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Repubblica – 11.6.08 La via maestra per una riforma - GIUSEPPE D'AVANZO Era insormontabile il paradosso, in cui s'era cacciato
Berlusconi promettendo la demolizione per legge delle intercettazioni
telefoniche. Il presidente del Consiglio si presenta come l'uomo di ferro che
restituisce sicurezza agli italiani e, nelle prime settimane del suo mandato,
elimina un congegno investigativo assai utile a proteggere il Paese dalla
corruzione, dalla concussione e dalle estorisioni, usura, omicidi, pedofilia,
insider trading, rapine. E via seguitando. Il paradosso era nel fatto che, da
un lato - ideologicamente - Berlusconi propone uno slittamento della sovranità
verso le zone buie del diritto di polizia (come per le questioni
dell'immigrazione); dall'altro, limita questa prossimità di diritto e violenza
agli "scarti" sociali, all'"estraneo" interpretato come
nemico o criminale, escludendo ogni ragione di "sicurezza" e di
"ordine pubblico" al contenimento delle illegalità e dei pericoli
"interni". Era un paradosso senza via d'uscita aggravato dal deficit
di legittimità, se così si può dire, che Berlusconi ha accumulato nei cinque
anni dei suoi precedenti governi. In quella legislatura, che pure ha sostenuto
con un imponente vantaggio numerico, il Cavaliere ha affrontato la
"questione giustizia" dal solo lato privatissimo dei suoi grattacapi.
Scrivendo e facendosi approvare leggi che lo favorivano senza risolvere uno
solo dei problemi della nostra ammaccata giustizia. Bisognava attendersi che i
suoi partner di governo non accettassero, ancora una volta, un gioco che
salvava il sovrano e dannava i suoi alleati. La Lega non c'è stata e gli ha
imposto di conservare, nei reati che rendono opportune le intercettazioni,
anche corruzione e concussione liquidando la minacciosa semplificazione
proposta dal capo del governo (intercettazioni legittime sole per le indagini
di mafia e terrorismo). E' forse l'altro insegnamento della giornata. La Lega,
più che al buon rapporto con il capo del governo, tiene alle ragioni del suo
elettorato, agli impegni che ha assunto prima del voto, e non piegherà le
ginocchia alla volontà "proprietaria" di Berlusconi. Ritornato su un
binario meno ideologico e "privato", l'affare delle intercettazioni
si potrà ora affrontare nel solco tracciato ieri dal presidente della
Repubblica. Il capo dello Stato non pone soltanto una questione di metodo.
Nell'indicare, come esclusiva, la via parlamentare, Napolitano avverte il
governo che non prenderà in considerazione un decreto legge che ridimensiona
l'uso delle intercettazioni. Non vede "la necessità e l'urgenza" per
un provvedimento provvisorio con forza di legge. E' una prima porta chiusa, un
primo limite che il Quirinale oppone all'irruenza dell'annuncio di Berlusconi.
Ce n'è un secondo, non meno rilevante del primo. Il presidente della Repubblica
auspica "soluzioni con larghe intese". "Il problema - ricorda
Napolitano - è stato affrontato in altre legislature. Si può sempre ridiscutere
l'insieme delle norme che devono garantire alcune esigenze fondamentali: la
tutela della privatezza; il ricorso misurato allo strumento delle intercettazioni.
E' una questione annosa. Prima si risolve, meglio è". E' il modo più
corretto di definire la questione senza passi storti e fughe in avanti. E' un
modo di ricordare che delle leggi che regolano la materia già ci sono; che in
alcuni casi - numericamente limitati, anche se mediaticamente rumorosi - non
sono state applicate correttamente o con il necessario rigore e, in altri casi
(altrettanto limitati) quello strumento investigativo è stato adoperato in modo
bulimico. Questa leggerezza o irresponsabilità ha prodotto dei danni alle
persone violando diritti garantiti dalla Costituzione. Se si può interpretare
il punto di vista del Quirinale, Napolitano rimette con i piedi per terra quel
che Berlusconi voleva far volare nei cieli ideologici dell'emergenza (come se
il suo potere non avesse altra legittimazione che l'emergenza, fino a
convincerlo che bisogna lavorare per produrla in mondo artefatto). Non c'è
nessuna "emergenza intercettazioni". Le norme in vigore sono
equilibrate. Il codice di procedura penale impone di utilizzare le
intercettazioni di comunicazioni telefoniche, informatiche, telematiche e
ambientali con molta cautela. Possono essere disposte solo per reati di
particolare gravità e - salvo casi di urgenza - solo con l'autorizzazione di un
giudice, in presenza di "gravi indizi" e quando sia
"assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle
indagini". Il legislatore ha, quindi, ritenuto quello strumento di
indagine quale extrema ratio e previsto il suo utilizzo in modo limitato, anche
per evitare contrasti con l'art. 15 della Costituzione: "La libertà e
segretezza di ogni forma di comunicazione sono inviolabili". Se una
normativa così bilanciata nella protezione dei beni da custodire (la privacy
del cittadino e l'accertamento di gravi reati) ha prodotto disfunzioni, appare
bizzarro voler eliminare gli eccessi gettando il bambino con l'acqua sporca. La
strada delle correzioni necessarie, e non distruttive, indicata oggi dal capo
dello Stato rafforza il percorso già segnalato dall'opposizione, dagli uomini
della Lega e di quella che fu An e anche dalla magistratura, per nulla
contraria a variazioni e modifiche ponderate. L'Associazione magistrati, con il
suo segretario Giuseppe Cascini, non si è nascosta che le intercettazioni siano
"uno strumento investigativo così invasivo che, per la sua natura non
selettiva, può introdurre nel processo anche notizie e informazioni non
rilevanti per le indagini ma rilevantissime per gli strumenti di
informazione". La soluzione è lì sotto gli occhi di tutti, già vagliata
dagli addetti e dal Parlamento nella precedente legislatura. Occorre separare
le conversazioni utili a formare la prova da quelle - non utili - relative alla
vita privata degli indagati e delle persone estranee alle indagini, le cui conversazioni
siano state raccolte per caso. Bisogna separare le prime dalle seconde dinanzi
a un giudice alla presenza delle difese e, per impedire la divulgazione e la
pubblicazione delle conversazioni non utili alle indagini, è necessario
estendere a questa procedura il vincolo della segretezza prevedendo sanzioni
per i trasgressori. Il pragmatismo di quest'ampia convergenza politica,
istituzionale, tecnica è la strada da imboccare ora che il paradosso di
Berlusconi è stato messo in un canto dalla Lega. Taranto, i veleni della città nei disegni
dei bambini - LELLO PARISE I bambini non vogliono morire. Il fatto stesso di parlare
di morte per chi ha 8 o 10 anni, è da rabbrividire. "Io ho paura di
morire" confessa Roberto. "Io perfino di uscire da casa o di mangiare"
dice Sabrina. Gli alunni di sei scuole elementari di Taranto, circondata da
polveri sottili e diossina, si occupano d'inquinamento. Scrivono, disegnano:
pensieri e schizzi sono la narrazione di un incubo, materializzato da complessi
industriali grandi come città: l'Ilva, il più imponente siderurgico d'Europa.
"Ciminiere sbruffanti", sempre e ovunque, difficili da esorcizzare.
"Potrebbe essere che la mia città è l'anticamera dell'inferno?".
Dagli istituti Egidio Giusti, XXV Luglio, Europa, Gabelli, Gianni Rodari,
Cesare Giulio Viola inondano di lettere e d'immagini colorate quanto strazianti
come il sole soffocato dallo smog che grida "Aiuto", il presidente
della giunta regionale Nichi Vendola. Vendola che alla fine decide di farne un
libro. Perché, spiega, bisogna "imparare a guardare il mondo con gli occhi
dei bambini". Sono centinaia di pagine: l'abbecedario della disperazione.
Il titolo è una speranza: "Sognando nuvole bianche". Come
"quelle dei cartoni animati" scarabocchia su un foglio a quadretti il
giovanissimo Stefano, che al governatore confida: "La prego, faccia
qualcosa". Fabiola, 9 anni, insiste: "Il cielo è grigio, mi pare di
vedere un lampadario spento. Ti prego, se puoi accendi la luce". Domenico
Basile è impietoso: "Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali
sono pochi, l'uomo sta morendo a causa di tante malattie legate
all'inquinamento. Ma avere un futuro è un nostro diritto". Parole
semplici. E affilate come la lama di un rasoio. "Servono a fare chiarezza
nei nostri programmi" avverte Vendola, che non rinuncia a ricordare tra il
malinconico e l'indispettito: "Per anni la Puglia ha subìto crimini
ambientali e forme di colonialismo economico. E' stata trasformata in un
territorio 'a perdere', bucato eroso avvelenato spolpato". Ma non vuole
arrendersi, il rivoluzionario gentile: "Noi abbiamo provato a reagire. A
Taranto per la prima volta abbiamo imposto il monitoraggio costante delle
diossine negli stabilimenti dell'Ilva. Quell'Ilva che dà lavoro e che dà la
morte". Le neoplasie, quelle gravi all'apparato respiratorio, stringono
d'assedio una comunità, ostaggio del terrore. Claudia Marino, 10 anni, azzarda
una soluzione: "Proprio a causa di questa industria, molte persone muoiono
di cancro. Le chiediamo di far chiudere l'Ilva e costruire piccole industrie,
per occupare le persone che lavorano lì". Poiché "non bisogna
barattare la vita con il posto di lavoro" avvisa Graziano Donotelli:
"Mio padre lavora all'Ilva, però se qualcuno mi dovesse chiedere cosa
preferisco tra la morte e la malattia sicura, io preferisco la vita di mio
padre, le sue coccole". Le paure d'Italia passano da Taranto. "Noi la
questione intendiamo risolverla" promette Vendola. Francesco veste i panni
del novellista: "Chiedo a mio padre come mai le nostre nuvole sono così
dense e scure? E mio padre mi risponde, caro figlio sono ricche di una sostanza
dannosa e velenosa. Io chiedo a mio padre come si chiama questa sostanza e lui
mi risponde figliolo non è il caso che io ti rispondo è cosa da adulti. Ed io
adesso mi chiedo come mai questi adulti non sono ancora riusciti a risolvere
questo problema? E come mai siamo stati chiamati noi bambini che di queste cose
non dovremmo sapere niente?". La Stampa – 11.6.08 Sanzioni all'Iran. Bush incassa
l'appoggio dell'Ue – Maurizio Molinari Berlino - Accordo fra Unione Europea e Stati Uniti sulle
nuove sanzioni all’Iran. Al termine di due ore di colloqui nel castello sloveno
di Brdo il presidente americano George W. Bush ha firmato con il presidente di
turno dell’Unione Europea, il premier Janez Jansa, e il capo della Commissione
Europea, José Manuel Barroso, la «Dichiarazione congiunta» del suo ultimo
summit con l’Ue nella quale si concordano «misure addizionali» ai danni di
Teheran se non bloccherà il programma nucleare come richiesto dalle risoluzioni
Onu 1737, 1747 e 1803. Sull’entità di queste misure è stato concordato il più
stretto riserbo. Nel testo si fa riferimento a «passi per assicurarsi che
l’Iran non possa abusare del sistema bancario internazionale per sostenere la
proliferazione e il terrorismo» ma mancano i dettagli. A spiegarne il motivo è
Gordon Johndroe, portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale, che a
lavori terminati dice: «Non vogliamo far sapere agli iraniani cosa faremo per
impedirgli di adottare delle contromisure». Fino alla vigilia del vertice
sloveno, l’ottavo di Bush con l’Ue, le indiscrezioni riguardavano misure per
limitare gli investimenti economici e i movimenti bancari ma sarebbe stata la
decisione di Teheran di ritirare ingenti depositi bancari dall’Europa a
suggerire di «non dare all’Iran alcun tipo di aiuto». A ciò bisogna aggiungere
che, come ha fatto sapere Bush durante la conferenza stampa finale, «Javier
Solana andrà presto in missione a Teheran» con il compito di rinnovare e
rinfrescare la proposta di incentivi economici affinché il leader iraniano
Mahmud Ahmadinejad blocchi l’arricchimento dell’uranio come aveva fatto il
predecessore Mohammed Khatami. «L’arricchimento deve essere bloccato - ha detto
l’inquilino della Casa Bianca - perché gli iraniani hanno imparato come
realizzare la prima parte di un ordigno nucleare» e l’Agenzia atomica dell’Onu
(Aiea) continua a sospettare che il loro programma sia militare. «Ci aspettiamo
che l’Iran rispetti gli obblighi internazionali e sospenda l’arricchimento in
maniera verificabile» recita il documento, che è duro nei confronti di Teheran
perché le imputa anche connivenze con il terrorismo e la violazione dei diritti
umani «contro le donne e le minoranze». Forte di questi risultati, Bush alza i toni
con Ahmadinejad: «L’Iran è al bivio fra migliori relazioni internazionali e
l’isolamento». E sull’opzione militare mostra comprensione per chi a
Gerusalemme ipotizza l’attacco: «Posso capire che Israele sia preoccupato da un
regime che minaccia di distruggerlo». Incassato il successo nel castello di
Brdo, dove nel 2001 iniziò il suo primo viaggio in Europa con un summit con
l’allora presidente russo Vladimir Putin, Bush è volato a Berlino per discutere
con la cancelliera Angela Merkel le «misure addizionali» ai danni di Teheran.
«Un gruppo di nazioni può mandare un messaggio chiaro a Teheran» dice Bush,
anticipando il messaggio che recapiterà oggi a Silvio Berlusconi e porterà poi
a Parigi e Londra. L’auspicio della Casa Bianca è in una dimostrazione di «diplomazia
energica» da parte dei principali Paesi europei, che sono poi i più importanti
partner commerciali degli ayatollah. Quando i portavoce della Casa Bianca si
riferiscono a tale gruppo di Paesi usano l’espressione «il gruppo 5+1 più
l’Italia», confermando la scelta di sostenere l’entrata del nostro Paese nel
forum che riunisce i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la
Germania. Ma alla domanda se Bush sosterrà l’entrata dell’Italia nei colloqui
con la Merkel, che è contraria, Johndroe risponde con un laconico «non so».
Sfruttando l’atmosfera positiva del summit sloveno Bush ha chiesto all’Ue di
tenere le sanzioni a Cuba fino a quando «tutti i prigionieri politici saranno
liberati» e si è detto certo di «un accordo entro l’anno sul clima» anche se
permangono le divisioni sul taglio dei gas serra. Nel complesso Bush esce
soddisfatto dal vertice e salutando dicendo: «Presto sarò pensionato, tornerò
da turista». Patto Silvio-George su Kabul -
EMANUELE NOVAZIO ROMA - Già al centro del vertice Usa-Ue di Lubiana, l’Iran
sarà il tema principale dell’incontro di domani fra George Bush e Silvio
Berlusconi. Come anticipa il nostro ambasciatore a Washington Gianni
Castellaneta, il presidente americano garantirà il suo appoggio alla partecipazione
italiana al «5+1», il gruppo incaricato della trattativa con Teheran sul
dossier nucleare del quale fanno parte i 5 membri permanenti del Consiglio di
sicurezza e la Germania, che in questo modo ha messo una pesante ipoteca al suo
ingresso a pieno titolo nel club dei potenti (osteggiata dall’Italia). La
speranza italiana è che nelle tappa di ieri a Berlino Bush abbia saputo trovare
i toni giusti per attenuare, almeno in parte, l’ostilità della Cancelliera
Angela Merkel alle ambizioni di Roma. In cambio, Berlusconi confermerà la
disponibilità a una maggiore flessibilità dei nostri militari in Afghanistan,
facendoli intervenire anche in zone dove i taleban sono più pericolosi («Non
sopportiamo più che si rappresenti il nostro esercito come ritirato nelle retrovie»,
ha dichiarato ieri il ministro Franco Frattini). L’Air Force One è atteso fra
le 17 e le 19 di oggi a Ciampino. Subito dopo il lungo corteo presidenziale (15
auto, comprese quella di Bush e di sua moglie Laura, e quella assolutamente
identica che servirà da «civetta») raggiungerà Villa Taverna, la residenza ai
Parioli dell’ambasciatore americano Ronald Spogli dove la coppia trascorrerà
due notti, e che da ieri sera è blindata come i due alberghi nei quali
alloggerà il seguito. Il percorso è top secret, per ogni spostamento del
presidente durante il suo soggiorno romano ci sono sei opzioni messe a punto
dai servizi segreti dei due Paesi. La parte ufficiale della visita comincerà
domattina, con un pranzo al Quirinale. Alle 16 - mentre un corteo pacifista
percorrerà il centro - il faccia a faccia a Villa Madama con l’«amico Silvio»,
che Bush ha incontrato l’ultima volta un anno fa e rivedrà fra un mese al G8 di
Okinawa, dove saranno i veterani del vertice (gli unici ad avere partecipato
insieme al G8 di Genova, nel 2001). A sera, la cena offerta dal presidente del
Consiglio nella splendida residenza alle pendici di Monte Mario. L’indomani
alle 11, Bush sarà ricevuto da Benedetto XVI, già incontrato negli Stati Uniti
ad aprile. Nel primo pomeriggio la partenza per Parigi. Una visita più
simbolica che di sostanza, come quasi tutto il tour europeo del resto: con il
commiato da un governo tornato amico, Bush tende la mano a Berlusconi appena
ridiventato premier. Di certo, per due giorni Roma vivrà in condizione di
sicurezza strettissima: tiratori scelti sui tetti nelle strade del centro,
centinaia di cassonetti dell’immondizia sigillati, rete fognaria ispezionata.
Nel complesso, 10 mila agenti mobilitati: pronti a fare il loro dovere, ma con
la speranza che non si ripeta quanto avvenuto in occasione della precedente
visita di Bush. Per il pagamento degli straordinari c’è voluto un anno, fa
sapere il sindacato Consap. "Gli abbiamo messo il tendine
sbagliato" – Paolo Colonnello MILANO - Per dirla con le parole dei pm, messe nero su
bianco nella richiesta di arresto presentata al gip il primo aprile scorso per
i medici della Santa Rita, vi sono stati «comportamenti che non esitiamo a
definire di “sciacallaggio” chirurgico per la sofferenza inutilmente inflitta a
persone particolarmente fragili, per età o patologia». E si chiedono: «Come le
condotte in esame abbiano potuto essere portate avanti, nella quasi totale
indifferenza dell’ambiente sanitario milanese, è una domanda a cui non siamo
chiamati a rispondere». Ma alla quale risponde invece volentieri, sebbene
indirettamente, l’allegro chirurgo Paolo Brega Massone, ora rinchiuso a San
Vittore, che a quanto pare a 43 anni era diventato non solo «uno dei più
giovani primari di chirurgia toracica in Italia», ma soprattutto il vero
recordman dei DRG, ovvero i rimborsi della Regione per gli interventi
convenzionati. Un miracolo? Un mostro di bravura e cinismo? Di più: un campione
del sistema. Ecco cosa spiegava, in un’intercettazione del 18 ottobre 2007, al
suo discepolo-collega Gianluca Merlano: «Devi avere i pazienti, perché poi il
problema di tutte queste persone è che qui non vieni a fare il primario, tu qui
vieni a fare il DRG, cioè tu devi comunque avere i pazienti, se non li hai che
cazzo fai? Vivi con gli 80 pazienti in un anno che ti passa il pronto soccorso?
Di cui magari 10 adesso non li puoi più operare perché son tutti Tbc?... Io
calcolavo il mio Drg su 400 pazienti l’anno. Questi cosa lo calcolano, su 70
pazienti? E chi paga Presicci? Chi paga Pansera? (i suoi assistenti, ndr)».
Merlano: «Questi aspettano il trauma toracico». Brega Massone: «Ma di trauma
toracico ne arrivano 5 in un anno... fai il calcolo: sono 70 mila euro
lordi...Non paghi l’équipe... Vedi il problema adesso è... chi può fare una
vita del genere? Vabbè fare due pazienti a seduta, ma a fine mese chi paga?
Troppo cinico il dottor Brega Massone? Leggete qua: «Il problema che si devono
mettere in testa è che io ero l’unico, e per tale motivo hanno cercato di farmi
fuori, che aveva pazienti, capito?»: Merlano: «Cioè tu pescavi dall’Oltrepo
pavese...». Brega: «Ma io pescavo dappertutto, da Lodi dove tiravo fuori le
mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni... dall’Oltrepo pavese,
da Pavia, da Milano ormai, perché comunque tutti i miei ex pazienti mi seguono
ancora adesso, continuano a telefonarmi e mi dicono “anche a pagamento veniamo
da lei”. Pensa che questi ultimi 15 giorni avrò fatto 35/40 visite gratis...».
«E’ tutta una questione politica», spiega Brega Massone per giustificare l’inchiesta
incombente. Si capisce in un’intercettazione del 9 ottobre 2007: la clinica, in
seguito a un provvedimento di sospensione della convenzione da parte della Asl,
lo ha appena licenziato. E il medico si sfoga con una collega, certa Franca:
«Mi hanno detto che il direttore della Asl si chiama Mobilia, se te lo vuoi
scrivere...Questo Mobilia è uno di Alleanza nazionale, fondamentalmente è una
persona che... in questo momento sono irremovibili... Però se è l’unico che ci
può arrivare sono quelli sopra che sono a me (?)... Però magari lui li conosce
meglio...». “Lui” chi è? Non si capisce, probabilmente un politico locale o
regionale, però la collega Franca si agita: «Senti però lo chiamo e gli chiedo
queste cose». Brega Massone insiste: «Assolutamente sì, se cioè lui può fare
qualcosa, cioè conosce qualcuno in fretta perché l’unica cosa da ottenere è la
sospensione di questo provvedimento...» E ancora: «Tutti dicono che il
provvedimento è esagerato perché è una cosa politica per rompermi i coglioni
allora se si riesce tramite Alleanza nazionale mi han parlato di La Russa, cioè
che sia l’unico che possa intervenire su questo Mobilia, se si potesse fare di
ammorbidire questa situazione...» Franca: «Ascolta gli dico tutte queste cose e
però gli dico che tu lo chiamerai...». Perché vivere a lungo? This is the
question... Ecco che cosa diceva il primario di ortopedia Renato Scarponi a
proposito di un anziano paziente operato e andato in arresto cardiaco. Il
colloquio è con un certo Casa, un collega che lo avverte: «Il figlio è
incazzato come una bestia, eh! Perché praticamente ha visto l’evoluzione della
cosa...» Scarponi: «E va bene, quanti anni ha?». Casa: «E’ anziano, sugli 80
anni e passa, ha fatto la campagna di Russia quest’uomo...». Scarponi: «Ho
capito, ma secondo te, tutti devono vivere 120 anni?». Casa: «Assolutamente
no...». E’ il 6 febbraio 2008, tre mesi fa, conversazione tra la dottoressa
Galasso Arabella e la collega Farè Maristella. Galasso: «Ciao gioia senti
abbiamo un casino». Farè: «...Allora non gliel’avete poi messo il tendine?».
Galasso: «No...sì, il medico che si è rotto l’abbiamo operato oggi, so che ieri
ti hanno restituito un tendine... ma non era roba nostra...». Farè: «Sì, noi
abbiamo sbagliato consegna. Il problema però è che non c’è il rotuleo...».
Galasso: «Tesoro mio si vede che qualcuno se l’è acchiappato... No, noi abbiamo
messo a un collega un tibiale destro al posto di un rotuleo sinistro, mi
vengono già le coliche ma non importa. Ascolta come sistemiamo questa
faccenda?...». Più soldi agli insegnanti? –
Flavia Amabile Li hanno sempre considerati degli scansafatiche: tre mesi
di vacanze l’anno, pomeriggi in buona parte liberi. Poi arriva il ministro
dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca Mariastella Gelmini e per la
prima volta dice quello che da anni loro si aspettavano di sentirsi dire:
«Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi
degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse», ha sottolineato il ministro
mentre illustrava in commissione Cultura alla Camera il suo programma per la
scuola. Se qualcuno avesse dei dubbi su qual è la differenza da colmare, il
ministro non si tira indietro: «Lo stipendio medio di un professore di scuola
secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi
annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più.
In Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l'anno».
Se voleva conquistare gli insegnanti, c’è riuscita. E pazienza per il ministro
Tremonti, abituato a chiedere tagli agli altri ministri. Avrà già moltipicato
quei 13 mila euro in più per gli oltre 230 mila docenti delle superiori: viene
fuori un numero da brividi, 3 miliardidi euro. La Gilda , sindacato di
categoria, non nasconde le sue perplessità: dove li troverà mai l’Italia questi
soldi? «Certo, la coperta è corta ammette il ministro - ma la scuola è una
priorità, non un capitolo di bilancio qualsiasi». Il ministro Gelmini sa quali
sono i suoi obiettivi: una grande alleanza per la scuola, nessuna picconata
all’esistente, e vuole la quarta «i», quella dell’italiano. Detta così
sembrerebbe quasi lo stesso programma annunciato da Fioroni esattamente due
anni fa al suo inizio di legislatura. In realtà le similitudini finiscono qui. Le
parole-chiave del ministro Gelmini sono molto diverse: lei pone l’accento sul
merito, la valutazione, l’autonomia, sulla necessità di motivare e valorizzare
le diverse realtà del mondo della scuola. Vuole un efficace sistema di
valutazione: sia degli studenti, sia dei professori. Merito, valorizzazione e
nessuna riforma, nè colpi di spugna. Il ministro intende partire dai punti in
comune con il suo predecessore: confermerà la cosidetta «circolare sui debiti»
di Fioroni e seguirà nel suo solco di una scuola all’insegna del rigore e della
serietà. Per quel che riguarda il bullismo assicura che: «Non saranno più
tollerati gli atti che non rispettano i compagni di classe, gli insegnanti, le
strutture, il patrimonio comune». Applausi alle sue parole vengono da più
parti. Alcuni però sembrano un po’ forzati. Il ministro della Funzione Pubblica
Renato Brunetta, che da settimane lancia annunci e minacce contro fannulloni e
scansafatiche pubblici: «Benissimo - ha detto Brunetta - bisogna aumentare le
retribuzioni degli insegnanti che sono una risorsa fondamentale del Paese.
Bisogna aumentare la loro produttività, le loro competenze e il loro capitale
umano». Oppure Giuseppe Fioroni: «Mi auguro davvero che la scuola possa
diventare la priorità condivisa, fuori dalle faziosità di parte». Mentre il
ministro Gelmini coccolava gli insegnanti, la Banca d'Italia presentava il suo
ultimo studio che lasciava emergere una realtà un po' diversa. La differenza
tra la paga dei docenti italiani e quelli stranieri? Poca o nulla se si
considera la paga oraria, invece di quella giornaliera. I giovani italiani
hanno accumulato «un grave ritardo» nell’istruzione rispetto ai loro coetanei
europei. Un anno, per l'esattezza, afferma il governatore Mario Draghi, mentre
«il 32,8% degli studenti italiani non raggiunge il livello di competenze
necessario in una società avanzata», quando nella media dell’area Ocse «la
percentuale si attesta al 21,3%». L'Italia della scuola viaggia a velocità
diverse - spiega l'indagine - con differenze notevoli nei risultati degli
studenti tra regioni del Nord e del Sud, tra licei ed istituti tecnici, tra
famiglie con uno status socio economico alto o basso. Ma soprattutto la scuola
italiana ha un sistema di valutazione che non segnala le lacune, che tende a
livellare i voti degli studenti. "Al quadro emerso dalle rilevazioni
esterne non corrisponde quello tracciato dai voti scolastici interni".
Secondo lo studio, infatti, la correlazione tra valutazioni "esterne"
e "interne" appare "molto debole, denunciando una scarsa
capacità degli esami finali nel segnalare adeguatamente la reale preparazione
degli studenti". Le ragioni potrebbero essere molteplici; la ricerca
ipotizza che la "discrasia sia dovuta prevalentemente a fattori interni,
riconducibili a distorsioni nei criteri di valutazione da parte degli
insegnanti". Oppure a fattori esterni: le solite famiglie che riescono ad
avere influenza sui giudizi finali. Liberazione – 11.6.08 I migranti sono fuorilegge? Anche noi,
autodenunciamoci – C.Jampaglia Tra poco i miei figli saranno prelevati da scuola,
accompagnati ai giardinetti, seguiti nei compiti o in qualsiasi attività della
vita di tutti i giorni da una "criminale". Non vi sembrerebbe
frequentandola. Ma deve essere proprio così se lo Stato vuole prevedere per lei
un apposito "Reato di immigrazione clandestina" (in realtà reato di
ingresso illegale nel territorio), punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni.
E anche se fosse entrata con un visto turistico - come nella stragrande
maggioranza dei casi - la nostra "collaboratrice domestica" deve
essere proprio una delinquente visto che potrà essere trattenuta per 18 mesi in
un Cpt, forse con la benedizione dell'Unione europea, vivendo in gabbia in
attesa di essere rilasciata con un foglio di via o espulsa. Sarà per di più
facile trovarla, visto che l'abbiamo "schedata" noi, singoli
cittadini e patronati sindacali e associativi presentando rispettivamente
337.569 e 363.941 domande per i 170mila posti del decreto flussi 2007. Quindi
se lei/lui è una delinquente, cosa siamo noi che "usiamo" queste
donne e uomini. Padroncini del lavoro al nero? Sfruttatori di manodopera
clandestina? E' la logica conseguenza dell'assurdità delle disposizioni di
legge vigenti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini e sue modifiche, e di quelle
in via d'approvazione (domani il dibattito in Senato per il decreto del governo
e entro l'estate, probabilmente, discussione e approvazione del disegno di
legge sulla "sicurezza", senza norma anti-prostitute e con un
accorpamento delle centinaia di emendamenti presentati a vario titolo). Ma è
anche la perversa ipocrisia della "regolarizzazione" che fa
dichiarare a lavoratore e datore di lavoro la disponibilità all'impiego, quando
la persona in carne ed ossa è già qua, lavora, si sta costruendo una vita. E
cosa succede? Domanda compilata, invio in forma telematica (divisi in tre
giorni per tipologia di domanda) e poi incrociare le dita che i server del
ministero ti classifichino tra i primi click arrivati. Così succede che
nonostante l'invio della domanda della lavoratrice in una elettronica frazione
di secondo dal computer di casa, accanto a noi, la pratica non risulti tra
quelle ammesse al vaglio per 24 secondi. Ventiquattro secondi che fanno una
condanna. Ma anche un'autodenuncia. Quindi, autodenunciamoci. Tutti e tutte.
Delinquenti, criminali, come loro. Sarà scioccante paragonarsi ai padroncini
dei cantieri edili, a quelli dei campi di pomodoro - e anche a molte famiglie
"perbene" che segregano le loro colf come schiave domestiche - ma non
c'è alternativa. E' l'intreccio tra bisogno di braccia e di cura della nostra
società e l'impazzimento collettivo di politica (e media, come ci spiega Laura
Eduati a pagina 5) sulla sicurezza. Quell'impazzimento che fa dire ieri al
Censis, «stima prudenziale», che le persone che lavorano nelle famiglie
italiane sono 700-800 mila, «per 10 miliardi di euro di valore annuale della
loro attività». Con una spesa sociale per le famiglie pari appena all'1% del
Pil (per non parlare di quella sociale), i lavoratori stranieri sono diventati
di fatto i tamponatori della "crisi sociale", la prima emergenza del
paese secondo l'istituto guidato dal sociologo Giuseppe De Rita. Lo sappiamo.
Senza di loro non si vive e non si lavora (donne, ma anche uomini), ma
continuiamo a non includerli, aggravando la nostra capacità a stare insieme ad
aggregare. Il tutto al netto di quella enorme inquietudine sociale fotografata
dal Censis (qualche esempio: il 59% degli italiani ritiene che oggi non si
fanno figli perchè i redditi familiari sono troppo bassi, il 27% sottolinea che
si è troppo presi da se stessi, il 24% fa riferimento all'assenza di servizi di
supporto alle famiglie, il 23% indica che si lavora troppo e non c'è tempo per
pensare ad altro, mentre il 18% segnala la paura associata alla responsabilità
di educare e crescere i figli, per non parlare delle "speranze" dei
più giovani). Oggi, quindi, sui giornali si parlerà di un paese inquieto. Non
sappiamo però se molti lo legheranno a quei 141mila immigrati, lavoratori
regolari nel 2004 e «spariti» nel 2007, probabilmente ritornati al nero, di cui
dice sempre il Censis. Una riduzione del 22% sul totale! Uno su cinque che
ritorna al nero. Il sistema non funziona. Siamo sicuri che sarà argomento per
ragionare sulla "sicurezza". E poco importa che Il 60% dei 505mila
lavoratori stranieri censiti in Italia nel 2002 nel frattempo si sia trasferito
in un'altra provincia, che più di 88 mila si siano sposati e in diverse
migliaia abbiano aperto una loro attività Tutti segni di una grande vitalità
socio-economica che gli stranieri portano nel nostro paese. In questo
"paese per vecchi" vince la linea nera: dove sono finiti? Tutti a
delinquere? Di sicuro tutti delinquenti grazie alla solerzia governativa. Delle
loro vite, di quello che danno a noi e ai nostri figli nel caso specifico, di
quello che possiamo capire da loro, niente. Perché nonostante le parole - ieri,
ad esempio, il ministro Ronchi (An) in tour in Europa, dove si è sempre un po'
più civili, ha detto che «il nostro paese ha bisogno di immigrazione» che «il
razzismo è stupidità dell'anima» e che «l'azione del governo è tesa a coniugare
solidarietà e legalità» - l'ipocrisia, sola e sorda, regna. Quindi spezziamola
questa ipocrisia. Sono circa 150mila le domande nel decreto flussi 2007 solo
per i 60mila "posti" da "badanti". Forza. Coraggio.
Denunciamoci. La sottoscrizione è aperta. «Badanti, lo Stato chiude un occhio e
tutti sono contenti» - V.Bonanni Chiara Saraceno, sociologa, è esperta dei problemi della
famiglia e in particolare dei problemi sociali legati all'invecchiamento. La
persona giusta alla quale chiedere un commento su quanto dichiarato ieri dal
Censis. L'istituto di ricerca presieduto da Giuseppe De Rita ha infatto puntato
l'indice contro uno stato sociale come quello italiano, sprecone, inefficente,
che si sostiene unicamente su un esercito di badanti stranieri, il 20% delle
quali è in nero. «Innanzitutto non ci voleva il Censis per rendere noti dati
che non sono certamente nuovi - ha esordito la studiosa - e l'altra cosa è che
questo non è un fenomeno solo italiano ma presente in tutta l'area
mediterranea. Lo troviamo in Spagna, in Portogallo, in minor misura anche in
Germania dove vivo. Cioè si trova in tutti i paesi in cui si privilegia
l'erogazione economica, ovvero l'indennità di accompagnamento, una sorta di
assegno di cura. Il quale a fronte del fatto che spesso le famiglie da sole non
ce la fanno, a fronte del fatto che le donne, ovvero le accudenti di una volta,
ormai lavorano, si utilizzano questi pochi soldi per pagare qualcuno. Forse sarebbe meglio dire sottopagare... Certo
perchè con questo assegno povero è praticamente impossibile garantire un
salario decente. Questo fenomeno è determinato da un combinato di diversi
fattori: certamente da un flusso migratorio molto forte e con un altissimo
tasso di clandestinità e irregolarità che unito a questa disponibilità
monetaria modesta ha creato un "felice" incontro tra immigrazione
clandestina, per lo più, e un welfare creato dalle famiglie. Queste ultime,
anche con redditi modesti, di fronte al fatto che non è esistito mai un buon
sistema di servizi per gli anziani non autosufficienti, preferiscono utilizzare
quei soldi in cambio di un lavoro mal pagato. Come
diceva non si tratta di un fenomeno solo italiano... Certo. In
Italia è particolarmente forte ma anche in Spagna, per esempio, è molto
elevato. In Germania, è più contenuto ma simile. Qui è stata istituita una
assicurazione obbligatoria contro la lungo dipendenza e l'interrogativo che si
è posto la popolazione è se riscattarla in servizi, che non sono mai
abbastanza, o in denaro. E quasi tutti preferiscono prendere il denaro,
spendendo in cure sanitarie o altrimenti pagando in nero qualcuno. Secondo De Rita la crisi in atto in Italia non è
economica ma sociale. Servirebbe, dice il presidente del Censis, un
superministro del sociale. In realtà questa che stiamo trattando viene
considerata come una problematica di serie b, aggravata anche dalla possibile
introduzione del reato di immigrazione clandestina. Che cosa ne pensa? Certamente
le pecche non sono solo quelle di questo governo qui, ahimé. E' una storia
lunga. Quello che penso è che mi ha turbata anche nel dibattito sul reato di
immigrazione clandestina, è di dire, "poi possiamo fare qualche eccezione
per le badanti". Quello che mi colpisce è che mai nel dibattito pubblico e
politico si arrivi a pensare che la badante non sia l'unica soluzione, su cui
si può chiudere un occhio purché poi non pretenda di essere messa in regola. Va
bene allo Stato e va bene alle famiglie per le quali, tranne quelle benestanti,
sarebbe troppo oneroso pagare i contributi. Va giusto bene dunque che si
continui così, naturalmente con mille virgolette, perché si fanno gli interessi
di uno Stato che non deve pensare ai servizi, delle famiglie che possono in
parte sollevarsi dalla necessità di provvedere loro direttamente alla cura. Va
bene, si fa per dire, alle immigrate, che se in clandestinità, è l'unico lavoro
che possono avere e magari poi successivamente maturano il diritto ad essere
messe in regola. C'è insomma un ricatto continuo con lo Stato che dice di
chiudere un occhio, tu ti prendi la badante e poi te la vedi tu. La famiglia
che dice alla badante, ti do il posto ma ti pago poco e non ti metto in regola.
La badante stessa che ha bisogno di una casa e accetta tutto. Che politiche si devono fare per cambiare questo
quadro indecoroso? Certamente ci vogliono più servizi ma anche
l'intervento diretto delle istituzioni. Qualche provincia o qualche comune
comincia a dire alle famiglie "ti do i soldi per iscrivere la lavoratrice
all'Inps". Altri pensano a dei corsi di formazione per garantire una
migliore qualità dei servizi e anche maggiore dignità al lavoro. Però sono solo
dei rimedi parziali. Va detto inoltre che la situazione italiana è paradossale:
ha realizzato quello che i documenti dell'Ocse e dell'Oms dicono essere la
situazione migliore per gli anziani, per esempio restando a casa sua. Da noi
però tutto questo si fa nei modi che abbiamo descritto. I pacifisti si preparano a salutare il
presidente Non sarà come le mobilitazioni degli anni passati. Ma ci
sarà. Oggi i pacifisti torneranno a sfilare a Roma in occasione dell'ultima
visita del presidente americano Bush nella capitale. Manifestazioni ci saranno
in tutta Italia, ma quella centrale è la romana, con partenza da piazza della
Repubblica alle 17 e arrivo a piazza Barberini, nei pressi dell'ambasciata
statunitense. Il Tavolo permanente contro la guerra, che nel comunicato di
convocazione del corteo ricorda di non aver mai «fatto sconti a nessun
governo», chiede il ritiro delle truppe dall'Afghanistan, dal Libano, dai
Balcani, lo stop all'allargamento della base di Vicenza, il ritiro dal Libano,
la revoca dell'adesione italiana al progetto di scudo missilistico
statunitense. L'idea è che «l'anatra zoppa», così come viene definito il
presidente americano, voglia portare a casa nuovi impegni italiani prima di
lasciare la Casa Bianca. Il clima politico italiano, con il nuovo governo e
l'opposizione blanda del Partito democratico guidato da Walter Veltroni,
rappresenta, a detta degli organizzatori, un elemento di preoccupazione in più,
una possibilità che il presidente Usa, nonostante la sua debolezza politica,
porti a casa qualche impegno italiano. Già ieri una decina di pacifisti, con
indosso tute da carcerati, si sono incatenati davanti al carcere romano di
Regina Coeli per protestare contro la decisione di spostare alcuni detenuti
dall'istituto penitenziario in vista del corteo previsto nella capitale in
concomitanza con la visita del presidente statunitense George W. Bush. «Il
ministero dell'Interno ha deciso d spostare 230 detenuti dal carcere di Regina
Coeli - ha dichiarato Piero Bernocchi, del Patto permanente contro la guerra -
e questo per far posto probabilmente ai nostri manifestanti». «Una decisione
del genere a Roma non è mai avvenuta - ha proseguito Bernocchi - l'unico caso
in Italia è quello di Genova del 2001, ma questa analogia preferiamo non
prenderla in considerazione. La nostra manifestazione sarà pacifica e
sicuramente incidenti non ce ne saranno». Al corteo ci sarà anche Fabio Amato,
responsabile Esteri di Rifondazione: «Non si può non farlo, visto che il
presidente degli Stati Uniti viene a consolidare, con il governo Berlusconi, un
asse favorevole alla dottrina e alla pratica della "guerra
preventiva" e considerando che, sia pure se alla fine del suo lungo
mandato presidenziale, la sua amministrazione è pur sempre una serie minaccia
alla pace mondiale». Tra gli altri che hanno annunciato la loro presenza anche
Elettra Deiana (Prc) e Silvana Pisa (Sinistra Democratica): «Ricostruire una
opposizione alle destre significa innanzitutto contrastare le loro politiche di
guerra e le nefaste scelte di politica internazionale. Nodi cruciali su cui
dovrebbero rimarcarsi in maniera più evidente le differenze con la sinistra e
che oggi, per l'inconsistenza del Pd, non ritroviamo in Parlamento. Manifestare
significa contrastare le politiche internazionali di una destra disposta a
vendere la vocazione pacifista del nostro Paese, offrendo supinamente un
maggior coinvolgimento in Afghanistan». Il clima romano è di quelli grotteschi.
Dopo l'emergenza traffico da vertice Fao, sarà la volta dell'incubo Bush:
cassonetti eliminati dalle strade, autobus deviati, cecchini sui tetti, strade
che chiudono e riaprono al passaggio del corteo presidenziale. Come sempre
accade quando si sposta il presidente Usa, le misure di sicurezza sono
imponenti. Verrebbe da dire eccessive. Migliaia di agenti mobilitati, esercito,
vigili, tutti per proteggere una persona. Forse costerebbe meno, a noi e agli
americani, lavorare per ricostruire l'immagine del Paese nel mondo (quello
arabo in particolar modo). Tutti sarebbero più sicuri e sereni. Almeno, questo
va riconosciuto, da noi si può manifestare. La manifestazione di domenica a
Londra è invece stata vietata dal governo Brown (come se le recenti batoste non
fossero bastate). La Stop the War coalition ha annunciato che ignorerà il
divieto e che la marcia dalla piazza di fronte al Parlamento di Westminster
alla residenza del primo ministro a Downing Street si svolgerà comunque come da
programma. L’UE spiazza i sindacati: possibile
lavorare fino a 60 ore a settimana – Roberto Farneti Un accordo che riporta le lancette della storia indietro
di diversi anni, invertendo la tendenza alla progressiva liberazione dal tempo
di lavoro conquistata con le lotte sindacali e il progresso tecnologico. Questo
è il senso dell'intesa sulla nuova direttiva sugli orari di lavoro, raggiunta
la notte scorsa a Lussemburgo dai ministri dei 27 paesi Ue. La direttiva
sancisce la possibilità di superare il tetto delle 48 ore settimanali per
ammettere un massimo di 60 o anche 65 ore, quest'ultima deroga però limitata a
lavori di pronto intervento che richiedono la reperibilità degli addetti. Perno
della deregulation è il famigerato "opt out": si dà al dipendente la
facoltà di scegliere se lavorare di più. Ma è chiaro che lo sfruttamento
crescerà, in particolare nelle realtà produttive dove il ricatto occupazionale
è maggiore. Preoccupata la Confederazione europa dei sindacati: «Un accordo
molto insoddisfacente e per noi inaccettabile», taglia corto John Monks,
segretario generale Ces. La direttiva però non è ancora realtà, perché deve
passare il difficile vaglio del Parlamento Europeo, in virtù del principio
della codecisione. Spagna, Belgio, Grecia, Ungheria e Cipro - i 5 paesi che si
sono opposti alle deroghe, ma non avevano i numeri per ottenere la cosiddetta
"minoranza di blocco" - hanno esortato Strasburgo a mostrare i
muscoli e l'esito del dibattito in aula è tutt'altro che scontato. «Ci
adopereremo per bloccare di nuovo questo provvedimento, come abbiamo fatto due
anni fa», promette il capogruppo del Prc al Parlamento Europeo, Roberto
Musacchio, che definisce «inqualificabile» il sostegno del governo italiano a
un accordo «pessimo». Chavez: “La Guerriglia non ha più senso.
Le Farc rilascino tutti” Angela Nocioni Rio de Janeiro - A cambio di niente. E' la contropartita
che Hugo Chàvez ha offerto alle Farc perché rilascino tutti gli ostaggi. Quello
che c'è realmente sul piatto è l'offerta dell'asilo politico per i capi
guerriglieri, probabilmente in Francia. Stremate, decimate negli ultimi mesi
dall'assedio dell'esercito e dalle fughe di guerriglieri, le Farc possono
scegliere se restare nella selva e tentare di resistere militarmente ancora
qualche tempo o se decidere di giocare una partita politica utilizzando la
mediazione venezuelana. Sopravvivere per loro è sempre più difficile. Braccate,
a volte affamate, costrette a spostarsi in continuazione nella jungla
portandosi dietro i sequestrati (quasi 700) e un minimo di rifornimenti. «E'
arrivata l'ora che liberiate tutte gli ostaggi» ha detto domenica il presidente
venezuelano mettendosi «agli ordini» del nuovo comandante delle Farc, Alfonso
Cano. «C'eravamo quasi riusciti l'anno scorso - ha detto Chàvez - poi il
cammino si è chiuso perché le pressioni statunitensi e di alcune forze interne
colombiane sono state molto dure». Si riferisce al suo incontro programmato con
Manuel Marulanda, capo storico delle Farc, proibito dal veto del presidente
colombiano Alvaro Uribe. «Di questi tempi in America latina è fuori dal senso
delle cose un movimento guerrigliero: bisogna dirglielo alle Farc, questo avrei
detto io a Marulanda» ha ripetuto Chàvez. C'è andato pesante: «I guerriglieri
devono sapere una cosa: sono diventati una scusa per l'impero statunitense per
minacciare noi tutti. Sono la scusa perfetta. Il giorno in cui ci sia la pace
in Colombia, l'impero avrà perso la sua scusa». Per essere il primo appello
pubblico alle Farc dopo la morte di Marulanda, è un appello politicamente molto
aspro quello del presidente venezuelano. Liberate gli ostaggi, tutti, dice
Chàvez. E fatelo senza esigere contropartite pubbliche. Come successore di
Tirofijo il secretariado delle Farc ha scelto Alfonso Cano, il cui vero nome è
Guillermo Sáenz. E' considerato un teorico, ma è stato a lungo capo del blocco
occidentale della guerriglia. Sarebbe sua l'idea di chiedere per lo scambio tra
ostaggi e detenuti la smilitarizzazione di due municipi controllati
dall'esercito. Questo è il punto su cui, ufficialmente, si è sempre arenato
ogni tentativo di trattativa tra governo e guerriglia: Uribe quei due municipi
non li vuole smilitarizzare e le Farc non rinunciano alla condizione. Cano non
ha ancora sessant'anni, viene da Bogotà. Ha fondato il partido comunista
clandestino. Le Farc hanno scelto lui, teoricamente un negoziatore, invece di
Jorge Briceño, alias el Mono Jojoy, braccio destro di Tirofijo. Difficile
supporre, però, che questo significhi la prevalenza di un'ala incline al
dialogo su un'altra più puramente militare. Non esistono falchi e colombe nel
mezzo della selva. Esiste un secretariado, un organo collettivo dove le
posizioni non sono identiche, vari fronti militari spesso impossibilitati a
comunicare fra loro e una situazione di grande difficoltà per la guerriglia.
L'esercito, armato di tutto punto dagli Stati uniti che forniscono denaro,
istruttori e tutto l'appoggio tecnico e politico possibile, ha carta bianca dal
presidente Alvaro Uribe. In fuga per la selva, con problemi di rifornimento e
disseminate di infiltrati, le Farc possono resistere come hanno fatto già altre
volte in momenti bui, ma potrebbero anche decidere di utilizzare i loro ostaggi
non più per uno scambio con 500 guerriglieri detenuti, come chiesto finora, ma
come moneta con cui pagarsi la salvezza. Ingrid Betancourt, l'ostaggio più
prezioso, in cambio di un asilo politico per i capi, per esempio. Il presidente
francese Sarkozy è disposto a grandi gesti per incassare politicamente il
risultato della liberazione della ex candidata dei verdi alla presidenza
colombiana. E al secretariado potrebbe convenire mettersi al sicuro piuttosto
che perdere la guerra miseramente, con defezioni continue. Le fughe di
guerriglieri sono quotidiane. La possibilità di una sconfitta militare,
evidente. Corsera – 11.6.08 E adesso la sinistra si scopre
balbettante – Paolo Franchi Si può benissimo non apprezzare il modo in cui Silvio
Berlusconi ha posto il problema delle intercettazioni telefoniche, non
condividere l'indicazione di limitarle alle inchieste di mafia e di terrorismo,
e contestare l'idea di appioppare fino a cinque anni di galera a chi non se ne
dà per inteso. Nessuno scandalo, dunque, se l'opposizione non apprezza, non
condivide e contesta: anche in tempi di dialogo, questo è, né più né meno, il
suo mestiere, e non sarebbe male se lo esercitasse anche su qualche altro
terreno. Ma mestiere dell'opposizione è, o dovrebbe essere, anche quello di
stabilire prima di tutto se a parer suo il problema esiste o è sollevato ad
arte; e, nel caso ne riconosca l'esistenza, avanzare le sue proposte e
confrontarle con quelle del governo. E allora viene da chiedere
all'opposizione: secondo voi, esiste o no in Italia questo problema? Il capo
dello Stato ha voluto ricordare proprio ieri che la questione non solo c'è, ma
è pure annosa, tanto che lo stesso governo Prodi aveva varato un suo disegno di
legge in materia, e che sarebbe opportuno procedere d'intesa per ridiscutere le
norme che presiedono ad alcune esigenze fondamentali, tra le quali spiccano da
una parte quelle della tutela della privacy, dall'altra quelle di un ricorso
«misurato» allo strumento delle intercettazioni. Si tratta, ancora una volta,
di parole assai equilibrate, su cui governo e opposizione farebbero bene a
riflettere seriamente. E parole animate da un convincimento di fondo: a
giudizio di Giorgio Napolitano, le normative in vigore vanno ridiscusse anche
perché la privatezza dei cittadini oggi non è salvaguardata a sufficienza, e il
ricorso alle intercettazioni non è «misurato» quanto dovrebbe. Non si tratta,
ovviamente, di un appoggio preventivo ai provvedimenti annunciati da
Berlusconi. Per capire che non sono soddisfacenti, non è necessario coltivare
il sospetto antico che il Cavaliere parli sempre e soltanto pro domo sua: basta
riflettere all'importanza cruciale delle intercettazioni nel fare emergere
l'orribile vicenda della Santa Rita di Milano, e si comprende subito che non ha
senso l'idea di utilizzarle solo per i casi di mafia e terrorismo. Ma questo
vuol dire che bisogna entrare nel merito, delimitandone con maggiore sagacia
l'ambito di applicazione, o che bisogna lasciare le cose come stanno? Non
diciamo la sinistra, che è cosa diversa e più complicata, ma l'opposizione
parlamentare è d'accordo o no con le valutazioni da cui Napolitano fa
discendere il suo appello bipartisan? La risposta non è facilissima. Dunque.
Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori no, non sono d'accordo. Per loro, porre
degli argini alle intercettazioni e alla loro diffusione a mezzo stampa
significa sempre e comunque mettere al guinzaglio la magistratura e tenere
all'oscuro della verità l'opinione pubblica, e chi non si oppone senza se e
senza ma a una simile infamia se ne fa complice. Nessuna sorpresa, anzi:
conoscendo Di Pietro, ci sarebbe stato da sorprendersi se avesse assunto un
atteggiamento diverso. Ma il fatto è che il suo bersaglio, ancor più di
Berlusconi, sembra essere il Partito democratico, che non può schiacciarsi su
una simile posizione, se non vuole passare dal dialogo alla rottura nel
rapporto con maggioranza e governo, e però non può neanche prenderne nettamente
le distanze, come pure molto probabilmente amerebbe fare. E di conseguenza
balbetta, perché dire che le intercettazioni «sono uno strumento fondamentale
per contrastare ogni attività illegale» (nessuna, proprio nessuna esclusa?), ma
non per questo debbono finire sui giornali è, appunto, un balbettio. O poco
più. Certo, nell'attribuire a Di Pietro e al suo gruppo un così forte potere di
interdizione e di condizionamento ha pesato non poco la scelta del Pd di
derogare per loro, e soltanto per loro, alla decisione di correre da soli nelle
ultime elezioni: Walter Veltroni in questi mesi non ha mai detto di essersene
pentito, ma noi giureremmo di sì, visto che ogni giorno che passa sembra
suggerire un motivo in più per smentirne le buone ragioni. E però nemmeno un
cinque e qualcosa per cento e un gruppo parlamentare combattivo e relativamente
nutrito basterebbero a rendere Di Pietro e il dipietrismo così influenti se
molte delle loro tesi non trovassero tuttora nell'elettorato e nell'area di
opinione che sostiene il Pd orecchie quanto mai sensibili. Storie vecchie, robe
da anni Novanta, quando si pensava, e talvolta si dichiarava pure, che l'azione
giudiziaria fosse una sorta di prosecuzione della lotta politica con altri
mezzi. Sarà così, anzi, è sicuramente così. Ma se una simile cultura, al
momento di stringere, torna sempre a galla, vuol dire almeno che non si è fatto
abbastanza per lasciarsela alle spalle, accettando di pagare, all'occorrenza,
anche i prezzi del caso. Non è mai troppo tardi, per carità. Però bisogna pur
cominciare. Uccidere il padre -
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA Fossi nei panni del Partito democratico, più che di quello
che ha scritto Famiglia Cristiana questa settimana mi preoccuperei di quello
che ha scritto il Corriere della Sera ieri. In un articolo di Paolo Foschi in
cronaca di Roma, a proposito della decisione del Presidente della Regione
Marrazzo di togliere la delega della dissestatissima sanità all’assessore
Battaglia, per affidarla ad un esponente dell’ex Margherita, si poteva leggere
infatti quanto segue: «Ma gli ex Ds hanno fatto muro: "Battaglia era nel nostro
partito, l’assessorato tocca a noi. Se invece deve andare alla Margherita,
allora serve un rimpasto"». Parole memorabili, le quali testimoniano che
forse il problema vero del Pd (e dei politici cattolici che vi hanno eletto
dimora), e dunque il pericolo vero per la sua unità, non è tanto rappresentato
dalla pattuglia di parlamentari radicali eletti nelle liste del Pd stesso,
tanto invisi a Famiglia Cristiana , quanto il feroce arroccamento dell’apparato
tradizionale di provenienza Ds sulle sue posizioni di potere. Sono infatti gli
apparati i grandi nemici di qualunque operazione di unificazione tra i partiti.
O meglio un apparato, quello del partito più grande. È il segretario di
federazione del partito maggiore A, il quale deve rinunciare alle scadenze
ambite e previste per la propria carriera a favore del collega del partito B; è
il consigliere regionale del partito A che si vede sfilare l’assessorato su cui
da tempo aveva messo gli occhi e che gli era stato promesso: sono questi
protagonisti apparentemente di seconda fila quelli che in genere mandano in
tilt le operazioni di amalgama tra formazioni politiche diverse. Quelli
appunto, tanto per ricordare il maggiore esempio della nostra storia politica,
che a suo tempo (complice anche allora una sconfitta elettorale) furono i veri
responsabili del fallimento in cui incorse l’unificazione tra socialisti e
socialdemocratici varata nel lontano 1966. Figuriamoci poi quando, com’è nel
caso del Partito democratico, il partito maggiore e i suoi quadri vengono da
una storia comunista, cioè non solo orgogliosamente identitaria come poche, ma
almeno in alcune zone del Paese assai radicata sul territorio, e infine di
consumatissima capacità nel controllo del proprio patrimonio di voti. Vale a
dire da una storia peculiarmente predisposta all’autonomia e
all’autosufficienza. Ma ciò detto, non si vede proprio quale altra scelta abbia
oggi il Pd se non la scelta di proseguire il cammino iniziato. Tra l’altro lo
consiglia in questo senso proprio la vicenda richiamata sopra, la china
rovinosa che il Psi sperimentò a partire dal fallimento dell’unificazione, cioè
dal ’69 in avanti, quando arrivò ad un passo dalla virtuale dissoluzione prima
che arrivasse Bettino Craxi in extremis a salvarlo. Per evitare questa fine il
Partito democratico sa quel che deve fare. Innanzi tutto deve liquidare il
potere dell’apparato tradizionale che ancora oggi vuole dire la sua, poi
mettere a punto le procedure per scegliere i suoi nuovi quadri evitando ogni
alchimia di provenienza, infine mandare in pensione tutti quei riti, simboli,
formule e linguaggi che appartengono al passato. Per diventare adulto è
necessario uccidere il proprio padre: se capita di averne due l’impresa è certo
più difficile, ma proprio per questo più necessaria. La dipietrista fa causa a Tonino MILANO - Non è bastato il cesto di fiori che le ha inviato
«Tonino» dopo i 50 giorni di sciopero della fame, interrotti grazie all’appello
del Capo dello Stato. Né le pazienti mediazioni di Leoluca Orlando. Wanda
Montanelli, già animatrice del «popolo dei fax» e dipietrista antelitteram, ha
deciso di fare causa al suo partito. Questa mattina sarà in tribunale per
sostenere l’accusa: «discriminazione delle donne», «distrazione di 600 mila
euro destinati alla componente femminile» e una sorta di «mobbing politico» nei
suoi confronti. La Montanelli - vincitrice nell’83 di 50 milioni di lire nel
quiz di Canale 5 «Flash» e querelante per plagio nell’85, perché sosteneva di
aver scritto la canzone «Ma la notte no» - ce la metterà tutta per provare che
la giustizia è la continuazione della politica con altri mezzi. Quasi un redde
rationem per Di Pietro. L’Idv, spiega lei, «è ormai un club di golf», dove le
donne vengono buttate via «come scarpe vecchie». Su 43 parlamentari Idv, sono
quattro. Lei, naturalmente non è tra le quattro. E marcerà sul tribunale:
«Abbiamo nove dossier di documenti e 170 testimoni». La Montanelli chiede anche
un risarcimento di un milione di euro per «danni esistenziali»: per «la mancata
gratificazione di un ruolo istituzionale», la mancata «evoluzione della
carriera politica», il danno «alla serenità, al tempo perso e alla cinestesi
lavorativa». Il milione di euro sarebbe un «equo ristoro». La memoria difensiva
eccepisce il difetto di giurisdizione della Montanelli, «mai stata socia», che
«non risulta iscritta al partito già dal 2007». L’Idv nega il suo diritto di
sindacare la destinazione dei fondi e ricorda che «la seconda carica del
partito è ricoperta da una donna, Silvana Mura». Manifesto – 11.6.08 Il colpo di coda – Marco
d’Eramo Non ci mancherà Bush il giovane quando fra meno di 200
giorni uscirà per sempre dalla Casa bianca. Ma ci rimarrà impressa la faccia di
bronzo che non perde occasione di affiggere al mondo, come ha fatto all'arrivo
a Lubiana, quando ha affermato che «un dollaro forte è interesse del mondo e
degli Stati uniti». Proprio lui che con la sua politica economica ha dimezzato
in cinque anni il valore del dollaro rispetto all'euro! Come quando questo
presidente guerrafondaio dice di mirare a un mondo di pace: settanta anni fa
George Orwell aveva profetizzato che nel 1984 il potere avrebbe parlato una
«neolingua» in cui il ministero della guerra si sarebbe chiamato «ministero
della pace», quello della propaganda sarebbe stato il «ministero della verità»
e uno dei tre slogan del regime sarebbe stato «Guerra è Pace». Orwell non
poteva immaginare che proprio negli Stati uniti avrebbe prevalso questa
«neolingua» in cui i bombardamenti sono «umanitari», e «liberare qualcuno» vuol
dire rinchiuderlo in cella buttando via la chiave. È improprio provare
compassione per un uomo che dovrebbe essere il più potente della terra, ma non
ci si può esimere da questo sentimento a sentirlo rifriggere la solfa che ci ha
inflitto per anni, sulla (terrorizzante) guerra al terrore e l'esportazione
della libertà (a mezzo tortura). Per la sua ultima visita alla «vecchia
Europa», ha scelto di cominciare dalla «nuova Europa», dalla Slovenia, e da lì
ha intonato ancora una volta litanie e minacce sull'Iran, piazzista stanco che cerca
di vendere guerre ormai avariate, ultime invasioni di un magazzino che per
fortuna si va esaurendo. Ma non cadiamo nell'errore su cui ha costruito le sue
fortune politiche: quello di sottovalutarlo. Mentre lui pratica con i suoi
interlocutori europei la sempre più difficile arte dell'imbonimento, ci pensa
il suo ministro della difesa, Robert Gates, a rimetterci in carreggiata, quando
annuncia che gli Stati uniti rafforzeranno il loro arsenale nucleare «per far
fronte al riarmo russo»: quanto sentivano gli americani la mancanza di un
impero del male! erano in piena crisi d'astinenza, perché di fronte all'incubo
sovietico il terrorismo islamico è solo metadone. E poi c'è sempre Dick Cheney,
l'unico essere al mondo che, a guardarlo e a sentirlo parlare di persona,
dimostra l'esistenza del demonio. E costui non accetterà certo di uscire di
scena in punta di piedi. Una bella crisi internazionale lo manderebbe in
visibilio, per l'ennesimo scempio gratuito di vite umane, e per il ginepraio in
cui lascerà il prossimo inquilino della Casa bianca. Godiamoci queste ultime
proteste anti-Bush perché un presidente degli Stati uniti tanto agevole da
deprecare non lo si trova mica tutti gli anni. Un merito gli va riconosciuto:
ha fatto più lui per diffondere l'antiamericanismo nel mondo che tutti i Castro
e Chavez messi insieme. «Bush azzoppato prepara l’attacco» -
Michelangelo Cocco Marcus Raskin guarda con un misto di paura e speranza al
periodo pre elettorale negli Stati Uniti e agli anni che si parano davanti alla
prossima Amministrazione. Pessimismo perché Bush, attaccando l'Iran, lascerebbe
in eredità al nuovo capo dello stato una guerra allargata, ottimismo per la
possibilità che i movimenti sociali, unendosi, potrebbero spostare a sinistra
Barack Obama, qualora il senatore nero finisse alla Casa bianca. Abbiamo
discusso col 74enne politologo, professore alla George Washington University e
fondatore del progressista Institute for policy studies (www.ips-dc.org) nel
corso di un suo recente soggiorno a Roma. Professor
Raskin, ritiene possibile che l'Amministrazione repubblicana, in crisi di
consenso, si lanci in una nuova avventura militare, attaccando l'Iran? Bush
ha detto chiaramente che, prima del 20 gennaio 2009 (quando passerà
ufficialmente il testimone al suo successore, ndr) intende fare tutto ciò che
ritiene necessario. E il presidente ha sempre dichiarato di voler cambiare il
volto del Medio Oriente. È pronto a un novo conflitto, perché concepisce la
guerra come parte della tradizione americana e gli Stati Uniti come stato
guerriero. Dopo l'11 settembre 2001, per giustificare gli attacchi preventivi
ha utilizzato il concetto di «vittima». Si tratta di una novità: dalla seconda
guerra mondiale fino agli attacchi terroristici contro New York e Washington
non era stato possibile sfruttare con successo l'idea che gli Usa fossero
vittime. Certo Bush ha perso potere, la gente non gli crede più, ma se il
presidente deciderà di bombardare, i militari lo seguiranno. Se Israele
bombarderà l'Iran, avrà l'appoggio degli Stati Uniti, repubblicani e
democratici assieme. Insomma il presidente che prenderà il potere il 20 gennaio
prossimo potrà trovarsi di fronte a una situazione terribile con una guerra che
si espande. Cosa è l'assedio contro le
quattro libertà di cui parla nel suo libro «The four freedoms under siege»? La
povertà, le diseguaglianze crescenti, la segretezza del governo e il controllo
sui cittadini stanno mettendo in pericolo le libertà (d'espressione, di
religione, libertà dal bisogno e dalla paura) enunciate dal presidente
Roosevelt nel 1941, prima dell'ingresso in guerra. Ma parallelamente al
discorso sulle libertà è sempre stato inserito quello secondo il quale
bisognava mobilitare la popolazione attraverso la guerra: guerra contro la
povertà, guerra contro il cancro e così via. A partire dai primi anni '30 nelle
nostre menti c'è sempre stata guerra contro qualcosa. Uno stato guerriero che,
nello stesso tempo, garantiva i diritti individuali e la possibilità di
affermazione. Il governo delle destre guidato
da Berlusconi promette a Washington più impegno in Afghanistan. Qual è la
situazione per gli Usa sul primo fronte della cosiddetta «guerra al
terrorismo»? Sia Barack Obama che John McCain propongono di
aumentare la presenza militare in Afghanistan. Le sconfitte degli imperi
britannico e russo non ci hanno insegnato nulla, perché gli Usa credono di fare
la storia e di non avere nulla da imparare dalla storia: un principio che ha
causato molti errori, strategici (come combattere la guerra) e morali (perché
la combatterla). Tutti i governi - anche quelli che gli sono ostili - ritengono
gli Stati Uniti una «potenza indispensabile». Ma una nuova generazione sta
diffondendo un altro sentimento, quello della non violenza, della costruzione
di movimenti dal basso, dell'importanza di mettere assieme gruppi che finora
non hanno comunicato. Migliaia di neri, donne, bianchi che hanno a cuore le
battaglie dei poveri contro il 20% più ricco del pianeta e per l'ambiente. Se
nel corso dei prossimi cinque anni questi movimenti si uniranno, gli Usa
svolteranno a sinistra proprio mentre altri paesi si spostano a destra. È
probabile, ad esempio, che - se eletto presidente - Obama avrà meno rapporti
con Berlusconi e Sarkozy e più relazioni con i governi dell'America latina. Perché l'Afghanistan è così importante per gli Stati
Uniti? La guerra in Iraq, in quanto «guerra preventiva» viene
criticata anche da molti membri democratici del Congresso, che la giudicano
immorale e non necessaria. L'Afghanistan invece è visto come un posto dove
avremmo dovuto intervenire prima, per controllare gli oleodotti che passano per
quel paese da cui non ci si può ritirare, perché apparirebbe come una fuga e
gli Usa, in periodo di crisi, sembrerebbero ancora meno credibili. Inoltre
quella in Afghanistan viene propagandata come una guerra di «civilizzazione»,
in cui gli Stati Uniti e l'Occidente hanno la possibilità di «educare» una
parte del mondo islamico. Ovviamente anche questa guerra contribuisce a
giustificare l'enorme livello di spese militari. L'America cambierà sia con Obama che con McCain? Credo che il
cambiamento possa prodursi sia che ad essere eletto sia un democratico sia un
repubblicano. C'è la possibilità di un nuovo impegno per ridurre, in accordo
con i russi (assieme a loro abbiamo il maggior numero di testate), gli
armamenti nucleari. Ed è possibile che Washington ponga nell'agenda mondiale
l'obiettivo della non proliferazione. Ma se Bush o gli israeliani
intraprenderanno una guerra contro l'Iran - sfruttando il pretesto che la
repubblica islamica sta costruendo un arsenale nucleare mentre Washington sa
che Tel Aviv ha l'atomica - ci sarà solo un disastro. Sicurezza, il governo blinda il decreto - Carlo
Lania ROMA - Il governo blinda il decreto legge sulla sicurezza.
Ieri le commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato hanno votato i
primi due articoli del testo, che dovrebbe essere approvato definitivamente
stamattina per essere così aula già nel pomeriggio. La maggioranza per ora ha
dunque rispettato la tabella di marcia che si era data in accordo con palazzo
Chigi, in modo da poter cominciare subito anche l'esame del disegno di legge
che, con il decreto, compone il pacchetto sicurezza varato a Napoli. L'impianto
del decreto, un vero e proprio giro di vite indiscriminato nei confronti degli
immigrati irregolari, resta confermato, mentre sparisce l'emendamento Berselli
contro la prostituzione in strada. Il presidente della commissione Giustizia ha
infatti accettato la richiesta che gli ha fatto ieri il ministro degli Interni
Maroni di presentare la modifica non più come emendamento al decreto, bensì al
ddl. «Per quanto mi riguarda sono soddisfatto - commentava ieri sera Berselli -
Maroni mi assicurato l'impegno del governo a voler affrontare il problema nella
maniera più adeguata. Se così non dovesse essere, resta sempre valido il mio
emendamento». Critiche da parte dell'opposizione alla poca disponibilità
dimostrata nelle commissioni. «Governo e maggioranza hanno chiuso su tutto, non
c'è stata nessuna apertura», ha detto Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al
Senato. Una linea dura, quella adottata dal governo, decisa al termine di un
giro di riunioni avute in mattinata dai ministri della Giustizia e degli
interni, Alfano e Maroni, prima con il presidente del Senato Schifani, e poi
con i presidenti delle due commissioni impegnate nell'esame del pacchetto
sicurezza, Carlo Vizzini e Filippo Berselli, alla quale hanno partecipato anche
i capigruppo della maggioranza. Il risultato finale è stato una sostanziale
conferma del giro di vite nei confronti dei clandestini. Viene confermata la
punibilità - prevista dall'articolo 5 del decreto - di chi affitta un
appartamento a un immigrato irregolare. La norma non distingue tra speculatori
e chi, invece, si limita a dare in locazione una casa, e non salva neanche chi
affitta a una badante, se questa dovesse risultare non in regola con il
permesso di soggiorno. Il governo ha accettato di riscrivere l'articolo per
evitare il rischio - sottolineato da molti - che alcune associazioni di
volontariato, come ad esempio la Caritas, potessero risultare danneggiate da
una formulazione che di fatto le equiparava a chi affitta. Un pericolo che al
momento sembra scampato. Per tutti gli altri resta confermata la confisca
dell'immobile, il carcere e una multa. Resta confermata (aumento della pena
fino a un terzo se a commettere un reato è un irregolare) anche l'aggravante di
clandestinità. Gli emendamenti con cui l'opposizione chiedeva di modificarla
(cancellandola o almeno limitata ai ricidivi), sono stati respinti insieme alla
richiesta di non cambiare il nome di Cpt (Centri di permanenza temporanea) in
Cie (Centri di identificazione ed espulsione). Gli esami per il decreto
comunque non sono finiti. Dopo aver espresso il suo, parere sul decreto rifiuti,.
il Csm si prepara infatti ad esaminare anche il provvedimento sulla sicurezza.
E il giudizio La Sesta commissione dovrà esprimersi sulle norme che potrebbero
avere ricadute sull'organizzazione degli uffici giudiziari, ma potrebbe
esprimere il suo parere anche su quelle che vanno a incidere sui diritti
fondamentali, come l'aggravante per i clandestini o il sequestro delle case per
chi affitta ai clandestini. Il parere, da inviare al ministro Alfano, potrebbe
essere pronto entro la fine del mese. Ammalati di miliardi - Luca
Fazio MILANO - La clinica Santa Rita è davvero la clinica degli
orrori? Oppure, anche se è difficile trovare medici disposti ad ammetterlo, in
un sistema che paga la malattia ormai è inevitabile che strutture private e
pubbliche cerchino di aumentare il numero delle prestazioni inutili infierendo
sui corpi dei cittadini? Fulvio Aurora, vicepresidente di Medicina Democratica,
parla apertamente di «truffa omicida in un contesto truffaldino». E' questa la
sua definizione del cosiddetto «modello lombardo di sanità», un vanto ancora
oggi per il presidente Roberto Formigoni, che continua a ritenerlo il migliore
tra quelli possibili, nella presunzione che altrove sia sicuramente peggio. Può
darsi. Ma non basta. Ma quello che Formigoni non può far finta di non sapere è
che la giunta regionale lombarda, accreditando indiscriminatamente tutta
l'offerta ospedaliera privata, ha attirato investitori e scatenato la
concorrenza tra le strutture sanitarie per accaparrarsi miliardi di euro di
denaro pubblico, con ogni mezzo necessario. I risultati sono sotto gli occhi di
tutti: aumento vertiginoso dei volumi di affari della sanità privata e decine e
decine di episodi di comportamenti illeciti riscontrati dalla magistratura
(sono 35 le cliniche lombarde già finite sotto inchiesta, e proprio in queste
ore sono in corso accertamenti di carattere economico in altre dieci
strutture). Fenomeni criminosi che chiamano in causa il finanziamento del
Sistema sanitario nazionale che si basa sulla remunerazione per prestazione
(Drg): una struttura viene rimborsata in base al valore delle prestazioni
erogate. Più sono i falsi tumori maligni operati, come ha detto il professor
Umberto Veronesi, più sono i soldi incassati dalla struttura. E non è un caso
se il privato in Lombardia continua ad aumentare la sua sfera di influenza, pur
costando mediamente più del pubblico per «peso» dei Drg dichiarati e per numero
delle prestazioni registrare. Roberto Formigoni si ostina a dire il contrario,
ma ci sono dati che al di là della cronaca (nel 2003 la Regione ha concesso 95
nuovi posti letto proprio alla Santa Rita nonostante le contestazioni) parlano
chiaro sul rapporto distorto tra pubblico e privato in Lombardia. Lo studio è
stato curato da Giuseppe Landonio, ex oncologo e consigliere comunale milanese
di Sinistra democratica. Le strutture di ricovero pubbliche iscritte al
registro regionale sono passate da 117 a 112 nel periodo 2002-2006; nello
stesso periodo, invece, le strutture private accreditate sono passate da 79 a
104. Ancora più consistente il divario tra ambulatori pubblici (da 176 sono
scesi a 159) e privati (da 233 sono passati a 324). Mediamente si tratta di un
aumento uniforme su tutto il territorio lombardo del 30% delle cliniche
private, con alcune anomale eccezioni: a Bergamo sono passate addirittura da 24
a 45 mentre le pubbliche sono rimaste 24, a Cremona da 12 a 29 contro le 9
pubbliche, a Lodi da 3 a 10 contro le 5 pubbliche. Nella provincia di Milano ci
sono 290 centri privati e 392 pubblici. Un altro dato interessante riguarda il
tasso di ospedalizzazione per Asl. Il dato medio sui ricoveri dei lombardi
negli anni si è attestato attorno ai 150 per 1.000 abitanti, eppure si assiste
a una progressiva diminuzione dei ricoveri. Tutta salute? Non proprio, secondo
la letture di Fulvio Aurora, di Medicina Democratica. «Questa diminuzione -
spiega - viene recuperata dalle strutture residenziali per anziani, gli
ospedali cercano di dimettere il paziente il più velocemente possibile e non a
caso sono state aperte molte residenze per anziani: in Lombardia abbiamo 53
mila posti letto, anche quelli sono luoghi dove vengono curati, ma questa volta
a pagamento». Viceversa, il tasso di «day hospital» ha superato di molto la
media indicata come ottimale, per cui sembra evidente che questo tipo di
ricovero potrebbe essere sostituito con semplici prestazioni ambulatoriali.
Questi ricoveri fino a un giorno, inoltre, sono molto più numerosi nelle
cliniche private (26% del totale) che nel pubblico (14%). Moltissimi lombardi,
nonostante la sanità sia gratuita e mediamente di buon livello, scelgono di
pagare il ricovero di tasca propria, sia nel pubblico che nel privato: per
abbattere i tempi di attesa, per essere trattati meglio durante la degenza e
per avere un rapporto privilegiato con un medico (39.397 pazienti nel 2006).
Delicata, considerate le notizie degli ultimi giorni, è l'analisi del dato sui
decessi in ospedale (2,44% la media lombarda, nel pubblico 2,73% e nel privato
1,79%). Perché questa differenza? Significa che le patologie più gravi di
solito vengono curate nel pubblico, e che quindi il privato ha costi di
gestione inferiori, per le strutture e la capacità di intervento. Il business
della riabilitazione ormai è appannaggio esclusivo della sanità privata: nel
pubblico ci sono 2.458 posti letto, nel privato 7.347 (33,46% contro 66,54), e
l'Istituto don Gnocchi, di proprietà della Compagnia delle Opere amica dello
splendido Formigoni, fa la parte del leone. Se il «cliente» del modello
lombardo non è tenuto a conoscere dati e statistiche, certo non può essere
indifferente ai tempi di attesa per i ricoveri. Sono lunghi, troppo lunghi,
anche per le neoplasie. Mediamente tre mesi per una cataratta, sedici giorni
per una neoplasia mammaria, più di tre mesi per una protesi all'anca... Tra le
tante cifre che mettono a confronto la spesa per la sanità pubblica e privata
in Lombardia, una in particolare interessa i «clienti» più poveri: le cure
odontoiatriche. Nelle casse dei 6.440 studi dentistici registrati, ogni anno i
cittadini riversano 3 miliardi e 200 milioni di euro, e zero euro (0) nelle
casse della sanità pubblica. «Questo - commenta Aurora - è uno dei motivi di
impoverimento della popolazione anziana». Insomma, il modello non funziona, e
non solo quello lombardo. Tutti (quasi tutti) a gran voce oggi dicono basta,
«bisogna abbandonare il mercato e tornare alla cura per premiare la promozione
della salute e non la malattia» (Cgil Lombardia). In ballo, solo in Lombardia,
ci sono 25 miliardi e 262 milioni di euro all'anno: 15.842 destinati al
pubblico, 9.420 alle strutture private. Politici, medici, sindacalisti,
operatori della sanità, chi se la sente di abbandonare questo mercato? Stanchi ma orgogliosi, Gaza non s’arrende -
Michele Giorgio GAZA - Era esattamente un anno fa quando l'opinionista
sloveno Ervin Hladnik, appena giunto a Gaza city, apprese che nella notte
uomini armati avevano lanciato un giovane di 26 anni, Husam Abu Qnes,
simpatizzante ad Hamas, da un edificio di venti piani, in risposta al lancio da
una finestra del palazzo Jafari di un agente della sicurezza presidenziale.
«Questi sono segni inequivocabili di una guerra civile» commentò Hladnik, che
la guerra tra «fratelli» l'aveva ben conosciuta e seguita nei Balcani. «Quando
qualcuno lancia dalla finestra uno della sua città, del suo quartiere, vuol
dire che non riconosce più l'altro come un essere umano», aggiunse mentre già
riecheggiavano le raffiche di mitra. Aveva ragione. Non lo aveva capito invece
la gente di Gaza e le tante persone convinte che il regolamento di conti
sarebbe stato evitato. I capi politici e militari di Hamas e di Fatah al
contrario sapevano bene cosa stava accadendo. A cominciare da Mohammed Dahlan,
«uomo forte» di Fatah, nemico giurato di Hamas, che da mesi faceva il possibile
per ostacolare - con l'aiuto degli Stati Uniti - il Governo di unità nazionale
presieduto da Ismail Haniyeh, nato dagli accordi della Mecca. Dahlan però non
era più a Gaza quando la Tanfisiya, la neonata polizia di Hamas, si lanciò
all'attacco delle sedi dei servizi di sicurezza e della guardia presidenziale.
Era già al sicuro da giorni, assieme a diversi generali e colonnelli che
sapevano bene che Hamas stava per reagire. Lasciarono da soli migliaia di
agenti e poliziotti stanchi e demotivati che si arresero subito, spesso senza
resistere. Il 14 giugno, a sera, era tutto finito, ma il bagno di sangue era
ugualmente avvenuto. Furono quasi 150 i morti, centinaia i feriti. Hamas aveva
il potere ma cominciò subito a fare i conti con un isolamento ancora più duro
di quello scattato dopo la sua vittoria elettorale del 2006. «Com'è Gaza un
anno dopo? Meglio e peggio allo stesso tempo - dice Wassim Abu Samadan, un
impiegato di Gaza city -: da un lato c'è più organizzazione e meno corruzione,
dall'altro siamo prigionieri e mancano tante cose, soprattutto la benzina, a
causa di Israele». Wassim riflette l'opinione di tanti abitanti di Gaza.
Afferma di non essere «invidioso» della vita in Cisgiordania, sotto il
controllo del governo «d'emergenza» di Salam Fayyad. «Lì ci sono soldi, c'è più
lavoro ma qui siamo più uniti, la disgrazia ci ha reso più forti. Ma alla fine
torneremo tutti insieme», auspica, precisando di essere un sostenitore di
Fatah. Parlando con la gente di Gaza emerge che il movimento islamico gode
ancora di parecchio sostegno, anche se non pochi si dicono «stanchi». Come Amr,
un commerciante. «La diminuzione del crimine è importante, ma la vita è fatta
di tante altre cose - spiega - forse Hamas dovrebbe adottare una linea diversa
e pensare un po' più a noi, comuni cittadini». Wafa, una studentessa di Beit
Hanun, invece è convinta che «le cose vanno bene così». La colpa, dice, «è solo
di Abu Mazen e di Israele. Hamas si è difeso e ora governa come meglio può,
nonostante l'embargo». È paradossale parlare di una Gaza «più tranquilla»
mentre il governo Olmert minaccia una invasione, i raid aerei israeliani non
cessano e i razzi artigianali Qassam volano verso il Neghev. Eppure questo è il
giudizio di buona parte dei palestinesi che vivono nella Striscia. L'embargo
israeliano ha reso la popolazione più dipendente da Hamas - che ora
distribuisce carburante e merci accumulate in precedenza - mentre Abu Mazen e
l'Anp sono ininfluenti e la decisione del presidente palestinese di riaprire il
dialogo con il movimento islamico, rinunciando a molte condizioni poste un anno
fa, appare un riconoscimento degli islamisti. «Siamo forti, anche più di prima
e non faremo alcun passo indietro», dichiara il portavoce di Hamas, Sami Abu
Zuhri sottolineando che la popolazione continua a rispettare le direttive del
suo movimento sia in protesta contro Israele che nella vita sociale. «Abbiamo
messo un freno alla pornografia, al traffico di droga che corrompe i giovani e
la gente paga per i servizi pubblici. I comportamenti ora sono più conformi ai
valori del nostro popolo», aggiunge orgoglioso Abu Zuhri, negando però che
l'intenzione di Hamas sia quella di costituire un «Emirato islamico». A Gaza
però non si muore solo per la resistenza all'occupazione e per i raid
israeliani. Sono aumentati, e di molto, i delitti d'onore a danno di giovani
donne e si perde la vita per malattie che invece potrebbero essere curate fuori
dalla Striscia se non ci fosse il blocco israelo-egiziano dei valichi. «Quelli
di Hamas hanno molte ragioni e sono onesti rispetto all'Anp ma, allo stesso
tempo, devono capire che il mondo è una giungla dove purtroppo domina la legge
del più forte», commenta Safwat Kahlut, un giornalista, «non vogliono sporcarsi
le mani, quindi dovrebbero anche avere il buon senso di mettersi da parte e
facilitare l'avvio di una nuova fase, perché la popolazione è stanca, ha
bisogno di respirare, non è possibile proseguire così all'infinito». Ghazi
Hamad, un consigliere di Ismail Haniyeh, esclude un'uscita di scena di Hamas.
«La soluzione sta nel dialogo - afferma Hamad - quando c'è la volontà delle
parti si raggiungono sempre buoni risultati. Fatah e Hamas non possono rimanere
separati, l'unità nazionale è l'obiettivo che desidera la nostra gente, è
l'unica via d'uscita». Sognando i boschi di Nottingham,
prigioniero della sabbia della Striscia – Michele
Giorgio «Quando mi hanno comunicato che avevo ottenuto una borsa
di studio per l'università di Nottingham, ho cominciato a immaginare boschi,
prati e una vita tranquilla per un po' di anni». Sorride Wissam Abuajwa, prova
a scherzare sul suo destino di studente «secchione» che, tuttavia, era e rimane
soltanto uno dei 1,5 milioni di palestinesi prigionieri a Gaza dell'embargo
imposto da Israele da quando Hamas è al potere. «La verità è che per loro (gli
israeliani, ndr) siamo tutti uguali, armati e non armati, sostenitori di Hamas,
di Fatah o semplici cittadini, tutti colpevoli e senza diritti», aggiunge
Wissam diventando improvvisamente serio. Sa che sta perdendo ciò che, con
l'impegno di anni, aveva ottenuto - la possibilità di studiare all'Istituto di
Chimica e Ingegneria dell'Ambiente di Nottingham - solo perché Israele ha
deciso che da Gaza non si esce, tranne che in un caso «umanitario». Lo studio e
l'istruzione superiore, per il governo Olmert non è prioritario se riguarda
palestinesi. «Con un collega, ho presentato appello alla Corte Suprema
(israeliana) ma, in verità, non sono fiducioso», afferma Wissam, che ha scritto
all'inviato del Quartetto, Blair. Da Nottingham lo rassicurano, nessuno tocca
la sua borsa di studio, ma i tempi si fanno stretti e a settembre dovrà essere
presente all'apertura dei corsi di studio. Gli studenti universitari di Gaza
non si fanno illusioni. La situazione generale - dicono un po' tutti - non
cambierà dopo i casi di Hadil Abu Kwaik e altri sei studenti con borse di
studio Fulbright che a fine maggio, dopo aver rischiato di perdere la loro
occasione di andare negli Usa a causa della chiusura israeliana, hanno visto
scendere in campo in loro sostegno il Segretario di stato Condoleezza Rice. Al
momento sono oltre 700 i giovani che, pur avendo la possibilità di studiare o
di perfezionarsi all'estero, rimangono prigionieri a Gaza. Anche l'Egitto
contribuisce al blocco lasciando passare con il contagocce, attraverso il
valico di Rafah, i malati gravi e gli studenti che hanno urgenza di uscire
dalla Striscia. Alcuni giovani universitari, lo scorso dicembre, dopo aver
ottenuto da Israele la possibilità di partire, sono stati poi respinti alla
frontiera dalle autorità egiziane. Said Al-Madhoun, 29 anni, atteso al College
of Law di Washington per un master, era uno di loro. «Quando gli israeliani mi
hanno dato il permesso credevo di aver realizzato il mio sogno, ma non era vero
- racconta - gli egiziani non mi hanno lasciato passare, perché non avevo il
visto di ingresso negli Usa. Non è servito spiegare che l'avrei ottenuto
all'ambasciata americana al Cairo. Gli egiziani dovrebbero sapere che agli
abitanti di Gaza non è possibile raggiungere il Consolato americano di
Gerusalemme». «Il numero degli studenti bloccati è destinato ad aumentare nei
prossimi mesi - avverte Khalil Shahin, del Centro per i Diritti Umani di Gaza -
presto si conosceranno i nomi dei ragazzi che hanno ottenuto le nuove borse di
studio all'estero». Secondo i dati diffusi dalla campagna «Diritto allo studio»
avviata dall'Università di Bir Zeit (Cisgiordania) oltre ai 700 studenti
vincitori di borse di studio, restano bloccati a Gaza altri 2mila ragazzi
iscritti in scuole all'estero. Senza dimenticare che Israele impedisce ai
giovani di Gaza di frequentare le università della Cisgiordania. Nel 2000
c'erano 350 giovani della Striscia a Bir Zeit, nel 2005 una trentina, oggi
nessuno. |
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