| Back | ||
|
|
||
|
Repubblica
– 19.6.08 La conversione
impossibile
- FRANCO
CORDERO Nel dialetto subalpino
circolava una metafora romanesque: "l'hanno cambiato a balia"; forse
lo dicono ancora d'uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e
relativa sapienza vanno estinguendosi); l'ubriacone diventa asceta, il codardo
compie gesta eroiche et similia. Stanno nel fisiologico le metamorfosi lente
operate da lunghi esercizi (Freud le chiama forme reattive,
Reaktionsbildungen). Qui è innaturalmente fulminea. Tale appariva la
conversione del Caimano in homme d'Etat pensoso, equanime, altruista. Impossibile,
natura non facit saltus. Nessuno cambia d'un colpo a 72 anni, tanto meno
l'egomane insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica, buon gusto),
specie quando sia talmente ricco in soldi e voti da mettersele sotto i piedi.
Era molto chiaro dall'emendamento pro Rete4, in barba alla disciplina della
concorrenza, ma i cultori del cosiddetto dialogo perdonano tutto o quasi.
Nell'aria del solstizio, lunedì sera 16 giugno, Leviathan (nome biblico del
coccodrillo archetipico) batte due colpi. Partiamo dall'arcinoto retroscena.
Come gli capita spesso, soffre d'antipatiche rogne giudiziarie: in un
dibattimento milanese prossimo all'epilogo è chiamato a rispondere del solito
vizio, definibile lato sensu "frode"; stavolta l'accusa è d'avere pagato
David Mills, avvocato londinese, affinché dichiarasse il falso su fondi neri
esteri; l'aveva incautamente svelato l'accipiens. Inutile dire quanto gli pesi
la prospettiva d'una condanna: il massimo della pena è otto anni, art. 317 ter
c. p., o sei, se fosse applicato l'art. 377 (indurre al falso chi abbia la
facoltà d'astenersi); appare anomala l'ipotesi d'un presidente del Consiglio
interdetto dai pubblici uffici, né sarebbe pensabile l'insediamento al
Quirinale nell'anno 2013; punta lì, lo sappiamo, in un'Italia ormai acquisita,
patrimonio familiare, dépendance Mediaset. La posta è enorme. Altrettanto i
mezzi con cui risponde al pericolo. Esiste un dl sulla sicurezza pubblica.
Palazzo Madama lavora alla conversione in legge. Gli emendamenti presentati dai
soliti yes men prevedono la sospensione d'un anno dei processi su fatti ante 1
luglio 2002, la cui pena massima non ecceda i 10, pendenti tra udienza
preliminare e chiusura del dibattimento; così tribunali e corti sbrigheranno il
lavoro grosso. Lo dicono senza arrossire i presentatori del capolavoro e lo
ripete Leviathan nella lettera al presidente del Senato, sua devota creatura,
annunciando un secondo passo, ripescare l'immunità dei cinque presidenti,
dichiarata invalida dalla Consulta quattro anni fa. Sarà sospeso anche uno dei
processi inscenati a suo carico "da magistrati d'estrema sinistra":
gliel'hanno detto gli avvocati; che male c'è?; un perseguitato politico deve
difendersi; e ricuserà il presidente del tribunale, lo rende noto en passant.
Ma è puro caso che l'emendamento gli riesca comodo. La ratio sta nell'interesse
collettivo. Discorso molto berlusconiano, chiunque glielo scriva. Tra un anno
sarà immune: se non lo fosse ancora, basterebbe allungare la sospensione; tra
cinque da palazzo Chigi scala Monte Cavallo, sono due passi; nel frattempo vuol
essersi riscritta la Carta vestendo poteri imperiali (davanti a lui,
Charles-Louis-Napoléon, III nell'ordine dinastico, è un sovrano legalitario).
In sede tecnica riesce arduo definire questo sgorbio, tanto straripa dalla
sintassi legale. Ciurme parlamentari sfigurano il concetto elementare della
legge: va al diavolo la razionalità immanente i cui parametri indica l'art. 3
Cost.; l'atto rivestito d'abusiva forma legislativa soddisfa solo l'interesse
personale del futuro padrone d'Italia. Vengono in mente categorie elaborate nel
diritto amministrativo: "le détournement du pouvoir"; mezzo secolo fa
Francesco Carnelutti configurava l'ipotesi "eccesso di potere
legislativo". Siamo nel regno dei mostri, studiato dal naturalista Ulisse
Aldrovandi. L'espediente appare così sguaiatamente assurdo in logica normativa,
da sbalordire l'osservatore: perché sospendere i processi su fatti ante 1
luglio 2002, mentre seguitano i posteriori?; e includervi i dibattimenti alla
cui conclusione manchi un giorno?; tra 12 mesi l'ingorgo sarà più grave, appena
ricadano nei ruoli. Che nel frattempo il taumaturgo d'Arcore abbia quadrato il
cerchio allestendo una giustizia rapida, è fandonia da imbonitori: la pratica
abitualmente, quando non adopera le ganasce; o forse sottintende una tacita
caduta nella curva dell'oblio; spariscono e non se ne parla più, amnistia
anonima. Oltre alla patologia amministrativa, l'incredibile pastiche ne
richiama una civilistica: il dolo, nella forma che Accursio chiamava
"machinatio studiosa", stretta parente della frode, tale essendo la
categoria sotto cui è definibile l'epopea berlusconiana (avventuriero piduista,
impresario delle lanterne magiche, grimpeur d'affari risolti con trucchi
penalmente valutabili, intanato in asili fiscali a tenuta ermetica, spacciatore
d'illusioni elettorali): gli emendamenti galeotti hanno come veicolo un dl
firmato dall'ignaro Presidente della Repubblica su materie nient'affatto
analoghe, e s'era guardato dal dire cosa covasse; in nomenclatura romana, dolus
malus. Gli sta a pennello l'aggettivo tedesco "folgerichtig", nel
senso subrazionale: ha dei riflessi costanti (finto sorriso, autocompianto,
barzelletta, morso, digestione); non tollera le vie mediate; sceglie d'istinto
la più corta, come il caimano quando punta la preda. Con questa sospensione dei
processi sotterra l'azione obbligatoria: Dio sa cos'avverrà nei prossimi cinque
anni ma gli obiettivi saltano all'occhio: la vuole a' la carte; carriere
distinte, ovvio; Procure agli ordini del ministro, sicché il governo disponga
della leva penale; procedere o no diventa scelta politica (se ne discorreva
nella gloriosa Bicamerale sotto insegna bipartisan: Licio Gelli, fondatore
della P2, rivendicava i diritti d'autore riconoscendo le idee del suo
"Piano" d'una "rinascita democratica" anno Domini 1976;
l'ancora invisibile demiurgo frequentava la loggia in quarta o quinta fila). A
quel punto nessuno lo smuoverebbe più se fosse il superuomo cantato dai
caudatari, invulnerabile dal tempo. Le altre due mete è chiaro quali siano:
prima, uscire dall'Unione europea, compagnia scomoda; seconda, moltiplicare lo
smisurato patrimonio. Sul quale punto nessuno con la testa sul collo ha dubbi:
anni fa gli contavano 40 mila vecchi miliardi; crescono come la vorace materia
prima evocata da Anassimandro. Bersani: “C'è molta demagogia, dimenticati
lavoratori e pensionati” - ROBERTO MANIA ROMA - "La verità
è che dalla Finanziaria, in cui c'è di tutto, è scomparsa la questione sociale:
la difesa del potere d'acquisto di lavoratori e pensionati", dice Pier
Luigi Bersani, ministro ombra dell'Economia, secondo il quale a
"pagare" saranno ancora i cittadini con il peggioramento dei servizi,
a cominciare da quelli della sanità. Eppure la manovra varata dal governo sembra molto
"di sinistra": introduce più tasse sulle stock option dei manager,
prevede la Robin Hood tax contro i petrolieri a vantaggio degli anziani,
aggrava la tassazione su banche e assicurazione, senza "mettere le mani
nelle tasche degli italiani", come ha detto Berlusconi. "Ma
no, assolutamente no. Si è dato un colpo al cerchio e quattro alla botte. Il
governo si è coperto da tanti lati, ci sono anche norme che si muovono nel
solco delle misure presentate dal centrosinistra. Ma c'è tanta demagogia".
Intanto
il ministro Tremonti è riuscito dove lei non ce l'ha fatta: farà pagare di più
i petrolieri e i banchieri. "Guardi, io sono orgoglioso di non
aver fatto ciò che ha fatto Tremonti sui mutui. Si è affossata la portabilità
che era l'unico meccanismo concorrenziale, mentre l'allungamento del debito non
mi pare affatto una soluzione. E poi, anche se non ha fatto notizia, noi
abbiamo fatto pagare più tasse alle banche. Domando: dove è finito il massimo
scoperto bancario? Perché non l'hanno riproposto, come ha suggerito anche il
governatore Draghi? Quanto alla benzina, le faccio solo notare che da quando
sono stati fatti gli annunci della Robin tax il prezzo alla pompa nei
distributori italiani ha raggiunto il massimo del differenziale rispetto ai
prezzi degli altri paesi europei. C'è un mix di demagogia e di misure
compassionevoli. In realtà questo governo ha introdotto un meccanismo di
concertazione corporativa con alcuni soggetti forti. L'hanno fatto per le
concessioni autostradali, per l'accordo sui mutui predisposto dalle banche. E
ancora, sulla vicenda Alitalia di cui non si sente più parlare". Pensa che
la class action sarà definitivamente abbandonata oppure crede al ministro
Scajola che ha promesso la riforma dal prossimo anno? "Ma su!
Qui nessuno è fesso. Si sta facendo un'operazione di svuotamento della class
action. Io lo so bene che ci sono resistenze enormi. So anche che la normativa
si può migliorare. Ma io sono certo che finirà di fatto con la sua
eliminazione, a svantaggio dei consumatori". Ritiene giustificato l'allarme delle
regioni sul ritorno dei ticket sanitari sulla diagnostica? "Sì,
si arriverà lì. Con i tagli previsti nella sanità non ci sarà alternativa e
saranno guai per i cittadini". Il Parlamento avrà il tempo, da qui alla pausa estiva,
di esaminare una tale mole di norme? "Questo è un problema
vero. In circa quaranta giorni dubito che si possa fare un esame attento a meno
che non si pensi a una sorta di "sospensione della democrazia". È una
questione che porremo ai presidenti delle due Camere". Secondo lei
il governo, nonostante l'ampia maggioranza, potrebbe ricorrere al voto di
fiducia per accelerare i tempi? "Non voglio nemmeno pensarci,
ma stanno accadendo cose gravissime. Mentre nella discussione sulla sicurezza è
stato ammesso l'emendamento sulla giustizia, non è stato ammesso dal presidente
della Camera un nostro emendamento sugli affitti durante l'esame del decreto
sull'Ici. E sa perché? Per disomogeneità di materia". Il governo ombra presenterà una
contro-Finanziaria? "Faremo opposizione con il massimo di
incisività. Faremo la nostra battaglia perché in questo fuoco di artificio di
annunci non si può far scomparire il "cuore" della questione sociale,
cioè la difesa dei redditi". Manifesto – 19.6.08 Una manovra federale e classista –
Galapagos Al governo non basta presentare il Dpef, il documento di indirizzo
della politica economica: vuole mostrarsi decisionista - come era già successo
nel 2001 con i famosi e nefasti «100 giorni» - varando provvedimenti immediati per
dare un segnale forte. L’azione del ministro Tremonti questa volta si è fatta
più prudente e meno sfacciata,ma quello che il governo si appresta a varare fa
lo stesso parecchio schifo. Giulio Tremonti e i suoi soci cavalcano l’onda
emotiva anti «casta» e programmano interventi di stampo populista per dare
l’impressione di fare un po’ di pulizia. La parola d’ordine è: dagli ai
«fannulloni». E nel mucchio finiscono anche incolpevoli e utili (al territorio)
comunità montane e soprattutto lo smantellamento dello stato sociale con tagli
pesanti nei trasferimenti agli enti locali. Il problema delle risorse
indubbiamente esiste, ma quello che sta per varare il governo è diverso e
soprattutto è un insieme di provvedimenti molto opachi. Non è chiaro a cosa
serviranno i tagli e la «Robin tax» che sarà accolta con molto favore visto che
colpisce gli odiati petrolieri, le banche e le assicurazioni. Per quest’anno
risorse supplementari non ne servivano, visto che la due diligence
commissionata
dal governo per sputtanare Prodi ha verificato che lo scostamento sarà di
appena lo 0,1 per cento rispetto alle previsioni. Cioè il deficit rispetto al
Pil dovrebbe essere del 2,5 per cento anziché al 2,4 lasciato in eredità. Di
più: se la congiuntura dovesse migliorare un po’ le cose andrebbero decisamente
meglio. Mentre se dovesse peggiorare, la manovra sarebbe una vera iattura. Per
il 2009 anche Prodi aveva previsto una «correzione », ma di entità minore e
soprattutto finalizzata a una distribuzione del reddito in senso egualitario e
di alleggerimento della pressione fiscale per i redditi più bassi. Come nel
2001 la politica economica del governo ha una componente decisamente di classe,
che avvantaggia pochi. Apparentemente è neutrale, ma in realtà non lo è. Non a
caso, nessuno parla di risorse per onorare i contratti dei pubblici dipendenti,
ma solo di mazzate ai fannulloni; per tutti i lavoratori (e i pensionati) non
c’è un centesimo di sgravi fiscali; per il lavoro, c’è un ripensamento di quei
pochissimi provvedimenti buoni presi dal centro sinistra per limitare la
precarietà. E in più, con la benedizione dell’Unione europea, c’è anche un
ripensamento degli orari di lavoro. C’è l’abolizione del divieto di cumulo tra
pensione e lavoro. Chi favorirà: i manager delle aziende o i manovali di 65
anni che torneranno sulle impalcature dei cantieri? Con la scusa di
incrementare le risorse alla lotta all’evasione, si comincia a smantellare
quello che di buono aveva fatto Visco e la lotta all’evasione diventerà sempre
più complicata. E per chi verrà pizzicato, cioè per evasori che hanno subito un
controllo della finanza, sarà sempre possibile un concordato fiscale in piena
concordanza con lo stile di Silvio Berlusconi in fatto di giustizia. Difficile
dire se in Italia ci siano pochi o tanti insegnati, ma tagliarne 100 mila
sembra una enormità. Il dubbio è che il depotenziamento della scuola pubblica
risponda in realtà alle promesse che il cavaliere ha fatto al papa. Per ultima
la sanità: circolano strane voci. La più gettonata indica un taglio di due
miliardi ai fondi previsti da Prodi. Di più: si parla di reintrodurre un ticket
di 10 euro. E si parla con sempre maggiore insistenza di sanità complementare:
dopo la previdenza, ora è la volta del diritto alla salute a essere messo in
causa. O meglio: sarà messo in causa nelle regioni del Sud, perché la manovra
avviata dal governo non è che il primo passo del federalismo fiscale. Anche i
conti hanno un loro senso politico. Un
disastro tutto tagli. Tornano pure i ticket - Antonio Sciotto Roma - Adesso reintroducono pure il ticket: il disastro-finanziaria è
stato varato dal governo Berlusconi, che continua a vantare le «Robin Hood Tax»
o i mutui allungati, ma come lo sceriffo di Nottingham sta piuttosto fregando
le fasce deboli e il ceto medio («fottendo», direbbe meglio il ministro del
Welfare Sacconi, che l’altroieri ha usato questa espressione riferendosi al
Patto del ’93). E’ una corsa al taglio dei servizi pubblici, e, insieme, un
aumento delle tasse più odiose, come i ticket,mentre le tasse vere - quelle
«bellissime» - in realtà torneranno a essere condonate o bypassate dai più
furbi, grazie alla neutralizzazione di tutte le misure varate da Vincenzo
Visco. Realizzato anche un vecchio «sogno» dell’ex ministro Lanzillotta:
verranno privatizzati i servizi pubblici locali, con una quota per i privati
«non inferiore al 30%». E se la gara non sarà fatta, con assegnazione esclusiva
al pubblico, l’evenienza dovrà essere addirittura giustificata (vedi box a
lato). D’ora in poi solo precari Pessime notizie anche sul fronte lavoro, con la
conferma del «programma Sacconi» (dal titolo «Liberare il lavoro»),
iper-precarizzante, una superfetazione della legge 30: il ritorno del «lavoro a
chiamata», l’abrogazione dei limiti per i contratti a termine, ma anche l’eliminazione
della «responsabilità in solido» degli appaltanti rispetto ai subappaltanti, e
del cosiddetto «indice di congruità», che oggi è utile per capire se il
personale dichiarato da un’impresa sia commisurato al servizio erogato. Ma
verrà cancellato anche quel documento che permette di evitare le dimissioni in
bianco, imposte soprattutto alle donne in caso di gravidanza (al di là delle
ideologie, un principio di civiltà minima che dovrebbe avere cittadinanza anche
presso il centro-destra). Senza contare la stretta sui riposi e l’allungamento
della settimana a 60 ore (vedi il box dedicato qui sotto). I sindacati (ma in
realtà la sola Cgil), i Comuni e le Regioni si sono detti preoccupati per i
tagli imposti agli enti locali: le cifre rimbalzano, si va dai 17miliardi in 3
anni di due giorni fa, agli oltre 23miliardi di «risparmi» circolati ieri. La
manovra complessiva resta di 34,9 miliardi di euro, dal 2009 al 2011, con
l’obiettivo di azzerare il deficit. Un esempio lo offre il 2009: 9,6 miliardi
verranno dai «risparmi» (i tagli ai servizi essenziali, i «non» contratti
statali, le «non» stabilizzazioni dei precari pubblici, le riduzioni dei
trasporti locali, etc.), mentre 3,5miliardi saranno le entrate. Il ticket, ha
spiegato il presidente delle Regioni Vasco Errani, avrebbe bisogno di una
copertura di 834 milioni di euro, altrimenti verrebbe reintrodotto quello che
il governo Prodi aveva sospeso solo per un anno (10 euro su diagnostica e
specialistica). Il governo ha dunque annunciato un tavolo. Province a settembre. Dopo le proteste manifestate
dagli enti locali (e soprattutto da diverse clientele politiche) il governo ha
deciso di rinviare l’eliminazione delle comunità montane e delle province
metropolitane (sono almeno 9, quelle che insistono sulle città più grandi): se
ne riparlerà a settembre. Resta spinosissimo il nodo statali: i sindacati
parlano della necessità di almeno 7-8 miliardi per il rinnovo del biennio, ma
per ora sono certe solo le mille tagliole già disposte da Brunetta e il
demagogico piano «anti-fannulloni» (anche se il ministro, come contentino,
annuncia una possibile detassazione straordinari anche per il settore). Quello
che preoccupa di più i sindacati, è però la regolazione dell’organizzazione del
lavoro per legge, eliminando di fatto la contrattazione. Questo è un aspetto
che disturba anche Cisl e Uil, in realtà molto più morbide sulla generalità
della manovra: ieri Bonanni e Angeletti hanno insistito soprattutto
sull’urgenza di reperire le risorse per il pubblico impiego e sul loro no alla
sterilizzazione del contratto, mentre Bonanni ha sottolineato la lotta
all’evasione, dicendosi contrario alla misura già annunciata da Tremonti,
ovvero l’abbandono della «tracciabilità dei pagamenti» introdotta da Visco
(impossibilità di usare contanti oltre i 100 euro di compenso agli autonomi).
La Confindustria, per bocca di Alberto Bombassei, ha definito «positiva », la
manovra, salvo la bocciatura da parte di Emma Marcegaglia della tassa destinata
alle plusvalenze dei petrolieri (la cosiddetta «Robin Tax»). Il più critico è
stato Guglielmo Epifani: la Cgil si dice «insoddisfatta», ed è preoccupata dai
tagli agli enti locali e alla sanità, oltre ovviamente al nodo degli statali. Sui
contratti la Cgil avverte: «Non firmeremo un accordo a tutti i costi» - Sara Farolfi Roma - Un incontro «non sulle generali, sulle generalissime». La
trattativa ’vera’ tra sindacati confederali e Confindustria inizia
ufficialmente martedì prossimo. Il primo confronto, ieri, a delegazioni
allargate è servito ad apparecchiarne il tavolo, definendo tempi (due incontri
a settimana, per chiudere entro settembre) e priorità. Ciascuno dei convitati
impegnato, inevitabilmente, a tirare la tovaglia dalla propria parte. Per
Confindustria hanno parlato la presidente Emma Marcegaglia e il vicepresidente,
Alberto Bombassei. Per i sindacati sono intervenuti i tre segretari generali di
Cgil, Cisl eUil, ma erano presenti anche i segretari generali delle categorie
(da martedì la trattativa si svolgerà invece a delegazioni ristrette). Le parti
sono convenute sulla necessità di partire «dal cuore del problema», dunque
dalla distribuzione di ’peso’ tra contratto nazionale e di secondo livello e
dalla questione del potere d’acquisto. La trattativa - ha detto Epifani ed è
poi convenuta Marcegaglia - dovrà svolgersi tra le parti sociali «in autonomia
» dal governo. Ieri non si è entrati nel merito. Confindustria (che parte dal
documento del 2005, «con qualche piccola modifica ») ha ribadito che la
risposta alla ’questione salariale’ risiede nell’aumento della produttività che
in Italia è, al pari dei salari, più bassa che altrove. Poco prima dell’inizio
dell’incontro, il direttivo di Confindustria aveva ribadito d’altro canto il
«no» alla contrattazione territoriale. Contratto nazionale leggero dunque
(Marcegaglia ha accennato alla necessità di un indicatore «chiaro», nulla di
più, per misurare l’inflazione), e contrattazione aziendale (che oggi interessa
appena il 30% delle imprese). Ma con meccanismi di garanzia («sanzioni», aveva
detto Marcegaglia a Santa Margherita Ligure) per evitare sovrapposizioni tra
contrattazione di primo e secondo livello. Una chiave di lettura, in questo
senso, può essere la lettera inviata qualche settimana fa da Federmeccanica ai
segretari di Fiom, Fim e Uilm, che congela di fatto le piattaforme sindacali di
secondo livello: auspichiamo che la trattativa definisca regole precise -
scrivono i padroni - perchè non sia più possibile ricevere piattaforme così.
Bombassei è stato «più rude»: per evitare che le imprese delocalizzino - questo
il succo - bisogna incrementare la produttività, e quindi gli investimenti,
l’occupazione e l’orario di lavoro. Dal fronte sindacale, invece, gli unici
paletti sono stati quelli posti da Guglielmo Epifani (Cgil): l’obiettivo dovrà
essere quello dell’aumento dei salari, senza gabbie salariali e senza deroghe
al contratto nazionale che deve restare il punto di riferimento, e con una
contrattazione di secondo livello «estesa e qualificata». «Non firmeremo un
accordo a tutti i costi», ha concluso Epifani. Decisamente più distesi i
commenti di Cisl eUil. Raffaele Bonanni (Cisl) parla di «un buon inizio», anche
perché «nessuno, sia tra i sindacati che tra gli imprenditori, ha fatto
discorsi da falco». Mentre Luigi Angeletti (Uil), penna pronta per la firma
alla mano, accelera: «Siamo in ritardo, anche domani sarebbe tardi». Secondo
Bombassei, «c’è un’atmosfera costruttiva, questo non vuol dire che saranno rose
e fiori ma spero che con la buona volontà dimostrata si possa arrivare a un
risultato». Martedì si entrerà dunque nel merito. Prima, lunedì e martedì, il
direttivo Cgil sarà una prima occasione di confronto dentro l’organizzazione di
corso d’Italia, sulla gestione della trattativa alla luce, inevitabilmente,
della deregolamentazione spinta del ministro Sacconi. Cgil, il
sindacato del segretario. La grinta di Epifani - Loris Campetti La grinta decisionista di Guglielmo Epifani piace molto alla
stampa. Cronisti e commentatori sentono un profumo nuovo nell’aria e se ne
riempiono i polmoni. Basta con le ritualità polverose, le consultazioni, la
democrazia tanto diffusa quanto appiccicosa che fa solo perdere del tempo, come
le mediazioni tra confederazione, categorie, Camere del lavoro. C’è un tempo
per tutte le cose, è scritto nell’Ecclesiaste, e questo è il tempo delle
decisioni e non dei cincischiamenti. Che la nuova segreteria della Cgil sia
diventata espressione diretta del suo leader maximo («rinnovamento nella
continuità», scrive Rassegna sindacale evocando linguaggi del
passato), non può che far bene al sindacato, alla politica,
al paese. E perché no, in tempi di globalizzazione anche al mondo intero. Lo
storico e saggio commentatore sindacale Bruno Ugolini arriva a scrivere su l’Unità, correggendo la profezia di
chi al tempo della successione a Cofferati diceva di Epifani «quello è bravo ma
è troppo gentile, non ha le palle», che invece gli attributi («la grinta») li
ha e li ha tirati fuori. Fantastico. Ammesso e non concesso che la stagione che
ci tocca vivere («le tempeste all’orizzonte») valorizzino di più quelle parti
del corpo rispetto ad altre, come ad esempio il cervello. Il cambiamento in
atto nella Cgil, che non è iniziato ieri ma con l’insediamento del governo
Prodi, non preoccupa tanto e soltanto per l’esclusione dalla segreteria delle
culture critiche rispetto alle ultime scelte confederali – il protocollo sul
welfare, o quello sulla riforma del sistema contrattuale - e cioè per la
marginalizzazione delle sinistre interne. Preoccupa di più l’affievolirsi
dell’autonomia sindacale rispetto ai partiti, ai governi, alle controparti. Per
giunta, in un momento in cui l’opposizione politica latita, balbetta, mentre
governo e padroni sferrano una delle peggiori offensive del dopoguerra sugli
orari, gli straordinari, i contratti. Ma anche in un ipotetico quadro migliore,
l’autonomia della Cgil resterebbe il bene supremo da tutelare, un bene comune
della democrazia. L’unità con Cisl e Uil è un obiettivo importante, come si
potrebbe non condividerlo? A condizione che non mini l’unità tra il principale
sindacato e la sua base sociale. Al contrario, bisognerebbe armarsi di pale e
picconi per tentare di riempire il fossato che divide il comune sentire dei
lavoratori dai gruppi dirigenti di corso d’Italia. La democrazia - al vertice,
alla base, nei rapporti tra base e vertice, nella costruzione delle strategie,
nella stipula degli accordi - non può essere considerata un lusso, una perdita
di tempo anche e soprattutto nel clima dato, con le nubi tempestose che ci
minacciano segnalate dall’amico Ugolini. Il decisionismo è la risposta peggiore
alla crisi. In ultima sintesi, quel che preoccupa maggiormente del nuovo corso
della Cgil è la risposta debole a politiche forti che smantellano i pilastri
stessi su cui il sindacato si regge e si dovrebbe legittimare. Sarà un caso, ma
è un fatto che contro gli omicidi sul lavoro solo i metalmeccanici abbiano
indetto uno sciopero (di un’ora). Decreto
sicurezza. Via all’esercito, in cella chi affitta un appartamento agli
irregolari Uso dell’esercito in funzione di ordine pubblico, aumento delle
pene per i reati di mafia e l’istituzione di una corsia di emergenza per i
processi relativi a incidenti sul lavoro. Ma anche la cancellazione della
possibilità per i testimoni di giustizia di essere assunti nella pubblica amministrazione
e il carcere per chi affitta una casa ai clandestini. Sono alcuni degli
emendamenti al dl sulla sicurezza approvati ieri Esercito Il Viminale potrà
contare su 3.000 soldati da impiegare in operazioni di ordine pubblico, insieme
a polizia, carabinieri e guardia d finanza, per sei mesi. Aggravante di
clandestinità. Previsto l’aumento della pena fino a un terzo se a commettere il
reato è un immigrato clandestino. Falsa identità Inasprite le pene per
chi dichiara una falsa identità: reclusione da uno a sei anni (prima il massimo
era tre anni). Introdotta la stessa pena anche per chi, per impedire
l'identificazione, «altera parti del proprio o dell'altrui corpo». 416/bis, condanne più
dure Aumentano di due anni le pene per l' associazione mafiosa e si
estende il reato anche alle organizzazioni criminali straniere. Incidenti sul lavoro I tribunali dovranno
dare «priorità assoluta» ai reati commessi in violazione delle norme di
prevenzione degli infortuni sul lavoro. Casa ai clandestini Reclusione da sei
mesi a tre anni per chi affitta a un irregolare. Prevista anche la confisca
della casa. Inasprite le pene per chi dà lavoro a stranieri senza permesso di
soggiorno. Ubriachi al volante Si inaspriscono le pene, previste da 3 a
10 anni, per l'automobilista ubriaco o drogato che causa incidenti mortali, con
revoca della patente. Prevista anche la confisca del veicolo. Ergastolo per chi
uccide un pubblico ufficiale Introdotta l'aggravante che comporta
l'ergastolo nel caso di omicidio di un ufficiale di pubblica sicurezza o di
polizia giudiziaria. Espulsioni più facili Si ampliano i casi di espulsione su ordine
del giudice per gli stranieri condannati. Sarà espulso chi è condannato a più
di due anni di reclusione (prima era 10 anni). Obbligatorio l'arresto dell'autore,
anche se non c'è flagranza, e si procede con rito direttissimo. «Perché colpiscono noi e non chi ci sfrutta?» -
Orsola Casagrande L’Anm:
giustizia in ginocchio ma per ora niente sciopero - Sara Menafra Roma - Più di un urlo, scuote il numero:
centomila. Tanti sono secondo la «stima prudenziale» dell'Anm i processi che
saranno bloccati dall'emendamento che sospende per un anno i giudizi in corso.
«Si fa presto a calcolare», spiega il segretario generale dell'Anm, Giuseppe
Cascini: «Prendiamo i dati del 2006, gli ultimi diffusi dal ministero. Allora i
processi dinnanzi al tribunale monocratico erano 350mila e quelli al collegiale
21mila. Se si tiene conto che il trend è leggermente in aumento per gli ultimi
anni e che circa il 30% di quei processi era per fatti precedenti al giugno
2002, eccoci ai centomila». Il giudizio arriva subito dopo: «E' un modo per
mettere in ginocchio la giustizia penale. Saremo sovrastati da un caos organizzativo
senza precedenti, perché le cancellerie passeranno l'anno ad avvisare tutte le
parti dell'avvenuta sospensione e poi a riconvocarle. Non avranno il tempo di
far spazio a quelle priorità di allarme sociale di cui parla la legge». Di
nuovo come un tempo, l'Associazione nazionale magistrati si ritrova assediata
nella sua sede al sesto piano del palazzaccio della Cassazione. Tutto come
sempre, almeno quando al governo c'è Berlusconi: la ressa di telecamere, i
flash che scattano a ritmo di rap, i volti tesi. La differenza è che l'attuale
giunta s'era ripromessa di aprire una nuova fase e dialogare con tutti e
soprattutto col neoministro Angelino Alfano. Neppure un mese dopo i buoni
propositi, si ritrova nell'angolo della protesta. Col rischio, stavolta, di
passare per «troppo morbida», ad esempio quando il presidente Luca Palamara
risponde picche alle domande su un eventuale sciopero: «L'Anm non pone veti ma
ritiene di dover sottolineare l'impatto di questa norma sulla giustizia e di
ribadire le conseguenze che avrà per la giustizia». E il segretario generale
Cascini (Md) alza la posta: «Sarebbe molto grave se si fossero fermati
centomila processi per bloccarne solo uno, così come ci rifiutiamo di credere
che basti fermare un processo per evitare questo intervento legislativo». E di
nuovo: «Ricordate che la legge non consente l'uso privato di pubblici poteri».
Il messaggio nel messaggio, però, è il medesimo: niente barricate. Un po'
perché era questa la promessa delle nuova giunta prima e dopo le dimissioni del
«moderato Luerti». Un po' perché, negli ultimi anni, la corrente maggioritaria
Unicost ha tentato la strada del «dialogo dall'interno» col ministero della
giustizia. Dopo le toghe d'ogni corrente coinvolte da Mastella, Alfano ha preso
con se,come sottosegretario, Giacomo Caliendo. Già membro del Csm, già leader
dell'Anm stroncato dalle polemiche sul ruolo nel caso Calvi (fu accusato di
aver fatto pressioni perché gli fosse restituito il passaporto), Caliendo è uno
degli esponenti più antichi e più accreditati della corrente maggioritaria
delle toghe, di cui fa parte anche il presidente dell'Anm Luca Palamara e
persino il ministro ombra del Pd, Lanfranco Tenaglia. «Di certo le norme in
questione sono state valutate anche da lui prima di essere inserite nel decreto
legge», è il ragionamento. Dunque la scelta strategica: giudicare il merito,
discutere del come e del perché l'emendamento sulle intercettazioni sommato a
quello sul blocco dei processi rischino di mettere in crisi la giustizia
italiana. Ma per ora e finché sarà possibile, niente rotture. Infine, e questo
vale anche per il Csm, le toghe associate vogliono provare a tenere unita
l'organizzazione. Lunedì la sesta commissione comincerà a discutere del decreto
sicurezza e come è accaduto per quello sui rifiuti l'obiettivo sarà l'unità.
Meglio un'obiezione unanime, di una bocciatura firmata solo dalle solite
correnti della sinistra. L'«impatto» della legge in effetti parla da se. Tanto
che i magistrati si sono inventati pure un quiz per gli ignavi cronisti: «Un
chirurgo durante un operazione per un grave errore provoca la morte di un
bambino, oppure un giovane ruba un telefono cellulare ad un coetaneo
minacciandolo con un temperino. Quale processo si farà?»Il secondo, of course. Tregua.
Il pericolo viene dai gruppuscoli legati a al Qaeda – M. Giorgio Gerusalemme - Anche il Jihad Islami non intende
violare la tregua. L'assicurazione data ieri da uno dei suoi leader, Khaled al
Batsh, ha rafforzato la tesi di chi ritiene che Hamas farà il possibile per far
rispettare anche alle altre organizzazioni armate palestinesi, il cessate il
fuoco con Israele mediato dall'Egitto. In gioco c'è anche la reputazione del
movimento islamico palestinese che da tempo cerca consensi in quel mondo arabo,
o meglio tra quei regimi arabi filo-Usa, che sino ad oggi lo ha tenuto a
distanza. Quello egiziano ma anche la monarchia hashemita giordana. Riuscire a
mantenere la calma a Gaza, significherebbe per Hamas dimostrare di avere
maturità politica e controllo della situazione e, quindi, la possibilità di
porsi come una alternativa all'Anp di Abu Mazen. Non è detto però che tutti a
Gaza siano convinti di rispettare il cessate il fuoco. Il nemico di Hamas non è
solo Israele. Il movimento islamico deve guardarsi le spalle dalle attività dei
gruppetti qaedisti che da qualche tempo operano nell'ombra a Gaza e che
potrebbero tentare di far saltare la tregua con lanci di razzi o con attacchi
contro le postazioni israeliane. Il qaedismo è un fenomeno ancora in embrione a
Gaza. Non si può parlare di gruppi ben organizzati come quelli iracheni, ma di
piccole formazioni decise a porre le basi per un «progetto futuro». Per al
Qaeda, la decisione di Hamas di accettare le «regole del gioco» democratico
fissate dall'Anp e di partecipare alle elezioni del 2006 (vinte a mani basse) è
stato un tradimento dei principi in cui crede l'organizzazione di Osama bin
Laden. Non sorprendono perciò i sempre più frequenti discorsi in sostegno dei
diritti dei palestinesi, specie quelli di Gaza, pronunciati da bin Laden e
soprattutto dal suo vice Ayman Zawahry. Quest'ultimo all'inizio di giugno ha
esortato alla ribellione la gente di Gaza, suggerendo di abbattere nuovamente
la barriera di confine a Rafah, infrangendo così l'accordo raggiunto da Hamas
con il Cairo. La tregua con Israele è per al Qaeda la prova defintiva del
«tradimento» di Hamas. Jesh al Umma, Jesh al Islam e altre sigle apparse in
questi ultimi due anni, rappresentano i tentativi di infiltrazione di al-Qaeda
a Gaza tenuti sino ad oggi sotto controllo da Hamas. Abu Hafss, il leader di
Jesh al Umma, qualche giorno fa ha espresso la sua forte avversione per la
politica di Hamas che, ha spiegato, non ha proclamato un Emirato islamico a
Gaza pur avendo il controllo pieno della Striscia. Ha inoltre rivelato di aver
avviato una campagna di reclutamento tra i giovani «delusi». Non è noto quanti
siano i militanti di Jesh al Umma - quasi tutti verrebbero non da Hamas ma dai
Comitati di resistenza popolare - tuttavia fonti di Gaza ben informate dicono
che questa organizzazione, pur non avendo legami organici con al Qaeda, ha
ricevuto nei mesi scorsi finanziamenti dall'estero. Soldi che ora potrebbero
servire per organizzare cellule armate pronte a lanciare razzi verso Israele in
modo da far crollare la tregua voluta da Hamas. Immigrazione,
la Ue vota la direttiva della vergogna - Alberto D’Argenzio Strasburgo - La direttiva Rimpatri da ieri è
praticamente legge. Il Parlamento europeo non ha cambiato nemmeno una virgola
del testo sul quale i 27 avevano trovato l'accordo, un testo definito da varie
ong, tra cui Amnesty international, una «vergogna» e criticato aspramente tanto
dal Vaticano quanto dal Commissario europeo ai diritti umani del Consiglio
d'Europa Thomas Hammarberg e dall'Alto Commissario delle Nazioni unite Louise
Arbour, che chiede ai paesi Ue di non ratificare le norme. Le critiche non
hanno però scalfito il centrodestra, che è andato avanti deciso macinando tutti
gli emendamenti migliorativi presentati dai socialisti, dai verdi e dalla
sinistra unitaria. Non ne è passato nessuno, e ne sarebbe bastato uno solo per
bloccare la direttiva, portandolo verso quella seconda lettura a cui non
volevano assolutamente giungere gli Stati membri. Che avevano fretta, poiché
senza l'approvazione della direttiva non si potevano sbloccare i 676 milioni di
euro previsti per i rimpatri per il periodo 2007-2013. Ora potranno usarli, il
lavoro d'altronde non manca: la direttiva mette gli 8 milioni di clandestini
che vivono in Europa definitivamente fuori dalle regole, da rinchiudere fino a
18 mesi per trovare il tempo per espellerli, minori compresi. Il voto finale -
367 sì, 206 no e 109 astensioni - ha dimostrato la solidità e la disciplina dei
popolari ed anche di gran parte dei liberali, formazioni in cui si temeva (o si
sperava) qualche ripensamento, magari mosso dalle critiche del Vaticano. Meno
solidi a sinistra, dove i socialisti spagnoli e tedeschi hanno alla fine
sposato la direttiva, obbedendo agli ordini delle loro capitali piuttosto che a
quelli del loro gruppo politico che chiedeva il rigetto, come verdi e
comunisti. Hanno scelto la via di mezzo, ossia si sono astenuti, i laburisti
britannici, ma tanto la norma non verrà applicata nel Regno unito (e nemmeno in
Danimarca). Ma si è astenuto, nella votazione finale, anche tutto il Partito
Democratico: Margherita e Ds hanno deciso di fare fronte comune, preferendo non
decidere su un testo che offende i diritti umani e che fa il gioco del governo
Berlusconi. Unica eccezione, l'eurodeputato Guido Sacconi che ha votato no.
Mentre Gianni Rivera si è espresso per il sì. «La dichiarazione congiunta -
spiegano Susta e Panzeri, i due capogruppo Pd a Strasburgo - con cui gli Stati
membri si impegnano a non adottare al loro interno norme peggiorative rispetto
a quelle in vigore, la facoltà per ogni stato membro di adottare posizioni
migliorative, soprattutto in tema di minori, rappresentano sufficienti garanzie
per non votare contro e per rispondere alla domanda di sicurezza che è diffusa
in tutta Europa». Argomenti che non convincono appieno visto che la
«dichiarazione congiunta» non ha alcun valore vincolante e che la situazione
dei minori resta terribile. «È assurdo che i minori non accompagnati vengano
arrestati - spiega il socialista greco Lambrinidis - e poi vengano deportati
non solo nei paesi di origine, ma anche in quelli di transito, paesi che non
sono i loro». Da destra si brinda al voto, con meno ipocrisie. «Il voto
favorevole - afferma la Angelilli di An - ferma il tentativo della sinistra
italiana di bloccare la strategia comunitaria per combattere l'immigrazione
clandestina e rendere certe le espulsioni negli Stati membri». Di diverso
avviso Giusto Catania di Rifondazione comunista: «Oggi il Parlamento ha scritto
una delle pagine più buie della sua storia. Questo testo cancella secoli di
civiltà giuridica e consegna l'Europa nelle mani di culture impregnate di
xenofobia e di strisciante razzismo». Dello stesso tenore il commento di
Vittorio Agnoletto: «È finita un'epoca: oggi è stata sepolta l'Europa della
Rivoluzione francese e dell'Illuminismo. Trionfano il razzismo e la
segregazione. È molto grave che, di fronte ad una dura offensiva di una destra
razzista, il gruppo socialista si sia spaccato e che i parlamentari del Pd si
siano astenuti. Dichiarare che vi è la certezza che i governi non peggioreranno
l'attuale legislazione è pura ipocrisia. Berlusconi aspettava solo questo voto
per aumentare la detenzione nei Cpt italiani a 18 mesi». Non a caso il Front
National francese, la Lega Nord italiana e il Vlaams Belang belga hanno
benedetto il testo. Fuochi
salvifici. Le proprietà andate in fumo - Filippo Del Lucchese Se i roghi di auto nelle notti bollenti delle banlieues
francesi vi sembrano privi di senso, sentite un po' questa. Crisi economica e
recessione negli Usa, «tragica realtà» o «allarme ingiustificato»? Per avere
una risposta sembra utile rivolgersi non tanto a economisti e analisti, ma ai
pompieri. Se l'economia cresce, i roghi diminuiscono, se rallenta non ci sono
abbastanza cisterne per spegnere gli incendi. Liberazione – 19.6.08 Tremonti, il mostro mite e l'economia - Alfonso Gianni Le anticipazioni sul
piano triennale da 35 miliardi di euro fornite da Silvio Berlusconi e da Giulio
Tremonti, negli incontri con le massime autorità dello Stato, con la stampa e
infine con le parti sociali, autorizzano a qualche considerazione in più che non
sia limitata alla pura politica economica. Leggendo le notizie delle agenzie
viene inesorabilmente alla mente il recentissimo dibattito sviluppatosi, anche
sulle colonne di questo giornale, sulla natura del nuovo regime berlusconiano.
Mi schiero dalla parte di chi considera che gridare ad un nuovo fascismo sia un
fuor d'opera. "Annibale non è alle porte", ha scritto saggiamente
Mario Tronti. Siamo di fronte piuttosto ad un "regime leggero", come
ha recentemente detto Fausto Bertinotti, un modello di repubblica a-fascista
soprattutto perché a-antifascista. Ciò non toglie che il nuovo governo si muova
solertemente per separare lo Stato dal diritto, per fare dello Stato
d'eccezione la normalità imperante. Siamo di fronte a un "Mostro
mite", come Raffaele Simone - in un recente saggio - ha felicemente
definito il nuovo paradigma culturale delle destre, mutuando l'espressione da
Tocqueville in contrapposizione alla legnosa aggressività del Leviatano di
hobbsiana memoria. Sia pure. Ma questo "mostro mite" non agisce solo
sul terreno della restrizione delle libertà, ma anche su quello dell'economia e
del suo sistema di governo. E' singolare - ma forse non tanto visto lo stato
miserevole nel quale versa l'opposizione nel nostro paese dopo l'esito
elettorale - che a rilevarlo sia solo il giornale della Confindustria. Dietro
il meccanismo economico vi è un disegno politico ambizioso che consiste nello
stabilire una nuova costituzione materiale che vede l'assoluto primato del
ministro dell'Economia nella compagine governativa e rispetto al Parlamento
ridotto ad un convitato di pietra. Intendiamoci, non è solo farina del sacco di
Tremonti. Come abbiamo già osservato il nuovo governo si muove nel solco del
precedente. La riduzione forzata del deficit è l'obiettivo conclamato e
inviolabile e vi è una corrispondenza tra Tremonti e Padoa Schioppa persino sui
tempi di realizzazione e negli obiettivi intermedi. La stessa accentuazione dei
compiti del ministero dell'economia nella compagine governativa e rispetto alle
prerogative del Parlamento era già intervenuta con il governo Prodi. Ma certo
in questo percorso il nuovo ministro dell'Economia ci mette del suo e tanto. La
stessa scelta di investire sulla dimensione triennale e rigidamente scadenzato
del piano (35 miliardi, di cui 13,1 per il 2009) dà il segno del carattere
autoritario della manovra. Ma ciò che precisa questo carattere è il suo
contenuto. Ciò che viene programmata non è la crescita - sia pure in senso
squisitamente capitalistico -, dunque non siamo di fronte a una nuova
esperienza di programmazione economica sia pure solo dall'alto. Ciò che viene
deciso e programmato nel tempo è il taglio feroce della spesa individuato come
unico mezzo per raggiungere il fine rappresentato dalla riduzione forzata del
debito pubblico. E' su questo versante che il ministro dell'Economia stabilisce
il suo comando sull'intera politica economica del governo al punto che lo
stesso premier Berlusconi ne appare più il portavoce che non il primo
ispiratore. Il metodo Gordon Brown risulta così sublimato e il mostro mite,
direbbe Tocqueville, può così "degradare gli uomini senza
tormentarli". Anzi la manovra tremontiana si riveste anche di
antipolitica, i tagli ai ministeri (ovvero alle spese per il loro concreto
funzionamento) e, seppure con scelte assai poco nitide, di giustizialismo
sociale, le riduzioni delle stock options o la cosiddetta Robin tax, cioè la
tassazione delle plusvalenze sulla vendita delle scorte petrolifere. Sul piano
dello sviluppo la scelta principe, anche se improbabile dal punto di vista
realizzativo, è riservata al nucleare e alle famigerate infrastrutture, ovvero
le grandi opere, confermando in pieno il ritorno dell'intervento statale in
soccorso ad un neoliberismo che non funziona. Ma, per ridare fiato ai centri di
potere economico nel territorio, si vuole anche riportare in auge quel disegno
di legge Lanzillotta sulla privatizzazione dei servizi pubblici che la sinistra
radicale aveva stoppato nella passata legislatura. Sul piano del lavoro, in
attesa che la micidiale direttiva europea sull'innalzamento a 60 ore
settimanali dell'orario di lavoro faccia il suo corso, si pensa di reintrodurre
il lavoro a chiamata - l'unica cancellazione operata dal precedente governo
alla legge 30 -, di cancellare le limitazioni al contratto a termine e persino
eliminare quella norma di iniziativa parlamentare che poteva impedire
l'imbroglio delle dimissioni in bianco. Ovvero più lavoro per chi già ce l'ha e
più precarietà per tutte e per tutti. Non si può dire che a Tremonti manchi la coerenza.
Nel suo più recente saggio aveva scritto che il vero liberalismo (che il
ministro del tutto arbitrariamente contrappone al mercatismo) "si iscrive
nel quadrante delimitato da quattro concetti fondamentali: libertà, proprietà,
autorità e responsabilità". Egli sta dunque implementando il suo
programma. Sta alla sinistra costruirne uno che sia capace di contrapporsi al
"mostro mite". Bando alla malinconia. La politica ripensata da
un gruppo di donne Carla Cotti Si annuncia come
l'appuntamento più insolito dello scenario post batosta elettorale. Lo convoca
per sabato a Roma, invitando donne e uomini, un piccolo gruppo femminista, il
"gruppo del mercoledì". E si tratta di un incontro di riflessione sul
futuro della sinistra assolutamente trasversale, molto diverso quindi dalle
riunioni di partito, di corrente o di area che si stanno moltiplicando nelle
ultime settimane. Ma l'elemento davvero singolare è la base della discussione,
il Manifesto femminista alla sinistra che pubblichiamo qui a fianco. Un testo
che lo leggi e dici: ma che roba è? sono impazzite? la politica non è
abbastanza in crisi? ci mancavano delle femministe decise a fare le
stravaganti? Poi parli con loro, le promotrici, e capisci che suscitare simili
reazioni è proprio quello che vanno cercando. Stop alle parole usurate. «Volevo
un testo rapido, veloce, che sollecitasse una risposta, di adesione o magari di
fastidio. Urticante. Che, appunto, ti facesse dire: robaccia. Oppure:
bellissimo. Anche con l'intenzione di stupire, certo. Comunque che con le
parole urticasse». A spiegare la genesi del manifesto è Rosetta Stella, la
studiosa femminista che l'ha ideato e scritto. L'iniziativa salta fuori durante
la campagna elettorale, in seno al gruppo nato prima della caduta del governo
Prodi da parlamentari di varia collocazione e allargato ad altre che
parlamentari non sono - tra le componenti Elettra Deiana, Fulvia Bandoli, Maria
Luisa Boccia, Bianca Pomeranzi, Letizia Paolozzi, Stefania Vulterini, Isabella
Peretti, Bia Sarasini, Luana Zanella, Adriana Botti - attorno all'idea di
«contribuire a fare sinistra a partire dall'essere donne». Il gruppo è aperto,
ci passano in tante, sta cominciando a lavorare in modo disteso quando irrompe
la crisi di governo. L'insufficienza del cartello elettorale arcobaleno salta
agli occhi, e spunta la convinzione che «in quanto femministe ci si potesse
collocare rispetto ai programmi, alle idee, in maniera non appiattita: ci si
potesse mettere di traverso» . E' sempre Stella a raccontare: «La ripetitività
asfittica di slogan e cliché non bastava - parlo per me - a motivare la mia
presenza dentro la sinistra. Ma sentirsi in conflitto non giustifica il lavarsi
le mani. Mi è venuta voglia di mettermi in gioco». Propone l'ipotesi di un
manifesto, da indirizzare alla sinistra come gesto interlocutorio, di scambio.
Alle altre piace, le chiedono di scriverlo. «Ho evitato le parole lise,
consumate, quelle che le mie orecchie non registrano più, come diritti,
laicità, movimento delle donne… ne ho tirate fuori altre non abituali in
politica, come talento o malinconia. Poi le ho mischiate con quelle che mi
evocano appartenenza: discriminazione, sfruttamento, fabbrica, deboli. La forma
è a slogan, l'intenzione è anche spararle un po' grosse». Il manifesto nasce
come «strumento militante da mettere in mano alle donne impegnate in campagna
elettorale attiva nei territori». Ed è fatto in modo che chi legge possa
aggiungere e togliere i suoi sì e i suoi no. In realtà sono i no a prevalere,
fatto che inizialmente sconcerta le compagne del gruppo: non bisognerebbe
essere propositive? «Il no serve a dare il senso della forza. I sì ci sono,
sono in controluce». C'è un'affermazione sola: in partenza, sulla soggettività
femminile «perché è essenziale che la sinistra di oggi la metta nella sua
ragion d'essere fondante (là dove un tempo era il proletariato)». E un solo sì
esplicito, in chiusura, «per significare la mia esistenza libera di donna
femminista». Il testo viene approvato dal gruppo e messo in rete, ma per vari
problemi tecnici in campagna elettorale di fatto non circola. Poco male. Perché
oggi, nella crisi «di insipienza maschile» rivelata dalla sconfitta, e con la
sinistra fuori dal parlamento, l'iniziativa può essere ancora più utile. «La
crisi della politica non ci riguarda direttamente, noi non abbiamo ricevuto un
colpo alla nostra pratica», sostiene Stella. «Perciò questo manifesto è un
dono, mio al gruppo, del gruppo alla sinistra in ambasce. Ne abbiamo discusso
parecchio: offrire aiuto è una pratica nuova per il femminismo. Io sostengo che
soccorrere non è un male. Dovrebbe creare un circuito virtuoso. Suscitare
comunicazione. Ma attenzione, non sto parlando di virtù salvifica delle donne.
Semplicemente, non possiamo non misurarci». Tirate d'orecchi. Il
manifesto, posto il principio della soggettività femminile e quattro, cinque
temi fondamentali (pace, ecologia, sfruttamento, discriminazione, «vita senza i
viventi») snocciola una serie di comportamenti e addirittura di sentimenti da
rifuggire. Misurarsi con la crisi della politica dando lezioni di stile alla
sinistra? Stella è convinta che serva. Che cos'è la mancanza di stile - chiede
- quando la si rimprovera, per esempio a una donna? «E' quando l'abito non
aderisce a chi è lei, quando c'è confusione, paura di apparire come davvero si
è». Quindi la via è quella di suscitare esami di coscienza individuali? «Va
bene, no? Renderti conto di chi sei, come lavori, cosa puoi fare. Cercare di
dire la verità. E' un esercizio libero. Che diverte, anche. Metti i tuoi no.
Chiediti cosa non dovrebbe esserci nella sinistra per essere migliori. Forse
questo si potrà tradurre in azione politica». La lezione di stile è
«inevitabile» anche per Maria Luisa Boccia, filosofa della politica, ex
senatrice del Prc. «Perché il modo va sempre col contenuto. E partire dal
linguaggio, segnalare che c'è un altro modo di nominare le cose già le cambia.
Nella migliore tradizione del femminismo». E pazienza se con i tempi che
corrono la proposta suona snob? Boccia ritiene «che in questa riflessione di
snob ci sia pochissimo». Perché la sconfitta della sinistra interroga tutta la
politica, anche quella delle donne. Evidenzia la crisi dell'autorità maschile.
Apre interrogativi sulla democrazia e la rappresentanza. Sul rapporto tra
istituzioni e pratiche dei soggetti. In questo quadro la riflessione proposta
dal gruppo del mercoledì «nomina pulsioni e sentimenti diffusi, mentre il
difetto della sinistra è quello di razionalizzare. Per esempio la paura. Noi la
nominiamo come tale. La sinistra la chiama insicurezza. L'importanza di queste
spinte profonde l'ho imparata dai classici del pensiero politico. Di una
disposizione dell'animo come la vanagloria, per esempio, parla molto Hobbes: è
la molla che spinge gli umani uno contro l'altro, a misurarsi per vedere chi ha
la meglio. Ovvio che poi vadano messe in atto tutte le necessarie mediazioni
tra una riflessione come la nostra e le diverse situazioni ed esperienze. Ma
attenzione, non è vero che le comprende meglio chi è convinto di esservi più
prossimo: chi pensa di spiegare questa crisi con le cause strutturali non vede
affatto chiaro». La convinzione diffusa è però che idee e soluzioni nuove
possano venire ormai solo da chi è stato fuori dalla politica politichese,
mentre nel gruppo del mercoledì molte hanno esperienze lunghe nei partiti e
nelle istituzioni. «Parto da me», replica Boccia. «Il mio coinvolgimento non è
venuto meno. E mi sembra essenziale tentare una rilettura di quello che è stato
sinora, tenere aperta la domanda su quanto sono usurate parole e forme, comprese
le nostre, femministe. Certo che una rigenerazione potrà venire da fuori. Ma io
voglio mettermi in gioco». Basta con la casta. «L'appuntamento di
sabato è la prima sede di discussione su questi temi promossa da donne»,
incalza Fulvia Bandoli, ex deputata eletta coi Ds, ora esponente della Sinistra
democratica. «Ci saranno i vari congressi di partito, ma sono ancora dentro la
vecchia logica. Mentre il voto, nei suoi vari aspetti (l'astensione, per
esempio, o il voto utile) meriterebbe una campagna ampia di ascolto. Ci ha
consegnato due fallimenti: quello del partito unico di centrosinistra, il Pd,
che tutto voleva inglobare, e quello di una piccola sinistra che deve porsi il
problema del governo inteso come qualità dello sviluppo del paese. Materia di
riflessione ce n'è per tutti». Bandoli, quattro legislature alle spalle, la
percezione dello scollamento tra le persone in carne ed ossa e una sinistra
sempre più schiacciata sulle istituzioni l'ha avuta prima della sconfitta
elettorale. E ha scelto di non ricandidarsi, con l'idea «di cambiare
osservatorio». La sinistra, dice, sta pagando più di tutti la critica alla
casta, il fatto di essere percepita ormai come puro ceto politico. Mentre
quella che ha in mente lei è «popolare, capace di radicarsi nel territorio e
nel rapporto con le persone, capace di parlare e di legarsi». Ma a una
prospettiva come questa che contributo può dare l'iniziativa del gruppo del
mercoledì? Non è elitaria? Anche Bandoli pensa il contrario. «Il manifesto
entra a pie' pari nel dibattito dei partiti, quando rifiuta la logica
dell'"io da solo ce la faccio meglio" oppure del "niente vale la
pena tanto i giochi sono fatti". Parla a chi ha la tentazione di
tornarsene a casa quando dice no all'indifferenza e chiama al coraggio. E' un
sasso nello stagno. All'assemblea non si discuterà solo del manifesto. Anzi.
L'idea è andare oltre e più a fondo». "Dire no ai giorni del tempo presente,
un'assemblea per discutere di politica e di sinistra liberamente prima della
stagione dei congressi" si terrà sabato 21 giugno a Roma, alla Sala di
Liegro di Palazzo Valentini (Provincia), via IV novembre 119, dalle 10.30 alle
18 La Stampa – 19.6.08 Obama inarrestabile, McCain all’inseguimento A due settimane dalla
conquista della nomination democratica, continua sotto la buona stella dei
sondaggi favorevoli la cavalcata di Barack Obama verso la Casa Bianca.
Apprezzato dai media, circondato dall’aria di novità e cambiamento su cui ha
costruito la campagna, temprato e uscito vittorioso dal confronto con l’ostica rivale
Hillary Clinton, il senatore dell’Illinois si accaparra il favore di segmenti
importanti della società - indipendenti e donne -, guadagna consensi fra gli
ispanici e si impone sul repubblicano John McCain sia a livello nazionale, sia
negli Stati che più pesano nelle elezioni di novembre. E’ una ricerca firmata
dalla Quinnipiac University, in Connecticut, a mettere in evidenza il
significativo vantaggio di Obama sul senatore dell’Arizona in Florida,
Pennsylvania e Ohio, che assegnano in totale 68 dei 270 voti del collegio
elettorale necessari a diventare presidente: dal 1960 ad oggi, nessun candidato
è arrivato a sedere nello Studio Ovale senza aver conquistato almeno due delle
tre piazze e per Obama il cammino parte in discesa, visto che in Florida guida
con il 47% delle preferenze contro il 43% del rivale, in Florida è al 48% con
McCain al 42% e in Pennsylvania ha ben 12 punti di vantaggio - 52 a 40 -. Lo
stesso sondaggio indica che i due senatori si dividono in modo quasi paritario
il favore degli elettori indipendenti dei tre Stati, ma dai dati targati
Zogby-Reuters emerge che a livello nazionale è con Obama il 52% degli
indipendenti, a fronte di un 30% che preferisce McCain. Ottima la posizione
anche nell’elettorato femminile, schierato con Obama per il 51% e con
l’avversario solo nel 36% dei casi. Anche il crescente appoggio da parte degli
ispanici, finora schierati in blocco con Hillary Clinton, fornisce al senatore
dell’Illinois un’ulteriore spinta per prendere il largo nel confronto con
McCain, ma è a livello nazionale il senatore dell’Arizona si prende una piccola
rivincita. Resta indietro, accollandosi un ruolo da outsider mentre Obama
sembra ormai il vincitore annunciato, ma il suo distacco è ridotto ad appena 5
punti - 42% a 47% -: a maggio, prima che Hillary Clinton si ritirasse dalla
sfida, Obama aveva su di lui un vantaggio di 8 punti. Argentina, la protesta delle campagne Poteva essere una
vertenza di categoria come le tante che deve affrontare un governo. E invece il
conflitto del "campo", lo scontro duro tra il governo argentino e i
produttori rurali che rifiutano l'aumento delle tasse sull'esportazione di soia
è arrivato al giorno numero 100. Cento giorni che hanno quasi paralizzato un
paese che è essenzialmente agricolo, terzo produttore mondiale di soia e dove
la presidente Cristina Kirchner, subentrata in dicembre al marito Nestor, è
riuscita in sei mesi a perdere la metà dei consensi. Eletta con quasi il 45% di
voti, oggi naviga intorno al 25% di popolarità. Il problema, come ho letto da
qualche parte, non è tanto che la signora K. sia antipatica (simpaticissima non
è e i suoi modi sono abbastanza autoritari). La questione è più complessa e a
volte la politica argentina assomiglia fin troppo ai difetti (tanti) della
nostra. Miss Kirchner dice che aumentando la pressione fiscale su chi esporta
si ottengono nuovi fondi pubblici per ospedali, scuole, strade. Si
ridistribuisce la ricchezza, in un paese di 40 milioni di abitanti, che produce
cibo per 300 milioni, ma dove ci sono ancora 7-8 milioni di persone povere o
alla fame. Il problema è che in 4 anni e mezzi di governo del marito di grandi
opere pubbliche non se ne sono viste, istituzioni indipendenti come la CARITAS
hanno detto che i poveri negli ultimi due anni aumentano, l'indice ufficiale
dell'inflazione è meno credibile di Bin Laden (o Bush) parlando della pace nel
mondo. Insomma, a Cristina molti non credono. Molti non sopportano l'arroganza
di chi la mette sempre sulla battaglia, con me o contro di me (vi ricorda
qualcuno ?), rendendo impossibile ogni sfumatura e dialogo. Ora la questione
dell'aumento delle tasse sulla produzione di soia passa al Parlamento, dove il
governo ha maggioranza solida, che dovrà votare un disegno di legge presentato
da....Cristina Kirchner. Esito scontato ? Bah, in otto anni d'Argentina ho
imparato a non fare previsioni a lungo termine. Sbagliare è fin troppo facile. Corsera – 19.6.08 Tra i vicoli senza luce di Shatila. Vite sospese
di rifugiati palestinesi –
Sergio Romano Le cause remote della
guerra civile libanese furono i precari equilibri fra le diciotto comunità
religiose installate da secoli in una stretta lingua di terra fra il
Mediterraneo e la valle della Bekaa. Ma le cause vicine, quelle che dettero
fuoco alla miccia nella primavera del 1975, furono l'arrivo nel Paese di
parecchie migliaia di militanti palestinesi, cacciati dalla Giordania di re
Hussein. In Libano, accolti in campi di fortuna, vivevano già altri
palestinesi, fuggiaschi del 1948 e del 1967. Ma i nuovi arrivati avevano le
armi, un'organizzazione militare e soprattutto l'intenzione di trasformare il
Libano in una base strategica per le loro operazioni contro Israele. Erano
quindi, virtualmente, uno Stato nello Stato. Non vi fu un colpo di pistola,
come a Sarajevo, nell'estate del 1914. Ve ne furono molti, con la loro
inevitabile coda di rabbia, lutti e vendette, sino al 13 aprile 1975 quando un
autobus carico di palestinesi cadde sotto il fuoco incrociato delle Falangi
cristiane a Beirut mentre attraversava il quartiere di Ain Al Rumanneh. I morti
furono 27, i feriti 19: i primi di una sporca guerra che fece probabilmente
quasi duecentomila vittime. La partenza delle milizie di Arafat, all'inizio
degli anni Ottanta, non impedì che la guerra, ormai alimentata dalle
interferenze straniere, continuasse sino al 1990. Ma la memoria del conflitto,
nella coscienza dei libanesi, resta indissolubilmente legata al ricordo dei
palestinesi che «invasero» a più riprese il territorio nazionale. Ve ne sono
circa duecentocinquantamila, divisi fra una dozzina di campi che vengono
amministrati da un'agenzia dell'Onu (Unrwa, United Nations Relief and Works
Agency). Sono molto meno dei seicentomila che vivono in Siria e di quelli (più
di un milione e mezzo) che vivono in Giordania, ma hanno meno diritti dei loro
connazionali dispersi nella regione. Non possono acquisire la cittadinanza
libanese. Non possono esercitare le libere professioni. Possono tutt'al più
svolgere piccoli lavori manuali soprattutto in nero. Per cercare di comprendere
quali siano le loro condizioni di vita ho visitato Shatila, il più famigerato
dei campi, quello che fu teatro degli orrendi massacri del 1982. Richard Cook,
direttore dell'Unrwa per il Libano mi indica il campo dalle finestre del suo
ufficio e più tardi, lungo il percorso, il luogo dove, secondo i cronisti
dell'epoca, le forze armate israeliane installarono i riflettori che avrebbero
illuminato Shatila durante il micidiale raid delle milizie cristiane. Mentre ci
infiliamo in minuscoli vicoli, sgambettando fra pozze d'acqua e occasionali
pezzi di selciato, Cook mi spiega che il campo dovrebbe alloggiare tremila
persone e comporsi di casupole o baracche di un solo piano. Ma nessuno poté
evitare che le casupole, con il passare degli anni, venissero costruite in
cemento, che i piani divenissero cinque o sei e che il numero degli abitanti,
sullo stesso spazio fornito a suo tempo dalle autorità palestinesi, salisse a
circa 12.000. La parola «campo», del resto, è ormai del tutto impropria.
Shatila è la caricatura grottesca di una città. Ha vie incredibilmente strette,
piccolissimi slarghi, negozi angusti. Affacciandomi su una finestra a pian
terreno vedo un muratore: sta alzando un muretto all'interno di una stanza che
non supera i tre metri quadrati. Le case sono troppo vicine l'una all'altra
perché i raggi del sole possano entrare a Shatila. La piccola fetta di cielo
che s'intravede fra i tetti è quasi completamente nascosta da un fitto
reticolato di cavi elettrici volanti e da bombole del gas, appoggiate su un
terrazzino di fortuna. L'acqua si prende dagli idranti collegati alle tubature
di Beirut, ma non è potabile. Dimenticavo: questi minigrattacieli non hanno
fondamenta. Basterebbe una sola scossa di terremoto per trasformare Shatila in
una tomba collettiva. Grazie all'Unrwa le condizioni sanitarie,
paradossalmente, sono migliori dell'immaginabile. L'agenzia raccoglie la
spazzatura al mattino, distribuisce bottiglioni d'acqua potabile, assicura
l'insegnamento scolastico e una certa assistenza sanitaria, aiuta le famiglie
più bisognose e organizza corsi di family planning per controllare nei limiti
del possibile l'aumento della natalità. Cook mi spiega che le malattie
infettive (tifo, colera, antrace) sono rare e che il rischio delle epidemie è
modesto. Ma l'aria cattiva, l'umidità, la mancanza di luce e la cattiva
alimentazione rendono gli abitanti di Shatila molto più vulnerabili alle
malattie «ordinarie», dal diabete al cancro, dalla tubercolosi all'Aids. I
bambini sono belli, vivaci, curiosi e, a giudicare dai risultati scolastici,
eccezionalmente intelligenti. Ma gli adulti che ammazzano il tempo fumando
neghittosamente il narghilé all'angolo di una casa sono quegli stessi bambini
venti o trent'anni dopo. La stretta al cuore con cui il visitatore esce da
Shatila è il pensiero del loro futuro. È possibile gestire indefinitamente
l'orrore con i criteri dell'ordinaria amministrazione? Ne ho parlato a lungo
con due persone che dedicano a questo problema buona parte delle loro giornate:
Abbas Zaki, rappresentante a Beirut dell'Organizzazione per la Liberazione
della Palestina e l'ambasciatore Khalil Makkawi, presidente del Comitato di
dialogo israelo-libanese. Zaki sa che il Libano non ha dimenticato il ruolo dei
palestinesi nella guerra civile e non può ignorare che la loro integrazione
nella società nazionale sconvolgerebbe il delicato equilibrio
cristiano-sunnita-sciita. E sa infine che la questione palestinese si è
bruscamente riaperta nel 2007 quando poche centinaia di militanti di una
misteriosa organizzazione islamista, Fatah Al Islam, si sono impadroniti del
campo di Nahr el Bared, nel nord del Libano, hanno rapinato una banca, hanno
ucciso 179 soldati libanesi e ne hanno brutalmente massacrati trenta. In quei
mesi cruciali, mentre il generale Michel Suleiman, oggi presidente della
Repubblica, bombardava il campo di Nahr el Bared, Zaki ha temuto di ricadere
nel vortice degli anni in cui i suoi connazionali erano considerati una
minaccia all'integrità e alla stabilità del Paese. Per esorcizzare il passato
ha diffuso nel gennaio del 2008 una dichiarazione in cui è detto tra l'altro
che i palestinesi in Libano debbono sottomettersi all'autorità dello Stato e
che l'Olp s'impegna a rispettarne la sovranità. Ma è preoccupato. Nelle vicenda
di Fatal Al Islam, il rappresentante dell'Olp vede interferenze straniere,
forse siriane, e la mano di chi vorrebbe seminare zizzania nella regione. Nei
confusi negoziati diplomatici delle ultime settimane fra Israele e la Siria,
invece, vede il rischio che la questione palestinese finisca su un binario morto.
E non può dimenticare, suppongo, che i campi sono focolai di rabbia, vivai di
possibili reclutamenti. Sui muri di Shatila non ho visto le fotografie di
Arafat e Mahmoud Abbas. Ho visto quelle dei «martiri » che combattono contro
Israele nella Striscia di Gaza. Khalil Makkawi è un vecchio diplomatico,
esperto, affabile, intelligente, già rappresentante del suo Paese a Roma e vice
presidente dell'Assemblea delle Nazioni Unite. È copresidente con Zaki del
Comitato per il dialogo libano- palestinese da quando il governo di Fouad
Siniora, nel 2006, volle dimostrare che il Libano non aveva dimenticato i suoi
sventurati «ospiti». Ma la sua maggiore preoccupazione in questo momento è il
loro presente, non il loro futuro. Mi ha mostrato i progetti per la ricostruzione
del campo di Nahr Al Bahr, spiegati sulle pareti del suo ufficio come nello
studio di un architetto, e mi ha parlato della conferenza dei donatori che
avrebbe dovuto tenersi a Vienna qualche giorno dopo per trovare il denaro
necessario alla ricostruzione. Non basta. Si rende conto che occorre dare ai
palestinesi il permesso di lavorare e non esclude che il parlamento libanese,
più tardi, possa autorizzarli con una legge speciale all'esercizio delle
professioni. Ma per il momento anche Khalil Makkawi, come il direttore
dell'Unrwa, deve limitarsi ad amministrare l'esistente e a correggere per
quanto possibile gli aspetti più inumani della vicenda. I rifugiati palestinesi
in Libano sono la più piccola delle tre comunità insediate nella regione. Ma la
natura del Libano rende la loro integrazione molto più difficile di quanto sia
quella dei palestinesi in Siria e in Giordania. Dimenticando per un momento le
obiettive difficoltà politiche, l'osservatore straniero non può fare a meno di
ricordare che i coloni israeliani nei territori occupati sono oggi circa
400.000 mila. Se si è trovato lo spazio per i loro insediamenti perché non
potrebbe esservi spazio, un giorno, anche per i 250.000 palestinesi del Libano?
Separare la loro sorte da quella dei compatrioti più stabilmente alloggiati in
altri Paesi potrebbero essere un segnale di buon senso, oltre che di umanità. Novità vistose in un clima velenoso – Massimo Franco Forse è il primo vero
atto di decisionismo del governo. Approvare un piano triennale di sviluppo in
nove minuti e mezzo di discussione sa di record, per un Consiglio dei ministri.
Merito del lavoro preparatorio fatto da Giulio Tremonti insieme ad un ristretto
gruppo di colleghi; ma forse, almeno altrettanto, dell’esigenza di dare un
segnale al Paese in un momento di scontro con la magistratura e con
l’opposizione. Per il centrodestra si trattava anche di spostare l’attenzione
dell’opinione pubblica dai processi all’economia; di mostrare che su quel piano
c’è una discontinuità, tesa a cancellare le leggi finanziarie del passato,
corredate da trattative autunnali sfibranti e spesso opache. Da questo punto di
vista, la novità è vistosa. E in teoria, le misure preparate dal ministro
dell’Economia non sembrano destinate a provocare le barricate del
centrosinistra: se non altro perché ricalcano parzialmente quelle annunciate
nella scorsa legislatura dall’Unione di Romano Prodi. Il lessico è stato scelto
per non irrigidire la minoranza, evocando la «tassa Robin Hood» contro banche,
assicurazioni e petrolieri: una misura tacciata da qualcuno di demagogia, ma
che ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è affrettato a
rivendicare. Eppure, lo scontro col Pd appare quasi inevitabile per il clima
velenoso che si è creato. Fino a qualche giorno fa i rapporti fra palazzo Chigi
e centrosinistra erano, o fingevano, di essere buoni. Poi c’è stato lo strappo
berlusconiano sulla magistratura, con il cosiddetto emendamento «salva-premier»
che blocca alcuni processi. E di rimbalzo la strategia del dialogo di Walter
Veltroni è stata messa in mora, risucchiata dall’ostilità al premier di alcuni
settori del suo partito e dall’alleato Antonio Di Pietro. E la prospettiva di
una manovra pilotata senza scosse in Parlamento da Tremonti è diventata meno
scontata. Il giudizio sul suo piano triennale finisce per assumere una valenza
politica che va al di là del merito. I provvedimenti sono così eterogenei che
non è difficile additarne alcuni negativamente. L’ipotesi di un «ticket» di
dieci euro per le spese mediche a livello locale è impopolare; e fa insorgere
le Regioni, che chiedono una soluzione diversa. I tagli di spesa per 34,8
miliardi di euro entro il 2011 suscitano malumori in alcuni ministeri. Ed il
contributo di oltre cinquecento milioni per ripianare parzialmente il deficit
del comune di Roma è stato fatto digerire alla Lega in cambio di corposi
impegni sul federalismo fiscale. Affiora la consapevolezza che il baricentro
delle decisioni si è spostato dal Parlamento e dagli altri dicasteri,
all’Economia e a palazzo Chigi. Il Pd fa dire a Pierluigi Bersani che il piano
Tremonti non affronta una questione sociale che si sta aggravando. E le sue
critiche anticipano le altre reazioni negative dell’opposizione. Per forza di
cose, le leggi che il Parlamento sta approvando in materia di sicurezza si
mescolano nelle polemiche con quelle annunciate dopo la riunione lampo di ieri.
Veltroni, che ieri è stato ricevuto al Quirinale da Giorgio Napolitano, avverte
che rispetto alle «norme salva-premier il Paese parla d'altro. Parla di salari,
di impoverimento delle famiglie. Parla di Alitalia». Ed accusa palazzo Chigi di
mantenere «un insopportabile silenzio» sul futuro della compagnia aerea. Si
tratta della conferma di un Pd obbligato e forse rassegnato a recuperare
compattezza indurendo l’atteggiamento verso il governo. Ma Tremonti si limita a
ribadire che il pareggio al 2011 è un «impegno ineludibile». E il Cavaliere si
prepara ad affrontare il Consiglio europeo di oggi, facendosi precedere da parole
bellicose su una Ue chiamata ad essere «meno lontana e burocratica». Conta
sulle decisioni appena prese, come biglietto da visita da porgere ad un’Europa
che continua a diffidare dell’Italia. |
||
|
|
||