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Repubblica – 9

Repubblica – 9.6.08

 

Se ritorna il porto delle nebbie - GIUSEPPE D'AVANZO

Il governo italiano può dichiarare una "guerra segreta" in violazione della Costituzione (art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali")? A quanto pare, sì. Nel dicembre del 2001, il governo italiano e l'allora ministro della Difesa, Antonio Martino, autorizzano l'intelligence militare (il Sismi di Nicolò Pollari) a pianificare, con funzionari della Difesa del governo americano, "azioni distruttive" utili a "un cambio di regime" in Iran. Lo documenta il Select Committee on Intelligence, la commissione bilaterale di controllo del Parlamento sulle attività dei Servizi Usa. Anche dalle nostre parti, vive un comitato analogo, con gli stessi oneri. Nella nuova formula prevista dalla recente riforma (3 agosto 2007), si chiama "Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica" (lo presiede Francesco Rutelli). L'art. 30 ne definisce le responsabilità: "Il Comitato verifica, in modo sistematico e continuativo, che l'attività del Sistema di informazione per la sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell'esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni". Ora, dopo aver letto le 52 pagine del Parlamento americano, ci si sarebbe aspettati un fiato, una parola, una pubblica dichiarazione. Con sprezzo del pericolo, addirittura un'interrogazione parlamentare o per lo meno - non fosse altro per dovere istituzionale ("verifica in modo sistematico") - l'annuncio della convocazione del neonato "Comitato per la sicurezza della Repubblica". Invece niente, il silenzio. Un silenzio rumorosissimo che lascia dietro di sé il dubbio che qualcosa non funziona nell'impianto di checks and balances della Repubblica. Il Parlamento dovrebbe essere contrappeso dei poteri dell'Esecutivo. Nel Parlamento, l'Opposizione dovrebbe vigilare sulle mosse della Maggioranza. Su tutto dovrebbe valere la parola della Costituzione. Se il sistema s'inceppa in modo così singolare anche di fronte a prove ed ammissioni, non c'è da essere sereni per il futuro. Di solito a questo punto si pensa la solita cosa: per fortuna, esiste il controllo di legalità che la Costituzione assegna alla magistratura. E, in effetti, un ufficio giudiziario avrebbe dovuto accertare, nel colpevole silenzio della politica, gli abusi e le illegalità dell'intelligence del II e III governo Berlusconi. La procura di Roma ha in carico, infatti, le indagini sull'ufficio Depistaggi&Manipolazioni di via Nazionale 230, Roma. Come forse si ricorderà, nelle 11 stanze dell'appartamento "segreto", Nicolò Pollari sistema una suo dirigente fidatissimo, Pio Pompa, che colleziona migliaia di dossier e appunti riservati destinati "all'attenzione del Direttore" (9.820 documenti informatici; 396 files che coinvolgono almeno quattro procure, Milano, Torino, Roma, Palermo e 203 giudici - 47 italiani - di 12 Paesi europei; 329 files "non riconducibili ad attività istituzionali"). È da tempo che non si nutrono attese per l'esito di quest'indagine, ma solo un mago avrebbe potuto prevederne un esito che sorprende, imbarazza, umilia la fiducia nella magistratura. Dunque, le scatole dei dossier irregolari non erano state ancora spacchettate del tutto e già, nel luglio del 2007, il procuratore Ferrara e il sostituto Saviotti si precipitano in Parlamento a dichiarare che quelle "carte" documentano, è vero, "la natura illegale" delle schedature, ma non "notizie idonee in sé a ricattare o intimidire gli obiettivi del lavoro di dossieraggio". Il giudizio è alquanto precipitoso. Sollecita cattivi pensieri, soprattutto perché in contrasto con le accertate campagne di stampa denigratorie organizzate contro un drappello di magistrati con il materiale fangoso raccolto dall'"ufficio riservato" di Pollari, rilanciato poi nelle aule del Parlamento dalla maggioranza di governo, riproposto infine dall'allora ministro di Giustizia Castelli. È il caso, per fare un solo esempio, dell'offensiva politico-mediatica che investe tre magistrati (Perduca, Vaudano, Piacente) già destinati all'Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf). Le perplessità della vigilia trovano spiacevole conferma ora che la Procura di Roma ha chiuso le indagini (firmano in tre, il procuratore Ferrara, l'aggiunto Ionta, il sostituto Saviotti). A Pollari e al suo fidato dirigente sarà contestato il reato di peculato: punisce il pubblico ufficiale che si appropria di "una cosa pubblica". Nel nostro caso, i computer, i documenti del Servizio, il telefono, le stanze di via Nazionale, forse. Pena prevista - l'uso improprio della "cosa" è "momentaneo" - da sei mesi a tre anni di reclusione. Con l'indulto, una bolla di sapone e hanno ragione gli avvocati di Pollari a dire che "la montagna ha partorito un topolino". Qui, quel che conta non è la possibile severità della sanzione, ma le ragioni che sostengono le conclusioni della Procura. È vero, dicono le tre toghe, quel Pompa "acquisiva informazioni" e "redigeva analisi", ma le informazioni erano "insignificanti" e "le analisi faziose", comunque non tali da far ipotizzare la calunnia o altri reati perché, "anche se diffamatori", quei testi non "travalicavano la sfera oggettiva del suo referente diretto". Un modo contorto per dire che finivano soltanto nelle mani di Pollari, "il Capo". L'argomento dei tre pubblici ministeri dimentica e cancella la verità di fatti accertati. Non è un argomento abile o scaltro. È soltanto spudorato, di quella sfrontatezza che lascia capire come, nella Procura di Roma di oggi, una volta definita con disonore "il Porto delle Nebbie", siano indifferenti a che cosa si può pensare di loro, a che cosa si possa pensare della loro autonomia, indipendenza, imparzialità. Un solo esempio per capire. Giugno del 2006. Pompa chiede a Renato Farina, un giornalista pagato dal Sismi (è illegale), di scrivere una cronaca contro Romano Prodi, di cacciare il nome del presidente del Consiglio nella faccenda delle extraordinary rendition come il solo responsabile politico della svendita della sovranità nazionale (la Cia ha sequestrato a Milano un cittadino egiziano, si sospetta con l'aiutino del Sismi). "Ti mando un documento, poi ti dico come fare...", dice Pompa a Farina. L'articolo è pubblicato venerdì 9 giugno 2006. Pagina 13 di Libero. Titolo: "Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto di Prodi". Sommario: "Rivelazione. Gli spostamenti dei servizi americani per catturare terroristi nel Vecchio Continente non sono state avallate da Berlusconi, come sostiene il Consiglio d'Europa, ma dalla commissione guidata dal Professore". L'operazione e il metodo di lavoro sono espliciti. Il creatore di favole bugiarde di via Nazionale estrae un documento dal suo archivio. Ne manipola il significato, addirittura la traduzione. Ordina al giornalista ingaggiato di deviare l'attenzione della pubblica opinione dalle responsabilità del governo Berlusconi alle decisioni di Romano Prodi. Farina esegue. Pompa racconta il buon esito della manovra al suo Capo che ascolta soddisfatto. Anche in questo caso la menzogna non "travalica la sfera oggettiva del referente diretto"? Per una Procura, che deve aver messo nel conto di vedere pregiudicata la sua credibilità, Pollari e il suo uomo devono rispondere soltanto dell'uso improprio del telefono. L'infamia pubblica che hanno riversato su Prodi, capo del governo? Per i tre pubblici ministeri deve essere stata soltanto un'irrilevante birbonata.

 

Se anche l'Italia di sinistra adesso respinge lo straniero

ILVO DIAMANTI

Se la percezione è la realtà realmente vissuta dalle persone, allora la realtà in cui vivono gli italiani assomiglia a un incubo. Una fiction nera, di quelle che, non a caso, hanno tanto successo in questi tempi. Come CSI. Gli italiani: immersi, a tempo pieno, in una Scena del Crimine. Protagonisti vulnerabili di un mondo ostile. È l'immagine proiettata dall'Osservatorio Demos-Coop, in base a un sondaggio condotto nelle scorse settimane. Naturalmente, i sondaggi collezionano soltanto segni. Sollecitati, talora perfino "estorti". Tuttavia, si tratta di segni di inquietudine assolutamente inquietanti, se letti in sequenza. 1. Quasi 9 italiani su 10 ritengono che la criminalità in Italia sia aumentata, negli ultimi anni. Il 53% lo pensa, in rapporto alla zona di residenza. Quasi metà degli sostiene, quindi, che la criminalità sia cresciuta. Altrove. In Italia, ma lontano dal loro luogo di vita. Il 23% degli italiani si dice "frequentemente" preoccupato di subire un furto in casa, il 20% di essere scippato. La stessa percentuale teme di essere derubato dell'auto o del motorino. Poco più di quanti (19%) hanno paura di essere raggirati attraverso bancomat o carta di credito. Mentre il 14%, infine, teme di cadere vittima di aggressioni o di essere rapinato. Se, però, consideriamo anche coloro che ammettono di sentirsi preoccupati solo "qualche volta" per questi motivi, le misure indicate si gonfiano notevolmente. Perlopiù raddoppiano. Talora salgono anche oltre. Timori fondati, si dirà, visto che il numero dei reati "minori" - nel linguaggio dei media, ma di certo "maggiori" per le persone comuni - è effettivamente in crescita. Con il risultato che oggi oltre la metà degli italiani confessa di aver paura. A tempo pieno oppure parziale. 2. Il mondo intorno a noi, d'altronde, ci appare affollato da estranei e stranieri. Estranei: due italiani su tre ritengono che "gli altri, se gli si presentasse l'occasione, approfitterebbero della mia (loro) buona fede". Per cui guardano con sospetto crescente chiunque esca dalla loro cerchia più stretta. Famiglia, località, categoria professionale. Ma soprattutto, temiamo gli stranieri. Siamo diventati, stiamo diventando xenofobi. Gli stranieri ci sembrano tanti. Troppi. D'altronde, quasi un italiano su due guarda con malcelata inquietudine gli immigrati. Regolari, irregolari o clandestini. Non c'è grande differenza, nel sentire comune. Anche perché, in effetti, la differenza non è così chiara. Gran parte dei regolari sono entrati da clandestini. Gran parte degli irregolari sono entrati regolarmente, da turisti; oppure erano regolarmente occupati. E oggi lo sono come prima. Ma irregolarmente. 3. Gli stranieri più stranieri di tutti, però, sono gli zingari. Tanto che non riusciamo neppure a definirli. Nomadi, rom, sinti. Chissenefrega. Sono zingari e basta. Mendicanti. Ladri di bambini. Ladri e basta. Senza fissa dimora. "Nomadi", appunto. Anche se e quando sono stanziali. Come i sinti veneziani, che si esprimono in dialetto, meglio di molti "indigeni". Per noi italiani, popolo immobile (quasi nove su dieci residenti nella stessa provincia in cui sono nati i genitori), con il mito della casa (in proprietà, per oltre 7 famiglie su 10). Una eresia. Da cancellare, semplicemente. Per cui oltre il 75% degli italiani chiede di sgomberare campi nomadi e quartieri illegalmente occupati da stranieri. In buona parte, senza preoccuparsi di trovare altre sistemazioni. D'altra parte, progetti volti a riqualificare la presenza e l'esistenza degli zingari attraverso la costruzione di zone residenziali attrezzate e dignitose, come a Venezia, hanno suscitato moti popolari. Organizzati, perlopiù, dai leghisti, che sull'insicurezza locale hanno costruito le recenti fortune elettorali. E giustificati da uomini del governo (come ha fatto Gasparri). Insomma, gli zingari: meglio farli scomparire. In un modo o nell'altro. 4. Abbiamo e sentiamo un crescente bisogno di protezione. Dai nemici che ci assediano e ci insidiano, dovunque. Per cui oltre il 90% chiede di allargare la presenza dei poliziotti sulle strade e nei quartieri. La stessa percentuale di persone che rivendica l'aumento della videosorveglianza nei luoghi pubblici. Oltre un terzo degli italiani, però, non si fida neppure di poliziotti e di video poliziotti. E contro la criminalità dilagante non vede che una sola, unica soluzione: difendersi da soli. 5. Abbiamo paura perché ci sentiamo seguiti, scrutati. Ma, al tempo stesso, chiediamo provvedimenti che aumentino il controllo sulla nostra vita quotidiana. Sul nostro privato. Che sta scomparendo rapidamente, con il nostro attivo contributo. Così, quasi metà degli italiani è d'accordo nel consentire alle autorità pubbliche di "monitorare le transazioni bancarie e gli acquisti con carta di credito". Oltre un quanto, invece, (a dispetto dei propositi di Berlusconi) è disposto a concedere alle autorità di leggere la nostra posta elettronica e di intercettare le nostre telefonate. Ovviamente a nostra insaputa. 6. In nome della sicurezza. Accettiamo che il territorio venga militarizzato. La moltiplicazione di poliziotti, pubblici e privati. E di ronde. Viste con favore da oltre il 60% degli italiani. Non solo nel Nord, dove sono state inventate e sperimentate. Dovunque. L'area in cui sono viste con maggior favore, anzi, è il Mezzogiorno. Dove, d'altra parte, l'insicurezza poggia su buone e solide basi. Dove lo Stato è più debole. Perché, come è facile intuire, la diffusione di questo bricolage securitario, di queste iniziative di giustizia-fai-da-te, sottolinea soprattutto il distacco dallo Stato. La sfiducia nelle istituzioni. E se le ronde sono simulacri di una comunità locale che non c'è più, che importa? Mica servono a combattere la malavita. Ci mancherebbe. Ma a proteggerci da noi stessi. 7. Nessuno è al sicuro dall'insicurezza. Certo, la maggiore domanda di ordine e polizia viene dagli elettori di destra. (Ben assecondati dai loro leader politici). Ma anche a sinistra le paure sono diffuse. Le zone rosse, in particolare, sembrano più reattive delle altre. Impaurite e sensibili alle soluzioni più rigide. D'altronde, i leader politici e gli amministratori (compresi quelli di sinistra) temono di apparire deboli e tolleranti quando i cittadini chiedono uomini forti e tolleranza-zero. Per difenderci dagli stranieri, vista l'impossibilità di erigere "muri reali" intorno alla nostra penisola, penetrabile da ogni punto, si alzano "muri simbolici". Come ha sottolineato in modo esplicito il ministro Umberto Bossi, riferendosi al reato di clandestinità. La politica, cioè, preferisce inseguire e monetizzare la nostra insicurezza, piuttosto che curarla. La destra per tradizione e vocazione, la sinistra per ... insicurezza. 8. L'insicurezza è una moneta pregiata, dal punto di vista del consenso. Ma anche dell'audience. Mischiata alla paura, riempie i nostri schermi, le pagine dei giornali. Le serate, ma anche le mattine e i pomeriggi tivù. Ispira serial e fiction di successo. D'altronde, la paura del futuro, degli stranieri, il richiamo all'autodifesa militante, il sostegno alle ronde: raggiungono i livelli massimi fra coloro che trascorrono, ogni giorno, oltre 4 ore davanti alla televisione. Asserragliati (quasi imprigionati) in casa e separati dal mondo: da antifurti, porte blindate, mura inaccessibili, cani mostruosi... Tuttavia, conviene diffidare dei sondaggi. Leggerli con scetticismo. Collezionano percezioni "estorte". Il Paese descritto da questo Osservatorio certamente non è credibile. A confronto, "La notte dei morti viventi" è un film dei fratelli Vanzina. Non può essere vera una società così spaventata. Francamente un po' spaventosa. Da paura.

 

La Stampa – 9.6.08

 

Violenta e arrogante. Il velo squarciato dell'Italia al telefono

JACOPO IACOBONI

TORINO - Il dirigente Rai che promette favori al suo Silvio, «la ragazza la rivedo io per confermarglielo, quindi... la Elena... non ci sono problemi su questo»; il segretario dei ds che esulta, «abbiamo una banca»; il banchiere lodigiano che si scioglie col governatore di Bankitalia, «se fossi qui ti bacerei in fronte»; l’immobiliarista di Zagarolo che rimbrotta i compagni di scalata che si credono troppo astuti, «aho, e che stamo a fa’, i furbetti der quartierino?»; l’erede Savoia che, calando a Roma per una visita in Vaticano, chiede al fido segretario (di nome Nicolino, davvero: la realtà essendo più vivida di un film con Aldo Maccione) «lei mi porti una bella pucchiacca», tradendo l’avito legame con Napoli, «o al limite una suora», per la serata. Ecco, tutto questo sono state le intercettazioni all’italiana; solo per stare agli ultimi tre quattro anni. E se è diffcile sostenere che fossero sempre penalmente rilevanti, è innegabile che tante volte abbiano squarciato veli di autentica, incrostata illegalità, sempre, come minimo, raccontandoci un’Italia che neanche i più pessimisti erano arrivati a immaginare. Protervia, ignoranza, talora millanteria, comicità involontaria, violenza verbale, violenza parasessuale, battutismo da osteria, ma anche arroganza del potere, affarismo, la presunzione di farla comunque franca... Talora ci finisce dentro l’amicizia millantata con uomini come Tarcisio Bertone o il cardinal Bagnasco, come nell’ultimo scandalo dele mense a Genova; altre volte invece un’intercettazone ha rivelato gli intrecci malsani politica-economia; ora si parla di soubrette Rai, ora invece di un ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, che finisce a giudizio per una telefonata in cui, secondo i pm, invita a mentire sulla notte della scuola Diaz l’allora questore di Genova Colucci. Possibile rinunciare in blocco a tutto? Certo la vischiosità domina; assieme alla piaggeria, che un po’ fa piangere un po’ ridere, per esempio quando si sente Agostino Saccà dire a Berlusconi: «Presidente, lei è amato nel Paese, glielo dico senza piangeria...» (sic). E Silvio che gli parla di alcune starlette da far lavorare in Rai, «questa Evelina Manna può essere... perché mi è stata richiesta da qualcuno... con cui sto trattando». Era il dicembre 2007, l’ultima campagna elettorale, i giudici si allertarono per presunte - poi non dimostrate - compravendite di onorevoli. L’audio della telefonata finì dritto su Internet. Il Cavaliere, furioso, spiegò: ho solo cercato di far lavorare delle povere ragazze. «In Rai lavori solo se sei di sinistra o ti prostituisci». Ora, prostituzione a parte, lo spaccato non era bello. Raramente, bisogna ammetterlo, lo è. Chi avrebbe potuto pensare che D’Alema, nel luglio del 2005, parlasse così al capo dell’Unipol Consorte: «Facci sognare». O, con ironia di paese: «Pronto? Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?». Di Giampiero Fiorani, il banchiere di Lodi che si vide autorizzare a notte fonda l’Opa da uno shakespeariano governatore di Bankitalia Fazio, abbiamo visto trascritte a marzo di quell’anno le altrimenti incredibili parole: «Ah Tonino... io sono commosso, con la pelle d’oca, io ti ringrazio, io ti ringrazio... Guarda, ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma non posso farlo... So quanto hai sofferto, prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi». Di Ricucci non si celebrerebbe la genialità linguistica senza la battuta sui furbetti der quartierino. Di Luciano Moggi, nel 2004 crocefisso - poi quanto meno apparso nell’italica luce del mal comune mezzo gaudio, viste altre intercettazioni - non sapremmo che diceva al designatore degli arbitri Bergamo «aho, ecco la griglia che me so studiato» (e l’altro, sinceramente indignato: «Vediamo se coincide con la mia»). Né avremmo conosciuto le telefonate di Deborah Bergamini, dirigente Rai berlusconiana, oggi deputata, al suo omologo Mediaset Mauro Crippa, per accordarsi su come trattare le elezioni amministrative 2005, difficili per Silvio; le chiacchierate di Guzzanti con Scaramella; le trimalcionerie di Valettopoli, personaggi scolpiti (ma va anche detto, per la cronaca, tutti prosciolti), Salvatore Sottile, ex portavoce di Fini, Emanuela Gregoraci, che querelò tutto e tutti, Vittorio Emanuele, re mancato. Il quadretto che venne fuori da un’indagine del solito John Henry Woodcock, uno dei grandi protagonisti di questa storia.

 

Una domenica al Rom-pride -  Flavia Amabile

Sfilano con dei triangolini di cartone nero spillati sui vestiti. Sopra hanno scritto, a penna, la lettera «Z». Z come zingaro, ed è la prima volta che scendono in piazza a sbattere in faccia a tutti la loro origine. E' il Rom-pride, la giornata del loro orgoglio. «Siamo ventimila», sostengono. Forse saranno meno della metà ma non è questo che importa. Quello che conta è gridare a tutti: «Alemanno non ci fai paura, per la prima volta non abbiamo paura». E infatti partono dal Colosseo a testa alta, con i vestiti colorati, la musica delle Nuove Tribù Zulu, band italiana dal sound gitano e i balli delle Chèjà Celen, danzatrici professioniste del campo rom di Monte Mario a Roma. «Siamo più romani di Alemanno», urla al microfono Luigi Amidovic. «Siamo qui da quarant’anni. Basta con i campi, vogliamo case popolari, vogliamo lavoro, vogliamo vivere come gli altri. Siamo tutti uguali. Sam sa isti, nella nostra lingua». Tutti d’accordo su questo. Alexian Santino Spinelli, presidente dell’associazione Then romano onlus che ha organizzato il corteo: «Gli italiani non sono razzisti ma c’è in questo Paese una disinformazione dilagante. Il campo nomadi è una forma di segregazione razziale, i rom non vogliono vivere in questo modo. E non è vero che l’integrazione pesi sulle tasche degli italiani perchè passa attraverso fondi comunitari che o non sono attivati o finiscono con il finanziare progetti fasulli di pseudo associazioni di volontariato. Ma ai rom non arriva nulla». Parole che non fanno piacere al mondo della politica. Alla manifestazione oltre ai loro colori sventolavano alcune bandiere dell’Arci e una bandiera della Roma. «I politici non ci vogliono ma faremo da soli, arriveremo in Parlamento a chiedere i nostri diritti», annunciano. Insieme ai rom, marcia Rita Bernardini, segretaria dei radicali e deputato Pd, l’unica a poter fare promesse politiche: «Ci batteremo perché venga approvata una legge che riconosca la minoranza etnico-linguistica dei rom». Ci sono alcuni politici di Rifondazione come Salvatore Bonadonna e Franco Russo Spena. Giornalisti di sinistra come Furio Colombo, ex direttore de l’Unità o Piero Sansonetti, direttore di Liberazione. Gli altri si sono tenuti alla larga. «I rom sono l’unico popolo al mondo a non aver mai dichiarato guerra a nessuno, e a non aver compiuto atti terroristici», afferma Mesic Iliri. Le violenze - spiegano - loro le subiscono. «Domani presentateremo una denuncia contro ignoti per l’aggressione ai danni di una rom di 16 anni, incinta di sei mesi avvenuta sul lungomare di Rimini venerdì sera», racconta Roberto Malini, presidente di Everyone, che ha partecipato all’organizzazione del Rom-pride. Il problema dei rom è lontano dall’essere risolto ma anche gli altri stranieri non se la passano meglio in questo momento in Italia. «L’immigrazione, quando è legale, quando riesce a integrarsi sul lavoro, è un fattore molto importante», ricorda il sindaco della capitale, Gianni Alemanno. Anche il vicario di Roma, il cardinale Camillo Ruini, chiede di «coniugare l’accoglienza con la formazione degli immigrati al rispetto della legalità». Il governo ha risposto introducendo il reato di clandestinità e ora i più preoccupati sono i magistrati. Il segretario dell’Anm sottolinea le «difficoltà» che verrebbero a pesare sugli uffici giudiziari e spiega: «Vogliamo evitare che un domani si possa indicare la magistratura come responsabile dell’inevitabile fallimento».

 

L'ora di Michelle, una moglie vestita per vincere - MARIA GIULIA MINETTI

Benché la cosa appaia sconcertante al primo momento, Michelle Robinson Obama, 44 anni compiuti il 17 gennaio scorso, donna bella, combattiva, intelligente e niente affatto simpatica, assomiglia sotto tantissimi aspetti a Hillary Rodham Clinton e dovrà stare attenta a non trovarsi nelle peste come lei, appena arrivata a Washington (se ci arriverà, beninteso), un posto adattissimo a first lady tipo le due - peraltro diversissime - signore Bush, o le mondanissime signore Reagan e Kennedy, ma irto di tagliole per donne che hanno la stessa determinazione, lo stesso successo professionale, gli stessi interessi dei mariti presidenti. Appare perciò abbastanza patetica la corsa cronistica - e su giornali di prim’ordine, New York Times e Washington Post in pole position - a rintracciare paragoni di stile, e dunque affinità di carattere, fra Michelle e l’inevitabile Jacqueline (l’unica first lady a oggi capace di vestirsi bene e di fare bella figura con i suoi bei vestiti addosso), o fra Michelle e l’evitabilissima nonna Barbara (Bush), tirata in ballo per via delle collane a girocollo di perle grosse come uova di piccione e una certa allure di «dressed to win», vestita per vincere. Le collane, è vero, si assomigliano, e una certa imperiosità nell’indossarle Michelle e Barbara ce l’hanno in comune, ma l’una è l’imperiosità di chi ha fatto carriera e veste, per così dire, da conquistatore (Michelle), l’altra è l’imperiosità della nascita, di un ottimo matrimonio, di un’abitudine al vertice che si rivela soprattutto nell’indifferenza alla linea, nei capelli bianchi, nei tacchi tozzi (Barbara), un modo di vestire - e di essere - alla Elisabetta d’Inghilterra, non fosse che la regina ha un’aria serena, e l’ex first lady, invece, grifagna. Tornando al paragone con Hillary Clinton, va detto però, restando sul piano dell’abbigliamento che tanto affascina i reporter americani in questa vigilia della nomination dove la politica non è in corsa con la frivolezza, e dunque alla frivolezza ci si può abbandonare spacciandola per scrutinio psicologico, tornando alle affinità tra Michelle e Hillary, bisogna pur ammettere che l’unico punto dove è impossibile trovare somiglianze fra le due è proprio il modo di vestire. Tralasciamolo un attimo per elencare invece i punti di convergenza: scuole buonissime entrambe concluse con la «graduation» alle facoltà di Legge più prestigiose degli Stati Uniti: quella di Yale per Hillary, quella di Harvard per Michelle. Matrimonio con giovanotti intelligentissimi e ambiziosissimi con lo stesso cursus di studi, carriera in proprio di entrambi i coniugi con progressiva immersione nella politica dei mariti e prestigio professionale crescente delle mogli: partner del più importante studio legale dell’Arkansas Hillary, vicepresidente dell’ospedale universitario di Chicago Michelle. Ma se arriviamo ai vestiti, ogni analogia cade: Michelle è elegantissima, a postissimo, sobria e audace insieme, braccia magnifiche messe spesso in risalto da abiti senza maniche (lo faceva anche Jacqueline, ma solo perché ai tempi suoi si usava così; Michelle è più self conscious); ha un corpo scattante, ricorda le atlete nere dei giochi olimpici, le cantanti alla Whitney Houston, il rovescio dell’immagine tradizionale della donna nera americana, che anche arrivata al successo combatte col peso una lotta diuturna (vedi Oprah Winfrey, sempre sul punto di scoppiare negli abiti). Hillary, poveraccia, non è mai riuscita a vestirsi bene, invece. Non ce l’ha mai fatta a buttar giù quel sederone che nasconde sotto giacche di tailleur troppo lunghe; l’aspetto è sempre quello di quand’era giovane all’università, la secchiona con gli occhiali e le braccia piene di libri con addosso quel che vien viene. Se ammettiamo che Hillary e Michelle abbiano molto più in comune fra loro di quanto mai avrà in comune Michelle con qualsivoglia ex first lady del passato, la sofisticata Jacqueline, l’imperlata Babs, la nevrotica Nancy, cosa significherà allora il divario vestimentale fra le due? Che c’è dietro, psicologicamente parlando? Fossi un cronista americano, è questo lo scrutinio cui mi dedicherei.

 

Berlino snobba l'atomo italiano – Marco Zatterin

Parlando con la Süddeutsche Zeitung, il ministro dell'ambiente tedesco Sigmar Gabriel (Spd) ha detto chiaramente di non avere molta fiducia sull'efficacia dell'opzione atomica italiana. Il suo pensiero, non pubblicato sul giornale di Monaco, è quello che segue: "Non posso credere che questa sarà la soluzione. In Italia comincerà un dibattito senza fine sulle nuove centrali nucleari. Questo non aiuterà a costruirle. Alla fine, se gli italiani lo vorranno veramente, le prime centrali non saranno in funzione prima del 2020-2025". "D'altro canto l'energia nucleare è troppo costosa. Il mercato sarà il nostri migliore alleato per uscire dall'opzione nucleare. La migliore soluzione sarebbe investire sull'energia alternativa". E' un esercizio di alterigia in salsa tedesca? O Gabriel ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi?

 

Effetto greggio a Parigi. La Marina resta in rada - DOMENICO QUIRICO

PARIGI - I pescatori bloccano i porti, i camionisti si mettono in coda e fanno avanzare la Francia a lumaca, gli agricoltori murano le porte dei municipi, i ladri si danno all’assalto dei camion cisterna con la cura con cui un tempo i briganti si dedicavano alle diligenze. E la Marina? Come un automobilista qualsiasi, quella che orgogliosamente ha continuato a definirsi “la Royale”, annulla le missioni e raccomanda agli ammiragli di andare a far rifornimento dove il combustibile è meno caro. Siamo al razionamento, insomma. Strani tempi davvero quelli del petrolio a 120 dollari il barile. La scarsezza di combustibile è sempre stata una eccellente scusa delle flotte per restare ben accucciate nei porti, gli ammiragli italiani erano specializzati in questo esercizio di scusa preventiva. Per i francesi, invece, è tempo di fare economia, dimenticandosi la grandeur sui sette mari. Si sbirciano ogni giorno i listini del greggio. Il bilancio della Marina è stato stilato con il petrolio a 65 dollari il barile; oggi costa il doppio. Addio esibizioni di potenza. E pensare che venti anni fa in Francia si facevano girare i motori dei carri armati a vuoto per consumare le riserve di benzina e non avere giacenze per l’anno dopo! Le misure sono state adottate con grande discrezione. Non è il caso di diffondere la voce che la Marina della quinta potenza mondiale ha i serbatoi vuoti. Senza chiasso si è cominciato a cancellare le operazioni, protocollari ma anche operative. Le unità francesi in navigazione sono state invitate a rifornirsi nei porti dove il carburante è meno caro, con la raccomandazione in questo caso di riempire le cisterne fino a scoppiare. Nel Mediterraneo, ad esempio, bisogna fare rotta verso le basi della Nato a Creta e Sicilia. I prezzi sono competitivi. Anche le petroliere incaricate del rifornimento in mare sono state autorizzate in via eccezionale a scendere sotto la quota finora obbligatoria del settanta per cento e devono rifornire prioritariamente le navi nazionali. Gli alleati si arrangino. Il Mistral, finora impegnato nelle operazioni di soccorso alle popolazioni birmane, doveva arrivare trionfalmente a Le Havre. Erano attese migliaia di persone e gli invitati sulla grande unità erano già stati pregati di dotarsi di scarpe piatte per salire a bordo. Peccato; missione cancellata, il viaggio di ritorno si fermerà a Tolone per risparmiare carburante. Nei porti del Mar nero non vedranno la fregata Montcalm che ha fatto parte della squadra navale di appoggio al contingente internazionale di pace in Libano. Anche lei tornerà a Tolone. Ma queste sono missioni di prestigio e reclutamento. La fregata De Grasse, invece, doveva partecipare alle esercitazioni americane Jtfex al largo di Norfolk in Virginia. Manovre importanti perchè segnavano la nuova collaborazione franco americana ed era previsto lo schieramento dei “rafales’’ francesi nel gruppo navale di cui fa parte la portaerei Roosvelt. La De Grasse è una unità di costruzione antica e consuma molto. Resterà a casa. Niente navi francesi neppure alle operazioni di lotta contro il traffico marittimo della droga “Marcops”. Sono tempi duri per la Marina. A giugno Sarkozy doveva annunciare la costruzione di una seconda portaerei, secondo gli ammiragli indispensabile perchè la Charles de Gaulle è bloccata a Tolone fino all’autunno per la sostituzione del cuore atomico. Sarkozy che l’aveva promessa durante la campagna elettorale, ha rinviato tutto al 2011 : «Devo riflettere, è una decisione difficile». Non è un soprassalto di tentazione disarmistica, è un problema di costi. Le notizie del razionamento navale arrivano quando mancano dieci giorni alla presentazione del libro bianco della difesa. Gli Alti Comandi si preparano alla stangata. Si annuncia la chiusura di numerose basi e la soppressione di 42 mila posti di lavoro. L’esercito peraltro manca di elicotteri e i carri armati risalgono alla Guerra fredda. E’ intanto è già iniziato il ritiro dall’Africa.

 

Corsera – 9.6.08

 

Caselli: ma così si dovrà rinunciare a indagini su sanità e amministrazioni - Dino Martirano

ROMA - Da procuratore della Repubblica con molti anni di esperienza - che ha lavorato a Palermo e ora si accinge a tornare in prima linea a Torino, dopo l'esperienza alla guida del Dap (carceri) e alla Procura generale piemontese - Gian Carlo Caselli sa bene che «circoscrivere le intercettazioni solo ai fatti di grande criminalità significa tagliar fuori una serie di indagini su malasanità, mala amministrazione e via elencando... relativamente alle quali questo strumento può essere molto utile». Così, pur di non compromettere queste delicatissime inchieste, assicurando allo stesso tempo il massimo delle garanzie per l'indagato, Caselli non respinge a priori l'ipotesi di «un giudice collegiale che autorizzi le intercettazioni». Procuratore, quali saranno le conseguenze sulle indagini se passa il ddl annunciato dal governo? «Un conto sono le dichiarazioni di intenti, anche se fatte dal presidente del Consiglio, altro è l'articolato messo nero su bianco. Vorrei prima vedere il testo. Tuttavia, sappiamo che le intercettazioni sono uno strumento indispensabile non soltanto per il crimine organizzato e per il terrorismo ma anche per altre forme di violazione di legge... Penso alla malasanità, ai reati contro la pubblica amministrazione, a quelli economici». Però la pubblicazione delle intercettazioni a volte ha fatto a pezzi la tutela della privacy. «C'è un problema di divulgazione di fatti e circostanze emergenti dalle intercettazioni sui quali dovrebbe esserci un giro di vite. Dovrebbe essere utilizzato, e quindi conoscibile, solo ciò che è strettamente pertinente al processo. Va individuato un punto di equilibrio tra ciò che serve all'investigazione e ciò che è violazione della privacy. Ma non è facile». Anche il ddl Mastella aveva tentato di mettere un freno alle forzature. «Il ddl Mastella aveva del buono laddove blindava una serie di circostanze estranee al processo, creando una serie di paletti... Era pessimo nel momento in cui impediva la pubblicazione di tutto praticamente fino al termine delle indagini preliminari. Ecco, se si riparte di lì si potranno formulare le critiche di allora». Alcuni magistrati ma anche il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, propongono di affidare a un collegio di giudici e non più al gip il compito di dare l'autorizzazione per le intercettazioni. Che ne pensa? «Ben venga, se la si considera una maggiore garanzia. Se per non alzare troppo l'asticella dei reati esclusi si ritiene più efficace un giudice collegiale, ben venga questa innovazione. Importante è non depotenziare lo strumento intercettazioni più di tanto».

 

Ma dalemiani e popolari vogliono il giro di vite – Maria Teresa Meli

Il «caso» delle intercettazioni mette in crisi la «pax veltrusconiana» (la chiamano così, dalle parti del Pd). Per la prima volta il segretario del Partito democratico sferra un attacco durissimo al presidente del Consiglio accusandolo di voler legare le mani alla magistratura. Tanta veemenza, dovuta probabilmente al timore di essere scavalcato da Di Pietro che è subito partito all'attacco di Berlusconi, non sembra però contagiare i compagni d'avventura di Walter Veltroni. Marco Minniti, ministro ombra dell'Interno, non pare scandalizzato dal progetto berlusconiano. Certo, sostiene che «le intercettazioni per reati di mafia e terrorismo non possono essere limitate come vorrebbe il Pdl perché equivarrebbe a dare un duro colpo all'azione investigativa, ma per gli altri casi è diverso ». Minniti apre quindi uno spiraglio e, comunque, dice, «la tutela della privacy è assolutamente necessaria». Va ancora più in là Nicola Latorre: «Se i magistrati diffondono le intercettazioni devono essere puniti penalmente, e non pagando una sanzione. Del resto, tutto ciò era previsto nel nostro disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche della scorsa legislatura». Nel quale, appunto, la pena per i pubblici ufficiali che diffondono le intercettazioni era la reclusione. Quel "magistrati in galera" pronunciato da Berlusconi non è proprio una bestemmia nel mondo del Pd, nonostante Walter Veltroni non la pensi così. Anche nel centrosinistra intercettazioni penalmente irrilevanti hanno tolto il sonno a tanti. Solo per fare qualche nome: a Fassino, a D’Alema e allo stesso Latorre. Per una volta ex diessini ed ex margheritini sembrano andare d’amore e d’accordo. Il responsabile organizzativo del Partito democratico Beppe Fioroni, per esempio, è convinto che «lamateria delle intercettazioni vada assolutamente regolamentata»: «E’ una questione seria - aggiunge - che merita attenzione». Roberto Giachetti, ex Margherita, segretario del gruppo del Pd alla Camera dei Deputati afferma: «Le intercettazioni servono, ma ormai si è arrivati a una vera e propria degenerazione in questo campo. Il tema va quindi affrontato, non come lo sta facendo Berlusconi, sia chiaro, però il problema c’è e non si può fare finta di niente». Persino Rosy Bindi, una che ama l’opposizione dura e pura e che non è certo imputabile di un eccesso di simpatia nei confronti di Berlusconi, non chiude la porta. «E’ ovvio - osserva - che il disegno di legge a cui pensa il governo rappresenta l’ennesimo tentativo di ricerca dell’impunità, ciò detto io penso che le intercettazioni non possano essere rese pubbliche come avviene ora. La loro divulgazione va fortemente punita. Tra l’altro mi chiedo quale sia la forza di prova di un’intercettazione. A me non sembra giusto che vengano arrestate delle persone quando contro di loro si hanno come unica prova delle conversazioni telefoniche».

 

Ichino: «Sindacati e Pd spiazzino il governo» - Roberto Bagnoli

ROMA - «Se il sindacato e il centrosinistra non avranno il coraggio di far cadere il tabù dell'articolo 18, qualsiasi opposizione al programma del ministro Sacconi di deregulation e di liberalizzazione dei contratti a termine sarà perdente. Se si vuol combattere davvero il precariato permanente e offrire ai giovani una vera eguaglianza, occorre disegnare un modello di rapporto di lavoro a tempo indeterminato per tutti, ma più flessibile». Pietro Ichino, neosenatore del Pd e giuslavorista riformista, va dritto al cuore del problema. Però, nemmeno il ministro del Welfare Sacconi, che pure sabato a Santa Margherita Ligure ha picchiato duro sulla necessità di liberalizzare, ha posto la questione dell'articolo 18. «Certo: perché anche il centrodestra ha interiorizzato il tabù per cui "chi tocca lo Statuto dei lavoratori muore". Così il governo torna a puntare a un allargamento degli spazi di flessibilità nella zona non protetta, quella del precariato. Il Pd deve stare attento a non ripetere l'esperienza disastrosa della quattordicesima legislatura: un'opposizione di retroguardia, priva di una strategia efficace contro il dualismo e l'apartheid fra lavoratori di serie A e serie B». E lei quale strategia di opposizione propone? «Per opporsi al consolidamento del dualismo fra protetti e non protetti, l'unica strategia efficace è puntare, per tutte le nuove assunzioni, su di un nuovo modello di rapporto di lavoro a tempo indeterminato, capace di dare alle imprese la flessibilità di cui hanno bisogno, ma recidendo alla radice il fenomeno del precariato permanente». Questa è l'idea del «contratto unico di lavoro» di Boeri e Garibaldi; che però non è stata recepita nel programma elettorale del Pd. «Lì era indicato il modello della "migliore flexicurity europea"; nel manifesto sulle politiche del lavoro si parla di "coniugare il massimo possibile di flessibilità per le strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza per i lavoratori". Ora l'uscita del ministro Sacconi costringe il Pd ad accelerare i tempi del suo dibattito interno su come concretare questa scelta programmatica; la proposta di Boeri e Garibaldi indica una soluzione, ma ci sono anche altre varianti sul tappeto». Ma tutto poi finisce alla riforma dell'articolo 18… «Chiariamo bene: l'articolo 18 dovrebbe continuare ad applicarsi per i licenziamenti disciplinari e contro quelli discriminatori, o per rappresaglia. È sui licenziamenti per motivi economici od organizzativi che occorre introdurre una tecnica protettiva diversa, di tipo nord-europeo». I critici sostengono che occorrono molti soldi. Che non ci sono. «Il costo di un sistema integrato di sostegno robusto del reddito e di riqualificazione dei lavoratori, affidato a enti bilaterali, potrebbe benissimo essere accollato interamente alle imprese, come contropartita della maggiore flessibilità che si offre loro». Quanto costerebbe? «Per i primi mesi il costo è zero, perché la nuova disciplina si applica solo alle nuove assunzioni. A regime il costo medio si colloca intorno allo 0,5 per cento del monte salari. Ma si può applicare un meccanismo bonus/malus che faccia lievitare il contributo a carico delle imprese che ricorrono di più al licenziamento per motivo economico e lo faccia ridurre per le altre». Secondo lei è davvero possibile che il Pd faccia propria una scelta di questo genere? «Non ho la sfera di cristallo. Ma il Pd è nato proprio per voltar pagina rispetto ai tabù della vecchia sinistra. Se vuole evitare il rischio mortale di riproporre battaglie di retroguardia il Pd deve guardare avanti». Resta il fatto che tutti i sindacati si oppongono a toccare l'articolo 18. «Dovrebbero chiarire a che titolo si oppongono. Il nuovo regime si applicherebbe soltanto per le assunzioni operate d'ora in avanti; riguarderebbe dunque soggetti che oggi nessun sindacato rappresenta. Per questi, le nuove leve, sarebbe un evidente miglioramento. Per chi già lavora regolarmente non cambierebbe nulla». Cosa ne pensa della proposta della Guidi sul contratto su misura? «Nella fascia alta della forza-lavoro quel contratto c'è già. E al "diritto del lavoro maggiorenne" di cui ha parlato Federica Guidi venerdì ho dedicato un libro dodici anni fa, sostenendo che a questo occorre puntare. Nella fascia bassa, però, lo standard collettivo minimo è ancora necessario. E, poiché la condizione dei più deboli sta peggiorando, è urgente una detassazione dei redditi di lavoro più bassi». Domani si apre il negoziato tra le parti sociali. Hanno ragione le imprese a voler ridurre il contratto nazionale per far spazio a quello aziendale? «Il problema è che la contrattazione aziendale oggi copre solo metà della forza-lavoro: smagrire quella nazionale rischia di ridurre lo standard di trattamento per l'altra metà, dove di fatto si applica solo questo. Ridurre lo standard proprio mentre tutti concordano sulla necessità di aumentare le retribuzioni più basse è poco proponibile ». Lei cosa suggerisce? «L'ideale sarebbe una soluzione alla tedesca: se si sostituisse il contratto nazionale con dei contratti riferiti a due o tre macro-regioni, al centro- nord ci sarebbero spazi assai più ampi per combinare i due livelli; e al sud si potrebbe adattare lo standard alle esigenze di sviluppo di zone in grave difficoltà. Ma in Italia riforme di questa portata richiedono anni per essere metabolizzate». Una alternativa più praticabile? «Un contratto nazionale che preveda un premio di produttività riferito al valore aggiunto realizzato in ciascuna azienda. Un premio che potrebbe essere interamente sostituito mediante la contrattazione aziendale. Un'altra soluzione è che si stabilisca una percentuale - per esempio il 15 o il 20% dello standard nazionale, lasciandola disponibile ai livelli inferiori». Un suo pronostico sulla trattativa che parte domani? «È un negoziato molto difficile; anche perché da entrambe le parti c'è un consistente partito che preferirebbe il non-accordo. Lo spazio per l'intesa, se c'è, è molto stretto».

 

La trappola delle identità - GIUSEPPE DE RITA

Vivere accanto e non connettersi. Questa è verosimilmente la base di quel declino della convivenza collettiva che a molti appare addirittura come una regressione civile. Guardiamoci dentro e attorno: viviamo tutti come componenti solitarie di una società che ha perso luoghi, occasioni e meccanismi di integrazione sociale. Le lotte per la liberazione individuale hanno rotto le connessioni di famiglia, di gruppo parentale, di osteria o circolo, di parrocchia, di comunità locale; la storia degli ultimi anni ha rotto il ritrovarsi dei singoli in ideologie, partiti, sindacati, luoghi e lotte di lavoro. Restiamo molecole che possano accostarsi ma che non si legano e integrano fra loro: facciamo «mucillagine», distesa informe di vegetazioni mai interconnesse. Per reagire a tale stato di cose non bastano certo i richiami al riarmo civico o valoriale, magari con la spinta pendolare a rivitalizzare gli antichi luoghi e meccanismi di connessione (per qualcuno dei quali il tempo è scaduto per sempre). Occorre invece far maturare una cultura processuale in cui i nostri cervelli e i nostri sentimenti siano dinamici e non chiusi in se stessi. Occorre anzitutto uscire dalla tragica propensione a vivere qui e ora in un continuo presente di emozioni e responsabilità labili e cangianti. Tutto, dalla impressività mediatica ai proclami politici all'accidia personale, vive di presente: non c'è memoria, non c'è futuro, non c'è lo spessore temporale della vita, non c'è direzione di marcia; c'è solo spettacolo e ricerca di consenso, qui e ora. Se non facciamo processi di storia collettiva non possiamo poi sorprenderci se non abbiamo classe dirigente capace di chiamare i singoli a connettersi fra loro. Tanto più che lo spettacolo e il consenso sono oggi quasi sempre esercitati sfruttando il difensivo primato dell'identità rispetto alla dinamica della relazione con gli altri. Non ci accorgiamo di bestemmiare quando pensiamo di noi stessi «io sono colui che sono» come avessimo una splendida identità da non mutare, da preservare, da imporre magari con la violenza; mentre l'altro è il diverso, è il pericolo, è il portatore di male (si tratti di un immigrato o del condomino della porta accanto). E così non cambiamo, non maturiamo, non diventiamo più forti. In fondo un grande filosofo del secolo scorso ha detto che «l'identità non è nel soggetto ma nella relazione». La relazione è l'unica strada processuale per la dinamica dei cervelli e dei sentimenti. Uscire dal qui ed ora per vivere il tempo con gli altri, questa è la responsabilità che va restituita a tutti. E' una strada faticosa ma non evitabile per chi abbia coscienza che occorre rifare le giunture di connessione della società e che occorre rifarle partendo dal basso, dalle piccole minute relazioni e strutture della vita quotidiana, lontano dalle sacrali tentazioni di verticalizzare il potere e l'annuncio. Nella dinamica sociale il «sacro» non esiste (neppure nei clerici delle istituzioni), esiste solo la santa pazienza di fare insieme una migliore qualità di vita collettiva.

 

l’Unità – 8.6.08

 

Tokyo Rose - Furio Colombo

C’è chi non si rassegna. Come Emma Bonino, che dice chiaro e fuori dai denti e con un po’ di maleducazione quello che pensa dello storico momento politico che il Paese sta attraversando, tra benedizioni papali, atti di sottomissione dello Stato alla Chiesa da alto medioevo (anche per esasperata, simbolica teatralità). Una Repubblica laica e indipendente che va in Vaticano rappresentata da un Gentiluomo vaticano, il sottosegretario Gianni Letta (e pensare che Filippo Facci era giunto a scrivere su Il Giornale che Fiamma Nirenstein, vice presidente della commissione Esteri della Camera, Pdl, non può parlare a nome dell’Italia sulla questione di Israele perché è ebrea) e un bel pacchetto di atti crudeli, inventati, costosi e inutili, quasi tutti contro i rom, certo più legati di Bossi e Borghezio alle radici cristiane d’Europa. Ma ecco perché Emma Bonino è stata così duramente redarguita e rimessa al suo posto dall’editorialista del Giornale Giancarlo Perna. Perché si era permessa, da persona politica di una certa esperienza, di anticipare e interpretare le ragioni della «gioia» del Papa. Si ricorderà che parlando ai vescovi italiani, il Pontefice aveva lodato la nuova armonia (traduzione: la mancanza di confronto democratico tra opposti punti di vista di governo e minoranza) nella vita pubblica italiana. Parlare di «gioia» per l’Italia dopo la caccia ai rom di Ponticelli e prima della caccia ai rom di Venezia, «è un po’ patetico» come dice, commentando le parole del Papa, la Bonino. È vero che l’ex ministro di Prodi («La persona con cui lavoro meglio» aveva detto il professore mentre lei portava a casa, di mese in mese, risultati sempre migliori, e ormai sfumati, nel commercio con l’estero) intendeva soprattutto anticipare il senso profetico di quelle parole. In pochi giorni, il capo della Chiesa e dello Stato Vaticano avrebbe ricevuto il baciamano di sottomissione completa della Repubblica italiana, e la garanzia dei dovuti versamenti per le scuole private cattoliche. Ma la Bonino avrebbe dovuto sapere che in questa Italia del pensiero liberale (che copre tutta l’area di consenso dalla corporazione Malpensa alla corporazione tassisti) certe cose, se riguardano il Papa, non si possono dire. O meglio si possono dire solo lodi ed esaltazioni, meglio se esagerate, come fanno, scaltri, tutti i telegiornali. Annunciano, con il tono di voce dei “Giornali Luce” di un tempo, che «è durato un’ora e mezzo l’incontro di Berlusconi con il Santo Padre». L’ora e mezza, record di tutti gli incontri mai avvenuti fra un rappresentante politico e il rappresentante di Dio, si raggiunge sommando l’incontro Berlusconi-Papa più l’incontro Berlusconi-Cardinal Bertone, più l’offerta di diamanti e pietre preziose (imbarazzante, no?) in nome della sottomessa e pacificata tribù italiana al re della Chiesa. Più i complimenti al “giovane” Gentiluomo vaticano in veste di sottosegretario italiano, più il tempo che c’è voluto a Berlusconi per aggiustare la giacca del capo del protocollo di Palazzo Chigi, a quanto pare troppo abbottonato. La disgraziata Bonino, invece, ha parlato di “questua”, e la parola le viene buttata addosso come olio bollente, con una evidente nostalgia di celebrare la gioia papale alla Giordano Bruno. Non c’è bisogno di essere credenti, basta essere militanti del nuovo ordine, per dare alla peccatrice radicale ciò che le spetta, e che spetta ai suoi compagni radicali di malefatte. Quali malefatte? Darsi da fare per essere eletti, se non hai santi in paradiso, se non hai in terra una mano invisibile che vede, provvede e - al momento giusto - concede. In quei casi sfortunati devi cercare fondi e sostegni alla luce del sole, devi chiederli ai cittadini e agli alleati. Ma qui cade l’asino. La logica dell’accusatore del foglio liberale Il Giornale, organo del Popolo della libertà, è implacabile: come osa una mendicante rimproverare al Papa la nobile questua con cui la Chiesa chiede allo Stato di pagare le scuole cattoliche? «Sarà l’effetto dei 60 anni che la biondina di Bra ha appena compiuto» osserva l’articolista con delicatezza. Il suo fa parte del gruppo di giornali disposti a qualunque vendetta e ritorsione (per non parlare delle aggressioni preventive) contro chiunque osi accennare, anche per sbaglio o per equivoco, ai tratti fisici dei campioni di destra. Vorremmo ricordare (insieme a molte volonterose istituzioni religiose) che oggi - mentre scriviamo dall’Italia di Bossi-Borghezio-Calderoli-Castelli-Maroni - si celebra nel mondo “La giornata del rifugiato”. Proprio oggi (scrivo il sabato 7 giugno) dieci di quei rifugiati sono stati trovati cadaveri in mezzo al Mediterraneo da un peschereccio italiano che - in violazione della futura legge Maroni - ha soccorso i sopravvissuti, tra cui donne e bambini. Li hanno salvati con l’espediente delle gabbie del tonno (si cala la gabbia in mare e si tenta di prendere i corpi) per poi consegnarli a quel tipo di casa-albergo detto Cpt. Le cose vanno in questo modo: o finisci in fondo al mare o vieni salvato, trattato da clandestino e rispedito alla fame e alla minaccia di morte da cui speravi di fuggire in nome del tuo diritto di essere umano. Sul senso di questa giornata ci illumina il Capo di stato maggiore della Difesa generale Vincenzo Camporini: «Gli aerei senza pilota “Predator”, impiegati anche in Afghanistan, sarebbero sicuramente un modo molto economico per pattugliare i mari e impedire lo sbarco dei clandestini» ha detto il capo dell’esercito italiano durante l’esercitazione aereo-navale italo-maltese “Canale 2008”. «Ben venga il Predator se è un mezzo per risolvere a fondo il problema» ha commentato il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga (Corriere della Sera, 7 giugno). La parola «a fondo» non è mai stata più appropriata per celebrare la festa italiana del rifugiato.
Resta la domanda, e anzi si ripropone con forza specialmente se, come sostiene l’organo del liberalismo italiano, ha torto la Bonino che, a causa dell’età, comincia a straparlare benché sia di un decennio e mezzo più giovane del giovane presidente del Consiglio. Che cosa ha il Papa di cui “gioire” nell’Italia più cattiva, punitiva, carceraria, ingegnosamente attiva in ogni aspetto e modo di perseguitare chiunque sia colto in condizioni di inferiorità e debolezza? Che cosa avrà da far festa il Papa in un’Italia che si sarà forse ingessata in certe sue funzioni politiche (come quella di dire no) ma si spezza sulla decenza, sulla tolleranza, sulla tradizione di civiltà, sul rispetto degli esseri umani. E scatena in piena guerra di camorra e in piena tempesta economica (il petrolio a 140 dollari al barile, un’impennata di dieci dollari in un solo giorno) una guerra dello Stato e della forza dello Stato contro tutti i deboli? Le vittime scelte e designate per i pogrom di Stato sono gli immigrati, da considerare tutti sospetti. Sono gli zingari, da definire tutti e pubblicamente “ladri di bambini”, persino se non è mai (mai) accaduto. Sono i clandestini, da associare alla peggiore delinquenza o alla sicura intenzione di delinquere (”vengono qui per commettere reati”), sono le prostitute, immediatamente definite “criminali”, evidentemente capaci di generare, malevolmente e da sole, l’alto patrocinio dei padri di famiglia italiani, compresa una massiccia parte di Popolo della libertà e di leghisti (per naturali, non confutabili ragioni statistiche) che affollano certe strade italiane. La fantasia dei persecutori (per capire suggerisco di ascoltare una o due frasi di Borghezio, poi tradotte in italiano dal ministro dell’Interno Maroni, che si finge normale ma è il braccio armato di sentimenti di rivincita e di vendetta che si stanno appena rivelando) però non si placa tanto presto. Geniale l’idea di sequestrare le case affittate ai clandestini, trovata intelligente e crudele per buttare preventivamente sulla strada, con bambini e stracci, gente che lavora e che finora ha pagato cifre oltraggiose per alloggi troppo disumani anche per un film. Ma adesso il passaparola febbrile fa scattare i comportamenti da Ku Klux Klan prima che sia iniziata la discussione di ciascuna delle vergognose leggi di cui stiamo parlando. I padroni di catapecchie le svuotano subito, prima che passi la polizia e senza distinguere. Lo Stato ci sta dicendo che sono tutti feccia. A Roma la polizia si presenta nelle portinerie, rispondendo a soffiate. A Milano si fanno rastrellamenti sui tram finora vietati dalla Costituzione. Qualunque cliente stradale - tra cui ottimi padri di famiglia - si sentirà in diritto di abusare in tutti i modi, psicologici e fisici, di una prostituta. «Che lo vada a dire alla polizia». Intanto i “blitz”, bella parola militare che fa irruzione nelle notti di gente stanca di povertà e di lavoro, si ripetono in tutti i campi nomadi, Forze dell’ordine e volontari, tanto non c’è nessuna norma da rispettare. Tutto sta avvenendo mentre il “pacchetto sicurezza” è stato molto annunciato, ma nulla di esso è stato finora discusso nel luogo chiamato Parlamento. I vescovi hanno già fatto sapere che su alcune di queste ignobili norme persecutorie non sono d’accordo. Ma l’Italia dell’asse Gentilini-Maroni-Berlusconi farà finta di niente. Dopotutto i clandestini non sono embrioni, le prostitute, nonostante il Vangelo, non c’entrano con la sacralità della famiglia, gli immigrati si adattino a venire in Italia rispettando i “flussi” (che non esistono). Se non li rispettano, sono prede libere, come in certi allucinanti giochi di delirio sul futuro. Vorrei ricordare ai miei colleghi dell’opposizione l’esemplare storia di Tokyo Rose. Era una bella voce di donna, apparentemente americana, con lieve e gentile accento del Sud, che la propaganda giapponese ha usato con straordinario successo per fermare o rallentare l’avanzata - e persino la resistenza e la tenuta psicologica - dei soldati americani, inglesi, australiani, nascosti nelle paludi o impantanati nelle trincee in attesa di attaccare. La voce di Tokyo Rose, che ascoltavano da migliaia di altoparlanti per decine di chilometri, ricordava ai ragazzi yankee accampati in una giungla estranea, migliaia di miglia lontani da casa, come è dolce la vita, come è quieta e tranquilla se non insisti nel far la guerra ai giapponesi. Sosteneva che c’è tanto da condividere se si smette di combattere, sussurrava di donne, belle come era bella quella voce, che li aspettavano. I libri di storia americani ricordano Tokyo Rose come il più grande tentativo di guerra psicologica. Centinaia di soldati alleati hanno disertato per scomparire dall’altra parte della giungla. I giapponesi volevano soldati-ombra. Per fortuna solo pochi sono caduti nella trappola.

 


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