Back

Indice Comunicati

Home Page

Manifesto – 20

Manifesto – 20.6.08

 

La geniale miseria di Tremonti – Galapagos

L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri. Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà. Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali. Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro. Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari. Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappuccino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv. Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti». Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.

 

«Deregulation feroce. Faremo opposizione» - Antonio Sciotto

Poco più di un mese fa ha lasciato il ministero pubblicando un libro, «Il lavoro interrotto» (Rizzoli, con Angelo Faccinetto), quando ancora il suo successore (allora in pectore), Maurizio Sacconi, annunciava «continuità dove possibile». Ma il «risveglio» non è piacevole per l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, che si vede smantellare velocemente la gran parte di misure varate dopo un'opera certosina di concertazione con i sindacati, la Confindustria, le stesse forze - alleate - della Sinistra (che avrebbero voluto riforme più radicali). «Dopo le prime dichiarazioni di "miele", di dialogo, il governo va verso una deregolarizzazione feroce. E' un attacco generale al Protocollo sul welfare e al Testo Unico sulla sicurezza. Ancora più preoccupante perché erano testi costruiti rispettando l'equilibrio tra la competitività chiesta dalle imprese e le tutele richieste dal mondo del lavoro». Ad esempio si abroga la tutela rispetto alle dimissioni in bianco. Sono tanti interventi distinti rispetto all'unico, simbolico, scelto nella passata legislatura Berlusconi, l'attacco all'articolo 18. Qui sono singoli cambi silenziosi, che però insieme fanno rumore. E' grave ad esempio l'abrogazione del modulo per le dimissioni in bianco, perché purtroppo questa è una pratica ancora molto diffusa in alcune regioni e nelle piccole imprese, e che soprattutto colpisce le donne. Faccio notare che fu approvata dal Parlamento, con il voto favorevole di Alleanza nazionale. Allora: se vogliamo semplifichiamola, ma certo non va eliminata facendo venir meno lo scopo principale per cui era stata emanata. Il governo farà saltare anche il limite ai contratti a termine e i cosiddetti «indici di congruità». Sul limite di 36 mesi per i contratti a termine, va osservato che quella norma fu concordata con sindacati e imprese, che hanno persino condiviso la durata della proroga di 8 mesi. Stupisce che questo governo, che a parole invoca avvisi comuni e la non ingerenza nell'autonomia negoziale delle parti, voglia intervenire su un argomento pacifico. Anche gli indici di congruità erano stati concordati con le parti sociali, e sono utili per smascherare relazioni perverse tra il numero di addetti e la qualità del lavoro svolto, per sanare situazioni di nero o subappalti fittizi. Parliamo di tante misure che, secondo i dati Inail diffusi ieri - 1210 morti nel 2007 contro i 1341 del 2006 - hanno certamente influito su una diminuzione degli infortuni. Ma qui si vuole smontare tutto. Si riferisce anche al Testo Unico sulla sicurezza? Ci avevano accusato di averlo varato sull'«onda emotiva» di grossi infortuni, quando oggi il governo annuncia interventi di emergenza o altre misure che in realtà quello stesso Testo contiene. Noi siamo nettamente contrari al suo depotenziamento: loro puntano a una riscrittura, ma le sanzioni previste sono equilibrate e commisurate alle violazioni commesse. Un altro capitolo sono gli orari: conteggiare le 35 ore di riposo su 14 giorni anziché 7, e poi arrivare a 65 ore lavorative settimanali. Il governo svolge un'azione preoccupante sugli orari. Ha cambiato le alleanze europee: noi eravamo in un cartello, con Francia e Spagna, per la difesa del modello sociale europeo, per respingere la proposta britannica di allungare gli orari fino a 65 ore. Adesso il nuovo esecutivo italiano, insieme alla Francia, cambia fronte e vara una direttiva che porta alle 65 ore. E' vero che l'Italia è protetta dalla contrattazione collettiva, che va in un'altra direzione, ma sembra che il governo voglia preparare un «terreno» che poi recepisca quella direttiva. Io spero che venga affossata al Parlamento europeo, con un'alleanza del Pse anche con forze del campo avverso che con la direttiva non sono d'accordo. In conclusione, il Pd riuscirà a fare un'opposizione efficace? Io ho chiesto a Walter Veltroni di tenere una riunione del governo ombra sui temi del lavoro, e di farne parte integrante dell'Assemblea costituente del Pd. Ma credo che dobbiamo lanciare una mobilitazione forte: non solo del partito, ma anche delle forze sociali, del territorio, delle aziende. E spero che il sindacato ci sostenga nel difendere il Protocollo welfare e il Testo Unico sulla sicurezza.

 

E Brunetta gela i sindacati: «I precari? 300 mila polpette avvelenate» - Sara Farolfi

ROMA - «Mai più stabilizzazioni dei precari ope legis». Dalla sede del ministero dell'economia, la gelata di Brunetta soffia diritta a corso d'Italia, dove ieri la Cgil presentava le dieci proposte sulla riforma della pubblica amministrazione. «Un contributo che vorremmo fosse base del confronto con il ministro - spiega Epifani - Ammesso che il ministro lo voglia, il confronto». Non si direbbe, e non da ieri. A pochi chilometri di distanza infatti, Brunetta tornava a spiegare le linee guida della 'sua' riforma della pubblica amministrazione. I precari? «300 mila polpette avvelenate», da stabilizzare eventualmente con concorsi solo su base territoriale. Il rinnovo dei contratti (altro punto dirimente per il sindacato)? «Un tavolo entro l'estate», è il massimo che riesce a dire il ministro, non riuscendo a fugare il dubbio che anche per il pubblico, si voglia attendere l'esito della trattativa su quelli privati in corso tra sindacati e Confindustria. Il 'piano Brunetta' - spalmato sul decreto legge e sul disegno di legge approvati due giorni fa del consiglio dei ministri - su un punto è cristallino: i risparmi di spesa che dalla pubblica amministrazione dovranno provenire, quantificati in un punto percentuale l'anno di prodotto interno lordo: 20 miliardi circa in tre anni. Come? Mediante una riorganizzazione complessiva, orientata ai principi di «meritocrazia, innovazione e trasparenza». Punto cardine: la caccia «ai fannulloni». «Condividiamo la sacrosanta battaglia contro i fannulloni - dice Epifani - ma non vorremmo che fosse usata per fare un'altra operazione, per un'operazione di tagli indiscriminati alla spesa pubblica e per un utilizzo di grandezze quantitative che poi non facciano qualità». «C'è il rischio cioè che si impoverisca la qualità del servizio pubblico», conclude Epifani. Carlo Podda, segretario della funzione pubblica Cgil, illustra i dieci punti di proposta («una parte dei quali - assicura Epifani - sono condivisi da Cisl e Uil). Dalla riqualificazione della spesa pubblica (taglio del 10% delle consulenze, del 10% degli appalti e del 10% dei dirigenti), alla trasparenza e accessibilità del servizio pubblico, fino alla produttività (con quote di produttività ad ogni struttura pubblica che si impegni a raggiungere le migliori performance, e con l'assegnazione di una quota di produttività al merito individuale, misurato oggettivamente secondo criteri oggettivi e trasparenti). Sarà disposto il ministro Brunetta a praticare «quella strada intermedia tra la non-concertazione e la 'cortesia'», a cui si richiama Epifani? Assume, in proposito, molta importanza il rapporto tra legge e contrattazione. Brunetta per ora pensa solo a legiferare (tanto che in nessuno degli incontri con i sindacati, nelle scorse settimane, si è parlato di 'trattativa'), e Epifani avverte: «La rilegificazione del rapporto di lavoro ci farebbe tornare all'inizio degli anni '90, con la politica e i partiti che avrebbero mano libera». Per oggi invece è stata indetta la giornata di mobilitazione del pubblico impiego, proclamata dai sindacati di base. Rdb-Cub, Cobas e SdL criticano apertamente il piano Brunetta, «piano in cui si ravvisa l'intento di distruggere la pubblica amministrazione e lo stato sociale, dando i servizi in concessione a soggetti privati e trasformando i cittadini in clienti».

 

La legge dell’immunità - Gabriele Polo

Il caso è chiuso. Non per chi è morto o è stato ferito, non per chi ha subíto una perdita irrimediabile. E, nemmeno, per tutti quelli alla continua ricerca di un altro modo di vivere e affrontare con fiducia anche eventi tremendi come una guerra o un sequestro di persona. Ma per l'Italia ufficiale il caso è chiuso: l'omicidio di Nicola Calipari è stato un doloroso incidente, inutile tornarci sopra, sbagliato cercare di capirne il perché. Questo ha detto ieri la Corte di Cassazione. Questo, in modo indiretto, aveva già detto la grande maggioranza del mondo politico. E, forse, anche la rassegnazione all'esistente di buona parte della pubblica opinione. Nell'aula del tribunale supremo della Repubblica abbiamo sentito parlare di «Legge della bandiera» e «Legge dello Zaino», ascoltato le diverse interpretazioni di mandati dell'Onu e di lettere di Colin Powell. E quella definizione, «immunità funzionale», con cui un procuratore generale e l'avvocato dello stato (su mandato del governo) hanno chiesto di non processare Mario Lozano, il marine reo confesso. Per finire con la sentenza che chiude il caso. Non avremo altra occasione istituzionale per cercare la verità, per sapere quali erano gli ordini o, anche più banalmente, quali siano stati gli «errori» e le «leggerezze». Immunità funzionale significa che il lavoro della guerra non può essere giudicato, anzi che va celato e custodito dal segreto. Altrimenti si mette in discussione la legge non scritta ma suprema: chi detiene la forza deve essere messo in grado d'esercitarla liberamente, altrimenti viene messa in discussione la natura del suo potere, altrimenti si mina la sua stessa indiscutibile natura. Per tre anni, in un gioco di ruoli gestito a rovescio, abbiamo visto il potere politico delegare alla magistratura il compito di risolvere un irrisolvibile conflitto diplomatico e il potere giudiziario chiedere al governo una via d'uscita alla sua impossibilità di giudicare un colpevole. Un gioco a somma zero. La magistratura italiana non ha avuto il coraggio di affrontare un processo che avrebbe messo sotto i riflettori le assurdità delle guerre, il collasso del diritto internazionale e rischiato di guastare i rapporti Italia-Usa. Forse non si poteva pretendere tanto, forse il problema è «tutto nella gestione politica di questa vicenda» come ha detto ieri il procuratore generale che ha chiesto e ottenuto l'archiviazione del caso. Ma non della politica per come l'intende lui, legandola banalmente a questo o quel governo. Della politica nel senso più ampio delle relazioni umane, degli opportunismi e delle subalternità alle logiche della forza. E questo riguarda tutti, persino quel procuratore.

 

Legge incostituzionale, Napolitano può fermarla - Andrea Fabozzi

La norma blocca processi che la maggioranza ha inserito nel decreto sicurezza è incostituzionale non una sola volta, ma addirittura cinque secondo il professore Alessandro Pace, presidente dell'associazione dei costituzionalisti e docente alla Sapienza di Roma. «Il primo profilo di incostituzionalità - spiega il professor Pace - è procedurale. Andiamo a leggere il decreto legge originario: riguardava esplicitamente 'disposizioni volte ad apprestare un quadro normativo più efficiente per contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all'immigrazione illegale e alla criminalità organizzata...'. Gli emendamenti introdotti successivamente, come quello cosiddetto blocca processi, sono del tutto estranei alla materia e la Corte costituzionale prima con la sentenza 171 del 2006 e più recentemente con la sentenza 128 del 2008 ha affermato la possibilità di sindacare il requisito della straordinarietà e urgenza anche con riferimento alla legge di conversione. Ribadendo inoltre che l'emendamento a un decreto deve essere omogeneo rispetto al titolo del decreto stesso». E questo basterebbe a chiudere il discorso. Ci sono però altre ragioni per ritenere incostituzionale l'emendamento «blocca processi»? A mio parere ci sono violazioni sostanziali dell'articolo 3 della Costituzione, il principio di uguaglianza. Differenziazioni normative possono essere ritenute legittime purché si ispirino a razionalità e ragionevolezza. E in questo caso è assai poco credibile che il governo e il parlamento in un anno di sospensione dei processi possano fare le riforme strutturali necessarie per accelerare effettivamente i procedimenti penali, come ha scritto il presidente del Consiglio nella sua lettera al presidente del senato. E' più credibile che si tratti di un'operazione per prendere tempo rispetto a una sentenza in arrivo che lo riguarda. Inoltre è irrazionale l'esclusione dal provvedimento di sospensione dei reati più gravi, quando in campagna elettorale sia destra che sinistra avevano detto che bisognava combattere la microcriminalità: qui invece vengono esclusi i furti, le rapine e gli stupri. Infine tra i reati più gravi non sono stata previste, e non per caso, la corruzione di pubblico ufficiale e la corruzione in atti giudiziari mentre si tratta di reati tra i più gravi in uno stato di diritto perché minano l'uguaglianza di fronte alla legge. C'è chi ha parlato di incostituzionalità con riferimento all'articolo 112 della Carta, l'obbligatorietà dell'azione penale. E' d'accordo? Certamente, e la Corte ha detto più volte che quell'articolo rappresenta il punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale, «talché il suo venir meno ne altererebbe l'assetto complessivo». L'obbligatorietà non è riferibile solo all'avvio delle inchieste, il procedimento penale deve poter proseguire. La verità è che almeno fino a quando vive questo precetto costituzionale, il governo non può vincolare i magistrati a seguire certe scale di priorità nel perseguimento dei reati. Il parlamento può depenalizzare alcuni fatti, ma finché sono reati l'obbligatorietà vale per tutti, gravi e meno gravi che siano. Che poi questo sistema non funzioni, come non funziona visti i ritardi della giustizia italiana, è un problema che può essere affrontato in altro modo: con una maggiore severità del Csm e riempiendo i vuoti di organico della magistratura. Napolitano, stando così le cose, a suo avviso potrebbe rinviare la legge in parlamento? Sì, e non sarebbe la prima volta che il presidente della Repubblica rinvia una legge di conversione. Tanto più che questa è gravemente incostituzionale. Cosa pensa dell'intenzione del presidente del Consiglio di riproporre l'immunità per le prima cinque cariche dello stato? E' legittimo almeno il principio? Un principio del genere - ma limitato al presidente della Repubblica - c'è solo nelle costituzioni greca, portoghese e israeliana. Per l'Italia il discorso è molto semplice. O gli eventuali reati commessi dalle alte cariche dello stato rientrano nell'esercizio delle loro funzioni, e allora c'è già una disciplina particolare con delle garanzie particolari. Oppure si tratta di reati eventualmente commessi in relazione ad atti comuni, allora il presidente o il ministro sono uguali a tutti gli altri cittadini punto e basta, questo è il principio costituzionale. Che potrebbe essere modificato da una legge costituzionale? E' da vedere, probabilmente no se si seguono le sentenze della Corte secondo le quali esistono dei principi superiori dell'ordinamento che si sottraggono alla revisione costituzionale e tra questi certamente l'articolo 3. Allora nemmeno una legge costituzionale potrebbe incidere sulla parità di tutti i cittadini di fronte alla legge.

 

Un popolo in trappola - Junko Terao

Due giorni dopo l'approvazione della direttiva sui rimpatri da parte del parlamento europeo si celebra oggi la «giornata mondiale del rifugiato», quest'anno dedicata al tema della «protezione», intesa sia come difesa del diritto d'asilo che come riparo ed aiuto umanitario. Quasi uno scherzo del destino, ma soprattutto una buona occasione per sfatare una volta per tutte un falso mito: quello secondo cui i paesi ricchi sarebbero assediati dai profughi. Come emerge dall'ultimo rapporto dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite (Unhcr), infatti, la maggior parte - tra l'83 e il 90% - dei rifugiati trova accoglienza all'interno della regione di origine, «pesando» quindi sui paesi limitrofi a quelli da cui scappa. È un dato, infatti, che la stragrande maggioranza degli oltre 3 milioni di rifugiati afghani, registrati dall'Unhcr - che alla fine del 2007 costituivano il 27% del totale, rimanendo in cima alla classifica globale - risiede in Pakistan e in Iran. Ed è un dato che i 2 milioni e 300 mila iracheni costretti ad abbandonare il loro paese, al secondo posto nella classifica, hanno trovato rifugio in Siria e Giordania, così che il Medio oriente, insieme al Nordafrica, è la regione che ospita un quarto dei rifugiati di tutto il mondo, mentre l'Asia e la regione del Pacifico ne ospitano un terzo. E l'Europa? Il vecchio continente accoglie solo il 10% della popolazione mondiale costretta, o perché perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità o idee politiche, o a causa di conflitti e disastri naturali, a lasciare il proprio paese e chiedere asilo all'estero. Il dato più allarmante che emerge dal rapporto dell'Unhcr è un'inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti: mentre dal 2001 al 2005 il numero dei rifugiati era calato, nel corso degli ultimi due anni si è registrato un aumento record. Tra rifugiati e sfollati la cifra ha superato a dicembre 2007 i 67 milioni. Di questi, 16 milioni sono i rifugiati e 51 milioni gli sfollati - ovvero coloro che sono costretti a lasciare le loro case senza però uscire dai confini nazionali, generalmente a causa di conflitti armati (26 milioni) o per disastri naturali (25 milioni). Dei 13.7 milioni di sfollati assistiti dall'Unhcr in 23 paesi, in cima alla classifica ci sono i colombiani (quasi 3 milioni), seguiti dagli iracheni (2.4 milioni), dai congolesi della Rdc (1.3 milioni), dagli ugandesi (1.2 milioni) e dai somali (1 milione). L'aumento del numero di profughi nel mondo è strettamente legato alla condizione di «instabilità» in cui si trovano Iraq e Afghanistan - tra i primi paesi d'asilo dei rifugiati nel 2007, infatti, ci sono il Pakistan, la Siria, l'Iran e la Giordania. Un dato che l'Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, Antonio Guterres, definisce «preoccupante», ricordando che bisogna far fronte ad una serie di sfide globali che potrebbero determinare l'ulteriore aggravarsi della situazione in futuro. «Tra queste ci sono molte nuove emergenze dovute a conflitti nei punti caldi del pianeta, una mancanza di standard democratici in molti paesi, il drammatico rialzo dei prezzi dei generi alimentari - che ha colpito maggiormente i più poveri e sta generando instabilità in molte zone - e, infine, il deteriorarsi dell'ambiente a causa dei cambiamenti climatici, che, a sua volta, porta ad una maggiore competizione per risorse sempre più scarse». Il totale dei rifugiati e degli sfollati di cui si prende cura l'Unhcr, nel 2007 ammontava a oltre 25 milioni, una cifra mai raggiunta prima e che non comprende, comunque, i 4milioni e 600mila palestinesi che sono sotto la responsabilità di un'apposita agenzia Onu. Tra i rifugiati, i gruppi più numerosi dopo gli afgani e gli iracheni sono i colombiani (552mila), i sudanesi (523mila) ed i somali (457mila). La crisi irachena ha determinato anche un considerevole aumento - il primo da quattro anni a questa parte - delle domande individuali di asilo o del riconoscimento dello status di rifugiato, che nel 2007 sono state quasi 650mila. Rispetto al 2006 una crescita del 5% delle richieste, arrivate principalmente dall'Iraq (52mila domande inoltrate), dalla Somalia (46.100), dall'Eritrea (36mila), dalla Colombia (23.200), dalla Federazione Russa (21.800), dall'Etiopia (21.600) e dallo Zimbabwe (20.700). Tra i paesi più gettonati - quelli che l'anno scorso hanno ricevuto il maggior numero di domande - ci sono gli Usa, il Sudafrica, la Svezia, la Francia, il Regno unito, il Canada e la Grecia. Il rapporto sottolinea un altro dato: i tassi di riconoscimento dello status di rifugiato variano molto da paese a paese. Tra gli iracheni, per esempio, nessuno ha ottenuto lo status dalla Grecia, mentre la Germania l'ha concesso a 2/3. Nel Regno unito solo il 15% delle domande è stato accettato, la Svezia invece ha garantito protezione a quasi tutti quelli che l'avevano chiesta. Un diritto umano fondamentale che, a 60 anni dalla Dichiarazione universale, è tutt'altro che scontato.

Occasione da non perdere, ma è troppo fragile la tregua di Gaza

Ali Rashid

I primi rifornimenti di carburanti hanno varcato la chiusura ermetica della stremata Striscia di Gaza: è il segno tangibile dell'entrata in vigore della tregua tra il governo Israeliano e Hamas, grazie alla mediazione del Cairo. Un cauto ottimismo per un disperato bisogno di relativa normalità domina i sentimenti dei palestinesi dopo un assedio che dura da più di un anno, e degli israeliani costretti a subire le rappresaglie palestinesi con il lancio quotidiano dei missili artigianali Qassam. Primi segnali, anche se accompagnati da operazioni dell'aviazione e delle truppe israeliane lungo la Striscia, che hanno causato la morte di un militante di Hamas e il ferimento di altri due; e da una escalation in Cisgiordania con il rastrellamento della città di Kalqilya, la distruzione delle case di due ricercati e l'incendio di decine di ettari di grano e ulivi da parte dei coloni a Borin presso Nablus. Mentre tutte le organizzazioni palestinesi ribadiscono il loro rispetto all'accordo, il premier israeliano Olmert dichiara la sua «perplessità» sull'efficacia della sua tregua, precisando che, se fallisce, è già pronto un piano per un massiccio attacco militare. L'accordo rischia di essere subito ridimensionato. Israele vorrebbe limitarne la portata alla Striscia, senza modificare minimamente la sua strategia di annessione «strisciante» della Cisgiordania con l'allargamento degli insediamenti, l'annessione di Gerusalemme, la continuazione del Muro e la paralisi delle trattative di pace con l'Anp. Sul piano politico, grande importanza assume il fatto che le trattative che hanno portato alla tregua, pur mediate dall' Egitto, siano state direttamente con Hamas. Israele aveva imposto al mondo - così ha fatto subito l'Ue - di inserirla nella lista delle organizzazioni terroristiche. Delegittimando così il governo palestinese democraticamente eletto nel gennaio 2006, azzerandone la rappresentanza e dividendo i palestinesi spinti quasi ad una feroce guerra intestina. E, mentre il governo israeliano proseguiva le trattative con Hamas, ha posto il veto a ogni contatto tra Abu Mazen e la stessa Hamas. Ma dopo l'ultima visita di Bush e le sue dichiarazione pessimistiche per la creazione di uno stato palestinese entro il 2008, Abu Mazen si è trovato costretto a passare la mano dichiarando la sua volontà di riprendere i contatti con Hamas per ricomporre l'unità nazionale e preparare nuove elezioni. Non c'è dubbio che questo fragile accordo evidenzi per ora solo un insieme di debolezze: quella israeliana che, di fronte agli incerti esiti di una «vittoria militare» dopo la sconfitta in Libano, vede il nodo della sicurezza tornare ai suoi confini; la debolezza di Hamas di fronte alla grave crisi umanitaria della Striscia di Gaza a causa dell'assedio e delle incursioni militari continue che hanno provocato una emorragia di consensi; la debolezza dei governi arabi che vedevano nella continuazione delle sofferenze di Gaza, una minaccia alla stabilità dei loro regimi ed un rafforzamento del islam militante e del ruolo dell' Iran nelle regione. Ora gli occhi del mondo sono puntati sull'Iran. Dopo il fallimento Usa nel destabilizzare il Libano e limitare il ruolo di Hezbollah, si tenta di neutralizzare la questione palestinese, ferita aperta nella coscienza araba ed elemento unificante dell'Islam militante. Serve la «calma», per affrontare meglio il nodo Iran prima della fine del mandato dell'Amministrazione Bush. Ai palestinesi si aprono nuove prospettive per ricostruire la loro unità nazionale, riproporre il piano arabo per una soluzione politica impegnando la comunità internazionale, stanca delle guerre di Bush, in un vero processo di pace in Medio Oriente e per una soluzione politica della crisi Iraniana. Il resto è continuazione della guerra con nuovi e vecchi mezzi.

 

Kosovo, il caos internazionale esplode all'Onu - Tommaso Di Francesco

È convocato oggi il Consiglio di sicurezza dell'Onu con all'ordine del giorno il Kosovo e il futuro della missione Unmik che, da oggi, vede la nomina come amministratore dell'italiano Leonardo Zannier. Ci saranno anche il presidente serbo Boris Tadic che ribadisce «il Kosovo è Serbia», e quello kosovaro Fatmir Sejdiu. La questione urge: domenica 15 gennaio è «entrata in vigore» la costituzione dell'indipendenza. Ma è «in vigore» solo per i 40 paesi che l'hanno riconosciuta, mentre la maggior parte degli Stati del mondo, giudicandola unilaterale e di scontro, non l'ha fatto. L'indipendenza divide la Ue, con Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che hanno approvato mentre Spagna, Grecia, Slovacchia, Romania e Cipro hanno detto no e ora si rifiutano di addestrare il nuovo «esercito» kosovaro. E spaccato resta il Consiglio di sicurezza Onu, con Russia e Cina che oppongono il veto, temendo che diventi l'anticamera per i loro indipendentismi e per gli altri che covano nel mondo, a partire dal Caucaso e dagli stessi irrisolti Balcani. Nel dramma c'è una responsabilità: è quella dell'Unmik, l'amministrazione locale dell'Onu che, con i suoi rappresentanti (Bernard Kouchner, Michael Steiner, Janses Soerensen e Joachim Ruecker) avrebbe dovuto rispettare la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza Onu che riconosce la sovranità della Serbia. Invece ha avallato una feroce contropulizia etnica contro le minoranze serbe con migliaia di vittime e desaparecidos, la distruzione sistematica di ben 150 monasteri ortodossi, il blocco del rientro dei profughi, la cacciata di 200.000 serbi, rom e altre minoranze. Via via legittimando la secessione di Pristina. E' lo scenario criminale del quale l'Unmik vuole lavarsi le mani. Così Joachim Ruecker, con l'avallo tedesco e francese, ha cercato alla chetichella di chiuder bottega, autorizzando l'arrivo della missione Eulex, «civile e di polizia» voluta dall'Ue, pur spaccata, per gestire e di fatto imporre l'indipendenza nelle zone serbe. I serbi, tutti, hanno detto no. Allora è entrato in scena il segretario dell'Onu Ban Ki-moon per salvare la faccia dell'Unmik, con due lettere, al presidente kosovaro Fatmir Sejdiu e a quello serbo Boris Tadic, dove annunciava una «riconfigurazione» della missione Onu. Risultato: è caos istituzionale. Si riconfigura Unmik, quindi Ruecker può andarsene quando dovrebbe restare in carica altri otto mesi, ma Russia e Serbia chiedono d'incriminarlo perché voleva azzerare il ruolo dell'Onu; la missione Eulex è la benvenuta ma per intanto è sospesa e ha bisogno «ancora di tempo»; l'Onu è neutrale sull'indipendenza, ma l'Ue la deve gestire; le zone serbe possono dipendere dall'Unmik e non dal governo di Pristina; infine, resta la Nato, ma da chi dipende? A Pristina restano sorpresi della disponibilità a spartire il Kosovo e non accettano quello che tutti vedono. Nonostante l'indipendenza, di Kosovo ce ne sono quattro: stato albanese, zone serbe, aree della Chiesa ortodossa, burocrazie internazionali e Camp Bondsteeel, la più grande base militare Usa d'Europa edificata nel disprezzo della legalità internazionale. E a Belgrado, dove l'affare piomba nel mezzo della scelta del nuovo governo, prima l'ex premier Kostunica, poi l'ex ministro per il Kosovo Samardzic che annuncia la nascita di «un parlamento serbo in Kosovo», e infine lo stesso Tadic hanno denunciato l'operazione di Ban Ki-moon ricordando che ritengono l'indipendenza di Pristina semplicemente «illegale». E Ban ha fatto ploff.

 

L'Europa va in panne - Anna Maria Merlo

Vista la situazione dopo il «no» irlandese, l'Unione europea si consola come può. Poco dopo l'apertura del Consiglio europeo, ieri a Bruxelles, i 27 hanno annunciato di aver dato via libera all'entrata della Slovacchia nella zona euro nel 2009, malgrado l'alta inflazione nel paese e i forti dubbi della Bce. Da Parigi il ministro dell'Immigrazione e dell'identità nazionale, Brice Hortefeux, ha dato prova della volontà della Francia, che succederà alla Slovenia alla presidenza della Ue a luglio, di «mobilitarsi e agire», nel concreto, per far apprezzare la Ue a dei cittadini scettici e delusi: il 27 luglio, in occasione di un vertice a Cannes, la Francia presenterà il suo piano sull'immigrazione e l'asilo, che seguirà la traccia della «direttiva ritorno», imponendo una visione comune, fatta di messa al bando delle sanatorie e di repressione armonizzata. Hortefeux si fa forte dei successi in patria: un calo, afferma, dell'8% del numero dei clandestini, con un aumento del 31% delle espulsioni, arrivate in un anno a quasi 30mila. Al Consiglio che segue di pochi giorni la bocciatura irlandese, il premier Brian Cowen, al suo primo vertice europeo, non ha potuto dire altro che «non esiste una soluzione miracolosa». L'idea che tutti hanno, ma che nessuno osa dichiarare, è di far rivotare gli irlandesi, come era successo nel 2002 (dopo la bocciatura di Nizza da parte degli irlandesi nel 2001). Per Nicolas Sarkozy, che ha pranzato all'Eliseo con Gordon Brown poche ore prima dell'inizio del Consiglio, l'Irlanda deve stabilire un calendario: ha tempo fino al vertice di ottobre per cercare una soluzione che faccia dimenticare il «no». Gli otto paesi che non hanno ancora ratificato sono stati messi sotto pressione. Ma gli euroscettici, in prima fila Repubblica ceca e Polonia, hanno alzato la testa, rafforzati dal «no» irlandese. La Commissione, però, resta convinta che la situazione è migliore di quella del 2005, dopo il doppio «no» francese e olandese. Allora, il Trattato costituzionale era stato sepolto. Oggi, almeno a parole, Bruxelles spera di poter recuperare e arrivare comunque al varo del mini-trattato di Lisbona prima delle elezioni europee del 2009. Ma i 19 che hanno già ratificato escludono di rinegoziare i termini del trattato. Si fanno forti della principale differenza tra il 2005 e il 2008: allora la Gran Bretagna aveva approfittato della situazione per gettare la spugna, mentre ieri Gordon Brown, peraltro considerato più euro-scettico di Blair, è arrivato con la ratifica in tasca, votata dai Lords e controfirmata dalla regina Elisabetta. Come fare per far amare l'Europa dai suoi cittadini? Sarkozy ha la sua ricetta. «La priorità è l'azione, l'Europa deve rispondere ai veri bisogni dei cittadini, poiché le incomprensioni restano forti e l'assenza di seduzione di ciò che viene deciso in Europa è reale», riassume un diplomatico francese. Mercoledì a Bruxelles ci sono state manifestazioni di agricoltori, camionisti, pescatori e taxi contro il caro-benzina, che hanno fatto seguito ad analoghe proteste un po' in tutti i paesi europei. «Dedicheremo il vertice al rialzo dei prezzi alimentari e dei carburanti che pesano sui bilanci delle famiglie» ha dichiarato il presidente della Commissione José Manuel Barroso, facendo eco al primo ministro francese François Fillon che alla vigilia aveva promesso «risposte coordinate». Più facile a dirsi che a farsi. Sarkozy difende la sua idea di ridurre l'Iva sui carburanti, decisione da prendere all'unanimità ma che non suscita nessun entusiasmo tra i partner. La tedesca Merkel preferirebbe una tassa sui profitti delle compagnie petrolifere o sulle transazioni dei mercati del petrolio. In ogni caso, si tratta sempre di misure a breve, senza nessuna prospettiva per il futuro.

 

Liberazione – 20.6.08

 

Dl rifiuti, il governo va sotto per due volte alla Camera – Angela Mauro

Alta tensione nella maggioranza. Il governo va sotto alla Camera nelle votazioni sul decreto rifiuti. Cade per due volte, entrambe per la decisione della Lega di votare con l'opposizione. «Abbiamo voluto mandare un segnale», dirà poi Umberto Bossi. Automatico collegare le tensioni in aula con la discussione sul Trattato Europeo, bocciato dal referendum irlandese, mal digerito dal Carroccio che chiede di modificare la Costituzione del '48 per consentire una consultazione popolare anche in Italia. Bossi getta acqua sul fuoco. Dopo le esternazioni di Roberto Calderoli («Il trattato Ue non esiste più», rispondeva ieri a Berlusconi), il leader "lumbard" assicura il voto leghista sul trattato europeo, ma non basta. Ed ecco che a Montecitorio dopo il primo segnale, arriva anche il secondo. E' su un emendamento dell'Udc - parere contrario del governo - che la Lega inizia a smarcarsi. Sono 38 i deputati leghisti che votano con il partito di Casini, con il Pd, con l'Idv. L'emendamento - relativo ai fondi Cip6 per il termovalorizzatore di Napoli - passa (274 sì, 224 contrari e tre astensioni), ma, poco dopo, la votazione viene annullata. Decisione del comitato dei Nove della commissione Ambiente, pienamente condivisa dal presidente della Camera Gianfranco Fini. La proposta di modifica si riferiva ad una parte del decreto già cassata, è la spiegazione, «un errore materiale», minimizza Fini. Ma la maggioranza continua a tremare e cade ancora nel pomeriggio su un emendamento dell'Idv (253 sì, 212 no, con l'opposizione votano anche due deputati dell'Mpa) che obbliga il Dipartimento della protezione civile a fare le assunzioni previste dal decreto con «concorso pubblico e a tempo determinato». Questa volta «non c'è alcun significato politico, non ci sono divisioni», si sforza di dire il capogruppo del Carroccio Umberto Cota. «C'è stata una mancanza di coordinamento del gruppo...». Giustificazioni che non convincono l'opposizione. «Maggioranza divisa e arrogante», dice Marina Sereni del Pd. Dopo l'ok alla modifica dei dipietristi, in aula si sfiora la zuffa. Perde la pazienza il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia che si alza dai banchi del governo per inveire contro il capogruppo della Lega in commissione Ambiente, Guido Dussin. Lo bloccano tre colleghi di maggioranza. Ma è dura riportare la calma. Segue un battibecco tra lo stesso Menia e il deputato del Pd Giachetti. «Mi minaccia», accusa il parlamentare dell'opposizione. «Falso», la replica. «Bromuro, serve del bromuro...», ironizza Giachetti. Ieri l'aula avrebbe dovuto terminare la votazione degli articoli, ma dopo il secondo ko della maggioranza la seduta è stata sospesa. Si riprende martedì, con l'esame degli ultimi due articoli e, nella stessa, giornata il voto finale. Quanto al merito del testo di legge, l'emendamento Udc riguardava i fondi Cip6 al termovalorizzatore di Napoli. Poco dopo la decisione di Fini di annullare la votazione, l'aula ha comunque approvato l'assegnazione degli incentivi Cip6 ai termovalorizzatori campani, dando l'ok ad un emendamento presentato dal Pd che limita l'erogazione dei fondi agli impianti che bruciano rifiuti organici (come prevede l'Ue) e non plastica. Alla base della retromarcia, le parole del sottosegretario per l'emergenza rifiuti Guido Bertolaso il quale, intervenendo in aula, ha detto che senza la concessione dei contributi Cip6 «le gare per i termovalorizzatori andranno deserte» e senza nuovi impianti «potremmo anche rimettere nel cassetto questo decreto». Bocciato invece il cosiddetto "emendamento anti-Gomorra", proposta del Pd che mirava all'istituzione di una taskforce interforze per il controllo delle zone più critiche dell'emergenza rifiuti. «Un regalo all'ecomafia che con la spazzatura illegale fa grossi guadagni», commenta Legambiente. Resta da vedere come andrà la votazione di martedì, anche perchè sembrerebbe che gli sgambetti leghisti non siano solo legati al Trattato Ue, ma anche a divergenze sullo stesso decreto rifiuti. «La Lega sta cercando di ottenere una soluzione che possa agitare come una bandiera sull'art.17», è l'analisi di Ermete Realacci, ministro ombra del Pd. L'articolo in questione riguarda l'erogazione dei 150 milioni di euro alla Regione Campania. Il leghista Cota assicura che la maggioranza ha raggiunto un'intesa. «Sono stati accolti i nostri emendamenti presentati in commissione sulla responsabilizzazione degli amministratori locali - dice - un esempio: in caso di mancata raccolta, la tassa sui rifiuti che percepiscono gli amministratori verrebbe riservata allo Stato». In serata, il capogruppo Pdl Cicchitto prova a sminare il campo: «Nessun problema politico in maggioranza, Lega compresa, ma d'ora in poi evitiamo altri errori...».

 

Richiedenti asilo, clima nero tra direttiva e leggi italiane – Laura Eduati

«Le cose stanno nettamente peggiorando». Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), è preoccupato. Preoccupato come tutte le associazioni laiche e cattoliche che si occupano dei richiedenti asilo. L'approvazione della direttiva europea e l'imminente via libera al pacchetto sicurezza metteranno in discussione alcuni dei diritti fondamentali finora garantiti agli stranieri costretti a trovare asilo nelle nostre terre. In Italia vivono 27mila rifugiati. Nel 2007 hanno chiesto asilo 14mila persone, il 35% in più rispetto all'anno precedente, provenienti in larga misura dal Corno d'Africa squassato dalle guerre: Somalia, Sudan, Darfur, Nigeria. Poiché non esiste un canale legale per raggiungere l'Europa, viaggiano verso la Libia e qui salpano sui gommoni. Disperati, e clandestini. Sempre nel 2007, il 30% degli stranieri arrivati via mare ha presentato domanda di asilo e di questi il 65% ha ottenuto l'asilo oppure una forma di protezione umanitaria. In parole povere, un quinto degli stranieri giunti via barcone è bisognoso di protezione internazionale. Ecco perché il reato di entrata illegale nel territorio italiano, chiamato spicciamente "reato di clandestinità" potrebbe danneggiare proprio i richiedenti asilo visto che la maggior parte degli stranieri arriva in Italia regolarmente con un visto turistico. Non è finita. Il pacchetto sicurezza introduce l'espulsione del rifugiato che non ha ottenuto l'asilo alla prima istanza; potrà fare ricorso dal Paese di origine oppure rinchiuso nei Cie (ex Cpt), a suo rischio e pericolo. Peraltro, il 30% dei bocciati alla prima istanza normalmente viene dichiarato bisognoso di asilo nella seconda, e questo significa che un alto numero di richiedenti asilo verrà espulso. A questo bisogna aggiungere gli effetti della direttiva europea approvata mercoledì e che entrerà in vigore entro il 2010. Concepita per i migranti illegali, colpirà certamente anche i rifugiati in quanto estenderà la detenzione nei Cpt fino a 18 mesi, minorenni inclusi; vieterà agli espulsi il reingresso per 5 anni (oggi l'Italia ne applica 10) e dunque se uno straniero viene rimpatriato coattivamente e poi si trova nelle condizioni di dover chiedere asilo, non potrà rivolgersi all'Europa fino allo scadere del divieto; consentirà il rimpatrio obbligatorio anche nei Paesi di transito come Libia e Marocco, che non hanno mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. E poi: se un migrante illegale riceve un ordine di espulsione, quell'ordine varrà in tutti gli Stati membri, mentre se riceve una forma di protezione umanitaria, quella protezione sarà valida soltanto nel Paese nel quale è stata concessa. L'armonizzazione delle leggi europee sull'immigrazione, insomma, affetterà i rifugiati nella forma più negativa. «E dunque non possiamo sostenere questa direttiva, non contiene le dovute garanzie» commenta Laura Boldrini, portavoce della sezione italiana dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati. La preoccupazione è anche quella della Caritas e di Medici senza Frontiere che esprimono «sconcerto» per la politica dell'immigrazione inaugurata dal governo Berlusconi, specialmente a pochi mesi dal miglioramento della normativa italiana sul diritto all'asilo grazie al recepimento di una direttiva europea. Un clima nerissimo proprio nel momento in cui il numero dei rifugiati e dei profughi aumenta a causa delle guerre e delle calamità naturali, compreso il cambiamento climatico. Alla fine del 2007 si contavano 11,4 milioni di rifugiati al di fuori del proprio Paese di origine e 26 milioni di profughi. Il primo Paese di destinazione sono gli Stati Uniti, il secondo la Svezia, l'Italia si trova all'ottavo posto. L'anno scorso l'Europa ha ricevuto oltre 254mila domande di asilo. A dispetto delle apparenze, la metà dei richiedenti asilo nel mondo proviene dall'Asia, seguita dall'Africa. La crescita del numero di rifugiati (+10%) è dovuta principalmente alla guerra irachena, e difatti la maggioranza relativa dei richiedenti asilo, un sesto del totale, proviene dall'ex Paese di Saddam Hussein (45.200). Seguono russi, cinesi, serbi, pakistani, somali. Tuttavia l'Italia ha registrato poche domande di asilo da parte di cittadini iracheni, che preferiscono dirigersi verso la Svezia. L'unica notizia positiva viene dalla Commissione europea di Barroso: nella presentazione di un pacchetto su immigrazione e asilo, ha promesso di introdurre canali legali per chi fugge da guerre e persecuzioni.

 

Palestina, è tempo che riconosciamo i nostri errori

Karen Koning AbuZayd*

Gaza - Gli orrori della seconda Guerra mondiale hanno dato impeto alla ricerca per una pace universale, giustizia e dignità umana, con le Nazioni Unite in primo piano. E' però un commento storico inquietante per la nostra ricerca il fatto che così come noi commemoriamo il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i Palestinesi ricordano sei decadi di ciò che chiamano la Nakba, o catastrofe, e in molti soffrono in condizioni di esilio, esclusione e isolamento. Tutto ciò è una dimostrazione del nostro fallimento collettivo nel dare un senso alla dignità umana per i Palestinesi e nel raggiungere una pace duratura e giusta in Medio Oriente. Noi che assistiamo i rifugiati palestinesi crediamo che sia tempo di riconoscere le nostre colpe. Esilio: per sessanta anni, i rifugiati palestinesi sono stati esiliati dalle loro antichissime terre. In nessun luogo tutto ciò è più duramente visibile come in Cisgiordania, dove il muro illegale, centinaia di check point e di barriere fisiche rafforzano quotidianamente l'esilio. E a Gaza, le politiche di chiusura e punizione indiscriminata devasta le vite, causando disperazione di massa, minacciando di distruggere le speranze per la pace. Esclusione: i rifugiati palestinesi fanno fronte anche all'esclusione dalla giustizia permessa dalla legge internazionale, lo scopo della quale è di offrire protezione, sicurezza e dignità date per garantite in un mondo in cui il rispetto per i diritti umani e l'osservazione della legge sono diventati i principi-guida di una governance globale. I principi del diritto internazionale vietano in modo esplicito gli attacchi sistematici contro le popolazioni civili, la privazione arbitraria di cibo, la deliberata distruzione delle infrastrutture civili e la dislocazione della popolazione di una forza occupante sulla terra occupata. Le violazioni di queste e altre condizioni contribuiscono ad accrescere tra i Palestinesi un senso di esclusione dalla protezione del sistema internazionale. Isolamento: i rifugiati palestinesi fanno fronte all'isolamento da parte della comunità internazionale nella ricerca della pace in Medio Oriente -una pace che sarà durevole solo se giusta e inclusiva. Deve essere riconosciuto che i rifugiati palestinesi rappresentano un significativo gruppo di sostenitori direttamente interessati agli esiti di un accordo negoziato. La loro partecipazione può solo che rafforzare la legittimità del risultato e garantire la sua accettazione. Nei confronti dell'esilio, dell'esclusione e dell'isolamento palestinese quale potrebbe essere il rimedio? Porre fine all'assedio di Gaza ed eliminare il regime di chiusura in Cisgiordania. Fare ciò rispettando il diritto degli israeliani a vivere in pace e sicurezza. Permettere favorevoli condizioni economiche per produrre moderazione e generare la convinzione tra i Palestinesi che una pacifica coesistenza con gli Israeliani è possibile mentre si garantisce loro dignità e benessere. Assicurare il rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani. Coltivare una cultura di giustizia come fondamento da cui può fiorire una stabile pace. Perseguire la responsabilità in modo tale che coloro che agiscono al di fuori delle norme internazionali, siano essi estremisti che lanciano razzi o combattenti che usano una forza sproporzionata, siano portati davanti alla giustizia e le loro vittime ricompensate da un dovuto risarcimento. Incoraggiare un clima di inclusione nell'impegno della comunità internazionale sulle questioni palestinesi. L'esperienza del passato dimostra che il prerequisito per il successo di ogni processo di pace è il senso di appartenenza tra coloro le cui vite e il cui futuro sono in ballo. Infine, fare in modo che i rifugiati palestinesi possano essere ascoltati. Garantire loro la dignità del riconoscimento. Globalmente il peso demografico dei rifugiati palestinesi, la durata senza precedenti del loro spossesso e l'imperativo di offrire la protezione finale di una soluzione giusta e duratura sono tre ragioni trainanti del perché i rifugiati devono esprimere la loro opinione nel determinare il futuro della Palestina. Nella giornata mondiale del rifugiato, chiedo a tutte le parti coinvolte di considerare queste indicazioni nello sforzo di mettere al bando l'angoscia che colpisce le vite di milioni di rifugiati palestinesi. C'è ancora tempo e modo di rinvigorire la loro fiducia nel futuro.

*Commissario Generale dell'Agenzia dell'Onu per il soccorso e l'occupazione per i rifugiati palestinesi (UNRWA)

Vivere e morire di fame a Karamoja, il cuore di tenebra della carestia - Matteo Fraschini Koffi

Iriiri, Karamoja (Uganda) - «Quando due pesci maleodoranti vengono messi in un acquario» spiega Dinavence Tushambomuoe, suora missionaria ugandese in carico del settore sanitario nell'amministrazione di Moroto «anche i pesci buoni iniziano a puzzare. E questo è quel che sta succedendo qui. Ed è inutile prendersi in giro» continua Dinavence «In Karamoja c'è sempre stata la crisi alimentare. I karamojon sono da anni, e per la gran parte, un popolo di pastori, e questa è la prima cosa che bisogna capire. Costringerli a coltivare ciò che riempe i sacchi del Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) non serve a niente, le loro abitudini hanno radici profonde.» Danivence lavora da otto anni a Moroto, capoluogo della Karamoja, a circa 50km a nord di Iriiri. «Da quelle parti non è possibile neanche avere un piccolo giardino al di fuori della propria abitazione.» conclude sorridendo amaramente. «L'insicurezza che c'è sulle strade della Karamoja» dice Padre Michael Lubenga, anche lui appena arrivato da Moroto, «non ci permette di viaggiare tranquilli». Abbiamo sempre paura di essere attaccati da quella minoranza di guerriglieri che di tanto in tanto colpiscono i villaggi.» continua riferendosi ai due pesci maleodoranti di Dinavence. «Questa minoranza di Karamojon e le loro imboscate, danno una pessima reputazione a questo territorio. Guardi anche gli autobus che arrivano da queste parti, sono i più ammaccati, e le nostre strade sono piene di buche.» La Karamoja, abitata da circa un milione di persone, occupa l'area orientale del Paese. È stata giudicata dall'Organizzazione per il Cibo e l'Agricoltura (Fao) una delle zone a livello mondiale che soffrono di più in questo periodo della cosiddetta Food Crisis, la crisi alimentare. Ma in cosa consiste la crisi alimentare che sta mietendo vittime in questa zona del Continente? I fattori, naturalmente, sono molteplici. Soprattutto negli ultimi anni l'Uganda è diventato il punto di incrocio, per quanto riguarda il commercio, tra i suoi paesi limitrofi: Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Ruanda e Tanzania. Quando la domanda di cibo da parte di questi paesi ha iniziato ad aumentare, i piccoli commercianti, come le grandi industrie agricole, si sono trovati sprovvisti. I continui conflitti, l'instabilità dei paesi, gli ultimi eventi climatici, e le condizioni naturali dell'ambiente, hanno permesso ai prezzi dei prodotti alimentari di alzarsi. Nelle zone più aride della Karamoja, un chilo di fagioli è passato nell'ultimo anno da 600 scellini ugandesi (circa 25 centesimi di euro) a 2.400 scellini. Una famiglia che spende almeno il 30% dei suoi guadagni in cibo, non può permettersi tali costi. Il Governo di Yoweri Museveni ha da qualche tempo iniziato un'opera di disarmo nei confronti dei clan che combattono tra di loro per rubarsi il bestiame, soprattutto le mucche, l'animale più prezioso che, per tradizione, spesso supera il valore di un essere umano. Il disarmo sta però avendo degli ovvi danni collaterali. Non si può pretendere che una popolazione che da decenni ha vissuto con le armi, non abbia alcun problema a consegnarle una volta che le Forze di Difesa del Popolo Ugandese (UPDF) abbiano bussato alla sua porta. La violazione dei diritti umani, secondo il personale delle Nazioni Unite, è sistematica. «I militari delle UPDF» è costretto a raccontare sotto anonimato un abitante del distretto di Moroto «sono entrati in casa di mio cugino e della sua famiglia. I soldati gli hanno chiesto di consegnare le armi sebbene lui non ne possedesse alcuna. Ovviamente non gli hanno creduto e hanno iniziato a minacciare la sua famiglia. Lui si è opposto e dopo averlo pestato a sangue, i militari se ne sono andati con alcuni mobili di casa» Le Forze di Difesa Ugandesi sono composte, per lo più, da giovani che scelgono la carriera militare per avere più possibilità di guadagno e usufruire della propria autorità. Molti sono illetterati. Il Governo li disperde per tutto il territorio, lasciandoli senza uno stipendio fisso (negli ultimi due anni sono già state molte le proteste da parte dei soldati che non vengono pagati per mesi). Tale trattamento da parte del Ministero della Difesa Ugandese provoca violenti ripercussioni sulla popolazione. I rapporti delle organizzazioni umanitarie parlano di gravi esempi di violenza protratti dai soldati come la tortura, la confisca di beni e bestiame che poi vengono rivenduti in altre parti, traffico di armi verso il Sud Sudan e traffico di esseri umani (in particolar modo minori) per aumentare il proprio salario, e la lista purtroppo va avanti. Le strade di Kampala, la capitale ugandese, ospitano numerosi Karamojon che hanno tentato di migliorare la propria situazione. I bambini, costretti spesso dai loro genitori, si mettono sul ciglio della strada a chiedere l'elemosina. Nella stampa e nei rapporti di alcune organizzazioni non governative (ONG) locali, si afferma che il traffico di minori originari della Karamoja, si stia intensificando. Molti vengono venduti agli Stati che confinano con l'Uganda o agli Stati arabi. Diventano schiavi, altri finiscono nel giro della prostituzione. Sono quindi pochi i commercianti che rischiano la loro incolumità, e i loro soldi, per arrivare a portare cibo in Karamoja. E la gente continua a soffrire. Il porta voce del Presidente Museveni, pochi giorni fa, aveva dichiarato ad una conferenza stampa di essere tornato dalla Karamoja dove aveva visto la popolazione cibarsi di topi e delle foglie degli alberi. Ma anche questo aspetto della Food Crisis, secondo Padre Michael, va affrontato nel suo contesto: «È vero che in alcune parti della Karamoja gli abitanti dei villaggi si mettono a catturare topi e a mangiare foglie dagli alberi. Essendo pastori e non avendo la possibilità di coltivare la terra, non hanno altra scelta. Ma questi sono abitudini che risalgono a decine di anni fa. All'ingresso della Karamoja abbiamo una vasta area semi paludosa che sarebbe ottima per coltivare riso. Solo che né la popolazione né il Governo vogliono iniziare ad investire in questo buisness.» Ma sebbene la Karamoja sia una delle zone più affette dalla crisi alimentare, e da tutti i fattori che la provocano, le buone notizie non mancano. L'associazione romana Italia Solidale, non la si può riconoscere quando si passa da queste parti. Non ha uffici sul posto, non ha volontari stranieri, non ha un logo che la distingue da altre organizzazioni, e non ha veicoli che sfrecciano per le strade polverose, con l'aria condizionata all'interno. Gli ottimi risultati che senti parlando con i beneficiari del loro operato, sono l'unico modo per riconoscerla. «La nostra filosofia ci spinge a trovare, prima di qualsiasi cosa, un contatto con la popolazione locale» spiega Daniela Gurrieri, mentre visita le varie attività che, attraverso alcuni piccoli prestiti economici, vengono portate avanti dai gruppi o collaborazioni. «Noi di Italia Solidale siamo in Karamoja da circa quindici anni, e solo in questi ultimi tre anni riusciamo a vedere i frutti delle nostre collaborazioni. Le altre organizzazioni non hanno questa pazienza, riempono i loro progetti di soldi, progetti che non tengono presente delle vere necessità della popolazione locale e che non migliorano le condizioni di vita. Attraverso dei brevi corsi, tentiamo di formare dei volontari del posto che poi, a loro volta, tenteranno di formare i genitori delle famiglie». Ormai si è perso il conto dei milioni di euro che vengono offerti all'Africa per risolvere la sua crisi alimentare. Tutti soldi che finiscono nelle tasche di funzionari governativi e che servono a pagare gli stipendi e le strutture delle ONG. Basta chiedere alla popolazione che dovrebbe essere il primo beneficiario. «Certo, è stato un lungo e duro processo, molti all'inizio non credevano nel nostro modo di lavorare. Ma visto che alcune tradizioni e abitudini cambieranno solo con gli anni, è opportuno rendersene conto, usufruire dell'esperienza della gente del posto, e pian piano collaborare insieme, lasciando però ai karamojon il vero lavoro. Nessuno potrà farlo al loro posto.» Le ONG insistono a rifornire la popolazione di cose che non hanno alcuno effetto. A volte sono le latrine biologiche, altre volte sono le reti anti zanzare. Soprattutto per una popolazione come quella dei karamojon che, al contrario di altre popolazioni africane, è particolarmente attaccata alla tradizione, tutti questi esempi che dovrebbero aiutarli sono inutili. «Grandi Ong ci danno cose che non sono mai servite» riprende Dinavence «ci sono delle donne che hanno paura di entrare nelle latrine biologiche perché pensano che siano pericolose. Bisogna capire la cultura della gente, non arrivare con progetti di aiuto fatti da un ufficio a migliaia di chilometri da qui. È inutile che il WFP continui a darci da mangiare o semi da coltivare. E comunque le loro razioni non sfameranno mai tutta questa gente. Il cibo è paradossalmente l'ultima cosa che serve a risolvere la crisi alimentare in Karamoja».

 

La Stampa – 20.6.08

 

Usa, reati sui mutui: 300 arresti

WASHINGTON - A un anno dallo scoppio del terremoto dei mutui subprime - prestiti immobiliari a clienti con basso merito creditizio - e dei titoli obbligazionari ad essi associati, costato miliardi di dollari di perdite alle banche di Wall Street a tutto il settore del credito in America, le autorità cominciano ad individuare dei colpevoli e scattano le prime manette. Il Federal Bureau of Investigation - la polizia federale statunitense - ha reso noto questo pomeriggio di aver operato da marzo a oggi oltre 400 arresti di persone nel settore immobiliare accusate di frode e altri comportamenti illeciti. In precedenza, nella mattinata, due ex-manager degli hedge-fund della banca d’affari Bear Stearns collassati un anno fa, si sono consegnati alle autorità, accusati di frode sull’azionario e insider trading. «Le frodi sui mutui e le relative frodi sui titoli obbligazionari sono una minaccia reale per la nostra economia, per la stabilità del mercato immobiliare del nostro paese e per la tranquillità di milioni di americani», ha detto il vice procuratore generale Mark Filip in una conferenza stampa. Dallo scorso 1 marzo, 406 persone sono state arrestate nell’ambito dell’operazione denominata «Malicious Mortgage», che ha visto aprirsi 144 procedimenti legali in tutti gli Stati Uniti. Nella sola giornata di ieri sono stati effettuati 60 arresti. L’Fbi ha dett che i reati si sarebbero tradotti in più di un miliardo di dollari di perdite per i cittadini americani, sia proprietari di case che clienti di società finanziarie. Le banche hanno riportato 53.000 casi di sospette frodi su mutui l’anno scorso, un rialzo di 37.000 unità rispetto ad un anno prima e circa 10 volte il livello di quanto riportato nel 2001 e nel 2002, secondo dati forniti dal dipartimento del Tesoro. I tipi di frode più diffusi sono stati quelli relativi a dichiarazioni di redditi o di asset posseduti, corredati da documenti falsificati. L’Fbi negli ultimi mesi ha indagato su circa 1300 casi di frode sui mutui. Nel caso specifico di Bear Stearns, a essere arrestati sono stati Matthew Tannin e Ralph Cioffi, prelevati dalle autorità nelle loro rispettive abitazioni del New Jersey e della città di New York. I due sono stati i primi a essere incriminati in relazione alla crisi subprime. Secondo l’accusa, i due gestori, nei primi cinque mesi del 2007, hanno «ingannato i loro investitori, così come i clienti istituzionali dei fondi, nel nascondere in modo fraudolento i gravi problemi» dei fondi stessi. In particolare, Cioffi avrebbe ritirato 2 milioni di dollari di propri soldi investiti da uno degli hedge fund della banca d’affari, senza rivelare ai suoi clienti di aver preso la decisione di ridurre la propria esposizione verso gli strumenti legati ai mutui.

 

“E’ tardi. La gente ha perso la fiducia” – Maurizio Molinari

New York - È il governo che sta tentando di rassicurare l’opinione pubblica ma è troppo tardi». Steve Hanke, ex consigliere economico di Ronald Reagan, vede nella retata in grande stile dell’Fbi contro i truffatori dei mutui subprime un tentativo del governo di riconquistare la fiducia della gente. Cosa pensa degli oltre 400 arresti del blitz dell’Fbi per punire i crimini commessi nella gestione dei subprime? «E’ un blitz di dimensioni spettacolari ma di effetto limitato perché tardivo. Le modalità sono quelle del grande show: molte le città coinvolte, arresti nel settore immobiliare a New York e Washington, conferenze stampa, procuratori in primo piano per proteggere i cittadini danneggiati. Ma è un’azione tardiva perché l’applicazione della legge ex post svela quanto non è stato fatto ex ante: le leggi non sono state applicate o hanno funzionato male e il governo se n’è accordo in ritardo. Ora stanno tentando di rimediare in extremis, ed in affanno». Perché adesso? «La fiducia nei confronti del presidente e dell’amministrazione è ai livelli minimi. La gente è molto scontenta per i mutui ingannevoli, i danni economici subiti, le case pignorate, i depositi bancari a rischio, i posti di lavori perduti e la precarietà finanziaria. L’impressione prevalente è che il governo non ha fatto nulla per tutelare i cittadini. Da qui la decisione di prendere l’iniziativa adoperando l’Fbi, che è un braccio del Dipartimento della Giustizia. L’intento del governo è far capire che tiene salde le redini del Paese e fa leva su ogni risorsa per tutelare i consumatori». Insomma, a suo avviso si tratta di un’operazione politica? «C’è sicuramente una dimensione penale. Sono stati commessi dei reati gravi ai danni di cittadini e di imprese e dunque è giusto e opportuno che la legge venga fatta rispettare. Troppo a lungo il settore immobiliare è stato una zona franca, dove tutto era possibile e la legge non sembrava arrivare. Ma ciò non toglie che la dimensione spettacolare di quanto sta avvenendo svela un chiaro profilo politico. E’ sul tema dell’economia, dove il governo e i repubblicani sono più in difficoltà, che si tenta di far leva per recuperare in popolarità e prestigio». Fra gli arrestati vi sono due dei nomi di spicco della banca Bear Stearns. Vede dei paragoni con quanto avvenne nello scandalo Enron nel 2002? «Se ne possono fare almeno due. Innanzitutto si tratta di un terremoto annunciato in uno dei settori più indeboliti dell’economia a causa degli illeciti compiuti. In secondo luogo, oggi come allora, c’è l’interrogativo se il governo e il Congresso riusciranno a trovare delle soluzioni stabili per impedire il ripetersi di tali gravi illeciti nella gestione contabile e finanziaria. Se cioè oltre agli arresti dei colpevoli di reati si troveranno dei rimedi di lungo termine». Come reagiranno i mercati finanziari al blitz dell’Fbi? «E’ troppo presto per dirlo. Se il governo punta certamente ad un impatto immediato e molto positivo anche sui mercati, ma potrebbe rimanere molto deluso. Se gli indici scendono è per le preoccupazioni di tipo economico che permangono. Più che ai mercati finanziari l’operazione denominata "Mutuo Maligno" punta a rassicurare i consumatori, a fargli sentire che il governo è dalla loro parte, li tutela e persegue chi li ha danneggiati. Spingendoli così a farli sentire protetti».

 

Repubblica – 20.6.08

 

"Hanno ucciso mio padre e vado via: ormai qui ci evitano come lebbrosi" - GIUSEPPE D'AVANZO

Non è né stupito né entusiasta o appagato Massimo Noviello. La camorra di Francesco Bidognetti, un mese fa, gli ha ammazzato il padre - Domenico - sette anni dopo la denuncia dei racketeers che gli volevano prendere 100 milioni di lire all'anno. Sono stati arrestati, condannati, liberati. Sempre loro (è stato arrestato Francesco Cirillo, già condannato per quell'estorsione) lo hanno bloccato, sette anni dopo, nei pressi di Baia Verde sul litorale di Caserta. Domenico se li è visti addosso. Intorno non c'era nessuno a quell'ora del mattino e, se qualcuno c'era, ha chiuso gli occhi e la bocca e non si è fatto più trovare. Domenico è riuscito a uscire in fretta dalla sua piccola Panda, a fare qualche metro. Gli assassini lo hanno ripreso e ucciso come un cane con venti botte calibro 9 e. 38. La morte di Domenico Noviello, quasi si trattasse di un regolamento di conti tra camorristi, è finita tra le brevi di cronaca in quei giorni di maggio, cancellata dagli incendi dei campi rom di Ponticelli, dalla protesta per la "monnezza" di Napoli, dallo sfolgorante successo a Cannes di Gomorra. Alla parola ergastolo, per sedici volte ergastolo, Massimo non dice: me lo aspettavo; non poteva essere altrimenti; meno male che è finita in questo modo o cose di questo genere. Se si guarda il suo volto immobile, gli occhi fissi nel vuoto, l'assenza di qualsiasi espressione capace di svelare un sentimento, quale che sia, sembra che gli importi poco o niente di quel che accade a Napoli, ormai. Non è così. Il fatto è che Massimo Noviello sa - e vuole che lo sappiano gli altri, tutti gli altri, gli altri che contano a Roma e gli altri che non contano nulla e sono costretti a subire ogni giorno l'arroganza dei Casalesi - che la condanna di quelli, di Schiavone, Bidognetti, Iovine, Zagaria è soltanto un primo passo di un lungo, faticoso, doloroso cammino. "Va tutto bene - dice - per mettere in ginocchio i Casalesi. Vanno bene gli ergastoli, quella galera a vita che non immaginavano di poter mai patire, ma ancora più del carcere sono necessarie le confische dei loro beni. Quelli, al denaro, tengono più di qualsiasi altra cosa, più del nome, più della libertà, più della famiglia. E' il loro punto debole, il nervo scoperto. Lo Stato deve togliergli la ricchezza. Questa è la strada per piegarli e, in ogni caso, questa è la via per scombinare il loro gioco anche se non c'è da illudersi. Non sarà semplice". "Il potere dei Casalesi non è soltanto criminale. E' come se fosse nei pensieri e nelle azioni della gente di Casale. Io sono cresciuto da quelle parti. So l'idolatria dei più giovani per le gesta di quelli là. Li adorano, li venerano. L'ambizione più grande è un loro cenno di saluto - anche distratto - al bar davanti agli occhi di tutti. Li imitano. Quelli mettono su una camicia con un grande papero? Tutti, con quella camicia e il papero. Quelli calzano solo Hogan? Tutti con le Hogan. Replicano i loro gesti. Ripetono le loro parole e i loro atteggiamenti. Al più leggero screzio senti dire: "Che c'è? Vuoi che ti tagli la testa?" La cocaina e l'avidità fanno il resto. Era il mondo violento e ottuso che mio padre disprezzava e ha rifiutato". Dice Massimo Noviello che il padre Mimmo "era un uomo solare". "Amava la vita. Voleva viverla alla luce del sole, senza vergognarsene. Non era un don Chisciotte, non era un pazzo, non era un visionario, come gli hanno detto poi. Non era un eroe, soprattutto. Era un uomo dignitoso, che credeva al decoro e alla legge. Si è soltanto rifiutato di inchinarsi alla forza, alla prepotenza della camorra. Non lo ha fatto per insegnare qualcosa agli altri. Lo ha fatto soltanto per se stesso, per potersi guardare allo specchio con serenità, senza sentirsi umiliato". "Mio padre non è finito in un gioco sconosciuto. Conosceva le regole perché il dolore e il sangue avevano già abitato la nostra casa. Trent'anni fa il fratello di mia madre, a 33 anni - all'età che ho io oggi - fu ammazzato per non aver voluto pagare il prezzo del ricatto sulle sue proprietà terriere. Quando è toccato a mio padre ricevere la visita di quei delinquenti, ci ha chiamati e ci ha detto che non avrebbe pagato. Lo ha detto subito e lo ha ripetuto anche a mia madre Luisa, terrorizzata dal ricordo del fratello. Io sono stato d'accordo con lui e continuo a pensare che ha fatto la cosa giusta. Ancora oggi mi sembra di sentirlo quando mi chiede: vale la pena vivere docili e ubbidienti come pecore? Lo capivo". "Capivo che non c'era alcuna intelligenza nella tentazione di arrendersi. Come avremmo potuto vivere con quella avvilente rabbia in corpo? Come avrebbe potuto vivere lui, in quella situazione? Quella sofferenza avrebbe ucciso la sua gioia di vivere, lo avrebbe immiserito, e lo sapeva, lo diceva. Non c'era altra strada. Non doveva pagare. Per anni, siamo andati in giro armati, guardandoci le spalle, prudentissimi. Appena prima di morire, mio padre mi scongiurava di non accettare appuntamenti in luoghi isolati anche se a chiamarmi lì fosse stato il mio migliore amico. Diceva: se quelli hanno perduto tutto, si toglieranno i sassolini che hanno nelle scarpe". Domenico Noviello non è stato ucciso per vendetta. Lo hanno ammazzato, il 16 di maggio, per dire a tutti gli altri che c'è sempre il tempo di pagare il prezzo della sfida. Lo hanno ammazzato due giorni dopo l'incendio della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente della prima associazione antiracket del Casertano, protetto dalla scorta da tre anni. Un altro modo per far sapere in giro che lo Stato non è in grado di proteggere nessuno davvero. Delitti simbolici per recuperare un "prestigio" che i Casalesi si vedono, come sabbia, scivolare tra le dita. Dice Massimo: "Non ho alcun ripensamento sul passato, ma so che è giunto il tempo di andar via da Castelvolturno dove abbiamo sempre vissuto. Siamo ormai stranieri nella nostra terra. Al funerale c'era soltanto la nostra famiglia, le associazioni antiracket, la polizia. La gente ci guardava da lontano, indifferente. Non c'è stato un negozio che ha ritenuto di calare la saracinesca in segno di lutto. Peggio è andata alla messa del trigesimo. Non c'era nessuno. I nostri amici, anche quelli più cari, ci evitano come se fossimo dei lebbrosi. C'è sempre un motivo che impedisce loro di venire a casa o di raggiungerci in pizzeria. Abbiamo avuto accanto, per ora, soltanto lo Stato. Avere fiducia nello Stato è la sola opportunità che ci resta".

 

Corsera – 20.6.08

 

«Adesso la smetterò di vivere come un topo» - Marco Imarisio

NAPOLI - Mancano venti minuti alla sentenza, e i giurati con la fascia tricolore entrano per salutarlo. Appena usciti dalla camera di Consiglio, si mettono in coda, come davanti a una biglietteria. La saletta appena dietro l'aula bunker è minuscola, ha grate di cemento armato alle pareti, sparsi per terra ci sono una trentina di cartoni per toner da fotocopiatrice. La toilette è a vista, senza porta. Prima dei giudici popolari si era affacciato Beppe Lumìa, ex presidente della Commissione antimafia. «Ti prometto che farò di tutto per mantenere alta l'attenzione» è il suo congedo. Poi tocca a Federico Cafiero de Raho, uno dei magistrati che hanno lavorato di più a Spartacus. «È tutto merito tuo» gli dice, e Roberto Saviano, assiso su un cartone, ha il pudore di schermirsi. «Ma che dici, è solo lavoro vostro, una vittoria dello Stato, io non c'entro nulla». Una verità e una bugia, nella stessa frase. I settanta giornalisti che affollano l'aula Ticino del carcere di Poggioreale, principali testate nazionali, diretta televisiva, inviati da Francia, Inghilterra e Spagna, sono solo farina del suo sacco. Questo è il «suo» processo, è la versione giudiziaria di Gomorra, almeno così viene vissuta. No Saviano, no Casalesi, così è se vi pare. Anche per questo, la sua presenza, qui, oggi, può segnare un punto a favore di chi lo accusa di un protagonismo tale da oscurare anche gli orrori dei boss di Casal di Principe. «Non credo che sia così. Ci tengo a fare questa cosa, per la mia vita. Per dimostrare che posso fare il mio lavoro senza avere paura». Il nero della sua maglietta contrasta con la faccia diafana e scavata. Non ci ha dormito sopra e si vede. È arrivato qui dentro con anticipo fantozziano, dalle 8 del mattino è chiuso in questo bugigattolo, mentre nell'aula, piena di giornalisti e avvocati, solo due imputati, nessun boss in video, l'unica domanda riguarda lui. Arriva? Si farà vedere? «Ho pensato che ci sarei andato comunque, anche senza questo clamore. E allora perché non farlo?». Tormenta un brufolo che gli deturpa il tatuaggio Maori sul bicipite destro, fa scrocchiare di continuo le dita, si siede e si alza, sembra un incrocio tra un'anima in pena e un pugile prima del match. «Finora ho vissuto come un topo, adesso basta. Dici che sbaglio? Non lo so, di errori ne faccio continuamente. Ma loro, i Casalesi, sono la mia ossessione solitaria, sento che dovevo esserci». Quando il magistrato Franco Roberti gli fa un cenno per dire che è ora, la corte sta entrando in aula, si alza di scatto. «Eccolo», flash, taccuini, tutti intorno a lui, Saviano che divora il «suo» processo e poi sparisce. Riappare qualche ora più tardi, sul lungomare di Mergellina, annunciato dalle sirene dei poliziotti in moto che chiedono strada, dagli uomini della scorta che scendono dale due auto blindate e annusano l'aria prima di dargli il permesso di scendere. I tg, intanto, parlano ancora di lui, della sua comparsata, che diventerà ulteriore manna per i teorici del «se l'è andata a cercare», la sua vita blindata. «Io, semplicemente, mi prendo la responsabilità di quel che ho raccontato. Gomorra non è un libro sui Casalesi, ma sul capitalismo visto attraverso la feritoia del loro potere». Sembra di essere seduti al tavolino con la Madonna pellegrina, guardata a vista da una manciata di agenti con la pistola in mano. Una donna gli chiede una foto, come se fosse il centravanti della nazionale. Un signore in tuta gli presenta figlio, figlia, una infinità di nipoti: «Ce l'abbiamo fatta a condannarli, abbiamo vinto», gli dice. Roberto Saviano sa di essere diventato un simbolo, ma è conscio del fatto che molti pensano sia invece un prodotto, complice e vittima di una operazione commerciale da un milione e mezzo di copie che lo ha trasformato in un Salman Rushdie antimafia. «Lo sento, l'odio nei miei confronti. E a volte non me ne capacito. Io non ho fatto scalate di potere, non ho rubato spazio a nessuno. Mi ferisce quando, per denigrarmi, si usano i sacrifici che Giovanni Falcone sopportò in vita come termine di paragone. Lui faceva il magistrato. Io, che non sono certo un eroe come lui, non ero preparato a tutto questo ». La processione al tavolino non conosce sosta. Quando si alza, non c'è verso di pagare il conto. Le operazioni per uscire dal bar sono complesse, estenuanti. Lui aspetta e intanto rimugina su quel che gli ha detto in aula un vecchio collega che non vedeva da tempo. «Qui dentro - si riferiva alla sentenza appena letta - sei l'unico condannato all'ergastolo ad essere in libertà». Saviano ha tentato di sorridere, ma non ci è riuscito.

 

Giustizia. La guerra dei numeri sbagliati

La prescrizione accorciata dal centrodestra senza calcolare quanti processi avrebbe «fulminato», o l’indulto varato dal centrosinistra con la clamorosa sottostima dei condannati che ne avrebbero usufruito, nulla hanno insegnato: proporre o contrastare riforme della giustizia senza avere la più pallida idea della ricaduta pratica delle norme è il modo più sicuro perché alla lotteria dei numeri sia il cittadino-utente dei Tribunali a estrarre sempre il biglietto perdente. Alla stima dell’Associazione nazionale magistrati, secondo la quale sarebbero 100mila i processi che verrebbero sospesi dall’emendamento Vizzini-Berselli fortemente voluto dal premier Berlusconi, il ministro della Giustizia ha obiettato: «Mi è stato detto che complessivamente i procedimenti pendenti arrivano a 3 milioni. Occorre rifare i conti e, rispetto al totale, calcolare quanti se ne sospendono. Ma non si può far credere alla gente che andrebbero tutti a regolare conclusione in quest’anno». Così, però, il ministro confonde il dato dei 3 milioni di procedimenti pendenti (fascicoli iscritti a registro ma pendenti nelle varie fasi procedurali) con il numero dei dibattimenti fissati in Tribunale (racchiusi fra il rinvio a giudizio e la sentenza di primo grado), cioè la fascia di processi (352mila la rilevazione a fine 2006) entro la quale opererà la norma che punta a sospendere per un anno i processi per reati puniti con pene non superiori ai 10 anni. Anche l’Anm, tuttavia, nel lanciare il suo fondato allarme sul non preventivato impatto della legge, nonché su alcuni suoi clamorosi paradossi (dibattimenti che proseguirebbero per vicende bagatellari e altri che si fermerebbero per questioni serissime come gli omicidi colposi o alcune violenze sessuali), si avventura sulla scivolosa strada di numeri dall’incerta plausibilità. Dire infatti che i processi a rischio sono 100mila - stima operata dall’Anm partendo dal presupposto che il 30% dei 352mila processi pendenti riguardino fatti commessi prima del 30 giugno 2002, e che questi siano reati puniti nel 90% dei casi con pene non superiori ai 10 anni - è poco più di una proiezione già spannometrica nella dimensione cronologica, ma addirittura del tutto cieca in quella qualitativa. L’Anm non distingue i processi che, pur incentrati in ipotesi su fatti davvero precedenti il 30 giugno 2002, riguardano reati o presentano condizioni che la nuova legge comunque escluderebbe dalla sospensione. E non li distingue perché non può farlo. Esattamente come non è in grado di farlo il ministero. E come nessuno oggi può fare in Italia. Perché questo è il vero nodo di quest’ultimo carosello politico-giudiziario: per come sono fatte le statistiche giudiziarie, nessuno (né a livello locale di singolo tribunale né a livello centrale di ministero) è in grado di aprire un computer, immettere i termini della nuova legge, schiacciare un tasto e sapere quanti processi si bloccherebbero. A poco, infatti, serve il registro generale nei tribunali, perché da quello si può ricavare solo la data di iscrizione del processo, non la data di commissione del reato che quel processo sta accertando. Bisognerà che in ogni tribunale ogni cancelleria di ciascuna sezione verifichi a mano, fascicolo per fascicolo, se il reato risale a prima del 30 giugno 2002, se è punito con più o meno di 10 anni, se è tra quelli per cui la sospensione è esclusa dalla legge: per esempio, se gli imputati non siano magari detenuti anche per causa diversa dal processo teoricamente da sospendere (altra circostanza che i registri non attestano e che subisce ripetuti aggiornamenti). Ad aggravare l’impasse c’è il fatto che questa verifica non potrà essere scaglionata giorno per giorno, man mano che verranno chiamati i relativi processi; ma dovrà essere fatta tutta insieme e in una volta, prima che entri in vigore la legge, perché essa impone ai Tribunali di notificare «immediatamente» agli imputati la sospensione dei processi congelabili. E per notificarli, bisogna prima sapere quali siano. Sotto questa massa di notifiche da fare, schiatteranno le cancellerie già sotto organico del 12% a livello nazionale e con picchi del 30% al Nord: se i processi da sospendere fossero anche solo qualche decina di migliaia anziché i 100mila stimati dall’Anm, e tenendo presente che in quasi tutti i dibattimenti gli imputati sono più di uno, difficilmente le cancellerie potranno reggere la moltiplicazione delle notifiche sia nella partita di andata (quando bisognerà notificare le sospensioni) sia in quella di ritorno (quando dopo un anno bisognerà rifare i ruoli di udienza e rinotificare la data di ripresa dei processi sospesi). Con spese peraltro enormi, consistenti nel costo della montagna di fax da spedire o dei circa 9 euro a notifica se a mezzo posta. L’assurdità di questo modo di legiferare, prima ancora che nei dubbi costituzionali sul suo contenuto, sta proprio in questo irresponsabile prescindere dalle ricadute pratiche delle norme. «Occorre rifare i conti» è un sano proposito. Solo che sarebbe stato meglio pensarci prima di presentare la legge, non dopo.

 

Umberto e lo stop al Cavaliere sudista - Francesco Verderami

Non è contro Berlusconi che la Lega si sta scagliando, è contro il «Cavaliere sudista» che ieri ha votato alla Camera insieme all’opposizione, contro cioè l’immagine di un premier che negli ultimi due mesi è stato più volte a Napoli di quanto sia stato ad Arcore. È al «Cavaliere sudista» che la Lega si oppone, a quello che ha tolto soldi a Milano per darli a Roma, che ha corretto lo Statuto fin troppo federalista della regione Lombardia, che parla più spesso del ponte sullo Stretto che della Tav. È un’immagine che il Carroccio sta volutamente ingigantendo in modo da trarne vantaggio nella sfida per il primato politico ed elettorale al Nord. È un sottile gioco mediatico che sfrutta gli atti dell’esecutivo così da fornire un profilo «meridionale» del premier e istigare alla rivolta persino la classe dirigente forzista settentrionale. Non è un caso che in questi giorni le parole più critiche verso la manovra economica disegnata da Tremonti siano state pronunciate dal governatore lombardo e dal sindaco di Milano. E mentre la Moratti si è sfogata in privato con Berlusconi, ieri Formigoni ha pubblicamente espresso il proprio dissenso verso «i tagli indiscriminati per regioni ed enti locali, senza considerare se abbiano avuto un comportamento virtuoso oppure no». Era chiaro il riferimento ai conti dissestati del Campidoglio che il governo si è affrettato a tamponare. Ed è altrettanto evidente che la Lega tenti di approfittarne. Bastava sentire giorni fa la «profezia» di Maroni per capire qual è il gioco: «Non è una questione che poniamo solo noi. Su alcuni temi i primi a ribellarsi al Nord saranno gli amministratori del Pdl. E i loro elettori...». Per trovare un’intesa sul prestito di 500 milioni da destinare alla Capitale non è vero che siano bastati i nove minuti e mezzo del Consiglio dei ministri. È servito invece un vertice preliminare di un’ora e mezzo - che raccontano molto teso - al quale hanno partecipato il premier, Gianni Letta, i ministri leghisti e quelli di An, insieme ad Alemanno. Alla fine il «Cavaliere sudista» l’ha spuntata, ma ieri Bossi ha voluto «far sentire» la voce dei nordisti, rimarcando che «ogni città deve pagare i propri debiti, sennò gli altri sindaci si arrabbiano». È stato un modo per chiamare a raccolta quanti si oppongono al doppiopesismo di un governo indulgente verso il Sud. Una linea già anticipata da Maroni in un colloquio riservato: «In passato Taranto ha subìto il default e nessuno ha mosso un dito. Perché per Roma dev’essere diverso? O c’è qualcuno più uguale degli altri?». È una strategia di medio periodo quella del Carroccio, che mira a lavorare ai fianchi il Cavaliere per continuare a progredire nei consensi al Nord e arrivare alla candidatura di un proprio esponente al Pirellone. Il braccio di ferro nel governo sullo Statuto lombardo ne è la prova. Si dice che sia stato il ministro per gli Affari regionali a mettere in allarme Berlusconi: «Guarda che, scritto così com’è, dovrò impugnarlo davanti alla Consulta». Sarebbe stato un atto dirompente, evitato grazie alla mediazione tra Formigoni e Fitto, che poi ha ricevuto i complimenti del premier. Certo, i due voti con cui ieri il governo è andato sotto sul provvedimento per i rifiuti sono un combinato disposto di errori, assenze di deputati, mancanza di coordinamento tra i gruppi di maggioranza e il governo. E il forte disagio per «l’imperizia» dimostrata in Aula si leggeva sul volto del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Bonaiuti. Ma il segnale politico della Lega al «Cavaliere sudista» è stato chiaro. Fino all’ultimo Berlusconi ha cercato di resistere al pressing del Carroccio, che già in commissione chiedeva la restituzione da parte della Campania dei 150 milioni concessi per l’emergenza dallo Stato: «Io non posso essere quello che promette di risolvere un problema - aveva detto il premier - e poi manda il conto a casa». Niente da fare. E il doppio ko subito lo ha irritato, non solo perché ha dovuto fronteggiare la reazione di Bertolaso, che minacciava di dimettersi. Il punto è che su quel provvedimento Berlusconi ci ha messo la faccia, garantendo che i rifiuti in Campania scompariranno «entro luglio». Epperò tra le promesse c’era anche la soluzione della crisi di Alitalia e - per la Lega - soprattutto di Malpensa, su cui da qualche tempo è calato un silenzio «preoccupante» a detta degli uomini del Carroccio. Ecco i motivi dell’affondo, che Formigoni paventava già in campagna elettorale: «Sei andato in tv - rimproverò a Berlusconi - e hai parlato solo del ponte sullo Stretto. Non un cenno a Malpensa. Guarda che così Bossi farà il pieno di voti al Nord». Infatti andò così. E l’obiettivo è di rosicchiare altri consensi al «Cavaliere sudista», quello che domenica scorsa in Sicilia ha fatto il cappotto al Pd.


Top

Indice Comunicati

Home Page