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Schiava d’Italia - Alessandro Robecchi

Manifesto – 25.5.08

 

Schiava d’Italia - Alessandro Robecchi

Poche righe in cronaca, e nemmeno su tutti i giornali, per l’anziana signora che ha ridotto in schiavitù la badante rumena a Lainate (Milano). A differenza dei delinquenti stranieri (di cui si pubblica nome e cognome), e a differenza dei rapinatori italiani (di cui si pubblicano le iniziali), della signora schiavista non si sa nulla, se non l’età avanzata, 75 anni, e la dignitosa semiricchezza dell’abitazione, una villetta. E così, volendo usarla come metafora, un nome glielo devo trovare io, e la chiamerò Italia. Dunque, la storia: Italia è vecchia. Italia vuole qualcuno che la accudisca essendo i giovani d’Italia incapaci di accudire i vecchi, o svogliati, o scontrosi ed avendo Italia servizi sociali inesistenti. Italia si serve di mano d’opera straniera. Ma Italia fa in modo che questa mano d’opera straniera non conosca i suoi diritti, che sia sfruttata e terrorizzata. Italia non la paga e la ricatta con l’incubo dell’espulsione o dell’arresto. Italia le fa fare la doccia fredda, una volta al mese. Italia le dà da mangiare i suoi avanzi. La rinchiude in un seminterrato. Italia spende poco per pagare la straniera che lavora per lei, ma spende molto in tecnologia per il controllo e la repressione: telecamere a circuito chiuso e addirittura sensori acustici per conoscere i movimenti della sua schiava. Italia usa parole come «serva» e frasi come «è solo una rumena». Italia ha vicini di casa che conoscono la situazione, ma stanno zitti, perché sono italiani anche loro, complici, in qualche modo figli d’Italia. Il capitano dei carabinieri intervenuto ha descritto bene Italia: «Un mix di cattiveria, ignoranza e razzismo». Forse qualche mese fa, osando un po’, avrei potuto chiamarla Padania, ma oggi non ho dubbi sul nome da dare alla vecchia schiavista: Italia le sta benissimo, ci canta, per così dire. E non capisco cosa aspettino i governanti d’Italia e la loro melliflua opposizione, a recarsi in blocco fuori dalla villetta di Lainate a intonare qualche canto corale. Per esempio Fratelli d’Italia. Che diamine, un po’ di coerenza!

 

Nessuno si senta escluso - Gabriele Polo

Saranno necessari trenta mesi per risolvere l’emergenza rifiuti di Napoli, parola del sottosegretario ad hoc Bertolaso. Sono bastati pochi minuti per capire come il governo intende risolverla, quelli trascorsi tra la firma dell’apposito decreto da parte di Napolitano e le cariche di Chiaiano. Una dimostrazione di forza: concreta, per intimidire quella popolazione; simbolica, per dire all’Italia intera quale sarà la sorte di chi osa protestare. Il pugno di ferro invocato da più parti e praticato in una piazza sinistramente ribattezzata «Titanic», è la logica prosecuzione di quel primo consiglio dei ministri che ha varato una vera e propria legislazione speciale. E’ la pratica dell’emergenza diventata unica fede di questa declinante Repubblica: si tratti di stranieri da cacciare come di cittadini da comandare, si parli di diritti individuali come di rifiuti collettivi. A molti, ieri mattina, di fronte a un ragazzo precipitato da una balaustra sotto la pressione dei manganelli è ritornato tragicamente in mente ciò che è accaduto a Genova nell’estate di sette anni fa. Lo ha detto esplicitamente il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino. Anche allora, nel luglio 2001, il governo Berlusconi era appena entrato in carica e anche allora l’obiettivo era «dimostrare la primazia dello stato»: fu una mattanza di massa, l’assassinio di Carlo Giuliani, la messa in mora del diritto e della Costituzione. Oggi gli eventi sembrano meno drammatici e più circoscritti. Meno «politici». Ma solo in apparenza, solo per gli esiti del momento. Perché oggi è persino peggio di allora, perché la logica emergenziale e la violazione dei diritti sono stabiliti per legge, controfirmati da un presidente della Repubblica. Forse ai più sembreranno «eventi locali» e molti converranno sulla necessità del «fare pulizia»: dei rifiuti, dei rom, degli immigrati. Ma non comprendere il significato generale di ciò che accade a Napoli, non capire il senso emergenziale delle misure che il governo ha preso con la sua prima riunione in quella città, significa contribuire alla fine delle libertà comuni, anticamera del precipizio per quelle individuali. Di fronte al gran parlare che s’è fatto dopo le elezioni sull’importanza del territorio e sulla crucialità politica della sua rappresentanza, stride la violenta indifferenza che lo stato riserva agli abitanti di un borgo napoletano; che semplicemente si preoccupano per il futuro della propria terra e della propria vita. Ma quando il diritto «superiore» che lo stato invoca si trasforma in esercizio della forza, quel diritto perde ogni legittimità e credibilità. Non c’è interesse di maggioranza che tenga: ciò che sta accadendo a Chiaiano - e che potrebbe ripetersi presto in altri luoghi della Campania - chiama in causa la libertà di ciascuno, anche di chi pensa di vivere in un «territorio sicuro». Nessuno escluso.

 

Il governo tira dritto: vinceremo. L’opposizione parlamentare segue - Domenico Cirillo

Roma - «Manifestazioni prevedibili». Al ministero dell’interno non drammatizzano. Gli incidenti avrebbero potuto essere più gravi. L’intenzione è quella di procedere a Chiaiano perché altrimenti diventerebbe un simbolo della resistenza al piano del governo. Che invece «va realizzato senza ritardi». Silvio Berlusconi è al riposo in Sardegna. Sente Roberto Maroni al telefono. Decide di non rilasciare una dichiarazione ufficiale ma di lasciar intendere il tono della conversazione: non bisogna arretrare di un centimetro, la Campania non può morire sotto i rifiuti, occorre dire no ai veti e alla violenza. «Si tratta di azioni ingiustificabili», dichiara poi ufficialmente Maroni. Che è l’identico pensiero di tutta l’opposizione parlamentare. Walter Veltroni - che ieri era a Milano per un incontro con i circoli del Pd – sulle cariche della polizia a Chiaiano  esprime questo pensiero: «E’ qualcosa che ci racconta che per effetto di politiche ideologiche, sia a destra che a sinistra, e di veto, non siamo riusciti a sbloccare ciò che qualcuno ha bloccato regolarmente con la logica del no». La logica del no. A destra non si contano gli inviti ad usare il pugno di ferro. Dice proprio così il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli: «Senza il pugno di ferro Napoli e la Campania rimangono sotto i rifiuti. La decisione è stata presa, lo stato ha dimostrato di essere presente, ora deve far valere quello che è scritto nel decreto». «Lo stato non può arrendersi a una violenza organizzata» si unisce il capogruppo alla camera del Pdl Fabrizio Cicchitto. E Maurizio Gasparri, suo collega al senato, conclude che «l’ostruzionismo a prescindere è inammissibile». Dunque la popolazione di Chiaiano è sola. Ad esclusione di qualche esponente locale del Pd e della ex sinistra arcobaleno. Rappresentanti di Rifondazione erano al corteo ieri sera nel municipio collinare di Napoli. Solidarietà alla popolazione è stata espressa dai due contendenti del prossimo congresso di Rifondazione. «Le violenze della polizia devono finire subito - ha detto Paolo Ferrero - la militarizzazione del territorio è una scelta scellerata e soprattutto inutile. Questo è il vero volto delle del governo Berlusconi, che mentre sul piano istituzionale cinguetta con il Pd, sul piano sociale picchia e bastona ». ««Una tenaglia repressiva senza precedenti rischia di chiudersi non sui trafficanti di rifiuti, sui camorristi che governano porzioni di territorio e l’intera filiera degli affari, bensì su quelle popolazioni che pongono la questione assolutamente vitale di una compromissione ambientale definitiva per le proprie comunità», ha aggiunto Nichi Vendola. «L’ipotesi di collocare a Chiaiano parte dei rifiuti urbani non può giustificare le violenze» è invece il commento di Ermete Realacci, ministro ombra dell’ambiente per il partito democratico. Che non spende una parola per criticare l’azione repressiva del governo ma parla di «situazione gravissima che chiede a tutti il massimo di senso di responsabilità». Indistinguibili dalla maggioranza anche le posizioni delle due opposizioni extra Pd, l’Udc di Pierferdinando Casini: «Questa è l’ora della responsabilità, è giusto usare se necessario anche il pugno duro», e Italia dei valori di Antonio Di Pietro: «Non faremo mancare il nostro sostegno a Bertolaso, l’emergenza rifiuti deve essere risolta con senso di responsabilità e se da un lato devono essere rispettare le leggi, dall’altro deve essere garantito l’ordine pubblico e la sicurezza e la salute della popolazione ». Il clima di unanime sostegno al governo e alla polizia è tale che l’ex senatore Luigi Bobbio, oggi presidente di Alleanza nazionale per la provincia di Napoli, fa sapere che sarà espulso dal partito «qualunque militante di An che solidarizzi, o peggio, in qualunque modo prenda parte o esprima solidarietà e condivisione con i manifestanti sediziosi e violenti». Ieri a Chiaiano con i «sediziosi» s’è fatta vedere Alessandra Mussolini che sta nel Pdl con la sua Azione sociale ma in questo momento è polemica perché non ha ottenuto né un sottosegretariato né una presidenza di commissione. Ma il sostegno più pesante al governo è arrivato dalla nuova presidente degli industriali, Emma Marcegaglia. Che in questo modo ha ricambiato alla svelta gli applausi che l’intero esecutivo era corso a tributarle giovedì al suo primo discorso in Confindustria. Marcegaglia recupera il non originale slogan «tolleranza zero». E spiega: «Quello di Napoli è un caso eclatante e drammatico. La città sta annegando nei rifiuti e i soliti mille bloccano tutto incendiando autobus. È venuto il momento che lo stato faccia rispettare la legge e imponga la tolleranza zero». Parlando a Treviso, e a proposito di vecchi slogan, la quarantatreenne Marcegaglia ha detto che «fino ad oggi abbiamo vissuto un falso solidarismo che ha aiutato solo chi delinque, noi vogliamo dare voce alla maggioranza silenziosa del paese».

 

«Gli agenti hanno voluto la violenza a tutti i costi» - Ilaria Urbani

Napoli - Non è difficile individuare la stanza del reparto di ortopedia dell’ospedale San Giuliano di Giugliano, in provincia di Napoli, dove sono ricoverati due dei manifestanti feriti ieri mattina a Chiaiano. Le urla di dolore si sentono da lontano. Vincenzo Gargiulo, muratore di 23 anni e Maurizio Pirozzi, venditore ambulante di 38, si trovano in due letti a pochi passi l’uno dall’altro. Entrambi sono caduti da un muretto di otto metri mentre tentavano di mettersi in salvo dalla violenta carica della polizia e si sono fratturati il tallone. I due saranno operati e ne avranno per un bel po’. Mentre Vincenzo si torce nel letto e non trova la forza per fare uscire la voce, Maurizio è un fiume in piena e ripercorre minuto dopo minuto quell’ora di follia che ha fatto piombare Chiaiano nel caos totale. Vive a Marano a un chilometro dalla cava dove dovrebbe nascere la discarica. Padre di due bambini di 1 e 5 anni. «La polizia ha cercato lo scontro a tutti i costi - racconta Maurizio - i manifestanti stavano trattando con i celerini. Si era detto quattro o cinque agenti in borghese liberano la strada dall’autobus e invece subito è partita la carica. A quel punto ho iniziato a correre, un poliziotto con il casco mi ha preso la telecamera con cui stavo filmando. Sono salito sul muretto per fuggire e sono caduto. Se avessi battuto la testa, molto probabilmente non sarei qui ora. E’ importante dire che nessuno tra i dimostranti cercava la violenza – spiega ancora Maurizio, invalido all’80 % per un problema a un occhio e un enfisema polmonare – ma è impensabile che vogliano costruire la discarica a meno di un chilometro dal centro cittadino. Esistono intere distese di terreno lontane dalle zone abitate, perché proprio a Chiaiano vicino a quattro ospedali e a centinaia di appartamenti?». Intanto Vincenzo mentre aspetta la visita dell’ortopedico, non riesce a smettere di urlare. Le fitte sono lancinanti. Entrambi dopo l’operazione al piede non potranno muoversi per alcuni mesi. Eppure sono stati fortunati. Dopo i primi soccorsi sembrava che avessero riportato anche emorragie interne. Reagiscono diversamente,ma tutti e due non sono pentiti di aver manifestato. «Si dovrebbe essere più responsabili e trovare un’altra soluzione – aggiunge Vincenzo – invece il governo è convinto di quello che sta facendo senza dialogare con la gente». Una decina in tutto i feriti ufficiali di ieri mattina, ma mai come questa volta la conta rimane incerta. Molti dei contusi hanno scelto di non farsi refertare in ospedale per paura di essere denunciati. Il timore di finire dietro le sbarre è tanto. Un ragazzo di 12 anni ha riportato una contusione all’avambraccio e una ragazzina di 10, ferita durante i disordini di venerdì, si è fratturata una clavicola. Le immagini di un altro giovane sui vent’anni, invece, con la testa piena di sangue dopo essere stato colpito da una manganellata, hanno fatto il giro delle televisioni. Tra gli agenti tre i feriti: due ustionati dallo scoppio di una bomba carta e un funzionario che si è rotto una gamba. Contusioni anche per alcuni operatori del 118 giunti sul posto a prestare soccorso. E’ giallo invece su una donna incinta coinvolta per caso negli scontri di venerdì sera. La donna, all’ottavo mese di gravidanza, durante la notte avrebbe perso il bambino e il marito all’alba avrebbe anche minacciato di darsi fuoco nel luogo in cui la moglie è stata colpita.

 

Se il petrolio va a picco - Francesco Piccioni

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici). Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo? Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Norvegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare. Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni. Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati. Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico. Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni. Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile? Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili. Che cosa bisognerebbe fare, allora? Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1. Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita? In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi sorprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più. Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose? Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.

 

Tutti contro tutto Malessere francese - Anna Maria Merlo

Parigi - «Mitterrand era appassionato di storia francese, Chirac delle arti prime, Sarkozy ama i Rolex e EuroDisney. Abbiamo il presidente che ci meritiamo», dice una battuta della comica Anne Roumanoff, molto cliccata su Internet. Più dottamente, l'editorialista Claude Weill, sul Nouvel Obsevateur, osserva che «anche se oggi non c'è più molta gente che si ricorda di aver votato per lui, Nicolas Sarkozy non si è però autoincoronato, come Napoleone. E' stato proprio eletto. Non dai marziani, ma dai francesi. Da noi (...) C'è una sorta di propensione nazionale a fare cattive scelte - o una scelta che rimpiangiamo subito dopo». E' bastato un anno, per far crollare Sarkozy dal 65% di opinioni favorevoli, un record dopo un'elezione vinta alla grande, al 38% attuale, altro record, ma negativo: nessun presidente è mai stato così poco considerato dopo soli 12 mesi di potere. Ci sono state le amicizie troppo ravvicinate con i potenti della finanza e dei media, le vacanze miliardarie, gli alti e bassi della vita privata spiattellati su tutti i magazine e commentati in diretta dall'Eliseo. Poi, Sarkozy ha abbozzato una svolta, dando l'impressione di voler riprendere la «funzione» presidenziale con la dignità che le coinviene e che si aspetta la parte più anziana del suo elettorato: Sarkozy è stato votato dai cittadini più avanti con l'età, ma in questa categoria di persone il crollo di fiducia è stato il più forte (meno 23%). Poi, negli ultimi giorni, nuova svolta. Sarkozy torna in prima linea, riprende i toni da campagna elettorale che lo hanno portato al successo (ma che hanno causato il crollo alla presidenza). Alla base di questa nuova offensiva, una convinzione profonda: non c'è nessuna alternativa al sarkozismo, pensa il presidente, né a destra né, tantomeno, a sinistra. La Francia ha bisogno di riforme - tutti ne sono convinti - e io imporrò le mie a tutti i costi. L'offensiva prosegue su un terreno sicuro - la lotta all'immigrazione clandestina (25mila espulsioni quest'anno, 28mila il prossimo) e «priorità» per la presidenza francese dell'Unione europea, nella seconda metà di quest'anno. E riparte sulla principale promessa della campagna - il potere d'acquisto. Ma il nervosismo cresce. Lo dimostrano i continui attacchi alla stampa, Afp compresa (accusata di aver «censurato» dei comunicati del partito di maggioranza) e la voglia di punire la tv pubblica, dove non è stata per ora trovata nessuna soluzione sui finanziamenti, dopo l'annuncio della fine della pubblicità. Il bluff del potere d'acquisto. Sarkozy dunque è tornato in campagna elettorale. Aveva vinto con la promessa «lavorare di più per guadagnare di più». La legge che avrebbe dovuto rilanciare i consumi, la legge Tepa della scorsa estate, è stata un flop. C'è stato, in sostanza, un regalo ai ricchi di 14 miliardi di euro di sgravi fiscali, mentre la defiscalizzazione degli straordinari ha dato scarsi risultati. L'elettorato popolare, che lo aveva votato in massa, si è sentito tradito. Oggi, Sarkozy riparte alla carica: al centro, il problema dell'aumento del costo del petrolio. E ha deciso di ignorare che più di 500mila persone hanno sfilato giovedì contro la riforma delle pensioni, che nella scuola ci sono state una decina di giornate di protesta molto seguite negli ultimi due mesi e che il malessere cresce. Fa dire da uno dei suoi fedelissimi, il ministro del lavoro, Xavier Bertrand: «Un ministro non è lì per contare i manifestanti». Come aveva già detto il ministro dell'Educazione, Xavier Darcos: manifestate pure, noi non cambiamo linea, le riforme si faranno. Anzi: faremo leggi per limitare il diritto di sciopero, per un «servizio minimo» dappertutto popolare. Gli anni di contributi per le pensioni saranno portati a 41 per tutti, anche per i lavori usuranti e per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, e anche se il tasso di occupazione dei seniors resta bassissimo e il padronato non vuole sentir parlare di misure coercitive per assumere o mantenere al lavoro chi ha più di 50 anni. I tagli nel pubblico impiego saranno, come previsto, di 29mila posti di lavoro quest'anno, di cui 11.200 solo nella scuola secondaria. Un funzionario su due che va in pensione non sarà sostituito. Sarkozy ha deciso di ignorare il malessere sociale diffuso e punta tutto su una riformetta molto debole: aprire il commercio a una più grande concorrenza, permettendo il sorgere di un numero maggiore di supermercati, soprattutto hard discount, per far abbassare i prezzi. L'ottimismo è corroborato dalla crescita del 2007 - più 2,2% - superiore a tutte le previsioni. Le corporazioni si scatenano. Ma le corporazioni che sanno di avere un orecchio sensibile nella destra non si accontentano della pioggia di milioni promessa per calmare gli umori. I pescatori francesi sono sul piede di guerra, i porti sono in gran parte bloccati, gli episodi di violenza si susseguono. Non credono che la promessa di sovvenzioni per 108 milioni di euro possa risolvere i loro problemi strutturali. E il progetto di sovvenzionare il litro di gasolio per i pescatori, che lo pagheranno 40 centesimi invece di 70, ha fatto venire delle idee ad altre corporazioni: gli agricoltori e i camionisti hanno chiesto un analogo intervento. I trasportatori minacciano di bloccare la Francia con operazoni-lumaca sulle strade, gli agricoltori si preparano all'azione. Nel frattempo, pensionati, insegnanti e impiegati pubblici (queste due ultime categorie più legate alla sinistra) accumulano rancori perché, malgrado la forte mobilitazione, vengono ignorati, mentre ai pescatori sono bastate alcune azioni di forza per ottenere qualche milione. I disoccupati masticano amaro. Ancora peggio per i disoccupati, considerati ormai con sospetto come imbroglioni che gravano sui conti pubblici. Ormai, i disoccupati dovranno accettare una proposta di lavoro «ragionevole». Al secondo rifiuto, cominceranno a perdere i sussidi. «Proprio nel momento in cui i conflitti salariali sono in aumento, come non erano mai stati da tempo - afferma Bernard Thibault, leader della Cgt - il governo vuole imporre ai lavoratori licenziati di accettare un impiego a un salario inferiore al precedente, addirittura qualsiasi lavoro pagato un po' di più degli indennizzi. E' una forma di dumping sociale rivendicato politicamente e un incoraggiamento al padronato per contenere le rivendicazioni salariali». Per non parlare dei poveri (4 milioni) e delle banlieues, più o meno abbandonati, con programmi in attesa di trovare eventuali finanziamenti. La fronda a destra .Una serie di incidenti parlamentari ha messo in luce una presa di distanza tra una parte dei parlamentari dell'Ump e il presidente uscito dal loro campo. Il governo è andato sotto grazie a una mozione di procedura di un parlamentare comunista in occasione della discussione dell'ambigua legge sugli Ogm (organismi geneticamente modificati), combattuta dagli ecologisti ma presentata come un felice «compromesso» dal ministro Jean-Louis Borloo. La legge poi è passata di forza, senza discussione parlamentare, ma la fronda di una buona fetta di deputati Ump, che ha disertato l'aula, ha lasciato il segno. In più, la commissione affari esteri ha emesso parere sfavorevole sul progetto di riforma costituzionale ora al voto dei parlamentari, il più ambizioso dalla fondazione della V Repubblica. Inoltre, le ripetute critiche di Sarkozy al suo predecessore Chirac sono dispiaciute a parte della destra. Sarkozy si sente solo. La conflittualità con il primo ministro, François Fillon, che lo supera da mesi nei sondaggi, è al colmo. Al punto che, da due settimane, Sarkozy riunisce all'Eliseo un gruppetto di 7 ministri considerati «fedelissimi», cui ha affidato il compito di «fare politica»: c'è l'ambizioso Xavier Bertrand, c'è il ministro dell'Educazione Xavier Darcos, ma non ne fanno parte né il primo ministro, né i responsabili dei grossi dicasteri (Interni, Esteri, Giustizia, Economia). La cacofonia è forte a destra. I ponti sembrano rotti anche con la direzione dell'Ump: il segretario Patrick Devedjian è stato seccamente smentito da Xavier Bertrand sulla proposta di «smantellamento definitivo» delle 35 ore (abolire le 35 ore significherebbe annullare di fatto gli effetti della defiscalizzazione degli straordinari). E a sinistra c'è la guerra dei leader. Di fronte all'attacco alle 35 ore, il Ps non ha reagito, imbarazzato. Sulla riforma delle istituzioni, regna la confusione. Neppure le manifestazioni di protesta sono riuscite a ridare veri contenuti a sinistra. Fillon è convinto che la destra ha ormai vinto «la battaglia ideologica». Il Ps è preda della guerra per la leadership (del partito e, in prospettiva, per la candidatura all'Eliseo nel 2012). L'ex candidata Ségolène Royal è partita per prima, per conquistare la segreteria. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ufficiosamente, si prepara anch'egli alla battaglia. Dominique Strauss-Kahn, dall'Fmi a Washington, pensa a un rientro per la scadenza del 2012. Martine Aubry, rieletta bene a sindaco di Lille, è tornata in pista. Poi ci sono i giovani leoni, in primis l'ex ministro degli affari europei Pierre Moscovici e il sindaco di Evry, Manuel Valls. Sul piano delle idee, è la corsa alla realpolitik. In sostanza, passo dopo passo, l'asse del Ps si sposta a destra. «Liberale e socialista» dice di sé Delanoë, dove liberal in francese significa anche «liberista». Royal insiste sul «gusto del rischio» in economia, per Delanoë «il problema numero uno della Francia è la competitività internazionale delle imprese». Valls, sindaco di un comune di banlieue, insiste sulla «sicurezza». Delanoë ammette che «la sinistra deve interiorizzare il bisogno di autorità della società». Royal già voleva i «centri educativi chiusi» per i giovani devianti. La nuova «dichiarazione di principi» del Ps sposa il «riformismo». Royal ha aperto chiaramente ad alleanze con il centro, mentre Delanoë, per il momento, temporeggia, e afferma: «non credo che un'offerta politica possa situarsi, contemporaneamente, a destra e a sinistra, è una forma di menzogna». Di fronte a questo progressivo scivolamento verso il centro, l'opinione pubblica mette tra le personalità più amate a sinistra il giovane Olivier Besancenot, portavoce della Lcr, che alle ultime presidenziali ha sfiorato il 5% polverizzando tutti i rivali alla sinistra della sinistra e che, in autunno, intende fondare un nuovo «partito anticapitalista».

 

Libano, presidente ad alta tensione - Michele Giorgio

Una Beirut rilassata, piacevole, con gli abitanti che sono tornati ad affollare caffè e ristoranti, attende oggi alle 17 la riunione del Parlamento che eleggerà il generale Michel Suleiman alla presidenza della repubblica. È un momento solenne per il Libano ma non simbolico perché la nomina di Suleiman, frutto degli accordi raggiunti a Doha, rappresenta non solo la conclusione - temporanea secondo alcuni - della lunga crisi politica interna sfociata negli scontri delle scorse settimane tra miliziani della maggioranza filo-Usa e dell'opposizione guidata da Hezbollah che hanno fatto decine di morti, ma anche l'inizio di un processo politico che dovrebbe - il condizionale è d'obbligo - portare alla formazione di un governo di unità nazionale e emendare la legge elettorale. Saranno numerose le personalità politiche, arabe ed occidentali, che prenderanno parte alla seduta parlamentare per l'elezione del nuovo capo dello stato. Ci sarà l'emiro del Qatar Hamad al Thani, il Segretario della Lega araba Amr Moussa, il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon, il rappresentante Ue per la politica estera Javier Solana e i ministri degli esteri francese, italiano e spagnolo - Bernard Kouchner, Franco Frattini e Miguel Angel Moratinos -, ovvero dei tre paesi europei maggiormente impegnati nella missione Unifil nel sud del Libano. E potrebbero arrivare anche i rappresentanti degli Stati sponsor dei due schieramenti contrapposti: il Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, e il ministro degli esteri saudita Saud al Faisal sostenitori della maggioranza, e i ministri degli esteri di Siria e Iran, che invece appoggiano l'opposizione. Il presidente inizierà subito le consultazioni per formare il nuovo governo dove gli antisiriani avranno 16 ministri, che saranno distribuiti tra le varie forze del fronte «14 Marzo», mentre Hezbollah, Amal e il Movimento patriottico libero del generale cristiano Michel Aoun si vedranno assegnare 11 ministri (altri tre ministri verranno scelti dal capo dello stato). L'opposizione avrà diritto di veto su sicurezza e politica estera e, quindi, potrà impedire una piena alleanza politico-militare tra Libano e Usa desiderata dal «14 marzo» e dall'Amministrazione Bush. Il principale candidato alla carica di premier è proprio il sunnita e leader della maggioranza Saad Hariri, nonostante sia il principale oppositore di Hezbollah e considerato dall'opposizione uno «strumento nelle mani degli Usa». La nomina, a quanto pare, non verrà ostacolata dal segretario del movimento sciita, Hassan Nasrallah (i due potrebbe incontrarsi presto), per evitare che il Libano sprofondi in una «fitna», uno scontro sanguinoso, tra musulmani sunniti e sciiti. La disfatta che i miliziani di Hezbollah hanno inflitto nelle strade di Beirut Ovest ai miliziani di Mustaqbal, il partito di Hariri, ha alimentato un forte risentimento tra i sunniti. Non tanto nella capitale ma a Tripoli, Akkar e Dinniye, dove i movimenti sunniti più radicali, in modo particolare i salafiti, hanno accolto con disappunto l'accordo di Doha. Gli estremisti potrebbero prendere il sopravvento, ha avvertito il deputato sunnita Misbah Ahdab, che indirettamente ha accreditato il diritto alla rappresaglia. «Quando l'esercito dello Stato non ci protegge e non disarma chi attacca i cittadini indifesi, allora non posso chiedere ai salafiti di posare le armi», ha detto al quotidiano online NowLebanon. Parole che hanno raccolto l'approvazione piena del leader dei salafiti libanesi, Dai al Islam al Shahal - che definisce il suo movimento «una via di mezzo tra al Qaeda e i sunniti moderati» -, uno dei più solleciti due settimane fa nel «chiamare alle armi» i giovani sunniti e a spingerli a combattere gli alawiti (filo-sciiti) a Jabal Muhsen. Un altro esponente salafita, Bilal Dokmak, ha ammesso la superiorità di Hezbollah ma, ha aggiunto, «al-Qaeda ha mezzi e combattenti per sconfiggere gli infedeli sciiti». Nominare premier Saad Hariri - ben considerato dai salafiti - potrebbe calmare gli animi sunniti, ma fino ad un certo punto. La rapida resa degli uomini di Mustaqbal a Beirut ha dato un duro colpo al prestigio di Hariri.

 

La Stampa – 25.5.08

 

Casini e Veltroni seguono Berlusconi sulla linea dura - UGO MAGRI

ROMA - Si ricomincia dai tumulti, come sette anni fa a Genova per il G8. Certo a Chiaiano non si riuniscono i Grandi, la guerra è su una discarica. E tuttavia sembra destino ineluttabile del Cavaliere impattare da subito, appena riconquistato Palazzo Chigi, con la protesta di piazza. Corsi e ricorsi. Logico che il premier, a Porto Rotondo in cerca di relax, guardi con qualche apprensione ai fatti di Napoli. Segue ora per ora la piega degli eventi, informato dal portavoce Bonaiuti. Non cambia idea: Berlusconi resta convinto che l’inflessibile fermezza sia senza alternative. Ha telefonato a Maroni per dirgli di andare avanti (così filtra dal Viminale che mette le mani avanti, casomai dovesse finir male). Gli scontri erano «prevedibili», comunque sia «la Campania non può morire sotto ai rifiuti, guai ad arretrare di un solo centimetro». Sottoscrive le dichiarazioni di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: «E’ venuto il momento che lo Stato faccia rispettare la legge e imponga tolleranza zero. Il finto solidarismo aiuta solo chi delinque». Come Berlusconi, che qualcuno dell’entourage vorrebbe pronto a ripartire per Napoli a metà settimana, la pensa l’intero centrodestra, senza smagliature degne di nota. Semmai con qualche intransigenza in più nel timore che, dopo aver riscosso applausi promettendo il pugno di ferro, il governo batta in ritirata. «Ci rimetteremmo la faccia, non possiamo permettercelo», sussurra una voce autorevole del Pdl. Ecco dunque Gasparri invocare «linea dura contro chi aizza la piazza» e Cicchitto ammonire che «lo Stato non può arrendersi davanti alla violenza organizzata». E poi Mantovano e Capezzone. Piccola vendetta di La Russa con il collega Maroni, il quale rifiuta di impiegare l’esercito: «Non commento, perché non ho competenze in materia, le questioni di ordine pubblico spettano al ministro dell’Interno». Il quale fa sapere che le aggressioni alla polizia sono «ingiustificabili». L’opposizione sta alla finestra, aspetta gli eventi. E’ una prudenza calcolata: praticamente un via libera al governo. Di certo Veltroni non mette i bastoni tra le ruote del Cavaliere quando da Milano constata, in tono quasi distaccato, che gli scontri «sono l’effetto di una politica del veto e di un atteggiamento ideologico presenti sia nel centrodestra che nel centrosinistra». Dal segretario Pd nemmeno una parola di biasimo verso le forze dell’ordine, alle quali promette pieno sostegno Casini invocando «pugno duro se necessario». Di Pietro glissa, se la prende con Bassolino, ma il suo capogruppo Donadi garantisce «pieno sostegno dell’Idv all’azione di governo, anche perché gli impianti individuati sono gli stessi» indicati al tempo di Prodi. Realacci, ministro-ombra del Pd, sollecita a verificare se la cava di Chiaiano è adatta alla bisogna, però aggiunge che la violenza è inaccettabile, e comunque non si tratta di rifiuti pericolosi. Disco verde, insomma. Chi è contro il manganello sta ai margini del Parlamento o addirittura fuori. A sinistra come a destra. E con gli stessi argomenti. «Le botte alla popolazione campana sono un pessimo segnale»: l’ha detto per caso l’ex ministro bertinottiano Ferrero? No, è un commento di Storace. E chi si è incontrata con i centri sociali, battendosi per far scarcerare i dimostranti? La Mussolini. Sgobio, del Pdci, invoca l’intervento dell’Unione europea, considerata forza d’opposizione al Cavaliere. La Palermi grida «vergogna!» all’indirizzo del governo. E Migliore denuncia «il silenzio sulle violenze della polizia», quasi a evocare i fantasmi della scuola Diaz.

 

Raid neonazista in centro a Roma - ROMA

Erano incappucciati e gridavano «Sporchi stranieri» e «Bastardi» i circa 20 componenti della squadra che oggi pomeriggio, intorno alle 17:30, hanno assalito e devastato a Roma, nel quartiere Pigneto, tre negozi gestiti da stranieri. È quanto hanno raccontato testimoni italiani e stranieri, oltre ai gestori dei negozi colpiti in via Macerata e in via Ascoli Piceno. Abitanti e testimoni hanno detto che non c’è stato alcun ferito. «"Soltanto" un bengalese - hanno riferito - è stato colpito da una bastonata e non ha avuto bisogno di andare a farsi medicare in ospedale». È quanto ha accertato anche la polizia che ha ascoltato l’asiatico. Il primo ad essere assalito è stato un negozio di alimentari in via Macerata, gestito da quattro anni da un immigrato indiano al quale sono state distrutte a bastonate le vetrine esterne. Successivamente, gli assalitori si sono diretti alla parallela via Ascoli Piceno, dove sono state mandate in frantumi le vetrine di una lavanderia-phon center e di un altro alimentari, entrambi gestiti da cingalesi. L’alimentari è stato il più colpito dal raid, con la distruzione di un frigo e della merce presente sugli scaffali, soprattutto bottiglie di birra e vino. Testimoni italiani hanno spiegato che il raid può essere scaturito da uno scippo, vittima un italiano, avvenuto nei giorni scorsi. Per questo un uomo si sarebbe rivolto al titolare del negozio di alimentari di via Macerata, allo scopo di riavere indietro almeno i documenti scippati, con la convinzione che l’esercente conoscesse il ladro, ritenuto uno straniero. L’uomo avrebbe inoltre minacciato di rappresaglie il negoziante. «Non capiamo perchè sia avvenuto questo attacco - hanno detto i bengalesi titolari della lavanderia di via Ascoli Piceno - Siamo da anni qui, lavoriamo, paghiamo le tasse e mandiamo i soldi a casa. Cosa abbiamo fatto?». Per capire cosa abbia spinto il gruppo di giovani a fare il raid, gli investigatori della Digos e del commissariato di Porta Maggiore hanno ascoltato immigrati e italiani. La polizia sta vagliando se l’aggressione sia opera di un gruppo con connotati razzisti o se l’episodio abbia altri moventi. Per questo si sta cercando di accertare se in passato ci siano stati fatti analoghi. Immediato è giunto il commento di Gianni Alemanno, sindaco di Roma: «Il raid e l'aggressione al Pigneto nei confronti di cittadini extracomunitari, ai quali va la mia solidarietà, è un atto di una gravità inaudita che mi lascia sdegnato e che non passerà sotto silenzio. Mi sono già attivato con le forze dell'ordine affinché i colpevoli di questo gesto siano presi e puniti in maniera esemplare».

 

Conduttore aggredito perché gay

ROMA - Christian Floris, 24 anni, conduttore di punta del portale DeeGay.it, è stato aggredito la scorsa notte a Roma mentre rincasava. Due persone gli hanno sbattuto la testa contro il muro minacciandolo perchè si occupa di tematiche legate al mondo dell’omosessualità e gli hanno intimato di smetterla. Il ragazzo, che è stato portato all’ospedale dove è stato giudicato guaribile in sette giorni, ha sporto denuncia contro ignoti. DeeGay.it è un portale che co-produce una trasmissione con Radio Città Futura, Eco tv e Nessuno tv. «Desidero confermare che in merito all’aggressione che ho subito la notte scorsa, noto delle correlazioni con quello che è accaduto al Pigneto a Roma. Credo che sia la stessa corrente di persone, che oltre ad aver aggredito me e di infondere terrore nel mondo omosessuale, si sia ora concentrato sugli extracomunitari». Lo afferma il conduttore di punta del portale DeeGay.it, aggredito la scorsa notte a Roma mentre rincasava. «La mia convinzione - aggiunge - proprio guardando le immagini televisive e ascoltando le dichiarazioni rilasciate sul posto da testimoni, è che gli aggressori appartengano alla stessa matrice».

 

Che cosa succede a Roma? – Flavia Amabile

Finora mi ero limitata a registrare i vari fatti di cronaca romana. I due raid contro le trans opportunamente filmati e mandati in onda sulle televisioni nazionali. La corona in memoria dei martiri del 25 aprile divelta e rubata quattro giorni fa in piazza Sempione. L'urna che custodiva le ceneri dei deportati dei Lager nazisti al Cimitero Monumentale del Verano di Roma distrutta negli stessi giorni. Forse però a questo punto è giunto il momento di chiederselo: che cosa sta accadendo a Roma? E' colpa dei 'soliti' giornali che ingigantiscono tutto oppure assistiamo a qualcosa di nuovo? Perché di sicuro sono solo ragazzate. E' di sicuro frutto di un gioco, non di un atto politico, che ieri pomeriggio un gruppo di naziskin abbia organizzato un raid nel quartiere Pigneto contro un extracomunitario proprietario di un negozio. E di sicuro non voleva dire nulla il fatto che avessero sul volto dei foulard con una svastica disegnata sopra. Così come è di sicuro una sciocchezza anche il fatto che due sere fa Christian Floris, 24 anni, conduttore di punta del portale DeeGay.it, sia stato aggredito mentre rincasava. Due persone gli hanno sbattuto la testa contro il muro minacciandolo perchè si occupa di tematiche legate al mondo dell'omosessualità e gli hanno intimato di smetterla. Sì, sono di sicuro forme di goliardia, quattro nel giro di una settimana, sei in quindici giorni. E se poi, di ragazzata in ragazzata, dovesse venir fuori un fenomeno? In questo difficile maggio romano l'unico fatto di cronaca non politico porta il volto di Stefano Lucidi semi-nascosto sotto un soprabito mentre lo conducono in carcere. Ha travolto una coppia di fidanzati giovedì sera durante la sua folla corsa in auto senza patente. Alla faccia del semaforo rosso e anche di chi era rimasto sull’asfalto senza vita per colpa sua. Ieri tutti chiedevano giustizia. I genitori dei ragazzi morti e lo stesso padre di Stefano perché lo sa anche lui che è così: «Deve pagare ». E il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha parlato di «una situazione di emergenza», perché «c'è da avere paura a girare per le strade di Roma» e «è particolarmente grave che alla guida dell'auto che ha investito i due fidanzati ci fosse un tossicomane». Tutto vero, anche perché Stefano Lucidi sembra proprio aver chiesto troppo alla sorte: 35 anni, una vita da ultras tra le risse allo stadio, una denuncia per lesioni, il divieto di assistere alle manifestazioni sportive senza farsi mancare anche un po’ di droga, e il ritiro della patente che regolarmente aggirava continuando a prendere l’auto del padre, la Mercedes con cui ha ucciso Alessio Giuliani e Flaminia Giordani, i due fidanzati che non avevano alcuna colpa fatto se non essere sul loro scooter nel posto sbagliato al momento sbagliato. Oggi Stefano sarà interrogato in carcere dal giudice. Domani l’autopsia. La Procura di Roma potrebbe chiedere a breve il giudizio immediato. Stefano è accusato di duplice omicidio volontario per dolo eventuale ed omissione di soccorso. La ricostruzione dei fatti è ormai completata. In mattinata i magistrati hanno chiesto al gip la convalida del fermo. L’unico punto ancora da chiarire è la velocità. Stefano ha raccontato che andava a 50-60 chilometri orari. Ma la fidanzata di Stefano, seduta accanto a lui lo ha smentito. «Correva come un pazzo». Si chiama Valeria Giordano, la fidanzata. E' la figlia di un ex giocatore di Lazio e Napoli e alle altre denunce potrebbe aggiungersi anche la sua per averla trascinata in auto e averle impedito di rincasare. Non ci sarà, invece alcuna consulenza tossicologica per accertare se Lucidi abbia assunto o meno sostanza stupefacente: il pm ha ritenuto di non doverla disporre perché Stefano ha ammesso di aver consumato un po’ di cocaina dopo l'incidente «per riprendersi dallo choc». Ancora un tassello del puzzle dell’ultima notte di Stefano Lucidi da uomo libero. Secondo quanto accertato dai vigili urbani del nucleo investigativo, dopo l’incidente ha parcheggiato la Mercedes in una stradina vicina a via Nomentana dove era avvenuto lo scontro e con un taxi si è diretto a casa. Poco dopo, accompagnato da un amico, è tornato a prendere l’auto del padre, e si è diretto verso una carrozzeria nella zona. L’auto però è stata ritrovata grazie alle indicazioni di alcuni testimoni, prima ancora che la carrozzeria aprisse. Quando gli hanno chiesto perché volesse far riparare l’auto, Stefano ha risposto che non voleva che il padre si accorgesse che era ammaccata. Tutto vero, insomma, e tutto chiaro. E allora Angela Giuliani, la mamma di Alessio, in lacrime spiega che Stefano «è una persona che non può essere perdonata». Non può «perchè ha commesso due omicidi e non uno, volontariamente. Perchè è scappato, è passato col rosso ed è scappato. E ha lasciato quei due ragazzi lì per terra». E lo stesso sostiene il padre di Flaminia. «Perdere una figlia a 20 anni. Che cosa si può dire? Ha distrutto due famiglie quel mascalzone. Che la legge venga applicata veramente una volta per tutte. Solo questo chiedo. Certo questa persona dovrà marcire in carcere, però mia figlia non me la ridà nessuno». E lo zio della ragazza ha aggiunto: «Non deve uscire più dal carcere. Non è un incidente, è un assassinio». «Due ragazzi non ci sono più. Mio figlio deve pagare, è giusto che paghi», riesce a dire soltanto il padre di Stefano ieri per tutto il giorno chiuso in casa. Da genitore sa di doversi porre delle domande. «Credo di aver fatto il mio dovere di padre. Non ho sensi di colpa. Ho lavorato per tutta la vita».

 

I divi sterzano a destra - MARIA CORBI

La cultura s’è destra. O forse ancora no. Forse sono solo prove di avvicinamento, ma prove convinte. Perché se ormai il Berlusconi quater, complice una sinistra allo sbando, ha sdoganato il potere destrorso anche in chi mai avrebbe detto che sarebbe arrivato quel giorno, adesso è tempo di conquistare anche i templi dell’intellighenzia radical chic, i circoli mondani, i teatri, il cinema, i premi letterari, la musica d’autore. Insomma la cultura quella con la C maiuscola che è da sempre appannaggio della sinistra. E da come è iniziata questa campagna sembra che non sia molto difficile conquistare, perché le prede si consegnano volontarie. Basta vedere quante persone si sono incollate al telefono per chiamare Luca Barbareschi, quando ancora si pensava che per lui ci potesse essere la poltrona di sottosegretario alla Cultura. «Chi mi ha chiamato? Tutti. C’è una corsa a cambiare casacca ma io so che quasi tutti, una volta cambiata l’aria, torneranno da dove sono venuti». Ma insomma qualche nome? «Tra le persone oneste, che credono in quello che dicono, c’è stato Michele Placido». E infatti l’attore, schierato da sempre a sinistra, ha partecipato ai due convegni sulle prospettive di cambiamento nello Spettacolo organizzati da Barbareschi e dalla Carlucci (anche lei data come sottosegretario in pectore alla Cultura e poi delusa). Entusiasta. Come del resto Citto Maselli, regista, comunista doc, che al collega Barbareschi ha detto: «Il tuo documento, Luca, è interessantissimo... ti prendiamo in parola per un tavolo stabile di confronto. Siamo caduti in trappole di altri governi. Con quelli “amici” è stato persino peggio. Gli incontri con le categorie erano riti vuoti». E all’incontro, propiziatore di nuove e ardite alleanze nell’universo dello spettacolo, tra cinema, teatro e televisione, erano in molti ad annuire. Placido, ma anche Angelo Barbagallo, produttore molto vicino a Nanni Moretti, Moira Mazzantini, sorella di Margaret e cognata di Castellitto, potente agente di attori, il produttore Riccardo Tozzi, produttore e marito di Cristina Comencini. Giuliana De Sio è andata anche oltre con l’apprezzamento per il cambio di «aria» politica, un peana per Alemanno e la sua idea di Festa del Cinema di Roma patriottica: «Sono favorevole alla difesa del cinema italiano danneggiato dallo strapotere degli americani. Nell’immaginario collettivo i veri divi, le vere star, le vere persone da ammirare erano i divi statunitensi. Siamo in Italia, favoriamo i film italiani e gli attori italiani. Sono d’accordo con il sindaco». E un avvicinamento a destra, sulla festa del Cinema, lo hanno avuto anche i direttori artistici della Festa del Cinema, Teresa Cavina, Piera Detassis, Gianluca Giannelli, Giorgio Gosetti, Mario Sesti, intervenuti nel dibattito romano con intenti concilianti. Le barricate sono cose d’altri tempi. «Nessuno più di noi - scrivono - ha a cuore quei rapporti tra cinema e mercato che la lettera del sindaco Alemanno sottolineava come una priorità nel progetto di miglioramento e ridefinizione della Festa, ma il punto di partenza che è importante condividere è proprio la possibilità, più difficile di quanto si pensi, che un festival offra innanzitutto ad autori e produttori un pubblico appassionato e sensibile. Ci sembra giusto lavorare insieme indipendentemente dai ritocchi, miglioramenti e correzioni di cui la Festa sarà oggetto». Prove di collaborazione. E questa corsa alla destra possibile raccoglie sempre nuovi consensi. Mentre disperatamente anche il premio Strega ha lanciato la sua mission impossible, cercando candidati dal pensiero conservatore, anche il mondo della musica tenta di riposizionarsi. E non è solo Antonello Venditti a buttare il cuore oltre l’ostacolo ideologico, sdoganando Alemanno e prendendo le distanze dalla sinistra. Lo segue Ron, d’accordo con Alemanno, nella difesa del cinema italiano e delle sue star: «Magari si schierasse per gli italiani anche con la musica! Io sarei con lui subito. La nostra musica ha bisogno di un pugno molto forte. Altro che fascista, Alemanno ha ragione». Ed ecco anche Jovanotti, da sempre fan sfegatato di Veltroni e della sua idea ecumenica di sinistra. «La musica non è né di destra né di sinistra e mi fa piacere che Bondi mi apprezzi», ha spiegato in un’intervista. E il ministro della Cultura loda il cantante pop-rap con versi poetici: «Concerto / Vibrazioni dell’Anima / Eco del Divino / Dolore dell’essere / onde dell’amore». E con una sperticata critica positiva alla sua ultima canzone: «A te». Che, assicura, fa tornare alla memoria la poesia d’amore di Rilke. Accipicchia.

 

La casta dello stipendio record - FABIO POZZO

La Casta peggiora, ma ha le tasche sempre più piene. In sessant’anni, i nostri parlamentari sono diventati sempre meno preparati, istruiti e impegnati, ma non per questo più poveri. Il loro calo di qualità è stato inversamente proporzionale al loro reddito, che è invece cresciuto di oltre il 10% l’anno. Contro l’1,5%, ad esempio, dei loro colleghi Usa, rispetto ai quali guadagnano abbondantemente di più. Gli italiani sono gli onorevoli più pagati dell’Occidente: una busta di oltre 144 mila euro (più spese), contro gli 84.108 di un loro collega tedesco, gli 81.600 di un inglese, i 62.779 di un francese, i 35.051 di uno spagnolo e i 7.369 di un polacco, fanalino di coda delle indennità parlamentari in Europa. Entrare in Parlamento è un affare, secondo uno studio presentato a Gaeta al 10° convegno europeo della Fondazione Rodolfo DeBenedetti, titolato «Il mercato del lavoro dei politici», che ha analizzato le carriere degli uomini politici italiani a partire dal secondo Dopoguerra. Il neoeletto vede il suo reddito lievitare del 77% già nel primo anno di attività (rispetto all’anno precedente). E da questo momento in poi, può dormire tranquillo. Il suo reddito lordo dal 1948 al 2006 ha avuto un tasso di crescita medio annuo del 10% (l’indennità è agganciata alla retribuzione dei magistrati, che è saltata verso l’alto); dal 1985 al 2004 il suo reddito reale annuale è aumentato di 5-8 volte rispetto a quello di un operaio, di 3,8-6 rispetto a un impiegato, di 3-4 volte più d’un dirigente. Dalla fine degli Anni Novanta, inoltre, il 25% dei deputati guadagna un reddito extraparlamentare superiore a quello della maggioranza dei dirigenti. Un onorevole italiano mette in tasca un’indennità che, nel 2006, era superiore di 35 mila euro rispetto a quella dei suoi colleghi Usa. Eppure, nel 1948, i membri del Congresso degli Stati Uniti guadagnavano molto di più rispetto ai nostri. Il gap è stato colmato nel 1994: da allora, ci fanno un baffo. La spiegazione? Oltre al lievitare dell’indennità, anche la possibilità di cumulare a quest’ultima altri redditi (ma solo per i privati), che agli onorevoli statunitensi è negata. «E’ giusto che il cumulo venga eliminato», ha detto l’ex ministro dell’Interno, Giuliano Amato, per il quale è «inaccettabile» fare il parlamentare come scelta strumentale per rendere più redditizio il lavoro esterno. Altra garanzia di guadagno, è la durata della carriera politica. Quasi due deputati su tre restano in Parlamento per più d’una legislatura, uno su dieci per più di 20 anni. La durata media è di 10,6. Con eccezioni: domani Francesco Cossiga compie 50 anni di vita parlamentare. Uscire dall’emiciclo, però, non significa abbandonare la politica: vi resta uno su due. Solo il 6% va in pensione, mentre il 3% finisce in carcere. I deputati della Prima Repubblica (1948/94) entravano in Parlamento con un’età media di 44,7 anni: nella Seconda di 48,1. Nella I Legislatura (1948/53) il 91,4% era laureato, nella XV (2006/08) solo il 64,6%. Negli Usa, la percentuale è invece aumentata, dall’88% al 94%. Lo studio ha considerato il livello d’istruzione, il grado di assenteismo e l’abilità intrinseca di generare reddito nel mercato del lavoro. La combinazione di questi indicatori «mostra che il livello di qualità media dei politici era maggiore nella Prima Repubblica». I deputati, allora, erano più istruiti e più abili, mentre il grado d’impegno in aula è comparabile. Ciò è dovuto, secondo la ricerca, all’aumento del potere di selezione delle segreterie dei partiti, rispetto agli elettori. Segreterie che hanno portato in Parlamento, grazie al richiamo degli «stipendi» elevati, deputati sempre meno preparati. Per ridurre questo effetto di «selezione avversa», dice lo studio, si potrebbe adottare un sistema elettorale maggioritario puro, nonché eliminare il cumulo dei redditi e indicizzare l’indennità al tasso di crescita dell’economia. Ne guadagnerebbe anche l’impegno parlamentare, visto che ogni 10 mila euro di extra-reddito riduce dell’1% la partecipazione in aula.

 

La religione non è nemica – Barbara Spinelli

Il rapporto tra religione e politica è divenuto sempre più un assillo, da quando l’Islam ha fatto ingresso - con forza, spesso con violenza - in Occidente. Si è diffusa la paura, di fronte a una religione che molti ritengono troppo dogmatica, politicizzata, esclusiva. L’allarme s’è esteso alla Chiesa cattolica, che ha reagito alla sfida mettendo in questione l’ecumenismo del Concilio Vaticano II. Nella visione di Benedetto XVI, religione e politica devono concatenarsi di nuovo, e il pericolo è la chiusura della fede nel privato: solo influendo sul farsi delle leggi, solo delimitando la politica e la sua autonomia, il cristianesimo può riprendersi, in una sorta di imitatio dell’Islam. La laicità è sospettata di distruggere la fede, separandola dalla politica, e ogni discorso laico tende a esser chiamato, con sprezzo intimorito, laicista. I politici stessi corrono dietro a questi stereotipi. Se c’è affievolimento delle fedi, la colpa deve essere fuori dalle chiese: nella politica. Viviamo nel regno dello stereotipo: non l’esperienza ci guida, ma opinioni preconcette e fatali. Fatalmente la religione privatizzata degenera in relativismo. Fatalmente l’ortodossia secerne intolleranza. La politica della paura si nutre di questi stereotipi. L’esperienza dice il contrario. Lo si apprende da uno studio illuminante pubblicato nei giorni scorsi della Harvard Kennedy School: il New York Times del 20 maggio ne dà un riassunto, redatto da tre professori (David Clingingsmith, Asim Ijaz Khwaja, Michael Kremer). La ricerca è su un evento centrale dell’Islam: il pellegrinaggio alla Mecca (hajj). L’indagine confronta le opinioni dei pellegrini con quelle dei fedeli che non hanno fatto il viaggio - in Pakistan - e esplora l’effetto del hajj nei 5-8 mesi successivi. I risultati sono dirompenti, e destabilizzano l’imperio esercitato sulle nostre menti dai luoghi comuni. Non è l’ortodossia a creare intolleranza, ma anzi l’ortodossia in certe circostanze produce pacificazione e tolleranza. Non è l’ortodossia a respingere la separazione fra politica e religione, e la forza di quest’ultima non si recupera restaurando commistioni e pressioni. Ne escono malconce le guide religiose attratte dalla restaurazione, così come le forze laiche che temono l’intensità - magari fondamentalista - del vissuto religioso. Analisi di questo genere fanno bene alla mente, le danno ossigeno: è bello quando occorre rivedere d’un colpo le opinioni più consolidate. È un relativismo che fa pensare, trasformandoci nei «mendicanti di senso» descritti da Dario Antiseri. Che ci consente di riscoprire le intuizioni di Chesterton sui benefici delle ortodossie, delle eresie. Il giudizio dei tre professori è infatti chiaro: la pratica religiosa ardente, se avviene lontano dal politico (se è profeticamente pre-politica, nelle parole del priore di Bose Enzo Bianchi) facilita il convivere tra popoli, religioni, sessi. Ben altro è il dogmatismo, che non è apertura all’alterità. Che è politica pura, senza un grammo di religiosità. I fedeli che rispondono al questionario confermano in pieno questa supposizione. Il pellegrinaggio unisce, per giorni, individui che nelle rispettive patrie non conoscono simili prove, che ti gettano nel diverso e nel molteplice. Mescola uomini e donne, rende eguali credi e sette. Tutti son vestiti di bianco, tesi non alla competizione ma alla cooperazione. Le idolatrie locali, le piccole identità, tendono a sfilacciarsi, anche dopo il pellegrinaggio: l’universalismo religioso torna in primo piano. Molto più di chi non partecipa al hajj, i pellegrini vengono a contatto con esistenze e pratiche ignote, e il contatto crea angoscia, acuta fatica fisica: soprattutto nelle donne. Da quest’angoscia nascono tolleranza, curiosità. Anche il rapporto con le donne, scabroso nell’Islam, cambia. D’un tratto la donna è accanto a te, prega con te, vestita di bianco come te. D’un tratto pakistani o sauditi scoprono la maggior libertà delle donne indonesiane, malesi. Gli autori del rapporto citano il caso di Malcolm X, che scombussolò la propria visione dell’America e del conflitto razziale, dopo un hajj nel ’64. In una lettera dalla Mecca scrisse: «Tutti partecipiamo allo stesso rituale, mostrando uno spirito di unità e fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere non potesse mai esistere fra bianchi e non bianchi. (...) Potrete restare sorpresi ma, nel pellegrinaggio, ciò che ho visto e sperimentato mi ha indotto a modificare radicalmente principi da me ritenuti veritieri in precedenza». L’affacciarsi sul diverso non avviene abbandonando la pratica religiosa ma anzi intensificandola, trasformandola in ascesi. Dopo il hajj i fedeli vanno più spesso in moschea, pregano più spesso, osservano più diligentemente i digiuni. Ma non sono queste pratiche a chiuderli al mondo esterno. Non è negando loro le moschee che li aiutiamo a ridurre l’ostilità antioccidentale. È l’uniformità tribale che secerne inimicizia: l’uniformità d’una fede locale o anche - è la conclusione di Rowan Williams primate d’Inghilterra - l’uniformità di leggi statali incapaci d’accogliere le diversità e infedeli al vero insegnamento dei Lumi («La grande protesta dell’Illuminismo era contro un’autorità che si richiamava a un’unica tradizione», ha detto il primate nel febbraio scorso). Due altri punti essenziali sottolineati dal questionario sono il rapporto fra religione e politica e quello con i non musulmani. L’addensata ortodossia del praticante-pellegrino non aspira a relazioni più strette tra religione e politica, né influenza negativamente lo sguardo sull’Occidente. Il peso della fede nella politica addirittura scema. I reduci del hajj sono meno inclini ad appoggiare l’Islam politico, meno inclini a preconizzare uno Stato che impartisca ingiunzioni religiose e un clero che interferisca nella giustizia e nelle leggi. Sono anni che in Occidente parliamo dell’ortodossia di Bin Laden e dei terroristi, senza sospettare che il loro rapporto con la pratica religiosa è probabilmente inesistente. In realtà non sono religiosi, ma politici allo stato puro. I pellegrini s’abituano a credere meno in Bin Laden, andando alla Mecca. Non osano magari attaccarlo, ma sono portati a giudicare incorrette le sue condotte più dei musulmani restati fuori dal hajj. I pakistani sono anche più propensi a pacificarsi con l’India, e a condannare la violenza contro le donne e i delitti d’onore. Una religione che incivilisce invece di imbarbarire. Che tanto più apre al non musulmano e al diverso, quanto più il fedele è immerso nella trepidazione estatica del viaggio sacro, almeno una volta nella propria vita. Non è semplicemente il viaggiare che opera questo, perché viaggiare suscita voglia d’emigrare e il pellegrinaggio no. Il pellegrino scopre la pace con l’altro, ma non grazie a speciali pedagogie dottrinali: quel che lo cambia nell’intimo è il vissuto religioso, è l’uscire da identità uniformi e corte. Gli stereotipi crescono quando non c’è religiosità autentica: questo e non il rapporto con la politica è il problema nell’Islam come nel cristianesimo (il cristianesimo in fondo lo sa, avendolo capito per primo). Rispondere con il rifiuto dell’ecumenismo e con l’esaltazione in Europa di un’unica identità religiosa significa non esporre più il cristiano alla diversità o alle eresie: dunque viziarlo, spezzarne l’universalismo, in fin dei conti imbalsamarlo e sfinirlo. La Chiesa ha una forza rispetto all’Islam: ha una gerarchia centralizzata, che impedisce frantumazioni tribali. Si è separata dagli Stati nel corso della storia, spiritualizzandosi. Ma se rinuncia all’ecumenismo perde, diventa anch’essa tribù. Non è l’ortodossia il nemico, ma il suo uso politico. La laicità è stata inventata per sventare quest’uso, non per sventare la religiosità.

 

Liberazione – 25.5.08

 

Bondi, stavolta hai ragione tu: riprendetevi don Milani – Piero Sansonetti

Ho letto sulla Stampa che il ministro della Cultura, Sandro Bondi, l'altro giorno ha partecipato ad un convegno su Don Milani (e anche su La Pira e Balducci: tutti esponenti rilevantissimi del cattolicesimo toscano dagli anni '50 ai '90) e ha parlato molto bene del priore di Barbiana. Accusando - con qualche fondamento, credo - i cattolici di non aver capito bene il suo insegnamento e alla sinistra di avere strumentalizzato la sua memoria. Bondi ha ricordato che don Lorenzo è morto nel giugno del '67, e dunque non ha potuto assistere all'esplodere della sinistra sessantottina che - immagina - non gli sarebbe piaciuta. Non ha detto Bondi - e per completezza di informazione glielo ricordo - che nei giorni della sua agonia, la magistratura celebrò un processo a don Milani, colpevole di avere istigato all'obiezione di coscienza e di avere pubblicato uno scritto sovversivo, a questo proposito, su "Rinascita", che era il settimanale del Pci, fondato da Togliatti. La condanna a Milani fu sospesa - per sopraggiunta morte - ma fu inflitta, in sua vece, al direttore di "Rinascita", Luca Pavolini, membro della Direzione comunista. Milani aveva pubblicato quel suo scritto (celeberrimo: lettera ai cappellani militari, seguito poi dalla lettera ai giudici) su "Rinascita", e non su un altro giornale, per un motivo semplice: nessun altro giornale aveva accettato di ospitarlo. Dunque, un qualche abbraccio tra Milani e la sinistra, probabilmente, dipese da uno stato di necessità: o con la sinistra o in silenzio. Lorenzo e Luca - e cioè Milani e Pavolini - si conoscevano da ragazzi. Avevano studiato al liceo Berchet, e tutti e due erano antifascisti. Anche se la famiglia di Lorenzo era moderata e Luca era addirittura il nipote di Alessandro Pavolini (Alessandro era il fratello di suo padre), cioè del numero due del duce, del segretario del partito fascista, fucilato a Dongo ed esposto a piazzale Loreto. Vedete che intrecci tra destra e sinistra! Lorenzo Milani era ateo, figlio di una signora ebrea. Si convertì al cattolicesimo da grande, a vent’anni, nel ’43. Quattro anni dopo decise di diventare prete, andò a Firenze, conobbe padre Bensi, un sacerdote che aveva una idea molto moderna e sociale del cristianesimo e che influì parecchio nella sua formazione. Lorenzo dedicò tutta la sua vita a fare scuola ai ragazzi poveri, a Barbiana, nell’appennino Toscano. Contestò in modo feroce la scuola di classe. Aveva una idea tutta sua, specialissima, dell’uguaglianza, dei rapporti sociali, della sapienza e del diritto alla sapienza, della religione, del senso della vita. Sosteneva che esistono tre soli mestieri degni di essere scelti: l’insegnante, il sindacalista e il prete. Personalmente ho sempre amato Don Milani. Per tre ragioni: perché era irrimediabilmente pacifista, perché era irrimediabilmente sprezzante verso i ricchi, perchè era nemico giurato del potere e dei fasti. Non so se era di sinistra. Credo che sia un modo meschino per descriverlo, dire che era un prete di sinistra. Milani, secondo me, era molto di più. E’ stato uno dei due più grandi intellettuali del secondo novecento: lui e Pasolini. Perché? Perché tendevano a dire sempre la verità, avevano l’idolatria della verità. E questo è il compito degli intellettuali - è un compito che solo loro possono assolvere: non tocca ai partiti, alle Chiese, alle ideologie...- che invece, spesso, hanno solo l’idolatria del potere, o dello status, o del consenso, o dell’establishment. Infatti, oggi, in Italia, non ci sono più intellettuali. Ora, dal momento che è molto dubbio se si possa o no dichiarare che Milani appartenga alla sinistra, mentre non c’è nessun dubbio sul fatto che appartenga al cattolicesimo e al mondo cristiano, trovo sacrosante la rivendicazione di Bondi, che immagino lui avanzi nella sua veste di cattolico. Che il mondo cattolico, anche quello moderato e centrista del quale il ministro fa parte, riscopra Don Milani, lo studi, lo sperimenti, è una cosa che trovo meravigliosa. Si riprenda don Milani, ci rifletta sopra, ricalibri sui suoi insegnamenti teorici e di vita, la politica del governo. Tenga conto che non potrà aggirare due questioni: la prima è che Milani rivendicava acerrimamente la lotta di classe (non quella marxista, quella cristiana, evangelica: ma era comunque lotta di classe). La seconda è che non amava i borghesi e aveva in odio il consumismo (non il comunismo: il consumismo). Considerava l’accumulazione delle ricchezze il male dei mali e giudicava la religione della produzione il male dei mali dei mali. Io sogno una destra che faccia suo Don Milani. Credo che se questo avvenisse potremmo vivere in un paese stupendo.

 

Il "fascista-rosso" che amava l'Estate romana - Guido Caldiron

«Se non sto attento rischio di diventare il Nicolini di destra...». Lo hanno presentato come un "tecnico", ma Umberto Croppi è forse la figura più politica della nuova squadra che amministra Roma insieme a Gianni Alemanno. Un passato da"fascista rosso", all'estrema sinistra del Msi, tra fascinazione per le culture giovanili e nuovi progetti meta-politici (i concerti di Campo Hobbit, le prime fanzine, la scoperta del comunitarismo) e un presente da Direttore generale della Fondazione Valore Italia (Esposizione permanente del Made in Italy e del Design italiano). In mezzo oltre trent'anni nel partito neofascista e un decennio tra i Verdi e La Rete, la direzione del rinato editore Vallecchi e collaborazioni e interventi in riviste e giornali. Infine la partecipazione alla campagna di Alemanno, la vittoria e la nomina alla guida dell'Assessorato alla Cultura del Comune. Assessore Croppi, la sua biografia è stata sintetizzata così: "da Campo Hobbit all'Estate romana". Quale bagaglio culturale porta con sé e a quali politiche culturali sta pensando per il suo nuovo incarico? Intanto una precisazione, per me la stagione di Campo Hobbit si è chiusa nel luglio del 1981. Quanto al percorso culturale, non è solo mio ma è un'esperienza collettiva, lo riassumerei nello sforzo di innovazione che si sta facendo ad esempio dalle pagine del Secolo d'Italia , il quotidiano di An. Cito questo esempio perché credo che se c'è stata una sconfitta vera della sinistra, questa è avvenuta proprio sul terreno dell'egemonia culturale. Una cultura che definirei come "banalmente di destra" ha pervaso il modo di essere degli italiani: dalla cultura popolare, penso ai film di Alberto Sordi o ai rotocalchi, a quella più quotata, passata per le edizioni Longanesi, Rusconi o Adelphi. Il più grande pittore italiano del dopoguerra, Burri, è passato per i criminal-camp americani, dove finivano i fascisti e i soldati italiani catturati, e non ha mai smentito il proprio passato. Lo stesso si può dire per Giorgio Albertazzi, per Giuseppe Berto e via dicendo. Questo è il percorso da cui vengo, ma oggi mi devo misurare con una sfida concreta, devo fare "il manovale" della cultura, organizzare le cose. Diciamo che la cosa che mi preoccupa di più in questo momento è che devo mettere un freno alla tendenza che avrei a fare il Nicolini. Sono cresciuto con la sua Estate romana, posso dire di essere figlio di quel modo di intendere la cultura e dell'effimero. Mi devo frenare dal buttarmi troppo in avanti per rispetto alla natura popolare della nostra vittoria, non devo rischiare di fare cose troppo elitiste, troppo connotate in termini di avanguardia. Questa giunta, proprio perché è stata votata nelle borgate e nelle periferie, deve creare un legame vero tra la base popolare e le istituzioni e gli eventi culturali. La grande ricchezza culturale di cui dispone questa città va resa comprensibile e fruibile a tutti, altrimenti i simboli della cultura finiscono per restare delle cattedrali nel deserto. Quindi cosa intende fare? Partiamo da due questioni aperte: la Festa del cinema e il Gay Pride... Al di là del dibattito elettorale credo che nessuno a Roma sia davvero in grado di difendere la Festa del cinema. Siamo di fronte a un buco nero che inghiotte 12-15 milioni di euro per pagare dei lauti gettoni di presenza a quattro star del cinema che vengono a farsi un weekend a Roma. La formula non funziona, non si deve aver paura di dire le cose come stanno. Così com'è non ha senso, ma ora si tratta di trovare il modo di assicurare comunque a Roma un evento sul cinema, che occupa uno spazio simbolico molto significativo per questa città. Quanto al Gay Pride, nei prossimi giorni ci saranno gli incontri con gli organizzatori e si definirà il lavoro da fare. Resta una considerazione, non si tratta di una questione politica ma di buon senso: il patrocinio del Comune è perlomeno bizzarro. Nel senso che è un po' come se i metalmeccanici ci chiedessero il patrocinio per una loro manifestazione, Ciò detto, si deve ancora discutere di ogni aspetto della cosa e lo faremo senza alcun pregiudizio. Lei ha lasciato il Msi nel 1991, come è maturata la sua vicinanza a Alemanno? Io sono uscito dal Msi quattro anni prima di Fini, nel 1991, Questo per dire che in realtà nel 1994 uscirono tutti in blocco da quell'esperienza storica con la fondazione di Alleanza Nazionale. Credo del resto che la trasformazione della destra si situi all'interno di quella più generale transizione italiana che oggi mi sembra si sia definitivamente conclusa. Quanto a Alemanno, le radici lontane di questo rapporto risalgono al 1984. Lui viene dipinto come un giovane rautiano, ma in realtà all'epoca era uno dei più fermi almirantiani. La svolta avvenne quell'anno quando io, lui e altri incontrammo Beppe Niccolai che era l'esponente più "a sinistra" del Msi - era un seguace di Nicola Bombacci, che passò dal Pci alla Repubblica sociale di Salò. Con Niccolai e con un'altra figura invece completamente diversa, come era quella di Tommaso Staiti di Cuddia - punto di riferimento per i neofascisti milanesi fin dagli anni Cinquanta - , nel 1984 avevamo dato vita a una corrente del Msi che si chiamava "Segnali di vita" che diede un po' il via al processo di rinnovamento e di modernizzazione del partito. All'epoca con Alemanno si stabilì un rapporto fortissimo. La nostra corrente ebbe vita breve e solo dopo quel congresso lui entrò completamente nell'area guidata da Pino Rauti. Con lui ci ritrovammo poi nel 1990 a fare la campagna per le regionali del Lazio: lui era il capolista e io ero il numero sei, ma facemmo coppia fissa per tutte le elezioni. Quando io me ne andai dal Msi lui fu sul punto di farlo, alla fine decise di rimanere, anche se passò dei brutti momenti a causa delle sue posizioni, visto che a vincere il congresso missino era stata la componente che faceva capo a Fini. Negli ultimi anni ci siamo incontrati sporadicamente ma ci siamo sempre capiti al volo. Nel frattempo io stavo collaborando e scrivendo con molte delle riviste e dei "laboratori culturali" della destra, da Charta minuta della Fondazione Fare Futuro al Forum delle idee, entrambi vicini a Fini, ma anche con la Fondazione Nuova Italia legata a Alemanno. Così quando mi è arrivata la richiesta di curare la comunicazione della campagna del candidato sindaco di An, l'ho accolta con piacere soprattutto per il valore di sfida che aveva assunto. Oggi condivido molte delle scelte di fondo di Alemanno e del partito che lui rappresenta, ma credo che non sia più l'epoca per le adesioni organiche… Resta un quesito di fondo. L'area giovanile missina, la cosiddetta "Nuova destra", alla fine degli anni Settanta immaginava uno "sfondamento a sinistra", come si diceva allora, vale a dire la conquista dei settori sociali tradizionalmente legati alla sinistra. Oggi questo è avvenuto ma su parole d'ordine decisamente conservatrici, basti pensare all'enfasi posta sull'identità occidentale o alla paura dei "diversi". Avete vinto davvero? Credo ci sia innanzitutto un aspetto da chiarire: destra e sinistra sono ormai etichette che significano poco o niente. Sono saltati tutti i vecchi parametri: sui temi che citava lo "sfondamento a sinistra" è avvenuto concretamente. Questo perché le regole che definivano i due campi non esistono più e di questo non si può non tener conto. Così ad esempio registro che in uno dei dibattiti televisivi tra Rutelli e Alemanno il primo ha rimproverato alla destra di aver sanato, durante il precedente governo Berlusconi, la posizione di 650mila immigrati. E la replica del candidato di An è stata : "No, sono stati 700mila". Per il resto credo che il dibattito sia aperto, nel senso che si ponga ormai su basi del tutto nuove. Ci sono ovviamente delle posizioni che definiscono in modo sommario quelle che chiamerei come "la presunta destra" e "la presunta sinistra", ma per il resto, e io posso parlare da questo punto di vista soprattutto per la destra, c'è davvero un grande dibattito. Ancora sul filo della memoria della destra giovanile. Alla fine degli anni Settanta voi organizzavate Campo Hobbit, puntavate sulla cultura e l'ambiente. Altri, e penso in particolare al giro di Terza Posizione, facevano ben altro. Nell'entourage di Alemanno ci sono da tempo figure di primo piano di Tp, come Marcello de Angelis e Vincenzo Piso. Una frequentazione difficile? Rispondo citando una categoria chiave del marxismo: tra queste posizioni c'è un rapporto dialettico assolutamente chiaro, in qualche caso proficuo, in altri no. C'è ovviamente una familiarità dovuta al fatto che - è retorica ma è così - in passato si è rischiato la pelle insieme. C'è un riconoscimento di onestà reciproca, una certa familiarità, ma atteggiamenti che su molti temi sono tutt'ora diversi, come lo erano allora. La sfida vinta da Alemanno a Roma ha un valore particolare per la destra, cosa rappresenta? Arriverei a dire che la destra si gioca il futuro più a Roma che con il Governo nazionale. Anche perché anagraficamente la classe dirigente guidata da Berlusconi è avviata alla pensione. Perciò su Alemanno e su quello che si riuscirà a fare a Roma sono concentrati gli occhi e l'attenzione di tutti. E' qui che si vince anche guardando al futuro e che si deve dimostrare di saper governare. Consolidare una leadership significa saper governare i processi e darsi il tempo per farlo: abbiamo cinque anni davanti a noi e non dobbiamo avere fretta di dare segnali di cambiamento forti fin da subito.


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