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La Stampa – 5.6.08 "In tre tappe il viaggio nero dei veleni” - FRANCESCO GRIGNETTI ROMA - E’ lunga e
ramificata, una catena delinquenziale, una «filiera» come la chiamano i
tecnici, quella che porta i rifiuti tossici dal Nord al Sud. Dove c’è la
camorra napoletana, ma anche tante altre complicità. Per informazioni, basta
chiedere ai carabinieri del Nucleo ecologico. Un vero argine contro le
ecomafie. «Negli ultimi anni - racconta il tenente colonnello Antonio Menga,
comandante del gruppo tutela ambiente di Roma - sono aumentati in maniera
esponenziale gli arresti e le denunce. Tanto da poter dire che c’è stato un
effetto di deterrenza». Oggi che in tutt’Italia si festeggia l’Arma, i
carabinieri del Noe possono andare fieri dell’ultimo riconoscimento incassato,
il Premio Casalegno. Colonnello Menga, con la
parola «ecomafia» si pensa subito a uomini in coppola che trafficano di notte
con camion pieni di rifiuti. «Non è proprio così. Abbiamo molti
esempi di “filiere” all’opera, composte di diverse “figure professionali”.
Prendiamo l’operazione Re Mida, coordinata dai magistrati napoletani Cristina
Ribera e Raffaele Falcone, che è andata avanti per alcuni anni e ha dato il via
poi a diverse sottoinchieste: in quell’occasione si è scoperto un traffico di
fanghi industriali che dalla Lombardia e dalla Toscana andava fino in provincia
di Caserta. E la camorra non c’entrava se non come testimone interessata, in
quanto imponeva il “pizzo” ai trafficanti». E’
proprio quanto denuncia il Presidente della Repubblica. Flussi di rifiuti
tossici che dalle fabbriche del Nord vanno verso i campi del Sud.
«Ciascuno aveva un ruolo definito nell’organizzazione. C’era chi faceva da
collettore di rifiuti, proponendo agli imprenditori lombardi e toscani una
raccolta e un trattamento degli scarti di fabbricazione a prezzi bassi». Imprenditori che in tutta evidenza non volevano porsi
troppe domande. Poi che cosa accadeva? «Tir carichi di fanghi e di
altri rifiuti industriali viaggiavano lungo l’autostrada del Sole verso il
Mezzogiorno. Gli autisti avevano le autorizzazioni, ma sapevano bene di
partecipare a una grande truffa. Prima tappa, in Val di Chiana. Provincia di
Arezzo». La civile Toscana. «In un
impianto autorizzato per il primo trattamento dei fanghi, i Tir entravano, si
parcheggiavano sul piazzale e ne uscivano un’ora dopo. Senza nemmeno svuotare
il carico, ma con nuovi documenti di accompagnamento, fasulli, che
certificavano come i fanghi erano stati resi “inerti”. Peccato che il
trattamento fosse solo sulla carta». Secondo
passaggio? «A Bagni di Tivoli, nei pressi di Roma. Qui, sempre in
uno stabilimento autorizzato, e per di più ottenendo i certificati da un
laboratorio d’analisi compiacente, i fanghi di cui sopra restavano nel piazzale
un’altra ora. Nel frattempo, cambiava la bolla di accompagnamento: ora i
rifiuti erano addirittura diventati “compost”, terriccio fertilizzante. Pronti
per essere trasportati all’ultima tappa». E i
controlli? «Capitolo dolente. Da alcune intercettazioni è nata
un’ennesima inchiesta che abbiamo chiamata “Mazzettus”, indovinate perché». Bustarelle nella pubblica amministrazione, è chiaro. Intanto
i rifiuti finivano la loro corsa nella provincia di Caserta, giusto? «Sì,
abbiamo scoperto che nel Casertano venivano scavate fosse nei terreni e lì
sepolti i fanghi. Nominalmente tutto era a posto. La realtà era gravissima.
Rifiuti altamente tossici erano sparsi in campi coltivabili. C’erano in mezzo
diossine o metalli pesanti come il cadmio 6, che è una sostanza cancerogena
bio-assimilabile dalle piante e dagli animali». Robaccia che finiva nel ciclo alimentare. E’ così? «Non
abbiamo le prove che i cibi fossero contaminati. Ma certo preoccupano i
risultati delle ricerche effettuate dall’Organizzazione mondiale di Sanità:
nelle aree di confine tra Napoli e Caserta hanno trovato un aumento
esponenziale di tumori». E la camorra
dov’era? «Presidiava il suo territorio. Ovviamente alle vedette dei
clan non era sfuggito questo traffico illecito». Altro che la documentazione fasulla. «La camorra aveva capito
tutto e anzi era riuscita a calcolare bene i guadagni di chi aveva organizzato
gli smaltimenti occulti. Su quei guadagni hanno imposto il “pizzo”. Ovviamente
i trafficanti pagavano. E tutti erano contenti». Morale della storia, colonnello Menga? «Il trattamento e lo
smaltimento dei rifiuti, se effettuati correttamente, costano caro e richiedono
tempo. La “filiera illegale” dei rifiuti consente a tutti di guadagnare, a
costi più che dimezzati rispetto a quelli legali». Maroni graffia Silvio: "Ci ha regalato un
2%" - AUGUSTO MINZOLINI ROMA - Davanti
all’ingresso dell’aula di Montecitorio sul volto del ministro dell’Interno
Roberto Maroni c’è ancora un’ombra di incredulità. «Guardavo la conferenza
stampa di Berlusconi e Sarkozy - racconta - e quando il Presidente ha detto che
sul reato di immigrazione non era d’accordo sono saltato sulla sedia».
Berlusconi non mi ha avvertito neppure con una telefonata - prosegue Maroni -.
Poteva dire che la questione ormai riguardava il Parlamento e far esprimere le
perplessità a Cicchitto. Sarebbe stato meglio. E invece... Io non cambio idea.
Per me il reato resta. Semmai sarà lui che dovrà spiegare agli elettori perché
ha cambiato opinione dopo aver firmato il ddl. E non tiriamo in ballo la storia
dell’aggravante che non c’entra niente. E’ contenuta nel decreto e a Milano è
già stata applicata. Comunque così mi ha fatto un assist, abbiamo guadagnato il
2%. Perché lo ha fatto? Vuol piacere a tutti». Il Cavaliere è tornato alla
filosofia del pendolo: a Napoli presenta un ddl con dentro il reato; l’altro
ieri a Palazzo Chigi con Sarkozy esprime perplessità sulla proposta; e ieri a
Villa Madama con Mubarak nega ogni «marcia indietro» e sostiene che il problema
riguarda solo la fattibilità di un provvedimento del genere. «In Italia -
spiega - arrivano mille clandestini al giorno per cui introducendo il reato ci
vorrebbero tanti magistrati per giudicarli e posti in carcere per ospitarli. Ci
vuole concretezza». Ragionamenti che avranno pure qualche fondamento, ma
intanto il “pendolo” ha fatto avanti e indietro. «Il Cavaliere un giorno è
deciso come la Thatcher, un altro è dedito al compromesso come Andreotti...»,
si lamenta il radicale in forza al Pdl, Benedetto Della Vedova. E il motivo è
sempre lo stesso, quello di cui parla Maroni: Berlusconi vuole piacere a tutti.
E’ quasi un coro a dirlo. «Il capo - dice un giovane rampante della Pdl,
Gregorio Fontana - vuole soddisfare tutti quelli che ha di fronte». «Per
compiacere l’interlocutore del momento - ripete Giorgio La Malfa - a volte si
dimentica del provvedimento che ha firmato». «Lui - si limita a dire il
presidente della Commissione Trasporti, Valducci - vuole sedurre tutto il mondo
ma non è possibile. E la voglia di Quirinale enfatizza questa propensione
caratteriale». Inoltre con questa filosofia di conquistare gli altri a tutti i
costi, rischia di scontentare i suoi. Lo arguisce anche uno a digiuno di
politica come l’ex comandante della Guardia di Finanza, Roberto Speciale: «Ci
voleva proprio questa lite con la Lega? - si chiede -. Così non dura. Eppoi in
questo momento si decide e si va avanti, non si firmano ddl per dimenticarli».
Un’atmosfera di disorientamento che l’opposizione non ha perso l’occasione di
enfatizzare. «Berlusconi soffre - sostiene D’Alema - di un bisogno quotidiano
di consenso». Già, la “sindrome” del piacere a tutti. L’atteggiamento del
“pendolo” nasce da questo bisogno e va inquadrato nella settimana della grande
rentrée del Cavaliere sulla scena internazionale. Il premier doveva incontrare
tanti capi di Stato a Roma: Sarkozy non era un problema perché più di un amico
è un fratello. Ma Berlusconi sapeva che il reato di immigrazione clandestina
gli aveva creato più di un problema con altri interlocutori: Zapatero lo aveva
criticato perché un’opzione così dura dell’Italia rischia di trasformare la
Spagna nell’unica porta per l’Europa per i clandestini; il Vaticano ne aveva
preso le distanze per svolgere il suo ruolo istituzionale come pure l’Onu. Così
sarà un motivo o per l’altro, ma dopo l’incontro con Zapatero il Cavaliere ha
maturato la «svolta»: lui per la verità, consigliato da Gianni Letta, qualche
perplessità l’ha sempre avuta, alla fine però ha deciso di renderla pubblica.
Probabilmente sarebbe bastata la formula canonica, “il provvedimento era
all’esame del Parlamento”, ma il Cavaliere per piacere ai suoi interlocutori è
andato oltre. Così è nato l’incidente con la Lega ricomposto in fretta
coinvolgendo Bossi. Alla fine a sentire i messaggeri del Cavaliere e del
senatur verrà fuori un compromesso: resterà il reato, ma sarà un reato
contravvenzionale che sarà sanzionato con un’ammenda, i clandestini che non
potranno pagare saranno espulsi. Chi, invece, avrà un lavoro (tipo le badanti)
sarà nelle condizioni di far fronte alla pena. La cosa strana è che è più o
meno così anche a Madrid: così l’Italia non sarà più severa della Spagna. Quel
che voleva Zapatero. E il Vaticano? Col Papa domani il problema
dell’immigrazione sarà uno dei tanti. Non sarebbe stato in ogni caso motivo per
una rottura: il Vaticano è convinto che non potrebbe avere un interlocutore più
vicino del Cavaliere. E inoltre anche Oltretevere guardano al sodo: con
Ratzinger Berlusconi parlerà dei problemi della terra; col card. Bertone di
questioni più concrete. In Vaticano sono infuriati per i tagli ai finanziamenti
subiti da alcuni ospedali cattolici, come il Gemelli di Roma, e desidererebbero
in tempi brevi la legge sulle intercettazioni perché in Italia possono finire
sui giornali non solo i nomi dei politici ma anche quelli degli alti prelati. A
ben vedere quindi il movimento del Cavaliere “pendolo” non era così necessario.
Anzi, un governo più radicato sulle sue posizioni potrebbe essere un punto di
riferimento in un Parlamento sbandato, in cui succede di tutto,
nell’opposizione come nella maggioranza. Veltroni è infuriato con il capogruppo
del Senato, Anna Finocchiaro, che ha inserito di testa sua il dalemiano Nicola
Latorre nella commissione di vigilanza Rai, un organismo che il leader del Pd
considera cosa sua. Mentre ieri nella commissione Trasporti il vicepresidente,
Luca Barbareschi, che è del Pdl e non del Pd, prima del voto sul decreto per
Alitalia ha chiesto lumi sui nomi della cordata del Cavaliere lasciando i
commissari della maggioranza attoniti. Appunto, per non contribuire alla
confusione forse il premier farebbe bene a tener salda la rotta. Attenti ai Suv – Flavia Amabile Ci aveva provato già il governo Prodi, a introdurre una tassa sui Suv. Giorni e giorni di polemiche tra
chi li difendeva e chi li considerava dei simboli di lusso da colpire. Giorni e
giorni di accuse senza che poi si sia fatto nulla. Si giunse alla conclusione che
non esisteva una definizione unica di Suv, gli Sport Utility Vehicle. E che
alla fine non è che ne circolassero poi molti per cui nemmeno valeva poi la
pena di insistere. Contro i Suv tornano
oggi a lanciare una battaglia quelli di Terra!, una nuova associazione ambientalista italiana: insieme a una rete
di undici associazioni europee legate a Friends of the Earth si dedicheranno ad
affrontare l'inefficienza energetica nel settore dell'auto. Faranno azioni
dimostrative e chiederanno una legge europea che limiti le emissioni di Co2
delle auto di nuova costruzione a 120 grammi per km. entro il 2012, 89 grammi
entro il 2020, 60 grammi entro il 2025. E
quindi le auto sono un problema, ma i Suv lo sono ancora di più, sostengono
quelli di Terra! nel rapporto ''Suv in città. E pianeta al forno''. Che cosa
sono i Suv? In inglese il termine identifica i fuoristrada in generale, in
Italia si tende a fare una distinzione più marcata tra SUV e fuoristrada. Pochi
SUV infatti hanno la capacità del fuoristrada. Privi di riduttore, di angoli
favorevoli e di sistemi di blocco dei differenziali, utilizzano una scocca
portante, a differenza dei fuoristrada che hanno un telaio a longheroni, e non
sono adatti al terreno sconnesso. Molti dei grandi SUV si presentano invece
come vetture di lusso, dotate di rifiniture eleganti e costose. ''Che hanno i SUV di particolare? - si
chiedono i responsabili del rapporto - Innanzitutto il peso e le
caratteristiche massicce, che ne fanno grandi consumatori di carburante e
potenti emettitori di CO2. Vi sono ovviamente grandi differenze fra modello e
modello, ma in generale i SUV consumano e inquinano più della media degli
autoveicoli. E conseguentemente rilasciano più CO2 in atmosfera. Inoltre
presentano dei problemi di sicurezza stradale, e con la loro massa, occupano
porzioni dello spazio urbano. Inoltre,
i SUV presentano più di qualsiasi altro veicolo per uso privato, seri
problemi di sicurezza per i pedoni, in particolare di bambini e anziani, ma
anche per biciclette, motorini e per le altre auto. Bruciando un chilo di petrolio o di diesel, si ottengono tre chili
di CO2 rilasciati in atmosfera. Le emissioni di CO2 da parte dell’Unione
Europea sono cresciute del 32% tra il 1990 e il 2004. L’impatto del settore dei
trasporti è fortemente cresciuto, dal 21% nel 1990, al 28% del 20049. Gran
parte di questa crescita delle emissioni è dovuta al trasporto su ruote, anzi
alle automobili private. Le emissioni rilasciate dai veicoli per uso privato
(automobili e furgoncini) sono responsabili di circa l’80% di tutto il consumo
europeo di petrolio. Nel 2006 è entrato
in vigore il Protocollo di Kyoto, imponendo una diminuzione delle
emissioni dei gas serra, innanzitutto della CO2. L’Unione Europea ha
sottoscritto l’obiettivo contenuto nel Protocollo, cioè di ridurre le emissioni
dei gas ad effetto serra dell’ 8%, rispetto ai livelli del 1990, a partire dal
2008 ed entro il 2012. Ma il settore dell’auto ha continuato ad accrescere le
emissioni, annullando gran parte dei successi raggiunti in altri settori nella
riduzione delle emissioni di CO2. Secondo
l’Inventario nazionale emissioni in atmosfera, pubblicato dall’Apat nel
2006, in Italia le emissioni di CO2 derivanti dai mezzi di trasporto su gomma
sono aumentate del 12,4%, soprattutto nel caso dei veicoli commerciali leggeri
si è verificato un incremento dell’84%. Nel periodo tra il 1990 e il 2005 le
emissioni italiane di CO2, invece di diminuire come previsto, sono aumentate
del 12,1%, proprio a causa del trasporto su gomma, e in particolare delle
autovetture per uso privato. Secondo un
rapporto della Faconauto (la federazione europea delle concessionarie
automobilistiche), nel 2006 le emissioni medie di CO2 dei veicoli 4x4 era di
151,9gr/km, ben 11gr oltre la media concordata dall’industria dell’auto. Il
mini SUV con le più basse emissioni, registra un rilascio di CO2 pari a
148gr/km, ben oltre l’obiettivo europeo, mentre quelli col rilascio più alto
superano i 440 gr/km17. Inoltre, se osserviamo i volumi delle vendite, notiamo
che i modelli di SUV più venduti sono quelli di grossa stazza. Una recente
ricerca condotta in Spagna dall’IDAE, su commissione dell’International
Federation of Associations of Technicians of the Automobile Industry (FISITA),
rivela che sette tra i modelli più venduti si collocano nel range di emissioni
tra i 201 e i 250gr/km di CO2, nove nella categoria tra i 251 e i 300gr/km e
quattro al di sopra dei 300gr/km. Nonostante
si trovino in commercio alcuni modelli di SUV che emettono meno di
200gr/km, i modelli più venduti sono quelli più inquinanti. È divenuto comune,
tra i sostenitori dei SUV, sostenere che esistono modelli di auto non SUV più
inquinanti, dai furgoncini, alle auto sportive e di lusso. Questo in alcuni
casi è vero, ma non rende meno inquinanti i SUV. Paragonati alle utilitarie o
anche alle auto di media grandezza, i SUV mostrano in genere performance ben
peggiori. Solo alcuni dei veicoli di media grandezza mostrano livelli di
emissioni maggiori dei modelli meno inquinanti fra i SUV. Diversa la situazione per le auto sportive e
di lusso, che emettono all’incirca gli stessi quantitativi di CO2 dei
grandi SUV. Insomma, questo tipo di autoveicoli presenta lo stesso rischio per
l’ambiente e il clima globale. Del resto auto di lusso e SUV hanno sempre più
caratteristiche in comune, e un terzo dei SUV più venduti ha in realtà tutta
l’apparenza di autoveicoli di lusso. Ma il dato più preoccupante è la
progressiva diminuzione delle vendite di utilitarie, a vantaggio dei SUV, le
cui vendite sono in costante incremento, ma meno dei grandi SUV e in ogni caso
generalmente sono veicoli commerciali con utilizzi specifici, difficilmente
sostituibili da mezzi meno inquinanti della stessa categoria. Anche se esistono
modelli di grandi automobili più inquinanti, in testa a ogni categoria, la gara
delle emissioni di CO2 è sempre vinta dai SUV. I dati rilasciati dalla statunitense National Highway Traffic Safety
Administration indicano una predisposizione al ribaltamento tra il 14% e
il 20% (14% nel caso di un AWD Ford Edge e 23% per il FWD Ford Escape), a
fronte del 10% delle normali auto. Molti SUV sono dotati di sistemi di
stabilizzazione che funzionano su superfici piane, ma il 95% dei ribaltamenti
avviene in presenza di un basso ostacolo. Secondo uno studio curato dall'ente
statunitense della sicurezza stradale, la National Highway Traffic Safety
Administration, nel 2004, 43.500 persone sono morte nelle strade statunitensi
dominate dal SUV. Questi erano coinvolti nel 36.2% dei casi. Lo studio della
Admiral indica come i SUV corrano un rischio maggiore di essere coinvolti in un
incidente stradale. Il Transport Research Laboratory imputa la crescita degli
incidenti mortali all’aumento delle vendite di SUV. Manifesto – 5.6.08 «Agrocarburanti, un disastro su cui Usa e Ue
speculano» - S. Liberti Roma - Nominato nel
marzo scorso relatore speciale dell'Onu per il diritto all'alimentazione, il
belga Olivier de Schutter si è trovato immediatamente alle prese con una crisi
di dimensioni planetarie. Succeduto allo svizzero Jean Ziegler, che aveva
definito la produzione di agro-combustibili «un crimine contro l'umanità» e
aveva richiesto una moratoria di cinque anni sulla produzione di etanolo e
bio-diesel, questo giovane professore universitario non appare meno tenero nei
confronti del cosiddetto «oro verde». Qual è l'impatto reale degli agro-carburanti sulla
crisi alimentare? Esistono diversi tipi di agro-carburanti. Al di là
della distinzione classica tra i cosiddetti agro-carburanti di prima e seconda
generazione, bisogna anche evidenziare le differenze tra i vari agro-carburanti
di prima generazione: c'è l'etanolo tratto dalla canna da zucchero in Brasile,
quello tratto dal mais negli Stati uniti, l'olio estratto dalla colza in Europa
e il bio-diesel tratto dall'olio da palma prodotto prevalentemente nel sud-est
asiatico. Questi agro-carburanti hanno un diverso impatto ambientale e
presentano un diverso grado di competizione con la produzione alimentare.
L'etanolo brasiliano, per esempio, ha un miglior rapporto energetico degli
altri ed è decisamente meno nocivo per l'ambiente. Detto questo, la cosa che
trovo più preoccupante è il fatto che gli Usa e la Ue abbiano annunciato
obiettivi precisi per l'aumento dell'utilizzo degli agro-carburanti nei
prossimi anni, soprattutto nel settore dei trasporti. Questi annunci hanno
conseguenze disastrose: alimentano la speculazione finanziaria. Mandano agli
investitori il segnale chiaro che i prezzi delle terre e delle materie prime
agricole continueranno a salire. Io faccio un appello urgente sia alla UE che
agli Usa affinché rinuncino a questi obiettivi-soglia. Oltre agli obiettivi-soglia esiste anche
il problema delle sovvenzioni pubbliche che gli Stati uniti assicurano ai
produttori di etanolo... Sono varie le motivazioni che avanzano gli
Stati uniti per sviluppare l'etanolo tratto dal mais. La prima, di ragione
ambientale, è puramente pretestuosa, perché il bilancio ambientale della
produzione di etanolo dal mais è negativo, ossia la produzione di questo tipo
di etanolo consuma più energia di quanta ne generi. C'è poi una ragione di
carattere geo-politico, perché Washington non vuole dipendere dagli idrocarburi
fossili provenienti dal Medioriente. Infine, cosa non meno importante, c'è
l'esigenza di ricompensare una lobby agricola - quella del Midwest - che è
molto forte. Ogni anno negli Stati uniti 11 milioni di dollari di sovvenzioni
pubbliche sono destinati alla produzione di etanolo. Quello dell'etanolo nel Midwest
americano è solo un caso esemplare. Non crede che in generale le sovvenzioni
che i paesi del Nord garantiscono ai loro agricoltori siano una delle ragioni
che hanno messo a rischio la sovranità alimentare nel Sud del mondo? Le
cifre sono effettivamente impressionanti: ogni anno i paesi del cosiddetto Nord
del mondo destinano 320 miliardi di dollari in sovvenzioni alle loro produzioni
agricole. Queste sovvenzioni hanno portato al fallimento di migliaia di
agricoltori del Sud, soprattutto nell'Africa sub-sahariana, che non hanno
accesso a simili aiuti pubblici. Nel corso di questa conferenza alcuni paesi in
via di sviluppo, soprattutto potenze agricole emergenti come il Brasile o
l'Argentina, hanno ribadito queste accuse e chiesto che il problema venga
affrontato. C'è una pressione molto forte sugli Stati uniti, l'Unione europea e
il Giappone perché facciano concessioni in questo senso nel corso dei negoziati
commerciali di Doha nell'ambito dell'Organizzazione mondiale del commercio
(Wto). Io credo che questo summit della Fao sia una tappa importante per una
effettiva realizzazione del ciclo di sviluppo di Doha, anche se a questo
proposito alcune ong hanno avanzato preoccupazioni rispetto a quella che
definiscono una liberalizzazione ancora più spinta del commercio agricolo. Non ritiene
in effetti che una liberalizzazione maggiore del commercio agricolo, voluta
tanto dalla Wto quanto dalla Fao, possa favorire le grandi multinazionali
dell'agro-business? Esiste questo rischio. Come esiste il rischio
che una maggiore liberalizzazione del commercio agricolo possa spingere ancora
di più verso monocolture destinate all'esportazione, a detrimento non solo
della biodiversità ma anche dei piccoli produttori. È per questo che una delle
prime iniziative che ho preso da quanto sono entrato in carica come relatore
speciale è stata contattare la Wto per fare una missione presso di loro e
cercare di valutare in modo imparziale e obiettivo l'impatto sul diritto
dell'alimentazione del ciclo di sviluppo di Doha. Più poveri, meno cibo L'incubo dell'Africa - Marinella Correggia In Africa potrebbe
concentrarsi la maggior parte dei nuovi temibili futuri 100 milioni di affamati
e i raccolti di alcuni paesi del continente potrebbero dimezzarsi entro il
2020. Questo un possibile scenario catastrofico; perché è messo in conto e come
evitarlo? Su alcuni punti di analisi concordano tutti: capi di stato e di
governo del continente, organizzazioni di piccoli coltivatori, le diverse
agenzie dell'Onu competenti in materia. Intanto l'Africa contribuisce
all'effetto serra solo per il 5% del totale - lo hanno sottolineato il
presidente dello Zimbabwe come quello del Senegal, la vicepresidente
sudafricana come il ministro dell'Agricoltura di Zanzibar - e però l'intero
continente è fra le aree più vulnerabili a causa dell'altrui bulimia di
fossili. I raccolti sono molto inferiori, ha ricordato per tutti Gabriel
Ntisezerana vicepresidente del sovrappopolato e rurale Burundi dove il 90%
della popolazione coltiva per l'autoconsumo e il mercato locale ma
l'insicurezza alimentare cronica riguarda l'85 per cento degli abitanti. In
molte aree «si susseguono siccità devastanti, poi invece piove quando si
dovrebbe raccogliere, nuovi parassiti imperversano, semine non fruttano, il
deserto avanza, i pastori ci chiedono se non possono fare un altro lavoro», ha
detto Philip Kiriro della East Africa Farmers Federation. Tutti d'accordo anche
che l'Africa può nutrire se stessa e anzi lo deve fare visto che i prezzi delle
derrate ora importate sono destinati a rimanere elevati; ma secondo non pochi
politici africani - dal Congo Brazzaville al Kenya - il continente può anche
sfamare gli altrui motori. E tutti riconoscono che l'agricoltura e il mondo
rurale sono stati negletti per decenni, con il conseguente crollo della
produzione alimentare interna. Consenso a parole anche sulla necessità di
sostenere i piccoli produttori africani. Come rilanciare l'agricoltura
d'Africa, allora? Da un lato c'è la soluzione proposta dall'Agra (Alliance for
a Green Revolution in Africa) fondata da Kofi Annan e ora protagonista di
un'alleanza con Fao, Programma alimentare mondiale (Pam) e Ifad, più il
sostegno di Rockfeller Foundation e Bill e Melinda Gates: imitare la
rivoluzione verde asiatica e latinoamericana, aumentare la produttività con
forniture di semi moderni e altri inputs. Per il Movimento internazionale Via
campesina, però, così si continuano a proporre alcune delle ricette che sono
causa della crisi: più aiuti alimentari (anche se ora, ha ricordato Josette
Sheeran, direttrice del Programma alimentare mondiale, l'80% dei relativi
acquisti sono locali o regionali), più biotecnologie, via libera alla
speculazione degli investitori favorita dalla nuova concorrenza fra produzioni
alimentari e agrocarburanti. I piccoli coltivatori e i movimenti sociali
ricordano ai governi e alle istituzioni internazionali che l'emergenza è frutto
di decenni di politiche di liberalizzazione commerciale; i paesi del Sud sono
stati obbligati ad aprire i mercati e a importare, diventando dipendenti
(esportatrice netta negli anni 60, adesso l'Africa importa il 25% delle derrate);
i governi hanno sostenuto le multinazionali produttrici di semi, pesticidi,
fertilizzanti di sintesi, favorendo l'ipersfruttamento dei suoli e spingendo
nella miseria le famiglie contadine. «Ecco perché respingiamo le promesse della
cosiddetta "Nuova rivoluzione verde" e dei "semi
miracolo"». E la Roppa, confederazione regionale di contadini, chiede ai
governi di «sviluppare e proteggere produzione e mercati interni per garantire
alle popolazioni cibo sano, sufficiente, culturalmente accettato». È questa la
sovranità alimentare. Ma questa protezione della piccola agricoltura rinascente
non è l'opposto di quella liberalizzazione ulteriore del commercio agricolo di
cui all'Onu parla anche Ban Ki Moon? Kanayo Nwanze, vice presidente Ifad, Fondo
internazionale per lo sviluppo agricolo, agenzia che sostiene finanziariamente
e logisticamente i piccoli coltivatori (e ha anche finanziato il Forum
parallelo della società civile),risponde così: «Dobbiamo lavorare perché siano
i piccoli coltivatori a poter accedere davvero ai mercati locali, e poi a
quelli regionali...l'apertura commerciale dovrebbe riferirsi soprattutto ai
paesi Ocse». Rifiuti in Campania, «È colpa del nord» - Francesca Pilla Napoli - Ogni due ore
«qualcuno» in Campania si inoltra nelle campagne e sversa scarti industriali
illegalmente, sale su per le colline, di notte come di giorno, e immette
diossine, arsenico, piombo nel terreno e nell'acqua, prende rifiuti pericolosi
e li impasta, all'insaputa dei cittadini, con il cemento usato per l'edilizia.
Ieri, nel giorno della presentazione del dossier di Legambiente sulle ecomafie
che vedono la regione «leader nel settore» per il 14esimo anno consecutivo,
Giorgio Napolitano, in visita a Napoli, ha puntato il dito contro questi
criminali. Quel «qualcuno» che si divide tra manodopera e committenza, tra chi
sversa e chi paga per sversare e che anche per il presidente della repubblica
ha due nomi: camorra e industriali del Nord. Napolitano aveva detto che nel suo
giro, culturale e privato, non avrebbe affrontato il tema, ma davanti a quel
reato su sei commesso quotidianamente in Campania, nella sua regione, si è
sentito colpito. E ha detto, confermando le stime dell'associazione, che «in
gran parte sono arrivati dal nord» e che «ne sia consapevole l'opinione
pubblica di queste regioni, perché è una cosa abbastanza trascurata dai
"nordisti"». Per Legambiente Campania, da tempo impegnata in questo
campo, si tratta di un vero tzunami ambientale, un disastro che tra scempi
ambientali, ciclo dei rifiuti illegale, racket di animali, cemento a go go, non
sembra temere crisi di mercato. I numeri spesso non riescono a dare la
percezione reale di cosa accade nella regione, ma aiutano a capire. Sono 13 i
crimini commessi ogni contro l'ambiente e che nel 2007 hanno portato a 4.695
illeciti accertati (+56% rispetto al 2006); 3.289 persone denunciate o
arrestate (+16%) e 1.463 sequestri effettuati. Un business nel quale la camorra
da tempo si è tuffata, preferendolo spesso a quello degli stupefacenti, perché
più sicuro e parimenti remunerativo. Sono infatti a livello regionale almeno 75
i clan con le mani in pasta, casalesi in testa, come confermato dall'inchiesta
Eco4 e dal delitto dell'imprenditore Michele Orsi domenica. Ma il rapporto va
oltre, disegnando uno scenario in cui le cosche sono in grado di organizzare un
commercio di macellazione del bestiame senza controlli, di far sorgere dalla
sera alla mattina anche interi quartieri, ma soprattutto di garantire agli
imprenditori settentrionali pozzi e terreni dove far sparire i rifiuti nocivi,
in barba alle regole e a prezzi stracciati. «In Italia - spiega Raffaele Del
Giudice, il protagonista del documentario Beautiful Cauntri, neodirettore di
Legambiente Campania - in 9 anni sono scomparsi 143 milioni di tonnellate di rifiuti
speciali e crediamo che in gran parte siano sotterrati qui. Spesso - continua -
le denunce sono il frutto dei circoli degli umili, dei contadini che riescono a
sottrarsi dalle minacce. Ma se ci fosse una legislazione più chiara in materia
questo disastro potrebbe essere più contenuto». Tre sono dunque le proposte
lanciate dallo stesso direttore e dal presidente Michele Buonomo: Un patto con
la Confindustria affinché aiuti a individuare gli imprenditori che delinquono,
un appello alle istituzioni perché partano con la bonifica dei territori; una
richiesta al parlamento affinché accelerino l'iter legislativo per approvare il
reato di delitto ambientale, fermo da oltre 5 anni. Ma è anche la «cemento
connection» a mettere la regione in ginocchio e farle conquistare il primato
nel mercato abusivo. Gli ecocriminali lavorano anche nell'edilizia senza regole
e senza sosta, distruggendo i campi agricoli, bruciando e devastando i terreni
boschivi, corrodendo le coste. Sono 6mila le costruzioni sorte in un anno senza
alcun tipo di permesso, Costiera amalfitana e penisola sorrentina in testa. A
nulla è valsa dunque la tragedia a Conca dei Marini lo scorso agosto, quando
crollò un terrazzo abusivo provocando la morte di un barbiere di Soccavo,
l'imperativo resta costruire e guadagnare. Piscine ricavate dalle rocce,
nessuna differenza tra mattoni, scogli e cemento, alberghi ampliati, ville e
villette, ecomostri. «Qui - dicono dall'associazione - il colore preferito è il
verde dei teloni che nascondono i lavori in corso». Ma anche la provincia di
Napoli è «competitiva» nel settore, non si contano le «case fantasma» che non
compaiono in nessun catasto e di cui nessuno si accorge. Ecomafie, business miliardario Roma - C'è un'azienda
in Italia che purtroppo non conosce crisi, ed è quella legata ai reati
ambientali. Un business capace di garantire ai clan che la gestiscono un
fatturato da capogiro, che nel 2007 si è attestato sui 18,385 miliardi di euro,
raccolti operando nei due principali settori di intervento criminale, come il
mercato illegale (gestione dei rifiuti speciali, abusivismo edilizio e traffico
di animali) e i cosiddetti investimenti a rischio (appalti e gestione dei
rifiuti urbani). E nonostante l'attività di forze dell'ordine e magistratura
abbia portato a una flessione dei guadagni rispetto all'anno precedente (-4,4
miliardi di euro) insieme a un parallelo aumento delle inchieste e degli
arresti, nelle quattro regioni a maggiore concentrazione criminale il traffico
dei rifiuti resta tra le attività principali e più lucrose. Basti pensare che,
come denuncia Legambiente nel suo rapporto Ecomafie 2008 presentato ieri, «ogni
anno sparisce nel nulla una montagna di rifiuti speciali alta poco meno di
2.000 metri». «Le ecomafie gestiscono nel nostro paese un vero e proprio
sistema eco-criminale, estremamente flessibile e diversificato - spiega il
presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - - al quale dobbiamo
contrapporne uno legale ed eco-sostenibile». Perché si possa parlare di una
vera difesa dell'ambiente, però, anche quest'anno, come accade ormai da
parecchi anni, l'associazione torna a chiedere l'introduzione nel nostro codice
penale dei delitti contro l'ambiente «per punire in maniera congrua chi
avvelena l'aria che respiriamo, inquina l'acqua , saccheggia il territorio,
minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite». Per avere un'idea di
quanto imponenti siano gli affari illeciti collegati all'ambiente, basti
pensare che ogni ora vengono commessi più di tre creati di questo tipo, ben 83
al giorno. Gli illeciti contestati complessivamente nel 2007 sono stati il più
di 30 mila, con un incremento rispetto all'anno precedente del 27,3% .
Un'attività,q quella della magistrata, che ha portato anche a un incremento
delle persone denunciate, (22.069), con un incremento del 9,7%) e i sequestri
effettuati (9.074, +19%). A far la parte del leone, ovviamente è il traffico
dei rifiuti. nel 2007 i reati accertati di questo tipo sono stati oltre 4.800,
A sorpresa, subito dopo la Campania, la regione nella quale si concentrati il
maggior numero di rati è il Veneto, seguita dalla puglia, con il foggiano che
si conferma come una terra dove si scaricano illegalmente nei terreni agricoli
i rifiuti prodotti dal centronord, scorie che spesso vengono fatte passare per
compost. per quanto riguarda le altre attività criminali, cresce il numero di
infrazioni riscontrate nel ciclo illegale del cemento (7.978, il 13% in più
rispetto al 2006), con 28 mila casi abusive costruite rispetto alle 30 mila del
2006 e alle 32 mila del 2005. Pesante anche il bilancio degli incendi boschivi
(oltre 10 mila, con 225 mila ettari di boschi e foreste distrutti) e il racket
degli animali, settore che, stando alle cifre fornite dalla Lav, la Lega
antivivisezione, nel 2007 ha fruttato circa 3 miliardi di euro tra corse
clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna esotica
protetta e macellazione clandestina. Paura atomica in Slovenia - Francesca Longo, Matteo Moder Trieste - Nessun
problema. La «fuga di materiale radioattivo» dalla centrale di Krsko, Slovenia,
non è altro che un allarme civile, seriamente controllato dal governo sloveno
che ha immediatamente avvisato la Commissione Europea su un guasto
all'impianto. Dalle televisioni slovene, a partire dalle 17 e 38 di ieri, si è
a perfetta conoscenza di un arresto dell'impianto in via preventiva a causa di
una perdita d'acqua del sistema primario del reattore, nel tardo pomeriggio
funzionante al 22% e in attesa di arresto. Impianto chiuso alle 21 e 30. Tutto
è sotto controllo, nessuno stato d'allerta, nessuna fuga radioattiva. Roma
conferma, Guglielmo Berlasso, responsabile della protezione civile del Friuli
Venezia Giulia, in stretto contatto coi colleghi sloveni, ribadisce il concetto
in Italia. Tutti tranquilli, dunque. E in effetti a Trieste non ci si accorge
di nulla. Ci sia o meno qualcosa di radioattivo nell'aria lo scopriremo solo
vivendo. Qualsiasi nube radioattiva non conosce stoj, stop, su un confine che
non esiste più e, come ricorda Franco Juri- già segretario di stato sloveno,
ambasciatore e oggi giornalista e scrittore - «si tratta del terzo incidente in
quattro anni, che arriva proprio mentre il governo discute su un raddoppio
della centrale, al momento bloccato, ma visto con favore». Il governo tedesco
ha mobilitato in serata i propri servizi. «Il governo federale ha dato mandato
ai propri servizi competenti di esaminare e valutare l'incidente», ha detto il
viceministro dell'ambiente Michael Mueller. Da parte sua, la sezione tedesca di
Greenpeace ha sottolineato come una tale allerta europea sia «molto insolita».
La Lombardia ha mobilitato l'Arpa. Il presidente del Friuli Venezia Giulia non
rilascia dichiarazioni. Krsko è situata nel sud-ovest della Slovenia, e secondo
le carte stradali risulta essere a 188 chilometri via strada e 130 via aria da
Trieste. Da sempre contestata per la sua pericolosità da associazioni
ecologiste di Italia e Slovenia, anche per il carattere fortemente sismico
della zona, fu al centro di un aspro contenzioso politico tra Slovenia e Croazia
alla dissoluzione della Federativa jugoslava. La centrale fu anche minacciata
di bombardamenti da parte dell'aviazione serba sempre durante la guerra e
grande apprensione suscitò, in quegli anni, il problema dello smaltimento delle
scorie radioattive i cui depositi, per propaganda di guerra o altro, furono
definiti ormai al limite della saturazione. La centrale, che dall'inizio degli
anni 2000 è comproprietà di Slovenia e Croazia è stata anche al centro di un
affaire con il nostro ministro degli esteri D'Alema, che agli inizi del 2007 si
sarebbe detto favorevole al raddoppio del reattore della centrale in cambio
della costruzione di un rigassificatore nel golfo di Trieste. Nel febbraio del
2005 fu discussa alla Camera dei deputati un'interpellanza urgente presentata
da Luana Zanella (Verdi) ai ministri della salute, degli esteri e
dell'ambiente, che affrontava il grave e irrisolto problema della sicurezza di
Krsko e le conseguenze che in caso di incidente all'impianto si sarebbero avute
sul territorio nazionale anche a seguito della «totale impreparazione delle
autorità italiane preposte a gestire l'emergenza radiologica». L'interpellanza
riprendeva l'azione di denuncia che gli Amici della Terra avevano da anni
avviato nei confronti di una delle centrali nucleari meno sicure presenti sul
territorio europeo e sulla mancata attuazione da parte italiana delle normative
comunitarie in materia di prevenzione radiologica e di informazione ed
addestramento della popolazione a questo tipo di emergenze. Questa cortina
fumogena tesa a coprire una situazione scottante ed una scomoda verità poteva
in parte spiegarsi, secondo l'interpellanza, con la rinascente politica
nucleare italiana. La Centrale di Krsko è una delle più piccole centrali
europee in attività, costruita nel 1981 ha iniziato a produrre energia nel 1983
ed è costituita da un reattore Westinghouse, che utlizza uranio arricchito.
Fornisce più di un quarto dell'energia necessaria alla Slovenia e un quinto di
quella croata. E' gestita congiuntamente dalle società elettriche slovena e
croata del 2002. Rappresenta uno dei maggiori rischi per la sicurezza
dell'Italia settentrionale, dell'Austria meridionale (Carinzia), della Slovenia
e della Croazia. La centrale ha in funzione un reattore Westinghouse da 632 Mw
che fin dall'inizio dell'attività (iniziata nel 1983 con 5 anni di ritardo sui
tempi previsti causa problemi tecnici) ha manifestato numerosi problemi. Una
Commissione Internazionale nominata, su pressioni di Austria ed Italia, per
verificare gli standard di sicurezza della centrale già nel 1993 espresse 74
raccomandazioni sui cambiamenti tecnici e procedurali necessari per adeguare
l'impianto alle più severe normative dell'Ue. Uno dei principali problemi
dell'impianto è costituito dalle incrinature dei generatori di vapore che
determinano perdite (con fuoriuscita di radionuclidi che vengono dispersi
nell'atmosfera); questo problema è d'altronde noto presentandosi in tutte le
centrali che utilizzano il reattore Westinghouse. Per cercare di tamponare
questo grave inconveniente, nella primavera del 2000 vennero installati due
nuovi generatori dalla Nek in seguito ad un accordo sottoscritto con il
consorzio Siemens/Framatome. Il costo di tale intervento fu di 205 milioni di
marchi. Dopo questo intervento venne approvato un aumento della produzione del
6% (45 Mw) con i conseguenti rischi di sovrasfruttamento del reattore e senza
che i problemi dei generatori fossero stati definitivamente risolti.
Attualmente la centrale ha una produzione superiore ai 700 Mw. Altro grave
problema per la sicurezza è quello relativo allo smaltimento delle scorie
radioattive. La Slovenia non ha una destinazione finale per i rifiuti nucleari,
ma solo due siti di stoccaggio temporaneo, e la questione di una soluzione
definitiva per i rifiuti prodotti nella fase operativa e dallo smantellamento
(previsto dopo il 2024) è stata differita al termine del funzionamento
dell'impianto. «Fermeremo l'arma nucleare dell'Iran» - Michele Giorgio Gerusalemme - «Cosa
prevede nei prossimi mesi per la nostra regione?», domandava ieri Martin,
conduttore mattutino di radio RamFm alla «spiritualista» israeliana Rikki
Kitaro che, dopo qualche attimo di pausa, ha risposto: «vedo guerra,
sofferenze, combattimenti». Troppo facile signora Kitaro. Non serve la palla di
vetro, è sufficiente guardare la tv per saperlo. In Israele tutti, adulti e
ragazzi, sanno bene che una nuova guerra è vicinissima e che la cosiddetta
«opzione militare» contro le centrali nucleari iraniane è sempre più concreta,
anche se non c'è alcuna prova che Teheran si stia effettivamente dotando della
bomba atomica. Con le prove o senza le prove l'attacco si farà e potrebbe
essere davvero imminente. Entro la fine dell'estate come hanno riferito alcuni
quotidiani arabi, sottolineando che Israele spinge per lanciarlo prima della
fine del mandato dell'alleato di ferro George Bush, poiché non si fiderebbe
delle scelte future di Barack Obama, nel caso in cui il candidato democratico
riuscisse a conquistare la Casa Bianca. Ma anche questa preoccupazione di
Israele è superata, perché nelle ultime ore, di fronte alla platea
dell'«American Israel Public Affairs Committee» (Aipac), l'influente
organizzazione americana che sostiene lo Stato ebraico, il premier israeliano
Ehud Olmert e Barack Obama hanno avuto una sola voce. «Dobbiamo fermare la
minaccia iraniana con ogni mezzo possibile...La comunità internazionale ha un
compito e una responsabilità di chiarire all'Iran, attraverso misure drastiche,
che le ripercussioni della loro ricerca di armi nucleari sarebbero devastanti»,
ha detto, tra gli applausi, Olmert che poco dopo ha incontrato Bush al quale,
secondo il sito di Yediot Ahronot, ha chiesto di rafforzare l'azione americana
contro l'Iran e preparare una operazione militare contro i suoi impianti
nucleari perché «le misure fin qui adottate non hanno prodotto risultati». È
stato l'attacco più virulento mai pronunciato da Olmert nei confronti di
Teheran. E a renderlo persino più incisivo, è stato, sempre di fronte all'Aipac,
Barack Obama. «Farò tutto quanto è in mio potere per impedire all'Iran di
ottenere l'arma nucleare», ha detto il senatore dell'Illinois nel suo primo
discorso da candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, che,
nell'evidente tentativo di rassicurare la comunità ebraica americana, più
vicina all'ex rivale Hillary Clinton, si è mostrato più duro che mai nei
confronti di Teheran, tanto da scavalcare a destra il candidato repubblicano
McCain. «Lascerò sempre la minaccia di un'azione militare sul tavolo per
difendere la nostra sicurezza e quella del nostro alleato israeliano», ha
assicurato Obama, aggiungendo che, se eletto presidente degli Stati uniti,
sosterrà «sempre il diritto di Israele a difendersi nelle Nazioni Unite e nel
mondo». Infine il candidato democratico ha fatto una promessa che nessun
presidente americano ha mai espresso in termini tanto espliciti in una
occasione pubblica: «Gerusalemme deve restare la capitale di Israele e non deve
essere divisa». A chi lo riteneva non sufficientemente schierato a favore dello
Stato ebraico, Obama ha replicato negando i diritti palestinesi sulla zona
araba di Gerusalemme e sconfessando le risoluzioni internazionali votate anche
dagli Stati Uniti. Di fronte a queste parole persino l'ex candidata Hillary
Clinton è stata costretta ad ammettere che Barack Obama «sarà un buon amico di
Israele». È perciò un'illusione credere che la guerra contro l'Iran sia
l'ultima ipotesi. Ormai è la prima mentre la diplomazia e la politica avranno
margini sempre più stretti. I toni, i servizi giornalistici, le dichiarazioni
dei rappresentanti delle parti coinvolte spingono tutti nella direzione di un
attacco militare contro le centrali nucleari iraniane. Un clima pesante al
quale contribuisce in modo importante lo stesso presidente iraniano Ahmadinejad
con le sue dichiarazioni su Israele, con i suoi vaneggiamenti sull'avvento del
Mahdi e la redenzione imminente. «L'Iran sfida non tanto gli Stati Uniti,
quanto il mondo intero» ha tuonato al Palazzo di Vetro l'ambasciatore americano
all'Onu, Zalmay Khalilzad, confermando che nei prossimi giorni comincerà
l'esame dell'ultimo rapporto dell'Aiea sul programma nucleare di Teheran. Da
parte sua il rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue,
Javier Solana, ha confermato l'intenzione di recarsi presto a Teheran ma ha
precisato che sul dossier nucleare non si attende «miracoli». La difficile scelta di Mr. Obama - Marco d'Eramo Se a novembre Barack
Obama non vincesse le elezioni, sarebbe una tragedia per tutti noi. Non che si
possano riporre speranze vertiginose nel senatore dell'Illinois. Ma una sua
sconfitta significherebbe che la democrazia parlamentare occidentale non è in
grado di sanzionare nemmeno un'amministrazione, quella di George W. Bush, che
in otto anni ha commesso innominabili abomini: un milione di iracheni e 4.500
soldati Usa morti per nulla, le garanzie costituzionali gettate nelle
discariche, l'habeas corpus abrogato, la tortura legittimata, l'ambiente
devastato, la gestione cinica dell'economia, i regali ai ricchi, l'inflazione
mondiale, il prezzo delle derrate alimentari, tutti fenomeni riconducibili alle
politiche dell'ineffabile coppia Bush-Cheney. Però la strada si presenta ardua
per Obama. Soprattutto, sarà necessario per lui tornare a fare politica,
qualcosa cioè che nell'epica battaglia con Hillary Clinton era scomparso.
Finora la dimensione identitaria ha offuscato gli argomenti che stanno a cuore
agli elettori: la propria vita, il proprio benessere, un ragionevole accordo
con la propria coscienza. Il titanico scontro tra «la donna» e «il nero»
nascondeva una più prosaica verità: su tutti i problemi concreti, le differenze
tra i due sono marginali e spesso le loro posizioni indistinguibili.
Paradossalmente, è stato molto più politico il processo di selezione
repubblicano che ha scelto in McCain una sorta di anti-Bush di destra e che ha
puntato a cambiare le gerarchie del proprio blocco sociale riducendo la
prominenza del fattore religioso. In campo democratico invece si è parlato
finora di quel che i sociologi chiamano «gruppi primari» e i sei mesi di
primarie non hanno fatto altro che evidenziare le molteplici fratture che
spaccano il blocco sociale democratico secondo linee etniche, razziali,
generazionali, di classe: ispanici, bianchi poveri e incolti, donne bianche e
anziani dal lato di Hillary; bianchi agiati, neri, giovani, strati
culturalizzati per Barack. La riprova più paradossale si è avuta pochi giorni
fa a Portorico, la cui popolazione è a stragrande maggioranza costituita da ispanici
neri: ebbene, nelle primarie, i portoricani hanno deciso di essere ispanici con
Hillary contro il nero Obama. È per queste fratture che il silenzio di Hillary
Clinton sulle proprie intenzioni incombe grave sui democratici. In fondo la
senatrice di New York ha ottenuto più (o altrettanti) voti popolari di Obama,
ha dalla sua tutti i grandi stati (New York, California, Massachusetts, Texas)
e ha conquistato gli stati oscillanti, quelli che potrebbero dare la vittoria a
novembre (Ohio, Florida, New Mexico, West Virginia). Insomma Hillary
rappresenta metà del partito non solo per genere o per consenso popolare, ma
per struttura sociale. Obama si trova perciò in una tenaglia. Se non imbarca
Hillary nel proprio ticket, si aliena metà dei propri probabili elettori e il 4
novembre sarà una gara a chi subisce meno astensioni, di bigotti per John
McCain, di donne, ispanici e bianchi poveri razzisti per Obama. Ma se imbarca
Hillary come vicepresidente, Obama fa il pieno dell'ostilità repubblicana per
un nero e per una donna, ottenendo «l'intersezione del consenso e l'unione del
dissenso». Ecco perché la risposta che Obama e la leadership democratica
debbono dare al problema Hillary non può essere funzionale, ma deve essere
politica, perché politico è il problema. Il lutto si addice a Hillary? - Ida Dominijanni «La resa di Hillary è
una sconfitta e un giorno di lutto per tutte noi», sostiene Erica Jong,
femminista della prima ora che negli anni '70 aveva Paura di volare (titolo di
un suo famoso romanzo sull'erotismo femminile) e oggi ha paura di non
atterrare, con Hillary, sul tetto di cristallo della Casa Bianca per sfondarlo.
Ma intanto c'è da dubitare che quella di Hillary sia una resa, e tantomeno
incondizionata. E poi, a che si deve la sua sconfitta, e di che cosa dovremmo
fare il lutto? Come molte altre femministe (non tutte, e quasi tutte della
prima generazione), Jong punta il dito contro il sessismo e la misoginia
profusi dalle viscere americane nella lunga battaglia per la nomination
democratica. Essere una donna, sostiene, negli Usa di oggi equivale ancora, o
forse di nuovo, a un anatema. Il resto ce l'ha messo il giovanilismo dei media,
che ha creato il mito di Obama. E all'oncia che mancava ci ha pensato Bill:
«Solo la figlia l'ha aiutata, il marito l'ha affondata». Hillary tre volte
vittima? Il coro femminile di sdegno contro il sessismo e la misoginia ha
cantato a gran voce lungo tutte le primarie. E certo ce n'è stato di che: dalla
campagna fotografica mondiale sulle rughe di Hillary al recupero emozionale
sulle sue lacrime (inventate), dagli attacchi sul look (immancabili) alle
bocciature per il troppo o troppo poco di emotività, o viceversa di freddezza,
o di durezza, o di indipendenza. Si sa che quando una donna si espone sulla
scena pubblica, la misura del giudizio fa difetto, oscilla sempre fra le stelle
e la stalla e non solo da parte maschile: sono le donne per prime che stentano
a identificarsi in un'altra donna impegnata nella corsa al potere, o
pretendendo da lei la perfezione dell'icona o mollandola senza spiegazioni.
Robin Morgan, saggista femminista di tutto rispetto, proprio all'indirizzo di
questo diffuso atteggiamento femminile ha scritto poche settimane fa una
vibrante perorazione per il voto a Hillary senza condizioni (Basta con tutto questo,
www.ilpaesedelledonne.it). Tutto questo sarà pure vero. Ma è da questo, o solo
o prevalentemente da questo, che è stata frenata la storica corsa della prima
donna (bianca) alla guida della più grande potenza mondiale? E non si fa per
caso torto alla stessa Hillary così vittimizzandola e assolvendola? Proprio
nella sua strategia «di genere», Hillary ha fatto almeno tre errori. Si è
presentata più come moglie che come donna, fidandosi troppo della «coppia
Clinton Spa» e sottovalutando quanto le donne diffidino delle coppie Spa . Ha
puntato troppo sul suo desiderio di potere e su una spontanea identificazione
delle elettrici col suo desiderio, che non è detto sia di tutte. Soprattutto,
ha oscillato di continuo fra l'appello al voto femminile contro la misoginia e
il sessismo, e la rivendicazione della sua competenza politica «neutra»,
indossando in sostanza i panni della donna in regime di debolezza e quelli
dell'uomo in regime di forza. Ma la differenza di sesso, o di genere come
preferiscono dire le americane, si può ancora usare a corrente alternata? Visti
dall'interno della geografia femminista internazionale, sono i double bind in
cui si impiglia il femminismo paritario, che vive di rivendicazioni
antidiscriminatorie ma non vola sul senso positivo della differenza femminile.
Il dibattito americano non avrà infatti che da giovarsi di questa esperienza, e
già si vede che se ne sta giovando. Molto si è scritto della divisione
generazionale che ha separato nelle primarie le sostenitrici «baby boomers» di
Hillary dalle giovani fan di Obama, figlie della libertà femminile guadagnata
dalle madri e ormai insensibili al richiamo del voto «di genere». Qualcosa di
più varrebbe la pena di indagare su come la storia privato-pubblica della
coppia Clinton, fra sexgate e dintorni, abbia contraddetto, nel male e nel
bene, la piega bacchettona e moralista che il femminismo anti-harrassment aveva
preso nell'America dei '90. Ma più di tutto c'è che on la candidatura di
Hillary un nodo è arrivato al pettine: declinata come uno fra i tanti pezzi del
mosaico identitario, la «questione di genere» non sfonda. La lunga marcia di
Hillary, fra slanci ed errori, ha avuto il merito di mostrarlo e di fornire un
ricco repertorio di fatti e di immaginario, femminile e maschile, su cui lavorare
e su cui ripensarla. Qualcuna ha scritto che le ultime settimane sono state,
per le donne americane, una specie di lungo revival dell'autocoscienza, che si
parla di nuovo di sesso e politica e che questo in fondo «è molto eccitante»:
altro che lutto. Liberazione – 5.6.08 Se non c'è opposizione ci pensano Onu e Chiesa... - Stefano Bocconetti E' l'affermazione più
semplice, forse anche la più banale. Quella che nessuno si sogna di contestare.
Insomma, lo sanno tutti che in politica non esiste il vuoto. Lo si è sempre
detto, una volta di più ha dovuto capirlo anche la sinistra. A sue spese: se
non c'è chi dà voce agli ultimi, gli ultimi non aspettano e votano a destra. Di
nuovo, allora: in politica non esiste il vuoto. L'affermazione generale ha però
poi molte articolazioni. Diciamo che esistono delle «sotto verità», nette e
crude esattamente come la frase principale. Tradotto: la politica - quella
vera, intesa come organizzazione di interessi e diritti contrapposti -
necessita di un'opposizione. E non è dato un «vuoto», neanche nell'opposizione.
Non è mai stato così, non è così neanche in queste ore. La conferma? Viene
proprio da questo paese, dal paese che per primo in Europa sta «sperimentando»
l'omogeneità delle istituzioni, in una sorta di governo onnicomprensivo, che
arriva ad occupare anche i seggi parlamentari che fino a ieri erano destinati
alla sinistra. Sinistra che non c'è più in quei «palazzi». Bene, qui in Italia,
l'opposizione negata nelle istituzioni, trova altre strade per parlare. Trova le
strade più impensabili. Forse anche le più improbabili. Ma le trova. Questo ci
racconta la vicenda del disegno di legge contro i migranti. Al di là del
balletto del premier che la mattina dice di non voler più l'introduzione del
reato di clandestinità, poi al pomeriggio ci ripensa, e alla sera ci ripensa
ancora. Al di là di tutto questo - che ha una sua rilevanza, naturalmente, ma
che appassiona quasi esclusivamente i media - resta il fatto che a quasi due
mesi dal trionfo elettorale, la cultura xenofoba ha trovato i primi ostacoli
sulla sua strada. No, non si parla del piddì. E' difficile definire
"opposizione" quella di Veltroni & Company. Perché c'è una destra
che teorizza la necessità di una legislazione punitiva contro i disperati.
Colpevoli solo di essere disperati. E il piddì s'è limitato a rivendicare la
paternità dei provvedimenti - ideati dall'ex ministro Amato - e a «dissentire»
sulla norma che trasforma la clandestinità in reato. Che impone il carcere per
i clandestini. Dissenso motivato solo ed esclusivamente da ragioni «pratiche»
(si usano le virgolette perché sono le parole utilizzate dal leader dei
democratici). Non perché sia una legge razzista, xenofoba, medioevale. No, per
il piddì il problema è che la norma sarebbe di difficile, se non impossibile,
attuazione. Roba, appunto, da dialettica interna ad una stessa maggioranza.
L'opposizione è arrivata invece da altri luoghi, da altre culture. E' arrivata
dall'Onu con le parole dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti
umani. Che non si prestano a dubbi: «Condanniamo la decisione di rendere reato
l'immigrazione illegale». Condanna che lui accoppia alla denuncia sugli
attacchi ai campi nomadi in Italia. L'opposizione arriva da lì. E arriva dalla
Chiesa. Anche qui, pochi dubbi. «I cittadini di paese comunitari non dovrebbero
essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di
un'infrazione amministrativa», ha detto il segretario del Pontificio consiglio
per i migranti, monsignor Agostino Marchetto. Chiesa e Onu, allora. Sono le
voci più autorevoli di condanna del primo atto del governo Berlusconi. Condanna
non sull'efficacia o meno delle misure proposte, condanna sulla «filosofia»,
sulla cultura sottesa a quelle misure. Condanna della xeneofobia che rivelano quelle
leggi. Certo, fa un po' sorridere che parlando dell'Italia, si parli della
Chiesa come di un elemento dell'opposizione. Una Chiesa che detta e ha dettato
- anche durante il governo dell'Unione - l'agenda della politica, che ha
imposto la sua visione, le sue scelte. A scapito dei diritti. Si potrà e si
dovrà obiettare su una struttura, quella ecclesiastica, che trova parole di
denuncia solo quando si supera la soglia della decenza. Solo quando si è
davanti ad una vergogna legislativa. Ma questo è un altro discorso. Oggi, però,
c'è un dato in più. C'è la conferma - che significa tanto - che non si può
comprimere l'opposizione. La si può cacciare dalle istituzioni, la si può
deridere, come fa Fini - che ieri ha proposto un una specie di diritto di
tribuna per la sinistra che si traduce però nel solito diritto di
"audizione" nelle commissioni, come si usa da decenni -; la si può
comprimere, reprimere o quel che si vuole. Ma esce fuori. Perché è un bisogno
di questa organizzazione del mondo, di questa struttura produttiva, perché è un
bisogno di chi non ha nulla. Nè un futuro, nè un diritto. Perché è un bisogno
di questa democrazia. E allora, davvero, non può esserci «il vuoto» neanche
all'opposizione. E' una frase semplice, quasi banale, come quella sulla politica
che la precede. Eppure, la sinistra, questa sinistra non sembra ancora averla
compresa. I migranti, così come gli operai privati del loro contratto o i gay
ai quali si proibisce di manifestare non aspetteranno i tempi dei congressi.
Hanno bisogno d'opposizione. E le strade prima o poi si trovano. «I vigili hanno fatto scendere dal bus i bambini
romeni. Mi son venuti i brividi...» -
Marcello Cantoni Cara Liberazione, oggi
a Roma ho assistito con i miei occhi ad un esempio del nuovo corso legalitario
nazionale e capitolino. Ero alla fermata Atac di piazza delle cinque lune,
davanti a Piazza Navona. Passa l'autobus numero trenta, si ferma e apre le
porte, due vigili si avvicinano e guardano all'interno del veicolo. Poi
intimano all'autista di non ripartire e salgono sul mezzo, si dirigono verso
una famiglia rumena e la fanno scendere. Una volta a terra scatta la prassi.
Documenti, chi è questa ragazza, di chi è il bambino e via dicendo. La storia
finisce bene, la famiglia è in regola. Io guardavo la scena e con me una
ragazza poco lontana. Eravamo abbastanza schifati. I due vigili devono aver
sentito il nostro sguardo. Non hanno usato toni pesanti con la famiglia, e
sembrava quasi si sentissero in imbarazzo e si chiedessero il senso di quella
loro azione. Resta il fatto che, gentili o meno, il nuovo corso è sbarcato
nella Capitale. I vigili devono obbedire ad Alemanno e ai suoi furori, e allora
via sugli autobus a cercare i "pericolosi". Non so come finirà, so
che assistere a quella scena mi ha fatto venire un brivido alla schiena. Io ho
trent'anni e per mia fortuna non ho vissuto il periodo delle deportazioni, ma
qualcosa del genere - differente nella follia e nel numero, ma simile nell'idea
di fondo - deve essere accaduto. Quando si arriva a far scendere una famiglia
con bambini piccoli da un mezzo pubblico, solo perchè appartiene ad un etnia,
mi chiedo: quanto manca al disastro? Arriva Bush a Roma, si "liberano" celle
per fare posto ai contestatori - Maria Sole Guadagni In previsione
dell'arrivo a Roma, la settimana prossima, del presidente degli Stati Uniti
George W. Bush, ben 220 detenuti di Regina Coeli sono stati trasferiti negli
istituti di tutta Italia «per consentire al carcere romano di far fronte agli
eventuali fermi legati a possibili disordini e contestazioni». E' quanto rende
noto il Garante per il Lazio dei diritti dei detenuti, Angiolo Marroni, che
commenta ironico: «E' da tempo che andiamo dicendo che Regina Coeli è un
carcere sovraffollato. Visto quanto sta accadendo, basterebbe che un capo di
stato venisse a Roma una volta al mese ed ogni problema sarebbe risolto».
Inoltre nell'arco dei prossimi 4 giorni altri 60 detenuti dovrebbero essere
smistati nei penitenziari della Regione, e ulteriori 63 nel resto delle carceri
di tutta Italia. Si tratta in tutto di 220 detenuti, che saranno trasferiti
«per consentire di liberare due piani della settima sezione di Regina Coeli,
quelli dove dovrebbero essere ospitati i responsabili degli eventuali incidenti
legati alla visita di Bush a Roma». Come se non bastasse, denuncia ancora il
garante dei detenuti, «per la maggior parte dei casi ad essere trasferiti sono
detenuti appellanti o giudicabili, che dovranno dunque tornare a Roma per i
processi che li riguardano, con inevitabili costose spese di trasferimento a
carico dello Stato. Quelli trasferiti fuori regione, poi, sono al 90%
stranieri». A Regina Coeli, d'altronde, il sovraffollamento è una costante: la
struttura di via della Lungara potrebbe contenere al massimo 800 detenuti ma
più volte, nelle ultime settimane, si è sfiorata la soglia record di mille
unità. Per questo Marroni afferma: «Siamo sempre favorevoli a misure che
possano ridurre il sovraffollamento, ma non a questi trasferimenti di massa
improvvisati, che non tengono in nessun conto dei diritti e degli affetti dei
detenuti. Ci sono reclusi che a Roma lasciano genitori, mogli e figli che non
potranno seguirli in giro per l'Italia». A proposito dell'affollamento che è
tornato a "strozzare" la vita dei ristretti nelle patrie galere: nelle
carceri italiane ci sono più imputati che condannati. Ogni dieci detenuti sei
sono in attesa di giudizio. Soltanto 20.190 dei 50.851 è stato condannato. Il
35% è straniero e il 23,4% tossicodipendente. Questi gli ultimi dati aggiornati
del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, relativi al 21 febbraio
2008. Ad oggi le persone in sovraffollamento sono 7.702. L'indulto aveva
liberato più di 25mila persone. Così dai 61.264 detenuti del 30 giugno 2006 si
era passati al minimo storico dei 33.326 nel settembre 2006. Ma le leggi sulle
droghe, sull'immigrazione e sulla recidiva hanno continuato a far aumentare gli
ingressi in carcere, con una incremento di 1.000 persone al mese. La capienza
regolamentare di 43.149 posti è stata superata il 30 giugno 2007 con 43.957
presenze ed è continuata ad aumentare fino alle 48.693 unità del 31 dicembre e
le oltre 50.000 del 21 febbraio 2008. «Dov'è la realtà in tv? Parla solo di se stessa e
oggi non farebbe lavorare Rossellini» - Peppe Fiore Gilberto Squizzato è
uno degli ultimi artigiani della nostra televisione. Eppure non sono in molti a
conoscere il suo lavoro di giornalista, regista e scrittore: paradossalmente
nemmeno all'interno di quella Rai dove presta servizio dal 1979. Dai primi
lavori per il neonato tg regionale, a Rai3 con Angelo Guglielmi, fino agli
esperimenti di "film dal vero" d'impronta più marcatamente autorale,
il suo percorso si è sviluppato organicamente attraverso la contaminazione di
linguaggio giornalistico e linguaggio cinematografico. Maturando uno sguardo
che ha fatto del racconto della realtà la sua cifra. Atlantis , Il Tunnel ,
L'Uomo dell'argine (primo esperimento di ibridazione tra racconto filmico e
materiale d'archivio) sono alcuni tra i suoi ultimi lavori. Il più recente,
penalizzato da una scellerata collocazione di palinsesto, è Suor Jo , scritto a
quattro mani con Giuseppe Genna. Anno 2005. Dopodichè, il silenzio forzato. «Io
ho cercato di lavorare dentro la televisione e ho scoperto di essere un corpo
sostanzialmente estraneo. La televisione, in particolare da un decina d'anni a
questa parte, riconosce la propria identità soltanto nella serializzazione.
Secondo me sbagliando. Questa televisione oggi non farebbe lavorare Rossellini,
che pure ne ha fatta tanta». La scelta di passare alla fiction risale solo alla
fine degli anni Novanta: alle spalle di questa, c'è una storia di passione,
impegno e militanza lunga trent'anni. «Sono nato a Busto Arsizio, una
propaggine di quella grande conurbazione che va da Como, a Varese, a Lodi.
Un'unica grande megametropoli: quella che nella mia terza serie ho chiamato La
città infinita . Nel mio tempo libero non ho mai frequentato intellettuali,
giornalisti o uomini di cultura, ma solo la gente della provincia. Per questo
non ho mai voluto trasferirmi a Milano: per mantenermi intenzionalmente un uomo
della periferia». L'hinterland milanese (lo sprawl di tanta letteratura
cyberpunk) è una delle dorsali del lavoro di Squizzato. Un cordone ombelicale
affettivo da cui attingere storie e, assieme, il teatro di alcune delle
trasformazioni più emblematiche del paese negli ultimi anni. «La Lega è nata a
300 metri da dove abito. Ma quello che molta sinistra ignora è che Bossi ha
dato voce ad una parte della Dc, la parte maggioritaria, che io ho conosciuto
quando sono entrato in consiglio comunale a 25 anni da indipendente nelle liste
del Pci. Ed era una Dc assolutamente diversa da quella della pianura che poi
sarebbe diventata egemone a livello nazionale. L'essere padroni a casa propria.
Il bisogno di difendere i risultati del proprio lavoro. Il discriminare lo
straniero in base non a criteri razzistici, come si sbaglia a pensare, ma solo
alla disponibilità a lasciarsi volontariamente assimilare dall'etica del
lavoro, della produzione, dell'accumulazione, del riconoscimento sociale
attraverso la proprietà: questo era già tutto dentro una parte della Dc - di
destra - di questo territorio». L'incontro con il cinema avviene prestissimo,
già nel periodo universitario (la Statale di Milano vissuta negli anni di
massimo fermento). E avviene confrontandosi direttamente con i maestri: prima
Alberto Lattuada, poi Carlo Lizzani. Dal primo, "elegantissimo
lombardo", Squizzato impara proprio quell'artigianato dell'immagine che
caratterizzerà tanta parte del suo lavoro televisivo: "la ricerca dei
segmenti di realtà che parlano da soli". Ricordando Lizzani, invece, la
memoria va a un vecchio film del 1964: La Vita Agra , tratto dal capolavoro di
Bianciardi. Il resoconto sofferto e a tratti grottesco dell'esistenza piccolo
borghese di un intellettuale a cottimo dentro la metropoli. «E' incredibile che
a raccontare la modernità di Milano sia stato alla fine il romano Lizzani. Con
La Vita Agra aveva capito che l'Italia del nord stava per essere divorata
dall'interno dal capitalismo moderno. Quello era il momento nel quale bisognava
cominciare a prendere un posto nella società come intellettuale. E per prendere
un posto qualche compromesso lo devi accettare. E' la nascita dell'industria
culturale: o approdi lì, o sei un fallito. A meno che tu non voglia camminare
sempre sulla linea di frontiera. Ed essere sempre non assimilato e non
assimilabile». Dopo tre anni di insegnamento alle scuole superiori,
naturalmente a Busto, sarà proprio su questa linea di frontiera, di non
assimilabilità, che Squizzato dirigerà il suo lavoro nella grande macchina
televisiva. Vince il concorso in Rai da regista nel 1978 e viene assunto come
giornalista l'anno successivo, quello della nascita del terzo canale. «Quando
andai in redazione la prima volta rimasi di sasso perché non si facevano film
da 100 minuti, si facevano pezzi da un minuto». Cominciano così, con un piccolo
shock, dieci intensissimi anni di cronaca. Prima al Tg3 Lombardia, poi al
nazionale, per trovare infine la misura ideale nei formati più dilatati e specificatamente
filmici: rubriche, speciali e reportage. E' la Rai di Bruno Ambrosi ed Elio
Sparano. La Rai di Albino Longhi direttore al Tg1 , Gustavo Selva al Gr2 ,
Emanuele Milano vicedirettore generale. «Quando sono entrato io, la Rai era
molto esigente: con tutti i suoi difetti e tutte le sue censure aveva il grande
pregio di richiedere un'alta professionalità. Altissima. Per potere andare in
onda in rete nazionale con un pezzo di tre minuti dovevi fare una gavetta di
sei anni. Soprattutto c'era un grande rispetto per le persone. Non ti era
permesso di usare una terminologia qualsiasi quando c'erano di mezzo fatti di
sangue. Quando c'erano delle vittime. Insomma, non c'era quel supermarket della
cronaca violenta che viene smerciata oggi come un prodotto qualsiasi. C'era un
rispetto ferreo per le persone, che oggi non esiste più. Diciamo pure un'etica
del servizio pubblico». Nel '89 Angelo Guglielmi lo chiama alla rete. In
qualche modo, per Squizzato, è un cerchio che si chiude: l'idea di televisione
di Guglielmi è proprio quella di una perlustrazione ostinata e paziente della
realtà. Una televisione sporca, fatta per strada, e quindi fatalmente
antitetica (anche qui) alla televisione di oggi, da cui gli esseri umani in
carne, dolori e sangue sembrano essere stati definitivamente cancellati. «Oggi
dov'è la realtà in tv? Ormai la tv è una macchina autoreferenziale che parla
solo di sé stessa. La realtà è faticosa da trovare. Devi andare in miniera per
trovare la realtà. Realtà e realismo si confondono con il naturalismo più
semplicistico». Animato da questo spirito esplorativo - il bisogno di far
parlare la realtà con la sua voce - Squizzato lavora ad alcuni dei programmi
storici di Rai3. Primo dei quali, I Racconti del 113 : storie dal vero di
un'umanità ai margini in cui la macchina da presa è uno strumento neutro di
indagine esistenziale, rispettoso delle vicende dei protagonisti, e non un
pretesto per il voyeurismo dello spettatore.In dieci anni di lavoro con
Guglielmi, Squizzato sperimenta il linguaggio del reportage contaminandolo con
quello del film ( Pianeta Est , Interset , La guerra dell'acqua rossa ), e
preparando il terreno a quello che sarebbe diventato il primo esperimento di
docufiction della televisione italiana. I racconti di Quarto Oggiaro (1999) -
primo capitolo della "trilogia milanese" cui seguiranno Atlantis
(2000) e La Città Infinita (2002) - è il documento della mutazione
antropologica di un quartiere operaio negli anni terminali della metropoli
industriale. Una ragnatela di piccole storie di periferia, che tocca tutti i
temi caldi della cronaca (la xenofobia montante, il dilagare dello spaccio di
strada, la delinquenza giovanile), per descrivere il crollo di un'idea di
comunità. «Quella che Zygmunt Bauman avrebbe poi definito società liquida, io
ho cominciato ad esplorarla in quei lavori: è la storia del prepotente
smembramento di tutte le reti sociali, dello sviluppo incontrollato
dell'hinterland, dell'atomizzazione dell'individuo. In una parola, la fine
delle comunità di destino. E' una società che viene raccontata nella sua
disgregazione: quello che è accaduto è che è scomparsa non una classe, è
scomparsa la coscienza di essere tributari del proprio lavoro a una grande
macchina come quella della globalizzazione». Girati con budget irrisori, con
sceneggiature scritte in diretta e personaggi quasi sempre presi dalla strada,
i film dal vero di questo instancabile camminatore delle periferie hanno
rappresentato una delle ultime anomalie nel panorama televisivo italiano.
Anomalie preziosissime che la tv della verità geneticamente modificata non è
stata in grado di metabolizzare, preferendo passarle sotto un'imbarazzante
cortina di silenzio. Repubblica – 5.6.08 "600 euro per un mese in mare", il
declino di Mazara e della flotta ALESSANDRA ZINITI MAZARA DEL VALLO - Qui, nella più
grande marineria del Mediterraneo, lo sciopero non si può fare. "Purtroppo
ormai siamo costretti a fare battute di pesca che durano in media trenta giorni
- spiega un armatore - solo per fare uscire una barca ci dobbiamo mettere in
mano 50 mila euro di spese. E da un giorno all'altro non si può proclamare uno
sciopero e rientrare, se no si va in fallimento e le banche ormai ci hanno
chiuso i rubinetti. Però alla protesta aderiamo tutti perché Mazara ormai è un
porto che sta morendo". Di quella che era la vitalità del più grande porto
peschereccio d'Italia con quasi 30 mila tonnellate di pescato all'anno, resta
ben poco. I pescatori che sono in banchina, riparano reti e cercano di fare
manutenzione alle loro barche, hanno facce scure. Giovani immigrati provano
senza fortuna a chiedere un imbarco, ma di lavoro non ce n'è più e chi lo offre
spesso non può dare neanche il cosiddetto minimo garantito: 5-600 euro per
trenta giorni in mare, in condizioni di poca sicurezza e di enorme stress per
battute che si spingono fino alle coste della Turchia e della Grecia. Perché il
Canale di Sicilia, il cosiddetto "mammellone", ormai è terra di
conquista dei concorrenti nordafricani che lavorano senza regole, con
manodopera a costo bassissimo e con il carburante che costa tre volte meno che
in Italia. "Sono due anni e mezzo che lavoro a Mazara - dice Farouk, 23
anni, marocchino - ma da tre mesi non riesco a trovare un imbarco. Sarò
costretto anch'io ad andare al Nord a cercare lavoro in campagna". In
banchina di pescherecci fermi non ce ne sono tantissimi. "Ma non si lasci
ingannare - dice Nicolò Lisma - almeno in cinquanta sono stati noleggiati per
portare al largo le gabbie per i tonni. Da pescherecci si sono trasformati in
rimorchiatori, una cosa che fino a dieci anni fa sarebbe stata impensabile, ma
adesso lavori come questo sono almeno un introito sicuro. Nessuno di noi può
andare avanti non sapendo se da una battuta ricaverà qualcosa o se, invece,
come accade da due anni, si lavora solo in perdita". Lui, ad esempio,
appartenente alla più grossa famiglia di armatori di Mazara, è diventato il
presidente dell'associazione armatori, ma ha dovuto dismettere tutti e sette i
pescherecci della sua flotta. E così hanno fatto molti degli armatori di quello
che, con i suoi quasi 400 pescherecci, con un volume d'affari di 450 milioni di
euro all'anno e 7000 occupati compreso l'indotto, è il primo distretto della
pesca in Italia. Tanti hanno preferito intascare il contributo ministeriale per
la demolizione dei natanti anche se poi tante barche distrutte sulla carta sono
finite a società miste italo-tunisine che le utilizzano per pescare "senza
regole" in acque internazionali e tirare su quel pescato che poi viene
immesso sul mercato a prezzi stracciati. Eccolo il famoso gambero rosso di
Mazara del Vallo: scende "congelato a bordo" da un peschereccio.
"Lo vendiamo a 400 euro a cartone - spiega il comandante - dodici chili a
400 euro, al mercato lo trova almeno al doppio. E le triglie? Noi le diamo a 10
euro al chilo, sui banchi non le trova a meno di 20, 25 euro. E' come
nell'agricoltura: c'è una filiera troppo lunga e c'è chi specula, il pesce
costa troppo caro e la gente non lo compra, ma noi vendiamo a prezzi inalterati
da almeno due anni, perché la concorrenza degli stranieri se no non la possiamo
affrontare". Proviamo a fare due conti in tasca a questo peschereccio:
"Siamo stati in mare tre settimane - spiega l'armatore - abbiamo consumato
30 tonnellate di nafta a 80 centesimi al litro. Se ci aggiungiamo la cambusa,
le assicurazioni e l'attrezzatura, le spese raggiungono il 60 per cento. Quel
che resta lo divido a metà con l'equipaggio secondo il "contratto alla
parte" che prevede una parte degli utili per i marinai semplici, due parti
per il motorista, tre parti al capitano. Alla fine se mi restano 20 mila euro
da cui devo anche pagare le tasse, i contributi e la manutenzione
all'imbarcazione è tanto". A Mazara l'unica strada percorribile sembra
quella della "pesca sostenibile" alla quale lavora Giovanni Tumbiolo,
presidente del distretto pesca. "Quando i costi superano il 60 per cento
ogni attività diventa antieconomica. Abbiamo bisogno di regole condivise con
gli altri paesi rivieraschi. Il tema non è solo quello del pescatore che perde
il lavoro, perché per ogni pescatore ci sono almeno altri tre elementi della
filiera a monte e altrettanti a valle che restano a casa. Ci sono a rischio
migliaia di posti di lavoro". Corsera – 5.6.08 Costruita dagli americani negli anni Ottanta. «Le
perdite restano all’interno dell’edificio» - Giovanni Caprara MILANO - La centrale
nucleare di Krsko con la sua potenza di 632 megawatt è di piccola taglia.
Costruita dalla società americana Westinghouse è in attività dagli inizi degli
anni Ottanta. «La tecnologia che adotta ad acqua pressurizzata è tra le più
diffuse nel mondo: sono realizzati così i due terzi dei 454 impianti esistenti
al mondo» precisa Giuseppe Forasassi dell’Università di Pisa e presidente del
consorzio interuniversitario per la ricerca nucleare. «La fuoriuscita del
liquido refrigerante— aggiunge — è difficile possa rappresentare un pericolo
perché anche se proviene dal circuito primario con acqua debolmente radioattiva
la centrale è realizzata in modo che tutto rimanga all’interno dell’edificio
mentre si procede allo spegnimento, come è avvenuto». Ci sono infatti due
circuiti di raffreddamento. Il primario che transita tra le barre di uranio in
una doppia camera d’acciaio inox/carbonio e asporta il calore. Esso contiene
acqua demineralizzata che circola in tubi di acciaio inossidabile all’interno
del contenitore di sicurezza di cemento. Questi vengono a contatto con gli
altri tubi di acciaio inossidabile del circuito secondario cedendo all’acqua in
essi contenuta il calore prelevato dal nocciolo, vaporizzandola. E’ il circuito
secondario, ad uscire dal contenitore di cemento e con il suo vapore ad
azionare le turbine collegate al generatore di energia. «Nella centrale di
Krsko— nota Forasassi — si è aperta una valvola di sicurezza del circuito
primario che ha scaricato acqua in un serbatoio all’interno del contenitore di
cemento, equilibrando la pressione. Se non si fosse chiusa bene altre due
potevano intervenire perché il sistema di sicurezza è triplicato al fine di
evitare il riscaldamento del nocciolo». Dopo l’ incidente di Three Mile Island
avvenuto nel 1979 in Usa, proprio l’apparato delle valvole è stato rinforzato,
anche se allora si sommarono altri guasti. |
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