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Il fascismo del senso comune

Manifesto – 27.5.08

 

«Senza la speranza vince la cocaina» - Loris Campetti

Bologna - «Il carcerato almeno una speranza ce l'ha: quella di uscire dalla galera, per fine pena o tentando la fuga. Spesso si ha l'impressione che al giovane, al giovane operaio, sia negata anche la speranza di fuga. Se a un ragazzo togli la speranza di costruirsi un futuro gli hai tolto un diritto fondamentale». Il ragionamento di Emilio Rebecchi segue una logica stringente quanto disperante. Psichiatra, psicoanalista, attentissimo ai comportamenti giovanili e alle dinamiche sociali nei posti di lavoro, Rebecchi ha lavorato a molte ricerche e inchieste ed è a lui che chiediamo un aiuto per tentare di decodificare le ragioni che stanno dietro la spaventosa diffusione di sostanze stupefacenti nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. Il consumo di droghe tra i lavoratori non rappresenta certo una novità, ma oggi sono cambiate le motivazioni, le modalità del consumo, le stesse sostanze assunte e soprattutto, è cambiata la dimensione del fenomeno. Lo incontriamo nel suo studio sulla collina bolognese. «Io ho sempre apprezzato moltissimo Pantani. Mi ha colpito il ragionamento che faceva ancora prima di diventare un grande campione: 'io sono il più forte, diceva, ma se gli altri prendono le sostanze resto indietro. Bisognerebbe che tutti smettessero, e siccome questo non avviene sono costretto a prenderle anch'io'. Il ragionamento non fa una piega, ma così si alza il livello dello scontro. Conosco un gruppo di bolognesi che pratica il ciclismo per passione, diciamo che fanno cicloturismo. Lo sai che si bombano anche loro? Mica lo fanno per vincere, non c'è niente da vincere; lo fanno per competere, per reggere il livello degli altri. Per non lasciare adito a dubbi di sorta preciso subito che di questo gruppo non fa parte Romano Prodi». La competizione, il miglioramento delle prestazioni, sono i nodi centrali della chiave interpretativa che ci offre Rebecchi. Ma procediamo con ordine. «Io non criminalizzo la chimica: la chimica esiste, è utile in mille circostanze. Ma se la utilizzi per aumentare le tue prestazioni, sessuali, lavorative, persino per divertirti, allora vuol dire che c'è un problema. Intendiamoci, tanti artisti, poeti, scrittori hanno assunto droghe per curiosità, per conoscenza. Lo stesso Siegmund Freud. Ma stiamo parlando del Medio Evo. Oggi i ragazzi si drogano come noi si beveva il caffè o si succhiava il latte dalla mamma. Per loro farsi una striscia di coca o un'anfetamina è un fatto normale, persino ovvio. Senza alcuna solida motivazione il giovane diventa 'spontaneamente' consumatore. Incidono molto i modelli culturali (la competizione spinta all'esasperazione) e interviene un fatto imitativo. Così come da bambini si vuole andare al Burghy o al Mcdonald's perché lo fanno tutti a prescindere dalla schifezza che ti danno da mangiare, così qualche anno più tardi, con lo stesso atteggiamento, può capitare di farsi di cocaina. Questo segnala la presenza di un vuoto che spesso si tenta di riempire con la droga. E siccome la società è classista, se non hai soldi di famiglia, per pagarti la dose rubi, o spacci, o ti prostituisci». Arriviamo al mondo del lavoro. Se con le categorie interpretative classiche si comprendono alcuni comportamenti 'devianti' nel sottoproletariato, è più difficile farsene una ragione quando il soggetto interessato è l'operaio di fabbrica. «Saltano le differenze etiche. Ammettiamo pure che in fabbrica a spingerti al consumo possa essere una condizione difficile, segnata dalla fatica. La fatica alla linea di montaggio, dove la durata della mansione che si ripete sempre uguale a se stessa è al di sotto del minuto, provoca effetti negativi sulla salute dell'operaio, dolori, lombalgie. Una situazione di questo tipo farebbe pensare che la sostanza adatta ad alleviare la condizione di sofferenza sia l'eroina che è un anestetico e dunque attenua il peso e le conseguenze di un lavoro faticoso. Invece sempre più spesso la droga assunta, anche in fabbrica, è la cocaina. La cocaina è un eccitante, serve ad aumentare la produzione». Le parole di Rebecchi sono confermate dal racconto di tanti operai che abbiamo intervistato: il picco produttivo spesso e volentieri si verifica durante il lavoro notturno, il terzo turno che è quello dove il consumo di cocaina è più alto, anche per una rarefazione dei controlli. Se ne deduce, chiedo a Rebecchi, che la cocaina è funzionale alla produzione e dunque è una 'droga di sistema'? «Negli anni Settanta l'uso di sostanze poteva avere una qualche connotazione antisistema, oggi è tutta interna, verrebbe da dire funzionale al sistema. Non vale solo per gli operai, vale per i manager, per gli sportivi». In fabbrica c'è chi sostiene che si riesce a convivere meglio con l'eroina che non con la cocaina... «E' verissimo, con l'aggravante che la cocaina ha un'azione sulle arteriole, può provocare microinfarti. Alla lunga ti brucia il cervello. Un effetto analogo può essere provocato dalle anfetamine di cui è quasi sempre sconosciuta la composizione». Come si può intervenire rispetto a questo fenomeno, come si possono aiutare i giovani operai finiti nell'imbuto del consumo, in molti casi nello spaccio per potersi pagare la dose quotidiana? «La cosa che rende più difficile l'intervento è proprio la mancanza di motivazione sociale nella decisione di assumere sostanze, che non sia l'aumento della prestazione individuale e di conseguenza della produzione. Sei disarmato, anche gli strumenti tradizionali come la psicoanalisi sono spuntati. Ti può capitare di chiedere a un giovane paziente di fare delle libere associazioni, dopodiché a un certo punto ti domandi: ma che vuoi che associ questo poveraccio, se non ha un cazzo di idea nel cervello? Dico che ti senti disarmato perché se il giovane consumatore, che sia operaio o studente, non ha una motivazione, quando gli dici di smettere ti risponde semplicemente 'e perché? Mi piace'. Guarda che domani starai male, avrai delle conseguenze gravi sulla salute, gli contesti, ma ti accorgi che non glie ne frega niente. Il che vuol dire, lo ripeto, che nelle giovani generazioni c'è una caduta, una rinuncia a costruirsi un futuro, una prospettiva di vita». E la vita stessa perde di valore... «Senza ideali, non solo politici o religiosi ma semplicemente civili, si resta solo dentro una realtà durissima che non si sopporta più. Così si finisce per tornare all'infanzia, si regredisce allo stadio all'oralità. Vuoi dimostrare di essere più potente di chi ti sta vicino». La scelta può essere individuale, ma un fenomeno di queste proporzioni assume inevitabilmente un carattere sociale. Dice Rebecchi: «La regressione è legata alla natura della società in cui viviamo, e l'aumento della prestazione individuale, in qualsiasi campo, risponde al comandamento della competitività». Alcuni operai, a conferma di quanto ci dice Rebecchi, ci hanno spiegato che ci si fa, e si convince anche il partner o la partner a tirare coca, prima del rapporto sessuale per migliorare le prestazioni. «E' la logica maschile classica di chi vuole dimostrare che ce l'ha più lungo, la sessualità si riduce all'aspetto penetrativo. Pensi che in un rapporto sia questo e solo questo a interessare la donna. E ti esalti perché una striscia di cocaina ti fa sentire più potente ma non sai, o non ti interessa sapere che col tempo quella roba ti renderà impotente». Rientriamo in fabbrica. Alcuni operai sostengono che la cocaina aiuti la socializzazione con gli altri operai, oltre a migliorare la prestazione individuale. «Certo - risponde Rebecchi - ma è la socialità della colpevolezza, certo non è la socialità della condivisione. E' la denuncia estrema di una condizione di solitudine. E se in passato drogavi generazioni intere per mandarle a combattere e morire in guerra, oggi con la caduta dei valori le distruggi drogandole per farle produrre di più alla catena di montaggio». Rebecchi conclude il suo ragionamento tornando al concetto della mancata motivazione nell'assunzione di sostanze 'dopanti', da cui discende la mancata motivazione a smettere: «Il generale cinese Zhu De era dedito al consumo di oppio. Quando iniziò la Lunga marcia, prima di assumerne il comando fece una scelta, aveva una motivazione forte per smettere. L'unico luogo in cui era vietato il consumo dell'oppio era il fiume Yangtze, così salì su una barca che scendeva il fiume chiedendo al proprietario di non fargli mettere i piedi a terra per alcuni mesi, per nessuna ragione. Così, con una motivazione forte, vinse le sue due guerre». (4, fine)

 

Viaggio tra tute blu e polvere bianca

Le prime tre puntate di questa inchiesta sono uscite il 14 («Quanto tira la classe operaia», realizzata alla Sevel in Val di Sangro), il 16 («Un po' di coca e il turno se ne vola via», fatta alla Fiat-Sata di Melfi) e il 23 maggio («Tra fatica e coca, operai alla catena», puntata itinerante tra la Ferrari di Maranello e l'Ilva di Taranto). Della diffusione di sostanze stupefacenti sul lavoro, per esempio in edilizia, continueremo a occuparci sulle pagine normali del quotidiano.

 

Il fascismo del senso comune - Alessandro Portelli

Il raid squadristico al Pigneto «non ha matrice politica». Non hanno matrice politica l'assassinio di Verona, il rogo di Ponticelli, la morte dei due ragazzi ammazzati in motorino a via Nomentana, la morte di Hasan Nejl, non-persona abbandonata e ignorata nel centro chiamato di «accoglienza», l'aggressione a Christian Floris di Radio DeeGay. Non è una consolazione: è peggio. Non c'è più bisogno di ideologia e militanza fascista per praticare la prepotenza, l'aggressione dei tanti contro i soli, degli armati contro i disarmati, dei forti contro i deboli. Il fascismo non è più politica, è senso comune. A Roma questo senso comune fascista si esercita con una specie di strategia a tenaglia: da un lato, l'aggressione politica alla memoria democratica, dall'altro le sirene seduttive del «sindaco di tutti» Gianni Alemanno. Da un lato, hanno matrice politica la svastica sulla targa a via Montecuccoli, dove Rossellini filmò la scena più memorabile del nostro cinema democratico; la pretesa di Forza Nuova di tenere a Lettere (dove i camerati ammazzarono Paolo Rossi, dove è cresciuta la sinistra studentesca) un convegno su «le bugie dell'antifascismo»; l'idea di intitolare una strada al razzista e fucilatore Almirante. Le camicie nere, i saluti romani e i saluti al duce al Campidoglio la sera delle elezioni sono state rapidamente coperte dal perbenismo istituzionale, ma stanno lì, e si sentono autorizzate. Sull'altro versante, Alemanno va alle Fosse Ardeatine e a Porta San Paolo, parla di riconciliazione, fa riparare i danni alle vetrine del Pigneto, corteggia i vertici della comunità ebraica. Mentre la sua base elettorale si scatena lui si alimenta dell'inopinato clima di cooperazione bipartisan. Io non credo che Alemanno sparerà (metaforicamente!) addosso alla Roma antifascista. Piuttosto, ci avvelenerà lentamente, e senza che ce ne accorgiamo. Le parole - riconciliazione, comunità - possono sedurre un senso comune stanco di guerra e reso poco vigile dalla sconfitta. Ma sono avvelenate: una riconciliazione senza verità, e una comunità senza cuore. Rendere omaggio alle Fosse Ardeatine serve per equipararle ai «martiri» di Salò e legittimarli; la strada per Almirante si legittima col bilancino di una per Berlinguer. Già l'equiparazione formale tra fascisti e antifascisti è un insulto alla Repubblica; ma poi nei fatti non sono nemmeno uguali: loro hanno i «valori» e noi le «ideologie», il vento fascista ha il favore dei tempi e delle istituzioni, la cultura democratica è musealizzata e tollerata (e l'irresponsabile disponibilità al dialogo con questa gente condanna il Partito democratico all'irrilevanza). Così, la cosa peggiore è un piccolo provvedimento amministrativo: la cancellazione dei menù multietnici (facoltativi) sperimentata con successo nelle scuole di Roma. Altro che boccone avvelenato. I bambini devono crescere ignoranti e xenofobi, per dare vita alla restaurata «comunità» italica, senza macchia, e piena di paura.

 

«Ma quale razzismo, volevano farsi giustizia» - Sara Menafra

Roma - Ti viene il dubbio che il fascismo c'entri poco quando a prendere le difese degli aggressori del Pigneto ci si mette pure Dario Santilli, un passato da militante della sinistra con qualche accusa di terrorismo e oggi proprietario di un ristorante nel cuore del quartiere: «Farsi giustizia da soli è sbagliato, ed è giusto che chi s'è comportato così paghi, non lo metto in dubbio», ti spiega: «Però in questa zona ci sono negozi di immigrati che vendono alcol fino a tarda notte senza nessuna regola e piccole botteghe che coprono giri di droga e ricettazione. Sono anni che chiediamo l'intervento del municipio o delle forze dell'ordine. Non ci ascoltano e allora qualcuno ha pensato che i problemi potessero essere risolti come il Pigneto ha sempre fatto: all'interno, tanto lo Stato non funziona». «Non siamo razzisti». Sono le tre di un pomeriggio torrido e il quartiere romano incastrato tra Casilina e Prenestina si guarda attorno aspettando l'arrivo di quel corteo antirazzista in cui parecchi faticano a riconoscersi. Si sentono accusati ingiustamente, loro che, in più di un caso giurano di essere «di sinistra» e quasi sempre assicurano di avere ottimi rapporti con gli immigrati. Due anni fa, tutto il Pigneto è sceso in strada per dar manforte ai senegalesi di via Campobasso: insieme, contro un proprietario che voleva sfrattarli o aumentare l'affitto pagato «in nero». E adesso prendono le distanze, sì, ma non se la sentono di dare dei «fascisti» a quei venti giovani, capeggiati da un uomo più anziano, che sabato hanno assalito tre negozi gestiti da bengalesi urlando «andatevene» e prendendo a pretesto il furto di un portafogli avvenuto il giorno addietro. Mario, macellaio, s'affaccia dalle vetrine del suo negozietto scuotendo la testa: «E' vero, siamo tornati ai metodi di trent'anni fa. Ma una cosa gliel'assicuro, se nel mio negozio fossero capitate le cose che capitano in alcuni di quelli che hanno subito il raid, avrebbero sfondato pure le mie vetrine». Una Soho all'amatriciana. I problemi, a sentir loro, sono cominciati due o tre anni fa, quando l'economia del Pigneto s'è messa improvvisamente a correre e il quartiere s'è trasformato in una specie di Soho all'amatriciana. Se negli anni '80 c'erano quasi solo immigrati appena arrivati, d'improvviso sono arrivati studenti universitari, quindi attori, attrici, registi, intellettuali. Andrea Callisti, titolare dell'agenzia immobiliare di zona, l'unico nel raggio di chilometri con un impeccabile gessato blu, è certo del fatto suo: «Nel 2007, questo è stato il quartiere col più alto numero di compravendite nell'intero paese. Mediamente le case costano 4.000 euro al metroquadro, quasi quanto nel centro storico». Non lievitano solo i prezzi delle case: giusto in cima alla strada, l'ex fabbrica Sirono sta per essere trasformata in un albergo d'alto livello. E due traverse più in là, il cinema l'Aquila, sequestrato alla banda della Magliana nei primi anni '80, vanta una ricercata architettura di vetro e cemento. «Rischiava di trasformarsi in un cinema intellettuale e il quartiere ha discusso per mesi, anche sui forum del sito internet (www.pigneto.it ndr), tra i giovani coatti che volevano un posto normale, che proiettasse anche "Vacanze di natale" e gli studenti e intellettuali che lo volevano di tendenza. I proprietari alla fine hanno un po' mediato, ma c'è anche questo: i ragazzi del quartiere, quelli che sono nati qui e magari sono disoccupati, si sentono espropriati da questi studenti che arrivano e magari vomitano all'angolo o suonano i tamburi fino a notte fonda», racconta Diana Martinese, proprietaria del negozietto di fotografie proprio di fronte al luogo dell'aggressione di sabato scorso. «Tamburi da incubo». Bonghi, piccolo spaccio, birre e bottiglie un po' ovunque, il quartiere che negli anni '70 nascondeva la «mala», all'alba dell'estate 2008 si sveglia spaventato perché gli studenti si mettono a cantare e ballare persino a notte fonda. O perché l'altra domenica c'è stata una rissa coi coltelli, persino nel parco dove giocano i bambini. E, sopra ogni cosa, si racconta invaso dall'alcol, venduto da immigrati ma consumato quasi esclusivamente da italianissimi giovanotti. «Solo negli ultimi sei mesi, il comune ha dato dieci licenze per la vendita di bevande alcoliche», l'amara statistica di Dario. Ma poi ci sono quelli che non ce l'hanno e vendono birra lo stesso, quello del "Tutto a un euro", i negozietti di telefonate internazionali, c'è persino chi tiene le birre nascoste dietro ad un muro finto. E' per questo, che lasciano da parte le convinzioni politiche quando si tratta di insultare Gianni Alemanno e la sua idea di precipitarsi qui domenica a farsi immortalare mentre stringeva la mano ad uno spacciatore del quartiere, detto «professore» perché s'è specializzato nel commercio di pasticche. Il consigliere municipale Sandro Santilli, eletto con la Sinistra arcobaleno i suo concittadini dice di capirli bene: «La risposta da far west non è accettabile, ma quando i riflettori caleranno dovremo occuparci di tutelare meglio il territorio.Convocando ad un unico tavolo tutti i residenti».

 

Vietato il convegno di Forza Nuova - Giacomo Russo Spena

Roma - Un braccio di ferro tra le istituzioni universitarie e gli studenti che ha visto la vittoria dei collettivi antifascisti: il segretario di Forza Nuova, Roberto Fiore, giovedì mattina non andrà alla Sapienza di Roma. Il convegno «Foibe l'unica verità», richiesto da due giovani di Lotta studentesca (sigla legata a Fn), prima autorizzato dal preside della facoltà di Lettere e Filosofia, Guido Pescosolido, è stato poi revocato dal prorettore Luigi Frati. Messo alle strette dalla mobilitazione degli studenti antifascisti che ieri hanno occupato fin dalle prime ore del mattino la presidenza di Lettere minacciando di «resistere a oltranza». Anche se purtroppo, va detto, Fiore viene ormai considerato dai media italiani un interlocutore come tanti. Giusto per fare un esempio, proprio stamattina sarà ospite della trasmissione Rai Radio anch'io a parlare del problema razzismo e naziskin. Ma per gli studenti romani Fiore non è gradito: «E' un'importantissima vittoria di democratici e antifascisti - dicono - L'università pubblica non può e non deve concedere alcuno spazio ad iniziative ed organizzazioni di chiara marca neofascista come Forza Nuova». La giornata alla Sapienza è stata movimentata dal mattino con centinaia di giovani che hanno «assediato» la presidenza di Pescosolido. «Il preside deve immediatamente negare l'autorizzazione - hanno protestato - Fn è un'organizzazione anticostituzionale che diffonde odio e idee xenofobe». La loro protesta punta ad impedire «con ogni mezzo» lo svolgimento dell'iniziativa: «Vogliono tenere questo convegno per avvalorare le proprie assurde tesi negazioniste. Non lo permetteremo». E anche il luogo non sembra il più idoneo, come ricordano gli studenti: «Lettere è una facoltà antifascista, per memoria storica, attitudine e composizione, da sempre attraversata da pratiche di liberazione e rifiuto del razzismo». Il preside Pescosolido invece ha prima rivendicato il consenso dato al convegno, parlando di Fn come un partito costituzionale e di Fiore come legittimo esponente dell'europarlamento, per poi passare la patata bollente al prorettore Frati (data l'assenza del rettore Renato Guarini, impegnato in una visita ufficiale a Mosca) che ha invece revocato il dibattito per problemi di ordine pubblico, come confermato dallo stesso prefetto di Roma Carlo Mosca. Soddisfatti, gli studenti antifascisti hanno abbandonato la presidenza di Lettere e Filosofia. Qualcuno tra di loro aveva temuto il peggio: «La contrapposizione a Forza Nuova che ci sarebbe stata giovedì avrebbe prestato il fianco a vergognose strumentalizzazioni e a falsi teoremi sugli opposti estremismi». Il sindaco Alemanno era già pronto, dicono. Gli studenti hanno lanciato comunque un appello per costruire mercoledì mattina un convegno storico sui «fascismi vecchi e nuovi» e sul clima razzista e xenofobo che sta attraversando Roma e l'Italia: «Abbiamo chiamato a raccolta intellettuali, storici e docenti - spiegano gli "antifà" - perché si esprimano sul contesto storico delle foibe e sui valori della Resistenza». Mantenuto anche il presidio per giovedì mattina, in caso Fn volesse «forzare» il divieto.

 

L'immondizia del mondo - Fabrizia Remondino

Da quando ero bambina sotto i bombardamenti tedeschi, Napoli è stata sempre per me in stato di «emergenza» - basta leggere i libri di Domenico Rea sul dopoguerra. Che significa per me il verbo «emergere»? Questo: che quanto è nascosto, per esempio sotto i bei tappeti d'Italia e del mondo, qui, a Napoli, d'improvviso viene alla luce. L'immondizia napoletana altro non è che l'emergere di tutta l'immondizia prodotta nel mondo da un capitalismo sempre più selvaggio. Un capitalismo che dietro l'immaterialità dominante della finanza, tende a occultare i produttori di beni agricoli, industriali o altri, trasformandoli sempre più in consumatori, questi sempre virtuali. Quanto all'attacco al campo rom a Ponticelli, che c'entri o no la camorra, esso è la manifestazione, questa volta ferocissima a Napoli, delle infinite e antiche guerre fra poveri; così come antico e noto è l'accanimento contro il capro espiatorio. Poco prima di morire, Brandel scrisse che Napoli è la porta dell'Oriente verso l'Occidente e viceversa, perciò la città ha attratto tanti turisti nordici in cerca di esotismi, perciò, se vedi in Tv le folle che protestano contro le discariche, esse somigliano tanto alle folle di Gaza, Beirut, Rio de Janeiro, delle banliues francesi o dei ghetti neri o latinoamericani negli Usa. Brandel scrisse anche che dopo l'Unità d'Italia avrebbe auspicato che la capitale ne fosse Napoli, la città più popolosa e fra le più attive del tempo. Chissà, forse in quel caso la «questione meridionale» non si sarebbe posta. Appena arrivata all'età della ragione sono diventata una socialista anarchica pragmatica, la mia tesi di laurea su P.J. Proudhon uscì su Volontà nel 1965 la rivista fondata da Giovanna Berneri, vedova di Camillo, ucciso dagli stalinisti durante la guerra di Spagna. E tale sono rimasta occupandomi per quanto potevo in prima persona di bambini, analfabeti, disoccupati, operai in lotta contro la dismissione delle fabbriche, donne che chiedevano lavoro, asili, anticoncezionali e - a volte - solo il pane; battendomi contro i politici di destra o di sinistra che fossero. Ho condiviso così la perenne emergenza napoletana - i cui picchi sono stati l'eruzione del Vesuvio del '44, il colera del '73, al terremoto dell'80. Ma mi sembra che l'emergenza rifiuti acquisti una valenza simbolica particolare tanto in senso proprio che metaforico: si contrappone infatti a un mondo virtuale, quasi sempre mediatico, in cui il culto della bellezza dei corpi umani, della igiene ossessiva dieteca e medica, della pulizia etnica, tende a esorcizzare la sofferenza, la malattia, la morte, il contagio con il vicino. Sicché nell'immaginario collettivo, spesso inconscio, l'immondizia che sommerge Napoli assume la stessa valenza dell'eruzione del Vesuvio che ricoprì la bella e lussuosa Pompei dei ricchi e dei potenti del tempo. «Le ricette dei medici non servono, scrisse Kafka, la difficoltà risiede nei rapporti umani» E Kafka se ne intendeva, perché era stato assiduo frequentatore dei circoli anarchici di Praga, ma anche perché per circa 20 anni fu funzionario dell'Ispettorato boemo contro gli infortuni sul lavoro.

 

«Che follia, i veleni finirebbero nelle acque» - Ilaria Urbani

Napoli - Il professore Franco Ortolani è uno scienziato dell'ambiente, non improvvisa di certo e ad ogni inesattezza risponde con dati alla mano. Lo studioso che dirige il dipartimento di pianificazione e scienza del territorio all'università Federico II di Napoli è convinto che la discarica a Chiaiano non si può fare. Il suo non è certo un capriccio, così come non lo è per il resto dei componenti del tavolo tecnico scelto dai residenti della zona collinare della città e composto da Giovanni De' Medici, Aldo Loris Rossi, Cosimo Barbato e Angelo Spizzuoco. Professore, ci risiamo. Così come a Pianura e Serre, secondo voi, la scelta del governo è ancora una volta sbagliata... Ci tengo a precisare che il nostro non è un tavolo di parte, noi redigeremo una relazione istituzionale insieme ai tecnici dell'Arpac, della Seconda Università e ai tecnici del commissariato per l'emergenza. E qual è la vostra posizione? Prima di scegliere un sito si deve fare un'istruttoria tecnica, cosa che non è stata fatta. Ora si deve procedere subito alle rilevazioni, in ogni caso io ho provveduto già a documentare con un reportage fotografico che le fratture all'interno della cava di tufo sono tali da mettere in pericolo la falda acquifera. Vuole dire che le foto riescono a mostrare che la cava di tufo non è integra? Certo, sono lesioni macroscopiche. Si tratta di blocchi instabili. Ho già scritto tutto nell'indagine che ho presentato al sindaco di Napoli un mesetto fa. Il decreto del governo dice che la discarica verrebbe messa in sicurezza. Due teli e uno strato di argilla assicurano forse per una decina d'anni o forse anche meno. E comunque l'intera falda verrebbe messa in pericolo. Il sottosuolo si ricarica in corrispondenza della collina dei Camaldoli che fa defluire l'acqua in tutte le direzione. L'acqua piovana che si infiltra arriva nelle acque utilizzate per le irrigazioni. Il fondo di questa cave non si riempie mai, sono dotate di notevole permeabilità. Quindi l'acqua scorre velocemente. La falda si trova a 150 metri di profondità, ma la frattura permette una facile trasferibilità. Riempire questo fossato di sessanta, settanta metri di rifiuti, tra cui anche rifiuti pericolosi e non differenziati come avverrebbe a Chiaiano, avvolti da un pacchetto molto fragile, fa sì che il percolato aggressivo vada molto giù in profondità. E' ingovernabile ciò che a accade a tanti metri di profondità. Oltre ai miasmi che si espanderebbero tra le abitazioni, in un'area che conta quattro ospedali, quali sarebbero i danni per il sottosuolo? I cattivi odori per oltre 120 mila famiglie sono poco in confronto agli inquinamenti dei terreni. Ma questa non è una novità, anche se ci sono studi che dimostrano come i venti spirano proprio in questa zona collinare. Mentre al Nord si istituisce un commissariato per l'emergenza siccità sul Po, qui andiamo a contaminare acque pulite e zone con produzioni agricole pregiate. Nella zona tra Chiaiano e Marano si produce la ciliegia della Recca. I biogas che produrrebbe una discarica di questo tipo andrebbero oltre i 15 anni come si dice. Basta vedere a Contrada Pisani dove da quando è stato chiuso l'invaso nel '95 continuano ad esalare gas come prima. C'è uno spazio a Napoli e dintorni dove è possibile costruire una discarica da proporre come alternativa a quella di Chiaiano? Direi sicuramente di no. Studio il territorio napoletano da decenni, qui non ci sono le caratteristiche. Si possono fare aree di stoccaggio provvisorio, di compostaggio e di riciclo, ma non invasi per il talquale. Nel resto della Campania invece si possono trovare altre centinaia di aree più sicure e integre, basterebbe fare un'analisi a tappeto della regione per rendersene conto. Siamo all'abc di quello che significa governare. Qual è stato l'atteggiamento del commissariato quando avete avanzato le vostre perplessità su Chiaiano? Durante la riunione in Prefettura ieri i rapporti sono stati cordiali. Di solito invece non esistiamo. Vedremo...

 

Da Praga al Flaminio, proteste contro lo «scudo» - Aneta Carreri

Roma - Quarant'anni fa i carri armati sovietici mettevano fine a quella che è passata alla storia coma la primavera di Praga, oggi uno scudo spaziale progettato dagli Stati uniti la fa rivivere, a soli vent'anni dal crollo del comunismo. Contro l'installazione della base spaziale americana infatti è nato un movimento di protesta. L'opposizione è forte e i sondaggi parlano chiaro: i 2/3 della popolazione ceca sono contro il progetto. Il governo di Praga tra l'altro conta su una maggioranza risicata, anche grazie a due transfughi socialdemocratici e all'inaspettato puntello dei Verdi. Punto focale della protesta ora è lo sciopero della fame cominciato il 13 maggio dal leader del partito umanista ceco Jan Tamas insieme a Jan Bednar, che da oltre due anni si battono perché sia convocato un referendum tra i cittadini sull'istallazione dello scudo spaziale. E oggi non sono soli, perché il loro movimento di protesta miete adesioni in tutto il mondo. A Roma, a Piazzale Flaminio, incontriamo Federica Fratini, una giovane ricercatrice, portavoce dell'associazione umanista «Mondo senza guerre», che ha risposto all'appello lanciato da Praga iniziando uno sciopero della fame il 19 maggio insieme a Isabel Torres. Federica e Isabel sono molto deboli ma non hanno alcuna intenzione di arrendersi. «Abbiamo risposto a questa richiesta di aiuto che viene dalla Rep.Ceca», spiega Federica, «perché quello che sta accadendo non è solo un problema della repubblica Ceca ma riguarda tutti gli stati europei». Il presidio del Flaminio non è unico, «a Trieste Dino Mancarella ha iniziato lo sciopero una settimana fa. Mentre a Milano, Torino e Formia stanno facendo scioperi della fame a staffetta, due giorni per uno. Anche in altre città europee, da Londra a Berlino, Parigi e Bruxelles, attraverso presidi permanenti e gesti estremi come questi l'Europa si mobilita». Il progetto di Nmd (sistema missilistico nazionale) degli Stati uniti, aggiunge la ricercatrice, «è molto complesso, prevede la produzione di nuove armi e l'installazione di basi militari americane in diversi punti del pianeta. Il primo passo è l'installazione di un radar in Repubblica Ceca e di una base con missili intercettori in Polonia. E' una sistema estremamente pericoloso politicamente, come dimostrano le recenti tensioni con la Russia». Il presidio di protesta del Flaminio a Roma, e del resto le proteste praghesi, non hanno ricevuto grande attenzione dei media. Per questo oggi Federica Fratini, insieme a un altro esponente di «Mondo senza guerre», andranno al Quirinale per consegnare una lettera al presidente Giorgio Napolitano: chiederanno che intervenga «affinché si ponga attenzione alla protesta dilagata in Europa contro il progetto di scudo stellare in Repubblica ceca». E' un movimento europeo, senza dubbio. «Giornalisti , premi Nobel e uomini politici si stanno pronunciando; persone come Chomsky, Gorbaciov e membri del Congresso americano, affermano che tutto questo rischia di trasformare l'Europa in un bersaglio nucleare e non credono affatto che si tratti di un sistema di difesa, anzi è il contrario». L'Italia nel 2007, è entrata nel programma dello scudo anti missile che gli Usa vogliono estendere all'Europa: l'accordo è stato concluso in segreto, a renderlo pubblico per primo non è stato il governo Prodi ma gli Stati Uniti il 27 marzo 2007 e solo il 12 aprile 2007 il governo italiano lo ha confermato. L'accordo si tradurrà in Italia in una ulteriore militarizzazione della ricerca, a scapito di quella civile, e un ulteriore aumento della spesa militare italiana, già al settimo posto su scala mondiale. «L'idea che la scienza venga utilizzata per scopi militari, è raccapricciante», continua Federica. «Io sono una ricercatrice, mi occupo di biologia molecolare per scopi terapeutici e vedere che concentriamo le nostre capacità, come società umana, verso la distruzione anziché al benessere è inaccettabile , specie se lo si fa con i fondi pubblici. Per questo saremo promotori anche di una campagna fiscale, perché le tasse servono a migliorare la qualità della vita non a renderci più insicuri». Le condizioni di salute di Jan Bednar e Jan Tamas, al 13 giorno di digiuno, si stanno intanto aggravando giorno dopo giorno. Jan Bednar, tuttavia, ha deciso di andare avanti perché, dice, «ne il governo ceco né quelli europei hanno dato alcun segnale di voler aprire il dialogo».

 

A Pratica di Mare prove di guerra bipartisan - Manlio Dinucci

Gli incursori, lanciandosi da alta quota, piombano sull'«aeroporto da conquistare»: loro compito è individuare gli «obiettivi sensibili» e indicarli all'ora X ai «velivoli da attacco», i Tornado, che provvederanno a «neutralizzare eventuali minacce». E' iniziato così, all'apertura della «Giornata Azzurra» svoltasi domenica a Pratica di Mare, l'«evento tattico» che dimostra in modo realistico la capacità dell'aeronautica militare di portare a compimento «operazioni particolarmente incisive»: in questo caso specifico «la presa di un aeroporto in territorio ostile». In «condizioni reali», si precisa, l'operazione dovrebbe svolgersi di notte facendo leva sull'«effetto sorpresa». Subito dopo gli incursori, infatti, i caccia Tornado effettuano il primo «incisivo attacco» sull'aeroporto, colpendo con bombe di precisione gli obiettivi individuati e procedendo alla «bonifica» delle aree adiacenti. Scortati da caccia Eurofighter Typhoon, il cui compito è assicurare la «superiorità aerea», atterrano quindi i C-27J Spartan che sbarcano materiali e fucilieri. Altri vengono sbarcati da elicotteri HH-3F, mentre caccia Amx appoggiano le operazioni a terra sganciando bombe e sparando col cannone di bordo. Conquistato l'aeroporto, penseranno gli incursori e i fucilieri a «garantirne la sicurezza». Tale operazione, sottolinea l'aeronautica, si svolgerebbe in condizioni reali nel quadro di una «missione di stabilizzazione», effettuata da una coalizione «sotto l'egida dell'Onu», e per «rifornire di materiale sanitario e derrate alimentari la popolazione stremata da anni di conflitto». Ci si prepara ad altre «guerre umanitarie». Ad applaudire «l'evento tattico» c'era, naturalmente, il nuovo ministro della difesa Ignazio La Russa. Ma, accanto a lui, una presenza altrettanto importante: quella del ministro ombra della difesa Roberta Pinotti (Pd). A significare che, se oggi l'aeronautica è in grado di occupare con «l'effetto sorpresa» un aeroporto «in zone lontane dai confini nazionali», il merito va non solo ai governi di centro-destra ma anche a quelli di centro-sinistra. E' grazie a questa azione bipartisan che le forze armate italiane si stanno trasformando, come informa il capo di stato maggiore della difesa, in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Possono così garantire la «difesa degli interessi vitali del paese» in aree di «interesse strategico», che al momento comprendono Balcani, Europa orientale, regione del Caucaso, Africa settentrionale, Corno d'Africa, il vicino e Medio Oriente e il Golfo persico. La capacità di proiettare il «potere aereo» italiano sarà affidato a una «Expeditionary air task force» ad alta prontezza operativa, dotata di 45-50 velivoli, in grado di operare per sei mesi a grande distanza dal nostro territorio. Ne faranno parte anche gli F-35 Lightning, caccia statunitensi concepiti per tutte le missioni d'attacco, al cui sviluppo l'Italia sta partecipando quale partner di secondo livello con l'impegno di acquistarne oltre 130, in base a una serie di accordi stipulati a partire dal 1998 dai governi D'Alema, Berlusconi e Prodi. Tutto questo costa: l'Italia è salita, come spesa militare procapite, al sesto posto mondiale. E a pagare sono i cittadini, perché si tratta di denaro pubblico. La sola preparazione militare però non basta. Occorre preparare allo stesso tempo il consenso popolare al potenziamento della macchina bellica italiana. Per questo l'aeronautica ha definito l'esibizione di Pratica di Mare «uno dei momenti più importanti di comunicazione». Alla «presa di un aeroporto in territorio ostile» hanno assistito oltre 200mila persone, tra cui tante famiglie con i bambini, portati a questa lezione di cultura di guerra. L'ingresso era gratuito. Grazie anche ai numerosi sponsor: da Finmeccanica a Piaggio Aero, da Intesa Sanpaolo a Tiscali. A proposito: chissà se Renato Soru (oggi proprietario anche de «l'Unità») si è reso conto di aver contribuito in tal modo a rafforzare una servitù militare non meno pericolosa di quella territoriale. Quella mentale.

 

La Jugoslavia di Scheveningen - Ennio Remondino

Scheveningen è la spiaggia dell'Aja, Le Hague, per le due settimane in cui il Mare del Nord non ti trasforma direttamente in merluzzo surgelato. Dieci minuti di taxi dalla capitale amministrativa dell'Olanda da presepe e una sessantina di chilometri della felicemente peccaminosa e vivace Amsterdam. Scheveningen è anche la sola spiaggia in salita esistente al mondo. Superi alla tua sinistra il fortilizio-caserma del carcere Onu dietro cui si nascondono gli edifici ipermoderni dell'ipergalera vigilata da secondini iperpagati, e ti arrampichi in mare. Oltre il fronte delle dighe diventate ormai colline adornate di verde, molto più in alto delle strade che hai percorso. Paesi Bassi si chiamano, e vedendo il Mare del Nord che incombe, fa impressione. Come il presentarsi all'entrata della galera. Hai un bel cambiare il nome in versione politicamente corretta ma anche qui l'operatore ecologico continua a raccogliere immondizia, l'operatore sanitario a pulire i sederi dei pazienti e la polizia penitenziaria ad applicare diffidenza di mestiere, controlli d'obbligo e chiavi d'ordinanza. Filtro generale per visitatori e legali di tutti i detenuti, poi le strade carcerarie dei «comuni» e degli «internazionali» si dividono. Una delle mie fonti racconta di 10 diversi sbarramenti, con relativo giro di catenacci, un'altra ne riferisce 17. Comunque sia, il tuo galeotto ti aspetta, sia chiamato Gospodine Predsednice, Signor Presidente, o Signor Generale. L'ora del calcetto. I momenti di maggior tensione all'interno sono sempre quelli della partita di calcio. Calcetto con squadra a cinque. Tempo fa Mladen Natelic, detto «Tuta», ha commesso un fallaccio su Vojslav Seselj, detto «Voja», che piombando a terra con la sua mole ha fatto tremare la palestra. Gamba insanguinata, fischio del fallo e la polemica di sempre tra croati e serbi su chi pesta di più e per primo. Come tornare allo Stadio Maksimir di Zagabria nella partita storica tra Dinamo e Stella Rossa. Allora, 13 maggio del 1990, fu l'avvio delle contrapposte tifoserie della piazza nazionalista verso lo sfascio Jugoslavo. Fu la guerra. Nell'anno 2008, centro sportivo del carcere olandese di Scheveningen, Olanda, la gamba insanguinata appartiene al massiccio Seselj, serbo tra i serbi, ex vicepremier di Milosevic, ex segretario del partito ultranazionalista e ultra radicale al secondo posto nelle elezioni di domenica in Serbia, ma pronto a formare la sua maggioranza di governo. Contro, gli sfottò del più mingherlino Natelic, croato d'Erzegovina, meno intellettuale ma altrettanto accanito nazionalista delle recenti guerre balcaniche. Un assaggio dell'antico spirito jugoslavo fatto d'ironia, sfottò e sostanziale convivenza. Quasi che i due «sportivi» da ora d'aria, regrediti all'infanzia del collegio carcerario, accusati tutti di crimini di guerra, volessero tornare a quella Grande Jugoslavia che loro, adulti, erano riusciti a mandare a catafascio. Le celle di Scheveningen sono confortevoli. Camera da letto, piccolo soggiorno con seggiola, tavolino, Tv e, a richiesta, computer. Nella sala collettiva, un telefono internazionale a scheda. Un decente alloggio a tre stelle. Le docce purtroppo sono collettive. Come lo spazio che, dalle sette del mattino alle 20 e 30, ora del ritorno in cella, i 15 detenuti di ogni singolo braccio devono condividere. Soggiorno, cucina, spazio lettura, spazio di studio dei quintali di carte giudiziarie. Dalle 7 in poi, la socializzazione è nei fatti. Gli accudimenti personali. Ho sentito la signora di un detenuto illustre interrogare telefonicamente il marito sull'avvenuto lavaggio dei panni e la stiratura delle camicie. Se mai torneranno liberi saranno certamente degli uomini più umili. Pranzo in orario ospedaliero. O la mensa carceraria o l'ordinazione di materie prime, settimanale, a tuo carico. Cucina chi è capace. I più bravi sono i croati, forse per vicinanza con l'Italia, e quei serbi che sono stati soldati. Cella e «pennica» nell'ora del pranzo delle guardie poi sport, ora d'aria e altre attività. Seselj e Naletic, stesso braccio, ad esempio, giocavano per ore a scacchi. Ora il leader ultranazionalista serbo è molto dispiaciuto. Ha perso il suo croato preferito, condannato definitivamente a 25 anni di galera e trasferito, ad espiazione pena, in un carcere del nord Italia. Una notizia. Governanti accusati di aver armato assassini e criminali trasformati miracolosamente in patrioti. Quel bel pezzo di protagonisti dei dieci anni di macello balcanico, in carcere, tendono a somigliare a tanti Peter Pan della Jugoslavia Perduta della favola, che proprio loro hanno trasformato in incubo. Serbi e croati, bosniaci serbi, croati e bosniaci, kosovari serbi e kosovari albanesi, montenegrini. Con in più i fantasmi, a partire da quello di Slobodan Milosevic, sino agli invisibili Karadzic e Mladic. 161 incriminati, 43 dichiarati colpevoli, 8 assolti, 25 scagionati e 6 a giudizio nell'aldilà. Tutta la successione delle guerre balcaniche e tutte le varianti possibili dei nazionalismi contrapposti eppure tanto eguali tra loro. Quindici «ospiti» per blocco, a Scheveningen, detenzione rigorosamente interetnica, spazi comuni e poi, nelle due occasioni giornaliere di ora d'aria in cortile, l'incontro con i colleghi degli altri bracci. Se non è Jugo Nostalgia, sono certamente le Jugo Buone Maniere, a cominciare dall'uso della lingua. Serbo-croato anche per l'ex premier kosovaro, ex capo Uck e potente capo di un potente Fis (famiglia), l'albanese Ramush Haradinaj quando, incontrando nel cortile del passeggio l'ex presidente serbo Milan Milutinovic, gli si presenta con un correttissimo «Dobar dan gospodine Predsednice. Ja sam ...» (Buon giorno signor Presidente, io sono ...). Ora Haradinaj è in libertà tra le proteste unanimi a Belgrado, assolto in primo grado per moria di testimoni d'accusa dall'incriminazione di stragi contro civili serbi e rom (adesso lo stesso Tribunale dell'Aja che l'ha assolto ricorrerà in appello). E già minaccia di far cadere il governo di Pristina. Anche Milosevic, mi raccontano, godeva di grande rispetto tra gli altri detenuti. Ha fatto clamore, nel marzo 2006, l'annuncio funebre sui quotidiani belgradesi Politika e Vecernje novosti con le condoglianze per il loro «compagno dell'Aja» Milosevic, morto in carcere il giorno prima. Tra i firmatari, oltre ai serbi detenuti, anche quattro croati, a partire dal generale Ante Gotovina. In Croazia ci fu chi parlò di «un inganno dei media serbi», di «manipolazione politica». Arrivata la conferma di Gotovina, si disse allora di «solidarietà carceraria», «consuetudini che regnano in carcere», ma anche di «sentimenti cristiani», con tanto di benedizione della Chiesa cattolica di Zagabria. In pochi hanno ricordato la nota frase su «fratellanza e unità» dell'ex presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito. Sia una parvenza di «titoismo» di ritorno, sia la redenzione cristiana di qualcuno, sia la pura necessità di sopravvivenza nella detenzione. Una curiosità per tutti noi italiani-vaticani, le stanze carcerarie del sesso. A favorire, per quanto possibile, la sua pratica tra sessi diversi. Celletta angusta ma con letto matrimoniale. Il detenuto con la compagna in visita si presenta al secondino, ritira lenzuola di bucato e si chiude nell'alcova carceraria. Un'ora di tempo, che non è poco. Mi dicono che i figli di Scheveningen sono ormai molti. Un papà gioca col figlioletto piccolo in visita e, da croato, lo vezzeggia con «Il mio piccolo ustascia». Il bimbo, ormai educato alla scuola di Jugo-Scheveningen, sfotte, «No, io piccolo cetnik», a fare confusione tra nazionalismi che appaiono ormai caricature contrapposte. Quando la frotta dei visitatori viene spinta dal campanello lungo il percorso d'uscita, la donna bosniaca ingombrante di un altro figlio di Sheveningen in arrivo, fatica a trascinarsi dietro il ragazzino di tre anni, che finisce felicemente in braccio al «Cetnico» serbo che se lo accolla. Jugo-Sheveningen resiste anche oltre le mura simil medievali della fortezza. Tutti hanno il telefono di tutti. Lo scambio di solidarietà carceraria, dopo il macello sul campo, è un obbligo. Assieme allo scambio di cortesie all'interno. Le maniere cortesi. Non c'è compleanno o ricorrenza di calendario che non diventi occasione di Jugo-Cortesia. Per il suo recente compleanno, Ante Gotovina, il generale croato, ex caporale della Legion francese accusato di massacri contro i Serbi delle Kraine orientali, ha offerto maialino al forno ad ogni detenuto. Col riguardo del pollo, religiosamente corretto, per i musulmani di Bosnia e del Kosovo. La torta di tradizione l'avrebbe confezionata uno dei pochi serbi con abilità culinarie. Del resto a Jugo-Scheveningen si festeggia ogni Natale, prima quello cattolico e, 13 giorni dopo, quello ortodosso. Per la Pasqua, calcolo liturgico più complicato, dai croati arrivano uova di cioccolato e dai serbi quelle di gallina, ma decorate a mano. Albanesi e Bosniaci musulmani coinvolgono i colleghi galeotti nel Bayram del sacrificio di Abramo e in ogni fine Ramadan. Tempo fa, mi riferisce una «fonte», qualcuno ha assistito ad un litigio interno alla parte serba che, grazie all'ex procuratrice Carla Del Ponte, é largamente maggioritaria. Un ex amministratore locale che discute con un ex esponente del governo nazionale: «Perchè mi hai sempre bocciato le richieste di finanziamento per ristrutturare gli asili e le scuole elementari?». «Se ci chiedevi di migliorare le carceri i soldi te li avremmo dati subito. Credevi forse che a fiera finita ci avrebbero rimandato a scuola?». Sapore di freddura amara che nasconde sofferenze immani. Per tutti i Balcani ma anche dentro Jugo-Scheveningen. Ancora più amaro in bocca nell'assaggio belgradese delle recenti elezioni serbe, con annessa votazione tra i serbi resistenti del Kosovo. Ad inseguire gli stessi personaggi di ieri che non riesci proprio ad immaginare come costruttori di un domani credibile per questi poveri Jugo-Balcani. A Belgrado e a Bruxelles. Mentre emerge la sola certezza che, per formare il nuovo governo serbo è stato sdoganato, non solo e non tanto dai «nazionalisti» ma anche dai cosiddetti «filoeuropeisti», il Partito socialista che fu di Slobodan Milosevic.

 

Liberazione – 27.5.08

 

Kabul, Frattini e La Russa: sì alla Nato. Anche i militari italiani in prima linea - Frida Nacinovich

Il governo Berlusconi fa il primo passo in politica estera. Inciampa e cade ai piedi di George W. Bush. Da oggi la missione militare italiana in Afghanistan sarà un po' più di guerra e un po' meno di pace. La Casa bianca apprezza, il governo ombra di Walter Veltroni chiede lumi ai ministri veri, la sinistra extraparlamentare scuote la testa, le bandiere arcobaleno torneranno a sventolare dai balconi e dalle finestre del belpaese. Franco Frattini e Ignazio la Russa incontrano i loro colleghi europei degli Esteri e della Difesa, in discussione c'è la missione militare a Kabul. L'Italia porta a Bruxelles la sua disponibilità a un uso più «flessibile» dei 2.500 soldati in Afghanistan, compreso un loro eventuale impiego nelle zone dove è più attiva la guerriglia talebana. Dopo un faccia a faccia con il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, Frattini non esclude la possibilità che i soldati italiani si spostino nel sud dell'Afghanistan, il fronte più caldo del conflitto. Insomma si va alla guerra. «Dipenderà dalle esigenze operative e dalle richieste che ci faranno», spiega il ministro degli Esteri. Da parte sua La Russa - che è anche il reggente di Alleanza nazionale - precisa che la disponibilità italiana per un impiego più flessibile delle truppe riguarda solo il loro spostamento per eventuali emergenze in altre zone e non una loro ridislocazione permanente. «Non siamo restii, ove ve ne fosse la necessità, a prevedere interventi non stabili per dare una mano a chi si trovasse in difficoltà maggiori delle nostre», spiega. «Attualmente è una possibilità che esiste ma sono necessarie 36 o 72 ore, vogliamo arrivare a sei». In ogni caso, precisa La Russa, «non ipotizziamo un aumento delle nostre truppe in Afghanistan, anzi è prevista una forte diminuzione perché a settembre 250-300 soldati faranno rientro in Italia». E gli altri che faranno? L'offerta italiana è ovviamente apprezzata dalla Nato: Scheffer sottolinea più volte la necessità di una riflessione sui limiti imposti da alcuni paesi dell'Alleanza all'impiego delle loro truppe in Afghanistan. Ma da oggi la missione italiana sarà un po' più di guerra e un po' meno di pace. Ha vinto la destra, governa Berlusconi, la missione italiana non sarà più la stessa. Il governo accetta di buon grado le richieste di Washington e della Nato. L'amico George lo chiede, e un amico vale più di un tesoro. Specialmente se è il presidente degli Usa. Il ministro degli Esteri Frattini ribadisce da Bruxelles la disponibilità ad una modifica dei "caveat" delle truppe italiane in Afghanistan. I cosiddetti "caveat" sono quelle limitazioni che il governo pone all' impiego dei circa 2500 italiani schierati tra Kabul ed Herat nell'ambito della missione Nato "Isaf". Nella situazione attuale, i militari italiani non possono essere impiegati fuori dalla loro area di competenza - ad esempio a sud, dove è più forte la guerriglia taleban - se non in casi eccezionali e dopo l'autorizzazione del governo, che deve pronunciarsi entro 72 ore dalla richiesta del comandante della missione. Oggi, sia il titolare della Farnesina che il responsabile della Difesa, Ignazio La Russa, hanno affermato che l'obiettivo del governo italiano è introdurre, entro la fine di giugno, una maggiore "flessibilità", portando da 72 a 6 ore il tempo di risposta del governo ad un'eventuale richiesta di spostamento temporaneo delle truppe proveniente dagli alleati. In fretta e furia, anche per evitare tre giorni di polemiche interne. Militari flessibili e just in time, così come comanda il mercato. Il ministro-ombra della Difesa del Pd, Roberta Pinotti, definisce «sorprendenti» le dichiarazioni di Frattini e chiede che il governo chiarisca in Parlamento «quali modifiche intende apportare alla missione italiana in Afghanistan». Sull'argomento Frattini è fin troppo chiaro, ma la linea del Partito democratico obbliga a ragionare pacatamente, serenamente, senza fretta e senza cedere alle pressioni della sinistra extraparlamentare, radicale, antagonista, del no. Il minuetto maggioranza opposizione disgusta Elettra Deiana: «Appena insediato il ministro Frattini ha subito tranquillizzato la Nato e gli Stati Uniti in merito alla sudditanza dell'Italia rispetto alle direttive di Washington. Il miagolio che proviene dal Pd non riuscirà a contrastare questa nuova ondata guerrafondaia che, dopo l'esperienza irachena, rischia di portare con sé nuovi e drammatici dolori per gli italiani». Per l'esponente di Rifondazione comunista «la scomparsa della sinistra dal Parlamento ha spianato la strada a quanti, come Frattini e La Russa, non vedono l'ora di mostrare i muscoli e spedire i nostri militari sui fronti della guerra preventiva di Bush. Anche se fuori dal Palazzo, la sinistra costruirà la sua opposizione sociale alla guerra non mancherà di far sentire la sua voce». L'amico George lo chiede, re Silvio accetta di buon grado. Si sono sempre voluti bene i due, l'intesa sull'impiego just in time dei militari italiani è l'ennesima conferma. Zio Sam apprezzerà.

 

Pisapia: «Tribunali a rischio, non possono più occuparsi di reati ben più gravi e seri» - Gemma Contin

Non funziona la "superarma" del reato di clandestinità contro i migranti. Non può funzionare con le leggi e i meccanismi procedurali in vigore. Se c'era un dubbio sul fatto che la politica sicuritaria del governo di centrodestra non fosse che una boutade demagogica inapplicabile, ecco che da ieri è diventata una certezza per merito dell'intervento di un "tecnico", Bruno Tinti, magistrato aggiunto della Procura della Repubblica di Torino, che a pagina 31 della Stampa scrive che il reato di immigrazione clandestina, «che dovrebbe risollevare le patrie sorti e liberare l'Italia dalla piaga endemica dei clandestini», punito da 6 mesi a 4 anni di reclusione, non può funzionare. Le ragioni sono meritoriamente elencate, a cominciare dal fatto che come qualsiasi altra legge anche questa non può essere retroattiva e dunque si applicherà, casomai, soltanto ai nuovi ingressi non autorizzati e ai migranti pescati alla frontiera senza permesso di soggiorno. Tinti, per far capire dove casca l'asino, si inventa un extracomunitario virtuale cui affibbia il nome inequivocabile di Alì Ben Mohamed, di cui racconta l'odissea, a cominciare dal momento in cui viene individuato come clandestino, arrestato, rinchiuso in una cella, rinviato a giudizio per direttissima entro le 48 ore successive. Per tutto questo, scrive il magistrato, devono lavorare 24 ore su 24 «un pm, un giudice, due segretari, un cancelliere, un certo numero di poliziotti (chi lo ha arrestato, chi ha fatto rapporto, chi lo ha condotto in carcere), la scorta penitenziaria, un interprete e il funzionario amministrativo che gli liquiderà il compenso». Non solo, ma poiché c'è un certo numero di reati in circolazione che richiedono lo stesso giudizio per direttissima, come lo spaccio di droga, i vecchi reati della Bossi-Fini, il porto abusivo d'armi che va tanto di moda di questi tempi, con una media giornaliera di 15 o 20 processi, è del tutto evidente, precisa Tinti, che il processo per direttissima al nuovo immigrato clandestino Alì Ben Mohamed dovrà essere rinviato, nel 70% dei casi, da uno a sei mesi. Ma quasi sicuramente il nostro povero Alì sarà prosciolto perché il Codice Penale prevede all'articolo 54 una scrematura basata sullo stato di necessità e sulla pericolosità sociale; e comunque dovrà essere scarcerato in base alle norme che limitano la carcerazione preventiva per i reati meno gravi che non siano di mafia o di terrorismo. In ogni caso, sostiene il magistrato torinese, poiché il clandestino non deve rimanere in carcere ma deve essere espulso, il giudice che lo condanna per il reato di immigrazione clandestina non ne può ordinare l'incarcerazione ma deve ordinarne l'espulsione. «Tutto questo scenario - scrive Tinti - va moltiplicato per 650mila. Magari 650mila proprio no, forse 500 o 400mila. Chi lo sa? Tanto la magistratura deve solo attrezzarsi e ottemperare ai suoi compiti istituzionali senza sterili e incostituzionali lotte con il potere politico. E' ridicolo solo a pensarsi, figuriamoci dirlo o scriverlo». Perché? Perché 500mila processi per questo solo reato non potrebbero mai essere fatti, conclude Bruno Tinti: «E' vero che non si può peggiorare un sistema penale come il nostro, già morto del tutto. Ma forse non è il caso di essere così pessimisti. Forse non succederà niente di tutto questo». Come mai? Perché nessuno può essere punito per un reato che non era reato quando è stato commesso. E poiché il testo unico parla dello «straniero che fa ingresso nel territorio dello Stato in violazione delle presenti disposizioni», è del tutto evidente che i 650mila vecchi clandestini non solo assoggettabili a questa nuova fattispecie. Forse i nuovi, dice il procuratore aggiunto di Torino, ma per quelli, «se proprio non li si vuole, perché non espellerli con provvedimenti amministrativi dei questori, dei prefetti o dei sindaci, lasciando che i magistrati facciano il loro lavoro?». Già, perché? Giriamo la domanda a Giuliano Pisapia, avvocato penalista di noti processi a personaggi di ben altro spessore, che ci ha spiegato: «Questa situazione impedirà di fare i processi per i reati veramente gravi e per quelle condotte che danneggiano veramente le persone. E' chiaro che, se i magistrati dovranno occuparsi quotidianamente di questo tipo di processi, il problema del funzionamento della giustizia che c'è già oggi a maggior ragione ci sarà domani. Ma se la praticabilità concreta è tecnicamente impossibile, non solo non si risolverà il problema della clandestinità ma si rischia di mandare in carcere tutte quelle persone che arrivano già distrutte dal viaggio e dalla fame». Mi sembra, sottolinea Pisapia, che si sollevi solo il problema della inapplicabilità di questo reato, al quale «bisogna aggiungere che in ogni caso creerà un danno ulteriore a una giustizia già sull'orlo del collasso, impedendo di fare i processi per cose ben più serie. E inoltre bisogna ribadire che comporterà anche una serie di detenzioni di persone che invece avrebbero bisogno di assistenza, incorrendo in una situazione di illegalità internazionale per tutti quelli che dovrebbero essere considerati dei rifugiati che hanno tutto il diritto di ricevere asilo politico». Insomma, oltre a porsi anche un problema umanitario, l'Italia rischia di muoversi in aperto contrasto con le convenzioni internazionali, perché finirebbero in carcere molti che hanno diritti internazionali con conseguenze nefaste sotto il profilo degli accordi e dei diritti umani.

 

Londra, la città dei lunghi coltelli: 15 giovani uccisi dall'inizio dell'anno - Francesca Marretta

Londra - «Trovare un coltello addosso a tuo figlio è meglio che trovarne uno dentro tuo figlio». Lo slogan della campagna del ministero dell'Interno britannico contro il fenomeno della "knife culture", parte integrante di un piano da cinque milioni di sterline appena annunciato dal ministro Jaqui Smith, non ha fatto in tempo a salvare la vita di Rob Knox, 18 anni, ragazzo di buona famiglia che aveva recitato nell'ultimo film della serie Harry Potter, ucciso con una coltellata sabato, durante una rissa in un pub a Sidcup, nel Kent. Né quella del diciannovenne trovato agonizzante domenica alla stazione della metropolitana di East Ham Station, nella periferia est di Londra. A questi due episodi di violenza va aggiunta la brutale aggressione costata la vita ad un adolescente di origine asiatica massacrato di botte in un parco di Dewsbury, nel West Yorkshire, domenica, in pieno giorno, ucciso, secondo le prime indicazioni, da un gruppo di coetanei. L'omicidio è avvenuto al Crow Nest Park, affollato di visitatori per il bank-holiday week-end, il ponte di fine maggio. Dall'inizio dell'anno quattordici ragazzi sono morti accoltellati a Londra. Inquietante, per molte di queste vicende, la futilità della violenza. Nel caso del giovane middle-class Rob Knox, studente alla Hurstmere School, attore in erba e giocatore di rugby, l'aggressore, un ragazzo di 21 anni, era entrato nel Pub cercando chi gli aveva fregato il cellulare. Il giovane ucciso era intervenuto in difesa del fratello minore. Nella rissa sono rimasti feriti altri ragazzi, di cui uno in modo grave. Altri casi, come l'accoltellamento, di giorno, nella centralissima Oxford Street a Londra all'inizio del mese di Steven Bigby, 22, sono da ricollegarsi a una cultura di illegalità e violenza che si sviluppa nelle periferie. Il ragazzo era uscito di galera su cauzione con l'accusa di aver violentato una 16enne e di averne deturpato il corpo cospargendovi dell'acido per eliminare le tracce di Dna. Si trattava, dunque di un regolamento di conti. Altri sembrano storie da Arancia Meccanica. Un anno fa a Londra Evren Anil, 23 anni, laureato con ottimi voti era fermo al semaforo in auto con sua sorella. Due ragazzini, passando, hanno lanciato nel finestrino aperto una barretta di cioccolato mangiata a metà. Il giovane è uscito dall'auto per mandarli a quel paese. E' stato massacrato di botte, finito in coma e morto dopo una settimana in ospedale. Tutto questo è accaduto nella zona popolare zona di Crystal Palace a sud di Lonra. Ad aprile di quest'anno i due giovanissimi aggressori di 16 e 17 anni sono stati condannati a quattro anni di carcere. Secondo un rapporto interno di Scotland Yard di cui ha dato notizia The Independent on Sunday , mentre il livello di criminalità risulta, nel complesso, in calo nella capitale britannica, gli omicidi di giovani al di sotto dei vent'anni è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni, come sono raddoppiati i casi di violenza riconducibili alle gang giovanili composte da ragazzi dagli undici ai vent'anni. Per arginare il fenomeno il ministero dell'Interno e il sindaco Johnson hanno introdotto misure anti-crimine che prevedono operazioni di perquisizione per strada e l'istallazione di 550 metal-detector e 244 metal-scanner in alcune scuole e locali pubblici di Londra. Tuttavia, il recente inasprimento della pena per il possesso di armi da taglio (da due a quattro anni di reclusione), non ha finora portato a una diminuzione delle violenze. Segno che, per molti di questi ragazzini, sulla conseguenza da affrontare per l'azione violenta, prevale, di gran lunga, la causa che la scatena. «Un conto è trovare un condom o dei fiammiferi nelle tasche dei pantaloni di tuo figlio. Ma come la metti se ci trovi un coltello?». «Sa giá tutto sugli uccelli e le api. Ora gli devi parlare delle lame dei coltelli». Sono altri slogan della campagna del ministro dell'Interno britannico contro la violenza giovanile che saranno pubblicati sulle riviste femminili nei prossimi giorni. «Come madre di un adolescente so cosa significa non essere ascoltati» ha dichiarato il Ministro Smith. «Ma tutte le ricerche ci dicono che, sul fenomeno dei coltelli, i giovani rispettano le madri più di quanto si pensi. Le mamme hanno grande influenza nell'aiutare i figli a fare la scelta giusta e noi dobbiamo parlare alle madri dei pericoli che comporta portare un coltello». Per riassumere, la posizione del governo laburista, rivolta alla mamma (del resto ce n'è una sola, pazienza per chi è orfano o ha ma madre malata o in galera) dice leva il coltello di mano a tuo figlio, altrimenti finisce ammazzato. Uno studio presentato ad aprile di quest'anno dall'organizzazione Children's Charity, basato su interviste a ottocento giovani al di sotto dei venticinque anni dal quale dimostra che, senza che glielo dica mamma, esiste una conoscenza ampia del fenomeno tra i giovani, che dichiarano di sentirsi in pericolo nelle strade. Il 63% degli intervistati dichiara che una delle ragioni per portare addosso un coltello può essere "la propria difesa". Altre cause indicate sono droga (66%), immagine (63%) e vendetta (61%). Secondo la London's Metropolitan Police Authority, solo il 47% delle vittime di aggressione giovanile denuncia. Le attuali statistiche sul fenomeno sono dunque ampiamente approssimate per difetto.

 

La Stampa – 27.5.08

 

"Nessun cedimento, se arretriamo è la fine" - UGO MAGRI

ROMA - La mano tesa di Bertolaso ai comitati della rivolta non tragga in inganno sulle intenzioni del Cavaliere. Berlusconi è risoluto a procedere «fino in fondo», come ha dettato la linea domenica sera al capo della Polizia, Manganelli. Lo Stato «deve farsi valere con la massima energia ». Dialogo o non dialogo.Anzi, nell’ottica del premier sarebbe forse addirittura meglio senza, schiantando la resistenza barricadera nel nome della legge. Perché Chiaiano è diventata agli occhi di Berlusconi l’emblema di tutto quanto ostacola la Grande Modernizzazione: oggi le discariche, domani l’alta velocità, dopodomani il ponte sullo Stretto, in un futuro non troppo remoto le centrali nucleari. Se lo Stato arretra a Napoli, ripete Berlusconi ai suoi, «è la fine di un grande sogno ». Sa di giocarsi in pochi giorni l’intera posta della vittoria elettorale, perciò stringe i tempi. Conta di sbloccare in settimana la costruzione dei nuovi termovalorizzatori travolgendo ogni paletto, con semplice gara privata (la commessa verrebbe affidata direttamente a qualche mega-impresa statale). Altro che colpo di freno: il Cavaliere vuol premere ancora di più sull’acceleratore. Pare che il solito abusato schema falchi-colombe a Palazzo Chigi ormai non funzioni più. Intorno a Berlusconi volano solo uccelli rapaci. Perfino Letta, la prudenza fatta persona, stavolta gareggia in determinazione con Cicchitto, il duro della comitiva. Maroni ha ricevuto di nuovo ieri dal Cavaliere disposizioni chiarissime, trasmesse per via gerarchica al prefetto De Gennaro. Ma allora, come si spiega il dialogo spinto avanti da Bertolaso in queste stesse ore? A quale titolo il neosottosegretario per l’emergenza rifiuti cerca di venire a patti con le istituzioni locali? Un gioco delle parti, verrebbe da dire. Tutto secondo copione, confermano i berluscones. Confida Rotondi, campano e ministro per l’Attuazione del programma: «Bisogna partire dalla camorra e da quelli che sono i suoi obiettivi. Il piano criminale consiste nell’impedire che si aprano nuove discariche. Nemmeno una. In modo che qualche sindaco, spinto dalla disperazione, sia costretto a servirsi di quelle abusive. E contemporaneamente generare il grande business dei trasporti in altre regioni, o addirittura all’estero, soldi a palate per la malavita locale...». Certo, riconosce Rotondi, la protesta di Chiaiano è tipica di chi non gradisce i miasmi della discarica, famiglie intere sono scese in strada. Ma «l’esasperazione che si sta alimentando deve spingerci a domandare “cui prodest”, a chi giova. La strategia camorrista è esattamente quella di provocare il morto per dividere la politica.Manoi in questa trappola non ci vogliamo cadere». Occhi aperti, dunque. Nel quartier generale berlusconiano c’è chi mette in guardia: 3-400 poliziotti a Chiaiano sono troppo pochi, «per non rischiare di farsi sfuggire la situazione di mano il Viminale dovrebbe inviarne sul posto dieci volte tanto...». Il fronte politico sembra che regga. Veltroni fa suoi i distinguo di D’Alema, ricorrere alla forza dev’essere l’estremo rimedio, avverte, ma sono annotazioni di buonsenso. Le stesse che giungono dal Colle più alto, raffreddare gli animi per prevenire il peggio. Più importante ai fini pratici è la telefonata in spirito bipartisan che il segretario del Pd ha fatto a Tino Iannuzzi, segretario del suo partito in Campania, sollecitando forte collaborazione con Bertolaso nella localizzazione delle discariche. Di Pietro, per definizione, è dalla parte dei poliziotti. Quanto a Casini, non solo resiste alla tentazione di sgambettare l’ex amico Silvio sui rifiuti, ma addirittura lo surclassa nel pugno di ferro (e si toglie lo sfizio di lodare Galan, governatore azzurro del Veneto, che non vede l’ora di ospitare una centrale atomica sotto casa). O Chiaiano cede, con le buone o con le cattive, oppure Berlusconi ci rimette la faccia. Rotondi evoca la linea della fermezza ai tempi del caso Moro: «Oggi come 30 anni fa: nel momento in cui il governo dovesse mollare, si sancirebbe che al Sud d’Italia lo Stato non c’è più. Tanto varrebbe, a quel punto, fare la secessione ».

 

Pedofilia, forze di pace nel mirino

LONDRA - Numerosi bambini nelle zone di guerra o di crisi hanno subìto violenze, soprattutto sessuali, da parte di coloro che sono stati mandati là per aiutarli, operatori umanitari e peacekeeper. È la terribile denuncia dell’organizzazione umanitaria britannica Save the Children, che dopo aver effettuato alcune ricerche in Costa d’Avorio, Sudan e Haiti, auspica la creazione di un organismo internazionale di controllo ad hoc. Il rapporto di Save the Children è stato consegnato alle Nazioni unite. L’aspetto più scioccante, riferisce Save the Children, è che la gran parte di questi abusi sessuali restano segreti e quindi anche impuniti, dato anche il timore dei bambini di denunciarli. Una ragazzina di 13 anni ha raccontato alla Bbc come un gruppo di 10 peacekeeper dell’Onu l’ha violentata in un campo vicino la sua casa, abbandonandola a terra sanguinante e terrorizzata. Nessuna sanzione è stata comminata ai soldati. Heather Kerr, direttore dell’associazione in Costa d’Avorio, ha detto che finora è stato fatto troppo poco per aiutare le vittime. «Sicuramente si tratta di gruppi minoritari che sfruttano il loro potere per abusare sessualmente dei bambini e questi non hanno il coraggio per riferire quello che accade. Subiscono in silenzio gli abusi». Sebbene la comunità internazionale abbia promesso una politica di tolleranza zero verso gli abusi su minori, l’annuncio non è stato seguito da fatti concreti. «C’è una ragazza che dorme in strada e un gruppo di persone ha deciso di guadagnare qualcosa portandola ad un uomo che lavora per un’organizzazione internazionale. L’uomo ha dato alla ragazza un dollaro e lei era felice di vedere il denaro. Erano le due del mattino. L’uomo l’ha presa e l’ha stuprata. Il mattino dopo la ragazzina non riusciva a camminare». Questa è la testimonianza di un ragazzo di Haiti, una delle tante contenuta nel rapporto di Save the Children. I casi di abusi e di sfruttamento sessuale dei minori da parte della forze Onu di peacekeeping e operatori umanitari continuano a verificarsi in paesi in emergenza e sono sottostimati e poco documentati a causa della paura delle vittime di parlarne, ma anche per il timore delle popolazioni di perdere l’aiuto dell’Onu: «La gente non denuncia gli abusi perché ha paura che le agenzie smettano di lavorare qui e noi abbiamo bisogno di loro», dice un ragazzo del sud del Sudan. Con il Rapporto «Nessuno a cui dirlo» l'organizzazione esorta le agenzie internazionali ad adottare precise misure per fare fronte al problema. La ricerca è frutto di interviste, gruppi di discussione e incontri che hanno coinvolto bambini, bambine, operatori umanitari, personale delle missioni Onu di peacekeeping, addetti alla sicurezza, in nazioni in situazioni di emergenza o post conflitto. L’inchiesta segue di 2 anni uno studio analogo condotto in Liberia da Save the Children. «Nonostante le recenti dichiarazioni di impegno a risolvere il problema da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali», commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, «il nostro rapporto documenta come abusi nei confronti di minori permangano e continuino in paesi e aree in emergenza e come queste situazioni restino per lo più sommerse. E` necessario fare molto di più affinché i bambini non continuino a soffrire in silenzio e siano invece incoraggiati e aiutati a denunciare quanto hanno subito». Secondo il dossier di Save the Children, i bambini vittime degli abusi da parte di adulti che lavorano per la comunità internazionale sono in prevalenza bambine e l'età media delle vittime è di 14-15 anni, anche se il rapporto attesta di abusi anche ai danni di bambini di 6 anni. Per quanto riguarda il profilo o la provenienza degli abusanti, il rapporto rileva che possono appartenere a qualsiasi organizzazione, sia essa umanitaria, o di peacekeeping o di sicurezza; avere qualsiasi livello o grado, dai più bassi, guardie, autisti, ai più alti, manageriali; fare parte dello staff locale o internazionale. Tuttavia il personale delle missioni di pace risulta quello numericamente più coinvolto: dei 38 gruppi di lavoro in cui si è svolta la ricerca di Save the Children, 20 hanno indicato nei peacekeepers gli autori più frequenti degli abusi. Un dato confermato anche dalle Nazioni Unite: sul totale delle denunce di sesso con minori a carico di operatori Onu nel 2005, 60 su 67 riguardano le truppe del Dipartimento Onu delle Operazioni di Peacekeeping (Dpko).

 

Repubblica – 27.5.08

 

La città che gioca con i suoi vizi - GIUSEPPE D'AVANZO

Scaltrissima, Napoli anche in quest'occasione non ha alcuna intenzione di mettersi finalmente davanti allo specchio, di guardarsi le rughe profonde o la bocca sdentata, di annusare il cattivo odore del suo corpo, di dirsi - allo specchio, almeno così in privato - il disagio, il dolore, la sofferenza del suo collasso. È tanto attossicata dal suo non-essere (non è più una capitale; non è più ricca; non è più "illuminata"; non è più né colta né popolare; non è più cortese e tollerante; non è più intelligente e arguta; non è più moderna) da non avvertirne nemmeno i sintomi. Nemmeno tonnellate e tonnellate di immondizia riescono a scuoterla, a essere almeno un "sintomo" per una città che appare come anestetizzata dalla sua stessa, lenta e mortale malattia. I napoletani appaiono oggi - come incoraggia la cultura plebea che li sovrasta - irresponsabili, privi di speranza, senza alcuna identità da proteggere o passione civica da coltivare, senza alcuna aspettativa da condividere con gli altri, senza alcuna prospettiva di guardare il mondo. O, al mondo, di raccontarsi per trovare almeno una ragione alla sua catastrofe e - quindi - una possibile cura per rimettersi in piedi. Napoli è docilmente rassegnata a diventare "lo scarto" del Paese. È un antico trucco della città, giocare con i propri vizi per non affrontarli. Ostentarli addirittura, a chi la osserva e la racconta, come fossero oscene, irredimibili colpe originarie. In fondo, è a questo prezzo che la città è entrata nella modernità accettando che la pluralità delle sue voci, delle sue risorse, della sua diversità, dell'alterità delle sue forme di vita diventassero - per una cultura dello sviluppo crudamente economicistica - limiti, deficit, patologie da rimuovere. "Pensata" sempre dagli altri, Napoli ha accettato di essere quel "pensiero" nell'illusione collettiva e tragica che una "recita" mimetica, una commedia - e la contemplazione soddisfatta di se stessa - la rendessero accettabile e accettata. "Moderna", come ci si attendeva che diventasse e fosse, pure nella sua marginalità cui sono stati sacrificati, come ha osservato Franco Cassano, territorio, ambiente, legalità, cultura, bellezza, luoghi sociali, istituzioni pubbliche, élites, futuro. Anche la catastrofe della monnezza o la crisi di Chiaiano sono "pensate" altrove e Napoli, come inabile ormai ad autorappresentarsi o a riflettere su stessa in autonomia, si lascia rappresentare come un "inferno" chiuso in cui si finisce per non vedere, per non orientarsi. L'inettitudine del ceto politico - la sua complicità e mediocre, ostinatissima autoreferenzialità - si sovrappone all'invasività famelica della camorra - una camorra immaginata grande, onnipresente, onnipotente, una camorra con la C maiuscola - e, insieme, sostengono e sono sostenute da una società civile complice o dell'uno o dell'altra; o insieme dell'uno e dell'altra. Da questa geenna si può soltanto fuggire, la si può soltanto abbandonare al suo infausto destino e dunque alla sua immobilità ineluttabile. Non è che questa rappresentazione sia immaginata. Il centrosinistra di Antonio Bassolino ha costruito le sue fortune politiche come "partito della spesa pubblica", alimentando cinicamente l'"emergenza rifiuti", come "occasione"; sollecitando una gestione incontrollata delle risorse - europee, in questa nuova edizione; allargando un "blocco di potere", un "magma sociale" (dal professionista al pregiudicato) verticale e socialmente differenziato, che ha ospitato la "mediazione sociale" di una camorra, già grassa dei profitti accumulati dallo smaltimento dei rifiuti industriali e tossici del Nord. E' questo l'inferno che sconforta chi guarda da lontano. E tuttavia, diceva Italo Calvino, nell'inferno ci sono soltanto due modi per sopravvivere. "Il primo è accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più": è la strada che Napoli e i napoletani hanno percorso e che li rende ciechi, muti, insensibili dinanzi alla catastrofe. Il secondo modo "è rischioso, esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio". Questo "malgrado tutto" può apparire povera cosa, ma è la sola formula che oggi può arrestare la rovina di Napoli, l'unica bandiera che i napoletani potrebbero (dovrebbero) agitare. Anche a Chiaiano c'è un "malgrado tutto" da raccontare, un "non inferno" da ricordare. Il presidente della municipalità, i sindaci di Marano e Mugnano - la politica, la rappresentanza - appaiono credibili per i cittadini e per le istituzioni. Sono capaci di dialogo. Lasciano cadere ogni politica del "no". Il degrado urbano di queste periferie non deve lasciar pensare a un esclusivo degrado sociale. Negli ultimi anni il carovita cittadino, l'alto costo degli affitti, la speculazione edilizia ha visto muoversi verso i bordi della città quote di cittadini "consapevoli", non rassegnati alla violenza e al disordine che li circonda. Chiedono - con molte ragioni - una soluzione che rispetti le decisioni del governo nella tutela ambientale dei luoghi, e sanitaria dei cittadini. La popolazione delle tre comunità (Chiaiano, Marano, Mugnano) che si affacciano sulle cave destinate a discarica non è caparbiamente ostile. Nei capannelli lungo Poggio Vallesana si sente anche dire. "Non possiamo dire soltanto no?" tra il consenso di chi ascolta. Quel che si chiede non è la luna. E' di poter partecipare ai controlli, alle verifiche ripristinando una strategia di fiducia con le istituzioni. Questo solco è stato tracciato ieri - e confermato oggi - dagli incontri con Bertolaso. E' un confine che isola chi rifiuta la legalità, chi sceglie la violenza. E' lo sbarramento che dovrebbe trascinare allo scoperto chi vuole risolvere la questione con il fuoco e il ferro. Non c'è la camorra dietro quelle barricate che devono essere rimosse nelle prossime ore. Non c'è la camorra con la C maiuscola e sarebbe un errore enfatizzarne la potenza, la pervasività. È delinquenza di quartiere che ha piccoli interessi edilizi intorno alle cave e li vedrebbe impoveriti dallo smaltimento dei rifiuti. Ingaggia bande di ultras, facili alla cocaina, già viste in azione nella "battaglia" di Pianura, intorno ai roghi dei capi rom di Ponticelli. È questa delinquenza che sfida lo Stato e ha la possibilità di farcela soltanto se protetta dalla presenza di bambini, donne, anziani. Senza questa inconsapevole difesa, è perduta. E' contro di essa che dovrebbe muovere una prova di forza del governo che ci si augura non sia indiscriminata, brutale ostentazione muscolare. Se osservata con attenzione e senza pregiudiziali semplificazioni, la crisi di Chiaiano mostra che nell'"inferno" c'è anche traccia di ciò che non lo è. Bisogna "farlo durare e dargli spazio" con pazienza e chi lo sa che anche Napoli riesca a mettersi finalmente davanti a quel benedetto specchio per trovare decenza e dignità.

 

Risparmiateci via Almirante - FRANCESCO MERLO

Povero Almirante. La via di Roma che il sindaco Alemanno devotamente vorrebbe intitolargli non solo rischia di condannarlo per sempre a quell'idea di fucilatore che a sinistra avevamo di lui. Ma in più lo svilisce a ingrediente di un'insipida insalata toponomastica, di una par condicio viaria: se le proposte di Alemanno verranno accettate, al centro di Roma ci sarà infatti il Foro Fanfani dal quale si dipartiranno a sinistra Viale Berlinguer e Vicolo Craxi, e a destra il Nuovo Corso Almirante. Il sindaco ha spiegato che lo scopo di questa sua idea di lapidare - mettere in lapide - i cadaveri di faziosa lacrimatura sarebbe la pacificazione degli italiani, evidentemente non nel senso di farli vivere in pace, ma in quello di farli ridere in pace. Mancano solo le prenotazioni a futuro loculo: fra cent'anni ci sarà il cortile antagonista Bertinotti; a Veltroni toccherà almeno un quartiere; e, perché no?, un romantico vialetto verrà intitolato a Sandra e Clemente. La verità è che questi amministratori di An, anche i migliori tra loro come il sindaco Alemanno, mostrano di essere goffi e impacciati. Di sicuro riaprendo, e proprio con Almirante, la guerra civile della toponomastica, rischiano di trasformare in folklore un problema che potrebbe anche avere una sua legittimità storica e simbolica. E' evidente che Alemanno - e con lui il ministro Andrea Ronchi e il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri - si inventano la Grosse Koalition cimiteriale, e sarebbero magari disposti a intitolare strade persino a Mara Cagol e a Giangiacomo Feltrinelli, pur di ottenere nella storia d'Italia un posto per il fondatore del Msi, che attualmente nei libri occupa appena qualche cenno greve e distratto. Ma si può rifare la storia "strada facendo"? E bisogna aggiungere che se l'avesse fatta qualcun altro, un ex nemico piuttosto che gli ex allievi, la proposta di intitolare una via ad Almirante sarebbe stata magari sbagliata, ma almeno insospettabile. Invece un fazioso omaggio toponomastico non solo non risarcirebbe Alimirante, inchiodandolo al teschio nero e alle foto con gli sprangatori che ancora arredano gli archivi dei giornali e la nostra memoria, ma sarebbe anche un brutto segnale per la nuova stagione di governo, che dovrebbe al contrario marcare la discontinuità con un passato ancora troppo recente: gli anni Settanta. Il bisogno di dissotterrare e risarcire i propri morti con periodici incendi emotivi svela che c'è un'anima di An che forse si sente umiliata e minacciata da una identità istituzionale ormai troppo composta e discreta. Le radici di Alemanno e Gasparri, le bandiere, il passato che ancora li inorgoglisce non è certo quello fascista che non ha nulla a che vedere con loro. Essi celebrano e mitizzano il passato missino, sfogliano e onorano l'album di famiglia della destra italiana degli anni Settanta. L'etica e la solidarietà che li cementa è la memoria del Msi di Almirante appunto, esaltato come campione della democrazia italiana. Ma l'estremismo di destra è un piccolo cimitero di vittime e di carnefici. Chi ha dimenticato l'Italia degli anni Settanta - ma chi l'ha dimenticata? - potrebbe prendere per buone le vibrazioni di orgoglio di Alemanno anche perché ci furono effettivamente vittime innocenti e pulite tra quei giovani, e bene ha fatto Veltroni a rendere onore, con una passione che a tutti - anche a destra - è parsa sincera, alla memoria dei fratelli Mattei orrendamente bruciati vivi da un commando di vigliacchi terroristi di Potere Operaio. Ma i picchiatori fascisti non sono un'invenzione della propaganda di sinistra. Non erano animelle candide i giovani estremisti neri che Alemanno spesso compiange. Alcuni di loro organizzavano spedizioni punitive e agguati vigliacchi, aggredivano e colpivano, e qualcuno è saltato in aria fabbricando e sistemando bombe, e c'è stato un terrorismo nero che ha ucciso e ha accoltellato. E' vero che lo spirito del tempo proteggeva di più la violenza dell'estrema sinistra, ma la violenza nera di quegli anni non fu legittima difesa né tanto meno eroismo. Chiediamoci dunque, al netto della goffaggine, cosa vuole sostenere Alemanno proponendo di intitolare una via di Roma a Giorgio Almirante. Forse che liberò l'Italia dai rancori eversivi fascisti disinnescandoli dentro il Msi, partito borghese salazariano croce e ordine? O ancora che, come aveva fatto Togliatti dopo l'attentato di Pallante, Almirante sconfessò e disarmò il terrorismo nero? Oppure che, rendendo omaggio alla salma di Berlinguer, è stato un precursore della pacificazione? Alemanno vuole ricordare Almirante per il razzismo giovanile o per l'abiura che di quel razzismo pronunziò da vecchio? Invece di lapidare i cadaveri con accanimento nostalgico-ideologico ci porti, Alemanno, i libri, gli studi, i documenti, le testimonianze. Ragioni e si confronti nei convegni seri con gli storici che ricordano Almirante come un fucilatore; e con chi dall'esterno non riusciva a distinguere tra manganello e doppiopetto. Alemanno liberi, se ci riesce, questo personaggio complesso dall'ambiguità e dalla doppiezza che in tanti gli attribuiamo. Insomma provi a convincerci. Diceva in vita il suo Almirante: "Quando vedi la tua verità fiorire sulle labbra del nemico devi gioire perché è il segno della vittoria". Nessuno può sapere cosa direbbe da morto. Ma forse, come il cadavere di Polidoro che Enea sfruttava per addobbare l'altare della sua città, anche quello di Almirante mormorerebbe: "parce sepulto", risparmiami.


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