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Il pronto soccorso del distretto militare

Manifesto – 15.6.08

 

Il pronto soccorso del distretto militare - Alessandro Robecchi

Ha ragione Roberto Formigoni: il modello lombardo della sanità funziona. Era andato a togliersi le tonsille ed è uscito dalla clinica senza una gamba, ma funziona. Peccato per quella tendinite: per curargliela gli hanno tolto un polmone. Però funziona ancora. Il modello lombardo della sanità sta benissimo, anche perché se incautamente confessasse di stare male lo opererebbero di nuovo, e al posto del femore gli impianterebbero un medico obiettore di Comunione e liberazione non sterile. Appurato che il modello lombardo della sanità funziona (infatti a guardare i bilanci delle cliniche private funziona benissimo), va detto anche che manca un po' di etica. E per forza! Tutta l'etica che avevano l'hanno usata al posto dei tendini rotulei e l'hanno impiantata a gente che stava benissimo, e che adesso zoppicherà per sempre. Ma eticamente. Sia come sia, le emergenze del paese sono altre. Per esempio la sicurezza. Per questo arriveranno 2.500 militari a presidiare le zone più a rischio delle grandi metropoli. Tipo le sale operatorie della Regione Lombardia, tipo i cantieri edili della Regione Lombardia. Era ora che qualcuno pensasse seriamente alla sicurezza dei cittadini, fossero anche i ministri Maroni e La Russa, che hanno scritto la nuova norma del disegno di legge a quattro mani. Va detto che anche un cervello avrebbe fatto comodo. Ma attenzione, come sa ogni bravo esperto militare, quando si chiamano i soldati è bene definire con precisione le regole d'ingaggio. I nostri militari potranno sparare a un primario? Potranno usare gli elettrodi per interrogare le cartelle cliniche? E' una questione che si farà più spinosa quando le nostre forze armate chiamate in difesa del cittadino e della solita maggioranza silenziosa dovranno intervenire nei cantieri edili. Quali regole d'ingaggio usare per i lavoratori in nero vittime del caporalato? Se gli si spara prima si danneggiano gli imprenditori e si frena la crescita. Se gli si spara una volta cascati dalle impalcature è inumano accanimento su un cadavere. L'unica è colpirli al volo, come un piattello. Impresa che si annuncia difficile, ma non impossibile. Il Partito democratico, responsabilmente, si è detto d'accordo.

 

«Soldati in strada solo per un anno» - C.L.

ROMA - I soldati in pattuglia lungo le strade italiane li vedremo al massimo per un anno. «Si tratta di un esperimento che dura sei mesi, rinnovabile una sola volta», ha garantito ieri il ministro della Difesa Ignazio La Russa, padre dell'emendamento che schiera i militari affianco di polizia e carabinieri in funzioni di ordine pubblico. Un esperimento che però non piace a molti. Fatta eccezione per i colleghi della maggioranza, infatti, l'idea di vedere soldati in divisa e perdipiù armati di fucile e pistola farsi avanti nelle strade non piace a molti. «Fa pensare alla Colombia», hanno commentato il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Mentre per il Pd si tratta di un'iniziativa «sbagliata». «Il tema della sicurezza - ha detto infatti il segretario Walter Veltroni - è questione troppo delicata per essere affrontata solamente con annunci ad effetto che tra l'altro danno un'immagine catastrofica del paese contribuendo a mortificare l'ottimo lavoro svolto dalle forze dell'ordine». Dubbi, infine, sono stati espressi anche dagli stessi militari. Come l'ex capo di stato maggiore della Difesa, il generale Mario Arpino, per il quale «vedere i soldati impiegati in ordine pubblico fa uno strano effetto». In realtà l'immagine di un'Italia in cui pattuglie miste agenti di polizia-soldati perlustrano le strade di notte, non è certo delle migliori e rischia di non essere del tutto compresa all'estero. Ma si tratta di una preoccupazione che per il momento non sfiora La Russa, anche ieri impegnato a difendere l'iniziativa. «C'è una richiesta forte da parte dei cittadini di migliore controllo del territorio, di migliore sicurezza - ha spiegato il ministro -, di poter avvertire che lo Stato garantisce, con la sua presenza, una condizione di vita migliore». Un compito che, ha riconosciuto La Russa, normalmente spetta alle forze dell'ordine. «Ma in questo momento c'è un problema di risorse di numero di uomini. Per questo motivo le Forze armate hanno dato la loro disponibilità a incrementare le forze che polizia, carabinieri e Guardia di finanza già dispongono sul campo». Secondo i calcoli fatti dalla Difesa il contingente di 2.500 uomini messo a disposizione non dovrebbe tra l'altro comportare alcun costo aggiuntivo. Le spese in più per coprire sia gli spostamenti, che l'indennità prevista agli soldati per il riconoscimento dello status di agenti di pubblica sicurezza, sarebbero infatti coperti da finanziamenti già esistenti. Per La Russa, quindi, non ci sarebbero problemi. Anzi: «Tutti i sondaggi - ha spiegato - dimostrano che il gradimento espresso dagli italiani a questa iniziativa è dell'80 per cento». Sarà, ma le critiche al progetto non mancano. E non solo da parte dell'opposizione, che anche ieri ha fatto sentire la sua voce. No, a esprimere le maggiori perplessità è infatti chi, come i poliziotti, in teoria dovrebbe sentirsi aiutato dai soldati. Proprio a loro, però, l'idea di marciare fianco a fianco con i soldati non piace. Il giudizio, che accomuna se diverse sigle sindacali, è quello di trovarsi di fronte a «un'operazione di facciata». «Non c'era alcun bisogno di 2.500 soldati», ha spiegato ad esempio Giovanni Aliquò. dell'Associazione funzionari di polizia. «Se davvero volevano risparmiare 2.500 uomini potevano sarebbe bastato tagliare l'autista a qualche prefetto. Solo quelli sono 5.000». Misura «inutile» anche per il Silp-Cgil. Il controllo è soprattutto conoscenza e non solo occupazione temporanea del territorio», ha detto il segretario Claudio Giardullo, per il quale1 chiedere gli uffici di polizia per mancanza di personale e spendere soldi per occupazioni militari è il segno di una grave mancanza di conoscenza della realtà criminale del nostro paese». mentre il Sulpm, il sindacato della polizia locale, arriva perfino a minacciare di scendere in piazza contro la presenza di militari nelle strade. «Sono già stati pesi contatti con diversi sindacati di polizia - ha detto il segretario Alessandro Marchetti - per organizzare una serie di manifestazioni delle divise a Roma , che esporteremo anche in Spagna e in altre capitali europee per far sapere anche all'estero come siamo costretti a lavorare». Anche chi conosce bene il mondo delle caserme, come il generale Mario Arpino, non nasconde i suoi dubbi. «Ai soldati non fa mai un effetto tanto buono vedere che alcuni di noi sono impiegarti per l'ordine pubblico - ha detto ieri l'ex capo di stato maggiore della Difesa -. Fa un certo effetto vederli impegnati qui, nelle città italiane, in attività che li vedono impiegati in Kosovo, a Pristina, o in Albania una volta o, per esempio,. in Bosnia. Comunque i 2.500 soldati messi a disposizione no sono un gran numero e il risultato sarà più di deterrenza e psicologico, visto che l'esercito ha armi e fucili che che non potrà usare».Duro, infine, anche il giudizio espresso da Antonio Di Pietro: «Le forze armate per controllare il territorio delle città si usano ultimamente solo in Colombia contro il terrorismo e contro l'insurrezione armata - ha detto il leader dell'IdV - Vorremmo che la dignità delle Forze armate fosse per difendere lo Stato dalle aggressioni esterne».

 

Il Veneto che perde la testa e uccide se stesso - Ernesto Milanesi

PADOVA - Il fucile da tiro calibro 22 nascosto sotto la tuta da ginnastica. Alessandro Milan, camionista di 24 anni, ha fatto irruzione nell'ufficio dello Spisal di Conselve. Ha sparato e poi ha premuto ancora il grilletto, con la canna in bocca, folle di gelosia. Ha ucciso Chiara Bernardi, 25 anni, la convivente che era tornata a vivere dai genitori con la loro figlia di un anno e mezzo. E ha ferito gravemente Massimo Sturaro, 44 anni, dipendente dell'Usl 17, l'altro bersaglio dopo la breve conversazione con la ragazza. Operato d'urgenza, se la caverà in una ventina di giorni. Riaffiora così l'anima nera del Veneto con la sua scia di sangue «indigeno». La tragedia di venerdì mattina a Conselve (il paese della Bassa padovana che negli anni '90 aveva guadagnato le prime pagine con un clamoroso caso di pedofilia e poi con i «serenissimi» scalatori del campanile di San Marco) accende la spia dell'«emergenza sicurezza» dentro il profondo Nord Est. E' la cronaca, più o meno rimossa, dell'altra faccia della società veneta. Non solo storie di cronaca nera. Anche la «malattia chiamata Nord Est» nascosta nelle pieghe della ricchezza presunta, del benessere a ogni costo, della bella vita che si finge di avere. Vigasio, periferia di Verona. Un omicidio pianificato da un anno per risolvere con 900 mila euro di assicurazione tutti i problemi della ditta di autotrasporti. Tancredi Valerio Volpe e Caterina Nervo, trentenni con una bimba piccola e la classica villetta con giardino, hanno stordito con il sonnifero nel caffè e poi carbonizzato nella sua Rover la loro vittima: Adrian Kosmin, 28 anni, rumeno, autista in nero, che aveva firmato una polizza sulla vita in cambio della promessa di un'assunzione regolare. Una vicenda emblematica dei rapporti fra «padroncini» del Veneto leghista e immigrati, in particolare rumeni. Derubricata in fretta e furia lontano dai riflettori mediatici. Imbarazzante per l'immagine di Verona e i sindaci-sceriffi del Carroccio. Nessuno vuol più sentir parlare, invece, della morte di Iole Tassitani, 42 anni. La figlia del notaio di Castelfranco, cittadina trevigiana simbolo del «modello veneto». E' stata letteralmente fatta a pezzi il 12 dicembre da Michele Fusaro, falegname di Bassano del Grappa (Vicenza). Un sequestro anomalo con i carabinieri messi sulla pista giusta dalla pronta collaborazione di un immigrato, ma con il magistrato veneziano tutt'altro che impeccabile nella gestione delle indagini. Di nuovo, comunque, schei: Fusaro immaginava di incassare 800 mila euro di riscatto, tenendo la donna sequestrata a casa sua. «L'ho uccisa perchè mi ha riconosciuto. Mi ha visto e ho perso la testa» ha finalmente confessato nei giorni scorsi. Tutto si è consumato in poche ore. Alle 20.30, il rapimento a Castelfranco. Alle 4, l'omicidio nel salotto di Bassano. Iole era riuscita a togliersi la benda e a riconoscere nel sequestratore una faccia già nota. Fusaro ha fatto tutto da solo: l'ha uccisa con un fendente alla gola, vivisezionando il cadavere nel garage mentre la vita dei condomini seguiva tranquillamente. Ma il Nord Est soffre anche della sottile solitudine che accompagna il dolore, quando il nuovo deserto sociale prevale soprattutto nei confronti dei vecchi. E' andato il tilt il sistema del Veneto cattolico, con le sue radici nella famiglia. E la sanità d'eccellenza, vera o presunta, non basta senza un'affidabile rete d'assistenza. L'Alzheimer diventa lo specchio della degenerazione sociale. Maerne, via Ca' Bembo civico 99, un'altra villetta a due piani con giardino con due cadaveri, un biglietto disperato e l'assegno per saldare i funerali. Giorgio Brusegan, 77 anni, con la calibro 22 che usa al poligono all'alba ha sparato in testa alla moglie Lina Marangoni, 78 anni, malata di Alzheimer. Poi ha puntato la canna alla tempia e ha premuto il grilletto: in via Ca' Bembo 99, a Maerne. E' successo l'11 giugno, con la figlia Mariella che è scesa dal suo appartamento a chiamare inutilmente il 118. Il 14 maggio, a Tencarola (Padova) un'altra coppia di anziani protagonista dell'identico smarrimento. Tutto si consuma in casa e l'inchiesta della Procura è ancora aperta. Albino Rampazzo, 84 anni, è stato dimesso dalla rianimazione; la moglie Nazarena Andriolo, 81 anni, affetta da Alzheimer, ha un trauma toracico causato da un colpo di mazzetta in testa e due ferite di coltello alla gola. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l'anziano Albino avrebbe cercato di farla finita con una vita insopportabile per la coppia. Approfittando della libera uscita della badante.

 

I «sinti di Cacciari», troppo normali per trovare ascolto nel paese della paura - Orsola Casagrande

MESTRE - «No campo nomadi di Mestre, campo nomadi di Mestre». Quattro o cinque bambini fanno il trenino e girano per il campo canticchiando una canzoncina della quale non capiscono bene il significato. «Ecco - dice sconsolato Stefano - questo è il risultato di questa campagna». I bambini ridacchiano e continuano il loro trenino. «Purtroppo - dice Radiana, operatrice del comune - i bambini sono stati i primi a fare le spese di questa vicenda. A scuola, dove non avevano mai avuto problemi, adesso cominciano a essere isolati dagli altri bambini, a essere presi in giro». All'attuale campo sinti si accede dalla strada, non ci sono cancelli o entrate. Le tre famiglie principali e storiche del campo si sono sistemate a zone. Centocinquanta persone, 45 nuclei familiari. Le roulotte sono accanto a prefabbricati e case mobili. C'è anche qualche casettina di legno. Hanno fatto tutto da soli i sinti per cercare di rendere più accogliente il campo. Che altrimenti effettivamente è assai desolato. Basti pensare che ci sono soltanto quattro servizi igienici e otto docce. Niente elettricità. «D'inverno si gela - dicono Stefano e la moglie Daniela - fare la doccia è una sorta di tortura». Dalla casupola di Stefano e Daniela ai servizi ci saranno una trentina di metri. «Sufficienti per congelare - dice Stefano - anche perchè quando poi si entra nella doccia è freddissimo. L'acqua calda c'è ma finisce presto». Infatti ci sono 100 litri di acqua calda e poi bisogna aspettare un paio d'ore per riaverla. La famiglia più vecchia qui è quella degli Hudorovich, origini croate, ma sono in questo campo dagli anni '60. In Italia da prima: loro sono scappati durante la guerra mondiale. E' stato don Vecchi a concedere il terreno alla comunità sinti. I terreni infatti erano di proprietà della curia. Negli anni qualche miglioria è stata fatta, ma certo si è ormai al limite. Anzi al limite si era già arrivati dieci anni fa. E proprio allora, assieme all'amministrazione comunale, i sinti avevano cominciato a ragionare sull'ipotesi di un nuovo villaggio. I finanziamenti destinati ai contratti di quartiere sono sembrati una buona possibilità e così la gente del campo insieme a operatori e tecnici hanno cominciato a concretizzare un progetto. Ne è venuto fuori il villaggio di via Vallenari. Ma sono passati dieci anni e ancora non c'è nulla. «Il comune però l'anno scorso - dice Stefano - ha deciso di finanziare il progetto visto che ormai i i soldi dei contratti di quartiere erano stati stornati nelle infrastrutture». In teoria i lavori del nuovo villaggio sarebbero dovuti partire nelle settimane scorse, ma la Lega e An si sono opposti, andando a presidiare il sito. «Francamente non ci aspettavamo questa reazione - concordano tutti - perchè noi abitiamo qui da tanti anni, ci conoscono tutti. Andiamo a fare la spesa nei negozi e la gente ci conosce, chiacchiera con noi. E' stata davvero una profonda delusione». La voce di Stefano si incrina rivelando che la ferita è davvero profonda. «Anche con i vicini qui - e indica le case costruite dopo il campo e incredibilmente a ridosso di esso - non è che abbiamo problemi davvero insuperabili». Si lamentano, i vicini, del rumore. Che poi vuol dire della musica, delle feste, dei canti che ogni tanto la comunità organizza. «Perchè per noi ci sono delle feste importanti che celebriamo secondo le nostre tradizioni». Le famiglie qui sono evangeliche e cattoliche. Celebrano i battesimi, il natale, in misura minore la pasqua. I matrimoni non particolarmente. «Sai com'è, - dice Stefano - i fidanzati qui vanno via dal campo per qualche giorno, poi telefonano per sapere se le famiglie sono tranquille, se non ci sono problemi. E allora tornano e si sposano». Non capiscono tanto bene i sinti perchè i gagè si scocciano così tanto per le feste, per la musica. Difficile non condividere il loro stupore: in fondo di fronte a tante cose tristi, dicono, perchè perdere anche la voglia di ridere e stare insieme, festeggiando, cantando e suonando. I sinti qui a Mestre sono tutti cittadini italiani, da generazioni. «Mio padre - dice Stefano - ha servito la patria. Ha fatto il bersagliere». E la nonna di Gaetano ha fatto la resistenza. Ma a quelli della Lega poco importa. Fanno leva sull'immaginario che vuole gli zingari (tutti) qualcosa da temere. E i luoghi comuni si sprecano. Non pagano le tasse, il comune pensa solo a loro. Gli uomini qui lavorano nella raccolta del ferro. Hanno una convenzione con la Veritas. Quanto agli aiuti comunali. Nel campo viene pagato un solo assegno sociale: a un invalido civile in attesa di pensione di invalidità. Stefano coccola la sua bimba fra le braccia. Ha un anno e mezzo. Orgoglioso papà mostra il vestitino da spagnola che le hanno portato dei parenti. Adesso è difficile spostarsi. Anche loro sono sostanzialmente stanziali. «Figurati - dice ricordando il passato - una volta potevamo andare e fermarci ovunque. Adesso dobbiamo sostare in un campeggio altrimenti sono guai». Il nomadismo è un ricordo. Che viene in parte rispolverato quando un parente sta male. «Allora - dice Stefano - si parte. Magari in quattro in macchina. Sostiamo davanti all'ospedale, dormiamo in macchina ma importante per noi è essere sempre accanto a chi sta male». Ieri in prefettura c'è stato l'ultimo incontro sul nuovo villaggio. Si è deciso di rivedersi martedì per dare modo ai comitati di riesaminare il progetto corretto. Ma mercoledì, ha detto il prefetto, i lavori riprenderanno. I comitati dal canto loro non esiteranno a cercare di mettere i bastoni fra le ruote al progetto, anche utilizzando strumentalmente l'arresto proprio ieri di una donna del campo accusata di furto.

 

L'Europa è in panne, ma Sarkozy è nei guai - Anna Maria Merlo

PARIGI - Il «no» irlandese ha rovinato i programmi della presidenza francese del Consiglio della Ue, che inizia il 1° luglio e dura fino alla fine dell'anno. Nicolas Sarkozy puntava molto sulla circostanza, dopo essersi vantato di aver sbloccato l'Europa con la proposta del mini-trattato di Lisbona, via d'uscita alla paralisi creata dal «no» francese e olandese nel 2005 al Trattato costituzionale. Durante la presidenza francese avrebbero dovuto essere decise nomine importanti: al Consiglio del prossimo dicembre i capi di stato e di governo dei 27 avrebbero dovuto nominare il presidente eletto del Consiglio europeo e l'alto rappresentante per la politica estera, al posto di Xavier Solana. Ma non si farà nulla, visto che il trattato di Lisbona non entra in vigore. Venerdì sera, Sarkozy e la cancelleria tedesca Angela Merkel, che avevano promesso iniziative comuni, si sono limitati a firmare un comunicato congiunto che invita gli stati che non hanno ancora ratificato Lisbona - lo hanno fatto per ora 18 su 27 - a continuare la procedura. Una posizione debole, che non fa che riprodurre l'ormai tradizionale reazione delle élites europee di fronte ai popoli, che ogni volta che sono chiamati a dire la loro rispondono di «no». Per Sarkozy, la presidenza si annuncia grigia. Soprattutto sui due programmi che aveva considerato prioritari: la difesa e l'Unione per il Mediterraneo. Sulla difesa, Sarkozy aveva giustificato il prossimo rientro della Francia nei comandi della Nato, al vertice dell'Alleanza atlantica di Bucarest in aprile, con il progetto di rilanciare la difesa europea. Ma l'alleato per eccellenza in questo campo è l'altra potenza nucleare europea: la Gran Bretagna. Ieri, Gordon Brown, già indebolito, ha subito gli attacchi dei conservatori, che contestano la ratificazione di Lisbona, prevista sulla carta già per il 18 giugno (alla vigilia del Consiglio europeo di Bruxelles). Lunedì Sarkozy sarà a Praga, da un altro euro-scettico: il presidente della repubblica Ceca, Vaclav Klaus, ha già dichiarato che considera «morto» il trattato di Lisbona e il suo paese ha praticamente sospeso la ratifica. L'Unione per il Mediterraneo, già partita male, adesso ha veramente le ali di piombo. Sarkozy ha programmato un vertice euro-mediterraneo a Parigi il prossimo 13 luglio, alla vigilia della sfilata del 14, dove ha invitato tutti i partecipanti, anche il controverso presidente siriano Bachar Al-Assad (suscitando una levata di scudi, a cominciare dai libanesi). Ma, a parte il fatto che già numerosi paesi del sud del Mediterraneo non si sono dimostrati entusiasti (ci sono state aspre critiche da parte di Gheddafi, molta freddezza algerina), ormai le reticenze tedesche - che già hanno costretto Sarkozy a ridimensionare il progetto - avranno la meglio. Cosa resta a Sarkozy? Purtroppo, si apre l'ampio campo del populismo. Un'altra priorità della presidenza francese è la lotta all'immigrazione clandestina. Ieri a Parigi c'è stata una manifestazione contro «la direttiva della vergogna», la direttiva «ritorno», repressiva verso gli immigrati. Per essere «vicino ai cittadini», come ama dire, visto il clima, c'è da aspettarsi che la caratteristica della presidenza francese si ridurrà all'inasprimento delle leggi verso gli immigrati. Altri populismi minacciano: Sarkozy si è recentemente scontrato con Bruxelles perché gli è stato impedito di abbassare l'Iva sui carburanti, sola idea del presidente francese per lottare contro il caro-petrolio. L'energia e il clima sono temi prioritari della presidenza francese. Il trattato di Lisbona è definitivamente morto a Dublino? C'è chi pensa a Bruxelles che gli irlandesi potrebbero essere chiamati a rivotare (come hanno fatto nel 2001 per il trattato di Nizza, respinto e poi approvato), dopo un «arrangiamento giuridico» (degli opting out, le deroghe, sulla difesa e sull'aborto, per esempio). Ma in realtà adesso è Londra a decidere: se Brown non riuscirà a far passare il Trattato alla Camera dei Lords il 18 sarà la fine definitiva. Una via d'uscita? Che i dirigenti capiscano che va colmato il deficit democratico e che forse è arrivato il momento di istituzionalizzare un'Europa a più velocità. Gli 862mila irlandesi che hanno votato «no» diventerebbero così la leva per la nascita di un «nocciolo duro» europeo.

 

La sordità di chi vuol «tirare dritto» - Luciana Castellina

«Tireremo dritto». Questa, esattamente come tre anni fa - quando a bocciare la Costituzione furono francesi e olandesi - la risposta che i leaders di tutta Europa (italiani inclusi) hanno dato al nuovo «no» degli irlandesi. Che si sono pronunciati così nonostante sia stato loro sottoposto un testo meno ambizioso, frettolosamente arrangiato a Lisbona, nella speranza di far creder agli scettici che si trattasse di una minestra diversa da quella rifiutata. Andranno dunque avanti come stabilito, insensibili al non trascurabile particolare che la ratifica del Trattato è sì stata approvata da 18 stati membri, ma sempre e solo dai rispettivi parlamenti e generalmente senza che i cittadini ne sapessero poco più che niente, mentre questa Unione Europea non passa l'esame proprio ogni volta che a votare è direttamente il popolo via referendum. Come tre anni fa, anche questa volta, i renitenti sono stati accusati di tradimento e di ignoranza: come non capire l'afflato ideale di quei 418 articoli fitti di indicazioni sulla circolazione di merci servizi e capitali? Per gli irlandesi, poi, c'è un'aggravante: sono anche ingrati. Hanno mangiato a ufo tutti questi anni, ottenendo più vantaggi da Bruxelles di chiunque altro, tanto da balzare da un reddito procapite inferiore alla media europea addirittura al secondo posto: e non si sono contentati. Non basta, evidentemente. Ed è singolare che non si consideri proprio questo dato un aggravante: che se l'Unione non piace nemmeno a chi ne ha più beneficiato, vuol dire che il disamore deve essere davvero profondo. Vuol dire che un'Europa sempre più allineata alla globalizzazione, priva di una propria specifica ragion d'essere, a rimorchio degli Stati Uniti su guerre e ideologia, non è roba che fa sentire europei. Agli irlandesi che hanno il beneficio di esser ancora neutrali, costa oltretutto anche più cara: li trascina nella costruzione di eserciti europei della cui autonomia politica dalla Nato c'è di cui dubitare. Di particolarmente europeo rischia oggi di esserci piuttosto un tratto peggiorativo: la progressiva erosione della democrazia che stiamo vivendo e che costituisce, non a caso, uno dei principali motivi di diffidenza dei cittadini verso le istituzioni europee, dove del resto ormai esplicitamente si teorizza la necessità di passare a una democrazia (persino) post-parlamentare, perchè i problemi posti dalla globalizzazione sarebbero oramai tanto complessi da esigere una crescente dose di delega ai gestori amministrativi. Del resto a leggere i commenti al voto irlandese risulta davvero imbarazzante l'assenza di ogni riflessione sul distacco che ormai si registra fra pronunciamenti dei parlamenti e pronunciamenti diretti, via referendum, dei cittadini. La prima e più urgente cosa che occorre dire, e anzi, ripetere, è che si deve adesso andare a una vera fase costituente europea, non a un nuovo esercizio di ingegneria istituzionale, pratica in cui l'Unione eccelle. Per riproporsi l'interrogativo di fondo: a che serve un'Europa clone del mercato globale, che non riesce a rappresentare una qualche specifica diversità, in grado di reinverare quanto di meglio c'è nella nostra tradizione democratica e sociale? Anziché tirare dritto, meglio una pausa di riflessione. Anche per la sinistra che, o è stata piattamente e acriticamente europeista, o , pur essendo critica, si è scordata di considerare seriamente il problema.

 

La recessione pesa nelle urne europee - Marco d'Eramo

Nel no all'Europa nel referendum irlandese conta certo l'insularità, un po' come la resistenza accanita che i britannici opposero per decenni all'idea di un tunnel sotto la Manica, sentito come una sorta di irreversibile guinzaglio al continente. Ma ancor più pesa il vento della recessione mondiale.

Perché negli ultimi 25 anni l'Irlanda ha costituito la «success story» della globalizzazione in Europa. La mancata crescita degli altri paesi era attribuita all'eccessiva regolamentazione, ai lacci e laccioli ivi imposti alla libertà imprenditoriale: «Guardate invece all'Irlanda dove sono stati spazzati via i vincoli, dove la deregulation ha fatto affluire capitali e investimenti accolti a braccia e portafogli aperti!». L'Irlanda era il caso da manuale portato a esempio dai liberisti che aspiravano un'Europa tutta manchesteriana, il cui unico motto sarebbe stato «Laissez-faire!». E certo il successo irlandese era impressionante. Da paese di emigranti (il ricordo dell'ottocentesca carestia delle patate è ancora vivo nelle menti), per la prima volta l'Eire è divenuta un paese d'immigrazione. Da questo (ma solo questo) punto di vista, il «miracolo irlandese» somigliava al «miracolo italiano» del 1960. Con tutti gli sconvolgimenti sociali che questi miracoli sempre portano (non solo in Italia, ma anche in Giappone). Per la prima volta, a Dublino come a Cork e a Limerick, si reca alle urne una generazione nata nel benessere, nella relativa agiatezza (pur con tutte le povertà annidate nelle sue pieghe). Una generazione che, per la prima volta nella millenaria storia dell'isola, non ricorda ristrettezze, disagi quotidiani. Ma ora il «miracolo» sta finendo. La stessa globalizzazione che aveva portato agio all'Eire, adesso ne minaccia la precaria prosperità. Chi aveva visto il grande mondo, là al largo, come fonte inesauribile non solo di ipod e computer, ma di settimane bianche, vacanze ai tropici, Suv e mega schermi tv ultrapiatti, lo vede ora come portatore di nubi minacciose di recessione, grondanti debiti, foriere di licenziamenti. In Irlanda il mutare del vento è più netto, proprio perché lì l'euforia era stata più travolgente, ma è percepibile ovunque. Quest'inverno, facevano capolino scetticismi e autocritiche persino a Davos, proprio nel tempio dove ogni anno si celebravano le sorti magnifiche e progressive della globalizzazione! Qua e là nel mondo riaffiora un sentimento protezionista che il pensiero unico dava per defunto e invece rispunta in tutti i continenti. Non è un caso se in Italia il ministro dell'economia più popolare (almeno per adesso) degli ultimi decenni è un netto oppositore all'Europa, favorevole persino a ristabilire barriere doganali protezionistiche, cioè quel Giulio Tremonti che si atteggia a Robin Hood in quella foresta di Sherwood che è il sistema impositivo italiano. Ma non hanno qualche ragione gli irlandesi a diffidare di un'Europa liberista che, proprio alla vigilia del referendum, ha abrogato il limite delle 48 ore lavorative alla settimana e le ha portate fino a 60-65 (cioè 11 ore al giorno per sei giorni, o 9 ore per sette)? Che ha abrogato cioè il fine settimana?

 

Obiettivo Iran. «Colpiranno gli ayatollah, senza prove» - M. Cocco

Ex ispettore delle Nazioni Unite in Iraq (dal 1991 al 1998), William Scott Ritter è diventato molto critico dell'Amministrazione statunitense da quando nel 2003 rivelò che, al momento dell'invasione anglo-americana della Mesopotamia, Saddam non possedeva armi di distruzione di massa. Nel suo ultimo libro pubblicato in Italia - «Obiettivo Iran» (Fazi editore) - Scott Ritter sostiene che per l'Iran l'Amministrazione Bush stia mettendo in scena lo stesso copione utilizzato per giustificare il cambio di regime a Baghdad: costruire la «minaccia iraniana» pur non avendo prove che Tehran stia provando ad acquisire l'atomica. Ne abbiamo discusso con l'autore, che ha risposto alle domande del manifesto al telefono dagli Stati Uniti. Nel suo rapporto del 26 maggio l'Aiea parla di ricerche per acquisire testate nucleari e chiede a Tehran maggiori informazioni sui suoi missili. Le posizioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica si stanno irrigidendo? L'Aiea è un organismo politico. Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea sono frustrati perché non sono riusciti a ottenere da Tehran l'applicazione delle risoluzioni delle Nazioni unite che le chiedono l'immediata sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Questa frustrazione è evidente nell'ultimo rapporto dell'Agenzia. Si tratta tuttavia di un documento che non contiene alcun fatto in grado di contraddire le precedenti rilevazioni, secondo le quali il programma nucleare iraniano sembra essere esclusivamente per usi civili, pacifici. Per questo lo giudico un rapporto politico, perché le «preoccupazioni» sottolineate dal rapporto sono derivate esclusivamente dall'intelligence statunitense. Il ruolo dell'Aiea e dei suoi ispettori in Iran è quello di accertare se la Repubblica islamica rispetta il «Safeguard agreement» sul Trattato di non proliferazione nucleare. L'Iran rifiuta di rispondere a domande che esulano dall'ambito di competenza di questo trattato, specialmente quando provengono da un servizio segreto apertamente ostile al regime iraniano. Sono sicuro che questo rapporto non sia stato preparato esclusivamente dal Consiglio dei governatori e che su quest'ultimo siano state effettuate forti pressioni da parte degli Stati Uniti. Nel suo libro parla di un «partito della guerra» pronto ad attaccare l'Iran. Da chi sarebbe formato? Dal circolo di pensatori neo conservatori che domina l'Amministrazione e soprattutto la formulazione delle sue politiche per la sicurezza nazionale. Gente come John Bolton, Paul Wolfowitz sono ormai fuori dal governo, ma le persone più influenti, come il vice presidente Dick Cheney, sono sempre lì. Io descrivo però un «partito» che va al di là dell'Amministrazione: un insieme di individui e organizzazioni - tra cui tanti «intellettuali» che intervengono sui media - uniti da un'ideologia che è la trasformazione radicale del Medio Oriente da perseguire, in questo caso, attraverso il cambiamento di regime in Iran. L'Occidente ha qualche prova che Tehran stia fabbricando armi nucleari? Se l'avesse avuta, l'avrebbero già resa pubblica. La campagna che sta montando contro l'Iran non è fatta di prove ma di speculazioni. Israele e gli Stati Uniti strillano: potrebbero avere un programma per le armi nucleari. Poi, dopo che gli ispettori dell'Aiea rientrano e li smentiscono, dicono che ciò rappresenta la prova che l'Iran sta nascondendo quel progetto. Creano la sensazione che qualcosa esista, mentre non ne hanno alcuna prova. Si sta ricalcando esattamente lo stesso copione recitato con Saddam Hussein alla fine degli anni '90. Ma sull'Iraq il trucco è stato smascherato: tutti sanno che all'Onu furono portate prove false. Non direi, forse che il governo italiano ha detto formalmente ai suoi cittadini: l'Amministrazione Usa ha mentito per giustificare la guerra contro Saddam? Forse che l'ha fatto l'Unione europea? Se ne è parlato solo sui media. E guardiamo cosa sta succedendo ora: forse che i governi di Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, hanno il coraggio di dire: «Cari Stati Uniti, avete già mentito sull'Iraq, questa volta abbiamo bisogno di prove solide.»? Al contrario l'Europa continua a basarsi sull'idea che l'Iran intenda fare cose malvagie col suo programma nucleare. C'è stata più opposizione prima della guerra in Iraq di quanta ce ne sia ora durante la costruzione della campagna contro l'Iran. Sempre nel suo libro parla di una «crisi creata in Israele». Cosa intende? Israele ha determinato che l'Iran e il suo programma nucleare rappresentano una minaccia. Gli israeliani dicono chiaramente che non la bomba atomica, ma il semplice arricchimento dell'uranio da parte di Tehran rappresenta per loro una linea rossa di cui non possono ammettere il superamento. Nonostante sia permesso dal Trattato di non proliferazione nucleare di cui l'Iran è firmatario. E Israele fa continuamente pressione sugli Stati Uniti affinché agiscano in maniera decisa contro l'Iran. Si tratta di una crisi inventata in Israele. Se oggi Israele dicesse: «Ok a noi non importa l'arricchimento dell'uranio da parte dell'Iran», crede che al resto del mondo importerebbe qualcosa? No, perché il resto del mondo è sufficientemente maturo per affrontare l'Iran e il suo arricchimento dell'uranio. Una crisi creata in Israele che si fa sempre più drammatica, al punto che qualche giorno fa il vicepremier israeliano Mofaz ha definito «inevitabile» l'attacco. Lei crede che gli Usa attaccheranno? Sì, anche se è l'ultima cosa che vorrei vedere. Sappiamo che il Pentagono sta facendo pressioni per fermare la corsa verso la guerra della Casa Bianca. Ma il ministero della difesa risponde alla presidenza, attorno alla quale c'è sempre un gruppo di ideologi che vuole trasformare il Medio Oriente. E con la prospettiva dell'arrivo di un presidente democratico che la vede in maniera diversa, uno dei modi per assicurarsi che il nuovo inquilino della Casa Bianca non cambi radicalmente le cose, è far sì che quando arriva trovi già la relazione Usa-Iran ridefinita. Bombardando Tehran.

 

Sanzioni? Ma ancora nessuno lascia l'Iran - Marina Forti

Nuove sanzioni all'Iran? Le potenze occidentali sembrano decise. Eppure, a ben guardare, l'Iran è un partner commerciale di tutto rispetto per molti paesi europei, Italia in testa: su un interscambio complessivo con l'Europa dei 27 pari a 24 miliardi di euro nel 2007, l'Italia è al primo posto con 6 miliardi. Certo, è un interscambio squilibrato: oltre 4 miliardi di import a fronte di 1,8 miliardi di export. Iran significa in primo luogo idrocarburi: petrolio e gas fanno l'88% delle importazioni italiane dal paese mediorientale, secondo i dati raccolti dalla Camera di commercio italo-iraniana. L'Eni ha una presenza storica in Iran, fin dai tempi di Mattei, e oggi vanta ottime relazioni di partenariato con il paese mediorientale - all'Eni tengono a sottolineare che lo «spirito di Mattei» è ancora vivo, «il loro petrolio non è nostro», lo scambio deve essere equo. Insomma, l'Eni non pensa affatto di uscire dall'Iran, come del resto nessuna delle aziende petrolifere europee là presenti. Ma le incertezze internazionali pesano: così, anche se il potenziale fa gola, da qualche tempo non si parla di nuovi investimenti. Wait and see. Così l'azienda petrolifera italiana, per bocca del suo amministratore delegato Paolo Scaroni (in un'intervista al Financial Times, novembre 2007), precisa che le relazioni sono eccellenti, l'interesse è alto e «onoreremo i nostri contratti», ma se saranno decretate sanzioni internazionali anche l'Eni dovrà rispettarle. Per le piccole e medie aziende che fanno il tessuto industriale italiano l'incertezza è ancor più pesante. L'Italia esporta soprattutto macchinari, ma l'incertezza è un deterrente per imprese meno forti. Il presidente della camera di commercio italo-iraniana, Rosario Alessandrello, aveva parlato di «enorme potenziale»: «Vogliamo continuare a lavorare in Iran», aveva detto dando il benvenuto al presidente Ahmadi Nejad a Roma, due settimane fa: l'incontro stesso, diceva, «testimonia dell'interesse degli imprenditori italiani per l'Iran».

 

Liberazione – 15.6.08

 

Ha ragione Tremonti: c'è il rischio fascismo - Piero Sansonetti

Giulio Tremonti ha detto che l'impoverimento del ceto medio europeo può avere come esito il fascismo. E ha aggiunto che in questa situazione le classi dirigenti non devono comportarsi come fecero alla fine degli anni '30, quando cedettero ad Hitler nella Conferenza di Monaco. Il Corriere della Sera ha raccolto il parere di alcuni illustri storici (Piero Melograni, Emilio Gentile, Lucio Villari) i quali - seppure con argomentazioni e toni diversi - dissentono nettamente da Tremonti. Melograni sostiene che in Italia in realtà non ci fu mai il fascismo, ci fu il «mussolinismo», e dice di non vedere, oggi, nessun Mussolini in giro. Gentile liquida la tesi di Tremonti come del tutto infondata, perché il fascismo appartiene ad una epoca imperiale che non esiste più. E' un fenomeno chiuso, irripetibile. Villari ritiene che fascismo e nazismo nacquero non solo come reazione a una crisi economica ma per una questione ideologica e politica. E oggi - aggiunge - la crisi del ceto medio non si sta saldando con una crisi ideologica e politica. Noi ci permettiamo di dissentire dai tre illustri storici e ci dichiariamo d'accordo con Tremonti. In Europa, e in modo specialissimo in Italia, il rischio c'è. Naturalmente sappiamo tutti che certi fenomeni storici non sono ripetibili. Non credo che Tremonti, quando parla di rischio fascista, pensi ai ragazzi balilla, o al passo dell'oca tedesco, ai discorsi del Duce dal balcone, e neppure alle imprese colonizzatrici in Africa. Pensa a una svolta illiberale e autoritaria. E questo pericolo, secondo noi, è attualissimo. Cosa vuol dire svolta illiberale e autoritaria, cosa vuol dire «regime», nel 2008, e con l'Europa unita, e con lo sviluppo economico e politico e culturale che è stato raggiunto in Occidente negli ultimi sessant'anni? Tre o quattro cose. La prima è l'interruzione della curva di crescita della libertà. Quella collettiva e quella individuale. La seconda è la rottura di alcuni punti fermi dello Stato di diritto, tra i quali l'eguaglianza di tutti davanti alla legge. La terza è una fortissima semplificazione del sistema politico, a scapito del pluralismo (che da valore assoluto diventa disvalore, come accadde per l'idea di democrazia negli anni 20 e 30) e a scapito della rappresentanza. La quarta è la sostituzione dei valori più avanzati dell'occidente (nel campo della solidarietà, della cultura, della giustizia sociale, dei diritti individuali, delle libertà sessuali e di comportamento eccetera...) con idee restrittive, cioè con i principi dell'ordine, della legalità, della gerarchia, che sono i fondamenti del dominio e cioè del potere incontrollato e ristretto in poche e potentissime mani. La quinta è il ripristino del classismo (cioè del comando delle classi più forti sulle più deboli, e della superiorità degli interessi delle classi dirigenti nei confronti degli interessi generali). Il rischio di una svolta di questo genere è molto forte. Cioè è forte il rischio della restaurazione, che vuol dire regressione della civiltà (della quale ha parlato anche Napolitano) e «salto indietro» della storia, come tante volte è avvenuto in questi secoli. Del resto, in settori importanti del mondo politico - non solo conservatore, non solo di destra - così come del mondo giornalistico e intellettuale, così come negli ambienti della Chiesa cattolica, non si fa mistero dell'aspirazione all'avvio di una fase di restaurazione, di ritorno ai vecchi valori precedenti al '68 e precedenti alla liberazione dell'Europa dal nazifascismo. Davvero in Italia il fascismo fu solo Mussolinismo? O non fu piuttosto un regime voluto dai settori vincenti della borghesia e delle classi dirigenti? Davvero Monaco fu un errore casuale, o non fu piuttosto il risultato di una linea che quelle classi dirigenti avevano assunto a livello europeo, cioè una linea interessata alle novità dell'autoritarismo di Hitler e Mussolini? Chamberlain e Daladier erano forse due dirigenti antifascisti, o erano il punto più basso raggiunto dalle morenti democrazie europee? E davvero - come dice Villari - oggi non c'è un cortocircuito tra crisi economica e crisi ideologica? A noi sembra che questo cortocircuito sia evidentissimo. Il crollo e lo scivolamento sul versante razzista e classista dello spirito pubblico è davanti agli occhi di tutti. La domanda, piuttosto, è questa: di fronte alla crisi segnalata da Tremonti, l'unica via d'uscita è quella reazionaria? Alla fine degli anni '20 le risposte alla crisi, in Occidente, furono diverse: l'Europa scivolò nella reazione, fino al nazismo; gli Usa diedero una svolta democratica a sinistra, e scelsero Roosevelt. Diciamo che il fascismo non è inevitabile.

 

Roma, ventimila no al pacchetto sicurezza – Monia Cappuccini

E' l'altro "core de Roma" quello che ha sfilato ieri per le vie della capitale, per la seconda manifestazione cittadina del dopo elezioni indetta da un cartello unitario di trenta nomi tra centri sociali e case occupate. La Roma dei migranti e dei nuovi cittadini si è rimessa in cammino dietro lo striscione «Non c'è sicurezza senza diritti», ed erano in 20mila tra giovani, precari, migranti di prima e seconda generazione, lavoratori e associazioni di base, tanti bambini, altrettanti passeggini, per dire no al pacchetto sicurezza che il Governo Berlusconi si appresta ad approvare mercoledì prossimo. Molti slogan per il diritto alla casa e al reddito, pochi quelli contro Alemanno. Niente bandiere di partito né rappresentanti politici, ma neanche un corteo per compartimenti stagni. Piuttosto sfila il popolo delle differenze quale valore condiviso che, a colpo d'occhio, sembra non badare troppo alle appartenenze. Ragazzi con i piercing accanto a ragazze velate, donne dell'est con i passeggini vicino a giovani coppie italiane, gente di ogni razza mischiata tra loro. Giovani e meno giovani, qualche anziano, età media abbassata vertiginosamente da una gran quantità di bambini. Un'istantanea nitida di quel che è la composizione sociale metropolitana oggi, che assesta un pugno allo stomaco alla Roma dell'intolleranza e del razzismo crescente. In un sabato semi-estivo la manifestazione è partita alle 16 da via del Castro Laurenziano, di fronte la struttura del Regina Elena, da un anno occupata da circa 300 nuclei familiari del Coordinamento di lotta per la casa, sul cui destino pendono sia i progetti già approvati per una sede Inail e un reparto di ematologia oncologica, sia le decisioni della giunta regionale dopo le dimissioni dell'assessore alla Sanità Battaglia, da cui la struttura dipende. Ad aprire la manifestazione il camion dei centri sociali, per la prima volta insieme da quel lontano 1992, da quando cioè uscirono spaccati dalla delibera 106 proposta dalla prima giunta Rutelli sulla "regolamentazione" delle aree occupate. Si divisero sull'approccio da seguire con le istituzioni, l'elezione di Alemanno ha dato loro una scossa e oggi si ritrovano insieme. «Guai a chi ci tocca» scrivono quelli dell'Esc. «La manifestazione è un successo. La sfida di ricomporre pezzi di città autorganizzata è riuscita. Andiamo avanti con grande entusiamo» annuncia un sorridente Francesco Raparelli del centro sociale di San Lorenzo. «Non è una manifestazione di solidarietà ma per un progetto comune, perché qui non si tratta di un attacco alle minoranze ma ai diritti di tutti» spiega Emiliano dell'Horus e dei Blocchi Precari Metropolitani. Di diritto all'abitare inteso come conquista sociale e riconoscimento complessivo di una qualità della vita migliore - casa, reddito, servizi sociali, lavoro - parla anche Andea Alzetta, detto Tarzan, di Action primo eletto nelle liste del Comune di Roma per la Sinistra Arcobaleno alle ultime elezioni. «Bisogna abbattere la paura, creare comunità solidali per riaffermare una politica sostenibile della città. Qui c'è la composizione giovanile dei centri sociali che va verso le occupazioni e vicerversa. Il movimento contro il pacchetto sicurezza è forse l'unica alternativa che abbiamo per rimettere in moto la società civile». Il camion del centro sociale Acrobax e del Coordinamento di lotta per la casa è pieno di bambini, per tutto il pomeriggio apre i microfoni ad alcuni rapper della capitale. Nel frattempo distribuiscono l'opuscolo "Pacchetto Sicurezza" fresco di stampa. «E' il frutto di un lavoro di inchiesta con i ragazzi dell'Acrobax, occupanti, migranti e avvocati» illustra Marta, etiope, 26 anni da 7 anni nel nostro paese. «E' una sorta di manuale di difesa tradotto in italiano, arabo e spagnolo». «Siamo qui per diffondere una consapevolezza di nuovi cittadini, compito non facile visto il clima di intimidazione in cui viviamo. Bisogna smetterla con questa idea dell'Europa paradiso, quando non lo è. Vedi la proposta di utilizzare i beni del demanio pubblico per nuovi Cpt» spiega Giulia dell'Acrobax e del Coordimento di Lotta per la casa. Intanto su e giù per il corteo vanno anche quelli di City of God, la free press precaria di cui distribuiscono il nuovo numero. Fanno un po' di subvertising per lanciare a grandi poster "Killbilling", il film verità sulle speculazioni edilizie, a firma del regista Roney McLain, che altri non è se non l'anagramma dello slogan Reclaim the Money. «Prima i soldi e poi ne riparliamo», c'è scritto sullo striscione del Coordinamento lavoratori/lavoratrici 3° settore Roma in coda al corteo. Precari? «No - spiega Roberto - ma la battaglia sul salario è connessa a quella sulla casa, e per questo siamo qui».

 

Andrò al Balon Mundial alla faccia dei razzisti - Darwin Pastorin

Non solo Europei. Non solo il calcio dei campioni celebrati, del denaro, degli sponsor, delle dirette in mondovisione. A Torino, mentre in Svizzera e in Austria, si affrontano Toni e Ballack, Cristiano Ronaldo e Henry, è in pieno svolgimento un torneo bellissimo, colorato, emozionante: la seconda edizione del "Balon Mundial", riservato agli immigrati che lavorano, sperano, soffrono nel capoluogo piemontese. Il tutto organizzato, con amore e passione, dall'associazione culturale Officina Koiné, in collaborazione con la Circoscrizione 9 e l'Aics. E a fine match, tutti a suonare, bere, cantare all'Hiroshima Mon Amour. Alla faccia dei razzisti, degli intolleranti, di chi è capace soltanto di odio e disprezzo. Per il torneo del prossimo anno, mi prenoto anch'io: come centravanti, anche di riserva, del Brasile! Chiederò al mio amico Angelo Benedicto Sormani di rimettermi in forma. "Balon Mundial" è il football senza frontiere, il football della nostra epifania, della nostra memoria felice. Ricordo, nei giorni incantati della mia infanzia a San Paolo, le partite con i miei coetanei: mulatti, ebrei, musulmani, giapponesi, polacchi. Io ero il figlio di italiani. Arrivati sin lì dal Dopoguerra, dalle bombe, dalle case distrutte. Dalla voglia di rinascere. Eravamo noi, noi italiani, del Nord del Centro del Sud delle Isole, di Verona e di Cagliari, di Reggio Calabria e di Udine, i "disperati". Partivamo in seconda e terza classe su navi cariche di nostalgia e di speranza. Venti, trenta giorni sull'oceano. Cullati dal pianto e dal rimpianto. Come sarà New York? E Buenos Aires? e Adelaide? Riusciremo ad ambientarci, non ci uccideranno i ricordi, i parenti lasciati, il fiume amico, la stanza dei sogni, il fratello che sta per nascere, la sorella che sta per sposarsi? Rivedremo i nostri genitori, i nostri nonni? Io, oggi, negli occhi di chi viene da noi, affrontando il mare nemico, urlando per la madre o il figlio o il compagno perduti nelle onde, mentre, nello stesso momento, tra l'indifferenza dei malati di umanità, qualcuno sbraita in diretta televisiva: «Non fateli venire, mandateli via, cacciateli, rispeditili indietro!». In quegli occhi io rivedo gli occhi di mio padre, di mia madre, dei miei nonni, dei miei bisnonni, tutti partiti per andare in un altro dove. Non potrò mai scordare gli italiani che ho incontrato nella mia vita, da bambino e da cronista. Rivedo, trent'anni fa, un quartiere di Zurigo, domenica, sole. Un pugno di nostri connazionali, nel quartiere-dormitorio, a parlare su una piazza deserta. Tristi, solitari, a cercare nel dialetto un riverbero di giovinezza. E quelle frasi. «Non ci vogliono... Sfruttati... Mettere i soldi da parte per tornare... Lavoro, lavoro, soltanto lavoro». In quella Svizzera dove, in alcuni bar, potevi trovare un cartello appeso alla porta d'ingresso: «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani». Ricordatevi, voi che urlate «via, cacciateli, sporchi, brutti, cattivi», quel cartello: «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani». Io sono felice. Felice di essere figlio, nipote e pronipote di emigranti. Felice di avere il doppio passaporto, italiano e brasiliano. Felice di vedere mio figlio Santiago giocare con bambini romeni, etiopi, argentini, marocchini. Felice di vedere, nella mia Torino, cinesi, egiziani, paraguayani, russi segnare il gol più bello: il gol contro ogni razzismo. Felice di pensare a questo mondo senza barriere, dove nessuno pensa di essere di razza superiore, depositario del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto. In Svizzera e in Austria il calcio dei campioni sta conoscendo i giorni dello spettacolo e della passione, a Torino il calcio della gente vive i giorni dell'utopia, del presente e del domani, dell'allegria, della voglia di stare insieme. Torino non tradisce, mai. E' una città operaia. E' una città che ha conosciuto la lotta, la resistenza, il dolore. Viva i calciatori universali di "Balon Mundial"! Viva questi ragazzi che rendono l'Italia più giusta, più intelligente, più vera. Bene: ho chiamato Sormani (che ha giocato al fianco di Pelé nel Santos ed è stato campione Intercontinentale con il Milan di Gianni Rivera, ed è, soprattutto, una persona meravigliosa) e gli ho detto che voglio allenarmi, ritrovare la condizione fisica. Il Brasile, per la terza edizione di "Balon Mundial", non può fare, assolutamente, a meno del mio antico talento.

 

Repubblica – 15.6.08

 

Così sta nascendo l'identità nordista - ILVO DIAMANTI

In questo tempo magmatico, avanza un sentimento confuso, ancora indefinito. Ma, comunque, riconoscibile. L'identità nordista. Promossa, soprattutto, dalla Lega di Umberto Bossi. Che da vent'anni ne ha fatto una bandiera politica. Anche se, dopo la fine del primo governo Berlusconi, nel 1994, accantonò il Nord a favore della Padania. Per marcare l'irriducibilità rispetto a tutte le forze politiche. Per prime, Forza Italia e Alleanza Nazionale. La Lega, allora, imboccò la via della secessione dall'Italia, verso la Padania. Una patria - per quanto "inventata". Con i suoi miti e i suoi riti da celebrare. E, prima ancora, da creare. La secessione, però, svanì in fretta. Si arrestò lungo il Po, dopo una manifestazione quasi deserta, nel settembre del 2006. La Padania, invece, è rimasta. Non solo nella comunicazione leghista. Anche nel linguaggio comune. Ma ha perduto molta della carica eversiva originaria. D'altronde, la Lega stessa è tornata a Roma, accanto a Forza Italia, ad Alleanza Nazionale e, fino a pochi mesi fa, ai neodemocristiani dell'Udc. Di nuovo, Lega di governo. Con un programma semplice, impostato su pochi obiettivi fermi: il federalismo (un altro modo di rivendicare l'autonomia) e la rappresentanza degli interessi del Nord. Una lobby nordista. Infine: la promozione dell'iconografia e del linguaggio "nordista".

Il Nord, d'altra parte, ha ripreso il centro della scena politica. Insieme alla cosiddetta "questione settentrionale". Che riassume una insoddisfazione diffusa e dirompente nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Esplosa nella breve stagione del governo di centrosinistra guidato da Prodi, per diverse ragioni. Compresa la scarsa attenzione e la scarsa sensibilità del centrosinistra alle ragioni - e alle insoddisfazioni - del Nord. Un centrosinistra Romano. Come il nome del suo ultimo premier. Come Rutelli e Veltroni. I sindaci che ne hanno assunto la leadership, nell'ultimo decennio. Ma il ritorno del Nord è stato sostenuto anche dal collasso - economico e di immagine - del Mezzogiorno. Simboleggiato dalla vicenda dei rifiuti a Napoli e dal ritorno dell'emergenza criminale. Ma, soprattutto, la "questione settentrionale", negli ultimi anni, echeggia la domanda di "sicurezza". O meglio: il dilagare dell'insicurezza. Ricondotta, dal senso comune, all'aumento della criminalità comune e della immigrazione. Ma, in realtà, dettata dalla perdita dei riferimenti che garantivano identità e controllo sociale. Il decomporsi dei legami comunitari, lo spaesamento dettato dalla globalizzazione nelle aree più globalizzato d’Italia, il disorientamento prodotto dal cambiamento sregolato del paesaggio. Il successo della Lega, alle ultime elezioni, riflette in modo efficace il segno geopolitico di questa fase. Anche se il rapporto fra la Lega e il Nord è stretto, ma non esclusivo. D'altronde, il Nord è entrato nel linguaggio comune. Riferimento diffuso e condiviso, assai più della Padania. Nel 2000 solo il 4% degli italiani, fra diversi contesti (città, regione, Nord-Centro-Sud, Italia, Europa e mondo) proposti da un sondaggio (indagine nazionale di la Polis per Limes), dichiarava di appartenere, anzitutto, al Nord. Mentre l'attaccamento territoriale maggiore veniva espresso nei confronti della città e dell'Italia, scelta da oltre il 20% degli intervistati. Nel 2005 (indagine nazionale di Demos per Banca Intesa) il peso dei "nordisti" era salito, ma in misura, comunque, limitata: intorno al 7%. Mentre si era rafforzato l'attaccamento all'Italia (23%) e, al contempo, si era ridotta l'appartenenza urbana (19%). Oggi, però (sondaggio nazionale Demos, giugno 2008), l'identità nordista si è allargata ulteriormente. Anzi, è raddoppiata, visto che il 12% degli intervistati la riconosce come primo riferimento. In questo modo, il Nord dimostra la stessa capacità di identificazione espressa dalla "regione", contesto assai più definito dal punto di vista storico e istituzionale. Appare, invece, in declino l'attaccamento all'Italia (20%) e, soprattutto, alla città. Il "popolo nordista" si allarga ulteriormente, fino il 18%, considerando anche il riferimento scelto per secondo. (Il quesito del sondaggio prevede che gli intervistati esprimano due preferenze, in ordine di importanza, fra gli ambiti territoriali proposti). Se zoomiamo sulle principali aree del Paese, l'importanza assunta dal nordismo appare ancora più evidente. Soprattutto (com'era prevedibile) nel Nord, dove è la definizione scelta per prima da circa il 25% dei cittadini (il 26% nel Nordest e il 24% nel Nordovest). Quasi il doppio, rispetto al 2000. Il dato più alto rispetto a ogni altro ambito territoriale. Nel Nord, in altri termini, per definire la propria appartenenza territoriale, i cittadini si dicono "nordisti". Prima e più che italiani e, a maggior ragione, veneti, lombardi, piemontesi. Per non parlare del riferimento alla città, che appare debole, più di sempre. I "nordisti", coloro che si riconoscono, anzitutto nel Nord, hanno un profilo sociale e orientamenti politici e di valore piuttosto netti e definiti. Pesano di più fra i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, i dipendenti del privato. Risiedono, in prevalenza, nei comuni medi e piccoli. Sono più spaventati rispetto al resto della popolazione (il 63% di essi ritiene cresciuta la criminalità, in ambito locale, mentre la media generale è del 53%). Non si fidano della giustizia e dei magistrati. Per cui sono favorevoli a pratiche di controllo dell'ordine pubblico fai-da-te, come le ronde (approvato dal 63% di essi). Vedono il futuro incerto, diffidano degli altri. Sono pervasi da una diffusa sfiducia nelle istituzioni dello Stato, ma anche - ancor più - nella Ue. Mentre confidano maggiormente nei governi locali: Comuni e Regioni. Percepiscono e riproducono un elevato grado di ostilità nei confronti del Mezzogiorno (dove, anche per reazione, è molto cresciuto il peso dell'identità meridionale). Politicamente, sono prevalentemente di centrodestra. Il peso elettorale del Pdl è superiore alla media. Quello della Lega: triplo. Quello del Pd: la metà. Per contro, hanno attese economiche positive. In altri termini: economicamente solidi, socialmente insicuri. E diffidenti: delle istituzioni, ma anche degli altri. Tuttavia, il nordismo non appare una sindrome anti-italiana. Il 22% di coloro che scelgono il Nord come primo riferimento territoriale indicano per secondo l'Italia. Ancora: il 64% di essi ha molta fiducia nel Presidente della Repubblica, Napolitano. Un dato minore rispetto alla popolazione totale (dove ha raggiunto livelli "ciampiani", superando il 70%). Ma, comunque, molto elevato.

Ciò suggerisce che il nordismo, oggi, non riproduca tanto - ancora - un sentimento antagonista. E non preluda tanto - ancora - a un'identità secessionista o a un'identità nazionale "altra" e alternativa. Evoca, invece, lo specchio rotto del Paese (per riprendere una felice - e dolente - metafora di Eugenio Scalfari). Che proietta frammenti. Nordisti, sudisti, centristi. E altre tribù. Riflette la difficoltà per gli italiani, oggi, di riconoscersi sentirsi tali. Di sentirsi una nazione.

 

Partinico, il politico double face – Antonello Caporale

Il campo di calcio ha una linea orizzontale che lo taglia al centro. Netta, chiara. Anche la politica avrebbe una linea di centrocampo: di qua la destra, di là la sinistra. In Sicilia, e per adesso fermiamoci all'isola, questa benedetta linea non c'è, e se c'è sembra sia a zig zag. Quindi accade quel che non dovrebbe essere possibile... Ecco le nuove figure che compaiono in campo: i politici transgender. Mezzo corpo di destra e mezzo di sinistra. Partinico è un paesone purtroppo conosciuto per fatti di mafia. Ha trentamila abitanti, dista poche decine di chilometri da Palermo. Oggi si va a votare come nel resto della Regione (quattro milioni alle urne per una importante tornata amministrativa). A Partinico 382 cittadini hanno accettato di candidarsi. Non sembra più attuale riferire il tasso di incompatibilità (siamo comunque sul cinque per cento) di coloro che non dovrebbero per carichi penali pendenti o altri accidenti, eppure lo fanno. Tra i tanti corre anche un militante e sindacalista della Cgil, Salvatore, detto Totò, Bono. Totò ha 35 anni, cura le faccende del patronato, pensioni, invalidità e infortuni, e ha una sincera fede politica. È di sinistra. Ambientalista e di sinistra. Infatti è candidato alle elezioni provinciali con i Verdi, in alleanza con il Partito democratico. Bono è uno dei tanti che raddoppia la candidatura: prova anche nel consiglio comunale della sua città di farsi valere. Ma qui è il bello: a Partinico il candidato verde indossa la casacca degli avversari. In poche parole: si è mobilitato, vota e fa votare contro il centrosinistra. "Dottore carissimo, la questione è chiara. Sono consigliere comunale uscente e col mio voto, dico anche col mio, ho contribuito a mandare a casa il sindaco del Partito democratico. Degnissima persona, un vero galantuomo, ma politicamente incapace. Tardo, lento, impacciato. Insomma: improponibile". Avendolo mandato a casa, Bono non riesce a capacitarsi su come avrebbe potuto resistere nella compagine d'origine. Anche il fatto che il candidato sindaco del Pd sia diverso da quello defenestrato non gli solletica nessuna riflessione: "Intendiamoci: il nuovo candidato è un altro amabilissimo combattente. Un vero democratico e una persona di grande moralità. Però non mi sembra il caso stare dalla sua parte dopo tutto quel che ho combinato". Infatti Bono, candidato multicolore, è l'uno e il suo opposto: giura fedeltà al Pd di Palermo ma tifa e corre con l'uomo che l'Udc candida alla poltrona di sindaco nel suo paese contro il Pd. L'Udc nella realtà siciliana fa parte della maggioranza di centrodestra. E allora? "A Partinico mi candido per far vincere chi ha nel suo programma il tema del lavoro. Anche nel mio c'è il lavoro. E il lavoro non è di destra né di sinistra. A Palermo è un'altra storia". Destra, sinistra. Tutto si assomiglia. E se tutto si assomiglia, allora l'impossibile diviene certo. Otto giugno, piazza principale di Polizzi Generosa, provincia di Palermo. Raggiunge il palco il deputato regionale del Pd Antonello Cracolici. Raggiunge quale palco? Dove va Cracolici? In una imperdibile relazione-denuncia inviata in queste ore a Walter Veltroni si riferisce "l'increscioso e inqualificabile comportamento. Cracolici ha tenuto un comizio a sostegno del candidato del centrodestra, in contrapposizione alla lista ufficiale del Partito democratico". La denuncia ha toni drammatici. Fa rilevare che, nientemeno, il candidato a sindaco spernacchiato dal deputato del Pd è il presidente dell'assemblea provinciale del Pd. E dunque l'appello conclusivo, con la richiesta della difesa "dei supremi valori cui deve essere improntato l'impegno politico inteso come missione civica". In un grandissimo qui pro quo è incappato persino Raffaele Lombardo. Un suo caro amico e fervente sostenitore, candidato a sindaco di Altavilla Milicia, roccaforte poco distante dal bastione dove re Lombardo opera e guida, gli chiede, per il tramite di un militante di grado superiore, un aiutino. Il presidente, molto sensibile, accetta e puntuale giunge sul palco. Sale e inizia però a stupirsi delle tante bandiere del Pd che lo circondano. Tutto è possibile, la Sicilia è la terra del Gattopardo, certo. E però... Quando inizia a parlare voci di popolo lo interrompono. Militanti di Forza Italia e Alleanza nazionale protestano e insistentemente rumoreggiano. Gli ricordano che hanno votato per lui e lui adesso parteggia con quegli altri. Quegli altri chi? "Ma dove mi avete portato?", chiede il frastornato presidente. Scopre che il suo candidato è sostenuto da una lista civica, chiamata Primavera altavillese, e già il nome è un programma. Pd-Rifondazione, l'accoppiata a sostegno del candidato amico di Lombardo. Il lucido conducator siciliano momentaneamente confuso ma non rassegnato con una improvvisa giravolta (che comunque denota vitalità fisica e prontezza di riflessi) si libera dai suoi amici - pro tempore avversari - e lascia il podio. Balzato in strada riconosce e stringe a sé il candidato avversario a sindaco, in realtà suo amico politico, e lo prende al braccio. L'incidente si chiude con una crudele sciabolata che Lombardo infligge al suo staff. E amen. Ma la Sicilia è isola nata per stupire. Ad Avola, provincia di Siracusa, si è pensato di non dare scandalo e fare un po' e un po'. Superlativa l'ipotesi messa in campo e poi realmente praticata dal Partito democratico. La prima squadra, chiamiamola Pd-uno, sta in giunta e piuttosto bene, confortando con la sua presenza l'attività del sindaco eletto, naturalmente di Forza Italia, in una vasta coalizione che raggiunge l'Udeur e l'Udc. Il Pd-due invece è sistemato in panchina, insieme ad An, che solo poche settimane fa montava i gazebo insieme a Forza Italia. Avete capito bene e siete confusi più di prima?

 

La Stampa – 15.6.08

 

Le false favole europee – Barbara Spinelli

Quasi tutte le parole che descrivono la bancarotta del referendum irlandese sull'Europa suonano false e fanno pensare a quel che Macbeth dice del mondo, quando viene a sapere che la sposa è morta: come la vita, anche le parole sono «una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla». Non significa nulla lamentare con enfasi la democrazia assente nell'Europa, la sua lontananza dai popoli, perché l'Unione non è uno Stato pienamente funzionante, con cui i popoli sono in vero rapporto dialettico. È un edificio ancora da fabbricare o comunque completare, anche se le nostre società sono già europeizzate e le leggi nazionali soggiacciono in larga misura a quelle comunitarie. Il Trattato di Lisbona non è d'impedimento alla democrazia e anzi l'accentua notevolmente, coinvolgendo più che in passato il parlamento europeo e anche i parlamenti nazionali. Gli avversari odierni del trattato, come quelli che osteggiarono la costituzione nel 2005, lo sanno alla perfezione ed è contro questi miglioramenti che si battono. Si battono contro l'accresciuto potere di decisione affidato al parlamento europeo in 40 nuove politiche, e perfino contro la maggiore influenza dei deputati nazionali. Lottano contro la votazione diretta dei futuri presidenti della Commissione: pur proponendoli, gli Stati devono, secondo il trattato, tener conto degli equilibri creatisi nelle elezioni europee. E’ una favola che non significa nulla dire che l'Europa viene regolarmente bocciata perché non ha peso su questioni cittadine vitali. Il trattato di Lisbona è colmo di difetti (ha cancellato la parola costituzione e i simboli di un soggetto politico nuovo) ma i progressi non sono trascurabili: il trattato unifica le politiche di sicurezza, immigrazione, terrorismo. In questi come in altri ambiti sostituisce all'unanimità il voto a maggioranza, il che vuol semplicemente dire che comuni politiche europee divengono realizzabili, come già accade nell'agricoltura, nel commercio, nella moneta. I propagandisti del No mentono sapendolo: denunciano un'Europa assente su immigrati o sicurezza, e uccidono la possibile sua presenza. Questo vuol dire che non vogliono affatto quello che pretendono. Vogliono preservare un potere, anche se ormai irrilevante. Come gli uomini impagliati di Eliot, hanno le mascelle spezzate di regni perduti: regni che si spengono «non già con uno schianto ma con un lamento». È una favola che non significa nulla ripetere, come automi addestrati, che l'Europa è incapace di comunicazione. Della comunicazione sono responsabili i comunicatori, i destinatari della comunicazione, e chi è in mezzo: i media. I referendum falliti segnalano che la catena non ha funzionato, che nelle mani del popolo è stato messo quel che politici e media non sanno maneggiare. Il giorno prima del voto irlandese, Rai 1 neppure nominava un referendum che riguardava 490 milioni di europei. Il giorno dopo era perentoriamente sapiente su quel che aveva ignorato. Molto spesso i plebisciti danno risposte a domande che nel quesito referendario neppure son formulate: è il motivo per cui democrazie memori di referendum liberticidi, come la Germania, li vietano. Non meno insignificante è la favola sull'identità europea inesistente: narrata da chi, dell'Unione, non scorge il nuovo, inedito incrociarsi tra locale, nazionale, soprannazionale. Tra costoro Marcello Pera: interrogato da Giacomo Galeazzi su La Stampa, piange l'Europa atea «giustamente punita». L'Europa è fatta di molte identità, lo dimostra proprio il referendum. In Irlanda hanno votato contro cattolici spaventati da aborto e eutanasia, ma anche anticapitalisti non religiosi. L'Europa sarà sempre più meticcia: l'intera sua storia è un Bildungsroman, un romanzo di formazione che ci educa al coesistere di più appartenenze (etniche, culturali, religiose). Obama somiglia a tale romanzo più di quanto gli somigli Pera. È insignificante poi la favola che indica colpe e difetti delle istituzioni soprannazionali di Bruxelles. Nel trionfo dei No non c'è un responsabile ma ce ne sono tanti, e Bruxelles è il meno colpevole. Responsabili sono Stati, partner europei e atlantici, classi dirigenti, elettori. Questi ultimi non vanno vituperati ma giudicarli non è blasfemo. Non significa nulla infine parlare di rottura e chiusura di un'epoca eroica. L'epoca eroica dell'Unione non è conclusa, i compiti oggi non sono meno grandi di quelli del dopoguerra. Ieri era questione di pace e guerra, dopo due smisurati conflitti. Oggi è questione del peso di questo continente nel mondo, della penuria planetaria di cibo ed energia, della catastrofe climatica, del conflitto fra culture. Ancora non è stata escogitata sul pianeta una costruzione politica capace di superare le inadeguatezze dei vecchi piccoli Stati-nazione, e l'invenzione dell'Europa resta un unicum esemplare. Non è dunque l'Europa federale che naufraga periodicamente ma l'Europa dei falsi Stati sovrani: a Parigi, L’Aja, Dublino. Rischia il naufragio anche a Roma, dove un cruciale partito governativo, la Lega, imita il No irlandese (anche se i partiti principali a Dublino erano per la ratifica). La divisione sull'Europa è ben più grave dei contrasti su Afghanistan e Usa nel governo Prodi, non fosse altro perché la disapprovazione di Bush è diffusa in America e nel mondo: l'elogio del «clima più costruttivo» fatto dal Quirinale suona come una critica gratuita a Prodi. I giornali che hanno dilatato per due anni tali contrasti hanno appena accennato all'offensiva leghista contro l'Europa. Una cosa poco promettente è che gli europei sembrano non imparare dalle crisi, nonostante quel che si dice su disastri e colpe felici. I disastri sono istruttivi solo per uomini con forte senso del futuro, del bene comune. Jean Monnet ad esempio diceva che «le crisi sono grandi opportunità»: di rompere col passato, di tentare il nuovo («Nulla è pericoloso come la vittoria», ripeteva). Alla Francia il referendum non ha insegnato molto. Pochi giorni prima del referendum, il ministro degli Esteri Kouchner ha vilipeso, sprezzante, gli irlandesi. Ha facilitato il No: per incompetenza, ignoranza, megalomania francese, come quando Chirac insultò gli europei orientali nel 2003. Comunicare bene e astutamente vuol dire parlar chiaro, ma non a vanvera. In realtà non siamo di fronte a una storia eroica che finisce ma a una grande illusione che continua. L'illusione che gli Stati-nazione possano farcela da soli, in un mondo dove ciascuno dipende dal vicino e dal lontano. L'illusione che sia sovranità autentica, quella che Stati promettono di custodire. Tale sovranità non esiste, l'Irlanda lo conferma. Il militante più potente dei No è un ricchissimo industriale, Declan Ganley, che s'è preparato dal 2007 fondando l'associazione Libertas. Libertas riceve finanziamenti ingenti da neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati - è membro da anni: lo ha ricordato venerdì in un convegno parigino l'europeista liberal-democratico inglese Andrew Duff. Così come la natura, anche l'Unione ha orrore del vuoto. Quando non siamo noi a farla, è fatta da altri: in particolare, da chi teme l'Europa-potenza e vuol estrometterla. Eppure di tutte queste parole false sono tanti a bearsi, compiacendosi del nulla. Chi resiste come Giorgio Napolitano o la Commissione o Sarkozy e la Merkel dice che un'avanguardia deve insistere, e pragmaticamente proseguire le ratifiche. Saggio consiglio, ma tutt'altro che pragmatico. Qui urge ancora un po' d'eroismo. I più determinati oggi non sono gli eroi ma i rinunciatari, i pavidi, gli uomini impagliati di Eliot: «La sanguigna marea s'innalza e ovunque / annega la cerimonia dell'innocenza; / i migliori mancano d'ogni convincimento, / mentre i peggiori son colmi d'appassionata intensità».

 

I medici: dateci più poteri – Flavia Amabile

Sono ancora una volta nella bufera i medici, ora che della vicenda della clinica Santa Rita iniziano ad emergere i dettagli di tutti i rimborsi gonfiati e degli interventi dannosi o letali compiuti solo per denaro. Si sono ritrovati oltre settecento di loro ieri e l’altroieri a Fiuggi per la prima Conferenza sulla loro professione organizzata dalla Fnomceo, la Federazione degli ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, una conferenza per puro caso intitolata «I medici per una buona sanità». Sono nella bufera i medici, dunque, ma saprebbero bene come uscirne se solo ne avessero la possibilità. La loro ricetta è semplice: più autonomia, più poteri ai loro Ordini professionali, leggi che definiscano l’autocontrollo. E poi anche alcune modifiche al codice come l’introduzione del reato di colpa medica o o l’obbligo di risarcimento in caso di danni solo per le strutture ma non per i medici. Che la categoria debba rispondere con forza, lo sa. Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo: «E’ naturale che dopo vicende di questo genere vi siano manifestazioni di insofferenza. Bisogna però usare queste emergenze per capire che sistemi complessi come quelli del mondo della medicina, che valgono centinaia di migliaia di euro, vanno controllati, valutati, altrimenti possono avere la meglio gli opportunismi. Ci sono molti eroi fra i medici ma bisogna tutelarsi dalle poche mele marce». Sergio Bovenga, presidente della Omceo di Grosseto: «Non mi sento sotto accusa, ma sono doppiamente indignato per il danno da cittadino e quello da medico. Nessuno ha voglia di nascondere la polvere sotto il tappeto, ma dobbiamo essere certi che si tratti di polvere e non di altro. Non deve esserci da parte nostra un atteggiamento corporativo perché è interesse di tutti che certi comportamenti vengano smascherati e messi al bando. E’ ora che questo avvenga». Luigi Arru, presidente dell’Ordine dei Medici di Nuoro: «Casi come quello della clinica Santa Rita, se dovesse essere confermato quello che leggo, rappresentano i comportamenti di una minoranza ma sono dannosi perché inquinano il rapporto di fiducia con il paziente. E allora bisogna agire come si è fatto in Gran Bretagna dove è stata realizzata un’indagine e si è scoperto che esisteva una necessità di autogoverno. In Italia a questo punto abbiamo bisogno di strumenti moderni per verificare la qualità della nostra professione senza isterismi. Questi strumenti andranno affidati a un organo professionale o a un organo governativo? Noi pensiamo che debba essere un organo professionale ad occuparsi della autoregolamentazione attraverso strumenti di legge che gliene diano i poteri». Guido Marinoni componente del comitato centrale della Fnomceo: «Come medici abbiamo sentito il dovere di chiedere scusa per quello che è accaduto ma a questo punto chiediamo ordini con poteri più decisi, più forti per fare indagini e decidere anche a prescindere dalla magistratura che a volte per noi è solo un vincolo. Vogliamo poter decidere sanzioni diverse, a volte più punitive, a volte riabilitative, in modo da ristabilire la disciplina». Ordini professionali più forti, dunque, ma non solo. I medici chiedono l’introduzione del reato di colpa medica, presente nei codici penali di tutto il mondo tranne in Italia e Messico. La richiesta è contenuta in uno speciale capitolo dedicato alla questione sicurezza e rischio clinico, si elencano sei aspetti ritenuti fondamentali per migliorare la sicurezza dei cittadini, ma anche la serenità dei medici e degli operatori sanitari in generale, visto che oggi il Servizio Sanitario Nazionale spende per assicurazioni 500 milioni di euro l’anno e la conflittualità fra medico e paziente è in costante aumento. I medici propongono anche di revisionare il sistema di accredito delle strutture pubbliche e private con il Servizio Sanitario Nazionale. In particolare, vorrebbero inserire una valutazione sul personale medico: le qualifiche professionali e la dotazione organica. Per quel che riguarda la responsabilità civile, invece, i medici vogliono liberarsi dall’incubo del risarcimento che li porta a cautelarsi con decine di analisi spesso inutili e costose per il Servizio Sanitario. E quindi prevedono l’obbligo per «le strutture sanitarie e sociosanitarie private accreditate e private autorizzate» di occuparsi «della copertura economica del risarcimento da responsabilità professionale per le attività svolte in conto e per conto delle strutture».

 

E' tornato l'esercito dei rimandati - ANDREA ROSSI e FRANCESCO RIGATELLI

Torino - Sarà come riposizionare le lancette al 1995, ultima estate a imprecare sui libri aspettando l’esame di riparazione: luglio e agosto rovinati, l’esame da sostenere. Stavolta ci sono pure i corsi di recupero da frequentare con tanto di rientro anticipato dalle vacanze. Storia di un’estate in bilico. A Torino e Milano i verdetti sono già arrivati. Roma è in ritardo. A giudicare dai primi dati sugli scrutini il ritorno all’antico non sarà un affare per pochi «somari»: il venticinque per cento si troverà alle prese con la paura della grande beffa, lo stillicidio delle vacanze trascorse alle prese con l’ansia da bocciatura. Arriverà a fine agosto senza sapere ancora se dovrà ripetere l’anno. Proprio come tredici anni fa. Allo storico liceo classico Berchet di Milano su 1082 studenti, 198 dovranno tornare a settembre. Innocenzo Pessina, il preside, conferma la tendenza: «Il nuovo sistema ha fatto sì che si prendessero decisioni nette: i 5-5,5 sono diventati 6, ma chi aveva più di tre debiti è stato bocciato sul serio». Il terrore di essere respinti o rimandati - per davvero, altro che promossi con una sfilza di debiti formativi - sembra aver prodotto risultati. Riccardo Gallarà, preside del liceo scientifico Giordano Bruno di Torino (10% di bocciati e 33% di rimandati), ha il pregio di essere schietto: «Abbiamo insinuato negli studenti una sana dose di strizza, e loro hanno studiato di più, anche se non sempre è servito». Nino Lucchesi, vicepreside dell’istituto Rosa Luxemburg (bocciati 14%, rimandati 25), prova ad articolare il concetto: «Chi aveva due o tre insufficienze sapeva di rischiare grosso. Così si è dato da fare. Le scuole hanno fatto il resto, organizzando corsi di recupero in primavera». Nonostante gli sforzi delle scuole - e i corsi di recupero in primavera - la mannaia è scattata senza appello. Il ritorno all’antico - sbandierato, evocato e spesso impugnato dagli insegnanti come velata minaccia - ha portato uno studente su quattro sulla soglia della bocciatura, senza contare quelli che non dovranno aspettare settembre per conoscere il verdetto perché sono già stati respinti. Difficile dimenticare lo scorso gennaio: la Caporetto della scuola, sette studenti su dieci con almeno un’insufficienza, una media di quattro materie sotto il sei a testa. Sei mesi dopo gli scrutini raccontano un’impennata di bocciature e un bottino consistente di rimandati. Giorgio Rembaudo, presidente dell’Associazione presidi, plaude all’«iniziativa di introdurre il recupero immediato del debito. Ha funzionato, sia come deterrente, sia come sanzione, punendo i meno bravi. Chi, come accadeva spesso, a un certo punto dell’anno abbandonava alcune materie con la certezza di essere comunque promosso, stavolta se ne è ben guardato, oppure l’ha pagata cara». Come quella classe dell’istituto professionale Giulio di Torino: 18 studenti, sette bocciati e sette rimandati. Severità e controllo: «Se fino all’anno scorso i debiti si recuperavano durante l’anno successivo, e spesso non si recuperavano affatto, adesso si dovrà rimediare subito», aggiunge Rembaudo. Dentro o fuori, il ritorno della grande paura. I presidi non esitano ad ammetterlo: a scuola, quest’anno, si è studiato di più. «Nel questionario di fine anno» racconta Camillo Di Menna, preside dell’istituto Steiner di Torino (sedici per cento di rimandati) «i ragazzi hanno scritto di aver trascorso sui libri un’ora in più al giorno rispetto all’anno scolastico precedente». A giudicare dai primi dati sugli scrutini non sembra essere servito a tutti.

 

Corsera – 15.6.08

 

Scuola, il tabù dei concorsi - FRANCESCO GIAVAZZI

Ha fatto bene il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, a porre la questione della motivazione, anche economica, degli insegnanti. Nessuna azienda privata penserebbe mai di aver successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il loro lavoro. Tanto meno la scuola che ha il compito di formare il capitale umano e sociale (cioè insegnare le regole di una convivenza civile), beni che non si producono senza motivazione, dedizione, orgoglio per il proprio mestiere. Sono pagati troppo poco i nostri insegnanti? A Milano forse sì, a Noto, dove la vita costa la metà, non so. Ma se gli stipendi fossero davvero così bassi, perché ci sono le code ai concorsi, perché cinquantamila precari premono per essere assunti nella scuola anziché cercare lavoro altrove? La realtà è che la scuola oggi offre un contratto perverso: un salario modesto in cambio di nessun controllo, neppure se l'insegnante è evidentemente incapace, neppure se passa da una assenza per malattia all'altra. Gli ottimi insegnanti, e sono moltissimi, in particolare negli asili e nelle scuole elementari, non lo sono per effetto di un sistema di incentivi ben disegnato. Sono semplicemente dei «santi». Questo, ognuno lo vede, non può essere il criterio sul quale fondare un sistema scolastico. Prima ancora di affrontare il problema dei criteri con i quali determinare le retribuzioni degli insegnanti, la scuola deve chiedersi se il modo in cui oggi li assume sia adatto a selezionare gli insegnanti migliori. Perché se si assumono le persone sbagliate non c'è alcun sistema di valutazione capace di rimediare a quell’errore. Persino le aziende di modesta dimensione oggi dedicano grande attenzione alla selezione del personale; e la scuola invece che fa? Si affida ai concorsi pubblici, un sistema palesemente incapace di evitare l'assunzione di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. In un concorso pubblico chi sceglie, cioè la commissione preposta al concorso, non subisce le conseguenze di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi i commissari si limitano alla verifica dei requisiti formali, non si chiedono se il candidato sia adatto all'insegnamento, tanto meno all'insegnamento in una particolare scuola - né d'altronde potrebbero, dato che lo stesso vincitore è assegnato indifferentemente ad una scuola media di un quartiere ad alta immigrazione e difficili problemi di integrazione, o ad un liceo scientifico sperimentale in cui si insegna matematica avanzata. Il primo passo per una riforma della scuola è quindi l'abbandono dei concorsi pubblici e la loro sostituzione con un sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze di un'eventuale decisione sbagliata, in primo luogo i presidi di ciascuna scuola. Come ha scritto Andrea Ichino su www.lavoce.info , il maggior limite del Libro Bianco sulla Scuola pubblicato dal governo Prodi è la sua reticenza sui concorsi, frutto di un'ideologia che fa fatica ad accettare che gli incentivi, il «mercato» possano funzionare meglio dello Stato. Spero che il nuovo ministro sia più coraggioso. Chiamiamoli pure concorsi locali, stabiliamo pure alcuni requisiti formali, ma lasciamo spazio ad una valutazione discrezionale da parte del preside; se vuole offrire un corso di biologia deve poter assumere, magari a tempo parziale, un dottorando biologo, non essere costretto ad accettare il primo della graduatoria che ha raggiunto quel posto solo per anzianità. Oltre ai casi di negligenza e assenteismo, anche un insegnante che si limita alla noiosa routine quotidiana crea un danno irreparabile perché viene meno al suo compito di formare un cittadino responsabile. Un bravo preside deve saper scoprire se il candidato sia un buon insegnante, talento che non tutti hanno in egual misura e che nessuna scuola di formazione professionale può insegnarti se non lo possiedi. Concorsi locali si svolgono da alcuni anni nell'Università, con risultati disastrosi. Ma l'errore, nell'Università, non è stata l'abolizione dei concorsi nazionali e la loro sostituzione con concorsi locali. L'errore è non aver accompagnato questa riforma con un serio sistema di valutazione. I presidi di scuola e le facoltà devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto nell'Università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi. La selezione e i poteri dei presidi devono evidentemente cambiare. Oggi i dirigenti scolastici sono di frequente burocrati senza potere: non è quindi sorprendente che siano spesso scadenti. Stabilizzare cinquantamila insegnanti precari, come il ministero si appresta a fare, è un errore che avrebbe conseguenze irreparabili sulla scuola. Magari sono tutti ottimi insegnanti, ciascuno il più adatto per la scuola in cui insegna, ma questo deve essere deciso dai presidi, non dall'automatismo delle graduatorie. La valutazione (obbligatoria per tutte le scuole, non effettuata a campione su poche scuole) è complemento essenziale dell'abolizione dei concorsi. Ma valutare le scuole senza averle prima poste nella condizione di scegliere i propri insegnanti non ha alcun senso. Né ha senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggior flessibilità nei percorsi di studio. Siamo davvero sicuri che il ministro o una commissione ministeriale siano capaci di scegliere i programmi migliori? Non funzionerebbe meglio - come dimostra l'esperienza dei Paesi anglosassoni e scandinavi — un sistema nel quale gli insegnanti, investiti della responsabilità di progettare i loro corsi, decidano che cosa insegnare e in che sequenza? Percorsi differenziati valorizzano la professionalità degli insegnanti. Introducono anche un po' di concorrenza fra le scuole e richiedono che le famiglie si informino sui percorsi offerti dalle varie scuole e sulla loro qualità. Allo Stato rimane il compito di valutare ex post . Oggi invece accade l'esatto contrario: nessuna autonomia degli insegnanti e nessuna, o quasi, valutazione conseguente. Il risultato sono i test PISA dai quali le scuole italiane (con importanti eccezioni, come le scuole del Trentino Alto Adige, della Valle d'Aosta e di alcune province lombarde) emergono fra le peggiori d'Europa. Ma la valutazione non basta, neppure se accompagnata da forti incentivi alle scuole migliori. Per essere efficace l'informazione sulla qualità deve essere disponibile alle famiglie e queste devono poter scegliere in che scuola iscrivere i propri figli. Il sistema dei «buoni scuola» che una famiglia può spendere nell’istituto che preferisce, pubblico o privato, può funzionare, purché accompagnato da verifiche indipendenti e severe. Altrimenti, come è accaduto in alcune regioni durante le esperienze effettuate dal ministro Moratti, i «buoni» sono solo un regalo alle scuole private che promettono facili promozioni (vedi Tullio Jappelli e Daniele Checchi su www.lavoce.info). Questa settimana il governo approverà un progetto triennale per i conti pubblici. Come sempre accade in queste occasioni, i vincoli di spesa imposti dal ministro dell'Economia si scontrano con i programmi dei suoi colleghi, in primis del ministro dell'Istruzione, dal quale dipende quasi la metà di tutti i dipendenti pubblici.


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