Back

Indice Comunicati

Home Page

Cultura della sicurezza

Manifesto – 13.6.08

 

Cultura della sicurezza? Parole, parole, parole - Sara Farolfi

ROMA - Prevenzione, cultura della sicurezza: «Parole al vento», secondo il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta lampo sui morti della ThyssenKrupp: «La cultura della sicurezza rischia di essere uno slogan, una formula retorica dietro cui nascondere una sostanziale evasione dagli obblighi di prevenzione». Dieci giorni fa Guariniello era proprio a Catania per illustrare ai magistrati del tribunale il nuovo codice varato dal governo di centro sinistra. «Sono passato dalla Calabria alla Sicilia cercando di portare il messaggio della legge. Il fatto è che la legge è un ottimo messaggio, ma se gli organi di vigilanza funzionano a stento e se i processi non si fanno, come mi hanno detto i magistrati catanesi, è un messaggio quasi pittoresco». «Ma lei lo sa qual è la legge più importante in materia di sicurezza sul lavoro? Qual è? È una norma che abbiamo dal 1930 e che dice una cosa molto semplice: chiunque omette di adottare misure contro infortuni è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, se poi da quella omissione deriva un infortunio la reclusione passa dai tre ai dieci anni. E' una norma che punisce chi consapevolmente omette le misure anti infortunistiche e, dopo la prescrizione dell'ispettorato, non si mette in regola. Bene, questa è anche una delle norme più disapplicate del paese. Nell'ultimo anno, la Cassazione se ne è occupata due volte, con due sentenze: significa che questi processi non si fanno, che non si fanno accertamenti approfonditi, che le procure sono disorganizzate. Poi magari capita una tragedia come quella che è successa e c'è tutta un'energia ispettiva e giudiziaria che viene messa in campo: bisogna seguire i processi che riguardano la violazione delle norme di sicurezza, non solo dopo la tragedia. Che rapporto c'è tra azione legislativa, giudiziaria e quella può competere alle parti sociali sul luogo di lavoro? Il processo legislativo in Italia è sempre stato molto attivo, dagli anni '50 ad oggi. Abbiamo ottime leggi ma completamente disapplicate e credo sia un grande errore delle forze sociali e politiche quello di vedere nelle leggi il momento risolutivo della questione. La dimostrazione palese sta in quello che è avvenuto: si è fatta una nuova legge, ma non è che i luoghi di lavoro siano diventati più sicuri. Non si fanno accertamenti, le procure non sono organizzate, e anche dopo gli infortuni, i processi, quando si fanno, finiscono in prescrizione. La cultura della sicurezza, nel senso di impunità generalizzato, non si svilupperà mai. E anche le sanzioni, sono un deterrente se realmente applicate. Pensa che anche sul versante del lavoro scarseggi la cultura della sicurezza? Il lavoratore è la parte debole del rapporto di lavoro, è sempre stato così, e i singoli riescono a portare avanti istanze di sicurezza non in quanto singoli, ma se adeguatamente rappresentati. Le organizzazioni sindacali lo stanno facendo, ma la maggior parte degli infortuni avvengono nelle piccole aziende, dove la rappresentanza sindacale è più debole. La capacità e la forza di imporre sicurezza nasce anche dalla formazione, che non può esaurirsi nella distribuzione di opuscoli e nella firma del lavoratore a riprova dell'avvenuta consegna. E le imprese, quali responsabilità hanno? Cultura della sicurezza significa che tutti devono essere convinti della necessità. Ma la convinzione, realisticamente, nasce anche dal fatto che ci siano vincoli effettivi perchè la tentazione che può esserci di risparmiare è forte e risponde a una logica comprensibile. «Diffondere la cultura della sicurezza», è una di quelle frasi frequenti, quasi mitiche. Ma se vogliamo essere realistici e concreti la diffusione della cultura della sicurezza passa anche attraverso un'adeguata vigilanza degli organi preposti e un'efficiente azione dell'autorità giudiziaria. Tutto il resto mi sembrano parole al vento. Un paese in cui questo è carente, è un paese in cui la cultura della sicurezza vacilla.

 

Lo shock di Mineo - Antonio Sciotto

MINEO (CT) - I sei morti al depuratore sono una tragedia per tutta Mineo: «Qui siamo tutti parenti e amici», ci spiegano i tanti abitanti che sin dal mattino si sono dati appuntamento di fronte al municipio. Una piccola comunità di cinquemila persone, abbarbicata su una collina della Sicilia interna, a pochi chilometri da Caltagirone, e a più di un'ora da Catania. Una cittadina dai vicoletti ripidi, la patria del verista Luigi Capuana, meta ogni Natale di un pellegrinaggio da tutta l'isola: qui i paesani animano un presepio vivente che occupa tutto il centro storico. Fratelli, sorelle, mogli, cognate, i «picciriddi», impersonano Giuseppe, la Madonna, i pastorelli, vestiti però con gli abiti tradizionali dei coltivatori e artigiani siciliani. La notizia della morte è arrivata come una bomba: in piazza, in edicola, nei baretti non si parla d'altro. «Oggi non volevamo nemmeno aprire», ci dicono le titolari del caffè Big Ben, madre e figlia: «i ragazzi venivano ogni giorno a mangiare qui». I manifesti elettorali sono stati tolti quasi tutti; il sindaco, Giuseppe Castania, indagato insieme ad altre sei persone nel pomeriggio, ha chiesto al ministero degli Interni di poter rinviare le elezioni amministrative previste dopodomani. In piazza, dietro il monumento a Capuana, campeggia una grossa insegna che attira subito l'attenzione: «Partito comunista italiano», storica ma ritinteggiata di recente, dopo che anche in Sicilia la Sinistra è scesa ai minimi termini. Mineo era in passato una roccaforte rossa. Nei corridoi del Comune gli impiegati siedono al computer con facce da funerale, si abbracciano, hanno gli occhi pieni di lacrime. «Eravamo come una famiglia», dicono riferendosi ai quattro colleghi scomparsi nella vasca di fango: Giuseppe Zaccaria, di 47 anni; Giovanni Natale Sofia, 37; Giuseppe Palermo, 57; Salvatore Pulici, il più giovane, di 37 anni. «Tutti sposati e con figli, mandavano avanti le famiglie con il loro solo stipendio», ha spiegato il primo cittadino. Il presidente della Repubblica Napolitano ieri ha telefonato per annunciare il suo aiuto alle vedove. Poi ci sono i due morti originari di Ragusa, dipendenti della ditta di spurgo Carfì srl, che ha sede a Pozzallo: Salvatore Tumino e Salvatore Smecca, entrambi di 47 anni; l'ultimo, secondo quanto dichiarato dal procuratore di Caltagirone Onofrio Lo Re, sarebbe stato assunto il giorno precedente o addirittura lo stesso della tragedia. Elemento che indicherebbe la «precarietà» dei servizi offerti dalla Carfì: si potrebbe trattare di un lavoratore in nero, messo in regola subito dopo la morte? «E' un punto su cui dovremo fare chiarezza», ha concluso il procuratore dopo che nel pomeriggio sono stati annunciati i nomi dei sette indagati per l'ipotesi di «omicidio colposo plurimo»: il sindaco di Mineo, il direttore dell'ufficio tecnico del Comune, Marcello Zampino, quattro assessori - Giuseppe Mirata, Giovanni Amato, Antonino Catalano e Giuseppe Virzì - e Salvatore Carfì, titolare dell'omonima ditta di spurgo. Ricostruire l'accaduto non è semplice: per il momento ci sono solo ipotesi. Seppure teoricamente restino in piedi la folgorazione o l'annegamento, quella che prende più piede è la morte per asfissia: i lavoratori sarebbero stati uccisi dal metano che si forma in questo tipo di depuratori, basati sulla «stabilizzazione anaerobica» delle acque reflue. Le fognature, spiega il vicepresidente dell'Ordine dei chimici di Catania e consulente del Comune di Mineo, Carmelo Pezzella, vengono trasformate da organiche in inorganiche, grazie all'assenza di ossigeno, e dunque trasferite in una discarica. Il depuratore della cittadina è in funzione da 5 anni, è largo 5 metri e lungo 12: la profondità è di 5 metri e contiene circa 90 metri cubi di liquido. Lo sversamento delle acque reflue dalla città è costante, e il depuratore normalmente va avanti da solo: ma ogni tanto deve essere effettuato uno spurgo per liberare eventuali intasamenti. In questi casi, il comune chiama una ditta esterna, di recente è più volte intervenuta la Carfì. Il direttore tecnico Zampino spiega che «l'azienda è stata scelta perché si è presentata come la più concorrenziale»: insomma, è quella che offre i prezzi più bassi. L'ordine di servizio per i lavori è stato firmato da Giuseppe Zaccaria, uno dei dipendenti comunali morti nella vasca, che era «responsabile dell'impianto, anche per i problemi della sicurezza», dice il sindaco Castania. Salvatore Pulici, l'unico precario, era addetto alla custodia del depuratore e al prelievo dei campioni da analizzare. Inizialmente, pare che ci fossero solo questi due impiegati comunali insieme ai due operai della Carfì, solo per sovrintendere i lavori. A un certo punto deve essere successo qualcosa - si ipotizza la perdita di controllo del tubo che dal camion dello spurgo aspira le acque - cosicché i due operai avrebbero chiesto agli impiegati una scala. «Ma nella vasca non ci sono scale fisse - confermano il sindaco e il direttore tecnico - perché dentro il depuratore è vietato l'accesso». A comprare la scala in paese, probabilmente su richiesta di Zaccaria, secondo il sindaco sarebbe stato allora uno degli altri due impiegati, Palermo e Sofia, recatisi poi anche loro al depuratore. «Ma tutto questo era gestito in autonomia dal personale delegato - insistono sindaco e direttore tecnico - Della scala noi non sapevamo nulla quando è stata acquistata». Insomma, l'operazione sarebbe totale iniziativa delle sei vittime, o almeno questa è la versione offerta ieri dai dirigenti del Comune prima che si diffondesse la notizia che erano stati indagati dalla procura. Quel che è certo è che nessuno sarebbe dovuto mai entrare nella vasca, data la presenza del metano. La stessa Carfì ha dichiarato che «per l'esecuzione del servizio di espurgo non era prevista né dalle nostre procedure aziendali, né dalle disposizioni del committente, la presenza di nostro personale all'interno della vasca». Probabilmente i due operai ragusani, sottovalutando il pericolo magari per mancanza di formazione, sono entrati per primi, e poi i dipendenti comunali sarebbero intervenuti per soccorrerli. Nessuno di loro, ha spiegato il procuratore Lo Re, indossava maschere né bombole di ossigeno, anche se - notizia non ufficialmente confermata - i vigili del fuoco all'atto del primo sopralluogo avrebbero verificato che invece nel camioncino della Carfì c'erano maschere e altre attrezzature di sicurezza. Adesso allora bisognerà capire: 1) se gli operai fossero informati dei rischi e perché non abbiano utilizzato, qualora davvero fossero presenti, le attrezzature per scendere in vasca; 2) se i dipendenti comunali fossero informati a loro volta del rischio della discesa: se sapevano, sarebbero stati spinti a scendere da un puro istinto solidaristico, come ha fatto capire tra le righe il sindaco, secondo il quale la tragedia si sarebbe verificata «per un'iniziale sottovalutazione, seguita poi da una catena di solidarietà». Di «catena di amore e solidarietà» ha parlato anche il parroco di Mineo, che ieri ha organizzato una veglia di preghiera. Oggi e domani si svolgeranno le autopsie, per i funerali si dovrà attendere ancora qualche giorno.

 

Santa Rita, è cominciato lo scaricabarile sulla pelle dei pazienti

Mariangela Maturi

MILANO - Uno, ha solo «obbedito ai vertici della struttura sanitaria». L'altro, non si è mai accorto di nulla. Mentre continua lo scaricabarile dei medici della Santa Rita interrogati dai magistrati, l'unico che sembra non arrendersi all'evidenza è Roberto Formigoni. Il governatore resta aggrappato al timone del suo modello lombardo di efficienza sanitaria, anche se la barca cola a picco. La mette sul melodrammatico, contro «le troppe speculazioni politiche e propagandistiche che oscurano la realtà», convinto che i suoi dati infallibili sul 5% di controlli eseguiti siano sufficienti a non travolgere lui e l'assessore alla sanità Bresciani. Racconta delle indagini svolte alla Santa Rita nel 2006 e degli ottimi risultati della struttura, «una dimostrazione in più che l'intenzione a delinquere del singolo non può essere prevista». Le responsabilità, dunque, andrebbero ricondotte al demerito personale. Di tutt'altro avviso Rosy Bindi, ex ministro della sanità da sempre contraria al modello formigoniano: «Questo sistema è fallito. Sarebbe troppo comodo dire che in questa vicenda esistono esclusivamente le responsabilità personali dei medici coinvolti». Per il segretario regionale del Prc Alfio Nicotra, «l'insistenza sui controlli regionali sarebbe solo patetica, se non fosse gravemente irresponsabile», e il capogruppo dei Verdi Carlo Monguzzi riporta i dati della Corte dei Conti lombarda, per cui i controlli regionali dal 2004 ad oggi sarebbero in calo del 150%. Altrettanto critico è anche uno degli ex assessori della giunta Formigoni, il leghista Alessandro Cè, che proprio sulla questione sanità era giunto alla rottura con il governatore. Ora si può finalmente togliere i sassolini dalla scarpa: «E' l'intero sistema che non va bene. E' un sistema senza alcun controllo che risponde solo agli interessi della politica. Il presidente Formigoni dovrebbe dimettersi». Ma qualcuno che solidarizza con il capo del Pirellone c'è: il sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, intervenuto con un'informativa urgente al Senato. Ha promesso cartelle cliniche elettroniche e se l'è cavata sostenendo che se il caso della Santa Rita non fosse isolato lui si farebbe curare all'estero. Poi, ad un convegno all'Università Cattolica sul no-profit nell'assistenza ospedaliera, ha rincarato la dose: «Siamo scossi e ci stiamo domandando tutti se è giusto guadagnare e speculare sui malati, ma esiste un privato no-profit virtuoso lontanissimo dai sospetti». Mentre Fazio si domanda se speculare sulla pelle delle persone sia giusto o no, il suo vicino di scranno al convegno, monsignor Betori della Cei, non ha perso l'occasione per chiedere «un maggior riconoscimento, anche finanziario, del contributo dato al paese dalle strutture ospedaliere cattoliche». I magistrati di Milano, però, stanno indagando su altre due cliniche, l'istituto San Siro e la casa di cura San Pio X, coinvolte per interventi di emorroidi e chirurgia estetica sui malati di hiv, operazioni che permettono di richiedere alla Regione cospicui rimborsi. Alla Pio X ci sarebbero circa 7mila operazioni sospette e 13 indagati (di cui due religiosi, altro che finanziamenti). Un bell'esempio di strutture ospedaliere cattoliche. Nel frattempo alla Santa Rita ci sono 700 lavoratori che rischiano il posto dopo la sospensione dell'accreditamento sanitario. I sindacati hanno organizzato un'assemblea per la prossima settimana, ma già ieri gli operatori sanitari della struttura hanno scritto una lettera che coinvolge la direzione dell'Asl, che non era intervenuta pur essendo a conoscenza delle violazioni perpetrate dal professor Brega, uno degli arrestati. Insomma, tutti avrebbero saputo, ma nessuno ha fatto nulla.

 

Quegli strani errori nelle sale operatorie - Luca Fazio

MILANO - Un uomo di 60 anni entra in un pronto soccorso di una nota struttura ospedaliera di Milano con un forte mal di stomaco. Viene dimesso con una diagnosi superficiale. Torna dopo due ore in arresto cardiaco. Oggi è vivo, ma la sua vita è rovinata. Giorgio Rancati, responsabile del Tribunale dei diritti del malato di Milano (cittadinanzattivamilano@fastwebnet.it) riceve ogni anno circa un migliaio di segnalazioni di malpractice o malasanità. «Questo caso siamo riusciti a chiuderlo con l'assicurazione dell'ospedale per 980 mila euro di risarcimento, ma potevamo prendere molto di più se la famiglia non avesse avuto fretta di ricevere i soldi per assistere il parente malato». Sui presunti errori dei medici è quasi impossibile stabilire dove finisca la buona fede (errore umano) e dove cominci l'atto criminoso (caso Santa Rita), ma una cosa è certa: «sbagliano» tutte le strutture sanitarie, sia pubbliche che private; e forse bisognerebbe partire da qui per rimettere mano a un sistema che guadagna sulla malattia (il rimborso a prestazione) piuttosto che sulla salute del cittadino. Il rapporto 2007 del Progetto Integrato Tutela (Pit) dice che in un anno circa 24 mila italiani si rivolgono al Tribunale dei diritti del malato, e tra questi 4.300 segnalano casi che meriterebbero di essere indagati da un medico legale. Gli «errori» riguardano prevalentemente gli interventi chirurgici (66% del totale), in particolare ortopedia (18%), oncologia (12%), chirurgia generale (9%), ginecologia-ostetricia (7%), odontoiatria e oculistica (5%). L'errore di diagnosi si attesta attorno a un preoccupante 28% dei casi; tra gli «errori» in ortopedia spiccano quelli all'anca (15%), al ginocchio (14%), al piede (11%) e alla colonna vertebrale (10%). La malpractice in oncologia (il settore più delicato, perché ne va della vita del paziente e perché i rimborsi per le operazioni pesano molto sulle casse del Sistema sanitario nazionale) sembra accanirsi sull'apparato genitale femminile, sullo stomaco e sui polmoni: la metà del totale delle segnalazioni di malasanità in oncologia. Un altro dato significativo dice che, rispetto al 2006, sono aumentate del 14% le segnalazioni relative alle complicanze durante gli interventi ginecologici, insorti soprattutto durante il parto (+3%); stesso aumento registrato per le mancate diagnosi sempre di patologie ginecologiche. Secondo il rapporto Pit 2007, da cinque anni il fenomeno delle liste di attesa è in crescita (è la causa principale della mobilità sanitaria in Italia): 58% nella diagnostica, 31% nella specialistica, 9% negli interventi chirurgici. La classifica dei tempi massimi di attesa denunciati ha dell'incredibile. Mammografia: 540 giorni di attesa, + 140 rispetto al 2006. Colonscopia con anestesia: 300 giorni, + 60 rispetto al 2006. Risonanza magnetica: 270 giorni, + 90 rispetto al 2006. Per gli interventi chirurgici è anche peggio. Protesi al ginocchio: attesa massima 480 giorni. Intervento alla cataratta: 240 giorni, + 60 rispetto al 2006. Coronarografia: 90 giorni, + 55. Naturalmente, pagando, i tempi si accorciano come per miracolo. Detto che «l'errore» e l'attesa in qualche caso omicida riuniscono l'Italia da nord a sud, torniamo in Lombardia, il cosiddetto «sistema fiore all'occhiello della sanità italiana», per dirla con il governatore Roberto Formigoni. Il 25% delle segnalazioni a livello nazionale proviene proprio da cittadini che hanno usufruito di strutture lombarde. Ma non significa che in Lombardia si cura peggio: «Il numero dei lombardi è consistente e in più si verifica una migrazione di cittadini che da altre regioni preferiscono ricoverarsi in Lombardia», spiega Libera Dell'Arciprete, vice segretario regionale del Tribunale dei diritti del malato. In ogni caso, ai piani alti del Pirellone lo scorso anno sono arrivate 2.700 pratiche di risarcimento. Un percorso difficile quello del risarcimento, che viene portato avanti solo quando le cartelle cliniche permettono al medico legale di impostare una causa contro la struttura sanitaria. A Milano, su circa 1000 segnalazioni all'anno, solo 300 pratiche superano la fase della «lamentela» fine a se stessa, e di queste solo 60 possono tentare la strada del risarcimento. Giorgio Rancati, fuori dai denti, spiega perché con una considerazione poco consolante. «Sappiamo tutti che da un anno e mezzo la Guardia di finanza sta setacciando le cartelle di molte cliniche di Milano, e sappiamo anche che non ne verrà fuori quasi niente. Le cartelle spesso vengono manomesse, ci sono delle omissioni, per cui sarà difficile trovare un altro caso Santa Rita, e sono convinto che senza le intercettazioni telefoniche non sarebbero arrivati a nulla». Chiediamo a Rancati, un osservatore privilegiato, se la «clinica degli orrori» è un caso limite e quindi isolato nella sanità lombarda. Preferisce non commentare.

 

La Germania frena: «Nel 5+1 non c'è posto per gli italiani»

Rudi Ostler

BERLINO - L'Italia s'è desta, nuovamente decisa a battersi sulla questione di prestigio e di rango che l'oppone alla Germania, dal 1992, quando il cancelliere Kohl chiese per il suo paese riunificato un seggio permanente al consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Provvisoriamente arenata quella contesa nell'estate del 2005, quando si constatò la mancanza di maggioranze sui diversi modelli di riforma del Consiglio, si è trovato un surrogato su cui proseguire la tenzone dell'onore nazionale: il gruppo di contatto che, dal 2006, cerca una soluzione negoziale sui programmi nucleari dell'Iran. Se ne fa parte la Germania, si sono detti alla Farnesima, dobbiamo farne parte anche noi. Berlusconi si è messo a tirare per la giacca Bush, chiedendogli un posto a tavola. Il ministro degli esteri Frattini annuncia che, quando verrà a Berlino martedì prossimo, ne parlerà col collega Steinmeier. Secondo Frattini l'«aspirazione» italiana a unirsi al gruppo è «utile per l'Europa». Le agenzie girano la questione a un anonimo portavoce del governo tedesco, che risponde laconicamente di non vedere «alcun bisogno di cambiare il formato» del gruppo di contatto. Frattini avrà filo da torcere. Spesso si parla del gruppo di contatto con l'Iran come di un «gruppo 5+1»: i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'Onu - Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, con l'aggiunta della Germania. Ma questa denominazione è fuorviante, perché il gruppo non è nato per iniziativa dei «cinque» che poi avrebbero cooptato un sesto membro. La sua genesi risale al 2002, quando si cominciò a parlare dei rischi del programma nucleare iraniano. Per iniziativa soprattutto della Germania e della Francia, si formò insieme alla Gran Bretagna un gruppo di contatto di tre paesi europei, in sigla E3, preoccupato di mantenere aperto il dialogo con Teheran e di scongiurare la minaccia statunitense di una rappresaglia militare. Ci vollero quattro anni per convincere gli Stati uniti, nel frattempo impantanati in Iraq, dei vantaggi del tavolo diplomatico. Cina e Russia si unirono alla partita, e così nacque il gruppo E3+3. Il ruolo della Germania al suo interno appare dunque abbastanza logico. In ultima istanza è riconducibile all'autonomia politica dimostrata sullo scacchiere mediorientale, col rifiuto del cancelliere Schröder a imbarcarsi nella guerra irachena. Non si vede affatto che vantaggi potrebbero venire da una partecipazione italiana ai negoziati, con un governo Berlusconi sospettato di aggiungere solo un voto al campo statunitense. Checché ne pensino i tedeschi, né la Russia né la Cina vorranno saperne. Un problema serio di cui il nostro ministro degli esteri dovrebbe parlare a Berlino ci sarebbe: il dovere di indennizzare gli internati civili e militari nei Lager nazisti, confermato il 4 giugno da una sentenza della corte di cassazione italiana. Chissà se Frattini se ne ricorderà.

 

Non solo armi, l'Italia offre anche 50 milioni di euro - Anna Maria Merlo

PARIGI - L'idillio ritrovato tra Italia e Usa si è tradotto ieri a Parigi nella promessa fatta da Franco Frattini di 50 milioni di euro l'anno, da oggi al 2011, per l'Afghanistan. L'Italia, con 424 milioni di dollari già versati, è già al nono posto per gli aiuti al regime di Karzai (il primo sono gli Usa, seguiti da Giappone, Gran Bretagna, Ue, Banca mondiale, Germania, Canada e Banca asiatica di sviluppo). La promessa sui finanziamenti fa seguito a quella della vigilia, fatta a Bush a Roma, di ridurre i tempi di risposta a un eventuale impegno dei soldati italiani (oggi 2500 di stanza nell'Herat, nell'ovest del paese) fuori zona di competenza (da 72 ore a 5-6 al massimo). Karzai, «uomo coraggioso» secondo Sarkozy, è venuto a Parigi per chiedere alla comunità internazionale un nuovo sforzo: il presidente sperava di ricavare una promessa intorno ai 50 miliardi di dollari su cinque anni. Ma il raccolto è ben lontano: Nicolas Sarkozy ha promesso che l'aiuto francese sarà «più che raddoppiato», cioè verrà portato a 107 milioni di euro per il periodo 2008-2010 (la Francia è al 22esimo posto tra i donatori). Il presidente francese ha inoltre confermato l'annuncio fatto al recente vertice Nato di Bucarest: «Un battaglione supplementare sarà dispiegato quest'estate nell'est del paese». Laura Bush, presente alla conferenza accanto a Condoleeza Rice (poiché ha appena fatto un viaggio in Afghanistan) ha confermato l'annuncio fatto alla vigilia dalla Segretaria di stato: «Oggi gli Usa stanzieranno 10,2 miliardi di dollari (per il 2008-2009) per aiutare gli afghani a realizzare la strategia nazionale di sviluppo. Se il Congresso approverà l'insieme di questi finanziamenti, si aggiungeranno ai 26 miliardi di dollari di aiuti umanitari degli Usa all'Afghanistan dal 2001». Ma questa pioggia di soldi, complessivamente di circa 13 miliardi di dollari - anche se ben lontana dalla richiesta di Karzai - lascia perplessi i diplomatici, anche perché a tutt'oggi 10 dei 25 miliardi di dollari promessi dal 2002 non sono mai stati versati e sulla carta c'è ancora l'impegno di altri 14 miliardi entro il 2011. Malgrado le affermazioni dell'Onu, che vede passi avanti un po' dappertutto (strade, scuole, sanità, progetti rurali), l'intervento internazionale in Afghanistan sembra destinato a restare nella storia come il contro-modello per eccellenza. Sette anni dopo la caduta dei talebani, il paese resta estremamente insicuro, malgrado la presenza di 70mila soldati stranieri, che costano ogni giorno 100 milioni di dollari, mentre ne vengono spesi solo 7 milioni per l'aiuto umanitario. Karzai lo ha ammesso, la sicurezza resta «la sfida più importante» per l'Afghanistan, ha detto ieri, prima di alludere - ma senza nominarlo - al Pakistan, perché «la lotta al terrorismo ha bisogno di una cooperazione regionale». L'Onu e i donatori hanno insistito con Karzai sulla necessità di lottare contro la corruzione, che riguarda prima di tutto la polizia, ma non solo. Dietro le quinte la diplomazia, a cominciare dagli ospiti francesi, sottolinea le difficoltà per rendere gli aiuti più efficaci. L'obiettivo della conferenza di ieri, dove erano rappresentati 69 paesi e 17 istituzioni internazionali, è «migliorare il coordinamento», per evitare le sequenze di intermediari e la sovrapposizione degli interventi. Un altro progetto è quello di coinvolgere di più gli afghani nella ricostruzione, mentre oggi secondo Watch Afghanistan «su 100 dollari versati solo 45 arrivano effettivamente agli afghani», mentre il resto rimane nelle mani di imprese e personale dei paesi donatori. Come contropartita la comunità internazionale chiede al governo Karzai un serio impegno contro la corruzione e per il rispetto dei diritti umani. Ieri a Parigi molti si sono interrogati anche sulla capacità di assorbimento degli aiuti da parte di un paese che ha un pil di soli 7 miliardi di dollari (e il bilancio è finanziato all'80% dagli aiuti esterni). La conferenza di Parigi arriva dopo una già lunga sequenza di incontri: Tokyo nel 2002, Berlino nel 2004, Londra nel 2006).

 

Guantanamo è fuorilegge - Matteo Bosco Bortolaso

NEW YORK - La Corte suprema degli Stati Uniti ha dato ieri un sonoro schiaffo al presidente Bush, proprio durante la sua visita romana. La Casa Bianca è stata bocciata su Guantanamo: ai detenuti del carcere cubano è stato riconosciuto il diritto ad essere processati nei tribunali ordinari americani. Le leggi volute dal presidente Bush, invece, relegavano i prigionieri nella base militare di Cuba, privandoli dell'habeas corpus, il diritto di difendersi da un arresto ritenuto illegittimo. Secondo la Corte suprema, l'architettura giudiziaria per affrontare la cosiddetta «guerra al terrore» non segue la costituzione e le leggi degli Stati Uniti. I nove giudici di Washington si sono spaccati cinque contro quattro per far passare la decisione. Sia come sia la sentenza - il cui nome ufficiale è Boumediene v. Bush, numero 06-1195 - ha una portata storica. Come ha annotato ieri David Stout del New York Times, «potrebbe essere studiata per gli anni a venire». Ma l'effetto immediato potrebbe essere alquanto tangibile: il blocco dei processi di Guantanamo, dove gli imputati rischiano la pena di morte. Complessivamente il carcere cubano ospita circa trecento detenuti, ritenuti responsabili degli attacchi contro gli Usa. Ma l'11 settembre e la guerra al terrore non possono incrinare la costituzione degli Stati Uniti. È uno dei concetti basilari della sentenza, esposto dal giudice Anthony M. Kennedy. L'alto magistrato scrive che «le leggi e la costituzione sono state ideate per sopravvivere, e rimanere in vigore, anche in tempi straordinari» come quelli della lotta al terrore. «I costi dei ritardi (per i prigionieri che non vengono portati a processo, ndr) non possono più essere portati sulle spalle di chi è detenuto», continua il giudice. «La libertà e la sicurezza - si legge ancora nel documento - possono essere riconciliate e nel nostro sistema lo sono, nella cornice della legge». La posizione di Kennedy, un moderato, è stata quella vincente, appoggiata da Joh Paul Stevens, Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg e David Souter. I quatto contrari, invece, sono dell'ala conservatrice: John Roberts, Samuel Alito, Antonin Scalia e Clarence Thomas. Cinque a quattro, una vittoria molto stretta. Il prigioniero che dà il titolo alla storica sentenza è Lakhdar Boumediene, uno dei sei algerini, immigrati in Bosnia negli anni Novanta, che sono stati accusati di aver pianificato un attacco contro un'ambasciata americana a Sarajevo. Seth Waxman, il legale che li rappresenta, ha detto che all'indomani dall'11 settembre i sei sono stati «strappati dalle loro case, dalle loro mogli e dai loro bambini». La Corte Suprema bosniaca ha deciso di rilasciarli a tre mesi dall'arresto per mancanza di prove. I sei sono quindi stati consegnati alle autorità militari americane e spediti a Guantanamo. La sentenza non è un «liberi-tutti»: non dice che i prigionieri devono essere liberati, sostiene invece che hanno il diritto di essere giudicati da un tribunale americano. Uno dei prigionieri, il presunto autista di Bin Laden, ha fatto sapere che chiederà di essere ascoltato da un giudice di un tribunale americano. Salim Hamdan, questo il suo nome, è a Guantanamo dal maggio 2002. E' uno dei pochi detenuti (19 su circa 270) che sono stati effettivamente accusati, mentre gli altri rimangono in prigione senza capi di imputazione ben definiti. Il processo al cittadino di nazionalità yemenita doveva iniziare il 2 giugno, ma la data è stata posticipata proprio in attesa della decisione della corte suprema. Qualche giorno fa, inoltre, la cosiddetta «mente» dell'11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, era apparso di fronte ai giudici di Guantanamo, dicendosi «pronto al martirio», alla pena di morte. A livello tecnico, però, il processo non era ancora iniziato e forse non inizierà mai. Non almeno nei termini stabiliti dalla legislazione targata Bush. Ieri la Corte Suprema si è pronunciata per la terza volta su Guantanamo, che ha ospitato i suoi primi detenuti nel gennaio del 2002. Anche le due decisioni precedenti erano negative, ma in entrambi i casi la Casa Bianca e il Congresso - allora in mano ai repubblicani - avevano risposto con nuove leggi che ribadivano la dottrina Bush sulla guerra al terrore. Il 28 luglio 2004 l'alta corte autorizzò i prigionieri a impugnare la loro detenzione davanti ad un tribunale federale americano. Due giorni dopo l'amministrazione Bush rispose creando le cosiddette «commissioni militari» per determinare lo status dei combattenti. Il 29 giugno 2006 la Corte suprema aveva invalidato queste commissioni, stabilendo che il presidente aveva oltrepassato i suoi poteri. Ma il 17 ottobre, ancora una volta, la risposta ai nove giudici era pronta sotto forma di un'altra legge. La decisione di ieri ribadisce che l'architettura giudiziaria della guerra al terrore non segue la costituzione. Che succederà ora? Bush, commentando a caldo da Roma, ha detto che la decisione dei giudici verrà rispettata ma «questo non significa che siamo d'accordo» con la Corte suprema. Il presidente ha anche aggiunto che «si vedrà se è appropriato o meno preparare altra legislazione», lasciando intravedere una nuova risposta alla Corte Suprema. Assisteremo di nuovo al ping pong tra i poteri dello Stato? Non è detto. Ora il Congresso è controllato dai democratici. Ed entrambi i candidati alla Casa Bianca hanno detto di voler chiudere Guantanamo. John McCain, del partito di Bush, ha preso atto della decisione dei nuove giudici sottolineando comunque che i detenuti sono dei «combattenti illegali (unlwaful combatants)» e che «non sono cittadini americani». In passato, il senatore dell'Arizona ha detto di volerli trasferire da Guantanamo alla prigione militare di Fort Leavenworth, in Kansas. Il rivale Obama ritiene invece che le corti civili o il tradizionale sistema militare delle corti marziali possano ospitare i processi dei detenuti. Il candidato democratico - a differenza di quello repubblicano - aveva votato contro la legge del 2006, che sosteneva le commissioni militari.

 

L'America di Barack Obama - Rita di Leo

Nel 1988 ero a Boston durante la campagna presidenziale tra il democratico Michael Dukakis e George Bush padre. Seguivo in tv la coloratissima kermesse tra i due che a un europeo sembrava una sfida paesana piuttosto che una battaglia politica. Poi arrivò il giorno della vittoria di Bush e il suo primo discorso da presidente iniziò con una lode all'America, il paese «dove era stato possibile a Dukakis, figlio di un povero emigrato greco, sognare di diventare presidente». Pronunciò gelidamente la sua lode-verdetto con la famiglia schierata alle spalle, tutti bianchi, biondi, upper class con giusto un genero ispanico, utile per i voti latinoamericani repubblicani. Dopo 20 anni, nell'ultima campagna per la nomina del candidato presidente, una donna e un nero del partito democratico hanno lottato all'arma bianca per conquistarsi la nomina. Sono mesi che sull'evento leggiamo commenti prima stupiti, poi soddisfatti e infine trionfanti. Con la candidatura di Obama l'America si riconferma un esempio per l'universo tutto. I bellissimi discorsi di Obama lo sottolineano con grazia, la grazia del soft power rilegittimato. Sono ormai alle spalle gli anni tragici di Bush. Anche i più velenosi attacchi neocons contengono un pizzico di orgoglio giacché dopotutto la donna e il nero sono una bella propaganda per l'America. Poi (secondo i neocons) a novembre vincerà l'uomo bianco che crede nell'hard power così come lo richiede il big business e l'elettorato repubblicano che andrà a votare compatto a propria difesa. Intanto spira un'aria favorevole dopo le tante disavventure che hanno appannato l'immagine del paese. Da ringraziare è il partito democratico, fedele al principio illuminista per cui il tempo lavora per il progresso e nel caso specifico per il ritorno del soft power e per la fine della discriminazione di genere e di razza. I mass media nazionali concordi raccontano che ancora una volta in America si sta facendo la «storia». E' una storia che suscita qualche perplessità. Si è alzata tanta polvere sulla promozione di una donna a capo di stato come se Golda Meir, Margaret Thatcher, Angela Merkel, e le leader scandinave e latino-americane non costituissero alcun precedente. Come se le ministre francesi e spagnole e di altri paesi non avessero alcun peso. E effettivamente ben minore peso hanno le donne leader politiche dei paesi extraeuropei, promosse tali in quanto figlie o mogli di leader. Un po' come Hillary Clinton. La quale appunto costituisce un precedente ma per la società americana, per i suoi cittadini elettori. Una società che la campagna per le primarie ha messo sotto i nostri occhi per come essa è. Abbiamo letto che gli operai bianchi non votano Obama perché non accettano un negro sopra di loro così come in passato non lo accettavano come commilitone in battaglia, come membro iscritto al loro sindacato, come vicino di casa. E così per gli ispanici e per gli italiani i quali da emigranti hanno assimilato il common sense per cui i negri sono destinati a rimanere ai margini di un ambiente sociale e antropologico con regole troppo rigide per loro. E così per gli ebrei che i negri li conoscono come tra i più incapienti dei loro affittuari o tra i clienti dei loro negozi. E infine come per gli agricoltori della provincia profonda per i quali i negri sono passati dallo status di servi a quello di lavoratori stagionali a più basso salario. (Degli asiatici, dei cinesi, degli arabi nessun sondaggio dà conto, sono lavoratori, consumatori ma ombre politiche). Abbiamo letto che i neri, gli studenti e i laureati bianchi e gli intellettuali e persino una parte del ceto medio-alto sono entusiasti di Obama, lo hanno scelto, lo voteranno a novembre. E in ciò starebbe la prova del cambiamento nella società. Ma non è il contrario? L'elettorato che sostiene Obama esprime l'intenzione di rompere con la Casa bianca di Bush per quello che ha fatto dentro e fuori l'America. La voglia di rottura è così forte che ha penalizzato persino l'altro contendente democratico non perché è una donna ma perché è già stata alla Casa bianca. Anche lei fa dei bei discorsi e anzi i suoi sono più diretti ai gruppi sociali, maggiormente penalizzati dalla crisi economica in atto. Lei però parla come un politico. Obama è un profeta carismatico che dà voce al risentimento e alla delusione verso Washington da parte dei primi e degli ultimi della scala sociale, da parte del ceto medio-alto liberal e da parte dei neri. E' un po' come all'epoca del Vietnam. Ma questo significa che come in passato in prima linea vi è la minoranza del paese. Al momento i potenti mass media locali danno voce a una maggioranza ostile e diffidente verso Obama proprio per il cambiamento che rappresenta. E è qui che sorgono molte domande. Perché l'America continua a trascinarsi senza affrontarle le questioni sociali e politiche che aveva già scoperto di avere irrisolte negli anni trenta con Roosevelt, negli anni Sessanta con Kennedy e Johnson e infine in tono minore con Carter? Nel male e nel bene l'Europa è cambiata e nell'ultimo mezzo secolo si è data un'identità culturale che si proietta sulla sfera economica e sociale. Basti fare l'esempio del parlamento europeo preoccupato per le sortite xenofobe del popolo di Bossi. A Washington i giudici della Corte suprema, nominati a vita dal Presidente, detengono un potere assoluto che mette spesso a rischio le politiche sociali dei presidenti democratici come già fecero con Roosevelt. Come è possibile che d'allora non si è riusciti a cambiare? Come è possibile che ciascuno stato abbia le sue regole per il voto alle primarie, chi alza la mano e chi usa la scheda, lo stabilisce la tradizione. E che anche il voto finale per l'elezione del presidente sia a rischio di macchine antiquate come in Florida nel 2000? Dove - ricordiamolo - un giudice repubblicano decretò la vittoria di Bush contro Gore nonostante l'evidenza contraria. Come è possibile che un partito si affidi ai super delegati per decidere la nomina del candidato presidente? In Europa non accade dai tempi del partito dei notabili. Come è possibile che il giorno delle elezioni sia un giorno di lavoro? E che per avere il diritto al voto serva ancora una trafila burocratica settecentesca? E infine che la politica sembri una sceneggiata con i suoi attori, suggeritori, montaggio, vendita del prodotto. Ha la meglio chi confeziona meglio la merce. E dopo queste domande viene spontaneo chiedersi di conseguenza perché l'America è considerata «il» paese politicamente all'avanguardia. Tanto da esser preso a modello qui da noi in Italia, e non tanto dal partito che ha vinto le elezioni ma da quello che le ha perse.

 

Liberazione – 13.6.08

 

Sciopero generale: se non ora, quando? - Piero Sansonetti

Provo solo, con terrore, a immaginare cosa succederebbe in Italia se un giorno, per una pazzesca casualità, dieci immigrati uccidessero dieci italiani. Voi ve li immaginate i giornali, i partiti politici, gli opinionisti, i ministri e i ministri ombra, i leghisti e tutto il resto? Per quanti giorni durerebbe l'inferno mediatico? Per quanti mesi agli extracomunitari converrebbe tapparsi in casa e chiudersi bene e sperare di scampare alle molotov? Quali provvedimenti di emergenza, in dieci minuti, sarebbero varati da governo e opposizione? Cosa succederebbe ai parenti dei presunti assassini? Eccetera, eccetera, eccetera... Dieci operai uccisi sul lavoro, dalla logica del profitto, dalla irresponsabilità dei datori di lavoro, dalla incapacità dello Stato a fare rispettare le leggi, dalla mancanza degli ispettori del lavoro, dieci operai uccisi in un giorno solo (che diventano quasi trenta se si conteggiano gli ultimi 5 giorni, oggi compreso: cioè tanti quanti, al tempo del terrorismo scatenato, ne uccidevano le brigate rosse e i fascisti in un anno intero) non creano nessun problema, nessun sussulto politico. Una dichiarazione del Presidente della Repubblica, due frasi del ministro del lavoro, qualche sussulto nel Pd, niente di speciale. Gli unici che hanno alzato un po' la voce sono stati i sindacati. E a loro questo giornale si rivolge. Con la seguente domanda: non è il caso di compiere un gesto clamoroso, un atto di lotta e di denuncia che rompa i ritmi stanchi della politica di questi giorni, non è il caso - per esempio - di proclamare uno sciopero generale per rispondere alla pratica dell'omicidio bianco come normale strumento di incremento dei profitti? A noi pare di sì. Non ci sembra che sia giusto adeguarsi all'assuefazione, cioè all'idea che la morte di un certo numero di lavoratori sia, in fondo, un prezzo accettabile da pagare all'incremento dei profitti. L'idea che uccidere, anche con una certa frequenza, sia una necessità per i capitalisti. Anche perché, in realtà - senza scomodare principi ed etica, ma usando semplici argomenti contabili - ridurre drasticamente le morti sul lavoro non sarebbe difficile, e scalfirebbe appena i profitti. I lavoratori morti a Mineo nella vasca di sedimentazione si sarebbero salvati se avessero avuto una attrezzatura (anfibi, tuta, guanti e respiratore) che non costa più di mille euro. Ieri Maurizio Zipponi (Prc) ha proposto una giornata di lutto nazionale, il presidio degli ispettorati e delle Asl e la consegna a tutti i prefetti d'Italia di alcune proposte per aumentare la sicurezza sul lavoro. Franco Giordano ha proposto lo sciopero generale . Altre proposte vengono da altre organizzazioni. Una cosa è certa: se restiamo fermi e zitti, se la diamo vinta a Confindustria, è finita, e i morti aumenteranno.

 

Il pacifismo? Non sta proprio bene - Lidia Menapace

La visita di Bush a Roma è stata accolta con una manifestazione di protesta e questo va benissimo. Infatti anche poco prima di uscire di scena, il tristo personaggio vuol portare a casa l'appoggio del nuovo governo alle sue avventure belliche: aprire una base missilistica a Revolto nella base delle Frecce tricolori, e forse trasferire lì anche i battaglioni d'assalto stanziati al Dal Molin durante i lavori di ampliamento a Vicenza; senza dimenticare l'aumento numerico e il mutamento delle regole d'ingaggio delle truppe italiane in Afghanistan, e ancora le politiche aggressive verso l'Iran. Non poteva essere lasciato senza protesta. Tuttavia non si potrebbe dire che il pacifismo sta bene in Italia: o forse il pacifismo sì, ma una politica di pace no davvero... Vorrei proporvi qualche esempio di cose che stanno bene o non stanno bene, per cavarne un ragionamento generale, se mi riesce. La manifestazione è stata tranquilla sorvegliatissima e nonviolenta: dunque la nonviolenza sta bene in Italia, Forse la nonviolenza c'è, ma un progetto di azioni nonviolente non si vede. Per nulla. Partiti comunisti ce ne sono tre o quattro, a seconda di come si contano, e addirittura è preannunciata una Costituente comunista. Dunque anche il comunismo sta benissimo in Italia. Ciò che non si vede proprio è "il movimento reale che muta lo stato delle cose presenti". Cosa voglio dire? Che abbiamo una accentuata presenza di posizioni che direi idealistiche o astratte, molto utili certo e da non disprezzare in questa drammatica temperie .Questo va riconosciuto a chi ha organizzato la manifestazione "no war". Tuttavia con atteggiamenti così non si va lontano, non si stabiliscono contatti con le istituzioni, ma non si riesce nemmeno a dare il via ad azioni politiche concrete ed efficaci. Tutto questo è mancato negli scorsi tempi; uno sforzo comune tra gruppi, comitati, circoli, organizzazioni, movimenti collettivi, centri sociali... insomma delle forme variegate della sinistra diffusa. Qui si palesa un comune ritardo di analisi e proposta e anche un progetto complesso e ben costruito. Può esprimersi questa esigenza dalla benedetta meritoria manifestazione? Non lo so e non si può improvvisare, ma nemmeno perdere un solo giorno. Sono le Costituenti che possono albergare questi rapporti? Sono piuttosto le case della sinistra che offrono un luogo di confronto ospitalità ed eguaglianza? L'ardua sentenza non può essere lasciata ai posteri.

 

Un milione di romeni vivono in Italia. Più vittime che criminali

Beatrice Macchia

Un milione di nuovi cittadini che contribuisce all'1,2% del Pil. Ecco i romeni in Italia. Parola di Caritas che ci ha messo un centinaio di pagine per provare a fotografare la realtà del primo e più recenti gruppo nazionale di immigrati in Italia (erano 8mila nel 1990). Immigrati fino a un certo punto, perchè sono europei come noi. Anche se si fa finta di dimenticarselo. Si chiama "Romania. Immigrazione e lavoro in Italia", il rapporto che smonta tante delle distorsioni provocate dall'"emergenza sicurezza". Un'indagine socio-statistica che racconta il lavoro con 557mila occupati. Ogni 6 nuovi assunti stranieri in Italia uno è romeno. In un solo anno, il 2006, l'Inail ha registrato 200mila nuovi lavoratori romeni, in stragrande maggioranza già presenti in Italia ed emersi grazie alla normativa più favorevole derivante dall'adesione all'Unione Europea. Sono aumentati specialmente gli uomini (dal 51,7 al 54,1 per cento), avendo molti di loro (70mila) fruito delle misure di emersione nel settore edile. Purtroppo - sottolinea il rapporto - contemporaneamente è diminuito il numero di ore lavorate e sono aumentati i rapporti part-time, spia della maggiore diffusione del lavoro "grigio". Nonostante l'alto livello di preparazione (78% diplomati o laureati), i romeni trovano sbocco nei posti meno garantiti e, perciò, sottoscrivono in media 1,5 contratti l'anno. L'inserimento avviene per un terzo nell'industria (notoriamente in edilizia), per la metà nel terziario (assistenza familiare, alberghi e ristoranti, informatica e servizi alle imprese) e per il 6,6 per cento in agricoltura. Il 53,4 per cento delle presenze è però femminile (un migrante su quattro viene per raggiungere dei familiari). Anche sul tema sicurezza, la Caritas sfata il mito: più vittime che untori. Secondo le rilevazioni dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), che collabora con l'omologo romeno (Cncd) e con le associazioni dei romeni, le loro segnalazioni evidenziano infatti mancanza di informazione, di assistenza legale e di formazione, sfruttamento sul luogo di lavoro, specialmente nel settore edile, primato negli infortuni mortali e molestie sessuali subite dalle donne durante l'accudimento. I romeni sono spesso vittime di atteggiamenti intimidatori dalla pubblica sicurezza, hanno difficoltà burocratiche e sono ostacolati nella fruizione dei servizi sociali. Non mancano i gruppi criminali, i fatti delittuosi tipici di un afflusso massiccio in un contesto nuovo, ma bisogna ricordare che sono circa 30mila le schiave del sesso romene sulle nostre strade (con clienti e spesso sfruttatori italiani), così come le vittime di violenze romene sono molto aumentate. La prima regione di residenza con 200mila presenze è il Lazio (100mila solo nella provincia di Roma), seguita da Lombardia (160mila), da Piemonte (130mila), da Veneto (120mila), Emilia Romagna e Toscana (80mila). Più indietro Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia con 20mila presenze. Una presenza consistente e diffusa che però secondo i ricercatori di Caritas/Migrantes non basta per giustificare la "sindrome da invasione". Si tratta di «un'eventualità improbabile trattandosi di un paese caratterizzato dall'invecchiamento della popolazione, dal buon andamento economico e dal forte bisogno di trattenere forza lavoro aggiuntiva». In Romania hanno bisogno di manodopera. Lo dichiarano le grandi fabbriche anche italiane che sono andate lì in cerca di un più basso costo della manodopera. Il punto, sottolineano i ricercatori, è che «si è trascurato di riflettere sufficientemente sull'apporto che i romeni assicurano al Sistema Italia». Italia ingrata. Per questo il direttore di Caritas Italiana, Vittorio Nozza, propone «un rinnovato accreditamento dei romeni nell'opinione pubblica» perché: «Sono fondamentalmente dei grandi lavoratori, anche se non mancano individui e gruppi malavitosi. Apprezzano la nostra lingua e la nostra cultura, con cui si sentono imparentati; leggono i nostri giornali; mandano con profitto i figli a scuola; sono soddisfatti del nostro sistema sanitario più ancora che della nostra cucina. Non importa se ortodossi o cattolici, rivelano un profondo sentimento religioso e con spirito di unità pregano nelle nostre chiese. Questi sono veramente i romeni: i nuovi cittadini da accogliere». Con «stessi diritti, stessi doveri» e «meno razzismo su tv e giornali».

 

Usa, il lavoro paga la guerra al terrorismo - Silvana Cappuccio

In questi ultimi anni negli Stati Uniti è montato un clima antisindacale sempre più pesante. La guerra al terrorismo dell'amministrazione Bush è stata un ottimo pretesto per reprimere i diritti dei lavoratori, soprattutto dei più vulnerabili come i migranti. Gli Stati Uniti non hanno ratificato ben sei delle otto convenzioni fondamentali dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). La situazione sociale è grave, con serie e frequenti violazioni dei principi internazionali sul lavoro. Questo è in sintesi il contenuto del rapporto, accompagnato da un elenco di raccomandazioni, che la confederazione sindacale internazionale ha appena presentato al consiglio generale dell'Organizzazione mondiale del commercio. L'osservanza della legge federale statunitense sul lavoro è obbligatoria in tutti gli Stati. Sulla carta questa legge garantirebbe - e il condizionale è d'obbligo - la libertà di associazione sindacale, il diritto di contrattazione collettiva e quello dei dipendenti del settore privato di iscriversi al sindacato. Molti lavoratori - come gli impiegati pubblici, i supervisori, i lavoratori del settore agricolo e quelli a domicilio - sono però espressamente esclusi poiché essi non possono né aderire al sindacato né avere un contratto collettivo. Da due anni a questa parte la definizione di ‘supervisore' è diventata via via più estesa, grazie ad un'interpretazione strumentale dell'ufficio nazionale del lavoro che ha di fatto lasciato moltissimi lavoratori scoperti di tutela. Per questa ragione, la confederazione sindacale AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations), affiliata alla Confederazione sindacale internazionale e che rappresenta circa 16 milioni di iscritti, ha presentato una denuncia al comitato dell'Oil sulla libertà di associazione. Non si possono però coltivare molte speranze solo sulla base di quest'esposto, soprattutto se si considera che già nel 2003 questo stesso comitato si era pronunciato chiedendo che si emendassero le disposizioni discriminatorie verso i lavoratori immigrati clandestini e invece ancora oggi vigono purtroppo le disposizioni di allora, in base alle quali essi sono sottoposti a ingiuste e spesso anche vessatorie pratiche di lavoro. Il diritto di sciopero è di fatto molto limitato. La stessa legge consente che gli imprenditori si avvalgano di una serie di pratiche anti sindacali. Ad esempio, essi hanno il diritto di organizzare delle assemblee nelle quali attaccano il sindacato e le sue attività. Ed è perfettamente conforme alla legge che assumano sanzioni disciplinari o persino licenzino coloro che non partecipano a questi incontri, durante i quali viene spesso persino "anticipato" che un ufficio o una fabbrica chiuderanno se i lavoratori aderiranno al sindacato...Non si tratta di iniziative isolate: esiste oggi negli Stati Uniti un giro di affari di oltre 4 miliardi di dollari, con l'obiettivo di sradicare il sindacato servendosi di azioni coercitive e intimidatorie. Uno studio recente ha segnalato che addirittura l'82% dei datori di lavoro assume dei consulenti profumatamente pagati a questo scopo. E questi alimentano il mercato facendo ricorso a idee e comportamenti spregiudicati, utilizzando tutti i varchi offerti dalle norme. E' comunque diffusa la consapevolezza che - anche quando le imprese si spingono oltre i confini della legalità - le eventuali sanzioni sono irrisorie e il sistema giudiziario inefficace. Il lavoro minorile è ancora diffuso, soprattutto in agricoltura, dove i rischi sono elevati. Secondo l'istituto nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro 200mila adolescenti ogni anno subiscono degli infortuni nei luoghi di lavoro e 100 muoiono. La federazione americana degli insegnanti stima che almeno 500mila bambini lavorino in agricoltura, un settore in cui l'85% degli addetti sono immigrati. Qui non esistono protezioni per la salute e la sicurezza, molti lavorano sotto il sole, esposti ai pesticidi e ad altre sostanze pericolose, spesso guadagnano 2 dollari all'ora, non hanno né acqua da bere né accesso a dei gabinetti. Le ragazzine non di rado sono molestate sessualmente. La Child Labour Coalition ha rilevato che le nuove norme sul lavoro minorile hanno peggiorato la tutela della sicurezza dei ragazzi, consentendo ad esempio di assumere ragazzi di 14-15 anni nei fast food per metterli a cucinare davanti alle friggitrici ed ai grill poi chiedendo di pulire. Non stupisce l'alto numero di infortuni, considerando che tra l'altro le ispezioni del lavoro sono rarissime. Al di là poi del divieto di legge, rimane un intenso traffico di persone, soprattutto per il lavoro forzato e la prostituzione, ma anche per lavori di pulizie a casa e negli uffici, in agricoltura e nei laboratori di abbigliamento. Circa 50mila tra donne e bambini sono oggetto di mercato ogni anno, soprattutto provenienti da Thailandia, Vietnam, Cina, Messico, Russia, Ucraina e Repubblica Ceca.

 

Limes – 13.6.08

 

Iran: “Ahmadinejad vuole trattare con gli Usa” - Omid Memarian

Pubblichiamo questa intervista inedita con il prof. Hushang Amir-Ahmadi, direttore dell'American-Iranian Council, concessa al giornalista iraniano Omid Memarian. Si tratta di un documento di estremo interesse che apre una prospettiva nuova sulle lotte di potere interne al regime di Teheran. E soprattutto tratteggia un Ahmadinejad inedito che parla per il suo pubblico ma punta al negoziato con gli americani. Da questo racconto emerge anche un canale di dialogo informale e parallelo fra americani e iraniani, sul quale potrebbe domani basarsi l'apertura di un'eventuale trattativa formale. Nel mese di febbraio Hushang Amir-Ahmadi, studioso iraniano e professore alla Rutgers University dello Stato di New Jersey, ha compiuto un viaggio in Iran per discutere con gli esponenti del governo iraniano circa i rapporti Iran-Usa. Durante la sua permanenza in Iran gli ambienti conservatori iraniani non hanno dato notizia della sua presenza, ma dopo la sua partenza ci sono state delle reazioni che hanno trovato spazio sul quotidiano Keyhan.

Quando gli chiedo se ha avuto un colloquio anche con Mahmud Ahmadinejad mi risponde di non voler parlare di tale argomento. Amir-Ahmadi, oltre a dirigere il Centro studi Mediorientali della Rutgers University è anche il direttore dell' "American Iranian Council". Gli argomenti trattati in questa intervista riguardano il forte interesse degli esponenti del governo di Ahmadinejad a stabilire dei contatti con gli Stati Uniti, Le differenze tra Khatami e Ahmadinejad in politica estera, gli aspetti e gli indirizzi della società iraniana che sfuggono agli osservatori stranieri e il futuro dei rapporti tra l'Iran e gli Stati Uniti. Quali cambiamenti nelle attività legislative dell'Ottavo Majlis (il Parlamento) ci si possano aspettare dalla presidenza di Ali Larijani rispetto alla passata legislatura? "Senz'altro sarà un Parlamento più attivo. Al contrario della presidenza di Haddad (l'ex presidente del Majlis), caratterizzato dalla poca efficacia e poco rumore, quella di Larijani sarà una legislatura con molti clamori, sia da parte dei conservatori che dei riformisti". Può fare un esempio in proposito? "Molto dipende dalle caratteristiche personali di Larijani, persona particolarmente dinamica e attiva, ma nell'attuale Parlamento ci sono anche molti deputati che hanno un peso maggiore nella Repubblica islamica rispetto ai deputati della passata legislatura e ciò vale innanzitutto per i deputati della maggioranza conservatrice dell'Ottavo Majlis. Quindi sarà una legislatura difficile e un Parlamento non facilmente domabile, anche perchè molti deputati credono di essere in grado di realizzare grandi cose e di pronunciare grandi parole. Credo che questo Ottavo Majlis assomigli molto al Quinto". Quali sono le differenze tra i conservatori dell'Ottavo Majlis rispetto ai conservatori del Settimo? "Questo è un Majlis dominato prevalentemente dai conservatori. Tuttavia il conservatorismo presente oggi nella Repubblica islamica iraniana è assai diverso persino rispetto al conservatorismo di due anni fa. Non penso che oggi si potrebbe definire Ali Larijani un conservatore, perchè non possiede nessuna delle caratteristiche che solitamente vengono attribuite ai conservatori. La stessa cosa vale per un uomo come Ghalibaf, il sindaco di Teheran. Loro hanno presenti le realtà attuali e agiscono da pragmatici, perchè sono preoccupati del futuro del proprio paese. Capiscono i nodi della politica estera e della politica interna della Repubblica islamica e sono consapevoli che il tempo per risolvere i problemi è già scaduto e che se non si agisce immediatamente le conseguenze saranno gravi". Cosa sarà del passato conservatore di Larijani? Secondo lei i conservatori di destra si sono spostati al centro? Cioè, sono diventati dei conservatori pragmatici? In altre parole, ciò che conta per loro è restare al potere e gestire i rapporti con gli Stati Uniti, decidere la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, attuare una certa politica economica, o una certa politica culturale? "E' esattamente così. Io spesso dico ai miei amici se pensate che Ahmadinejad sia un radicale vuol dire che non avete ancora conosciuto i radicali iraniani. Non l'ho mai visto allineato ai più radicali del regime. Ovviamente Larijani è meno radicale di Ahmadinejad, però tra loro due e i veri radicali esiste un divario enorme. I veri radicali sono quelli che stanno con Hussein Shariatmadari (direttore del quotidiano Keyhan), che stanno dietro a Ghazi Mortazavi (il giudice del tribunale islamico), i radicali sono i seguaci di Hezbollah. Penso che si è creato negli ultimi tempi un grande divario tra gli esponenti conservatori, un divario che ha determinato la loro spaccatura in diverse fazioni. La distanza tra i due poli opposti dei conservatori è talmente grande che è difficile definire conservatore ambedue gli estremi. L'unico punto comune tra i due estremi è il riconoscimento della leadership dell'Ayatollah Ali Khamenei, tolto questo, si differenziano su tutto, sulla politica economica e sociale come sul programma nucleare". Può fare un esempio delle loro divergenze? "Uno degli esempi potrebbe essere l'allontanamento del quotidiano Keyhan dalle posizioni di Ahmadinejad, ciò che fino a poco tempo fa sembrava impossibile. Keyhan critica il governo ogni giorno, mentre una volta Ahmadinejad era un idolo per il Keyhan. So che ultimamente Mashai, il vice di Ahmadinejad ha fatto causa contro il Keyhan e lo ha trascinato in tribunale: ecco dove sono arrivati i conservatori". Keyhan da sempre ha appoggiato qualsiasi politica del governo di Ahmadinejad, non esiste una posizione radicale di Ahmadinejad che non abbia trovato il sostengo di Keyhan: ha sostenuto i suoi attacchi contro Israele, ha sostenuto il suo programma nucleare e ha sostenuto la sua negazione dell'Olocausto. Cosa è cambiato? "Keyhan e Ahmadinejad sono vicini dal punto di vista tattico. Io credo che le posizioni di Ahmadinejad nei confronti d'Israele non siano posizioni strategiche. Ahmadinejad mira soprattutto ad avvicinarsi agli Stati Uniti, così ingrandisce la questione israeliana e si mostra anti-israeliano perchè pensa di poter in questo modo aprire qualche porta in America". Però le posizioni tattiche di Ahmadinejad hanno provocato degli effetti pessimi sulla sua strategia. Ora l'insieme delle dichiarazioni di Ahmadinejad su Israele è il motivo principale delle minacce contro la sicurezza nazionale iraniana... "E' vero, alla sua tattica è stata risposto negativamente all'estero, nel senso che non hanno funzionato né a Tel Aviv né a Washington. Ha funzionato in Iran e complessivamente nella regione e sfortunatamente Ahmadinejad pensa alle sue tattiche guardando all'Iran e alla regione, senza accorgersi che continuando così finirà per chiudersi tutte le porta che portano all'America". Lei dice che Ahmadinejad intende avvicinarsi all'America: cosa le fa pensare a questo? Per il momento, i comportamenti degli ultimi due anni mezzo da parte di Ahmadinejad dicono che in America e nel corso della campagna presidenziale qualsiasi riferimento ad un eventuale colloquio con Ahmadinejad è considerato un peccato capitale. "Ho diverse testimonianze che confermano invece la volontà di Ahmadinejad di avvicinarsi agli Stati Uniti. Qui posso citarne alcune, ma non tutte. Intanto sono ben informato e so che Ahmadinejad sta tentando di avvicinarsi agli americani. Presto ci sarà un incontro tra le delegazioni del Parlamento iraniano e del congresso americano. Ahmadinejad procede con velocità per stabilire un contatto con gli americani. Sa che molte porte sono chiuse, ma lui tenterà ancora di aprirne qualcuna. La situazione però non è a suo favore e il motivo è il suo attacco contro Israele che ha creato molte tensioni. C'è tuttavia un differenza in proposito tra Ahmadinejad e Khatami: Khatami diceva agli americani: siete un grande popolo e io vi amo e mi piacerebbe parlare con voi, ma non cominciava mai un rapporto vero con gli americani, mentre Ahmadinejad dice agli americani: siete cattivi, però è disposto a dialogare con loro. Il primo ha avuto una percezione positiva degli Stati Uniti, ma non ha voluto o potuto parlare con gli americani, l'altro al contrario ha una percezione negativa degli americani, ma fa di tutto per stabilire un rapporto con loro. Quindi se guardiamo Ahmadinejad abbiamo una impressione negativa di lui, perchè dice che gli Usa sono cattivi, ma bisogna vedere cosa fa in pratica. Paradossalmente è lui che fin qui ha proposto agli americani dell'ipotesi di dialogo positivo e sono gli americani che hanno respinto le sue offerte". Mi può fare un esempio delle proposte di Ahmadinejad che agli americani hanno respinto? "La proposta di serie trattative con gli americani sul futuro dell'Iraq; la proposta di una linea aerea diretta tra Teheran e New York: si trattava di proposte assai serie". Lei sa però che il problema vero non è una linea aerea tra Teheran e New York. I problemi veri sono altrove, e né Bush, né Ahmadinejad sono disposti a rinunciarvi e a trattare per cercare una soluzione comune. Secondo lei Ahmadinejad pensa che se dovesse cedere su qualche punto gli americani alzerebbero ancora di più il prezzo e sarebbe ancora più duro negoziare con loro? "Esattamente. Il punto di vista di Ahmadinejad è il seguente: Khatami ha congelato per un anno l'arricchimento dell'uranio e non ha ottenuto nulla, né dagli europei né dagli americani. Ahmadinejad non vuole ripetere l'esperienza di Khatami e pensa che sia pericoloso cedere agli americani. Dopo tutto, oggi il pacchetto di offerte degli americani all'Iran perchè congeli l'arricchimento dell'uranio è venti volte più ricco rispetto al pacchetto che era stato offerto a Khatami. A Khatami non è stato dato nulla, lui stesso ha detto che gli incentivi offerti dagli europei all'Iran erano offensivi, mentre Ahmadinejad già ha ottenuto molto di più". Però le pretese di Ahmadinejad non possono durare a lungo. Secondo lei la strategia di Ahmadinejad prevede il punto in cui si fermerà e comincerà a trattare? Non può mercanteggiare in eterno, deve fermarsi a un certo punto e negoziare, altrimenti rischia di ricevere sempre meno e di far perdere il senso dello stesso negoziato... "Penso che Ahmadinejad si deve fermare a un certo punto, congelare l'arricchimento dell'uranio e risolvere il suo contenzioso con gli americani. Questa è la sua strategia e questo è ciò che io ho detto al governo iraniano". Questa è anche la strategia dei radicali che il giornale Keyhan rappresenta? "Non credo che la posizione di Ahmadinejad sia quella di Keyhan. Ahmadinejad non ascolta quello che dice Keyhan e prosegue nella sua strada. Pensi alle dimissioni del ministro degli Interni Mustafa Pur-Mohammadi che ha provocato tanto clamore in Iran. Keyhan si è particolarmente risentito perchè Pur-Mohammadi è stato messo da parte, perchè Pur-Mohammadi è una delle persone più vicine a Hussein Shariat-Madari. Io sono testimone di ciò che ha fatto Shariat-Madari per riportare Pur-Mohammadi al suo incarico da ministro: si è rivolto a chiunque, anche alla Guida della rivoluzione l'Ayatollah Khamenei, ma nessuno ha voluto contentarlo. Ahmadinejad ha detto no! Voglio dire che nella Repubblica islamica ci sono delle tendenze assai più radicali di Ahmadinejad, ma nello stesso tempo Ahmadinejad è cento volte più radicale di Larijani. Esiste però una distanza tra Ahmadinejad, Larijani e i gruppi ultraradicali. Penso che i radicali che oggi sono al potere, non quelli ultra ai suoi margini, si stanno velocemente trasformando in pragmatici e intendono trattare con il mondo, non vogliono essere uccisi e distrutti. Non vogliono perdere la propria ricchezza e il proprio potere, quindi, sono disposti a trattare. Naturalmente c'è anche una parte del regime che è disposto al martirio, ma non si tratta di Ahmadinejad e di Larijani. Ci sono delle persone molto più pericolose in Iran di cui non sappiamo niente e di cui non parliamo, molto più pericolose di quelle che nominiamo ogni giorno. Penso che l'Ottavo Majlis proseguirà nella direzione dell normalizzazione dei rapporti e verso l'attenuazione delle tensioni". Larijani ha lasciato l'anno scorso polemicamente il Consiglio di sicurezza nazionale e non era contento dei suoi rapporti con Ahmadinejad. Quali saranno i suoi rapporti con il governo ora che è il presidente del Majils? Sarà molto critico con il governo? "Dipende. Larijani presidente del Majlis non ha voce sul dossier nucleare. La posizione di Ahmadinejad sul nucleare è la posizione di Khamenei, concordata con più persone. Penso invece che Larijani si farà sentire sulla politica economica, in particolare su come utilizzare i proventi del petrolio. Impedirà che il governo sperperi quei soldi, ciò che non è stato capace di fare il suo predecessore Haddad. Larijani non provocherà lo scontro tra la pubblica opinione e Ahmadinejad sul nucleare, ma cercherà di influenzare le opinioni di Khamenei sul nucleare e cercherà di convincerlo che è giusto negoziare ad un certo punto sul dossier nucleare. Comunque non penso che le personalità di primo piano della Repubblica islamica intendano scontrarsi con Ahmadinejad sul nucleare". Molti dicono che esiste un stretto legame tra la presenza di Larijani al vertice del Majlis, l'uscita di Haddad Adel dal comitato direttivo del Majlis e la competizione in vista il prossimo anno per le presidenziali. Larijani cercherà di offuscare il prestigio di Ahmadinejad come difensore dei poveri con le dure critiche alla sua politica economica? "L'America e l'Occidente seguono il proprio interesse e non si fermano più di tanto sulle persone. Se domani Ahmadinejad congelerà il piano nucleare e concederà qualche vantaggio agli americani, tutti, compreso gli israeliani, diranno che Ahmadinejad è un democratico. L'America cerca di ottenere vantaggi e chiunque glieli farà avere sarà una brava persona. Può essere Rafsanjani, Khatami o Ahmaedinejad. L'altro punto è che il problema dei rapporti tra gli Stati Uniti e l'Iran non riguarda Ahmadinejad, Haddad o Larijani, ma riguarda Khamenei, l'unico che non verrà sostituito e fin quando ci sarà Khamenei è lui che alla fine decide. Bisogna vedere fino a che punto Larijani, Ahmadinejad o chiunque altro sia in grado di influenzare le decisioni di Khamenei. Non so chi di loro riesca a condizionare di più Khamenei. Penso che Khamenei non conta molto su Haddad, perchè ritiene che non sia nessuno e che non sarà lui il prossimo presidente. Haddad potrebbe essere una brava persona, ma non ha alcuna base nel potere. Ahmadinejad ha invece dalla sua parte i Pasdaran e i Basiji. Dopo Ahmadinejad, è Hgalibaf la persona su cui si può contare. Ricordiamo che nelle recenti elezioni Ghalibaf era alleato con Larijani. Credo che per il futuro, più che Larijani, Ahmadinejad Haddad, sarà Ghalibaf la personalità emergente nella repubblica islamica. Lui ha già cominciato a lavorare in quella direzione. Va spesso a Qum per incontrare la gerarchia sciita e si sta avvicinando ai riformisti. Cercherà di scendere in campo con una vastissima forza che dai pragmatici va fino ai riformisti. Penso se qualcuno sarà in grado di battere Ahmadinejad quello è Ghalibaf. Intorno a lui si sta formando una grande coalizione". Sembra che Ahmadinejad, cacciando il suo ministro degli Interni e qualche governatore delle regioni miri seriamente a un secondo mandato presidenziale. Parlo del ministro degli Interni, perchè è risaputo che chi ha egemonia su quel ministero sarà in grado di far uscire dalle urne i propri candidati. Insomma, i conservatori, ma Ahmadinejad in particolare, non vuole sorprese. Che ne pensa in proposito? "E' corretta la sua osservazione. Pur-Mohammadi non era effettivamente un uomo di Ahmadinejad. Secondo le mie informazioni Pur-Mohammadi è una persona indipendente ed è molto intelligente e non si considera affatto meno di Ahmadinejad. Più volte si è scontrato con lui. Cacciando Pur-Mohammadi, Ahmadinejad si è fatto molti nemici, tra cui il quotidiano Keyhan. Però non poteva fare altrimenti. Il governo di Ahmadinejad ha guadagnato anche molti soldi con il barile di petrolio oltre i 120 dollari e guadagnerà ancora di più il prossimo anno. Quindi è difficile deviare Ahmadinejad dalle sue ambizioni per un secondo mandato presidenziale. I presidenti che affrontano la campagna per il secondo mandato hanno un vantaggio rispetto agli altri, perchè hanno a disposizione i soldi del proprio governo. Dopo la rivoluzione, tutti i presidenti sono stati eletti per due volte. Però Ahmadinejad questa volta deve fare i conti con Ghalibaf. Penso che le prossime presidenziali saranno molto rumorose in Iran". Lei è stato in Iran nel mese di febbraio. Ha incontrato anche Ahmadinejad? "Di questo non intendo parlare". Va bene. Secondo lei che cosa sfugge all'estero del sistema politico iraniano? "Intanto tutte le vicende in seno allo schieramento dei conservatori delle quali non ci si accorge all'estero. In Iran avevo l'impressione che ci fosse una distanza sempre più profonda e sempre più grande tra la gente e il sistema politico, tra la gente e le strutture della società. Una grande forza giovanile, con delle aspettative di alto livello a cui il sistema non è capace di rispondere. L'opinione pubblica non mostra più alcun interesse per il gioco delle correnti contrapposte in seno al regime. Quando si parla dei conservatori o dei riformisti, sono categorie che hanno un valore per le forze politiche non per la gente. Il teatrino delle correnti politiche ha perso ogni valore per la popolazione. La gente s'interessa innanzitutto dei progetti che riguardano la nazione e riguardano i loro problemi. E per i progetti nazionali non intendo il nazionalismo, ma dei progetti che abbiano un senso collettivo, complessivo. Sono del parere che presto spariranno le correnti politiche in Iran e si avvierà nel paese un nuovo processo politico, basato sulla coalizione di diverse forze sul consenso per la realizzazione dei progetti d'interesse nazionale. Questo è ciò che sta facendo ora Ghalibaf. Non dice di essere un conservatore o un riformista, fa capire che intende andare oltre le attuali etichette politiche, che vuole superare la vecchia dialettica tra le correnti tradizionali del regime. Questa è la novità che sta maturando in Iran. Un'altro punto è che per avvicinarsi agli americani il governo di Ahmadinejad sta facendo molto di più rispetto a quello che si percepisce all'estero. Il suo guaio è che non sa cosa deve esattamente fare e per sua sfortuna non ha a disposizione una forza in grado di organizzare a livello tattico e strategico l'avvicinamento della Repubblica islamica agli Stati Uniti. Ahmadinejad ha accettato a livello strategico che deve dialogare con gli americani, ma non sa come gestire la questione tatticamente. Tutto questo non si vede all'estero. Ciò che si sente all'estero è un aumento costante delle tensioni con gli Usa, ma Ahmadinejad non desidera far crescere le tensioni con l'America. Il presidente iraniano subisce i contraccolpi dei suoi attacchi contro Israele nei rapporti tra l'America e Iran. L'ultimo punto su ciò che all'estero non si vede riguarda lo scontro ideologico in Iran: l'islamismo come corrente politica, anziché come corrente religiosa, sta scomparendo e sta lasciando il suo posto ad una tendenza post-ideologica che assomiglia molto al pragmatismo. Sfortunatamente il regime iraniano non sa come liberarsi di una serie di chiusure che si è creato nel corso degli anni al suo interno. Ad esempio non sanno come risolvere il gap tra la religione e la politica". Lei parla dei grandi progetti nazionali. Quali sono le caratteristiche di questi progetti? "Sono progetti che riguardano i temi e le difficoltà maggiori del paese, cioè l'economia e la giustizia. Gli iraniani vogliono che chi arriva al potere affronti l'economia e la giustizia. Un'altro progetto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti. Molti iraniani credono che fin quando i rapporti con gli Stati Uniti resteranno tesi non si potranno realizzare buoni programmi economici e adeguati progetti per elevare la giustizia e la libertà nel paese. Poi c'è il progetto di una legge per le libere elezioni. Le libere elezioni come progetto nazionale, non come proposta di una corrente politica. Molti in Iran pensano di dover cambiare la legge elettorale. Economia e giustizia, rapporti con l'America, le libere elezioni: chi metterà questi progetti in cima al suo programma politico vincerà le prossime elezioni presidenziali in Iran. Lei ha detto che Ahmadinejad non sa come stabilire rapporti con gli Usa. A Teheran lei ha suggerito qualche soluzione agli interessati? "Si, ma non è il governo che decide sul tema dei rapporti con gli Usa. Il problema dei rapporti Iran-Usa non è un semplice problema politico-diplomatico, va oltre e comprende l'insieme dei rapporti all'interno del paese e tra l'Iran e gli altri paesi della regione. I riflessi del problema dei rapporti Iran-Usa creano amici e nemici, dentro e fuori dell'Iran e rendono ancora più ingarbugliati tali rapporti. Dentro l'Iran alcuni vorrebbero controllare i rapporti con gli Stati Uniti e altri vorrebbero esserne protagonisti, ma ho l'impressione che progressivamente la classe politica iraniana si stia rendendo contro che la questione dei rapporti con gli Usa non riguarda più una fazione o una corrente del regime, ma è diventato ormai una questione nazionale e che bisogna risolverla partendo dagli interessi nazionali. Il guaio è che ancora il governo di Ahmadinejad affronta i rapporti con gli Usa come una questione che riguarda la sua corrente. La stessa cosa, con modalità diversa, è successo a Rafsangiani e a Khatami: anche loro hanno affrontato i rapporti con gli Usa partendo dal punto di vista della propria corrente politica e non sono riusciti a venirne a capo. Recentemente però è successa una cosa in Iran che potrebbe mutare completamente la situazione: mesi fa a Yazd l'Ayatollah Khamenei ha sostenuto che "non possiamo per sempre essere nemici dell'America, però non è giunta ancora l'ora della riconciliazione". Le sue parole hanno svuotato i rapporti tra l'Iran e gli Usa dei suoi contenuti e aspetti ideologici e hanno avviato un percorso pragmatico per affrontare la questione dei rapporti con l'America. Il problema non è più se è giusto o meno avere rapporti con gli Usa, ma quando si possono e si devono avere tali rapporti. Il prossimo presidente iraniano avrà maggiori chance per risolvere il nodo dei rapporti con gli Usa". Altri sei mesi e si voterà anche in America. Nelle scorse settimane più volte si è parlato di un attacco militare americano, magari limitato, contro l'Iran. I conservatori iraniani ritengono che un eventuale guerra contro l'Iran condizionerà le mosse del prossimo presidente americano nei confronti della questione iraniana, ma potrebbe essere anche una operazione per indurre l'Iran ad accettare qualsiasi condizione che verrà posta dagli americani... Da qualsiasi parte si guardi l'eventualità di un attacco contro l'Iran, sembra che la guerra comunque provocherà un ritorno al passato rivoluzionario e annullerà le recenti evoluzioni politiche: lei che conosce da vicino ciò che accade a Washington, pensa che minacciando la guerra l'America intende impaurire gli iraniani oppure la guerra è una realtà che col passare dei giorni diventa sempre più possibile? "I prossimi sette o otto mesi saranno cruciali per i rapporti tra l'Iran e gli Usa e saranno assai angosciosi. Non sono mesi adatti alla costruzione politica, ma mesi nei quali succederanno fatti. Voglio dire non sarà la politica a stabilire cosa accadrà tra i due paesi, ma i fatti, gli incidenti non controllabili che potranno provocare azioni militari contro l'Iran. Il governo iraniano è preoccupato degli incidenti non controllabili e aumentano le forze che monitorano costantemente la situazione, ritenuta molta pericolosa". Mi vuol dare una notizia per concludere questa intervista? "Se riusciremo a superare i prossimi mesi sani e salvi, penso che ci sarà una buona notizia da parte del prossimo governo iraniano a proposito dei suoi rapporti con gli Usa. La mia impressione è che progressivamente la classe politica iraniana si sta stancando dei fervori rivoluzionari della prima ora e pensa che dopo 30 anni dalla rivoluzione la società deve andare avanti. Io sono ottimista sia per ciò che riguarda le prossime condizioni economiche iraniane, sia a proposito dei rapporti con gli Usa. L'Iran di oggi possiede una straordinaria forza giovane che ha studiato e che conosce cosa è il mondo ed è ormai impossibile trascinarla indietro, qualsiasi cosa accada, l'Iran sta andando avanti..

 

Repubblica – 13.6.08

 

Ma Berlusconi avvisa gli alleati. "Sul lodo Schifani non mi fermate"

LIANA MILELLA

SOSPENSIONE dei processi (compresi i suoi) e nuovo lodo Schifani per proteggere dalle inchieste le alte cariche dello Stato (lui compreso). Doveva essere un piano segreto. Da servire già pronto e senza contrasti nella coalizione. Su cui non sollevare pubblici battage e girotondi. Invece ora tutto è ormai pubblico. Con il deciso niet della Lega ad approvare norme che, per salvare il premier dai suoi guai giudiziari, intralcerebbero inevitabilmente il lavoro dei giudici. Il Cavaliere, quando l'ha letto, è letteralmente andato su tutte le furie. E ha gridato: "Ma quale tela di ragno. Non sono io che la tesso, la tessono da tempo i magistrati contro di me. Io sono solo la loro vittima". Il primo destinatario della sua collera, nel giorno che doveva celebrare la sua amicizia con Bush e la vittoria sui dubbiosi delle intercettazioni, è stato l'ex Guardasigilli Roberto Castelli. Alle 11, all'Auditorium, in piena assemblea della Confartigianato, il premier è entrato quando l'attuale vice ministro leghista per le Infrastrutture era già seduto in prima fila. Castelli si è alzato ed è andato a salutarlo. Berlusconi lo ha aggredito all'istante. E gli ha aperto sotto il naso la cartellina della rassegna stampa con il titolo di Repubblica in bella evidenza: "Cos'è questa roba? Ma allora siete contro di me? Eppure anche voi nel 2003 avete votato il lodo Schifani". Un'ora dopo è andato avanti nella riunione a palazzo Chigi in cui si doveva chiudere, almeno sul fronte della Lega, il capitolo delle rimostranze sulle intercettazioni, per via della pretesa del capo del governo di escludere, senza prova d'appello, i reati di corruzione e concussione. Davanti al leader del Carroccio Umberto Bossi, al ministro dell'Interno Bobo Maroni, al capogruppo alla Camera Roberto Cota, il premier si è sfogato per quello che ha considerato un atto di slealtà. "Che vi sta succedendo? Improvvisamente non vi va più niente a genio? Avete protestato per il patteggiamento, poi per le intercettazioni, e adesso ancora sulla sospensione dei processi. Eppure avete firmato il programma di governo. Ma sappiate che io vado avanti lo stesso". Avanti anche sul lodo Schifani. Per il quale le carte sono già pronte. Niccolò Ghedini, l'avvocato e consigliere giuridico di Berlusconi, reagisce all'insegna dell'understatement e si rifiuta di dare conferme. "Il lodo? Adesso non c'è". Ma aggiunge che sarebbe possibile presentarlo con una legge ordinaria e correggendo facilmente le anomalie per cui la Corte costituzionale lo aveva bocciato a gennaio del 2004. La Lega, per adesso, incassa il successo sulle intercettazioni. E si prepara a mettere paletti su future norme che all'elettorato padano darebbero l'impressione di voler proteggere la "casta". Bossi e Maroni lasciano palazzo Chigi soddisfatti. Nel provvedimento, che comunque limiterà il potere dei magistrati di ascoltare colloqui telefonici, ci sarà tutto il capitolo dei reati contro la pubblica amministrazione. Proprio come loro avevano chiesto pena la minaccia di non firmare il provvedimento. Fino a tarda sera il ministro della Giustizia Angelino Alfano è rimasto in via Arenula per controllare e ricontrollare la "lista". Pronto a dire: "Sono stato io il primo, perfino di fronte alle telecamere di Matrix, a dire che la corruzione non andava esclusa". Un modo per sottolineare che l'atteggiamento leghista ha creato più di un fastidio nell'entourage più stretto di Berlusconi. Soprattutto perché il rischio è che stamattina, in consiglio, si faccia avanti la protesta di An. Un'avvisaglia è già arrivata ieri dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Che a Bruxelles, al suo primo Consiglio di difesa della Nato, ha trovato il tempo per riaprire il discorso sulle intercettazioni. "Niente è ancora definito, dobbiamo ancora discutere. E lo faremo ancora durante la riunione del consiglio. È vero che ci sono stati degli abusi nelle intercettazioni, ma bisogna fare in modo che nessuno possa dire che noi abbiamo bloccato il lavoro dei magistrati e le indagini". E ancora: "Per me più largo è il ventaglio dei reati per cui si può intercettare e meglio è". Poi un contentino per il presidente del Consiglio: "Parlo di lodo Maccanico e non di lodo Schifani. Io all'epoca non ero contrario. Con le opportune correzioni potrai votarlo di nuovo".

 

La guerra dei treni puliti – Flavia Amabile

Nei prossimi giorni i treni potrebbero riservare sorprese sul genere di quella capitata ieri ai passeggeri dell' Intercity 582 partito da Napoli alle 6,25verso Milano. La sorpresa questa volta non è il ritardo, lo sciopero, il freno azionato a mano dal matto di turno. Sono bottiglie, lattine e ossa di pollo fra i sedili, un pannolino da bambino nel cestino di uno scompartimento, bagni sudici e inutilizzabili, sacchetti pieni di spazzatura nei corridoi. Non era una provocazione legata ai rifiuti campani, anche se forse qualche ispirazione c’è stata. La protesta arriva dai lavoratori di alcune ditte di pulizie che lavorano in appalto per l’ azienda. Senza stipendio da circa un mese, da ieri sono in agitazione anche a Bari, Lecce, Taranto, Palermo. Oltre a riempire di rifiuti i vagoni, sono riusciti a far sopprimere un treno - l’Eurostar Napoli-Roma delle  7.10 - e a farne partire in ritardo altri quattro successivi. Trenitalia ha denunciato per interruzione di pubblico servizio l’azienda appaltatrice madre che ne raggruppa altre satellite. In realtà l’azienda ferroviaria ha già annunciato l’intenzione di rescindere il contratto con questa l’impresa. ''Non possiamo spendere 190 milioni di euro ed avere ancora i vagonis porchi'', commentano alle Fs. I lavoratori hanno risposto con la protesta dei rifiuti. E alle Fs temono che non si tratterà di un caso isolato ma che si ripetano i disagi del 2002 quando si creò una situazione molto simile. I passeggeri dell’Intercity 582 hanno viaggiato per sei ore insieme ai rifiuti. «Quando sono salita, sul treno ho trovato resti di biscotti, cibo e sacchetti negli scompartimenti - ha raccontato un’anziana partita da Napoli - E ho dovuto pulire, io stessa, prima di sedermi. In realtà non volevo più partire...». Inutile, secondo un’altra passeggera, chiedere spiegazioni ai controllori del convoglio: «Si sono limitati a dirci che non ci avrebbero chiesto di vedere i biglietti, come se questo potesse consolarci della spazzatura». Senza nemmeno sapere il perché di tanta sporcizia, molti passeggeri hanno viaggiato sperando per ore in una pulizia straordinaria lungo il tragitto, ad esempio alle fermate di Roma e Firenze. E invece addetti armati di sacchetti e idropulitrici sono comparsi solo a Bologna. Riempiti alla fine cinque sacchi e resi di nuovo agibili i bagni, il convoglio è partito verso le 12.50. «Evidentemente a Bologna c’erano le condizioni migliori per l’intervento, disponibilità di personale e tempo», ha spiegato l’ufficio stampa di Trenitalia. In effetti l’Intercity è arrivato nella stazione bolognese con dieci minuti di anticipo per consentire la pulizia straordinaria. «Ma non finisce qui - ha urlato una passeggera al capotreno - Questo è peggio di un treno merci e allora era meglio non farlo partire. Non vogliamo più subire umiliazioni così e faremo denuncia a Trenitalia». Le Ferrovie dello Stato «da un lato si impegneranno a contenere tali azioni compiute a danno della pulizia dei treni, e dall’altro procederanno senza indugio al rinnovo dei contratti». Nel frattempo hanno denunciato tutti coloro che ieri hanno compiuto gesti vandalici, ai limiti del sabotaggio, come li definiscono alle Fs.

 

"Da tenente comunista ai bordelli della Cina" - HENRY CHANG, LUCIEN SIMON

YANGI (Cina) - Piccola ma robusta, coi capelli corti e il viso segnato dal lavoro nei campi, è una donna coraggiosa e decisa. Inginocchiata sul tipico pavimento coreano, l’ondol, fatto di carta oleata e riscaldato dal basso, in una modesta casetta in un villaggio a 30 chilometri dal confine segnato dal fiume Tumen, la donna tiene in braccio il figlioletto addormentato. Per arrivare dalla Corea del Nord, ha percorso un’odissea uguale a quella di migliaia di nordcoreani, come lei in fuga dalla dittatura e dalla fame. Originaria della città di Onsong, questa donna di 26 anni lavorava in una miniera di carbone. Il Nord della provincia di Hamgyong è la parte più povera del Paese, la «Siberia coreana», per i clima e per le deportazioni. Il padre, membro del partito dei Lavoratori, venne «purgato» quando era ancora una bambina e dovette lasciare la capitale Pyongyang per fare il minatore. Morì durante la grande carestia del 1990, quando un milione di persone su 20 persero la vita per gli stenti. «Fu allora che decisi di partire. Non ero mai uscita dal mio comune. Le voci dicevano che in Cina si stava meglio. Quando non si sa nulla, si sopporta tutto, ma se una luce compare nella notte, si va in quella direzione». Aveva 19 anni. Pagò una mazzetta a una guardia di frontiera e passò il fiume. Dall’altra parte venne fermata dalla polizia cinese. Un mese dopo ci riprovò e fu di nuovo rimpatriata. La terza volta fu presa di nuovo. «Mi hanno caricata su una jeep, ammanettata. Ma le manette erano troppo larghe per i miei polsi, sono saltata giù. Poi ho corso, come una pazza, fino a seminarli». Dopo trenta chilometri a piedi attraverso le montagne è arrivata a questo villaggio (vicino alla città di Yangi) abitato da sino-coreani. La comunità di origine coreana vive da tre generazioni nella regione autonoma di Yanbian, alla frontiere con la Corea del Nord. In tutto sono circa un milione di persone, che permettono agli espatriati di confondersi nella massa. I più vengono per brevi periodi, tirano su un gruzzoletto e tornano indietro. Altri s’imbarcano in un viaggio di 5.000 chilometri fino allo Yunnan, di lì passano nel Laos e poi in Thailandia, dove chiedono asilo politico alla Corea del Sud. Altri, come la giovane donna fuggita dal lavoro in miniera, si stabiliscono nella comunità sino-coreana. Lei è andata a vivere con un contadino di 52 anni, hanno avuto un bambino. Sorride quando lui le chiede se è felice: «Ma ho paura». Dall’inizio dell’anno i 1.300 chilometri di frontiera tra Cina e Corea del Nord sono sigillati. Telecamere, reticolati, pattuglie di poliziotti e soldati sulle vie che costeggiano il fiume Tumen. Lo stesso sulla riva coreana. Le pene per chi cerca di passare sono state inasprite. «Oramai passano in pochissimi», dice un prete di un altro villaggio dalla case basse, non lontano dal fiume. Il campanile della chiesa è sormontato da un croce sproporzionata: un punto di riferimento per gli espatriati. La comunità sino-coreana è in maggioranza cristiana e le chiese sono maglie importanti nella rete di supporto locale. Per i cinesi i transfughi coreani non sono rifugiati politici, ma «immigrati per ragioni economiche», illegali, da rimpatriare secondo gli accordi con la Corea del Nord. Adesso però, alla vigilia dei Giochi olimpici, Pechino vuole evitare critiche internazionali per violazioni dei diritti umani. «Le autorità cinesi - spiega il prete - hanno due obbiettivi: mostrarsi inflessibili nel bloccare gli arrivi ma far mostra di grande flessibilità con quelli che sono già in Cina. Da qualche mese, le deportazioni sono praticamente cessate». Una tolleranza confermata da varie fonti, ma che potrebbe essere solo temporanea. Soprattutto nei riguardi delle donne la mano cinese è più leggera «Le pene sono meno severe», conferma il prete. Le coreane che passano in Cina sono spesso sposate: guadagnano qualche soldo per nutrire la famiglia e poi tornano indietro. Altre cercano di rifarsi una vita. Ma tutte rischiano di finire nelle grinfie dei «mercanti di donne»: stuprate, vendute come spose a vecchi contadini, costrette a prostituirsi. A Shenyang, nel quartiere di Xinda, scintillante di luci e insegne di ristoranti e bar karaoke, le immigrate coreane clandestine ci lavorano come inservienti, domestiche. Altre si vendono sul mercato della notte. In un locale lussuoso, una giovane dal viso bellissimo, con un vestito sgargiante e cortissimo, è seduta su un divano in un angolo discreto. «Ero nell’esercito, sottotenente - racconta -. Poi mi hanno spedito in fabbrica. Non avevo nessuna possibilità di vivere decentemente. Un’amica passata in Cina mi ha mandato il denaro necessari per corrompere le guardi (230 euro). La mia amica mi ha anche trovato un lavoro. Con i soldi guadagnati in tre mesi ho fatto venire anche mia madre». I passeur forniscono anche numeri di cellulari cinesi da chiamare per organizzare la fuga. Queste comunicazioni clandestine servono anche a capire quello che sta succedendo in Corea del Nord: la crisi alimentari non è ai livelli della carestia del 1990, ma le regioni più povere sono già in condizioni disperate. La ragazza esce dal locale all’alba, senza farsi notare. Shenyang è l'avamposto della presenza coreana in Cina. Ma è anche un nido di spie. Meglio stare attenti.

Copyright Le Monde


Top

Indice Comunicati

Home Page