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Allarme da ex ispettore Onu: bomba atomica in mano a contrabbandieri

La Stampa – 16.6.08

 

Allarme da ex ispettore Onu: bomba atomica in mano a contrabbandieri

WASHINGTON - Una rete di contrabbando internazionale, che vendette componenti di ordigni a Libia, Iran e Corea del Nord, è riuscita inoltre ad acquisire progetti per una sofisticata arma nucleare. Lo ha indicato - come riporta il Washington Post - nella bozza di un rapporto David Albright, ex ispettore delle Nazioni Unite. Nel documento si è ipotizzato che i programmi possano essere stati segretamente condivisi con alcuni Paesi o gruppi ribelli. Gli schizzi, scoperti nel 2006 in un pc di proprietà di un imprenditore svizzero, comprendevano dettagli essenziali per la costruzione di un dispositivo nucleare compatto adatto a un tipo di missile balistico utilizzato dall’Iran e più di una decina di Paesi in via di sviluppo. Il contenuto del computer, oltre mille gigabyte di dati sequestrati, è stato recentemente distrutto dalle autorità svizzere sotto la supervisione dell’Aiea (agenzia internazionale per l’energia atomica), che sta indagando sull’ormai sciolta rete di contrabbando precedentemente guidata dallo scienziato pachistano Abdul Qadeer Khan. Le autorità Onu, ha spiegato Albright, non possono tuttavia escludere che i programmi siano stati condivisi con altri prima della loro scoperta. «Questi progetti per armi nucleari sofisticate potrebbero essere stati venduti, tempo fa, ad alcuni dei più infidi regimi del mondo», ha scritto l’ex ispettore nel suo rapporto, del quale il Washington Post ha ottenuto una copia. L’organizzazione di A.Q. Khan fornì in passato alla Libia informazioni sulla progettazione della bomba atomica. Ma i progetti scoperti nel 2006 sono decisamente più preoccupanti, è l’allarme lanciato da Albright. Mentre a Tripoli furono passati piani per un’arma obsoleta e relativamente poco sofisticata, questi nuovi progetti danno indicazioni su un ordigno compatto.

 

Arabia Saudita promette: "Vi daremo più barili"

ROMA - Schiarita sui prezzi del petrolio dall'’Arabia Saudita, che si dice pronta ad offrire altri 200 mila barili rispetto alla sua quota di produzione di greggio per fare da calmiere. Un livello più che raddoppiato nell’arco di un anno, ormai considerato «anormale» dallo stesso Re Abdullah, come ha riferito il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon. Ad appena ventiquattro ore dalla conclusione del G8 finanziario di Osaka, che ha invitato i paesi produttori ad un maggiore sforzo in termini di offerta, arrivano le prime conferme ai rumors che fin da ieri volevano i sauditi pronti al passo. Un funzionario dell’Opec ha oggi indicato come possibile data dell’annuncio il 22 giugno, in occasione della riunione dei paesi del cartello in programma a Gedda. La mossa dei sauditi, se verrà confermata nei fatti, potrebbe portare ad un incremento di produzione stimato dai mercati intorno al mezzo milione di barili al giorno, dopo che la stessa Arabia Saudita lo scorso mese aveva già stabilito a partire da giugno una produzione addizionale di 300.000 barili per soddisfare la domanda crescente. Un secco uno-due che porterebbe Riad alla soglia record dei 10 milioni di barili prodotti al giorno e farebbe probabilmente chiarezza su una serie di interrogativi che contribuiscono a mantenere squilibrato il mercato. Dirsi pronti a fare tutto quello che è «in nostro potere per ricondurre i prezzi a livelli ragionevoli», come ha fatto il Re Abdullah, equivale a fugare i dubbi di quanti fra operatori e analisti non attribuiscono all’Arabia la capacità tecnica di spingere la propria produzione a livelli mai testati. Toccare il ritmo dei 10 milioni di barili «sarebbe quindi sufficiente a calmare l’umore dei mercati nel breve periodo» - come spiega Raja Kiwan, un analista di Pfc Energy interpellato da Bloomberg - ma gli altri membri dell’Opec potrebbero chiedersi cosa succederebbe nella seconda metà dell’anno, quando l’evoluzione delle situazioni in atto potrebbe raffreddare la tendenza dei prezzi. La mossa saudita potrebbe in altri termini «sparigliare» le le dinamiche in atto sul mercato, separando il peso della speculazione denunciato anche dai ministri del G8, dall’effetto reale della domanda crescente nella formazione del prezzo. Lo stesso Abdullah ha rilevato «che i prezzi del petrolio sono elevati in modo anormale a causa di motivi speculativi e della politica di alcuni Governi». Una nuova ondata di greggio sul mercato con conseguente calo dei prezzi potrebbe quindi togliere fiato alla speculazione.

 

"Voglio Osama prima di andare in pensione" - Maurizio Molinari

LONDRA - George W. Bush vuole mettere le mani su Osama bin Laden prima di lasciare la Casa Bianca e segue da vicino la caccia all’uomo dell’intelligence, ricevendo dettagliati aggiornamenti ogni giovedì mattina nello Studio Ovale dal capo della Cia Mike Hayden. Alla fine della presidenza mancano poco più di sei mesi e Bush nelle tappe dell’ultimo viaggio europeo ha parlato spesso della pensione in arrivo, sempre facendo ricorso all’humour. Nel castello di Brdo ha detto che progetta viaggi da turista «nell’angolo di paradiso sloveno», a Villa Madama ha discusso con Silvio Berlusconi l’ipotesi di recarsi in Italia per cicli di conferenze sulla democrazia nella nascitura «Università del pensiero liberale» e nel Salone delle Feste dell’Eliseo ha scherzato sul fatto che gli eccessivi plausi ricevuti da Nicolas Sarzoky «assomigliano al mio necrologio». Sarcasmo e autoironia hanno tradito il nervosismo di un presidente arrivato al termine del secondo mandato con la preoccupazione di sapere come sarà ricordato dai posteri: se per essere riuscito a rendere l’America più sicura dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 oppure per aver invaso l’Iraq nel 2003 con la motivazione delle armi di distruzione di massa rivelatasi poi infondata. Il «Times» di Londra aggiunge ora un tassello allo stato d’animo di George W. Bush svelando che dietro l’humour ci sarebbe la tensione di chi vuole mettere ad ogni costo le mani su Osama bin Laden prima di andare in pensione, al fine di entrare negli annali come il Presidente che ha messo ko l’ideatore del blitz dell’11 settembre in cui morirono quasi tremila persone. A confermare la determinazione del Presidente a voler chiudere il match con Obama entro il 20 gennaio 2009 - quando si insedierà il successore alla Casa Bianca - sarebbe l’accordo siglato Washington e Londra per impiegare le migliori unità speciali anti-terrorismo in una caccia all’uomo congiunta che si svolge nelle aree tribali del Pakistan dove si presume si trovino tanto il leader di Al Qaeda che il vice egiziano, l’ideologo della Jihad islamica Ayman al-Zawahiri. A guidare le operazioni sarebbero i reparti della Delta Force americana e i Royal Marines britannici del «Special Boat Service», affiancati dal «Special Reconnaissance Regiment» ovvero i «commandos globali» di Sua Maestà, appositamente creati nel 2005 nell’accademia di Sandhurst per dare la caccia ad Al Qaeda e di base nell’impenetrabile quartier generale delle forze speciali Hereford. La ricostruzione del «Times», che cita concordanti fonti di intelligence dei due Paesi, è minuziosa: il governo Islamabad ha dato luce verde alle operazioni sul territorio nazionale ponendo fine al divieto tanto a lungo difeso; agenti speciali britannici e americani perlustrano senza sosta le zone dove si annidano miliziani e fiancheggiatori di Al Qaeda; lo schema operativo prevede incursori e vedette sul territorio che appena individuano possibili obiettivi chiamano in azione i droni Predator e Reaper per lanciare missili Hellfire in grado di colpire l’obiettivo da molte miglia di distanza con un margine di errore inferiore a trenta metri. A manovrare i droni sono i piloti dell’Us Air Force da basi militari sulla Costa Occidentale degli Stati Uniti mentre sul territorio pakistano i più abili sono i Royal Marines, che hanno alle spalle quella conoscenza dell’impervio territorio ex coloniale che manca agli americani. Lo scenario della serrata caccia al leader di Al Qaeda è assai ampio: il Waziristan del Nord, l’area tribale di Bajaur nel Nord-Ovest del Pakistan e popolose città come Quetta sono oggetto di «missioni di riconoscimento» di numero e intensità tali da far ricordare quanto avvenne contro le guerriglie filo-vietcong in Laos e Cambogia ai tempi della guerra in Vietnam. Finora i risultati sono stati assai scarsi: se è vero che negli ultimi mesi i droni del Pentagono hanno più volte lanciato missili in Pakistan, gli errori hanno superato i successi come dimostra quanto avvenuto la scorsa settimana vicino a Peshawar quando un missile Hellfire lanciato contro un presunto gruppo di miliziani di Al Qaeda ha ucciso undici soldati pakistani causando le dure proteste di Islamabad. A ciò bisogna aggiungere le recenti indiscrezioni sulla fuga di Bin Laden, avvenuta forse per tempo sulle pendici del K2 al fine di evadere il prevedibile ultimo tentativo di Bush di consegnare alla giustizia «vivo o morto» il terrorista sul cui capo pende una taglia da 25 milioni di dollari. A confermare che George W. sta mettendo sotto pressione l’intelligence per chiudere la pratica-Osama è stato Stephen Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale, parlando sull’Air Force One in volo da Parigi a Londra. «Il direttore della Cia Mike Hayden viene nello Studio Ovale ogni giovedì mattina per aggiornare il Presidente sulle operazioni che si stanno svolgendo nell’ambito del tentativo iniziato dopo l’11 settembre per prendere Bin Laden - ha detto Hadley - e in ogni singola occasione chiede notizie su Osama e Al Zawahiri». E poiché giovedì scorso Bush era a Roma deve aver ricevuto il briefing di Hyden a Villa Taverna, forse con un collegamento tv protetto dagli Usa.

 

A Huntsville, capitale della pena di morte - NICOLAS BOURCIER

HUNTSVILLE - Evento mediatico Per otto mesi le esecuzioni negli Stati Uniti sono state sospese mentre la Corte Suprema esaminava la costituzionalità dell’iniezione letale. Il 14 aprile i giudici si sono espressi in senso positivo. La prima esecuzione è stata effettuata in Georgia il 6 maggio. Huntsville l’ha seguita mercoledì 11 giugno. Proteste sparute Gli attivisti contro la pena di morte si radunano davanti alla prigione The Walls. Di solito una mezza dozzina. L’80% dei texani è favorevole alla pena capitale. A Huntsville ci sono più di 5000 guardie e il sistema penitenziario dà lavoro a una famiglia su due, praticamente tutti.Alla fine la morte si è ripresa il suo spazio. Mercoledì 11 giugno le esecuzioni sono riprese a Huntsville, in Texas. Le famiglie del condannato e della sua vittima lasciano il complesso penitenziario e si dirigono verso le macchine, a parcheggio. Un pugno di attivisti contro la pena di morte spegne le candele. Sono le 18 passate da qualche minuto e Karl Chamberlain, arrestato una decina di anni fa per lo stupro e l’omicidio di una giovane donna, è stato appena giustiziato. La cittadina di questo Sud profondo degli Stati Uniti ha ritrovato le sue abitudini. Per otto mesi, la camera della morte del Texas, al cuore di questa città di villette, aveva sospeso la sua attività. Otto lunghi mesi durante i quali la Corte Suprema aveva imposto una moratoria e aveva esaminato a fondo la costituzionalità del metodo di esecuzione per iniezione letale. Il 14 aprile, il responso: il metodo è conforme alla Costituzione. La Georgia è stata la prima a prendere atto della decisione e ha ripreso le esecuzioni il 6 maggio. Il Mississippi l’ha seguita il 21, poi la Virginia il 27. E ora il Texas, a Huntsville, epicentro delle esecuzioni dello Stato più attivo per quanto riguarda la pena di morte. È qui, in questa prigione enorme, in mattoni rossi, chiama The Walls, piantata davanti alla sede dell’amministrazione penitenziaria dello Stato, che i condannati alla pena capitale dalle corti del Texas sono giustiziati. Qui, in un rituale immutabile, il giorno dell’esecuzione, sono trasferiti con una camionetta, verso mezzogiorno, dalla prigione di Livingstone, a una trentina di chilometri. Ventisei sono stati messi a morte nel 2007, 406 dal ripristino della pena capitale negli Usa, nel 1976. Col tempo, la piccola Huntsville è diventata la capitale dell’industria carceraria: 22 mila abitanti e 15 mila prigionieri. Sette case circondariali. Altre due in costruzione. A Prison City, come è chiamata, una famiglia su due ha almeno una persona che lavora per il sistema penitenziario. Ci sono 5 mila guardie carcerarie in attività. Nonostante il caldo, gli abitanti di Huntsville non indossano mai abiti bianchi, per non essere confusi con i detenuti. Li si incrocia dappertutto, agli angoli delle strade, sui prati, nei giardini, vestiti di bianco dalla testa ai piedi; piccoli gruppi, in pieno giorno, riparano, puliscono, potano, falciano. Alle 11, una colonna di prigionieri viene liberata. Tutti passano da The Walls, nel centro della città. Un balletto quotidiano. Grappoli di ex detenuti, un sacchetto di plastica come unico bagaglio, si dirigono meccanicamente verso la stazione degli autobus, accompagnati da un parente, un amico, dei bambini. L’amministrazione di Huntsville gestisce 100 mila persone in libertà condizionale, più del triplo in libertà sorvegliata. Con il 60 per cento di esecuzioni americane effettuate in questo edificio nel 2007, Huntsville è la città dove si concentra il più grande numero di condannati di tutto l’Occidente. Un’ora prima dell’esecuzione, verso le 17, un piccolo gruppo di attivisti si piazza una davanti alla porta d’ingresso di The Walls. Saranno una mezza dozzina. Quasi sempre gli stessi. Un paio di signore anziane. Un paio di studenti, a volte un giornalista. E Tennis Longmire. È lui che i media vengono a intervistare prima delle esecuzioni importanti. Questo professore di criminologia è la memoria dei luoghi e la cattiva coscienza del sistema. Cattolico fervente, trova il tempo, da qualche anno, di venire qui con il suo rosario e la sua candela. Una volta una donna gli ha sputato addosso. Di solito gli tocca qualche insulto. «La gente vuol credere che la pena di morte ha un effetto dissuasivo - dice - Qui dà lavoro e fa andare il sistema». Secondo i sondaggio il numero di persone a favore della pena di morte è diminuito leggermente negli Stati Uniti, ma resta all'80 per cento in Texas. E ancor più a Huntsville. Carroll Pickett, cappellano per quindici anni a Huntsville, si è trasferito da poco a Lake Conroe, a una cinquantina di chilometri. L’uomo è cambiato. Dice di aver assistito 95 condannati. Tutte le volte ha pregato con loro, ascoltato le loro ultime parole, osservato come il liquido letale entrava nelle loro vene. Una volte era convinto che la pena di morte era giusta, credeva che «ogni uomo avesse diritto a morire con un amico». Con la sua voce bassa e dolce, alla fine ammette che la pena di morte non serve «né alla giustizia né alla morale. Il sistema non funziona. Le esecuzioni non fanno diminuire la criminalità e le sentenze sono applicate in modo ingiusto». Alle sette di sera le macchine dei parenti della vittima e del condannato giustiziato lasciano la prigione. Le guardie sembrano immobili nelle loro altane. Le strade di Huntsville sono deserte. La prossima esecuzione è prevista per domani, martedì 17 giugno. Alla stessa ora.

 

Manovra, le tre mosse a sorpresa di Tremonti - ROBERTO GIOVANNINI

ROMA - Mancano ormai poche ore al varo del massiccio pacchetto di provvedimenti da parte del Consiglio dei ministri di domani. La manovra sarà triennale, e il governo ne anticiperà una fetta consistente: energia, tasse sui petrolieri, dismissioni e liberalizzazioni, lavoro. Ma tra le novità dell’ultim’ora si fanno strada tre interventi che faranno discutere: un nuovo drastico giro di vite sulle invalidità civili, l’abolizione delle Comunità Montane, la sospensione (in vista di una riscrittura, almeno così dice l’Esecutivo) della class action. Erano almeno due-tre anni che non si tornava a mettere mano al settore delle pensioni di invalidità civile, che negli anni ‘70 e ‘80 proliferarono in modo davvero impressionante dando vita a una montagna di abusi. Parliamo delle pensioni - di natura assistenziale, e non di origine previdenziale ed erogate dall’Inps - a cui hanno diritto i cittadini con redditi insufficienti e una riduzione della capacità di lavoro totale o parziale: ciechi, sordomuti, e così via. Un tempo queste pensioni venivano erogate senza formalità e controlli: di qui i casi di interi Comuni (soprattutto delle Regioni più povere del Sud) con il 30% (a volte più) di «invalidi civili». Di qui i casi di «mutilati» pescati a giocare a calcio, sordi trovati ad ascoltare la radio, ciechi pizzicati a consultare le pagelle delle partite di serie A. Di qui i casi di «invalidi» premiati dal prefetto - cioè dal ministero degli Interni - solo perché inseriti nelle clientele democristiane giuste. Poi le crisi di finanza pubblica imposero ripetuti giri di vite e soprattutto cambiamenti nelle procedure di assegnazione: oggi sono le Regioni a riconoscere formalmente l’invalidità, attraverso commissioni mediche presso le Asl, e poi l’Inps eroga mensilmente l’assegno. Oltre alle invalidità, bisogna considerare altre prestazioni simili, come le indennità di accompagnamento. Non si tratta di somme imponenti: in media, gli assegni di invalidità civile ammontano a 4.333,94 euro l’anno. Soltanto che i beneficiari sono ancora moltissimi: in tutta Italia, nel 2005 erano 2.668.540 (980.000 al Nord, 520.000 al Centro, 1.168.000 al Sud e Isole). Risultato, sempre nel 2005 per questa voce sono stati spesi ben 11 miliardi e mezzo. Erano circa 6 nel 2000, dovrebbero essere cresciuti a quota 13 miliardi secondo le previsioni 2008. Il governo intende metterci le mani e - possibilmente - risparmiare, visto che c’è la convinzione che nelle pieghe del meccanismo di concessione e controllo (spezzettato tra troppe istituzioni) alla fine scappino troppi «non invalidi». La seconda novità riguarda le Comunità Montane, le cui ore - a quanto pare - sono ormai segnate. Nel quadro di un ampio pacchetto di tagli e liberalizzazioni che investiranno gli Enti locali (a cominciare dal settore dei servizi pubblici) sembra ormai presa la decisione di cancellare del tutto - o far morire indirettamente - le aggregazioni di Comuni in montagna. Un obiettivo già perseguito dal governo Prodi, che dovette fare marcia indietro, e che però stavolta sembra alla portata. In ballo c’è un risparmio di circa 150 milioni, che potrebbe essere raggiunto in due modi. Con una secca abolizione delle Comunità Montane, che dovrebbero devolvere le loro funzioni a Consorzi o Unioni volontarie di Comuni, che le svolgerebbero «volontariamente» e senza spese di funzionamento. Oppure, abolendo le paghe per gli amministratori delle Comunità, facendole morire per così dire per inedia. Infine, in ballo c’è la sospensione dell’entrata in azione delle class action, ovvero il sistema di cause civili collettive con cui i cittadini nei sistemi legali anglosassoni agiscono contro un’impresa. Nei palazzi di governo si afferma che in realtà l’obiettivo è quello di ridefinire una norma - quella del governo Prodi - scritta male e da rivedere, peraltro ampliandola anche al settore pubblico. Vedremo.

 

E a Napoli si apre la voragine dei cellulari - FULVIO MILONE

NAPOLI - Le dita più leste di Palazzo San Giacomo non temono rivali. Hanno pigiato a velocità supersonica i tasti del telefonino fra la stupefatta ammirazione dei colleghi e la costernazione dei contabili del Comune, che hanno calcolato per quel cellulare una spesa di 7.500 euro in sole 48 ore. Il Guinness del consigliere municipale più «logorroico» di Napoli, e probabilmente d’Italia se non d’Europa, tocca a un esponente del Pd, ex margherita. Ma è solo la punta del classico iceberg che la Guardia di Finanza sta mettendo a nudo in tutta la sua enormità. L’indagine sollecitata da una denuncia dello stesso Comune è di quelle davvero imbarazzanti per una pubblica amministrazione. I consiglieri Comunali danno libero sfogo alla loro voglia di comunicare, ma naturalmente lo fanno con i cellulari di servizio, spendendo circa 300mila euro all’anno. Con le bollette per la telefonia fissa, il Comune arriva a spendere in tutto la considerevole somma di 3 milioni e mezzo. Al sindaco Iervolino e agli assessori, che tutto sommato spendono poco, fanno da contraltare legioni di politici il cui unico problema pare sia quello di smanettare per scrivere sms, chiacchierare con chiunque e poi ancora smanettare. Il consigliere dalle conversazioni eterne, quello che ha raggiunto il record di 7.500 euro in due giorni, è in buona compagnia. Molti suoi emuli sono costati all’ufficio cassa 4.000 euro a bimestre: non poco, anche se quasi niente in confronto al primo della lista. I più parchi, ad ogni modo, non scendono sotto gli 800 euro ogni due mesi. L’indagine della Guardia di Finanza è cominciata il 10 giugno e, come spesso accade in questi casi, era concentrata su un altro scandalo, quello dei computer usati da buona parte dei 12.500 pubblici dipendenti per esplorare siti porno o entrare nei portali per le scommesse sportive. Il fenomeno è risultato tanto diffuso da avere indotto la Iervolino a disporre il blocco della navigazione libera per tutti, giunta compresi. E’ seguita una denuncia alla Guardia di Finanza che si è subito messa in moto. Scoprendo, così, ben altri sprechi, cioè quelli provocati dalla valanga di telefonate partite dai cellulari di servizio. I costi per la telefonia mobile del Comune di Napoli ammontano a 600 mila euro l’anno. I cellulari con la linea «free», cioè senza limitazioni, sono 900, 60 dei quali assegnati ai consiglieri municipali. Gli altri telefonini hanno linee limitate alla comunicazione con la rete del Comune. Com’è possibile, dunque, che la spesa sia tanto alta da assorbire per i soli consiglieri addirittura il 55 per cento di quei famosi 600 mila euro? La risposta è piuttosto semplice, il meccanismo diabolico nella sua banalità. Si è scoperto innanzitutto che nel database del Comune sono stati archiviati 15 mila numeri telefonici, gran parte dei quali segnalati dagli stessi consiglieri che, «passando» attraverso il centralino, parlano tranquillamente a sbafo. Altro trucchetto, il codice di sblocco: il sospetto, per il momento solo un’ipotesi, è che qualche «talpa» alle dipendenze dei gestori telefonici lo abbia rivelato, consentendo così di «liberare» le linee soggette alla limitazione. Le indagini della Guardia di Finanza sono ancora in corso. L’amministrazione del Comune, dal canto suo, si è rifiutata di pagare le ultime bollette d’oro in attesa che l’inchiesta faccia il suo corso. L’assessore alle risorse strategiche, Enrico Cardillo, ha già chiesto ai legali di agire contro i gestori telefonici, chiedendo per loro una multa record da due milioni di euro nel caso siano stati davvero forniti ai consiglieri chiacchieroni i codici di sblocco dei cellulari.

 

"La democrazia? Meglio i soviet" - CLAUDIO SABELLI FIORETTI

Un giorno ha voluto spiegare perché non possiamo essere cristiani. Il libro ha venduto 200 mila copie. Piergiorgio Odifreddi ci ha preso gusto e ha cominciato la serie del matematico, "impertinente" prima e "impenitente" dopo, sempre a colpi di 100 mila copie. Ateo, laico, anticlericale, sostanzialmente mangiapreti, nonostante quattro anni di seminario, o forse proprio per quello, Odifreddi l'ho incontrato in Spagna, sul Camino de Santiago de Compostela. Roba seria per pellegrini credenti. Impenitente, che ci fai qui? «Sono stato sull'Himalaya. Ho fatto i pellegrinaggi indu. Camminare nei campi ti mette in sintonia con te stesso». E un libro sul Camino? «Lo faremo io e Sergio Valzania, il direttore di Radio2 e Radio3. Si chiamerà La via lattea, da Buñuel naturalmente. L'impenitente e il credente camminano insieme e dibattono». Chi ha vinto? «Valzania è un muro di gomma. Qualunque cosa tu gli dica è sempre la dimostrazione dell'esistenza di Dio». Ha vinto il credente, quindi… «Valzania crede di credere perché chiude gli occhi davanti alla realtà. Persone strutturate intellettualmente come lui non possono essere dei credenti». La fede è roba per gente semplice? «Einstein, nell'ultima fase della sua vita, scrisse: "La religione è una superstizione infantile"». Einstein ha sempre detto di avere uno spirito religioso… «Ma anch'io ce l'ho. Se non si crede ad un universo ordinato è inutile fare lo scienziato». Quindi lo scienziato crede. «Crede all'opposto dei dogmi ai quali dice di credere Valzania, tipo verginità della Madonna». Basta religione. Politica. La matematica può aiutare il buon governo? «C'è il teorema dell'impossibilità, valso a Kenneth Arrow il premio Nobel per l'economia. Dice in sostanza che la democrazia non esiste. C'è il paradosso di Condorcet: nel 1976 negli Usa Carter vinse contro Ford, ma Ford aveva vinto contro Reagan. E secondo i sondaggi Reagan avrebbe vinto contro Carter. Chi doveva fare il presidente?» Ricordi? La democrazia non è un sistema perfetto ma è il migliore. «Non ne sono sicuro: il sistema democratico è di tre secoli fa, è anacronistico. Oggi abbiamo mezzi elettronici. Oggi il governo dovrebbe limitarsi a fare ordinaria amministrazione». E per i grandi temi? «Ridi se vuoi. Però il sistema dei soviet era più moderno». Rido. «I soviet erano come le corporazioni. Tu potevi far parte di tanti soviet perché eri contemporaneamente giornalista, filatelico, letterato… Potevi delegare tutto a una sola persona?». Come spieghi il successo della destra alle elezioni? «Gli italiani sono sempre stati di destra. I proletari oggi non votano». Come sarebbe a dire? «Albanesi, marocchini, rumeni non votano. I proletari italiani sono diventati borghesi». Sembrava che tu volessi scendere in campo. «Mi chiamò Veltroni quando nacque il Pd. Ma io sono di sinistra e il Pd è una ricostruzione della Dc". E allora? «Ho pensato: se uno entra nel Pd riesce a fare qualche cosa». E sei entrato… «Mi sono sentito subito a disagio. Mi misero nella commissione valori. Cento persone. Accanto a me era seduta la Binetti». Col cilicio. «La Binetti è molto gentile. Ma è un'integralista. E poi, diciamolo ma non lo scrivere: è una che non ha mai avuto un uomo, è dell'Opus Dei, vive in una comunità di donne, il suo stipendio lo devolve interamente all'Opus Dei. Però…» Però? «Preferisco lei a Veltroni. Lei è una che ha dei principi. Veltroni non sai che cosa vuole. E alla fine ti frega». Ha fregato anche te? «C'erano troppi dc nel Pd. Ho chiesto a Veltroni di prendere posizione. Lui ha parlato della funzione pubblica della religione. E allora me ne sono andato». Di molti dc si diceva che erano laici… «Si dice che De Gasperi fosse laico perché talvolta rifiutava di obbedire agli ordini di Pio XII. E pensa ad Andreotti». Cossiga dice che rappresenta il Vaticano in Italia. «Dice anche: "Andreotti è convinto che la storia la faccia Dio". Ma Cossiga è un tipo strano… è massone…». Lui nega di essere massone. «Gli iscritti alle logge segrete negano di essere massoni. Credimi, Cossiga è massone». I politici italiani stanno scoprendo la religiosità… «Ma anche Ferrara. E Magdi Cristiano. Vallo a capire. Dicono che sia diventato cattolico dopo aver letto il Corano. Ma io ho letto la Bibbia e non sono diventato islamico». I campioni del laicismo? «Non ne conosco. Quando si è votata l'esenzione dall'Ici per la Chiesa, era il governo Prodi, ci sono stati solo sei voti contro. Dov'erano i cosiddetti laici?» Prodi odiato da Ruini. «Quando Prodi fu eletto nel 2006 disse: "Faremo pagare l'Ici alla Chiesa". Io pensai: "Finalmente un cattolico adulto". Poi fece una legge che esentava dall'Ici definitivamente tutti gli enti che non sono esclusivamente a scopo di lucro. Cioè: basta avere una cappelletta e non paghi l'Ici». La sinistra è scomparsa. «L'unico successo di Veltroni. Hanno appeso un cartello in Campidoglio: "Veltroni santo subito". Ha fatto il Pd e ha fatto cadere Prodi. Si è presentato da solo e ha fatto vincere Berlusconi. Ha presentato Rutelli e ha fatto vincere Alemanno». Tutte le volte che Zapatero vince, Veltroni dice: "Abbiamo vinto". «Col cavolo che "abbiamo vinto". Veltroni è l'antitesi di Zapatero. E' un vecchio democristiano di sinistra. Un vecchio socialdemocratico di destra». Chi segue gli insegnamenti della Chiesa oggi? «Nessuno. Cattolici fondamentalisti convivono con le loro compagne senza essere sposati. E solo il 30 per cento va a messa». Veltroni ti ha definito "la versione caricaturale della laicità"… «E lui se ne è andato a prendere schiaffi dal Papa il quale gli ha fatto la predica e alla fine ha anche battuto cassa per le scuole religiose. Vergognoso». Veltroni ha anche detto che la Chiesa non fa ingerenze ma sollecitazioni… «Beato lui. Se pensi al referendum sulla procreazione assistita… La Chiesa "sollecitò" l'indicazione di "non voto". Andreotti disse: "Io ci andrei a votare, ma se lo dice Ruini non ci vado"». Tu sei comunista? «Credo di esserlo. Mi piace un sistema statalista, governato dal centro». Non ha dato grande prova di sé… «I sovietici erano all'avanguardia rispetto ai tempi. Avrebbero avuto bisogno di mezzi informatici altamente avanzati». Tu hai detto che gli scienziati sono gli unici che difendono la laicità... «Scrivere libri contro la religione dovrebbe essere il lavoro dei filosofi. Ma in Italia non ci sono filosofi laici…» Vattimo? «Vattimo recita il breviario tutti i giorni». Cacciari? «E' un papista». Lui ti chiama "il sedicente laico"… «Ha ragione. Io non sono laico se laico è lui». Ci sono anche scienziati credenti… «Ma scienziati che non accettino il darwinismo non ce ne sono. O meglio ce n'è uno, Zichichi, che non è il massimo. Il fatto che lui non creda al darwinismo è un ottimo motivo per crederci». Tu hai scritto che la Bibbia che è piena di sciocchezze. «Quando ho letto la Bibbia mi sono sbellicato dal ridere. Non riuscivo a credere che una religione si potesse reggere su cose del genere. Un Dio cattivissimo fa il tifo per un unico popolo. Gli altri li distrugge. La terra promessa? Popolazioni annientate, donne violentate. A volte sembra di leggere Mein Kampf. Hitler citava la Chiesa come sua ispiratrice per i metodi di inquisizione. E gli Usa per come hanno sterminato gli indiani». Sei anche antiamericano. «Le leggi razziali contro gli zingari degli Usa sono precedenti a quelle della Germania nazista. Molte delle cose che noi imputiamo al razzismo nazista in realtà sono americane». Hai firmato il documento contro la visita del Papa alla Sapienza? «Non ero a Roma. Ma avrei firmato». Dei professori che hanno firmato Cacciari ha detto: "Sono dei cretini". «Cretino, etimologicamente, deriva da "cristiano"». Non è stato elegante respingere il Papa… «Perché, è vietata la protesta?». Zittire il Papa… non farlo parlare… «Zittire il Papa? Ha giornali, televisioni, tutte le domeniche è su Rai 1. Ha un sacco di deputati che parlano per lui». Ferrara ti ha definito "estremista dell'ateismo di Stato". «Ferrara è una persona gentile, dolce quando tratta a tu per tu. Quando invece scrive gli esce il diavolo dall'ombelico». I giovani hanno fatto bene a tirargli i pomodori? «Ferrara è un provocatore. Chi gli ha tirato i pomodori gli ha fatto un piacere». Di Ferrara hai detto: "E' in pessima fede". «Lui dice: "Fate l'amore e non fate l'aborto". Dovrebbe dire: "Fate l'amore col preservativo e allora non farete l'aborto". Non si può essere difensore della vita dell'embrione e fregarsene della vita dei soldati in Iraq». Le tue risse? «Me la sono presa con Vattimo quando frequentava gli Agnelli. Scrissi che era un agnellista prezzolato. Per vari mesi non mi ha parlato». Dopo Vattimo? «Me la sono presa con Zichichi. Zichichi è come un bambino. Anzi no, i bambini sono svegli». Perché ce l'avevi con lui? «Aveva scritto un libro intitolato: "Perché io credo in colui che ha creato il mondo". Gli feci una recensione dal titolo "Dagli amici si guardi Dio!" Mi querelò. A quel punto ho scritto un libro in cui ho raccolto tutte le sue sciocchezze, comprese le sue, diciamo così, teorie scientifiche. Per tutelarmi chiesi ed ottenni la prefazione dal suo protettore, Giulio Andreotti». Altre vittime? «Qualche frecciatina a Severino. E' una delle cariatidi della filosofia, incomprensibile e antiscientifico. Confonde scienza e tecnologia». E poi? «Poi Reale, uno di questi filosofi papisti. Uno che sostiene che Platone era un precursore di Gesù Cristo!» Se gli italiani ti eleggessero premier, quali leggi faresti? «Toglierei i finanziamenti alla Chiesa. Sai che il Vaticano possiede un quinto del patrimonio immobiliare italiano? Una casa su quattro a Roma è del Vaticano». Ce l'hai col Papa. «Ricomincerei dalla breccia di Porta Pia. Rimanderei il Papa a Gerusalemme. Bisogna liberarsi del fardello vaticano». E dopo aver sistemato il Papa? «Abolirei la pubblicità, simbolo di decadenza». Ma come si fa a vietarla… «E' vietato fare la cacca per terra, no? La pubblicità è come la cacca: puzza e fa schifo…». Che ricordi hai della gioventù? «Mio padre era geometra. Quando vide che mi ero laureato si seccò e prese la laurea in architettura, studiando la sera». I politici che ti piacciono. «Pochi. Forse Franceschini e Diliberto». E Bertinotti? «Lo ho votato tante volte ma è troppo aristocratico. Dicono: "Bertinotti ha perso perché non c'erano abbastanza principesse a votarlo"». Quello che ti piace di meno? «D'Alema. E' stato, prima di Veltroni, quello che ha fatto più male alla sinistra. Ha più alterigia che intelligenza». Hai scritto che Ratzinger si comporta come un "vecchio leone moribondo". «La religione cattolica è ormai una burletta. La gente si dice cattolica ma non sa nemmeno quel che vuol dire». Al Festival del Libro di Torino c'è stato casino quest'anno, proteste contro Israele… «Hanno fatto bene. Israele è come il Sud Africa di una volta, c'è l'apartheid. E' uno Stato fascista, imperialista, che pretende di occupare territori non suoi». Arafat rifiutò le offerte di Barak… «Perfino Carter, premio Nobel per la pace, disse che le proposte di Barak "erano inaccettabili". Uno Stato diviso in quattro parti sul 13% dei territori contesi. Tutto il resto inglobato da Israele». Hai la prova che Dio non esiste? «Che cosa intendi per Dio? Se intendi la natura, Dio esiste. Se tu mi dici: "Esiste un dio della pioggia?" non posso dimostrare che non c'è, però oggi sappiamo come si forma la pioggia e non abbiamo più bisogno del dio della pioggia». Nei buchi del sapere la gente inserisce Dio… «Ma poi i buchi si tappano e Dio che fine fa?» Due polemiche: è giusto diffondere i dati fiscali come ha fatto Visco? E' giusto dare la parola a Travaglio in tv? «Sono dati pubblici, perché non si deve sapere quanto guadagni? Non si vuole difendere la privacy. Si vogliono evadere le tasse. Io non ho nessuna difficoltà a dire quanto denuncio». Quanto denunci? «Nel 2005, 150 mila euro, grazie ai diritti d'autore». Ha protestato anche Grillo. «Non amo la politica fatta dai comici». Travaglio? «I suoi libri sono manichei e tosti. Ma importanti. Pieni di fatti. Ho letto le cose su Schifani. Che Schifani risponda. I libri di Travaglio hanno successo. Vuol dire che la gente vuole sapere». E Santoro criticato per aver dato spazio a Grillo? «Sbaglia Santoro. Reintroduce Grillo dentro la Rai in maniera surrettizia. Santoro è troppo egocentrico. Come Piero Angela. Da Angela possono esserci tre Nobel in studio ma parla sempre lui». Grillo non lo ami molto. «Grillo è un parvenu. Ho visto la sua dichiarazione dei redditi. Come fa a mettere insieme 5 milioni di euro?». Direi che sono affari suoi. «Mischia politica e comicità. E produce populismo». Gioco della torre. Buttiglione e Cacciari, chi butti? «Cacciari perché non ride mai». Anche Gesù Cristo non rideva mai. «Butterei anche lui dalla torre». Andreotti o Cossiga? «Andreotti ha il fascino del male. Io l'ho voluto incontrare solo per toccarlo». Wojtyla o Ratzinger? «Butto Wojtyla. Era un furbone mediatico». Luciani o Giovanni XXIII? «Butto Luciani. Era viscido». Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta? «Butto Padre Pio anche perché era fascista». Non ti sembra di esagerare? «Andreotti mi ha raccontato che lui agli inizi non voleva andare da Padre Pio, perché Padre Pio era addirittura contrario alla riforma agraria. Era un reazionario. Madre Teresa almeno era atea. Tra atei ci si capisce».

 

Corsera – 16.6.08

 

Intercettazioni, timori veri e inventati – Luigi Ferrarella

Il disegno di legge del governo Berlusconi sulle intercettazioni è talmente costellato di obbrobri giuridici, incongruenze pratiche e assurdità di principio, che non c'è bisogno di inventarne altri, prospettando erronei timori che finiscono solo per distogliere l'attenzione dai vizi reali del testo. Da giorni, ad esempio, condivisibili critiche al depotenziamento anche delle indagini economiche (niente più intercettazioni persino per la bancarotta fraudolenta, come quella Parmalat) denunciano anche l’impossibilità con la nuova legge di indagare sui «furbetti» della finanza: cioè di svolgere in futuro inchieste come quelle che nel 2005 proprio con le intercettazioni - allora consentite per reati puniti con 5 anni, e disposte per l’aggiotaggio all’epoca punito con la reclusione fino a 6 anni - svelarono i retroscena illeciti (fin dentro Bankitalia) delle scalate all’Antonveneta e alla Bnl. Questa preoccupazione, tra le tante reali, non appare però esatta. Da quasi tre anni, infatti, il decreto n.262 del 28 dicembre 2005 ha raddoppiato le pene per insider trading e aggiotaggio, che già nell’aprile 2005 il recepimento della direttiva europea sul market abuse aveva appunto elevato a 6 anni. Dunque, poiché oggi è di 12 anni la pena massima per l’aggiotaggio su società quotate in Borsa, la magistratura potrà ancora e ugualmente ordinare le intercettazioni anche con la nuova legge che intende ammetterle soltanto per reati con pena superiore ai 10 anni. Riconoscere che con la nuova legge si potrebbe ancora fare un’altra inchiesta Antonveneta - e riconoscerlo con la stessa precisione con la quale va invece rimarcato che indagini come quella sulla clinica Santa Rita non si sarebbero più potute avvalere di intercettazioni (perché basate all’inizio sulla truffa allo Stato e sul falso in atto pubblico, ipotesi punite al massimo con 6 anni e che non figurano tra i «ripescati» reati contro la pubblica amministrazione) - è il presupposto anche per saggiare nella legge l’esito pratico dei pur condivisibili propositi di contenere abusi e distorsioni. A partire dall’irrazionale rigidità (salvo per mafia e terrorismo) del limite a 3 soli mesi della durata massima delle intercettazioni; o dall’indebolimento del principio di conservazione della prova, al punto che, se due intercettati per un reato svelano al telefono il nome del possibile autore di un diverso reato, ed è solo la telefonata a fornire questo dato, con le nuove regole costui non potrà essere intercettato. Anche il fatto che non sia più un gip ma un collegio di tre giudici a vagliare le richieste dei pm di autorizzare intercettazioni, opzione in teoria argomentabile, nella realtà dei Tribunali di piccole e medie dimensioni, e nei tanti sotto organico, minaccia un corto circuito che in alcune sedi rasenterà la paralisi: e ciò a causa dell’«incompatibilità» con la vita futura del procedimento, che per legge oggi colpisce il gip che autorizza le intercettazioni, e che domani invece eliminerebbe in un sol colpo tre giudici per volta. Se mai, tornando al caso delle indagini sui «furbetti», è bene che i cittadini-lettori comincino a considerare come un problema loro (prima ancora che dei giornalisti) la museruola che la nuova legge punta a mettere all’informazione su tutti gli atti di un’inchiesta, e non soltanto sulle intercettazioni prese come pretesto; anche sugli atti non più coperti dal segreto; anche se li si racconta «nel riassunto», e persino se ci si limita «al contenuto»; e addirittura fino al rinvio a giudizio. Un problema loro perché con queste regole, ad esempio, dell’indagine sulla scalata 2005 di Consorte alla Bnl niente potrebbero leggere a tutt’oggi, visto che non c’è ancora stata l’udienza preliminare; e di quella di Fiorani all’Antonveneta avrebbero iniziato a leggere qualcosa solo 23 giorni fa, quando il giudice ha disposto il rinvio a giudizio. Tre anni di silenzio-stampa: proprio sicuri che sia questa la «sicurezza» che i cittadini volevano si garantisse loro?

 

La coperta troppo corta – Giovanni Sartori

La grande carnevalata della Fao si è chiusa il 6 giugno (dopo avere intasato Roma per tre giorni) con la risibile e irresponsabile promessa di vincere la fame nel mondo entro il 2050. Speriamo che prima venga chiusa la Fao. Perché i discorsi seri si fanno altrove: tra poco, il 16 e 17 giugno, al convegno indetto dalla fondazione Aurelio Peccei per celebrare il 40° anniversario del Club di Roma. Siccome risulta che moltissimi italiani non sanno nemmeno che cosa festeggiano il 2 Giugno, ricorderò che Peccei fu il primo «profeta» della impossibilità di una crescita illimitata del pianeta Terra, così come due secoli fa il bravo abate Malthus fu il primo a intravedere la «bomba demografica». Oggi Malthus viene molto irriso da chi non lo ha letto. Eppure in principio aveva ragione. Calcolò che mentre la popolazione poteva crescere in progressione geometrica (1, 2, 4, 8), la produzione agricola può solo crescere in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4). Ma Malthus non riteneva che questa crescita geometrica della popolazione sarebbe mai avvenuta: lo impediva, appunto, la fame. D’altra parte il suo Saggio sul principio di popolazione usciva nel 1798, prima della rivoluzione industriale. Ed è l’agricoltura meccanizzata, che Malthus non poteva prevedere, che ha rinviato di due secoli la resa dei conti. Ma ora ci siamo. La preoccupazione di Peccei e del Club di Roma fu diversa: segnalava l’imminente venir meno delle risorse naturali, e segnatamente del petrolio. Si capisce, consumiamo troppo perché siamo in troppi. Ma nel 1972, quando uscì il primo rapporto, I limiti dello sviluppo , la popolazione mondiale era di 3 miliardi e 850 milioni. Vi rendete conto? In meno di quaranta anni si è quasi raddoppiata. Così oggi la preoccupazione primaria diventa quella del riscaldamento della Terra e dell’impazzimento del clima. Riscaldamento perché? Anche se è vero che la Terra ha sempre avuto cicli di glaciazione seguiti da riscaldamenti, una stragrande maggioranza di esperti ritiene che nessun ciclo astronomico possa spiegare la velocità, intensità e frequenza delle nostre variazioni climatiche; e dunque ritiene che il disastro ecologico che ci aspetta sia causato dall’uomo e dal sovraffollamento del nostro pianeta. Non occorre una intelligenza straordinaria per capire che tutti i suddetti fattori — popolazione, esaurimento delle materie prime (e dell’acqua), sconquasso del clima — afferiscono al problema della fame. Ma gli intelligentoni delle Nazioni Unite, della Fao, e anche dei media, preferiscono scoprire, invece, che la colpa è dei biocarburanti che tolgono terreno alla agricoltura alimentare. Ma se senza mangiare si muore, anche senza petrolio si muore. L’agricoltura è meccanizzata, e cioè va a nafta; e così i pescherecci e le navi che trasportano il cibo. Alla fin fine nel nostro mondo tutto richiede energia largamente generata dal petrolio. Scrivevo poco fa che oramai viviamo su una coperta troppo corta che se tirata da una parte lascia scoperta un’altra parte. Con questo giochino non si risolve nulla e si aggravano i problemi.

 

Repubblica – 16.6.08

 

"Mando i soldati per evitare ronde e chiederò l'ok di Napolitano"

VINCENZO NIGRO

ROMA - Ignazio La Russa, lei è il ministro della Difesa che vuol fare anche il poliziotto: ma c'è davvero bisogno di militarizzare la sicurezza in Italia? "Guardi, c'è un militare come il generale Luigi Caligaris, ex parlamentare di Forza Italia, che pure ha mille perplessità su alcune parti del nostro provvedimento: eppure anche lui nega onestamente che possa esserci un problema di immagine, di "militarizzazione" del paese. Lo sa perché? Con 2.500 soldati non si militarizza un bel nulla. Scandalizzarsi per questo impiego è un riflesso ideologico che scatta quando si discute di "sicurezza". Se vediamo militari che si occupano dell'immondizia in Campania tutto bene. Se si parla di sicurezza invece c'è una levata di scudi: e invece io credo che questi siano compiti possibili per le forze armate". Eppure c'è chi - Chiamparino e Di Pietro - le ha rimproverato di scambiare l'Italia con la Colombia. "Chi parla di Colombia non gira per l'Italia, non sa cosa chiede la gente. Le ragioni che mi hanno portato ad offrire questa possibilità che andrà comunque valutata ed approvata dal Parlamento? Semplice: c'è una percezione di insicurezza maggiore nei quartieri di alcune città. Questa proposta di impiego dell'Esercito l'abbiamo fatta come An prima di arrivare al governo, e l'abbiamo fatta in alternativa alle ronde verdi, tricolori, padane, siciliane o di ogni altro colore. Il nostro messaggio è chiaro: in Italia le ronde le fa soltanto lo Stato, e se i cittadini eccezionalmente iniziano a discutere della possibilità di passeggiare di notte nelle loro città per contrastare la criminalità, lo Stato ha il dovere di dire 'voi rimanete a casa, è lo Stato che si occupa della sicurezza e di controllare le città'". Ministro, lei ha adoperato toni quasi lirici quando ha detto che l'esercito è pronto a "un atto di amore e generosità verso la cittadinanza". Non sarebbe meglio analizzare seriamente gli sprechi e le duplicazioni che esistono nelle forze di polizia? L'Italia è il paese che in Europa ha il più alto numero di agenti delle forze dell'ordine in rapporto ai cittadini. "È un'obiezione che ascolto da 30 anni. Ho chiesto al capo della Difesa, il generale Vincenzo Camporini, di ragionare con gli Stati maggiori per capire come possiamo razionalizzare la Difesa. Il governo sicuramente farà lo stesso per il comparto della sicurezza. Ma nel frattempo noi vogliamo dire ai cittadini una cosa chiara e immediata: presto razionalizzeremo, ma nelle vostre strade lo Stato c'è, per un anno possono esserci anche i militari. Io per primo lo so, la mia proposta non è la panacea per i mali della sicurezza degli italiani: è una risposta immediata, la vedo come una soluzione tampone, che però non dobbiamo aver vergogna di utilizzare e che non va contrastata con toni ideologici da tragedia della democrazia". Toni ideologici? Maurizio Gasparri non ha bisogno di lezioni: dice che "chi è contro l'uso dell'Esercito pensa come Totò Riina e i Casalesi". Ma davvero se vi critica il generale Mario Arpino, ex capo della Difesa, l'uomo che ha guidato le forze armate in Iraq e Kosovo, per ciò stesso sarebbe vicino a Riina? Fino ad oggi il paese ha obiettato poco a questa maggioranza: tutti devono dirvi sempre che fate tutto bene? "Quella di Maurizio è una provocazione giusta in risposta ad accuse stratosferiche. C'è chi dimentica che in Sicilia sono stati adoperati 20.000 soldati, con successo e senza problemi politici, e qui si polemizza sull'uso di 2.500 uomini. Noi pensiamo di utilizzare 250 uomini in 10 grandi città italiane". Ma è sembrato un provvedimento d'imperio. "Nessun imperio. Guardi, ne parlerò col ministro-ombra della Difesa, l'onorevole Pinotti, e soprattutto ne devo parlare ancora con un uomo saggio ed equilibrato come il capo dello Stato, che è il comandante supremo delle Forze armate, che è stato ministro dell'Interno e saprà seguire con la sua attenzione ogni azione in questo settore. Se qualcuno vuole essere ulteriormente tranquillizzato voglio dire anche che noi abbiamo 8.000 carabinieri all'interno delle tre forze armate (svolgono compiti di polizia militare, ndr), e allora potremmo attingere innanzitutto a queste aliquote per offrire sostegno al ministero dell'Interno". Ministro, lei per primo con molta onestà parla di un cambio nella "percezione" della criminalità. Le statistiche infatti dicono qualcosa di diverso. "Io ascolto i cittadini, devo dare loro risposte, e nessun politologo o statistico mi convincerà del contrario. Se anche la criminalità in termini assoluti o statistici non fosse cresciuta, è cresciuta nel paese la percezione di una violenza diversa, a volte selvaggia. La criminalità è cambiata: una volta nelle ville si entrava per rubare, di nascosto, quando erano vuote. Adesso si aspetta che i proprietari rientrino, per massacrarli di botte prima ancora di aver capito se hanno soldi o altro. La Difesa ha 190 mila uomini: credo che per un anno se ne possano offrire alcuni al ministero dell'Interno per una misura tampone. Credo anche che questo potrebbe aiutare l'Italia ad uscire dalla vera militarizzazione, quella della criminalità. Il resto è polemica".

 

Al via la norma salva-premier, preoccupazione al Quirinale

Liana Milella

ROMA - Il Quirinale è preoccupato. Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino altrettanto. Berlusconi lo sa, ma va avanti lo stesso.L'obiettivo è bloccare la sentenza del processo Mills dov'è imputato di corruzione in atti giudiziari. La strategia prevede due tempi: subito (oggi) un emendamento al decreto sicurezza, l'unico contenitore disponibile che gli può garantire la rapidità necessaria, per bloccare tutti i processi che "non destino grave allarme sociale" per i reati commessi fino al 2001 (come il suo). A seguire un disegno di legge per riproporre, con legge ordinaria, il lodo Schifani, inchieste congelate per le più alte cariche dello Stato. Mancino boccia entrambi i progetti. Del secondo dice: "Ci vuole una legge costituzionale". E delle priorità ai giudici per mandare avanti i dibattimenti per reati gravi e gravissimi: "Non sono mai stato di questo avviso perché scalfisce e attenua l'obbligatorietà dell'azione penale". Saggi consigli, rischi di conflitto istituzionale, sconvolgimento dei processi in un'intera nazione, rottura con l'opposizione. Ma il Cavaliere mette in gioco tutto pur di evitare un'ipotetica condanna che, a parole, il suo avvocato Niccolò Ghedini continua ad escludere dal novero delle possibilità. E tuttavia, da una settimana, si lavora in modo febbrile per infilare nel decreto sicurezza la norma che proprio Ghedini aveva proposto sin da quando il governo ha cominciato a lavorare sul pacchetto. Un articolo che suona così: "Nella trattazione dei procedimenti penali e nella fissazione delle udienze è data precedenza ai processi con imputati detenuti e a quelli che abbiano messo in pericolo la sicurezza pubblica o che abbiano comportato grave allarme sociale". Un diktat alle toghe. Simile a quello che il Csm fece negli anni Settanta per i processi di terrorismo. O come la circolare del procuratore Maddalena per i reati indultati. Mandare avanti i reati gravissimi, mafia e terrorismo, e quelli gravi, furti, rapine, violenze di ogni tipo. Tutto per rispondere all'allarme sicurezza, "come vuole la gente" insiste il Cavaliere. Reati commessi fino al 2001 (giusto come il suo), e quindi a rischio prescrizione, ma con la garanzia che la stessa prescrizione sia sospesa per legge. Restano fuori tutti i delitti dei colletti bianchi, e tra questi ovviamente anche la corruzione giudiziaria del presidente Berlusconi. Nelle riunioni per definire il ddl sulle intercettazioni si parla anche di questo. Ne discutono tecnicamente Ghedini, il Guardasigilli Angelino Alfano, il ministro dell'Interno Bobo Maroni, l'aennina Giulia Bongiorno. Berlusconi insiste, vuole subito la sospensione e poi il lodo. Giovedì ne parla a pranzo con Bossi e Maroni. Propone che l'emendamento, assieme a quello sull'esercito, venga licenziato nel consiglio del giorno dopo. Una proposta del ministro della Giustizia, di per sé molto impegnativa. Ma ci si ferma su due perplessità non di poco conto. Una politica, se sia opportuno che proprio il governo faccia un simile passo, destinato a sollevare un vespaio. Una di contenuto: basta solo un indirizzo di priorità alle toghe che lascia loro la discrezionalità di scegliere quali processi anticipare o è necessario bloccare comunque quelli non urgenti (corruzione e altri, leggi Berlusconi) per un anno? Lega e An sono molto perplessi sulla seconda via. Tutto si ferma. Alfano annuncia solo, a consiglio finito, che presenterà un emendamento per dare "la corsia preferenziale ai processi per gli infortuni sul lavoro". Stop. Poi un contentino ai giudici, anche i giovani uditori potranno fare i pm e i giudici nelle terre di frontiera. Ieri hanno deciso. Non sarà il governo a presentare l'emendamento, ma un esponente del Pdl. Il nome più accreditato è quello di Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del dl sicurezza. Ma potrebbe prevalere l'idea di affidarsi a un peones che, come avvenne per Melchiorre Cirami quando nel 2002 presentò la legge sul legittimo sospetto, alla fine darebbe il nome all'ennesima norma salva Berlusconi. Che, se gli indirizzi dell'ultim'ora di ieri saranno confermati, dovrebbe contenere sia l'indicazione delle priorità per i processi che la sospensione per un anno. Che potrebbe anche essere reiterata per altri 12 mesi. Berlusconi, del resto, ha poco tempo. Il processo Mills è agli sgoccioli. E l'accelerazione imposta dai giudici della decima sezione del tribunale di Milano lo preoccupa. Venerdì è saltata una trasferta a Lugano perché un testimone della difesa, il banchiere Paolo Del Bue, ha presentato un certificato medico. Ma le udienze che mancano sono poche e, salvo ostacoli, la sentenza potrebbe arrivare prima delle vacanze. La sospensione dei processi serve come il pane. Poi ci sarà tutto il tempo per approvare un nuovo lodo Schifani.

 

Quella accusa nell'ultima riunione: "Aiutate gli amici degli amici..."

GIULIANO FOSCHINI

UGENTO (LECCE) - "Come al solito con questo provvedimento volete dare le consulenze agli amici e agli amici degli amici. Ma questa volta non ve la faccio passare. La delibera è illegittima. Mi denunciate perché dico queste cose? Allora io mando le carte al prefetto e vediamo chi ha ragione". Così parlava quattro giorno fa, 11 giugno, Peppino Basile nel corso dell'ultimo consiglio comunale. Così parlava da trent'anni, da quando aveva cominciato a fare politica, prima nel Movimento sociale e poi nell'Italia dei valori, da consigliere comunale a Ugento e da un paio d'anni anche da consigliere provinciale a Lecce. Le sue parole sono appese ancora lì, accanto alle fotografie della campagna elettorale (era il sesto nella lista alla Camera dell'Italia dei Valori), sulle finestre del suo comitato elettorale in via Messapica. "La vostra fiducia - diceva ai suoi cittadini - mi consente di continuare quell'impegno senza sosta a tutela e difesa dei vostri interessi, da sistemi fondati sul clientelismo e favoritismo che noi tutti conosciamo al fine di garantire legalità, trasparenza e diritti per tutti". "Peppino era il classico rompiscatole" racconta il suo parlamentare di riferimento, Pierfelice Zazzera, appena eletto nelle liste del partito di Di Pietro. "Spulciava le carte, era attento a tutto, non gli sfuggiva niente, impossibile fregarlo". Lo confermano tutti in paese: "Un combattivo. Senza vergogna e senza paura", dice Gianfranco Coppola, poliziotto, suo collega in consiglio comunale dell'Italia dei Valori. "Se c'era una cosa che non gli andava, dove vedeva del marcio, una cosa ingiusta per la città, lui denunciava. Nell'ultimo periodo mi aveva anche detto che voleva lasciare, più che stanco era disilluso. E poi me lo diceva sempre: se vado avanti così, da solo, fino alla fine mi ammazzano". Lo hanno ammazzato. Chi e perché ancora non è chiaro. "Tutte le piste aperte", dicono gli investigatori. Non a caso stanno setacciando tutti gli interventi di Basile in consiglio comunale, tutte le sue denunce. Quando denunciava per esempio il maxi complesso turistico appena costruito, secondo lui all'interno del parco naturale. Basile si era opposto, solo contro tutti, e aveva fatto una segnalazione anche in Procura. "Stiamo realizzando un albergo in un'area protetta" gridava in consiglio. Inascoltato. Diversamente era andata per un opificio che stavano per costruire nelle campagne di Ugento: troppo lontano dal paese, giurava, lo strumento urbanistico non lo consentiva. E non si poteva andare in deroga. Probabilmente aveva ragione: una volta arrivato in consiglio comunale il provvedimento fu ritirato. La politica non era soltanto una passione, nella vita di Peppino Basile. La politica era diventata il suo mestiere anche perché l'azienda di famiglia era caduta in disgrazia. Florida, conosciutissima in paese e nel circondario, era fallita proprio sotto la gestione di Basile. Cerca di pagare come può i debitori, emette cambiali, ha protesti sino al 2007, l'ultimo il 13 giugno. "Spesso chiedeva soldi in giro" racconta don Stefano Rocca, il parroco di Ugento. "Li ha chiesti anche a me, ma a quanto ne so io è sempre stato puntuale con i pagamenti". Aveva bisogno di soldi e avrebbe potuto chiedere prestiti alle persone sbagliate: a Taurisano, per esempio, feudo storico della malavita salentina e dove da anni abitava una delle sue due sorelle. Infine c'è l'amore. Da qualche tempo raccontano frequentasse una signora del circondario, una vedova. Con lei, e insieme con un gruppo di amici, era andato a ballare sabato sera. Lo ricordano al ristorante Le volier, all'una quando aveva smesso con la "bachata" e aveva pagato il conto. Mezz'ora prima di morire. Peppino Basile era stato sposato per anni con Ada Cairo, una donna che dicono tutti non ha mai smesso di prendersi cura di lui. Erano separati da qualche anno, spesso mangiavano ancora insieme: "Peppino era un galantuomo, Peppino era una persona perbene, come non ne esistono più. Non lo so cosa è successo, perché è successo. So soltanto che non sarebbe dovuto succedere", racconta la signora Ada. Sabato notte è stata tra le prime a correre davanti a Peppino. Da single abita a nemmeno cento metri dalla sua vecchia villa, quando l'ha visto per terra lo ha accarezzato, si è chiusa lì accanto, in macchina sino all'alba. E ha pianto.

 

Ici, la pagano 70 mila case di lusso. Gara a occultare le dimore signorili - ALDO FONTANAROSA e ROSA SERRANO

ROMA - Un Paese antico e bellissimo, città meravigliose, centri storici mozzafiato. A guardarle bene, molte case di questa nostra Italia sono grandi, attrezzate, con vista sul meraviglioso. Se però controlli quante abitazioni siano classificate come "signorili" dai nostri Catasti e quante come ville, i numeri sono bassi. Anzi ridicoli e inattendibili. L'Italia ha 30 milioni 115.000 case, in tutto. Di queste appena 35 mila 751 sono accatastate come signorili (lo 0,11 percento) e 33 mila 870 come ville. Roma avrebbe 2 mila 124 abitazioni di pregio. Milano, un migliaio. A Genova ci sarebbero più case belle di quante a Roma e Milano messe insieme, e mille più che a Firenze. Questi numeri vanno letti alla luce della riforma Ici che il governo Berlusconi ha approvato. Il provvedimento prevede che la tassa (la cui prima rata va in scadenza proprio oggi) debba essere versata solo dai proprietari di seconde case e da tutte le abitazioni e signorili. In base ai dati catastali, pagheranno l'Ici poco più di 70 mila ricchi (2360 occupano castelli o interi palazzetti artistici). Mentre centinaia di migliaia di altri ultrabenestanti la faranno franca neanche vivessero nell'ultima delle periferie. Le loro meravigliose abitazioni sono classificate per lo più come "civili". E non è affatto raro che il Catasto le consideri popolari o "ultrapopolari". A Torino, deliziose villette della precollina - con verde e posti auto - sono nella stessa categoria (A4) delle grigie dimore dei pensionati. Ora che perdono milioni e milioni di entrate, effetto della riforma Berlusconi, i sindaci accelerano sulla riforma degli accatastamenti, tentata invano da anni. Il Comune di Torino, che fino alla riforma del centrodestra incassava 98,4 milioni dall'Ici, ha aperto il dossier. E così farà anche Milano. Fin dal 2005, il Comune di Milano si è accorto che le case del quartiere ticinese o di Porta Genova non rispondevano più all'immagine desolante che ne davano certi film del Dopoguerra, senza ascensori e bagno. Robuste e lussuose ristrutturazioni ne hanno cambiato il volto e il valore. Per questo, la commissione tributaria ha deciso spesso delle misure tampone aumentandone la rendita catastale. Ora l'amministrazione ne medita il passaggio dalla categoria A5 ("ultrapopolare", proprio così) quantomeno alla A3 ("economico"). Entro oggi, dunque, bisognerà pagare la prima rata dell'Ici (sulla base della tassazione 2007) oppure l'intero importo (sulla base della tassazione 2008). Piccola guida. I contribuenti usufruiranno anche quest'anno della detrazione di 103,29 euro. Versano la prima rata - oltre ai 70 mila ricchi - i proprietari di seconde case, di appartamenti affittati ad altri oppure sfitti, di terreni agricoli e di aree fabbricabili. Non paga chi possiede un'abitazione assimilata alla prima casa da un regolamento comunale entrato in vigore prima del 29 maggio 2008: il beneficio interessa dunque gli immobili concessi in uso gratuito a parenti; e gli immobili di anziani o disabili residenti in istituti di ricovero. Condizione è che siano di proprietà o in usufrutto, e che non risultino affittati.

 

l’Unità – 15.6.08

 

Afghanistan i gladiatori di Frattini - Furio Colombo

Le parole sorprendenti del ministro degli Esteri Frattini sono comparse mercoledì scorso nella striscia rossa de l’Unità. Potevano essere un malinteso o una cattiveria di questo giornale, perché ciò che vogliono dire - in modo abbastanza brutale - è difficile da accettare, perfino difficile da credere. Ma è necessario trascriverle qui perché, nel pomeriggio di mercoledì, il ministro Frattini ha ripetuto con voce stentorea quelle parole. Eccole: «Rifiuto di leggere sulla stampa inglese che le truppe italiane sono sempre dietro le altre. L’opinione pubblica italiana non può accettare che i nostri soldati siano dipinti come quelli che sono dispiegati nelle zone tranquille, che non fanno nulla e che evitano situazioni rischiose. Ne va della dignità delle nostre truppe». Per capire una simile dichiarazione dovete immaginare qualcuno che non legge e non conosce la stampa inglese, altrimenti non gli sarebbero sfuggiti gli articoli, le inchieste a proposito del comportamento delle truppe di sua Maestà di cui quei giornali liberi hanno pubblicato documenti e fotografie. Ma dovete anche immaginare qualcuno che - come in tempi che sembravano passati per sempre - è sicuro che si decide sul campo di battaglia (e - naturalmente - in proporzione al numero dei caduti) quanto conta e quanto pesa politicamente un Paese. Il tema è l’Afghanistan e la possibilità di spostare i nostri soldati dove si combatte e si muore di più. Per chiarezza Franco Frattini ha ripetuto più volte la sua persuasione di fronte a Deputati e Senatori di due Commissioni chiave del Parlamento, Esteri e Difesa. Ecco i concetti espressi dal Ministro: 1 - «Siamo qui per affermare che il nostro prestigio nel mondo ce lo stanno conquistando i nostri soldati». L’enorme pericolo di questa frase è nel fatto che, come tutte le ricchezze, anche il prestigio non è mai abbastanza specialmente se, invece che come cooperazione con i Paesi alleati, lo si interpreta alla maniera del tempo delle guerre, come una tragica gara a chi offre di più. Purtroppo, in vite umane. Messa in modo così azzardato la questione, è chiaro che il numero di militari caduti sul campo è direttamente proporzionale al prestigio della nazione. Il pensiero può non essere conscio, ma la sequenza causa-effetto è inevitabile. 2 - «È necessario un utilizzo più flessibile dei soldati italiani in Afghanistan». Come si vede, la elegante e perversa parola che ormai domina tutti i convegni e i testi sul “nuovo lavoro” ha fatto il suo ingresso in guerra. Nel lavoro flessibilità significa che ti mandano via quando vogliono. In questa nuova visione della vita militare significa che se una dislocazione non è abbastanza pericolosa, prontamente ti dai da fare per trasferire i tuoi soldati dove c’è più pericolo, dunque più prestigio. Il governo Frattini-Berlusconi-La Russa non sa resistere all'impulso di offrire soldati. 3 - Sostiene il ministro degli Esteri che «il Parlamento deve restare accanto ai nostri soldati e dimostrare la gratitudine del Paese al loro impegno e al loro valore». Dice: «Un rischio di cedimento del Parlamento porterebbe all’abbandono delle nostre truppe e alla perdita del patrimonio di prestigio conquistato all’Italia dai nostri soldati». È una visione rovesciata dello stato dei fatti, una grande alterazione che tende a mettere il Parlamento sotto la minaccia del tradimento e dell’abbandono. Infatti, nella vera vita, la decisione è politica e le Forze armate eseguono - con scrupolo, valore, bravura - la decisione presa dal Parlamento. Per questa ragione un Parlamento non può “abbandonare i suoi soldati”. Può stabilire, con un’altra decisione politica, di portarli a casa, come hanno fatto prima Zapatero e poi Prodi con le rispettive truppe in Iraq, senza mai separare o allontanare l’istituzione politica, cui spetta la decisione, dalla istituzione militare, che ha il compito della esecuzione. Ogni spostamento di questi termini del gioco democratico è un pericolo per la democrazia, una lesione della libertà. Ed è un rischio per i soldati se una frivola iniziativa esibizionistica trasforma il loro difficile lavoro in uno stadio da gladiatori per far vedere chi è più bravo e chi rischia di più. Alla seduta delle Commissioni parlamentari riunite ha partecipato l’altro responsabile delle missioni militari italiane all’estero, il ministro della Difesa La Russa. Si deve a La Russa l’aver introdotto il concetto di “nebbiolina”. La Russa dice che una “nebbiolina” avvolge la presenza e il valore dei nostri soldati. Ecco la questione: negli accordi finora in vigore per la missione italiana c’è l’impegno - stabilito da Prodi, D’Alema e Parisi - di non spostare i soldati dalle aree assegnate all’Italia, verso fronti di combattimento di cui l’Italia non sa nulla e a cui non partecipa. La ragione, deliberatamente ignorata nell’incontro tra ministri e parlamentari, è nel fatto che in Afghanistan sono in corso due diverse operazioni militari. Una, detta Isaf, ha scopi umanitari, di tutela e di ricostruzione civile. Il compito dei militari è proteggere alcune aree da passare gradatamente all’autorità civile, militare e di polizia afghani. E’ una missione difficile, con alterne fortune ma che punta alla pace ed è coordinata dalla Nato. L’altra è la lunga guerra delle truppe americane iniziata subito dopo il tremendo attentato dell’11 settembre. È un’operazione che continua ancora, si estende fino ai confini del Pakistan e verso l’Iran. È una rete di combattimenti, conquiste e perdite di città e di villaggi e di frequenti bombardamenti aerei sulle aree ritenute occupate dai talebani. Prodi aveva stabilito che, in caso di drammatica e urgente richiesta di truppe italiane, il nostro governo avrebbe avuto 72 ore di tempo per valutare e decidere. Invece i soldati italiani si devono spostare in sole sei ore. Così vogliono ora i due ministri italiani ansiosi di esibirsi. In sole sei ore saranno spostati da una missione di pace a una guerra combattuta giorno e notte secondo una strategia che i comandanti italiani non conoscono, e in cui dovrebbero partecipare a episodi di combattimento la cui logica, il cui senso, la cui necessità, sono ignoti al Parlamento italiano e persino ai due impazienti ministri, che in quella guerra potranno ubbidire ma non comandare. Eppure sarebbe bastato organizzare per i due impetuosi ministri una visione privata del film americano Leoni per agnelli, di Robert Redford, in cui un giovane e ambizioso senatore americano che parla come Frattini e un risoluto comandante in Afghanistan che parla come La Russa (linguaggio rapido ed efficace per dire cose che non sanno), mandano a morire in tragica solitudine giovani volontari americani nella campagna che hanno chiamato “Nuovo Afghanistan”. Lo fanno per cinismo, incompetenza, propaganda, auto-promozione. Nel film il giovane senatore chiede esasperato a una sua intervistatrice: «Quando smetterete di farci sempre le stesse domande?». «Quando ci darete una risposta», dice la giornalista a nome dei suoi colleghi italiani che queste domande le fanno di rado. Come nel film, La Russa e Frattini hanno fatto frequenti riferimenti alla “lealtà” che l’opposizione deve dimostrare votando sempre a favore del nuovo corso. A differenza che nel film, ai due nessuno ha ricordato che persino Churchill e Roosevelt hanno dovuto subire opposizioni e voti contrari in piena guerra (quella guerra) senza che nessuno abbia mai trattato i dissenzienti da traditori. È toccato ai due membri del governo ombra, Fassino e Pinotti, fare puntigliose obiezioni alle sviste tecniche e alla esuberanza guerresca dei neo ministri che vogliono anche le Forze aeree italiane sul posto. Difficile immaginare come le Forze aeree possano partecipare dal cielo a una missione di pace. Quanto a me, avrei avuto alcune cose da dire - come quelle annotate qui - ma non è stato possibile. Tocca al tuo gruppo darti la parola. Non me l’ha data. Evidentemente questo non è un Paese per vecchi.


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