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Manifesto – 14.6.08 «Se sulla sicurezza hanno fallito le
forze di polizia, il problema è politico non militare» -
Tommaso Di Francesco Sull’emendamento del ministro della difesa Ignazio La
Russa e di quello degli interni Roberto Maroni che prevede, per sei mesi
prorogabili, l’uso di 2.500 militari contro la criminalità nelle aree
metropolitane, abbiamo rivolto alcune domande al generale Fabio Mini, ex
comandante delle truppe della Nato in Kosovo e autore di un prezioso saggio, «Soldati», uscito da poco per le edizioni
Einaudi. Non c’è più «solo» l’attribuzione ai
militari degli stabilimenti per lo smaltimento dei rifiuti nelle aree critiche.
Ora si annuncia l’impiego dei soldati in servizio di ordine pubblico. Ma se le
misure ordinarie di polizia sono state insufficienti c’è qualcosa che va oltre
l’emergenza. Perché invece di individuare responsabilità e limiti politici e
istituzionali, si arriva all’uso dei militari? Certo, se non è un
cambiamento del ruolo dello stato è però un cambiamento di atteggiamento nei
confronti di una esigenza. Non la chiamerei emergenza, perché altrimenti tutto
diventa emergenza. E non è neanche una sostituzione dei compiti della polizia,
perché se fosse una sostituzione andremmo incontro a problemi veramente di
status giuridico che ovviamente le forze armate non possono avere, se non in
condizioni particolari come quelle proprio di «emergenza di ordine pubblico» e
altre. Direi piuttosto che si tratta di una voglia di far vedere che le forze
armate come realtà appartenenti alle forze di sicurezza dello stato possono
essere integrate. Io qui però ho sempre la solita domanda: l’integrazione è
proprio a livello minuto, nel senso che insieme a un carabiniere, a un
finanziere, a un poliziotto ci deve essere anche un soldato? E se sì, la
qualifica di agente di polizia di pubblica sicurezza o quella superiore, molto
superiore, di ufficiale di polizia giudiziaria rimane al carabiniere, al
finanziere, al poliziotto o al soldato? Che tipo di qualifica ha? Il militare
fa parte di un gruppo in cui c’è uno soltanto che può arrestare? E lui starebbe
lì a fare o da scorta al carabiniere o a essere scortato da un carabiniere o da
un poliziotto? La facoltà, la capacità di intervento che ha un soldato restano
un nodo veramente da sciogliere. Nel
provvedimento si dice che si tutela meglio la sicurezza passando dal poliziotto
di quartiere di giorno a un pattuglia mista nelle ore serali. Il tutto
coordinato dai prefetti. E si fa l’esempio dei Vespri siciliani del 1992...
La catena è regolare, nel senso che spetta ai prefetti coordinare l’impiego
delle forze di sicurezza e di polizia.
Ovviamente questo tipo di intervento e di coordinamento avviene tutte le volte
che – per quanto riguarda le forze dell’esercito – l’esercito è messo a disposizione
del prefetto in casi di emergenza. Così invece l’emergenza rischia di diventare
una routine, ed è un fatto sui generis.
Non possiamo prendere come esempio i Vespri siciliani, perché se dovessimo per
caso avere in mente ancora quel modello significherebbe che: 1) esiste
un’emergenza di ordine pubblico; 2) in questa emergenza di ordine pubblico le
forze di sicurezza della polizia e dei carabinieri sono impotenti; 3) c’è una
voglia di riscatto, di rivalsa da parte di tutta la popolazione che vede nei
soldati i propri naturali rappresentanti, come popolo in armi, e allora si usa
anche il soldato. Ma non siamo in queste condizioni. Se fossimo davvero in
queste condizioni vorrebbe dire che saremmo messi molto male non solo dal punto
di vista della disponibilità degli uomini ma soprattutto come approccio al
problema della sicurezza nelle nostre città. Ma
non è pericolosa questa sorta di militarizzazione, mostrata come esercizio
della forza? Perché poi le inefficienze croniche diventeranno più che problemi
politici e istituzionali, un’emergenza militare, pericolosa sia per chi la
chiede come il governo, sia per chi la esegue? E se alla fine nemmeno
l’esercito riesce a districare i nodi irrisolti? Questo è un aspetto
molto importante, perché i militari in questo senso dovrebbero essere veramente
l’ultima risorsa, quando proprio la situazione è precipitata. Se questo non è
il caso, si ha una specie di inflazione di intervento militare che porta anche
a uno snaturamento, a una delegittimazione stessa dei militari in questo tipo
di compito. Così come esiste – ed è il pericolo fondamentale – la
delegittimazione delle forze di polizia. Insomma, ci devono dimostrare che le
forze di polizia non sono sufficienti e devono essere integrate dalle forze
dell’esercito. Allora si possono integrare, dando alle forze dell’esercito gli
stessi poteri delle forze di polizia, e nelle stesse condizioni anche di
lavoro. Immagino i conflitti che possono sorgere. Non è possibile che un
poliziotto debba fare sei ore al giorno di lavoro e poi tutto il resto è
straordinario mentre un soldato deve lavorare 24 ore al giorno e magari non
prendendo neanche l’indennità di ordine pubblico. Ma, insisto, si tratta
veramente di sostituire perché si è verificata con prove alla mano l’impotenza
e l’incapacità delle forze di polizia, e contestualmente ai poteri militari.
Cosa veramente gravissima per uno stato costituzionale come il nostro. Come interpreta il fatto che i militari saranno scelti
«tra quelli che hanno avuto esperienza nelle missioni di pace, dove hanno
svolto compiti di polizia»? Insomma la periferia di Roma come Kandahar o
Mitrovica? Da un punto di vista tecnico è corretto, nel senso che si
impiegheranno quelli che hanno già avuto esperienza. Però c’è un fatto
«politico» annesso a quello tecnico: i nostri soldati sono andati a fare quel
tipo di lavoro dove c’è la guerra, dove manca lo stato e ogni presenza
istituzionale, dove c’è la corruzione che dilaga con gli attentati
terroristici. Non mi pare che questo sia il caso di Roma o Milano. Cacciari: «Vanno bene anche i soldati,
basta che facciano qualcosa» «Non hanno abbastanza personale delle forze di polizia da
mettere a lavorare sulla sicurezza? E va bene, ben venga l'esercito. Ben venga
chiunque, basta che abbia intenzione di darci una mano». Massimo Cacciari è il
sindaco di una delle quindici città «metropolitane» dove dovrebbe essere
spedito il contingente di 2500 soldati con compiti di pattugliamento e
perlustrazione delle città e delle aree circostanti. Avranno qualifica di
agenti di pubblica sicurezza e opereranno in squadre miste insieme a polizia e
carabinieri. Lo hanno deciso ieri i ministri di interno e difesa, Roberto
Maroni e Ignazio La Russa, che inseriranno un emendamento ad hoc al decreto
varato dal governo. Tutto questo mentre Cacciari incontrava il comitato dei cittadini
per cercare di appianare l'ultima polemica di casa sua, quella contro il
villaggio sinti che il comune ha deciso di costruire a Mestre. Sindaco, le polemiche sul villaggio sinti sono un
capitolo chiuso? La riunione si è svolta in un buon clima. L'amministrazione
comunale ha presentato al comitato l'ultima versione del progetto del
villaggio, con notevoli migliorie, rispondendo a numerosi dubbi e obiezioni. E'
stata presentata la delibera che incardina in via definitiva il progetto. Il
comitato ha preso atto di questa nuova documentazione, riservandosi una
risposta definitiva entro i primi giorni della prossima settimana. Nel
frattempo si è è deciso di soprassedere all'inizio dei lavori fino al prossimo
incontro, nella speranza di poter poi veramente proseguire nei lavori, in
accordo tra tutte le parti. Intanto il
governo le manda i soldati a Venezia per fare i pattugliamenti. Bene.
Il governo precedente aveva fatto grandi promesse ma poi sono arrivati sì e no
dieci agenti di polizia. Ma il fatto che siano
militari le sembra adeguato ai compiti? I precedenti sono l'operazione Vespri
siciliani e in Sardegna «Forza Paris». Ma la situazione era molto
diversa, il tipo di controllo del territorio che deve essere effettuato in zone
ad alto tasso mafioso presuppone tutta un'altra condizione. Io dico che se sono
militari è anche meglio. E che comunque se non hanno agenti di polizia, se le
questure non sono in grado di darsi da fare, vuol dire che lo faranno i
soldati. La ministra ombra degli interni del
suo partito, Roberta Pinotti, dice «no alla militarizzazione delle città».
Quest'aspetto non la preoccupa? Francamente, non mi pare si tratti
di fare controllo del territorio. Non drammatizzerei. E se il governo valuta di
non avere altri mezzi, ci mandi pure i soldati. Insomma, faccia qualcosa. Stato di ex-diritto - Livio
Pepino Il percorso parlamentare del decreto legge sui rifiuti in
Campania prosegue sostanzialmente senza opposizione e culmina ora nella
militarizzazione delle città. La logica è quella tipica (e ingannevole)
dell'emergenza. Si parte da un problema reale e drammatico (nel caso specifico
la necessità di liberare i cittadini della Campania dai rifiuti accumulati da
un decennio di cattiva politica e di cattiva amministrazione) e lo si utilizza
poi per finalità del tutto diverse. Così l'emergenza rifiuti diventa il
pretesto per un inedito irrigidimento del sistema penale e per una escalation
repressiva nelle politiche di ordine pubblico. Il testo del decreto legge non
lascia dubbi. Quasi di nascosto, nella norma che fissa i poteri del
sottosegretario di Stato per la Campania, viene modificato persino il catalogo
dei reati. Da oggi, anzi da ieri, è reato «introdursi abusivamente nelle aree
di interesse strategico nazionale, impedire o rendere più difficoltoso
l'accesso autorizzato alle stesse» ed è espressamente previsto che determinano
il delitto di interruzione di pubblico servizio e una speciale aggravante del
reato di danneggiamento «impedire, ostacolare o rendere più difficoltosa la
complessiva azione di gestione dei rifiuti» e «distruggere, deteriorare o
rendere inservibili, in tutto o in parte, componenti impiantistiche e beni
strumentali connessi con la gestione dei rifiuti». Il salto di qualità del
controllo repressivo è pari solo alla genericità delle nuove previsioni. Che
cosa significa, infatti, «rendere difficoltoso» l'accesso a una discarica?
Basta un qualunque assembramento, una manifestazione di dissenso, un pacifico
sit-in? E, ancora, che cosa è e quando comincia la «complessiva azione di gestione
dei rifiuti»? E cosa si intende per «beni strumentali» connessi a tale
gestione? È evidente come in questo modo si apre la strada a interventi
repressivi potenzialmente illimitati delle manifestazioni «di piazza » e si
dilatano a dismisura i poteri discrezionali della autorità di polizia. Ma non è
tutto. Insieme a tali nuove previsioni si affermano una cultura e una prassi di
militarizzazione del territorio senza precedenti. Le discariche e i siti di
smaltimento dei rifiuti vengono equiparati alle aree in cui «è vietato
l'accesso nell'interesse militare dello Stato » ed è introdotta una non meglio
specificata categoria di «aree di interesse strategico» soggette alla stessa
disciplina. Eppure anche questo non sembra sufficiente e la maggioranza prepara
emendamenti tesi ad affidare all'esercito la sorveglianza e la gestione delle
aree interessate allo smaltimento dei rifiuti, mentre, parallelamente, si
prospetta l'impiego delle forse armate anche per pattugliamenti nelle città.
Difficile non riandare con il pensiero alle politiche dell'ordine pubblico
inaugurate nel luglio 2001 a Genova agli esordi del precedente governo della
destra. La cosa non può sfuggire ai democratici e a tutti coloro che continuano
a credere che la legalità costituzionale è inclusione e confronto assai più che
scontro muscolare. Immigrati, le vittime vere
dell'insicurezza - Manuela Cartosio MILANO - Piazzale Lotto è il mercato della braccia più
famoso e frequentato di Milano. La Fillea Cgil gli ha dedicato un libro e un
film. Dozzine d'inchieste televisive sul lavoro nero in edilizia hanno
inquadrato all'alba il via vai dei pulmini in quella piazza. I cronisti che per
un giorno si travestono da muratori per raccontare sempre la stessa storia
vanno in piazzale Lotto per farsi assoldare da un caporale. E' cominciato in
piazzale Lotto l'ultimo giorno di vita di Hassan Mohammed e Salama Awad Omar,
egiziani rispettivamente di 27 e 28 anni, morti poco prima delle 11 di ieri per
il crollo di un ponteggio in un cantiere di Settimo milanese. Lo testimonia
Awat, cugino di Mohammed e di un terzo egiziano, Hassan Khamis di 38 anni,
gravemente ferito nel rovinoso crollo. «Oggi fai un ponteggio, domani fai
qualcosa d'altro. Quello che capita, facciamo», spiega Awat, che sostiene di
non sapere il nome del caporale che ieri ha reclutato i due cugini. Egiziano
anche un quarto lavoratore, colto da uno choc nervoso dopo il crollo. Tutti
immigrati e non da poco, tutti senza permesso di soggiorno, tutti al lavoro per
quattro o cinque euro l'ora. Ecco il vero nesso tra «clandestinità» e
«insicurezza». A prezzo modico i migranti al lavoro muoiono e si fanno male al
nostro posto e, in proporzione, più di noi. Un'insicurezza che ci fa comodo e
che quindi occultiamo. Sta qui la risposta all'interrogativo (retorico ma
giusto) posto dal segretario della Cgil milanese Onorio Rosati: «Perché le
ronde non si fanno in piazzale Lotto e in piazzale Loreto dove è prassi
reclutare clandestini per i cantieri?». Un mese e mezzo fa nell'ultima retata
della Questura in piazzale Loreto erano rimasti impigliati quattro o cinque
caporali. Dopo, il business è proseguito as usual. «C'è un diffuso senso
d'impunità. Di fatto in Italia il caporalato non è reato», scandisce Marco Di
Girolamo, segretario della Fillea Cgil di Milano. Con altri sindacalisti era al
presidio in piazza San Babila, anticipato alle 15 per non sovrapporsi alla
partita Italia-Romania. Manifestini stampati in fretta: «Cantieri=fabbriche di
morte», «Basta stragi», «E' un'ecatombe». Di Girolamo chiede sanzioni contro i
caporali, «ma anche contro chi li utilizza, appaltatori e subappaltatori e
questo, diciamolo chiaro, non è previsto neppure nel Testo Unico». Un Testo
Unico giudicato invece troppo severo dalle imprese e che il governo di destra
intende «addolcire». Un'ipotesi contro cui fanno muro i sindacati milanesi e
nazionali: «No a ogni tentativo di modifica da parte del governo di norme e
sanzioni in materia di sicurezza sul lavoro». Auro Della Verde, funzionario
della Fillea nella zona Rho-San Siro, arriva al presidio direttamente dal
«luogo del delitto». Ha visto i due cadaveri coperti da un telo, ha visto «il
castello del ponteggio» crollato dal sesto piano di un palazzo ormai ultimato,
da un'altezza di 15-20 metri. Sopra al «castello» si mettono i materiali del
ponteggio che si sta smontando. I ferri «tutti attorcigliati» inducono a
pensare che il «castello» era stato troppo caricato. Titolare del subappalto
per mettere e togliere i ponteggi risulta la Ecoponteggi di Trezzo d'Adda, ma
può darsi che l'impresa a sua volta abbia subappaltato parte dei lavori a
qualche altra ditta. Titolare della costruzione del complesso residenziale in
via don Minzoni a Settimo milanese dovrebbe essere la Delta Scarl di Nerviano.
Il condizionale è d'obbligo perché alla Camera di Commercio non risulta
registrato nessun consorzio con questo nome. Ciò impedisce di risalire alle
imprese che lo compongono. Auro Della Verde è convinto che ne facciano parte
«le imprese storiche dell'edilizia milanese». Però «la prova» al momento non ce
l'ha e quindi i nomi «non si possono fare». Nomi a parte, l'ennesima strage
dimostra che «aldilà delle belle parole, non c'è la volontà politica di
contrastare l'epidemia di omicidi bianchi». Si accetta che il caporalato sia
diventato un elemento «strutturale, indispensabile» della filiera
dell'edilizia. Il resto, i morti e i feriti, viene di conseguenza. Vero, ma
l'accettazione - osserviamo - coinvolge anche chi la pelle la rischia. «Gli
operai italiani in regola lavorano e basta. Gli altri sono schiavi». Vittorio
Agnoletto, medico del lavoro prima di diventare eurodeputato del Prc, è giunto
nel cantiere di Settimo milanese poco dopo il crollo. «Siamo di fronte a esseri
umani trattati come carne da macello...». E le loro famiglie non riceveranno
neppure uno straccio di risarcimento. Stop intercettazioni, parola alle camere - Matteo Bartocci ROMA - Silvio Berlusconi è sicuro: «Quello sulle
intercettazioni è un provvedimento che gli italiani vogliono, ogni volta che ne
ho parlato in campagna elettorale la gente mi ha applaudito tantissimo». Una
certezza che evidentemente è bastata a convincere alleati ignari di tutto e
ministri recalcitranti. Mentre giornalisti e magistrati già preparano proteste
e iniziative contro un provvedimento che vieta questo tipo di indagini in reati
gravi o di forte allarme sociale come rapina, furto o sfruttamento della
prostituzione. Alla fine il giro di vite alle intercettazioni giudiziarie e
alla loro pubblicazione sui giornali è approvato all'unanimità dal consiglio
dei ministri. «C'è stata una concordia assoluta - dirà a cose fatte un ministro
della Giustizia Angelino Alfano gongolante - perché la prassi delle
intercettazioni è stata stravolta». Il testo finale del ddl però ancora non
c'è, perché, spiegano a palazzo Chigi, mancano ancora alcuni «dettagli tecnici
minori». MICROFONI APERTI PER TRE MESI. Stando alle anticipazioni, il ddl
Alfano rispecchia l'accordo raggiunto nella maggioranza. Per il governo (ora il
testo passa all'esame del parlamento) non si può intercettare per reati con
pena massima inferiore a 10 anni. (è un raddoppio secco, attualmente sono 5).
Ci sono però alcune deroghe specifiche definite per legge: sono sempre
'intercettabili' i reati di mafia, terrorismo e «grave allarme sociale», i
reati contro la pubblica amministrazione (inclusi corruzione e concussione),
usura, ingiuria, minaccia, molestia o «disturbo delle persone con il mezzo del
telefono». Un'altra deroga, fondamentale per reati «persecutori» come lo
«stalking», è la possibilità di intercettare su richiesta della parte offesa a
tutela delle vittime. Giro di vite anche alle intercettazioni «ambientali»
indiscriminate, possibili d'ora in poi solo nei luoghi dove c'è il fondato
motivo che si svolga il crimine. Novità anche nelle procedure. La più
importante è il limite massimo complessivo di tre mesi per l'ascolto. E
l'autorizzazione spetterà a un collegio di tre giudici con decreto motivato e
contestuale alla richiesta dell'autorità giudiziaria. Un'altra previsione che
farà discutere è che le intercettazioni autorizzate per un'indagine non possono
essere più utilizzate in un procedimento diverso. Infine, viene istituito un
archivio riservato per la conservazione (basta atti in cancelleria) e le
registrazioni vanno distrutte dopo la sentenza definitiva. Tutte le nuove norme
non si applicano ai processi in corso. BAVAGLIO A GIUDICI E GIORNALISTI.
Stretta anche su giornalisti e «talpe». I cronisti che pubblicano
intercettazioni oggetto di indagine (come quelle della clinica Santa Rita a
Milano o di «Calciopoli», per fare solo due esempi) rischiano da uno a tre anni
di carcere e una multa fino a mille euro. Magistrati e pubblici ufficiali che
li diffondono fino a cinque anni. Inserita anche una norma rilevante ma del
tutto estranea all'argomento. L'articolo 1 del ddl Alfano infatti prevede
«l'obbligo di astenersi» per il magistrato che ha «pubblicamente rilasciato
dichiarazioni» sul procedimento che gli è stato affidato. Lo stesso articolo
prevede inoltre che il capo dell'ufficio o il Procuratore generale deve provvedere
a sostituire il magistrato sotto indagine per rivelazione del segreto
d'ufficio. SPUNTA LA NORMA «SALVA VESCOVI». Più garanzie se si indossa l'abito
talare? A giudicare dall'articolo 12 pare di sì. Tra le pieghe del decreto è
spuntata una norma ad hoc per le intercettazioni che riguardano vescovi, e
abati (poniamo per corruzione nella gestione di ospedali o scuole) il pubblico
ministero deve inviare «l'informazione» addirittura «al Cardinale Segretario di
Stato» presso la santa Sede. Mentre se si indagano semplici monaci e sacerdoti
(per esempio per violenze sessuali ) si deve avvisare il vescovo diocesano. PD
E IDV INSORGONO. L'UDC DIALOGA. L'opposizione insorge contro il ddl del
governo. Il ministro ombra del Pd Lanfranco Tenaglia parla di testo inaccettabile
e annuncia «una dura battaglia in parlamento». Mentre il leader dell'Idv
Antonio Di Pietro si spinge oltre e già annuncia un referendum per abrogarlo.
L'Udc invece, voce isolata nella minoranza, condivide il testo. Per Pier Casini
il «dialogo può andare avanti in parlamento per arrivare a una soluzione». Dure
proteste invece dal sindacato dei giornalisti, che minaccia uno sciopero, e dai
magistrati. L'Anm ieri ha lanciato l'allarme è una delegazione togata ieri è
stata ricevuta dal presidente della camera Fini per illustrare i punti critici.
secondo gli inquirenti. Governo e maggioranza però paiono voler tirare dritto.
Tanto che il ddl intercettazioni potrebbe perfino usufruire di una corsia
preferenziale in parlamento. Europa a passo di gambero - Orsola Casagrande L'Irlanda ha detto no. L'isola di smeraldo dunque ha
deciso e rispedito ai partner nell'Unione europea il trattato di Lisbona. Il
fronte del no ha vinto arrivando al 53.4% e mandando in crisi, oltre all'Europa
(istituzionale) anche il governo irlandese, tutto schierato per il sì.
Impossibile, per il governo, tentare di giustificare la sconfitta con la scarsa
affluenza alle urne: ha votato il 53,1% degli elettori, un'affluenza più alta
che negli altri referendum. I ministri del Taoiseach (il premier) Brian Cowen
hanno atteso fino a dopo mezzogiorno prima di ammettere la sconfitta. E quando
l'hanno fatto sono stati comunque più attenti al post mortem che all'ammissione
della morte stessa. Un cupo e affranto ministro degli esteri, Micheal Martin,
ha detto che «questo voto contrario al trattato rivela la distanza tra l'Europa
e i suoi cittadini». Che le cose si stessero mettendo male per il governo lo si
è visto fin dalle prime ore del mattino. I primi risultati, infatti, davano al
no un margine piuttosto ampio in aree importanti come la Contea di Cork e la
zona nord occidentale di Sligo-Leitrim. Il no ha vinto soprattutto nelle zone
rurali ma anche nelle zone working class. Con un trend meno entusiasta del
previsto verso il sì da parte delle aree middle class. A Dublino (che
rappresenta un terzo dei voti totali) la maggioranza dei collegi ha votato no.
Per il governo irlandese ora si apre un periodo di crisi: il premier Cowen
infatti è stato eletto soltanto da qualche settimana, come sostituto dell'ex
primo ministro Bertie Ahern coinvolto in uno scandalo finanziario assai poco
edificante. I partiti di governo erano tutti schierati per il sì al trattato. E
il risultato evidentemente pone dei problemi alla coalizione. La Tigre Celtica
non ruggisce più da tempo e in fondo questo no è anche una risposta a
un'economia che ha fatto diventare i ricchi molto più ricchi e i poveri molto
più poveri. Le mille multinazionali che hanno «invaso» la repubblica irlandese
grazie agli sgravi fiscali oggi guardano altrove. Da una parte hanno traslocato
fisicamente, verso l'India (soprattutto le aziende informatiche), dall'altra
hanno abbandonato la manodopera irlandese (non è un caso che gli ultimi dati
sulla disoccupazione vedano una nuova preoccupate crescita dei senza lavoro) a
favore di forza lavoro immigrata, specie dai paesi dell'est, new entry
nell'Unione. L'Irlanda è entrata nella Comunità europea nel 1973 e allora era
la nazione più povera. Oggi è al quinto posto nel mondo per prodotto interno
lordo pro capite. Negli anni '70 la sua era quella che veniva definita
l'economia delle tre B, birra, burro e beef (manzo) che vendeva quasi
esclusivamente alla Gran Bretagna (eredità di una indipendenza, per 26 delle 32
contee, concessa e quindi «coloniale»). Negli anni '80 anche in Irlanda arrivò
la recessione che nessun governo sembrava in grado di governare, se non di
sconfiggere. E alla fine del decennio, il paese cominciò una politica
aggressiva di detassazione: dalla dipendenza dalla Guinness a quella dai
componenti per computer (soprattutto americani) e prodotti farmaceutici il
passo è stato abbastanza veloce. La Celtic Tiger ha cominciato a ruggire grazie
anche a ulteriori concessioni dell'Unione europea. Tra il 1995 e il 2000
l'economia irlandese è cresciuta del 10% e la Ue ha ben presto soppiantato la
Gran Bretagna come partner economico. Il 70% delle esportazioni irlandesi
andavano nel continente, mentre nella vicina Inghilterra ci arrivava, nel 2005,
soltanto il 17%. Gli aiuti europei hanno continuato a arrivare e anche per
questo il no al trattato è considerato un colpo basso al resto della Ue. Un
voto conservatore e nazionalista, si comincia già a dire. Anche se non è
proprio così. Il fronte del no infatti era costituito dai socialisti, dal Sinn
Fein (unico partito rappresentato in parlamento a schierarsi per il no) e dai
sindacati (che hanno fatto una campagna capillare nei posti di lavoro). Non
certo la destra della Repubblica irlandese. Che invece era schierata con il sì
(nelle sue sfumature, dal Fine Gael al Fianna Fail). Ci sono naturalmente
gruppuscoli ultra nazionalisti che cavalcano la vittoria, ma sono appunto
gruppetti. Molti elettori intervistati hanno detto di non aver capito che cosa
esattamente prevedeva il trattato. Già con la Costituzione europea si era
rivelato del resto un problema di comprensione e informazione. Certo non è
piaciuta agli irlandesi l'idea di perdere il controllo su questioni economiche
e politiche che in questa isola ancora appassionano. Il no ha fatto una grande
campagna per esempio sui diritti dei lavoratori che con il trattato di Lisbona
sarebbero stati seriamente compromessi, così come il potere e il primato dei
servizi pubblici. E poi c'era la questione della neutralità alla quale il paese
(la repubblica irlandese non ha mai aderito alla Nato) non è disposto a
rinunciare, nonostante ogni tanto i governi (di destra) l'abbiano calpestata.
Non è un caso che molte donne intervistate (le donne sono quelle che più
massicciamente hanno votato contro il trattato secondo i sondaggi) abbiano
portato come motivo del loro no la loro contrarietà a mandare i soldati
irlandesi (figli, mariti, fratelli) a combattere in una non meglio specificata
forza armata europea. Un altro punto di forza nella campagna per il no è stato
quello dei soldi dei contribuenti irlandesi spesi per andare a finanziare
l'industria bellica e quella nucleare. Altri due temi su cui gli irlandesi da
anni si battono. DIBATTITO IN UE «Un duro colpo, ma andiamo avanti». Le
reazioni dei membri dell'Ue al «no» degli irlandesi tradiscono lo sconcerto
generale che attraversa l'Europa all'indomani del voto. In una nota congiunta
Francia e Germania si dicono deluse ma esortano a proseguire con la ratifica.
«L'Ue non è in crisi» assicura Angela Merkel. Per il ministro degli esteri spagnolo,
Miguel Angel Moratinos, si tratta di una «notizia non buona» ma «l'Europa non
si fermerà». Allarmato il premier irlandese, che ammette il «distacco tra le
istituzioni europee e i cittadini» e teme «un potenziale disastro per l'Ue». Il
ministro degli esteri danese Per stig Moeller deplora la scelta degli irlandesi
e difende la Carta, «un buon trattato frutto di parecchi anni di confronto tra
i paesi europei». Parla di «crisi dell'Ue» a cui bisognerà trovare una
soluzione il portoghese Luis Amado. Per Karel De Gutch, capo degli esteri
belga, il «no» irlandese non è un rifiuto della costituzione Ue, ma dimostra la
necessità di riformare le istituzioni per renderle più trasparenti, in linea
con il Trattato di Lisbona. «Cercheremo il modo per farlo entrare in vigore
senza dissiparne l'essenza» dichiara il premier polacco Tusk. Per il presidente
ceco Vaclav Klaus «il Trattato è finito e non lo si può ratificare», ma secondo
il premier il «no» irlandese è meno grave dei precedenti. La Lituania invita
l'Irlanda a proporre una soluzione per uscire dalla crisi. Pakistan in marcia -
Marina Forti Decine di migliaia di manifestanti sono arrivati ieri
nella capitale pakistana Islamabad, e hanno invaso il viale a sei corsie che
porta al parlamento nazionale. Una manifestazione notevole, se non altro perché
i protagonisti sono avvocati e magistrati, giunti qui con una «lunga marcia»
dopo aver attraversato parecchie città del paese. Il «movimento degli avvocati»
è una delle novità politiche dell'ultimo anno in Pakistan, un movimento di
opposizione al presidente Parvez Musharraf. Avvocati e magistrati chiedono che
siano reintegrati nelle loro funzioni quanti di loro furono «licenziati» da
Musharraf nel novembre scorso sulla base delle leggi d'emergenza: una 40ina di
magistrati, tra cui gran parte della Corte suprema e soprattutto il chief
justice, il giudice capo Iftikhar Chaudhry. «Siamo nelle strade per salvare il
Pakistan», ha detto ieri mattina rivolgendosi ai manifestanti Aitzaz Ahsan,
presidente della Pakistan Bar Association (l'Associazione professionale degli
avvocati), figura leader di questo movimento: «Vogliamo giustizia sociale,
giustizia politica e giustizia costituzionale. Il nostro movimento è per
cambiare il sistema». Il presidente Musharraf aveva destituito il giudice capo
la prima volta un anno fa, e già allora si era trovato la rivolta politica di
tutta la categoria, a difesa dell'indipendenza della magistratura. Allora la
polizia aveva usato le maniere forti contro gli avvocati. Ieri tutto è stato
pacifico. La differenza è evidente: la primavera scorsa era al governo il
partito di Musharraf, sconfitto sonoramente alle elezioni dello scorso
febbraio. L'obiettivo degli avvocati è Musharraf, ma la «marcia» è una sfida
anche per il governo uscito dalle elezioni di febbraio, guidato dal Partito
popolare (della defunta leader Benazir Bhutto). Parte della nuova maggioranza
(il partito dell'ex premier Nawaz Sharif) vorrebbe infatti reinsediare subito e
per decreto i giudici destituiti; il vedovo di Benazir, Asif Zardari, è restìo
e ha proposto un pacchetto di modifiche costituzionali più ampie. Ed è ciò che
ha fatto scattare la protesta, ci ha detto Asma Jehangir, avvocata presso la
Corte suprema e cofondatrice della Commissione per i diritti umani in Pakistan
(indipendente): «Quando il Partito popolare ha proposto un pacchetto di riforme
costituzionali che non intende reinsediare il chief justice, ci siamo mossi. E'
in gioco l'indipendenza della magistratura e lo stato di diritto». La questione
costituzionale ha finora assorbito tutta l'azione del governo: eppur è stagione
di legge finanziaria ( il budget militare aumenta ancora, a scapito di quello
per l'agricoltura: proprio mentre l'inflazione «morde» anche la piccola
borghesia). A oscurare tutto questo però è giunta l'aviazione statunitense, che
tre giorni fa ha ucciso 11 soldati pakistani (in territorio pakistano) durante
un raid contro postazioni Taleban. Il governo pakistano ha protestato in
termini molto duri; ieri i due paesi hanno concordato di condurre un'indagine
comune sull'accaduto. Se l'indagine possa chiudere «l'incidente»è da vedere, ma
le conseguenze sono molteplici: ieri alcune delle tribù pashtoon di quella zona
di frontiera si sono dette pronte a «prendere le armi» contro la «chiara
aggressione» americana. Una delle conseguenze potrebbe essere far fallire i
tentativi dell'esercito pakistano di negoziare accordi di cessate il fuoco con
i «Taleban pakistani» 8e molti pensano che il raid, tutt'altro che accidentale,
servisse proprio a questo). Liberazione – 14.6.08 Esercito contro i clandestini. Nulla
contro chi uccide sul lavoro Piero Sansonetti E' un film dell'orrore, è uno di quei racconti
paradossali, fatti per generare nel pubblico il senso dell'impotenza,
dell'ingiustizia, fatti per mostrare l'arroganza spietata di chi comanda e lo
strapotere di alcune cosche criminali. E hai la sensazione che non c'è niente
da fare: ti rivolgi allo Stato, ma lo Stato sta con i tuoi aguzzini, ti rivolgi
alla stampa, ma la stampa sta coi tuoi aguzzini, ti rivolgi ai partiti, ai
sindacati, ma anche loro o stanno coi potenti o hanno paura. Sei solo, solo, ti
possono massacrare, vali zero, e vale zero la realtà, l'evidenza. Mercoledì 10
operai sono stati uccisi sul lavoro. Dieci persone. Giovedì altri quattro, ieri
altri tre. In tutto ci sono stati in tre giorni più morti che nella strage di
piazza Fontana (quella famosa, del '69). Ieri il tema dei morti sul lavoro era
già scomparso dalle prime pagine dei giornali, soppiantato da due frasi cretine
di Bush e da questa noia infame delle intercettazioni. Diciassette morti? E che
volete che sia? Vi sembra questo il problema? Ci sono i clandestini da
cacciare, ci sono gli accattoni, i rom, la gente seduta a bivaccare per terra,
le cartacce! E così, sempre ieri (con tre morti sul campo, e il fatto che dei
tre morti, due, più un ferito grave, sono egiziani ) i ministri della Difesa e
dell'Interno si sono incontrati e hanno deciso di schierare l'esercito nelle
grandi città. L'esercito per impedire gli abusi degli imprenditori e il
ripristino della sicurezza sul lavoro? No, l'esercito contro i migranti
clandestini (quelli scampati alla morte in cantiere) e i piccoli scippatori.
L'emergenza è la strage? No, l'emergenza sono i borseggi. Delle morti sul
lavoro non gliene frega un cazzo a nessuno. Sindacati soft: solo un’ora di assemblea.
Ma lo sciopero cresce Fabio Sebastiani Cgil Cisl e Uil si svegliano dal torpore... e proclamano
un'ora di assemblea nei luoghi di lavoro in concomitanza con i funerali delle
vittime della strage di Mineo. E' tutta qui «l'adeguata risposta e
mobilitazione» dei sindacati alle stragi di questi giorni. Non sorprende più di
tanto, del resto. In pieno confronto sui modelli contrattuali, indire
addirittura uno sciopero generale potrebbe suonare come un gesto irriverente.
Per i lavoratori non è così. I primi a muoversi sono state le tute blu. Anzi,
per meglio dire, le tute blu di Brescia, che già da ieri e l'altro ieri sono in
sciopero con «fermate articolate». Lunedì prossimo si replica. In Sicilia,
invece, contro gli infortuni mortali sul lavoro Fim Fiom Uilm hanno proclamato
ben quattro ore di astensione dal lavoro per giovedì prossimo. Martedì, invece,
ad incrociare le braccia per un'ora, dalle undici a mezzogiorno, saranno tutti
i metalmeccanici italiani. Ieri, intanto, Cgil, Cisl e Uil di Milano hanno
organizzato un presidio nella centrale piazza San Babila. «Tra la strage alla
ThyssenKrupp di Torino (dicembre 2007) e quella accaduta a Catania (giugno
2008), sul lavoro si è continuato a morire - scrivono i segretari generali di
Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, Giuseppe Farina, Gianni Rinaldini e Antonio Regazzi
- non sempre conquistando l'attenzione dei media» invece «i lavoratori fanno i
conti quotidianamente con uno stillicidio d'infortuni gravi e invalidanti e con
migliaia di morti ogni anno per malattie di origine professionale. Di fronte a
questa realtà non possiamo accettare la posizione dei leader di Confindustria,
sempre pronti a biasimare certi comportamenti dei lavoratori e dei sindacati,
ma poco inclini ad assumere fino in fondo la responsabilità d'impresa come
discrimine tra le aziende virtuose e quelle che violano, per calcolo economico
o per ignoranza, elementari regole di sicurezza sul lavoro». I metalmeccanici
scioperano «contro questo atteggiamento degli imprenditori, che coprendo sempre
tutto e tutti, finisce per penalizzare proprio le imprese che rispettano le
norme e coinvolgono i lavoratori nella valutazione dei rischi. Sono, quindi,
inaccettabili - aggiungono i tre sindacati - le richieste di modifica delle
nuove normative sugli appalti e sulla sicurezza». «Scioperiamo - prosegue la nota
- per chiedere al Governo immediate misure economiche a sostegno della salute e
sicurezza sul lavoro, compresi i 12 miliardi di euro di attivo accumulati nella
gestione Inail, che vanno subito utilizzati per investimenti nella prevenzione
e nel risarcimento dei danni». Per Patrizio Tonon, segretario della Cgil del
Veneto, che «dentro la Confederazione ci sia la richiesta per una iniziativa
nazionale penso sia la verità». «Tra l'altro l'iniziativa del governo -
aggiunge - che è stata di attaccare l'impianto del Testo unico richiede
questo». Anche Rossano Rossi, della segreteria della Toscana, sottoscrive «una
iniziativa generale» per la sicurezza sul lavoro. In Toscana c'è già stato un
lungo percorso unitario che portò alla definizione di una legge regionale. «La
sensibilità in tutta la Cgil è molto alta su questo tema - sottolinea Rossi - e
questo perché sia la detassazione degli straordinari che l'attacco di Sacconi
al testo unico hanno destato molta sorpresa». «Mi chiedo come si faccia -
aggiunge Rossi - a partecipare a un tavolo nazionale sul rinnovo dei modelli
contrattuali dove ci sono gli stessi soggetti che chiedono la deregulation dei
diritti, il contratto individuale e un peggioramento delle condizioni di
lavoro. Tutti temi, questi, che sono strettamente connessi con l'aumento degli
infortuni sul lavoro». Antonio Lareno, della segreteria della Camera del lavoro
di Milano, critica la decisione di Cgil Cisl e Uil di limitarsi alla sola ora
di assemblea nei luoghi di lavoro. «Una iniziativa al di sotto delle necessità
- dice - e delle attese che si stanno creando proprio in questi giorni nei
luoghi di lavoro». «In realtà ci vorrebbe uno sciopero generale - aggiunge - e
presidi nei posti più significativi. Del resto le dichiarazioni del ministro
Sacconi non lasciamo adito a dubbi. Si tratta di dichiarazioni di faccia. Sia
Confindustria, poi, che le altre organizzazioni imprenditoriali, non hanno
risposto all'appello e mostrando ostilità nei confronti del testo unico». Ieri
la Feneal-Uil, gli edili, in un comunicato «non esclude» il ricorso allo
sciopero generale «in caso di peggioramenti della normativa in materia di
sicurezza sul lavoro». «La modernizzazione che serve al Paese è quella di
evitare stragi di lavoratori», ha detto Giuseppe Moretti, segretario generale
della Feneal. Infine, un appello alla «ribellione» arriva dalla Rete 28 aprile
in Cgil. Una ribellione, tra l'altro, perfettamente prevista dalla legge, che
di fronte ai rischi sulla salute e sulla sicurezza consente al lavoratore di
eseguire un determinato compito. "Salviamo la vita, facciamo i
fannulloni" si legge in un volantino che sarà distribuito nei prossimi
giorni. «Di fronte alla continua pretesa di tutte le aziende di lavorare sempre
peggio c'è una sola risposta: rifiutarsi di mettere a rischio la propria vita». Urliamolo: Sciopero generale! -
Maurizio Zipponi Sciopero generale. Non esiste altro modo per rispondere
alla quotidiana, sistematica strage sul lavoro. Mentre la sinistra riflette
sulle ragioni della sconfitta elettorale e sulla crisi di rappresentanza che la
ha travolta, mentre le grandi organizzazioni sindacali tentano di evitate
l'inevitabile - ossia l'affondo diretto di Confindustria contro le ragioni
della loro stessa esistenza: la contrattazione solidale e collettiva - gli eventi
di questi giorni esprimono più delle parole la drammatica realtà in cui viviamo
e ci indicano il "che fare" subito. La realtà è che il lavoratore
vale meno della merce che produce e delle macchine che servono a produrre, non
ha bisogno di manutenzione, si può cambiare alla bisogna con un altro
lavoratore. La realtà è che il lavoro non è più strumento di emancipazione,
perché con 700, 1000 euro al mese sei comunque povero. La realtà è che il
lavoro non ha più valore, perché se fai l'operaio tuo figlio fatica a dirlo a
scuola; perchè per essere imprenditore basta un giorno per aprire la partita
iva, mentre per fare l'operaio servono anni di apprendistato e poi comunque
rimani precario. La realtà è solitudine totale della lavoratrice e del
lavoratore dipendente. E' questa la ragione principale della sconfitta della
sinistra. Quando un giovane entra in una fabbrica o in un cantiere non trova
più nessuno che gli trasmetta memoria ed esperienza, perché comunque ha un
contratto precario e resterà per pochi mesi e se vorrà essere assunto a tempo
indeterminato dovrà dire sempre sì a tutto, dovrà accettare qualunque
condizione (straordinari, turni, lavoro al sabato e alla domenica, mansioni
nocive e pericolose). Così la vita perde valore e viene ridotta a elemento a
disposizione della produttività e della flessibilità imposta dall'impresa.
Allora serve una reazione collettiva, identitaria. Allora un urlo deve alzarsi
nel paese: siamo operai, precari, donne e uomini che vogliono un lavoro per
vivere e non per morire! Serve uno sciopero generale subito, per affermare che
la morte non può essere elemento strutturale della competitività, per obbligare
le Asl, gli ispettorati del lavoro, i magistrati, i vigili a fare la cosa più
importante del loro mestiere: difendere la vita e colpire i responsabili degli
omicidi sul lavoro. Gli ispettori del lavoro devono uscire dagli uffici, devono
avere a disposizione strumenti informatici e mezzi per muoversi sul territorio.
In ogni provincia si può creare un coordinamento di tutte le forze che hanno
titolo per agire. Il sequestro dei cantieri e degli impianti non a norma deve
diventare prassi, insieme a forti penali economiche per chi non rispetta le
leggi e deve pagare anche per il danno enorme generato dalla concorrenza sleale
alle aziende che applicano le norme. I processi per omicidio e infortunio grave
devono avere una precedenza, così come è per l'attività antisindacale. La
responsabilità degli appalti e dei subappalti deve essere sempre del
committente, per evitare gare al ribasso e il "risparmio" sui minimi
contrattuali e sulle misure di sicurezza. In ogni città d'Italia lo sciopero
può essere sostenuto, accompagnato da una carta rivendicativa costruita con la
partecipazione dei lavoratori, del sindacato, delle associazioni dei famigliari
delle vittime e dei cittadini, di chi è portatore di conoscenza nei luoghi di
lavoro e sul territorio. Insieme possiamo costruire la mappa dei rischi e
mobilitarci per chiedere ai sindaci e ai prefetti di intervenire. A
Confindustria che lamenta, sostenuta dall'attuale ministro del Lavoro,
l'eccesso di vincoli e penali per chi viola le leggi risponde la drammatica
realtà: le penali non bastano, così come servono maggiori poteri per i
responsabili della sicurezza che devono per legge poter interrompere la
produzione quando esistono rischi e devono essere protetti dalle ritorsioni,
così come è protetta dalla legge l'attività sindacale. Sciopero generale per
alzare la testa. Sciopero generale non solo perché i lavoratori non devono più
morire, ma anche perché un lavoro rispettoso della dignità e della vita delle
persone impone a imprese e imprenditori di investire nell'innovazione, nella
formazione, nel lavoro a tempo indeterminato. Ecco il "che fare"
immediato, per chi vuole costruire la sinistra. Ecco la verità sul delitto Rostagno -
Davide Varì A vent'anni di distanza la procura di Palermo fa luce
sull'assassinio di Mauro Rostagno. Il dirigente di Lotta continua fu ucciso dai
corleonesi intimoriti dalle sue inchieste. Su tutte quella relativa al traffico
di armi in Somalia gestito da mafia e servizi segreti. Antonio Ingroia,
magistrato palermitano, ha trovato la prova che mancava: il proiettile che
uccise Rostagno era un proiettile di Cosa Nostra. La notizia, attesa da
vent'anni, è di quelle che ti fanno riappacificare con la giustizia: «Gli
assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi nei prossimi mesi di
fronte alla Corte di Assise di Trapani». A rivelarlo è Enrico Deaglio con
un'ampia inchiesta pubblicata sull'ultimo numero di Diario, numero da oggi in
edicola. Il merito va ad Antonio Igroia, il magistrato palermitano che non ha
mai mollato la presa e, dopo dodici anni di inchiesta, ha chiesto il rinvio a
giudizio per Vincenzo Virga organizzatore dell'agguato al giornalista torinese
che, pare, fu commissionato da Totò Riina in persona. Sembra proprio che questa volta il Pm Ingroia, abbia una
prova definitiva, «una prova decisiva» grazie alla quale si farà finalmente
luce su una vicenda caratterizzata da depistaggi, veleni e manovre oscure. Una
vicenda simbolo di quella fitta rete di misteri che caratterizza il nostro
Paese. Ma andiamo con ordine, partiamo da quel 26 settembre del 1988, la notte
in cui Mauro Rostagno fu assassinato con quattro colpi di fucile calibro 12 e
due colpi di pistola calibro 38 special. Da quel giorno in poi l'indagine si
mosse in tutte le direzione tranne che in quella del delitto di mafia. Tranne
che nel sentiero oscuro e insanguinato di Cosa nostra. Del resto Rostagno era
diventato un vero "rompicoglioni". Si era messo in testa di fare il
giornalista e lo fece come una missione: «Ho scelto di non fare televisione
seduto dietro a una scrivania - scriveva al suo vecchio compagno Renato Curcio
- ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono».
E fu quel suo vizio, il vizio di spulciare tra le pieghe di quella Sicilia
martoriata dalla mafia, la sua condanna a morte. La storia di Rostagno è nota,
e nel suo lungo articolo Enrico Deaglio la ripercorre tutta. Mauro Rostagno,
finito il suo tormentato pellegrinaggio intellettuale e spirituale - dalla
facoltà di Sociologia di Trento al viaggio in India - nel 1987 approda in
Sicilia dove fonda la comunità Saman per tossicodipendenti e alcolisti. Insieme
a lui Chicca Roveri, sua moglie, e quel Francesco Cardella che aveva conosciuto
in India. «In quello stesso anno - racconta ancora Deaglio - Mauro entra per la
prima volta negli studi televisivi di Rtc, una piccola emittente privata». Nel
giro di un anno diventa il personaggio televisivo più noto in città. Questa la
giornata tipo del Rostagno giornalista: «Otto di mattina, lettura dei giornali;
poi primo giro con le telecamere: si fa il giro per raccontare i cumuli dei
rifiuti che non vengono raccolti. Si da notizia delle denunce dei cittadini e
delle inchieste: dalla scoperta delle logge massoniche, alle malversazioni
amministrative. Infine si intervistano i magistrati più impegnati, per esempio
Paolo Borsellino, procuratore di Marsala». Una presa diretta su Trapani che
infastidiva, faceva schiumare rabbia a tutti coloro che agivano nell'ombra e
che non avevano certo bisogno di una telecamera sguinzagliata tra le procure e
tra i vicoli più bui della città. «Quarchi vota ch'attapanu 'u musu», prima o
poi gli tappano la bocca, ripetevano consapevoli i più avvertiti. Nel 1988
arriva il giorno dello scoop: con una piccola telecamera si piazza dietro le
piste di decollo e atterraggio di Kinisia (ex aeroporto militare poco lontano
da Marsala). «Alla luce del tramonto - racconta Deaglio - filma un C130 dell'Aeronautica
italiana che scarica casse di medicinali e carica casse di armi dirette in
Somalia. E' convinto di aver raggiunto un grande tassello all'ipotesi che da
Trapani mafia e servizi segreti gestiscano un traffico di armi e droga». Va a
Palermo per informare Giovanni Falcone e cerca contatti anche con il Pci. Sa
bene che quella che ha in mano è roba che scotta. In quei giorni Angelo Siino,
fiduciario di Cosa Nostra, sa già che contro Rostagno c'è una condanna a morte.
E allora va dal proprietario della Tv consigliandogli di farlo smettere:
"Ho cercato di non farlo uccidere", confiderà in seguito a un
magistrato. «Alla fine cosa nostra - continua Deaglio nel suo lungo articolo
inchiesta - commissiona l'omicidio di Rostagno al capomafia di Trapani Vincenzo
Virga. La data prescelta è il 26 settembre. Alle 21 è già buio e ancora più
buio è il tratto di strada sterrata che Rostagno deve percorrere alla guida
della sua Fiat Duna. Accanto a lui c'è Monica Serra una ragazza della comunità
che lavora con lui a Rtc. Nel frattempo un tecnico Enel, Vincenzo Mastrantonio,
che di secondo lavoro svolge l'attività di autista del capomafia Virga, ha
provveduto a spegnere l'illuminazione della zona». E' il momento dell'agguato:
una Fiat Uno tampona l'automobile di Rostagno. I killer iniziano a sparare.
Rostagno è colpito da otto colpi in testa e alla schiena. All'obitorio di
Trapani, dove giace il cadavere martoriato, i carabinieri diffondono la notizia
che in macchina Mauro aveva un rotolo di dollari e due siringhe di eroina. Di
certo c'è solo che qualche tempo dopo Vincenzo Mastrantonio viene trovato
cadavere nelle campagne di Lenzi. «Parlava troppo». Nel 1996 accade quello che
nessuno si aspettava: «Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo convoca,
gioisco e spavaldo una conferenza stampa per annunciare la soluzione del
"caso Rostagno". Il delitto, secondo la sua inchiesta, è maturato
dentro la comunità Saman per gelosie, adulteri, traffico di droga e ammanchi
finanziari». Quindi manda in galera la moglie Chicca Roveri, accusata di essere
l'organizzatrice del delitto, e Monica Serra, la ragazza scampata all'agguato
sarebbe infatti una complice. Poi l'annuncio finale: «Bisognava capirlo
dall'inizio - dichiara il procuratore Garofalo - Si doveva poter escludere il
coinvolgimento di Cosa nostra che del delitto non voleva e soprattutto non
doveva essere gratuitamente incolpata». Le ipotesi del Pm crollano però in
breve tempo. Nel frattempo pentiti affidabili e di primo piano, tra questi un
"certo" Giovanni Brusca, attribuiscono alla mafia l'organizzazione
del delitto. Le carte arrivano infine ad Antonio Ingroia. Dopo dieci anni di
indagini il Pm siciliano riesce a trovare la prova definitiva. La traccia è in
un bossolo esploso la notte del 26 settembre del 1988. Un segno inequivocabile:
quel colpo è stato esploso da una pistola di mafia. Come ti distruggo l’economia reale con la
bolla petrolifera Sabina Morandi Quei rivoluzionari de Il Sole 24 ore l'hanno scritto
all'inizio di giugno: attenzione alla «trappola del greggio virtuale». Cosa sia
il "greggio virtuale" è presto detto: ogni giorno nel mondo vengono
estratti 85 milioni di barili ma ne vengono scambiati circa un miliardo. Sono
appunto i barili virtuali che passano di mano sulla piazza della New York
Mercantile Exchange, meglio nota come Nymex, o della britannica
Intercontinental Exchange (Ice). Peccato che il prezzo determinato da questo
scambio frenetico sia invece più che reale e influisca pesantemente sul costo
di ogni merce visto che ogni merce viene prodotta, e trasportata, con il
petrolio reale. Dimenticate quindi tutte le leggi della domanda e dell'offerta,
che richiedono comunque del tempo per far sentire i loro effetti. Al Nymex si
viaggia alla velocità dei byte, e non ci si sofferma certo a registrare i cali
della produzione causati dall'invecchiamento dei giacimenti né l'aumento della
domanda dovuto alla grande sete di India e Cina. Come scrive Roberto Capezzuoli
sul Sole «il vistoso scollamento tra le borse e il mercato fisico testimonia
che l'attuale modello di contrattazioni è da cambiare». Non colpa del picco,
quindi, anche se era prevedibile che i primi segnali di declino produttivo
avrebbero acceso la miccia della speculazione, ma nemmeno la crescita economica
di alcuni paesi, ma «Le grandi borse merci, punti di riferimento per tutti gli
scambi, hanno le loro colpe e abusano della permissiva condotta di chi ne detta
le norme». Oltretutto negli ultimi anni, più che dettarle, i governi non hanno
fatto che cancellarle. Negli Stati Uniti è stato il Commodity futures
modernization act del 2000, a spalancare la porta ai capitali diretti verso le
materie prime, limitando i poteri della Commodity futures trading commission
(Cftc) che dal 1974 ha il compito di vigilare sugli scambi. In Gran Bretagna la
Financial services authority ha allentato ancora di più le redini facendo
dell'Ice di Londra un mercato in cui le regole sono l'eccezione, come ha
lasciato intendere il senatore americano Carl Levin parlando delle inchieste
sulle manipolazioni dei prezzi che Senato e Cftc stanno portando avanti da
dicembre. Il problema è che, chi si occupa di petrolio, ci capisce assai poco
di borsa. Potrà stupire noi profani (anzi, per la verità ci terrorizza) ma i
petrolieri sono impreparati perché c'è una grande differenza fra il petrolio
vero e quello virtuale, e sono molto diversi i meccanismi che regolano i due
mercati. I capisaldi del mercato petrolifero reale sono la standardizzazione,
la cassa di compensazione (clearing house) e soprattutto la liquidità. In
sostanza, perché un mercato funzioni un po' di speculazione è necessaria, ma
può assumere direzioni opposte rispetto a quelle di chi usa i futures per
proteggersi dagli imprevisti movimenti dei prezzi, che poi sarebbe la loro
finalità originaria. Il denaro serve per la compravendita e il versamento dei
margini di garanzia, generalmente meno onerosi nel caso di chi fa hedging, cioè
chi protegge la propria attività, e più costosi per chi opera da speculatore. E
poi serve la merce da consegnare a chi decida di esercitare il diritto
normalmente riservato al possessore di un future di acquisto. Oggi invece il
petrolio non si consegna. All'Ice di Londra, per esempio, chi ha un contratto
di vendita sul Brent (il greggio di riferimento nord-europeo) potrebbe anche
decidere di portarlo a scadenza e consegnare la merce. Quindi ci sono decine di
petroliere cariche che girano per gli oceani (consumando combustibile ricavato
dal petrolio vero) in cerca di una destinazione. Quale migliore dimostrazione
dello scollamento tra mercato borsistico e mercato reale? Il problema è che
anche i depositi verso cui dirigersi sono virtuali - ma almeno per il Brent
europeo l'Ice prevede l'opzione della compensazione monetaria mentre per i
future che si scambiano sul Wti (il greggio americano), la consegna fisica non
è nemmeno contemplata. Sugli scambi over-the-counter, fuori listino e privi
regole, praticamente si è perso ogni controllo. Anche sulla piazza di New York
le norme sono molto blande. Chi volesse consegnare il greggio Wti potrebbe
farlo, ma solo a Cushing, in Oklahoma, dove la capienza è di una ventina di
milioni di barili, 50 volte meno degli scambi giornalieri che si verificano al
Nymex. Oltretutto i margini speculativi (più alti) non vengono mai versati. Chi
non ha un'attività che giustifichi un determinato volume di operazioni di
copertura, può comunque operare tramite uno dei grandi soci della Borsa stessa,
evitando il maggior onere finanziario e non rischiando niente. Una roulette
truccata praticamente irresistibile per le (solite) grandi banche d'affari che
stanno accumulando profitti da capogiro. Il deputato democratico Bart Stupak ha
puntato il dito contro Goldman Sachs e Morgan Stanley, accusandole di
manipolare artificiosamente le quotazioni. Niente di più facile, e tutto alla
luce del sole. Appena l'analista della Goldman Sachs, Arjun Murti, ha parlato
di 200 dollari al barile entro due anni, i prezzi sono schizzati alle stelle.
Motivo? La profezia si avvera da sola se, a sorreggerla, c'è una tale potenza
finanziaria: puntare su un'altra carta sarebbe semplicemente suicida. Del
resto, uno che ci capisce, in una recente audizione ha fornito la sua candida
spiegazione al Senato americano: «Ci sono tutti i segnali di una bolla, ma non
scoppierà tanto presto. Quanto ai margini speculativi, alzarli potrebbe
scoraggiare qualcuno, ma sarebbe inutile». Si chiamava George Soros. Repubblica – 14.6.08 Il trionfo dell’euronoia - Lucio
Caracciolo Si può superare la soglia dei cinquant’anni senza sapere a
che sesso si appartiene? E vietarsi rigorosamente di indagare al riguardo? Pare
proprio di sì, se parliamo di Unione Europea. Sappiamo bene quello che l’Ue non
è né vuole essere – né Stato né mera alleanza fra Stati – ma preferiamo non
indagare su che cosa sia o voglia diventare. E’ un’entità sui generis,
stabilisce l’eurolingua brussellese, offrendo così il suo contributo alle più
disinibite teorie transgender. Ma dopo il "no" irlandese al Trattato
di Lisbona possiamo continuare a far finta di nulla? A non chiederci che tipo
di casa stiamo costruendo, chi è abilitato ad accomodarvisi e per quale scopo?
Possiamo. Tale è almeno la convinzione dei leader europei, non importa se di
destra, di centro o di sinistra, se francesi o lettoni, ciprioti o portoghesi.
I quali sanno benissimo che se affrontassero la questione alla radice – se
tentassimo di stabilire fini e confini dell’Unione Europea – rischierebbero la
cacofonia. Ognuno disegnerebbe la propria Europa. Ispirata alla propria storia,
geografia, cultura. Riferita alla percezione dei propri interessi e del proprio
elettorato, che a oltre mezzo secolo dai Trattati di Roma resta rigorosamente
nazionale. Sicché, un minuto dopo che le agenzie avevano battuto la notizia del
rigetto irlandese di questa sorta di testo unico europeo – lungo quanto un
codice ma ancor meno leggibile – nei palazzi di Bruxelles e nelle cancellerie
continentali ci si interrogava su come rimediare a un risultato che fino a ieri
non si era inteso prendere in considerazione. Si studiavano sofisticati
meccanismi per aggirare le conseguenze di un paradosso tipicamente europeista:
a tre milioni di elettori irlandesi è stato affidato di decidere per quasi
mezzo miliardo di europei. E ciò perché Dublino aveva aperto un varco nel
consenso di tutte le altre capitali dell’Unione: siccome oggi qualsiasi
trattato europeo sarebbe brutalmente bocciato dagli elettori, meglio non
sottoporglielo. Classico riflesso paternalista dell’ortodossia brussellese:
l’Europa è fatta per gli europei non dagli europei. Meglio lasciar scegliere
chi sa, per il bene di tutti. E’ per questo che dopo lo schiaffo olandese e
francese alla cosiddetta "Costituzione europea", quasi tutti i
governi avevano optato per la ratifica del nuovo testo – grosso modo quello
vecchio, meno il riferimento costituzionale nel titolo, indigeribile dalle
opinioni pubbliche più nazionaliste – passandolo allo scontato vaglio dei
parlamenti. Se poi la piccola Irlanda si rivolgeva ai cittadini, poco male. Si
pensava che quel paese miracolato dai quattrini comunitari non avrebbe
rifiutato il "sì". Forse omettendo di considerare che proprio perché
avevano ottenuto dall’Europa quel che loro interessava, la passione degli
irlandesi per l’impresa comunitaria aveva perso d’intensità. Sarebbe però
affrettato rubricare il voto irlandese come vittoria degli euroscettici. Ciò
presuppone l’esistenza di un soggetto Europa di cui dubitare. Ma qui manca il
soggetto. A meno di non qualificare tale quell’entità sui generis di cui
nemmeno i periti in European studies – nuova branca dell’entomologia – riescono
a determinare senso e natura. Certamente il Trattato di Lisbona non aiuta a
discernere il profilo dell’Unione, fondata sul principio, caro a Delors, per
cui "l’Europa avanza mascherata". Oppure qualcuno immagina che gli
elettori irlandesi si siano torturati nell’esegesi dei suoi 418 articoli? Più
che dagli euroscettici, il rifiuto emana dagli euroannoiati. Per i quali vale
l’osservazione di Ralf Dahrendorf: "Quel che c’è di peggio nell’Unione
Europea è la noia mortale che circonda la maggior parte dei temi che vi si affrontano".
E, potremmo aggiungere, il clima nebbioso e furtivo in cui vi si decide di
questioni vitali per la nostra esistenza. Il trionfo dell’euronoia è una
pessima notizia. Se lo scetticismo è il sale della democrazia, la noia ne è il
nemico più insidioso. In questa pseudo-Europa indecifrabile e geneticamente à
la carte si diffonde il virus che assimila le scelte etico-politiche alla pura
tecnica. Sicché non abbiamo bisogno di leadership politica – il "che
fare" – ma di competenze pratiche – "come fare". Il marchio
distintivo dell’Ue è infatti la sottrazione di importanti quote di sovranità
alla sfera democratica – quella degli Stati – per trasferirla in un ambito che,
con qualche ottimismo, potremmo battezzare parademocratico. Nel senso che
Commissione e Parlamento europeo offrono una parodia delle procedure
democratiche, ma non configurano affatto un sistema democratico. Non per la
maligna volontà di qualcuno. Per il semplice fatto che la democrazia presuppone
lo Stato. Ciò che l’Unione non è. Vi sono certo Stati non democratici, ma non
democrazie senza Stato. La questione che il referendum irlandese torna a
proporci e che i nostri governanti vorranno schivare è semplice: vogliamo una
democrazia europea? Se no, conviene rinunciare alla democrazia o all’Europa? Se
sì, in quale Stato e con quali frontiere? Diamo una risposta chiara a queste
domande. Magari sotto forma di una breve, solenne dichiarazione. Poi
sottoponiamola al voto di tutti i cittadini dei paesi comunitari. Dalla lezione
irlandese potrebbe così scaturire la terza fase della costruzione europea. La
prima, quella eroica, ha preso impulso dalla catastrofe della guerra: allora le
Comunità europee erano sinonimo di riconciliazione franco–tedesca, integrazione
nell’Occidente antisovietico e relativo benessere. La seconda fase, annunciata
dall’unificazione tedesca e dal suicidio dell’Urss, ha prodotto Maastricht:
l’ultimo urrà del funzionalismo, che pretendeva di transustanziare l’economia
in politica, l’euro in integrazione geopolitica. La terza dovrebbe prendere
atto del fallimento di quell’alchimia. Per costruire un progetto europeo con
chi ci sta e senza chi ne diffida. Oppure per rinunciarvi. Nella chiarezza e
nella democrazia. Viviamo in un mondo multipolare senza un polo europeo. Ci sta
bene? Vogliamo che altri decidano per noi e su di noi? Sarebbe ben curioso che
nello spicchio di mondo dove è stata concepita la liberaldemocrazia, se ne
celebrasse il funerale con tanta indifferenza. Probabilmente né a Roma né a
Parigi né a Berlino – non parliamo di Londra, Varsavia o Riga – si vive un
senso di emergenza. La parola d’ordine è business as usual. Ai nostri
governanti questa Unione indefinita e indefinibile va benissimo. In fondo,
resta fedele al motto di Jean Monnet: "L’essenziale non è sapere dove andare,
ma andarci". Astuto. Il guaio è che gli irlandesi, dopo olandesi e
francesi, confermano che si può prendere in giro qualcuno a lungo o molti per
qualche tempo, non tutti per sempre.. L'eccezione è la regola - GIUSEPPE D'AVANZO Berlusconi è intenzionato a dimostrare che - per governare
la crisi italiana, come vuole che noi l'immaginiamo - è costretto per necessità
a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l'ordine giuridico
dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Così critica,
oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di
regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in
vigore. Con il "decreto sicurezza" (alla voce immigrati) e con il
"decreto Napoli", è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in
uno "stato di eccezione". Ha deciso di esercitare il suo potere
secondo un tecnica che gli impone di creare - volontariamente e in modo
artefatto - una necessità dopo l'altra, giorno dopo giorno, quale che siano le
priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può
pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto
un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti
soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il
Cavaliere. Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato
l'assoluta necessità di ridimensionare l'azione dei giudici; di limitare il
diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l'esibizione, la
forza, le armi dell'Esercito. E' finora il caso più emblematico ed esplicito di
quel che abbiamo definito la "militarizzazione della politica". Non è
mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all'ordine pubblico
o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte
di Falcone e Borsellino, all'aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa
Nostra di Totò Riina. In quell'occasione, l'Esercito si limitò a proteggere,
con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi
"sensibili" liberando dall'impegno non investigativo le forze di
polizia. La decisione del governo di "parificare" 2.500 soldati
"agli agenti di pubblica sicurezza" con "compiti di
pattugliamento e perlustrazione" delle città inaugura una nuova, inedita
stagione. Evocando ragioni (necessità) di "ordine pubblico" e
"sicurezza" avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata
all'Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia,
chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa
intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non
credono "democratico" che il governo sostenga le sue decisioni con la
violenza. Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un
arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque
dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una
"decisione assoluta" che sola può assicurare la "governabilità"
e l'uscita dalla crisi? Non è questa l'idea politica, il paradigma di governo,
addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche
contro la magistratura limitando l'uso delle intercettazioni o contro
l'informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto
di "un ascolto"? Magistratura e informazione, i due ordini che, in
un'equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di
controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e
degenerati del declino da affrontare. "Nemici", perché impediscono al
sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è
un ostacolo che crea uno status necessitatis, l'urgenza di un provvedimento
legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E'
stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una
correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la
pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento,
dissemina l'iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi,
legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l'indagato è un vescovo
bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un
altro Stato). Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei
colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza
proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri
farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei
gestori di telefonia, venute alle luce con l'affare Telecom. Né svelano
all'opinione pubblica come e se daranno mai conto dell'uso delle
"intercettazioni preventive" che oggi, al di fuori del processo
penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate
dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente
del Consiglio con l'autorizzazione del procuratore presso la Corte d'Appello.
Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa
soltanto la sua privacy e la sua immagine, l'annullamento di un paio di
conversazioni con Agostino Saccà, l'oblio di altre in cui di lui si parla.
Intende creare una sorta di "diritto positivo della crisi" che impone
al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione
politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi,
intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle
possibili, gravi penitenze economiche. Il soldato come questurino, il giudice
come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena
politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della
nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il
governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno
garanzie. La Stampa – 14.6.08 Intossicati dal telefonino - GIAN
ANTONIO ORIGHI MADRID - C’è
un’altra «droga» che sta rovinando la salute dei nostri figli adolescenti: l’uso
smodato del telefonino (e del Messenger). I sintomi sono proprio quelli di uno
stupefacente: sindrome d’astinenza e disturbi mentali. L’allarme è scattato in
Spagna perché si è saputo che due ragazzini «telefoninomani» di 12 e 13 anni
sono stati ricoverati al Centro di Salute Infantile e Giovanile della città
catalana di Lerida. «È la prima volta che usiamo un trattamento specifico per
curare la dipendenza da cellulare - commenta preoccupata la direttrice, Maite
Utges -. Uno dei due ragazzini è ricoverato da tre mesi, l’altro da sette. E la
nostra terapia durerà almeno un anno». In una Spagna dove, secondo i dati 2007
dell’Ine (l’Istat in salsa iberica), ben il 67 per cento di chicos y chicas
possiedono quel gadget ormai alla portata di tutte le tasche, i genitori dei
due telefono-dipendenti hanno capito che qualcosa non andava perché la vita dei
loro pargoli era cambiata, a cominciare dalla resa scolastica, diventata
disastrosa. La ragione? Semplice: erano sempre incollati all’apparecchio, come
minimo cinque ore al giorno. Non solo per parlare con i coetanei e per mandare
gli ormai classici messaggini con o senza foto, ma anche per distrarsi con i
videogame, che ogni fabbricante include in un marchingegno diventato
indispensabile anche a chi frequenta appena le scuole inferiori. I due
«drogati», non paghi del telefonino, usavano pure il Messenger, la messaggeria
istantanea via Internet. La cellular-mania aveva ormai raggiunto un elevato
livello di intossicazione: i due studenti non riuscivano a fare più nulla senza
la loro droga, neppure i compiti più semplici, benché usassero lo
«stupefacente» da appena un anno e mezzo. L’unico controllo che i genitori
potevano esercitare era quello sui fondi: davano ai figli una scheda prepagata,
pensando che quello sarebbe stato il limite. Invece, quand’erano in sindrome di
astinenza, i due ragazzini ricaricavano le loro «siringhe» di nascosto, con le
mance o gli euro che riuscivano a racimolare da nonni e famigliari. Come
qualsiasi tossicodipendente, dagli alcolizzati ai cocainomani, la coppia di
giovincelli non riconosce ancora la propria malattia. «Per curarli occorre che
ammettano la loro dipendenza, cosa che non fanno. Andiamo avanti pian piano,
dopo aver tolto loro, naturalmente, la causa della loro malattia - precisa la
dottoressa Utges -. Raccomando ai genitori di non dare questi marchingegni ai
figli prima dei 16 anni e di controllare quanto li usano». Ma la dipendenza da
telefonino avanza sempre più senza che nessuno se ne preoccupi, mentre le
imprese telefoniche spendono una fortuna con le loro sempre più martellanti
campagne pubblicitarie che puntano alla quota di mercato con più potenziale:
gli adolescenti. L’anno scorso un rapporto del Tribunale dei Minori di Madrid
rilevava che il 30 per cento della gioventù tra i 13 e i 17 anni ammetteva di
«essere estremamente a disagio» senza il suo gadget preferito. Noi, italiane con il velo –
Flavia Amabile ''Lavoravo in una pizzeria. E in una pizzeria lavorava
anche lui, egiziano, musulmano. Entrambi eravamo camerieri. Fu da subito un
grande amore anche se all’inizio ero molto titubante: non sapevo nulla
dell’Islam e della cultura araba. Otto
mesi siamo stati fidanzati, poi ci siamo sposati. Io ero cristiana, lui
musulmano, abbiamo scelto il matrimonio civile in comune. Era il 3 ottobre di
quattro anni e mezzo fa. Lui è praticante, prega cinque volte al giorno ma lo
fa per conto suo. Non mi ha mai detto nulla, sono stata io ad iniziare a
chiedergli, volevo capire il suo mondo. Sentivo che la religione faceva parte
della sua vita. Ho iniziato a leggere il Corano , mi ha coinvolto come mai
prima altre religioni e mi è venuta voglia di fare la Shahada, di convertirmi.
Ne sei sicura?, mi ha chiesto lui. Ho risposto di sì ma lui ha insistito:
guarda che la Shahada significa fare un patto con Dio. Sono sicura, ho
risposto. Ho pronunciato le parole di rito due anni e mezzo fa, in Egitto, dove
ci trovavamo per il matrimonio di un cugino. I miei genitori credevano fosse un
gioco. Solo quando ho messo il velo hanno capito che facevo sul serio. A quel
punto mi hanno fatto la guerra perché si vergognavano di questa figlia così
cambiata, socialmente regredita perché si è messa in testa un fazzoletto come
se lo mettevano le nonne. Mia madre è stata molto pesante: non ti posso più
vedere con questo fazzoletto in testa, toglilo. Ho cercato di portare pazienza
e fare quello che mi insegna la religione: rispettare i genitori e sapere che
questo non mutava i nostri rapporti. In realtà le cose sono andate un po'
diversamente: impormi la pazienza mi è servito come forma di autoeducazione,mi
ha insegnato a comprendere i miei genitori. Fra le mie amiche, due hanno
capito, un'altra invece mi ha rovesciato addosso un Tir pieno di luoghi comuni.
Lavoro come segretaria in un ufficio privato che si occupa di cinema. Il mio
vecchio capo non aveva avuto perplessità sulla mia conversione, mi permetteva
anche di indossare l’hijab in ufficio.
Poi è arrivato un nuovo capo e tutto è cambiato. Anche se lui è più giovane.
All’inizio addirittura gli avevano raccontato che portavo il burka. In realtà
indosso solo il foulard in testa e una camicia lunga con le maniche sempre
lunghe. Mi ha detto che preferiva che i clienti non vedessero me in hijab. E
così, la mattina arrivavo in ufficio e mi toglievo il foulard. Mi sembrava di
tornare indietro nel tempo, e non in senso positivo: non mi sentivo a mio agio
senza l'hijab, mi sembrava di essere quasi nuda. Anche perché se decido di mettere il velo lo faccio perché lo
sento, e sento di dover frequentare di più. Il nuovo capo, invece, no: anche se
più giovane. Ne abbiamo parlato con mio marito. Se il futuro lo permetterà
magari il lavoro lo lascio. Se potessi, mi piacerebbe trovare un lavoro
part-time, più congeniale per una mamma. Spero di riuscire a rimettere l’hijab
in ufficio, però. Una volta ho anche provato. Ad un certo punto indirettamente
mi hanno fatto capire di toglierlo. In genere qui a Roma ognuno si fa i fatti
propri. Solo quando vado in giro mi guardano, soprattutto nella zona dei miei
genitori. Una signora mi fissava proprio. La prima volta ho fatto finta di
nulla, la seconda anche, la terza ho ricambiato lo sguardo e ora lei guarda da
un’altra parte. In estate è più difficile: io vesto con abiti lunghi, maniche
lunghe anche in pieno luglio. E - guarda caso - c'è sempre qualcuna che inizia
a sbuffare per il caldo.'' - Giorgia Afnan Caldani,
34 anni, Verona. - ''Sono diventata musulmana perché mi sono sposata
con mio marito ma probabilmente ci sarei arrivata anche in altro modo. Ho
girovagato fra le religioni da quando avevo 15 anni. Sono stata testimone di
Geova, poi Hare Krishna, poi induista e lì ho avuto il mio primo approccio con
l'Islam. Sono entrata in una moschea sufi e mi sono messa a pregare. In quegli
anni ho iniziato a frequentare mio marito, un palestinese del ’48, dei
Territori. L’ho conosciuto lavorando in pizzeria. Io lo facevo come secondo
lavoro, ero cameriera. Ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia. Io ero
ancora cattolica. In paese esisteva un unico asilo, quello della parrocchia. E'
stato allora che ho iniziato a pormi il problema dell'educazione religiosa di
nostra figlia. E abbiamo iniziato a parlarne con mio marito. Lui ha raccontato
di Gesù che per loro è un profeta, ha parlato dei cinque pilastri dell'Islam.
Mentre parlava, per la seconda volta mi sono sentita avvolta da qualcosa di
profondamente diverso dal materialismo della religione cristiana, troppo
adattabile alle persone. Leggere il Corano è un’esperienza fortissima. A volte
ti coccola, altre ti scrolla. Ho fatto un sogno: c’erano tante porte e qualcuno
mi diceva: ‘se sulla strada giusta’. Avevo anche iniziato a pregare, facevo
meditazione yoga kundalini e invece piano piano sono arrivata all’Islam. Ora
mia figlia è iscritta in una scuola di suore e facciamo grandi discussioni. Le
faccio partecipare, devono frequentare la comunità in cui vivono. Non ho messo
subito l’hijab, non è un elemento fondamentale, non è uno dei cinque pilastri,
fa parte della coscienza della persona. Quando ho deciso poi però facevo più
fatica a uscire senza che con. E’ visto come un elemento di sottomissione e
invece non è vero. Mio marito dopo un mese che lo mettevo mi ha detto: Ah, ma
lo metti sempre? Temevo per i miei genitori. In effetti mia mamma non è stata
contenta. E mio padre nemmeno. Ma una volta messo non l’ho tolto più. Sono
bionda e con gli occhi azzurri, si vede che non sono araba. Poi però le persone
si abituano. Da un anno sono casalinga: con i primi due ce l’ho fatta, con la
terza no e mi sono presa alcuni anni di pausa. Prima ero responsabile della
sicurezza e della qualità per una ditta che si occupa di ponti radio. Mio
marito è medico, dopo anni di sacrifici lavorando come cameriere, ora lavora la
pronto soccorso, al 118. Problemi? Devo sempre rendere conto degli incontri che
faccio. Come donna con il velo sono etichettata, allora cerchi di stare più
attenta per comportarti nel migliore dei modi, mi sento meno libera di agire agli
occhi degli altri ma ho raggiunto un equilibrio che prima non avevo. La
preghiera mette serenità, sai che c’è il Clemente, il Misericordioso che ti
accoglie. La carità e l’amore nel cristianesimo sono utilizzate senza crederci.
Nell’Islam la carità è fondamentale. Ti dicono di farlo ma la mano destra non
deve sapere quello che fa la mano sinistra. La religione cristiana sembra
politica non religione. Ho sempre amato frati e suore di clausura. Ma il papa e
i cardinali distorcono lo spirito della religione cristiana. E poi perché devo
andare a confessarmi e perché qualcuno deve avere il potere di assolvermi? Chi
è per avere questo potere? Io parlo in modo diretto con Dio. Solo lui può
decidere. '' - Stefania Shaima
Capoccia, Albenga. - ''Ho incominciato a frequentare mio marito
perché lavorava da mio padre al ristorante. Avevo un’amica che si era
convertita da giovane ed ero rimasta in contatto con lei. Poi dopo essermi
sposata a poco a poco ho iniziato ad andare in profondità sulla questione. Mi
affascinava il Ramadan, questo periodo di digiuno, poi sono andata ancora più
in là. E’ stato un processo lungo, ho iniziato a non mangiare il prosciutto e
sono arrivata poi a fare il Ramadan e a mettere il velo. I miei familiari si
sono risentiti perché lo vedono come una privazione di libertà, in realtà per
me è una dimostrazione di libertà. Si può andare in giro nudi sul lungomare di
Albenga ma non ci si può mettere il velo in testa. Ogni tanto i miei attaccano
ancora la solfa poi però vedono che sono serena, convinta, mio marito mi tratta
come una regina, si vede che sto bene e non possono dire nulla. L’Islam dice
che alle donne spetta il dovere di educare i figli molto più che al padre.
Quindi il padre non decide tutto. Fra musulmani organizziamo dei corsi per insegnare
l’alfabeto, ci incontriamo per le gite. Un giorno abbiamo deciso di andare a
Milano alla conferenza dell’Amdi e ho lasciato i figli a mio marito e sono
andata. Sono felice di aver fatto questa scelta. Quella che potrebbe sembrare
una privazione da un punto di vista fisico la si fa così volentieri che non mi
appare tale. Ho una figlia piccola di 19 mesi. In Italia ci sarebbe bisogno di
una grande pulizia. A noi donne musulmane non piace uscire e non trovare
sicurezza. Mio marito è egiziano, fa lo chef di cucina italiana. Gli amici veri
sono rimasti. Gli altri nemmeno mi riconoscono più. Ai miei due più cari amici
ho chiesto di non darmi più baci o abbracciarmi quando ci incontriamo. Da
piccola ero catechista e soprano di una corale di una chiesa in provincia di
Savona. Ero di Loano e ora vivo ad Albenga. La cosa che mi dava più fastidio
nella religione cattolica è che cambia nel tempo. Prima si diceva che i bambini
appena nati andavano nel limbo, ora si dice che vadano in Paradiso. Se le
Scritture sono un libro rivelato non possono essere cambiate. Se c’è una fuga
delle anime non è la Chiesa che deve adattarsi agli altri. Ero commessa ma non
andava bene il mio modo di vestire. Ora sto facendo dei corsi di
programmazione. Mi piacerebbe poter lavorare da casa. I soldi che guadagno? In
quel caso sarebbero miei, se la donna lavora può tenerli. E’ l’uomo che deve
mantenere la famiglia, è lui che deve garantire una vita serena a me e ai miei
figli.'' Corsera – 14.6.08 Europa, la vera malattia - Franco Venturini Se il referendum irlandese doveva giudicare la forza di
un'Europa da poco guarita, il meno che si possa dire è che la sentenza di
condanna uscita dalle urne appare senza appello. Il trattato di Lisbona, orfano
di una delle ventisette ratifiche necessarie, è tecnicamente morto. E un terzo
popolo europeo, tra i pochissimi consultati negli ultimi anni, ha rimandato al
mittente il confuso identikit di una Unione non amata. Nessuno, beninteso,
vorrà rassegnarsi. Ma far tornare gli irlandesi alle urne come avvenne nel
2001, rinegoziare il trattato di Lisbona, pregare Dublino di togliere il
disturbo, tenersi il trattato di Nizza attualmente in vigore, sono tutte strade
molto difficili da percorrere. La Francia, che vede compromessa la sua prossima
presidenza, annuncia una risposta d'accordo con Berlino. Londra promette che la
ratifica per via parlamentare proseguirà, consapevole com'è di uno scetticismo
che riguarda anche la Repubblica Ceca. Nel Parlamento italiano, che deve ancora
esprimersi, saranno più forti le eccezioni della Lega. E ovunque tornerà il
senso di paralisi e di impotenza che seguì nel 2005 le bocciature
costituzionali di Francia e Olanda, cui il trattato di Lisbona doveva appunto
porre rimedio con le sue caute riforme. Tutto molto grave, ma la vera malattia
dell'Europa non è qui. Chiediamoci, piuttosto, come sia possibile che un Paese
uscito dal sottosviluppo grazie all'Europa le voti tanto duramente contro.
Chiediamoci, se non lo abbiamo già fatto negli ultimi tre anni, perché i francesi
e gli olandesi abbiano detto no alle ambizioni costituzionali europee.
Chiediamoci, in definitiva, per quali motivi l'Europa sia a tal punto lontana
dal consenso popolare, non nell'euroscettica Gran Bretagna ma tra i suoi
beneficiari e tra i suoi soci fondatori. Le risposte, per quanto spesso eluse,
hanno poco di misterioso. L'Europa di tutti i giorni non ha mai imparato a
comunicare, e parla un eurocratese incomprensibile ai più. I Trattati sembrano
destinati a una platea di accademici, più che a società complesse fatte di
elettori. La globalizzazione, omologandoli, ha paradossalmente rilanciato gli
Stati nazionali e ha dato nuova forza ai localismi. I giovani considerano
acquisiti i molti vantaggi che vengono dall'appartenenza alla Ue, e dunque non
sono più mossi come i loro padri dalla necessità di consolidarli. L'elenco
delle spiegazioni facili potrebbe continuare. Ma per quanto gravi siano le
fragilità della costruzione europea, nessuna riuscirebbe a metterla in rotta di
collisione con i suoi popoli se l'Unione non fosse prigioniera di una radicale
crisi di identità politica e di capacità operativa. Agli albori, la prima
Europa nacque per garantire la democrazia post bellica e impedire nuove guerre
tra Francia e Germania. La seconda Europa fu quella delle grandi ambizioni,
della conquista di un «posto» nel mondo, delle cessioni di sovranità in nome
del bene comune, delle regole, del mercato interno, della libera circolazione,
dell'euro. Ma il mondo di oggi e di domani esige una terza Europa, concretamente
vicina ai suoi popoli visto che dalla legittimazione di vertice si è passati a
quella di base, riconoscibile e unita nelle sue posizioni internazionali,
consapevole sì di dover essere grande per contare nei nuovi equilibri planetari
ma prioritariamente efficace nel valore aggiunto da dare alla sua azione
interna. Ed è proprio questa terza Europa che non riesce a vedere la luce. I
prezzi di benzina e gasolio, l'immigrazione, i livelli occupazionali? L'Europa
è assente, divisa o in ritardo. L'identità politica? Dipende dai casi e da
laboriosi compromessi tra interessi contrastanti. Il Trattato che vincola
tutti? Incomprensibile e dunque pericoloso. Meglio tutelarsi, respingendo ieri
l'idraulico polacco e proteggendosi oggi contro i rischi presunti di nuove
tasse, di meno sussidi all'agricoltura, di attacchi alla neutralità nazionale,
di declassamenti riservati ai Paesi piccoli. Tanto, le cose buone che ci
vengono da Bruxelles non spariranno. Rimasta a metà del guado integrativo,
l'Europa dei Ventisette non è più riconoscibile e non riesce a battere la
temibile alleanza tra paure e diritti acquisiti. Ma dopo lo schiaffo irlandese
dovrebbe almeno vedere con chiarezza l'alternativa che ha di fronte: da un lato
la decadenza, dall'altro la rifondazione a opera di un gruppo ristretto di
integrazionisti pragmatici. Il momento della scelta verrà, e riguarderà anche
l'Italia. Berlusconi e il decisionismo
«imbrigliato» - Francesco Verderami Siccome raccontare è anche un modo di condividere il
proprio stato d’animo, dagli ultimi racconti del premier emerge un senso di
cupezza. È come se il Cavaliere si rendesse conto che il suo decisionismo si è
impigliato. Proprio così. Silvio Berlusconi sembra essersi impigliato nelle
maglie della burocrazia, negli atti della magistratura, nelle manovre politiche
degli alleati, in special modo della Lega. Perciò racconta, come a volersi
sfogare. E non è un caso se ieri ha raccontato un episodio che - a suo avviso -
è la testimonianza degli «intralci al mio tentativo di governare». Il problema
dei rifiuti in Campania vuole risolverlo, anzi deve. «Bene, sono andato a
Napoli. Ho tenuto la conferenza stampa, detto che verrà completato il
termovalorizzatore di Acerra, annunciato il nome della società che porterà
l’opera a compimento. E la mattina dopo cos’è accaduto? Che la procura è andata
negli uffici di quell’azienda e ha sequestrato tutte le carte. Vi è chiaro?
Hanno sequestrato tutto. L’amministratore delegato della società mi ha fatto
sapere che volevano rinunciare. È dovuto intervenire Letta per farlo tornare
sui suoi passi. Diglielo, Gianni». E «Gianni» ha ammesso di aver dovuto
«faticare»: «La società voleva mollare, andarsene addirittura all’estero». Ma
il racconto legato all’«ennesimo episodio di intromissione della giustizia», serve
a celare un’irritazione che si estende alle «direttive da applicare» da parte
degli apparati dello Stato, e ai veti, agli scontri, alle faticose mediazioni
che sono proprie della politica. Perché non c’è dubbio che «dopo una prima fase
di gestione commissariale di Berlusconi, qualcosa è cambiato», lo ammette un
fedelissimo del premier come il ministro Gianfranco Rotondi: «Ora Berlusconi
deve fare i conti con le regole del gioco, che sono le stesse di sempre». Ed è
la vischiosità che frena ogni sua decisione a far infuriare il Cavaliere, lui
che durante la campagna elettorale aveva scaricato sull’Udc le colpe per gli
errori e i ritardi del precedente governo, ed aveva motivato così la rottura
dai centristi: «Non avverrà più». «Ma in politica - spiega Rotondi - ci sarà
sempre qualcuno che farà la parte di Pier Ferdinando Casini». Ed è nei leghisti
che il premier rivede al momento le movenze dei centristi, è in quel suo «ne ho
fin qui» che si riassume la fatica degli ultimi passaggi. Perché la legge sulle
intercettazioni varata dal governo, non è la stessa che aveva in mente.
L’avvocato-deputato Consolo del Pdl, l’ha pubblicamente sottolineato:
«Berlusconi sette giorni fa aveva detto cose diverse. Forse avrà dovuto
piegarsi alle richieste del Carroccio. Comunque si vede che il suo decisionismo
va a corrente alternata». Sarebbe però un errore voler sovrapporre l’immagine
del Senatùr a quella di Casini, e lo stesso Francesco Cossiga spiega perché «è
un errore»: «Tra Berlusconi e Bossi i rapporti sono eccellenti. Fosse per
l’Umberto non sorgerebbero certi problemi. Sono invece i colonnelli leghisti a
lavorare sotto traccia. Sanno di essere forti e usano la loro forza per
centrare gli obiettivi che si sono prefissi. Ma non somigliano ai centristi,
bensì a Rifondazione». È da verificare se l’ex capo dello Stato abbia davvero
ragione, è certo però che l’intervista a Libero del titolare del Viminale,
Roberto Maroni, non è piaciuta al Cavaliere, per il passaggio sul reato di
clandestinità «che deve restare», e per quello sulle intercettazioni, dove «ha
vinto il buonsenso». «Il gioco al ribasso su certi temi — secondo Cossiga —
serve per ottenere di più su altri». Sarà. Certo Berlusconi è stufo di subire
il lavorio ai fianchi, che va dalle questioni europee fino a quelle comunali.
Ma un conto è la tradizionale posizione dei leghisti sull’Ue, altra cosa è che
qualcuno tenti di sfruttare le difficoltà per destabilizzare il Pdl. Perché è
stato abile il ministro dell’Interno alla conferenza Stato-Città, dove il
sindaco di Milano ha fatto una sfuriata per i tagli: «Voglio capire. Togliete
soldi a noi per darli a Roma? Io non sono disposta a pagar pedaggio per chi non
è stato efficiente e virtuoso nella gestione». E Maroni: «Hai ragione,
Letizia...». Come non sapesse che il premier deve evitare il collasso del
Campidoglio, che si è impegnato con Gianfranco Fini su questo. Come non sapesse
che Giulio Tremonti cerca risorse, «altrimenti - spiegava giorni fa il ministro
Altero Matteoli a un amico - senza finanziamenti per le infrastrutture e lo
sviluppo, Silvio si può far benedire ogni giorno dal Papa...». E dire che
«Silvio» aveva offerto del suo governo un’immagine diversa all’amico Bush: «È
un mix di esperienza e gioventù. Ed è anche pieno di belle donne». Risposta del
presidente americano: «Perché non le hai invitate qui a cena?». |
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