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«Se sulla sicurezza hanno fallito le forze di polizia, il problema è politico non militare» - Tommaso Di Francesco

Manifesto – 14.6.08

 

«Se sulla sicurezza hanno fallito le forze di polizia, il problema è politico non militare» - Tommaso Di Francesco

Sull’emendamento del ministro della difesa Ignazio La Russa e di quello degli interni Roberto Maroni che prevede, per sei mesi prorogabili, l’uso di 2.500 militari contro la criminalità nelle aree metropolitane, abbiamo rivolto alcune domande al generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe della Nato in Kosovo e autore di un prezioso saggio, «Soldati», uscito da poco per le edizioni Einaudi. Non c’è più «solo» l’attribuzione ai militari degli stabilimenti per lo smaltimento dei rifiuti nelle aree critiche. Ora si annuncia l’impiego dei soldati in servizio di ordine pubblico. Ma se le misure ordinarie di polizia sono state insufficienti c’è qualcosa che va oltre l’emergenza. Perché invece di individuare responsabilità e limiti politici e istituzionali, si arriva all’uso dei militari? Certo, se non è un cambiamento del ruolo dello stato è però un cambiamento di atteggiamento nei confronti di una esigenza. Non la chiamerei emergenza, perché altrimenti tutto diventa emergenza. E non è neanche una sostituzione dei compiti della polizia, perché se fosse una sostituzione andremmo incontro a problemi veramente di status giuridico che ovviamente le forze armate non possono avere, se non in condizioni particolari come quelle proprio di «emergenza di ordine pubblico» e altre. Direi piuttosto che si tratta di una voglia di far vedere che le forze armate come realtà appartenenti alle forze di sicurezza dello stato possono essere integrate. Io qui però ho sempre la solita domanda: l’integrazione è proprio a livello minuto, nel senso che insieme a un carabiniere, a un finanziere, a un poliziotto ci deve essere anche un soldato? E se sì, la qualifica di agente di polizia di pubblica sicurezza o quella superiore, molto superiore, di ufficiale di polizia giudiziaria rimane al carabiniere, al finanziere, al poliziotto o al soldato? Che tipo di qualifica ha? Il militare fa parte di un gruppo in cui c’è uno soltanto che può arrestare? E lui starebbe lì a fare o da scorta al carabiniere o a essere scortato da un carabiniere o da un poliziotto? La facoltà, la capacità di intervento che ha un soldato restano un nodo veramente da sciogliere. Nel provvedimento si dice che si tutela meglio la sicurezza passando dal poliziotto di quartiere di giorno a un pattuglia mista nelle ore serali. Il tutto coordinato dai prefetti. E si fa l’esempio dei Vespri siciliani del 1992... La catena è regolare, nel senso che spetta ai prefetti coordinare l’impiego delle forze di sicurezza e di  polizia. Ovviamente questo tipo di intervento e di coordinamento avviene tutte le volte che – per quanto riguarda le forze dell’esercito – l’esercito è messo a disposizione del prefetto in casi di emergenza. Così invece l’emergenza rischia di diventare una routine, ed è un fatto sui generis. Non possiamo prendere come esempio i Vespri siciliani, perché se dovessimo per caso avere in mente ancora quel modello significherebbe che: 1) esiste un’emergenza di ordine pubblico; 2) in questa emergenza di ordine pubblico le forze di sicurezza della polizia e dei carabinieri sono impotenti; 3) c’è una voglia di riscatto, di rivalsa da parte di tutta la popolazione che vede nei soldati i propri naturali rappresentanti, come popolo in armi, e allora si usa anche il soldato. Ma non siamo in queste condizioni. Se fossimo davvero in queste condizioni vorrebbe dire che saremmo messi molto male non solo dal punto di vista della disponibilità degli uomini ma soprattutto come approccio al problema della sicurezza nelle nostre città. Ma non è pericolosa questa sorta di militarizzazione, mostrata come esercizio della forza? Perché poi le inefficienze croniche diventeranno più che problemi politici e istituzionali, un’emergenza militare, pericolosa sia per chi la chiede come il governo, sia per chi la esegue? E se alla fine nemmeno l’esercito riesce a districare i nodi irrisolti? Questo è un aspetto molto importante, perché i militari in questo senso dovrebbero essere veramente l’ultima risorsa, quando proprio la situazione è precipitata. Se questo non è il caso, si ha una specie di inflazione di intervento militare che porta anche a uno snaturamento, a una delegittimazione stessa dei militari in questo tipo di compito. Così come esiste – ed è il pericolo fondamentale – la delegittimazione delle forze di polizia. Insomma, ci devono dimostrare che le forze di polizia non sono sufficienti e devono essere integrate dalle forze dell’esercito. Allora si possono integrare, dando alle forze dell’esercito gli stessi poteri delle forze di polizia, e nelle stesse condizioni anche di lavoro. Immagino i conflitti che possono sorgere. Non è possibile che un poliziotto debba fare sei ore al giorno di lavoro e poi tutto il resto è straordinario mentre un soldato deve lavorare 24 ore al giorno e magari non prendendo neanche l’indennità di ordine pubblico. Ma, insisto, si tratta veramente di sostituire perché si è verificata con prove alla mano l’impotenza e l’incapacità delle forze di polizia, e contestualmente ai poteri militari. Cosa veramente gravissima per uno stato costituzionale come il nostro. Come interpreta il fatto che i militari saranno scelti «tra quelli che hanno avuto esperienza nelle missioni di pace, dove hanno svolto compiti di polizia»? Insomma la periferia di Roma come Kandahar o Mitrovica? Da un punto di vista tecnico è corretto, nel senso che si impiegheranno quelli che hanno già avuto esperienza. Però c’è un fatto «politico» annesso a quello tecnico: i nostri soldati sono andati a fare quel tipo di lavoro dove c’è la guerra, dove manca lo stato e ogni presenza istituzionale, dove c’è la corruzione che dilaga con gli attentati terroristici. Non mi pare che questo sia il caso di Roma o Milano.

 

Cacciari: «Vanno bene anche i soldati, basta che facciano qualcosa»

«Non hanno abbastanza personale delle forze di polizia da mettere a lavorare sulla sicurezza? E va bene, ben venga l'esercito. Ben venga chiunque, basta che abbia intenzione di darci una mano». Massimo Cacciari è il sindaco di una delle quindici città «metropolitane» dove dovrebbe essere spedito il contingente di 2500 soldati con compiti di pattugliamento e perlustrazione delle città e delle aree circostanti. Avranno qualifica di agenti di pubblica sicurezza e opereranno in squadre miste insieme a polizia e carabinieri. Lo hanno deciso ieri i ministri di interno e difesa, Roberto Maroni e Ignazio La Russa, che inseriranno un emendamento ad hoc al decreto varato dal governo. Tutto questo mentre Cacciari incontrava il comitato dei cittadini per cercare di appianare l'ultima polemica di casa sua, quella contro il villaggio sinti che il comune ha deciso di costruire a Mestre. Sindaco, le polemiche sul villaggio sinti sono un capitolo chiuso? La riunione si è svolta in un buon clima. L'amministrazione comunale ha presentato al comitato l'ultima versione del progetto del villaggio, con notevoli migliorie, rispondendo a numerosi dubbi e obiezioni. E' stata presentata la delibera che incardina in via definitiva il progetto. Il comitato ha preso atto di questa nuova documentazione, riservandosi una risposta definitiva entro i primi giorni della prossima settimana. Nel frattempo si è è deciso di soprassedere all'inizio dei lavori fino al prossimo incontro, nella speranza di poter poi veramente proseguire nei lavori, in accordo tra tutte le parti. Intanto il governo le manda i soldati a Venezia per fare i pattugliamenti. Bene. Il governo precedente aveva fatto grandi promesse ma poi sono arrivati sì e no dieci agenti di polizia. Ma il fatto che siano militari le sembra adeguato ai compiti? I precedenti sono l'operazione Vespri siciliani e in Sardegna «Forza Paris». Ma la situazione era molto diversa, il tipo di controllo del territorio che deve essere effettuato in zone ad alto tasso mafioso presuppone tutta un'altra condizione. Io dico che se sono militari è anche meglio. E che comunque se non hanno agenti di polizia, se le questure non sono in grado di darsi da fare, vuol dire che lo faranno i soldati. La ministra ombra degli interni del suo partito, Roberta Pinotti, dice «no alla militarizzazione delle città». Quest'aspetto non la preoccupa? Francamente, non mi pare si tratti di fare controllo del territorio. Non drammatizzerei. E se il governo valuta di non avere altri mezzi, ci mandi pure i soldati. Insomma, faccia qualcosa.

 

Stato di ex-diritto - Livio Pepino

Il percorso parlamentare del decreto legge sui rifiuti in Campania prosegue sostanzialmente senza opposizione e culmina ora nella militarizzazione delle città. La logica è quella tipica (e ingannevole) dell'emergenza. Si parte da un problema reale e drammatico (nel caso specifico la necessità di liberare i cittadini della Campania dai rifiuti accumulati da un decennio di cattiva politica e di cattiva amministrazione) e lo si utilizza poi per finalità del tutto diverse. Così l'emergenza rifiuti diventa il pretesto per un inedito irrigidimento del sistema penale e per una escalation repressiva nelle politiche di ordine pubblico. Il testo del decreto legge non lascia dubbi. Quasi di nascosto, nella norma che fissa i poteri del sottosegretario di Stato per la Campania, viene modificato persino il catalogo dei reati. Da oggi, anzi da ieri, è reato «introdursi abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale, impedire o rendere più difficoltoso l'accesso autorizzato alle stesse» ed è espressamente previsto che determinano il delitto di interruzione di pubblico servizio e una speciale aggravante del reato di danneggiamento «impedire, ostacolare o rendere più difficoltosa la complessiva azione di gestione dei rifiuti» e «distruggere, deteriorare o rendere inservibili, in tutto o in parte, componenti impiantistiche e beni strumentali connessi con la gestione dei rifiuti». Il salto di qualità del controllo repressivo è pari solo alla genericità delle nuove previsioni. Che cosa significa, infatti, «rendere difficoltoso» l'accesso a una discarica? Basta un qualunque assembramento, una manifestazione di dissenso, un pacifico sit-in? E, ancora, che cosa è e quando comincia la «complessiva azione di gestione dei rifiuti»? E cosa si intende per «beni strumentali» connessi a tale gestione? È evidente come in questo modo si apre la strada a interventi repressivi potenzialmente illimitati delle manifestazioni «di piazza » e si dilatano a dismisura i poteri discrezionali della autorità di polizia. Ma non è tutto. Insieme a tali nuove previsioni si affermano una cultura e una prassi di militarizzazione del territorio senza precedenti. Le discariche e i siti di smaltimento dei rifiuti vengono equiparati alle aree in cui «è vietato l'accesso nell'interesse militare dello Stato » ed è introdotta una non meglio specificata categoria di «aree di interesse strategico» soggette alla stessa disciplina. Eppure anche questo non sembra sufficiente e la maggioranza prepara emendamenti tesi ad affidare all'esercito la sorveglianza e la gestione delle aree interessate allo smaltimento dei rifiuti, mentre, parallelamente, si prospetta l'impiego delle forse armate anche per pattugliamenti nelle città. Difficile non riandare con il pensiero alle politiche dell'ordine pubblico inaugurate nel luglio 2001 a Genova agli esordi del precedente governo della destra. La cosa non può sfuggire ai democratici e a tutti coloro che continuano a credere che la legalità costituzionale è inclusione e confronto assai più che scontro muscolare.

 

Immigrati, le vittime vere dell'insicurezza - Manuela Cartosio

MILANO - Piazzale Lotto è il mercato della braccia più famoso e frequentato di Milano. La Fillea Cgil gli ha dedicato un libro e un film. Dozzine d'inchieste televisive sul lavoro nero in edilizia hanno inquadrato all'alba il via vai dei pulmini in quella piazza. I cronisti che per un giorno si travestono da muratori per raccontare sempre la stessa storia vanno in piazzale Lotto per farsi assoldare da un caporale. E' cominciato in piazzale Lotto l'ultimo giorno di vita di Hassan Mohammed e Salama Awad Omar, egiziani rispettivamente di 27 e 28 anni, morti poco prima delle 11 di ieri per il crollo di un ponteggio in un cantiere di Settimo milanese. Lo testimonia Awat, cugino di Mohammed e di un terzo egiziano, Hassan Khamis di 38 anni, gravemente ferito nel rovinoso crollo. «Oggi fai un ponteggio, domani fai qualcosa d'altro. Quello che capita, facciamo», spiega Awat, che sostiene di non sapere il nome del caporale che ieri ha reclutato i due cugini. Egiziano anche un quarto lavoratore, colto da uno choc nervoso dopo il crollo. Tutti immigrati e non da poco, tutti senza permesso di soggiorno, tutti al lavoro per quattro o cinque euro l'ora. Ecco il vero nesso tra «clandestinità» e «insicurezza». A prezzo modico i migranti al lavoro muoiono e si fanno male al nostro posto e, in proporzione, più di noi. Un'insicurezza che ci fa comodo e che quindi occultiamo. Sta qui la risposta all'interrogativo (retorico ma giusto) posto dal segretario della Cgil milanese Onorio Rosati: «Perché le ronde non si fanno in piazzale Lotto e in piazzale Loreto dove è prassi reclutare clandestini per i cantieri?». Un mese e mezzo fa nell'ultima retata della Questura in piazzale Loreto erano rimasti impigliati quattro o cinque caporali. Dopo, il business è proseguito as usual. «C'è un diffuso senso d'impunità. Di fatto in Italia il caporalato non è reato», scandisce Marco Di Girolamo, segretario della Fillea Cgil di Milano. Con altri sindacalisti era al presidio in piazza San Babila, anticipato alle 15 per non sovrapporsi alla partita Italia-Romania. Manifestini stampati in fretta: «Cantieri=fabbriche di morte», «Basta stragi», «E' un'ecatombe». Di Girolamo chiede sanzioni contro i caporali, «ma anche contro chi li utilizza, appaltatori e subappaltatori e questo, diciamolo chiaro, non è previsto neppure nel Testo Unico». Un Testo Unico giudicato invece troppo severo dalle imprese e che il governo di destra intende «addolcire». Un'ipotesi contro cui fanno muro i sindacati milanesi e nazionali: «No a ogni tentativo di modifica da parte del governo di norme e sanzioni in materia di sicurezza sul lavoro». Auro Della Verde, funzionario della Fillea nella zona Rho-San Siro, arriva al presidio direttamente dal «luogo del delitto». Ha visto i due cadaveri coperti da un telo, ha visto «il castello del ponteggio» crollato dal sesto piano di un palazzo ormai ultimato, da un'altezza di 15-20 metri. Sopra al «castello» si mettono i materiali del ponteggio che si sta smontando. I ferri «tutti attorcigliati» inducono a pensare che il «castello» era stato troppo caricato. Titolare del subappalto per mettere e togliere i ponteggi risulta la Ecoponteggi di Trezzo d'Adda, ma può darsi che l'impresa a sua volta abbia subappaltato parte dei lavori a qualche altra ditta. Titolare della costruzione del complesso residenziale in via don Minzoni a Settimo milanese dovrebbe essere la Delta Scarl di Nerviano. Il condizionale è d'obbligo perché alla Camera di Commercio non risulta registrato nessun consorzio con questo nome. Ciò impedisce di risalire alle imprese che lo compongono. Auro Della Verde è convinto che ne facciano parte «le imprese storiche dell'edilizia milanese». Però «la prova» al momento non ce l'ha e quindi i nomi «non si possono fare». Nomi a parte, l'ennesima strage dimostra che «aldilà delle belle parole, non c'è la volontà politica di contrastare l'epidemia di omicidi bianchi». Si accetta che il caporalato sia diventato un elemento «strutturale, indispensabile» della filiera dell'edilizia. Il resto, i morti e i feriti, viene di conseguenza. Vero, ma l'accettazione - osserviamo - coinvolge anche chi la pelle la rischia. «Gli operai italiani in regola lavorano e basta. Gli altri sono schiavi». Vittorio Agnoletto, medico del lavoro prima di diventare eurodeputato del Prc, è giunto nel cantiere di Settimo milanese poco dopo il crollo. «Siamo di fronte a esseri umani trattati come carne da macello...». E le loro famiglie non riceveranno neppure uno straccio di risarcimento.

 

Stop intercettazioni, parola alle camere - Matteo Bartocci

ROMA - Silvio Berlusconi è sicuro: «Quello sulle intercettazioni è un provvedimento che gli italiani vogliono, ogni volta che ne ho parlato in campagna elettorale la gente mi ha applaudito tantissimo». Una certezza che evidentemente è bastata a convincere alleati ignari di tutto e ministri recalcitranti. Mentre giornalisti e magistrati già preparano proteste e iniziative contro un provvedimento che vieta questo tipo di indagini in reati gravi o di forte allarme sociale come rapina, furto o sfruttamento della prostituzione. Alla fine il giro di vite alle intercettazioni giudiziarie e alla loro pubblicazione sui giornali è approvato all'unanimità dal consiglio dei ministri. «C'è stata una concordia assoluta - dirà a cose fatte un ministro della Giustizia Angelino Alfano gongolante - perché la prassi delle intercettazioni è stata stravolta». Il testo finale del ddl però ancora non c'è, perché, spiegano a palazzo Chigi, mancano ancora alcuni «dettagli tecnici minori». MICROFONI APERTI PER TRE MESI. Stando alle anticipazioni, il ddl Alfano rispecchia l'accordo raggiunto nella maggioranza. Per il governo (ora il testo passa all'esame del parlamento) non si può intercettare per reati con pena massima inferiore a 10 anni. (è un raddoppio secco, attualmente sono 5). Ci sono però alcune deroghe specifiche definite per legge: sono sempre 'intercettabili' i reati di mafia, terrorismo e «grave allarme sociale», i reati contro la pubblica amministrazione (inclusi corruzione e concussione), usura, ingiuria, minaccia, molestia o «disturbo delle persone con il mezzo del telefono». Un'altra deroga, fondamentale per reati «persecutori» come lo «stalking», è la possibilità di intercettare su richiesta della parte offesa a tutela delle vittime. Giro di vite anche alle intercettazioni «ambientali» indiscriminate, possibili d'ora in poi solo nei luoghi dove c'è il fondato motivo che si svolga il crimine. Novità anche nelle procedure. La più importante è il limite massimo complessivo di tre mesi per l'ascolto. E l'autorizzazione spetterà a un collegio di tre giudici con decreto motivato e contestuale alla richiesta dell'autorità giudiziaria. Un'altra previsione che farà discutere è che le intercettazioni autorizzate per un'indagine non possono essere più utilizzate in un procedimento diverso. Infine, viene istituito un archivio riservato per la conservazione (basta atti in cancelleria) e le registrazioni vanno distrutte dopo la sentenza definitiva. Tutte le nuove norme non si applicano ai processi in corso. BAVAGLIO A GIUDICI E GIORNALISTI. Stretta anche su giornalisti e «talpe». I cronisti che pubblicano intercettazioni oggetto di indagine (come quelle della clinica Santa Rita a Milano o di «Calciopoli», per fare solo due esempi) rischiano da uno a tre anni di carcere e una multa fino a mille euro. Magistrati e pubblici ufficiali che li diffondono fino a cinque anni. Inserita anche una norma rilevante ma del tutto estranea all'argomento. L'articolo 1 del ddl Alfano infatti prevede «l'obbligo di astenersi» per il magistrato che ha «pubblicamente rilasciato dichiarazioni» sul procedimento che gli è stato affidato. Lo stesso articolo prevede inoltre che il capo dell'ufficio o il Procuratore generale deve provvedere a sostituire il magistrato sotto indagine per rivelazione del segreto d'ufficio. SPUNTA LA NORMA «SALVA VESCOVI». Più garanzie se si indossa l'abito talare? A giudicare dall'articolo 12 pare di sì. Tra le pieghe del decreto è spuntata una norma ad hoc per le intercettazioni che riguardano vescovi, e abati (poniamo per corruzione nella gestione di ospedali o scuole) il pubblico ministero deve inviare «l'informazione» addirittura «al Cardinale Segretario di Stato» presso la santa Sede. Mentre se si indagano semplici monaci e sacerdoti (per esempio per violenze sessuali ) si deve avvisare il vescovo diocesano. PD E IDV INSORGONO. L'UDC DIALOGA. L'opposizione insorge contro il ddl del governo. Il ministro ombra del Pd Lanfranco Tenaglia parla di testo inaccettabile e annuncia «una dura battaglia in parlamento». Mentre il leader dell'Idv Antonio Di Pietro si spinge oltre e già annuncia un referendum per abrogarlo. L'Udc invece, voce isolata nella minoranza, condivide il testo. Per Pier Casini il «dialogo può andare avanti in parlamento per arrivare a una soluzione». Dure proteste invece dal sindacato dei giornalisti, che minaccia uno sciopero, e dai magistrati. L'Anm ieri ha lanciato l'allarme è una delegazione togata ieri è stata ricevuta dal presidente della camera Fini per illustrare i punti critici. secondo gli inquirenti. Governo e maggioranza però paiono voler tirare dritto. Tanto che il ddl intercettazioni potrebbe perfino usufruire di una corsia preferenziale in parlamento.

 

Europa a passo di gambero - Orsola Casagrande

L'Irlanda ha detto no. L'isola di smeraldo dunque ha deciso e rispedito ai partner nell'Unione europea il trattato di Lisbona. Il fronte del no ha vinto arrivando al 53.4% e mandando in crisi, oltre all'Europa (istituzionale) anche il governo irlandese, tutto schierato per il sì. Impossibile, per il governo, tentare di giustificare la sconfitta con la scarsa affluenza alle urne: ha votato il 53,1% degli elettori, un'affluenza più alta che negli altri referendum. I ministri del Taoiseach (il premier) Brian Cowen hanno atteso fino a dopo mezzogiorno prima di ammettere la sconfitta. E quando l'hanno fatto sono stati comunque più attenti al post mortem che all'ammissione della morte stessa. Un cupo e affranto ministro degli esteri, Micheal Martin, ha detto che «questo voto contrario al trattato rivela la distanza tra l'Europa e i suoi cittadini». Che le cose si stessero mettendo male per il governo lo si è visto fin dalle prime ore del mattino. I primi risultati, infatti, davano al no un margine piuttosto ampio in aree importanti come la Contea di Cork e la zona nord occidentale di Sligo-Leitrim. Il no ha vinto soprattutto nelle zone rurali ma anche nelle zone working class. Con un trend meno entusiasta del previsto verso il sì da parte delle aree middle class. A Dublino (che rappresenta un terzo dei voti totali) la maggioranza dei collegi ha votato no. Per il governo irlandese ora si apre un periodo di crisi: il premier Cowen infatti è stato eletto soltanto da qualche settimana, come sostituto dell'ex primo ministro Bertie Ahern coinvolto in uno scandalo finanziario assai poco edificante. I partiti di governo erano tutti schierati per il sì al trattato. E il risultato evidentemente pone dei problemi alla coalizione. La Tigre Celtica non ruggisce più da tempo e in fondo questo no è anche una risposta a un'economia che ha fatto diventare i ricchi molto più ricchi e i poveri molto più poveri. Le mille multinazionali che hanno «invaso» la repubblica irlandese grazie agli sgravi fiscali oggi guardano altrove. Da una parte hanno traslocato fisicamente, verso l'India (soprattutto le aziende informatiche), dall'altra hanno abbandonato la manodopera irlandese (non è un caso che gli ultimi dati sulla disoccupazione vedano una nuova preoccupate crescita dei senza lavoro) a favore di forza lavoro immigrata, specie dai paesi dell'est, new entry nell'Unione. L'Irlanda è entrata nella Comunità europea nel 1973 e allora era la nazione più povera. Oggi è al quinto posto nel mondo per prodotto interno lordo pro capite. Negli anni '70 la sua era quella che veniva definita l'economia delle tre B, birra, burro e beef (manzo) che vendeva quasi esclusivamente alla Gran Bretagna (eredità di una indipendenza, per 26 delle 32 contee, concessa e quindi «coloniale»). Negli anni '80 anche in Irlanda arrivò la recessione che nessun governo sembrava in grado di governare, se non di sconfiggere. E alla fine del decennio, il paese cominciò una politica aggressiva di detassazione: dalla dipendenza dalla Guinness a quella dai componenti per computer (soprattutto americani) e prodotti farmaceutici il passo è stato abbastanza veloce. La Celtic Tiger ha cominciato a ruggire grazie anche a ulteriori concessioni dell'Unione europea. Tra il 1995 e il 2000 l'economia irlandese è cresciuta del 10% e la Ue ha ben presto soppiantato la Gran Bretagna come partner economico. Il 70% delle esportazioni irlandesi andavano nel continente, mentre nella vicina Inghilterra ci arrivava, nel 2005, soltanto il 17%. Gli aiuti europei hanno continuato a arrivare e anche per questo il no al trattato è considerato un colpo basso al resto della Ue. Un voto conservatore e nazionalista, si comincia già a dire. Anche se non è proprio così. Il fronte del no infatti era costituito dai socialisti, dal Sinn Fein (unico partito rappresentato in parlamento a schierarsi per il no) e dai sindacati (che hanno fatto una campagna capillare nei posti di lavoro). Non certo la destra della Repubblica irlandese. Che invece era schierata con il sì (nelle sue sfumature, dal Fine Gael al Fianna Fail). Ci sono naturalmente gruppuscoli ultra nazionalisti che cavalcano la vittoria, ma sono appunto gruppetti. Molti elettori intervistati hanno detto di non aver capito che cosa esattamente prevedeva il trattato. Già con la Costituzione europea si era rivelato del resto un problema di comprensione e informazione. Certo non è piaciuta agli irlandesi l'idea di perdere il controllo su questioni economiche e politiche che in questa isola ancora appassionano. Il no ha fatto una grande campagna per esempio sui diritti dei lavoratori che con il trattato di Lisbona sarebbero stati seriamente compromessi, così come il potere e il primato dei servizi pubblici. E poi c'era la questione della neutralità alla quale il paese (la repubblica irlandese non ha mai aderito alla Nato) non è disposto a rinunciare, nonostante ogni tanto i governi (di destra) l'abbiano calpestata. Non è un caso che molte donne intervistate (le donne sono quelle che più massicciamente hanno votato contro il trattato secondo i sondaggi) abbiano portato come motivo del loro no la loro contrarietà a mandare i soldati irlandesi (figli, mariti, fratelli) a combattere in una non meglio specificata forza armata europea. Un altro punto di forza nella campagna per il no è stato quello dei soldi dei contribuenti irlandesi spesi per andare a finanziare l'industria bellica e quella nucleare. Altri due temi su cui gli irlandesi da anni si battono. DIBATTITO IN UE «Un duro colpo, ma andiamo avanti». Le reazioni dei membri dell'Ue al «no» degli irlandesi tradiscono lo sconcerto generale che attraversa l'Europa all'indomani del voto. In una nota congiunta Francia e Germania si dicono deluse ma esortano a proseguire con la ratifica. «L'Ue non è in crisi» assicura Angela Merkel. Per il ministro degli esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, si tratta di una «notizia non buona» ma «l'Europa non si fermerà». Allarmato il premier irlandese, che ammette il «distacco tra le istituzioni europee e i cittadini» e teme «un potenziale disastro per l'Ue». Il ministro degli esteri danese Per stig Moeller deplora la scelta degli irlandesi e difende la Carta, «un buon trattato frutto di parecchi anni di confronto tra i paesi europei». Parla di «crisi dell'Ue» a cui bisognerà trovare una soluzione il portoghese Luis Amado. Per Karel De Gutch, capo degli esteri belga, il «no» irlandese non è un rifiuto della costituzione Ue, ma dimostra la necessità di riformare le istituzioni per renderle più trasparenti, in linea con il Trattato di Lisbona. «Cercheremo il modo per farlo entrare in vigore senza dissiparne l'essenza» dichiara il premier polacco Tusk. Per il presidente ceco Vaclav Klaus «il Trattato è finito e non lo si può ratificare», ma secondo il premier il «no» irlandese è meno grave dei precedenti. La Lituania invita l'Irlanda a proporre una soluzione per uscire dalla crisi.

 

Pakistan in marcia - Marina Forti

Decine di migliaia di manifestanti sono arrivati ieri nella capitale pakistana Islamabad, e hanno invaso il viale a sei corsie che porta al parlamento nazionale. Una manifestazione notevole, se non altro perché i protagonisti sono avvocati e magistrati, giunti qui con una «lunga marcia» dopo aver attraversato parecchie città del paese. Il «movimento degli avvocati» è una delle novità politiche dell'ultimo anno in Pakistan, un movimento di opposizione al presidente Parvez Musharraf. Avvocati e magistrati chiedono che siano reintegrati nelle loro funzioni quanti di loro furono «licenziati» da Musharraf nel novembre scorso sulla base delle leggi d'emergenza: una 40ina di magistrati, tra cui gran parte della Corte suprema e soprattutto il chief justice, il giudice capo Iftikhar Chaudhry. «Siamo nelle strade per salvare il Pakistan», ha detto ieri mattina rivolgendosi ai manifestanti Aitzaz Ahsan, presidente della Pakistan Bar Association (l'Associazione professionale degli avvocati), figura leader di questo movimento: «Vogliamo giustizia sociale, giustizia politica e giustizia costituzionale. Il nostro movimento è per cambiare il sistema». Il presidente Musharraf aveva destituito il giudice capo la prima volta un anno fa, e già allora si era trovato la rivolta politica di tutta la categoria, a difesa dell'indipendenza della magistratura. Allora la polizia aveva usato le maniere forti contro gli avvocati. Ieri tutto è stato pacifico. La differenza è evidente: la primavera scorsa era al governo il partito di Musharraf, sconfitto sonoramente alle elezioni dello scorso febbraio. L'obiettivo degli avvocati è Musharraf, ma la «marcia» è una sfida anche per il governo uscito dalle elezioni di febbraio, guidato dal Partito popolare (della defunta leader Benazir Bhutto). Parte della nuova maggioranza (il partito dell'ex premier Nawaz Sharif) vorrebbe infatti reinsediare subito e per decreto i giudici destituiti; il vedovo di Benazir, Asif Zardari, è restìo e ha proposto un pacchetto di modifiche costituzionali più ampie. Ed è ciò che ha fatto scattare la protesta, ci ha detto Asma Jehangir, avvocata presso la Corte suprema e cofondatrice della Commissione per i diritti umani in Pakistan (indipendente): «Quando il Partito popolare ha proposto un pacchetto di riforme costituzionali che non intende reinsediare il chief justice, ci siamo mossi. E' in gioco l'indipendenza della magistratura e lo stato di diritto». La questione costituzionale ha finora assorbito tutta l'azione del governo: eppur è stagione di legge finanziaria ( il budget militare aumenta ancora, a scapito di quello per l'agricoltura: proprio mentre l'inflazione «morde» anche la piccola borghesia). A oscurare tutto questo però è giunta l'aviazione statunitense, che tre giorni fa ha ucciso 11 soldati pakistani (in territorio pakistano) durante un raid contro postazioni Taleban. Il governo pakistano ha protestato in termini molto duri; ieri i due paesi hanno concordato di condurre un'indagine comune sull'accaduto. Se l'indagine possa chiudere «l'incidente»è da vedere, ma le conseguenze sono molteplici: ieri alcune delle tribù pashtoon di quella zona di frontiera si sono dette pronte a «prendere le armi» contro la «chiara aggressione» americana. Una delle conseguenze potrebbe essere far fallire i tentativi dell'esercito pakistano di negoziare accordi di cessate il fuoco con i «Taleban pakistani» 8e molti pensano che il raid, tutt'altro che accidentale, servisse proprio a questo).

 

Liberazione – 14.6.08

 

Esercito contro i clandestini. Nulla contro chi uccide sul lavoro

Piero Sansonetti

E' un film dell'orrore, è uno di quei racconti paradossali, fatti per generare nel pubblico il senso dell'impotenza, dell'ingiustizia, fatti per mostrare l'arroganza spietata di chi comanda e lo strapotere di alcune cosche criminali. E hai la sensazione che non c'è niente da fare: ti rivolgi allo Stato, ma lo Stato sta con i tuoi aguzzini, ti rivolgi alla stampa, ma la stampa sta coi tuoi aguzzini, ti rivolgi ai partiti, ai sindacati, ma anche loro o stanno coi potenti o hanno paura. Sei solo, solo, ti possono massacrare, vali zero, e vale zero la realtà, l'evidenza. Mercoledì 10 operai sono stati uccisi sul lavoro. Dieci persone. Giovedì altri quattro, ieri altri tre. In tutto ci sono stati in tre giorni più morti che nella strage di piazza Fontana (quella famosa, del '69). Ieri il tema dei morti sul lavoro era già scomparso dalle prime pagine dei giornali, soppiantato da due frasi cretine di Bush e da questa noia infame delle intercettazioni. Diciassette morti? E che volete che sia? Vi sembra questo il problema? Ci sono i clandestini da cacciare, ci sono gli accattoni, i rom, la gente seduta a bivaccare per terra, le cartacce! E così, sempre ieri (con tre morti sul campo, e il fatto che dei tre morti, due, più un ferito grave, sono egiziani ) i ministri della Difesa e dell'Interno si sono incontrati e hanno deciso di schierare l'esercito nelle grandi città. L'esercito per impedire gli abusi degli imprenditori e il ripristino della sicurezza sul lavoro? No, l'esercito contro i migranti clandestini (quelli scampati alla morte in cantiere) e i piccoli scippatori. L'emergenza è la strage? No, l'emergenza sono i borseggi. Delle morti sul lavoro non gliene frega un cazzo a nessuno.

 

Sindacati soft: solo un’ora di assemblea. Ma lo sciopero cresce

Fabio Sebastiani

Cgil Cisl e Uil si svegliano dal torpore... e proclamano un'ora di assemblea nei luoghi di lavoro in concomitanza con i funerali delle vittime della strage di Mineo. E' tutta qui «l'adeguata risposta e mobilitazione» dei sindacati alle stragi di questi giorni. Non sorprende più di tanto, del resto. In pieno confronto sui modelli contrattuali, indire addirittura uno sciopero generale potrebbe suonare come un gesto irriverente. Per i lavoratori non è così. I primi a muoversi sono state le tute blu. Anzi, per meglio dire, le tute blu di Brescia, che già da ieri e l'altro ieri sono in sciopero con «fermate articolate». Lunedì prossimo si replica. In Sicilia, invece, contro gli infortuni mortali sul lavoro Fim Fiom Uilm hanno proclamato ben quattro ore di astensione dal lavoro per giovedì prossimo. Martedì, invece, ad incrociare le braccia per un'ora, dalle undici a mezzogiorno, saranno tutti i metalmeccanici italiani. Ieri, intanto, Cgil, Cisl e Uil di Milano hanno organizzato un presidio nella centrale piazza San Babila. «Tra la strage alla ThyssenKrupp di Torino (dicembre 2007) e quella accaduta a Catania (giugno 2008), sul lavoro si è continuato a morire - scrivono i segretari generali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, Giuseppe Farina, Gianni Rinaldini e Antonio Regazzi - non sempre conquistando l'attenzione dei media» invece «i lavoratori fanno i conti quotidianamente con uno stillicidio d'infortuni gravi e invalidanti e con migliaia di morti ogni anno per malattie di origine professionale. Di fronte a questa realtà non possiamo accettare la posizione dei leader di Confindustria, sempre pronti a biasimare certi comportamenti dei lavoratori e dei sindacati, ma poco inclini ad assumere fino in fondo la responsabilità d'impresa come discrimine tra le aziende virtuose e quelle che violano, per calcolo economico o per ignoranza, elementari regole di sicurezza sul lavoro». I metalmeccanici scioperano «contro questo atteggiamento degli imprenditori, che coprendo sempre tutto e tutti, finisce per penalizzare proprio le imprese che rispettano le norme e coinvolgono i lavoratori nella valutazione dei rischi. Sono, quindi, inaccettabili - aggiungono i tre sindacati - le richieste di modifica delle nuove normative sugli appalti e sulla sicurezza». «Scioperiamo - prosegue la nota - per chiedere al Governo immediate misure economiche a sostegno della salute e sicurezza sul lavoro, compresi i 12 miliardi di euro di attivo accumulati nella gestione Inail, che vanno subito utilizzati per investimenti nella prevenzione e nel risarcimento dei danni». Per Patrizio Tonon, segretario della Cgil del Veneto, che «dentro la Confederazione ci sia la richiesta per una iniziativa nazionale penso sia la verità». «Tra l'altro l'iniziativa del governo - aggiunge - che è stata di attaccare l'impianto del Testo unico richiede questo». Anche Rossano Rossi, della segreteria della Toscana, sottoscrive «una iniziativa generale» per la sicurezza sul lavoro. In Toscana c'è già stato un lungo percorso unitario che portò alla definizione di una legge regionale. «La sensibilità in tutta la Cgil è molto alta su questo tema - sottolinea Rossi - e questo perché sia la detassazione degli straordinari che l'attacco di Sacconi al testo unico hanno destato molta sorpresa». «Mi chiedo come si faccia - aggiunge Rossi - a partecipare a un tavolo nazionale sul rinnovo dei modelli contrattuali dove ci sono gli stessi soggetti che chiedono la deregulation dei diritti, il contratto individuale e un peggioramento delle condizioni di lavoro. Tutti temi, questi, che sono strettamente connessi con l'aumento degli infortuni sul lavoro». Antonio Lareno, della segreteria della Camera del lavoro di Milano, critica la decisione di Cgil Cisl e Uil di limitarsi alla sola ora di assemblea nei luoghi di lavoro. «Una iniziativa al di sotto delle necessità - dice - e delle attese che si stanno creando proprio in questi giorni nei luoghi di lavoro». «In realtà ci vorrebbe uno sciopero generale - aggiunge - e presidi nei posti più significativi. Del resto le dichiarazioni del ministro Sacconi non lasciamo adito a dubbi. Si tratta di dichiarazioni di faccia. Sia Confindustria, poi, che le altre organizzazioni imprenditoriali, non hanno risposto all'appello e mostrando ostilità nei confronti del testo unico». Ieri la Feneal-Uil, gli edili, in un comunicato «non esclude» il ricorso allo sciopero generale «in caso di peggioramenti della normativa in materia di sicurezza sul lavoro». «La modernizzazione che serve al Paese è quella di evitare stragi di lavoratori», ha detto Giuseppe Moretti, segretario generale della Feneal. Infine, un appello alla «ribellione» arriva dalla Rete 28 aprile in Cgil. Una ribellione, tra l'altro, perfettamente prevista dalla legge, che di fronte ai rischi sulla salute e sulla sicurezza consente al lavoratore di eseguire un determinato compito. "Salviamo la vita, facciamo i fannulloni" si legge in un volantino che sarà distribuito nei prossimi giorni. «Di fronte alla continua pretesa di tutte le aziende di lavorare sempre peggio c'è una sola risposta: rifiutarsi di mettere a rischio la propria vita».

 

Urliamolo: Sciopero generale! - Maurizio Zipponi

Sciopero generale. Non esiste altro modo per rispondere alla quotidiana, sistematica strage sul lavoro. Mentre la sinistra riflette sulle ragioni della sconfitta elettorale e sulla crisi di rappresentanza che la ha travolta, mentre le grandi organizzazioni sindacali tentano di evitate l'inevitabile - ossia l'affondo diretto di Confindustria contro le ragioni della loro stessa esistenza: la contrattazione solidale e collettiva - gli eventi di questi giorni esprimono più delle parole la drammatica realtà in cui viviamo e ci indicano il "che fare" subito. La realtà è che il lavoratore vale meno della merce che produce e delle macchine che servono a produrre, non ha bisogno di manutenzione, si può cambiare alla bisogna con un altro lavoratore. La realtà è che il lavoro non è più strumento di emancipazione, perché con 700, 1000 euro al mese sei comunque povero. La realtà è che il lavoro non ha più valore, perché se fai l'operaio tuo figlio fatica a dirlo a scuola; perchè per essere imprenditore basta un giorno per aprire la partita iva, mentre per fare l'operaio servono anni di apprendistato e poi comunque rimani precario. La realtà è solitudine totale della lavoratrice e del lavoratore dipendente. E' questa la ragione principale della sconfitta della sinistra. Quando un giovane entra in una fabbrica o in un cantiere non trova più nessuno che gli trasmetta memoria ed esperienza, perché comunque ha un contratto precario e resterà per pochi mesi e se vorrà essere assunto a tempo indeterminato dovrà dire sempre sì a tutto, dovrà accettare qualunque condizione (straordinari, turni, lavoro al sabato e alla domenica, mansioni nocive e pericolose). Così la vita perde valore e viene ridotta a elemento a disposizione della produttività e della flessibilità imposta dall'impresa. Allora serve una reazione collettiva, identitaria. Allora un urlo deve alzarsi nel paese: siamo operai, precari, donne e uomini che vogliono un lavoro per vivere e non per morire! Serve uno sciopero generale subito, per affermare che la morte non può essere elemento strutturale della competitività, per obbligare le Asl, gli ispettorati del lavoro, i magistrati, i vigili a fare la cosa più importante del loro mestiere: difendere la vita e colpire i responsabili degli omicidi sul lavoro. Gli ispettori del lavoro devono uscire dagli uffici, devono avere a disposizione strumenti informatici e mezzi per muoversi sul territorio. In ogni provincia si può creare un coordinamento di tutte le forze che hanno titolo per agire. Il sequestro dei cantieri e degli impianti non a norma deve diventare prassi, insieme a forti penali economiche per chi non rispetta le leggi e deve pagare anche per il danno enorme generato dalla concorrenza sleale alle aziende che applicano le norme. I processi per omicidio e infortunio grave devono avere una precedenza, così come è per l'attività antisindacale. La responsabilità degli appalti e dei subappalti deve essere sempre del committente, per evitare gare al ribasso e il "risparmio" sui minimi contrattuali e sulle misure di sicurezza. In ogni città d'Italia lo sciopero può essere sostenuto, accompagnato da una carta rivendicativa costruita con la partecipazione dei lavoratori, del sindacato, delle associazioni dei famigliari delle vittime e dei cittadini, di chi è portatore di conoscenza nei luoghi di lavoro e sul territorio. Insieme possiamo costruire la mappa dei rischi e mobilitarci per chiedere ai sindaci e ai prefetti di intervenire. A Confindustria che lamenta, sostenuta dall'attuale ministro del Lavoro, l'eccesso di vincoli e penali per chi viola le leggi risponde la drammatica realtà: le penali non bastano, così come servono maggiori poteri per i responsabili della sicurezza che devono per legge poter interrompere la produzione quando esistono rischi e devono essere protetti dalle ritorsioni, così come è protetta dalla legge l'attività sindacale. Sciopero generale per alzare la testa. Sciopero generale non solo perché i lavoratori non devono più morire, ma anche perché un lavoro rispettoso della dignità e della vita delle persone impone a imprese e imprenditori di investire nell'innovazione, nella formazione, nel lavoro a tempo indeterminato. Ecco il "che fare" immediato, per chi vuole costruire la sinistra.

 

Ecco la verità sul delitto Rostagno - Davide Varì

A vent'anni di distanza la procura di Palermo fa luce sull'assassinio di Mauro Rostagno. Il dirigente di Lotta continua fu ucciso dai corleonesi intimoriti dalle sue inchieste. Su tutte quella relativa al traffico di armi in Somalia gestito da mafia e servizi segreti. Antonio Ingroia, magistrato palermitano, ha trovato la prova che mancava: il proiettile che uccise Rostagno era un proiettile di Cosa Nostra. La notizia, attesa da vent'anni, è di quelle che ti fanno riappacificare con la giustizia: «Gli assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi nei prossimi mesi di fronte alla Corte di Assise di Trapani». A rivelarlo è Enrico Deaglio con un'ampia inchiesta pubblicata sull'ultimo numero di Diario, numero da oggi in edicola. Il merito va ad Antonio Igroia, il magistrato palermitano che non ha mai mollato la presa e, dopo dodici anni di inchiesta, ha chiesto il rinvio a giudizio per Vincenzo Virga organizzatore dell'agguato al giornalista torinese che, pare, fu commissionato da Totò Riina in persona.

Sembra proprio che questa volta il Pm Ingroia, abbia una prova definitiva, «una prova decisiva» grazie alla quale si farà finalmente luce su una vicenda caratterizzata da depistaggi, veleni e manovre oscure. Una vicenda simbolo di quella fitta rete di misteri che caratterizza il nostro Paese. Ma andiamo con ordine, partiamo da quel 26 settembre del 1988, la notte in cui Mauro Rostagno fu assassinato con quattro colpi di fucile calibro 12 e due colpi di pistola calibro 38 special. Da quel giorno in poi l'indagine si mosse in tutte le direzione tranne che in quella del delitto di mafia. Tranne che nel sentiero oscuro e insanguinato di Cosa nostra. Del resto Rostagno era diventato un vero "rompicoglioni". Si era messo in testa di fare il giornalista e lo fece come una missione: «Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania - scriveva al suo vecchio compagno Renato Curcio - ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono». E fu quel suo vizio, il vizio di spulciare tra le pieghe di quella Sicilia martoriata dalla mafia, la sua condanna a morte. La storia di Rostagno è nota, e nel suo lungo articolo Enrico Deaglio la ripercorre tutta. Mauro Rostagno, finito il suo tormentato pellegrinaggio intellettuale e spirituale - dalla facoltà di Sociologia di Trento al viaggio in India - nel 1987 approda in Sicilia dove fonda la comunità Saman per tossicodipendenti e alcolisti. Insieme a lui Chicca Roveri, sua moglie, e quel Francesco Cardella che aveva conosciuto in India. «In quello stesso anno - racconta ancora Deaglio - Mauro entra per la prima volta negli studi televisivi di Rtc, una piccola emittente privata». Nel giro di un anno diventa il personaggio televisivo più noto in città. Questa la giornata tipo del Rostagno giornalista: «Otto di mattina, lettura dei giornali; poi primo giro con le telecamere: si fa il giro per raccontare i cumuli dei rifiuti che non vengono raccolti. Si da notizia delle denunce dei cittadini e delle inchieste: dalla scoperta delle logge massoniche, alle malversazioni amministrative. Infine si intervistano i magistrati più impegnati, per esempio Paolo Borsellino, procuratore di Marsala». Una presa diretta su Trapani che infastidiva, faceva schiumare rabbia a tutti coloro che agivano nell'ombra e che non avevano certo bisogno di una telecamera sguinzagliata tra le procure e tra i vicoli più bui della città. «Quarchi vota ch'attapanu 'u musu», prima o poi gli tappano la bocca, ripetevano consapevoli i più avvertiti. Nel 1988 arriva il giorno dello scoop: con una piccola telecamera si piazza dietro le piste di decollo e atterraggio di Kinisia (ex aeroporto militare poco lontano da Marsala). «Alla luce del tramonto - racconta Deaglio - filma un C130 dell'Aeronautica italiana che scarica casse di medicinali e carica casse di armi dirette in Somalia. E' convinto di aver raggiunto un grande tassello all'ipotesi che da Trapani mafia e servizi segreti gestiscano un traffico di armi e droga». Va a Palermo per informare Giovanni Falcone e cerca contatti anche con il Pci. Sa bene che quella che ha in mano è roba che scotta. In quei giorni Angelo Siino, fiduciario di Cosa Nostra, sa già che contro Rostagno c'è una condanna a morte. E allora va dal proprietario della Tv consigliandogli di farlo smettere: "Ho cercato di non farlo uccidere", confiderà in seguito a un magistrato. «Alla fine cosa nostra - continua Deaglio nel suo lungo articolo inchiesta - commissiona l'omicidio di Rostagno al capomafia di Trapani Vincenzo Virga. La data prescelta è il 26 settembre. Alle 21 è già buio e ancora più buio è il tratto di strada sterrata che Rostagno deve percorrere alla guida della sua Fiat Duna. Accanto a lui c'è Monica Serra una ragazza della comunità che lavora con lui a Rtc. Nel frattempo un tecnico Enel, Vincenzo Mastrantonio, che di secondo lavoro svolge l'attività di autista del capomafia Virga, ha provveduto a spegnere l'illuminazione della zona». E' il momento dell'agguato: una Fiat Uno tampona l'automobile di Rostagno. I killer iniziano a sparare. Rostagno è colpito da otto colpi in testa e alla schiena. All'obitorio di Trapani, dove giace il cadavere martoriato, i carabinieri diffondono la notizia che in macchina Mauro aveva un rotolo di dollari e due siringhe di eroina. Di certo c'è solo che qualche tempo dopo Vincenzo Mastrantonio viene trovato cadavere nelle campagne di Lenzi. «Parlava troppo». Nel 1996 accade quello che nessuno si aspettava: «Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo convoca, gioisco e spavaldo una conferenza stampa per annunciare la soluzione del "caso Rostagno". Il delitto, secondo la sua inchiesta, è maturato dentro la comunità Saman per gelosie, adulteri, traffico di droga e ammanchi finanziari». Quindi manda in galera la moglie Chicca Roveri, accusata di essere l'organizzatrice del delitto, e Monica Serra, la ragazza scampata all'agguato sarebbe infatti una complice. Poi l'annuncio finale: «Bisognava capirlo dall'inizio - dichiara il procuratore Garofalo - Si doveva poter escludere il coinvolgimento di Cosa nostra che del delitto non voleva e soprattutto non doveva essere gratuitamente incolpata». Le ipotesi del Pm crollano però in breve tempo. Nel frattempo pentiti affidabili e di primo piano, tra questi un "certo" Giovanni Brusca, attribuiscono alla mafia l'organizzazione del delitto. Le carte arrivano infine ad Antonio Ingroia. Dopo dieci anni di indagini il Pm siciliano riesce a trovare la prova definitiva. La traccia è in un bossolo esploso la notte del 26 settembre del 1988. Un segno inequivocabile: quel colpo è stato esploso da una pistola di mafia.

 

Come ti distruggo l’economia reale con la bolla petrolifera

Sabina Morandi

Quei rivoluzionari de Il Sole 24 ore l'hanno scritto all'inizio di giugno: attenzione alla «trappola del greggio virtuale». Cosa sia il "greggio virtuale" è presto detto: ogni giorno nel mondo vengono estratti 85 milioni di barili ma ne vengono scambiati circa un miliardo. Sono appunto i barili virtuali che passano di mano sulla piazza della New York Mercantile Exchange, meglio nota come Nymex, o della britannica Intercontinental Exchange (Ice). Peccato che il prezzo determinato da questo scambio frenetico sia invece più che reale e influisca pesantemente sul costo di ogni merce visto che ogni merce viene prodotta, e trasportata, con il petrolio reale. Dimenticate quindi tutte le leggi della domanda e dell'offerta, che richiedono comunque del tempo per far sentire i loro effetti. Al Nymex si viaggia alla velocità dei byte, e non ci si sofferma certo a registrare i cali della produzione causati dall'invecchiamento dei giacimenti né l'aumento della domanda dovuto alla grande sete di India e Cina. Come scrive Roberto Capezzuoli sul Sole «il vistoso scollamento tra le borse e il mercato fisico testimonia che l'attuale modello di contrattazioni è da cambiare». Non colpa del picco, quindi, anche se era prevedibile che i primi segnali di declino produttivo avrebbero acceso la miccia della speculazione, ma nemmeno la crescita economica di alcuni paesi, ma «Le grandi borse merci, punti di riferimento per tutti gli scambi, hanno le loro colpe e abusano della permissiva condotta di chi ne detta le norme». Oltretutto negli ultimi anni, più che dettarle, i governi non hanno fatto che cancellarle. Negli Stati Uniti è stato il Commodity futures modernization act del 2000, a spalancare la porta ai capitali diretti verso le materie prime, limitando i poteri della Commodity futures trading commission (Cftc) che dal 1974 ha il compito di vigilare sugli scambi. In Gran Bretagna la Financial services authority ha allentato ancora di più le redini facendo dell'Ice di Londra un mercato in cui le regole sono l'eccezione, come ha lasciato intendere il senatore americano Carl Levin parlando delle inchieste sulle manipolazioni dei prezzi che Senato e Cftc stanno portando avanti da dicembre. Il problema è che, chi si occupa di petrolio, ci capisce assai poco di borsa. Potrà stupire noi profani (anzi, per la verità ci terrorizza) ma i petrolieri sono impreparati perché c'è una grande differenza fra il petrolio vero e quello virtuale, e sono molto diversi i meccanismi che regolano i due mercati. I capisaldi del mercato petrolifero reale sono la standardizzazione, la cassa di compensazione (clearing house) e soprattutto la liquidità. In sostanza, perché un mercato funzioni un po' di speculazione è necessaria, ma può assumere direzioni opposte rispetto a quelle di chi usa i futures per proteggersi dagli imprevisti movimenti dei prezzi, che poi sarebbe la loro finalità originaria. Il denaro serve per la compravendita e il versamento dei margini di garanzia, generalmente meno onerosi nel caso di chi fa hedging, cioè chi protegge la propria attività, e più costosi per chi opera da speculatore. E poi serve la merce da consegnare a chi decida di esercitare il diritto normalmente riservato al possessore di un future di acquisto. Oggi invece il petrolio non si consegna. All'Ice di Londra, per esempio, chi ha un contratto di vendita sul Brent (il greggio di riferimento nord-europeo) potrebbe anche decidere di portarlo a scadenza e consegnare la merce. Quindi ci sono decine di petroliere cariche che girano per gli oceani (consumando combustibile ricavato dal petrolio vero) in cerca di una destinazione. Quale migliore dimostrazione dello scollamento tra mercato borsistico e mercato reale? Il problema è che anche i depositi verso cui dirigersi sono virtuali - ma almeno per il Brent europeo l'Ice prevede l'opzione della compensazione monetaria mentre per i future che si scambiano sul Wti (il greggio americano), la consegna fisica non è nemmeno contemplata. Sugli scambi over-the-counter, fuori listino e privi regole, praticamente si è perso ogni controllo. Anche sulla piazza di New York le norme sono molto blande. Chi volesse consegnare il greggio Wti potrebbe farlo, ma solo a Cushing, in Oklahoma, dove la capienza è di una ventina di milioni di barili, 50 volte meno degli scambi giornalieri che si verificano al Nymex. Oltretutto i margini speculativi (più alti) non vengono mai versati. Chi non ha un'attività che giustifichi un determinato volume di operazioni di copertura, può comunque operare tramite uno dei grandi soci della Borsa stessa, evitando il maggior onere finanziario e non rischiando niente. Una roulette truccata praticamente irresistibile per le (solite) grandi banche d'affari che stanno accumulando profitti da capogiro. Il deputato democratico Bart Stupak ha puntato il dito contro Goldman Sachs e Morgan Stanley, accusandole di manipolare artificiosamente le quotazioni. Niente di più facile, e tutto alla luce del sole. Appena l'analista della Goldman Sachs, Arjun Murti, ha parlato di 200 dollari al barile entro due anni, i prezzi sono schizzati alle stelle. Motivo? La profezia si avvera da sola se, a sorreggerla, c'è una tale potenza finanziaria: puntare su un'altra carta sarebbe semplicemente suicida. Del resto, uno che ci capisce, in una recente audizione ha fornito la sua candida spiegazione al Senato americano: «Ci sono tutti i segnali di una bolla, ma non scoppierà tanto presto. Quanto ai margini speculativi, alzarli potrebbe scoraggiare qualcuno, ma sarebbe inutile». Si chiamava George Soros.

 

Repubblica – 14.6.08

 

Il trionfo dell’euronoia - Lucio Caracciolo

Si può superare la soglia dei cinquant’anni senza sapere a che sesso si appartiene? E vietarsi rigorosamente di indagare al riguardo? Pare proprio di sì, se parliamo di Unione Europea. Sappiamo bene quello che l’Ue non è né vuole essere – né Stato né mera alleanza fra Stati – ma preferiamo non indagare su che cosa sia o voglia diventare. E’ un’entità sui generis, stabilisce l’eurolingua brussellese, offrendo così il suo contributo alle più disinibite teorie transgender. Ma dopo il "no" irlandese al Trattato di Lisbona possiamo continuare a far finta di nulla? A non chiederci che tipo di casa stiamo costruendo, chi è abilitato ad accomodarvisi e per quale scopo? Possiamo. Tale è almeno la convinzione dei leader europei, non importa se di destra, di centro o di sinistra, se francesi o lettoni, ciprioti o portoghesi. I quali sanno benissimo che se affrontassero la questione alla radice – se tentassimo di stabilire fini e confini dell’Unione Europea – rischierebbero la cacofonia. Ognuno disegnerebbe la propria Europa. Ispirata alla propria storia, geografia, cultura. Riferita alla percezione dei propri interessi e del proprio elettorato, che a oltre mezzo secolo dai Trattati di Roma resta rigorosamente nazionale. Sicché, un minuto dopo che le agenzie avevano battuto la notizia del rigetto irlandese di questa sorta di testo unico europeo – lungo quanto un codice ma ancor meno leggibile – nei palazzi di Bruxelles e nelle cancellerie continentali ci si interrogava su come rimediare a un risultato che fino a ieri non si era inteso prendere in considerazione. Si studiavano sofisticati meccanismi per aggirare le conseguenze di un paradosso tipicamente europeista: a tre milioni di elettori irlandesi è stato affidato di decidere per quasi mezzo miliardo di europei. E ciò perché Dublino aveva aperto un varco nel consenso di tutte le altre capitali dell’Unione: siccome oggi qualsiasi trattato europeo sarebbe brutalmente bocciato dagli elettori, meglio non sottoporglielo. Classico riflesso paternalista dell’ortodossia brussellese: l’Europa è fatta per gli europei non dagli europei. Meglio lasciar scegliere chi sa, per il bene di tutti. E’ per questo che dopo lo schiaffo olandese e francese alla cosiddetta "Costituzione europea", quasi tutti i governi avevano optato per la ratifica del nuovo testo – grosso modo quello vecchio, meno il riferimento costituzionale nel titolo, indigeribile dalle opinioni pubbliche più nazionaliste – passandolo allo scontato vaglio dei parlamenti. Se poi la piccola Irlanda si rivolgeva ai cittadini, poco male. Si pensava che quel paese miracolato dai quattrini comunitari non avrebbe rifiutato il "sì". Forse omettendo di considerare che proprio perché avevano ottenuto dall’Europa quel che loro interessava, la passione degli irlandesi per l’impresa comunitaria aveva perso d’intensità. Sarebbe però affrettato rubricare il voto irlandese come vittoria degli euroscettici. Ciò presuppone l’esistenza di un soggetto Europa di cui dubitare. Ma qui manca il soggetto. A meno di non qualificare tale quell’entità sui generis di cui nemmeno i periti in European studies – nuova branca dell’entomologia – riescono a determinare senso e natura. Certamente il Trattato di Lisbona non aiuta a discernere il profilo dell’Unione, fondata sul principio, caro a Delors, per cui "l’Europa avanza mascherata". Oppure qualcuno immagina che gli elettori irlandesi si siano torturati nell’esegesi dei suoi 418 articoli? Più che dagli euroscettici, il rifiuto emana dagli euroannoiati. Per i quali vale l’osservazione di Ralf Dahrendorf: "Quel che c’è di peggio nell’Unione Europea è la noia mortale che circonda la maggior parte dei temi che vi si affrontano". E, potremmo aggiungere, il clima nebbioso e furtivo in cui vi si decide di questioni vitali per la nostra esistenza. Il trionfo dell’euronoia è una pessima notizia. Se lo scetticismo è il sale della democrazia, la noia ne è il nemico più insidioso. In questa pseudo-Europa indecifrabile e geneticamente à la carte si diffonde il virus che assimila le scelte etico-politiche alla pura tecnica. Sicché non abbiamo bisogno di leadership politica – il "che fare" – ma di competenze pratiche – "come fare". Il marchio distintivo dell’Ue è infatti la sottrazione di importanti quote di sovranità alla sfera democratica – quella degli Stati – per trasferirla in un ambito che, con qualche ottimismo, potremmo battezzare parademocratico. Nel senso che Commissione e Parlamento europeo offrono una parodia delle procedure democratiche, ma non configurano affatto un sistema democratico. Non per la maligna volontà di qualcuno. Per il semplice fatto che la democrazia presuppone lo Stato. Ciò che l’Unione non è. Vi sono certo Stati non democratici, ma non democrazie senza Stato. La questione che il referendum irlandese torna a proporci e che i nostri governanti vorranno schivare è semplice: vogliamo una democrazia europea? Se no, conviene rinunciare alla democrazia o all’Europa? Se sì, in quale Stato e con quali frontiere? Diamo una risposta chiara a queste domande. Magari sotto forma di una breve, solenne dichiarazione. Poi sottoponiamola al voto di tutti i cittadini dei paesi comunitari. Dalla lezione irlandese potrebbe così scaturire la terza fase della costruzione europea. La prima, quella eroica, ha preso impulso dalla catastrofe della guerra: allora le Comunità europee erano sinonimo di riconciliazione franco–tedesca, integrazione nell’Occidente antisovietico e relativo benessere. La seconda fase, annunciata dall’unificazione tedesca e dal suicidio dell’Urss, ha prodotto Maastricht: l’ultimo urrà del funzionalismo, che pretendeva di transustanziare l’economia in politica, l’euro in integrazione geopolitica. La terza dovrebbe prendere atto del fallimento di quell’alchimia. Per costruire un progetto europeo con chi ci sta e senza chi ne diffida. Oppure per rinunciarvi. Nella chiarezza e nella democrazia. Viviamo in un mondo multipolare senza un polo europeo. Ci sta bene? Vogliamo che altri decidano per noi e su di noi? Sarebbe ben curioso che nello spicchio di mondo dove è stata concepita la liberaldemocrazia, se ne celebrasse il funerale con tanta indifferenza. Probabilmente né a Roma né a Parigi né a Berlino – non parliamo di Londra, Varsavia o Riga – si vive un senso di emergenza. La parola d’ordine è business as usual. Ai nostri governanti questa Unione indefinita e indefinibile va benissimo. In fondo, resta fedele al motto di Jean Monnet: "L’essenziale non è sapere dove andare, ma andarci". Astuto. Il guaio è che gli irlandesi, dopo olandesi e francesi, confermano che si può prendere in giro qualcuno a lungo o molti per qualche tempo, non tutti per sempre..

 

L'eccezione è la regola - GIUSEPPE D'AVANZO

Berlusconi è intenzionato a dimostrare che - per governare la crisi italiana, come vuole che noi l'immaginiamo - è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l'ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore. Con il "decreto sicurezza" (alla voce immigrati) e con il "decreto Napoli", è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno "stato di eccezione". Ha deciso di esercitare il suo potere secondo un tecnica che gli impone di creare - volontariamente e in modo artefatto - una necessità dopo l'altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere. Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l'assoluta necessità di ridimensionare l'azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l'esibizione, la forza, le armi dell'Esercito. E' finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la "militarizzazione della politica". Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all'ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all'aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell'occasione, l'Esercito si limitò a proteggere, con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi "sensibili" liberando dall'impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di "parificare" 2.500 soldati "agli agenti di pubblica sicurezza" con "compiti di pattugliamento e perlustrazione" delle città inaugura una nuova, inedita stagione. Evocando ragioni (necessità) di "ordine pubblico" e "sicurezza" avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata all'Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia, chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono "democratico" che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza. Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una "decisione assoluta" che sola può assicurare la "governabilità" e l'uscita dalla crisi? Non è questa l'idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l'uso delle intercettazioni o contro l'informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di "un ascolto"? Magistratura e informazione, i due ordini che, in un'equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. "Nemici", perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l'urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E' stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l'iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l'indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato). Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei gestori di telefonia, venute alle luce con l'affare Telecom. Né svelano all'opinione pubblica come e se daranno mai conto dell'uso delle "intercettazioni preventive" che oggi, al di fuori del processo penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente del Consiglio con l'autorizzazione del procuratore presso la Corte d'Appello. Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l'annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l'oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di "diritto positivo della crisi" che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.

 

La Stampa – 14.6.08

 

Intossicati dal telefonino - GIAN ANTONIO ORIGHI

MADRID  - C’è un’altra «droga» che sta rovinando la salute dei nostri figli adolescenti: l’uso smodato del telefonino (e del Messenger). I sintomi sono proprio quelli di uno stupefacente: sindrome d’astinenza e disturbi mentali. L’allarme è scattato in Spagna perché si è saputo che due ragazzini «telefoninomani» di 12 e 13 anni sono stati ricoverati al Centro di Salute Infantile e Giovanile della città catalana di Lerida. «È la prima volta che usiamo un trattamento specifico per curare la dipendenza da cellulare - commenta preoccupata la direttrice, Maite Utges -. Uno dei due ragazzini è ricoverato da tre mesi, l’altro da sette. E la nostra terapia durerà almeno un anno». In una Spagna dove, secondo i dati 2007 dell’Ine (l’Istat in salsa iberica), ben il 67 per cento di chicos y chicas possiedono quel gadget ormai alla portata di tutte le tasche, i genitori dei due telefono-dipendenti hanno capito che qualcosa non andava perché la vita dei loro pargoli era cambiata, a cominciare dalla resa scolastica, diventata disastrosa. La ragione? Semplice: erano sempre incollati all’apparecchio, come minimo cinque ore al giorno. Non solo per parlare con i coetanei e per mandare gli ormai classici messaggini con o senza foto, ma anche per distrarsi con i videogame, che ogni fabbricante include in un marchingegno diventato indispensabile anche a chi frequenta appena le scuole inferiori. I due «drogati», non paghi del telefonino, usavano pure il Messenger, la messaggeria istantanea via Internet. La cellular-mania aveva ormai raggiunto un elevato livello di intossicazione: i due studenti non riuscivano a fare più nulla senza la loro droga, neppure i compiti più semplici, benché usassero lo «stupefacente» da appena un anno e mezzo. L’unico controllo che i genitori potevano esercitare era quello sui fondi: davano ai figli una scheda prepagata, pensando che quello sarebbe stato il limite. Invece, quand’erano in sindrome di astinenza, i due ragazzini ricaricavano le loro «siringhe» di nascosto, con le mance o gli euro che riuscivano a racimolare da nonni e famigliari. Come qualsiasi tossicodipendente, dagli alcolizzati ai cocainomani, la coppia di giovincelli non riconosce ancora la propria malattia. «Per curarli occorre che ammettano la loro dipendenza, cosa che non fanno. Andiamo avanti pian piano, dopo aver tolto loro, naturalmente, la causa della loro malattia - precisa la dottoressa Utges -. Raccomando ai genitori di non dare questi marchingegni ai figli prima dei 16 anni e di controllare quanto li usano». Ma la dipendenza da telefonino avanza sempre più senza che nessuno se ne preoccupi, mentre le imprese telefoniche spendono una fortuna con le loro sempre più martellanti campagne pubblicitarie che puntano alla quota di mercato con più potenziale: gli adolescenti. L’anno scorso un rapporto del Tribunale dei Minori di Madrid rilevava che il 30 per cento della gioventù tra i 13 e i 17 anni ammetteva di «essere estremamente a disagio» senza il suo gadget preferito.

 

Noi, italiane con il velo – Flavia Amabile

''Lavoravo in una pizzeria. E in una pizzeria lavorava anche lui, egiziano, musulmano. Entrambi eravamo camerieri. Fu da subito un grande amore anche se all’inizio ero molto titubante: non sapevo nulla dell’Islam e della cultura araba.  Otto mesi siamo stati fidanzati, poi ci siamo sposati. Io ero cristiana, lui musulmano, abbiamo scelto il matrimonio civile in comune. Era il 3 ottobre di quattro anni e mezzo fa. Lui è praticante, prega cinque volte al giorno ma lo fa per conto suo. Non mi ha mai detto nulla, sono stata io ad iniziare a chiedergli, volevo capire il suo mondo. Sentivo che la religione faceva parte della sua vita. Ho iniziato a leggere il Corano , mi ha coinvolto come mai prima altre religioni e mi è venuta voglia di fare la Shahada, di convertirmi. Ne sei sicura?, mi ha chiesto lui. Ho risposto di sì ma lui ha insistito: guarda che la Shahada significa fare un patto con Dio. Sono sicura, ho risposto. Ho pronunciato le parole di rito due anni e mezzo fa, in Egitto, dove ci trovavamo per il matrimonio di un cugino. I miei genitori credevano fosse un gioco. Solo quando ho messo il velo hanno capito che facevo sul serio. A quel punto mi hanno fatto la guerra perché si vergognavano di questa figlia così cambiata, socialmente regredita perché si è messa in testa un fazzoletto come se lo mettevano le nonne. Mia madre è stata molto pesante: non ti posso più vedere con questo fazzoletto in testa, toglilo. Ho cercato di portare pazienza e fare quello che mi insegna la religione: rispettare i genitori e sapere che questo non mutava i nostri rapporti. In realtà le cose sono andate un po' diversamente: impormi la pazienza mi è servito come forma di autoeducazione,mi ha insegnato a comprendere i miei genitori. Fra le mie amiche, due hanno capito, un'altra invece mi ha rovesciato addosso un Tir pieno di luoghi comuni. Lavoro come segretaria in un ufficio privato che si occupa di cinema. Il mio vecchio capo non aveva avuto perplessità sulla mia conversione, mi permetteva anche di indossare  l’hijab in ufficio. Poi è arrivato un nuovo capo e tutto è cambiato. Anche se lui è più giovane. All’inizio addirittura gli avevano raccontato che portavo il burka. In realtà indosso solo il foulard in testa e una camicia lunga con le maniche sempre lunghe. Mi ha detto che preferiva che i clienti non vedessero me in hijab. E così, la mattina arrivavo in ufficio e mi toglievo il foulard. Mi sembrava di tornare indietro nel tempo, e non in senso positivo: non mi sentivo a mio agio senza l'hijab, mi sembrava di essere quasi nuda.  Anche perché se decido di mettere il velo lo faccio perché lo sento, e sento di dover frequentare di più. Il nuovo capo, invece, no: anche se più giovane. Ne abbiamo parlato con mio marito. Se il futuro lo permetterà magari il lavoro lo lascio. Se potessi, mi piacerebbe trovare un lavoro part-time, più congeniale per una mamma. Spero di riuscire a rimettere l’hijab in ufficio, però. Una volta ho anche provato. Ad un certo punto indirettamente mi hanno fatto capire di toglierlo. In genere qui a Roma ognuno si fa i fatti propri. Solo quando vado in giro mi guardano, soprattutto nella zona dei miei genitori. Una signora mi fissava proprio. La prima volta ho fatto finta di nulla, la seconda anche, la terza ho ricambiato lo sguardo e ora lei guarda da un’altra parte. In estate è più difficile: io vesto con abiti lunghi, maniche lunghe anche in pieno luglio. E - guarda caso - c'è sempre qualcuna che inizia a sbuffare per il caldo.''

- Giorgia Afnan Caldani, 34 anni, Verona. - ''Sono diventata musulmana perché mi sono sposata con mio marito ma probabilmente ci sarei arrivata anche in altro modo. Ho girovagato fra le religioni da quando avevo 15 anni. Sono stata testimone di Geova, poi Hare Krishna, poi induista e lì ho avuto il mio primo approccio con l'Islam. Sono entrata in una moschea sufi e mi sono messa a pregare. In quegli anni ho iniziato a frequentare mio marito, un palestinese del ’48, dei Territori. L’ho conosciuto lavorando in pizzeria. Io lo facevo come secondo lavoro, ero cameriera. Ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia. Io ero ancora cattolica. In paese esisteva un unico asilo, quello della parrocchia. E' stato allora che ho iniziato a pormi il problema dell'educazione religiosa di nostra figlia. E abbiamo iniziato a parlarne con mio marito. Lui ha raccontato di Gesù che per loro è un profeta, ha parlato dei cinque pilastri dell'Islam. Mentre parlava, per la seconda volta mi sono sentita avvolta da qualcosa di profondamente diverso dal materialismo della religione cristiana, troppo adattabile alle persone. Leggere il Corano è un’esperienza fortissima. A volte ti coccola, altre ti scrolla. Ho fatto un sogno: c’erano tante porte e qualcuno mi diceva: ‘se sulla strada giusta’. Avevo anche iniziato a pregare, facevo meditazione yoga kundalini e invece piano piano sono arrivata all’Islam. Ora mia figlia è iscritta in una scuola di suore e facciamo grandi discussioni. Le faccio partecipare, devono frequentare la comunità in cui vivono. Non ho messo subito l’hijab, non è un elemento fondamentale, non è uno dei cinque pilastri, fa parte della coscienza della persona. Quando ho deciso poi però facevo più fatica a uscire senza che con. E’ visto come un elemento di sottomissione e invece non è vero. Mio marito dopo un mese che lo mettevo mi ha detto: Ah, ma lo metti sempre? Temevo per i miei genitori. In effetti mia mamma non è stata contenta. E mio padre nemmeno. Ma una volta messo non l’ho tolto più. Sono bionda e con gli occhi azzurri, si vede che non sono araba. Poi però le persone si abituano. Da un anno sono casalinga: con i primi due ce l’ho fatta, con la terza no e mi sono presa alcuni anni di pausa. Prima ero responsabile della sicurezza e della qualità per una ditta che si occupa di ponti radio. Mio marito è medico, dopo anni di sacrifici lavorando come cameriere, ora lavora la pronto soccorso, al 118. Problemi? Devo sempre rendere conto degli incontri che faccio. Come donna con il velo sono etichettata, allora cerchi di stare più attenta per comportarti nel migliore dei modi, mi sento meno libera di agire agli occhi degli altri ma ho raggiunto un equilibrio che prima non avevo. La preghiera mette serenità, sai che c’è il Clemente, il Misericordioso che ti accoglie. La carità e l’amore nel cristianesimo sono utilizzate senza crederci. Nell’Islam la carità è fondamentale. Ti dicono di farlo ma la mano destra non deve sapere quello che fa la mano sinistra. La religione cristiana sembra politica non religione. Ho sempre amato frati e suore di clausura. Ma il papa e i cardinali distorcono lo spirito della religione cristiana. E poi perché devo andare a confessarmi e perché qualcuno deve avere il potere di assolvermi? Chi è per avere questo potere? Io parlo in modo diretto con Dio. Solo lui può decidere. ''

- Stefania Shaima Capoccia, Albenga. - ''Ho incominciato a frequentare mio marito perché lavorava da mio padre al ristorante. Avevo un’amica che si era convertita da giovane ed ero rimasta in contatto con lei. Poi dopo essermi sposata a poco a poco ho iniziato ad andare in profondità sulla questione. Mi affascinava il Ramadan, questo periodo di digiuno, poi sono andata ancora più in là. E’ stato un processo lungo, ho iniziato a non mangiare il prosciutto e sono arrivata poi a fare il Ramadan e a mettere il velo. I miei familiari si sono risentiti perché lo vedono come una privazione di libertà, in realtà per me è una dimostrazione di libertà. Si può andare in giro nudi sul lungomare di Albenga ma non ci si può mettere il velo in testa. Ogni tanto i miei attaccano ancora la solfa poi però vedono che sono serena, convinta, mio marito mi tratta come una regina, si vede che sto bene e non possono dire nulla. L’Islam dice che alle donne spetta il dovere di educare i figli molto più che al padre. Quindi il padre non decide tutto. Fra musulmani organizziamo dei corsi per insegnare l’alfabeto, ci incontriamo per le gite. Un giorno abbiamo deciso di andare a Milano alla conferenza dell’Amdi e ho lasciato i figli a mio marito e sono andata. Sono felice di aver fatto questa scelta. Quella che potrebbe sembrare una privazione da un punto di vista fisico la si fa così volentieri che non mi appare tale. Ho una figlia piccola di 19 mesi. In Italia ci sarebbe bisogno di una grande pulizia. A noi donne musulmane non piace uscire e non trovare sicurezza. Mio marito è egiziano, fa lo chef di cucina italiana. Gli amici veri sono rimasti. Gli altri nemmeno mi riconoscono più. Ai miei due più cari amici ho chiesto di non darmi più baci o abbracciarmi quando ci incontriamo. Da piccola ero catechista e soprano di una corale di una chiesa in provincia di Savona. Ero di Loano e ora vivo ad Albenga. La cosa che mi dava più fastidio nella religione cattolica è che cambia nel tempo. Prima si diceva che i bambini appena nati andavano nel limbo, ora si dice che vadano in Paradiso. Se le Scritture sono un libro rivelato non possono essere cambiate. Se c’è una fuga delle anime non è la Chiesa che deve adattarsi agli altri. Ero commessa ma non andava bene il mio modo di vestire. Ora sto facendo dei corsi di programmazione. Mi piacerebbe poter lavorare da casa. I soldi che guadagno? In quel caso sarebbero miei, se la donna lavora può tenerli. E’ l’uomo che deve mantenere la famiglia, è lui che deve garantire una vita serena a me e ai miei figli.''

 

Corsera – 14.6.08

 

Europa, la vera malattia - Franco Venturini

Se il referendum irlandese doveva giudicare la forza di un'Europa da poco guarita, il meno che si possa dire è che la sentenza di condanna uscita dalle urne appare senza appello. Il trattato di Lisbona, orfano di una delle ventisette ratifiche necessarie, è tecnicamente morto. E un terzo popolo europeo, tra i pochissimi consultati negli ultimi anni, ha rimandato al mittente il confuso identikit di una Unione non amata. Nessuno, beninteso, vorrà rassegnarsi. Ma far tornare gli irlandesi alle urne come avvenne nel 2001, rinegoziare il trattato di Lisbona, pregare Dublino di togliere il disturbo, tenersi il trattato di Nizza attualmente in vigore, sono tutte strade molto difficili da percorrere. La Francia, che vede compromessa la sua prossima presidenza, annuncia una risposta d'accordo con Berlino. Londra promette che la ratifica per via parlamentare proseguirà, consapevole com'è di uno scetticismo che riguarda anche la Repubblica Ceca. Nel Parlamento italiano, che deve ancora esprimersi, saranno più forti le eccezioni della Lega. E ovunque tornerà il senso di paralisi e di impotenza che seguì nel 2005 le bocciature costituzionali di Francia e Olanda, cui il trattato di Lisbona doveva appunto porre rimedio con le sue caute riforme. Tutto molto grave, ma la vera malattia dell'Europa non è qui. Chiediamoci, piuttosto, come sia possibile che un Paese uscito dal sottosviluppo grazie all'Europa le voti tanto duramente contro. Chiediamoci, se non lo abbiamo già fatto negli ultimi tre anni, perché i francesi e gli olandesi abbiano detto no alle ambizioni costituzionali europee. Chiediamoci, in definitiva, per quali motivi l'Europa sia a tal punto lontana dal consenso popolare, non nell'euroscettica Gran Bretagna ma tra i suoi beneficiari e tra i suoi soci fondatori. Le risposte, per quanto spesso eluse, hanno poco di misterioso. L'Europa di tutti i giorni non ha mai imparato a comunicare, e parla un eurocratese incomprensibile ai più. I Trattati sembrano destinati a una platea di accademici, più che a società complesse fatte di elettori. La globalizzazione, omologandoli, ha paradossalmente rilanciato gli Stati nazionali e ha dato nuova forza ai localismi. I giovani considerano acquisiti i molti vantaggi che vengono dall'appartenenza alla Ue, e dunque non sono più mossi come i loro padri dalla necessità di consolidarli. L'elenco delle spiegazioni facili potrebbe continuare. Ma per quanto gravi siano le fragilità della costruzione europea, nessuna riuscirebbe a metterla in rotta di collisione con i suoi popoli se l'Unione non fosse prigioniera di una radicale crisi di identità politica e di capacità operativa. Agli albori, la prima Europa nacque per garantire la democrazia post bellica e impedire nuove guerre tra Francia e Germania. La seconda Europa fu quella delle grandi ambizioni, della conquista di un «posto» nel mondo, delle cessioni di sovranità in nome del bene comune, delle regole, del mercato interno, della libera circolazione, dell'euro. Ma il mondo di oggi e di domani esige una terza Europa, concretamente vicina ai suoi popoli visto che dalla legittimazione di vertice si è passati a quella di base, riconoscibile e unita nelle sue posizioni internazionali, consapevole sì di dover essere grande per contare nei nuovi equilibri planetari ma prioritariamente efficace nel valore aggiunto da dare alla sua azione interna. Ed è proprio questa terza Europa che non riesce a vedere la luce. I prezzi di benzina e gasolio, l'immigrazione, i livelli occupazionali? L'Europa è assente, divisa o in ritardo. L'identità politica? Dipende dai casi e da laboriosi compromessi tra interessi contrastanti. Il Trattato che vincola tutti? Incomprensibile e dunque pericoloso. Meglio tutelarsi, respingendo ieri l'idraulico polacco e proteggendosi oggi contro i rischi presunti di nuove tasse, di meno sussidi all'agricoltura, di attacchi alla neutralità nazionale, di declassamenti riservati ai Paesi piccoli. Tanto, le cose buone che ci vengono da Bruxelles non spariranno. Rimasta a metà del guado integrativo, l'Europa dei Ventisette non è più riconoscibile e non riesce a battere la temibile alleanza tra paure e diritti acquisiti. Ma dopo lo schiaffo irlandese dovrebbe almeno vedere con chiarezza l'alternativa che ha di fronte: da un lato la decadenza, dall'altro la rifondazione a opera di un gruppo ristretto di integrazionisti pragmatici. Il momento della scelta verrà, e riguarderà anche l'Italia.

 

Berlusconi e il decisionismo «imbrigliato» - Francesco Verderami

Siccome raccontare è anche un modo di condividere il proprio stato d’animo, dagli ultimi racconti del premier emerge un senso di cupezza. È come se il Cavaliere si rendesse conto che il suo decisionismo si è impigliato. Proprio così. Silvio Berlusconi sembra essersi impigliato nelle maglie della burocrazia, negli atti della magistratura, nelle manovre politiche degli alleati, in special modo della Lega. Perciò racconta, come a volersi sfogare. E non è un caso se ieri ha raccontato un episodio che - a suo avviso - è la testimonianza degli «intralci al mio tentativo di governare». Il problema dei rifiuti in Campania vuole risolverlo, anzi deve. «Bene, sono andato a Napoli. Ho tenuto la conferenza stampa, detto che verrà completato il termovalorizzatore di Acerra, annunciato il nome della società che porterà l’opera a compimento. E la mattina dopo cos’è accaduto? Che la procura è andata negli uffici di quell’azienda e ha sequestrato tutte le carte. Vi è chiaro? Hanno sequestrato tutto. L’amministratore delegato della società mi ha fatto sapere che volevano rinunciare. È dovuto intervenire Letta per farlo tornare sui suoi passi. Diglielo, Gianni». E «Gianni» ha ammesso di aver dovuto «faticare»: «La società voleva mollare, andarsene addirittura all’estero». Ma il racconto legato all’«ennesimo episodio di intromissione della giustizia», serve a celare un’irritazione che si estende alle «direttive da applicare» da parte degli apparati dello Stato, e ai veti, agli scontri, alle faticose mediazioni che sono proprie della politica. Perché non c’è dubbio che «dopo una prima fase di gestione commissariale di Berlusconi, qualcosa è cambiato», lo ammette un fedelissimo del premier come il ministro Gianfranco Rotondi: «Ora Berlusconi deve fare i conti con le regole del gioco, che sono le stesse di sempre». Ed è la vischiosità che frena ogni sua decisione a far infuriare il Cavaliere, lui che durante la campagna elettorale aveva scaricato sull’Udc le colpe per gli errori e i ritardi del precedente governo, ed aveva motivato così la rottura dai centristi: «Non avverrà più». «Ma in politica - spiega Rotondi - ci sarà sempre qualcuno che farà la parte di Pier Ferdinando Casini». Ed è nei leghisti che il premier rivede al momento le movenze dei centristi, è in quel suo «ne ho fin qui» che si riassume la fatica degli ultimi passaggi. Perché la legge sulle intercettazioni varata dal governo, non è la stessa che aveva in mente. L’avvocato-deputato Consolo del Pdl, l’ha pubblicamente sottolineato: «Berlusconi sette giorni fa aveva detto cose diverse. Forse avrà dovuto piegarsi alle richieste del Carroccio. Comunque si vede che il suo decisionismo va a corrente alternata». Sarebbe però un errore voler sovrapporre l’immagine del Senatùr a quella di Casini, e lo stesso Francesco Cossiga spiega perché «è un errore»: «Tra Berlusconi e Bossi i rapporti sono eccellenti. Fosse per l’Umberto non sorgerebbero certi problemi. Sono invece i colonnelli leghisti a lavorare sotto traccia. Sanno di essere forti e usano la loro forza per centrare gli obiettivi che si sono prefissi. Ma non somigliano ai centristi, bensì a Rifondazione». È da verificare se l’ex capo dello Stato abbia davvero ragione, è certo però che l’intervista a Libero del titolare del Viminale, Roberto Maroni, non è piaciuta al Cavaliere, per il passaggio sul reato di clandestinità «che deve restare», e per quello sulle intercettazioni, dove «ha vinto il buonsenso». «Il gioco al ribasso su certi temi — secondo Cossiga — serve per ottenere di più su altri». Sarà. Certo Berlusconi è stufo di subire il lavorio ai fianchi, che va dalle questioni europee fino a quelle comunali. Ma un conto è la tradizionale posizione dei leghisti sull’Ue, altra cosa è che qualcuno tenti di sfruttare le difficoltà per destabilizzare il Pdl. Perché è stato abile il ministro dell’Interno alla conferenza Stato-Città, dove il sindaco di Milano ha fatto una sfuriata per i tagli: «Voglio capire. Togliete soldi a noi per darli a Roma? Io non sono disposta a pagar pedaggio per chi non è stato efficiente e virtuoso nella gestione». E Maroni: «Hai ragione, Letizia...». Come non sapesse che il premier deve evitare il collasso del Campidoglio, che si è impegnato con Gianfranco Fini su questo. Come non sapesse che Giulio Tremonti cerca risorse, «altrimenti - spiegava giorni fa il ministro Altero Matteoli a un amico - senza finanziamenti per le infrastrutture e lo sviluppo, Silvio si può far benedire ogni giorno dal Papa...». E dire che «Silvio» aveva offerto del suo governo un’immagine diversa all’amico Bush: «È un mix di esperienza e gioventù. Ed è anche pieno di belle donne». Risposta del presidente americano: «Perché non le hai invitate qui a cena?».


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