Back

Indice Comunicati

Home Page

Manifesto – 3

Manifesto – 3.6.08

 

«Gli aiuti alimentari? Cerottino sulla piaga» - Geraldina Colloti

Roma - Solidarietà, condivisione, multidisciplinarietà. Sono questi i concetti ai cui ricorre più spesso Orlando Regueiye Gual, viceministro cubano per la cooperazione, l'investimento estero e la cooperazione economica internazionale, presente al vertice Fao come responsabile degli organismi economici internazionali nella delegazione cubana al vertice Fao. Lei rappresenta Cuba nelle relazioni con gli organismi economici internazionali come la Fao, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo e Pma, il Programma mondiale per l'alimentazione. Quale efficacia hanno queste istanze nella crisi del cibo? Vi sono paesi come Haiti in cui molte persone che non hanno neanche un pasto al giorno assicurato sono obbligate a mangiare la terra per procurarsi i sali minerali che contiene. Il fallimento mondiale delle politiche neoliberiste ha prodotto una deformazione strutturale dell'economia che richiede riforme radicali, basate sullo sviluppo sostenibile. Mandare alimenti è l'equivalente di apporre cerottini su una ferita infetta che richiede una soluzione chirurgica radicale. Il Pma, il programma mondiale alimentare è invece diventato l'ambulanza del sistema delle Nazioni unite. C'è un terremoto, un cataclisma o una carestia? Arriva il Pma, e le telecamere inquadrano la gente che si batte per accaparrarsi i sacchi di riso. E domani? E ieri, cosa si è fatto per prevenire? Le catastrofi non sono esclusivamente colpa della natura. Da anni sento dire che le nazioni sviluppate devono destinare a quelle sottosviluppate lo 0.7 per cento del Prodotto interno lordo. Ma questo aiuto, quando c'è, riguarda un fondo di aiuto allo sviluppo legato al debito estero e alle condizioni di acquiescenza imposte ai governi locali, ed è spesso un modo indiretto per far ritornare i guadagni al paese donatore: si manda uno stuolo di esperti che deve essere assicurato da compagnie facenti capo alla madrepatria, protetti da eserciti privati di medesima provenienza, e via discorrendo. Quando sento un paese europeo dire che destina 15 milioni di euro allo sviluppo, rispondo chiedendogli di calcolare, se vuole, il costo di 50.000 cubani che lavorano all'estero gratuitamente in 70 paesi, oppure quello dei 30.000 studenti, provenienti da 121 paesi, che studiano a Cuba a spese dello stato. Noi pensiamo che l'essere umano sia fondamentale, è questo il nostro aiuto. Non sono, però, fra quelli che considerano incontri come questo della Fao privi di utilità. Se non a prendere decisioni (quanti paesi importanti hanno mandato rappresentanti di peso?) servono a far conoscere il problema. Nella recente riunione di Caracas i paesi dell'America latina hanno raggiunto una posizione comune? Ci sono stati vari incontri per discutere della crisi alimentare, prima la conferenza di Brasilia, poi l'iniziativa di un gruppo di paesi, che hanno convocato una riunione a Managua per impulso del presidente del Nicaragua Daniel Ortega, un vertice dei paesi dell'Alba, alternativa bolivariana delle Americhe, e poi la cumbre di Caracas, del Sistema economico latino-americano, il 30. Un'iniziativa lodevole, ma tardiva, perché quasi tutte le delegazioni erano già partite per Roma. Indipendentemente dall'occasione specifica, esiste comunque il riconoscimento dell'urgenza comune. Nella riunione di Managua solo alcuni paesi, come il Salvador o il Costa Rica hanno presentato riserve ad alcuni paragrafi di un testo comune che evidenziavano il legame tra le politiche neoliberiste e la natura della crisi alimentare. Una delle questioni in gioco riguarda l'uso degli agro-combustibili e degli ogm. Qual è la posizione di Cuba? Ci sono due versanti del problema: uno è quello degli alimenti, come il mais, usati per riempire i serbatoi e non la pancia delle persone. Come in Messico, dove si deve importare grano sussidiario dagli Stati uniti perché quello che si produce serve agli agro-combustibili. Poi c'è il bio-combustibile che si ricava dalla canna da zucchero, nel cui processo di produzione ci sono molti derivati come gli alcol che possono servire per il rum o per uso medico o utilizzati per i carburanti. Oggi il prezzo dello zucchero, a differenza degli altri alimenti, è rimasto invariato, dunque c'è il rischio che grandi quantità di terreno vengano indirizzati alla produzione di canna da zucchero non tanto per lo zucchero ma per l'etanolo e che possano danneggiare terreni prima dedicati alla produzione di altri tipi di alimenti. Bisogna invece avere una politica razionale, senza inutili guerre di religioni. Che succede invece oggi nell'industria degli agro-combustibili? Che simultaneamente si stanno sviluppando nuove tecnologie per produrre bio-carburanti a partire da rifiuti vegetali di cellulosa di molte piante. Attenzione, perché chi sta lavorando su questo tema sono grandi multinazionali che possono pagare grandi quantità di denaro per la ricerca e averne l'esclusiva sul mercato. E così, dopo aver distrutto la produzione di mais, produrranno cellulose con le loro tecnologie ad uso esclusivo. Per questo bisogna imporre il diritto alla condivisione dei brevetti e delle licenze, cercare una soluzione integrale. Altro tema è quello degli ogm, del transgenico. Cuba non ha adottato gli ogm, ma sta facendo ricerca per conto suo.

 

Cibo, affamati contro affaristi - Irene Panozzo

Roma - Si apre questa mattina a Roma il vertice «di alto livello» della Fao, l'agenzia dell'Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, che per tre giorni porterà nella capitale italiana un centinaio di delegazioni in rappresentanza di altrettanti paesi. Tutte impegnate a dibattere un tema che è diventato centrale per moltissimi paesi, e non solo quelli più poveri: la sicurezza alimentare e l'impatto che i cambiamenti climatici e il diffondersi degli agrocarburanti hanno su di essa. Con i prezzi dei prodotti alimentari in vorticosa ascesa, il tema è di un'attualità stringente. E se il presente è già fatto di proteste e scioperi in molti paesi del mondo, in alcuni casi sfociati negli ultimi mesi in vere e proprie sommosse, le previsioni per il futuro sono tutt'altro che rosee. Secondo un rapporto congiunto della Fao e dell'Ocse, pubblicato il 29 maggio, la media dei prezzi dei beni agricoli nei prossimi dieci anni rimarrà ben al di sopra di quella registrata nell'ultimo decennio. A farne per primi le spese saranno i paesi poveri, in particolare quelle persone che, nelle città come nelle campagne, non producono cibo in proprio. Tra aumenti dei prezzi del petrolio, calo delle scorte, speculazioni finanziarie sui fondi di investimento legati ai prodotti agricoli, cambiamenti climatici e accresciuto utilizzo di terreni per la produzione di agrocarburanti, gli aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli continueranno. Particolarmente a rischio, secondo un altro rapporto preparato dalla Fao in occasione del vertice, sono quindi quei paesi che sono allo stesso tempo importatori netti sia di cibo che di prodotti energetici e che già presentano alti livelli di malnutrizione. Tra essi spiccano l'Eritrea, il Niger, le Comore, Haiti e la Liberia. E la lista potrebbe continuare. Ma in che modo, in che percentuale e fino a che punto ognuno di questi elementi influisca sull'aumento dei prezzi - e quindi quale sia la strada da seguire per uscire dalla crisi - è difficile da stabilire. Fare ordine e sbrigliare una matassa intricata fatta di cause ed effetti non sempre chiari e dimostrati non sarà cosa facile. Basta un'occhiata all'agenda dei lavori del vertice per capire che rispondere alle molte domande che la situazione attuale pone richiederà forse molto più tempo dei tre giorni previsti. Dopo i saluti di rito, che saranno aperti dall'intervento del presidente Napolitano e seguiti dai discorsi di presidenti e premier, oggi pomeriggio sarà la volta dei forum del settore privato e di quello della società civile e delle organizzazioni non governative. Domani, accanto agli interventi dei capi-delegazione, toccherà invece alle tavole rotonde sull'incremento dei prezzi dei beni alimentari, sui cambiamenti climatici e sulla sicurezza ambientale. A cui seguiranno quelle su malattie transfrontaliere, sulla bioenergia e sulla sicurezza energetica, oltre a forum ad hoc per le realtà insulari e per l'Africa. In molti casi i rappresentanti degli stati o quelli delle agenzie internazionali che interverranno hanno già la loro ricetta da proporre al summit. A iniziare dal padrone di casa, il senegalese Jacques Diouf, direttore generale della Fao. Che ieri, in un'intervista al Financial Times, ha detto che per uscire dalla crisi provocata dai prezzi dei prodotti alimentari bisogna ripartire dall'agricoltura, da orientare innanzitutto alla produzione di cibo. Per farlo, i paesi ricchi dovranno decuplicare gli incentivi diretti in particolare verso il sud del mondo, investendo 19,3 miliardi di euro all'anno per far aumentare i livelli di produzione. Secondo il presidente brasiliano Lula, invece, è fondamentale eliminare i sussidi ai prodotti agricoli dei paesi industrializzati, ma anche affrontare l'impatto «del petrolio usato nei trasporti». E non è un caso che una tale sollecitazione venga da un paese, il Brasile, che ha da anni scommesso sugli agrocarburanti. Che rimangono un tema controverso: con nullo o scarso impatto sulla determinazione dei prezzi agricoli secondo Fao, Usa e altri attori, condannati come «crimini contro l'umanità» da Jean Ziegler, fino a pochi giorni fa special rapporteur dell'Onu sull'alimentazione.

 

Il petrolio e la fame - Guglielmo Ragozzino

Nel giro di un anno il petrolio, che era già piuttosto caro, è raddoppiato di prezzo. In dollari. Noi dell'euro ne risentiamo meno di altri perché nello stesso tempo l'euro ha guadagnato terreno sul dollaro. Ma anche noi ci sentiamo soffocare. Ma quelli, e sono oltre un miliardo di persone, che hanno solo un dollaro al giorno? E solo un dollaro continueranno ad avere? E gli altri, i loro fratelli-nemici, quasi metà del genere umano, che arrivano a due dollari al giorno? Come faranno a mangiare? Perché da qualche anno nel mondo si mangia petrolio. Il primo motivo per cui si mangia petrolio è che l'agricoltura industrializzata ne consuma molto, sotto forma di carburanti per le macchine agricole e di prodotti chimici. Ma per il secondo motivo, ancora più importante, per cui si mangia petrolio, va fatta una breve premessa. È noto che al diminuire del reddito, aumenta la parte di esso che è utilizzata per pagarsi il mangiare: da noi, i ricchi, il costo del cibo varia dal 5 fino al 50 o 60%. Infatti tra noi ricchi si annidano milioni di poveri, soprattutto vecchi, da buttare. Tra i poveri del mondo la spesa alimentare varia da ¾ del reddito in su. Si rinuncia al resto per sfamarsi e naturalmente non è che riesca bene, non riesce quasi mai. Non si compra niente altro: non si aggiusta il tetto; non ci si cura, non si comprano medicine; non ci si diverte - non cinema, non tv; non si mandano a scuola i figli. Si arriva al punto in cui nutrirsi è tutto ciò che conta: per sopravvivere. E su questa realtà di lunga durata si è innestata una rivoluzione tecnologica. È avvenuto che il prezzo del petrolio ha consentito una serie di alternative e di sostituzioni industriali. In molti casi, anzi in tutti meno uno, il petrolio può essere sostituito da altre fonti. C'è però un utilizzo che per ora non consente varianti: i trasporti. Qui nessun cambiamento è per ora praticabile o in vista. I trasporti di terra su gomma, di mare e di cielo funzionano in larga prevalenza con benzina, gasolio, kerosene. E a questi prezzi del grezzo, benzina e gasolio hanno ormai ricambi, etanolo e agrodiesel, che si utilizzano sempre meglio per rifornire auto e camion. È l'alto e crescente prezzo del petrolio che dà spazio a un'industria dell'agrocarburante da derrate alimentari: soprattutto zucchero da canna e barbabietola, o mais. Si apre una gara. Chi offrirà di più per il carburante? Il suv americano o la madre di famiglia africana da un dollaro al giorno? La domanda è retorica: la risposta è nota. È la fame africana (o asiatica o latinamericana) che va fuori mercato. Di colpo gli alimenti più comuni aumentano e raddoppiano di prezzo. Non solo ciò che può essere direttamente trasformato in carburante, ma anche quel che può essere scambiato con l'agrocarburante. E tutto questo cambiamento è reso razionale: c'è la selezione solita tra chi ha e chi non ha; e c'è una serie di accorgimenti per rendere ancora più vantaggioso il passaggio delle derrate da alimento per gli umani ad alimento per gli autoveicoli. I rimborsi per gli agricoltori dei paesi favoriti sono immutati; a fare la carità agli altri penserà la Fao. Alla Fao da oggi sono presenti decine di capi di stato. Non però Fidel Castro, buon profeta, 14 mesi fa, alla sua prima «riflessione» dopo la malattia. «Il mais trasformato in etanolo... Applicate questa ricetta ai paesi del Terzo Mondo e vedrete quante persone non consumeranno più mais tra le masse affamate del nostro pianeta. O peggio: concedete ai paesi poveri prestiti per finanziare la produzione di etanolo dal mais o da qualsiasi altro tipo di alimento e non rimarrà in piedi nemmeno un albero per difendere l'umanità dal cambiamento climatico». Era il 28 marzo 2007.

 

«Gli immigrati non sono criminali. Va tutelato almeno il diritto d'asilo» - Stefano Milani

«Sul reato di immigrazione clandestina ci auguriamo che almeno in sede parlamentare si tenga conto del richiedente asilo», così Laura Boldrini, portavoce dell'Unchr (l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Come considera queste ultime critiche da parte dell'Onu? La critica di Louise Arbour è in linea con quelle fatte nelle scorse settimane, all'indomani dall'approvazione del pacchetto sicurezza. Prima di lei si era espresso con lo stesso tono l'Odihr (Office for Democratic Institutions and Human Rights, ndr) e anche l'europarlmentare ungherese Viktoria Mohacsi che ha denunciato le pessime condizioni di vita della comunità rom in Italia. Il problema dunque c'è e va affrontato subito. La critica dell'Alto commissario Onu per i diritti umani è in particolare sul reato di immigrazione clandestina. Oggi non deve passare l'idea che un clandestino sia un criminale così come l'equazione di "meno diritti più sicurezza", perché se passa questo si rimettono in discussioni le radici culturali dell'Europa basate sul diritto. C'è però da approfondire. Da quanto abbiamo appreso si tratta del reato di ingresso irregolare e ad essere punito non è chi, anche se clandestino, è già nel nostro paese ma chi entra oggi. In base ai dati del Viminale gli ingressi via mare rappresentano solo il 10% di chi sta irregolarmente in Italia, il che sta a significare che la maggior parte è entrata regolarmente. Magari con un visto e poi si è trattenuto anche dopo la scadenza. Tra chi arriva irregolarmente via mare quanti chiedono asilo? Lo scorso anno su un totale di 20mila arrivi registrati in Italia via mare un immigrato su tre ha fatto domanda d'asilo e uno su cinque ha ottenuto una forma di protezione internazionale. Sempre nel 2007 il 35% di quelli arrivati dalle nostre coste, quindi, ha presentato domanda d'asilo. Più in generale delle 14mila domande presentate, circa il 50% ha ottenuto dallo Stato italiano una forma di protezione, mentre si alza al 65% tra coloro arrivati attraverso il Mediterraneo, rischiando così la vita perché non hanno scelte alternative, in fuga da persecuzioni, da conflitti, dalla violenza generalizzata. L'attuale legge Bossi-Fini in tema di immigrazione rischia di complicare ulteriormente le cose? La Bossi-Fini dice che per assumere uno straniero bisogna fare esplicita richiesta direttamente nel paese d'origine, senza quindi poterlo conoscere. Ma quando si tratta di lavori delicati come la badante, la colf o la babysitter è difficile che uno possa impiegare una persona sconosciuta senza averci mai parlato e potuto approfondirne le qualità. E difatti sono gli stessi italiani che preferiscono assumere persone irregolari ma già presenti nel nostro paese e di cui in qualche modo si fidano. Nell'ultimo decreto flussi su 170mila posti disponibili sono state presentate 700mila domande. Qual è la situazione in Europa in materia d'asilo? Nel 1999 l'Europa ha deciso di porsi degli obiettivi e di armonizzare la materia dell'asilo, cioè di trovare degli standard comuni. Si è partiti cercando di applicare al meglio la convenzione di Ginevra, il problema è che andando avanti le direttive si sono sempre più indebolite e gli standard si sono abbassati. Purtroppo l'Europa ha deciso di giocare al ribasso mettendo in discussione il diritto d'asilo.

 

Onu: «Clandestini, no al reato» - Leo Lancari

Roma - La condanna nei confronti del governo Berlusconi non potrebbe essere più netta: le recenti misure adottate contro rom e immigrati clandestini preoccupano la comunità internazionale, al punto che prima il Vaticano e poi l'Onu intervengono per denunciare i rischi legati a «politiche repressive» che danno origine ad «atteggiamenti xenofobi» da parte delle popolazioni. A cosa si riferiscono la Santa sede e l'Alto commissario per i diritti umani Louise Arbour, che ieri ha parlato a Ginevra, è chiaro. Le immagini degli assalti ai campi rom di Napoli hanno fatto il giro del mondo, lasciando senza parole gli organismi internazionali che si occupano di immigrati e di nomadi. E sentire un governo di destra invocare il pugno duro nei loro confronti, arrivando a introdurre il reato di immigrazione clandestina e un supercommissario ad hoc per un'etnia, i rom, non fa che aumentare le preoccupazioni per una deriva razzista nel nostro Paese. Una colpi duri per Palazzo Chigi, che affida la replica alle accuse della Arbour a Giovanni Caracciolo di Vietri, rappresentante italiano presso le organizzazioni internazionali a Ginevra, che dopo essersi detto «stupito» per le affermazioni del commissario ha ribadito l'impegno dell'Italia nella lotta al razzismo. Ma le stesse preoccupazioni sembrano essere largamente condivise, seppure indirettamente, anche dal Quirinale. Già nelle corse settimane il presidente della Repubblica aveva espresso al ministro degli Interni Roberto Maroni le sue perplessità proprio su alcuni punti importanti del pacchetto sicurezza. E ieri dal Colle è arrivata una precisazione che suona come una netta presa di distanza dalle scelte del governo: «Il reato di immigrazione clandestina - spiega infatti una nota del Quirinale - è in un disegno di legge all'attenzione del parlamento», come ha dire che la sua eventuale approvazione non dipende dalla presidenza della Repubblica. Le critiche del Vaticano. A parlare è monsignor Agostino Marchetto, segretario del ministero dell'immigrazione della Santa sede, contrario all'arresto per i clandestini. «I cittadini di paesi terzi, come i cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un'infrazione amministrativa», dice. Nei giorni scorsi la Cei si era già espressa contro i Centri di permanenza temporanea, ora monsignor Marchetto ribadisce la sua contrarietà all'equazione clandestino uguale criminale. E si dice anche d'accordo con chi, in sede di comunità europea, si oppone alla direttiva sui rimpatri coatti. Le accuse dell'Onu. Passano poche ore e da Ginevra - dove è in corso il Consiglio dell'Onu sui diritti umani - arriva forse l'accusa più grave. A parlare questa volta è Louise Arbour, commissario uscente per i diritti umani, che critica le leggi contro gli immigrati clandestini e i rom di origine rumena. Episodi «preoccupanti», per la Arbour, che condanna le «politiche repressive» in vigore in Europa, ma punta l'indice in particolare sull'Italia. «Esempi di queste politiche e atteggiamenti - dice la Arbour - sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di rendere reato l'immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro i campi rom a Napoli e Milano». Le reazioni. Il compito di replicare per primo alla Arbour spetta all'ambasciatore Giovanni Caracciolo di Vietri che intervenendo al Consiglio dell'Onu spiega come il reato non sia ancora stato introdotto in Italia, ma sia già una realtà in molti altri paesi europei. E dalla Farnesina arriva un secco «critiche premature» alle accuse della Arbour. Ma il dibattito è avviato e c'è da scommettere che quando il ddl con il reato di immigrazione clandestina approderà in aula sarà battaglia. la maggioranza infatti, Lega in testa, è decisa a non fare passi indietro. Ma le parole del Vaticano trovano d'accordo Rocco Buttiglione (Udc), per il quale il nuovo reato è «sbagliato e non ha senso sia dal punto di vista dei valori, sia da quello della praticabilità». Un invito al Pdl a riflettere arriva invece dal presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, per la quale se opposizione, Chiesa e Onu pensano che il reato sia sbagliato, «forse è il caso che la maggioranza compia una riflessione profonda».

 

Le occasioni perdute della festa repubblicana - Gianfranco Bettin

È stato un freddo 2 giugno. Non solo per la pioggia. Era freddino il clima intorno al rito fondante della Repubblica, animato, si fa per dire, solo dalle battute di Berlusconi e dalla polemica sull'assenza dei ministri leghisti, anche se, come ha detto Calderoli, «un nostro ambasciatore c'era» («un ambasciatore»: ha detto proprio così il ministro che solo un paio di weekend fa alla Repubblica italiana ha giurato fedeltà). D'altronde, il loro rito i leghisti l'hanno ossequiato domenica a Pontida, con toni a loro propri. Sentono a tiro il federalismo, ma cercano alleanze perché, come ha detto Bossi, se lo potrebbero anche votare, con gli amici del Pdl, in Parlamento, ma poi, magari, si può finire trascinati al referendum e lì, in «gabina», non si sa mai. L'altra volta è finita male. D'altronde, più che federalista la riforma elaborata in bermuda a Lorenzago era un pastrocchio incomprensibile, per tenere insieme An col suo centralismo statalista e la Lega col suo neocentralismo regionalista, con Forza Italia disposta a ogni kamasutra istituzionale pur di far durare Berlusconi. Ma è finita male, appunto. In fondo, ragionandoci proprio il 2 giugno, il federalismo potrebbe essere una buona idea. Un paese diviso, afflitto sia dai localismi più miopi ed egoisti che da un centralismo appesantito e slogato, potrebbe magari ritrovarsi, con un nuovo patto che ne rifondi l'unione a partire dai territori, da ciò che, nell'esperienza diretta dei cittadini, è sentito come proprio e, insieme, come comune. Potrebbe essere una via d'uscita. Proprio per questo forse poteva essere utile arricchire la festa della Repubblica di nuove idee, invece che lasciarle inumidire sul prato di Pontida o invece che farcire il ricevimento al Quirinale di chiacchiere su cravatte e tailleur e di gossip parapolitici. D'altro canto, un po' assenti, ieri, erano anche altri, ad esempio i pacifisti che, in coincidenza con la parata militare, si facevano di solito sentire. Ieri hanno solo replicato, a un certo punto, a una castroneria interessata di La Russa, che ha dato numeri sbagliati sulla spesa militare, per portare a casa più fondi nella prossima Finanziaria (a meno che non sia davvero così ignorante). Gli ha risposto Angelo Bonelli, ricordandogli che una parte cospicua della spesa militare è rubricata alla voce Attività Produttive e dunque il suo peso sul Pil non è affatto dello 0,9%, come dice il Ministro della Difesa, bensì del 2%. Sarebbe stata, anche questa, una buona ragione per introdurre il tema in coincidenza con la parata. Insomma, malgrado gli sforzi di Giorgio Napolitano, infaticabile anche ieri nel rammentare i significati veri e alti del calendario civile e istituzionale repubblicano, il 2 giugno 2008 è parso svogliato, obbligato a celebrarsi, senza vitalità e tensione positiva. Ne avrebbe bisogno, un paese che giusto ieri, nel giorno della sua festa cruciale, è stato richiamato severamente niente meno che dall'Onu, oltre che dal Vaticano, per la sua politica iniqua e per le sue leggi brutali e cialtronesche sui migranti, forse il test supremo, oggi, per giudicare della civiltà di una nazione.

 

«17 Guantanamo galleggianti» - Fausto Della Porta

Non una, ma 17 Guantanamo. Con prigionieri rinchiusi però non su un'isola, ma in 17 imbarcazioni da guerra. La denuncia arriva dall'organizzazione non governativa «Reprieve», secondo la quale navi militari statunitensi sarebbero usate come prigioni per detenere, interrogare - con metodi vicini alla tortura - e spostare in giro per il mondo parte dei prigionieri catturati durante la cosiddetta «guerra al terrore». Washington ha subito smentito il rapporto. L'impiego delle imbarcazioni-carcere sarebbe partito alla fine del 2001 (dunque dall'inizio della campagna contro l'Afghanistan dei taliban). Il rapporto di Reprieve (www.reprieve.org.uk) sarà pubblicato nei prossimi giorni ma è stato anticipato ieri dal quotidiano britannico Guardian. Della possibilità che gli Usa stiano sfruttando navi da guerra in navigazione per nascondere detenuti illegali si era già parlato nelle scorse settimane. Secondo i dati raccolti dalla organizzazione non governativa, almeno 200 casi di rendition - trasferimenti illegali in prigioni segrete dislocate in paesi dov'è possibile praticare la tortura - si sarebbero verificati dal 2006. Eppure due anni fa il presidente George W. Bush aveva assicurato la fine di tali pratiche. Clive Stafford Smith, responsabile legale di Reprieve, ha dichiarato al Guardian che gli Stati Uniti «hanno scelto le navi per tenere le loro malefatte lontano dagli occhi dei media e degli avvocati delle associazioni umanitarie, ma alla fine riusciremo a riunire tutti questi detenuti fantasma e a far valere i loro diritti». «Gli Stati Uniti - ha proseguito Smith - al momento detengono, per loro stessa ammissione, 26mila persone, nelle prigioni segrete, mentre le nostre stime dicono che almeno 80mila persone, a partire dal 2001, sono passate tra gli ingranaggi del sistema. È ora che l'amministrazione Usa mostri un impegno concreto a rispettare i diritti umani rivelando chi sono queste persone, dove sono e che cosa è stato fatto loro». Tra le tante testimonianze raccolte nel documento della ong britannica si può leggere quella di un prigioniero di Guantanamo (dove circa 300 musulmani restano prigionieri in regime di detenzione amministrativa, senza accuse formali a loro carico) che riporta l'esperienza del suo vicino di gabbia: «Mi disse che in quella nave erano in 50, chiusi nel profondo della stiva, e che venivano picchiati più forte che a Guantanamo». Il rapporto avanza inoltre il sospetto che alcuni dei prigionieri fantasma siano transitati attraverso le strutture della base militare britannica «Diego Garcia» nell'Oceano Indiano. E ciò coinciderebbe con la parziale ammissione del ministro degli Esteri di Londra, David Miliband, che lo scorso febbraio aveva detto che due velivoli americani in missioni di tipo «rendition» fecero scalo in quella base. «Passo dopo passo - ha commentato Andrew Tyrie, presidente della commissione parlamentare sulle missioni-tortura - la verità sulle "rendition" sta venendo fuori: è solo una questione di tempo. Il governo farebbe meglio a fare subito chiarezza». Un portavoce della marina militare Usa ha però smentito le conclusioni di Reprieve. «Non ci sono prigioni sulle navi americane», ha detto il comandante Jeffrey Gordon al Guardian. Ma è ormai un fatto che le missioni-tortura americane fossero consolidate e di pratica comune: basi segrete della Cia - dice il Guardian - operavano in Romania, Polonia, Thailandia e Afghanistan. «Tutte queste basi segrete fanno parte di una rete globale in cui le persone vengono detenute indefinitamente, senza che le accuse vengano formalizzate, e sono sottoposte a tortura - in netta violazione della convenzione di Ginevra e della carta sui diritti dell'uomo dell'ONU», aveva detto Ben Griffin, ex membro delle forze speciali britanniche. Griffin venne poi messo a tacere dal ministero della Difesa che ottenne, ai suoi danni, una diffida dal tribunale.

 

Liberazione – 3.6.08

 

L'Onu: «Italia fai paura, sei repressiva e xenofoba» - Davide Varì

L'Italia come l'Iran, come la Corea del Nord. Come tutti quegli Stati che destano preoccupazione per lo scarso livello dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Non bastavano le critiche arrivate dall'europarlamento riunito in seduta straordinaria, nè le preoccupazioni del Vaticano e di mezza stampa europea - "The politics of fear return to Italy" , titolava The Times qualche giorno fa - ora il "caso Italia" arriva fino alla massima istituzione mondiale, fino all'Organizzazione delle Nazioni Unite. E' infatti di ieri la durissima presa di posizione dell'Alto commissario Onu per i diritti umani che ha esplicitamente indicato il nostro Paese come una sorta di epicentro di una nuova ondata xenofoba che potrebbe espandersi in tutto il vecchio continente: «In Europa - ha dichiarato il commissario Louise Arbour - le politiche repressive, così come gli atteggiamenti xenofobi e intolleranti, contro l'immigrazione irregolare e minoranze indesiderate, sono una seria preoccupazione». Poi l'affondo al nostro Paese: «Esempi di queste politiche ed atteggiamenti sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di rendere reato l'immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro i campi rom a Napoli e Milano». Insomma, in Italia c'è davvero un'emergenza: è l'emergenza razzismo. Anche dal Vaticano arrivano parole preoccupate per come il governo Berlusconi intende affrontare la questione immigrazione: «I cittadini di Paesi terzi, come cittadini comunitari - ha affermato il segretario del Pontificio consiglio per i migranti - non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un'infrazione amministrativa». Come dire: non si può finire in galera per il semplice fatto di essere arrivati in Italia clandestinamente. Eppure, di fronte alle preoccupazioni che arrivano dal Vaticano in materia di immigrazione, la maggioranza guidata da Berlusconi sembra aver ritrovato un'inaspettato, e fino ad oggi del tutto sconosciuto, senso dello Stato laico. Ma le parole che più bruciano in queste ore sono proprio quelle che arrivano dall'Onu. L'Alto commissario per i diritti umani non si è limitato a criticare l'Italia per come sta gestendo il fenomeno immigrazione, il commissario Louise Arbour ha infatti paragonato gli assalti ai campi rom di Napoli e Milano, alle violenze in Sud Africa e Somalia: «Violenze che scioccano e continuano a suscitare allarme presso la comunità internazionale». Di fronte a questo attacco frontale ed esplicito la delegazione italiana presente nella sede ginevrina dell'Onu ha immediatamente preso parola cercando di salvare il salvabile ed esprimendo il proprio «stupore» per il riferimento alla situazione italiana, «un Paese - secondo l'ambasciatore Giovanni Caracciolo di Vietri - da sempre in prima linea nella battaglia contro il razzismo, la xenofobia e l'intolleranza». L'ambasciatore ha inoltre precisato che l'Italia non ha ancora introdotto il reato di immigrazione clandestina, reato che peraltro già hanno molti altri Paesi europei e non -europei, e che il relativo progetto di legge deve essere ancora esaminato dal parlamento. L'obiettivo della norma sarebbe in ogni caso quello di contrastare il fenomeno dell' immigrazione clandestina e non avrebbe alcun legame con atteggiamenti xenofobi. Riguardo agli attacchi contro i campi Rom, la delegazione ha sottolineato che tutte le autorità e i partiti hanno condannato tali fatti e che i responsabili saranno perseguiti secondo la legge. Anche il ministro degli esteri Franco Frattini ha provato a difendere il governo dagli attacchi che sono arrivati dall'Onu: «Esprimere valutazioni premature - sottolinea la Farnesina - su proposte che ancora il Parlamento italiano non ha discusso desta sorpresa, ma non condizionerà il dibattito politico nazionale». «In ogni caso - conclude Frattini - si tratta di una questione che non ha nulla a che vedere con la xenofobia o con la discriminazione su base razziale, e che affronta invece il fenomeno dell'immigrazione illegale e degli strumenti legislativi per ridurlo, nell'ambito beninteso delle garanzie previste dall'ordinamento giudiziario e nel pieno rispetto delle direttive dell'Unione Europea». E nelle stesse ore in cui l'Onu si scagliava contro l'Italia, una delegazione di parlamentari radicali visitava il Cpt romano di Ponte Galeria che al momento ospita 134 uomini e 109 donne provenienti da vari paesi del mondo. Nella delegazione era presente anche Elettra Deiana di Rifondazione comunista che ha parlato senza mezzi termini di vero e proprio «inferno» e di condizioni disumane. «I centri di permanenza temporanea, non lo scopriamo certo oggi, vivono una sospensione dei diritti umani fondamentali. La situazione del Cpt di Ponte Galeria è particolarmente drammatica per lo stato in cui sono costretti a vivere i "detenuti"». Di «violazione dei diritti umani, mancanza di igiene, promiscuità e tensione», parla anche Rita Bernardini, segretaria dei Radicali. Poi l'appello: «Chiediamo agli esponenti del governo che si stanno occupando di varare dei provvedimenti sull'emergenza sicurezza e sull'immigrazione - ha detto Bernardini nel corso di una conferenza stampa al termine della visita - di venirsi a fare un giro qui. In questo centro ci sono persone appena uscite di galera, in attesa di essere regolarizzate o espulse o addirittura in attesa di asilo politico. Questa situazione disumana non è altro che una prova che il sistema giudiziario italiano è al collasso».

 

«Cara Marcegaglia non tutto è tuo...» - Piero Sansonetti

Abbiamo incontrato Gianni Rinaldini qui, nella nostra redazione, in coincidenza con l’inizio della conferenza d’organizzazione della Cgil. Abbiamo discusso - con lui e con Maurizio Zipponi - del futuro del «mondo del lavoro». A partire dal faccia a faccia tra il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, e lo stesso Zipponi, il cui resoconto abbiamo pubblicato sabato. Rinaldini è il segretario della Fiom, è considerato il leader della sinistra, nel sindacato. Rinaldini ha sempre difeso il valore del contratto nazionale di lavoro, e su questo è in netto dissenso con Bonanni, che invece «tifa» per la contrattazione di secondo livello, e giudica il contratto nazionale uno strumento antico e indebolito dagli anni. Gianni Rinaldini parte proprio da qui. Dice. «La storia che c’è uno scambio tra contrattazione nazionale e territoriale è una balla... la realtà è solo l’indebolimento della contrattazione nazionale. La contrattazione di secondo livello riesci a farla solo nelle zone dove hai i rapporti di forza favorevoli. Se puntiamo tutto sulla contrattazione territoriale, finisce che il contratto nazionale diventa lo strumento per porre limiti alla contrattazione territoriale. Maurizio Zipponi - Partiamo da qui. La Cgil è di fronte alle scelte politiche. Di fronte alla crisi di rappresentanza fortissima che ha il sindacato. Di fronte alla realtà che esistono molti operai che votano Cgil dentro la fabbrica e poi alle elezioni politiche votano per la Lega o per An. Quindi il sindacato dovrebbe ragionare su come è costruita la propria rappresentanza. E poi dovrebbe riflettere sulla riscoperta della parole “indipendenza” e “autonomia” che sono state parole chiave della sua storia. Invece c’è una spinta perché si occupi solo delle questioni dell’oggi. La sinistra politica, da parte sua, viene da una sconfitta clamorosa e ora si tratta di ricostruire i propri fili nel rapporto coi lavoratori. Un faticoso cammino che ci attende per ridare ai lavoratori l’idea di una utilità del voto a sinistra. Si tratta di affermare l’idea che esiste una forza di sinistra che ha un progetto autonomo, che riguarda il mondo del lavoro, e che poi può collocarsi al governo o all’opposizione. Rinaldini - La globalizzazione è stata una cesura nella storia del movimento operaio. C’è un prima e un dopo. Non credo che la lettura di quello che sta avvenendo oggi - per esempio della sconfitta della sinistra alle elezioni - sia riconducibile a quello che è successo negli ultimi due anni, o a questo o quel comportamento politico (che pure sono cose rilevanti per capire il risultato elettorale). Io sono convinto che lo sconvolgimento sociale, politico, culturale che i processi di globalizzazione hanno determinato, è stato tale da mettere in discussione le fondamenta del movimento operaio. Sia a livello politico che sindacale. Provo a spiegare perché. Il sindacato nasce da una istanza che è quella del rifiuto della pura logica di mercato. Nasce dalla volontà di porre vincoli sociali che contrastino la pura logica di mercato. Nasce sulla parola d’ordine: otto ore di lavoro, otto di riposo, otto di di tempo libero. Quindi su una idea della vita e dei diritti alla quale poi si deve adattare la produzione. Ora, con la globalizzazione, quali sono i vincoli sociali? Nessuno. La logica oggi è quella dell’adattamento di tutto alla globalizzazione. Ai suoi ritmi e alle sue esigenze. In questo schema il sindacato deve diventare sindacato aziendale legato alla redditività dell’impresa. Dentro uno scenario che è di contrapposizione tra i singoli lavoratori, nel paese, e tra i lavoratori dei diversi paesi. Nasce da qui la crisi della rappresentanza sociale, cioè del sindacato. Di tali dimensioni che richiederebbe l’apertura in Cgil di una grande discussione – di qui al congresso – su questo tema: se c’è un futuro, quale sindacato per il futuro. In assenza della definizione di una idea strategica del sindacato, i dissensi su questo o quell’accordo diventano laceranti. Così come gli assetti dei gruppi dirigenti. Laceranti in assenza di prospettiva.... Ovvio che termini come autonomia e indipendenza - le parole chiave che tu hai citato - nello scenario attuale e anche istituzionale (penso al bipolarismo) non possono essere ripetuti come 20 anni fa. Devono essere sostanziati da un progetto generale. E da conseguenti scelte organizzative. Quali scelte? Alcune vanno fatte subito: democratizzazione del sindacato, riforma delle regole di vita interna, il ritesseramento - superando il tesseramento automatico che c’è oggi (e questo deve riguardare anche il sindacato dei pensionati) - e poi va rilanciata anche sul piano legislativo la questione della democrazia, affermando la titolarietà dei lavoratori sulle piattaforme e gli accordi. Credo anche che il sindacato debba estendere l’incompatibilità con le direzioni dei partiti politici. Questi sono tutti pezzi di un ragionamento su un sindacato che torni ad assumere una dimensione progettuale. Non si può dire che questi problemi sono stati affrontati nel congresso di due anni fa. Quel congresso fu viziato, alla vigilia della scadenza elettorale, dal rapporto con il futuro governo Prodi. E poi va detta chiaramente una verità (che fa da vaccino ad ogni trionfalismo): il sindacato non può continuare a dire di godere buona salute quando la gente che vuole rappresentare in questi anni ha peggiorato le proprie condizioni salariali e di vita. Zipponi - Sanissimo bagno di realtà. Se coloro che tu vuoi rappresentare stanno peggio, significa come minimo che la tua azione è inefficace. Quindi non funziona, quindi: cosa devo cambiare? E’ la stessa domanda che si sta ponendo a sinistra. Il risultato elettorale chiude una fase a sinistra. Non esiste una sinistra che sta bene. Non esiste una sinistra se non si dà un progetto e un gruppo dirigente nuovo.... Rinaldini - Il problema centrale, per la politica come per il sindacato, è quello della globalizzazione. Quale sinistra per il futuro. La deriva di sei sette partiti nella sinistra, ognuno custode del suo gruppo e della sua identità, credo che sarebbe lo scenario di una sinistra che non esiste più. Al di là delle forme e dei modi, che possono essere diversi, il problema è che si deve aprire un percorso di discussione vera, di merito, su che cosa oggi vuol dire costruire una sinistra che si da l’obiettivo di avere radici di massa. Che sia in grado di giocare un ruolo importante nel paese. Vedo la difficoltà reale, che probabilmente è in relazione con la difficoltà sindacale. Quello che dice Emma Marcegaglia è molto chiaro, e non può lasciarci indifferenti, e non può essere sottovalutato: finalmente c’è un Parlamento che ha un orizzonte comune che mette al centro il mercato e l’impresa. Sono fuori del Parlamento tutti quelli che non hanno questo orizzonte. Il discorso di insediamento di Marcegaglia è il più arrogante che abbia mai ascoltato da un presidente di Confindustria. E’ più arrogante di quello di D’Amato di 10 anni fa. Però ha il pregio di porci di fronte alla realtà. Zipponi - Dice la Marcegaglia: dopo 150 anni il conflitto capitale-lavoro si chiude. Nel Parlamento e nel paese una condizione unica: il mercato è il faro, l’impresa è la guida, e chi si oppone è fuori. Per i padroni è un momento magico ma i momenti magici non sono eterni. La Marcegaglia lo sa e sa che deve portare a casa tutto e subito. Davvero è finita la lotta di classe? Una classe in Italia c’è e ha una sua rappresentanza, c’è anche l’altra classe ma non è più rappresentata. L’obiettivo di Marcegaglia è quello di approfittare della assenza di rappresentanza di una delle due classi per azzerare la capacità del sindacato di essere indipendente rispetto all’impresa. Che vuol dire autonomia, indipendenza? Avere dei sindacalisti che pensano al di fuori dell’impresa. Poi tra loro ci sarà il moderato, l’estremista eccetera: ma sono autonomi, non sono funzionali all’impresa. La Marcegaglia dice: no, bisogna impedire l’autonomia, bisogna affermare che c’è un solo punto di vista. Rinaldini - Si, è così. E’ una idea autoritaria. Zipponi - E’ vero che c’è un problema del tornare in fabbrica. Di ridurre il distacco tra sindacato e lavoratori. Anche per la Fiom. La contrattazione di secondo livello per avere una sua forza deve essere esigibile, cioè valere per tutto il reparto, o la zona, o la filiera. Altrimenti è una fregatura. E poi c’è il problema degli automatismi sull’inflazione, cioè degli aumenti automatici dei salari legati al valore reale della moneta. Rinaldini - Contrattazione aziendale e contratto nazionale sono sempre andati di pari passo. I contratti nazionali migliori li abbiamo sempre fatti in presenza di una contrattazione aziendale forte. E viceversa. Non è immaginabile uno squilibrio tra questi due aspetti della contrattazione. Parlare di scambio tra contrattazione nazionale e aziendale è privo di senso. Allora non c’è dubbio che la questione vera è la contrattazione collettiva, a tutti i livelli. L’obiettivo è la riunificazione del lavoro. Oggi il lavoro è totalmente frantumato, tra lavoratori che operano per lo stesso prodotto. Accordi positivi nell’azienda madre vengono scaricati su altri lavoratori della filiera che lavorano in appalto. L’estensione della contrattazione deve avere come obiettivo la riunificazione del ciclo lavorativo. Le stesse dinamiche retributive non possono essere subordinate ad elementi di produttività, redditività, bilancio dell’impresa. L’operazione che ha fatto il governo con la detassazione sui premi di risultato, va in una direzione precisa. Che vuol dire? Che il padrone, in una contrattazione aziendale, ti dirà: se vuoi un aumento sul salario variabile ti do tot, se no la metà. Quindi c’è un intervento del governo direttamente nella contrattazione. Così si afferma una idea di contrattazione aziendale in una pura logica di impresa.

 

E la Pasionaria di Bossi arringa la folla leghista: «Lavoro, lavoro, lavoro» - Maurizio Pagliassotti

Pontida - Arranca il torpedone padano per le strade del bergamasco. E' mezzogiorno e Pontida è ancora lontana. Scorrono i paesi e le vie: Via Alberto da Giussano, via Indipendenza, via Padania...manca solo la mitica via da Roma. Oggi è festa per il leghista doc, oggi si celebra il giuramento di Pontida, vecchio di diciotto anni. Cosa giurarono al tempo Bossi ed altri dimenticati dalla storia nessuno lo sa sul mio pullman ma che importa. Forse la secesiun , forse, l'indipendensa . Oggi le parole d'ordine pronunciate su questi sedili sono altre: sicurezza e federalismo fiscale, ovvero fuori i clandestini dalle palle e più soldi per i sindaci «che non devono più andare a Roma con il cappello in mano». Finalmente vediamo il cartello Pontida e sotto un altro «città del giuramento, pro loco». Boato di gioia, siamo arrivati. Il luogo della catarsi leghista non poteva che essere così: un prato fangoso assediato dai capannoni lungo la statale ai margini di Pontida. Senza offesa per nessuno, davvero un posto bruttarello. C'è qualche gazebo e statue degli indiani d'America che sono finiti nelle riserve; c'è un gruppo di Firenze che non vuole la tramvia, un altro che non vuole una discarica della munnezza, ci sono tantissimi terroni doc (arrivati con due pullman da Roma e uno da Napoli), e non mancano i neri. Tutti con la camicia verde e la bandiera recante la croce di San Giorgio: sembra di essere dentro il romanzo di Ballard «Regno a venire». Gente allegra ma soprattutto incazzata che non sopporta nessuno se non se stessa. In fondo anche Berlusconi qua è visto come un nemico, un mafioso, un padrone. Incazzata per cosa poi? Sono poveri questi leghisti che manifestano in Maserati sventolando la bandiera della Padania? Sono precari? A sentire cosa urla la tostissima ex capa del sindacato padano, Rosi Mauro, si direbbe di sì. Sono corde sensibili quelle che fa suonare per strappare applausi. Urla furibonda cose che non si sentono nemmeno più ai comizi della Cgil, attacca gli imprenditori e i sindacati nazionali che gli tengono bordone, sferza Berlusconi. Il suo è un crescendo: parte dalla famosa quarta settimana per sostenere che la gente del nord è povera o si sta impoverendo. La parola lavoro è ripetuta in maniera ossessiva. Arringa i pensionati che hanno lavorato quaranta anni e percepiscono pensioni da fame. Un comizio davvero bello, convincente. Poi per le soluzioni sbraca perché sennò sarebbe davvero un clone della sinistra. Non parla di precariato giovanile, e trova la panacea di ogni male nel federalismo fiscale, ovvero: i soldi che il nord produce devono rimanere la nord. La gente è contenta, applaude, urla secesiun . Dopo di lei Bobo Maroni che parla di sicurezza: i Cpt diventeranno Centri di identificazione ed espulsione immediata. Per chi farà il furbo distruggendo i documenti il soggiorno nei nuovi Ciei diventerà di diciotto mesi, rinnovabili. Non c'è un grammo di pietà umana nelle parole di Maroni, cosa molto apprezzata dall'uditorio. «La Lega copre i primi tre gradini della piramide dei bisogni di Abraham Maslow». Così argomenta Giovanni, un tranquillo signore di Treviso incontrato in un bar lungo la statale. «Bisogni primari, sicurezza ed appartenenza. Nessuno come noi copre così bene la piramide. Ci manca solo l'ego, ma quello è dedicato all'elettorato berlusconiano». E poi l'affondo, forse consapevole che il suo interlocutore proprio leghista non è... «A ben guardare poi Maslow rimesta la sempiterna teoria marxista delle strutture e sovrastrutture...». Sono le tredici quando sale il capo per il comizio di chiusura. Per i diecimila di Pontida, questa è la cifra raccolta sul prato dalla voce dei partecipanti, è il tripudio. I leghisti ed i loro acerrimi nemici islamici hanno un punto in comune: il culto della personalità. I lumbard hanno l'Umberto, gli altri hanno Saddam, Arafat, Assad, Abdallah & c. Quando parla il capo sul pratone scende un silenzio tombale, tutti siamo assorti. Prima fa un cazziatone da paura ai leghisti piemontesi che non si sono fatti vedere nelle zone colpite dall'alluvione, poi fa il ministro: dice che le riforme arriveranno attraverso un processo democratico. Ma se questo non dovesse avvenire avverte che le moltitudini devono tenersi pronte a scendere a Roma incazzate a dargli una mano. Come non lo dice. Infine spiega bene cosa significa opposizione in questo momento in Italia: «Sto facendo insieme al ministro del governo ombra la riforma del federalismo fiscale». Dice proprio così «insieme al ministro del governo ombra». Un padano urla «secessione!!!» e Bossi gli dà il contentino. «Eh, magari arriveremo anche lì un giorno». I miei vicini di pratone sul tema secesiun però si scontrano. «Qui siamo in Padania!» dice un veneto di Treviso. E l'altro gli risponde a muso duro: «Qui siamo in Italia, la Padania non esiste». Sarà un transfuga della sinistra? Bossi stanco si ritira, il leone ferito tenta un «Roma ladrona la Lega non perdona» ma è troppo fiaccato dalla malattia e desiste. Il popolo torna a casa sotto un caldo allucinante. Fine della giornata, fine della festa. Buona Padania a tutti.

 

«Siamo sull'orlo di un precipizio dobbiamo reinventarci il futuro»

Giuliano Battiston

Punto di riferimento per la galassia altermondialista che si oppone alla mercificazione dei beni comuni, fondatrice nel 1982 della Research Foundation for Science, Technology and Ecology e poi del movimento Navdanya per la salvaguardia della varietà delle sementi, Vandana Shiva conduce da anni una battaglia per «conseguire giustizia, sul piano economico e sociale, sostenibilità ecologica, pace, democrazia e libertà d'espressione per le diverse culture». Al nuovo colonialismo della globalizzazione neoliberista e alla monocultura della mente che erode la diversità culturale e biologica Vandana Shiva oppone una forte passione, un intenso attivismo sociale e una prolifica attività di saggista (tra i suoi libri ricordiamo Monoculture della mente , Il mondo sotto brevetto, Vacche sacre e mucche pazze, Terra Madre, Le guerre dell'acqua, Il bene comune della Terra ). L'abbiamo incontrata a Firenze nel corso di "Terra Futura", la mostra-convegno "dedicata alle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale". Una volta lei ha scritto: «Nel corso degli ultimi tre decenni ho provato a vivere trascendendo le polarità tra le persone e il pianeta, tra la scienza moderna e il sapere indigeno, tra l'ambiente e lo sviluppo, tra il nord e il sud, tra il locale e il globale». Tutta la sua attività sembrerebbe animata proprio dal tentativo di trascendere il dualismo che caratterizza la cultura scientifica moderna e gran parte del sistema di pensiero occidentale… Le polarizzazioni e il dualismo sono tra le maggiori fonti della violenza, e si riflettono nei sistemi di pensiero, nei sistemi politici e in quelli di distribuzione del potere; non solo creano conflitto, ma impediscono pure che emergano soluzioni possibili, e in questo senso credo che trascendere questo falso dualismo sia un imperativo etico e politico, perché altrimenti rimarremmo schiacciati nelle polarità che dividono chi domina da chi è dominato e nelle quali per definizione chi è senza potere deve essere soggiogato. Oggi è il futuro stesso a essere soggiogato: le donne sono state soggiogate ma rappresentano il futuro; la natura è stata soggiogata dalla scienza ma rappresenta il futuro; il sud è stato soggiogato dal nord ma è il futuro. Il trascendimento di queste polarità è un passo necessario se vogliamo che l'avventura umana abbia un futuro. Lei ha analizzato spesso il contesto sociale della scienza e della tecnologia: in "Terramadre", per esempio, sostiene che la scienza e lo sviluppo non siano categorie di progresso universali, ma «progetti peculiari al moderno patriarcato occidentale». Cosa intende? Proprio perché anch'io sono una scienziata - sebbene educata sulla base della teoria dei quanti - sono testimone di come la scienza riduzionista e meccanicista sia stata creata per dominare la natura e le persone. Basta guardare ai testi dei cosiddetti padri della scienza moderna: per Bacone questo nuovo tipo di conoscenza avrebbe dovuto basarsi sul saccheggio della natura, mentre Cartesio suggeriva la necessità di fuggire la nostra condizione di esseri ancorati a un mondo materiale. La scienza meccanicista nega inoltre che la Terra abbia capacità auto-organizzative e auto-creative, e trasforma la Terra Mater in terra nullius, ritenendola priva di intelligenza creativa ed energia, un semplice materiale grezzo a disposizione dell'uomo. I risultati sono evidenti: da una parte i cambiamenti climatici, frutto dell'idea che la Terra sia una fonte di energia senza costi; dall'altra la scomparsa della biodiversità e la crisi alimentare, frutto dell'idea riduzionista per cui se il suolo non è fertile di per sé, la fertilità deve essere creata con le tecnologie e l'industria. La scienza riduzionista è legata alla tecnologia meccanica che guarda ai sistemi biologici come artefatti meccanici, e questo legame conduce alla mercificazione della vita e dei bisogni primari. Lei ha dedicato diversi testi al legame tra femminismo ed ecologia. Ci vuole spiegare in che termini il «femminismo inteso come ecologia può rappresentare l'energia per una nuova fondazione della politica e dell'economia»? Sia il femminismo come riconoscimento di pari dignità e uguaglianza tra uomini e donne che l'ecologia come riconoscimento che la natura come sistema "conta" e "produce" sono stati negati dal sistema patriarcale dominante. Il patriarcato assume ovviamente forme diverse, ma quello a cui mi riferisco è il nuovo patriarcato della globalizzazione economica, alimentato dalla scienza, dalla tecnologia e dalle istituzioni patriarcali come le corporation che hanno contribuito a legittimare l'idea che le donne non hanno intelligenza né sono produttive, e che per questo devono essere trattate come un secondo sesso. Lo stesso accade con la natura, cui si nega la capacità di produrre e organizzarsi. Attorno alle donne e alla natura dovremmo invece ritornare a costruire le idee di conoscenza, produzione e politica: solo le donne possono insegnarci come avviare la transizione verso un mondo giusto e sostenibile; solo le donne sanno come produrre più cibo usando meno risorse; solo le donne sono capaci di mostrare il valore della diversità, della multifunzionalità, del pluralismo, della cooperazione invece che della competizione. E' arrivato il momento di pensare a modi diversi di pensare il potere con i quali sia possibile reclamare nuovi spazi democratici. Già nel libro "The Violence of the Green Revolution" lei sosteneva che il terrorismo è spesso il prodotto di politiche economicamente ingiuste e antidemocratiche. Oggi invece sostiene che "le nuove forme di privatizzazione introdotte dal colonialismo della globalizzazione economica" portano ad estremismo e terrorismo… Il terrorismo e gli estremismi sono la risposta di coloro che si ritrovano completamente esclusi, coloro a cui vengono sottratte le risorse, i mezzi di sostentamento e la stessa possibilità di prendere decisioni. Prima lo "sviluppo" come progetto, ora la globalizzazione hanno causato danni incredibili, permettendo per esempio che la terra dei contadini venisse trasferita alle grandi industrie agroalimentari. Le violenze di chi viene escluso rappresentano in questo senso il simbolo più evidente della chiusura di ogni spazio democratico di rivendicazione; dovremmo esaminare con attenzione ogni conflitto che viene presentato come un conflitto etnico o di religione perché ci accorgeremmo che si tratta invece di conflitti per le risorse e lo sviluppo. Anche il conflitto in Medio Oriente andrebbe valutato in questa prospettiva. Da molti anni lei si occupa dei pericoli legati alla brevettabilità delle forme di vita: perché ritiene che «le enclosures dei beni biologici e intellettuali rappresentano una reale minaccia per il futuro delle persone" e i brevetti siano "una nuova forma di colonialismo»? I brevetti non sono un'invenzione recente, ma l'espansione dei brevetti - che concedono il diritto esclusivo di produrre, vendere, distribuire, possedere un processo o un prodotto - alle forme di vita risale soltanto agli anni Ottanta del secolo scorso, quando la General Electric ha ottenuto un brevetto per un batterio ottenuto grazie all'ingegneria genetica. In seguito, alcune corporation si sono coalizzate per dare vita presso il Wto a un nuovo trattato noto come Trips (Trade Related Intellectual Property Rights); in particolare a causa dell'articolo 27.3 (b) dedicato a piante, semi e biodiversità, quel trattato obbliga gli stati membri a brevettare la vita, i micro-organismi e gli organismi dell'ingegneria genetica. E' una legge illegittima ottenuta con un procedimento antidemocratico che consente e promuove il monopolio sulla vita e chiude le porte al futuro. Sia che si guardi alla biodiversità erosa dalla enclosure dei beni biologici, sia che si guardi alla libertà di scegliere quale cibo coltivare e mangiare, sia che si guardi al futuro dei contadini costretti a indebitarsi - e spesso al suicidio - per acquistare semi su cui vige il monopolio, il risultato è un futuro a rischio. Per questo nel 1987 ho dato vita al movimento Navdanya, e per questo continueremo a crescere i nostri semi, a conservarli, a scambiarli, e disobbediremo a queste leggi in nome della più alta legge della natura e della morale. Recentemente ha scritto: «Credo che Gandhi sia l'unico che sapesse cosa sia la vera democrazia - non la democrazia come il diritto di andare e comprare ciò che si vuole, ma come responsabilità nei confronti di ogni persona che ci sta vicino». Significa che per costruire quella che lei chiama una "democrazia della terra" i doveri collettivi dovrebbero essere anteposti ai diritti personali? L'idea che libertà individuale debba essere ottenuta a scapito di quella collettiva ha contribuito in modo determinante a instaurare la dittatura del potere economico e del capitalismo patriarcale sul nostro pianeta. Per contraddire questa convinzione abbiamo bisogno di ridefinire il concetto di libertà: i diritti non risiedono negli individui frammentati e atomizzati, che esercitano tali diritti senza conseguenze sul pianeta a cui appartengono e sugli altri esseri che lo abitano; piuttosto, derivano dalla responsabilità, che è la condizione essenziale per la nostra stessa esistenza su questo pianeta. Senza responsabilità verso la terra non potremo mantenere le condizioni ecologiche che rendono la vita possibile, e senza responsabilità per il benessere di ogni uomo e per i beni comuni non saremo in grado di riprodurre nel futuro la società umana: per la prima volta nella storia ci troviamo sul bordo di un precipizio, e non sappiamo se continueremo a vivere come specie. Solo la specie umana deve reinventare il proprio futuro. Per farlo i doveri devono essere anzitutto doveri verso la terra e verso gli altri.

 

La Stampa – 3.6.08

 

Alla Fao, tra sprechi e liti – Flavia Amabile

Prende il via oggi il vertice Fao su sicurezza alimentare, cambiamenti climatici e biofuel. Un vertice difficile, le contestazioni saranno numerose, le polemiche anche: contro capi di Stato come l’iraniano Ahmadinejad alla sua prima visita in un Paese europeo, o come il presidente dello Zimbabwe Mugabe, e perfino contro la stessa Fao e i suoi sprechi. A dare il via ai lavori sarà il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Poi sarà la volta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, mentre il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano, leggerà un messaggio di Benedetto XVI. La cerimonia si concluderà con il benvenuto del padrone di casa, il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. Il premier Silvio Berlusconi, in veste di ospite, presiederà i lavori. In una Roma blindata saranno presenti una quarantina di capi di Stato e di Governo e un centinaio di ministri. Obiettivo del summit è aiutare i singoli Paesi e la comunità internazionale a trovare soluzioni sostenibili attraverso l’individuazione di politiche, strategie e programmi necessari per salvaguardare la sicurezza alimentare mondiale e quindi fornire risposte a una crisi degenerata in scontri e violenze dall’Egitto ad Haiti, dal Bangladesh al Kenya. E se il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, spera che il summit «prenderà misure risolutive per combattere alla radice la fame e la povertà», in realtà i problemi sul tappeto sono molti. «I governi hanno accantonato decisioni difficili e sottovalutato la necessità di investire in agricoltura. Oggi noi ne stiamo letteralmente pagando il prezzo», ha avvertito ieri il segretario generale delle Nazioni Unite. «Per anni la riduzione dei prezzi dei generi alimentari e la crescita della produzione ha dato al mondo una tranquillità illusoria». Il segretario delle Nazioni Unite presenterà un piano d’azione globale di 31 pagine con le indicazioni e i rimedi per fronteggiare la crisi alimentare mondiale e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Gli Stati Uniti sono sul banco degli imputati per i rincari ma il segretario del Dipartimento dell’Agricoltura americano, Ed Schafer, giunto a Roma per rappresentare gli Usa, non ci sta: «I biocarburanti incidono solo per il 3% sull’aumento dei prezzi e in questo momento si stanno riducendo le sovvenzioni per la loro produzione, arrivate a 51 centesimi per gallone. E ci sono 5 miliardi di dollari che gli Stati Uniti impiegheranno nel 2008 e nel 2009 per combattere la fame». La conferenza arriva dopo il duro attacco alla Fao del presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, che ha accusato l’organizzazione di essere in gran parte «colpevole» dell’attuale crisi alimentare globale perché è «una miniera di denaro speso per lo più per il funzionamento con poche operazioni efficaci sul terreno». Le contestazioni inizieranno già questa mattina. Alle 13, nei pressi del Palazzo della Fao, attivisti di «Action Aid» apriranno uno striscione lungo 200 metri per dire «Stop al business della fame» e denunciare «i profitti record ottenuti dalle multinazionali dei cereali e dei macchinari agricoli nella crisi alimentare. Stasera, alle 20, in Campidoglio il quotidiano «Il Riformista» ha organizzato una manifestazione di protesta in coincidenza della visita in Italia del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad.«Iran Libero» è lo slogan dell’iniziativa al cui appello hanno dato la loro adesione, tra gli altri, il ministro degli Esteri Franco Frattini ed il deputato Piero Fassino(Pd).

 

Vaticano: "No alla detenzione per clandestinità"

CITTA' DEL VATICANO - «I cittadini di Paesi terzi, come cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un’infrazione amministrativa». È questa la posizione espressa dal Segretario del Pontificio consiglio per i migranti, mons. Agostino Marchetto, in merito al dibattito in corso in Italia sul tema dell’immigrazione clandestina. Marchetto si trova a Nairobi per il congresso panafricano dei delegati delle Commissioni episcopali per le migrazioni, sul tema «Per una migliore pastorale dei migranti e dei rifugiati in Africa all’alba del terzo millennio». Ai microfoni della Radio Vaticana mons. Agostino Marchetto ha risposto in questo modo in merito a una domanda sul dibattito relativo all’immigrazione clandestina in corso in Italia: «Ho appena studiato il Progetto di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi soggiornanti illegalmente attualmente in fase di elaborazione» ha detto il prelato. «Ho letto, altresì - ha aggiunto - la relazione su tale Proposta con molti distinguo e con impegno a migliorare il testo dal punto di vista del rispetto dei diritti umani degli immigrati, nelle varie loro espressioni, e specialmente dei rifugiati, dei minori, ecc». «Debbo comunque dire all’Italia - ha quindi proseguito - però inserita nel contesto europeo, nell’impegno cioè ad avere una politica comune in materia di migrazione che io chiamo "irregolare" - che mi ritrovo personalmente nell’opinione espressa dalla minoranza, a Bruxelles, e cioè che i cittadini di Paesi terzi, come cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un’infrazione amministrativa». «I Governi - ha spiegato l’arcivescovo - hanno la loro competenza in tutto ciò, con dialogo multilaterale, perchè nessuno oggi può risolvere questioni così complesse unilateralmente. Da parte nostra, della Chiesa, v’è il compito di analizzare la situazione ’hic et nunc’, qui - ovunque - e adesso, e con giudizio storico, alla luce dei valori umani e divini che in Cristo essa offre da duemila anni, pur nelle incoerenze e nei peccati dei suoi figli, e additare con forza e umiltà dove manca l’ equilibrio, nella tensione soggiacente agli anzidetti valori. Stiamo calando nell’accoglienza? È lì che la Chiesa deve insistere».

 

Repubblica – 3.6.08

 

Sarkozy: clima, immigrazione e sicurezza. Le sfide più urgenti

GIAMPIERO MARTINOTTI e BERNARDO VALLI

PARIGI - Monsieur le Président, è trascorso un anno dalla sua elezione: l'esercizio della Presidenza è così come lo aveva immaginato? "Un anno fa, i francesi mi hanno dato mandato di riformare la Francia. In un anno, con il governo di François Fillon, abbiamo avviato un processo di modernizzazione che non ha precedenti nel nostro paese, e che investe tutti i settori. Nei prossimi quattro anni andremo avanti con queste riforme. È mia intenzione realizzare tutto quello che ho annunciato, perché è per questo motivo che i francesi mi hanno eletto e perché mi sono impegnato a farlo davanti a loro. Certo, riformare un paese non è mai un'impresa facile. Ma mi ero preparato. Non sono stato eletto per essere popolare, ma per agire. L'unica cosa che conta per me è che tra quattro anni i francesi si dicano: ha fatto quello che aveva detto, ha riformato la Francia. Oggi sarò a Roma per prendere parte ai lavori della conferenza dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura sulla sicurezza alimentare. In tre anni, il prezzo delle derrate agricole è raddoppiato. Questa è una sfida mondiale, che dobbiamo affrontare insieme. Se non ne saremo capaci, vorrà dire che la povertà avrà guadagnato terreno, che gli speculatori avranno imposto la loro logica di profitto a breve termine e che il mondo - già segnato dalle disuguaglianze - sarà ancora meno giusto domani, poiché questa crisi colpisce innanzitutto i paesi più poveri. Vogliamo davvero vivere in una società di quel tipo, con tutti i rischi, inclusi quelli geopolitici, che ne deriverebbero? Per parte mia, mi rifiuto di rassegnarmi ad una simile prospettiva. La Francia è uno dei principali esportatori mondiali di prodotti agricoli. Perché ha sempre ritenuto che l'agricoltura fosse un settore economico strategico, proiettato verso il futuro e portatore di valori moderni. Perché è da sempre favorevole a un'agricoltura di produzione e di qualità, che consenta all'agricoltore di vivere dei frutti del suo lavoro. Perché, allo stesso tempo, si è sempre adoperata per garantire la tutela della qualità ambientale e dell'equilibrio dei territori. Su tutti questi punti, ha visto giusto. Bisognerà tenerne conto nel quadro delle discussioni condotte a livello europeo sul futuro della Politica Agricola Comune e in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio. In questo campo, come in altri, francesi e italiani condividono gli stessi interessi. A Roma, incontrerò anche il nuovo Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: al di là delle importanti riforme da avviare nei nostri rispettivi paesi, affronteremo soprattutto i principali temi che saranno all'ordine del giorno della Presidenza francese dell'Unione e, naturalmente, diverse questioni di attualità internazionale". Dal 1° luglio, la Francia assumerà la Presidenza dell'Unione europea. Le riflessioni che sta attualmente conducendo in questo contesto la portano a pensare che l'Europa diventerà una potenza politica ? "L'Europa in cui io credo è fondamentalmente politica, il che significa che non si limita ad essere un grande mercato ma che i suoi membri condividono valori, un'ambizione e progetti comuni. È con questo spirito che ho definito le priorità della presidenza francese, che si articolano intorno a tre grandi sfide e un'ambizione. Prima sfida: dare risposte concrete ai mutamenti climatici. In che modo? Innanzitutto, raggiungendo un accordo tra europei sulle misure concrete che ci consentiranno di ridurre le emissioni di gas a effetto serra almeno del 20% entro il 2020, senza con ciò penalizzare le nostre industrie nella competizione internazionale. In secondo luogo, promuovendo le energie rinnovabili e il risparmio energetico. Infine, rafforzando la nostra sicurezza energetica. Seconda sfida: dare una risposta europea alla questione migratoria. L'immigrazione è necessaria ma deve essere controllata. A tal fine, abbiamo bisogno di un patto europeo sull'immigrazione e l'asilo, che fissi alcuni grandi principi comuni, tra cui il rifiuto delle regolarizzazioni di massa e il potenziamento di Frontex. Sono lieto di osservare un'ampia convergenza di vedute con l'Italia, per lavorare su questa questione in ambito europeo. Terza sfida: rafforzare la nostra politica di sicurezza e di difesa. È necessario realizzare una difesa europea più operativa, aggiornando la strategia europea di sicurezza del 2003 e esortando tutti i paesi dell'Unione ad incrementare i rispettivi sforzi nel campo della difesa, rinnovando al tempo stesso il nostro legame con la Nato. Queste due azioni sono complementari. Infine, la nostra ambizione è quella di dare corpo a quel bel progetto che è l'Unione per il Mediterraneo. Mi compiaccio dell'impegno dell'Italia al nostro fianco per il successo di questa iniziativa. È una grande idea, partire da progetti concreti di cooperazione tra paesi della sponda Nord e paesi della sponda Sud, per creare una dinamica virtuosa di lavoro in comune. Il 13 luglio, a Parigi, daremo ufficialmente il via a questo progetto di interesse comune per i nostri due paesi, per l'Europa e - al di là dell'Europa - per tutto il bacino del Mediterraneo. Come vede, si tratta di obiettivi ambiziosi, ma senza ambizione non si va da nessuna parte. E se l'Europa non avrà una grande politica, non avrà più voce in capitolo nel mondo del futuro. Durante la nostra presidenza dell'Unione, avremo bisogno dei nostri amici italiani per aiutarci a portare avanti questi progetti e fare avanzare l'Europa, e so che potremo contare su di loro". A quale linea politica adottata da un paese europeo si sente più vicino? "Da un punto di vista strettamente politico, osservo con la massima attenzione ciò che accade un po' ovunque in Europa. Ma non credo di sorprenderla dicendo che, al di là delle etichette politiche, ciò che mi interessa è prima di tutto la volontà di riforme. I leader a cui mi sento più vicino sono quelli che vogliono modernizzare il loro paese e fare dell'Europa la potenza di domani. Sono molto felice di rivedere il mio amico Silvio Berlusconi in occasione del mio viaggio a Roma. Sarà per me un'occasione di ribadire i sentimenti di amicizia che il popolo francese nutre nei confronti del popolo italiano e di preparare, a strettissimo contatto con lui, questa Presidenza francese dell'Unione europea". Lei pensa che il prossimo Presidente americano riuscirà a far emergere gli Stati Uniti dallo stato di smarrimento in cui versano attualmente ? "La Francia è un paese amico degli Stati Uniti d'America, un amico che si regge sulle proprie gambe, libero, che non esiterà mai a esprimere il proprio disaccordo - come ho detto davanti al Congresso, a Washington, l'anno scorso - ma un amico fedele, che sarà sempre al loro fianco nei momenti difficili. Quanto al prossimo Presidente americano, ne conosceremo il nome tra qualche mese. Nel frattempo, la campagna elettorale va avanti. Noi europei dobbiamo lasciare che il grande popolo americano compia la sua scelta in tutta serenità". Con la politica dell'apertura, lei pensa di avere scalzato il muro che divide la destra dalla sinistra, anche in alcuni settori oggi molto sensibili, come sicurezza e immigrazione? "L'obiettivo dell'apertura non è mai stato quello di annullare le differenze tra destra e sinistra. Non avrebbe alcun senso. Anzi, sarebbe un errore storico e politico, perché destra e sinistra non sono la stessa cosa. L'apertura, per me, è innanzitutto una convinzione: quella che il Presidente debba essere il Presidente di tutti i francesi, che non possa essere l'uomo di un unico partito. Ho voluto l'apertura anche perché il mio progetto per la Francia è ambizioso e per realizzare grandi riforme è necessaria una grande maggioranza. Ma io sono stato eletto in base ad un programma chiaro, che sto attuando. Le personalità di sinistra che sono entrate nel governo l'hanno fatto sapendo perfettamente tutto ciò ed è per realizzare questo progetto che hanno accettato di unirsi a me. E non vedo proprio per quale motivo avrei dovuto privarmi del loro talento e della loro energia semplicemente perché non appartenevano alla mia famiglia politica".

 

Montana, gli indiani adottano Barack. "Sa cosa vuol dire essere minoranza" - MARIO CALABRESI

CROW AGENCY (Montana) - Cowboy Black Eagle ha 11 anni, ha imparato ad andare a cavallo appena ha cominciato a camminare, vive in una riserva indiana ed è nipote di Barack Obama. I nonni di Cowboy, Sonny e Mary Black Eagle, due settimane fa hanno adottato il senatore nero che è diventato il loro nono figlio. Da quel momento Obama fa parte della tribù dei Crow, che vive in Montana in una delle riserve indiane più grandi d'America. Le loro terre arrivano quasi al parco di Yellowstone, dove per secoli hanno cacciato i bufali, e racchiudono il campo di battaglia più famoso della storia del West: le colline di Little Big Horn, dove il 25 giugno del 1876 le tribù Lakota e Cheyenne guidate da Cavallo Pazzo sterminarono il Settimo Cavalleggeri del generale Custer. Per la prima volta nella storia, il voto dei nativi americani peserà oggi nelle primarie democratiche in Montana e South Dakota, e promette di essere determinante in otto Stati nelle elezioni di novembre. I primi abitanti del continente americano oggi avranno l'ultima parola nella sfida tra Hillary Clinton e Barack Obama. Mai le primarie erano arrivate tra queste colline, mai nessun candidato si era preoccupato di mettere nel suo programma i "nativi americani". Siamo in una terra dove le tribù indiane pesano per il 15 per cento dell'elettorato democratico e i candidati si sono affannati per corteggiarli, sicuri che possano fare la differenza. Hillary Clinton prima è partita alla caccia del voto dei 56mila indiani delle sette tribù del Montana, poi di quell'8,5 per cento degli elettori del South Dakota che discendono dalla grande nazione Sioux, promettendo investimenti, scuole e una sanità migliore, infine ha ottenuto l'appoggio dei Cheyenne. "Sarò il vostro campione e combatterò per voi", ha promesso agli Oglala Sioux della riserva di Pine Ridge, dove il democratico John Kerry nella sfida con Bush del 2004 toccò la percentuale più alta di tutta America, l'85 per cento. Quando si è spostata a Portorico ha lasciato a Bill e Chelsea il compito di battere tutti i villaggi delle riserve, dove mai si era visto un presidente o un candidato. Ma non è una questione che si riduce al voto di oggi, nella sfida finale per la Casa Bianca questa volta gli Stati che corrono lungo le Montagne Rocciose saranno in bilico tra democratici e repubblicani, saranno i nuovi "campi di battaglia", e la forte minoranza di "native american" - che in un'area chiave come il New Mexico arriva addirittura al dieci per cento - consiglia di farseli alleati. Le ultime due sfide per il Senato in Montana e South Dakota si sono decise per poche centinaia di voti e le riserve hanno fatto la differenza. Per questo anche John McCain, che nel salotto di casa, accanto a tre mattoni della sua prigione vietnamita, ha una spada appartenuta al generale Custer, ha cominciato a corteggiare gli indiani in modo sistematico. Il senatore repubblicano ha imparato nella sua Arizona quanto possono contare le tribù, che votano in blocco dopo che le famiglie hanno deciso chi appoggiare, per questo già a metà degli Anni Novanta scelse di fare di presidente della Commissione per gli Affari indiani del Senato. E negli anni ha costruito un solido rapporto con la più grande delle tribù: i Navajos, che vivono tra Arizona, Utah e New Mexico. Ma Barack Obama ha voluto fare di più, e nel suo stile pieno di simboli e colpi di teatro non solo ha promesso che nel suo staff alla Casa Bianca con lui ci sarà un indiano, non solo ha fatto incontri riservati con tutti i capo tribù, ma ha anche accettato di farsi adottare dalla tribù dei Crow per suggellare il suo patto con i nativi americani. Ora è uno dei Crow, "il popolo dei corvi", così come erroneamente l'uomo bianco tradusse la parola "Apsaalooke", che in realtà non significava figli del corvo ma di un uccello ora estinto dal piumaggio blu. Anche Obama ha sbagliato a pronunciare il nome e subito si è scusato: "Sono appena entrato nella tribù, devo imparare tutto". Lo hanno chiamato "Awe Kooda Bilaxpak Kuuxshish" un nome un po' enfatico che significa "colui che aiuta la gente in ogni parte del Paese". Nella cerimonia che si è tenuta il 19 maggio a Crow Agency, nel cuore della riserva, ha scherzato sul suo nuovo cognome trovandolo molto azzeccato e pertinente: "Black Eagle", Aquila Nera. I Black Eagle sono una delle famiglie storiche della tribù dei Crow, e Mary e Sonny sono i punti di riferimento della riserva. Hanno 74 anni, lui era il custode della scuola, lei la maestra delle elementari, vivono in una casetta di cemento dipinta di giallo piena di foto di parenti, antenati e del loro nuovo figlio. "Sono i migliori genitori che uno potesse volere", ha detto Obama, che ha promesso di "ricostruire le relazioni tra Washington e la Nazione indiana", di tenere alla Casa Bianca un grande incontro con i capi tribù ogni anno e di investire per cure mediche e scuole di qualità. Lo Stato delle riserve è penoso, è un'America di serie B, le famiglie Crow abitano in roulotte, prefabbricati, baracche, le strade sono piene di buche e polverose, gli unici negozi sono grandi spacci che vendono di tutto. Per capire la povertà basta guardare le automobili, qui niente suv, solo macchine scassate con vent'anni d'età. In questa riserva vivono 7.000 indiani, le colline sono punteggiate di cavalli e mandrie e molti lavorano nella miniera di carbone. La riserva è tagliata a metà dalla ferrovia e in ogni momento del giorno e della notte passano lunghi convogli merci, di 130 vagoni, che portano il carbone fino in Illinois. Tre ragazzi armeggiano al tramonto intorno ad una vecchia moto rossa, dicono che vorrebbero votare Obama ma non hanno ancora l'età: "Ci piace, perché da ragazzo ha imparato cosa vuol dire essere una minoranza". E Barack ha capito benissimo che questa è la chiave e allora lo ha gridato sotto un cielo di nuvole nere davanti alla statua di un capo indiano: "Io so cosa vuole dire combattere contro i pregiudizi, sentirsi considerato diverso e per questo non vi dimenticherò, ora sono parte della famiglia e non romperò la promessa fatta ai miei genitori e ai miei fratelli". Tutti conoscono i Black Eagle, la loro casa è tra il fiume e la ferrovia, questa sera Mary e Sonny non ci sono, sono andati a Billings, a un'ora e mezza di macchina, per conoscere la loro nuova nuora: Michelle Obama, arrivata in città per l'ultimo giorno di campagna elettorale. Ma ci sono Bradford, 40 anni, il più piccolo dei nuovi fratelli, e suo figlio Cowboy, chiamato come il nonno materno che era il migliore della tribù nel guidare le mandrie. Bradford parla poco ma è davvero convinto che questa volta sia in gioco qualcosa di più che un'elezione: "Dai tempi di Lindon Johnson nessuno si era mai occupato di noi, figuriamoci se potevamo immaginare che un candidato presidente venisse fin qui. È un bravo ragazzo e se davvero portasse alla Casa Bianca uno di noi allora cinquecento anni di storia cambierebbero significato. Noi abbiamo fede". E devono averla riposta dappertutto nella speranza che qualcosa cambiasse, se sulla libreria ci sono una grande statua di Gesù, un'aquila di plastica e gli amuleti di piume che catturano gli spiriti maligni. L'uomo bianco in questa valle era arrivato nell'estate del 1743 e aveva le sembianze di una coppia di esploratori francesi, poi arrivarono i coloni e la distruzione della vita della tribù furono la ferrovia e lo sterminio dei bisonti. Custer e il suo Settimo Cavalleria arrivarono fin qui proprio per domare la rivolta guidata da Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo contro la decisione di costruire una strada in mezzo ai pascoli dei bisonti. Ma i Crow non parteciparono alla battaglia, il capo indiano ebbe una visione che gli disse di non combattere l'uomo bianco. Rimasero sulle colline a guardare i Lakota e i Cheyenne massacrare le giubbe blu. "Questo salvò la nostra terra - racconta Bradford - perché la vendetta sulla nazione Sioux fu terribile, ci avrebbero deportato in Oklahoma o in Texas e invece siamo ancora qui con i nostri cavalli. Ma oggi la nostra speranza è un uomo nero".


Top

Indice Comunicati

Home Page