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Roma - 26.05.08. Report, Piano Regolatore e la sconfitta elettorale.
Il "modello Roma", una città che è cresciuta senza e contro i cittadini
romani. Un ampio commento di Salvatore Bonadonna.

Roma, lavori di costruzione delle case con lo sfondo della
Cupola della basilica di San Pietro. ...

L'inchiesta di Report sul Piano Regolatore di Roma da conto, più di
tante elucubrazioni, di una parte rilevante delle ragioni della
sconfitta elettorale a Roma e dell'esito disastroso per la sinistra.
Certo c'è da ragionare sul candidato, sulla riproposizione dell'ex
sindaco, sulla improvvisazione della lista Arcobaleno; ma è necessario
indagare le cause strutturali del crollo e gli errori della sinistra
che a queste cause sono collegate.
Il "modello Roma" scaturito dal PRG
era un modello che separava nettamente la crescita urbana dai suoi
presupposti sociali fondamentali: il censimento dei fabbisogni
abitativi reali e non solo quelli indotti dall'offerta, il fabbisogno
di infrastrutture e di servizi, dalle scuole materne agli asili nido,
dai centri per i giovani o gli anziani agli uffici pubblici, ai
trasporti rapidi e di massa su ferro. Per questo la dimensione della
crescita, la sua qualità concentrata nei centri commerciali e
nell'edilizia residenziale privata oltre che nelle cosiddette grandi
opere, per quanto enorme e capace di determinare tassi significativi di
incremento del PIL, non ha dato alcuna risposta alla domanda di
abitazioni per i ceti deboli, ha accresciuto i problemi di vivibilità e
di mobilità della città, non ha innalzato la qualità della vita nelle
periferie. Anzi queste hanno visto peggiorare notevolmente la propria
condizione sia per il crescente affollamento, anche multietnico, che ha
aggravato pure i problemi di concorrenza sul mercato del lavoro oltre a
rompere gli equilibri delicati delle comunità delle borgate, sia per il
più marcato isolamento legato alla inadeguatezza del trasporto
pubblico. Un PRG che avesse voluto esprimere l'idea della città
accogliente, per tutte e tutti, avrebbe dovuto assumere questa
condizione come motivazione fondamentale e il suo radicale cambiamento
come obiettivo. Non è stato così.
Quel "modello Roma" e quel PRG, al
contrario, sono la rappresentazione di una cultura di governo
strutturalmente subalterna ai poteri forti della rendita finanziaria ed
edilizia, alimentata da un obiettivo di mercantilizzazione e
finanziarizzazione dell'uso della città. Il tutto sorretto da una
impressionante capacità mediatica, tale da far credere che "mentre a
Milano si contesta persino la utilità del Prg, Roma definisce la sua
crescita attraverso il Piano Regolatore". Non era vero. Solo che a Roma
mentre si costruivano milioni di metri cubi attraverso accordi di
programma in deroga, sostanzialmente come a Milano, un gruppo di
architetti, con la supervisione e la relativa copertura di
autorevolezza accademica di Giuseppe Campos Venuti,presidente emerito
dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, convertitosi al riformismo
liberista, elaborava un Piano che veniva, di fatto, componendosi con le
decisioni scaturite dai programmi dei costruttori contrattati con
l'Amministrazione Comunale. Di questa contrattazione fanno
organicamente parte lo strumento della perequazione al posto
dell'esproprio, e quindi la marginalità dei progetti sociali pubblici
rispetto a quelli privati, e la "compensazione", strumento inventato
per riconoscere diritti edificatori inesistenti, presunti derivati da
antiche previsioni di piani precedenti mai concretizzate in concessioni
edilizie.
Report ha mostrato, opportunamente, la differenza con la
pianificazione urbanistica di Madrid o di Parigi; ma anche la legge
urbanistica regionale, la 38/99, prevedeva la possibile costituzione di
Società per la Trasformazione Urbana come strumento misto, pubblico
privato, per realizzare grandi progetti che fossero previsti dal Piano
in base ai fabbisogni e all'idea di città da perseguire. Quella
dell'accoglienza e del diritto all'abitare o quello della
massimizzazione della rendita privata a scapito dell'interesse
pubblico.
Il modo di procedere adottato a Roma venne battezzato con la
definizione accademica altisonante del "pianificar facendo". Chi, come
me, per fortuna in buona compagnia di illustri urbanisti e docenti di
diritto urbanistico, non accettava questo,veniva tacciato di essere un
"conservatore massimalista incapace di comprendere la nuova Urbanistica
Riformista". Devo arguire che questa mia scarsa attitudine al
riformismo urbanistico, nella misura in cui interferiva con le intese
politiche nella giunta e nella maggioranza capitolina, consigliò il
Partito a chiedermi di non occuparmi più dell'Urbanistica e
specialmente a Roma!
Vezio De Lucia, oltre che maestro, coautore della
proposta di legge sul "governo del territorio" presentata dai nostri
gruppi parlamentari, finchè ci sono stati, alla Camera e al Senato,
aveva definito "eversiva" quella proposta di PRG; ma la inveterata
abitudine di separare, malgrado le affermazioni contrarie sempre
ripetute, la teoria dalla prassi, ha consentito alla sinistra tutta di
dialogare con Vezio nei giorni di festa dei convegni e smentirlo in
quelli dell'ordinario operare come dirigenti ed amministratori.
***
L'inchiesta di Report , anche per le acute ed informate critiche di
Paolo Berdini, illustra in modo puntuale i meccanismi e i sistemi di
relazioni ambigui che si determinano nel mercato immobiliare e negli
accordi tra i proprietari delle aree e l'amministrazione; l'ambiguità
dei ruoli giocati da figure a cavallo tra la professione libera e la
funzione pubblica. Così come mostra la debolezza strutturale e la
subalternità in cui la logica del "pianificar facendo" mette la
pubblica amministrazione.
Infatti, accettata questa logica
dell'urbanistica per progetti proposti dagli imprenditori, non solo
viene a mancare il quadro organico di scelte responsabili a monte che
danno l'idea della città che si intende realizzare, ma è necessario,
perché i progetti possano realizzarsi nelle aree dei proponenti,
rimuovere tutte le norme che regolano la pianificazione urbanistica,
stravolgere quelle che sovrintendono la tutela ambientale e
paesaggistica, svuotare i Piani Territoriali Paesistici previsti dalla
Legge Galasso.
Campos Venuti e la giunta Rutelli, quando impostavano il
Piano, hanno operato perché non venisse alla luce quella legge
urbanistica regionale da me voluta e prodotta da un gruppo di studiosi
e di tecnici coordinato da un maestro dell'urbanistica come Edoardo
Salzano; poi l'hanno definita massimalista e rigida perché obbligava i
Comuni a fare i piani prima di dare il via alle concessioni edilizie ed
impediva che le varianti si facessero su richiesta privata, a
trattativa diretta e con accordo di programma. La giunta Veltroni ha
proseguito su questa strada di "riformismo urbanistico", demolitorio
delle regole e delle tutele, concordando con la Regione, allora
governata da Storace, un sostanziale stravolgimento della legge sulla
tutela ambientale in modo che i vincoli di salvaguardia paesaggistica e
ambientale, dovessero cedere il passo alle scelte urbanistiche.
È
sempre il trito discorso dei vincoli che impediscono lo sviluppo delle
magnifiche sorti e progressive dello sviluppo e della crescita urbana!
In ragione di ciò, e per consentire la localizzazione dei 70 milioni di
metri cubi del PRG di Roma, il nuovo Piano Paesistico Regionale è uno
strumento talmente labile e a "maglie larghe" da risultare
sostanzialmente inefficace al fine di salvaguardare il patrimonio
paesistico ed ambientale della regione e, nello specifico, dell'Agro
Romano.
Non contenti di ciò, al fine di accelerare l'approvazione del
Piano da esibire nella celebrazione dei fasti Veltroniani, la Regione,
stavolta quella di Marrazzo con la partecipazione della sinistra,
sostanzialmente abroga la procedura di approvazione dei Piani
Regolatori prevista dalla legge e la sostituisce con una procedura di
valutazione sostanzialmente politica, e quindi discrezionale, che si
manifesta in una generica Conferenza di Copianificazione tra Comune,
Provincia e Regione.
A sostegno culturale, si fa per dire!, di questa
impostazione "riformista", rivendicata con orgoglio da Veltroni e da
Campos Venuti, sta la impostazione della proposta di legge urbanistica
avanzata nella passata legislatura berlusconiana dal forzista Lupi, ex
Assessore al Comune di Milano, e fatta propria da DS e Margherita
dell'epoca.
Report ci ha mostrato come sono andate le cose e ha dato
conto dei risultati; le urne hanno manifestato il giudizio dei romani
su questo "modello" costruito col Piano Regolatore. Nei 70 milioni di
metri cubi del piano non trovano posto quelli che servono per le case
popolari, per l'edilizia sociale. Hanno visto, i romani, la città
crescere senza e contro di loro, l'edilizia sociale solennemente
promessa con delibere "monstre" e quella privata solidamente realizzata
a suon di varianti e accordi di programma, e hanno giudicato. È tutto
qui? Certamente no! Ma se si salta questo dato di analisi si rischia di
non essere in grado di ristabilire un rapporto con quelle periferie,
peraltro assegnate per competenza assessorile alla sinistra, che hanno
votato la destra e Alemanno.
Quel sistema di potere che si era
costruito attorno al sindaco e che aveva alimentato quel modello crolla
di schianto perché non ha dato risposte alla città, ma anche perché,
non essendo fondato sul diritto positivo ed oggettivo ma su un sistema
negoziale mercantile, ha lasciato crepe vistose e contraddizioni aperte
tra gli interessi dei diversi gruppi economici in campo. E questi
interessi si sono messi alla ricerca di altri interlocutori dopo aver
preso tutto quanto il veltronismo poteva dare. Anche per questo non mi
appassiona la casistica dei singoli immobiliaristi e l'approccio
moralistico che giudica l'effetto e non indaga le cause di un processo
gigantesco di arricchimento privato e di impoverimento sociale.
L'analisi di questi interessi edilizi e il loro rapporto con la
struttura dell'informazione e della comunicazione, la
commistione/compenetrazione di interesse privato e funzioni
direttamente o indirettamente pubbliche, sociali e di servizio, danno
conto sia del meccanismo che ha alimentato il grande consenso e sia
della dislocazione dei poteri che ha indotto la frana.
Purtroppo,
quando la sinistra arcobaleno ha cominciato ad interrogarsi su cosa
succedeva in città i danni erano stati compiuti. E come il Pasquino
della tradizione si è trovata al "ne ho prese tante…ma quante glie ne
ho dette!".
La sinistra, e Rifondazione in primo luogo, è stata
investita dal crollo perché non ha impedito che quel blocco di potere
si formasse; ha accettato che venissero stravolte le norme urbanistiche
e paesaggistiche che la stessa sinistra aveva conquistato a livello
regionale con la giunta Badaloni e che un insigne tecnico del diritto
urbanistico come Sergio Brenna considera tra le migliori e più avanzate
nel panorama delle legislazioni regionali.
Norme che difendo e
rivendico non solo perché le avevo promosse ma, soprattutto, perché
rappresentano la cultura che la sinistra ha prodotto in materia di
governo del territorio e tutela ambientale.
Oportet ut Report eveniat ,
si potrebbe dire parafrasando il detto evangelico che invita a muovere
dallo scandalo; se questo può servire per avviare il percorso di
costruzione del nuovo patto tra la sinistra e la società che ha bisogno
di un modello diverso di città.


20/05/2008


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