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Appello

Manifesto – 29.5.08

 

Appello. La deriva del razzismo

Siamo persone - storici, giuristi, antropologi, sociologi e filosofi - che da tempo si occupano di razzismo. Il nostro vissuto, i nostri studi e la nostra esperienza professionale ci hanno condotto ad analizzare i processi di diffusione del pregiudizio razzista e i meccanismi di attivazione del razzismo di massa. Per questo destano in noi vive preoccupazioni gli avvenimenti di questi giorni. Le aggressioni agli insediamenti rom, le deportazioni, i roghi degenerati in veri e propri pogrom, e le gravi misure preannunciate dal governo col pretesto di rispondere alla domanda di sicurezza posta da una parte della cittadinanza. Avvertiamo il pericolo che possa accadere qualcosa di terribile: qualcosa di nuovo ma non di inedito. La violenza razzista non nasce oggi in Italia. Come nel resto dell'Europa, essa è stata, tra 800 e 900, un corollario della modernizzazione del Paese. Negli ultimi decenni è stata alimentata dalla strumentalizzazione politica degli effetti sociali della globalizzazione, a cominciare dall'incremento dei flussi migratori e dalle conseguenze degli enormi differenziali salariali. Con ogni probabilità, nel corso di questi venti anni è stata sottovalutata la gravità di taluni fenomeni. Nonostante ripetuti allarmi, è stato banalizzato il diffondersi di mitologie neo-etniche e si è voluto ignorare il ritorno di ideologie razziste di chiara matrice nazifascista. Ma oggi si rischia un salto di qualità nella misura in cui tendono a saltare i dispositivi di interdizione che hanno sin qui impedito il riaffermarsi di un senso comune razzista e di pratiche razziste di massa. Gli avvenimenti di questi giorni, spesso amplificati e distorti dalla stampa, rischiano di riabilitare il razzismo come reazione legittima a comportamenti devianti e a minacce reali o presunte. Ma qualora nell'immaginario collettivo il razzismo cessasse di apparire una pratica censurabile per assumere i connotati di un «nuovo diritto», allora davvero varcheremmo una soglia cruciale, al di là della quale potrebbero innescarsi processi non più governabili. Vorremmo che questo allarme venisse raccolto da tutti, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, dagli amministratori locali, dagli insegnanti e dagli operatori dell'informazione. Non ci interessa in questa sede la polemica politica. Il pericolo ci appare troppo grave, tale da porre a repentaglio le fondamenta stesse della convivenza civile, come già accadde nel secolo scorso - e anche allora i rom furono tra le vittime designate della violenza razzista. Mai come in questi giorni ci è apparso chiaro come avesse ragione Primo Levi nel paventare la possibilità che quell'atroce passato tornasse.

*** Marco Aime, Etienne Balibar, Rita Bernardini, Alberto Burgio, Carlo Cartocci, Tullia Catalan, Enzo Collotti, Alessandro Dal Lago, Giuseppe Di Lello, Angelo d'Orsi, Giuseppe Faso, Mercedes Frias, Gianluca Gabrielli, Clara Gallini, Pupa Garribba, Francesco Germinario, Patrizio Gonnella, Gianfranco Laccone, Maria Immacolata Macioti, Brunello Mantelli, Giovanni Miccoli, Filippo Miraglia, Giuseppe Mosconi, Grazia Naletto, Michele Nani, Salvatore Palidda, Marco Perduca, Giovanni Pizza, Pier Paolo Poggio, Carlo Postiglione, Enrico Pugliese, Anna Maria Rivera, Rossella Ropa, Emilio Santoro, Katia Scannavini, Renate Siebert, Gianfranco Spadaccia, Elena Spinelli, Ciro Tarantino, Giacomo Todeschini, Nicola Tranfaglia, Alessandro Triulzi, Fulvio Vassallo Paleologo, Barbara Valmorin, Danilo Zolo.

Per adesioni: razzismodimassa@gmail.com

 

Un presidente senza «basi» - Valentino Parlato

Si può parlar male della terza carica dello stato. Si può dire, con convinzione, che Gianfranco Fini non è adatto al ruolo di presidente della camera. Si deve concludere a meno di un mese dal suo insediamento che non sono bastati gli ultimi tredici anni di governo, convenzione europea, viaggi in Israele a cancellare quella traccia che a Fiuggi era stata solo un po' sciacquata. La cultura democratica non si distribuisce ad Arcore. Fini ne ha poca, o non c'è l'ha. Qui non vorrei parlare di quello che il presidente della camera ha detto ieri a proposito del suo maestro Almirante. Sciocchezze pericolose, come il fatto che sarebbe grazie ad Almirante che la democrazia italiana è più salda. Parole che indignano, che preoccupano, appunto, ma che non sorprendono. Luciano Violante ieri sul Corriere della Sera ha sostenuto più o meno le stesse cose. Qui vorrei ricordare tre episodi che secondo me non hanno ricevuto l'attenzione necessaria. Ci consegnano Gianfranco Fini nello svolgimento del suo lavoro: il presidente dell'assemblea rappresentativa degli elettori, il parlamento. Il primo episodio è di qualche giorno fa. Stava intervenendo Antonio Di Pietro ma la maggioranza, quella composta dal partito di Fini, lo interrompeva non facendolo parlare. Al che Fini, da presidente dell'assemblea, è intervenuto per zittire i suoi. E a Di Pietro ha detto: ognuno dev'essere libero di dire quello che pensa, ma «dipende da quello che si dice». E già qui, forse, qualcuno, magari il capo dello stato, sarebbe potuto intervenire per ricordare alla terza carica dello stato che il parlamento di Roma non è quello di Salò (a proposito di Almirante). Il secondo e il terzo episodio sono di ieri. Gianfranco Fini ha ottenuto la celebrazione del parlamento per il suo padre politico nel ventennale della morte. Giustamente un deputato del partito democratico (Emanuele Fiano) ha ricordato quello che scriveva Almirante su La difesa della razza: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti...». Fini, ripeto presidente di tutta l'aula, si è sentito in dovere di replicare come un deputato qualsiasi. Si è sentito chiamato in causa. Ha definito «vergognose» quelle parole di Almirante e ci mancherebbe altro. Ma quello che è grave è che ha voluto subito dopo ridimensionarle, sostenendo che anche altre personalità non di destra sostenevano quelle idee durante il fascismo. Ora, a parte il fatto che Almirante continuò a sostenerle anche in seguito il punto è che il presidente Fini non è stato messo su quella poltrona per difendere la memoria di Almirante (anche se forse è finito su quella poltrona proprio grazie ad Almirante, ma è una storia lunga). L'ultimo episodio poi è stato talmente clamoroso da far protestare anche la scialba opposizione democratica, che invece è sempre attenta a rispettare la maggioranza e a non rovinare il clima di dialogo. Il governo si è ficcato in un impiccio, ieri pomeriggio, e Fini dalla sua poltrona presidenziale ha suggerito come cambiare un emendamento per rispondere alle osservazioni dell'opposizione. Seduto sotto di lui quello che era il suo portavoce Ronchi, nel frattempo diventato ministro, ha ringraziato e immediatamente accolto il suggerimento del presidente della camera, cambiando l'emendamento. E' stata una figuraccia? Sì, ma è stata anche l'ennesima dimostrazione in pochi giorni che Fini non è adatto a quel ruolo di garanzia. Gli mancano, come si diceva a scuola, le basi. Le basi democratiche. Servono altre dimostrazioni?

 

Luzzatto: la riabilitazione è indecente e interessata - Stefano Milani

Sergio Luzzatto, da storico come si pone nella diatriba di questi giorni: riabilitare o no la figura di Giorgio Almirante? Bisogna fare delle distinzioni. Un conto è ricordare la figura dell'uomo politico ripubblicando i suoi discorsi parlamentari, un altro è fare l'elogio della suo passato e delle sue origini che per quanto mi riguarda rimangono deplorevoli e per questo non meritano di essere ricordate. Ma non mi stupisco affatto. Almirante è stato un uomo importante nella storia dell'estrema destra italiana ed è normale che la destra di oggi, più o meno purgata e depurata dal passato, ora che è al potere abbia voglia di riportare in auge il suo leader storico. Nel ventennale dalla sua morte si sprecano le iniziative, a cominciare dalla strada che il sindaco Alemanno vorrebbe dedicargli. Non trova pericoloso questa facilità di legittimare figure politiche dal passato alquanto discutibile? Non lo trovo solo pericoloso, ma indecente e vergognoso. La toponomastica di una città, che sia la dedica di un monumento o di una strada, equivale ad attribuire un simbolo. Facendo ciò Alemanno è come se portasse a modello la figura di Almirante tout court. E questo lo trovo francamente rivoltante. Parliamo della capitale d'Italia. E per fare il «sindaco di tutti» vorrebbe intitolare vie e piazze anche a Berlinguer, Craxi e Fanfani. Secondo lei sono figure politiche paragonabili tra loro? Assolutamente no. Bisogna fare dei grossi distinguo. Anche Fanfani ha avuto un breve trascorso da intellettuale fascista, ma non è lontanamente paragonabile alla storia personale e politica del segretario del Msi che anche durante il passaggio repubblicano, quello del fascismo in doppio petto, non ha mai avuto segni di pentimento per il suo passato. Su Berlinguer il paragone poi non regge proprio. Ma in questo clima bipartisan che c'è in parlamento non mi stupisco più di niente. Come storico però mi indigno: come si fa a mettere sullo stesso piano due figure così diverse, due storie personali così distanti? Ieri il presidente della Camera Fini ha definito «vergognose e razziste» le frasi che Almirante scrisse nel 1942 sul periodico La difesa della razza, di cui l'ex leader del Msi era vicedirettore. Cos'è l'ennesima svolta di Fini? Bisogna riconoscere a Fini un percorso politico lineare e coerente. Magari un po' opportunistico, ma assolutamente dignitoso e gliene va dato atto. Certo, in passato è sempre stato molto ambiguo. Dopo la fine della prima repubblica, dal 1992 alla svolta di Fiuggi del 1995, ha lanciato messaggi anche contraddittori. Da una parte considerava Mussolini il più grande statista del secolo, dall'altro cominciava a ripudiare le idee fasciste. Ora non fa altro che comportarsi come compete alla terza carica dello stato. A difenderlo è invece Luciano Violante secondo il quale Almirante è stato un «pacificatore» e che nonostante sottoscrisse il manifesto della razza «ne prese pubblicamente le distanze». Stimo molto Violante dal punto di vista intellettuale, ma queste sue prese di posizione mi lasciano disorientato. Anche se non è nuovo a dichiarazioni del genere. A metà degli anni 90, durante il discorso d'insediamento alla presidenza della camera, si «sforzò di capire» le posizioni dei ragazzi di Salò. Adesso riabilita Almirante. Se voglio essere malizioso oggi come allora spera di ambire ad incarichi istituzionali più alti e prestigiosi. Non credo gli dispiacerebbe diventare giudice della corte costituzionale. Altrimenti non mi spiego perché un uomo della sua cultura si ostini a fare paragoni così azzardati, mettendo sullo stesso piano il ruolo della destra e della sinistra nella storia repubblicana. Lo dovrebbe sapere anche lui, e lo sa bene, che la nostra repubblica è nata grazie al sacrificio delle donne e degli uomini del partito comunista contro il fascismo.

 

La Sapienza sta con gli studenti - Giacomo Russo Spena

Roma - È in corso l'assemblea dei collettivi studenteschi, quando una ragazza strappa il microfono di mano all'amica, bramosa di leggere il comunicato appena arrivato: «L'università - riferisce - sta esaminando la possibilità di costituirsi parte civile nei procedimenti giudiziari che riguardano fatti che hanno danneggiato la vita accademica». Sono le 18, il prorettore Luigi Frati fa uscire questa circolare, sposando in toto la ragione dei collettivi. «Grande risultato politico», dice qualcuno, consapevole che quel «sta esaminando» è solo una precauzione, data l'assenza momentanea del rettore Guarini: «E' stato contattato telefonicamente a Mosca e anche lui è d'accordo», esclamano. Almeno alla Sapienza cade il teorema della rissa e degli opposti estremismi: «La mobilitazione dal basso - dichiara Francesco della Rete per l'autoformazione - ha spinto le istituzioni a prendere una posizione chiara e netta». Nessun isolamento quindi dei collettivi, che ora hanno dalla loro parte un bacino di consenso che si vogliono tenere stretto. E intanto oggi sono pronti a un'altra giornata di mobilitazione con un presidio a Lettere, alle 8, «nel caso si dovessero presentare i fascisti» e dopo, alle 11, con un corteo per le vie di San Lorenzo, «per chiedere la liberazione immediata del nostro compagno». Manifesti ovunque, anche sulla statua della Minerva, scritte sui muri contro il preside di facoltà che aveva autorizzato l'iniziativa di Forza Nuova, «Pescosolido dimettiti», tazebao che parlano di lotta alla xenofobia e di «agguato squadrista». I collettivi, in agitazione da giorni, hanno messo un altro tassello nei propri percorsi di «conflitto»: l'assemblea pubblica ha visto la presenza di centinaia di studenti, interessati alla discussione e pronti a intervenire. «E' un grande successo - dichiara Giorgio dei coordinamenti dei collettivi - Le nostre pratiche antifasciste non sono le politiche di violenza o l'uso delle spranghe ma la democrazia dal basso, la partecipazione e le lotte sociali. Per questo non ci sono fascisti all'università». Poi si rivendica il «diritto di difesa» in caso d'attacco subito. Intanto si susseguono gli interventi. C'è interesse, malgrado il caldo afoso. Non si ha la sensazione di assistere a un'assemblea antifà vecchio stampo: sono quasi tutti giovanissimi e le presenze esterne all'ateneo pressoché inesistenti, solo qualche centro sociale capitolino. Si vuole ristabilire l'«unica verità»: nessuna rissa, «siamo stati attaccati da squadracce fasciste di Forza Nuova». Uno studente di Lettere, Alioscia, chiede di non fare nessun parallelismo col passato: «Quello di oggi è un movimento d'estrema destra con forme di organizzazione nuove. E' folle cercare un nesso tra questi fatti e quelli di trent'anni fa». Poi si ricordano le aggressioni xenofobe dell'ultimo periodo in città, con l'escalation dell'era Alemanno, reo «con le sue politiche securitarie di legittimare un clima politico e culturale fertile agli squadristi». Che prima colpivano esclusivamente di notte ma che ora agiscono in pieno giorno. Come nel caso della Sapienza. Anche Veltroni, per i collettivi, ha le sue responsabilità con la sua politica dell'equidistanza. Ma gli interventi più attesi sono quelli istituzionali che per l'occasione non tradiscono. Il prorettore Frati inizia male, difendendo Alemanno, che «ha una storia non proprio vicina alla nostra», ma «ha condannato apertamente la xenofobia di queste persone». A quel punto viene interrotto dalle urla di alcuni ragazzi. Poi il prorettore si guadagna la stima della platea, prima rivendicando la revoca dell'autorizzazione del convegno di Fn («questi soggetti non posso prendere parola all'interno dell'università»), poi invitando gli studenti «alla vigilanza democratica» nel caso oggi si dovessero far vivi i fascisti. Applausi. Ma anche il presidente di Scienze Umanistiche Antonelli non sfigura: «Dobbiamo distinguere tra aggressori e aggrediti. Questo è il vero nocciolo della faccenda». L'entusiasmo monta tra gli studenti che visto l'appoggio accademico provano a rilanciare. «Fuori Forza Nuova dagli atenei, è un partito incostituzionale», dicono. Stanno preparando un appello da far circolare in tutte le università, perché determinate ideologie non abbiano cittadinanza in «luoghi di produzione culturale e sapere critico». Finita l'assemblea, qualcuno va a riposare, conscio di dover fare un altro sforzo organizzativo per oggi: prima il presidio a Lettere poi il corteo. «Non sarà una manifestazione di duri e puri - spiega uno studente - ma un momento comunicativo con il resto dell'ateneo e con la città». Comunque una mobilitazione «determinata»: «Pretendiamo subito la liberazione di Emiliano».

 

A Verona gli altarini di Nicola finiscono nella spazzatura - Paola Bonatelli

Verona - Per fortuna ci sono le donne. Anzi le «Madri insieme per una Verona civile», che si sono preoccupate di fotografare tutti gli oggetti, i messaggi, i fiori lasciati da veronesi, turisti e scolaresche a Porta Leoni, dove, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio, fu massacrato a calci in testa il giovane Nicola Tommasoli. E ne hanno fatto un volume (una copia è alla biblioteca civica di Verona) e un cd per le scuole. Perché, subito dopo le manifestazioni del 17 maggio scorso, il luogo è stato completamente ripulito da uno zelante operatore di igiene ambientale della locale azienda municipalizzata. Certo era piovuto, i fiori erano afflosciati, i messaggi sbavati e l'insieme forniva forse un'immagine deprimente. Quindi via tutto ma stavolta il gesto, tanto involontario quanto inopportuno, non è passato inosservato. Persino la madre di Nicola, che in questi giorni dolorosi è stata, con tutta la sua famiglia, un modello di discrezione, se n'è rammaricata ed è andata per la prima volta in centro, davanti a quel vicolo dove cinque giovanissimi, legati alla tifoseria dell'Hellas e con qualche simpatia neonazista, le hanno ammazzato il figlio. Ma la ringhiera che circonda l'antica porta romana non è rimasta spoglia a lungo. La gente, i bambini e i ragazzi soprattutto, hanno riportato i fiori, hanno scritto di nuovo lettere, poesie, messaggi, le madri e le nonne hanno lasciato ancora le loro testimonianze di affetto per la famiglia, e ancora i turisti stranieri si fermano, chiedono di sapere cos'è successo in quel luogo che appare così strano. «Solerti dirigenti Amia - si legge su un cartello - la discarica è il posto dei rifiuti. Non della memoria. Non della pietà», mentre Michael, scolaro di seconda elementare, scrive un messaggio affettuoso che si conclude così: «Mi raccomando appena arrivi in paradiso di' a Gesù che tutto il mondo diventi buono». Se il pellegrinaggio a Porta Leona non accenna ad esaurirsi, ad indicare che l'uccisione di Nicola «per futili motivi», una sigaretta il pretesto per attaccare briga, è entrata nel profondo delle coscienze, dalle istituzioni non giunge nessuna risposta politica. Né alla manifestazione antifascista che il 17 ha portato in piazza diecimila persone da tutta Italia né al corteo dei migranti che hanno chiesto giustizia e diritti contro l'intolleranza e la xenofobia imperanti. A meno di non considerare tale la proposta del presidente del consiglio comunale, il forzista Pieralfonso Fratta Pasini, di apporre una targa a Porta Leona per non dimenticare e perché serva di monito ai giovani. Sarebbe anche un brav'uomo, Fratta Pasini, se non fosse che fa parte di una maggioranza in cui siedono fior di esempi di intolleranza. A cominciare da Andrea Miglioranzi, capogruppo della lista del sindaco Tosi, ex Veneto Front Skinhead, attualmente della Fiamma, per finire con lo stesso sindaco, sua sorella (capogruppo del Carroccio) e leghisti vari al seguito, tutti condannati in primo grado per una campagna della Lega contro gli zingari. Intanto gli aggressori di Nicola, di cui due difesi da Roberto Bussinello, leader e avvocato dell'estrema destra locale, restano in carcere. Ieri il Tribunale del Riesame ha respinto il ricorso dei legali di quattro dei cinque detenuti mentre la Digos ha nel frattempo rintracciato uno dei giovani - sembra un simpatizzante di Forza Nuova - che aiutò due degli assassini di Nicola a fuggire all'estero. Per restare in tema, i 24 militanti di Forza Nuova che il 10 gennaio 2003 irruppero nello studio dell'emittente locale Telenuovo e aggredirono Adel Smith, presidente dell'Unione dei musulmani italiani, e il suo segretario Massimo Zucchi, sono stati tutti condannati con pene (sospese) da due anni a due anni e qualche mese. I giudici hanno accolto la tesi della difesa, facendo cadere l'aggravante della violazione della legge Mancino. In questo clima, appesantito dalle notizie di violenze fasciste e razziste in tutta Italia, domani sera, a un mese dall'aggressione costata la vita a Nicola, l'assemblea cittadina che organizzò la giornata del 17 si riunirà di nuovo, invitando i cittadini ad essere presenti anche a Porta Leona (alle 19) per una riflessione a «microfono aperto». Alle 23.30, sempre alla Porta, è previsto un momento di silenzio per ricordare Nicola.

 

Un paese di poveracci - Roberto Tesi

L'Italia vive un «momento di difficoltà economica con investimenti e consumi delle famiglie fermi o in regresso», ha detto Luigi Biggeri, il presidente dell'Istat, presentando il «Rapporto annuale 2007». In ogni caso l'Istat è moderatamente ottimista, sostenendo che il sistema delle imprese ha reagito al declino della competitività italiana. La foto annuale scattata dall'Istituto di statistica (che inizia con una analisi della fase congiunturale italiana e mondiale) mostra un paese in gravi difficoltà che «arranca». Un paese nel quale il made in Italy da segnali di vivacità (grazie anche alla internazionalizzazione delle imprese maggiori e a una più generale fase di ristrutturazione) e le esportazioni hanno smesso di perdere quota nel contesto dell'economia globale. Ma l'Italia e anche un paese nel quale cade la competitività generale del sistema e nel quale cresce la disuguaglianza tra cittadini e aree geografiche. è sempre di più, come confermano i dati più recenti, un paese che perde di competitività. Nel quale cioè convivono imprese di elite in grado di competere globalmente e imprese a basso valore aggiunto che sopravvivono grazie al basso costo del lavoro. In questo contesto non è casuale la scarsa crescita delle retribuzioni: negli ultimi 10 anni - dal 1995 al 2006 - i salari orari reali sono cresciuti di appena il 4,7% a fronte di una crescita di 5-6 volte maggiore in paese come Francia e Svezia. E collegata alla questione salariale c'è il problema del basso aumento della produttività: negli ultimi 10 anni è cresciuta del 4,7%, mentre la media della Ue a 15 segna un incremento del 18%. Sul fronte del lavoro, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una discesa della disoccupazione accompagnata, però, da uno scarso aumento dell'occupazione. Questi significa che il tasso di occupazione non è salto in maniera significativa (il tasso di attività è al 62,5% contro il 70,5% della Ue a 27) mentre è cresciuta l'area di inattività che significa la rinuncia a cercare un'occupazione. Sta esplodendo quella che viene definita «occupazione scoraggiata» intendendo persone che sarebbero interessate a lavorare, ma sono scoraggiate perché in passato non hanno trovato una occupazione. E le cifre sono grandi: l'occupazione scoraggiata «vale» circa 3 milioni di persone, una «zona grigia» cresciuta di 318 mila unità nell'ultimo anno. Di più: all'interno di questa zona grigia, ci sono «forze di lavoro potenziali» - 1,213 milioni di persone, poco meno dei disoccupati ufficiali - disposte ad accettare immediatamente un lavoro. La mancanza di lavoro ha ridato slancio ai «movimenti migratori interni»: tra il 2002 e il 2005 ci sono stati 1,3 milioni di trasferimenti l'anno. Le nuove mete sono i distretti industriali del Nord-Est, di parte del Nord-Ovest, dell'Emilia e delle Marche. Le regioni dalle quali ci si sposta di più sono le solite del Sud: Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ci sono poi gli immigrati: 3,5 milioni gli stranieri residenti, il 5,8% del totale dei residenti. Il loro tasso di attività è molto più alto di quello degli «italiani», le loro retribuzioni in genere più basse. I flussi di ingresso per ricongiungimento familiare hanno portato a un riequilibrio tra i sessi e la riproposizione di un modello familiare ben radicato in Italia. Sono in generale flessibili e molto mobili, ci dice l'Istat. Un solo dato: oltre il 60% dei regolarizzati nel 2004 tre anni dopo (Nel 2007) risultava trasferito in un altra provincia. Insomma, vanno dove c'è lavoro. E non hanno (i regolari) un tasso di devianza elevato: appena il 2,0%, un tasso solo leggermente superiore a quello dei cittadini italiani. Purtroppo l'Italia è un paese. in senso relativo, sempre più povero. Tra il 2000 e il 2007 il reddito medio per abitanti ha perso 13 punti nella classifica della Ue a 15. Nel 2000 l'Italia aveva un reddito pro capite di quattro punti superiore a quello della Ue, mentre nel 2007 è sceso di oltre otto punti sotto la media.

 

Il paese frantumato - Galapagos

Ci sono parecchi modi di leggere il Rapporto annuale Istat, ma l'interpretazione è una sola: l'Italia «arranca», per dirla con le parole dell'Istituto di statistica. Qualche nota positiva non manca, ma la via alla ripresa è «accidentata». E per «ripresa» non bisogna pensare alla fase congiunturale che segue la recessione, ma qualcosa di strutturale. Cioè di molto difficile da realizzare. Tra le cose positive che segnala l'Istat c'è la tenuta dell'industria e dei soliti distretti industriali: hanno delocalizzato parte della produzione e il made in Italy ha tenuto. Ma questo non è stato sufficiente a far crescere la produttività: in dieci anni + 4,7% contro una media europea del 15%. A parte l'elite industriale, la maggioranza delle imprese cerca la competitività solo attraverso il contenimento del costo del lavoro con poca innovazione, salvo quella che serve a risparmiare sulle retribuzioni. Il risultato è che l'occupazione creata è precaria quanto i salari. Se non crescono la produzione, la produttività e il Pil c'è poco da distribuire, sostengono le menti economiche del centro destra, ma non solo. In parte vero. I dati Istat ci dicono che in pochi anni il reddito medio degli italiani è passato dall'essere superiore del 4% a quello della Ue a oltre l'8% inferiore. Ma la crescita minore non spiega la distorsioni nella distribuzione del reddito: se la torta cresce poco qualcuno deve cambiare il cucchiaio. In Italia è stato fatto con l'aggravante che il cucchiaio più grande lo hanno impugnato quelli che già ne avevano uno molto grande. E così è ulteriormente peggiorata la distribuzione del reddito. Di dati l'Istat alla politica ne fornisce in abbondanza. Evidenziando tra l'altro le differenze territoriali (che fanno sprofondare il Sud) e quelle di sesso, visto che per le donne va decisamente peggio. Il tutto in un contesto desolante caratterizzato da privazioni. In primo luogo il lavoro che viene inseguito con un clamoroso ritorno alla mobilità interna verso «l'Eldorado» del Nord-est, ma non solo. E veniamo a sapere che il 66,1% degli italiani non riesce a risparmiare un centesimo; che il 10,4% non ha abbastanza soldi per riscaldare la casa e il 38,7% non può permettersi neppure una settimana di vacanza. Ma la politica come reagisce? Peggio del previsto. Di fronte all'evidenza che i salari sono di fame, ieri il ministro Renato Brunetta ha annunciato che per i contratti degli statali per il biennio 2008-2009 non c'è un euro. Senza contare che pochi giorni fa era stato deciso che per i dipendenti pubblici non vale la detassazione degli straordinari. «Dagli allo statale» è il nuovo slogan che unisce il neopopulismo. E il centro destra su questo è compatto: d'altra parte lo statale è il simbolo della «Roma ladrona». Ma i dipendenti pubblici rischiano di essere loro malgrado anche il grimaldello per annullare lo statuto dei lavoratori: la proposta circolata ieri su alcuni giornali di non reintegrare i licenziati illegittimamente si muove in questa direzione. Insomma, con la scusa dei fannulloni si prepara la stoccata finale al lavoro.

 

Brunetta provoca, la Cgil se ne va - Loris Campetti

Se il buon giorno si vede dal mattino, sostiene il segretario dei lavoratori della conoscenza Cgil, Enrico Panini, la famosa stagione concertativa annunciata dal governo Berlusconi e accolta con «interesse» da quasi tutte le parti sociali parte malissimo. Le prime nuvole nere, infatti, si addensano all'orizzonte annunciando il pericolo di temporali: ieri l'incontro convocato dal ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta per presentare - nella sostanza per imporre - il suo «piano industriale» finalizzato a sterminare i famigerati fannulloni annidati nel pubblico impiego, si è concluso con l'abbandono del tavolo da parte della Cgil. Formalmente per problemi di metodo, cioè di democrazia, ma nella sostanza perché le pretese di Brunetta sono ben poco concertabili. Michele Gentile, coordinatore dei dipendenti pubblici Cgil, lasciando il tavolo ha denunciato la pretesa del ministro di decidere persino la composizione sindacale al tavolo di trattativa (uno per ogni organizzazione). Per non parlare del fatto che Brunetta vorrebbe che le parti sociali, letta la sua proposta di piano, rispondessero entro 48 ore per posta elettronica comunicando eventuali considerazioni, dopo di che il ministro si riterrebbe libero di accoglierle o cestinarle. E' ovvio che la riforma della Pubblica amministrazione e della sua organizzazione del lavoro è materia contrattuale, sostengono in Cgil, e non può essere imposta con una legge. Lo pensa persino il giuslavorista Ichino. Ma per Brunetta non è così. E' come se non esistesse già un sistema di regole che consenta di intervenire in caso di una loro violazione da parte dei lavoratori pubblici: basterebbe applicarle. Il fatto è che si vuol fare un gran polverone, svalorizzando il lavoro della stragrande maggioranza dei dipendenti dello stato, denuncia il segretario della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda. Ma c'è di più, e di peggio. Ieri Brunetta ha detto papale papale che per il rinnovo dei contratti nel biennio 2008-2009 non c'è una lira, e lo stesso intendasi per quelli non ancora siglati di alcune categorie relativi addirittura al biennio 2006-2007. Se i soldi necessari non vengono fuori, avverte Panini, «comincia il conto alla rovescia verso la mobilitazione». Fin qui tutto chiaro, anche grazie al metodo scelto dal ministro che ha illustrato i punti salienti dei suoi annunciati interventi legislativi proiettando delle slide per il piacere dei sindacati presenti all'incontro. Poi ci sono i punti oscuri e i soliti giochi delle tre carte tipici dei governi Berlusconi. Due giorni fa era stato fatto pervenire a un po' di giornali il testo di un futuro disegno di legge che conteneva aspetti a dir poco inquietanti. Per esempio, c'era scritto che qualora l'eventuale fannullone licenziato venisse ritenuto dal giudice «innocente» e dunque da reintegrare immediatamente sul suo posto di lavoro, la Pubblica amministrazione non avrebbe l'obbligo di riassumerlo, e potrebbe cavarsela liquidandolo con il pagamento in danaro, per risarcire il danno da lui subito. Non è necessario aver fatto approfonditi studi di diritto del lavoro per capire che in questo modo verrebbe cancellato l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per tutti i dipendenti pubblici. Ma come, il governo non aveva appena dichiarato che questo capitolo non sarebbe stato più riaperto, memore di quei tre milioni di lavoratori che il 23 marzo del 2002 avevano riempito il Circo Massimo e l'intera città di Roma? Ieri mattina è subito arrivata la smentita del ministro Brunetta: quella pubblicata da alcuni giornali non è altro che una bozza di lavoro da non prendere in considerazione. I casi sono due: o nel governo si scontrano posizioni diverse, oppure siamo di fronte alla solita sceneggiata per cui ogni giorno si nega quel che è stato detto 24 ore prima. Si spara una notizia per vedere l'effetto che fa, e se l'effetto è pessimo la si smentisce. Semina semina qualcosa crescerà e in ogni caso, si saranno prodotte divisioni tra gli interlocutori. Resta il fatto che nelle slide mostrate ieri ai sindacati dal ministro, di cancellazione dell'articolo 18 non si parla. Anche perché il testo è assolutamente generico e il confronto non è che all'inizio. Anzi, stando alla porta sbattuta dalla Cgil, la festa (della concertazione) appena cominciata è già finita. Anche il segretario del Pd Walter Veltroni si occupa dei lavoratori pubblici, e lo fa per chiedere che la detassazione degli straordinari decisa dal governo riguardi anche gli statali e le forze dell'ordine. Insomma, nessuno sia discriminato. Colpisce il fatto che dall'opposizione non si sia levata nessuna sostanziale protesta contro un scelta che costringe i lavoratori ad allungare l'orario per avere un salario appena decente e scarica i costi non sull'impresa ma sulla collettività.

 

Parte il siluro di Barak Olmert al capolinea - Michele Giorgio

Gerusalemme - Olmert è all'ultima fermata, l'autobus della politica lo porta al capolinea. Dopo aver superato indenne varie indagini giudiziarie su attività torbide legate agli anni in cui è stato prima sindaco di Gerusalemme e poi ministro; dopo essere uscito incolume dall'inchiesta della Commissione Winograd sulla fallimentare offensiva contro Hezbollah in Libano nel 2006, ora il primo ministro israeliano è sul punto di gettare la spugna, sotto i colpi violenti che ha ricevuto dal suo principale alleato di governo, il ministro della difesa e leader laburista Ehud Barak. «Di fronte all'attuale situazione e considerando le sfide che fronteggiano Israele, fra cui Hamas, Hezbollah, la Siria, l'Iran, i soldati prigionieri e il processo di pace, il primo ministro non può guidare il governo e condurre i suoi affari personali», ha detto ieri Barak durante una conferenza stampa. Olmert, ha suggerito il ministro della difesa, deve scegliere fra le dimissioni e l'autosospensione. E questo, ha precisato, deve avvenire «presto». Altrimenti il partito laburista, ha avvertito, lavorerà per andare ad elezioni anticipate. Una mossa obbligata quella di Barak dopo la testimonianza resa due giorni fa dal magnate americano Morris Talansky, che ha raccontato ai giudici delle buste gonfie di migliaia dollari - 150mila in 15 anni - versate al primo ministro. Una vicenda che ha messo in moto un'onda di sdegno tra gli israeliani già convinti che Olmert abbia cercato attraverso la politica di garantirsi privilegi e benessere. Talansky, affascinato dal «talento» politico di Olmert, potrebbe essere stato solo uno dei polli spennati da un uomo politico spregiudicato, che deve la sua carriera ad un altro premier israeliano, Ariel Sharon, altrettanto disinvolto. Difendere il premier sarebbe stato un suicidio per i laburisti dopo il sondaggio che ha rivelato che il 70% degli israeliani non crede a Olmert quando dice che il denaro ricevuto da Talansky venne usato solo a fini elettorali e non per spese personali. Il quotidiano Haaretz, ieri in un editoriale, aveva anticipato tutto, sottolineando che «per l'opinione pubblica Olmert politicamente è morto». La testimonianza di Talansky, ha scritto, ha dipinto il quadro della bella vita di Olmert: suite di lusso, penne stilografiche, sigari, voli in prima classe, e l'uomo che pagava il tutto. «Quel che rende la situazione insostenibile sono i contanti, i biglietti verdi passati da Talansky per tanto tempo senza che venissero mai registrati». Tutti ora guardano alle mosse del premier che ha fatto sapere di non aver alcuna intenzione di dimettersi e che a inizio giugno andrà negli Usa per incontrare Bush. Ma la sua volontà ormai conta poco visto che il suo partito, Kadima, è convinto della necessità di un rapido cambio al vertice. Il nome del ministro degli esteri Tzipi Livni è quello più indicato come prossimo primo ministro. La sinistra sionista israeliana da parte sua non crede neanche alla sincerità di Barak e accusa il leader laburista di aver «ingannato» l'opinione pubblica quando ha chiesto al premier di abbandonare temporaneamente l'incarico o rassegnare le dimissioni. «Quelle di Barak sono affermazioni che non contengono un vero ultimatum e pertanto sono prive di contenuto politico», ha spiegato un portavoce del Meretz. Per gli analisti politici invece non ci sono dubbi: Barak ha messo fine alla carriera politica di Olmert. «Barak e i laburisti hanno preso le distanze da un primo ministro che non può più essere difeso», ha spiegato il professor Peter Medding, docente di scienze politiche presso l'Università Ebraica di Gerusalemme, che però tende ad escludere elezioni anticipate. «Sull'onda dello scandalo la vittoria del Likud (opposizione di destra) sarebbe certa e quindi mi aspetto negoziati nella maggioranza per arrivare alla formazione di un nuovo governo con un premier diverso». Il Likud, da tempo dato in vantaggio dai sondaggi, però non rimarrà a guardare. La sua direzione ha chiesto a tutti i partiti, di destra e di sinistra, di «stabilire una data per lo scioglimento della Knesset e per le nuove elezioni». Secondo il partito di Benyamin Netanyahu, anche lui coinvolto in varie inchieste della magistratura quando era premier negli anni Novanta, occorre dire «basta alle manovre politiche: le grandi sfide che aspettano il paese vogliono un governo nuovo e forte». E il riferimento fatto sia dai laburisti che dall'opposizione alla impossibilità per Olmert di affrontare, mentre è indagato, le «grandi sfide» che attenderebbero Israele, conferma indirettamente che qualcosa di estremamente importante e grave si sta preparando nella regione. Non l'accordo con l'Anp di Abu Mazen annunciato ad Annapolis e neppure la «pace» con la Siria ma invece la guerra con l'Iran. Il prossimo premier israeliano è chiamato a dare luce verde all'attacco contro le centrali nucleari iraniane.

 

E Abu Mazen teme di affondare col premier di Tel Aviv – Michele Giorgio

Gerusalemme - La possibile caduta di Ehud Olmert avverrà paradossalmente tra gli applausi degli israeliani e le lacrime dell'entourage di Abu Mazen. «Il punto è che il presidente e (il capo negoziatore) Abu Alaa sono convinti che quel processo cominciato ad Annapolis lo scorso novembre porterà a un accordo di pace con Israele, anche se non è quello che pensa la nostra popolazione», spiegava ieri al manifesto l'analista palestinese Ghassan Khatib. «Non vi è dubbio che questi fatti avranno un effetto negativo sui negoziati...certo quanto sta accadendo è un affare interno israeliano ma a noi interessa avere un primo ministro impegnato nel processo di pace», ha comunicato Nabil Abu Rudeinah, il portavoce di Abu Mazen. Ma forse non è tanto la convinzione quanto una debole speranza ciò che anima (o animava) Abu Mazen e Abu Alaa durante gli (inconcludenti) negoziati con Olmert e il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni. Il raggiungimento di quell'accordo con Israele entro il 2008 è un elemento centrale della strategia di Abu Mazen. Uno straccio d'intesa, anche solo preliminare, potrebbe fornire al presidente palestinese l'appiglio per «dimostrare» la validità della sua linea di compromesso rispetto a quella della «resistenza» di Hamas che, da un anno, ha il pieno controllo di Gaza. «Un fallimento al tavolo dei negoziati e la mancata convocazione del congresso del suo partito Fatah (atteso da quasi venti anni, ndr), potrebbero trasformare il 2008 in un anno infernale per Abu Mazen, a vantaggio di Hamas. E le possibilità che questo scenario si materializzi ora sono molto concrete», ha previsto Ghassan Khatib. Diversa è la situazione della Siria. Certo anche a Damasco si segue con attenzione il destino di Olmert che, dopo ben otto anni, ha riaperto la trattativa sulle Alture del Golan, una porzione di territorio siriano che Israele occupa dal 1967. «Vi sono molti ostacoli ai negoziati in corso - ha spiegato l'analista siriano Thabit Salim - alcuni dei quali hanno a che vedere con influenti parti internazionali, come gli Stati Uniti». La caduta di Olmert potrebbe essere pericolosa per Damasco solo se sfocerà in elezioni anticipate e in un ritorno al potere del Likud di Benyamin Netanyahu, contrario a restituire il Golan. La nomina a nuovo premier di Tzipi Livni sarebbe vista con cauto favore a Damasco, perché rappresenterebbe un fattore di continuità politica che Assad potrebbe facilitare facendo promesse a proposito di altri scenari regionali. Un segnale in questa direzione è venuto quando, incontrando una delegazione parlamentare britannica, il presidente siriano ha affermato che anche il Libano dovrebbe avviare dei colloqui con Israele se il dialogo fra Damasco e Tel Aviv dovesse fare progressi. Con Netanyahu al potere queste offerte risulterebbero inutili.

 

Cina, esplode l'ira per quelle scuole diventate tombe - Angela Pascucci

Effetti profondi del terremoto in Sichuan. Raccontano le cronache (e le foto che circolano sul web) che uno dei capi del Partito comunista si sia messo addirittura in ginocchio per chiedere ai genitori dei 127 bambini morti nel crollo di una scuola elementare di Mianzhou di non rivolgere la loro petizione di protesta alle alte sfere. Ma i parenti, infiammati dalla rabbia di un dolore senza rimedio, hanno ignorato le suppliche di Juang Guoha, che prometteva anche severe inchieste, e alla fine, dopo essersi scontrati anche con la polizia, son riusciti ad incontrare i vice governatori di Denyang, in un colloquio a porte chiuse nel municipio della città. Le accuse rivolte sono chiare: i funzionari locali di Mianzhou hanno intascato mazzette dai costruttori che hanno tirato su edifici di cartapesta senza i requisiti minimi di sicurezza. «Le sbarre d'acciaio recuperate dalle rovine si potevano piegare a mani nude. Neppure i più miserabili poveracci avrebbero costruito la propria casa con quel materiale» racconta (al South China Morning Post del 27 maggio) Xu Jun, mentre abbracciato alla moglie piange il figlioletto di nove anni davanti al cumulo di detriti che un tempo era la scuola. Li Chaohui, una donna il cui figlio è vivo ma senza più gambe, accusa la negligenza umana, non il terremoto, per quel disastro che ha distrutto un'intera generazione. E poco consola che le leggi che impediscono di avere più di un figlio siano state ammorbidite per chi si è visto strappare l'unica discendenza che aveva. La signora Li indica gli uffici e i dormitori degli insegnanti, rimasti in piedi, e non si rassegna perché che quegli edifici non fossero sicuri si sapeva già dal 1996, otto anni dopo la loro costruzione. A Mianzhou, il bilancio finale delle vittime del terremoto è stato di oltre 10mila morti, 2000 dei quali bambini e insegnanti rimasti sepolti nel crollo di 11 scuole elementari. Ma è da tutte le aree del Sichuan più duramente colpite che si alza il grido dei parenti che ora chiedono giustizia e la punizione dei veri responsabili di questa enorme strage. E le cerimonie di lutto si trasformano rapidamente in ira senza freni. Come è avvenuto martedì in un altro centro duramente colpito, Dujiangyan, dove un incontro informale dei genitori per commemorare i propri figli, alunni della scuola media Juyuan, dove solo 13 ragazzi su 900 si sono salvati, è diventato una manifestazione di accesa protesta. Uno dei genitori, raccontava ieri il New York Times, ha afferrato il microfono e ha cominciato ad urlare «Chiediamo che il governo punisca severamente gli assassini che hanno causato il collasso delle scuole. Per favore, firmate la petizione così che possiamo scoprire la verità». Anche a Dujianyan, dicono le accuse, le autorità sapevano da anni che gli edifici scolastici non erano sicuri, ma non hanno mai preso le misure necessarie. «Dovrebbero prendere i responsabili e sparargli una pallottola in testa», dice un contadino, mentre stringe e culla la foto della figlia di 16 anni. Alcuni dei familiari che vivono in questa zona affermano di essere stati avvicinati dagli insegnati che hanno promesso loro un «risarcimento» di 4.500 dollari se avessero smesso la loro protesta e rinunciato alle loro richieste di giustizia. Un ammontare miserabile, se si pensa alla vita di un bambino, ma in quell'area depressa è un ammontare che supera di svariate volte il reddito medio. In una gestione mediatica della catastrofe da parte del governo che stavolta è stata aperta e corretta come mai era accaduto in casi simili, consentendo ai 2000 giornali e alle oltre 2000 tra radio e tv di dare informazioni accurate e in tempo reale, la questione delle scuole «tofu», così fragili da essere sbriciolate dal terremoto, è diventata assai sensibile per il governo. E i censori hanno cominciato a bloccare alcuni rapporti dettagliati sulla questione. Che tuttavia invece di placarsi, cresce con la sofferenza delle famiglie rimaste con il nido vuoto. Pechino pare rendersi conto di quanto sensibile sia la questione. Lunedì un portavoce del ministero dell'Istruzione ha promesso una nuova valutazione degli edifici scolastici nelle aree terremotate, assicurando che i responsabili delle costruzioni scadenti saranno severamente puniti. Ma in gioco c'è un'enorme opera di ricostruzione che sarà gestita da autorità locali la cui corrotta reputazione è stata decisamente peggiorata da quest'ultimo disastro. E' questa presa di coscienza politica davanti al disastro, unita alla eccezionale mobilitazione dei comuni cittadini, a far pensare a molti che questo cataclisma non passerà senza effetti importanti sul futuro della Cina. E' la speranza espressa ieri all'Ansa da Ding Zilin, fondatrice del gruppo delle «Madri di piazza Tian'Anmen». Con la solidarietà ai terremotati del Sichuan i cinesi hanno mostrato «amore e rispetto» per la vita umana, e questo rappresenta «una speranza per il futuro».

 

Liberazione – 29.5.08

 

Gli equi e i distanti - Stefania Podda

Valeva per i ragazzi di Salò, perché non dovrebbe valere per Almirante? Se nessun discrimine è poi così importante, perché non mettere tutto sullo stesso piano? I torti e le ragioni, fascismo e antifascismo, Salò e la resistenza. E oggi, il razzismo e la tolleranza. L'idea di intitolare una via di Roma al leader del Msi - richiesta avanzata da Alleanza nazionale - ha provocato la reazione della comunità ebraica. Emanuele Fiano, deputato Pd, ha letto alcuni passaggi di un testo firmato da Almirante. Era il 5 maggio del 1942, il futuro segretario missino scriveva su "La Difesa della Razza", la rivista diretta da Telesio Interlandi. E scriveva che «non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue». Da presidente della Camera, Gianfranco Fini ha condannato quelle parole, le ha definite «certamente vergognose», ma ha badato bene a sfumarle, sottraendole alla responsabilità individuale e attribuendole allo spirito del tempo. Aggiungendo che quello stesso spirito albergava a destra, ma anche a sinistra. Una condanna che suona come una trasversale chiamata in correità, un'attenuante generica che porti infine all'assoluzione. Quello che conta, insomma, è ciò che Almirante ha fatto dopo, parecchi anni dopo. Mettere il doppiopetto alla destra erede del fascismo e portarla in parlamento. Così dice Luciano Violante, in un'intervista al Corsera , senza una sola parola di condanna per quelle frasi. C'è invece un tributo per il ruolo di Almirante nell'Italia democratica così come in passato c'era stato l'omaggio ai ragazzi di Salò, ormai passati nella vulgata come sognatori e idealisti sconfitti piuttosto che come complici di un regime voluto dai nazisti. Quelle frasi razziste, non rinnegate e parte del dna di quella destra, non sono dunque così gravi. Amnesty accusa l'Italia di aver talmente abbassato la soglia di allarme su questi temi da aver ormai declassificato razzismo e xenofobia. Il rischio è che il razzismo diventi insomma senso comune. E che non resti più nessun argine, nemmeno questo.

 

Pugno duro coi padroni. Giusto? - Anubi D'Avossa Lussurgiu

Parliamo di legalità. Ebbene sì, proprio noi, che siamo per gli indulti e le amnistie e le grazie, che siamo contro l'insana passione per i tintinnii di manette e il pullulare di carceri e soprattutto di carcerati. Parliamo di legalità, anzi di rigore della legge e addirittura di fermezza. Chiediamo, proprio noi, che qualcuno e qualcosa paghino. Diciamo, persino, che c'è bisogno d'un pugno di ferro. E, come al solito, non parliamo affatto di galera. Parliamo della legalità, del rigore della legge e della fermezza al riguardo della democrazia, in quello specchio della condizione del Paese che è la vicenda dei rifiuti in Campania. Vogliamo farlo guardando dietro ai nomi, alle parole, le cose come in realtà sono. I nomi, le parole, allora: la legalità, ci è stato detto, militava nella decisione politica e nell'autorità della Stato, nell'affermare le «soluzioni» che governi nazionali e locali democraticamente eletti avevano deciso. Per questo, il rigore della legge doveva realizzarsi dando corso a quelle soluzioni, ad ogni costo: anche facendo leggi, precisamente, tali da rendere un reato grave la disobbedienzia civile degli abitanti coinvolti e dissenzienti dai piani dei governi.Per questo, ancora, è stata proclamata la massima fermezza dello Stato di fronte alle proteste e sono arrivati i manganelli sulle teste di quegli incomodi abitanti, precedendo le leggi stesse e le nuove magnifiche sorti e progressive dei piani di smaltimento, di nuovo a mezzo di termovalorizzatori, di altre discariche e di nuovi appalti alle imprese di sempre. Ed ecco invece le cose: il commissariato straordinario in Campania è travolto dall'azione della magistratura inquirente, con contestazioni di reato davvero gravissime, al cospetto delle responsabilità pubbliche nei confronti della cittadinanza. Oltre al commissariato è in realtà investita anche la Protezione civile di Guido Bertolaso attuale super-sottosegretario ai rifiuti, o meglio il suo coinvolgimento precedente nella vicenda. Bastano le parole della sua direttora generale, Marta Di Gennaro, nelle intercettazioni pubblicate: «Noi stiamo parlando di una discarica da truccare e voi ci dovete aiutare (discorso riferito da lei a Bertolaso stesso, dopo una riunione sul sito di Terzigno, ndr )». E' davvero una testimonianza illuminante quanto involontaria, quella di Marta Di Gennaro: «Guido basta, centinaia di sindaci cafoni che rivendicano diritti, pretendono e se la prendono con noi... ammucchiamo balle e facciamo mucchi di merdaccia, chi ci ha portato in questa storia merita la morte (sempre a Bertolaso, nel maggio 2007 ndr)». Basterebbero, queste parole, per capire la verità delle cose con le quali hanno a che fare quelle altre, scagliate da ogni tribuna contro la gente di Chiaiano, come prima i Pianura e di altre cento resistenze. Ma non bastano. Perché dietro queste crude parole ci sono cose, atti ben concreti sinora negati e nascosti e denunciati solo dal «lato cattivo» della società - per come il potere la rappresenta - , appunto da quelle resistenze. Si tratta di discariche riempite di spazzatura non stabilizzata e "truccate" come da manuale della truffa, si tratta di montagne di "ecoballe" spacciate per prodotti di compostaggio e in realtà piene di talquale e altro e peggio (la «merdaccia»), mandate in Germania. Dove, ricordiamo, contrariamente alla sfacciata versione propagata da Bertolaso in persona per annunciare che così si potrà fare anche nei futuri Cdr in Campania, non sono mai state bruciate: bensì lavorate con tecnologia "fredda", biomeccanica, come da noi incredibilmente non si fa, per trarne residui primari e secondari e addirittura produrre combustibile industriale rivenduto nella stessa Italia (la fonte, ufficialissima, è il governo del Land di Sassonia, dove arrivano i nostri monnezza-train). Ma ancora non basta. Perché c'è dell'altro ancora. C'è - ed è del tutto logico - il coinvolgimento pieno delle imprese interessate in questo truffaldinamente collassato ciclo dei rifiuti. Che non sono affatto imprese-fantasma, prestanome di qualche livello inferiore della criminalità organizzata. No: criminale si rivela, in quest'inchiesta giudiziaria, il massimo livello dell'"imprenditoria" italiana. Agli arresti domiciliari ci sono nientemeno che gli amministratori delegati della società che ha gestito la colossale opera di mistificazione dell'imballaggio di milioni di tonnellate di rifiuti e il loro invio Oltralpe; e, soprattutto, di quell'altra società che si è aggiudicata la partita dei termovalorizzatori. Non solo per il passato: per il futuro, come ci avevano appena comunicato il nuovo governo e il nuovo "uomo della Provvidenza" del caso, il Bertolaso redivivo. E questa società fa capo ad una delle maggiori holding del Paese, radicatissima nel famoso "salotto buono" del capitalismo nostrano, in grazia delle migliori banche: la stessa che, oltre ad essere già coinvolta direttamente nell'altro ceppo d'indagine che coinvolge anche il presidente campano Bassolino, già assapora la riapertura dei cantieri della grande opera più elefantiaca e dispendiosa (ed esposta al gioco degli interessi mafiosi) dei nostri tempi, il ponte sullo Stretto di Messina. Eppure, tutto questo non è notizia da titoli cubitali sulle prime pagine dei grandi giornali. Non è stata la prima notizia degli stessi telegiornali che ventiquattr'ore prima strillavano la «guerriglia» a Chiaiano. Che strano, singolare, sorprendentemente flessibile senso della legalità, del rigore della legge e della fermezza, che hanno ed esercitano le trombe e i tromboni dell'«opinione pubblica»... Ma che debbono pensare, oggi, quei pretesi "guerriglieri"? Quale fiducia nella «legalità» dovrebbero nutrire, ora che è palese il suo doppio volto? Sono proprio loro e tutte e tutti coloro che insieme possono cambiare il corso dei fatti, tacciati d'illegalità e di sfida allo Stato e di quant'altro, la sola forza sostanziale della democrazia, in questa vicenda. Il «lato cattivo» che rifiuta la mistificazione e di contro alla maschera d'una legalità stravolta impone di misurarsi con il metro certo, quanto critico, della legittimità. E' questa la forza viva che chi pretende di rappresentare democraticamente un qualche progetto di coesione sociale, un qualche disegno futuro di convivenza, un qualsiasi discorso pubblico, dovrebbe coltivare e difendere e interpretare, se ci riesce. Di certo, è la sola che disturba la mascherata; che, con il calore della lotta, consente di dissipare la nebbia intorno alla verità del malaffare, d'un perverso "sviluppo", d'una classe imprenditoriale e d'un ceto politico fondamentalmente parassitari e vampireschi. Non sono forse proprio questa classe e questo ceto, indissolubilmente intrecciati nello scientifico deperimento dello spazio pubblico e democraticamente controllabile delle decisioni, i «vincoli», i «freni» dei quali parla anche l'Istat? Non sono gli stessi impegnati a spremere il lavoro vivo con precarietà e sottosalario, per produrre ricchezza nient'affatto generale ma privatissima e cieca ed entropica? Che paghino, allora. In causa sono gli appalti e le gare e le sovvenzioni e gli sgravi. In causa è l'arroganza con la quale le figure di quell'imprenditoria e di quella politica continuano a comandare gli affari e ad occupare i pubblici uffici, scandalo dopo scandalo. In causa c'è la necessità di mandarli davvero a casa: c'è l'urgenza che dai rifiuti si passi al rifiuto corale della pubblica rapina, della menzogna sistematica, dell'abuso di potere. «La chiamano democrazia ma non lo è»: chi lo grida nelle strade incarna la sola coscienza democratica di questo tempo, di questo posto.

 

«E’ la crisi di un capitalismo fragile. Rilanciare l’intervento pubblico e arginare la caduta dei salari» - Roberto Farneti

«Bisogna interrompere questo circolo vizioso che pretende di risolvere le contraddizioni di un capitalismo fragile e frammentato, come è quello italiano buttando giù i salari. Il capitale non si riorganizza se ha sempre a disposizione un varco per potere scaricare sui lavoratori i propri problemi». Emiliano Brancaccio, professore di macroeconomia all’Università del Sannio, ha le idee chiare su quali siano le cause profonde della crisi che attanaglia l’economia del nostro paese, impietosamente fotografata nel rapporto Istat relativo al 2007. Alcune cifre: tra il 2000 e il 2006 il reddito per abitante in Italia è crollato del 13% rispetto alla media europea. Il 50% delle famiglie è costretto a vivere con meno di 1900 euro al mese, il 14,6% arriva «con molta difficoltà alla fine del mese», informa l’Istat, mentre il 28,4% non riesce a far fronte a una spesa imprevista di circa 600 euro. Dati deprimenti e che, tuttavia, non sorprendono uno studioso attento come Brancaccio, da tempo consapevole della natura dei mali che affliggono il nostro paese. Basti ricordare l’appello, sottoscritto assieme ad altri cento economisti italiani, in cui si indicava al governo Prodi una strada precisa da seguire. «Una soluzione di politica economica fondata - riassume Brancaccio - piuttosto che sull’abbattimento del debito pubblico, sulla stabilizzazione del debito pubblico, finalizzata a reperire risorse che dovevano essere impiegate per favorire i processi di centralizzazione dei capitali. Attraverso interventi dello Stato nelle filiere produttive, fino eventualmente agli assetti proprietari». Appello, tuttavia, caduto nel vuoto. Una soluzione “veterocomunista”, direbbe qualcuno del Pd. Si chiama intervento pubblico in economia ed è praticato, sotto varie forme, in altri paesi capitalistici. Mi rendo conto che a sinistra siamo stati abituati a interagire con il Pd, vale a dire con il massimo apologeta delle politiche di liberalizzazione e di privatizzazione, ma non è questo che ci può impedire di vedere che altrove il discorso dell’assetto proprietario pubblico viene valutato in maniera diversa. Faccio però presente che questa proposta noi l’abbiamo avanzata in un preciso momento politico, con la sinistra al governo. Prodi e Padoa Schioppa hanno scelto un’altra strada e il risultato è stato quello che è stato: un disastro politico, economico ed elettorale. Adesso che non abbiamo nessuna fretta, visto che per parecchi anni governerà la destra, abbiamo almeno il dovere di essere critici su quello che non è stato. Insomma, che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Torniamo al rapporto Istat. Malgrado tutto, il presidente Biggeri esprime «prudente ottimismo» per il futuro. Condividi? No. Purtroppo si tratta di dati che confermano una tendenza che si è consolidata nel corso di anni. Questo crollo dei redditi relativi degli italiani rispetto agli altri cittadini dei paesi Ue è un indice di crisi del capitalismo italiano. Che è un capitalismo fragile, frammentato, fatto di piccole e di piccolissime imprese, fatto di tantissimi intermediari lungo la catena del processo produttivo. Tutte queste inefficienze generano una bassissima produttività del lavoro. Nel rapporto Istat c’è scritto che in sei anni la produttività di ogni singolo lavoratore in Italia è cresciuta di appena il 4,7% a fronte di un incremento che nella media Ue è stato del 18%. Secondo il rapporto, le cause dell’attuale crisi di produttività vanno ricercate «nel concorso di vari elementi, quale l’uso più intenso del fattore lavoro (legato anche alla diffusione di forme di lavoro più flessibili) e dalla prevalenza di comportamenti di imprese volte a perseguire obiettivi di redditività piuttosto che di produttività». Condividi? Senz’altro. Come dicevo, il problema strutturale dell’Italia è la scarsa centralizzazione dei capitali. L’Istat conferma che la dimensione media delle imprese italiane, poco meno di quattro addetti, è ancora la più bassa d’Europa. Pretendere di risolvere il problema della bassa competitività attraverso la flessibilità del lavoro non soltanto non migliora la situazione ma tende a peggiorarla. Abbiamo dati empirici che ci mostrano come, laddove si precarizza il lavoro, la produttività può più facilmente diminuire che aumentare. Però aumenta la redditività... Il profitto per unità di lavoro naturalmente cresce, ma per un motivo molto semplice: perché laddove si precarizza il lavoro, la produttività forse non cresce ma di sicuro si indebolisce il potere contrattuale dei lavoratori. E quindi il salario “pro capite” del lavoratore tende a comprimersi. Aggiungo un’altra cosa, spesso poco sottolineata: questo è un paese nel quale si lavora tantissimo. Nelle imprese al di sopra dei nove dipendenti, le uniche su cui si può fare una comparazione internazionale, noi lavoriamo in media nel settore privato mille e 700 ore all’anno. La media europea è di appena mille e 600 ore all’anno, in Francia di mille e 500 euro e nella famosa Danimarca, di cui tanto si parla, di mille e 400 ore all’anno. In sostanza cosa si è cercato di fare e cosa sta cercando di fare anche questo governo, tramite la detassazione degli straordinari? Si cerca di spremere di più i lavoratori senza porci il problema di quella che è la capacità produttiva di ogni singola ora lavorata. Io lo definisco un capitalismo da “bestie da soma”. Senza peraltro che questo produca una crescita economica, anzi il divario con gli altri paesi aumenta. Questa politica di abbattimento dei salari si sta però rivelando un boomerang. Non a caso l’Istat dice che bisogna rilanciare i consumi. Il problema è globale: ormai ogni singolo capitalismo nazionale cerca di vendere le proprie merci all’estero, perché l’obiettivo interno è quello di tenere basso il costo del lavoro e la spesa pubblica. La timida ripresa in atto delle esportazioni, a mio avviso momentanea, non può nascondere che questa strada, che in generale è fallimentare, lo è in particolar modo per l’Italia. Anche Confindustria parla di sostegno alla domanda interna. Sì, ma sono chiacchiere. La realtà è che va trovato il modo per tornare a praticare il conflitto sui luoghi di lavoro per opporre una sorta di “pavimento” allo schiacciamento dei salari e della spesa pubblica. Mi pare di capire che chiami in causa il sindacato italiano. A proposito: sta prendendo piede l’idea che le retribuzioni potrebbero crescere meglio dando più spazio alla contrattazione aziendale... Se si sposta la contrattazione dal livello nazionale ulteriormente verso il secondo livello noi abbiamo evidenze storiche e internazionali che ci dicono che la massa salariale si ridurrà ulteriormente. Non è certo questa la strada.

 

Repubblica – 29.5.08

 

"Al Pigneto sono stato io. Non chiamatemi razzista" - CARLO BONINI

L'uomo del raid del Pigneto, "l'italiano sulla cinquantina" cui la polizia cerca da cinque giorni di dare un volto, il più vecchio tra i mazzieri, il "Capo", arriva all'appuntamento ai tavolini di un bar che è notte. Ha i capelli brizzolati, gli occhi lucidi come di chi è in preda a una febbre. Allunga la mano in una stretta decisa che gli fa dondolare il ciondolo d'oro al polso. "Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista...". La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L'avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara. "Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera". L'uomo ha 48 anni. Delle figlie ancora piccole. Una storia difficile di galera e di imputazioni per rapina. E, naturalmente, un nome. "Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò 'sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare ndr.) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto... ". Indica la foto sulla prima pagina dell'edizione di Repubblica del 27 maggio. Quella scattata durante il raid con il telefono cellulare da uno dei testimoni dell'aggressione. "Ecco. Io sono questo qua. Questo cerchiato con il marsupio e la maglietta rossa, che si vede di spalle. La maglietta è una Lacoste. Adesso ti racconto davvero come è andata. Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c'entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io". La "verità" di "Ernesto" ha un incipit. Giovedì 22 maggio. Quarantotto ore prima del raid. "A metà mattina, a una donna di cui non faccio il nome e a cui voglio bene come a me stesso, rubano il portafoglio in via Macerata. Non faceva che piangere. Un amico mio - un immigrato, pensa un po' - mi dice che se lo voglio ritrovare devo andare nel negozio di quell'infame bugiardo dell'indiano. In via Macerata. Perché il ladro sta lì. E' un marocchino, un tunisino, mi dice l'amico mio. Venerdì, verso mezzoggiorno, ci vado. Trovo questa merda di marocchino, o da dove cazzo viene, questo Mustafà, seduto davanti al negozio con una birra in mano. Una faccia brutta, cattiva, con una cicatrice. Mi fa cenno di entrare e nel negozio mi trovo lui, l'indiano bugiardo e un vecchio, un italiano. Il marocchino mi dice: "Tu passare oggi pomeriggio e trovare portafoglio". Io dico va bene e, te lo giuro, non mi incazzo, né strillo. Dico solo: "Dei soldi non me frega niente. Ma dei documenti sì". Ripasso il pomeriggio e quello mi dice: "Scusa. Non fatto in tempo. Torna domani". Io ripasso sabato mattina e quel Mustafà là, ridendo, sempre con quella cazzo di birra in mano, mi fa segno che i documenti l'ha buttati dentro una buca delle lettere. Allora non ci ho visto più. Mi è partita la brocca. Ho cominciato a strillare, dentro e fuori del negozio. In mezzo alla strada. E ho detto: "Se vedemo alle cinque. E se non salta fuori il portafoglio sfascio tutto"". Alle 17 di sabato, dunque, arriva "Ernesto". Ma non da solo. "Eh no. Fermati. Fermati qui. Io arrivo da solo. Perché io voglio andare a gonfiare il marocchino da solo. Io quando devo fare a cazzotti non mi porto dietro nessuno. Il problema è che quando arrivo all'angolo con via Macerata non ti trovo una quindicina di ragazzi del quartiere? Tutti incazzati e bardati. Te l'ho detto. Mi vogliono bene. Avevano saputo della tarantella ed erano due giorni che sentivano questa storia di questo portafoglio. Evidentemente volevano starci pure loro e si sono presentati. Non l'ho mica chiamati o invitati". "Ernesto" fa un cenno al cameriere. Chiede un whiskey di malto scozzese. Un "Oban". Strizza l'occhio. "Lo vedi questo? E' cresciuto con me al Pigneto". "Che stavo a dì? Ah sì, i pischelli. Io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica? Io questi pischelli non li conosco personalmente, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti. E, comunque svastiche non ce n'erano. Quei pischelli, per quanto ne so, si fanno il culo dalla mattina alla sera. E hanno solo un problema. Si sono rotti il cazzo di vedere la madre, la sorella o la nonna piangere la sera, perché qualche vigliacco gli ha sputato o gli ha fischiato dietro il culo. Te lo ripeto, io non l'ho chiamati. Io ce li ho trovati. E poi, scusa tanto sa, ma hai mai visto tu un raid nazista senza una scritta su un muro? Qualcuno si è chiesto perché, se era un raid, nessuno ha toccato per esempio i sette senegalesi che vendevano i cd taroccati in via Macerata? Lo vuoi sapere perché? Perché i senegalesi non avevano fatto niente. Perché sono amici. Perché portano rispetto e quando stava per cominciare il casino al negozio dell'indiano, gli ho detto di mettersi da una parte". Forse "Ernesto" vuole solo coprire quei ragazzi. Forse la sua storia comincia a pattinare. "Aspetta. Io ti ripeto che i nomi di quei pischelli non li conosco e, comunque, se anche li conoscessi non li farei mai. Ma la dimostrazione che dico la verità sai qual è? E' che loro erano tutti coperti. Con i caschi, con i cappucci. E io invece ero l'unico a volto scoperto. Perché, come t'ho detto, io se devo andare a fare a cazzotti ci vado a mani nude, da solo e a viso scoperto. Te ne dico un'altra. La dimostrazione che sto dicendo la verità è che quando l'indiano di via Macerata mi vede e se la dà, dopo che gli ho sfasciato le vetrine, i pischelli si mettono a correre verso via Ascoli Piceno. Per me è finita lì. E non capisco quelli che vogliono fare. Allora li raggiungo a piedi e quando all'angolo tra via del Pigneto e via Ascoli Piceno vedo che stanno a fà un macello con i bengalesi, che si sono messi a sfasciare le macchine della gente del quartiere, cominciò a gridare. Grido: "A pezzi de merda che state a fa'? Annatevene da lì, a rincojoniti!". Per questo, come ho letto sui giornali, dicono che hanno sentito "il Capo" dare ordini in italiano. Ma quali ordini? Io li stavo a mannà a fanculo perché mi era presa paura. Avevo capito che casino stava montando". Cosa aveva capito "Ernesto"? L'uomo butta giù il fondo di "Oban" rimasto nel bicchiere. Accende una Marlboro rossa. "Avevo capito che, senza volerlo, avevo slegato la bestia. Avevo capito che il veleno mio era il veleno di tutti. Sai perché penso che i pischelli sono andati dai bengalesi in via Ascoli Piceno? Perché quell'alimentari là, quello dove è andato a chiedere scusa Alemanno, due anni fa l'avevano chiuso per spaccio. Perché sotto il sacco dei ceci che dice di vendere, il bengalese ci teneva la droga. So che è andato assolto perché ha detto che la roba la nascondeva un marocchino. Sta di fatto che lì davanti è sempre un circo. Stanno sempre aperti. Anche alle cinque de mattina. Mi spieghi che cazzo si vendono?". "Ernesto" chiede un altro wiskey. "La storia potrebbe finire qua. Ma non finisce qua". L'uomo, ora, ha voglia di raccontare chi è e come è cresciuto. "Perché tutto si deve sapere. Tutto. Perché poi, quando ti si bevono, i giornali scrivono un mucchio di cazzate". E' il quarto di cinque figli, "Ernesto". Suo padre è un carabiniere. Lo perde a 8 anni e finisce in collegio, perché a casa, al Pigneto, non si riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. Quando esce dall'istituto, comincia a rubare. "Per fame. Ho sempre rubato solo per fame. E mai al Pigneto". A 24 anni perde anche la madre. Comincia a entrare e uscire di galera. Regina Coeli, Sollicciano, "dove a Pacciani, j'ho fatto 'na faccia tanto. Sto schifoso... ". "Sempre accusato di reati contro lo Stato... ". Contro lo Stato? "Sì, rapine in banca. Perché, le banche non sono dello Stato?". Ride, per la prima volta. Poi si fa di nuovo cupo. "Il Pigneto era bellissimo. Da ragazzino giocavo a ruzzichella dove adesso ci stà quello schifo di isola pedonale. Dove adesso vomitano e pisciano fino alle cinque de mattina, ci stava il cocomeraro e quello che vendeva le cozze col limone. Posso sopportare che mentre vado al mercato a comprare il pesce per mia figlia che è una ragazzina, lei deve vedere uno che se tira fuori l'uccello e sui banchi del mercato ci piscia? Eh? Lo posso sopportare?". Il colore della pelle, dice, non c'entra. "Io ho litigato con tutti quelli che non portano rispetto alla gente del Pigneto. Bianchi e neri. Io ho fatto casino qualche settimana fa al pub di via Fanfulla, perché quattro stronzetti italiani non mi facevano rientrare a casa con le bambine e quando ho chiesto di spostare una macchina in doppia fila, mi hanno imbruttito dicendo: "Perché, se no che succede?". "Succede che te gonfio", ho detto. E si sono spostati. Ho litigato con degli algerini sotto casa, che mi stavano fregando il motorino. Ne ho appicciati al muro un paio e da allora sai come mi chiamano? "Grande mujaheddin. Grande talibano". Beh, l'altra sera m'hanno riportato le chiavi della macchina che mi ero dimenticato sul cofano. Hai capito, sì? Io non ce l'ho con nessuno. Io voglio bene ai neri e ai bianchi che rispettano gli altri. Che rispettano il Pigneto, che insieme alla mia famiglia è l'unica cosa che ho. Io sono cresciuto al bar Necci, hai presente? Sai, no? Quello del film di Pasolini "Accattone". Vai a chiedere di me lì. Vedi che ti dicono. Vai a chiede di me allo stagnaro di via Ascoli, o al bar di fronte. Vedi che dicono. Io ci sono poche persone che non rispetto. I bugiardi, i laidi, gli ipocriti, le pecore. E ti racconto ancora una cosa che mi devi promettere di scrivere". "Ernesto" tira fuori l'ultima sigaretta del pacchetto di Marlboro, che poi accartoccia come carta velina. "Pifano. Daniele Pifano, hai presente? Collettivo di via dei Volsci. Autonomia, anni '70 e compagnia cantante. Beh, stai a sentire. Viene a vivere al Pigneto e due anni fa becca un fascistello che gli rompe il cazzo. Ti dico: questo qua lo umilia e gli distrugge la bici davanti a tutti. Io mi metto in mezzo e da allora, quando vedono Pifano, si scansano. E lui che fa? Sabato, dieci minuti dopo il casino, si mette con i centri sociali nell'isola pedonale a strillare che sono arrivati i nazisti al Pigneto. Ma come si fa? Ma che uomo sei? Ma che dignità c'hai a giocare sulla pelle del Pigneto e del sottoscritto? L'altro giorno ho provato a chiamare anche Luxuria, quella di Rifondazione. Gli ho detto: "Dovemo parlà". E lui: "Sì ma al telefono perché sono a Cosenza per una riunione". Allora io dico. Tu starai pure a Cosenza, ma al Pigneto, che è dove vivi pure tu, chi ci pensa?". Chi ci pensa? "Ernesto" ride. "A pagare i wiskey ci pensi tu, perché io stò in bianco e devo pure pensare a trovare un avvocato bravo. Poi, quando sarà finita tutta questa storia, offrirò io. Ora vado. Mi raccomando. La verità. Io non sono un esempio per nessuno. Ma stavolta, davanti alle mie figlie, voglio che sia diverso. Non come le altre volte che m'hanno visto andare in Centrale o carcerato. Stavolta l'ho fatto per loro. E per il Pigneto. In fondo, non ho ammazzato nessuno. E tutto 'sto casino, non l'ho armato io".

 

L'eccezione napoletana - GIUSEPPE D'AVANZO

E' un errore richiamare, a partire dalla crisi dei rifiuti in Campania, un nuovo conflitto tra Berlusconi e la magistratura o, se piace di più, tra la magistratura e Berlusconi. Magari, si trattasse soltanto di questo. L'affare a Napoli è molto più contorto di questa semplificazione lineare. Lo si comprende soltanto se si è consapevoli che il collasso di Napoli non nasce da un accidente occasionale. E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli. Con l'evidente utilità - per la politica - di amalgamare un "blocco di potere" corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario. Ne è nata una spirale diabolica: la cattiva gestione della cosa pubblica ha provocato "l'emergenza". "L'emergenza", altra cattiva gestione. E ancora "emergenza" e ancora cattiva gestione in un gorgo il cui esito è oggi sotto gli occhi di tutti. E tuttavia, anche nella procura di Napoli, è facile incontrare più d'un pubblico ministero disposto ad ammettere che le frasi (intercettate) di Marta Di Gennaro - il braccio destro di Bertolaso agli arresti domiciliari da martedì - sono le parole "sofferte" di un funzionario dello Stato che deve scegliere tra il male e l'orribile per far fronte all'emergenza, pur nella consapevolezza che le "ecoballe" sono un "mucchio di merdaccia" (perché non lavorate, non inertizzate), che la discarica di Macchia Soprana è "una vera schifezza" (perché vi finisce anche quel che, tossico e pericoloso, non dovrebbe finirci). Come interrompere questo avvitamento? Con un decreto che ha valore di legge ordinaria, il governo ha "spento" qualche principio costituzionale per rafforzare la sua decisione e l'operatività della task force affidata a un sottosegretario/commissario straordinario. L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza. Accade così che, per la sola Campania, non ci sarà alcuna differenza tra rifiuti e rifiuti tossici o pericolosi perché si agirà in deroga alle leggi e alle normative europee. Nasce un ufficio giudiziario a competenza regionale che elimina "il giudice naturale" con la centralizzazione in capo al procuratore di Napoli dell'esercizio dell'azione penale e delle indagini preliminari. Sono ridimensionati i poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria, cui è vietato il sequestro preventivo d'urgenza delle discariche irregolari o pericolose. Si condiziona l'intervento preventivo della magistratura a "un quadro indiziario grave" e non, come avviene in Italia, alla "sufficienza indiziaria". Si crea, come dicono i magistrati, un "procuratore speciale" con il compito di proteggere il lavoro "sporco" e urgente del "Commissario del Governo" che già ha nelle mani la direzione di tutte le autorità pubbliche (polizie, prefetti, questori, forze armate, gli altri poteri competenti per materia). Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea. A questa ragione di Stato si oppone un'altra ragione altrettanto ostinata. L'eccedenza autoritaria dei provvedimenti del governo riduce, per i campani, alcuni diritti garantiti dalla Costituzione. Se "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge", articolo 3 della Carta, i campani saranno meno eguali, avranno meno dignità sociale. Ciò che è "tossico" altrove, in Campania non lo è. Ciò che altrove è considerato "pericoloso", qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario qui non saranno in vigore. E ancora, appare "inaccettabile", come ha scritto su queste pagine Stefano Rodotà, la manipolazione del sistema giudiziario. "Il governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l'articolo102 della Costituzione, che vieta l'istituzione di giudici straordinari o speciali. Vengono creati nuovi reati di ampia interpretazione che finiscono per restringere il diritto di manifestare liberamente. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantita è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata". Per di più - anche questo sarebbe sciocco e irresponsabile negarlo - è proprio vero che questo diritto "speciale", non alimenti ancora, come è già accaduto, quella cattiva gestione che finora ha prodotto soltanto guai e nuove emergenze? Come si vede, non abbiamo dinanzi il consueto conflitto tra i governi di Berlusconi e la magistratura. La controversia è più intricata e mette in contrasto l'urgente necessità di agire per risolvere, nel brevissimo periodo, una crisi che può diventare un cataclisma e il dovere di garantire, protetto dall'indipendenza della magistratura, il diritto alla salute che, violato, potrebbe produrre nel medio/lungo periodo danni al cittadino e disgrazie per la democrazia non più lievi di quelle prodotte dall'emergenza di oggi. Non c'è spazio per gli estremismi ideologici. Occorre pragmatismo e responsabilità. E una faticosa mediazione che, tenendosi alla larga dalle forzature corporative e dalle eccedenze autoritarie, sappia risolvere - oggi - la catastrofe napoletana senza pregiudicare - per il domani - la Costituzione e regole del gioco di una democrazia.


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