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Manifesto – 13.6.08 Cultura della sicurezza? Parole,
parole, parole - Sara
Farolfi ROMA - Prevenzione,
cultura della sicurezza: «Parole al vento», secondo il procuratore aggiunto di
Torino Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta lampo sui morti della
ThyssenKrupp: «La cultura della sicurezza rischia di essere uno slogan, una
formula retorica dietro cui nascondere una sostanziale evasione dagli obblighi
di prevenzione». Dieci giorni fa Guariniello era proprio a Catania per
illustrare ai magistrati del tribunale il nuovo codice varato dal governo di
centro sinistra. «Sono passato dalla Calabria alla Sicilia cercando di portare
il messaggio della legge. Il fatto è che la legge è un ottimo messaggio, ma se
gli organi di vigilanza funzionano a stento e se i processi non si fanno, come
mi hanno detto i magistrati catanesi, è un messaggio quasi pittoresco». «Ma lei
lo sa qual è la legge più importante in materia di sicurezza sul lavoro? Qual è? È una norma che abbiamo dal
1930 e che dice una cosa molto semplice: chiunque omette di adottare misure
contro infortuni è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, se poi
da quella omissione deriva un infortunio la reclusione passa dai tre ai dieci
anni. E' una norma che punisce chi consapevolmente omette le misure anti
infortunistiche e, dopo la prescrizione dell'ispettorato, non si mette in
regola. Bene, questa è anche una delle norme più disapplicate del paese.
Nell'ultimo anno, la Cassazione se ne è occupata due volte, con due sentenze:
significa che questi processi non si fanno, che non si fanno accertamenti
approfonditi, che le procure sono disorganizzate. Poi magari capita una
tragedia come quella che è successa e c'è tutta un'energia ispettiva e
giudiziaria che viene messa in campo: bisogna seguire i processi che riguardano
la violazione delle norme di sicurezza, non solo dopo la tragedia. Che rapporto c'è tra azione legislativa,
giudiziaria e quella può competere alle parti sociali sul luogo di lavoro? Il
processo legislativo in Italia è sempre stato molto attivo, dagli anni '50 ad
oggi. Abbiamo ottime leggi ma completamente disapplicate e credo sia un grande
errore delle forze sociali e politiche quello di vedere nelle leggi il momento
risolutivo della questione. La dimostrazione palese sta in quello che è
avvenuto: si è fatta una nuova legge, ma non è che i luoghi di lavoro siano
diventati più sicuri. Non si fanno accertamenti, le procure non sono
organizzate, e anche dopo gli infortuni, i processi, quando si fanno, finiscono
in prescrizione. La cultura della sicurezza, nel senso di impunità
generalizzato, non si svilupperà mai. E anche le sanzioni, sono un deterrente
se realmente applicate. Pensa che anche
sul versante del lavoro scarseggi la cultura della sicurezza? Il lavoratore
è la parte debole del rapporto di lavoro, è sempre stato così, e i singoli
riescono a portare avanti istanze di sicurezza non in quanto singoli, ma se
adeguatamente rappresentati. Le organizzazioni sindacali lo stanno facendo, ma
la maggior parte degli infortuni avvengono nelle piccole aziende, dove la
rappresentanza sindacale è più debole. La capacità e la forza di imporre
sicurezza nasce anche dalla formazione, che non può esaurirsi nella
distribuzione di opuscoli e nella firma del lavoratore a riprova dell'avvenuta
consegna. E le imprese, quali
responsabilità hanno? Cultura della sicurezza significa che tutti devono
essere convinti della necessità. Ma la convinzione, realisticamente, nasce
anche dal fatto che ci siano vincoli effettivi perchè la tentazione che può
esserci di risparmiare è forte e risponde a una logica comprensibile.
«Diffondere la cultura della sicurezza», è una di quelle frasi frequenti, quasi
mitiche. Ma se vogliamo essere realistici e concreti la diffusione della
cultura della sicurezza passa anche attraverso un'adeguata vigilanza degli
organi preposti e un'efficiente azione dell'autorità giudiziaria. Tutto il
resto mi sembrano parole al vento. Un paese in cui questo è carente, è un paese
in cui la cultura della sicurezza vacilla. Lo shock di Mineo - Antonio Sciotto MINEO (CT)
- I sei morti al depuratore sono una tragedia per tutta Mineo: «Qui siamo tutti
parenti e amici», ci spiegano i tanti abitanti che sin dal mattino si sono dati
appuntamento di fronte al municipio. Una piccola comunità di cinquemila persone,
abbarbicata su una collina della Sicilia interna, a pochi chilometri da
Caltagirone, e a più di un'ora da Catania. Una cittadina dai vicoletti ripidi,
la patria del verista Luigi Capuana, meta ogni Natale di un pellegrinaggio da
tutta l'isola: qui i paesani animano un presepio vivente che occupa tutto il
centro storico. Fratelli, sorelle, mogli, cognate, i «picciriddi», impersonano
Giuseppe, la Madonna, i pastorelli, vestiti però con gli abiti tradizionali dei
coltivatori e artigiani siciliani. La notizia della morte è arrivata come una
bomba: in piazza, in edicola, nei baretti non si parla d'altro. «Oggi non
volevamo nemmeno aprire», ci dicono le titolari del caffè Big Ben, madre e
figlia: «i ragazzi venivano ogni giorno a mangiare qui». I manifesti elettorali
sono stati tolti quasi tutti; il sindaco, Giuseppe Castania, indagato insieme
ad altre sei persone nel pomeriggio, ha chiesto al ministero degli Interni di
poter rinviare le elezioni amministrative previste dopodomani. In piazza,
dietro il monumento a Capuana, campeggia una grossa insegna che attira subito
l'attenzione: «Partito comunista italiano», storica ma ritinteggiata di
recente, dopo che anche in Sicilia la Sinistra è scesa ai minimi termini. Mineo
era in passato una roccaforte rossa. Nei corridoi del Comune gli impiegati
siedono al computer con facce da funerale, si abbracciano, hanno gli occhi
pieni di lacrime. «Eravamo come una famiglia», dicono riferendosi ai quattro
colleghi scomparsi nella vasca di fango: Giuseppe Zaccaria, di 47 anni; Giovanni
Natale Sofia, 37; Giuseppe Palermo, 57; Salvatore Pulici, il più giovane, di 37
anni. «Tutti sposati e con figli, mandavano avanti le famiglie con il loro solo
stipendio», ha spiegato il primo cittadino. Il presidente della Repubblica
Napolitano ieri ha telefonato per annunciare il suo aiuto alle vedove. Poi ci
sono i due morti originari di Ragusa, dipendenti della ditta di spurgo Carfì
srl, che ha sede a Pozzallo: Salvatore Tumino e Salvatore Smecca, entrambi di
47 anni; l'ultimo, secondo quanto dichiarato dal procuratore di Caltagirone
Onofrio Lo Re, sarebbe stato assunto il giorno precedente o addirittura lo
stesso della tragedia. Elemento che indicherebbe la «precarietà» dei servizi
offerti dalla Carfì: si potrebbe trattare di un lavoratore in nero, messo in
regola subito dopo la morte? «E' un punto su cui dovremo fare chiarezza», ha
concluso il procuratore dopo che nel pomeriggio sono stati annunciati i nomi
dei sette indagati per l'ipotesi di «omicidio colposo plurimo»: il sindaco di
Mineo, il direttore dell'ufficio tecnico del Comune, Marcello Zampino, quattro
assessori - Giuseppe Mirata, Giovanni Amato, Antonino Catalano e Giuseppe Virzì
- e Salvatore Carfì, titolare dell'omonima ditta di spurgo. Ricostruire
l'accaduto non è semplice: per il momento ci sono solo ipotesi. Seppure
teoricamente restino in piedi la folgorazione o l'annegamento, quella che
prende più piede è la morte per asfissia: i lavoratori sarebbero stati uccisi
dal metano che si forma in questo tipo di depuratori, basati sulla «stabilizzazione
anaerobica» delle acque reflue. Le fognature, spiega il vicepresidente
dell'Ordine dei chimici di Catania e consulente del Comune di Mineo, Carmelo
Pezzella, vengono trasformate da organiche in inorganiche, grazie all'assenza
di ossigeno, e dunque trasferite in una discarica. Il depuratore della
cittadina è in funzione da 5 anni, è largo 5 metri e lungo 12: la profondità è
di 5 metri e contiene circa 90 metri cubi di liquido. Lo sversamento delle
acque reflue dalla città è costante, e il depuratore normalmente va avanti da
solo: ma ogni tanto deve essere effettuato uno spurgo per liberare eventuali
intasamenti. In questi casi, il comune chiama una ditta esterna, di recente è
più volte intervenuta la Carfì. Il direttore tecnico Zampino spiega che
«l'azienda è stata scelta perché si è presentata come la più concorrenziale»:
insomma, è quella che offre i prezzi più bassi. L'ordine di servizio per i
lavori è stato firmato da Giuseppe Zaccaria, uno dei dipendenti comunali morti
nella vasca, che era «responsabile dell'impianto, anche per i problemi della
sicurezza», dice il sindaco Castania. Salvatore Pulici, l'unico precario, era
addetto alla custodia del depuratore e al prelievo dei campioni da analizzare.
Inizialmente, pare che ci fossero solo questi due impiegati comunali insieme ai
due operai della Carfì, solo per sovrintendere i lavori. A un certo punto deve
essere successo qualcosa - si ipotizza la perdita di controllo del tubo che dal
camion dello spurgo aspira le acque - cosicché i due operai avrebbero chiesto
agli impiegati una scala. «Ma nella vasca non ci sono scale fisse - confermano
il sindaco e il direttore tecnico - perché dentro il depuratore è vietato
l'accesso». A comprare la scala in paese, probabilmente su richiesta di
Zaccaria, secondo il sindaco sarebbe stato allora uno degli altri due
impiegati, Palermo e Sofia, recatisi poi anche loro al depuratore. «Ma tutto
questo era gestito in autonomia dal personale delegato - insistono sindaco e
direttore tecnico - Della scala noi non sapevamo nulla quando è stata
acquistata». Insomma, l'operazione sarebbe totale iniziativa delle sei vittime,
o almeno questa è la versione offerta ieri dai dirigenti del Comune prima che
si diffondesse la notizia che erano stati indagati dalla procura. Quel che è
certo è che nessuno sarebbe dovuto mai entrare nella vasca, data la presenza
del metano. La stessa Carfì ha dichiarato che «per l'esecuzione del servizio di
espurgo non era prevista né dalle nostre procedure aziendali, né dalle
disposizioni del committente, la presenza di nostro personale all'interno della
vasca». Probabilmente i due operai ragusani, sottovalutando il pericolo magari
per mancanza di formazione, sono entrati per primi, e poi i dipendenti comunali
sarebbero intervenuti per soccorrerli. Nessuno di loro, ha spiegato il
procuratore Lo Re, indossava maschere né bombole di ossigeno, anche se -
notizia non ufficialmente confermata - i vigili del fuoco all'atto del primo
sopralluogo avrebbero verificato che invece nel camioncino della Carfì c'erano
maschere e altre attrezzature di sicurezza. Adesso allora bisognerà capire: 1)
se gli operai fossero informati dei rischi e perché non abbiano utilizzato,
qualora davvero fossero presenti, le attrezzature per scendere in vasca; 2) se
i dipendenti comunali fossero informati a loro volta del rischio della discesa:
se sapevano, sarebbero stati spinti a scendere da un puro istinto
solidaristico, come ha fatto capire tra le righe il sindaco, secondo il quale
la tragedia si sarebbe verificata «per un'iniziale sottovalutazione, seguita
poi da una catena di solidarietà». Di «catena di amore e solidarietà» ha
parlato anche il parroco di Mineo, che ieri ha organizzato una veglia di
preghiera. Oggi e domani si svolgeranno le autopsie, per i funerali si dovrà
attendere ancora qualche giorno. Santa Rita, è cominciato lo
scaricabarile sulla pelle dei pazienti Mariangela
Maturi MILANO - Uno,
ha solo «obbedito ai vertici della struttura sanitaria». L'altro, non si è mai
accorto di nulla. Mentre continua lo scaricabarile dei medici della Santa Rita
interrogati dai magistrati, l'unico che sembra non arrendersi all'evidenza è
Roberto Formigoni. Il governatore resta aggrappato al timone del suo modello
lombardo di efficienza sanitaria, anche se la barca cola a picco. La mette sul
melodrammatico, contro «le troppe speculazioni politiche e propagandistiche che
oscurano la realtà», convinto che i suoi dati infallibili sul 5% di controlli
eseguiti siano sufficienti a non travolgere lui e l'assessore alla sanità
Bresciani. Racconta delle indagini svolte alla Santa Rita nel 2006 e degli
ottimi risultati della struttura, «una dimostrazione in più che l'intenzione a
delinquere del singolo non può essere prevista». Le responsabilità, dunque,
andrebbero ricondotte al demerito personale. Di tutt'altro avviso Rosy Bindi,
ex ministro della sanità da sempre contraria al modello formigoniano: «Questo
sistema è fallito. Sarebbe troppo comodo dire che in questa vicenda esistono
esclusivamente le responsabilità personali dei medici coinvolti». Per il
segretario regionale del Prc Alfio Nicotra, «l'insistenza sui controlli
regionali sarebbe solo patetica, se non fosse gravemente irresponsabile», e il
capogruppo dei Verdi Carlo Monguzzi riporta i dati della Corte dei Conti
lombarda, per cui i controlli regionali dal 2004 ad oggi sarebbero in calo del
150%. Altrettanto critico è anche uno degli ex assessori della giunta
Formigoni, il leghista Alessandro Cè, che proprio sulla questione sanità era
giunto alla rottura con il governatore. Ora si può finalmente togliere i
sassolini dalla scarpa: «E' l'intero sistema che non va bene. E' un sistema
senza alcun controllo che risponde solo agli interessi della politica. Il
presidente Formigoni dovrebbe dimettersi». Ma qualcuno che solidarizza con il
capo del Pirellone c'è: il sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio,
intervenuto con un'informativa urgente al Senato. Ha promesso cartelle cliniche
elettroniche e se l'è cavata sostenendo che se il caso della Santa Rita non
fosse isolato lui si farebbe curare all'estero. Poi, ad un convegno
all'Università Cattolica sul no-profit nell'assistenza ospedaliera, ha
rincarato la dose: «Siamo scossi e ci stiamo domandando tutti se è giusto
guadagnare e speculare sui malati, ma esiste un privato no-profit virtuoso lontanissimo
dai sospetti». Mentre Fazio si domanda se speculare sulla pelle delle persone
sia giusto o no, il suo vicino di scranno al convegno, monsignor Betori della
Cei, non ha perso l'occasione per chiedere «un maggior riconoscimento, anche
finanziario, del contributo dato al paese dalle strutture ospedaliere
cattoliche». I magistrati di Milano, però, stanno indagando su altre due
cliniche, l'istituto San Siro e la casa di cura San Pio X, coinvolte per
interventi di emorroidi e chirurgia estetica sui malati di hiv, operazioni che
permettono di richiedere alla Regione cospicui rimborsi. Alla Pio X ci
sarebbero circa 7mila operazioni sospette e 13 indagati (di cui due religiosi,
altro che finanziamenti). Un bell'esempio di strutture ospedaliere cattoliche. Nel
frattempo alla Santa Rita ci sono 700 lavoratori che rischiano il posto dopo la
sospensione dell'accreditamento sanitario. I sindacati hanno organizzato
un'assemblea per la prossima settimana, ma già ieri gli operatori sanitari
della struttura hanno scritto una lettera che coinvolge la direzione dell'Asl,
che non era intervenuta pur essendo a conoscenza delle violazioni perpetrate
dal professor Brega, uno degli arrestati. Insomma, tutti avrebbero saputo, ma
nessuno ha fatto nulla. Quegli strani errori nelle sale
operatorie - Luca
Fazio MILANO - Un
uomo di 60 anni entra in un pronto soccorso di una nota struttura ospedaliera
di Milano con un forte mal di stomaco. Viene dimesso con una diagnosi
superficiale. Torna dopo due ore in arresto cardiaco. Oggi è vivo, ma la sua
vita è rovinata. Giorgio Rancati, responsabile del Tribunale dei diritti del
malato di Milano (cittadinanzattivamilano@fastwebnet.it) riceve ogni anno circa
un migliaio di segnalazioni di malpractice o malasanità. «Questo caso siamo
riusciti a chiuderlo con l'assicurazione dell'ospedale per 980 mila euro di
risarcimento, ma potevamo prendere molto di più se la famiglia non avesse avuto
fretta di ricevere i soldi per assistere il parente malato». Sui presunti
errori dei medici è quasi impossibile stabilire dove finisca la buona fede
(errore umano) e dove cominci l'atto criminoso (caso Santa Rita), ma una cosa è
certa: «sbagliano» tutte le strutture sanitarie, sia pubbliche che private; e
forse bisognerebbe partire da qui per rimettere mano a un sistema che guadagna
sulla malattia (il rimborso a prestazione) piuttosto che sulla salute del
cittadino. Il rapporto 2007 del Progetto Integrato Tutela (Pit) dice che in un
anno circa 24 mila italiani si rivolgono al Tribunale dei diritti del malato, e
tra questi 4.300 segnalano casi che meriterebbero di essere indagati da un
medico legale. Gli «errori» riguardano prevalentemente gli interventi
chirurgici (66% del totale), in particolare ortopedia (18%), oncologia (12%),
chirurgia generale (9%), ginecologia-ostetricia (7%), odontoiatria e oculistica
(5%). L'errore di diagnosi si attesta attorno a un preoccupante 28% dei casi;
tra gli «errori» in ortopedia spiccano quelli all'anca (15%), al ginocchio
(14%), al piede (11%) e alla colonna vertebrale (10%). La malpractice in
oncologia (il settore più delicato, perché ne va della vita del paziente e
perché i rimborsi per le operazioni pesano molto sulle casse del Sistema
sanitario nazionale) sembra accanirsi sull'apparato genitale femminile, sullo
stomaco e sui polmoni: la metà del totale delle segnalazioni di malasanità in
oncologia. Un altro dato significativo dice che, rispetto al 2006, sono
aumentate del 14% le segnalazioni relative alle complicanze durante gli
interventi ginecologici, insorti soprattutto durante il parto (+3%); stesso
aumento registrato per le mancate diagnosi sempre di patologie ginecologiche. Secondo
il rapporto Pit 2007, da cinque anni il fenomeno delle liste di attesa è in
crescita (è la causa principale della mobilità sanitaria in Italia): 58% nella
diagnostica, 31% nella specialistica, 9% negli interventi chirurgici. La
classifica dei tempi massimi di attesa denunciati ha dell'incredibile.
Mammografia: 540 giorni di attesa, + 140 rispetto al 2006. Colonscopia con
anestesia: 300 giorni, + 60 rispetto al 2006. Risonanza magnetica: 270 giorni,
+ 90 rispetto al 2006. Per gli interventi chirurgici è anche peggio. Protesi al
ginocchio: attesa massima 480 giorni. Intervento alla cataratta: 240 giorni, +
60 rispetto al 2006. Coronarografia: 90 giorni, + 55. Naturalmente, pagando, i
tempi si accorciano come per miracolo. Detto che «l'errore» e l'attesa in
qualche caso omicida riuniscono l'Italia da nord a sud, torniamo in Lombardia,
il cosiddetto «sistema fiore all'occhiello della sanità italiana», per dirla
con il governatore Roberto Formigoni. Il 25% delle segnalazioni a livello
nazionale proviene proprio da cittadini che hanno usufruito di strutture
lombarde. Ma non significa che in Lombardia si cura peggio: «Il numero dei
lombardi è consistente e in più si verifica una migrazione di cittadini che da
altre regioni preferiscono ricoverarsi in Lombardia», spiega Libera
Dell'Arciprete, vice segretario regionale del Tribunale dei diritti del malato.
In ogni caso, ai piani alti del Pirellone lo scorso anno sono arrivate 2.700
pratiche di risarcimento. Un percorso difficile quello del risarcimento, che
viene portato avanti solo quando le cartelle cliniche permettono al medico
legale di impostare una causa contro la struttura sanitaria. A Milano, su circa
1000 segnalazioni all'anno, solo 300 pratiche superano la fase della
«lamentela» fine a se stessa, e di queste solo 60 possono tentare la strada del
risarcimento. Giorgio Rancati, fuori dai denti, spiega perché con una
considerazione poco consolante. «Sappiamo tutti che da un anno e mezzo la
Guardia di finanza sta setacciando le cartelle di molte cliniche di Milano, e
sappiamo anche che non ne verrà fuori quasi niente. Le cartelle spesso vengono
manomesse, ci sono delle omissioni, per cui sarà difficile trovare un altro
caso Santa Rita, e sono convinto che senza le intercettazioni telefoniche non
sarebbero arrivati a nulla». Chiediamo a Rancati, un osservatore privilegiato,
se la «clinica degli orrori» è un caso limite e quindi isolato nella sanità
lombarda. Preferisce non commentare. La Germania frena: «Nel 5+1 non
c'è posto per gli italiani» Rudi
Ostler BERLINO -
L'Italia s'è desta, nuovamente decisa a battersi sulla questione di prestigio e
di rango che l'oppone alla Germania, dal 1992, quando il cancelliere Kohl
chiese per il suo paese riunificato un seggio permanente al consiglio di
sicurezza delle Nazioni unite. Provvisoriamente arenata quella contesa
nell'estate del 2005, quando si constatò la mancanza di maggioranze sui diversi
modelli di riforma del Consiglio, si è trovato un surrogato su cui proseguire
la tenzone dell'onore nazionale: il gruppo di contatto che, dal 2006, cerca una
soluzione negoziale sui programmi nucleari dell'Iran. Se ne fa parte la
Germania, si sono detti alla Farnesima, dobbiamo farne parte anche noi.
Berlusconi si è messo a tirare per la giacca Bush, chiedendogli un posto a
tavola. Il ministro degli esteri Frattini annuncia che, quando verrà a Berlino
martedì prossimo, ne parlerà col collega Steinmeier. Secondo Frattini l'«aspirazione»
italiana a unirsi al gruppo è «utile per l'Europa». Le agenzie girano la
questione a un anonimo portavoce del governo tedesco, che risponde
laconicamente di non vedere «alcun bisogno di cambiare il formato» del gruppo
di contatto. Frattini avrà filo da torcere. Spesso si parla del gruppo di
contatto con l'Iran come di un «gruppo 5+1»: i cinque membri permanenti del
consiglio di sicurezza dell'Onu - Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia,
con l'aggiunta della Germania. Ma questa denominazione è fuorviante, perché il
gruppo non è nato per iniziativa dei «cinque» che poi avrebbero cooptato un
sesto membro. La sua genesi risale al 2002, quando si cominciò a parlare dei
rischi del programma nucleare iraniano. Per iniziativa soprattutto della
Germania e della Francia, si formò insieme alla Gran Bretagna un gruppo di
contatto di tre paesi europei, in sigla E3, preoccupato di mantenere aperto il
dialogo con Teheran e di scongiurare la minaccia statunitense di una
rappresaglia militare. Ci vollero quattro anni per convincere gli Stati uniti,
nel frattempo impantanati in Iraq, dei vantaggi del tavolo diplomatico. Cina e
Russia si unirono alla partita, e così nacque il gruppo E3+3. Il ruolo della
Germania al suo interno appare dunque abbastanza logico. In ultima istanza è
riconducibile all'autonomia politica dimostrata sullo scacchiere mediorientale,
col rifiuto del cancelliere Schröder a imbarcarsi nella guerra irachena. Non si
vede affatto che vantaggi potrebbero venire da una partecipazione italiana ai
negoziati, con un governo Berlusconi sospettato di aggiungere solo un voto al
campo statunitense. Checché ne pensino i tedeschi, né la Russia né la Cina
vorranno saperne. Un problema serio di cui il nostro ministro degli esteri
dovrebbe parlare a Berlino ci sarebbe: il dovere di indennizzare gli internati
civili e militari nei Lager nazisti, confermato il 4 giugno da una sentenza
della corte di cassazione italiana. Chissà se Frattini se ne ricorderà. Non solo armi, l'Italia offre
anche 50 milioni di euro - Anna Maria Merlo PARIGI - L'idillio
ritrovato tra Italia e Usa si è tradotto ieri a Parigi nella promessa fatta da
Franco Frattini di 50 milioni di euro l'anno, da oggi al 2011, per
l'Afghanistan. L'Italia, con 424 milioni di dollari già versati, è già al nono
posto per gli aiuti al regime di Karzai (il primo sono gli Usa, seguiti da
Giappone, Gran Bretagna, Ue, Banca mondiale, Germania, Canada e Banca asiatica
di sviluppo). La promessa sui finanziamenti fa seguito a quella della vigilia,
fatta a Bush a Roma, di ridurre i tempi di risposta a un eventuale impegno dei
soldati italiani (oggi 2500 di stanza nell'Herat, nell'ovest del paese) fuori
zona di competenza (da 72 ore a 5-6 al massimo). Karzai, «uomo coraggioso»
secondo Sarkozy, è venuto a Parigi per chiedere alla comunità internazionale un
nuovo sforzo: il presidente sperava di ricavare una promessa intorno ai 50
miliardi di dollari su cinque anni. Ma il raccolto è ben lontano: Nicolas
Sarkozy ha promesso che l'aiuto francese sarà «più che raddoppiato», cioè verrà
portato a 107 milioni di euro per il periodo 2008-2010 (la Francia è al 22esimo
posto tra i donatori). Il presidente francese ha inoltre confermato l'annuncio
fatto al recente vertice Nato di Bucarest: «Un battaglione supplementare sarà
dispiegato quest'estate nell'est del paese». Laura Bush, presente alla
conferenza accanto a Condoleeza Rice (poiché ha appena fatto un viaggio in
Afghanistan) ha confermato l'annuncio fatto alla vigilia dalla Segretaria di
stato: «Oggi gli Usa stanzieranno 10,2 miliardi di dollari (per il 2008-2009)
per aiutare gli afghani a realizzare la strategia nazionale di sviluppo. Se il
Congresso approverà l'insieme di questi finanziamenti, si aggiungeranno ai 26
miliardi di dollari di aiuti umanitari degli Usa all'Afghanistan dal 2001». Ma
questa pioggia di soldi, complessivamente di circa 13 miliardi di dollari -
anche se ben lontana dalla richiesta di Karzai - lascia perplessi i
diplomatici, anche perché a tutt'oggi 10 dei 25 miliardi di dollari promessi
dal 2002 non sono mai stati versati e sulla carta c'è ancora l'impegno di altri
14 miliardi entro il 2011. Malgrado le affermazioni dell'Onu, che vede passi
avanti un po' dappertutto (strade, scuole, sanità, progetti rurali),
l'intervento internazionale in Afghanistan sembra destinato a restare nella
storia come il contro-modello per eccellenza. Sette anni dopo la caduta dei
talebani, il paese resta estremamente insicuro, malgrado la presenza di 70mila
soldati stranieri, che costano ogni giorno 100 milioni di dollari, mentre ne vengono
spesi solo 7 milioni per l'aiuto umanitario. Karzai lo ha ammesso, la sicurezza
resta «la sfida più importante» per l'Afghanistan, ha detto ieri, prima di
alludere - ma senza nominarlo - al Pakistan, perché «la lotta al terrorismo ha
bisogno di una cooperazione regionale». L'Onu e i donatori hanno insistito con
Karzai sulla necessità di lottare contro la corruzione, che riguarda prima di
tutto la polizia, ma non solo. Dietro le quinte la diplomazia, a cominciare
dagli ospiti francesi, sottolinea le difficoltà per rendere gli aiuti più
efficaci. L'obiettivo della conferenza di ieri, dove erano rappresentati 69
paesi e 17 istituzioni internazionali, è «migliorare il coordinamento», per
evitare le sequenze di intermediari e la sovrapposizione degli interventi. Un
altro progetto è quello di coinvolgere di più gli afghani nella ricostruzione,
mentre oggi secondo Watch Afghanistan «su 100 dollari versati solo 45 arrivano
effettivamente agli afghani», mentre il resto rimane nelle mani di imprese e
personale dei paesi donatori. Come contropartita la comunità internazionale
chiede al governo Karzai un serio impegno contro la corruzione e per il
rispetto dei diritti umani. Ieri a Parigi molti si sono interrogati anche sulla
capacità di assorbimento degli aiuti da parte di un paese che ha un pil di soli
7 miliardi di dollari (e il bilancio è finanziato all'80% dagli aiuti esterni).
La conferenza di Parigi arriva dopo una già lunga sequenza di incontri: Tokyo
nel 2002, Berlino nel 2004, Londra nel 2006). Guantanamo è fuorilegge - Matteo Bosco Bortolaso NEW YORK
- La Corte suprema degli Stati Uniti ha dato ieri un sonoro schiaffo al
presidente Bush, proprio durante la sua visita romana. La Casa Bianca è stata
bocciata su Guantanamo: ai detenuti del carcere cubano è stato riconosciuto il
diritto ad essere processati nei tribunali ordinari americani. Le leggi volute
dal presidente Bush, invece, relegavano i prigionieri nella base militare di
Cuba, privandoli dell'habeas corpus, il diritto di difendersi da un arresto ritenuto
illegittimo. Secondo la Corte suprema, l'architettura giudiziaria per
affrontare la cosiddetta «guerra al terrore» non segue la costituzione e le
leggi degli Stati Uniti. I nove giudici di Washington si sono spaccati cinque
contro quattro per far passare la decisione. Sia come sia la sentenza - il cui
nome ufficiale è Boumediene v. Bush, numero 06-1195 - ha una portata storica.
Come ha annotato ieri David Stout del New York Times, «potrebbe essere studiata
per gli anni a venire». Ma l'effetto immediato potrebbe essere alquanto
tangibile: il blocco dei processi di Guantanamo, dove gli imputati rischiano la
pena di morte. Complessivamente il carcere cubano ospita circa trecento
detenuti, ritenuti responsabili degli attacchi contro gli Usa. Ma l'11 settembre
e la guerra al terrore non possono incrinare la costituzione degli Stati Uniti.
È uno dei concetti basilari della sentenza, esposto dal giudice Anthony M.
Kennedy. L'alto magistrato scrive che «le leggi e la costituzione sono state
ideate per sopravvivere, e rimanere in vigore, anche in tempi straordinari»
come quelli della lotta al terrore. «I costi dei ritardi (per i prigionieri che
non vengono portati a processo, ndr) non possono più essere portati sulle
spalle di chi è detenuto», continua il giudice. «La libertà e la sicurezza - si
legge ancora nel documento - possono essere riconciliate e nel nostro sistema
lo sono, nella cornice della legge». La posizione di Kennedy, un moderato, è
stata quella vincente, appoggiata da Joh Paul Stevens, Stephen Breyer, Ruth
Bader Ginsburg e David Souter. I quatto contrari, invece, sono dell'ala
conservatrice: John Roberts, Samuel Alito, Antonin Scalia e Clarence Thomas.
Cinque a quattro, una vittoria molto stretta. Il prigioniero che dà il titolo
alla storica sentenza è Lakhdar Boumediene, uno dei sei algerini, immigrati in
Bosnia negli anni Novanta, che sono stati accusati di aver pianificato un
attacco contro un'ambasciata americana a Sarajevo. Seth Waxman, il legale che
li rappresenta, ha detto che all'indomani dall'11 settembre i sei sono stati
«strappati dalle loro case, dalle loro mogli e dai loro bambini». La Corte
Suprema bosniaca ha deciso di rilasciarli a tre mesi dall'arresto per mancanza
di prove. I sei sono quindi stati consegnati alle autorità militari americane e
spediti a Guantanamo. La sentenza non è un «liberi-tutti»: non dice che i
prigionieri devono essere liberati, sostiene invece che hanno il diritto di
essere giudicati da un tribunale americano. Uno dei prigionieri, il presunto
autista di Bin Laden, ha fatto sapere che chiederà di essere ascoltato da un
giudice di un tribunale americano. Salim Hamdan, questo il suo nome, è a
Guantanamo dal maggio 2002. E' uno dei pochi detenuti (19 su circa 270) che
sono stati effettivamente accusati, mentre gli altri rimangono in prigione
senza capi di imputazione ben definiti. Il processo al cittadino di nazionalità
yemenita doveva iniziare il 2 giugno, ma la data è stata posticipata proprio in
attesa della decisione della corte suprema. Qualche giorno fa, inoltre, la
cosiddetta «mente» dell'11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, era apparso di
fronte ai giudici di Guantanamo, dicendosi «pronto al martirio», alla pena di
morte. A livello tecnico, però, il processo non era ancora iniziato e forse non
inizierà mai. Non almeno nei termini stabiliti dalla legislazione targata Bush.
Ieri la Corte Suprema si è pronunciata per la terza volta su Guantanamo, che ha
ospitato i suoi primi detenuti nel gennaio del 2002. Anche le due decisioni
precedenti erano negative, ma in entrambi i casi la Casa Bianca e il Congresso
- allora in mano ai repubblicani - avevano risposto con nuove leggi che
ribadivano la dottrina Bush sulla guerra al terrore. Il 28 luglio 2004 l'alta
corte autorizzò i prigionieri a impugnare la loro detenzione davanti ad un
tribunale federale americano. Due giorni dopo l'amministrazione Bush rispose
creando le cosiddette «commissioni militari» per determinare lo status dei
combattenti. Il 29 giugno 2006 la Corte suprema aveva invalidato queste
commissioni, stabilendo che il presidente aveva oltrepassato i suoi poteri. Ma
il 17 ottobre, ancora una volta, la risposta ai nove giudici era pronta sotto
forma di un'altra legge. La decisione di ieri ribadisce che l'architettura
giudiziaria della guerra al terrore non segue la costituzione. Che succederà
ora? Bush, commentando a caldo da Roma, ha detto che la decisione dei giudici
verrà rispettata ma «questo non significa che siamo d'accordo» con la Corte
suprema. Il presidente ha anche aggiunto che «si vedrà se è appropriato o meno
preparare altra legislazione», lasciando intravedere una nuova risposta alla
Corte Suprema. Assisteremo di nuovo al ping pong tra i poteri dello Stato? Non
è detto. Ora il Congresso è controllato dai democratici. Ed entrambi i
candidati alla Casa Bianca hanno detto di voler chiudere Guantanamo. John
McCain, del partito di Bush, ha preso atto della decisione dei nuove giudici
sottolineando comunque che i detenuti sono dei «combattenti illegali (unlwaful
combatants)» e che «non sono cittadini americani». In passato, il senatore
dell'Arizona ha detto di volerli trasferire da Guantanamo alla prigione
militare di Fort Leavenworth, in Kansas. Il rivale Obama ritiene invece che le
corti civili o il tradizionale sistema militare delle corti marziali possano
ospitare i processi dei detenuti. Il candidato democratico - a differenza di
quello repubblicano - aveva votato contro la legge del 2006, che sosteneva le
commissioni militari. L'America di Barack Obama - Rita di Leo Nel 1988
ero a Boston durante la campagna presidenziale tra il democratico Michael
Dukakis e George Bush padre. Seguivo in tv la coloratissima kermesse tra i due
che a un europeo sembrava una sfida paesana piuttosto che una battaglia
politica. Poi arrivò il giorno della vittoria di Bush e il suo primo discorso
da presidente iniziò con una lode all'America, il paese «dove era stato
possibile a Dukakis, figlio di un povero emigrato greco, sognare di diventare
presidente». Pronunciò gelidamente la sua lode-verdetto con la famiglia
schierata alle spalle, tutti bianchi, biondi, upper class con giusto un genero
ispanico, utile per i voti latinoamericani repubblicani. Dopo 20 anni,
nell'ultima campagna per la nomina del candidato presidente, una donna e un
nero del partito democratico hanno lottato all'arma bianca per conquistarsi la
nomina. Sono mesi che sull'evento leggiamo commenti prima stupiti, poi
soddisfatti e infine trionfanti. Con la candidatura di Obama l'America si
riconferma un esempio per l'universo tutto. I bellissimi discorsi di Obama lo
sottolineano con grazia, la grazia del soft power rilegittimato. Sono ormai
alle spalle gli anni tragici di Bush. Anche i più velenosi attacchi neocons
contengono un pizzico di orgoglio giacché dopotutto la donna e il nero sono una
bella propaganda per l'America. Poi (secondo i neocons) a novembre vincerà
l'uomo bianco che crede nell'hard power così come lo richiede il big business e
l'elettorato repubblicano che andrà a votare compatto a propria difesa. Intanto
spira un'aria favorevole dopo le tante disavventure che hanno appannato
l'immagine del paese. Da ringraziare è il partito democratico, fedele al
principio illuminista per cui il tempo lavora per il progresso e nel caso
specifico per il ritorno del soft power e per la fine della discriminazione di genere
e di razza. I mass media nazionali concordi raccontano che ancora una volta in
America si sta facendo la «storia». E' una storia che suscita qualche
perplessità. Si è alzata tanta polvere sulla promozione di una donna a capo di
stato come se Golda Meir, Margaret Thatcher, Angela Merkel, e le leader
scandinave e latino-americane non costituissero alcun precedente. Come se le
ministre francesi e spagnole e di altri paesi non avessero alcun peso. E
effettivamente ben minore peso hanno le donne leader politiche dei paesi
extraeuropei, promosse tali in quanto figlie o mogli di leader. Un po' come
Hillary Clinton. La quale appunto costituisce un precedente ma per la società
americana, per i suoi cittadini elettori. Una società che la campagna per le
primarie ha messo sotto i nostri occhi per come essa è. Abbiamo letto che gli
operai bianchi non votano Obama perché non accettano un negro sopra di loro
così come in passato non lo accettavano come commilitone in battaglia, come
membro iscritto al loro sindacato, come vicino di casa. E così per gli ispanici
e per gli italiani i quali da emigranti hanno assimilato il common sense per
cui i negri sono destinati a rimanere ai margini di un ambiente sociale e
antropologico con regole troppo rigide per loro. E così per gli ebrei che i
negri li conoscono come tra i più incapienti dei loro affittuari o tra i
clienti dei loro negozi. E infine come per gli agricoltori della provincia
profonda per i quali i negri sono passati dallo status di servi a quello di
lavoratori stagionali a più basso salario. (Degli asiatici, dei cinesi, degli
arabi nessun sondaggio dà conto, sono lavoratori, consumatori ma ombre
politiche). Abbiamo letto che i neri, gli studenti e i laureati bianchi e gli
intellettuali e persino una parte del ceto medio-alto sono entusiasti di Obama,
lo hanno scelto, lo voteranno a novembre. E in ciò starebbe la prova del
cambiamento nella società. Ma non è il contrario? L'elettorato che sostiene
Obama esprime l'intenzione di rompere con la Casa bianca di Bush per quello che
ha fatto dentro e fuori l'America. La voglia di rottura è così forte che ha
penalizzato persino l'altro contendente democratico non perché è una donna ma
perché è già stata alla Casa bianca. Anche lei fa dei bei discorsi e anzi i
suoi sono più diretti ai gruppi sociali, maggiormente penalizzati dalla crisi
economica in atto. Lei però parla come un politico. Obama è un profeta
carismatico che dà voce al risentimento e alla delusione verso Washington da
parte dei primi e degli ultimi della scala sociale, da parte del ceto
medio-alto liberal e da parte dei neri. E' un po' come all'epoca del Vietnam.
Ma questo significa che come in passato in prima linea vi è la minoranza del
paese. Al momento i potenti mass media locali danno voce a una maggioranza ostile
e diffidente verso Obama proprio per il cambiamento che rappresenta. E è qui
che sorgono molte domande. Perché l'America continua a trascinarsi senza
affrontarle le questioni sociali e politiche che aveva già scoperto di avere
irrisolte negli anni trenta con Roosevelt, negli anni Sessanta con Kennedy e
Johnson e infine in tono minore con Carter? Nel male e nel bene l'Europa è
cambiata e nell'ultimo mezzo secolo si è data un'identità culturale che si
proietta sulla sfera economica e sociale. Basti fare l'esempio del parlamento
europeo preoccupato per le sortite xenofobe del popolo di Bossi. A Washington i
giudici della Corte suprema, nominati a vita dal Presidente, detengono un
potere assoluto che mette spesso a rischio le politiche sociali dei presidenti democratici
come già fecero con Roosevelt. Come è possibile che d'allora non si è riusciti
a cambiare? Come è possibile che ciascuno stato abbia le sue regole per il voto
alle primarie, chi alza la mano e chi usa la scheda, lo stabilisce la
tradizione. E che anche il voto finale per l'elezione del presidente sia a
rischio di macchine antiquate come in Florida nel 2000? Dove - ricordiamolo -
un giudice repubblicano decretò la vittoria di Bush contro Gore nonostante
l'evidenza contraria. Come è possibile che un partito si affidi ai super
delegati per decidere la nomina del candidato presidente? In Europa non accade
dai tempi del partito dei notabili. Come è possibile che il giorno delle
elezioni sia un giorno di lavoro? E che per avere il diritto al voto serva
ancora una trafila burocratica settecentesca? E infine che la politica sembri
una sceneggiata con i suoi attori, suggeritori, montaggio, vendita del
prodotto. Ha la meglio chi confeziona meglio la merce. E dopo queste domande
viene spontaneo chiedersi di conseguenza perché l'America è considerata «il»
paese politicamente all'avanguardia. Tanto da esser preso a modello qui da noi
in Italia, e non tanto dal partito che ha vinto le elezioni ma da quello che le
ha perse. Liberazione –
13.6.08 Sciopero generale: se non ora,
quando? - Piero
Sansonetti Provo
solo, con terrore, a immaginare cosa succederebbe in Italia se un giorno, per
una pazzesca casualità, dieci immigrati uccidessero dieci italiani. Voi ve li
immaginate i giornali, i partiti politici, gli opinionisti, i ministri e i
ministri ombra, i leghisti e tutto il resto? Per quanti giorni durerebbe
l'inferno mediatico? Per quanti mesi agli extracomunitari converrebbe tapparsi
in casa e chiudersi bene e sperare di scampare alle molotov? Quali provvedimenti
di emergenza, in dieci minuti, sarebbero varati da governo e opposizione? Cosa
succederebbe ai parenti dei presunti assassini? Eccetera, eccetera, eccetera...
Dieci operai uccisi sul lavoro, dalla logica del profitto, dalla
irresponsabilità dei datori di lavoro, dalla incapacità dello Stato a fare
rispettare le leggi, dalla mancanza degli ispettori del lavoro, dieci operai
uccisi in un giorno solo (che diventano quasi trenta se si conteggiano gli
ultimi 5 giorni, oggi compreso: cioè tanti quanti, al tempo del terrorismo
scatenato, ne uccidevano le brigate rosse e i fascisti in un anno intero) non
creano nessun problema, nessun sussulto politico. Una dichiarazione del
Presidente della Repubblica, due frasi del ministro del lavoro, qualche
sussulto nel Pd, niente di speciale. Gli unici che hanno alzato un po' la voce
sono stati i sindacati. E a loro questo giornale si rivolge. Con la seguente
domanda: non è il caso di compiere un gesto clamoroso, un atto di lotta e di
denuncia che rompa i ritmi stanchi della politica di questi giorni, non è il
caso - per esempio - di proclamare uno sciopero generale per rispondere alla
pratica dell'omicidio bianco come normale strumento di incremento dei profitti?
A noi pare di sì. Non ci sembra che sia giusto adeguarsi all'assuefazione, cioè
all'idea che la morte di un certo numero di lavoratori sia, in fondo, un prezzo
accettabile da pagare all'incremento dei profitti. L'idea che uccidere, anche
con una certa frequenza, sia una necessità per i capitalisti. Anche perché, in
realtà - senza scomodare principi ed etica, ma usando semplici argomenti
contabili - ridurre drasticamente le morti sul lavoro non sarebbe difficile, e
scalfirebbe appena i profitti. I lavoratori morti a Mineo nella vasca di
sedimentazione si sarebbero salvati se avessero avuto una attrezzatura (anfibi,
tuta, guanti e respiratore) che non costa più di mille euro. Ieri Maurizio
Zipponi (Prc) ha proposto una giornata di lutto nazionale, il presidio degli
ispettorati e delle Asl e la consegna a tutti i prefetti d'Italia di alcune
proposte per aumentare la sicurezza sul lavoro. Franco Giordano ha proposto lo
sciopero generale . Altre proposte vengono da altre organizzazioni. Una cosa è
certa: se restiamo fermi e zitti, se la diamo vinta a Confindustria, è finita,
e i morti aumenteranno. Il pacifismo? Non sta proprio bene - Lidia Menapace La visita
di Bush a Roma è stata accolta con una manifestazione di protesta e questo va
benissimo. Infatti anche poco prima di uscire di scena, il tristo personaggio
vuol portare a casa l'appoggio del nuovo governo alle sue avventure belliche:
aprire una base missilistica a Revolto nella base delle Frecce tricolori, e
forse trasferire lì anche i battaglioni d'assalto stanziati al Dal Molin
durante i lavori di ampliamento a Vicenza; senza dimenticare l'aumento numerico
e il mutamento delle regole d'ingaggio delle truppe italiane in Afghanistan, e
ancora le politiche aggressive verso l'Iran. Non poteva essere lasciato senza
protesta. Tuttavia non si potrebbe dire che il pacifismo sta bene in Italia: o
forse il pacifismo sì, ma una politica di pace no davvero... Vorrei proporvi
qualche esempio di cose che stanno bene o non stanno bene, per cavarne un
ragionamento generale, se mi riesce. La manifestazione è stata tranquilla
sorvegliatissima e nonviolenta: dunque la nonviolenza sta bene in Italia, Forse
la nonviolenza c'è, ma un progetto di azioni nonviolente non si vede. Per
nulla. Partiti comunisti ce ne sono tre o quattro, a seconda di come si
contano, e addirittura è preannunciata una Costituente comunista. Dunque anche
il comunismo sta benissimo in Italia. Ciò che non si vede proprio è "il
movimento reale che muta lo stato delle cose presenti". Cosa voglio dire?
Che abbiamo una accentuata presenza di posizioni che direi idealistiche o astratte,
molto utili certo e da non disprezzare in questa drammatica temperie .Questo va
riconosciuto a chi ha organizzato la manifestazione "no war".
Tuttavia con atteggiamenti così non si va lontano, non si stabiliscono contatti
con le istituzioni, ma non si riesce nemmeno a dare il via ad azioni politiche
concrete ed efficaci. Tutto questo è mancato negli scorsi tempi; uno sforzo
comune tra gruppi, comitati, circoli, organizzazioni, movimenti collettivi,
centri sociali... insomma delle forme variegate della sinistra diffusa. Qui si
palesa un comune ritardo di analisi e proposta e anche un progetto complesso e
ben costruito. Può esprimersi questa esigenza dalla benedetta meritoria
manifestazione? Non lo so e non si può improvvisare, ma nemmeno perdere un solo
giorno. Sono le Costituenti che possono albergare questi rapporti? Sono
piuttosto le case della sinistra che offrono un luogo di confronto ospitalità
ed eguaglianza? L'ardua sentenza non può essere lasciata ai posteri. Un milione di romeni vivono in Italia.
Più vittime che criminali Beatrice
Macchia Un
milione di nuovi cittadini che contribuisce all'1,2% del Pil. Ecco i romeni in
Italia. Parola di Caritas che ci ha messo un centinaio di pagine per provare a
fotografare la realtà del primo e più recenti gruppo nazionale di immigrati in
Italia (erano 8mila nel 1990). Immigrati fino a un certo punto, perchè sono
europei come noi. Anche se si fa finta di dimenticarselo. Si chiama
"Romania. Immigrazione e lavoro in Italia", il rapporto che smonta
tante delle distorsioni provocate dall'"emergenza sicurezza". Un'indagine
socio-statistica che racconta il lavoro con 557mila occupati. Ogni 6 nuovi
assunti stranieri in Italia uno è romeno. In un solo anno, il 2006, l'Inail ha
registrato 200mila nuovi lavoratori romeni, in stragrande maggioranza già
presenti in Italia ed emersi grazie alla normativa più favorevole derivante
dall'adesione all'Unione Europea. Sono aumentati specialmente gli uomini (dal
51,7 al 54,1 per cento), avendo molti di loro (70mila) fruito delle misure di
emersione nel settore edile. Purtroppo - sottolinea il rapporto -
contemporaneamente è diminuito il numero di ore lavorate e sono aumentati i
rapporti part-time, spia della maggiore diffusione del lavoro
"grigio". Nonostante l'alto livello di preparazione (78% diplomati o
laureati), i romeni trovano sbocco nei posti meno garantiti e, perciò,
sottoscrivono in media 1,5 contratti l'anno. L'inserimento avviene per un terzo
nell'industria (notoriamente in edilizia), per la metà nel terziario (assistenza
familiare, alberghi e ristoranti, informatica e servizi alle imprese) e per il
6,6 per cento in agricoltura. Il 53,4 per cento delle presenze è però femminile
(un migrante su quattro viene per raggiungere dei familiari). Anche sul tema
sicurezza, la Caritas sfata il mito: più vittime che untori. Secondo le
rilevazioni dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), che
collabora con l'omologo romeno (Cncd) e con le associazioni dei romeni, le loro
segnalazioni evidenziano infatti mancanza di informazione, di assistenza legale
e di formazione, sfruttamento sul luogo di lavoro, specialmente nel settore
edile, primato negli infortuni mortali e molestie sessuali subite dalle donne
durante l'accudimento. I romeni sono spesso vittime di atteggiamenti
intimidatori dalla pubblica sicurezza, hanno difficoltà burocratiche e sono
ostacolati nella fruizione dei servizi sociali. Non mancano i gruppi criminali,
i fatti delittuosi tipici di un afflusso massiccio in un contesto nuovo, ma
bisogna ricordare che sono circa 30mila le schiave del sesso romene sulle
nostre strade (con clienti e spesso sfruttatori italiani), così come le vittime
di violenze romene sono molto aumentate. La prima regione di residenza con
200mila presenze è il Lazio (100mila solo nella provincia di Roma), seguita da
Lombardia (160mila), da Piemonte (130mila), da Veneto (120mila), Emilia Romagna
e Toscana (80mila). Più indietro Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia con 20mila
presenze. Una presenza consistente e diffusa che però secondo i ricercatori di
Caritas/Migrantes non basta per giustificare la "sindrome da
invasione". Si tratta di «un'eventualità improbabile trattandosi di un
paese caratterizzato dall'invecchiamento della popolazione, dal buon andamento
economico e dal forte bisogno di trattenere forza lavoro aggiuntiva». In
Romania hanno bisogno di manodopera. Lo dichiarano le grandi fabbriche anche
italiane che sono andate lì in cerca di un più basso costo della manodopera. Il
punto, sottolineano i ricercatori, è che «si è trascurato di riflettere
sufficientemente sull'apporto che i romeni assicurano al Sistema Italia». Italia
ingrata. Per questo il direttore di Caritas Italiana, Vittorio Nozza, propone
«un rinnovato accreditamento dei romeni nell'opinione pubblica» perché: «Sono
fondamentalmente dei grandi lavoratori, anche se non mancano individui e gruppi
malavitosi. Apprezzano la nostra lingua e la nostra cultura, con cui si sentono
imparentati; leggono i nostri giornali; mandano con profitto i figli a scuola;
sono soddisfatti del nostro sistema sanitario più ancora che della nostra
cucina. Non importa se ortodossi o cattolici, rivelano un profondo sentimento
religioso e con spirito di unità pregano nelle nostre chiese. Questi sono
veramente i romeni: i nuovi cittadini da accogliere». Con «stessi diritti,
stessi doveri» e «meno razzismo su tv e giornali». Usa, il lavoro paga la guerra al
terrorismo - Silvana
Cappuccio In questi
ultimi anni negli Stati Uniti è montato un clima antisindacale sempre più
pesante. La guerra al terrorismo dell'amministrazione Bush è stata un ottimo
pretesto per reprimere i diritti dei lavoratori, soprattutto dei più
vulnerabili come i migranti. Gli Stati Uniti non hanno ratificato ben sei delle
otto convenzioni fondamentali dell'Organizzazione internazionale del lavoro
(Oil). La situazione sociale è grave, con serie e frequenti violazioni dei
principi internazionali sul lavoro. Questo è in sintesi il contenuto del
rapporto, accompagnato da un elenco di raccomandazioni, che la confederazione
sindacale internazionale ha appena presentato al consiglio generale
dell'Organizzazione mondiale del commercio. L'osservanza della legge federale
statunitense sul lavoro è obbligatoria in tutti gli Stati. Sulla carta questa
legge garantirebbe - e il condizionale è d'obbligo - la libertà di associazione
sindacale, il diritto di contrattazione collettiva e quello dei dipendenti del
settore privato di iscriversi al sindacato. Molti lavoratori - come gli
impiegati pubblici, i supervisori, i lavoratori del settore agricolo e quelli a
domicilio - sono però espressamente esclusi poiché essi non possono né aderire
al sindacato né avere un contratto collettivo. Da due anni a questa parte la
definizione di ‘supervisore' è diventata via via più estesa, grazie ad
un'interpretazione strumentale dell'ufficio nazionale del lavoro che ha di
fatto lasciato moltissimi lavoratori scoperti di tutela. Per questa ragione, la
confederazione sindacale AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of
Industrial Organizations), affiliata alla Confederazione sindacale
internazionale e che rappresenta circa 16 milioni di iscritti, ha presentato
una denuncia al comitato dell'Oil sulla libertà di associazione. Non si possono
però coltivare molte speranze solo sulla base di quest'esposto, soprattutto se
si considera che già nel 2003 questo stesso comitato si era pronunciato
chiedendo che si emendassero le disposizioni discriminatorie verso i lavoratori
immigrati clandestini e invece ancora oggi vigono purtroppo le disposizioni di
allora, in base alle quali essi sono sottoposti a ingiuste e spesso anche
vessatorie pratiche di lavoro. Il diritto di sciopero è di fatto molto
limitato. La stessa legge consente che gli imprenditori si avvalgano di una
serie di pratiche anti sindacali. Ad esempio, essi hanno il diritto di
organizzare delle assemblee nelle quali attaccano il sindacato e le sue
attività. Ed è perfettamente conforme alla legge che assumano sanzioni
disciplinari o persino licenzino coloro che non partecipano a questi incontri,
durante i quali viene spesso persino "anticipato" che un ufficio o
una fabbrica chiuderanno se i lavoratori aderiranno al sindacato...Non si
tratta di iniziative isolate: esiste oggi negli Stati Uniti un giro di affari
di oltre 4 miliardi di dollari, con l'obiettivo di sradicare il sindacato
servendosi di azioni coercitive e intimidatorie. Uno studio recente ha
segnalato che addirittura l'82% dei datori di lavoro assume dei consulenti
profumatamente pagati a questo scopo. E questi alimentano il mercato facendo
ricorso a idee e comportamenti spregiudicati, utilizzando tutti i varchi
offerti dalle norme. E' comunque diffusa la consapevolezza che - anche quando
le imprese si spingono oltre i confini della legalità - le eventuali sanzioni
sono irrisorie e il sistema giudiziario inefficace. Il lavoro minorile è ancora
diffuso, soprattutto in agricoltura, dove i rischi sono elevati. Secondo
l'istituto nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro 200mila
adolescenti ogni anno subiscono degli infortuni nei luoghi di lavoro e 100 muoiono.
La federazione americana degli insegnanti stima che almeno 500mila bambini
lavorino in agricoltura, un settore in cui l'85% degli addetti sono immigrati.
Qui non esistono protezioni per la salute e la sicurezza, molti lavorano sotto
il sole, esposti ai pesticidi e ad altre sostanze pericolose, spesso guadagnano
2 dollari all'ora, non hanno né acqua da bere né accesso a dei gabinetti. Le
ragazzine non di rado sono molestate sessualmente. La Child Labour Coalition ha
rilevato che le nuove norme sul lavoro minorile hanno peggiorato la tutela
della sicurezza dei ragazzi, consentendo ad esempio di assumere ragazzi di
14-15 anni nei fast food per metterli a cucinare davanti alle friggitrici ed ai
grill poi chiedendo di pulire. Non stupisce l'alto numero di infortuni,
considerando che tra l'altro le ispezioni del lavoro sono rarissime. Al di là
poi del divieto di legge, rimane un intenso traffico di persone, soprattutto
per il lavoro forzato e la prostituzione, ma anche per lavori di pulizie a casa
e negli uffici, in agricoltura e nei laboratori di abbigliamento. Circa 50mila
tra donne e bambini sono oggetto di mercato ogni anno, soprattutto provenienti
da Thailandia, Vietnam, Cina, Messico, Russia, Ucraina e Repubblica Ceca. Limes – 13.6.08 Iran: “Ahmadinejad vuole trattare
con gli Usa” -
Omid Memarian Pubblichiamo questa intervista
inedita con il prof. Hushang Amir-Ahmadi, direttore dell'American-Iranian
Council, concessa al giornalista iraniano Omid Memarian. Si tratta di un
documento di estremo interesse che apre una prospettiva nuova sulle lotte di
potere interne al regime di Teheran. E soprattutto tratteggia un Ahmadinejad
inedito che parla per il suo pubblico ma punta al negoziato con gli americani.
Da questo racconto emerge anche un canale di dialogo informale e parallelo fra
americani e iraniani, sul quale potrebbe domani basarsi l'apertura di
un'eventuale trattativa formale. Nel mese di febbraio Hushang Amir-Ahmadi,
studioso iraniano e professore alla Rutgers University dello Stato di New
Jersey, ha compiuto un viaggio in Iran per discutere con gli esponenti del
governo iraniano circa i rapporti Iran-Usa. Durante la sua permanenza in Iran
gli ambienti conservatori iraniani non hanno dato notizia della sua presenza,
ma dopo la sua partenza ci sono state delle reazioni che hanno trovato spazio
sul quotidiano Keyhan. Quando
gli chiedo se ha avuto un colloquio anche con Mahmud Ahmadinejad mi risponde di
non voler parlare di tale argomento. Amir-Ahmadi, oltre a dirigere il Centro
studi Mediorientali della Rutgers University è anche il direttore dell'
"American Iranian Council". Gli argomenti trattati in questa
intervista riguardano il forte interesse degli esponenti del governo di
Ahmadinejad a stabilire dei contatti con gli Stati Uniti, Le differenze tra Khatami
e Ahmadinejad in politica estera, gli aspetti e gli indirizzi della società
iraniana che sfuggono agli osservatori stranieri e il futuro dei rapporti tra
l'Iran e gli Stati Uniti. Quali
cambiamenti nelle attività legislative dell'Ottavo Majlis (il Parlamento) ci si
possano aspettare dalla presidenza di Ali Larijani rispetto alla passata
legislatura? "Senz'altro sarà un Parlamento più attivo. Al contrario
della presidenza di Haddad (l'ex presidente del Majlis), caratterizzato dalla
poca efficacia e poco rumore, quella di Larijani sarà una legislatura con molti
clamori, sia da parte dei conservatori che dei riformisti". Può fare un esempio in proposito? "Molto
dipende dalle caratteristiche personali di Larijani, persona particolarmente
dinamica e attiva, ma nell'attuale Parlamento ci sono anche molti deputati che
hanno un peso maggiore nella Repubblica islamica rispetto ai deputati della
passata legislatura e ciò vale innanzitutto per i deputati della maggioranza
conservatrice dell'Ottavo Majlis. Quindi sarà una legislatura difficile e un
Parlamento non facilmente domabile, anche perchè molti deputati credono di
essere in grado di realizzare grandi cose e di pronunciare grandi parole. Credo
che questo Ottavo Majlis assomigli molto al Quinto". Quali sono le differenze tra i conservatori dell'Ottavo Majlis rispetto
ai conservatori del Settimo? "Questo è un Majlis dominato
prevalentemente dai conservatori. Tuttavia il conservatorismo presente oggi
nella Repubblica islamica iraniana è assai diverso persino rispetto al
conservatorismo di due anni fa. Non penso che oggi si potrebbe definire Ali
Larijani un conservatore, perchè non possiede nessuna delle caratteristiche che
solitamente vengono attribuite ai conservatori. La stessa cosa vale per un uomo
come Ghalibaf, il sindaco di Teheran. Loro hanno presenti le realtà attuali e
agiscono da pragmatici, perchè sono preoccupati del futuro del proprio paese. Capiscono
i nodi della politica estera e della politica interna della Repubblica islamica
e sono consapevoli che il tempo per risolvere i problemi è già scaduto e che se
non si agisce immediatamente le conseguenze saranno gravi". Cosa sarà del passato conservatore di
Larijani? Secondo lei i conservatori di destra si sono spostati al centro?
Cioè, sono diventati dei conservatori pragmatici? In altre parole, ciò che
conta per loro è restare al potere e gestire i rapporti con gli Stati Uniti,
decidere la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, attuare una certa
politica economica, o una certa politica culturale? "E' esattamente
così. Io spesso dico ai miei amici se pensate che Ahmadinejad sia un radicale
vuol dire che non avete ancora conosciuto i radicali iraniani. Non l'ho mai
visto allineato ai più radicali del regime. Ovviamente Larijani è meno radicale
di Ahmadinejad, però tra loro due e i veri radicali esiste un divario enorme. I
veri radicali sono quelli che stanno con Hussein Shariatmadari (direttore del
quotidiano Keyhan), che stanno dietro a Ghazi Mortazavi (il giudice del
tribunale islamico), i radicali sono i seguaci di Hezbollah. Penso che si è
creato negli ultimi tempi un grande divario tra gli esponenti conservatori, un
divario che ha determinato la loro spaccatura in diverse fazioni. La distanza
tra i due poli opposti dei conservatori è talmente grande che è difficile
definire conservatore ambedue gli estremi. L'unico punto comune tra i due
estremi è il riconoscimento della leadership dell'Ayatollah Ali Khamenei, tolto
questo, si differenziano su tutto, sulla politica economica e sociale come sul
programma nucleare". Può fare un
esempio delle loro divergenze? "Uno degli esempi potrebbe essere
l'allontanamento del quotidiano Keyhan dalle posizioni di Ahmadinejad, ciò che
fino a poco tempo fa sembrava impossibile. Keyhan critica il governo ogni
giorno, mentre una volta Ahmadinejad era un idolo per il Keyhan. So che
ultimamente Mashai, il vice di Ahmadinejad ha fatto causa contro il Keyhan e lo
ha trascinato in tribunale: ecco dove sono arrivati i conservatori". Keyhan da sempre ha appoggiato qualsiasi
politica del governo di Ahmadinejad, non esiste una posizione radicale di
Ahmadinejad che non abbia trovato il sostengo di Keyhan: ha sostenuto i suoi
attacchi contro Israele, ha sostenuto il suo programma nucleare e ha sostenuto
la sua negazione dell'Olocausto. Cosa è cambiato? "Keyhan e
Ahmadinejad sono vicini dal punto di vista tattico. Io credo che le posizioni
di Ahmadinejad nei confronti d'Israele non siano posizioni strategiche.
Ahmadinejad mira soprattutto ad avvicinarsi agli Stati Uniti, così ingrandisce la
questione israeliana e si mostra anti-israeliano perchè pensa di poter in
questo modo aprire qualche porta in America". Però le posizioni tattiche di Ahmadinejad hanno provocato degli effetti
pessimi sulla sua strategia. Ora l'insieme delle dichiarazioni di Ahmadinejad
su Israele è il motivo principale delle minacce contro la sicurezza nazionale
iraniana... "E' vero, alla sua tattica è stata risposto negativamente
all'estero, nel senso che non hanno funzionato né a Tel Aviv né a Washington. Ha
funzionato in Iran e complessivamente nella regione e sfortunatamente
Ahmadinejad pensa alle sue tattiche guardando all'Iran e alla regione, senza
accorgersi che continuando così finirà per chiudersi tutte le porta che portano
all'America". Lei dice che
Ahmadinejad intende avvicinarsi all'America: cosa le fa pensare a questo? Per
il momento, i comportamenti degli ultimi due anni mezzo da parte di Ahmadinejad
dicono che in America e nel corso della campagna presidenziale qualsiasi
riferimento ad un eventuale colloquio con Ahmadinejad è considerato un peccato
capitale. "Ho diverse testimonianze che confermano invece la volontà
di Ahmadinejad di avvicinarsi agli Stati Uniti. Qui posso citarne alcune, ma
non tutte. Intanto sono ben informato e so che Ahmadinejad sta tentando di
avvicinarsi agli americani. Presto ci sarà un incontro tra le delegazioni del
Parlamento iraniano e del congresso americano. Ahmadinejad procede con velocità
per stabilire un contatto con gli americani. Sa che molte porte sono chiuse, ma
lui tenterà ancora di aprirne qualcuna. La situazione però non è a suo favore e
il motivo è il suo attacco contro Israele che ha creato molte tensioni. C'è
tuttavia un differenza in proposito tra Ahmadinejad e Khatami: Khatami diceva
agli americani: siete un grande popolo e io vi amo e mi piacerebbe parlare con
voi, ma non cominciava mai un rapporto vero con gli americani, mentre
Ahmadinejad dice agli americani: siete cattivi, però è disposto a dialogare con
loro. Il primo ha avuto una percezione positiva degli Stati Uniti, ma non ha
voluto o potuto parlare con gli americani, l'altro al contrario ha una
percezione negativa degli americani, ma fa di tutto per stabilire un rapporto
con loro. Quindi se guardiamo Ahmadinejad abbiamo una impressione negativa di
lui, perchè dice che gli Usa sono cattivi, ma bisogna vedere cosa fa in
pratica. Paradossalmente è lui che fin qui ha proposto agli americani
dell'ipotesi di dialogo positivo e sono gli americani che hanno respinto le sue
offerte". Mi può fare un esempio
delle proposte di Ahmadinejad che agli americani hanno respinto? "La
proposta di serie trattative con gli americani sul futuro dell'Iraq; la
proposta di una linea aerea diretta tra Teheran e New York: si trattava di
proposte assai serie". Lei sa però
che il problema vero non è una linea aerea tra Teheran e New York. I problemi
veri sono altrove, e né Bush, né Ahmadinejad sono disposti a rinunciarvi e a
trattare per cercare una soluzione comune. Secondo lei Ahmadinejad pensa che se
dovesse cedere su qualche punto gli americani alzerebbero ancora di più il
prezzo e sarebbe ancora più duro negoziare con loro? "Esattamente. Il
punto di vista di Ahmadinejad è il seguente: Khatami ha congelato per un anno
l'arricchimento dell'uranio e non ha ottenuto nulla, né dagli europei né dagli
americani. Ahmadinejad non vuole ripetere l'esperienza di Khatami e pensa che
sia pericoloso cedere agli americani. Dopo tutto, oggi il pacchetto di offerte
degli americani all'Iran perchè congeli l'arricchimento dell'uranio è venti
volte più ricco rispetto al pacchetto che era stato offerto a Khatami. A
Khatami non è stato dato nulla, lui stesso ha detto che gli incentivi offerti
dagli europei all'Iran erano offensivi, mentre Ahmadinejad già ha ottenuto
molto di più". Però le pretese di
Ahmadinejad non possono durare a lungo. Secondo lei la strategia di Ahmadinejad
prevede il punto in cui si fermerà e comincerà a trattare? Non può
mercanteggiare in eterno, deve fermarsi a un certo punto e negoziare,
altrimenti rischia di ricevere sempre meno e di far perdere il senso dello
stesso negoziato... "Penso che Ahmadinejad si deve fermare a un certo
punto, congelare l'arricchimento dell'uranio e risolvere il suo contenzioso con
gli americani. Questa è la sua strategia e questo è ciò che io ho detto al
governo iraniano". Questa è anche
la strategia dei radicali che il giornale Keyhan rappresenta? "Non
credo che la posizione di Ahmadinejad sia quella di Keyhan. Ahmadinejad non
ascolta quello che dice Keyhan e prosegue nella sua strada. Pensi alle
dimissioni del ministro degli Interni Mustafa Pur-Mohammadi che ha provocato
tanto clamore in Iran. Keyhan si è particolarmente risentito perchè
Pur-Mohammadi è stato messo da parte, perchè Pur-Mohammadi è una delle persone
più vicine a Hussein Shariat-Madari. Io sono testimone di ciò che ha fatto
Shariat-Madari per riportare Pur-Mohammadi al suo incarico da ministro: si è
rivolto a chiunque, anche alla Guida della rivoluzione l'Ayatollah Khamenei, ma
nessuno ha voluto contentarlo. Ahmadinejad ha detto no! Voglio dire che nella
Repubblica islamica ci sono delle tendenze assai più radicali di Ahmadinejad,
ma nello stesso tempo Ahmadinejad è cento volte più radicale di Larijani.
Esiste però una distanza tra Ahmadinejad, Larijani e i gruppi ultraradicali. Penso
che i radicali che oggi sono al potere, non quelli ultra ai suoi margini, si
stanno velocemente trasformando in pragmatici e intendono trattare con il
mondo, non vogliono essere uccisi e distrutti. Non vogliono perdere la propria
ricchezza e il proprio potere, quindi, sono disposti a trattare. Naturalmente
c'è anche una parte del regime che è disposto al martirio, ma non si tratta di
Ahmadinejad e di Larijani. Ci sono delle persone molto più pericolose in Iran
di cui non sappiamo niente e di cui non parliamo, molto più pericolose di
quelle che nominiamo ogni giorno. Penso che l'Ottavo Majlis proseguirà nella
direzione dell normalizzazione dei rapporti e verso l'attenuazione delle
tensioni". Larijani ha lasciato
l'anno scorso polemicamente il Consiglio di sicurezza nazionale e non era
contento dei suoi rapporti con Ahmadinejad. Quali saranno i suoi rapporti con
il governo ora che è il presidente del Majils? Sarà molto critico con il
governo? "Dipende. Larijani presidente del Majlis non ha voce sul
dossier nucleare. La posizione di Ahmadinejad sul nucleare è la posizione di
Khamenei, concordata con più persone. Penso invece che Larijani si farà sentire
sulla politica economica, in particolare su come utilizzare i proventi del
petrolio. Impedirà che il governo sperperi quei soldi, ciò che non è stato
capace di fare il suo predecessore Haddad. Larijani non provocherà lo scontro
tra la pubblica opinione e Ahmadinejad sul nucleare, ma cercherà di influenzare
le opinioni di Khamenei sul nucleare e cercherà di convincerlo che è giusto
negoziare ad un certo punto sul dossier nucleare. Comunque non penso che le
personalità di primo piano della Repubblica islamica intendano scontrarsi con
Ahmadinejad sul nucleare". Molti
dicono che esiste un stretto legame tra la presenza di Larijani al vertice del
Majlis, l'uscita di Haddad Adel dal comitato direttivo del Majlis e la
competizione in vista il prossimo anno per le presidenziali. Larijani cercherà
di offuscare il prestigio di Ahmadinejad come difensore dei poveri con le dure
critiche alla sua politica economica? "L'America e l'Occidente seguono
il proprio interesse e non si fermano più di tanto sulle persone. Se domani
Ahmadinejad congelerà il piano nucleare e concederà qualche vantaggio agli
americani, tutti, compreso gli israeliani, diranno che Ahmadinejad è un
democratico. L'America cerca di ottenere vantaggi e chiunque glieli farà avere
sarà una brava persona. Può essere Rafsanjani, Khatami o Ahmaedinejad. L'altro
punto è che il problema dei rapporti tra gli Stati Uniti e l'Iran non riguarda
Ahmadinejad, Haddad o Larijani, ma riguarda Khamenei, l'unico che non verrà
sostituito e fin quando ci sarà Khamenei è lui che alla fine decide. Bisogna
vedere fino a che punto Larijani, Ahmadinejad o chiunque altro sia in grado di
influenzare le decisioni di Khamenei. Non so chi di loro riesca a condizionare
di più Khamenei. Penso che Khamenei non conta molto su Haddad, perchè ritiene
che non sia nessuno e che non sarà lui il prossimo presidente. Haddad potrebbe
essere una brava persona, ma non ha alcuna base nel potere. Ahmadinejad ha
invece dalla sua parte i Pasdaran e i Basiji. Dopo Ahmadinejad, è Hgalibaf la
persona su cui si può contare. Ricordiamo che nelle recenti elezioni Ghalibaf
era alleato con Larijani. Credo che per il futuro, più che Larijani,
Ahmadinejad Haddad, sarà Ghalibaf la personalità emergente nella repubblica
islamica. Lui ha già cominciato a lavorare in quella direzione. Va spesso a Qum
per incontrare la gerarchia sciita e si sta avvicinando ai riformisti. Cercherà
di scendere in campo con una vastissima forza che dai pragmatici va fino ai
riformisti. Penso se qualcuno sarà in grado di battere Ahmadinejad quello è
Ghalibaf. Intorno a lui si sta formando una grande coalizione". Sembra che Ahmadinejad, cacciando il suo
ministro degli Interni e qualche governatore delle regioni miri seriamente a un
secondo mandato presidenziale. Parlo del ministro degli Interni, perchè è
risaputo che chi ha egemonia su quel ministero sarà in grado di far uscire
dalle urne i propri candidati. Insomma, i conservatori, ma Ahmadinejad in
particolare, non vuole sorprese. Che ne pensa in proposito? "E'
corretta la sua osservazione. Pur-Mohammadi non era effettivamente un uomo di
Ahmadinejad. Secondo le mie informazioni Pur-Mohammadi è una persona
indipendente ed è molto intelligente e non si considera affatto meno di
Ahmadinejad. Più volte si è scontrato con lui. Cacciando Pur-Mohammadi,
Ahmadinejad si è fatto molti nemici, tra cui il quotidiano Keyhan. Però non
poteva fare altrimenti. Il governo di Ahmadinejad ha guadagnato anche molti
soldi con il barile di petrolio oltre i 120 dollari e guadagnerà ancora di più
il prossimo anno. Quindi è difficile deviare Ahmadinejad dalle sue ambizioni
per un secondo mandato presidenziale. I presidenti che affrontano la campagna
per il secondo mandato hanno un vantaggio rispetto agli altri, perchè hanno a
disposizione i soldi del proprio governo. Dopo la rivoluzione, tutti i
presidenti sono stati eletti per due volte. Però Ahmadinejad questa volta deve
fare i conti con Ghalibaf. Penso che le prossime presidenziali saranno molto
rumorose in Iran". Lei è stato in
Iran nel mese di febbraio. Ha incontrato anche Ahmadinejad? "Di questo
non intendo parlare". Va bene. Secondo
lei che cosa sfugge all'estero del sistema politico iraniano? "Intanto
tutte le vicende in seno allo schieramento dei conservatori delle quali non ci
si accorge all'estero. In Iran avevo l'impressione che ci fosse una distanza
sempre più profonda e sempre più grande tra la gente e il sistema politico, tra
la gente e le strutture della società. Una grande forza giovanile, con delle
aspettative di alto livello a cui il sistema non è capace di rispondere.
L'opinione pubblica non mostra più alcun interesse per il gioco delle correnti
contrapposte in seno al regime. Quando si parla dei conservatori o dei
riformisti, sono categorie che hanno un valore per le forze politiche non per
la gente. Il teatrino delle correnti politiche ha perso ogni valore per la
popolazione. La gente s'interessa innanzitutto dei progetti che riguardano la
nazione e riguardano i loro problemi. E per i progetti nazionali non intendo il
nazionalismo, ma dei progetti che abbiano un senso collettivo, complessivo.
Sono del parere che presto spariranno le correnti politiche in Iran e si
avvierà nel paese un nuovo processo politico, basato sulla coalizione di
diverse forze sul consenso per la realizzazione dei progetti d'interesse
nazionale. Questo è ciò che sta facendo ora Ghalibaf. Non dice di essere un
conservatore o un riformista, fa capire che intende andare oltre le attuali
etichette politiche, che vuole superare la vecchia dialettica tra le correnti
tradizionali del regime. Questa è la novità che sta maturando in Iran. Un'altro
punto è che per avvicinarsi agli americani il governo di Ahmadinejad sta
facendo molto di più rispetto a quello che si percepisce all'estero. Il suo
guaio è che non sa cosa deve esattamente fare e per sua sfortuna non ha a
disposizione una forza in grado di organizzare a livello tattico e strategico
l'avvicinamento della Repubblica islamica agli Stati Uniti. Ahmadinejad ha
accettato a livello strategico che deve dialogare con gli americani, ma non sa
come gestire la questione tatticamente. Tutto questo non si vede all'estero.
Ciò che si sente all'estero è un aumento costante delle tensioni con gli Usa,
ma Ahmadinejad non desidera far crescere le tensioni con l'America. Il
presidente iraniano subisce i contraccolpi dei suoi attacchi contro Israele nei
rapporti tra l'America e Iran. L'ultimo punto su ciò che all'estero non si vede
riguarda lo scontro ideologico in Iran: l'islamismo come corrente politica,
anziché come corrente religiosa, sta scomparendo e sta lasciando il suo posto
ad una tendenza post-ideologica che assomiglia molto al pragmatismo.
Sfortunatamente il regime iraniano non sa come liberarsi di una serie di
chiusure che si è creato nel corso degli anni al suo interno. Ad esempio non
sanno come risolvere il gap tra la religione e la politica". Lei parla dei grandi progetti nazionali.
Quali sono le caratteristiche di questi progetti? "Sono progetti che
riguardano i temi e le difficoltà maggiori del paese, cioè l'economia e la
giustizia. Gli iraniani vogliono che chi arriva al potere affronti l'economia e
la giustizia. Un'altro progetto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti. Molti
iraniani credono che fin quando i rapporti con gli Stati Uniti resteranno tesi
non si potranno realizzare buoni programmi economici e adeguati progetti per
elevare la giustizia e la libertà nel paese. Poi c'è il progetto di una legge
per le libere elezioni. Le libere elezioni come progetto nazionale, non come
proposta di una corrente politica. Molti in Iran pensano di dover cambiare la
legge elettorale. Economia e giustizia, rapporti con l'America, le libere
elezioni: chi metterà questi progetti in cima al suo programma politico vincerà
le prossime elezioni presidenziali in Iran. Lei ha detto che Ahmadinejad non sa come stabilire rapporti con gli
Usa. A Teheran lei ha suggerito qualche soluzione agli interessati? "Si,
ma non è il governo che decide sul tema dei rapporti con gli Usa. Il problema
dei rapporti Iran-Usa non è un semplice problema politico-diplomatico, va oltre
e comprende l'insieme dei rapporti all'interno del paese e tra l'Iran e gli
altri paesi della regione. I riflessi del problema dei rapporti Iran-Usa creano
amici e nemici, dentro e fuori dell'Iran e rendono ancora più ingarbugliati
tali rapporti. Dentro l'Iran alcuni vorrebbero controllare i rapporti con gli
Stati Uniti e altri vorrebbero esserne protagonisti, ma ho l'impressione che
progressivamente la classe politica iraniana si stia rendendo contro che la
questione dei rapporti con gli Usa non riguarda più una fazione o una corrente
del regime, ma è diventato ormai una questione nazionale e che bisogna
risolverla partendo dagli interessi nazionali. Il guaio è che ancora il governo
di Ahmadinejad affronta i rapporti con gli Usa come una questione che riguarda
la sua corrente. La stessa cosa, con modalità diversa, è successo a Rafsangiani
e a Khatami: anche loro hanno affrontato i rapporti con gli Usa partendo dal
punto di vista della propria corrente politica e non sono riusciti a venirne a
capo. Recentemente però è successa una cosa in Iran che potrebbe mutare
completamente la situazione: mesi fa a Yazd l'Ayatollah Khamenei ha sostenuto
che "non possiamo per sempre essere nemici dell'America, però non è giunta
ancora l'ora della riconciliazione". Le sue parole hanno svuotato i
rapporti tra l'Iran e gli Usa dei suoi contenuti e aspetti ideologici e hanno
avviato un percorso pragmatico per affrontare la questione dei rapporti con
l'America. Il problema non è più se è giusto o meno avere rapporti con gli Usa,
ma quando si possono e si devono avere tali rapporti. Il prossimo presidente
iraniano avrà maggiori chance per risolvere il nodo dei rapporti con gli
Usa". Altri sei mesi e si voterà
anche in America. Nelle scorse settimane più volte si è parlato di un attacco
militare americano, magari limitato, contro l'Iran. I conservatori iraniani
ritengono che un eventuale guerra contro l'Iran condizionerà le mosse del
prossimo presidente americano nei confronti della questione iraniana, ma
potrebbe essere anche una operazione per indurre l'Iran ad accettare qualsiasi
condizione che verrà posta dagli americani... Da qualsiasi parte si guardi l'eventualità
di un attacco contro l'Iran, sembra che la guerra comunque provocherà un
ritorno al passato rivoluzionario e annullerà le recenti evoluzioni politiche:
lei che conosce da vicino ciò che accade a Washington, pensa che minacciando la
guerra l'America intende impaurire gli iraniani oppure la guerra è una realtà
che col passare dei giorni diventa sempre più possibile? "I prossimi
sette o otto mesi saranno cruciali per i rapporti tra l'Iran e gli Usa e
saranno assai angosciosi. Non sono mesi adatti alla costruzione politica, ma
mesi nei quali succederanno fatti. Voglio dire non sarà la politica a stabilire
cosa accadrà tra i due paesi, ma i fatti, gli incidenti non controllabili che
potranno provocare azioni militari contro l'Iran. Il governo iraniano è
preoccupato degli incidenti non controllabili e aumentano le forze che
monitorano costantemente la situazione, ritenuta molta pericolosa". Mi vuol dare una notizia per concludere
questa intervista? "Se riusciremo a superare i prossimi mesi sani e
salvi, penso che ci sarà una buona notizia da parte del prossimo governo
iraniano a proposito dei suoi rapporti con gli Usa. La mia impressione è che
progressivamente la classe politica iraniana si sta stancando dei fervori
rivoluzionari della prima ora e pensa che dopo 30 anni dalla rivoluzione la
società deve andare avanti. Io sono ottimista sia per ciò che riguarda le
prossime condizioni economiche iraniane, sia a proposito dei rapporti con gli
Usa. L'Iran di oggi possiede una straordinaria forza giovane che ha studiato e
che conosce cosa è il mondo ed è ormai impossibile trascinarla indietro,
qualsiasi cosa accada, l'Iran sta andando avanti.. Repubblica – 13.6.08 Ma Berlusconi avvisa gli alleati. "Sul
lodo Schifani non mi fermate" LIANA
MILELLA SOSPENSIONE
dei processi (compresi i suoi) e nuovo lodo Schifani per proteggere dalle
inchieste le alte cariche dello Stato (lui compreso). Doveva essere un piano
segreto. Da servire già pronto e senza contrasti nella coalizione. Su cui non
sollevare pubblici battage e girotondi. Invece ora tutto è ormai pubblico. Con
il deciso niet della Lega ad approvare norme che, per salvare il premier dai
suoi guai giudiziari, intralcerebbero inevitabilmente il lavoro dei giudici. Il
Cavaliere, quando l'ha letto, è letteralmente andato su tutte le furie. E ha
gridato: "Ma quale tela di ragno. Non sono io che la tesso, la tessono da
tempo i magistrati contro di me. Io sono solo la loro vittima". Il primo
destinatario della sua collera, nel giorno che doveva celebrare la sua amicizia
con Bush e la vittoria sui dubbiosi delle intercettazioni, è stato l'ex
Guardasigilli Roberto Castelli. Alle 11, all'Auditorium, in piena assemblea
della Confartigianato, il premier è entrato quando l'attuale vice ministro
leghista per le Infrastrutture era già seduto in prima fila. Castelli si è
alzato ed è andato a salutarlo. Berlusconi lo ha aggredito all'istante. E gli
ha aperto sotto il naso la cartellina della rassegna stampa con il titolo di
Repubblica in bella evidenza: "Cos'è questa roba? Ma allora siete contro
di me? Eppure anche voi nel 2003 avete votato il lodo Schifani". Un'ora
dopo è andato avanti nella riunione a palazzo Chigi in cui si doveva chiudere,
almeno sul fronte della Lega, il capitolo delle rimostranze sulle
intercettazioni, per via della pretesa del capo del governo di escludere, senza
prova d'appello, i reati di corruzione e concussione. Davanti al leader del
Carroccio Umberto Bossi, al ministro dell'Interno Bobo Maroni, al capogruppo
alla Camera Roberto Cota, il premier si è sfogato per quello che ha considerato
un atto di slealtà. "Che vi sta succedendo? Improvvisamente non vi va più
niente a genio? Avete protestato per il patteggiamento, poi per le
intercettazioni, e adesso ancora sulla sospensione dei processi. Eppure avete
firmato il programma di governo. Ma sappiate che io vado avanti lo
stesso". Avanti anche sul lodo Schifani. Per il quale le carte sono già
pronte. Niccolò Ghedini, l'avvocato e consigliere giuridico di Berlusconi,
reagisce all'insegna dell'understatement e si rifiuta di dare conferme.
"Il lodo? Adesso non c'è". Ma aggiunge che sarebbe possibile
presentarlo con una legge ordinaria e correggendo facilmente le anomalie per
cui la Corte costituzionale lo aveva bocciato a gennaio del 2004. La Lega, per
adesso, incassa il successo sulle intercettazioni. E si prepara a mettere
paletti su future norme che all'elettorato padano darebbero l'impressione di
voler proteggere la "casta". Bossi e Maroni lasciano palazzo Chigi
soddisfatti. Nel provvedimento, che comunque limiterà il potere dei magistrati
di ascoltare colloqui telefonici, ci sarà tutto il capitolo dei reati contro la
pubblica amministrazione. Proprio come loro avevano chiesto pena la minaccia di
non firmare il provvedimento. Fino a tarda sera il ministro della Giustizia
Angelino Alfano è rimasto in via Arenula per controllare e ricontrollare la
"lista". Pronto a dire: "Sono stato io il primo, perfino di
fronte alle telecamere di Matrix, a dire che la corruzione non andava
esclusa". Un modo per sottolineare che l'atteggiamento leghista ha creato
più di un fastidio nell'entourage più stretto di Berlusconi. Soprattutto perché
il rischio è che stamattina, in consiglio, si faccia avanti la protesta di An. Un'avvisaglia
è già arrivata ieri dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Che a
Bruxelles, al suo primo Consiglio di difesa della Nato, ha trovato il tempo per
riaprire il discorso sulle intercettazioni. "Niente è ancora definito,
dobbiamo ancora discutere. E lo faremo ancora durante la riunione del consiglio.
È vero che ci sono stati degli abusi nelle intercettazioni, ma bisogna fare in
modo che nessuno possa dire che noi abbiamo bloccato il lavoro dei magistrati e
le indagini". E ancora: "Per me più largo è il ventaglio dei reati
per cui si può intercettare e meglio è". Poi un contentino per il
presidente del Consiglio: "Parlo di lodo Maccanico e non di lodo Schifani.
Io all'epoca non ero contrario. Con le opportune correzioni potrai votarlo di
nuovo". La guerra dei treni puliti – Flavia Amabile Nei
prossimi giorni i treni potrebbero riservare sorprese sul genere di quella
capitata ieri ai passeggeri dell' Intercity 582 partito da Napoli alle
6,25verso Milano. La sorpresa questa volta non è il ritardo, lo sciopero, il
freno azionato a mano dal matto di turno. Sono bottiglie, lattine e ossa di
pollo fra i sedili, un pannolino da bambino nel cestino di uno scompartimento,
bagni sudici e inutilizzabili, sacchetti pieni di spazzatura nei corridoi. Non
era una provocazione legata ai rifiuti campani, anche se forse qualche
ispirazione c’è stata. La protesta arriva dai lavoratori di alcune ditte di
pulizie che lavorano in appalto per l’ azienda. Senza stipendio da circa un
mese, da ieri sono in agitazione anche a Bari, Lecce, Taranto, Palermo. Oltre a
riempire di rifiuti i vagoni, sono riusciti a far sopprimere un treno -
l’Eurostar Napoli-Roma delle 7.10 - e a
farne partire in ritardo altri quattro successivi. Trenitalia ha denunciato per
interruzione di pubblico servizio l’azienda appaltatrice madre che ne raggruppa
altre satellite. In realtà l’azienda ferroviaria ha già annunciato l’intenzione
di rescindere il contratto con questa l’impresa. ''Non possiamo spendere 190
milioni di euro ed avere ancora i vagonis porchi'', commentano alle Fs. I
lavoratori hanno risposto con la protesta dei rifiuti. E alle Fs temono che non
si tratterà di un caso isolato ma che si ripetano i disagi del 2002 quando si
creò una situazione molto simile. I passeggeri dell’Intercity 582 hanno
viaggiato per sei ore insieme ai rifiuti. «Quando sono salita, sul treno ho
trovato resti di biscotti, cibo e sacchetti negli scompartimenti - ha
raccontato un’anziana partita da Napoli - E ho dovuto pulire, io stessa, prima
di sedermi. In realtà non volevo più partire...». Inutile, secondo un’altra
passeggera, chiedere spiegazioni ai controllori del convoglio: «Si sono
limitati a dirci che non ci avrebbero chiesto di vedere i biglietti, come se
questo potesse consolarci della spazzatura». Senza nemmeno sapere il perché di
tanta sporcizia, molti passeggeri hanno viaggiato sperando per ore in una
pulizia straordinaria lungo il tragitto, ad esempio alle fermate di Roma e
Firenze. E invece addetti armati di sacchetti e idropulitrici sono comparsi
solo a Bologna. Riempiti alla fine cinque sacchi e resi di nuovo agibili i
bagni, il convoglio è partito verso le 12.50. «Evidentemente a Bologna c’erano
le condizioni migliori per l’intervento, disponibilità di personale e tempo»,
ha spiegato l’ufficio stampa di Trenitalia. In effetti l’Intercity è arrivato
nella stazione bolognese con dieci minuti di anticipo per consentire la pulizia
straordinaria. «Ma non finisce qui - ha urlato una passeggera al capotreno -
Questo è peggio di un treno merci e allora era meglio non farlo partire. Non
vogliamo più subire umiliazioni così e faremo denuncia a Trenitalia». Le
Ferrovie dello Stato «da un lato si impegneranno a contenere tali azioni
compiute a danno della pulizia dei treni, e dall’altro procederanno senza
indugio al rinnovo dei contratti». Nel frattempo hanno denunciato tutti coloro
che ieri hanno compiuto gesti vandalici, ai limiti del sabotaggio, come li
definiscono alle Fs. "Da tenente comunista ai
bordelli della Cina" - HENRY CHANG, LUCIEN SIMON YANGI
(Cina) - Piccola ma robusta, coi capelli corti e il viso segnato dal lavoro nei
campi, è una donna coraggiosa e decisa. Inginocchiata sul tipico pavimento
coreano, l’ondol, fatto di carta oleata e riscaldato dal basso, in una modesta
casetta in un villaggio a 30 chilometri dal confine segnato dal fiume Tumen, la
donna tiene in braccio il figlioletto addormentato. Per arrivare dalla Corea
del Nord, ha percorso un’odissea uguale a quella di migliaia di nordcoreani,
come lei in fuga dalla dittatura e dalla fame. Originaria della città di
Onsong, questa donna di 26 anni lavorava in una miniera di carbone. Il Nord
della provincia di Hamgyong è la parte più povera del Paese, la «Siberia
coreana», per i clima e per le deportazioni. Il padre, membro del partito dei
Lavoratori, venne «purgato» quando era ancora una bambina e dovette lasciare la
capitale Pyongyang per fare il minatore. Morì durante la grande carestia del
1990, quando un milione di persone su 20 persero la vita per gli stenti. «Fu
allora che decisi di partire. Non ero mai uscita dal mio comune. Le voci
dicevano che in Cina si stava meglio. Quando non si sa nulla, si sopporta
tutto, ma se una luce compare nella notte, si va in quella direzione». Aveva 19
anni. Pagò una mazzetta a una guardia di frontiera e passò il fiume. Dall’altra
parte venne fermata dalla polizia cinese. Un mese dopo ci riprovò e fu di nuovo
rimpatriata. La terza volta fu presa di nuovo. «Mi hanno caricata su una jeep,
ammanettata. Ma le manette erano troppo larghe per i miei polsi, sono saltata
giù. Poi ho corso, come una pazza, fino a seminarli». Dopo trenta chilometri a
piedi attraverso le montagne è arrivata a questo villaggio (vicino alla città
di Yangi) abitato da sino-coreani. La comunità di origine coreana vive da tre
generazioni nella regione autonoma di Yanbian, alla frontiere con la Corea del
Nord. In tutto sono circa un milione di persone, che permettono agli espatriati
di confondersi nella massa. I più vengono per brevi periodi, tirano su un
gruzzoletto e tornano indietro. Altri s’imbarcano in un viaggio di 5.000
chilometri fino allo Yunnan, di lì passano nel Laos e poi in Thailandia, dove
chiedono asilo politico alla Corea del Sud. Altri, come la giovane donna
fuggita dal lavoro in miniera, si stabiliscono nella comunità sino-coreana. Lei
è andata a vivere con un contadino di 52 anni, hanno avuto un bambino. Sorride
quando lui le chiede se è felice: «Ma ho paura». Dall’inizio dell’anno i 1.300
chilometri di frontiera tra Cina e Corea del Nord sono sigillati. Telecamere,
reticolati, pattuglie di poliziotti e soldati sulle vie che costeggiano il
fiume Tumen. Lo stesso sulla riva coreana. Le pene per chi cerca di passare
sono state inasprite. «Oramai passano in pochissimi», dice un prete di un altro
villaggio dalla case basse, non lontano dal fiume. Il campanile della chiesa è
sormontato da un croce sproporzionata: un punto di riferimento per gli
espatriati. La comunità sino-coreana è in maggioranza cristiana e le chiese
sono maglie importanti nella rete di supporto locale. Per i cinesi i transfughi
coreani non sono rifugiati politici, ma «immigrati per ragioni economiche»,
illegali, da rimpatriare secondo gli accordi con la Corea del Nord. Adesso
però, alla vigilia dei Giochi olimpici, Pechino vuole evitare critiche
internazionali per violazioni dei diritti umani. «Le autorità cinesi - spiega
il prete - hanno due obbiettivi: mostrarsi inflessibili nel bloccare gli arrivi
ma far mostra di grande flessibilità con quelli che sono già in Cina. Da
qualche mese, le deportazioni sono praticamente cessate». Una tolleranza
confermata da varie fonti, ma che potrebbe essere solo temporanea. Soprattutto
nei riguardi delle donne la mano cinese è più leggera «Le pene sono meno
severe», conferma il prete. Le coreane che passano in Cina sono spesso sposate:
guadagnano qualche soldo per nutrire la famiglia e poi tornano indietro. Altre
cercano di rifarsi una vita. Ma tutte rischiano di finire nelle grinfie dei
«mercanti di donne»: stuprate, vendute come spose a vecchi contadini, costrette
a prostituirsi. A Shenyang, nel quartiere di Xinda, scintillante di luci e
insegne di ristoranti e bar karaoke, le immigrate coreane clandestine ci
lavorano come inservienti, domestiche. Altre si vendono sul mercato della
notte. In un locale lussuoso, una giovane dal viso bellissimo, con un vestito
sgargiante e cortissimo, è seduta su un divano in un angolo discreto. «Ero
nell’esercito, sottotenente - racconta -. Poi mi hanno spedito in fabbrica. Non
avevo nessuna possibilità di vivere decentemente. Un’amica passata in Cina mi
ha mandato il denaro necessari per corrompere le guardi (230 euro). La mia
amica mi ha anche trovato un lavoro. Con i soldi guadagnati in tre mesi ho
fatto venire anche mia madre». I passeur forniscono anche numeri di cellulari
cinesi da chiamare per organizzare la fuga. Queste comunicazioni clandestine
servono anche a capire quello che sta succedendo in Corea del Nord: la crisi
alimentari non è ai livelli della carestia del 1990, ma le regioni più povere
sono già in condizioni disperate. La ragazza esce dal locale all’alba, senza
farsi notare. Shenyang è l'avamposto della presenza coreana in Cina. Ma è anche
un nido di spie. Meglio stare attenti. Copyright Le Monde |
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