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Manifesto
– 15.6.08 Il pronto soccorso del
distretto militare - Alessandro Robecchi Ha ragione Roberto Formigoni: il modello lombardo della sanità
funziona. Era andato a togliersi le tonsille ed è uscito dalla clinica senza
una gamba, ma funziona. Peccato per quella tendinite: per curargliela gli hanno
tolto un polmone. Però funziona ancora. Il modello lombardo della sanità sta
benissimo, anche perché se incautamente confessasse di stare male lo
opererebbero di nuovo, e al posto del femore gli impianterebbero un medico
obiettore di Comunione e liberazione non sterile. Appurato che il modello
lombardo della sanità funziona (infatti a guardare i bilanci delle cliniche
private funziona benissimo), va detto anche che manca un po' di etica. E per
forza! Tutta l'etica che avevano l'hanno usata al posto dei tendini rotulei e
l'hanno impiantata a gente che stava benissimo, e che adesso zoppicherà per
sempre. Ma eticamente. Sia come sia, le emergenze del paese sono altre. Per
esempio la sicurezza. Per questo arriveranno 2.500 militari a presidiare le
zone più a rischio delle grandi metropoli. Tipo le sale operatorie della
Regione Lombardia, tipo i cantieri edili della Regione Lombardia. Era ora che
qualcuno pensasse seriamente alla sicurezza dei cittadini, fossero anche i
ministri Maroni e La Russa, che hanno scritto la nuova norma del disegno di
legge a quattro mani. Va detto che anche un cervello avrebbe fatto comodo. Ma
attenzione, come sa ogni bravo esperto militare, quando si chiamano i soldati è
bene definire con precisione le regole d'ingaggio. I nostri militari potranno
sparare a un primario? Potranno usare gli elettrodi per interrogare le cartelle
cliniche? E' una questione che si farà più spinosa quando le nostre forze
armate chiamate in difesa del cittadino e della solita maggioranza silenziosa
dovranno intervenire nei cantieri edili. Quali regole d'ingaggio usare per i
lavoratori in nero vittime del caporalato? Se gli si spara prima si danneggiano
gli imprenditori e si frena la crescita. Se gli si spara una volta cascati
dalle impalcature è inumano accanimento su un cadavere. L'unica è colpirli al
volo, come un piattello. Impresa che si annuncia difficile, ma non impossibile.
Il Partito democratico, responsabilmente, si è detto d'accordo. «Soldati in strada solo
per un anno» - C.L. ROMA - I soldati in pattuglia lungo le strade italiane li vedremo
al massimo per un anno. «Si tratta di un esperimento che dura sei mesi,
rinnovabile una sola volta», ha garantito ieri il ministro della Difesa Ignazio
La Russa, padre dell'emendamento che schiera i militari affianco di polizia e
carabinieri in funzioni di ordine pubblico. Un esperimento che però non piace a
molti. Fatta eccezione per i colleghi della maggioranza, infatti, l'idea di
vedere soldati in divisa e perdipiù armati di fucile e pistola farsi avanti
nelle strade non piace a molti. «Fa pensare alla Colombia», hanno commentato il
sindaco di Torino Sergio Chiamparino e il leader dell'Italia dei Valori Antonio
Di Pietro. Mentre per il Pd si tratta di un'iniziativa «sbagliata». «Il tema
della sicurezza - ha detto infatti il segretario Walter Veltroni - è questione
troppo delicata per essere affrontata solamente con annunci ad effetto che tra
l'altro danno un'immagine catastrofica del paese contribuendo a mortificare l'ottimo
lavoro svolto dalle forze dell'ordine». Dubbi, infine, sono stati espressi
anche dagli stessi militari. Come l'ex capo di stato maggiore della Difesa, il
generale Mario Arpino, per il quale «vedere i soldati impiegati in ordine
pubblico fa uno strano effetto». In realtà l'immagine di un'Italia in cui
pattuglie miste agenti di polizia-soldati perlustrano le strade di notte, non è
certo delle migliori e rischia di non essere del tutto compresa all'estero. Ma
si tratta di una preoccupazione che per il momento non sfiora La Russa, anche
ieri impegnato a difendere l'iniziativa. «C'è una richiesta forte da parte dei
cittadini di migliore controllo del territorio, di migliore sicurezza - ha
spiegato il ministro -, di poter avvertire che lo Stato garantisce, con la sua
presenza, una condizione di vita migliore». Un compito che, ha riconosciuto La
Russa, normalmente spetta alle forze dell'ordine. «Ma in questo momento c'è un
problema di risorse di numero di uomini. Per questo motivo le Forze armate
hanno dato la loro disponibilità a incrementare le forze che polizia,
carabinieri e Guardia di finanza già dispongono sul campo». Secondo i calcoli
fatti dalla Difesa il contingente di 2.500 uomini messo a disposizione non
dovrebbe tra l'altro comportare alcun costo aggiuntivo. Le spese in più per
coprire sia gli spostamenti, che l'indennità prevista agli soldati per il
riconoscimento dello status di agenti di pubblica sicurezza, sarebbero infatti
coperti da finanziamenti già esistenti. Per La Russa, quindi, non ci sarebbero
problemi. Anzi: «Tutti i sondaggi - ha spiegato - dimostrano che il gradimento
espresso dagli italiani a questa iniziativa è dell'80 per cento». Sarà, ma le
critiche al progetto non mancano. E non solo da parte dell'opposizione, che
anche ieri ha fatto sentire la sua voce. No, a esprimere le maggiori
perplessità è infatti chi, come i poliziotti, in teoria dovrebbe sentirsi
aiutato dai soldati. Proprio a loro, però, l'idea di marciare fianco a fianco
con i soldati non piace. Il giudizio, che accomuna se diverse sigle sindacali,
è quello di trovarsi di fronte a «un'operazione di facciata». «Non c'era alcun
bisogno di 2.500 soldati», ha spiegato ad esempio Giovanni Aliquò.
dell'Associazione funzionari di polizia. «Se davvero volevano risparmiare 2.500
uomini potevano sarebbe bastato tagliare l'autista a qualche prefetto. Solo
quelli sono 5.000». Misura «inutile» anche per il Silp-Cgil. Il controllo è
soprattutto conoscenza e non solo occupazione temporanea del territorio», ha
detto il segretario Claudio Giardullo, per il quale1 chiedere gli uffici di
polizia per mancanza di personale e spendere soldi per occupazioni militari è
il segno di una grave mancanza di conoscenza della realtà criminale del nostro
paese». mentre il Sulpm, il sindacato della polizia locale, arriva perfino a
minacciare di scendere in piazza contro la presenza di militari nelle strade.
«Sono già stati pesi contatti con diversi sindacati di polizia - ha detto il
segretario Alessandro Marchetti - per organizzare una serie di manifestazioni
delle divise a Roma , che esporteremo anche in Spagna e in altre capitali
europee per far sapere anche all'estero come siamo costretti a lavorare». Anche
chi conosce bene il mondo delle caserme, come il generale Mario Arpino, non
nasconde i suoi dubbi. «Ai soldati non fa mai un effetto tanto buono vedere che
alcuni di noi sono impiegarti per l'ordine pubblico - ha detto ieri l'ex capo
di stato maggiore della Difesa -. Fa un certo effetto vederli impegnati qui,
nelle città italiane, in attività che li vedono impiegati in Kosovo, a
Pristina, o in Albania una volta o, per esempio,. in Bosnia. Comunque i 2.500
soldati messi a disposizione no sono un gran numero e il risultato sarà più di
deterrenza e psicologico, visto che l'esercito ha armi e fucili che che non
potrà usare».Duro, infine, anche il giudizio espresso da Antonio Di Pietro: «Le
forze armate per controllare il territorio delle città si usano ultimamente
solo in Colombia contro il terrorismo e contro l'insurrezione armata - ha detto
il leader dell'IdV - Vorremmo che la dignità delle Forze armate fosse per
difendere lo Stato dalle aggressioni esterne». Il Veneto che perde la
testa e uccide se stesso - Ernesto Milanesi PADOVA - Il fucile da tiro calibro 22 nascosto sotto la tuta da
ginnastica. Alessandro Milan, camionista di 24 anni, ha fatto irruzione
nell'ufficio dello Spisal di Conselve. Ha sparato e poi ha premuto ancora il
grilletto, con la canna in bocca, folle di gelosia. Ha ucciso Chiara Bernardi,
25 anni, la convivente che era tornata a vivere dai genitori con la loro figlia
di un anno e mezzo. E ha ferito gravemente Massimo Sturaro, 44 anni, dipendente
dell'Usl 17, l'altro bersaglio dopo la breve conversazione con la ragazza.
Operato d'urgenza, se la caverà in una ventina di giorni. Riaffiora così
l'anima nera del Veneto con la sua scia di sangue «indigeno». La tragedia di
venerdì mattina a Conselve (il paese della Bassa padovana che negli anni '90
aveva guadagnato le prime pagine con un clamoroso caso di pedofilia e poi con i
«serenissimi» scalatori del campanile di San Marco) accende la spia
dell'«emergenza sicurezza» dentro il profondo Nord Est. E' la cronaca, più o
meno rimossa, dell'altra faccia della società veneta. Non solo storie di
cronaca nera. Anche la «malattia chiamata Nord Est» nascosta nelle pieghe della
ricchezza presunta, del benessere a ogni costo, della bella vita che si finge
di avere. Vigasio, periferia di Verona. Un omicidio pianificato da un anno per
risolvere con 900 mila euro di assicurazione tutti i problemi della ditta di
autotrasporti. Tancredi Valerio Volpe e Caterina Nervo, trentenni con una bimba
piccola e la classica villetta con giardino, hanno stordito con il sonnifero
nel caffè e poi carbonizzato nella sua Rover la loro vittima: Adrian Kosmin, 28
anni, rumeno, autista in nero, che aveva firmato una polizza sulla vita in
cambio della promessa di un'assunzione regolare. Una vicenda emblematica dei
rapporti fra «padroncini» del Veneto leghista e immigrati, in particolare
rumeni. Derubricata in fretta e furia lontano dai riflettori mediatici.
Imbarazzante per l'immagine di Verona e i sindaci-sceriffi del Carroccio. Nessuno
vuol più sentir parlare, invece, della morte di Iole Tassitani, 42 anni. La
figlia del notaio di Castelfranco, cittadina trevigiana simbolo del «modello
veneto». E' stata letteralmente fatta a pezzi il 12 dicembre da Michele Fusaro,
falegname di Bassano del Grappa (Vicenza). Un sequestro anomalo con i
carabinieri messi sulla pista giusta dalla pronta collaborazione di un
immigrato, ma con il magistrato veneziano tutt'altro che impeccabile nella
gestione delle indagini. Di nuovo, comunque, schei: Fusaro immaginava di
incassare 800 mila euro di riscatto, tenendo la donna sequestrata a casa sua.
«L'ho uccisa perchè mi ha riconosciuto. Mi ha visto e ho perso la testa» ha
finalmente confessato nei giorni scorsi. Tutto si è consumato in poche ore.
Alle 20.30, il rapimento a Castelfranco. Alle 4, l'omicidio nel salotto di
Bassano. Iole era riuscita a togliersi la benda e a riconoscere nel
sequestratore una faccia già nota. Fusaro ha fatto tutto da solo: l'ha uccisa
con un fendente alla gola, vivisezionando il cadavere nel garage mentre la vita
dei condomini seguiva tranquillamente. Ma il Nord Est soffre anche della
sottile solitudine che accompagna il dolore, quando il nuovo deserto sociale
prevale soprattutto nei confronti dei vecchi. E' andato il tilt il sistema del
Veneto cattolico, con le sue radici nella famiglia. E la sanità d'eccellenza,
vera o presunta, non basta senza un'affidabile rete d'assistenza. L'Alzheimer
diventa lo specchio della degenerazione sociale. Maerne, via Ca' Bembo civico
99, un'altra villetta a due piani con giardino con due cadaveri, un biglietto
disperato e l'assegno per saldare i funerali. Giorgio Brusegan, 77 anni, con la
calibro 22 che usa al poligono all'alba ha sparato in testa alla moglie Lina
Marangoni, 78 anni, malata di Alzheimer. Poi ha puntato la canna alla tempia e
ha premuto il grilletto: in via Ca' Bembo 99, a Maerne. E' successo l'11
giugno, con la figlia Mariella che è scesa dal suo appartamento a chiamare
inutilmente il 118. Il 14 maggio, a Tencarola (Padova) un'altra coppia di
anziani protagonista dell'identico smarrimento. Tutto si consuma in casa e
l'inchiesta della Procura è ancora aperta. Albino Rampazzo, 84 anni, è stato
dimesso dalla rianimazione; la moglie Nazarena Andriolo, 81 anni, affetta da
Alzheimer, ha un trauma toracico causato da un colpo di mazzetta in testa e due
ferite di coltello alla gola. Secondo la ricostruzione dei carabinieri,
l'anziano Albino avrebbe cercato di farla finita con una vita insopportabile
per la coppia. Approfittando della libera uscita della badante. I «sinti di Cacciari»,
troppo normali per trovare ascolto nel paese della paura - Orsola Casagrande MESTRE - «No campo nomadi di Mestre, campo nomadi di Mestre».
Quattro o cinque bambini fanno il trenino e girano per il campo canticchiando
una canzoncina della quale non capiscono bene il significato. «Ecco - dice
sconsolato Stefano - questo è il risultato di questa campagna». I bambini
ridacchiano e continuano il loro trenino. «Purtroppo - dice Radiana, operatrice
del comune - i bambini sono stati i primi a fare le spese di questa vicenda. A
scuola, dove non avevano mai avuto problemi, adesso cominciano a essere isolati
dagli altri bambini, a essere presi in giro». All'attuale campo sinti si accede
dalla strada, non ci sono cancelli o entrate. Le tre famiglie principali e
storiche del campo si sono sistemate a zone. Centocinquanta persone, 45 nuclei
familiari. Le roulotte sono accanto a prefabbricati e case mobili. C'è anche
qualche casettina di legno. Hanno fatto tutto da soli i sinti per cercare di
rendere più accogliente il campo. Che altrimenti effettivamente è assai
desolato. Basti pensare che ci sono soltanto quattro servizi igienici e otto
docce. Niente elettricità. «D'inverno si gela - dicono Stefano e la moglie
Daniela - fare la doccia è una sorta di tortura». Dalla casupola di Stefano e
Daniela ai servizi ci saranno una trentina di metri. «Sufficienti per congelare
- dice Stefano - anche perchè quando poi si entra nella doccia è freddissimo.
L'acqua calda c'è ma finisce presto». Infatti ci sono 100 litri di acqua calda
e poi bisogna aspettare un paio d'ore per riaverla. La famiglia più vecchia qui
è quella degli Hudorovich, origini croate, ma sono in questo campo dagli anni
'60. In Italia da prima: loro sono scappati durante la guerra mondiale. E'
stato don Vecchi a concedere il terreno alla comunità sinti. I terreni infatti
erano di proprietà della curia. Negli anni qualche miglioria è stata fatta, ma
certo si è ormai al limite. Anzi al limite si era già arrivati dieci anni fa. E
proprio allora, assieme all'amministrazione comunale, i sinti avevano
cominciato a ragionare sull'ipotesi di un nuovo villaggio. I finanziamenti
destinati ai contratti di quartiere sono sembrati una buona possibilità e così
la gente del campo insieme a operatori e tecnici hanno cominciato a
concretizzare un progetto. Ne è venuto fuori il villaggio di via Vallenari. Ma
sono passati dieci anni e ancora non c'è nulla. «Il comune però l'anno scorso -
dice Stefano - ha deciso di finanziare il progetto visto che ormai i i soldi
dei contratti di quartiere erano stati stornati nelle infrastrutture». In
teoria i lavori del nuovo villaggio sarebbero dovuti partire nelle settimane
scorse, ma la Lega e An si sono opposti, andando a presidiare il sito.
«Francamente non ci aspettavamo questa reazione - concordano tutti - perchè noi
abitiamo qui da tanti anni, ci conoscono tutti. Andiamo a fare la spesa nei
negozi e la gente ci conosce, chiacchiera con noi. E' stata davvero una
profonda delusione». La voce di Stefano si incrina rivelando che la ferita è
davvero profonda. «Anche con i vicini qui - e indica le case costruite dopo il
campo e incredibilmente a ridosso di esso - non è che abbiamo problemi davvero
insuperabili». Si lamentano, i vicini, del rumore. Che poi vuol dire della
musica, delle feste, dei canti che ogni tanto la comunità organizza. «Perchè
per noi ci sono delle feste importanti che celebriamo secondo le nostre
tradizioni». Le famiglie qui sono evangeliche e cattoliche. Celebrano i
battesimi, il natale, in misura minore la pasqua. I matrimoni non
particolarmente. «Sai com'è, - dice Stefano - i fidanzati qui vanno via dal
campo per qualche giorno, poi telefonano per sapere se le famiglie sono
tranquille, se non ci sono problemi. E allora tornano e si sposano». Non
capiscono tanto bene i sinti perchè i gagè si scocciano così tanto per le
feste, per la musica. Difficile non condividere il loro stupore: in fondo di
fronte a tante cose tristi, dicono, perchè perdere anche la voglia di ridere e
stare insieme, festeggiando, cantando e suonando. I sinti qui a Mestre sono
tutti cittadini italiani, da generazioni. «Mio padre - dice Stefano - ha
servito la patria. Ha fatto il bersagliere». E la nonna di Gaetano ha fatto la
resistenza. Ma a quelli della Lega poco importa. Fanno leva sull'immaginario
che vuole gli zingari (tutti) qualcosa da temere. E i luoghi comuni si
sprecano. Non pagano le tasse, il comune pensa solo a loro. Gli uomini qui
lavorano nella raccolta del ferro. Hanno una convenzione con la Veritas. Quanto
agli aiuti comunali. Nel campo viene pagato un solo assegno sociale: a un
invalido civile in attesa di pensione di invalidità. Stefano coccola la sua
bimba fra le braccia. Ha un anno e mezzo. Orgoglioso papà mostra il vestitino
da spagnola che le hanno portato dei parenti. Adesso è difficile spostarsi.
Anche loro sono sostanzialmente stanziali. «Figurati - dice ricordando il
passato - una volta potevamo andare e fermarci ovunque. Adesso dobbiamo sostare
in un campeggio altrimenti sono guai». Il nomadismo è un ricordo. Che viene in
parte rispolverato quando un parente sta male. «Allora - dice Stefano - si
parte. Magari in quattro in macchina. Sostiamo davanti all'ospedale, dormiamo
in macchina ma importante per noi è essere sempre accanto a chi sta male». Ieri
in prefettura c'è stato l'ultimo incontro sul nuovo villaggio. Si è deciso di
rivedersi martedì per dare modo ai comitati di riesaminare il progetto corretto.
Ma mercoledì, ha detto il prefetto, i lavori riprenderanno. I comitati dal
canto loro non esiteranno a cercare di mettere i bastoni fra le ruote al
progetto, anche utilizzando strumentalmente l'arresto proprio ieri di una donna
del campo accusata di furto. L'Europa è in panne,
ma Sarkozy è nei guai - Anna Maria Merlo PARIGI - Il «no» irlandese ha rovinato i programmi della
presidenza francese del Consiglio della Ue, che inizia il 1° luglio e dura fino
alla fine dell'anno. Nicolas Sarkozy puntava molto sulla circostanza, dopo
essersi vantato di aver sbloccato l'Europa con la proposta del mini-trattato di
Lisbona, via d'uscita alla paralisi creata dal «no» francese e olandese nel
2005 al Trattato costituzionale. Durante la presidenza francese avrebbero dovuto
essere decise nomine importanti: al Consiglio del prossimo dicembre i capi di
stato e di governo dei 27 avrebbero dovuto nominare il presidente eletto del
Consiglio europeo e l'alto rappresentante per la politica estera, al posto di
Xavier Solana. Ma non si farà nulla, visto che il trattato di Lisbona non entra
in vigore. Venerdì sera, Sarkozy e la cancelleria tedesca Angela Merkel, che
avevano promesso iniziative comuni, si sono limitati a firmare un comunicato
congiunto che invita gli stati che non hanno ancora ratificato Lisbona - lo
hanno fatto per ora 18 su 27 - a continuare la procedura. Una posizione debole,
che non fa che riprodurre l'ormai tradizionale reazione delle élites europee di
fronte ai popoli, che ogni volta che sono chiamati a dire la loro rispondono di
«no». Per Sarkozy, la presidenza si annuncia grigia. Soprattutto sui due
programmi che aveva considerato prioritari: la difesa e l'Unione per il
Mediterraneo. Sulla difesa, Sarkozy aveva giustificato il prossimo rientro
della Francia nei comandi della Nato, al vertice dell'Alleanza atlantica di
Bucarest in aprile, con il progetto di rilanciare la difesa europea. Ma
l'alleato per eccellenza in questo campo è l'altra potenza nucleare europea: la
Gran Bretagna. Ieri, Gordon Brown, già indebolito, ha subito gli attacchi dei
conservatori, che contestano la ratificazione di Lisbona, prevista sulla carta
già per il 18 giugno (alla vigilia del Consiglio europeo di Bruxelles). Lunedì
Sarkozy sarà a Praga, da un altro euro-scettico: il presidente della repubblica
Ceca, Vaclav Klaus, ha già dichiarato che considera «morto» il trattato di
Lisbona e il suo paese ha praticamente sospeso la ratifica. L'Unione per il
Mediterraneo, già partita male, adesso ha veramente le ali di piombo. Sarkozy
ha programmato un vertice euro-mediterraneo a Parigi il prossimo 13 luglio,
alla vigilia della sfilata del 14, dove ha invitato tutti i partecipanti, anche
il controverso presidente siriano Bachar Al-Assad (suscitando una levata di
scudi, a cominciare dai libanesi). Ma, a parte il fatto che già numerosi paesi
del sud del Mediterraneo non si sono dimostrati entusiasti (ci sono state aspre
critiche da parte di Gheddafi, molta freddezza algerina), ormai le reticenze
tedesche - che già hanno costretto Sarkozy a ridimensionare il progetto -
avranno la meglio. Cosa resta a Sarkozy? Purtroppo, si apre l'ampio campo del
populismo. Un'altra priorità della presidenza francese è la lotta
all'immigrazione clandestina. Ieri a Parigi c'è stata una manifestazione contro
«la direttiva della vergogna», la direttiva «ritorno», repressiva verso gli
immigrati. Per essere «vicino ai cittadini», come ama dire, visto il clima, c'è
da aspettarsi che la caratteristica della presidenza francese si ridurrà
all'inasprimento delle leggi verso gli immigrati. Altri populismi minacciano:
Sarkozy si è recentemente scontrato con Bruxelles perché gli è stato impedito
di abbassare l'Iva sui carburanti, sola idea del presidente francese per
lottare contro il caro-petrolio. L'energia e il clima sono temi prioritari
della presidenza francese. Il trattato di Lisbona è definitivamente morto a
Dublino? C'è chi pensa a Bruxelles che gli irlandesi potrebbero essere chiamati
a rivotare (come hanno fatto nel 2001 per il trattato di Nizza, respinto e poi
approvato), dopo un «arrangiamento giuridico» (degli opting out, le deroghe,
sulla difesa e sull'aborto, per esempio). Ma in realtà adesso è Londra a
decidere: se Brown non riuscirà a far passare il Trattato alla Camera dei Lords
il 18 sarà la fine definitiva. Una via d'uscita? Che i dirigenti capiscano che
va colmato il deficit democratico e che forse è arrivato il momento di
istituzionalizzare un'Europa a più velocità. Gli 862mila irlandesi che hanno
votato «no» diventerebbero così la leva per la nascita di un «nocciolo duro»
europeo. La sordità di chi vuol
«tirare dritto» - Luciana Castellina «Tireremo dritto». Questa, esattamente come tre anni fa - quando a
bocciare la Costituzione furono francesi e olandesi - la risposta che i leaders
di tutta Europa (italiani inclusi) hanno dato al nuovo «no» degli irlandesi.
Che si sono pronunciati così nonostante sia stato loro sottoposto un testo meno
ambizioso, frettolosamente arrangiato a Lisbona, nella speranza di far creder
agli scettici che si trattasse di una minestra diversa da quella rifiutata. Andranno
dunque avanti come stabilito, insensibili al non trascurabile particolare che
la ratifica del Trattato è sì stata approvata da 18 stati membri, ma sempre e
solo dai rispettivi parlamenti e generalmente senza che i cittadini ne
sapessero poco più che niente, mentre questa Unione Europea non passa l'esame
proprio ogni volta che a votare è direttamente il popolo via referendum. Come
tre anni fa, anche questa volta, i renitenti sono stati accusati di tradimento
e di ignoranza: come non capire l'afflato ideale di quei 418 articoli fitti di
indicazioni sulla circolazione di merci servizi e capitali? Per gli irlandesi,
poi, c'è un'aggravante: sono anche ingrati. Hanno mangiato a ufo tutti questi
anni, ottenendo più vantaggi da Bruxelles di chiunque altro, tanto da balzare
da un reddito procapite inferiore alla media europea addirittura al secondo
posto: e non si sono contentati. Non basta, evidentemente. Ed è singolare che
non si consideri proprio questo dato un aggravante: che se l'Unione non piace
nemmeno a chi ne ha più beneficiato, vuol dire che il disamore deve essere
davvero profondo. Vuol dire che un'Europa sempre più allineata alla
globalizzazione, priva di una propria specifica ragion d'essere, a rimorchio
degli Stati Uniti su guerre e ideologia, non è roba che fa sentire europei. Agli
irlandesi che hanno il beneficio di esser ancora neutrali, costa oltretutto
anche più cara: li trascina nella costruzione di eserciti europei della cui
autonomia politica dalla Nato c'è di cui dubitare. Di particolarmente europeo
rischia oggi di esserci piuttosto un tratto peggiorativo: la progressiva
erosione della democrazia che stiamo vivendo e che costituisce, non a caso, uno
dei principali motivi di diffidenza dei cittadini verso le istituzioni europee,
dove del resto ormai esplicitamente si teorizza la necessità di passare a una
democrazia (persino) post-parlamentare, perchè i problemi posti dalla
globalizzazione sarebbero oramai tanto complessi da esigere una crescente dose
di delega ai gestori amministrativi. Del resto a leggere i commenti al voto
irlandese risulta davvero imbarazzante l'assenza di ogni riflessione sul
distacco che ormai si registra fra pronunciamenti dei parlamenti e
pronunciamenti diretti, via referendum, dei cittadini. La prima e più urgente
cosa che occorre dire, e anzi, ripetere, è che si deve adesso andare a una vera
fase costituente europea, non a un nuovo esercizio di ingegneria istituzionale,
pratica in cui l'Unione eccelle. Per riproporsi l'interrogativo di fondo: a che
serve un'Europa clone del mercato globale, che non riesce a rappresentare una
qualche specifica diversità, in grado di reinverare quanto di meglio c'è nella
nostra tradizione democratica e sociale? Anziché tirare dritto, meglio una
pausa di riflessione. Anche per la sinistra che, o è stata piattamente e
acriticamente europeista, o , pur essendo critica, si è scordata di considerare
seriamente il problema. La recessione pesa
nelle urne europee - Marco d'Eramo Nel no all'Europa nel referendum irlandese conta certo
l'insularità, un po' come la resistenza accanita che i britannici opposero per
decenni all'idea di un tunnel sotto la Manica, sentito come una sorta di
irreversibile guinzaglio al continente. Ma ancor più pesa il vento della
recessione mondiale. Perché negli ultimi 25 anni l'Irlanda ha costituito la «success
story» della globalizzazione in Europa. La mancata crescita degli altri paesi
era attribuita all'eccessiva regolamentazione, ai lacci e laccioli ivi imposti
alla libertà imprenditoriale: «Guardate invece all'Irlanda dove sono stati
spazzati via i vincoli, dove la deregulation ha fatto affluire capitali e
investimenti accolti a braccia e portafogli aperti!». L'Irlanda era il caso da
manuale portato a esempio dai liberisti che aspiravano un'Europa tutta
manchesteriana, il cui unico motto sarebbe stato «Laissez-faire!». E certo il
successo irlandese era impressionante. Da paese di emigranti (il ricordo
dell'ottocentesca carestia delle patate è ancora vivo nelle menti), per la
prima volta l'Eire è divenuta un paese d'immigrazione. Da questo (ma solo
questo) punto di vista, il «miracolo irlandese» somigliava al «miracolo
italiano» del 1960. Con tutti gli sconvolgimenti sociali che questi miracoli
sempre portano (non solo in Italia, ma anche in Giappone). Per la prima volta,
a Dublino come a Cork e a Limerick, si reca alle urne una generazione nata nel
benessere, nella relativa agiatezza (pur con tutte le povertà annidate nelle
sue pieghe). Una generazione che, per la prima volta nella millenaria storia
dell'isola, non ricorda ristrettezze, disagi quotidiani. Ma ora il «miracolo»
sta finendo. La stessa globalizzazione che aveva portato agio all'Eire, adesso
ne minaccia la precaria prosperità. Chi aveva visto il grande mondo, là al
largo, come fonte inesauribile non solo di ipod e computer, ma di settimane
bianche, vacanze ai tropici, Suv e mega schermi tv ultrapiatti, lo vede ora
come portatore di nubi minacciose di recessione, grondanti debiti, foriere di
licenziamenti. In Irlanda il mutare del vento è più netto, proprio perché lì
l'euforia era stata più travolgente, ma è percepibile ovunque. Quest'inverno,
facevano capolino scetticismi e autocritiche persino a Davos, proprio nel
tempio dove ogni anno si celebravano le sorti magnifiche e progressive della
globalizzazione! Qua e là nel mondo riaffiora un sentimento protezionista che
il pensiero unico dava per defunto e invece rispunta in tutti i continenti. Non
è un caso se in Italia il ministro dell'economia più popolare (almeno per
adesso) degli ultimi decenni è un netto oppositore all'Europa, favorevole
persino a ristabilire barriere doganali protezionistiche, cioè quel Giulio
Tremonti che si atteggia a Robin Hood in quella foresta di Sherwood che è il
sistema impositivo italiano. Ma non hanno qualche ragione gli irlandesi a
diffidare di un'Europa liberista che, proprio alla vigilia del referendum, ha
abrogato il limite delle 48 ore lavorative alla settimana e le ha portate fino
a 60-65 (cioè 11 ore al giorno per sei giorni, o 9 ore per sette)? Che ha abrogato
cioè il fine settimana? Obiettivo Iran. «Colpiranno
gli ayatollah, senza prove» - M. Cocco Ex ispettore delle Nazioni Unite in Iraq (dal 1991 al 1998),
William Scott Ritter è diventato molto critico dell'Amministrazione
statunitense da quando nel 2003 rivelò che, al momento dell'invasione
anglo-americana della Mesopotamia, Saddam non possedeva armi di distruzione di
massa. Nel suo ultimo libro pubblicato in Italia - «Obiettivo Iran» (Fazi
editore) - Scott Ritter sostiene che per l'Iran l'Amministrazione Bush stia
mettendo in scena lo stesso copione utilizzato per giustificare il cambio di
regime a Baghdad: costruire la «minaccia iraniana» pur non avendo prove che
Tehran stia provando ad acquisire l'atomica. Ne abbiamo discusso con l'autore,
che ha risposto alle domande del manifesto al telefono dagli Stati Uniti. Nel suo rapporto del 26 maggio l'Aiea parla
di ricerche per acquisire testate nucleari e chiede a Tehran maggiori
informazioni sui suoi missili. Le posizioni dell'Agenzia internazionale per
l'energia atomica si stanno irrigidendo? L'Aiea è un organismo politico.
Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea sono frustrati perché non sono
riusciti a ottenere da Tehran l'applicazione delle risoluzioni delle Nazioni
unite che le chiedono l'immediata sospensione dell'arricchimento dell'uranio.
Questa frustrazione è evidente nell'ultimo rapporto dell'Agenzia. Si tratta
tuttavia di un documento che non contiene alcun fatto in grado di contraddire
le precedenti rilevazioni, secondo le quali il programma nucleare iraniano
sembra essere esclusivamente per usi civili, pacifici. Per questo lo giudico un
rapporto politico, perché le «preoccupazioni» sottolineate dal rapporto sono
derivate esclusivamente dall'intelligence statunitense. Il ruolo dell'Aiea e dei
suoi ispettori in Iran è quello di accertare se la Repubblica islamica rispetta
il «Safeguard agreement» sul Trattato di non proliferazione nucleare. L'Iran
rifiuta di rispondere a domande che esulano dall'ambito di competenza di questo
trattato, specialmente quando provengono da un servizio segreto apertamente
ostile al regime iraniano. Sono sicuro che questo rapporto non sia stato
preparato esclusivamente dal Consiglio dei governatori e che su quest'ultimo
siano state effettuate forti pressioni da parte degli Stati Uniti. Nel suo libro parla di un «partito della
guerra» pronto ad attaccare l'Iran. Da chi sarebbe formato? Dal circolo di
pensatori neo conservatori che domina l'Amministrazione e soprattutto la
formulazione delle sue politiche per la sicurezza nazionale. Gente come John
Bolton, Paul Wolfowitz sono ormai fuori dal governo, ma le persone più
influenti, come il vice presidente Dick Cheney, sono sempre lì. Io descrivo
però un «partito» che va al di là dell'Amministrazione: un insieme di individui
e organizzazioni - tra cui tanti «intellettuali» che intervengono sui media -
uniti da un'ideologia che è la trasformazione radicale del Medio Oriente da
perseguire, in questo caso, attraverso il cambiamento di regime in Iran. L'Occidente ha qualche prova che Tehran
stia fabbricando armi nucleari? Se l'avesse avuta, l'avrebbero già resa
pubblica. La campagna che sta montando contro l'Iran non è fatta di prove ma di
speculazioni. Israele e gli Stati Uniti strillano: potrebbero avere un
programma per le armi nucleari. Poi, dopo che gli ispettori dell'Aiea rientrano
e li smentiscono, dicono che ciò rappresenta la prova che l'Iran sta
nascondendo quel progetto. Creano la sensazione che qualcosa esista, mentre non
ne hanno alcuna prova. Si sta ricalcando esattamente lo stesso copione recitato
con Saddam Hussein alla fine degli anni '90. Ma sull'Iraq il trucco è stato smascherato: tutti sanno che all'Onu
furono portate prove false. Non direi, forse che il governo italiano ha
detto formalmente ai suoi cittadini: l'Amministrazione Usa ha mentito per
giustificare la guerra contro Saddam? Forse che l'ha fatto l'Unione europea? Se
ne è parlato solo sui media. E guardiamo cosa sta succedendo ora: forse che i
governi di Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, hanno il coraggio di dire:
«Cari Stati Uniti, avete già mentito sull'Iraq, questa volta abbiamo bisogno di
prove solide.»? Al contrario l'Europa continua a basarsi sull'idea che l'Iran
intenda fare cose malvagie col suo programma nucleare. C'è stata più opposizione
prima della guerra in Iraq di quanta ce ne sia ora durante la costruzione della
campagna contro l'Iran. Sempre nel suo
libro parla di una «crisi creata in Israele». Cosa intende? Israele ha
determinato che l'Iran e il suo programma nucleare rappresentano una minaccia.
Gli israeliani dicono chiaramente che non la bomba atomica, ma il semplice
arricchimento dell'uranio da parte di Tehran rappresenta per loro una linea
rossa di cui non possono ammettere il superamento. Nonostante sia permesso dal
Trattato di non proliferazione nucleare di cui l'Iran è firmatario. E Israele
fa continuamente pressione sugli Stati Uniti affinché agiscano in maniera
decisa contro l'Iran. Si tratta di una crisi inventata in Israele. Se oggi
Israele dicesse: «Ok a noi non importa l'arricchimento dell'uranio da parte
dell'Iran», crede che al resto del mondo importerebbe qualcosa? No, perché il
resto del mondo è sufficientemente maturo per affrontare l'Iran e il suo
arricchimento dell'uranio. Una crisi creata in Israele che si fa sempre più
drammatica, al punto che qualche giorno fa il vicepremier israeliano Mofaz ha
definito «inevitabile» l'attacco. Lei
crede che gli Usa attaccheranno? Sì, anche se è l'ultima cosa che vorrei
vedere. Sappiamo che il Pentagono sta facendo pressioni per fermare la corsa
verso la guerra della Casa Bianca. Ma il ministero della difesa risponde alla
presidenza, attorno alla quale c'è sempre un gruppo di ideologi che vuole
trasformare il Medio Oriente. E con la prospettiva dell'arrivo di un presidente
democratico che la vede in maniera diversa, uno dei modi per assicurarsi che il
nuovo inquilino della Casa Bianca non cambi radicalmente le cose, è far sì che
quando arriva trovi già la relazione Usa-Iran ridefinita. Bombardando Tehran. Sanzioni? Ma ancora
nessuno lascia l'Iran - Marina Forti Nuove sanzioni all'Iran? Le potenze occidentali sembrano decise.
Eppure, a ben guardare, l'Iran è un partner commerciale di tutto rispetto per
molti paesi europei, Italia in testa: su un interscambio complessivo con l'Europa
dei 27 pari a 24 miliardi di euro nel 2007, l'Italia è al primo posto con 6
miliardi. Certo, è un interscambio squilibrato: oltre 4 miliardi di import a
fronte di 1,8 miliardi di export. Iran significa in primo luogo idrocarburi:
petrolio e gas fanno l'88% delle importazioni italiane dal paese mediorientale,
secondo i dati raccolti dalla Camera di commercio italo-iraniana. L'Eni ha una
presenza storica in Iran, fin dai tempi di Mattei, e oggi vanta ottime
relazioni di partenariato con il paese mediorientale - all'Eni tengono a
sottolineare che lo «spirito di Mattei» è ancora vivo, «il loro petrolio non è
nostro», lo scambio deve essere equo. Insomma, l'Eni non pensa affatto di
uscire dall'Iran, come del resto nessuna delle aziende petrolifere europee là
presenti. Ma le incertezze internazionali pesano: così, anche se il potenziale
fa gola, da qualche tempo non si parla di nuovi investimenti. Wait and see.
Così l'azienda petrolifera italiana, per bocca del suo amministratore delegato
Paolo Scaroni (in un'intervista al Financial Times, novembre 2007), precisa che
le relazioni sono eccellenti, l'interesse è alto e «onoreremo i nostri
contratti», ma se saranno decretate sanzioni internazionali anche l'Eni dovrà
rispettarle. Per le piccole e medie aziende che fanno il tessuto industriale
italiano l'incertezza è ancor più pesante. L'Italia esporta soprattutto
macchinari, ma l'incertezza è un deterrente per imprese meno forti. Il
presidente della camera di commercio italo-iraniana, Rosario Alessandrello,
aveva parlato di «enorme potenziale»: «Vogliamo continuare a lavorare in Iran»,
aveva detto dando il benvenuto al presidente Ahmadi Nejad a Roma, due settimane
fa: l'incontro stesso, diceva, «testimonia dell'interesse degli imprenditori
italiani per l'Iran». Liberazione
– 15.6.08 Ha ragione Tremonti:
c'è il rischio fascismo - Piero Sansonetti Giulio Tremonti ha detto che l'impoverimento del ceto medio
europeo può avere come esito il fascismo. E ha aggiunto che in questa
situazione le classi dirigenti non devono comportarsi come fecero alla fine
degli anni '30, quando cedettero ad Hitler nella Conferenza di Monaco. Il
Corriere della Sera ha raccolto il parere di alcuni illustri storici (Piero
Melograni, Emilio Gentile, Lucio Villari) i quali - seppure con argomentazioni
e toni diversi - dissentono nettamente da Tremonti. Melograni sostiene che in
Italia in realtà non ci fu mai il fascismo, ci fu il «mussolinismo», e dice di
non vedere, oggi, nessun Mussolini in giro. Gentile liquida la tesi di Tremonti
come del tutto infondata, perché il fascismo appartiene ad una epoca imperiale
che non esiste più. E' un fenomeno chiuso, irripetibile. Villari ritiene che
fascismo e nazismo nacquero non solo come reazione a una crisi economica ma per
una questione ideologica e politica. E oggi - aggiunge - la crisi del ceto
medio non si sta saldando con una crisi ideologica e politica. Noi ci
permettiamo di dissentire dai tre illustri storici e ci dichiariamo d'accordo
con Tremonti. In Europa, e in modo specialissimo in Italia, il rischio c'è.
Naturalmente sappiamo tutti che certi fenomeni storici non sono ripetibili. Non
credo che Tremonti, quando parla di rischio fascista, pensi ai ragazzi balilla,
o al passo dell'oca tedesco, ai discorsi del Duce dal balcone, e neppure alle
imprese colonizzatrici in Africa. Pensa a una svolta illiberale e autoritaria.
E questo pericolo, secondo noi, è attualissimo. Cosa vuol dire svolta
illiberale e autoritaria, cosa vuol dire «regime», nel 2008, e con l'Europa
unita, e con lo sviluppo economico e politico e culturale che è stato raggiunto
in Occidente negli ultimi sessant'anni? Tre o quattro cose. La prima è
l'interruzione della curva di crescita della libertà. Quella collettiva e
quella individuale. La seconda è la rottura di alcuni punti fermi dello Stato
di diritto, tra i quali l'eguaglianza di tutti davanti alla legge. La terza è
una fortissima semplificazione del sistema politico, a scapito del pluralismo
(che da valore assoluto diventa disvalore, come accadde per l'idea di
democrazia negli anni 20 e 30) e a scapito della rappresentanza. La quarta è la
sostituzione dei valori più avanzati dell'occidente (nel campo della
solidarietà, della cultura, della giustizia sociale, dei diritti individuali,
delle libertà sessuali e di comportamento eccetera...) con idee restrittive,
cioè con i principi dell'ordine, della legalità, della gerarchia, che sono i
fondamenti del dominio e cioè del potere incontrollato e ristretto in poche e
potentissime mani. La quinta è il ripristino del classismo (cioè del comando delle
classi più forti sulle più deboli, e della superiorità degli interessi delle
classi dirigenti nei confronti degli interessi generali). Il rischio di una
svolta di questo genere è molto forte. Cioè è forte il rischio della
restaurazione, che vuol dire regressione della civiltà (della quale ha parlato
anche Napolitano) e «salto indietro» della storia, come tante volte è avvenuto
in questi secoli. Del resto, in settori importanti del mondo politico - non
solo conservatore, non solo di destra - così come del mondo giornalistico e
intellettuale, così come negli ambienti della Chiesa cattolica, non si fa
mistero dell'aspirazione all'avvio di una fase di restaurazione, di ritorno ai
vecchi valori precedenti al '68 e precedenti alla liberazione dell'Europa dal nazifascismo.
Davvero in Italia il fascismo fu solo Mussolinismo? O non fu piuttosto un
regime voluto dai settori vincenti della borghesia e delle classi dirigenti?
Davvero Monaco fu un errore casuale, o non fu piuttosto il risultato di una
linea che quelle classi dirigenti avevano assunto a livello europeo, cioè una
linea interessata alle novità dell'autoritarismo di Hitler e Mussolini?
Chamberlain e Daladier erano forse due dirigenti antifascisti, o erano il punto
più basso raggiunto dalle morenti democrazie europee? E davvero - come dice
Villari - oggi non c'è un cortocircuito tra crisi economica e crisi ideologica?
A noi sembra che questo cortocircuito sia evidentissimo. Il crollo e lo
scivolamento sul versante razzista e classista dello spirito pubblico è davanti
agli occhi di tutti. La domanda, piuttosto, è questa: di fronte alla crisi
segnalata da Tremonti, l'unica via d'uscita è quella reazionaria? Alla fine
degli anni '20 le risposte alla crisi, in Occidente, furono diverse: l'Europa
scivolò nella reazione, fino al nazismo; gli Usa diedero una svolta democratica
a sinistra, e scelsero Roosevelt. Diciamo che il fascismo non è inevitabile. Roma, ventimila no al
pacchetto sicurezza – Monia Cappuccini E' l'altro "core de Roma" quello che ha sfilato ieri per
le vie della capitale, per la seconda manifestazione cittadina del dopo
elezioni indetta da un cartello unitario di trenta nomi tra centri sociali e
case occupate. La Roma dei migranti e dei nuovi cittadini si è rimessa in
cammino dietro lo striscione «Non c'è sicurezza senza diritti», ed erano in
20mila tra giovani, precari, migranti di prima e seconda generazione,
lavoratori e associazioni di base, tanti bambini, altrettanti passeggini, per
dire no al pacchetto sicurezza che il Governo Berlusconi si appresta ad
approvare mercoledì prossimo. Molti slogan per il diritto alla casa e al
reddito, pochi quelli contro Alemanno. Niente bandiere di partito né
rappresentanti politici, ma neanche un corteo per compartimenti stagni.
Piuttosto sfila il popolo delle differenze quale valore condiviso che, a colpo
d'occhio, sembra non badare troppo alle appartenenze. Ragazzi con i piercing
accanto a ragazze velate, donne dell'est con i passeggini vicino a giovani
coppie italiane, gente di ogni razza mischiata tra loro. Giovani e meno
giovani, qualche anziano, età media abbassata vertiginosamente da una gran
quantità di bambini. Un'istantanea nitida di quel che è la composizione sociale
metropolitana oggi, che assesta un pugno allo stomaco alla Roma
dell'intolleranza e del razzismo crescente. In un sabato semi-estivo la
manifestazione è partita alle 16 da via del Castro Laurenziano, di fronte la
struttura del Regina Elena, da un anno occupata da circa 300 nuclei familiari
del Coordinamento di lotta per la casa, sul cui destino pendono sia i progetti
già approvati per una sede Inail e un reparto di ematologia oncologica, sia le
decisioni della giunta regionale dopo le dimissioni dell'assessore alla Sanità
Battaglia, da cui la struttura dipende. Ad aprire la manifestazione il camion
dei centri sociali, per la prima volta insieme da quel lontano 1992, da quando
cioè uscirono spaccati dalla delibera 106 proposta dalla prima giunta Rutelli
sulla "regolamentazione" delle aree occupate. Si divisero
sull'approccio da seguire con le istituzioni, l'elezione di Alemanno ha dato
loro una scossa e oggi si ritrovano insieme. «Guai a chi ci tocca» scrivono
quelli dell'Esc. «La manifestazione è un successo. La sfida di ricomporre pezzi
di città autorganizzata è riuscita. Andiamo avanti con grande entusiamo»
annuncia un sorridente Francesco Raparelli del centro sociale di San Lorenzo.
«Non è una manifestazione di solidarietà ma per un progetto comune, perché qui
non si tratta di un attacco alle minoranze ma ai diritti di tutti» spiega
Emiliano dell'Horus e dei Blocchi Precari Metropolitani. Di diritto all'abitare
inteso come conquista sociale e riconoscimento complessivo di una qualità della
vita migliore - casa, reddito, servizi sociali, lavoro - parla anche Andea
Alzetta, detto Tarzan, di Action primo eletto nelle liste del Comune di Roma
per la Sinistra Arcobaleno alle ultime elezioni. «Bisogna abbattere la paura,
creare comunità solidali per riaffermare una politica sostenibile della città.
Qui c'è la composizione giovanile dei centri sociali che va verso le
occupazioni e vicerversa. Il movimento contro il pacchetto sicurezza è forse
l'unica alternativa che abbiamo per rimettere in moto la società civile». Il
camion del centro sociale Acrobax e del Coordinamento di lotta per la casa è
pieno di bambini, per tutto il pomeriggio apre i microfoni ad alcuni rapper
della capitale. Nel frattempo distribuiscono l'opuscolo "Pacchetto
Sicurezza" fresco di stampa. «E' il frutto di un lavoro di inchiesta con i
ragazzi dell'Acrobax, occupanti, migranti e avvocati» illustra Marta, etiope,
26 anni da 7 anni nel nostro paese. «E' una sorta di manuale di difesa tradotto
in italiano, arabo e spagnolo». «Siamo qui per diffondere una consapevolezza di
nuovi cittadini, compito non facile visto il clima di intimidazione in cui
viviamo. Bisogna smetterla con questa idea dell'Europa paradiso, quando non lo
è. Vedi la proposta di utilizzare i beni del demanio pubblico per nuovi Cpt»
spiega Giulia dell'Acrobax e del Coordimento di Lotta per la casa. Intanto su e
giù per il corteo vanno anche quelli di City of God, la free press precaria di
cui distribuiscono il nuovo numero. Fanno un po' di subvertising per lanciare a
grandi poster "Killbilling", il film verità sulle speculazioni
edilizie, a firma del regista Roney McLain, che altri non è se non l'anagramma
dello slogan Reclaim the Money. «Prima i soldi e poi ne riparliamo», c'è
scritto sullo striscione del Coordinamento lavoratori/lavoratrici 3° settore
Roma in coda al corteo. Precari? «No - spiega Roberto - ma la battaglia sul
salario è connessa a quella sulla casa, e per questo siamo qui». Andrò al Balon Mundial
alla faccia dei razzisti - Darwin Pastorin Non solo Europei. Non solo il calcio dei campioni celebrati, del
denaro, degli sponsor, delle dirette in mondovisione. A Torino, mentre in
Svizzera e in Austria, si affrontano Toni e Ballack, Cristiano Ronaldo e Henry,
è in pieno svolgimento un torneo bellissimo, colorato, emozionante: la seconda
edizione del "Balon Mundial", riservato agli immigrati che lavorano,
sperano, soffrono nel capoluogo piemontese. Il tutto organizzato, con amore e
passione, dall'associazione culturale Officina Koiné, in collaborazione con la
Circoscrizione 9 e l'Aics. E a fine match, tutti a suonare, bere, cantare
all'Hiroshima Mon Amour. Alla faccia dei razzisti, degli intolleranti, di chi è
capace soltanto di odio e disprezzo. Per il torneo del prossimo anno, mi
prenoto anch'io: come centravanti, anche di riserva, del Brasile! Chiederò al
mio amico Angelo Benedicto Sormani di rimettermi in forma. "Balon
Mundial" è il football senza frontiere, il football della nostra epifania,
della nostra memoria felice. Ricordo, nei giorni incantati della mia infanzia a
San Paolo, le partite con i miei coetanei: mulatti, ebrei, musulmani,
giapponesi, polacchi. Io ero il figlio di italiani. Arrivati sin lì dal
Dopoguerra, dalle bombe, dalle case distrutte. Dalla voglia di rinascere.
Eravamo noi, noi italiani, del Nord del Centro del Sud delle Isole, di Verona e
di Cagliari, di Reggio Calabria e di Udine, i "disperati". Partivamo
in seconda e terza classe su navi cariche di nostalgia e di speranza. Venti,
trenta giorni sull'oceano. Cullati dal pianto e dal rimpianto. Come sarà New
York? E Buenos Aires? e Adelaide? Riusciremo ad ambientarci, non ci uccideranno
i ricordi, i parenti lasciati, il fiume amico, la stanza dei sogni, il fratello
che sta per nascere, la sorella che sta per sposarsi? Rivedremo i nostri
genitori, i nostri nonni? Io, oggi, negli occhi di chi viene da noi,
affrontando il mare nemico, urlando per la madre o il figlio o il compagno
perduti nelle onde, mentre, nello stesso momento, tra l'indifferenza dei malati
di umanità, qualcuno sbraita in diretta televisiva: «Non fateli venire,
mandateli via, cacciateli, rispeditili indietro!». In quegli occhi io rivedo
gli occhi di mio padre, di mia madre, dei miei nonni, dei miei bisnonni, tutti
partiti per andare in un altro dove. Non potrò mai scordare gli italiani che ho
incontrato nella mia vita, da bambino e da cronista. Rivedo, trent'anni fa, un
quartiere di Zurigo, domenica, sole. Un pugno di nostri connazionali, nel
quartiere-dormitorio, a parlare su una piazza deserta. Tristi, solitari, a
cercare nel dialetto un riverbero di giovinezza. E quelle frasi. «Non ci
vogliono... Sfruttati... Mettere i soldi da parte per tornare... Lavoro,
lavoro, soltanto lavoro». In quella Svizzera dove, in alcuni bar, potevi
trovare un cartello appeso alla porta d'ingresso: «Vietato l'ingresso ai cani e
agli italiani». Ricordatevi, voi che urlate «via, cacciateli, sporchi, brutti,
cattivi», quel cartello: «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani». Io sono
felice. Felice di essere figlio, nipote e pronipote di emigranti. Felice di
avere il doppio passaporto, italiano e brasiliano. Felice di vedere mio figlio
Santiago giocare con bambini romeni, etiopi, argentini, marocchini. Felice di
vedere, nella mia Torino, cinesi, egiziani, paraguayani, russi segnare il gol
più bello: il gol contro ogni razzismo. Felice di pensare a questo mondo senza
barriere, dove nessuno pensa di essere di razza superiore, depositario del bene
e del male, del giusto e dell'ingiusto. In Svizzera e in Austria il calcio dei
campioni sta conoscendo i giorni dello spettacolo e della passione, a Torino il
calcio della gente vive i giorni dell'utopia, del presente e del domani,
dell'allegria, della voglia di stare insieme. Torino non tradisce, mai. E' una
città operaia. E' una città che ha conosciuto la lotta, la resistenza, il
dolore. Viva i calciatori universali di "Balon Mundial"! Viva questi
ragazzi che rendono l'Italia più giusta, più intelligente, più vera. Bene: ho
chiamato Sormani (che ha giocato al fianco di Pelé nel Santos ed è stato
campione Intercontinentale con il Milan di Gianni Rivera, ed è, soprattutto,
una persona meravigliosa) e gli ho detto che voglio allenarmi, ritrovare la
condizione fisica. Il Brasile, per la terza edizione di "Balon
Mundial", non può fare, assolutamente, a meno del mio antico talento. Repubblica
– 15.6.08 Così sta nascendo
l'identità nordista - ILVO DIAMANTI In questo tempo magmatico, avanza un sentimento confuso, ancora
indefinito. Ma, comunque, riconoscibile. L'identità nordista. Promossa,
soprattutto, dalla Lega di Umberto Bossi. Che da vent'anni ne ha fatto una
bandiera politica. Anche se, dopo la fine del primo governo Berlusconi, nel
1994, accantonò il Nord a favore della Padania. Per marcare l'irriducibilità
rispetto a tutte le forze politiche. Per prime, Forza Italia e Alleanza
Nazionale. La Lega, allora, imboccò la via della secessione dall'Italia, verso
la Padania. Una patria - per quanto "inventata". Con i suoi miti e i
suoi riti da celebrare. E, prima ancora, da creare. La secessione, però, svanì
in fretta. Si arrestò lungo il Po, dopo una manifestazione quasi deserta, nel
settembre del 2006. La Padania, invece, è rimasta. Non solo nella comunicazione
leghista. Anche nel linguaggio comune. Ma ha perduto molta della carica
eversiva originaria. D'altronde, la Lega stessa è tornata a Roma, accanto a
Forza Italia, ad Alleanza Nazionale e, fino a pochi mesi fa, ai neodemocristiani
dell'Udc. Di nuovo, Lega di governo. Con un programma semplice, impostato su
pochi obiettivi fermi: il federalismo (un altro modo di rivendicare
l'autonomia) e la rappresentanza degli interessi del Nord. Una lobby nordista.
Infine: la promozione dell'iconografia e del linguaggio "nordista". Il Nord, d'altra parte, ha ripreso il centro della scena politica.
Insieme alla cosiddetta "questione settentrionale". Che riassume una
insoddisfazione diffusa e dirompente nei confronti dello Stato e delle
istituzioni. Esplosa nella breve stagione del governo di centrosinistra guidato
da Prodi, per diverse ragioni. Compresa la scarsa attenzione e la scarsa
sensibilità del centrosinistra alle ragioni - e alle insoddisfazioni - del
Nord. Un centrosinistra Romano. Come il nome del suo ultimo premier. Come
Rutelli e Veltroni. I sindaci che ne hanno assunto la leadership, nell'ultimo
decennio. Ma il ritorno del Nord è stato sostenuto anche dal collasso -
economico e di immagine - del Mezzogiorno. Simboleggiato dalla vicenda dei
rifiuti a Napoli e dal ritorno dell'emergenza criminale. Ma, soprattutto, la
"questione settentrionale", negli ultimi anni, echeggia la domanda di
"sicurezza". O meglio: il dilagare dell'insicurezza. Ricondotta, dal
senso comune, all'aumento della criminalità comune e della immigrazione. Ma, in
realtà, dettata dalla perdita dei riferimenti che garantivano identità e
controllo sociale. Il decomporsi dei legami comunitari, lo spaesamento dettato
dalla globalizzazione nelle aree più globalizzato d’Italia, il disorientamento
prodotto dal cambiamento sregolato del paesaggio. Il successo della Lega, alle
ultime elezioni, riflette in modo efficace il segno geopolitico di questa fase.
Anche se il rapporto fra la Lega e il Nord è stretto, ma non esclusivo.
D'altronde, il Nord è entrato nel linguaggio comune. Riferimento diffuso e
condiviso, assai più della Padania. Nel 2000 solo il 4% degli italiani, fra
diversi contesti (città, regione, Nord-Centro-Sud, Italia, Europa e mondo)
proposti da un sondaggio (indagine nazionale di la Polis per Limes), dichiarava
di appartenere, anzitutto, al Nord. Mentre l'attaccamento territoriale maggiore
veniva espresso nei confronti della città e dell'Italia, scelta da oltre il 20%
degli intervistati. Nel 2005 (indagine nazionale di Demos per Banca Intesa) il
peso dei "nordisti" era salito, ma in misura, comunque, limitata:
intorno al 7%. Mentre si era rafforzato l'attaccamento all'Italia (23%) e, al
contempo, si era ridotta l'appartenenza urbana (19%). Oggi, però (sondaggio
nazionale Demos, giugno 2008), l'identità nordista si è allargata
ulteriormente. Anzi, è raddoppiata, visto che il 12% degli intervistati la
riconosce come primo riferimento. In questo modo, il Nord dimostra la stessa
capacità di identificazione espressa dalla "regione", contesto assai
più definito dal punto di vista storico e istituzionale. Appare, invece, in
declino l'attaccamento all'Italia (20%) e, soprattutto, alla città. Il
"popolo nordista" si allarga ulteriormente, fino il 18%, considerando
anche il riferimento scelto per secondo. (Il quesito del sondaggio prevede che
gli intervistati esprimano due preferenze, in ordine di importanza, fra gli
ambiti territoriali proposti). Se zoomiamo sulle principali aree del Paese,
l'importanza assunta dal nordismo appare ancora più evidente. Soprattutto
(com'era prevedibile) nel Nord, dove è la definizione scelta per prima da circa
il 25% dei cittadini (il 26% nel Nordest e il 24% nel Nordovest). Quasi il
doppio, rispetto al 2000. Il dato più alto rispetto a ogni altro ambito
territoriale. Nel Nord, in altri termini, per definire la propria appartenenza
territoriale, i cittadini si dicono "nordisti". Prima e più che
italiani e, a maggior ragione, veneti, lombardi, piemontesi. Per non parlare
del riferimento alla città, che appare debole, più di sempre. I
"nordisti", coloro che si riconoscono, anzitutto nel Nord, hanno un
profilo sociale e orientamenti politici e di valore piuttosto netti e definiti.
Pesano di più fra i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, i dipendenti
del privato. Risiedono, in prevalenza, nei comuni medi e piccoli. Sono più
spaventati rispetto al resto della popolazione (il 63% di essi ritiene
cresciuta la criminalità, in ambito locale, mentre la media generale è del
53%). Non si fidano della giustizia e dei magistrati. Per cui sono favorevoli a
pratiche di controllo dell'ordine pubblico fai-da-te, come le ronde (approvato
dal 63% di essi). Vedono il futuro incerto, diffidano degli altri. Sono pervasi
da una diffusa sfiducia nelle istituzioni dello Stato, ma anche - ancor più -
nella Ue. Mentre confidano maggiormente nei governi locali: Comuni e Regioni.
Percepiscono e riproducono un elevato grado di ostilità nei confronti del
Mezzogiorno (dove, anche per reazione, è molto cresciuto il peso dell'identità
meridionale). Politicamente, sono prevalentemente di centrodestra. Il peso
elettorale del Pdl è superiore alla media. Quello della Lega: triplo. Quello
del Pd: la metà. Per contro, hanno attese economiche positive. In altri
termini: economicamente solidi, socialmente insicuri. E diffidenti: delle
istituzioni, ma anche degli altri. Tuttavia, il nordismo non appare una
sindrome anti-italiana. Il 22% di coloro che scelgono il Nord come primo
riferimento territoriale indicano per secondo l'Italia. Ancora: il 64% di essi
ha molta fiducia nel Presidente della Repubblica, Napolitano. Un dato minore
rispetto alla popolazione totale (dove ha raggiunto livelli
"ciampiani", superando il 70%). Ma, comunque, molto elevato. Ciò suggerisce che il nordismo, oggi, non riproduca tanto - ancora
- un sentimento antagonista. E non preluda tanto - ancora - a un'identità
secessionista o a un'identità nazionale "altra" e alternativa. Evoca,
invece, lo specchio rotto del Paese (per riprendere una felice - e dolente - metafora
di Eugenio Scalfari). Che proietta frammenti. Nordisti, sudisti, centristi. E
altre tribù. Riflette la difficoltà per gli italiani, oggi, di riconoscersi
sentirsi tali. Di sentirsi una nazione. Partinico, il politico
double face – Antonello Caporale Il campo di calcio ha una linea orizzontale che lo taglia al
centro. Netta, chiara. Anche la politica avrebbe una linea di centrocampo: di
qua la destra, di là la sinistra. In Sicilia, e per adesso fermiamoci
all'isola, questa benedetta linea non c'è, e se c'è sembra sia a zig zag.
Quindi accade quel che non dovrebbe essere possibile... Ecco le nuove figure
che compaiono in campo: i politici transgender. Mezzo corpo di destra e mezzo
di sinistra. Partinico è un paesone purtroppo conosciuto per fatti di mafia. Ha
trentamila abitanti, dista poche decine di chilometri da Palermo. Oggi si va a
votare come nel resto della Regione (quattro milioni alle urne per una
importante tornata amministrativa). A Partinico 382 cittadini hanno accettato
di candidarsi. Non sembra più attuale riferire il tasso di incompatibilità
(siamo comunque sul cinque per cento) di coloro che non dovrebbero per carichi
penali pendenti o altri accidenti, eppure lo fanno. Tra i tanti corre anche un
militante e sindacalista della Cgil, Salvatore, detto Totò, Bono. Totò ha 35
anni, cura le faccende del patronato, pensioni, invalidità e infortuni, e ha
una sincera fede politica. È di sinistra. Ambientalista e di sinistra. Infatti
è candidato alle elezioni provinciali con i Verdi, in alleanza con il Partito
democratico. Bono è uno dei tanti che raddoppia la candidatura: prova anche nel
consiglio comunale della sua città di farsi valere. Ma qui è il bello: a
Partinico il candidato verde indossa la casacca degli avversari. In poche
parole: si è mobilitato, vota e fa votare contro il centrosinistra.
"Dottore carissimo, la questione è chiara. Sono consigliere comunale
uscente e col mio voto, dico anche col mio, ho contribuito a mandare a casa il
sindaco del Partito democratico. Degnissima persona, un vero galantuomo, ma
politicamente incapace. Tardo, lento, impacciato. Insomma: improponibile".
Avendolo mandato a casa, Bono non riesce a capacitarsi su come avrebbe potuto
resistere nella compagine d'origine. Anche il fatto che il candidato sindaco
del Pd sia diverso da quello defenestrato non gli solletica nessuna
riflessione: "Intendiamoci: il nuovo candidato è un altro amabilissimo
combattente. Un vero democratico e una persona di grande moralità. Però non mi
sembra il caso stare dalla sua parte dopo tutto quel che ho combinato". Infatti
Bono, candidato multicolore, è l'uno e il suo opposto: giura fedeltà al Pd di
Palermo ma tifa e corre con l'uomo che l'Udc candida alla poltrona di sindaco
nel suo paese contro il Pd. L'Udc nella realtà siciliana fa parte della
maggioranza di centrodestra. E allora? "A Partinico mi candido per far
vincere chi ha nel suo programma il tema del lavoro. Anche nel mio c'è il
lavoro. E il lavoro non è di destra né di sinistra. A Palermo è un'altra
storia". Destra, sinistra. Tutto si assomiglia. E se tutto si assomiglia,
allora l'impossibile diviene certo. Otto giugno, piazza principale di Polizzi
Generosa, provincia di Palermo. Raggiunge il palco il deputato regionale del Pd
Antonello Cracolici. Raggiunge quale palco? Dove va Cracolici? In una
imperdibile relazione-denuncia inviata in queste ore a Walter Veltroni si
riferisce "l'increscioso e inqualificabile comportamento. Cracolici ha
tenuto un comizio a sostegno del candidato del centrodestra, in
contrapposizione alla lista ufficiale del Partito democratico". La
denuncia ha toni drammatici. Fa rilevare che, nientemeno, il candidato a
sindaco spernacchiato dal deputato del Pd è il presidente dell'assemblea
provinciale del Pd. E dunque l'appello conclusivo, con la richiesta della difesa
"dei supremi valori cui deve essere improntato l'impegno politico inteso
come missione civica". In un grandissimo qui pro quo è incappato persino
Raffaele Lombardo. Un suo caro amico e fervente sostenitore, candidato a
sindaco di Altavilla Milicia, roccaforte poco distante dal bastione dove re
Lombardo opera e guida, gli chiede, per il tramite di un militante di grado
superiore, un aiutino. Il presidente, molto sensibile, accetta e puntuale
giunge sul palco. Sale e inizia però a stupirsi delle tante bandiere del Pd che
lo circondano. Tutto è possibile, la Sicilia è la terra del Gattopardo, certo.
E però... Quando inizia a parlare voci di popolo lo interrompono. Militanti di
Forza Italia e Alleanza nazionale protestano e insistentemente rumoreggiano. Gli
ricordano che hanno votato per lui e lui adesso parteggia con quegli altri.
Quegli altri chi? "Ma dove mi avete portato?", chiede il frastornato
presidente. Scopre che il suo candidato è sostenuto da una lista civica,
chiamata Primavera altavillese, e già il nome è un programma. Pd-Rifondazione,
l'accoppiata a sostegno del candidato amico di Lombardo. Il lucido conducator
siciliano momentaneamente confuso ma non rassegnato con una improvvisa
giravolta (che comunque denota vitalità fisica e prontezza di riflessi) si
libera dai suoi amici - pro tempore avversari - e lascia il podio. Balzato in
strada riconosce e stringe a sé il candidato avversario a sindaco, in realtà
suo amico politico, e lo prende al braccio. L'incidente si chiude con una
crudele sciabolata che Lombardo infligge al suo staff. E amen. Ma la Sicilia è
isola nata per stupire. Ad Avola, provincia di Siracusa, si è pensato di non
dare scandalo e fare un po' e un po'. Superlativa l'ipotesi messa in campo e
poi realmente praticata dal Partito democratico. La prima squadra, chiamiamola
Pd-uno, sta in giunta e piuttosto bene, confortando con la sua presenza
l'attività del sindaco eletto, naturalmente di Forza Italia, in una vasta
coalizione che raggiunge l'Udeur e l'Udc. Il Pd-due invece è sistemato in
panchina, insieme ad An, che solo poche settimane fa montava i gazebo insieme a
Forza Italia. Avete capito bene e siete confusi più di prima? La
Stampa – 15.6.08 Le false favole
europee
– Barbara Spinelli Quasi tutte le parole che descrivono la bancarotta del referendum
irlandese sull'Europa suonano false e fanno pensare a quel che Macbeth dice del
mondo, quando viene a sapere che la sposa è morta: come la vita, anche le
parole sono «una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, che non
significa nulla». Non significa nulla lamentare con enfasi la democrazia
assente nell'Europa, la sua lontananza dai popoli, perché l'Unione non è uno
Stato pienamente funzionante, con cui i popoli sono in vero rapporto
dialettico. È un edificio ancora da fabbricare o comunque completare, anche se
le nostre società sono già europeizzate e le leggi nazionali soggiacciono in
larga misura a quelle comunitarie. Il Trattato di Lisbona non è d'impedimento
alla democrazia e anzi l'accentua notevolmente, coinvolgendo più che in passato
il parlamento europeo e anche i parlamenti nazionali. Gli avversari odierni del
trattato, come quelli che osteggiarono la costituzione nel 2005, lo sanno alla
perfezione ed è contro questi miglioramenti che si battono. Si battono contro
l'accresciuto potere di decisione affidato al parlamento europeo in 40 nuove
politiche, e perfino contro la maggiore influenza dei deputati nazionali.
Lottano contro la votazione diretta dei futuri presidenti della Commissione:
pur proponendoli, gli Stati devono, secondo il trattato, tener conto degli
equilibri creatisi nelle elezioni europee. E’ una favola che non significa
nulla dire che l'Europa viene regolarmente bocciata perché non ha peso su
questioni cittadine vitali. Il trattato di Lisbona è colmo di difetti (ha
cancellato la parola costituzione e i simboli di un soggetto politico nuovo) ma
i progressi non sono trascurabili: il trattato unifica le politiche di
sicurezza, immigrazione, terrorismo. In questi come in altri ambiti sostituisce
all'unanimità il voto a maggioranza, il che vuol semplicemente dire che comuni
politiche europee divengono realizzabili, come già accade nell'agricoltura, nel
commercio, nella moneta. I propagandisti del No mentono sapendolo: denunciano
un'Europa assente su immigrati o sicurezza, e uccidono la possibile sua
presenza. Questo vuol dire che non vogliono affatto quello che pretendono.
Vogliono preservare un potere, anche se ormai irrilevante. Come gli uomini
impagliati di Eliot, hanno le mascelle spezzate di regni perduti: regni che si
spengono «non già con uno schianto ma con un lamento». È una favola che non
significa nulla ripetere, come automi addestrati, che l'Europa è incapace di
comunicazione. Della comunicazione sono responsabili i comunicatori, i
destinatari della comunicazione, e chi è in mezzo: i media. I referendum
falliti segnalano che la catena non ha funzionato, che nelle mani del popolo è
stato messo quel che politici e media non sanno maneggiare. Il giorno prima del
voto irlandese, Rai 1 neppure nominava un referendum che riguardava 490 milioni
di europei. Il giorno dopo era perentoriamente sapiente su quel che aveva
ignorato. Molto spesso i plebisciti danno risposte a domande che nel quesito
referendario neppure son formulate: è il motivo per cui democrazie memori di
referendum liberticidi, come la Germania, li vietano. Non meno insignificante è
la favola sull'identità europea inesistente: narrata da chi, dell'Unione, non
scorge il nuovo, inedito incrociarsi tra locale, nazionale, soprannazionale.
Tra costoro Marcello Pera: interrogato da Giacomo Galeazzi su La Stampa, piange
l'Europa atea «giustamente punita». L'Europa è fatta di molte identità, lo
dimostra proprio il referendum. In Irlanda hanno votato contro cattolici
spaventati da aborto e eutanasia, ma anche anticapitalisti non religiosi.
L'Europa sarà sempre più meticcia: l'intera sua storia è un Bildungsroman, un
romanzo di formazione che ci educa al coesistere di più appartenenze (etniche,
culturali, religiose). Obama somiglia a tale romanzo più di quanto gli somigli
Pera. È insignificante poi la favola che indica colpe e difetti delle
istituzioni soprannazionali di Bruxelles. Nel trionfo dei No non c'è un
responsabile ma ce ne sono tanti, e Bruxelles è il meno colpevole. Responsabili
sono Stati, partner europei e atlantici, classi dirigenti, elettori. Questi
ultimi non vanno vituperati ma giudicarli non è blasfemo. Non significa nulla
infine parlare di rottura e chiusura di un'epoca eroica. L'epoca eroica
dell'Unione non è conclusa, i compiti oggi non sono meno grandi di quelli del
dopoguerra. Ieri era questione di pace e guerra, dopo due smisurati conflitti.
Oggi è questione del peso di questo continente nel mondo, della penuria
planetaria di cibo ed energia, della catastrofe climatica, del conflitto fra
culture. Ancora non è stata escogitata sul pianeta una costruzione politica
capace di superare le inadeguatezze dei vecchi piccoli Stati-nazione, e
l'invenzione dell'Europa resta un unicum esemplare. Non è dunque l'Europa
federale che naufraga periodicamente ma l'Europa dei falsi Stati sovrani: a
Parigi, L’Aja, Dublino. Rischia il naufragio anche a Roma, dove un cruciale
partito governativo, la Lega, imita il No irlandese (anche se i partiti
principali a Dublino erano per la ratifica). La divisione sull'Europa è ben più
grave dei contrasti su Afghanistan e Usa nel governo Prodi, non fosse altro
perché la disapprovazione di Bush è diffusa in America e nel mondo: l'elogio
del «clima più costruttivo» fatto dal Quirinale suona come una critica gratuita
a Prodi. I giornali che hanno dilatato per due anni tali contrasti hanno appena
accennato all'offensiva leghista contro l'Europa. Una cosa poco promettente è
che gli europei sembrano non imparare dalle crisi, nonostante quel che si dice
su disastri e colpe felici. I disastri sono istruttivi solo per uomini con
forte senso del futuro, del bene comune. Jean Monnet ad esempio diceva che «le
crisi sono grandi opportunità»: di rompere col passato, di tentare il nuovo
(«Nulla è pericoloso come la vittoria», ripeteva). Alla Francia il referendum
non ha insegnato molto. Pochi giorni prima del referendum, il ministro degli
Esteri Kouchner ha vilipeso, sprezzante, gli irlandesi. Ha facilitato il No:
per incompetenza, ignoranza, megalomania francese, come quando Chirac insultò
gli europei orientali nel 2003. Comunicare bene e astutamente vuol dire parlar
chiaro, ma non a vanvera. In realtà non siamo di fronte a una storia eroica che
finisce ma a una grande illusione che continua. L'illusione che gli
Stati-nazione possano farcela da soli, in un mondo dove ciascuno dipende dal
vicino e dal lontano. L'illusione che sia sovranità autentica, quella che Stati
promettono di custodire. Tale sovranità non esiste, l'Irlanda lo conferma. Il
militante più potente dei No è un ricchissimo industriale, Declan Ganley, che
s'è preparato dal 2007 fondando l'associazione Libertas. Libertas riceve
finanziamenti ingenti da neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research
Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti
bellici privati - è membro da anni: lo ha ricordato venerdì in un convegno
parigino l'europeista liberal-democratico inglese Andrew Duff. Così come la
natura, anche l'Unione ha orrore del vuoto. Quando non siamo noi a farla, è
fatta da altri: in particolare, da chi teme l'Europa-potenza e vuol
estrometterla. Eppure di tutte queste parole false sono tanti a bearsi,
compiacendosi del nulla. Chi resiste come Giorgio Napolitano o la Commissione o
Sarkozy e la Merkel dice che un'avanguardia deve insistere, e pragmaticamente
proseguire le ratifiche. Saggio consiglio, ma tutt'altro che pragmatico. Qui
urge ancora un po' d'eroismo. I più determinati oggi non sono gli eroi ma i
rinunciatari, i pavidi, gli uomini impagliati di Eliot: «La sanguigna marea
s'innalza e ovunque / annega la cerimonia dell'innocenza; / i migliori mancano
d'ogni convincimento, / mentre i peggiori son colmi d'appassionata intensità». I medici: dateci più
poteri
– Flavia Amabile Sono ancora una volta nella bufera i medici, ora che della vicenda
della clinica Santa Rita iniziano ad emergere i dettagli di tutti i rimborsi
gonfiati e degli interventi dannosi o letali compiuti solo per denaro. Si sono
ritrovati oltre settecento di loro ieri e l’altroieri a Fiuggi per la prima
Conferenza sulla loro professione organizzata dalla Fnomceo, la Federazione
degli ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, una conferenza per puro caso
intitolata «I medici per una buona sanità». Sono nella bufera i medici, dunque,
ma saprebbero bene come uscirne se solo ne avessero la possibilità. La loro
ricetta è semplice: più autonomia, più poteri ai loro Ordini professionali,
leggi che definiscano l’autocontrollo. E poi anche alcune modifiche al codice
come l’introduzione del reato di colpa medica o o l’obbligo di risarcimento in
caso di danni solo per le strutture ma non per i medici. Che la categoria debba
rispondere con forza, lo sa. Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo: «E’
naturale che dopo vicende di questo genere vi siano manifestazioni di
insofferenza. Bisogna però usare queste emergenze per capire che sistemi
complessi come quelli del mondo della medicina, che valgono centinaia di
migliaia di euro, vanno controllati, valutati, altrimenti possono avere la
meglio gli opportunismi. Ci sono molti eroi fra i medici ma bisogna tutelarsi
dalle poche mele marce». Sergio Bovenga, presidente della Omceo di Grosseto:
«Non mi sento sotto accusa, ma sono doppiamente indignato per il danno da
cittadino e quello da medico. Nessuno ha voglia di nascondere la polvere sotto
il tappeto, ma dobbiamo essere certi che si tratti di polvere e non di altro.
Non deve esserci da parte nostra un atteggiamento corporativo perché è
interesse di tutti che certi comportamenti vengano smascherati e messi al
bando. E’ ora che questo avvenga». Luigi Arru, presidente dell’Ordine dei
Medici di Nuoro: «Casi come quello della clinica Santa Rita, se dovesse essere
confermato quello che leggo, rappresentano i comportamenti di una minoranza ma
sono dannosi perché inquinano il rapporto di fiducia con il paziente. E allora
bisogna agire come si è fatto in Gran Bretagna dove è stata realizzata
un’indagine e si è scoperto che esisteva una necessità di autogoverno. In
Italia a questo punto abbiamo bisogno di strumenti moderni per verificare la
qualità della nostra professione senza isterismi. Questi strumenti andranno
affidati a un organo professionale o a un organo governativo? Noi pensiamo che
debba essere un organo professionale ad occuparsi della autoregolamentazione
attraverso strumenti di legge che gliene diano i poteri». Guido Marinoni
componente del comitato centrale della Fnomceo: «Come medici abbiamo sentito il
dovere di chiedere scusa per quello che è accaduto ma a questo punto chiediamo
ordini con poteri più decisi, più forti per fare indagini e decidere anche a
prescindere dalla magistratura che a volte per noi è solo un vincolo. Vogliamo
poter decidere sanzioni diverse, a volte più punitive, a volte riabilitative,
in modo da ristabilire la disciplina». Ordini professionali più forti, dunque,
ma non solo. I medici chiedono l’introduzione del reato di colpa medica,
presente nei codici penali di tutto il mondo tranne in Italia e Messico. La
richiesta è contenuta in uno speciale capitolo dedicato alla questione
sicurezza e rischio clinico, si elencano sei aspetti ritenuti fondamentali per
migliorare la sicurezza dei cittadini, ma anche la serenità dei medici e degli
operatori sanitari in generale, visto che oggi il Servizio Sanitario Nazionale
spende per assicurazioni 500 milioni di euro l’anno e la conflittualità fra
medico e paziente è in costante aumento. I medici propongono anche di
revisionare il sistema di accredito delle strutture pubbliche e private con il
Servizio Sanitario Nazionale. In particolare, vorrebbero inserire una
valutazione sul personale medico: le qualifiche professionali e la dotazione
organica. Per quel che riguarda la responsabilità civile, invece, i medici
vogliono liberarsi dall’incubo del risarcimento che li porta a cautelarsi con
decine di analisi spesso inutili e costose per il Servizio Sanitario. E quindi
prevedono l’obbligo per «le strutture sanitarie e sociosanitarie private
accreditate e private autorizzate» di occuparsi «della copertura economica del
risarcimento da responsabilità professionale per le attività svolte in conto e
per conto delle strutture». E' tornato l'esercito
dei rimandati - ANDREA ROSSI e FRANCESCO RIGATELLI Torino - Sarà come riposizionare le lancette al 1995, ultima
estate a imprecare sui libri aspettando l’esame di riparazione: luglio e agosto
rovinati, l’esame da sostenere. Stavolta ci sono pure i corsi di recupero da
frequentare con tanto di rientro anticipato dalle vacanze. Storia di un’estate
in bilico. A Torino e Milano i verdetti sono già arrivati. Roma è in ritardo. A
giudicare dai primi dati sugli scrutini il ritorno all’antico non sarà un
affare per pochi «somari»: il venticinque per cento si troverà alle prese con
la paura della grande beffa, lo stillicidio delle vacanze trascorse alle prese
con l’ansia da bocciatura. Arriverà a fine agosto senza sapere ancora se dovrà
ripetere l’anno. Proprio come tredici anni fa. Allo storico liceo classico
Berchet di Milano su 1082 studenti, 198 dovranno tornare a settembre. Innocenzo
Pessina, il preside, conferma la tendenza: «Il nuovo sistema ha fatto sì che si
prendessero decisioni nette: i 5-5,5 sono diventati 6, ma chi aveva più di tre
debiti è stato bocciato sul serio». Il terrore di essere respinti o rimandati -
per davvero, altro che promossi con una sfilza di debiti formativi - sembra
aver prodotto risultati. Riccardo Gallarà, preside del liceo scientifico
Giordano Bruno di Torino (10% di bocciati e 33% di rimandati), ha il pregio di
essere schietto: «Abbiamo insinuato negli studenti una sana dose di strizza, e
loro hanno studiato di più, anche se non sempre è servito». Nino Lucchesi,
vicepreside dell’istituto Rosa Luxemburg (bocciati 14%, rimandati 25), prova ad
articolare il concetto: «Chi aveva due o tre insufficienze sapeva di rischiare
grosso. Così si è dato da fare. Le scuole hanno fatto il resto, organizzando
corsi di recupero in primavera». Nonostante gli sforzi delle scuole - e i corsi
di recupero in primavera - la mannaia è scattata senza appello. Il ritorno
all’antico - sbandierato, evocato e spesso impugnato dagli insegnanti come
velata minaccia - ha portato uno studente su quattro sulla soglia della
bocciatura, senza contare quelli che non dovranno aspettare settembre per
conoscere il verdetto perché sono già stati respinti. Difficile dimenticare lo
scorso gennaio: la Caporetto della scuola, sette studenti su dieci con almeno
un’insufficienza, una media di quattro materie sotto il sei a testa. Sei mesi
dopo gli scrutini raccontano un’impennata di bocciature e un bottino
consistente di rimandati. Giorgio Rembaudo, presidente dell’Associazione
presidi, plaude all’«iniziativa di introdurre il recupero immediato del debito.
Ha funzionato, sia come deterrente, sia come sanzione, punendo i meno bravi.
Chi, come accadeva spesso, a un certo punto dell’anno abbandonava alcune
materie con la certezza di essere comunque promosso, stavolta se ne è ben
guardato, oppure l’ha pagata cara». Come quella classe dell’istituto
professionale Giulio di Torino: 18 studenti, sette bocciati e sette rimandati. Severità
e controllo: «Se fino all’anno scorso i debiti si recuperavano durante l’anno
successivo, e spesso non si recuperavano affatto, adesso si dovrà rimediare
subito», aggiunge Rembaudo. Dentro o fuori, il ritorno della grande paura. I
presidi non esitano ad ammetterlo: a scuola, quest’anno, si è studiato di più.
«Nel questionario di fine anno» racconta Camillo Di Menna, preside
dell’istituto Steiner di Torino (sedici per cento di rimandati) «i ragazzi
hanno scritto di aver trascorso sui libri un’ora in più al giorno rispetto
all’anno scolastico precedente». A giudicare dai primi dati sugli scrutini non
sembra essere servito a tutti. Corsera
– 15.6.08 Scuola, il tabù dei
concorsi - FRANCESCO GIAVAZZI Ha fatto bene il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, a
porre la questione della motivazione, anche economica, degli insegnanti.
Nessuna azienda privata penserebbe mai di aver successo con dipendenti
sfiduciati, senza entusiasmo per il loro lavoro. Tanto meno la scuola che ha il
compito di formare il capitale umano e sociale (cioè insegnare le regole di una
convivenza civile), beni che non si producono senza motivazione, dedizione,
orgoglio per il proprio mestiere. Sono pagati troppo poco i nostri insegnanti?
A Milano forse sì, a Noto, dove la vita costa la metà, non so. Ma se gli
stipendi fossero davvero così bassi, perché ci sono le code ai concorsi, perché
cinquantamila precari premono per essere assunti nella scuola anziché cercare
lavoro altrove? La realtà è che la scuola oggi offre un contratto perverso: un
salario modesto in cambio di nessun controllo, neppure se l'insegnante è
evidentemente incapace, neppure se passa da una assenza per malattia all'altra.
Gli ottimi insegnanti, e sono moltissimi, in particolare negli asili e nelle
scuole elementari, non lo sono per effetto di un sistema di incentivi ben
disegnato. Sono semplicemente dei «santi». Questo, ognuno lo vede, non può
essere il criterio sul quale fondare un sistema scolastico. Prima ancora di
affrontare il problema dei criteri con i quali determinare le retribuzioni
degli insegnanti, la scuola deve chiedersi se il modo in cui oggi li assume sia
adatto a selezionare gli insegnanti migliori. Perché se si assumono le persone
sbagliate non c'è alcun sistema di valutazione capace di rimediare a
quell’errore. Persino le aziende di modesta dimensione oggi dedicano grande
attenzione alla selezione del personale; e la scuola invece che fa? Si affida
ai concorsi pubblici, un sistema palesemente incapace di evitare l'assunzione
di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. In un concorso pubblico chi
sceglie, cioè la commissione preposta al concorso, non subisce le conseguenze
di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi i commissari si limitano
alla verifica dei requisiti formali, non si chiedono se il candidato sia adatto
all'insegnamento, tanto meno all'insegnamento in una particolare scuola - né
d'altronde potrebbero, dato che lo stesso vincitore è assegnato
indifferentemente ad una scuola media di un quartiere ad alta immigrazione e
difficili problemi di integrazione, o ad un liceo scientifico sperimentale in
cui si insegna matematica avanzata. Il primo passo per una riforma della scuola
è quindi l'abbandono dei concorsi pubblici e la loro sostituzione con un
sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze
di un'eventuale decisione sbagliata, in primo luogo i presidi di ciascuna
scuola. Come ha scritto Andrea Ichino su www.lavoce.info , il maggior limite
del Libro Bianco sulla Scuola pubblicato dal governo Prodi è la sua reticenza
sui concorsi, frutto di un'ideologia che fa fatica ad accettare che gli
incentivi, il «mercato» possano funzionare meglio dello Stato. Spero che il
nuovo ministro sia più coraggioso. Chiamiamoli pure concorsi locali, stabiliamo
pure alcuni requisiti formali, ma lasciamo spazio ad una valutazione
discrezionale da parte del preside; se vuole offrire un corso di biologia deve
poter assumere, magari a tempo parziale, un dottorando biologo, non essere
costretto ad accettare il primo della graduatoria che ha raggiunto quel posto
solo per anzianità. Oltre ai casi di negligenza e assenteismo, anche un
insegnante che si limita alla noiosa routine quotidiana crea un danno
irreparabile perché viene meno al suo compito di formare un cittadino
responsabile. Un bravo preside deve saper scoprire se il candidato sia un buon
insegnante, talento che non tutti hanno in egual misura e che nessuna scuola di
formazione professionale può insegnarti se non lo possiedi. Concorsi locali si
svolgono da alcuni anni nell'Università, con risultati disastrosi. Ma l'errore,
nell'Università, non è stata l'abolizione dei concorsi nazionali e la loro
sostituzione con concorsi locali. L'errore è non aver accompagnato questa
riforma con un serio sistema di valutazione. I presidi di scuola e le facoltà
devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano
devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto
nell'Università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi. La
selezione e i poteri dei presidi devono evidentemente cambiare. Oggi i
dirigenti scolastici sono di frequente burocrati senza potere: non è quindi
sorprendente che siano spesso scadenti. Stabilizzare cinquantamila insegnanti
precari, come il ministero si appresta a fare, è un errore che avrebbe conseguenze
irreparabili sulla scuola. Magari sono tutti ottimi insegnanti, ciascuno il più
adatto per la scuola in cui insegna, ma questo deve essere deciso dai presidi,
non dall'automatismo delle graduatorie. La valutazione (obbligatoria per tutte
le scuole, non effettuata a campione su poche scuole) è complemento essenziale
dell'abolizione dei concorsi. Ma valutare le scuole senza averle prima poste
nella condizione di scegliere i propri insegnanti non ha alcun senso. Né ha
senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggior flessibilità nei
percorsi di studio. Siamo davvero sicuri che il ministro o una commissione
ministeriale siano capaci di scegliere i programmi migliori? Non funzionerebbe
meglio - come dimostra l'esperienza dei Paesi anglosassoni e scandinavi — un
sistema nel quale gli insegnanti, investiti della responsabilità di progettare
i loro corsi, decidano che cosa insegnare e in che sequenza? Percorsi
differenziati valorizzano la professionalità degli insegnanti. Introducono
anche un po' di concorrenza fra le scuole e richiedono che le famiglie si
informino sui percorsi offerti dalle varie scuole e sulla loro qualità. Allo
Stato rimane il compito di valutare ex post . Oggi invece accade l'esatto
contrario: nessuna autonomia degli insegnanti e nessuna, o quasi, valutazione
conseguente. Il risultato sono i test PISA dai quali le scuole italiane (con
importanti eccezioni, come le scuole del Trentino Alto Adige, della Valle
d'Aosta e di alcune province lombarde) emergono fra le peggiori d'Europa. Ma la
valutazione non basta, neppure se accompagnata da forti incentivi alle scuole
migliori. Per essere efficace l'informazione sulla qualità deve essere
disponibile alle famiglie e queste devono poter scegliere in che scuola
iscrivere i propri figli. Il sistema dei «buoni scuola» che una famiglia può
spendere nell’istituto che preferisce, pubblico o privato, può funzionare,
purché accompagnato da verifiche indipendenti e severe. Altrimenti, come è
accaduto in alcune regioni durante le esperienze effettuate dal ministro
Moratti, i «buoni» sono solo un regalo alle scuole private che promettono
facili promozioni (vedi Tullio Jappelli e Daniele Checchi su www.lavoce.info). Questa
settimana il governo approverà un progetto triennale per i conti pubblici. Come
sempre accade in queste occasioni, i vincoli di spesa imposti dal ministro
dell'Economia si scontrano con i programmi dei suoi colleghi, in primis del
ministro dell'Istruzione, dal quale dipende quasi la metà di tutti i dipendenti
pubblici. |
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