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Manifesto – 20.6.08 La geniale miseria di Tremonti – Galapagos L'effetto più evidente della globalizzazione è
riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più
ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri. Nei paesi
industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una
cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà. Certo, si tratta
di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti
si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre
povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni
materiali. Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a
politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la
carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si
chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come
contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono
«elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni,
questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo
mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste:
l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100
dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno,
l'equivalente di 850 euro. Secondo molti esperti, sarebbe necessario
raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono
gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i
cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di
dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa
(600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila
miliardi di dollari. Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la
realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un
assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2
milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin
Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani:
compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il
buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75
euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno,
neppure un cappuccino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari
sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i
calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per
acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480
euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di
euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza
urbana, abbonamento alla tv. Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda
in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso
con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli
che con una brutto termine sono definiti «incapienti». Forse qualcuno si
vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno
in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non
va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa
necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è
pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E
vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale
saranno approvati per far fronte ai tagli. «Deregulation feroce. Faremo opposizione» - Antonio
Sciotto Poco più di un mese fa ha lasciato il ministero
pubblicando un libro, «Il lavoro interrotto» (Rizzoli, con Angelo Faccinetto),
quando ancora il suo successore (allora in pectore), Maurizio Sacconi,
annunciava «continuità dove possibile». Ma il «risveglio» non è piacevole per
l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, che si vede smantellare velocemente la
gran parte di misure varate dopo un'opera certosina di concertazione con i
sindacati, la Confindustria, le stesse forze - alleate - della Sinistra (che
avrebbero voluto riforme più radicali). «Dopo le prime dichiarazioni di
"miele", di dialogo, il governo va verso una deregolarizzazione
feroce. E' un attacco generale al Protocollo sul welfare e al Testo Unico sulla
sicurezza. Ancora più preoccupante perché erano testi costruiti rispettando
l'equilibrio tra la competitività chiesta dalle imprese e le tutele richieste
dal mondo del lavoro». Ad esempio si abroga la tutela rispetto alle
dimissioni in bianco. Sono tanti interventi distinti rispetto
all'unico, simbolico, scelto nella passata legislatura Berlusconi, l'attacco
all'articolo 18. Qui sono singoli cambi silenziosi, che però insieme fanno rumore.
E' grave ad esempio l'abrogazione del modulo per le dimissioni in bianco,
perché purtroppo questa è una pratica ancora molto diffusa in alcune regioni e
nelle piccole imprese, e che soprattutto colpisce le donne. Faccio notare che
fu approvata dal Parlamento, con il voto favorevole di Alleanza nazionale.
Allora: se vogliamo semplifichiamola, ma certo non va eliminata facendo venir
meno lo scopo principale per cui era stata emanata. Il governo farà saltare anche il limite
ai contratti a termine e i cosiddetti «indici di congruità». Sul
limite di 36 mesi per i contratti a termine, va osservato che quella norma fu
concordata con sindacati e imprese, che hanno persino condiviso la durata della
proroga di 8 mesi. Stupisce che questo governo, che a parole invoca avvisi
comuni e la non ingerenza nell'autonomia negoziale delle parti, voglia
intervenire su un argomento pacifico. Anche gli indici di congruità erano stati
concordati con le parti sociali, e sono utili per smascherare relazioni
perverse tra il numero di addetti e la qualità del lavoro svolto, per sanare
situazioni di nero o subappalti fittizi. Parliamo di tante misure che, secondo
i dati Inail diffusi ieri - 1210 morti nel 2007 contro i 1341 del 2006 - hanno
certamente influito su una diminuzione degli infortuni. Ma qui si vuole
smontare tutto. Si riferisce anche al Testo Unico sulla sicurezza? Ci avevano
accusato di averlo varato sull'«onda emotiva» di grossi infortuni, quando oggi
il governo annuncia interventi di emergenza o altre misure che in realtà quello
stesso Testo contiene. Noi siamo nettamente contrari al suo depotenziamento:
loro puntano a una riscrittura, ma le sanzioni previste sono equilibrate e
commisurate alle violazioni commesse. Un altro capitolo sono gli orari: conteggiare le 35
ore di riposo su 14 giorni anziché 7, e poi arrivare a 65 ore lavorative
settimanali. Il governo svolge un'azione preoccupante sugli orari.
Ha cambiato le alleanze europee: noi eravamo in un cartello, con Francia e
Spagna, per la difesa del modello sociale europeo, per respingere la proposta
britannica di allungare gli orari fino a 65 ore. Adesso il nuovo esecutivo
italiano, insieme alla Francia, cambia fronte e vara una direttiva che porta
alle 65 ore. E' vero che l'Italia è protetta dalla contrattazione collettiva,
che va in un'altra direzione, ma sembra che il governo voglia preparare un
«terreno» che poi recepisca quella direttiva. Io spero che venga affossata al
Parlamento europeo, con un'alleanza del Pse anche con forze del campo avverso
che con la direttiva non sono d'accordo. In conclusione, il Pd riuscirà a fare un'opposizione
efficace? Io ho chiesto a Walter Veltroni di tenere una riunione del
governo ombra sui temi del lavoro, e di farne parte integrante dell'Assemblea
costituente del Pd. Ma credo che dobbiamo lanciare una mobilitazione forte: non
solo del partito, ma anche delle forze sociali, del territorio, delle aziende.
E spero che il sindacato ci sostenga nel difendere il Protocollo welfare e il
Testo Unico sulla sicurezza. E Brunetta gela i sindacati: «I precari? 300 mila polpette avvelenate» - Sara
Farolfi ROMA - «Mai più stabilizzazioni dei precari ope legis».
Dalla sede del ministero dell'economia, la gelata di Brunetta soffia diritta a
corso d'Italia, dove ieri la Cgil presentava le dieci proposte sulla riforma
della pubblica amministrazione. «Un contributo che vorremmo fosse base del
confronto con il ministro - spiega Epifani - Ammesso che il ministro lo voglia,
il confronto». Non si direbbe, e non da ieri. A pochi chilometri di distanza
infatti, Brunetta tornava a spiegare le linee guida della 'sua' riforma della
pubblica amministrazione. I precari? «300 mila polpette avvelenate», da
stabilizzare eventualmente con concorsi solo su base territoriale. Il rinnovo
dei contratti (altro punto dirimente per il sindacato)? «Un tavolo entro
l'estate», è il massimo che riesce a dire il ministro, non riuscendo a fugare
il dubbio che anche per il pubblico, si voglia attendere l'esito della
trattativa su quelli privati in corso tra sindacati e Confindustria. Il 'piano
Brunetta' - spalmato sul decreto legge e sul disegno di legge approvati due
giorni fa del consiglio dei ministri - su un punto è cristallino: i risparmi di
spesa che dalla pubblica amministrazione dovranno provenire, quantificati in un
punto percentuale l'anno di prodotto interno lordo: 20 miliardi circa in tre
anni. Come? Mediante una riorganizzazione complessiva, orientata ai principi di
«meritocrazia, innovazione e trasparenza». Punto cardine: la caccia «ai
fannulloni». «Condividiamo la sacrosanta battaglia contro i fannulloni - dice
Epifani - ma non vorremmo che fosse usata per fare un'altra operazione, per
un'operazione di tagli indiscriminati alla spesa pubblica e per un utilizzo di
grandezze quantitative che poi non facciano qualità». «C'è il rischio cioè che
si impoverisca la qualità del servizio pubblico», conclude Epifani. Carlo
Podda, segretario della funzione pubblica Cgil, illustra i dieci punti di
proposta («una parte dei quali - assicura Epifani - sono condivisi da Cisl e
Uil). Dalla riqualificazione della spesa pubblica (taglio del 10% delle
consulenze, del 10% degli appalti e del 10% dei dirigenti), alla trasparenza e
accessibilità del servizio pubblico, fino alla produttività (con quote di
produttività ad ogni struttura pubblica che si impegni a raggiungere le
migliori performance, e con l'assegnazione di una quota di produttività al
merito individuale, misurato oggettivamente secondo criteri oggettivi e
trasparenti). Sarà disposto il ministro Brunetta a praticare «quella strada intermedia
tra la non-concertazione e la 'cortesia'», a cui si richiama Epifani? Assume,
in proposito, molta importanza il rapporto tra legge e contrattazione. Brunetta
per ora pensa solo a legiferare (tanto che in nessuno degli incontri con i
sindacati, nelle scorse settimane, si è parlato di 'trattativa'), e Epifani
avverte: «La rilegificazione del rapporto di lavoro ci farebbe tornare
all'inizio degli anni '90, con la politica e i partiti che avrebbero mano
libera». Per oggi invece è stata indetta la giornata di mobilitazione del
pubblico impiego, proclamata dai sindacati di base. Rdb-Cub, Cobas e SdL
criticano apertamente il piano Brunetta, «piano in cui si ravvisa l'intento di
distruggere la pubblica amministrazione e lo stato sociale, dando i servizi in concessione
a soggetti privati e trasformando i cittadini in clienti». La legge dell’immunità - Gabriele Polo Il caso è chiuso. Non per chi è morto o è stato ferito,
non per chi ha subíto una perdita irrimediabile. E, nemmeno, per tutti quelli
alla continua ricerca di un altro modo di vivere e affrontare con fiducia anche
eventi tremendi come una guerra o un sequestro di persona. Ma per l'Italia
ufficiale il caso è chiuso: l'omicidio di Nicola Calipari è stato un doloroso
incidente, inutile tornarci sopra, sbagliato cercare di capirne il perché.
Questo ha detto ieri la Corte di Cassazione. Questo, in modo indiretto, aveva
già detto la grande maggioranza del mondo politico. E, forse, anche la
rassegnazione all'esistente di buona parte della pubblica opinione. Nell'aula
del tribunale supremo della Repubblica abbiamo sentito parlare di «Legge della
bandiera» e «Legge dello Zaino», ascoltato le diverse interpretazioni di
mandati dell'Onu e di lettere di Colin Powell. E quella definizione, «immunità
funzionale», con cui un procuratore generale e l'avvocato dello stato (su
mandato del governo) hanno chiesto di non processare Mario Lozano, il marine
reo confesso. Per finire con la sentenza che chiude il caso. Non avremo altra
occasione istituzionale per cercare la verità, per sapere quali erano gli
ordini o, anche più banalmente, quali siano stati gli «errori» e le
«leggerezze». Immunità funzionale significa che il lavoro della guerra non può
essere giudicato, anzi che va celato e custodito dal segreto. Altrimenti si
mette in discussione la legge non scritta ma suprema: chi detiene la forza deve
essere messo in grado d'esercitarla liberamente, altrimenti viene messa in
discussione la natura del suo potere, altrimenti si mina la sua stessa
indiscutibile natura. Per tre anni, in un gioco di ruoli gestito a rovescio,
abbiamo visto il potere politico delegare alla magistratura il compito di
risolvere un irrisolvibile conflitto diplomatico e il potere giudiziario
chiedere al governo una via d'uscita alla sua impossibilità di giudicare un
colpevole. Un gioco a somma zero. La magistratura italiana non ha avuto il
coraggio di affrontare un processo che avrebbe messo sotto i riflettori le
assurdità delle guerre, il collasso del diritto internazionale e rischiato di
guastare i rapporti Italia-Usa. Forse non si poteva pretendere tanto, forse il
problema è «tutto nella gestione politica di questa vicenda» come ha detto ieri
il procuratore generale che ha chiesto e ottenuto l'archiviazione del caso. Ma
non della politica per come l'intende lui, legandola banalmente a questo o quel
governo. Della politica nel senso più ampio delle relazioni umane, degli
opportunismi e delle subalternità alle logiche della forza. E questo riguarda
tutti, persino quel procuratore. Legge incostituzionale, Napolitano può fermarla -
Andrea Fabozzi La norma blocca processi che la maggioranza ha inserito
nel decreto sicurezza è incostituzionale non una sola volta, ma addirittura
cinque secondo il professore Alessandro Pace, presidente dell'associazione dei
costituzionalisti e docente alla Sapienza di Roma. «Il primo profilo di
incostituzionalità - spiega il professor Pace - è procedurale. Andiamo a
leggere il decreto legge originario: riguardava esplicitamente 'disposizioni
volte ad apprestare un quadro normativo più efficiente per contrastare fenomeni
di illegalità diffusa collegati all'immigrazione illegale e alla criminalità
organizzata...'. Gli emendamenti introdotti successivamente, come quello
cosiddetto blocca processi, sono del tutto estranei alla materia e la Corte
costituzionale prima con la sentenza 171 del 2006 e più recentemente con la
sentenza 128 del 2008 ha affermato la possibilità di sindacare il requisito
della straordinarietà e urgenza anche con riferimento alla legge di
conversione. Ribadendo inoltre che l'emendamento a un decreto deve essere
omogeneo rispetto al titolo del decreto stesso». E questo basterebbe a chiudere il
discorso. Ci sono però altre ragioni per ritenere incostituzionale
l'emendamento «blocca processi»? A mio parere ci sono violazioni
sostanziali dell'articolo 3 della Costituzione, il principio di uguaglianza.
Differenziazioni normative possono essere ritenute legittime purché si ispirino
a razionalità e ragionevolezza. E in questo caso è assai poco credibile che il
governo e il parlamento in un anno di sospensione dei processi possano fare le
riforme strutturali necessarie per accelerare effettivamente i procedimenti
penali, come ha scritto il presidente del Consiglio nella sua lettera al
presidente del senato. E' più credibile che si tratti di un'operazione per
prendere tempo rispetto a una sentenza in arrivo che lo riguarda. Inoltre è
irrazionale l'esclusione dal provvedimento di sospensione dei reati più gravi,
quando in campagna elettorale sia destra che sinistra avevano detto che
bisognava combattere la microcriminalità: qui invece vengono esclusi i furti,
le rapine e gli stupri. Infine tra i reati più gravi non sono stata previste, e
non per caso, la corruzione di pubblico ufficiale e la corruzione in atti
giudiziari mentre si tratta di reati tra i più gravi in uno stato di diritto
perché minano l'uguaglianza di fronte alla legge. C'è chi ha parlato di incostituzionalità
con riferimento all'articolo 112 della Carta, l'obbligatorietà dell'azione
penale. E' d'accordo? Certamente, e la Corte ha detto più volte che
quell'articolo rappresenta il punto di convergenza di un complesso di principi
basilari del sistema costituzionale, «talché il suo venir meno ne altererebbe
l'assetto complessivo». L'obbligatorietà non è riferibile solo all'avvio delle
inchieste, il procedimento penale deve poter proseguire. La verità è che almeno
fino a quando vive questo precetto costituzionale, il governo non può vincolare
i magistrati a seguire certe scale di priorità nel perseguimento dei reati. Il
parlamento può depenalizzare alcuni fatti, ma finché sono reati
l'obbligatorietà vale per tutti, gravi e meno gravi che siano. Che poi questo
sistema non funzioni, come non funziona visti i ritardi della giustizia
italiana, è un problema che può essere affrontato in altro modo: con una
maggiore severità del Csm e riempiendo i vuoti di organico della magistratura. Napolitano,
stando così le cose, a suo avviso potrebbe rinviare la legge in parlamento? Sì,
e non sarebbe la prima volta che il presidente della Repubblica rinvia una
legge di conversione. Tanto più che questa è gravemente incostituzionale. Cosa pensa
dell'intenzione del presidente del Consiglio di riproporre l'immunità per le
prima cinque cariche dello stato? E' legittimo almeno il principio? Un
principio del genere - ma limitato al presidente della Repubblica - c'è solo
nelle costituzioni greca, portoghese e israeliana. Per l'Italia il discorso è
molto semplice. O gli eventuali reati commessi dalle alte cariche dello stato
rientrano nell'esercizio delle loro funzioni, e allora c'è già una disciplina
particolare con delle garanzie particolari. Oppure si tratta di reati
eventualmente commessi in relazione ad atti comuni, allora il presidente o il
ministro sono uguali a tutti gli altri cittadini punto e basta, questo è il
principio costituzionale. Che potrebbe essere modificato da una legge
costituzionale? E' da vedere, probabilmente no se si seguono le
sentenze della Corte secondo le quali esistono dei principi superiori
dell'ordinamento che si sottraggono alla revisione costituzionale e tra questi
certamente l'articolo 3. Allora nemmeno una legge costituzionale potrebbe
incidere sulla parità di tutti i cittadini di fronte alla legge. Un popolo in trappola - Junko
Terao Due giorni dopo l'approvazione della direttiva sui
rimpatri da parte del parlamento europeo si celebra oggi la «giornata mondiale
del rifugiato», quest'anno dedicata al tema della «protezione», intesa sia come
difesa del diritto d'asilo che come riparo ed aiuto umanitario. Quasi uno scherzo
del destino, ma soprattutto una buona occasione per sfatare una volta per tutte
un falso mito: quello secondo cui i paesi ricchi sarebbero assediati dai
profughi. Come emerge dall'ultimo rapporto dell'Alto commissariato per i
rifugiati delle Nazioni unite (Unhcr), infatti, la maggior parte - tra l'83 e
il 90% - dei rifugiati trova accoglienza all'interno della regione di origine,
«pesando» quindi sui paesi limitrofi a quelli da cui scappa. È un dato,
infatti, che la stragrande maggioranza degli oltre 3 milioni di rifugiati
afghani, registrati dall'Unhcr - che alla fine del 2007 costituivano il 27% del
totale, rimanendo in cima alla classifica globale - risiede in Pakistan e in
Iran. Ed è un dato che i 2 milioni e 300 mila iracheni costretti ad abbandonare
il loro paese, al secondo posto nella classifica, hanno trovato rifugio in
Siria e Giordania, così che il Medio oriente, insieme al Nordafrica, è la
regione che ospita un quarto dei rifugiati di tutto il mondo, mentre l'Asia e
la regione del Pacifico ne ospitano un terzo. E l'Europa? Il vecchio continente
accoglie solo il 10% della popolazione mondiale costretta, o perché
perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità o idee politiche, o a
causa di conflitti e disastri naturali, a lasciare il proprio paese e chiedere
asilo all'estero. Il dato più allarmante che emerge dal rapporto dell'Unhcr è
un'inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti: mentre dal 2001 al
2005 il numero dei rifugiati era calato, nel corso degli ultimi due anni si è
registrato un aumento record. Tra rifugiati e sfollati la cifra ha superato a
dicembre 2007 i 67 milioni. Di questi, 16 milioni sono i rifugiati e 51 milioni
gli sfollati - ovvero coloro che sono costretti a lasciare le loro case senza
però uscire dai confini nazionali, generalmente a causa di conflitti armati (26
milioni) o per disastri naturali (25 milioni). Dei 13.7 milioni di sfollati
assistiti dall'Unhcr in 23 paesi, in cima alla classifica ci sono i colombiani
(quasi 3 milioni), seguiti dagli iracheni (2.4 milioni), dai congolesi della
Rdc (1.3 milioni), dagli ugandesi (1.2 milioni) e dai somali (1 milione).
L'aumento del numero di profughi nel mondo è strettamente legato alla
condizione di «instabilità» in cui si trovano Iraq e Afghanistan - tra i primi
paesi d'asilo dei rifugiati nel 2007, infatti, ci sono il Pakistan, la Siria,
l'Iran e la Giordania. Un dato che l'Alto commissario delle Nazioni unite per i
rifugiati, Antonio Guterres, definisce «preoccupante», ricordando che bisogna
far fronte ad una serie di sfide globali che potrebbero determinare l'ulteriore
aggravarsi della situazione in futuro. «Tra queste ci sono molte nuove
emergenze dovute a conflitti nei punti caldi del pianeta, una mancanza di
standard democratici in molti paesi, il drammatico rialzo dei prezzi dei generi
alimentari - che ha colpito maggiormente i più poveri e sta generando
instabilità in molte zone - e, infine, il deteriorarsi dell'ambiente a causa
dei cambiamenti climatici, che, a sua volta, porta ad una maggiore competizione
per risorse sempre più scarse». Il totale dei rifugiati e degli sfollati di cui
si prende cura l'Unhcr, nel 2007 ammontava a oltre 25 milioni, una cifra mai
raggiunta prima e che non comprende, comunque, i 4milioni e 600mila palestinesi
che sono sotto la responsabilità di un'apposita agenzia Onu. Tra i rifugiati, i
gruppi più numerosi dopo gli afgani e gli iracheni sono i colombiani (552mila),
i sudanesi (523mila) ed i somali (457mila). La crisi irachena ha determinato
anche un considerevole aumento - il primo da quattro anni a questa parte -
delle domande individuali di asilo o del riconoscimento dello status di
rifugiato, che nel 2007 sono state quasi 650mila. Rispetto al 2006 una crescita
del 5% delle richieste, arrivate principalmente dall'Iraq (52mila domande
inoltrate), dalla Somalia (46.100), dall'Eritrea (36mila), dalla Colombia
(23.200), dalla Federazione Russa (21.800), dall'Etiopia (21.600) e dallo
Zimbabwe (20.700). Tra i paesi più gettonati - quelli che l'anno scorso hanno
ricevuto il maggior numero di domande - ci sono gli Usa, il Sudafrica, la
Svezia, la Francia, il Regno unito, il Canada e la Grecia. Il rapporto
sottolinea un altro dato: i tassi di riconoscimento dello status di rifugiato
variano molto da paese a paese. Tra gli iracheni, per esempio, nessuno ha
ottenuto lo status dalla Grecia, mentre la Germania l'ha concesso a 2/3. Nel
Regno unito solo il 15% delle domande è stato accettato, la Svezia invece ha
garantito protezione a quasi tutti quelli che l'avevano chiesta. Un diritto umano
fondamentale che, a 60 anni dalla Dichiarazione universale, è tutt'altro che
scontato. Occasione da non perdere, ma è troppo fragile la tregua di Gaza Ali Rashid I primi rifornimenti di carburanti hanno varcato la
chiusura ermetica della stremata Striscia di Gaza: è il segno tangibile
dell'entrata in vigore della tregua tra il governo Israeliano e Hamas, grazie
alla mediazione del Cairo. Un cauto ottimismo per un disperato bisogno di
relativa normalità domina i sentimenti dei palestinesi dopo un assedio che dura
da più di un anno, e degli israeliani costretti a subire le rappresaglie
palestinesi con il lancio quotidiano dei missili artigianali Qassam. Primi
segnali, anche se accompagnati da operazioni dell'aviazione e delle truppe
israeliane lungo la Striscia, che hanno causato la morte di un militante di
Hamas e il ferimento di altri due; e da una escalation in Cisgiordania con il
rastrellamento della città di Kalqilya, la distruzione delle case di due
ricercati e l'incendio di decine di ettari di grano e ulivi da parte dei coloni
a Borin presso Nablus. Mentre tutte le organizzazioni palestinesi ribadiscono
il loro rispetto all'accordo, il premier israeliano Olmert dichiara la sua
«perplessità» sull'efficacia della sua tregua, precisando che, se fallisce, è
già pronto un piano per un massiccio attacco militare. L'accordo rischia di
essere subito ridimensionato. Israele vorrebbe limitarne la portata alla
Striscia, senza modificare minimamente la sua strategia di annessione
«strisciante» della Cisgiordania con l'allargamento degli insediamenti,
l'annessione di Gerusalemme, la continuazione del Muro e la paralisi delle
trattative di pace con l'Anp. Sul piano politico, grande importanza assume il
fatto che le trattative che hanno portato alla tregua, pur mediate dall'
Egitto, siano state direttamente con Hamas. Israele aveva imposto al mondo -
così ha fatto subito l'Ue - di inserirla nella lista delle organizzazioni
terroristiche. Delegittimando così il governo palestinese democraticamente
eletto nel gennaio 2006, azzerandone la rappresentanza e dividendo i
palestinesi spinti quasi ad una feroce guerra intestina. E, mentre il governo
israeliano proseguiva le trattative con Hamas, ha posto il veto a ogni contatto
tra Abu Mazen e la stessa Hamas. Ma dopo l'ultima visita di Bush e le sue
dichiarazione pessimistiche per la creazione di uno stato palestinese entro il
2008, Abu Mazen si è trovato costretto a passare la mano dichiarando la sua
volontà di riprendere i contatti con Hamas per ricomporre l'unità nazionale e preparare
nuove elezioni. Non c'è dubbio che questo fragile accordo evidenzi per ora solo
un insieme di debolezze: quella israeliana che, di fronte agli incerti esiti di
una «vittoria militare» dopo la sconfitta in Libano, vede il nodo della
sicurezza tornare ai suoi confini; la debolezza di Hamas di fronte alla grave
crisi umanitaria della Striscia di Gaza a causa dell'assedio e delle incursioni
militari continue che hanno provocato una emorragia di consensi; la debolezza
dei governi arabi che vedevano nella continuazione delle sofferenze di Gaza,
una minaccia alla stabilità dei loro regimi ed un rafforzamento del islam
militante e del ruolo dell' Iran nelle regione. Ora gli occhi del mondo sono
puntati sull'Iran. Dopo il fallimento Usa nel destabilizzare il Libano e
limitare il ruolo di Hezbollah, si tenta di neutralizzare la questione
palestinese, ferita aperta nella coscienza araba ed elemento unificante
dell'Islam militante. Serve la «calma», per affrontare meglio il nodo Iran
prima della fine del mandato dell'Amministrazione Bush. Ai palestinesi si
aprono nuove prospettive per ricostruire la loro unità nazionale, riproporre il
piano arabo per una soluzione politica impegnando la comunità internazionale,
stanca delle guerre di Bush, in un vero processo di pace in Medio Oriente e per
una soluzione politica della crisi Iraniana. Il resto è continuazione della
guerra con nuovi e vecchi mezzi. Kosovo, il caos internazionale esplode all'Onu -
Tommaso Di Francesco È convocato oggi il Consiglio di sicurezza dell'Onu con
all'ordine del giorno il Kosovo e il futuro della missione Unmik che, da oggi,
vede la nomina come amministratore dell'italiano Leonardo Zannier. Ci saranno
anche il presidente serbo Boris Tadic che ribadisce «il Kosovo è Serbia», e
quello kosovaro Fatmir Sejdiu. La questione urge: domenica 15 gennaio è
«entrata in vigore» la costituzione dell'indipendenza. Ma è «in vigore» solo
per i 40 paesi che l'hanno riconosciuta, mentre la maggior parte degli Stati
del mondo, giudicandola unilaterale e di scontro, non l'ha fatto.
L'indipendenza divide la Ue, con Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che
hanno approvato mentre Spagna, Grecia, Slovacchia, Romania e Cipro hanno detto
no e ora si rifiutano di addestrare il nuovo «esercito» kosovaro. E spaccato
resta il Consiglio di sicurezza Onu, con Russia e Cina che oppongono il veto,
temendo che diventi l'anticamera per i loro indipendentismi e per gli altri che
covano nel mondo, a partire dal Caucaso e dagli stessi irrisolti Balcani. Nel
dramma c'è una responsabilità: è quella dell'Unmik, l'amministrazione locale
dell'Onu che, con i suoi rappresentanti (Bernard Kouchner, Michael Steiner,
Janses Soerensen e Joachim Ruecker) avrebbe dovuto rispettare la Risoluzione
1244 del Consiglio di sicurezza Onu che riconosce la sovranità della Serbia.
Invece ha avallato una feroce contropulizia etnica contro le minoranze serbe
con migliaia di vittime e desaparecidos, la distruzione sistematica di ben 150
monasteri ortodossi, il blocco del rientro dei profughi, la cacciata di 200.000
serbi, rom e altre minoranze. Via via legittimando la secessione di Pristina.
E' lo scenario criminale del quale l'Unmik vuole lavarsi le mani. Così Joachim
Ruecker, con l'avallo tedesco e francese, ha cercato alla chetichella di
chiuder bottega, autorizzando l'arrivo della missione Eulex, «civile e di
polizia» voluta dall'Ue, pur spaccata, per gestire e di fatto imporre
l'indipendenza nelle zone serbe. I serbi, tutti, hanno detto no. Allora è
entrato in scena il segretario dell'Onu Ban Ki-moon per salvare la faccia
dell'Unmik, con due lettere, al presidente kosovaro Fatmir Sejdiu e a quello
serbo Boris Tadic, dove annunciava una «riconfigurazione» della missione Onu.
Risultato: è caos istituzionale. Si riconfigura Unmik, quindi Ruecker può andarsene
quando dovrebbe restare in carica altri otto mesi, ma Russia e Serbia chiedono
d'incriminarlo perché voleva azzerare il ruolo dell'Onu; la missione Eulex è la
benvenuta ma per intanto è sospesa e ha bisogno «ancora di tempo»; l'Onu è
neutrale sull'indipendenza, ma l'Ue la deve gestire; le zone serbe possono
dipendere dall'Unmik e non dal governo di Pristina; infine, resta la Nato, ma
da chi dipende? A Pristina restano sorpresi della disponibilità a spartire il
Kosovo e non accettano quello che tutti vedono. Nonostante l'indipendenza, di
Kosovo ce ne sono quattro: stato albanese, zone serbe, aree della Chiesa
ortodossa, burocrazie internazionali e Camp Bondsteeel, la più grande base
militare Usa d'Europa edificata nel disprezzo della legalità internazionale. E
a Belgrado, dove l'affare piomba nel mezzo della scelta del nuovo governo,
prima l'ex premier Kostunica, poi l'ex ministro per il Kosovo Samardzic che
annuncia la nascita di «un parlamento serbo in Kosovo», e infine lo stesso
Tadic hanno denunciato l'operazione di Ban Ki-moon ricordando che ritengono
l'indipendenza di Pristina semplicemente «illegale». E Ban ha fatto ploff. L'Europa va in panne - Anna Maria Merlo Vista la situazione dopo il «no» irlandese, l'Unione
europea si consola come può. Poco dopo l'apertura del Consiglio europeo, ieri a
Bruxelles, i 27 hanno annunciato di aver dato via libera all'entrata della
Slovacchia nella zona euro nel 2009, malgrado l'alta inflazione nel paese e i
forti dubbi della Bce. Da Parigi il ministro dell'Immigrazione e dell'identità
nazionale, Brice Hortefeux, ha dato prova della volontà della Francia, che
succederà alla Slovenia alla presidenza della Ue a luglio, di «mobilitarsi e
agire», nel concreto, per far apprezzare la Ue a dei cittadini scettici e
delusi: il 27 luglio, in occasione di un vertice a Cannes, la Francia
presenterà il suo piano sull'immigrazione e l'asilo, che seguirà la traccia
della «direttiva ritorno», imponendo una visione comune, fatta di messa al
bando delle sanatorie e di repressione armonizzata. Hortefeux si fa forte dei
successi in patria: un calo, afferma, dell'8% del numero dei clandestini, con
un aumento del 31% delle espulsioni, arrivate in un anno a quasi 30mila. Al
Consiglio che segue di pochi giorni la bocciatura irlandese, il premier Brian
Cowen, al suo primo vertice europeo, non ha potuto dire altro che «non esiste
una soluzione miracolosa». L'idea che tutti hanno, ma che nessuno osa
dichiarare, è di far rivotare gli irlandesi, come era successo nel 2002 (dopo
la bocciatura di Nizza da parte degli irlandesi nel 2001). Per Nicolas Sarkozy,
che ha pranzato all'Eliseo con Gordon Brown poche ore prima dell'inizio del
Consiglio, l'Irlanda deve stabilire un calendario: ha tempo fino al vertice di
ottobre per cercare una soluzione che faccia dimenticare il «no». Gli otto
paesi che non hanno ancora ratificato sono stati messi sotto pressione. Ma gli
euroscettici, in prima fila Repubblica ceca e Polonia, hanno alzato la testa,
rafforzati dal «no» irlandese. La Commissione, però, resta convinta che la
situazione è migliore di quella del 2005, dopo il doppio «no» francese e
olandese. Allora, il Trattato costituzionale era stato sepolto. Oggi, almeno a
parole, Bruxelles spera di poter recuperare e arrivare comunque al varo del
mini-trattato di Lisbona prima delle elezioni europee del 2009. Ma i 19 che
hanno già ratificato escludono di rinegoziare i termini del trattato. Si fanno
forti della principale differenza tra il 2005 e il 2008: allora la Gran
Bretagna aveva approfittato della situazione per gettare la spugna, mentre ieri
Gordon Brown, peraltro considerato più euro-scettico di Blair, è arrivato con
la ratifica in tasca, votata dai Lords e controfirmata dalla regina Elisabetta.
Come fare per far amare l'Europa dai suoi cittadini? Sarkozy ha la sua ricetta.
«La priorità è l'azione, l'Europa deve rispondere ai veri bisogni dei
cittadini, poiché le incomprensioni restano forti e l'assenza di seduzione di
ciò che viene deciso in Europa è reale», riassume un diplomatico francese.
Mercoledì a Bruxelles ci sono state manifestazioni di agricoltori, camionisti,
pescatori e taxi contro il caro-benzina, che hanno fatto seguito ad analoghe
proteste un po' in tutti i paesi europei. «Dedicheremo il vertice al rialzo dei
prezzi alimentari e dei carburanti che pesano sui bilanci delle famiglie» ha
dichiarato il presidente della Commissione José Manuel Barroso, facendo eco al
primo ministro francese François Fillon che alla vigilia aveva promesso
«risposte coordinate». Più facile a dirsi che a farsi. Sarkozy difende la sua
idea di ridurre l'Iva sui carburanti, decisione da prendere all'unanimità ma
che non suscita nessun entusiasmo tra i partner. La tedesca Merkel preferirebbe
una tassa sui profitti delle compagnie petrolifere o sulle transazioni dei
mercati del petrolio. In ogni caso, si tratta sempre di misure a breve, senza
nessuna prospettiva per il futuro. Liberazione – 20.6.08 Dl rifiuti, il governo va sotto per due volte alla Camera –
Angela Mauro Alta tensione nella maggioranza. Il governo va sotto alla
Camera nelle votazioni sul decreto rifiuti. Cade per due volte, entrambe per la
decisione della Lega di votare con l'opposizione. «Abbiamo voluto mandare un
segnale», dirà poi Umberto Bossi. Automatico collegare le tensioni in aula con
la discussione sul Trattato Europeo, bocciato dal referendum irlandese, mal
digerito dal Carroccio che chiede di modificare la Costituzione del '48 per
consentire una consultazione popolare anche in Italia. Bossi getta acqua sul
fuoco. Dopo le esternazioni di Roberto Calderoli («Il trattato Ue non esiste
più», rispondeva ieri a Berlusconi), il leader "lumbard" assicura il
voto leghista sul trattato europeo, ma non basta. Ed ecco che a Montecitorio
dopo il primo segnale, arriva anche il secondo. E' su un emendamento dell'Udc -
parere contrario del governo - che la Lega inizia a smarcarsi. Sono 38 i
deputati leghisti che votano con il partito di Casini, con il Pd, con l'Idv.
L'emendamento - relativo ai fondi Cip6 per il termovalorizzatore di Napoli -
passa (274 sì, 224 contrari e tre astensioni), ma, poco dopo, la votazione
viene annullata. Decisione del comitato dei Nove della commissione Ambiente,
pienamente condivisa dal presidente della Camera Gianfranco Fini. La proposta
di modifica si riferiva ad una parte del decreto già cassata, è la spiegazione,
«un errore materiale», minimizza Fini. Ma la maggioranza continua a tremare e
cade ancora nel pomeriggio su un emendamento dell'Idv (253 sì, 212 no, con
l'opposizione votano anche due deputati dell'Mpa) che obbliga il Dipartimento
della protezione civile a fare le assunzioni previste dal decreto con «concorso
pubblico e a tempo determinato». Questa volta «non c'è alcun significato
politico, non ci sono divisioni», si sforza di dire il capogruppo del Carroccio
Umberto Cota. «C'è stata una mancanza di coordinamento del gruppo...».
Giustificazioni che non convincono l'opposizione. «Maggioranza divisa e
arrogante», dice Marina Sereni del Pd. Dopo l'ok alla modifica dei dipietristi,
in aula si sfiora la zuffa. Perde la pazienza il sottosegretario all'Ambiente
Roberto Menia che si alza dai banchi del governo per inveire contro il
capogruppo della Lega in commissione Ambiente, Guido Dussin. Lo bloccano tre
colleghi di maggioranza. Ma è dura riportare la calma. Segue un battibecco tra
lo stesso Menia e il deputato del Pd Giachetti. «Mi minaccia», accusa il
parlamentare dell'opposizione. «Falso», la replica. «Bromuro, serve del
bromuro...», ironizza Giachetti. Ieri l'aula avrebbe dovuto terminare la
votazione degli articoli, ma dopo il secondo ko della maggioranza la seduta è
stata sospesa. Si riprende martedì, con l'esame degli ultimi due articoli e,
nella stessa, giornata il voto finale. Quanto al merito del testo di legge,
l'emendamento Udc riguardava i fondi Cip6 al termovalorizzatore di Napoli. Poco
dopo la decisione di Fini di annullare la votazione, l'aula ha comunque
approvato l'assegnazione degli incentivi Cip6 ai termovalorizzatori campani,
dando l'ok ad un emendamento presentato dal Pd che limita l'erogazione dei
fondi agli impianti che bruciano rifiuti organici (come prevede l'Ue) e non
plastica. Alla base della retromarcia, le parole del sottosegretario per
l'emergenza rifiuti Guido Bertolaso il quale, intervenendo in aula, ha detto
che senza la concessione dei contributi Cip6 «le gare per i termovalorizzatori
andranno deserte» e senza nuovi impianti «potremmo anche rimettere nel cassetto
questo decreto». Bocciato invece il cosiddetto "emendamento
anti-Gomorra", proposta del Pd che mirava all'istituzione di una taskforce
interforze per il controllo delle zone più critiche dell'emergenza rifiuti. «Un
regalo all'ecomafia che con la spazzatura illegale fa grossi guadagni»,
commenta Legambiente. Resta da vedere come andrà la votazione di martedì, anche
perchè sembrerebbe che gli sgambetti leghisti non siano solo legati al Trattato
Ue, ma anche a divergenze sullo stesso decreto rifiuti. «La Lega sta cercando
di ottenere una soluzione che possa agitare come una bandiera sull'art.17», è l'analisi
di Ermete Realacci, ministro ombra del Pd. L'articolo in questione riguarda
l'erogazione dei 150 milioni di euro alla Regione Campania. Il leghista Cota
assicura che la maggioranza ha raggiunto un'intesa. «Sono stati accolti i
nostri emendamenti presentati in commissione sulla responsabilizzazione degli
amministratori locali - dice - un esempio: in caso di mancata raccolta, la
tassa sui rifiuti che percepiscono gli amministratori verrebbe riservata allo
Stato». In serata, il capogruppo Pdl Cicchitto prova a sminare il campo:
«Nessun problema politico in maggioranza, Lega compresa, ma d'ora in poi
evitiamo altri errori...». Richiedenti asilo, clima nero tra direttiva e leggi italiane – Laura
Eduati «Le cose stanno nettamente peggiorando». Christopher Hein,
direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), è preoccupato.
Preoccupato come tutte le associazioni laiche e cattoliche che si occupano dei
richiedenti asilo. L'approvazione della direttiva europea e l'imminente via
libera al pacchetto sicurezza metteranno in discussione alcuni dei diritti
fondamentali finora garantiti agli stranieri costretti a trovare asilo nelle
nostre terre. In Italia vivono 27mila rifugiati. Nel 2007 hanno chiesto asilo
14mila persone, il 35% in più rispetto all'anno precedente, provenienti in
larga misura dal Corno d'Africa squassato dalle guerre: Somalia, Sudan, Darfur,
Nigeria. Poiché non esiste un canale legale per raggiungere l'Europa, viaggiano
verso la Libia e qui salpano sui gommoni. Disperati, e clandestini. Sempre nel
2007, il 30% degli stranieri arrivati via mare ha presentato domanda di asilo e
di questi il 65% ha ottenuto l'asilo oppure una forma di protezione umanitaria.
In parole povere, un quinto degli stranieri giunti via barcone è bisognoso di
protezione internazionale. Ecco perché il reato di entrata illegale nel
territorio italiano, chiamato spicciamente "reato di clandestinità"
potrebbe danneggiare proprio i richiedenti asilo visto che la maggior parte
degli stranieri arriva in Italia regolarmente con un visto turistico. Non è
finita. Il pacchetto sicurezza introduce l'espulsione del rifugiato che non ha
ottenuto l'asilo alla prima istanza; potrà fare ricorso dal Paese di origine
oppure rinchiuso nei Cie (ex Cpt), a suo rischio e pericolo. Peraltro, il 30%
dei bocciati alla prima istanza normalmente viene dichiarato bisognoso di asilo
nella seconda, e questo significa che un alto numero di richiedenti asilo verrà
espulso. A questo bisogna aggiungere gli effetti della direttiva europea
approvata mercoledì e che entrerà in vigore entro il 2010. Concepita per i
migranti illegali, colpirà certamente anche i rifugiati in quanto estenderà la
detenzione nei Cpt fino a 18 mesi, minorenni inclusi; vieterà agli espulsi il
reingresso per 5 anni (oggi l'Italia ne applica 10) e dunque se uno straniero
viene rimpatriato coattivamente e poi si trova nelle condizioni di dover
chiedere asilo, non potrà rivolgersi all'Europa fino allo scadere del divieto;
consentirà il rimpatrio obbligatorio anche nei Paesi di transito come Libia e
Marocco, che non hanno mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. E
poi: se un migrante illegale riceve un ordine di espulsione, quell'ordine varrà
in tutti gli Stati membri, mentre se riceve una forma di protezione umanitaria,
quella protezione sarà valida soltanto nel Paese nel quale è stata concessa.
L'armonizzazione delle leggi europee sull'immigrazione, insomma, affetterà i
rifugiati nella forma più negativa. «E dunque non possiamo sostenere questa
direttiva, non contiene le dovute garanzie» commenta Laura Boldrini, portavoce
della sezione italiana dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati. La
preoccupazione è anche quella della Caritas e di Medici senza Frontiere che
esprimono «sconcerto» per la politica dell'immigrazione inaugurata dal governo
Berlusconi, specialmente a pochi mesi dal miglioramento della normativa
italiana sul diritto all'asilo grazie al recepimento di una direttiva europea.
Un clima nerissimo proprio nel momento in cui il numero dei rifugiati e dei
profughi aumenta a causa delle guerre e delle calamità naturali, compreso il
cambiamento climatico. Alla fine del 2007 si contavano 11,4 milioni di
rifugiati al di fuori del proprio Paese di origine e 26 milioni di profughi. Il
primo Paese di destinazione sono gli Stati Uniti, il secondo la Svezia,
l'Italia si trova all'ottavo posto. L'anno scorso l'Europa ha ricevuto oltre
254mila domande di asilo. A dispetto delle apparenze, la metà dei richiedenti
asilo nel mondo proviene dall'Asia, seguita dall'Africa. La crescita del numero
di rifugiati (+10%) è dovuta principalmente alla guerra irachena, e difatti la
maggioranza relativa dei richiedenti asilo, un sesto del totale, proviene
dall'ex Paese di Saddam Hussein (45.200). Seguono russi, cinesi, serbi,
pakistani, somali. Tuttavia l'Italia ha registrato poche domande di asilo da
parte di cittadini iracheni, che preferiscono dirigersi verso la Svezia.
L'unica notizia positiva viene dalla Commissione europea di Barroso: nella
presentazione di un pacchetto su immigrazione e asilo, ha promesso di
introdurre canali legali per chi fugge da guerre e persecuzioni. Palestina, è tempo che riconosciamo i nostri errori Karen Koning AbuZayd* Gaza - Gli orrori della seconda Guerra mondiale hanno dato
impeto alla ricerca per una pace universale, giustizia e dignità umana, con le
Nazioni Unite in primo piano. E' però un commento storico inquietante per la
nostra ricerca il fatto che così come noi commemoriamo il sessantesimo
anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i Palestinesi
ricordano sei decadi di ciò che chiamano la Nakba, o catastrofe, e in molti
soffrono in condizioni di esilio, esclusione e isolamento. Tutto ciò è una
dimostrazione del nostro fallimento collettivo nel dare un senso alla dignità
umana per i Palestinesi e nel raggiungere una pace duratura e giusta in Medio
Oriente. Noi che assistiamo i rifugiati palestinesi crediamo che sia tempo di
riconoscere le nostre colpe. Esilio: per sessanta anni, i rifugiati palestinesi
sono stati esiliati dalle loro antichissime terre. In nessun luogo tutto ciò è
più duramente visibile come in Cisgiordania, dove il muro illegale, centinaia
di check point e di barriere fisiche rafforzano quotidianamente l'esilio. E a
Gaza, le politiche di chiusura e punizione indiscriminata devasta le vite,
causando disperazione di massa, minacciando di distruggere le speranze per la
pace. Esclusione: i rifugiati palestinesi fanno fronte anche all'esclusione
dalla giustizia permessa dalla legge internazionale, lo scopo della quale è di
offrire protezione, sicurezza e dignità date per garantite in un mondo in cui
il rispetto per i diritti umani e l'osservazione della legge sono diventati i
principi-guida di una governance globale. I principi del diritto internazionale
vietano in modo esplicito gli attacchi sistematici contro le popolazioni
civili, la privazione arbitraria di cibo, la deliberata distruzione delle
infrastrutture civili e la dislocazione della popolazione di una forza
occupante sulla terra occupata. Le violazioni di queste e altre condizioni
contribuiscono ad accrescere tra i Palestinesi un senso di esclusione dalla
protezione del sistema internazionale. Isolamento: i rifugiati palestinesi
fanno fronte all'isolamento da parte della comunità internazionale nella
ricerca della pace in Medio Oriente -una pace che sarà durevole solo se giusta
e inclusiva. Deve essere riconosciuto che i rifugiati palestinesi rappresentano
un significativo gruppo di sostenitori direttamente interessati agli esiti di
un accordo negoziato. La loro partecipazione può solo che rafforzare la
legittimità del risultato e garantire la sua accettazione. Nei confronti
dell'esilio, dell'esclusione e dell'isolamento palestinese quale potrebbe
essere il rimedio? Porre fine all'assedio di Gaza ed eliminare il regime di chiusura
in Cisgiordania. Fare ciò rispettando il diritto degli israeliani a vivere in
pace e sicurezza. Permettere favorevoli condizioni economiche per produrre
moderazione e generare la convinzione tra i Palestinesi che una pacifica
coesistenza con gli Israeliani è possibile mentre si garantisce loro dignità e
benessere. Assicurare il rispetto della legalità internazionale e dei diritti
umani. Coltivare una cultura di giustizia come fondamento da cui può fiorire
una stabile pace. Perseguire la responsabilità in modo tale che coloro che
agiscono al di fuori delle norme internazionali, siano essi estremisti che
lanciano razzi o combattenti che usano una forza sproporzionata, siano portati
davanti alla giustizia e le loro vittime ricompensate da un dovuto risarcimento.
Incoraggiare un clima di inclusione nell'impegno della comunità internazionale
sulle questioni palestinesi. L'esperienza del passato dimostra che il
prerequisito per il successo di ogni processo di pace è il senso di
appartenenza tra coloro le cui vite e il cui futuro sono in ballo. Infine, fare
in modo che i rifugiati palestinesi possano essere ascoltati. Garantire loro la
dignità del riconoscimento. Globalmente il peso demografico dei rifugiati
palestinesi, la durata senza precedenti del loro spossesso e l'imperativo di
offrire la protezione finale di una soluzione giusta e duratura sono tre
ragioni trainanti del perché i rifugiati devono esprimere la loro opinione nel
determinare il futuro della Palestina. Nella giornata mondiale del rifugiato,
chiedo a tutte le parti coinvolte di considerare queste indicazioni nello
sforzo di mettere al bando l'angoscia che colpisce le vite di milioni di
rifugiati palestinesi. C'è ancora tempo e modo di rinvigorire la loro fiducia
nel futuro. *Commissario
Generale dell'Agenzia dell'Onu per il soccorso e l'occupazione per i rifugiati
palestinesi (UNRWA) Vivere e morire di fame a Karamoja, il cuore di tenebra della carestia - Matteo
Fraschini Koffi Iriiri, Karamoja (Uganda) - «Quando due pesci maleodoranti
vengono messi in un acquario» spiega Dinavence Tushambomuoe, suora missionaria
ugandese in carico del settore sanitario nell'amministrazione di Moroto «anche
i pesci buoni iniziano a puzzare. E questo è quel che sta succedendo qui. Ed è
inutile prendersi in giro» continua Dinavence «In Karamoja c'è sempre stata la
crisi alimentare. I karamojon sono da anni, e per la gran parte, un popolo di
pastori, e questa è la prima cosa che bisogna capire. Costringerli a coltivare
ciò che riempe i sacchi del Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) non serve a
niente, le loro abitudini hanno radici profonde.» Danivence lavora da otto anni
a Moroto, capoluogo della Karamoja, a circa 50km a nord di Iriiri. «Da quelle
parti non è possibile neanche avere un piccolo giardino al di fuori della
propria abitazione.» conclude sorridendo amaramente. «L'insicurezza che c'è
sulle strade della Karamoja» dice Padre Michael Lubenga, anche lui appena
arrivato da Moroto, «non ci permette di viaggiare tranquilli». Abbiamo sempre
paura di essere attaccati da quella minoranza di guerriglieri che di tanto in
tanto colpiscono i villaggi.» continua riferendosi ai due pesci maleodoranti di
Dinavence. «Questa minoranza di Karamojon e le loro imboscate, danno una
pessima reputazione a questo territorio. Guardi anche gli autobus che arrivano
da queste parti, sono i più ammaccati, e le nostre strade sono piene di buche.»
La Karamoja, abitata da circa un milione di persone, occupa l'area orientale
del Paese. È stata giudicata dall'Organizzazione per il Cibo e l'Agricoltura
(Fao) una delle zone a livello mondiale che soffrono di più in questo periodo
della cosiddetta Food Crisis, la crisi alimentare. Ma in cosa consiste la crisi
alimentare che sta mietendo vittime in questa zona del Continente? I fattori,
naturalmente, sono molteplici. Soprattutto negli ultimi anni l'Uganda è
diventato il punto di incrocio, per quanto riguarda il commercio, tra i suoi
paesi limitrofi: Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Ruanda e
Tanzania. Quando la domanda di cibo da parte di questi paesi ha iniziato ad
aumentare, i piccoli commercianti, come le grandi industrie agricole, si sono
trovati sprovvisti. I continui conflitti, l'instabilità dei paesi, gli ultimi
eventi climatici, e le condizioni naturali dell'ambiente, hanno permesso ai
prezzi dei prodotti alimentari di alzarsi. Nelle zone più aride della Karamoja,
un chilo di fagioli è passato nell'ultimo anno da 600 scellini ugandesi (circa
25 centesimi di euro) a 2.400 scellini. Una famiglia che spende almeno il 30%
dei suoi guadagni in cibo, non può permettersi tali costi. Il Governo di Yoweri
Museveni ha da qualche tempo iniziato un'opera di disarmo nei confronti dei
clan che combattono tra di loro per rubarsi il bestiame, soprattutto le mucche,
l'animale più prezioso che, per tradizione, spesso supera il valore di un
essere umano. Il disarmo sta però avendo degli ovvi danni collaterali. Non si
può pretendere che una popolazione che da decenni ha vissuto con le armi, non
abbia alcun problema a consegnarle una volta che le Forze di Difesa del Popolo
Ugandese (UPDF) abbiano bussato alla sua porta. La violazione dei diritti
umani, secondo il personale delle Nazioni Unite, è sistematica. «I militari
delle UPDF» è costretto a raccontare sotto anonimato un abitante del distretto
di Moroto «sono entrati in casa di mio cugino e della sua famiglia. I soldati
gli hanno chiesto di consegnare le armi sebbene lui non ne possedesse alcuna.
Ovviamente non gli hanno creduto e hanno iniziato a minacciare la sua famiglia.
Lui si è opposto e dopo averlo pestato a sangue, i militari se ne sono andati
con alcuni mobili di casa» Le Forze di Difesa Ugandesi sono composte, per lo
più, da giovani che scelgono la carriera militare per avere più possibilità di
guadagno e usufruire della propria autorità. Molti sono illetterati. Il Governo
li disperde per tutto il territorio, lasciandoli senza uno stipendio fisso
(negli ultimi due anni sono già state molte le proteste da parte dei soldati
che non vengono pagati per mesi). Tale trattamento da parte del Ministero della
Difesa Ugandese provoca violenti ripercussioni sulla popolazione. I rapporti
delle organizzazioni umanitarie parlano di gravi esempi di violenza protratti
dai soldati come la tortura, la confisca di beni e bestiame che poi vengono
rivenduti in altre parti, traffico di armi verso il Sud Sudan e traffico di
esseri umani (in particolar modo minori) per aumentare il proprio salario, e la
lista purtroppo va avanti. Le strade di Kampala, la capitale ugandese, ospitano
numerosi Karamojon che hanno tentato di migliorare la propria situazione. I
bambini, costretti spesso dai loro genitori, si mettono sul ciglio della strada
a chiedere l'elemosina. Nella stampa e nei rapporti di alcune organizzazioni
non governative (ONG) locali, si afferma che il traffico di minori originari
della Karamoja, si stia intensificando. Molti vengono venduti agli Stati che
confinano con l'Uganda o agli Stati arabi. Diventano schiavi, altri finiscono
nel giro della prostituzione. Sono quindi pochi i commercianti che rischiano la
loro incolumità, e i loro soldi, per arrivare a portare cibo in Karamoja. E la
gente continua a soffrire. Il porta voce del Presidente Museveni, pochi giorni
fa, aveva dichiarato ad una conferenza stampa di essere tornato dalla Karamoja
dove aveva visto la popolazione cibarsi di topi e delle foglie degli alberi. Ma
anche questo aspetto della Food Crisis, secondo Padre Michael, va affrontato
nel suo contesto: «È vero che in alcune parti della Karamoja gli abitanti dei
villaggi si mettono a catturare topi e a mangiare foglie dagli alberi. Essendo
pastori e non avendo la possibilità di coltivare la terra, non hanno altra
scelta. Ma questi sono abitudini che risalgono a decine di anni fa.
All'ingresso della Karamoja abbiamo una vasta area semi paludosa che sarebbe
ottima per coltivare riso. Solo che né la popolazione né il Governo vogliono
iniziare ad investire in questo buisness.» Ma sebbene la Karamoja sia una delle
zone più affette dalla crisi alimentare, e da tutti i fattori che la provocano,
le buone notizie non mancano. L'associazione romana Italia Solidale, non la si
può riconoscere quando si passa da queste parti. Non ha uffici sul posto, non
ha volontari stranieri, non ha un logo che la distingue da altre
organizzazioni, e non ha veicoli che sfrecciano per le strade polverose, con
l'aria condizionata all'interno. Gli ottimi risultati che senti parlando con i
beneficiari del loro operato, sono l'unico modo per riconoscerla. «La nostra
filosofia ci spinge a trovare, prima di qualsiasi cosa, un contatto con la
popolazione locale» spiega Daniela Gurrieri, mentre visita le varie attività
che, attraverso alcuni piccoli prestiti economici, vengono portate avanti dai
gruppi o collaborazioni. «Noi di Italia Solidale siamo in Karamoja da circa
quindici anni, e solo in questi ultimi tre anni riusciamo a vedere i frutti
delle nostre collaborazioni. Le altre organizzazioni non hanno questa pazienza,
riempono i loro progetti di soldi, progetti che non tengono presente delle vere
necessità della popolazione locale e che non migliorano le condizioni di vita.
Attraverso dei brevi corsi, tentiamo di formare dei volontari del posto che
poi, a loro volta, tenteranno di formare i genitori delle famiglie». Ormai si è
perso il conto dei milioni di euro che vengono offerti all'Africa per risolvere
la sua crisi alimentare. Tutti soldi che finiscono nelle tasche di funzionari
governativi e che servono a pagare gli stipendi e le strutture delle ONG. Basta
chiedere alla popolazione che dovrebbe essere il primo beneficiario. «Certo, è
stato un lungo e duro processo, molti all'inizio non credevano nel nostro modo
di lavorare. Ma visto che alcune tradizioni e abitudini cambieranno solo con
gli anni, è opportuno rendersene conto, usufruire dell'esperienza della gente
del posto, e pian piano collaborare insieme, lasciando però ai karamojon il
vero lavoro. Nessuno potrà farlo al loro posto.» Le ONG insistono a rifornire
la popolazione di cose che non hanno alcuno effetto. A volte sono le latrine
biologiche, altre volte sono le reti anti zanzare. Soprattutto per una
popolazione come quella dei karamojon che, al contrario di altre popolazioni
africane, è particolarmente attaccata alla tradizione, tutti questi esempi che
dovrebbero aiutarli sono inutili. «Grandi Ong ci danno cose che non sono mai
servite» riprende Dinavence «ci sono delle donne che hanno paura di entrare
nelle latrine biologiche perché pensano che siano pericolose. Bisogna capire la
cultura della gente, non arrivare con progetti di aiuto fatti da un ufficio a
migliaia di chilometri da qui. È inutile che il WFP continui a darci da
mangiare o semi da coltivare. E comunque le loro razioni non sfameranno mai
tutta questa gente. Il cibo è paradossalmente l'ultima cosa che serve a
risolvere la crisi alimentare in Karamoja». La Stampa – 20.6.08 Usa, reati sui mutui: 300 arresti WASHINGTON - A un anno dallo scoppio del terremoto dei
mutui subprime - prestiti immobiliari a clienti con basso merito creditizio - e
dei titoli obbligazionari ad essi associati, costato miliardi di dollari di perdite
alle banche di Wall Street a tutto il settore del credito in America, le
autorità cominciano ad individuare dei colpevoli e scattano le prime manette.
Il Federal Bureau of Investigation - la polizia federale statunitense - ha reso
noto questo pomeriggio di aver operato da marzo a oggi oltre 400 arresti di
persone nel settore immobiliare accusate di frode e altri comportamenti
illeciti. In precedenza, nella mattinata, due ex-manager degli hedge-fund della
banca d’affari Bear Stearns collassati un anno fa, si sono consegnati alle
autorità, accusati di frode sull’azionario e insider trading. «Le frodi sui
mutui e le relative frodi sui titoli obbligazionari sono una minaccia reale per
la nostra economia, per la stabilità del mercato immobiliare del nostro paese e
per la tranquillità di milioni di americani», ha detto il vice procuratore
generale Mark Filip in una conferenza stampa. Dallo scorso 1 marzo, 406 persone
sono state arrestate nell’ambito dell’operazione denominata «Malicious
Mortgage», che ha visto aprirsi 144 procedimenti legali in tutti gli Stati
Uniti. Nella sola giornata di ieri sono stati effettuati 60 arresti. L’Fbi ha
dett che i reati si sarebbero tradotti in più di un miliardo di dollari di
perdite per i cittadini americani, sia proprietari di case che clienti di
società finanziarie. Le banche hanno riportato 53.000 casi di sospette frodi su
mutui l’anno scorso, un rialzo di 37.000 unità rispetto ad un anno prima e
circa 10 volte il livello di quanto riportato nel 2001 e nel 2002, secondo dati
forniti dal dipartimento del Tesoro. I tipi di frode più diffusi sono stati
quelli relativi a dichiarazioni di redditi o di asset posseduti, corredati da
documenti falsificati. L’Fbi negli ultimi mesi ha indagato su circa 1300 casi
di frode sui mutui. Nel caso specifico di Bear Stearns, a essere arrestati sono
stati Matthew Tannin e Ralph Cioffi, prelevati dalle autorità nelle loro
rispettive abitazioni del New Jersey e della città di New York. I due sono
stati i primi a essere incriminati in relazione alla crisi subprime. Secondo
l’accusa, i due gestori, nei primi cinque mesi del 2007, hanno «ingannato i
loro investitori, così come i clienti istituzionali dei fondi, nel nascondere
in modo fraudolento i gravi problemi» dei fondi stessi. In particolare, Cioffi
avrebbe ritirato 2 milioni di dollari di propri soldi investiti da uno degli
hedge fund della banca d’affari, senza rivelare ai suoi clienti di aver preso
la decisione di ridurre la propria esposizione verso gli strumenti legati ai
mutui. “E’ tardi. La gente ha perso la fiducia” – Maurizio
Molinari New York - È il governo che sta tentando di rassicurare
l’opinione pubblica ma è troppo tardi». Steve Hanke, ex consigliere economico
di Ronald Reagan, vede nella retata in grande stile dell’Fbi contro i truffatori
dei mutui subprime un tentativo del governo di riconquistare la fiducia della
gente. Cosa pensa degli oltre 400 arresti del
blitz dell’Fbi per punire i crimini commessi nella gestione dei subprime?
«E’ un blitz di dimensioni spettacolari ma di effetto limitato perché tardivo.
Le modalità sono quelle del grande show: molte le città coinvolte, arresti nel
settore immobiliare a New York e Washington, conferenze stampa, procuratori in
primo piano per proteggere i cittadini danneggiati. Ma è un’azione tardiva
perché l’applicazione della legge ex post svela quanto non è stato fatto ex
ante: le leggi non sono state applicate o hanno funzionato male e il governo se
n’è accordo in ritardo. Ora stanno tentando di rimediare in extremis, ed in
affanno». Perché adesso? «La
fiducia nei confronti del presidente e dell’amministrazione è ai livelli
minimi. La gente è molto scontenta per i mutui ingannevoli, i danni economici
subiti, le case pignorate, i depositi bancari a rischio, i posti di lavori
perduti e la precarietà finanziaria. L’impressione prevalente è che il governo
non ha fatto nulla per tutelare i cittadini. Da qui la decisione di prendere
l’iniziativa adoperando l’Fbi, che è un braccio del Dipartimento della
Giustizia. L’intento del governo è far capire che tiene salde le redini del
Paese e fa leva su ogni risorsa per tutelare i consumatori». Insomma, a suo avviso si tratta di un’operazione
politica? «C’è sicuramente una dimensione penale. Sono stati
commessi dei reati gravi ai danni di cittadini e di imprese e dunque è giusto e
opportuno che la legge venga fatta rispettare. Troppo a lungo il settore
immobiliare è stato una zona franca, dove tutto era possibile e la legge non
sembrava arrivare. Ma ciò non toglie che la dimensione spettacolare di quanto sta
avvenendo svela un chiaro profilo politico. E’ sul tema dell’economia, dove il
governo e i repubblicani sono più in difficoltà, che si tenta di far leva per
recuperare in popolarità e prestigio». Fra
gli arrestati vi sono due dei nomi di spicco della banca Bear Stearns. Vede dei
paragoni con quanto avvenne nello scandalo Enron nel 2002? «Se ne
possono fare almeno due. Innanzitutto si tratta di un terremoto annunciato in
uno dei settori più indeboliti dell’economia a causa degli illeciti compiuti.
In secondo luogo, oggi come allora, c’è l’interrogativo se il governo e il
Congresso riusciranno a trovare delle soluzioni stabili per impedire il
ripetersi di tali gravi illeciti nella gestione contabile e finanziaria. Se
cioè oltre agli arresti dei colpevoli di reati si troveranno dei rimedi di
lungo termine». Come reagiranno i mercati
finanziari al blitz dell’Fbi? «E’ troppo presto per dirlo. Se il
governo punta certamente ad un impatto immediato e molto positivo anche sui
mercati, ma potrebbe rimanere molto deluso. Se gli indici scendono è per le
preoccupazioni di tipo economico che permangono. Più che ai mercati finanziari
l’operazione denominata "Mutuo Maligno" punta a rassicurare i
consumatori, a fargli sentire che il governo è dalla loro parte, li tutela e persegue
chi li ha danneggiati. Spingendoli così a farli sentire protetti». Repubblica – 20.6.08 "Hanno ucciso mio padre e vado via: ormai qui ci evitano come
lebbrosi" - GIUSEPPE D'AVANZO Non è né stupito né entusiasta o appagato Massimo Noviello.
La camorra di Francesco Bidognetti, un mese fa, gli ha ammazzato il padre -
Domenico - sette anni dopo la denuncia dei racketeers che gli volevano prendere
100 milioni di lire all'anno. Sono stati arrestati, condannati, liberati.
Sempre loro (è stato arrestato Francesco Cirillo, già condannato per
quell'estorsione) lo hanno bloccato, sette anni dopo, nei pressi di Baia Verde
sul litorale di Caserta. Domenico se li è visti addosso. Intorno non c'era
nessuno a quell'ora del mattino e, se qualcuno c'era, ha chiuso gli occhi e la
bocca e non si è fatto più trovare. Domenico è riuscito a uscire in fretta
dalla sua piccola Panda, a fare qualche metro. Gli assassini lo hanno ripreso e
ucciso come un cane con venti botte calibro 9 e. 38. La morte di Domenico
Noviello, quasi si trattasse di un regolamento di conti tra camorristi, è
finita tra le brevi di cronaca in quei giorni di maggio, cancellata dagli
incendi dei campi rom di Ponticelli, dalla protesta per la "monnezza"
di Napoli, dallo sfolgorante successo a Cannes di Gomorra. Alla parola
ergastolo, per sedici volte ergastolo, Massimo non dice: me lo aspettavo; non
poteva essere altrimenti; meno male che è finita in questo modo o cose di
questo genere. Se si guarda il suo volto immobile, gli occhi fissi nel vuoto,
l'assenza di qualsiasi espressione capace di svelare un sentimento, quale che
sia, sembra che gli importi poco o niente di quel che accade a Napoli, ormai.
Non è così. Il fatto è che Massimo Noviello sa - e vuole che lo sappiano gli
altri, tutti gli altri, gli altri che contano a Roma e gli altri che non
contano nulla e sono costretti a subire ogni giorno l'arroganza dei Casalesi -
che la condanna di quelli, di Schiavone, Bidognetti, Iovine, Zagaria è soltanto
un primo passo di un lungo, faticoso, doloroso cammino. "Va tutto bene -
dice - per mettere in ginocchio i Casalesi. Vanno bene gli ergastoli, quella
galera a vita che non immaginavano di poter mai patire, ma ancora più del
carcere sono necessarie le confische dei loro beni. Quelli, al denaro, tengono
più di qualsiasi altra cosa, più del nome, più della libertà, più della
famiglia. E' il loro punto debole, il nervo scoperto. Lo Stato deve togliergli
la ricchezza. Questa è la strada per piegarli e, in ogni caso, questa è la via
per scombinare il loro gioco anche se non c'è da illudersi. Non sarà
semplice". "Il potere dei Casalesi non è soltanto criminale. E' come
se fosse nei pensieri e nelle azioni della gente di Casale. Io sono cresciuto
da quelle parti. So l'idolatria dei più giovani per le gesta di quelli là. Li
adorano, li venerano. L'ambizione più grande è un loro cenno di saluto - anche
distratto - al bar davanti agli occhi di tutti. Li imitano. Quelli mettono su
una camicia con un grande papero? Tutti, con quella camicia e il papero. Quelli
calzano solo Hogan? Tutti con le Hogan. Replicano i loro gesti. Ripetono le
loro parole e i loro atteggiamenti. Al più leggero screzio senti dire:
"Che c'è? Vuoi che ti tagli la testa?" La cocaina e l'avidità fanno
il resto. Era il mondo violento e ottuso che mio padre disprezzava e ha
rifiutato". Dice Massimo Noviello che il padre Mimmo "era un uomo
solare". "Amava la vita. Voleva viverla alla luce del sole, senza
vergognarsene. Non era un don Chisciotte, non era un pazzo, non era un
visionario, come gli hanno detto poi. Non era un eroe, soprattutto. Era un uomo
dignitoso, che credeva al decoro e alla legge. Si è soltanto rifiutato di
inchinarsi alla forza, alla prepotenza della camorra. Non lo ha fatto per
insegnare qualcosa agli altri. Lo ha fatto soltanto per se stesso, per potersi
guardare allo specchio con serenità, senza sentirsi umiliato". "Mio
padre non è finito in un gioco sconosciuto. Conosceva le regole perché il
dolore e il sangue avevano già abitato la nostra casa. Trent'anni fa il
fratello di mia madre, a 33 anni - all'età che ho io oggi - fu ammazzato per
non aver voluto pagare il prezzo del ricatto sulle sue proprietà terriere.
Quando è toccato a mio padre ricevere la visita di quei delinquenti, ci ha
chiamati e ci ha detto che non avrebbe pagato. Lo ha detto subito e lo ha
ripetuto anche a mia madre Luisa, terrorizzata dal ricordo del fratello. Io
sono stato d'accordo con lui e continuo a pensare che ha fatto la cosa giusta.
Ancora oggi mi sembra di sentirlo quando mi chiede: vale la pena vivere docili
e ubbidienti come pecore? Lo capivo". "Capivo che non c'era alcuna
intelligenza nella tentazione di arrendersi. Come avremmo potuto vivere con
quella avvilente rabbia in corpo? Come avrebbe potuto vivere lui, in quella
situazione? Quella sofferenza avrebbe ucciso la sua gioia di vivere, lo avrebbe
immiserito, e lo sapeva, lo diceva. Non c'era altra strada. Non doveva pagare.
Per anni, siamo andati in giro armati, guardandoci le spalle, prudentissimi.
Appena prima di morire, mio padre mi scongiurava di non accettare appuntamenti
in luoghi isolati anche se a chiamarmi lì fosse stato il mio migliore amico.
Diceva: se quelli hanno perduto tutto, si toglieranno i sassolini che hanno
nelle scarpe". Domenico Noviello non è stato ucciso per vendetta. Lo hanno
ammazzato, il 16 di maggio, per dire a tutti gli altri che c'è sempre il tempo
di pagare il prezzo della sfida. Lo hanno ammazzato due giorni dopo l'incendio
della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente della prima
associazione antiracket del Casertano, protetto dalla scorta da tre anni. Un
altro modo per far sapere in giro che lo Stato non è in grado di proteggere
nessuno davvero. Delitti simbolici per recuperare un "prestigio" che
i Casalesi si vedono, come sabbia, scivolare tra le dita. Dice Massimo:
"Non ho alcun ripensamento sul passato, ma so che è giunto il tempo di
andar via da Castelvolturno dove abbiamo sempre vissuto. Siamo ormai stranieri
nella nostra terra. Al funerale c'era soltanto la nostra famiglia, le
associazioni antiracket, la polizia. La gente ci guardava da lontano,
indifferente. Non c'è stato un negozio che ha ritenuto di calare la saracinesca
in segno di lutto. Peggio è andata alla messa del trigesimo. Non c'era nessuno.
I nostri amici, anche quelli più cari, ci evitano come se fossimo dei lebbrosi.
C'è sempre un motivo che impedisce loro di venire a casa o di raggiungerci in
pizzeria. Abbiamo avuto accanto, per ora, soltanto lo Stato. Avere fiducia
nello Stato è la sola opportunità che ci resta". Corsera – 20.6.08 «Adesso la
smetterò di vivere come un topo» - Marco
Imarisio NAPOLI - Mancano venti minuti alla sentenza, e i giurati
con la fascia tricolore entrano per salutarlo. Appena usciti dalla camera di
Consiglio, si mettono in coda, come davanti a una biglietteria. La saletta
appena dietro l'aula bunker è minuscola, ha grate di cemento armato alle
pareti, sparsi per terra ci sono una trentina di cartoni per toner da
fotocopiatrice. La toilette è a vista, senza porta. Prima dei giudici popolari
si era affacciato Beppe Lumìa, ex presidente della Commissione antimafia. «Ti
prometto che farò di tutto per mantenere alta l'attenzione» è il suo congedo.
Poi tocca a Federico Cafiero de Raho, uno dei magistrati che hanno lavorato di
più a Spartacus. «È tutto merito tuo» gli dice, e Roberto Saviano, assiso su un
cartone, ha il pudore di schermirsi. «Ma che dici, è solo lavoro vostro, una
vittoria dello Stato, io non c'entro nulla». Una verità e una bugia, nella
stessa frase. I settanta giornalisti che affollano l'aula Ticino del carcere di
Poggioreale, principali testate nazionali, diretta televisiva, inviati da
Francia, Inghilterra e Spagna, sono solo farina del suo sacco. Questo è il
«suo» processo, è la versione giudiziaria di Gomorra, almeno così viene
vissuta. No Saviano, no Casalesi, così è se vi pare. Anche per questo, la sua
presenza, qui, oggi, può segnare un punto a favore di chi lo accusa di un
protagonismo tale da oscurare anche gli orrori dei boss di Casal di Principe.
«Non credo che sia così. Ci tengo a fare questa cosa, per la mia vita. Per
dimostrare che posso fare il mio lavoro senza avere paura». Il nero della sua
maglietta contrasta con la faccia diafana e scavata. Non ci ha dormito sopra e
si vede. È arrivato qui dentro con anticipo fantozziano, dalle 8 del mattino è
chiuso in questo bugigattolo, mentre nell'aula, piena di giornalisti e
avvocati, solo due imputati, nessun boss in video, l'unica domanda riguarda
lui. Arriva? Si farà vedere? «Ho pensato che ci sarei andato comunque, anche
senza questo clamore. E allora perché non farlo?». Tormenta un brufolo che gli
deturpa il tatuaggio Maori sul bicipite destro, fa scrocchiare di continuo le
dita, si siede e si alza, sembra un incrocio tra un'anima in pena e un pugile
prima del match. «Finora ho vissuto come un topo, adesso basta. Dici che
sbaglio? Non lo so, di errori ne faccio continuamente. Ma loro, i Casalesi,
sono la mia ossessione solitaria, sento che dovevo esserci». Quando il
magistrato Franco Roberti gli fa un cenno per dire che è ora, la corte sta entrando
in aula, si alza di scatto. «Eccolo», flash, taccuini, tutti intorno a lui,
Saviano che divora il «suo» processo e poi sparisce. Riappare qualche ora più
tardi, sul lungomare di Mergellina, annunciato dalle sirene dei poliziotti in
moto che chiedono strada, dagli uomini della scorta che scendono dale due auto
blindate e annusano l'aria prima di dargli il permesso di scendere. I tg,
intanto, parlano ancora di lui, della sua comparsata, che diventerà ulteriore
manna per i teorici del «se l'è andata a cercare», la sua vita blindata. «Io,
semplicemente, mi prendo la responsabilità di quel che ho raccontato. Gomorra
non è un libro sui Casalesi, ma sul capitalismo visto attraverso la feritoia
del loro potere». Sembra di essere seduti al tavolino con la Madonna
pellegrina, guardata a vista da una manciata di agenti con la pistola in mano.
Una donna gli chiede una foto, come se fosse il centravanti della nazionale. Un
signore in tuta gli presenta figlio, figlia, una infinità di nipoti: «Ce
l'abbiamo fatta a condannarli, abbiamo vinto», gli dice. Roberto Saviano sa di
essere diventato un simbolo, ma è conscio del fatto che molti pensano sia
invece un prodotto, complice e vittima di una operazione commerciale da un
milione e mezzo di copie che lo ha trasformato in un Salman Rushdie antimafia.
«Lo sento, l'odio nei miei confronti. E a volte non me ne capacito. Io non ho
fatto scalate di potere, non ho rubato spazio a nessuno. Mi ferisce quando, per
denigrarmi, si usano i sacrifici che Giovanni Falcone sopportò in vita come
termine di paragone. Lui faceva il magistrato. Io, che non sono certo un eroe
come lui, non ero preparato a tutto questo ». La processione al tavolino non
conosce sosta. Quando si alza, non c'è verso di pagare il conto. Le operazioni
per uscire dal bar sono complesse, estenuanti. Lui aspetta e intanto rimugina
su quel che gli ha detto in aula un vecchio collega che non vedeva da tempo.
«Qui dentro - si riferiva alla sentenza appena letta - sei l'unico condannato
all'ergastolo ad essere in libertà». Saviano ha tentato di sorridere, ma non ci
è riuscito. Giustizia. La guerra dei numeri sbagliati La prescrizione accorciata dal centrodestra senza
calcolare quanti processi avrebbe «fulminato», o l’indulto varato dal
centrosinistra con la clamorosa sottostima dei condannati che ne avrebbero
usufruito, nulla hanno insegnato: proporre o contrastare riforme della
giustizia senza avere la più pallida idea della ricaduta pratica delle norme è
il modo più sicuro perché alla lotteria dei numeri sia il cittadino-utente dei
Tribunali a estrarre sempre il biglietto perdente. Alla stima dell’Associazione
nazionale magistrati, secondo la quale sarebbero 100mila i processi che
verrebbero sospesi dall’emendamento Vizzini-Berselli fortemente voluto dal
premier Berlusconi, il ministro della Giustizia ha obiettato: «Mi è stato detto
che complessivamente i procedimenti pendenti arrivano a 3 milioni. Occorre
rifare i conti e, rispetto al totale, calcolare quanti se ne sospendono. Ma non
si può far credere alla gente che andrebbero tutti a regolare conclusione in
quest’anno». Così, però, il ministro confonde il dato dei 3 milioni di
procedimenti pendenti (fascicoli iscritti a registro ma pendenti nelle varie
fasi procedurali) con il numero dei dibattimenti fissati in Tribunale (racchiusi
fra il rinvio a giudizio e la sentenza di primo grado), cioè la fascia di
processi (352mila la rilevazione a fine 2006) entro la quale opererà la norma
che punta a sospendere per un anno i processi per reati puniti con pene non
superiori ai 10 anni. Anche l’Anm, tuttavia, nel lanciare il suo fondato
allarme sul non preventivato impatto della legge, nonché su alcuni suoi
clamorosi paradossi (dibattimenti che proseguirebbero per vicende bagatellari e
altri che si fermerebbero per questioni serissime come gli omicidi colposi o
alcune violenze sessuali), si avventura sulla scivolosa strada di numeri
dall’incerta plausibilità. Dire infatti che i processi a rischio sono 100mila -
stima operata dall’Anm partendo dal presupposto che il 30% dei 352mila processi
pendenti riguardino fatti commessi prima del 30 giugno 2002, e che questi siano
reati puniti nel 90% dei casi con pene non superiori ai 10 anni - è poco più di
una proiezione già spannometrica nella dimensione cronologica, ma addirittura
del tutto cieca in quella qualitativa. L’Anm non distingue i processi che, pur
incentrati in ipotesi su fatti davvero precedenti il 30 giugno 2002, riguardano
reati o presentano condizioni che la nuova legge comunque escluderebbe dalla
sospensione. E non li distingue perché non può farlo. Esattamente come non è in
grado di farlo il ministero. E come nessuno oggi può fare in Italia. Perché
questo è il vero nodo di quest’ultimo carosello politico-giudiziario: per come
sono fatte le statistiche giudiziarie, nessuno (né a livello locale di singolo
tribunale né a livello centrale di ministero) è in grado di aprire un computer,
immettere i termini della nuova legge, schiacciare un tasto e sapere quanti
processi si bloccherebbero. A poco, infatti, serve il registro generale nei tribunali,
perché da quello si può ricavare solo la data di iscrizione del processo, non
la data di commissione del reato che quel processo sta accertando. Bisognerà
che in ogni tribunale ogni cancelleria di ciascuna sezione verifichi a mano,
fascicolo per fascicolo, se il reato risale a prima del 30 giugno 2002, se è
punito con più o meno di 10 anni, se è tra quelli per cui la sospensione è
esclusa dalla legge: per esempio, se gli imputati non siano magari detenuti
anche per causa diversa dal processo teoricamente da sospendere (altra
circostanza che i registri non attestano e che subisce ripetuti aggiornamenti).
Ad aggravare l’impasse c’è il fatto che questa verifica non potrà essere
scaglionata giorno per giorno, man mano che verranno chiamati i relativi processi;
ma dovrà essere fatta tutta insieme e in una volta, prima che entri in vigore
la legge, perché essa impone ai Tribunali di notificare «immediatamente» agli
imputati la sospensione dei processi congelabili. E per notificarli, bisogna
prima sapere quali siano. Sotto questa massa di notifiche da fare,
schiatteranno le cancellerie già sotto organico del 12% a livello nazionale e
con picchi del 30% al Nord: se i processi da sospendere fossero anche solo
qualche decina di migliaia anziché i 100mila stimati dall’Anm, e tenendo
presente che in quasi tutti i dibattimenti gli imputati sono più di uno,
difficilmente le cancellerie potranno reggere la moltiplicazione delle
notifiche sia nella partita di andata (quando bisognerà notificare le
sospensioni) sia in quella di ritorno (quando dopo un anno bisognerà rifare i
ruoli di udienza e rinotificare la data di ripresa dei processi sospesi). Con
spese peraltro enormi, consistenti nel costo della montagna di fax da spedire o
dei circa 9 euro a notifica se a mezzo posta. L’assurdità di questo modo di
legiferare, prima ancora che nei dubbi costituzionali sul suo contenuto, sta
proprio in questo irresponsabile prescindere dalle ricadute pratiche delle
norme. «Occorre rifare i conti» è un sano proposito. Solo che sarebbe stato
meglio pensarci prima di presentare la legge, non dopo. Umberto e lo stop
al Cavaliere sudista - Francesco
Verderami Non è contro Berlusconi che la Lega si sta scagliando, è
contro il «Cavaliere sudista» che ieri ha votato alla Camera insieme all’opposizione,
contro cioè l’immagine di un premier che negli ultimi due mesi è stato più
volte a Napoli di quanto sia stato ad Arcore. È al «Cavaliere sudista» che la
Lega si oppone, a quello che ha tolto soldi a Milano per darli a Roma, che ha
corretto lo Statuto fin troppo federalista della regione Lombardia, che parla
più spesso del ponte sullo Stretto che della Tav. È un’immagine che il
Carroccio sta volutamente ingigantendo in modo da trarne vantaggio nella sfida
per il primato politico ed elettorale al Nord. È un sottile gioco mediatico che
sfrutta gli atti dell’esecutivo così da fornire un profilo «meridionale» del
premier e istigare alla rivolta persino la classe dirigente forzista
settentrionale. Non è un caso che in questi giorni le parole più critiche verso
la manovra economica disegnata da Tremonti siano state pronunciate dal
governatore lombardo e dal sindaco di Milano. E mentre la Moratti si è sfogata
in privato con Berlusconi, ieri Formigoni ha pubblicamente espresso il proprio
dissenso verso «i tagli indiscriminati per regioni ed enti locali, senza
considerare se abbiano avuto un comportamento virtuoso oppure no». Era chiaro
il riferimento ai conti dissestati del Campidoglio che il governo si è
affrettato a tamponare. Ed è altrettanto evidente che la Lega tenti di
approfittarne. Bastava sentire giorni fa la «profezia» di Maroni per capire
qual è il gioco: «Non è una questione che poniamo solo noi. Su alcuni temi i
primi a ribellarsi al Nord saranno gli amministratori del Pdl. E i loro elettori...».
Per trovare un’intesa sul prestito di 500 milioni da destinare alla Capitale
non è vero che siano bastati i nove minuti e mezzo del Consiglio dei ministri.
È servito invece un vertice preliminare di un’ora e mezzo - che raccontano
molto teso - al quale hanno partecipato il premier, Gianni Letta, i ministri
leghisti e quelli di An, insieme ad Alemanno. Alla fine il «Cavaliere sudista»
l’ha spuntata, ma ieri Bossi ha voluto «far sentire» la voce dei nordisti,
rimarcando che «ogni città deve pagare i propri debiti, sennò gli altri sindaci
si arrabbiano». È stato un modo per chiamare a raccolta quanti si oppongono al
doppiopesismo di un governo indulgente verso il Sud. Una linea già anticipata
da Maroni in un colloquio riservato: «In passato Taranto ha subìto il default e
nessuno ha mosso un dito. Perché per Roma dev’essere diverso? O c’è qualcuno
più uguale degli altri?». È una strategia di medio periodo quella del
Carroccio, che mira a lavorare ai fianchi il Cavaliere per continuare a
progredire nei consensi al Nord e arrivare alla candidatura di un proprio
esponente al Pirellone. Il braccio di ferro nel governo sullo Statuto lombardo
ne è la prova. Si dice che sia stato il ministro per gli Affari regionali a
mettere in allarme Berlusconi: «Guarda che, scritto così com’è, dovrò
impugnarlo davanti alla Consulta». Sarebbe stato un atto dirompente, evitato
grazie alla mediazione tra Formigoni e Fitto, che poi ha ricevuto i complimenti
del premier. Certo, i due voti con cui ieri il governo è andato sotto sul provvedimento
per i rifiuti sono un combinato disposto di errori, assenze di deputati,
mancanza di coordinamento tra i gruppi di maggioranza e il governo. E il forte
disagio per «l’imperizia» dimostrata in Aula si leggeva sul volto del
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Bonaiuti. Ma il segnale politico
della Lega al «Cavaliere sudista» è stato chiaro. Fino all’ultimo Berlusconi ha
cercato di resistere al pressing del Carroccio, che già in commissione chiedeva
la restituzione da parte della Campania dei 150 milioni concessi per
l’emergenza dallo Stato: «Io non posso essere quello che promette di risolvere
un problema - aveva detto il premier - e poi manda il conto a casa». Niente da
fare. E il doppio ko subito lo ha irritato, non solo perché ha dovuto
fronteggiare la reazione di Bertolaso, che minacciava di dimettersi. Il punto è
che su quel provvedimento Berlusconi ci ha messo la faccia, garantendo che i
rifiuti in Campania scompariranno «entro luglio». Epperò tra le promesse c’era
anche la soluzione della crisi di Alitalia e - per la Lega - soprattutto di
Malpensa, su cui da qualche tempo è calato un silenzio «preoccupante» a detta
degli uomini del Carroccio. Ecco i motivi dell’affondo, che Formigoni paventava
già in campagna elettorale: «Sei andato in tv - rimproverò a Berlusconi - e hai
parlato solo del ponte sullo Stretto. Non un cenno a Malpensa. Guarda che così
Bossi farà il pieno di voti al Nord». Infatti andò così. E l’obiettivo è di
rosicchiare altri consensi al «Cavaliere sudista», quello che domenica scorsa
in Sicilia ha fatto il cappotto al Pd. |
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