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La conversione impossibile

Repubblica – 19.6.08

 

La conversione impossibile - FRANCO CORDERO

Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: "l'hanno cambiato a balia"; forse lo dicono ancora d'uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l'ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia. Stanno nel fisiologico le metamorfosi lente operate da lunghi esercizi (Freud le chiama forme reattive, Reaktionsbildungen). Qui è innaturalmente fulminea. Tale appariva la conversione del Caimano in homme d'Etat pensoso, equanime, altruista. Impossibile, natura non facit saltus. Nessuno cambia d'un colpo a 72 anni, tanto meno l'egomane insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica, buon gusto), specie quando sia talmente ricco in soldi e voti da mettersele sotto i piedi. Era molto chiaro dall'emendamento pro Rete4, in barba alla disciplina della concorrenza, ma i cultori del cosiddetto dialogo perdonano tutto o quasi. Nell'aria del solstizio, lunedì sera 16 giugno, Leviathan (nome biblico del coccodrillo archetipico) batte due colpi. Partiamo dall'arcinoto retroscena. Come gli capita spesso, soffre d'antipatiche rogne giudiziarie: in un dibattimento milanese prossimo all'epilogo è chiamato a rispondere del solito vizio, definibile lato sensu "frode"; stavolta l'accusa è d'avere pagato David Mills, avvocato londinese, affinché dichiarasse il falso su fondi neri esteri; l'aveva incautamente svelato l'accipiens. Inutile dire quanto gli pesi la prospettiva d'una condanna: il massimo della pena è otto anni, art. 317 ter c. p., o sei, se fosse applicato l'art. 377 (indurre al falso chi abbia la facoltà d'astenersi); appare anomala l'ipotesi d'un presidente del Consiglio interdetto dai pubblici uffici, né sarebbe pensabile l'insediamento al Quirinale nell'anno 2013; punta lì, lo sappiamo, in un'Italia ormai acquisita, patrimonio familiare, dépendance Mediaset. La posta è enorme. Altrettanto i mezzi con cui risponde al pericolo. Esiste un dl sulla sicurezza pubblica. Palazzo Madama lavora alla conversione in legge. Gli emendamenti presentati dai soliti yes men prevedono la sospensione d'un anno dei processi su fatti ante 1 luglio 2002, la cui pena massima non ecceda i 10, pendenti tra udienza preliminare e chiusura del dibattimento; così tribunali e corti sbrigheranno il lavoro grosso. Lo dicono senza arrossire i presentatori del capolavoro e lo ripete Leviathan nella lettera al presidente del Senato, sua devota creatura, annunciando un secondo passo, ripescare l'immunità dei cinque presidenti, dichiarata invalida dalla Consulta quattro anni fa. Sarà sospeso anche uno dei processi inscenati a suo carico "da magistrati d'estrema sinistra": gliel'hanno detto gli avvocati; che male c'è?; un perseguitato politico deve difendersi; e ricuserà il presidente del tribunale, lo rende noto en passant. Ma è puro caso che l'emendamento gli riesca comodo. La ratio sta nell'interesse collettivo. Discorso molto berlusconiano, chiunque glielo scriva. Tra un anno sarà immune: se non lo fosse ancora, basterebbe allungare la sospensione; tra cinque da palazzo Chigi scala Monte Cavallo, sono due passi; nel frattempo vuol essersi riscritta la Carta vestendo poteri imperiali (davanti a lui, Charles-Louis-Napoléon, III nell'ordine dinastico, è un sovrano legalitario). In sede tecnica riesce arduo definire questo sgorbio, tanto straripa dalla sintassi legale. Ciurme parlamentari sfigurano il concetto elementare della legge: va al diavolo la razionalità immanente i cui parametri indica l'art. 3 Cost.; l'atto rivestito d'abusiva forma legislativa soddisfa solo l'interesse personale del futuro padrone d'Italia. Vengono in mente categorie elaborate nel diritto amministrativo: "le détournement du pouvoir"; mezzo secolo fa Francesco Carnelutti configurava l'ipotesi "eccesso di potere legislativo". Siamo nel regno dei mostri, studiato dal naturalista Ulisse Aldrovandi. L'espediente appare così sguaiatamente assurdo in logica normativa, da sbalordire l'osservatore: perché sospendere i processi su fatti ante 1 luglio 2002, mentre seguitano i posteriori?; e includervi i dibattimenti alla cui conclusione manchi un giorno?; tra 12 mesi l'ingorgo sarà più grave, appena ricadano nei ruoli. Che nel frattempo il taumaturgo d'Arcore abbia quadrato il cerchio allestendo una giustizia rapida, è fandonia da imbonitori: la pratica abitualmente, quando non adopera le ganasce; o forse sottintende una tacita caduta nella curva dell'oblio; spariscono e non se ne parla più, amnistia anonima. Oltre alla patologia amministrativa, l'incredibile pastiche ne richiama una civilistica: il dolo, nella forma che Accursio chiamava "machinatio studiosa", stretta parente della frode, tale essendo la categoria sotto cui è definibile l'epopea berlusconiana (avventuriero piduista, impresario delle lanterne magiche, grimpeur d'affari risolti con trucchi penalmente valutabili, intanato in asili fiscali a tenuta ermetica, spacciatore d'illusioni elettorali): gli emendamenti galeotti hanno come veicolo un dl firmato dall'ignaro Presidente della Repubblica su materie nient'affatto analoghe, e s'era guardato dal dire cosa covasse; in nomenclatura romana, dolus malus. Gli sta a pennello l'aggettivo tedesco "folgerichtig", nel senso subrazionale: ha dei riflessi costanti (finto sorriso, autocompianto, barzelletta, morso, digestione); non tollera le vie mediate; sceglie d'istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda. Con questa sospensione dei processi sotterra l'azione obbligatoria: Dio sa cos'avverrà nei prossimi cinque anni ma gli obiettivi saltano all'occhio: la vuole a' la carte; carriere distinte, ovvio; Procure agli ordini del ministro, sicché il governo disponga della leva penale; procedere o no diventa scelta politica (se ne discorreva nella gloriosa Bicamerale sotto insegna bipartisan: Licio Gelli, fondatore della P2, rivendicava i diritti d'autore riconoscendo le idee del suo "Piano" d'una "rinascita democratica" anno Domini 1976; l'ancora invisibile demiurgo frequentava la loggia in quarta o quinta fila). A quel punto nessuno lo smuoverebbe più se fosse il superuomo cantato dai caudatari, invulnerabile dal tempo. Le altre due mete è chiaro quali siano: prima, uscire dall'Unione europea, compagnia scomoda; seconda, moltiplicare lo smisurato patrimonio. Sul quale punto nessuno con la testa sul collo ha dubbi: anni fa gli contavano 40 mila vecchi miliardi; crescono come la vorace materia prima evocata da Anassimandro.

 

Bersani: “C'è molta demagogia, dimenticati lavoratori e pensionati” - ROBERTO MANIA

ROMA - "La verità è che dalla Finanziaria, in cui c'è di tutto, è scomparsa la questione sociale: la difesa del potere d'acquisto di lavoratori e pensionati", dice Pier Luigi Bersani, ministro ombra dell'Economia, secondo il quale a "pagare" saranno ancora i cittadini con il peggioramento dei servizi, a cominciare da quelli della sanità. Eppure la manovra varata dal governo sembra molto "di sinistra": introduce più tasse sulle stock option dei manager, prevede la Robin Hood tax contro i petrolieri a vantaggio degli anziani, aggrava la tassazione su banche e assicurazione, senza "mettere le mani nelle tasche degli italiani", come ha detto Berlusconi. "Ma no, assolutamente no. Si è dato un colpo al cerchio e quattro alla botte. Il governo si è coperto da tanti lati, ci sono anche norme che si muovono nel solco delle misure presentate dal centrosinistra. Ma c'è tanta demagogia". Intanto il ministro Tremonti è riuscito dove lei non ce l'ha fatta: farà pagare di più i petrolieri e i banchieri. "Guardi, io sono orgoglioso di non aver fatto ciò che ha fatto Tremonti sui mutui. Si è affossata la portabilità che era l'unico meccanismo concorrenziale, mentre l'allungamento del debito non mi pare affatto una soluzione. E poi, anche se non ha fatto notizia, noi abbiamo fatto pagare più tasse alle banche. Domando: dove è finito il massimo scoperto bancario? Perché non l'hanno riproposto, come ha suggerito anche il governatore Draghi? Quanto alla benzina, le faccio solo notare che da quando sono stati fatti gli annunci della Robin tax il prezzo alla pompa nei distributori italiani ha raggiunto il massimo del differenziale rispetto ai prezzi degli altri paesi europei. C'è un mix di demagogia e di misure compassionevoli. In realtà questo governo ha introdotto un meccanismo di concertazione corporativa con alcuni soggetti forti. L'hanno fatto per le concessioni autostradali, per l'accordo sui mutui predisposto dalle banche. E ancora, sulla vicenda Alitalia di cui non si sente più parlare". Pensa che la class action sarà definitivamente abbandonata oppure crede al ministro Scajola che ha promesso la riforma dal prossimo anno? "Ma su! Qui nessuno è fesso. Si sta facendo un'operazione di svuotamento della class action. Io lo so bene che ci sono resistenze enormi. So anche che la normativa si può migliorare. Ma io sono certo che finirà di fatto con la sua eliminazione, a svantaggio dei consumatori". Ritiene giustificato l'allarme delle regioni sul ritorno dei ticket sanitari sulla diagnostica? "Sì, si arriverà lì. Con i tagli previsti nella sanità non ci sarà alternativa e saranno guai per i cittadini". Il Parlamento avrà il tempo, da qui alla pausa estiva, di esaminare una tale mole di norme? "Questo è un problema vero. In circa quaranta giorni dubito che si possa fare un esame attento a meno che non si pensi a una sorta di "sospensione della democrazia". È una questione che porremo ai presidenti delle due Camere". Secondo lei il governo, nonostante l'ampia maggioranza, potrebbe ricorrere al voto di fiducia per accelerare i tempi? "Non voglio nemmeno pensarci, ma stanno accadendo cose gravissime. Mentre nella discussione sulla sicurezza è stato ammesso l'emendamento sulla giustizia, non è stato ammesso dal presidente della Camera un nostro emendamento sugli affitti durante l'esame del decreto sull'Ici. E sa perché? Per disomogeneità di materia". Il governo ombra presenterà una contro-Finanziaria? "Faremo opposizione con il massimo di incisività. Faremo la nostra battaglia perché in questo fuoco di artificio di annunci non si può far scomparire il "cuore" della questione sociale, cioè la difesa dei redditi".

 

Manifesto – 19.6.08

 

Una manovra federale e classistaGalapagos

Al governo non basta presentare il Dpef, il documento di indirizzo della politica economica: vuole mostrarsi decisionista - come era già successo nel 2001 con i famosi e nefasti «100 giorni» - varando provvedimenti immediati per dare un segnale forte. L’azione del ministro Tremonti questa volta si è fatta più prudente e meno sfacciata,ma quello che il governo si appresta a varare fa lo stesso parecchio schifo. Giulio Tremonti e i suoi soci cavalcano l’onda emotiva anti «casta» e programmano interventi di stampo populista per dare l’impressione di fare un po’ di pulizia. La parola d’ordine è: dagli ai «fannulloni». E nel mucchio finiscono anche incolpevoli e utili (al territorio) comunità montane e soprattutto lo smantellamento dello stato sociale con tagli pesanti nei trasferimenti agli enti locali. Il problema delle risorse indubbiamente esiste, ma quello che sta per varare il governo è diverso e soprattutto è un insieme di provvedimenti molto opachi. Non è chiaro a cosa serviranno i tagli e la «Robin tax» che sarà accolta con molto favore visto che colpisce gli odiati petrolieri, le banche e le assicurazioni. Per quest’anno risorse supplementari non ne servivano, visto che la due diligence commissionata dal governo per sputtanare Prodi ha verificato che lo scostamento sarà di appena lo 0,1 per cento rispetto alle previsioni. Cioè il deficit rispetto al Pil dovrebbe essere del 2,5 per cento anziché al 2,4 lasciato in eredità. Di più: se la congiuntura dovesse migliorare un po’ le cose andrebbero decisamente meglio. Mentre se dovesse peggiorare, la manovra sarebbe una vera iattura. Per il 2009 anche Prodi aveva previsto una «correzione », ma di entità minore e soprattutto finalizzata a una distribuzione del reddito in senso egualitario e di alleggerimento della pressione fiscale per i redditi più bassi. Come nel 2001 la politica economica del governo ha una componente decisamente di classe, che avvantaggia pochi. Apparentemente è neutrale, ma in realtà non lo è. Non a caso, nessuno parla di risorse per onorare i contratti dei pubblici dipendenti, ma solo di mazzate ai fannulloni; per tutti i lavoratori (e i pensionati) non c’è un centesimo di sgravi fiscali; per il lavoro, c’è un ripensamento di quei pochissimi provvedimenti buoni presi dal centro sinistra per limitare la precarietà. E in più, con la benedizione dell’Unione europea, c’è anche un ripensamento degli orari di lavoro. C’è l’abolizione del divieto di cumulo tra pensione e lavoro. Chi favorirà: i manager delle aziende o i manovali di 65 anni che torneranno sulle impalcature dei cantieri? Con la scusa di incrementare le risorse alla lotta all’evasione, si comincia a smantellare quello che di buono aveva fatto Visco e la lotta all’evasione diventerà sempre più complicata. E per chi verrà pizzicato, cioè per evasori che hanno subito un controllo della finanza, sarà sempre possibile un concordato fiscale in piena concordanza con lo stile di Silvio Berlusconi in fatto di giustizia. Difficile dire se in Italia ci siano pochi o tanti insegnati, ma tagliarne 100 mila sembra una enormità. Il dubbio è che il depotenziamento della scuola pubblica risponda in realtà alle promesse che il cavaliere ha fatto al papa. Per ultima la sanità: circolano strane voci. La più gettonata indica un taglio di due miliardi ai fondi previsti da Prodi. Di più: si parla di reintrodurre un ticket di 10 euro. E si parla con sempre maggiore insistenza di sanità complementare: dopo la previdenza, ora è la volta del diritto alla salute a essere messo in causa. O meglio: sarà messo in causa nelle regioni del Sud, perché la manovra avviata dal governo non è che il primo passo del federalismo fiscale. Anche i conti hanno un loro senso politico.

 

Un disastro tutto tagli. Tornano pure i ticket - Antonio Sciotto

Roma - Adesso reintroducono pure il ticket: il disastro-finanziaria è stato varato dal governo Berlusconi, che continua a vantare le «Robin Hood Tax» o i mutui allungati, ma come lo sceriffo di Nottingham sta piuttosto fregando le fasce deboli e il ceto medio («fottendo», direbbe meglio il ministro del Welfare Sacconi, che l’altroieri ha usato questa espressione riferendosi al Patto del ’93). E’ una corsa al taglio dei servizi pubblici, e, insieme, un aumento delle tasse più odiose, come i ticket,mentre le tasse vere - quelle «bellissime» - in realtà torneranno a essere condonate o bypassate dai più furbi, grazie alla neutralizzazione di tutte le misure varate da Vincenzo Visco. Realizzato anche un vecchio «sogno» dell’ex ministro Lanzillotta: verranno privatizzati i servizi pubblici locali, con una quota per i privati «non inferiore al 30%». E se la gara non sarà fatta, con assegnazione esclusiva al pubblico, l’evenienza dovrà essere addirittura giustificata (vedi box a lato). D’ora in poi solo precari Pessime notizie anche sul fronte lavoro, con la conferma del «programma Sacconi» (dal titolo «Liberare il lavoro»), iper-precarizzante, una superfetazione della legge 30: il ritorno del «lavoro a chiamata», l’abrogazione dei limiti per i contratti a termine, ma anche l’eliminazione della «responsabilità in solido» degli appaltanti rispetto ai subappaltanti, e del cosiddetto «indice di congruità», che oggi è utile per capire se il personale dichiarato da un’impresa sia commisurato al servizio erogato. Ma verrà cancellato anche quel documento che permette di evitare le dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne in caso di gravidanza (al di là delle ideologie, un principio di civiltà minima che dovrebbe avere cittadinanza anche presso il centro-destra). Senza contare la stretta sui riposi e l’allungamento della settimana a 60 ore (vedi il box dedicato qui sotto). I sindacati (ma in realtà la sola Cgil), i Comuni e le Regioni si sono detti preoccupati per i tagli imposti agli enti locali: le cifre rimbalzano, si va dai 17miliardi in 3 anni di due giorni fa, agli oltre 23miliardi di «risparmi» circolati ieri. La manovra complessiva resta di 34,9 miliardi di euro, dal 2009 al 2011, con l’obiettivo di azzerare il deficit. Un esempio lo offre il 2009: 9,6 miliardi verranno dai «risparmi» (i tagli ai servizi essenziali, i «non» contratti statali, le «non» stabilizzazioni dei precari pubblici, le riduzioni dei trasporti locali, etc.), mentre 3,5miliardi saranno le entrate. Il ticket, ha spiegato il presidente delle Regioni Vasco Errani, avrebbe bisogno di una copertura di 834 milioni di euro, altrimenti verrebbe reintrodotto quello che il governo Prodi aveva sospeso solo per un anno (10 euro su diagnostica e specialistica). Il governo ha dunque annunciato un tavolo. Province a settembre. Dopo le proteste manifestate dagli enti locali (e soprattutto da diverse clientele politiche) il governo ha deciso di rinviare l’eliminazione delle comunità montane e delle province metropolitane (sono almeno 9, quelle che insistono sulle città più grandi): se ne riparlerà a settembre. Resta spinosissimo il nodo statali: i sindacati parlano della necessità di almeno 7-8 miliardi per il rinnovo del biennio, ma per ora sono certe solo le mille tagliole già disposte da Brunetta e il demagogico piano «anti-fannulloni» (anche se il ministro, come contentino, annuncia una possibile detassazione straordinari anche per il settore). Quello che preoccupa di più i sindacati, è però la regolazione dell’organizzazione del lavoro per legge, eliminando di fatto la contrattazione. Questo è un aspetto che disturba anche Cisl e Uil, in realtà molto più morbide sulla generalità della manovra: ieri Bonanni e Angeletti hanno insistito soprattutto sull’urgenza di reperire le risorse per il pubblico impiego e sul loro no alla sterilizzazione del contratto, mentre Bonanni ha sottolineato la lotta all’evasione, dicendosi contrario alla misura già annunciata da Tremonti, ovvero l’abbandono della «tracciabilità dei pagamenti» introdotta da Visco (impossibilità di usare contanti oltre i 100 euro di compenso agli autonomi). La Confindustria, per bocca di Alberto Bombassei, ha definito «positiva », la manovra, salvo la bocciatura da parte di Emma Marcegaglia della tassa destinata alle plusvalenze dei petrolieri (la cosiddetta «Robin Tax»). Il più critico è stato Guglielmo Epifani: la Cgil si dice «insoddisfatta», ed è preoccupata dai tagli agli enti locali e alla sanità, oltre ovviamente al nodo degli statali.

Sui contratti la Cgil avverte: «Non firmeremo un accordo a tutti i costi» - Sara Farolfi

Roma - Un incontro «non sulle generali, sulle generalissime». La trattativa ’vera’ tra sindacati confederali e Confindustria inizia ufficialmente martedì prossimo. Il primo confronto, ieri, a delegazioni allargate è servito ad apparecchiarne il tavolo, definendo tempi (due incontri a settimana, per chiudere entro settembre) e priorità. Ciascuno dei convitati impegnato, inevitabilmente, a tirare la tovaglia dalla propria parte. Per Confindustria hanno parlato la presidente Emma Marcegaglia e il vicepresidente, Alberto Bombassei. Per i sindacati sono intervenuti i tre segretari generali di Cgil, Cisl eUil, ma erano presenti anche i segretari generali delle categorie (da martedì la trattativa si svolgerà invece a delegazioni ristrette). Le parti sono convenute sulla necessità di partire «dal cuore del problema», dunque dalla distribuzione di ’peso’ tra contratto nazionale e di secondo livello e dalla questione del potere d’acquisto. La trattativa - ha detto Epifani ed è poi convenuta Marcegaglia - dovrà svolgersi tra le parti sociali «in autonomia » dal governo. Ieri non si è entrati nel merito. Confindustria (che parte dal documento del 2005, «con qualche piccola modifica ») ha ribadito che la risposta alla ’questione salariale’ risiede nell’aumento della produttività che in Italia è, al pari dei salari, più bassa che altrove. Poco prima dell’inizio dell’incontro, il direttivo di Confindustria aveva ribadito d’altro canto il «no» alla contrattazione territoriale. Contratto nazionale leggero dunque (Marcegaglia ha accennato alla necessità di un indicatore «chiaro», nulla di più, per misurare l’inflazione), e contrattazione aziendale (che oggi interessa appena il 30% delle imprese). Ma con meccanismi di garanzia («sanzioni», aveva detto Marcegaglia a Santa Margherita Ligure) per evitare sovrapposizioni tra contrattazione di primo e secondo livello. Una chiave di lettura, in questo senso, può essere la lettera inviata qualche settimana fa da Federmeccanica ai segretari di Fiom, Fim e Uilm, che congela di fatto le piattaforme sindacali di secondo livello: auspichiamo che la trattativa definisca regole precise - scrivono i padroni - perchè non sia più possibile ricevere piattaforme così. Bombassei è stato «più rude»: per evitare che le imprese delocalizzino - questo il succo - bisogna incrementare la produttività, e quindi gli investimenti, l’occupazione e l’orario di lavoro. Dal fronte sindacale, invece, gli unici paletti sono stati quelli posti da Guglielmo Epifani (Cgil): l’obiettivo dovrà essere quello dell’aumento dei salari, senza gabbie salariali e senza deroghe al contratto nazionale che deve restare il punto di riferimento, e con una contrattazione di secondo livello «estesa e qualificata». «Non firmeremo un accordo a tutti i costi», ha concluso Epifani. Decisamente più distesi i commenti di Cisl eUil. Raffaele Bonanni (Cisl) parla di «un buon inizio», anche perché «nessuno, sia tra i sindacati che tra gli imprenditori, ha fatto discorsi da falco». Mentre Luigi Angeletti (Uil), penna pronta per la firma alla mano, accelera: «Siamo in ritardo, anche domani sarebbe tardi». Secondo Bombassei, «c’è un’atmosfera costruttiva, questo non vuol dire che saranno rose e fiori ma spero che con la buona volontà dimostrata si possa arrivare a un risultato». Martedì si entrerà dunque nel merito. Prima, lunedì e martedì, il direttivo Cgil sarà una prima occasione di confronto dentro l’organizzazione di corso d’Italia, sulla gestione della trattativa alla luce, inevitabilmente, della deregolamentazione spinta del ministro Sacconi.

 

Cgil, il sindacato del segretario. La grinta di Epifani - Loris Campetti

La grinta decisionista di Guglielmo Epifani piace molto alla stampa. Cronisti e commentatori sentono un profumo nuovo nell’aria e se ne riempiono i polmoni. Basta con le ritualità polverose, le consultazioni, la democrazia tanto diffusa quanto appiccicosa che fa solo perdere del tempo, come le mediazioni tra confederazione, categorie, Camere del lavoro. C’è un tempo per tutte le cose, è scritto nell’Ecclesiaste, e questo è il tempo delle decisioni e non dei cincischiamenti. Che la nuova segreteria della Cgil sia diventata espressione diretta del suo leader maximo («rinnovamento nella continuità», scrive Rassegna sindacale evocando linguaggi del passato), non può che far bene al sindacato, alla politica, al paese. E perché no, in tempi di globalizzazione anche al mondo intero. Lo storico e saggio commentatore sindacale Bruno Ugolini arriva a scrivere su l’Unità, correggendo la profezia di chi al tempo della successione a Cofferati diceva di Epifani «quello è bravo ma è troppo gentile, non ha le palle», che invece gli attributi («la grinta») li ha e li ha tirati fuori. Fantastico. Ammesso e non concesso che la stagione che ci tocca vivere («le tempeste all’orizzonte») valorizzino di più quelle parti del corpo rispetto ad altre, come ad esempio il cervello. Il cambiamento in atto nella Cgil, che non è iniziato ieri ma con l’insediamento del governo Prodi, non preoccupa tanto e soltanto per l’esclusione dalla segreteria delle culture critiche rispetto alle ultime scelte confederali – il protocollo sul welfare, o quello sulla riforma del sistema contrattuale - e cioè per la marginalizzazione delle sinistre interne. Preoccupa di più l’affievolirsi dell’autonomia sindacale rispetto ai partiti, ai governi, alle controparti. Per giunta, in un momento in cui l’opposizione politica latita, balbetta, mentre governo e padroni sferrano una delle peggiori offensive del dopoguerra sugli orari, gli straordinari, i contratti. Ma anche in un ipotetico quadro migliore, l’autonomia della Cgil resterebbe il bene supremo da tutelare, un bene comune della democrazia. L’unità con Cisl e Uil è un obiettivo importante, come si potrebbe non condividerlo? A condizione che non mini l’unità tra il principale sindacato e la sua base sociale. Al contrario, bisognerebbe armarsi di pale e picconi per tentare di riempire il fossato che divide il comune sentire dei lavoratori dai gruppi dirigenti di corso d’Italia. La democrazia - al vertice, alla base, nei rapporti tra base e vertice, nella costruzione delle strategie, nella stipula degli accordi - non può essere considerata un lusso, una perdita di tempo anche e soprattutto nel clima dato, con le nubi tempestose che ci minacciano segnalate dall’amico Ugolini. Il decisionismo è la risposta peggiore alla crisi. In ultima sintesi, quel che preoccupa maggiormente del nuovo corso della Cgil è la risposta debole a politiche forti che smantellano i pilastri stessi su cui il sindacato si regge e si dovrebbe legittimare. Sarà un caso, ma è un fatto che contro gli omicidi sul lavoro solo i metalmeccanici abbiano indetto uno sciopero (di un’ora).

 

Decreto sicurezza. Via all’esercito, in cella chi affitta un appartamento agli irregolari

Uso dell’esercito in funzione di ordine pubblico, aumento delle pene per i reati di mafia e l’istituzione di una corsia di emergenza per i processi relativi a incidenti sul lavoro. Ma anche la cancellazione della possibilità per i testimoni di giustizia di essere assunti nella pubblica amministrazione e il carcere per chi affitta una casa ai clandestini. Sono alcuni degli emendamenti al dl sulla sicurezza approvati ieri Esercito Il Viminale potrà contare su 3.000 soldati da impiegare in operazioni di ordine pubblico, insieme a polizia, carabinieri e guardia d finanza, per sei mesi. Aggravante di clandestinità. Previsto l’aumento della pena fino a un terzo se a commettere il reato è un immigrato clandestino. Falsa identità Inasprite le pene per chi dichiara una falsa identità: reclusione da uno a sei anni (prima il massimo era tre anni). Introdotta la stessa pena anche per chi, per impedire l'identificazione, «altera parti del proprio o dell'altrui corpo». 416/bis, condanne più dure Aumentano di due anni le pene per l' associazione mafiosa e si estende il reato anche alle organizzazioni criminali straniere. Incidenti sul lavoro I tribunali dovranno dare «priorità assoluta» ai reati commessi in violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro. Casa ai clandestini Reclusione da sei mesi a tre anni per chi affitta a un irregolare. Prevista anche la confisca della casa. Inasprite le pene per chi dà lavoro a stranieri senza permesso di soggiorno. Ubriachi al volante Si inaspriscono le pene, previste da 3 a 10 anni, per l'automobilista ubriaco o drogato che causa incidenti mortali, con revoca della patente. Prevista anche la confisca del veicolo. Ergastolo per chi uccide un pubblico ufficiale Introdotta l'aggravante che comporta l'ergastolo nel caso di omicidio di un ufficiale di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria. Espulsioni più facili Si ampliano i casi di espulsione su ordine del giudice per gli stranieri condannati. Sarà espulso chi è condannato a più di due anni di reclusione (prima era 10 anni). Obbligatorio l'arresto dell'autore, anche se non c'è flagranza, e si procede con rito direttissimo.

 

«Perché colpiscono noi e non chi ci sfrutta?» - Orsola Casagrande
VENEZIA - «Comunque sai qual è il problema maggiore per noi? Che non stiamo lavorando e questo è un casino. Vuol dire niente soldi per l'affitto, niente soldi per le bollette, niente soldi per mangiare». «E non solo questo. Quelli da cui prendiamo le robe da vendere non sono contenti perché per loro non siamo più utili, non facciamo guadagni». «Semplice dire che questo è un lavoro facile, un modo per non lavorare. La gente non si rende conto di quello che stiamo passando». Le voci si accavallano. Il dubbio che forse ci sarebbe stata poca voglia di parlare tra i cittadini senegalesi sfrattati dalle calli e dai campi di Venezia viene subito dissipato. Pap, Lamin, Burama e gli altri hanno tante cose da dire. L'appuntamento è in un bar di Mestre, non lontano da uno dei negozi da dove al mattino presto si vedono uscire i ragazzi senegalesi con i loro borsoni blu carichi di mercanzia. Al bar sono una decina. Di tutte le età. C'è Lamin che ha 18 anni e c'è Pap che ne ha 32, c'è Mamadou che ne ha 48 e Burama che ne ha 26. Vengono da varie zone del Senegal. Dakar, la Casamance. Sono tutti in Italia da diverso tempo. Alcuni hanno, e lo esibiscono subito, il permesso di soggiorno. Altri no. «E' sempre più difficile avere il permesso di soggiorno - dice Burama - e anche se lavori rischi di perderlo». Qualcuno ha un passato di carcere, un altro di droga. «E' difficile vivere in questo paese - dice Zigou - è difficile sopravvivere, riuscire a rimanere fuori dalla depressione». Depressione è una parola che ricorre spesso in un questo incontro. «Sono in Italia dal 1990 - dice Mamadou - ho vissuto a Torino tanti anni, poi in Toscana e da qualche tempo sono qui a Venezia». In Senegal Mamadou faceva teatro. «Anche qui in Italia sono venuto per il teatro - dice e si mette a recitare in perfetto dialetto veneziano un pezzo delle "baruffe chiozzotte" di Goldoni - Il sogno comunque si è infranto presto. Non riuscivo a trovare lavoro, non sapevo da che parte girarmi. Vivevo con altri ragazzi senegalesi. Alla fine ho accettato di vendere roba. Ma ben presto ho cominciato a farmi - ammette imbarazzato - e ti assicuro che è stata dura uscire». Oggi Mamadou lavora per le calli veneziane, vendendo finte borse Prada. «E' umiliante anche per noi - dice - fare questa vita. E comunque se la prendono con noi che siamo l'ultimo anello della catena». Già, perché loro sono quelli che vendono la merce «che arriva da Napol - puntualizza Lamin - ma anche dalle campagne padane». I «magazzini» riforniscono i negozi che a loro volta consegnano la merce da vendere per strada ai cittadini migranti. «I vigili - dice Burama - ci stanno addosso. Ci insultano, ci minacciano. E noi scappiamo». «Sì certo - interviene Pap - le calli a Venezia sono strette, ma per favore non diciamo che siamo pericolosi. Il pericolo sono questi inseguimenti da Far West».
Sono in tanti, lo confermano i ragazzi al bar, i senegalesi che hanno subito oltre alle minacce anche qualche violenza fisica. A Jesolo l'anno scorso sono finiti ai domiciliari due vigili urbani che, assieme ad altri due colleghi, avevano picchiato duramente due venditori ambulanti marocchini. «Storie come questa - dice Pap - le viviamo quotidianamente. Non sono tutti così i vigili - aggiunge - ma certi sono davvero razzisti, ci insultano e se riescono alzano anche le mani». I più esposti, concordano tutti, sono i ragazzi senza permesso di soggiorno. «E' difficile per loro - dice Mamadou - lavorare. Intanto non ti prendono neanche nei cantieri. E lo sai perché? Hai mai visto neri lavorare nei cantieri? Neri non ce ne sono ma lavoratori in nero sì, tanti. Ma i neri non li vogliono». Nelle fabbriche la situazione è diversa. «In fabbrica ti prendono - conferma Lamin - ma è più difficile entrare se non hai un permesso di soggiorno. Comunque io ho lavorato in una fabbrica vicino a Conegliano», dice mostrando la mano destra a cui mancano due dita. «Un ricordo dei sei mesi in fabbrica». I ragazzi del bar abitano tutti a Mestre o nei paesetti vicini. «Affittiamo casa da italiani - dice Pap - viviamo in sei e paghiamo settecento euro al mese». Ufficialmente ad affittare sono in due, «solitamente i due con permesso di soggiorno - dice Burama - e comunque non è facile trovare chi affitta ai neri». Quanto al lavoro come ambulanti, per tutti è «l'unica cosa da fare, se vuoi sopravvivere. E non credere - dice Mamadou - che si guadagna. A noi danno una piccola percentuale sul venduto, il grosso se lo prendono i capi, quelli che ci danno la merce. Mi chiedo perché non vanno mai a beccare i capi. Se la prendono con noi ma nessuno va a toccare gli interessi di quelli che questa merce la mettono in giro».

L’Anm: giustizia in ginocchio ma per ora niente sciopero - Sara Menafra

Roma - Più di un urlo, scuote il numero: centomila. Tanti sono secondo la «stima prudenziale» dell'Anm i processi che saranno bloccati dall'emendamento che sospende per un anno i giudizi in corso. «Si fa presto a calcolare», spiega il segretario generale dell'Anm, Giuseppe Cascini: «Prendiamo i dati del 2006, gli ultimi diffusi dal ministero. Allora i processi dinnanzi al tribunale monocratico erano 350mila e quelli al collegiale 21mila. Se si tiene conto che il trend è leggermente in aumento per gli ultimi anni e che circa il 30% di quei processi era per fatti precedenti al giugno 2002, eccoci ai centomila». Il giudizio arriva subito dopo: «E' un modo per mettere in ginocchio la giustizia penale. Saremo sovrastati da un caos organizzativo senza precedenti, perché le cancellerie passeranno l'anno ad avvisare tutte le parti dell'avvenuta sospensione e poi a riconvocarle. Non avranno il tempo di far spazio a quelle priorità di allarme sociale di cui parla la legge». Di nuovo come un tempo, l'Associazione nazionale magistrati si ritrova assediata nella sua sede al sesto piano del palazzaccio della Cassazione. Tutto come sempre, almeno quando al governo c'è Berlusconi: la ressa di telecamere, i flash che scattano a ritmo di rap, i volti tesi. La differenza è che l'attuale giunta s'era ripromessa di aprire una nuova fase e dialogare con tutti e soprattutto col neoministro Angelino Alfano. Neppure un mese dopo i buoni propositi, si ritrova nell'angolo della protesta. Col rischio, stavolta, di passare per «troppo morbida», ad esempio quando il presidente Luca Palamara risponde picche alle domande su un eventuale sciopero: «L'Anm non pone veti ma ritiene di dover sottolineare l'impatto di questa norma sulla giustizia e di ribadire le conseguenze che avrà per la giustizia». E il segretario generale Cascini (Md) alza la posta: «Sarebbe molto grave se si fossero fermati centomila processi per bloccarne solo uno, così come ci rifiutiamo di credere che basti fermare un processo per evitare questo intervento legislativo». E di nuovo: «Ricordate che la legge non consente l'uso privato di pubblici poteri». Il messaggio nel messaggio, però, è il medesimo: niente barricate. Un po' perché era questa la promessa delle nuova giunta prima e dopo le dimissioni del «moderato Luerti». Un po' perché, negli ultimi anni, la corrente maggioritaria Unicost ha tentato la strada del «dialogo dall'interno» col ministero della giustizia. Dopo le toghe d'ogni corrente coinvolte da Mastella, Alfano ha preso con se,come sottosegretario, Giacomo Caliendo. Già membro del Csm, già leader dell'Anm stroncato dalle polemiche sul ruolo nel caso Calvi (fu accusato di aver fatto pressioni perché gli fosse restituito il passaporto), Caliendo è uno degli esponenti più antichi e più accreditati della corrente maggioritaria delle toghe, di cui fa parte anche il presidente dell'Anm Luca Palamara e persino il ministro ombra del Pd, Lanfranco Tenaglia. «Di certo le norme in questione sono state valutate anche da lui prima di essere inserite nel decreto legge», è il ragionamento. Dunque la scelta strategica: giudicare il merito, discutere del come e del perché l'emendamento sulle intercettazioni sommato a quello sul blocco dei processi rischino di mettere in crisi la giustizia italiana. Ma per ora e finché sarà possibile, niente rotture. Infine, e questo vale anche per il Csm, le toghe associate vogliono provare a tenere unita l'organizzazione. Lunedì la sesta commissione comincerà a discutere del decreto sicurezza e come è accaduto per quello sui rifiuti l'obiettivo sarà l'unità. Meglio un'obiezione unanime, di una bocciatura firmata solo dalle solite correnti della sinistra. L'«impatto» della legge in effetti parla da se. Tanto che i magistrati si sono inventati pure un quiz per gli ignavi cronisti: «Un chirurgo durante un operazione per un grave errore provoca la morte di un bambino, oppure un giovane ruba un telefono cellulare ad un coetaneo minacciandolo con un temperino. Quale processo si farà?»Il secondo, of course.

 

Tregua. Il pericolo viene dai gruppuscoli legati a al Qaeda – M. Giorgio

Gerusalemme - Anche il Jihad Islami non intende violare la tregua. L'assicurazione data ieri da uno dei suoi leader, Khaled al Batsh, ha rafforzato la tesi di chi ritiene che Hamas farà il possibile per far rispettare anche alle altre organizzazioni armate palestinesi, il cessate il fuoco con Israele mediato dall'Egitto. In gioco c'è anche la reputazione del movimento islamico palestinese che da tempo cerca consensi in quel mondo arabo, o meglio tra quei regimi arabi filo-Usa, che sino ad oggi lo ha tenuto a distanza. Quello egiziano ma anche la monarchia hashemita giordana. Riuscire a mantenere la calma a Gaza, significherebbe per Hamas dimostrare di avere maturità politica e controllo della situazione e, quindi, la possibilità di porsi come una alternativa all'Anp di Abu Mazen. Non è detto però che tutti a Gaza siano convinti di rispettare il cessate il fuoco. Il nemico di Hamas non è solo Israele. Il movimento islamico deve guardarsi le spalle dalle attività dei gruppetti qaedisti che da qualche tempo operano nell'ombra a Gaza e che potrebbero tentare di far saltare la tregua con lanci di razzi o con attacchi contro le postazioni israeliane. Il qaedismo è un fenomeno ancora in embrione a Gaza. Non si può parlare di gruppi ben organizzati come quelli iracheni, ma di piccole formazioni decise a porre le basi per un «progetto futuro». Per al Qaeda, la decisione di Hamas di accettare le «regole del gioco» democratico fissate dall'Anp e di partecipare alle elezioni del 2006 (vinte a mani basse) è stato un tradimento dei principi in cui crede l'organizzazione di Osama bin Laden. Non sorprendono perciò i sempre più frequenti discorsi in sostegno dei diritti dei palestinesi, specie quelli di Gaza, pronunciati da bin Laden e soprattutto dal suo vice Ayman Zawahry. Quest'ultimo all'inizio di giugno ha esortato alla ribellione la gente di Gaza, suggerendo di abbattere nuovamente la barriera di confine a Rafah, infrangendo così l'accordo raggiunto da Hamas con il Cairo. La tregua con Israele è per al Qaeda la prova defintiva del «tradimento» di Hamas. Jesh al Umma, Jesh al Islam e altre sigle apparse in questi ultimi due anni, rappresentano i tentativi di infiltrazione di al-Qaeda a Gaza tenuti sino ad oggi sotto controllo da Hamas. Abu Hafss, il leader di Jesh al Umma, qualche giorno fa ha espresso la sua forte avversione per la politica di Hamas che, ha spiegato, non ha proclamato un Emirato islamico a Gaza pur avendo il controllo pieno della Striscia. Ha inoltre rivelato di aver avviato una campagna di reclutamento tra i giovani «delusi». Non è noto quanti siano i militanti di Jesh al Umma - quasi tutti verrebbero non da Hamas ma dai Comitati di resistenza popolare - tuttavia fonti di Gaza ben informate dicono che questa organizzazione, pur non avendo legami organici con al Qaeda, ha ricevuto nei mesi scorsi finanziamenti dall'estero. Soldi che ora potrebbero servire per organizzare cellule armate pronte a lanciare razzi verso Israele in modo da far crollare la tregua voluta da Hamas.

Immigrazione, la Ue vota la direttiva della vergogna - Alberto D’Argenzio

Strasburgo - La direttiva Rimpatri da ieri è praticamente legge. Il Parlamento europeo non ha cambiato nemmeno una virgola del testo sul quale i 27 avevano trovato l'accordo, un testo definito da varie ong, tra cui Amnesty international, una «vergogna» e criticato aspramente tanto dal Vaticano quanto dal Commissario europeo ai diritti umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg e dall'Alto Commissario delle Nazioni unite Louise Arbour, che chiede ai paesi Ue di non ratificare le norme. Le critiche non hanno però scalfito il centrodestra, che è andato avanti deciso macinando tutti gli emendamenti migliorativi presentati dai socialisti, dai verdi e dalla sinistra unitaria. Non ne è passato nessuno, e ne sarebbe bastato uno solo per bloccare la direttiva, portandolo verso quella seconda lettura a cui non volevano assolutamente giungere gli Stati membri. Che avevano fretta, poiché senza l'approvazione della direttiva non si potevano sbloccare i 676 milioni di euro previsti per i rimpatri per il periodo 2007-2013. Ora potranno usarli, il lavoro d'altronde non manca: la direttiva mette gli 8 milioni di clandestini che vivono in Europa definitivamente fuori dalle regole, da rinchiudere fino a 18 mesi per trovare il tempo per espellerli, minori compresi. Il voto finale - 367 sì, 206 no e 109 astensioni - ha dimostrato la solidità e la disciplina dei popolari ed anche di gran parte dei liberali, formazioni in cui si temeva (o si sperava) qualche ripensamento, magari mosso dalle critiche del Vaticano. Meno solidi a sinistra, dove i socialisti spagnoli e tedeschi hanno alla fine sposato la direttiva, obbedendo agli ordini delle loro capitali piuttosto che a quelli del loro gruppo politico che chiedeva il rigetto, come verdi e comunisti. Hanno scelto la via di mezzo, ossia si sono astenuti, i laburisti britannici, ma tanto la norma non verrà applicata nel Regno unito (e nemmeno in Danimarca). Ma si è astenuto, nella votazione finale, anche tutto il Partito Democratico: Margherita e Ds hanno deciso di fare fronte comune, preferendo non decidere su un testo che offende i diritti umani e che fa il gioco del governo Berlusconi. Unica eccezione, l'eurodeputato Guido Sacconi che ha votato no. Mentre Gianni Rivera si è espresso per il sì. «La dichiarazione congiunta - spiegano Susta e Panzeri, i due capogruppo Pd a Strasburgo - con cui gli Stati membri si impegnano a non adottare al loro interno norme peggiorative rispetto a quelle in vigore, la facoltà per ogni stato membro di adottare posizioni migliorative, soprattutto in tema di minori, rappresentano sufficienti garanzie per non votare contro e per rispondere alla domanda di sicurezza che è diffusa in tutta Europa». Argomenti che non convincono appieno visto che la «dichiarazione congiunta» non ha alcun valore vincolante e che la situazione dei minori resta terribile. «È assurdo che i minori non accompagnati vengano arrestati - spiega il socialista greco Lambrinidis - e poi vengano deportati non solo nei paesi di origine, ma anche in quelli di transito, paesi che non sono i loro». Da destra si brinda al voto, con meno ipocrisie. «Il voto favorevole - afferma la Angelilli di An - ferma il tentativo della sinistra italiana di bloccare la strategia comunitaria per combattere l'immigrazione clandestina e rendere certe le espulsioni negli Stati membri». Di diverso avviso Giusto Catania di Rifondazione comunista: «Oggi il Parlamento ha scritto una delle pagine più buie della sua storia. Questo testo cancella secoli di civiltà giuridica e consegna l'Europa nelle mani di culture impregnate di xenofobia e di strisciante razzismo». Dello stesso tenore il commento di Vittorio Agnoletto: «È finita un'epoca: oggi è stata sepolta l'Europa della Rivoluzione francese e dell'Illuminismo. Trionfano il razzismo e la segregazione. È molto grave che, di fronte ad una dura offensiva di una destra razzista, il gruppo socialista si sia spaccato e che i parlamentari del Pd si siano astenuti. Dichiarare che vi è la certezza che i governi non peggioreranno l'attuale legislazione è pura ipocrisia. Berlusconi aspettava solo questo voto per aumentare la detenzione nei Cpt italiani a 18 mesi». Non a caso il Front National francese, la Lega Nord italiana e il Vlaams Belang belga hanno benedetto il testo.

 

Fuochi salvifici. Le proprietà andate in fumo - Filippo Del Lucchese

Se i roghi di auto nelle notti bollenti delle banlieues francesi vi sembrano privi di senso, sentite un po' questa. Crisi economica e recessione negli Usa, «tragica realtà» o «allarme ingiustificato»? Per avere una risposta sembra utile rivolgersi non tanto a economisti e analisti, ma ai pompieri. Se l'economia cresce, i roghi diminuiscono, se rallenta non ci sono abbastanza cisterne per spegnere gli incendi.
Cominciamo con le case. La recente crisi del mercato immobiliare è stata descritta in lungo e in largo, salvo forse per questo «scottante» aspetto. Sul piano economico le cose sono abbastanza chiare: negli ultimi anni, seguendo (e alimentando) la bolla speculativa, le banche hanno deciso di espandere il settore dei subprime. Quei prestiti, cioè, concessi a chi non offre una situazione finanziaria tale da garantire gli standard per la restituzione del premio. Con la cartolarizzazione, poi, i mutui sono rivenduti sui mercati internazionali, sollevando le banche dalla responsabilità di verificare che il debitore sia in grado di ripagare il prestito. Con i subprime, infatti, si abbassano gli standard richiesti, si punta sul tasso variabile, si allunga il periodo previsto per il rimborso, e tutti vissero felici e contenti con la casa di proprietà, che è forse il principale status symbol interclassista a stelle e strisce. Tutto bene, finché il mercato regge e si gioca a nascondino passando di mano in mano (cioè di banca in banca) questi pacchetti creditizi. Acquistare debiti è stata per anni una delle attività più lucrative nel settore finanziario. Ma il sistema, per parafrasare Günter Grass, è come un cesso intasato: più tiri la catena e più la merda viene a galla, finché un giorno la bolla scoppia e chi ha «osato» troppo paga: un pugno di banche particolarmente esposte e i «maldestri» debitori: 1,3 milioni di famiglie che perdono la propria casa e si trovano sotto sfratto nel solo 2007, il 79% in più dell'anno precedente. In inglese, il «processo esecutivo» con cui il creditore si riappropria del bene, sottraendolo al debitore insolvente, si chiama foreclosure. Una parola interessante, che rimanda al dominio della psicologia e alla «forclusione», parente inasprito della «rimozione»: mentre in questa il rimosso può infine riemergere, nella forclusione questo ritorno non è dato. Sogni infranti. Ora, sembra accadere il contrario. Mentre le banche voltano pagina, cosa fanno gli sfrattati? Qualcuno piange il sogno di una casa andato in fumo, qualcun altro perferisce mandare in fumo la casa stessa. C'è chi simula un furto andato storto, chiedendo a un amico di essere legato a una sedia, appiccare il fuoco e chiamare (in fretta) i pompieri. C'è chi, semplicemente, cosparge tutto di benzina, getta il cerino e si siede sul ciglio della strada, sorseggiando una birra e godendosi lo spettacolo. In assenza di statistiche esaustive le ipotesi si moltiplicano sulle ragioni dei roghi: dalla «banale» truffa (riscuotere il premio di un'assicurazione sulla casa) alla ancor più «banale» disperazione (se non posso avere la mia casa, nessuno l'avrà). Altri vanno indietro con la memoria, ricordando che il fenomeno è tutt'altro che nuovo. Quando il mercato salta, per non parlare dei legami sociali, sono interi quartieri ad andare in fumo, come il South Bronx nella calda estate del 1977 o la città di Utica (NY), quando vent'anni dopo viene dichiarato il coprifuoco (mai parola fu più azzeccata) e la Guardia Nazionale deve intervenire per rimediare a una delle «crisi incendiarie» più gravi degli Stati Uniti. Altri ancora dicono che si tratta di pure illazioni e che il raddoppiare dei casi «sospetti», come in California nell'ultimo anno, non è ancora indicativo di una tale epidemia. Questa cautela, in un paese che ha fatto dell'«emergenza» una ragione di vita, è davvero significativa. I media, com'è naturale, sono attenti al fenomeno delle foreclosures. Non proprio a questo aspetto però: una delle principali preoccupazioni, ad esempio, sono le zanzare. Quando gli inquilini lasciano le case, non si preoccupano certo di svuotare le piscine, che nella stagione calda diventano dei veri e propri ricettacoli in cui si formano milioni di fastidiosi insetti, portatori nel peggiore dei casi del temibile virus del Nilo. Un altro problema attraverso cui i media si esercitano nell'arte della rimozione, in un terribile gioco al massacro tra i sommersi e i salvati, è la svalutazione della proprietà immobiliare: l'incuria in cui languono le case abbandonate mina il buon nome di interi quartieri, facendo calare anche il valore degli immobili dei vicini, che insolventi magari non sono ma che si trovano ad abitare nel posto sbagliato. Oppure, un'altra strategia retorica davvero formidabile consiste nel mischiare ogni tipo di «fuoco», mettendo in un unico calderone le vittime umane di roghi non dolosi con gli incendi dei boschi e le speculazioni finanziarie, mantenendo un basso profilo sul fenomeno politicamente e socialmente più significativo: la distruzione deliberata della proprietà, che se una volta era «privata», ora è solo «perduta». Può darsi che si tratti di pure illazioni, di voci messe in giro dai soliti anti-americani o disfattisti di turno. Facciamo allora un piccolo salto e cambiamo prospettiva, per vedere cosa succede in un diverso mercato. La California - e Los Angeles in particolare - rappresenta la civiltà dell'automobile, ancora uno dei principali status symbol di questo paese. Nel ridicolo sottosviluppo della rete di trasporti pubblici, nella città degli angeli o si ha un'auto o non si vive. Curiosa, però, è l'impressione che si ha guidando tutto d'un fiato dai ricchissimi quartieri di Bel Air o Beverly Hills, ai poverissimi quartieri di Pico Union o South Central. Com'è possibile incontrare la stessa quantità di Suv, di Hummer, Mercedes o BMW da una parte della città, dove il reddito medio annuo è 100mila dollari, all'altra, dove invece è di soli 9mila dollari? Certo l'illegale gioca un ruolo, ma non spiega tutto, se proviamo a interpellare di nuovo il nostro pompiere-economista. Status symbol chiavi in mano. L'evoluzione del mercato creditizio fa crescere il numero delle auto andate in fiamme. Non tutte in una notte, come appunto nelle banlieues francesi, ma con lento snocciolarsi mese dopo mese, anno dopo anno. Cosa accade, di preciso, in quest'altra no man's land del mercato creditizio? Diciamo che voglio un'auto, che non sia «solo» un'auto ma che mi faccia anche sentire qualcuno o qualcosa. Se sono ricco, firmo l'assegno ed esco dalla concessionaria «chiavi in mano». Se sono povero, nessun problema. Il dealer - ma sarebbe meglio, davvero, chiamarlo pusher - non fa una piega e senza perdere il suo sorriso californiano dice che posso portarmi a casa l'auto senza bisogno di controllare la mia «storia creditizia» e senza tirare fuori un dollaro e con una rata di 300 dollari al mese (circa 200 euro al cambio attuale). Naturalmente non si scende troppo nei dettagli. Se voglio l'auto, non mi preoccupo del fatto che il prestito può arrivare anche a 7-8 anni, con un tasso di interesse assurdo: chiunque abbia un lavoro può pagare la rata mensile. Ma il lavoro va e viene. Oppure accade ciò che non era difficile immaginare. Dopo tre, quattro anni la macchina comincia ad avere bisogno di manutenzione, oppure semplicemente esce un modello nuovo, più grande e più bello. Allora entro dal rivenditore e, di nuovo, il pusher non fa una piega. Anzi, è ben contento di spiegarmi che se voglio cambiare l'auto basta prendere il debito residuo e metterlo insieme a quello nuovo, con un tasso ancora più assurdo, un periodo di estinzione del debito ancora più lungo ma, naturalmente, una rata mensile alla portata delle mie tasche. Al terzo o quarto passaggio di questo tipo non è raro trovarsi indebitati per 60-70 mila dollari per un'auto che vale la metà. Ora, nel mercato immobiliare si riteneva che a un alto indebitamento corrispondesse una crescita del valore di mercato dell'investimento, com'era avvenuto negli ultimi anni ben oltre ogni ragionevole aspettativa. L'ipotesi, con l'esplosione della bolla, si è rivelata inconsistente e sta di fatto inchiodando i proprietari di case al proprio acquisto: in caso di difficoltà, non si può più neanche rivendere l'immobile, che vale ora meno di quando è stato acquistato. Per le auto, invece, il loro valore si «consuma» velocemente, molto più velocemente della durata del prestito contratto per acquistarle. Ecco allora un altro tipo di bolla, di cui il pompiere si accorge subito, perché se non riesco più a fare il pieno di benzina, o a pagare la rata o semplicemente cerco una exit strategy dalla gabbia del debito, il modo migliore è dar fuoco all'auto. E qui, ancora una volta, si hanno gli esempi più tragicomici: un rivenditore è stato arrestato in Texas con l'accusa di offrire un servizio davvero speciale: si sarebbe occupato lui di incendiare l'auto, dividendo con il proprietario il premio assicurativo e finanziando l'acquisto della nuova auto. Oppure, nello stesso Stato, due studenti sono finiti in manette insieme al professore, con l'accusa di avergli bruciato l'auto in cambio della promozione, poiché il docente voleva un nuovo modello. Pratiche di resistenza. Gli italiani - maestri nel settore - non impallidiranno certo di fronte ai racconti di truffe assicurative. Tuttavia qui c'è qualcosa di più. Non si tratta solo di spillare qualche soldo alle odiate compagnie, né di disperazione autodistruttiva. C'è un fenomeno interessante di resistenza nei confronti di un mercato la cui esistenza dipende dal drenaggio forsennato di denaro dai poveri ai ricchi: il subprime e suoi derivati sono davvero la cifra di un vampirismo che coniuga l'induzione di bisogni e la scelta mirata delle popolazioni a più alto «rischio» speculativo. E tuttavia non è solo il capitale, questa volta, a fare «terra bruciata». Il rogo, dell'auto o della casa, può certo essere un gesto disperato. Ma risponde anche a strategie sottili di sopravvivenza in un sistema che è tutto fuorché impazzito, che calcola i rischi e i profitti corrispondenti. I subprime più estremi, oggi, sono quasi scomparsi. Dunque l'«affidabilità» del debitore torna a essere essenziale, non solo per acquistare, ma anche per affittare un immobile. Bruciare in tempo utile la casa può aiutare a uscire indenni da un indebitamento insostenibile e ritentare successivamente. Bruciare la propria auto invece di consegnarla alla banca può evitare l'infame etichetta di «insolvente» e conservare lo status di debitore appetibile. Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Ma il debitore incendiario «scommette» di non esser pizzicato, di non essere condannato e di farla franca. Ciò di cui nessuna statistica potrà mai render conto, è la sottile e strisciante vendetta, che solo una certa distanza dalla massa critica impedisce ancora di chiamare sabotaggio. Nella scena in cui Bonnie Parker e Clyde Barrow si esercitano al tiro con le colt 45 automatiche, nel bellissimo film di Arthur Penn che annuncia il Sessantotto, credono di trovarsi in una casa disabitata. In realtà - siamo all'inizio degli anni Trenta, sullo sfondo della Grande Depressione - i due malviventi sono sorpresi da una famiglia di poveri contadini che viveva in quella casa e che, vittime di una foreclosure, sono venuti a visitare per l'ultima volta. «Noi rapiniamo banche», dice fiero Clyde, e i colpi delle colt si scatenano senza pietà contro il cartello che indica lo sfratto. Quei colpi sembrano davvero risuonare nel crepitio di questi roghi del ventunesimo secolo.

 

Liberazione – 19.6.08

 

Tremonti, il mostro mite e l'economia - Alfonso Gianni

Le anticipazioni sul piano triennale da 35 miliardi di euro fornite da Silvio Berlusconi e da Giulio Tremonti, negli incontri con le massime autorità dello Stato, con la stampa e infine con le parti sociali, autorizzano a qualche considerazione in più che non sia limitata alla pura politica economica. Leggendo le notizie delle agenzie viene inesorabilmente alla mente il recentissimo dibattito sviluppatosi, anche sulle colonne di questo giornale, sulla natura del nuovo regime berlusconiano. Mi schiero dalla parte di chi considera che gridare ad un nuovo fascismo sia un fuor d'opera. "Annibale non è alle porte", ha scritto saggiamente Mario Tronti. Siamo di fronte piuttosto ad un "regime leggero", come ha recentemente detto Fausto Bertinotti, un modello di repubblica a-fascista soprattutto perché a-antifascista. Ciò non toglie che il nuovo governo si muova solertemente per separare lo Stato dal diritto, per fare dello Stato d'eccezione la normalità imperante. Siamo di fronte a un "Mostro mite", come Raffaele Simone - in un recente saggio - ha felicemente definito il nuovo paradigma culturale delle destre, mutuando l'espressione da Tocqueville in contrapposizione alla legnosa aggressività del Leviatano di hobbsiana memoria. Sia pure. Ma questo "mostro mite" non agisce solo sul terreno della restrizione delle libertà, ma anche su quello dell'economia e del suo sistema di governo. E' singolare - ma forse non tanto visto lo stato miserevole nel quale versa l'opposizione nel nostro paese dopo l'esito elettorale - che a rilevarlo sia solo il giornale della Confindustria. Dietro il meccanismo economico vi è un disegno politico ambizioso che consiste nello stabilire una nuova costituzione materiale che vede l'assoluto primato del ministro dell'Economia nella compagine governativa e rispetto al Parlamento ridotto ad un convitato di pietra. Intendiamoci, non è solo farina del sacco di Tremonti. Come abbiamo già osservato il nuovo governo si muove nel solco del precedente. La riduzione forzata del deficit è l'obiettivo conclamato e inviolabile e vi è una corrispondenza tra Tremonti e Padoa Schioppa persino sui tempi di realizzazione e negli obiettivi intermedi. La stessa accentuazione dei compiti del ministero dell'economia nella compagine governativa e rispetto alle prerogative del Parlamento era già intervenuta con il governo Prodi. Ma certo in questo percorso il nuovo ministro dell'Economia ci mette del suo e tanto. La stessa scelta di investire sulla dimensione triennale e rigidamente scadenzato del piano (35 miliardi, di cui 13,1 per il 2009) dà il segno del carattere autoritario della manovra. Ma ciò che precisa questo carattere è il suo contenuto. Ciò che viene programmata non è la crescita - sia pure in senso squisitamente capitalistico -, dunque non siamo di fronte a una nuova esperienza di programmazione economica sia pure solo dall'alto. Ciò che viene deciso e programmato nel tempo è il taglio feroce della spesa individuato come unico mezzo per raggiungere il fine rappresentato dalla riduzione forzata del debito pubblico. E' su questo versante che il ministro dell'Economia stabilisce il suo comando sull'intera politica economica del governo al punto che lo stesso premier Berlusconi ne appare più il portavoce che non il primo ispiratore. Il metodo Gordon Brown risulta così sublimato e il mostro mite, direbbe Tocqueville, può così "degradare gli uomini senza tormentarli". Anzi la manovra tremontiana si riveste anche di antipolitica, i tagli ai ministeri (ovvero alle spese per il loro concreto funzionamento) e, seppure con scelte assai poco nitide, di giustizialismo sociale, le riduzioni delle stock options o la cosiddetta Robin tax, cioè la tassazione delle plusvalenze sulla vendita delle scorte petrolifere. Sul piano dello sviluppo la scelta principe, anche se improbabile dal punto di vista realizzativo, è riservata al nucleare e alle famigerate infrastrutture, ovvero le grandi opere, confermando in pieno il ritorno dell'intervento statale in soccorso ad un neoliberismo che non funziona. Ma, per ridare fiato ai centri di potere economico nel territorio, si vuole anche riportare in auge quel disegno di legge Lanzillotta sulla privatizzazione dei servizi pubblici che la sinistra radicale aveva stoppato nella passata legislatura. Sul piano del lavoro, in attesa che la micidiale direttiva europea sull'innalzamento a 60 ore settimanali dell'orario di lavoro faccia il suo corso, si pensa di reintrodurre il lavoro a chiamata - l'unica cancellazione operata dal precedente governo alla legge 30 -, di cancellare le limitazioni al contratto a termine e persino eliminare quella norma di iniziativa parlamentare che poteva impedire l'imbroglio delle dimissioni in bianco. Ovvero più lavoro per chi già ce l'ha e più precarietà per tutte e per tutti. Non si può dire che a Tremonti manchi la coerenza. Nel suo più recente saggio aveva scritto che il vero liberalismo (che il ministro del tutto arbitrariamente contrappone al mercatismo) "si iscrive nel quadrante delimitato da quattro concetti fondamentali: libertà, proprietà, autorità e responsabilità". Egli sta dunque implementando il suo programma. Sta alla sinistra costruirne uno che sia capace di contrapporsi al "mostro mite".

 

Bando alla malinconia. La politica ripensata da un gruppo di donne

Carla Cotti

Si annuncia come l'appuntamento più insolito dello scenario post batosta elettorale. Lo convoca per sabato a Roma, invitando donne e uomini, un piccolo gruppo femminista, il "gruppo del mercoledì". E si tratta di un incontro di riflessione sul futuro della sinistra assolutamente trasversale, molto diverso quindi dalle riunioni di partito, di corrente o di area che si stanno moltiplicando nelle ultime settimane. Ma l'elemento davvero singolare è la base della discussione, il Manifesto femminista alla sinistra che pubblichiamo qui a fianco. Un testo che lo leggi e dici: ma che roba è? sono impazzite? la politica non è abbastanza in crisi? ci mancavano delle femministe decise a fare le stravaganti? Poi parli con loro, le promotrici, e capisci che suscitare simili reazioni è proprio quello che vanno cercando. Stop alle parole usurate. «Volevo un testo rapido, veloce, che sollecitasse una risposta, di adesione o magari di fastidio. Urticante. Che, appunto, ti facesse dire: robaccia. Oppure: bellissimo. Anche con l'intenzione di stupire, certo. Comunque che con le parole urticasse». A spiegare la genesi del manifesto è Rosetta Stella, la studiosa femminista che l'ha ideato e scritto. L'iniziativa salta fuori durante la campagna elettorale, in seno al gruppo nato prima della caduta del governo Prodi da parlamentari di varia collocazione e allargato ad altre che parlamentari non sono - tra le componenti Elettra Deiana, Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Bianca Pomeranzi, Letizia Paolozzi, Stefania Vulterini, Isabella Peretti, Bia Sarasini, Luana Zanella, Adriana Botti - attorno all'idea di «contribuire a fare sinistra a partire dall'essere donne». Il gruppo è aperto, ci passano in tante, sta cominciando a lavorare in modo disteso quando irrompe la crisi di governo. L'insufficienza del cartello elettorale arcobaleno salta agli occhi, e spunta la convinzione che «in quanto femministe ci si potesse collocare rispetto ai programmi, alle idee, in maniera non appiattita: ci si potesse mettere di traverso» . E' sempre Stella a raccontare: «La ripetitività asfittica di slogan e cliché non bastava - parlo per me - a motivare la mia presenza dentro la sinistra. Ma sentirsi in conflitto non giustifica il lavarsi le mani. Mi è venuta voglia di mettermi in gioco». Propone l'ipotesi di un manifesto, da indirizzare alla sinistra come gesto interlocutorio, di scambio. Alle altre piace, le chiedono di scriverlo. «Ho evitato le parole lise, consumate, quelle che le mie orecchie non registrano più, come diritti, laicità, movimento delle donne… ne ho tirate fuori altre non abituali in politica, come talento o malinconia. Poi le ho mischiate con quelle che mi evocano appartenenza: discriminazione, sfruttamento, fabbrica, deboli. La forma è a slogan, l'intenzione è anche spararle un po' grosse». Il manifesto nasce come «strumento militante da mettere in mano alle donne impegnate in campagna elettorale attiva nei territori». Ed è fatto in modo che chi legge possa aggiungere e togliere i suoi sì e i suoi no. In realtà sono i no a prevalere, fatto che inizialmente sconcerta le compagne del gruppo: non bisognerebbe essere propositive? «Il no serve a dare il senso della forza. I sì ci sono, sono in controluce». C'è un'affermazione sola: in partenza, sulla soggettività femminile «perché è essenziale che la sinistra di oggi la metta nella sua ragion d'essere fondante (là dove un tempo era il proletariato)». E un solo sì esplicito, in chiusura, «per significare la mia esistenza libera di donna femminista». Il testo viene approvato dal gruppo e messo in rete, ma per vari problemi tecnici in campagna elettorale di fatto non circola. Poco male. Perché oggi, nella crisi «di insipienza maschile» rivelata dalla sconfitta, e con la sinistra fuori dal parlamento, l'iniziativa può essere ancora più utile. «La crisi della politica non ci riguarda direttamente, noi non abbiamo ricevuto un colpo alla nostra pratica», sostiene Stella. «Perciò questo manifesto è un dono, mio al gruppo, del gruppo alla sinistra in ambasce. Ne abbiamo discusso parecchio: offrire aiuto è una pratica nuova per il femminismo. Io sostengo che soccorrere non è un male. Dovrebbe creare un circuito virtuoso. Suscitare comunicazione. Ma attenzione, non sto parlando di virtù salvifica delle donne. Semplicemente, non possiamo non misurarci». Tirate d'orecchi. Il manifesto, posto il principio della soggettività femminile e quattro, cinque temi fondamentali (pace, ecologia, sfruttamento, discriminazione, «vita senza i viventi») snocciola una serie di comportamenti e addirittura di sentimenti da rifuggire. Misurarsi con la crisi della politica dando lezioni di stile alla sinistra? Stella è convinta che serva. Che cos'è la mancanza di stile - chiede - quando la si rimprovera, per esempio a una donna? «E' quando l'abito non aderisce a chi è lei, quando c'è confusione, paura di apparire come davvero si è». Quindi la via è quella di suscitare esami di coscienza individuali? «Va bene, no? Renderti conto di chi sei, come lavori, cosa puoi fare. Cercare di dire la verità. E' un esercizio libero. Che diverte, anche. Metti i tuoi no. Chiediti cosa non dovrebbe esserci nella sinistra per essere migliori. Forse questo si potrà tradurre in azione politica». La lezione di stile è «inevitabile» anche per Maria Luisa Boccia, filosofa della politica, ex senatrice del Prc. «Perché il modo va sempre col contenuto. E partire dal linguaggio, segnalare che c'è un altro modo di nominare le cose già le cambia. Nella migliore tradizione del femminismo». E pazienza se con i tempi che corrono la proposta suona snob? Boccia ritiene «che in questa riflessione di snob ci sia pochissimo». Perché la sconfitta della sinistra interroga tutta la politica, anche quella delle donne. Evidenzia la crisi dell'autorità maschile. Apre interrogativi sulla democrazia e la rappresentanza. Sul rapporto tra istituzioni e pratiche dei soggetti. In questo quadro la riflessione proposta dal gruppo del mercoledì «nomina pulsioni e sentimenti diffusi, mentre il difetto della sinistra è quello di razionalizzare. Per esempio la paura. Noi la nominiamo come tale. La sinistra la chiama insicurezza. L'importanza di queste spinte profonde l'ho imparata dai classici del pensiero politico. Di una disposizione dell'animo come la vanagloria, per esempio, parla molto Hobbes: è la molla che spinge gli umani uno contro l'altro, a misurarsi per vedere chi ha la meglio. Ovvio che poi vadano messe in atto tutte le necessarie mediazioni tra una riflessione come la nostra e le diverse situazioni ed esperienze. Ma attenzione, non è vero che le comprende meglio chi è convinto di esservi più prossimo: chi pensa di spiegare questa crisi con le cause strutturali non vede affatto chiaro». La convinzione diffusa è però che idee e soluzioni nuove possano venire ormai solo da chi è stato fuori dalla politica politichese, mentre nel gruppo del mercoledì molte hanno esperienze lunghe nei partiti e nelle istituzioni. «Parto da me», replica Boccia. «Il mio coinvolgimento non è venuto meno. E mi sembra essenziale tentare una rilettura di quello che è stato sinora, tenere aperta la domanda su quanto sono usurate parole e forme, comprese le nostre, femministe. Certo che una rigenerazione potrà venire da fuori. Ma io voglio mettermi in gioco». Basta con la casta. «L'appuntamento di sabato è la prima sede di discussione su questi temi promossa da donne», incalza Fulvia Bandoli, ex deputata eletta coi Ds, ora esponente della Sinistra democratica. «Ci saranno i vari congressi di partito, ma sono ancora dentro la vecchia logica. Mentre il voto, nei suoi vari aspetti (l'astensione, per esempio, o il voto utile) meriterebbe una campagna ampia di ascolto. Ci ha consegnato due fallimenti: quello del partito unico di centrosinistra, il Pd, che tutto voleva inglobare, e quello di una piccola sinistra che deve porsi il problema del governo inteso come qualità dello sviluppo del paese. Materia di riflessione ce n'è per tutti». Bandoli, quattro legislature alle spalle, la percezione dello scollamento tra le persone in carne ed ossa e una sinistra sempre più schiacciata sulle istituzioni l'ha avuta prima della sconfitta elettorale. E ha scelto di non ricandidarsi, con l'idea «di cambiare osservatorio». La sinistra, dice, sta pagando più di tutti la critica alla casta, il fatto di essere percepita ormai come puro ceto politico. Mentre quella che ha in mente lei è «popolare, capace di radicarsi nel territorio e nel rapporto con le persone, capace di parlare e di legarsi». Ma a una prospettiva come questa che contributo può dare l'iniziativa del gruppo del mercoledì? Non è elitaria? Anche Bandoli pensa il contrario. «Il manifesto entra a pie' pari nel dibattito dei partiti, quando rifiuta la logica dell'"io da solo ce la faccio meglio" oppure del "niente vale la pena tanto i giochi sono fatti". Parla a chi ha la tentazione di tornarsene a casa quando dice no all'indifferenza e chiama al coraggio. E' un sasso nello stagno. All'assemblea non si discuterà solo del manifesto. Anzi. L'idea è andare oltre e più a fondo».

"Dire no ai giorni del tempo presente, un'assemblea per discutere di politica e di sinistra liberamente prima della stagione dei congressi" si terrà sabato 21 giugno a Roma, alla Sala di Liegro di Palazzo Valentini (Provincia), via IV novembre 119, dalle 10.30 alle 18

La Stampa – 19.6.08

 

Obama inarrestabile, McCain all’inseguimento

A due settimane dalla conquista della nomination democratica, continua sotto la buona stella dei sondaggi favorevoli la cavalcata di Barack Obama verso la Casa Bianca. Apprezzato dai media, circondato dall’aria di novità e cambiamento su cui ha costruito la campagna, temprato e uscito vittorioso dal confronto con l’ostica rivale Hillary Clinton, il senatore dell’Illinois si accaparra il favore di segmenti importanti della società - indipendenti e donne -, guadagna consensi fra gli ispanici e si impone sul repubblicano John McCain sia a livello nazionale, sia negli Stati che più pesano nelle elezioni di novembre. E’ una ricerca firmata dalla Quinnipiac University, in Connecticut, a mettere in evidenza il significativo vantaggio di Obama sul senatore dell’Arizona in Florida, Pennsylvania e Ohio, che assegnano in totale 68 dei 270 voti del collegio elettorale necessari a diventare presidente: dal 1960 ad oggi, nessun candidato è arrivato a sedere nello Studio Ovale senza aver conquistato almeno due delle tre piazze e per Obama il cammino parte in discesa, visto che in Florida guida con il 47% delle preferenze contro il 43% del rivale, in Florida è al 48% con McCain al 42% e in Pennsylvania ha ben 12 punti di vantaggio - 52 a 40 -. Lo stesso sondaggio indica che i due senatori si dividono in modo quasi paritario il favore degli elettori indipendenti dei tre Stati, ma dai dati targati Zogby-Reuters emerge che a livello nazionale è con Obama il 52% degli indipendenti, a fronte di un 30% che preferisce McCain. Ottima la posizione anche nell’elettorato femminile, schierato con Obama per il 51% e con l’avversario solo nel 36% dei casi. Anche il crescente appoggio da parte degli ispanici, finora schierati in blocco con Hillary Clinton, fornisce al senatore dell’Illinois un’ulteriore spinta per prendere il largo nel confronto con McCain, ma è a livello nazionale il senatore dell’Arizona si prende una piccola rivincita. Resta indietro, accollandosi un ruolo da outsider mentre Obama sembra ormai il vincitore annunciato, ma il suo distacco è ridotto ad appena 5 punti - 42% a 47% -: a maggio, prima che Hillary Clinton si ritirasse dalla sfida, Obama aveva su di lui un vantaggio di 8 punti.

 

Argentina, la protesta delle campagne

Poteva essere una vertenza di categoria come le tante che deve affrontare un governo. E invece il conflitto del "campo", lo scontro duro tra il governo argentino e i produttori rurali che rifiutano l'aumento delle tasse sull'esportazione di soia è arrivato al giorno numero 100. Cento giorni che hanno quasi paralizzato un paese che è essenzialmente agricolo, terzo produttore mondiale di soia e dove la presidente Cristina Kirchner, subentrata in dicembre al marito Nestor, è riuscita in sei mesi a perdere la metà dei consensi. Eletta con quasi il 45% di voti, oggi naviga intorno al 25% di popolarità. Il problema, come ho letto da qualche parte, non è tanto che la signora K. sia antipatica (simpaticissima non è e i suoi modi sono abbastanza autoritari). La questione è più complessa e a volte la politica argentina assomiglia fin troppo ai difetti (tanti) della nostra. Miss Kirchner dice che aumentando la pressione fiscale su chi esporta si ottengono nuovi fondi pubblici per ospedali, scuole, strade. Si ridistribuisce la ricchezza, in un paese di 40 milioni di abitanti, che produce cibo per 300 milioni, ma dove ci sono ancora 7-8 milioni di persone povere o alla fame. Il problema è che in 4 anni e mezzi di governo del marito di grandi opere pubbliche non se ne sono viste, istituzioni indipendenti come la CARITAS hanno detto che i poveri negli ultimi due anni aumentano, l'indice ufficiale dell'inflazione è meno credibile di Bin Laden (o Bush) parlando della pace nel mondo. Insomma, a Cristina molti non credono. Molti non sopportano l'arroganza di chi la mette sempre sulla battaglia, con me o contro di me (vi ricorda qualcuno ?), rendendo impossibile ogni sfumatura e dialogo. Ora la questione dell'aumento delle tasse sulla produzione di soia passa al Parlamento, dove il governo ha maggioranza solida, che dovrà votare un disegno di legge presentato da....Cristina Kirchner. Esito scontato ? Bah, in otto anni d'Argentina ho imparato a non fare previsioni a lungo termine. Sbagliare è fin troppo facile.

 

Corsera – 19.6.08

 

Tra i vicoli senza luce di Shatila. Vite sospese di rifugiati palestinesi – Sergio Romano

Le cause remote della guerra civile libanese furono i precari equilibri fra le diciotto comunità religiose installate da secoli in una stretta lingua di terra fra il Mediterraneo e la valle della Bekaa. Ma le cause vicine, quelle che dettero fuoco alla miccia nella primavera del 1975, furono l'arrivo nel Paese di parecchie migliaia di militanti palestinesi, cacciati dalla Giordania di re Hussein. In Libano, accolti in campi di fortuna, vivevano già altri palestinesi, fuggiaschi del 1948 e del 1967. Ma i nuovi arrivati avevano le armi, un'organizzazione militare e soprattutto l'intenzione di trasformare il Libano in una base strategica per le loro operazioni contro Israele. Erano quindi, virtualmente, uno Stato nello Stato. Non vi fu un colpo di pistola, come a Sarajevo, nell'estate del 1914. Ve ne furono molti, con la loro inevitabile coda di rabbia, lutti e vendette, sino al 13 aprile 1975 quando un autobus carico di palestinesi cadde sotto il fuoco incrociato delle Falangi cristiane a Beirut mentre attraversava il quartiere di Ain Al Rumanneh. I morti furono 27, i feriti 19: i primi di una sporca guerra che fece probabilmente quasi duecentomila vittime. La partenza delle milizie di Arafat, all'inizio degli anni Ottanta, non impedì che la guerra, ormai alimentata dalle interferenze straniere, continuasse sino al 1990. Ma la memoria del conflitto, nella coscienza dei libanesi, resta indissolubilmente legata al ricordo dei palestinesi che «invasero» a più riprese il territorio nazionale. Ve ne sono circa duecentocinquantamila, divisi fra una dozzina di campi che vengono amministrati da un'agenzia dell'Onu (Unrwa, United Nations Relief and Works Agency). Sono molto meno dei seicentomila che vivono in Siria e di quelli (più di un milione e mezzo) che vivono in Giordania, ma hanno meno diritti dei loro connazionali dispersi nella regione. Non possono acquisire la cittadinanza libanese. Non possono esercitare le libere professioni. Possono tutt'al più svolgere piccoli lavori manuali soprattutto in nero. Per cercare di comprendere quali siano le loro condizioni di vita ho visitato Shatila, il più famigerato dei campi, quello che fu teatro degli orrendi massacri del 1982. Richard Cook, direttore dell'Unrwa per il Libano mi indica il campo dalle finestre del suo ufficio e più tardi, lungo il percorso, il luogo dove, secondo i cronisti dell'epoca, le forze armate israeliane installarono i riflettori che avrebbero illuminato Shatila durante il micidiale raid delle milizie cristiane. Mentre ci infiliamo in minuscoli vicoli, sgambettando fra pozze d'acqua e occasionali pezzi di selciato, Cook mi spiega che il campo dovrebbe alloggiare tremila persone e comporsi di casupole o baracche di un solo piano. Ma nessuno poté evitare che le casupole, con il passare degli anni, venissero costruite in cemento, che i piani divenissero cinque o sei e che il numero degli abitanti, sullo stesso spazio fornito a suo tempo dalle autorità palestinesi, salisse a circa 12.000. La parola «campo», del resto, è ormai del tutto impropria. Shatila è la caricatura grottesca di una città. Ha vie incredibilmente strette, piccolissimi slarghi, negozi angusti. Affacciandomi su una finestra a pian terreno vedo un muratore: sta alzando un muretto all'interno di una stanza che non supera i tre metri quadrati. Le case sono troppo vicine l'una all'altra perché i raggi del sole possano entrare a Shatila. La piccola fetta di cielo che s'intravede fra i tetti è quasi completamente nascosta da un fitto reticolato di cavi elettrici volanti e da bombole del gas, appoggiate su un terrazzino di fortuna. L'acqua si prende dagli idranti collegati alle tubature di Beirut, ma non è potabile. Dimenticavo: questi minigrattacieli non hanno fondamenta. Basterebbe una sola scossa di terremoto per trasformare Shatila in una tomba collettiva. Grazie all'Unrwa le condizioni sanitarie, paradossalmente, sono migliori dell'immaginabile. L'agenzia raccoglie la spazzatura al mattino, distribuisce bottiglioni d'acqua potabile, assicura l'insegnamento scolastico e una certa assistenza sanitaria, aiuta le famiglie più bisognose e organizza corsi di family planning per controllare nei limiti del possibile l'aumento della natalità. Cook mi spiega che le malattie infettive (tifo, colera, antrace) sono rare e che il rischio delle epidemie è modesto. Ma l'aria cattiva, l'umidità, la mancanza di luce e la cattiva alimentazione rendono gli abitanti di Shatila molto più vulnerabili alle malattie «ordinarie», dal diabete al cancro, dalla tubercolosi all'Aids. I bambini sono belli, vivaci, curiosi e, a giudicare dai risultati scolastici, eccezionalmente intelligenti. Ma gli adulti che ammazzano il tempo fumando neghittosamente il narghilé all'angolo di una casa sono quegli stessi bambini venti o trent'anni dopo. La stretta al cuore con cui il visitatore esce da Shatila è il pensiero del loro futuro. È possibile gestire indefinitamente l'orrore con i criteri dell'ordinaria amministrazione? Ne ho parlato a lungo con due persone che dedicano a questo problema buona parte delle loro giornate: Abbas Zaki, rappresentante a Beirut dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e l'ambasciatore Khalil Makkawi, presidente del Comitato di dialogo israelo-libanese. Zaki sa che il Libano non ha dimenticato il ruolo dei palestinesi nella guerra civile e non può ignorare che la loro integrazione nella società nazionale sconvolgerebbe il delicato equilibrio cristiano-sunnita-sciita. E sa infine che la questione palestinese si è bruscamente riaperta nel 2007 quando poche centinaia di militanti di una misteriosa organizzazione islamista, Fatah Al Islam, si sono impadroniti del campo di Nahr el Bared, nel nord del Libano, hanno rapinato una banca, hanno ucciso 179 soldati libanesi e ne hanno brutalmente massacrati trenta. In quei mesi cruciali, mentre il generale Michel Suleiman, oggi presidente della Repubblica, bombardava il campo di Nahr el Bared, Zaki ha temuto di ricadere nel vortice degli anni in cui i suoi connazionali erano considerati una minaccia all'integrità e alla stabilità del Paese. Per esorcizzare il passato ha diffuso nel gennaio del 2008 una dichiarazione in cui è detto tra l'altro che i palestinesi in Libano debbono sottomettersi all'autorità dello Stato e che l'Olp s'impegna a rispettarne la sovranità. Ma è preoccupato. Nelle vicenda di Fatal Al Islam, il rappresentante dell'Olp vede interferenze straniere, forse siriane, e la mano di chi vorrebbe seminare zizzania nella regione. Nei confusi negoziati diplomatici delle ultime settimane fra Israele e la Siria, invece, vede il rischio che la questione palestinese finisca su un binario morto. E non può dimenticare, suppongo, che i campi sono focolai di rabbia, vivai di possibili reclutamenti. Sui muri di Shatila non ho visto le fotografie di Arafat e Mahmoud Abbas. Ho visto quelle dei «martiri » che combattono contro Israele nella Striscia di Gaza. Khalil Makkawi è un vecchio diplomatico, esperto, affabile, intelligente, già rappresentante del suo Paese a Roma e vice presidente dell'Assemblea delle Nazioni Unite. È copresidente con Zaki del Comitato per il dialogo libano- palestinese da quando il governo di Fouad Siniora, nel 2006, volle dimostrare che il Libano non aveva dimenticato i suoi sventurati «ospiti». Ma la sua maggiore preoccupazione in questo momento è il loro presente, non il loro futuro. Mi ha mostrato i progetti per la ricostruzione del campo di Nahr Al Bahr, spiegati sulle pareti del suo ufficio come nello studio di un architetto, e mi ha parlato della conferenza dei donatori che avrebbe dovuto tenersi a Vienna qualche giorno dopo per trovare il denaro necessario alla ricostruzione. Non basta. Si rende conto che occorre dare ai palestinesi il permesso di lavorare e non esclude che il parlamento libanese, più tardi, possa autorizzarli con una legge speciale all'esercizio delle professioni. Ma per il momento anche Khalil Makkawi, come il direttore dell'Unrwa, deve limitarsi ad amministrare l'esistente e a correggere per quanto possibile gli aspetti più inumani della vicenda. I rifugiati palestinesi in Libano sono la più piccola delle tre comunità insediate nella regione. Ma la natura del Libano rende la loro integrazione molto più difficile di quanto sia quella dei palestinesi in Siria e in Giordania. Dimenticando per un momento le obiettive difficoltà politiche, l'osservatore straniero non può fare a meno di ricordare che i coloni israeliani nei territori occupati sono oggi circa 400.000 mila. Se si è trovato lo spazio per i loro insediamenti perché non potrebbe esservi spazio, un giorno, anche per i 250.000 palestinesi del Libano? Separare la loro sorte da quella dei compatrioti più stabilmente alloggiati in altri Paesi potrebbero essere un segnale di buon senso, oltre che di umanità.

 

Novità vistose in un clima velenoso – Massimo Franco

Forse è il primo vero atto di decisionismo del governo. Approvare un piano triennale di sviluppo in nove minuti e mezzo di discussione sa di record, per un Consiglio dei ministri. Merito del lavoro preparatorio fatto da Giulio Tremonti insieme ad un ristretto gruppo di colleghi; ma forse, almeno altrettanto, dell’esigenza di dare un segnale al Paese in un momento di scontro con la magistratura e con l’opposizione. Per il centrodestra si trattava anche di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai processi all’economia; di mostrare che su quel piano c’è una discontinuità, tesa a cancellare le leggi finanziarie del passato, corredate da trattative autunnali sfibranti e spesso opache. Da questo punto di vista, la novità è vistosa. E in teoria, le misure preparate dal ministro dell’Economia non sembrano destinate a provocare le barricate del centrosinistra: se non altro perché ricalcano parzialmente quelle annunciate nella scorsa legislatura dall’Unione di Romano Prodi. Il lessico è stato scelto per non irrigidire la minoranza, evocando la «tassa Robin Hood» contro banche, assicurazioni e petrolieri: una misura tacciata da qualcuno di demagogia, ma che ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è affrettato a rivendicare. Eppure, lo scontro col Pd appare quasi inevitabile per il clima velenoso che si è creato. Fino a qualche giorno fa i rapporti fra palazzo Chigi e centrosinistra erano, o fingevano, di essere buoni. Poi c’è stato lo strappo berlusconiano sulla magistratura, con il cosiddetto emendamento «salva-premier» che blocca alcuni processi. E di rimbalzo la strategia del dialogo di Walter Veltroni è stata messa in mora, risucchiata dall’ostilità al premier di alcuni settori del suo partito e dall’alleato Antonio Di Pietro. E la prospettiva di una manovra pilotata senza scosse in Parlamento da Tremonti è diventata meno scontata. Il giudizio sul suo piano triennale finisce per assumere una valenza politica che va al di là del merito. I provvedimenti sono così eterogenei che non è difficile additarne alcuni negativamente. L’ipotesi di un «ticket» di dieci euro per le spese mediche a livello locale è impopolare; e fa insorgere le Regioni, che chiedono una soluzione diversa. I tagli di spesa per 34,8 miliardi di euro entro il 2011 suscitano malumori in alcuni ministeri. Ed il contributo di oltre cinquecento milioni per ripianare parzialmente il deficit del comune di Roma è stato fatto digerire alla Lega in cambio di corposi impegni sul federalismo fiscale. Affiora la consapevolezza che il baricentro delle decisioni si è spostato dal Parlamento e dagli altri dicasteri, all’Economia e a palazzo Chigi. Il Pd fa dire a Pierluigi Bersani che il piano Tremonti non affronta una questione sociale che si sta aggravando. E le sue critiche anticipano le altre reazioni negative dell’opposizione. Per forza di cose, le leggi che il Parlamento sta approvando in materia di sicurezza si mescolano nelle polemiche con quelle annunciate dopo la riunione lampo di ieri. Veltroni, che ieri è stato ricevuto al Quirinale da Giorgio Napolitano, avverte che rispetto alle «norme salva-premier il Paese parla d'altro. Parla di salari, di impoverimento delle famiglie. Parla di Alitalia». Ed accusa palazzo Chigi di mantenere «un insopportabile silenzio» sul futuro della compagnia aerea. Si tratta della conferma di un Pd obbligato e forse rassegnato a recuperare compattezza indurendo l’atteggiamento verso il governo. Ma Tremonti si limita a ribadire che il pareggio al 2011 è un «impegno ineludibile». E il Cavaliere si prepara ad affrontare il Consiglio europeo di oggi, facendosi precedere da parole bellicose su una Ue chiamata ad essere «meno lontana e burocratica». Conta sulle decisioni appena prese, come biglietto da visita da porgere ad un’Europa che continua a diffidare dell’Italia.


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