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Repubblica – 9.6.08 Se ritorna il porto delle nebbie - GIUSEPPE D'AVANZO Il governo italiano
può dichiarare una "guerra segreta" in violazione della Costituzione
(art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali")? A quanto pare, sì. Nel dicembre del 2001, il governo
italiano e l'allora ministro della Difesa, Antonio Martino, autorizzano
l'intelligence militare (il Sismi di Nicolò Pollari) a pianificare, con
funzionari della Difesa del governo americano, "azioni distruttive"
utili a "un cambio di regime" in Iran. Lo documenta il Select
Committee on Intelligence, la commissione bilaterale di controllo del
Parlamento sulle attività dei Servizi Usa. Anche dalle nostre parti, vive un
comitato analogo, con gli stessi oneri. Nella nuova formula prevista dalla
recente riforma (3 agosto 2007), si chiama "Comitato parlamentare per la
sicurezza della Repubblica" (lo presiede Francesco Rutelli). L'art. 30 ne
definisce le responsabilità: "Il Comitato verifica, in modo sistematico e
continuativo, che l'attività del Sistema di informazione per la sicurezza si
svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell'esclusivo interesse e
per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni". Ora, dopo aver
letto le 52 pagine del Parlamento americano, ci si sarebbe aspettati un fiato,
una parola, una pubblica dichiarazione. Con sprezzo del pericolo, addirittura
un'interrogazione parlamentare o per lo meno - non fosse altro per dovere
istituzionale ("verifica in modo sistematico") - l'annuncio della convocazione
del neonato "Comitato per la sicurezza della Repubblica". Invece
niente, il silenzio. Un silenzio rumorosissimo che lascia dietro di sé il
dubbio che qualcosa non funziona nell'impianto di checks and balances della
Repubblica. Il Parlamento dovrebbe essere contrappeso dei poteri
dell'Esecutivo. Nel Parlamento, l'Opposizione dovrebbe vigilare sulle mosse
della Maggioranza. Su tutto dovrebbe valere la parola della Costituzione. Se il
sistema s'inceppa in modo così singolare anche di fronte a prove ed ammissioni,
non c'è da essere sereni per il futuro. Di solito a questo punto si pensa la
solita cosa: per fortuna, esiste il controllo di legalità che la Costituzione
assegna alla magistratura. E, in effetti, un ufficio giudiziario avrebbe dovuto
accertare, nel colpevole silenzio della politica, gli abusi e le illegalità
dell'intelligence del II e III governo Berlusconi. La procura di Roma ha in
carico, infatti, le indagini sull'ufficio Depistaggi&Manipolazioni di via
Nazionale 230, Roma. Come forse si ricorderà, nelle 11 stanze dell'appartamento
"segreto", Nicolò Pollari sistema una suo dirigente fidatissimo, Pio
Pompa, che colleziona migliaia di dossier e appunti riservati destinati
"all'attenzione del Direttore" (9.820 documenti informatici; 396
files che coinvolgono almeno quattro procure, Milano, Torino, Roma, Palermo e
203 giudici - 47 italiani - di 12 Paesi europei; 329 files "non
riconducibili ad attività istituzionali"). È da tempo che non si nutrono
attese per l'esito di quest'indagine, ma solo un mago avrebbe potuto prevederne
un esito che sorprende, imbarazza, umilia la fiducia nella magistratura.
Dunque, le scatole dei dossier irregolari non erano state ancora spacchettate
del tutto e già, nel luglio del 2007, il procuratore Ferrara e il sostituto
Saviotti si precipitano in Parlamento a dichiarare che quelle "carte"
documentano, è vero, "la natura illegale" delle schedature, ma non
"notizie idonee in sé a ricattare o intimidire gli obiettivi del lavoro di
dossieraggio". Il giudizio è alquanto precipitoso. Sollecita cattivi
pensieri, soprattutto perché in contrasto con le accertate campagne di stampa
denigratorie organizzate contro un drappello di magistrati con il materiale
fangoso raccolto dall'"ufficio riservato" di Pollari, rilanciato poi
nelle aule del Parlamento dalla maggioranza di governo, riproposto infine
dall'allora ministro di Giustizia Castelli. È il caso, per fare un solo
esempio, dell'offensiva politico-mediatica che investe tre magistrati (Perduca,
Vaudano, Piacente) già destinati all'Ufficio europeo per la lotta antifrode
(Olaf). Le perplessità della vigilia trovano spiacevole conferma ora che la
Procura di Roma ha chiuso le indagini (firmano in tre, il procuratore Ferrara,
l'aggiunto Ionta, il sostituto Saviotti). A Pollari e al suo fidato dirigente
sarà contestato il reato di peculato: punisce il pubblico ufficiale che si
appropria di "una cosa pubblica". Nel nostro caso, i computer, i
documenti del Servizio, il telefono, le stanze di via Nazionale, forse. Pena
prevista - l'uso improprio della "cosa" è "momentaneo" - da
sei mesi a tre anni di reclusione. Con l'indulto, una bolla di sapone e hanno
ragione gli avvocati di Pollari a dire che "la montagna ha partorito un
topolino". Qui, quel che conta non è la possibile severità della sanzione,
ma le ragioni che sostengono le conclusioni della Procura. È vero, dicono le
tre toghe, quel Pompa "acquisiva informazioni" e "redigeva
analisi", ma le informazioni erano "insignificanti" e "le
analisi faziose", comunque non tali da far ipotizzare la calunnia o altri
reati perché, "anche se diffamatori", quei testi non
"travalicavano la sfera oggettiva del suo referente diretto". Un modo
contorto per dire che finivano soltanto nelle mani di Pollari, "il
Capo". L'argomento dei tre pubblici ministeri dimentica e cancella la
verità di fatti accertati. Non è un argomento abile o scaltro. È soltanto
spudorato, di quella sfrontatezza che lascia capire come, nella Procura di Roma
di oggi, una volta definita con disonore "il Porto delle Nebbie",
siano indifferenti a che cosa si può pensare di loro, a che cosa si possa
pensare della loro autonomia, indipendenza, imparzialità. Un solo esempio per
capire. Giugno del 2006. Pompa chiede a Renato Farina, un giornalista pagato
dal Sismi (è illegale), di scrivere una cronaca contro Romano Prodi, di
cacciare il nome del presidente del Consiglio nella faccenda delle extraordinary rendition come il solo
responsabile politico della svendita della sovranità nazionale (la Cia ha
sequestrato a Milano un cittadino egiziano, si sospetta con l'aiutino del
Sismi). "Ti mando un documento, poi ti dico come fare...", dice Pompa
a Farina. L'articolo è pubblicato venerdì 9 giugno 2006. Pagina 13 di Libero. Titolo: "Sorpresa, dietro le
missioni Cia il visto di Prodi". Sommario: "Rivelazione. Gli spostamenti
dei servizi americani per catturare terroristi nel Vecchio Continente non sono
state avallate da Berlusconi, come sostiene il Consiglio d'Europa, ma dalla
commissione guidata dal Professore". L'operazione e il metodo di lavoro
sono espliciti. Il creatore di favole bugiarde di via Nazionale estrae un
documento dal suo archivio. Ne manipola il significato, addirittura la
traduzione. Ordina al giornalista ingaggiato di deviare l'attenzione della
pubblica opinione dalle responsabilità del governo Berlusconi alle decisioni di
Romano Prodi. Farina esegue. Pompa racconta il buon esito della manovra al suo
Capo che ascolta soddisfatto. Anche in questo caso la menzogna non
"travalica la sfera oggettiva del referente diretto"? Per una
Procura, che deve aver messo nel conto di vedere pregiudicata la sua
credibilità, Pollari e il suo uomo devono rispondere soltanto dell'uso
improprio del telefono. L'infamia pubblica che hanno riversato su Prodi, capo
del governo? Per i tre pubblici ministeri deve essere stata soltanto
un'irrilevante birbonata. Se anche l'Italia di sinistra adesso respinge lo
straniero ILVO DIAMANTI Se la percezione è la
realtà realmente vissuta dalle persone, allora la realtà in cui vivono gli
italiani assomiglia a un incubo. Una fiction nera, di quelle che, non a caso,
hanno tanto successo in questi tempi. Come CSI. Gli italiani: immersi, a tempo
pieno, in una Scena del Crimine. Protagonisti vulnerabili di un mondo ostile. È
l'immagine proiettata dall'Osservatorio Demos-Coop, in base a un sondaggio
condotto nelle scorse settimane. Naturalmente, i sondaggi collezionano soltanto
segni. Sollecitati, talora perfino "estorti". Tuttavia, si tratta di
segni di inquietudine assolutamente inquietanti, se letti in sequenza. 1. Quasi
9 italiani su 10 ritengono che la criminalità in Italia sia aumentata, negli
ultimi anni. Il 53% lo pensa, in rapporto alla zona di residenza. Quasi metà
degli sostiene, quindi, che la criminalità sia cresciuta. Altrove. In Italia,
ma lontano dal loro luogo di vita. Il 23% degli italiani si dice
"frequentemente" preoccupato di subire un furto in casa, il 20% di
essere scippato. La stessa percentuale teme di essere derubato dell'auto o del
motorino. Poco più di quanti (19%) hanno paura di essere raggirati attraverso
bancomat o carta di credito. Mentre il 14%, infine, teme di cadere vittima di
aggressioni o di essere rapinato. Se, però, consideriamo anche coloro che
ammettono di sentirsi preoccupati solo "qualche volta" per questi
motivi, le misure indicate si gonfiano notevolmente. Perlopiù raddoppiano.
Talora salgono anche oltre. Timori fondati, si dirà, visto che il numero dei
reati "minori" - nel linguaggio dei media, ma di certo
"maggiori" per le persone comuni - è effettivamente in crescita. Con
il risultato che oggi oltre la metà degli italiani confessa di aver paura. A
tempo pieno oppure parziale. 2. Il mondo intorno a noi, d'altronde, ci appare
affollato da estranei e stranieri. Estranei: due italiani su tre ritengono che
"gli altri, se gli si presentasse l'occasione, approfitterebbero della mia
(loro) buona fede". Per cui guardano con sospetto crescente chiunque esca
dalla loro cerchia più stretta. Famiglia, località, categoria professionale. Ma
soprattutto, temiamo gli stranieri. Siamo diventati, stiamo diventando xenofobi.
Gli stranieri ci sembrano tanti. Troppi. D'altronde, quasi un italiano su due
guarda con malcelata inquietudine gli immigrati. Regolari, irregolari o
clandestini. Non c'è grande differenza, nel sentire comune. Anche perché, in
effetti, la differenza non è così chiara. Gran parte dei regolari sono entrati
da clandestini. Gran parte degli irregolari sono entrati regolarmente, da
turisti; oppure erano regolarmente occupati. E oggi lo sono come prima. Ma
irregolarmente. 3. Gli stranieri più stranieri di tutti, però, sono gli
zingari. Tanto che non riusciamo neppure a definirli. Nomadi, rom, sinti.
Chissenefrega. Sono zingari e basta. Mendicanti. Ladri di bambini. Ladri e
basta. Senza fissa dimora. "Nomadi", appunto. Anche se e quando sono
stanziali. Come i sinti veneziani, che si esprimono in dialetto, meglio di
molti "indigeni". Per noi italiani, popolo immobile (quasi nove su
dieci residenti nella stessa provincia in cui sono nati i genitori), con il
mito della casa (in proprietà, per oltre 7 famiglie su 10). Una eresia. Da
cancellare, semplicemente. Per cui oltre il 75% degli italiani chiede di
sgomberare campi nomadi e quartieri illegalmente occupati da stranieri. In
buona parte, senza preoccuparsi di trovare altre sistemazioni. D'altra parte,
progetti volti a riqualificare la presenza e l'esistenza degli zingari
attraverso la costruzione di zone residenziali attrezzate e dignitose, come a
Venezia, hanno suscitato moti popolari. Organizzati, perlopiù, dai leghisti,
che sull'insicurezza locale hanno costruito le recenti fortune elettorali. E
giustificati da uomini del governo (come ha fatto Gasparri). Insomma, gli
zingari: meglio farli scomparire. In un modo o nell'altro. 4. Abbiamo e
sentiamo un crescente bisogno di protezione. Dai nemici che ci assediano e ci
insidiano, dovunque. Per cui oltre il 90% chiede di allargare la presenza dei
poliziotti sulle strade e nei quartieri. La stessa percentuale di persone che
rivendica l'aumento della videosorveglianza nei luoghi pubblici. Oltre un terzo
degli italiani, però, non si fida neppure di poliziotti e di video poliziotti.
E contro la criminalità dilagante non vede che una sola, unica soluzione:
difendersi da soli. 5. Abbiamo paura perché ci sentiamo seguiti, scrutati. Ma,
al tempo stesso, chiediamo provvedimenti che aumentino il controllo sulla
nostra vita quotidiana. Sul nostro privato. Che sta scomparendo rapidamente,
con il nostro attivo contributo. Così, quasi metà degli italiani è d'accordo
nel consentire alle autorità pubbliche di "monitorare le transazioni bancarie
e gli acquisti con carta di credito". Oltre un quanto, invece, (a dispetto
dei propositi di Berlusconi) è disposto a concedere alle autorità di leggere la
nostra posta elettronica e di intercettare le nostre telefonate. Ovviamente a
nostra insaputa. 6. In nome della sicurezza. Accettiamo che il territorio venga
militarizzato. La moltiplicazione di poliziotti, pubblici e privati. E di
ronde. Viste con favore da oltre il 60% degli italiani. Non solo nel Nord, dove
sono state inventate e sperimentate. Dovunque. L'area in cui sono viste con
maggior favore, anzi, è il Mezzogiorno. Dove, d'altra parte, l'insicurezza
poggia su buone e solide basi. Dove lo Stato è più debole. Perché, come è
facile intuire, la diffusione di questo bricolage securitario, di queste
iniziative di giustizia-fai-da-te, sottolinea soprattutto il distacco dallo
Stato. La sfiducia nelle istituzioni. E se le ronde sono simulacri di una
comunità locale che non c'è più, che importa? Mica servono a combattere la
malavita. Ci mancherebbe. Ma a proteggerci da noi stessi. 7. Nessuno è al
sicuro dall'insicurezza. Certo, la maggiore domanda di ordine e polizia viene
dagli elettori di destra. (Ben assecondati dai loro leader politici). Ma anche
a sinistra le paure sono diffuse. Le zone rosse, in particolare, sembrano più
reattive delle altre. Impaurite e sensibili alle soluzioni più rigide.
D'altronde, i leader politici e gli amministratori (compresi quelli di
sinistra) temono di apparire deboli e tolleranti quando i cittadini chiedono
uomini forti e tolleranza-zero. Per difenderci dagli stranieri, vista
l'impossibilità di erigere "muri reali" intorno alla nostra penisola,
penetrabile da ogni punto, si alzano "muri simbolici". Come ha
sottolineato in modo esplicito il ministro Umberto Bossi, riferendosi al reato
di clandestinità. La politica, cioè, preferisce inseguire e monetizzare la
nostra insicurezza, piuttosto che curarla. La destra per tradizione e
vocazione, la sinistra per ... insicurezza. 8. L'insicurezza è una moneta
pregiata, dal punto di vista del consenso. Ma anche dell'audience. Mischiata
alla paura, riempie i nostri schermi, le pagine dei giornali. Le serate, ma
anche le mattine e i pomeriggi tivù. Ispira serial e fiction di successo.
D'altronde, la paura del futuro, degli stranieri, il richiamo all'autodifesa
militante, il sostegno alle ronde: raggiungono i livelli massimi fra coloro che
trascorrono, ogni giorno, oltre 4 ore davanti alla televisione. Asserragliati
(quasi imprigionati) in casa e separati dal mondo: da antifurti, porte
blindate, mura inaccessibili, cani mostruosi... Tuttavia, conviene diffidare
dei sondaggi. Leggerli con scetticismo. Collezionano percezioni
"estorte". Il Paese descritto da questo Osservatorio certamente non è
credibile. A confronto, "La notte dei morti viventi" è un film dei
fratelli Vanzina. Non può essere vera una società così spaventata. Francamente
un po' spaventosa. Da paura. La Stampa – 9.6.08 Violenta e arrogante. Il velo squarciato
dell'Italia al telefono JACOPO IACOBONI TORINO - Il dirigente
Rai che promette favori al suo Silvio, «la ragazza la rivedo io per
confermarglielo, quindi... la Elena... non ci sono problemi su questo»; il
segretario dei ds che esulta, «abbiamo una banca»; il banchiere lodigiano che
si scioglie col governatore di Bankitalia, «se fossi qui ti bacerei in fronte»;
l’immobiliarista di Zagarolo che rimbrotta i compagni di scalata che si credono
troppo astuti, «aho, e che stamo a fa’, i furbetti der quartierino?»; l’erede
Savoia che, calando a Roma per una visita in Vaticano, chiede al fido
segretario (di nome Nicolino, davvero: la realtà essendo più vivida di un film
con Aldo Maccione) «lei mi porti una bella pucchiacca», tradendo l’avito legame
con Napoli, «o al limite una suora», per la serata. Ecco, tutto questo sono state
le intercettazioni all’italiana; solo per stare agli ultimi tre quattro anni. E
se è diffcile sostenere che fossero sempre penalmente rilevanti, è innegabile
che tante volte abbiano squarciato veli di autentica, incrostata illegalità,
sempre, come minimo, raccontandoci un’Italia che neanche i più pessimisti erano
arrivati a immaginare. Protervia, ignoranza, talora millanteria, comicità
involontaria, violenza verbale, violenza parasessuale, battutismo da osteria,
ma anche arroganza del potere, affarismo, la presunzione di farla comunque
franca... Talora ci finisce dentro l’amicizia millantata con uomini come
Tarcisio Bertone o il cardinal Bagnasco, come nell’ultimo scandalo dele mense a
Genova; altre volte invece un’intercettazone ha rivelato gli intrecci malsani
politica-economia; ora si parla di soubrette Rai, ora invece di un ex capo
della polizia, Gianni De Gennaro, che finisce a giudizio per una telefonata in
cui, secondo i pm, invita a mentire sulla notte della scuola Diaz l’allora
questore di Genova Colucci. Possibile rinunciare in blocco a tutto? Certo la
vischiosità domina; assieme alla piaggeria, che un po’ fa piangere un po’
ridere, per esempio quando si sente Agostino Saccà dire a Berlusconi:
«Presidente, lei è amato nel Paese, glielo dico senza piangeria...» (sic). E
Silvio che gli parla di alcune starlette da far lavorare in Rai, «questa
Evelina Manna può essere... perché mi è stata richiesta da qualcuno... con cui
sto trattando». Era il dicembre 2007, l’ultima campagna elettorale, i giudici si
allertarono per presunte - poi non dimostrate - compravendite di onorevoli.
L’audio della telefonata finì dritto su Internet. Il Cavaliere, furioso,
spiegò: ho solo cercato di far lavorare delle povere ragazze. «In Rai lavori
solo se sei di sinistra o ti prostituisci». Ora, prostituzione a parte, lo
spaccato non era bello. Raramente, bisogna ammetterlo, lo è. Chi avrebbe potuto
pensare che D’Alema, nel luglio del 2005, parlasse così al capo dell’Unipol
Consorte: «Facci sognare». O, con ironia di paese: «Pronto? Lei è quello di cui
parlano tutti i giornali?». Di Giampiero Fiorani, il banchiere di Lodi che si
vide autorizzare a notte fonda l’Opa da uno shakespeariano governatore di
Bankitalia Fazio, abbiamo visto trascritte a marzo di quell’anno le altrimenti incredibili
parole: «Ah Tonino... io sono commosso, con la pelle d’oca, io ti ringrazio, io
ti ringrazio... Guarda, ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma
non posso farlo... So quanto hai sofferto, prenderei l’aereo e verrei da te in
questo momento se potessi». Di Ricucci non si celebrerebbe la genialità
linguistica senza la battuta sui furbetti der quartierino. Di Luciano Moggi,
nel 2004 crocefisso - poi quanto meno apparso nell’italica luce del mal comune
mezzo gaudio, viste altre intercettazioni - non sapremmo che diceva al
designatore degli arbitri Bergamo «aho, ecco la griglia che me so studiato» (e
l’altro, sinceramente indignato: «Vediamo se coincide con la mia»). Né avremmo
conosciuto le telefonate di Deborah Bergamini, dirigente Rai berlusconiana,
oggi deputata, al suo omologo Mediaset Mauro Crippa, per accordarsi su come
trattare le elezioni amministrative 2005, difficili per Silvio; le
chiacchierate di Guzzanti con Scaramella; le trimalcionerie di Valettopoli,
personaggi scolpiti (ma va anche detto, per la cronaca, tutti prosciolti),
Salvatore Sottile, ex portavoce di Fini, Emanuela Gregoraci, che querelò tutto
e tutti, Vittorio Emanuele, re mancato. Il quadretto che venne fuori da
un’indagine del solito John Henry Woodcock, uno dei grandi protagonisti di
questa storia. Una domenica al Rom-pride - Flavia Amabile Sfilano con dei triangolini di cartone nero spillati sui vestiti. Sopra hanno scritto, a penna, la lettera
«Z». Z come zingaro, ed è la prima volta che scendono in piazza a sbattere in
faccia a tutti la loro origine. E' il Rom-pride, la giornata del loro orgoglio.
«Siamo ventimila», sostengono. Forse saranno meno della metà ma non è questo
che importa. Quello che conta è gridare a tutti: «Alemanno non ci fai paura,
per la prima volta non abbiamo paura». E
infatti partono dal Colosseo a testa alta, con i vestiti colorati, la
musica delle Nuove Tribù Zulu, band italiana dal sound gitano e i balli delle
Chèjà Celen, danzatrici professioniste del campo rom di Monte Mario a Roma. «Siamo
più romani di Alemanno», urla al microfono Luigi Amidovic. «Siamo qui da
quarant’anni. Basta con i campi, vogliamo case popolari, vogliamo lavoro,
vogliamo vivere come gli altri. Siamo tutti uguali. Sam sa isti, nella nostra
lingua». Tutti d’accordo su questo.
Alexian Santino Spinelli, presidente dell’associazione Then romano onlus che ha
organizzato il corteo: «Gli italiani non sono razzisti ma c’è in questo Paese
una disinformazione dilagante. Il campo nomadi è una forma di segregazione
razziale, i rom non vogliono vivere in questo modo. E non è vero che
l’integrazione pesi sulle tasche degli italiani perchè passa attraverso fondi
comunitari che o non sono attivati o finiscono con il finanziare progetti
fasulli di pseudo associazioni di volontariato. Ma ai rom non arriva nulla». Parole che non fanno piacere al mondo della
politica. Alla manifestazione oltre ai loro colori sventolavano alcune
bandiere dell’Arci e una bandiera della Roma. «I politici non ci vogliono ma
faremo da soli, arriveremo in Parlamento a chiedere i nostri diritti»,
annunciano. Insieme ai rom, marcia Rita Bernardini, segretaria dei radicali e
deputato Pd, l’unica a poter fare promesse politiche: «Ci batteremo perché
venga approvata una legge che riconosca la minoranza etnico-linguistica dei
rom». Ci sono alcuni politici di Rifondazione come Salvatore Bonadonna e Franco
Russo Spena. Giornalisti di sinistra come Furio Colombo, ex direttore de
l’Unità o Piero Sansonetti, direttore di Liberazione. Gli altri si sono tenuti
alla larga. «I rom sono l’unico popolo
al mondo a non aver mai dichiarato guerra a nessuno, e a non aver
compiuto atti terroristici», afferma Mesic Iliri. Le violenze - spiegano - loro
le subiscono. «Domani presentateremo una denuncia contro ignoti per
l’aggressione ai danni di una rom di 16 anni, incinta di sei mesi avvenuta sul
lungomare di Rimini venerdì sera», racconta Roberto Malini, presidente di
Everyone, che ha partecipato all’organizzazione del Rom-pride. Il problema dei rom è lontano dall’essere
risolto ma anche gli altri stranieri non se la passano meglio in questo
momento in Italia. «L’immigrazione, quando è legale, quando riesce a integrarsi
sul lavoro, è un fattore molto importante», ricorda il sindaco della capitale,
Gianni Alemanno. Anche il vicario di Roma, il cardinale Camillo Ruini, chiede
di «coniugare l’accoglienza con la formazione degli immigrati al rispetto della
legalità». Il governo ha risposto introducendo il reato di clandestinità e ora
i più preoccupati sono i magistrati. Il segretario dell’Anm sottolinea le
«difficoltà» che verrebbero a pesare sugli uffici giudiziari e spiega:
«Vogliamo evitare che un domani si possa indicare la magistratura come
responsabile dell’inevitabile fallimento». L'ora di Michelle, una moglie vestita per vincere
- MARIA GIULIA MINETTI Benché la cosa appaia
sconcertante al primo momento, Michelle Robinson Obama, 44 anni compiuti il 17
gennaio scorso, donna bella, combattiva, intelligente e niente affatto
simpatica, assomiglia sotto tantissimi aspetti a Hillary Rodham Clinton e dovrà
stare attenta a non trovarsi nelle peste come lei, appena arrivata a Washington
(se ci arriverà, beninteso), un posto adattissimo a first lady tipo le due -
peraltro diversissime - signore Bush, o le mondanissime signore Reagan e
Kennedy, ma irto di tagliole per donne che hanno la stessa determinazione, lo
stesso successo professionale, gli stessi interessi dei mariti presidenti.
Appare perciò abbastanza patetica la corsa cronistica - e su giornali di
prim’ordine, New York Times e Washington Post in pole position - a rintracciare
paragoni di stile, e dunque affinità di carattere, fra Michelle e l’inevitabile
Jacqueline (l’unica first lady a oggi capace di vestirsi bene e di fare bella
figura con i suoi bei vestiti addosso), o fra Michelle e l’evitabilissima nonna
Barbara (Bush), tirata in ballo per via delle collane a girocollo di perle
grosse come uova di piccione e una certa allure di «dressed to win», vestita
per vincere. Le collane, è vero, si assomigliano, e una certa imperiosità
nell’indossarle Michelle e Barbara ce l’hanno in comune, ma l’una è
l’imperiosità di chi ha fatto carriera e veste, per così dire, da conquistatore
(Michelle), l’altra è l’imperiosità della nascita, di un ottimo matrimonio, di
un’abitudine al vertice che si rivela soprattutto nell’indifferenza alla linea,
nei capelli bianchi, nei tacchi tozzi (Barbara), un modo di vestire - e di
essere - alla Elisabetta d’Inghilterra, non fosse che la regina ha un’aria
serena, e l’ex first lady, invece, grifagna. Tornando al paragone con Hillary
Clinton, va detto però, restando sul piano dell’abbigliamento che tanto
affascina i reporter americani in questa vigilia della nomination dove la
politica non è in corsa con la frivolezza, e dunque alla frivolezza ci si può
abbandonare spacciandola per scrutinio psicologico, tornando alle affinità tra
Michelle e Hillary, bisogna pur ammettere che l’unico punto dove è impossibile
trovare somiglianze fra le due è proprio il modo di vestire. Tralasciamolo un
attimo per elencare invece i punti di convergenza: scuole buonissime entrambe
concluse con la «graduation» alle facoltà di Legge più prestigiose degli Stati
Uniti: quella di Yale per Hillary, quella di Harvard per Michelle. Matrimonio
con giovanotti intelligentissimi e ambiziosissimi con lo stesso cursus di
studi, carriera in proprio di entrambi i coniugi con progressiva immersione
nella politica dei mariti e prestigio professionale crescente delle mogli:
partner del più importante studio legale dell’Arkansas Hillary, vicepresidente
dell’ospedale universitario di Chicago Michelle. Ma se arriviamo ai vestiti,
ogni analogia cade: Michelle è elegantissima, a postissimo, sobria e audace
insieme, braccia magnifiche messe spesso in risalto da abiti senza maniche (lo
faceva anche Jacqueline, ma solo perché ai tempi suoi si usava così; Michelle è
più self conscious); ha un corpo scattante, ricorda le atlete nere dei giochi
olimpici, le cantanti alla Whitney Houston, il rovescio dell’immagine
tradizionale della donna nera americana, che anche arrivata al successo
combatte col peso una lotta diuturna (vedi Oprah Winfrey, sempre sul punto di
scoppiare negli abiti). Hillary, poveraccia, non è mai riuscita a vestirsi
bene, invece. Non ce l’ha mai fatta a buttar giù quel sederone che nasconde
sotto giacche di tailleur troppo lunghe; l’aspetto è sempre quello di quand’era
giovane all’università, la secchiona con gli occhiali e le braccia piene di
libri con addosso quel che vien viene. Se ammettiamo che Hillary e Michelle
abbiano molto più in comune fra loro di quanto mai avrà in comune Michelle con
qualsivoglia ex first lady del passato, la sofisticata Jacqueline, l’imperlata
Babs, la nevrotica Nancy, cosa significherà allora il divario vestimentale fra
le due? Che c’è dietro, psicologicamente parlando? Fossi un cronista americano,
è questo lo scrutinio cui mi dedicherei. Berlino snobba l'atomo italiano – Marco Zatterin Parlando con la Süddeutsche Zeitung, il ministro
dell'ambiente tedesco Sigmar Gabriel (Spd) ha detto chiaramente di non avere
molta fiducia sull'efficacia dell'opzione atomica italiana. Il suo pensiero,
non pubblicato sul giornale di Monaco, è quello che segue: "Non posso
credere che questa sarà la soluzione. In Italia comincerà un dibattito senza
fine sulle nuove centrali nucleari. Questo non aiuterà a costruirle. Alla fine,
se gli italiani lo vorranno veramente, le prime centrali non saranno in
funzione prima del 2020-2025". "D'altro canto l'energia nucleare è
troppo costosa. Il mercato sarà il nostri migliore alleato per uscire
dall'opzione nucleare. La migliore soluzione sarebbe investire sull'energia
alternativa". E' un esercizio di
alterigia in salsa tedesca? O Gabriel ci conosce meglio di quanto noi
conosciamo noi stessi? Effetto greggio a Parigi. La Marina resta in rada - DOMENICO QUIRICO PARIGI - I pescatori
bloccano i porti, i camionisti si mettono in coda e fanno avanzare la Francia a
lumaca, gli agricoltori murano le porte dei municipi, i ladri si danno
all’assalto dei camion cisterna con la cura con cui un tempo i briganti si
dedicavano alle diligenze. E la Marina? Come un automobilista qualsiasi, quella
che orgogliosamente ha continuato a definirsi “la Royale”, annulla le missioni
e raccomanda agli ammiragli di andare a far rifornimento dove il combustibile è
meno caro. Siamo al razionamento, insomma. Strani tempi davvero quelli del
petrolio a 120 dollari il barile. La scarsezza di combustibile è sempre stata
una eccellente scusa delle flotte per restare ben accucciate nei porti, gli
ammiragli italiani erano specializzati in questo esercizio di scusa preventiva.
Per i francesi, invece, è tempo di fare economia, dimenticandosi la grandeur
sui sette mari. Si sbirciano ogni giorno i listini del greggio. Il bilancio
della Marina è stato stilato con il petrolio a 65 dollari il barile; oggi costa
il doppio. Addio esibizioni di potenza. E pensare che venti anni fa in Francia
si facevano girare i motori dei carri armati a vuoto per consumare le riserve
di benzina e non avere giacenze per l’anno dopo! Le misure sono state adottate
con grande discrezione. Non è il caso di diffondere la voce che la Marina della
quinta potenza mondiale ha i serbatoi vuoti. Senza chiasso si è cominciato a
cancellare le operazioni, protocollari ma anche operative. Le unità francesi in
navigazione sono state invitate a rifornirsi nei porti dove il carburante è
meno caro, con la raccomandazione in questo caso di riempire le cisterne fino a
scoppiare. Nel Mediterraneo, ad esempio, bisogna fare rotta verso le basi della
Nato a Creta e Sicilia. I prezzi sono competitivi. Anche le petroliere
incaricate del rifornimento in mare sono state autorizzate in via eccezionale a
scendere sotto la quota finora obbligatoria del settanta per cento e devono
rifornire prioritariamente le navi nazionali. Gli alleati si arrangino. Il
Mistral, finora impegnato nelle operazioni di soccorso alle popolazioni
birmane, doveva arrivare trionfalmente a Le Havre. Erano attese migliaia di
persone e gli invitati sulla grande unità erano già stati pregati di dotarsi di
scarpe piatte per salire a bordo. Peccato; missione cancellata, il viaggio di
ritorno si fermerà a Tolone per risparmiare carburante. Nei porti del Mar nero
non vedranno la fregata Montcalm che ha fatto parte della squadra navale di
appoggio al contingente internazionale di pace in Libano. Anche lei tornerà a
Tolone. Ma queste sono missioni di prestigio e reclutamento. La fregata De
Grasse, invece, doveva partecipare alle esercitazioni americane Jtfex al largo
di Norfolk in Virginia. Manovre importanti perchè segnavano la nuova
collaborazione franco americana ed era previsto lo schieramento dei “rafales’’
francesi nel gruppo navale di cui fa parte la portaerei Roosvelt. La De Grasse
è una unità di costruzione antica e consuma molto. Resterà a casa. Niente navi
francesi neppure alle operazioni di lotta contro il traffico marittimo della
droga “Marcops”. Sono tempi duri per la Marina. A giugno Sarkozy doveva
annunciare la costruzione di una seconda portaerei, secondo gli ammiragli
indispensabile perchè la Charles de Gaulle è bloccata a Tolone fino all’autunno
per la sostituzione del cuore atomico. Sarkozy che l’aveva promessa durante la
campagna elettorale, ha rinviato tutto al 2011 : «Devo riflettere, è una
decisione difficile». Non è un soprassalto di tentazione disarmistica, è un
problema di costi. Le notizie del razionamento navale arrivano quando mancano
dieci giorni alla presentazione del libro bianco della difesa. Gli Alti Comandi
si preparano alla stangata. Si annuncia la chiusura di numerose basi e la
soppressione di 42 mila posti di lavoro. L’esercito peraltro manca di
elicotteri e i carri armati risalgono alla Guerra fredda. E’ intanto è già
iniziato il ritiro dall’Africa. Corsera – 9.6.08 Caselli: ma così si dovrà rinunciare a indagini
su sanità e amministrazioni -
Dino Martirano ROMA - Da procuratore
della Repubblica con molti anni di esperienza - che ha lavorato a Palermo e ora
si accinge a tornare in prima linea a Torino, dopo l'esperienza alla guida del
Dap (carceri) e alla Procura generale piemontese - Gian Carlo Caselli sa bene
che «circoscrivere le intercettazioni solo ai fatti di grande criminalità
significa tagliar fuori una serie di indagini su malasanità, mala
amministrazione e via elencando... relativamente alle quali questo strumento
può essere molto utile». Così, pur di non compromettere queste delicatissime
inchieste, assicurando allo stesso tempo il massimo delle garanzie per
l'indagato, Caselli non respinge a priori l'ipotesi di «un giudice collegiale
che autorizzi le intercettazioni». Procuratore,
quali saranno le conseguenze sulle indagini se passa il ddl annunciato dal
governo? «Un conto sono le dichiarazioni di intenti, anche se fatte
dal presidente del Consiglio, altro è l'articolato messo nero su bianco. Vorrei
prima vedere il testo. Tuttavia, sappiamo che le intercettazioni sono uno
strumento indispensabile non soltanto per il crimine organizzato e per il
terrorismo ma anche per altre forme di violazione di legge... Penso alla
malasanità, ai reati contro la pubblica amministrazione, a quelli economici». Però la pubblicazione delle intercettazioni a volte ha
fatto a pezzi la tutela della privacy. «C'è un problema di
divulgazione di fatti e circostanze emergenti dalle intercettazioni sui quali
dovrebbe esserci un giro di vite. Dovrebbe essere utilizzato, e quindi conoscibile,
solo ciò che è strettamente pertinente al processo. Va individuato un punto di
equilibrio tra ciò che serve all'investigazione e ciò che è violazione della
privacy. Ma non è facile». Anche il ddl
Mastella aveva tentato di mettere un freno alle forzature. «Il ddl
Mastella aveva del buono laddove blindava una serie di circostanze estranee al
processo, creando una serie di paletti... Era pessimo nel momento in cui
impediva la pubblicazione di tutto praticamente fino al termine delle indagini
preliminari. Ecco, se si riparte di lì si potranno formulare le critiche di
allora». Alcuni magistrati ma anche il
presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno,
propongono di affidare a un collegio di giudici e non più al gip il compito di
dare l'autorizzazione per le intercettazioni. Che ne pensa? «Ben
venga, se la si considera una maggiore garanzia. Se per non alzare troppo
l'asticella dei reati esclusi si ritiene più efficace un giudice collegiale,
ben venga questa innovazione. Importante è non depotenziare lo strumento
intercettazioni più di tanto». Ma dalemiani e popolari vogliono il giro di vite – Maria Teresa Meli Il «caso» delle intercettazioni mette in crisi la «pax veltrusconiana» (la chiamano così, dalle parti del Pd).
Per la prima volta il segretario del Partito democratico sferra un attacco
durissimo al presidente del Consiglio accusandolo di voler legare le mani alla
magistratura. Tanta veemenza, dovuta probabilmente al timore di essere
scavalcato da Di Pietro che è subito partito all'attacco di Berlusconi, non
sembra però contagiare i compagni d'avventura di Walter Veltroni. Marco
Minniti, ministro ombra dell'Interno, non pare scandalizzato dal progetto
berlusconiano. Certo, sostiene che «le intercettazioni per reati di mafia e terrorismo
non possono essere limitate come vorrebbe il Pdl perché equivarrebbe a dare un
duro colpo all'azione investigativa, ma per gli altri casi è diverso ». Minniti
apre quindi uno spiraglio e, comunque, dice, «la tutela della privacy è
assolutamente necessaria». Va ancora più in là Nicola Latorre: «Se i magistrati
diffondono le intercettazioni devono essere puniti penalmente, e non pagando
una sanzione. Del resto, tutto ciò era previsto nel nostro disegno di legge
sulle intercettazioni telefoniche della scorsa legislatura». Nel quale, appunto, la pena per i pubblici
ufficiali che diffondono le intercettazioni era la reclusione. Quel
"magistrati in galera" pronunciato da Berlusconi non è proprio una
bestemmia nel mondo del Pd, nonostante Walter Veltroni non la pensi così. Anche
nel centrosinistra intercettazioni penalmente irrilevanti hanno tolto il sonno
a tanti. Solo per fare qualche nome: a Fassino, a D’Alema e allo stesso
Latorre. Per una volta ex diessini ed ex margheritini sembrano andare d’amore e
d’accordo. Il responsabile organizzativo del Partito democratico Beppe Fioroni,
per esempio, è convinto che «lamateria delle intercettazioni vada assolutamente
regolamentata»: «E’ una questione seria - aggiunge - che merita attenzione».
Roberto Giachetti, ex Margherita, segretario del gruppo del Pd alla Camera dei
Deputati afferma: «Le intercettazioni servono, ma ormai si è arrivati a una
vera e propria degenerazione in questo campo. Il tema va quindi affrontato, non
come lo sta facendo Berlusconi, sia chiaro, però il problema c’è e non si può
fare finta di niente». Persino Rosy Bindi, una che ama l’opposizione dura e
pura e che non è certo imputabile di un eccesso di simpatia nei confronti di
Berlusconi, non chiude la porta. «E’ ovvio - osserva - che il disegno di legge
a cui pensa il governo rappresenta l’ennesimo tentativo di ricerca
dell’impunità, ciò detto io penso che le intercettazioni non possano essere
rese pubbliche come avviene ora. La loro divulgazione va fortemente punita. Tra
l’altro mi chiedo quale sia la forza di prova di un’intercettazione. A me non
sembra giusto che vengano arrestate delle persone quando contro di loro si
hanno come unica prova delle conversazioni telefoniche». Ichino: «Sindacati e Pd spiazzino il governo» - Roberto Bagnoli ROMA - «Se il
sindacato e il centrosinistra non avranno il coraggio di far cadere il tabù
dell'articolo 18, qualsiasi opposizione al programma del ministro Sacconi di
deregulation e di liberalizzazione dei contratti a termine sarà perdente. Se si
vuol combattere davvero il precariato permanente e offrire ai giovani una vera
eguaglianza, occorre disegnare un modello di rapporto di lavoro a tempo
indeterminato per tutti, ma più flessibile». Pietro Ichino, neosenatore del Pd
e giuslavorista riformista, va dritto al cuore del problema. Però, nemmeno il ministro del Welfare Sacconi, che
pure sabato a Santa Margherita Ligure ha picchiato duro sulla necessità di
liberalizzare, ha posto la questione dell'articolo 18. «Certo:
perché anche il centrodestra ha interiorizzato il tabù per cui "chi tocca
lo Statuto dei lavoratori muore". Così il governo torna a puntare a un
allargamento degli spazi di flessibilità nella zona non protetta, quella del
precariato. Il Pd deve stare attento a non ripetere l'esperienza disastrosa
della quattordicesima legislatura: un'opposizione di retroguardia, priva di una
strategia efficace contro il dualismo e l'apartheid fra lavoratori di serie A e
serie B». E lei quale strategia di
opposizione propone? «Per opporsi al consolidamento del dualismo fra
protetti e non protetti, l'unica strategia efficace è puntare, per tutte le
nuove assunzioni, su di un nuovo modello di rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, capace di dare alle imprese la flessibilità di cui hanno
bisogno, ma recidendo alla radice il fenomeno del precariato permanente». Questa è l'idea del «contratto unico di lavoro» di
Boeri e Garibaldi; che però non è stata recepita nel programma elettorale del
Pd. «Lì era indicato il modello della "migliore flexicurity
europea"; nel manifesto sulle politiche del lavoro si parla di
"coniugare il massimo possibile di flessibilità per le strutture
produttive con il massimo possibile di sicurezza per i lavoratori". Ora
l'uscita del ministro Sacconi costringe il Pd ad accelerare i tempi del suo dibattito
interno su come concretare questa scelta programmatica; la proposta di Boeri e
Garibaldi indica una soluzione, ma ci sono anche altre varianti sul tappeto». Ma tutto poi finisce alla riforma dell'articolo 18… «Chiariamo
bene: l'articolo 18 dovrebbe continuare ad applicarsi per i licenziamenti
disciplinari e contro quelli discriminatori, o per rappresaglia. È sui
licenziamenti per motivi economici od organizzativi che occorre introdurre una
tecnica protettiva diversa, di tipo nord-europeo». I critici sostengono che occorrono molti soldi. Che non ci sono.
«Il costo di un sistema integrato di sostegno robusto del reddito e di
riqualificazione dei lavoratori, affidato a enti bilaterali, potrebbe benissimo
essere accollato interamente alle imprese, come contropartita della maggiore
flessibilità che si offre loro». Quanto
costerebbe? «Per i primi mesi il costo è zero, perché la nuova
disciplina si applica solo alle nuove assunzioni. A regime il costo medio si
colloca intorno allo 0,5 per cento del monte salari. Ma si può applicare un
meccanismo bonus/malus che faccia lievitare il contributo a carico delle
imprese che ricorrono di più al licenziamento per motivo economico e lo faccia
ridurre per le altre». Secondo lei è davvero
possibile che il Pd faccia propria una scelta di questo genere? «Non
ho la sfera di cristallo. Ma il Pd è nato proprio per voltar pagina rispetto ai
tabù della vecchia sinistra. Se vuole evitare il rischio mortale di riproporre
battaglie di retroguardia il Pd deve guardare avanti». Resta il fatto che tutti i sindacati si oppongono a
toccare l'articolo 18. «Dovrebbero chiarire a che titolo si
oppongono. Il nuovo regime si applicherebbe soltanto per le assunzioni operate
d'ora in avanti; riguarderebbe dunque soggetti che oggi nessun sindacato
rappresenta. Per questi, le nuove leve, sarebbe un evidente miglioramento. Per
chi già lavora regolarmente non cambierebbe nulla». Cosa ne pensa della proposta della Guidi sul contratto su misura? «Nella
fascia alta della forza-lavoro quel contratto c'è già. E al "diritto del
lavoro maggiorenne" di cui ha parlato Federica Guidi venerdì ho dedicato
un libro dodici anni fa, sostenendo che a questo occorre puntare. Nella fascia
bassa, però, lo standard collettivo minimo è ancora necessario. E, poiché la condizione
dei più deboli sta peggiorando, è urgente una detassazione dei redditi di
lavoro più bassi». Domani si apre il
negoziato tra le parti sociali. Hanno ragione le imprese a voler ridurre il
contratto nazionale per far spazio a quello aziendale? «Il problema
è che la contrattazione aziendale oggi copre solo metà della forza-lavoro:
smagrire quella nazionale rischia di ridurre lo standard di trattamento per
l'altra metà, dove di fatto si applica solo questo. Ridurre lo standard proprio
mentre tutti concordano sulla necessità di aumentare le retribuzioni più basse
è poco proponibile ». Lei cosa suggerisce? «L'ideale
sarebbe una soluzione alla tedesca: se si sostituisse il contratto nazionale
con dei contratti riferiti a due o tre macro-regioni, al centro- nord ci
sarebbero spazi assai più ampi per combinare i due livelli; e al sud si
potrebbe adattare lo standard alle esigenze di sviluppo di zone in grave
difficoltà. Ma in Italia riforme di questa portata richiedono anni per essere
metabolizzate». Una alternativa più
praticabile? «Un contratto nazionale che preveda un premio di
produttività riferito al valore aggiunto realizzato in ciascuna azienda. Un
premio che potrebbe essere interamente sostituito mediante la contrattazione
aziendale. Un'altra soluzione è che si stabilisca una percentuale - per esempio
il 15 o il 20% dello standard nazionale, lasciandola disponibile ai livelli
inferiori». Un suo pronostico sulla
trattativa che parte domani? «È un negoziato molto difficile; anche
perché da entrambe le parti c'è un consistente partito che preferirebbe il
non-accordo. Lo spazio per l'intesa, se c'è, è molto stretto». La trappola delle identità - GIUSEPPE DE RITA Vivere accanto e non
connettersi. Questa è verosimilmente la base di quel declino della convivenza
collettiva che a molti appare addirittura come una regressione civile.
Guardiamoci dentro e attorno: viviamo tutti come componenti solitarie di una
società che ha perso luoghi, occasioni e meccanismi di integrazione sociale. Le
lotte per la liberazione individuale hanno rotto le connessioni di famiglia, di
gruppo parentale, di osteria o circolo, di parrocchia, di comunità locale; la
storia degli ultimi anni ha rotto il ritrovarsi dei singoli in ideologie,
partiti, sindacati, luoghi e lotte di lavoro. Restiamo molecole che possano
accostarsi ma che non si legano e integrano fra loro: facciamo «mucillagine»,
distesa informe di vegetazioni mai interconnesse. Per reagire a tale stato di
cose non bastano certo i richiami al riarmo civico o valoriale, magari con la
spinta pendolare a rivitalizzare gli antichi luoghi e meccanismi di connessione
(per qualcuno dei quali il tempo è scaduto per sempre). Occorre invece far
maturare una cultura processuale in cui i nostri cervelli e i nostri sentimenti
siano dinamici e non chiusi in se stessi. Occorre anzitutto uscire dalla
tragica propensione a vivere qui e ora in un continuo presente di emozioni e
responsabilità labili e cangianti. Tutto, dalla impressività mediatica ai
proclami politici all'accidia personale, vive di presente: non c'è memoria, non
c'è futuro, non c'è lo spessore temporale della vita, non c'è direzione di
marcia; c'è solo spettacolo e ricerca di consenso, qui e ora. Se non facciamo
processi di storia collettiva non possiamo poi sorprenderci se non abbiamo
classe dirigente capace di chiamare i singoli a connettersi fra loro. Tanto più
che lo spettacolo e il consenso sono oggi quasi sempre esercitati sfruttando il
difensivo primato dell'identità rispetto alla dinamica della relazione con gli
altri. Non ci accorgiamo di bestemmiare quando pensiamo di noi stessi «io sono
colui che sono» come avessimo una splendida identità da non mutare, da
preservare, da imporre magari con la violenza; mentre l'altro è il diverso, è
il pericolo, è il portatore di male (si tratti di un immigrato o del condomino
della porta accanto). E così non cambiamo, non maturiamo, non diventiamo più
forti. In fondo un grande filosofo del secolo scorso ha detto che «l'identità
non è nel soggetto ma nella relazione». La relazione è l'unica strada
processuale per la dinamica dei cervelli e dei sentimenti. Uscire dal qui ed
ora per vivere il tempo con gli altri, questa è la responsabilità che va
restituita a tutti. E' una strada faticosa ma non evitabile per chi abbia
coscienza che occorre rifare le giunture di connessione della società e che
occorre rifarle partendo dal basso, dalle piccole minute relazioni e strutture
della vita quotidiana, lontano dalle sacrali tentazioni di verticalizzare il
potere e l'annuncio. Nella dinamica sociale il «sacro» non esiste (neppure nei
clerici delle istituzioni), esiste solo la santa pazienza di fare insieme una
migliore qualità di vita collettiva. l’Unità – 8.6.08 Tokyo Rose - Furio Colombo C’è chi non si
rassegna. Come Emma Bonino, che dice chiaro e fuori dai denti e con un po’ di
maleducazione quello che pensa dello storico momento politico che il Paese sta
attraversando, tra benedizioni papali, atti di sottomissione dello Stato alla
Chiesa da alto medioevo (anche per esasperata, simbolica teatralità). Una
Repubblica laica e indipendente che va in Vaticano rappresentata da un
Gentiluomo vaticano, il sottosegretario Gianni Letta (e pensare che Filippo
Facci era giunto a scrivere su Il Giornale
che Fiamma Nirenstein, vice presidente della commissione Esteri della Camera,
Pdl, non può parlare a nome dell’Italia sulla questione di Israele perché è
ebrea) e un bel pacchetto di atti crudeli, inventati, costosi e inutili, quasi
tutti contro i rom, certo più legati di Bossi e Borghezio alle radici cristiane
d’Europa. Ma ecco perché Emma Bonino è stata così duramente redarguita e
rimessa al suo posto dall’editorialista del Giornale
Giancarlo Perna. Perché si era permessa, da persona politica di una certa
esperienza, di anticipare e interpretare le ragioni della «gioia» del Papa. Si
ricorderà che parlando ai vescovi italiani, il Pontefice aveva lodato la nuova
armonia (traduzione: la mancanza di confronto democratico tra opposti punti di
vista di governo e minoranza) nella vita pubblica italiana. Parlare di «gioia» per
l’Italia dopo la caccia ai rom di Ponticelli e prima della caccia ai rom di
Venezia, «è un po’ patetico» come dice, commentando le parole del Papa, la
Bonino. È vero che l’ex ministro di Prodi («La persona con cui lavoro meglio»
aveva detto il professore mentre lei portava a casa, di mese in mese, risultati
sempre migliori, e ormai sfumati, nel commercio con l’estero) intendeva
soprattutto anticipare il senso profetico di quelle parole. In pochi giorni, il
capo della Chiesa e dello Stato Vaticano avrebbe ricevuto il baciamano di
sottomissione completa della Repubblica italiana, e la garanzia dei dovuti
versamenti per le scuole private cattoliche. Ma la Bonino avrebbe dovuto sapere
che in questa Italia del pensiero liberale (che copre tutta l’area di consenso
dalla corporazione Malpensa alla corporazione tassisti) certe cose, se
riguardano il Papa, non si possono dire. O meglio si possono dire solo lodi ed
esaltazioni, meglio se esagerate, come fanno, scaltri, tutti i telegiornali.
Annunciano, con il tono di voce dei “Giornali Luce” di un tempo, che «è durato
un’ora e mezzo l’incontro di Berlusconi con il Santo Padre». L’ora e mezza,
record di tutti gli incontri mai avvenuti fra un rappresentante politico e il
rappresentante di Dio, si raggiunge sommando l’incontro Berlusconi-Papa più
l’incontro Berlusconi-Cardinal Bertone, più l’offerta di diamanti e pietre
preziose (imbarazzante, no?) in nome della sottomessa e pacificata tribù
italiana al re della Chiesa. Più i complimenti al “giovane” Gentiluomo vaticano
in veste di sottosegretario italiano, più il tempo che c’è voluto a Berlusconi
per aggiustare la giacca del capo del protocollo di Palazzo Chigi, a quanto
pare troppo abbottonato. La disgraziata Bonino, invece, ha parlato di
“questua”, e la parola le viene buttata addosso come olio bollente, con una
evidente nostalgia di celebrare la gioia papale alla Giordano Bruno. Non c’è
bisogno di essere credenti, basta essere militanti del nuovo ordine, per dare
alla peccatrice radicale ciò che le spetta, e che spetta ai suoi compagni
radicali di malefatte. Quali malefatte? Darsi da fare per essere eletti, se non
hai santi in paradiso, se non hai in terra una mano invisibile che vede,
provvede e - al momento giusto - concede. In quei casi sfortunati devi cercare
fondi e sostegni alla luce del sole, devi chiederli ai cittadini e agli
alleati. Ma qui cade l’asino. La logica dell’accusatore del foglio liberale Il Giornale, organo del Popolo della
libertà, è implacabile: come osa una mendicante rimproverare al Papa la nobile
questua con cui la Chiesa chiede allo Stato di pagare le scuole cattoliche?
«Sarà l’effetto dei 60 anni che la biondina di Bra ha appena compiuto» osserva
l’articolista con delicatezza. Il suo fa parte del gruppo di giornali disposti
a qualunque vendetta e ritorsione (per non parlare delle aggressioni
preventive) contro chiunque osi accennare, anche per sbaglio o per equivoco, ai
tratti fisici dei campioni di destra. Vorremmo ricordare (insieme a molte
volonterose istituzioni religiose) che oggi - mentre scriviamo dall’Italia di
Bossi-Borghezio-Calderoli-Castelli-Maroni - si celebra nel mondo “La giornata
del rifugiato”. Proprio oggi (scrivo il sabato 7 giugno) dieci di quei
rifugiati sono stati trovati cadaveri in mezzo al Mediterraneo da un peschereccio
italiano che - in violazione della futura legge Maroni - ha soccorso i
sopravvissuti, tra cui donne e bambini. Li hanno salvati con l’espediente delle
gabbie del tonno (si cala la gabbia in mare e si tenta di prendere i corpi) per
poi consegnarli a quel tipo di casa-albergo detto Cpt. Le cose vanno in questo
modo: o finisci in fondo al mare o vieni salvato, trattato da clandestino e
rispedito alla fame e alla minaccia di morte da cui speravi di fuggire in nome
del tuo diritto di essere umano. Sul senso di questa giornata ci illumina il
Capo di stato maggiore della Difesa generale Vincenzo Camporini: «Gli aerei
senza pilota “Predator”, impiegati anche in Afghanistan, sarebbero sicuramente
un modo molto economico per pattugliare i mari e impedire lo sbarco dei
clandestini» ha detto il capo dell’esercito italiano durante l’esercitazione
aereo-navale italo-maltese “Canale 2008”. «Ben venga il Predator se è un mezzo
per risolvere a fondo il problema» ha commentato il sottosegretario alla Difesa
Giuseppe Cossiga (Corriere della Sera,
7 giugno). La parola «a fondo» non è mai stata più appropriata per celebrare la
festa italiana del rifugiato. |
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