degli zingari? Sapremo dire che l'industria dell'orrore fu alimentata dalle parole cattive, dalle facili superstizioni, dall'ignoranza diffusa? Sapremo dire di quelle tribù nomadi che, con le loro leggende e i loro cammini di libertà, con gli echi gitani o balcanici dei loro suoni e delle loro poesie, conobbero il gelo dei vagoni piombati, e poi cominciarono un viaggio senza ritorno, e poi fecero la doccia nelle camere a gas, e poi finirono su per il camino dei forni? Duecentomila morti tra quei nomadi che la croce uncinata strappò dai villaggi. Non c'è più nessuno che capisca che stiamo toccando il fondo? Nessuno che alzi la voce contro chi umilia la vita degli altri? Questa inaudita legittimazione "politica" dell'intolleranza non sarà solo una livida girandola di violenza anti-rom, ma diventerà la cifra di un tempo nuovo e assai inquinato, di un'atmosfera mefitica e cupa, dove ciascuno potrà appiccare il suo rogo personale, perché non c'è nulla di più facile che offrire alla folla inferocita un povero cristo da crocifiggere, un capro espiatorio il cui sacrificio non risolve alcun problema ma almeno sazia la sete di sangue che non abbiamo mai del tutto estinto. Altro che galateo. Non si è più in grado di vedere il respiro di un bambino dentro l'immagine di un piccolo rom, non c'è analisi possibile di problemi complessi, non c'è più neanche pietà. Anche la Chiesa appare prigioniera delle proprie prudenze. Non c'è nessuno che asciughi le lacrime di uno zingaro dopo che gli abbiamo bruciato la baracca spingendolo ad un nuovo esodo verso il nulla. Siamo ancora alla prese con eretici e streghe e sodomiti e giudei, ancora abbiamo bisogno di celebrale l'igiene del mondo, ancora subiamo il fascino del fuoco. Nel nome di una legalità affidata alla polizia speciale della camorra. Siamo camorristi ma legalitari, questa non è il nazi-decoro borghese di Verona, questa è la Napoli che fu la capitale dell'accoglienza e dell'umanità. Sta bruciando un intero mappamondo di sentimenti, di valori, di cultura, di coscienza: tutto sembra trascinato in quei fuochi notturni. Altro che sconfitta elettorale. Siamo senza radici in questa immensa babele di monnezza e cenere, dinanzi a riti di purificazione e violenza che suscitano il plauso populista. Forse è anche questo il deserto che dovremo attraversare.

 

Madrid: «Italia razzista». E’ quasi incidente diplomatico

Frida Nacinovich

I rastrellamenti nei campi rom, il pogrom di Napoli, le molotov contro il dormitorio di Milano sono la prima immagine della nuova Italia di Berlusconi, Fini e Bossi. Profondo nero. Il governo dice che il popolo lo vuole, il governo ombra - nella migliore delle ipotesi - non sa che dire. L'Europa guarda, si preoccupa, condanna. Da Bruxelles arriva una significativa precisazione della Commissione: non è prevista alcuna modifica dell'accordo di Schengen, quello che assicura ai cittadini libertà di movimento negli Stati dell'Unione. Il portavoce dell'esecutivo dei 27 paesi dell'Unione, Pietro Petrucci, risponde a Franco Frattini che ha appena vagheggiato una "Schengen 2" da approvare entro il 2009. Il nuovo ministro degli Esteri sbaglia. «La Commissione non ha intenzione di proporre studi relativi all'accordo di Schengen - chiarisce Petrucci - né a quelle parti che regolano l'abolizione dei controlli alle frontiere». Non è finita. Mentre Frattini precisa, puntualizza, spiega che è tutto un equivoco, dalla Spagna arrivano critiche feroci. "El Mundo" riporta alcune frasi di Maria Teresa Fernandez de la Vega, numero due del governo Zapatero. Riferendosi agli arresti di massa, Fernandez de la Vega dice: «La Spagna respinge la violenza, il razzismo e la xenofobia. Non può condividere ciò che sta succedendo in Italia». Un governo normale dovrebbe nascondersi per la vergogna. Ma questo non è un governo normale. «La Spagna lavora a una politica dell'immigrazione legale e ordinata, che permetta il riconoscimento di diritti e doveri». Esistono, ricorda ancora Fernandez de la Vega, «meccanismi legali per arginare l'immigrazione clandestina. Sono questi i meccanismi da utilizzare, e non altri». Al governo Berlusconi dovrebbero fischiare le orecchie. Non sembra che succeda, almeno a giudicare dalle reazioni scomposte di una parte del governo e della sua maggioranza parlamentare. Le parole di de la Vega non piacciono alla sottosegretaria agli Esteri Stefania Craxi. «Sarebbe meglio che le anime belle in Spagna si documentassero maggiormente sui fatti», tuona Craxi specificando che «i provvedimenti del governo italiano sono proprio diretti a sedare l'esplosione di sentimenti xenofobi alimentati dalla politica irresponsabile del precedente governo». La Farnesina cerca di smorzare i toni, assicurando che da parte della Spagna «non c'è nessun elemento critico» verso il pacchetto di misure che il governo Berlusconi si appresta a varare sull'immigrazione. La precisazione arriva da fonti del ministero degli Esteri che parlano di «chiarimento». In particolare, il sottosegretario agli affari europei spagnolo Diego Lopez Garrido chiama l'ambasciatore d'Italia a Madrid Pasquale Terracciano per spiegare che la vicepremier «in alcun modo si riferiva alle politiche di Berlusconi». Si riferiva ai rastrellamenti, al pogrom di Napoli, alle molotov di Milano. Al clima che si respira all'indomani della fiducia al Berlusconi IV. Da Bruxelles l'Unione europea dice no a ripristinare i controlli alle frontiere, anche se si prepara a introdurre i «visti biometrici», che conterranno le impronte digitali di tutti i cittadini. Sulla lotta all'immigrazione clandestina interviene anche il leader libico Gheddafi, che accusa i governi europei di pianificare la morte di centinaia di migranti africani, affondando i barconi che cercano di raggiungere il continente. Parlando ad un incontro con i capi dei sindacati africani, Gheddafi non fa cenno in modo esplicito all'Italia, ma sottolinea l'esistenza di una «tragedia in pieno svolgimento». Accuse pesantissime, da dimostrare, che comunque guardano ai drammi che si accompagnano ad un fenomeno epocale come l'emigrazione dal disperato sud del mondo. L'ultima notizia arriva dal Viminale, dove il neo ministro in canottiera verde Roberto Maroni si arrampica sugli specchi. «Il governo - precisa - sta ancora valutando se e come inserire nel pacchetto sicurezza il reato di immigrazione clandestina». La Caritas è furibonda di fronte a un diritto preso a calci. Il pugno di ferro in guanto di acciaio sarà anche quello che piace agli elettori del centrodestra, in maggioranza nel paese. Ma le immagini che stanno facendo il giro del mondo non sono certo una bella cartolina dell'Italia 2008. Profondo nero.

 

Da una fabbrica del Polesine a Roma, col marito portaborse e Bossi nel cuore - Laura Eduati

Rovigo - La prima apparizione tv di Emanuela Munerato non è passata inosservata. Dopo quella puntata di "Porta a Porta", la settimana scorsa, le sono giunte centinaia di mail di congratulazioni e non soltanto da leghisti: elettori di sinistra e meridionali colpiti dalla sua semplicità e onestà, quella di una donna della provincia di Rovigo che fino al 14 aprile lavorava come operaia turnista in una azienda tessile di Lendinara per mille euro al mese, passata dalla sera alla mattina da una minuscola sezione di partito delle campagne venete ai banchi del Parlamento. E che ora si preoccupa prima di tutto per la collega che faceva il turno serale con lei, costretta a sobbarcarsi degli straordinari in attesa della sostituzione. E poi racconta, con una semplicità coinvolgente, l'emozione dell'arrivo a Roma in veste da deputata, le foto davanti a Montecitorio con le Jene che evidentemente l'hanno presa per una turista, le scarpe con i tacchi che odia, l'affannosa ricerca di un monolocale poco costoso per quei tre giorni settimanali nella capitale, l'entusiasmo di vedere «i nostri quattro ministri leghisti» e specialmente il veneto Luca Zaia, l'imbarazzo divertito di incontrare alle toilette della Camera politici che aveva visto soltanto in televisione, l'ammirazione per Rosy Bindi che pur stando all'opposizione corre incontro a Bossi e lo abbraccia «perché questa è vera educazione». Seduta nella poltrona della sezione leghista di Lendinara, pochi metri quadrati colmi di liquori come "Elisir del Nord" e bottiglie di grappa con la faccia stampata dell'amico Flavio Tosi, il sindaco di Verona, Munerato racconta incredula il capovolgimento di una vita intera, cominciata giocando nel cortile del palazzo dei conti Stufferi Malmagnati dove il padre di Emanuela faceva il custode e il falegname, e la madre la domestica. A 14 anni si iscrive a ragioneria, qualche mese più tardi muore il padre e lei, primogenita, abbandona tutto e comincia a lavorare in fabbrica. Diventa capofamiglia, mantiene agli studi la sorella e il fratello, poi a 30 anni sposa Matteo, che ora ha deciso di rivoluzionare la sua vita per diventare il collaboratore di Emanuela, lasciando la piccola distilleria in mano al padre e all'unico impiegato albanese. «Dite che noi della Lega siamo razzisti e invece ho assunto uno straniero, un bravo ragazzo, a volte ci invita a pranzo», ironizza Matteo, un omone di quasi due metri, mani grosse di chi ha lavorato duro, prima come autista di betoniera alla Italcementi poi come fruttivendolo. Guidando poi verso Rovigo per accompagnare la moglie a un appuntamento di lavoro, Matteo segna con la mano i campi di mais e frumento: «Questa era la piccola Russia». E lui ne faceva parte: nel terreno dei nonni si svolse la prima festa de l'Unità del Polesine, suo padre da piccolo si fece fotografare in braccio a Togliatti. Eppure a Matteo, 39 anni, quella sinistra non piaceva e da ragazzo si iscrisse all'Union del popolo veneto, federalista ma non secessionista come la Liga veneta o la Lega Nord. Poi, quando il furore dei leghisti passò dal separatismo territoriale a quello fiscale, prese la tessera del Carroccio. Fu lui, nel 1996, a convincere Emanuela a seguirlo a Rosolina a un comizio di Bossi: «Rimasi folgorata. Non solo ero d'accordo con quanto diceva, ma poi scese dal palco e si fermò a parlare con la gente e anche con me che non ero niente, non avevo incarichi. Mi chiese quanti anni avevo, cosa facevo». Così Munerato diventa leghista. Con i soldi guadagnati come consigliere di amministrazione di una casa di riposo mette su la sezione leghista di Lendinara con una festa di inaugurazione alla quale partecipa Flavio Tosi, «per noi il numero uno». Matteo diventa il segretario. E nel tempo libero soltanto Lega, Lega, Lega, riunioni, gli appuntamenti irrinunciabili di Venezia e Pontida, i comizi in giro per il Veneto con le cene a salsiccia e polenta, discussioni, campagna elettorale tra la gente perché, spiega Matteo, «il nostro slogan è potere al popolo». Per le elezioni del 14 aprile Munerato viene iscritta al decimo posto della lista, sicura di non venire eletta. «Quella sera festeggiammo con un giro di spritz il fatto che la Lega avesse triplicato i voti a Lendinara, dal 6% al 19%». La mattina dopo, alle sette, chiamano Emanuela per comunicarle che è diventata deputata e lei avverte immediatamente il marito, già nella distilleria a lavorare. E la madre, che vive con la pensione sociale e arrotonda facendo le pulizie nelle case? «Poverina, sabato sono andata a darle una mano, ma questo non scriviamolo», ammette Emanuela quasi con vergogna. Non sa nemmeno quale sarà il suo stipendio da parlamentare «ma sicuramente aiuterò mia madre, e con quello che rimane apriremo nuove sezioni della Lega nel Polesine». Matteo è seduto al suo fianco, fuma in continuazione. E' contento. Farà il portaborse, e gli piace. «Meglio dire che farò il portapazienza», ride. Poi dice che non cambierà molto in casa, sarà sempre lui a preparare da mangiare visto che gli riesce bene. «A dire il vero - dice lei - se avessi potuto scegliere tra l'elezione alla Camera e un figlio, avrei scelto un bambino». Fuori della sezione, Lendinara è placida come può esserlo un paesino di 10mila abitanti nell'ora della siesta. Qualche bicicletta in giro, l'Adigetto che scorre lento accanto alle case in stile veneziano, un campanile alto quasi come quello di San Marco che svetta accanto alla ex prigione. Vita quieta, insomma. Eppure l'allarme sicurezza è approdata anche qui, sebbene la provincia di Rovigo sia sessantesima in Italia per numero di immigrati. Emanuela, con la consueta dolcezza, spiega perché: «Un marocchino colpevole di aver violentato una ragazzina è stato scarcerato per un errore burocratico, e ora gira per le piazze del paese. Posso immaginare la rabbia della famiglia della vittima». Non vuole passare per xenofoba, e condanna gli assalti ai campi rom: «Non bisogna arrivare a farsi giustizia da soli, per questo dobbiamo dare maggiori risorse alla polizia. Non mi interessa se i criminali sono italiani o stranieri, devono essere condannati ad una pena certa». Puro stile Maroni. A questo punto Matteo interviene: «Per anni ci hanno dipinto come dei trogloditi, ma la Lega è cambiata. Non è più la Lega di Gentilini, che fa delle sparate poco apprezzabili. La Lega del 2008 è quella di Tosi, gente preparata con un buon curriculum politico. Hanno capito che senza di noi non si vince, e ci danno maggiore spazio anche mediatico, finalmente riesco a sentire un discorso di Castelli alla tv fino alla fine. Un tempo eravamo un movimento senza esperienza, facevamo fatica a trovare uno sufficientemente acculturato da poter fare il consigliere comunale, oggi i nostri militanti sono anche ingegneri, architetti, gente laureata». La macchina è fuori, nel piccolo piazzale davanti la sezione. Aperta, perché tanto non c'è pericolo. «E noi vogliamo che Lendinara rimanga sempre così». Il paese ha voluto omaggiare la neo-deputata organizzando una festa nel campetto sportivo, il macellaio ha portato la porchetta, il panettiere il pane, quelli del Pd hanno offerto lo stand. A pochi chilometri, quella sera, si teneva la consueta gara dei trattori. «Eppure quasi tutta Lendinara è venuta a festeggiarmi». Munerato è l'unica operaia in Parlamento, insieme con Antonio Boccuzzi del Pd, sopravvissuto al rogo della Thyssenkrupp di Torino. Per il marito Matteo «è poco, dobbiamo eleggere gente semplice che sappia che cosa vuol dire lavorare». Emanuela lo sa bene, cosa significa: «I turni sono massacranti, la prima cosa che chiederò è l'abolizione dei turni per le donne, specialmente per quelle che hanno figli piccoli. Mi stringeva il cuore ogni volta che una mia collega mi raccontava che, tornando alle diwci di sera, non aveva potuto vedere il suo bambino». Così lontana dalla "casta", quando parla di politica e di soluzioni Emanuela fa continui riferimenti a persone conosciute, amici, gente di Lendinara; così anche per l'aborto: «Sono contraria, ma credo deve essere garantito quando esistono gravi malformazioni» e racconta di una conoscente con una figlia down e che ora, anziana, non può accudire. La figlia è finita in istituto e per Munerato, che spesso la accompagna in visita, «è una cosa tristissima». In attesa di capire come funzionano i meccanismi della vita parlamentare, ha chiesto e ottenuto di far parte della commissione Lavoro. Con idee chiarissime: alzare gli stipendi di almeno 200 euro, detassazione degli straordinari e la sicurezza nei luoghi di lavoro, «anche se è un problema che non mi tocca da vicino, pensa che quando dimenticavo le scarpe antiinfortunistiche il capoturno mi mandava a casa a prenderle». Cose, fatti, persone reali. Sarà pure confusa dall'incarico inaspettato, ma una cosa la sa con precisione: «O federalismo fiscale, o mi dimetto. Che senso avrebbe rimanere in Parlamento senza fare qualche cosa di utile per il territorio?».

 

Bin Laden riparte dai territori palestinesi - Daniele Zaccaria

Per al Qaeda è quasi una rivoluzione. Definire il conflitto israelo-palestinese «il più importante obbiettivo della jihad», segna infatti una mutamento drastico nella linea della rete terroristica fondata da Osama Bin Laden. Esagerando un po' si potrebbe parlare di un «ritorno al '900» in nome del pragmatismo politico. E' quel che emerge dal nuovo messaggio (l'ultimo risale al 20 marzo) che lo sceicco saudita (o chi per lui) ha diffuso ieri via internet per il 60esimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. Non il solito anatema contro «crociati e sionisti», l'orizzonte indistinto del nuovo califfato, della humma planetaria, la detronizzazione dei regimi arabi «complici» del Grande Satana, il castigo per gli «apostati». Ma uno specifico conflitto territoriale da cui ripartire che, per quanto simbolico e unificante, non può essere veicolo della propaganda religiosa che fin qui ha distinto le campagne qaediste. Certo, la «nazione islamica» viene citata più di una volta dallo sceicco, ma è quasi un protocollo che rimane sullo sfondo di un messaggio molto concreto. Se fino ad ora la Palestina e l'Iraq erano articolazioni della guerra santa, oggi la linea di frontiera dello scontro si sposta nei confini fisici della Striscia di Gaza. Dove l'habitat è diventato più favorevole alle prediche religiose e ai proclami integralisti del waahabita Bin Laden. Nei giorni del Golpe nella Striscia i miliziani di Hamas in fondo bruciavano le kefiah e innalzavano sui pennoni dei palazzi palestinesi le bandiere verdi del Movimento islamico. Dal socialismo decadente dei resti dell'Olp all'islamismo emergente di Hamas. Cacciati manu militari i laici (e corrotti) eredi di Arafat, il movimento palestinese si è radicalmente diviso. Ed' è proprio in quella frattura che il miliardario saudita vuole far giocare un ruolo centrale alla sua al Qaeda. In tal senso il Medioriente non è più il generico teatro della sofferenza dei popoli arabi, ma la piattaforma ideologica e operativa da cui riavviare il programma jihadista. Un milione e mezzo di Palestinesi vessati dall'occupazione israeliana, sottoposti a un embargo internazionale e tragicamente abituati alla guerra quotidiana, sono in effetti una risorsa formidabile. E quella terra dilaniata dagli odi un prezioso avamposto. Tutto ciò è detto a chiare parole nel messaggio apparso sul ieri sul forum islamista definito «verosimile» dagli esperti di intelligence statunitensi: «A Dio piacendo, continueremo la lotta contro gli israeliani e i loro alleati ... non cederemo un solo palmo della Palestina fino a quando sulla terra ci sarà anche un solo vero musulmano. La questione palestinese è la questione centrale per la nazione araba ed è stata un fattore importante di ispirazione per me da quando ero piccolo e per i 19 uomini liberi che hanno colpito gli ebrei e i loro alleati». Tralasciando la citazione dei 19 «martiri» dell'11 settembre e le ispirazioni dell'infanzia, la road map delle prossime battaglie sembra tracciata. Con un riferimento particolare alle truppe della missione Unifill dislocate nel sud del Libano: «La partecipazione dei capi occidentali ai festeggiamenti dei sessant' anni di Israele dimostra come essi sostengano l'occupazione degli ebrei sulla nostra terra. Gli occidentali combattono con gli israeliani nella stessa trincea contro di noi e lo dimostra il fatto che hanno inviato operativamente delle truppe in Libano in difesa degli ebrei». E' chiaro che la recente prova di forza di Hezbollah con la presa e il ritiro volontario da Beirut ovest, oltre ad aver aumentato la tensione in tutto il paese dei cederi, disegna un potenziale campo di battaglia per i combattenti qaedisti. Che ora soffiano sul fuoco e cercano alleati. Su tutti gli sciiti iraniani, un tempo «infedeli» e ora oggettivi fiancheggiatori della guerra contro gli occidentali. Lo stesso Ahmadinejad, pur essendo il rappresentante di uno Stato storicamente ostile al radicalismo sunnita di al Qaeda e dei taleban afghani e avendo interessi completamente diversi da quelli dei jihadisti globali, nel conflitto che lo vede opposto a Washington e Tel Aviv rappresenta un alleato di fatto. Le faide tra sciiti e sunniti in Iraq sono senz'altro una contraddizione in questo schema, è vero. Ma è un problema secondario rispetto al "contesto favorevole" che si verrebbe a creare in caso di soluzione militare dello scontro diplomatico tra Iran e Usa. Come indicano le cronache degli ultimi mesi, il campo materiale su cui si gioca la partita parte da Gaza e prosegue per Damasco e Teheran. Un triangolo di fuoco, che il fondatore di al Qaeda vorrebbe trasformare nel prossimo risiko jihadista. Sempre che il miliardario saudita e la troika di al Qaeda siano in grado di svolgere il ruolo dei manovratori. E non quello degli utili idioti.

 

Repubblica – 17.5.08

 

Dal turpiloquio all'effetto melassa. Quando la politica non ha misura - FILIPPO CECCARELLI

Se ne trovasse uno disposto a difendere le proprietà integrative e anche curative della melassa! Liquido denso e appiccicoso ricavato dalla canna da zucchero o dalla barbabietola. Nel giro di un paio di settimane si sono scagliati contro la melassa Gianfranco Fini, il comunista Sgobio, il presidente veneto Galan, la dilibertiana Palermi, il dipietrista Donadi, tutti contro la melassa da più parti evocata a proposito dei rapporti fra governo e opposizione. E un po' si capisce anche. Il dolce stil nuovo inaugurato l'altro giorno alla Camera con tanto di citazione berlusconiana di Guido Cavalcanti, rischia di risultare appunto troppo dolce, o per meglio dire troppo sdolcinato, smanceroso, stucchevole. Così ieri pure Veltroni, dopo aver incontrato il presidente del consiglio, ha voluto apporre il suo sigillo su tale espressione impegnativamente figurata: "Non è democrazia quella che confonde i ruoli e fa melassa sul piano programmatico". Metafora per metafora, o fantasia per fantasia, tra le proprietà terapeutiche di questo zuccherosissimo alimento ci sarebbe quella di alleviare parecchi dei malanni che affliggono il sistema politico italiano: acidosi, anemia, coliche, crampi, edemi, insonnia, nervosismo, reumatismi, stipsi. Nei fumetti di Topolino e Paperino compare spesso uno sgocciolante barattolo di melassa. L'ipotesi che qui ci si sforzerebbe di sostanziare è che l'obiettivo stato melassico che si registra da più parti in qualche modo preesiste alle nuove relazioni tra governo e Pd; e che gli intenti politici veltrusconiani, senz'altro degni di nota, hanno comunque assegnato alla pretesa svenevolezza un rango che questa si era già conquistata per conto proprio sul piano degli atteggiamenti, delle rappresentazioni emotive e più in generale delle modalità espressive, dal linguaggio alle immagini. Vedi, ad esempio, lo scambio civettuolo di bigliettini nell'aula di Montecitorio fra il presidente e le sue deputate, o la neo-ministro Carfagna che nel delineare i compiti del suo nuovo impegno istituzionale menziona quello di "coccolare" le donne, per non dire l'intensa produzione poetica dell'onorevole Bondi che in tal modo è arrivato a rivolgersi al collega Cicchitto: "La mia fede è la tenerezza dei tuoi sguardi". Ma vedi anche, sempre nel passato prossimo, l'insistita ostensione della nipotina di Prodi, anche con maglietta "Nonno for president"; la commozione di Fassino davanti alla vecchia tata a "C'è posta per te", o D'Alema che così si auto-presentava: "Fratello maggiore di Walter e zio di Dario". Uno sciroppone sentimentale, un andazzo all'acqua di rose, un autentico giulebbe - termine di derivazione araba appropriatamente utilizzato dalla senatrice Finocchiaro nei giorni scorsi - che adesso cerca la sua degna certificazione nel trionfante dialogo bypartisan; così come, da un più malizioso punto di vista, la trova nel sospetto inciucio. Molto dipende, è vero, dai due protagonisti. Sia Berlusconi che Veltroni appaiono particolarmente adatti a questo nuovo clima di reciproche dolcezze. Il primo perché viene dalla cultura della pubblicità che tutto edulcora in nome del consumo; il secondo perché in un certo modo ha riempito il vuoto del comunismo facendosi artefice ed esecutore di una ideologia umanitaria a cui è stato attribuito il nome di "buonismo". Eppure sembra anche, l'odierna e paventata melassa, una reazione del tutto speculare, ma altrettanto vistosa, all'isterica faziosità che s'è respirata negli ultimi anni - e basti pensare agli spettacoli continuamente offerti dal ceto politico nelle aule parlamentari: tifo da stadio, striscioni, bandiere, coretti, muggiti, mascherate, gestacci, turpiloquio. Come se l'Italia fosse comunque destinata a sbandare fra estremi, ora il fiele ora il miele, un tempo la bile e adesso, di colpo, il rispetto, il confronto, il galateo, l'euforia delle buone maniere, Calderoli che si scusa con i libici, sindaci e presidenti di assemblee a disposizione di tutti i cittadini, i parlamentari a messa a inizio legislatura con il cardinal Bertone e monsignor Fisichella, Berlusconi che benevolmente scherza su Veltroni e lo invita a colazione. Ragioni profonde e complesse hanno l'aria di governare questo processo, con le sue inesorabili oscillazioni. Ma gli effetti sono in ogni caso abbastanza curiosi. La Russa e Bocchino si fanno allegri scherzi notturni, come pure si consegnano l'un l'altro pubblici doni. Esaurita la saga fotografica e iper-famigliare di Ceppaloni, rapidamente dimentichi del fango di Vallettopoli, i rotocalchi femminili si buttano a pesce su baby-Fini e baby-Casini: nascite, battesimi, quadretti di pubblica intimità. La deputata radicale Poretti annuncia una favola scritta per la sua bimba su Montecitorio, anzi "Montecitopo". Durerà il suo tempo, ma intanto è tutto un dispiego di affettuosità e tenerezze. E non manca mai l'occasione per qualche iniziativa benefica, naturalmente con torte e candeline. E tuttavia, per quanto ottima per dolci, la melassa è sempre collosa e alla lunga anche nauseabonda. Fino a prova contraria, si sta più o meno misteriosamente consolidando una stagione di abbracci, carezze, baciamano, buffetti, lacrime, bronci, perdoni, buoni propositi, sogni e confessioni. Lo stile del discorso pubblico ha fatto suoi i codici della vita personale. Con l'incontro tra Berlusconi e Veltroni questo c'entrerà poco, o invece tantissimo, tutto accogliendosi con temperato scetticismo. L'importante, al solito, è non sfondare troppo impetuosamente la soglia del grottesco.

 

Rifiuti, assalto al cuore di Napoli - ROBERTO FUCCILLO

NAPOLI - La città è ora un tappeto di spazzatura. Non più solo cumuli, come nelle precedenti fasi acute di crisi, ma proprio sacchetti e cassonetti rovesciati per strada un po' ovunque. E non c'è più differenza fra periferie come Pianura e salotto cittadino. L'intera area urbana è avvolta dai miasmi della spazzatura in putrefazione e dai venti di rivolta. Ovunque si registrano pattuglie di ragazzi, teppisti organizzati, che sfrecciando in motorino si spostano da un focolaio di rivolta all'altro, ma anche donne e bambini che denunciano "ci entrano topi e insetti in casa" oppure "qua finiamo come col colera tanti anni fa". Constatazioni alle quali fanno seguito le barricate e il lancio per strada di sacchetti. Che poi restano lì per ore e ore perché l'Asìa, l'azienda comunale di raccolta, non ha i mezzi necessari a intervenire prontamente in tempo reale dove la protesta insozza le strade. Non a caso il blocco del quartiere collinare del Vomero, iniziato giovedì sera, è stato rimosso solo ieri all'alba, mentre il sindaco Rosa Russo Iervolino apriva la sua giornata constatando che "la situazione è raccapricciante". Bastavano però poche ore e la città era di nuovo a ferro, fuoco e munnezza. In mattinata esplodeva la rabbia degli abitanti di via Imbriani, a cavallo di via Salvator Rosa, l'arteria che sale dal centro cittadino alla zona collinare. Strada bloccata, traffico più in tilt del solito, corse deviate per gli autobus, costretti a tornare in collina per scendere poi da un altro asse viario verso il centro. Stessa scena nel pomeriggio lungo la Riviera di Chiaia, la strada che collega il centro a Mergellina e Posillipo. Anche qui due file di cassonetti rovesciati per strada e sacchetti a completare la barricata, con donne e bambini in prima fila, prontissimi a rigettare a terra anche il poco materiale che alcuni poliziotti volenterosi cercavano di radunare ai lati della carreggiata. Ancora blocchi in serata anche in serata nella zona occidentale di Bagnoli e Fuorigrotta, vicino allo stadio San Paolo, di nuovo su via Salvator Rosa, con la città spezzata in due nell'ora del rientro a casa e lungo via Forìa. Una città in stadio di assedio. Si aggiungevano i roghi, nella zona di via Chiaia, nei dintorni di piazza Garibaldi, sede della stazione ferroviaria, e in altri quartieri della Napoli collinare. In questa situazione arrivava in serata la nota ottimistica del commissariato straordinario: grazie all'apertura di un sito di stoccaggio nel casertano, gli impianti di Cdr hanno potuto accogliere e lavorare circa 7000 tonnellate di spazzatura. È il quantitativo medio di produzione di una giornata in tutta la regione, dunque almeno ieri la situazione non è peggiorata e da domani il ritmo di recupero, come annuncia a Napoli l'assessore Gennaro Mola, dovrebbe incrementare. Ma quello che si è accumulato nei giorni scorsi per terra resta lì, insieme alla esasperazione della gente. Sicché si moltiplicano le reazioni politiche. Il presidente della Regione Antonio Bassolino nota che "Berlusconi e il governo vengono a Napoli (mercoledì 21, ndr), e mi sembra un segnale giusto". Intanto il sindaco Iervolino punzecchia il commissario straordinario Gianni De Gennaro: "Quando mi nomineranno commissario all'emergenza rifiuti una soluzione la troverò. Siccome un commissario c'è, e si chiama De Gennaro, faccia il suo mestiere". E il presidente della Provincia di Napoli, il verde Dino Di Palma, invoca: "Apriamo immediatamente tutte le discariche in grado di accogliere spazzatura per quindici giorni".

 

La Stampa – 17.5.08

 

"Noi, cancellati dal terremoto" – Francesco Sisci

Tra loro si chiamano solo «r’ma», noi altri, e sono una delle etnie più antiche della terra. I libri di storia ne parlano come di fieri guerrieri che da sud si opponevano all’espansione dei regni protocinesi del Fiume Giallo, oltre 3mila anni fa, chiamandoli con il nome che hanno anche oggi, Qiang. Un tempo erano tantissimi e occupavano tutta l’attuale provincia del Sichuan e metà del Tibet, oggi sono solo 300mila. O meglio, erano una settimana fa, perché il terremoto ha avuto come epicentro proprio le roccaforti dei Qiang. Wenchuan, il centro sotto cui è esploso il sisma di 7,9 gradi; Beichuan, la città rasa al suolo con quasi 19mila abitanti seppelliti dalle macerie; Yingxiu dove su 12mila abitanti solo 2mila sembrano salvi; Mianyang il distretto in cui quasi nessuna casa è salva: tutti luoghi dove abitavano gli ultimi Qiang. Non è chiaro quanti siano sopravvissuti, di certo sono loro la maggior parte delle vittime del terremoto che in quattro minuti ha distrutto per sempre il loro sistema di vita. Uno dei problemi degli elicotteri dei soccorsi, dei paracadutisti che si sono gettati tra le montagne è stato raggiungere i vecchi «gou», gruppi di villaggi fortificati composti da 4-5 castelli «zhai», ciascuno abitato da 30-100 famiglie. I «gou» e i «zhai» sono aggrappati alle montagne a 2-3mila metri, seminascosti dalla fitta vegetazione. Ottimi per resistere ai nemici, forse non ideali per sopravvivere a un terremoto. Il gigantesco sforzo logistico dell’esercito cinese sembra quasi un ironico commento a secoli di sconfitte politiche e militari che hanno portati i Qiang, come i loro vicini orsi Panda, sulla via dell’estinzione. I Qiang oggi parlano dialetti talvolta incomprensibili fra loro, così che se si incontrano spesso usano il cinese. Le loro case sono fatte di pietre semplicemente sovrapposte e tenute insieme da una specie di gesso naturale bianco che fa da netto contrasto con i loro vestiti etnici neri o viola scuro. La loro lingua appartiene al sotto gruppo tibetano-birmano, ma non sono buddisti: credono a una specie di animismo, pregano le «pietre bianche», quarzi che fissano all’uscio di casa, sopra i caminetti, nelle strade, in mezzo alla foresta. Piccole pagode di granito dipinte di bianco, circondate da quarzi con offerte votive in vasi pieni di semi di grano, proteggono la maggior parte dei villaggi Qiang. I quarzi indicano l’insieme delle forze del mondo e puntano verso i picchi del Tibet, da cui i bellicosi tibetani li cacciarono. Questa antica cultura è stata preservata nei secoli dai sacerdoti sciamanici, i «duangong». E proprio loro sono stati la specie più a rischio tra i Qiang. Durante la rivoluzione culturale i loro cerimoniali segreti di iniziazione, i «gaigua», vennero proibiti. Dopo, la corsa alla modernizzazione ha semplicemente disinteressato i giovani da una «carriera» di sciamano. Alla fine degli anni ’90 gli sciamani più giovani avevano più di 60 anni, e pochissimi avevano discepoli. Le mille regole e tabù cultural-religiosi che regolavano la vita dei Qiang stanno sparendo. Non sono più né un popolo di pastori, né si fanno più la guerra fra loro come nei tempi antichi. Rimangono però una delle poche società matriarcali. La discendenza è matrilineare e se pure i matrimoni sono in genere monogamici la poliandria è accettata così come non sono rare le unioni tra cugini. La loro cultura così diversa dal resto della Cina è quasi sconosciuta alla maggioranza dei cinesi. A pochi chilometri da Chengdu, a Sanxingdui, sorge uno splendido museo dei resti di una città del 3° secolo avanti Cristo. Ci sono sculture straordinarie di uomini con le pupille proiettate fuori dalle orbite degli occhi, altari di uccelli fantastici. I visitatori stupefatti e affascinati, e distratti, spesso commentano «sembrano marziani, da dove veniva questa cultura?». Le teche agli angoli espongono citazioni dai classici di storia antica cinese e raccontano dei vecchi Qiang. Molti cinesi di oggi però non sapevano nemmeno che i Qiang c’erano ancora, che non erano finiti con le statue di Sanxingdui. Almeno fino al terremoto di tre giorni fa. La furia di Nargis ha fatto più di 133 mila tra morti e dispersi in Birmania. A quasi due settimane dal ciclone, la giunta militare ha aggiornato il bilancio delle vittime: in 77.738 hanno perso la vita, 55.917 sono i dispersi e 19.359 i feriti. Fonti ufficiali hanno spiegato che non era stato possibile ufficializzare questo bilancio prima a causa del maltempo.

 

Ma i rom sono italiani... – Flavia Amabile

Facile dire rom, e ancora più facile parlare di espulsioni. In mezzo a queste due parole c'è la realtà delle cifre, e non è per nulla detto che sia facile da accettare. La metà dei rom presenti in Italia sono italiani, nè più nè meno di quelli che tre giorni fa si adoperavano per appiccare il fuoco alle baracche del campo di Ponticelli, vicino Napoli. I numeri in questa materia sono molto vaghi. Nella ricerca Ispo presentata a gennaio dal Viminale (www.interno.it), si parla di 140mila presenze. Circa 70 mila di loro, quindi, sono italiani, ad aprile sono andati a votare e ogni mattina accompagnano i figli a scuola. Se a loro aggiungiamo gli apolidi da anni e i giovani nati qui, nei campi, e mai riusciti ad avere la residenza, avrete un primo assaggio delle ingenuità di questi giorni. Perché espellere un italiano, anche se di etnia rom, appare davvero un po' dura da immaginare. Il governo infatti non ci pensa minimamente. E' facile parlare anche di ordine pubblico, in realtà quello dei rom è soprattutto un problema di costi da affrontare se si sceglie la strada della solidarietà. A Roma nel 2006 l'amministrazione comunale, allora guidata da Walter Veltroni, ha speso 26 milioni di euro per la gestione di 27 campi nomadi autorizzati e l’assistenza di 5.227 rom. In generale si calcola che la costruzione di un nuovo campo attrezzato significa spendere circa due milioni di euro. E significa dover sopportare alcuni costi annuali. L'Ama, l'azienda di nettezza urbana di Roma, ogni anno spende circa due milioni di euro. Non solo con la fornitura di acqua, ma anche di servizi igienici, container per abitazioni, pulizia e raccolta dell'immondizia. Peccato che l'anno successivo molti oneri riguardino la nuova fornitura di gran parte del materiale già consegnato l'anno precedente, ma nel frattempo distrutto o reso inservibile. Oppure prendiamo le espulsioni. Uno immagina che un clandestino possa essere accompagnato alla frontiera, collocato fisicamente al di là del confine e che tanto basti a risolvere la questione. E invece i penalisti avvertono che una simile procedura è illegale. "Non è possibile immaginare espulsioni con accompagnamento coatto alle frontiere senza la convalida del giudice perché è una misura che incide sulla libertà personale", ricordano al ministro dell' Interno Roberto Maroni. Inutili anche il reato di clandestinità e un inasprimento delle pene. I penalisti hanno ribadito che "la sicurezza è un tema da affrontare con misure efficaci basate sulla prevenzione, l'organizzazione e il controllo del territorio. L' esperienza dice che un aumento delle pene non è una risposta efficace perché non ha una deterrenza reale. Anche l' introduzione di un nuovo reato non avrebbe effetti deterrenti ma provocherebbe un aumento dell' attività giudiziaria appesantendo una situazione già grave". Infine, sulle annunciate restrizioni della legge Gozzini, Dominioni ha fatto notare che "l' esecuzione dell' intera pena non evita alti livelli di recidiva, mentre chi è arrivato alla libertà attraverso la Gozzini ha mostrato tassi di recidiva pari quasi allo zero. I benefici previsti della legge, quindi, andrebbero rafforzati, migliorati, potenziati". E allora il governo ha ben presente che espellere i rom è una frase priva di senso. Sta infatti agendo contro gli immigrati irregolari di qualsiasi nazionalità siano. Senza perdere di vista il peso finanziario della politica dei campi. Sono molte le variabili in gioco tanto è vero che ancora non ha raggiunto trovato un accordo definitivo sul pacchetto sicurezza. Dovrebbe riuscirci la prossima settimana. Il pacchetto sicurezza sarà il primo banco di prova per il governo ma anche per questa nuova Italia uscita dal voto del 13 aprile. Quando le norme saranno pronte sarà più facile capire se quest'esecutivo è in grado di risolvere i numerosi problemi dell'Italia del 2008. Ma sapremo anche se l'opposizione è in grado di fare l'opposizione e quali rapporti si andranno a creare con il mondo cattolico. Finora la linea tenuta è stata abbastanza scontata.  Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco, esorta in modo abbastanza enigmatico a "neutralizzare" gli estremismi. "Occorre, in positivo creare condizioni di accoglienza e di dignità per tutti quelli che - sottolinea - rispettano le regole della convivenza e si impegnano per una reale integrazione". Chiaramente filo-governativo il rettore della Lateranense, mons. Rino Fisichella, che è anche parroco di Montecitorio. Nella messa di inaugurazione della nuova legislatura, tre giorni fa, ha osservato che i nuovi provvedimenti in materia di sicurezza e immigrazione "non sono una stretta", bensì "un richiamo alla legalità che credo debba essere condiviso pienamente da tutti. Un po' diversi i toni delle associazioni. Monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas di Roma ha già giudicato le misure uscita in anticipo in questi gioni "difficilmente attuabili, economicamente costose, giuridicamente dubbie e umanamente dolorose". D'accordo il presidente delle Acli, Andrea Olivero che ette in guardia dai pericoli insiti  nel considerare reato l'immigrazione clandestina. "Stiamo attenti - avverte - perché se noi andiamo a considerare questo come un reato, un domani andremo a considerare reato anche la povertà ". Ancora una volta, per mons. Di Tora, si torna a parlare di sicurezza "senza alcun riferimento a politiche di integrazione, a investimenti sociali, ad una cultura dell'accoglienza e della solidarietà".

 

“L’abbiamo uccisa noi, Ora posso andare a casa?” – Maria Corbi

È il giorno dell’addio nella Chiesa Madre per Lorena tornata in una bara bianca a Niscemi. Una veglia funebre, ieri sera, al cimitero con mamma e papà, senza più lacrime per il dolore. Non c’è spazio per il perdono tra questa gente affranta, che riceve come una pugnalata la notizia, pubblicata dal Giornale di Sicilia, secondo cui uno dei tre assassini dopo la confessione avrebbe detto al giudice: «E adesso posso tornare a casa?». Estremo gesto di sprezzo, un senso di impunità, l’incapacità di capire quello che è successo. Con il magistrato che perde la pazienza e urla: «Ma lo capisci che hai confessato un omicidio? Ma dove vuoi andare?». Carmelo Ragusa e Francesco Spataro, gli avvocati degli aguzzini, sostengono che questa frase non è mai stata pronunciata: «Eravamo dentro la stanza dell’interrogatorio, non so da dove venga una falsità tale che serve solo a far aumentare la rabbia della gente, e non sembra proprio che ce ne sia bisogno». Ogni giorno aggiunge particolari agghiaccianti a questa storia di ferocia e ignoranza, su Niscemi cala una cappa di silenzio attonito. Ma non è un paese che si stringe attorno alla famiglia di Lorena. Rimane distante, forse per pudore, o forse per l’abitudine all’orrore, o per semplice indifferenza, come ripete il padre che non vuole «finte lacrime» accanto alla sua bimba. Alla notizia che il sindaco ha proclamato il lutto cittadino alza le spalle. Anche don Rosario Di Dio, insegnante di religione di Lorena, è stato cacciato: «Se sapeva che la ragazza aveva dei problemi, come ha detto in questi giorni, che aveva pensieri di morte, doveva avvertirci», gli ha urlato la zia. La rabbia cresce ancora dopo i risultati dell’autopsia che conferma come Lorena sia stata picchiata selvaggiamente prima di venire strangolata. Calci e pugni sul corpo e in faccia. Rimane il dubbio sulla gravidanza che secondo i killer sarebbe stato il motivo che ha fatto scattare la follia omicida. Il padre Giuseppe Cultraro continua a ripetere che «non è vero, bugie dette da quei mostri che cercano scuse». Il medico legale Maria Berlich spiega che «a causa delle condizioni in cui è stato trovato il cadavere non è stato possibile accertare se la ragazza fosse incinta». I 13 giorni in fondo al pozzo hanno accelerato la decomposizione dei tessuti. «Le condizioni della ragazza non mi hanno permesso di concludere le indagini - dice Berlich - dobbiamo aspettare le conclusioni degli esami istopatologici e tossicologici». Si dovranno fare sull’utero asportato, per sapere la verità. Un’amica di Lorena ha detto che la ragazza aveva fatto un test di gravidanza tre giorni prima della scomparsa, il 27 aprile, risultato negativo. Anche dai ricordi dei familiari il ritardo del ciclo era solo di qualche giorno, come capitava di frequente. Oggi Domenico, il più grande dei tre assassini, ha compiuto 17 anni. Assieme ai due compagni è nel carcere minorile di Catania. I legali chiederanno il rito abbreviato per tagliare un terzo della pena: da 20 a 24 anni, più la compensazione tra attenuanti e aggravanti. Sembra certo che contesteranno ai tre premeditazione, sevizie e occultamento di cadavere. E anche la violenza carnale, nonostante sostengano che Lorena «faceva resistenza solo verbale». Iniziano a delinearsi diverse strategie processuali con Alessandro, il più piccolo, ha tentato di rendere più lieve la sua posizione, sostenendo di essere rimasto in disparte e di aver tappato la bocca alla ragazza solo perché glielo avevano ordinato gli altri due, «preso della paura che potevano fare del male a me». Una versione che rende furiosi i genitori di Lorena: «Quando mai si può essere costretti a fare una cosa del genere? È un mostro, paghi come gli altri».

 

Corsera – 17.5.08

 

Il buon senso delle badanti - Gian Antonio Stella

«Nel vocabolario del ministro dell'Interno non esiste la parola sanatoria », ha detto Roberto Maroni. Nei suoi dintorni, evidentemente, non ci sono disabili o vecchi in difficoltà. Buon per lui. I familiari di centinaia di migliaia di anziani e portatori di handicap si sono però sentiti mancare il fiato: come possono fare, senza una badante? Certo, se la macchina dell’assistenza girasse senza un cigolio, i problemi sarebbero limitati. Ma in una realtà come la nostra? Ogni centomila abitanti con più di 65 anni, dice il Censis, abbiamo 204 ospiti nelle strutture pubbliche. Pochissimi. Tanto più in un Paese che ha una quota di anziani destinata a salire nel 2016 a nove milioni e mezzo di ultrasettantenni, pari a tutti gli abitanti della Lombardia. Non bastasse, questi posti sono ripartiti con disparità abissali: 313 nell'Italia settentrionale, 135 in quella centrale, 82 in quella meridionale e nelle isole. Per non citare i casi limite: 490 letti ogni 100mila anziani in Trentino, 46 in Campania. Undici volte di meno. Va da sé che le badanti, al di là delle ipocrisie, sono state una benedizione per centinaia di migliaia di famiglie. Al punto che lo stesso Umberto Bossi, dopo avere bellicosamente barrito un tempo che «un milione di prostitute clandestine» avrebbero cercato di «spacciarsi per colf ed essere regolarizzate », è diventato assai più prudente. E se la cronaca regala rare storie di badanti che rapinano la vecchietta, non mancano esempi opposti. Come quello della moldava clandestina che a Venezia ha rischiato la vita per i «suoi» anziani colpiti da una fuga di gas pur sapendo che una volta scoperta sarebbe stata espulsa. Insomma, salvo eccezioni non sono le badanti ad agitare i sonni di tanti italiani che si sentono insicuri. Anzi. Tant'è che ieri, mentre il sondaggio di corriere.it dimostrava che l'81% dei cittadini è favorevole a una sanatoria per le collaboratrici extracomunitarie escluse da quote di accesso insensate (solo 6.199 su quasi 79 mila in provincia di Milano), lo stesso segretario dell'Ugl Renata Polverini, sul Secolo d'Italia, ha chiesto di usare il buon senso per far fronte alle «torrenziali richieste di permesso di soggiorno». Né pietismo né permissivismo: buon senso. Lo suggeriscono vicende come quella di Maria Grazia Marzot, una teologa che affetta da sclerosi multipla non può portare il cucchiaio alla bocca ma un'alba si vide portar via dai carabinieri la rumena che le consentiva di vivere ma non aveva strappato uno dei 28 permessi contro 1.300 richieste provinciali. Lo suggeriscono gli studi del docente Alessandro Castegnaro secondo cui, come sostiene anche Giancarlo Galan, se la Regione dovesse farsi carico dei 30 mila vecchi che nel solo Veneto sono accuditi da badanti, dovrebbe spendere 440 milioni di euro in più, per non dire degli ospizi da costruire con un costo di almeno 150 mila euro a letto. Lo suggerisce infine il rispetto della nostra storia: anche le nostre nonne sono emigrate a centinaia di migliaia. Facevano le balie ai bambini e non ai vecchi. Ma erano badanti, spesso clandestine, anche loro.

 

«Primo piano e news cancellati dalla satira» - Paolo Conti

ROMA - Sullo schermo appare la sigla del Tg3 sera. Un fermo immagine, una scritta: «Cancellato». Bianca Berlinguer presenta «Primo Piano», altro fermo immagine. Stessa scritta: «Cancellato». Il Tg3 dichiara guerra al piano aziendale che sostituisce la fascia informativa di seconda serata, da sempre attribuita alla testata diretta da Antonio Di Bella, con il «progetto satira» di Serena Dandini. Un talk show satirico di 40 minuti dalle 23.20 in poi. La protesta del Tg3 arriva con un video-comunicato sindacale durissimo verso i vertici dell’azienda: «Da ottobre al posto di quei due appuntamenti ci sarà una striscia di intrattenimento. Tg3 e Primo Piano, che da dieci anni occupano la seconda serata di Raitre, saranno spostati a notte fonda. Questo ha deciso il Consiglio Rai, alla fine del suo mandato. Come ultimo atto non esita a ridimensionare drasticamente l’informazione della testata. Un piano respinto da tutta la redazione del Tg3». Una battaglia Raitre-Tg3 non si era mai vista a Saxa Rubra. Soprattutto contro un vessillo della rete come Serena Dandini. È l’inedita lotta tutta intestina in un territorio che da sempre appartiene all’area del centrosinistra. Ma il piano del consiglio di amministrazione (votato all’unanimità, inclusi i rappresentanti del centrosinistra, da sempre convinti sostenitori del Tg3) è troppo duro da digerire per il Tg di Antonio Di Bella con lo spostamento alla fascia notturna (verso mezzanotte per un’ora e mezzo) del blocco di approfondimento giornalistico Tg3-«Primo piano». Il direttore della testata ha chiesto al direttore generale Claudio Cappon il congelamento del piano e il suo «ripensamento » fino al gennaio 2009, sollecitando lo stesso trattamento adottato per il Tg1. Infatti anche il tg diretto da Gianni Riotta è in allarme per la soppressione di Tv7 del venerdì sera e la nascita di una prima serata il mercoledì. Il Tg1 notte, abolito in una prima versione del piano, è stato reinserito: Di Bella chiede «par condicio» con la testata maggiore. Martedì prossimo è prevista l’assemblea generale di tutti i Comitati di redazione della Rai. Mercoledì il Cdr del Tg3 invece incontrerà l’azienda, quasi certamente il direttore generale Claudio Cappon. Ma è impossibile immaginare un ripensamento. È sicuro che il Cda di giovedì incaricherà il vicedirettore generale Giancarlo Leone di presentare in questa versione i palinsesti agli utenti pubblicitari nella kermesse che quest’anno sarà organizzata a Sankt Moritz. La logica del piano, dal punto di vista dei vertici, è chiara: basta con la sovrapposizione dei generi nelle stesse fasce orarie. Per spiegarci: se c’è Vespa su Raiuno, perché proporre anche «Primo Piano » su Raitre? Lo spostamento del Tg3 sera e di «Primo piano» ha provocato reazioni politiche. «Spostare a notte fonda Tg3 e "Primo piano"? Anche questo si può fare!», ironizza Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori. Roberto Cuillo del Pd parla di «scelta incomprensibile e fuori luogo, si tratta di due agili e importanti strumenti di informazione».


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