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Manifesto – 21.6.08 «Un successo della gente. Ma è solo
l'inizio» - Orsola Casagrande VICENZA - «È una sentenza sconvolgente». Non sta nella
pelle Giancarlo Albera, presidente del coordinamento comitati cittadini contro
il Dal Molin. «Io ero fiducioso - dice ormai senza voce - perché avevamo
lavorato bene per fornire al Tar tutta la documentazione necessaria a esprimere
un parere avendo tutti gli elementi a disposizione». Però, confessa, «quando ho
avuto tra le mani la sentenza mi sono sentito davvero soddisfatto».
Naturalmente, pragmatici come sono, i vicentini non si fanno incantare e quindi
la sentenza del Tar, superato il momento di giusto entusiasmo, diventa uno dei
passi verso il no definitivo alla nuova base militare americana. Dunque, vi siete già nuovamente rimboccati le maniche?
Assolutamente. Questa è una grande vittoria dei cittadini, della
società civile. Perché ci dice che senza aver consultato la cittadinanza non si
può pensare di prendere decisioni che andranno a stravolgere la vita di una
comunità dal punto di vista economico, sociale, ambientale. Il Tar ci ha dato
ragione: i cittadini di Vicenza andavano consultati e invece sono stati
ignorati e questo non è legittimo. Come non è
stato riconosciuto legittimo il bando di gara, tra le altre cose. Sì
il bando di gara, come la Vinca, non sono sembrati al Tar così legittimi. Anche
perché noi avevamo contestato il fatto che è impossibile dare dei pareri o
addirittura dare il via libera alla realizzazione di una qualsiasi opera senza
nemmeno aver verificato se è fattibile, senza neppure valutare quali saranno
gli impatti sulla città. Il Tar nei fatti
inibisce l'inizio di qualunque attività al Dal Molin. Certo. La
sentenza stabilisce una sospensiva. Nemmeno una pietra potrà essere spostata al
Dal Molin. Sappiamo bene che ci saranno ricorsi. Ma questa è una sentenza
importante perché stabilisce che cosa di non legittimo è stato fatto dal
governo. Tra l'altro il Tar in qualche modo impegna il comune a vigilare che
non venga toccato nulla sull'area Dal Molin. L'altro
aspetto riguarda una sorta di chiarezza, finalmente, su quello che realmente
doveva essere il Dal Molin, e cioè una nuova base militare, non un
allargamento... Questo è importantissimo. Basta continuare a parlare
di allargamento. Sappiamo che questa nelle intenzioni degli Usa sarebbe stata
una nuova base militare. Del resto non potevano certo continuare a sostenere che
si trattava dell'allargamento della caserma Ederle. Insomma, il Dal Molin sorge
a parecchi chilometri di distanza dalla Ederle. Vi siete lamentati dello scarso aiuto che vi hanno dato le istituzioni
nella preparazione del ricorso al Tar. Faccio solo un esempio.
Quando siamo andati a Roma abbiamo presentato una lista di dieci documenti. Ce
ne hanno dati soltanto due e naturalmente tra quelli che avevamo richiesto ma
che non ci sono stati dati c'erano i famosi accordi del 1954 sulle relazioni e
gli impegni internazionali che avrebbero forse chiarito tante cose. Lo dicevi all'inizio. La battaglia non è finita. No.
Certamente non è finita. Diciamo che questa sentenza ci consente di trarre un
sospiro. C'era questa incombente data fatidica del primo luglio che oggi
possiamo aspettare senza troppi timori. Ma noi continuiamo la nostra battaglia
contro il Dal Molin. Perché l'abbiamo sempre detto: investire sulla guerra, su
una base di guerra non ci sembra una scelta di avanguardia, ci sembra piuttosto
una scelta di retroguardia. Tregua vigile sul leader. E dubbi sulle
alleanze - Matteo
Bartocci Dopo aver strappato la tela del dialogo con Berlusconi,
Veltroni dovrà pensare a riannodarla nel suo partito. Perché, scongiurata la
resa dei conti e registrata l'«altissima convergenza» (come ha sottolineato il
segretario nelle sue conclusioni), l'assemblea nazionale del Pd si è svolta in
un clima che definire mesto è dire poco. «Sembriamo l'Italia dopo l'Olanda»,
commenta Marco Follini dal palco ricordando la successiva riscossa con la
Francia. Ma la platea semivuota (monopolizzata da delegati di partito),
Franceschini e Parisi che si insultano davanti a una scenografia gelida non
migliorano la qualità di un dibattito «sterilizzato» per principio. E invece di
cose da discutere ce ne sarebbero eccome. Le varie «anime culturali» si stanno
cristallizzando in correnti. Martedì a Roma sarà la volta di «Red»,
l'associazione di 114 parlamentari «riformisti e democratici» creata da D'Alema
e Marini che presto si insedierà in tutte le regioni. La guiderà un Pd
«rimescolato» e in miniatura: il braccio destro di Marini Nicodemo Oliverio e
un dalemiano doc come Michele Ventura, più Bersani e Livia Turco. A presiederla
il prodiano De Castro. Nel pomeriggio intervengono quasi tutti i «big» (tranne
Fioroni, D'Alema e Rutelli). Su una cosa tutti d'accordo: fino alle europee del
2009 Veltroni non si tocca. Nel frattempo si tratta «solo» di costruire un
partito che non esiste né in carne e ossa sul territorio né sulle scelte
politiche di fondo, dalla laicità alle alleanze, dal tipo di opposizione alla
destra fino alla collocazione europea. L'assemblea della nuova Fiera di Roma
approva con un tiepido applauso una direzione cencellizzata tra le correnti
pre-esistenti. Un Pd dove la guida quotidiana è affidata a un «governo-ombra»
marcatamente veltroniano che in quanto tale in molti vorrebbero ridimensionare
appena possibile. Così le uniche novità di giornata, forse, sono le
differenziazioni sempre più visibili tra gli ex popolari, la rissa negli ex prodiani
e il ridimensionamento silenzioso ma inesorabile della sinistra interna.
Tornano perfino due grandi classici degli ultimi quindici anni come il
professor Parisi nel ruolo di «guastatore» ulivista e il solito asse
D'Alema-Marini. Nel suo intervento l'ex presidente del senato ha seppellito
l'idea di un congresso («si fa se si vuole cambiare la linea ma così non è») e,
soprattutto, chiesto la fine dei paracadute istituzionali per i candidati
perdenti alle amministrative. Un affondo indiretto ma violento contro Rutelli e
soprattutto Anna Finocchiaro. E a proposito di gelo negli ex Ppi, in molti
hanno notato l'ostentazione con cui Fioroni indugiava al telefonino mentre
Marini arringava la platea invitando a stringere i bulloni all'organizzazione
del partito. Da D'Alema invece nessuna polemica. Le sue uniche parole dicono di
una relazione «equilibrata e seria, che ci permette di ripartire». Un po' più
esplicito invece Gianni Cuperlo, che dal palco capovolge la vulgata
veltroniana: «Il nostro errore non è stato il governo Prodi ma come siamo
arrivati a costruire questo partito. Semplificando le nostre differenze e la
lettura della società abbiamo imboccato scorciatoie burocratiche». A margine
spiega meglio: «La segreteria di Veltroni non è in discussione fino al 2009,
però forse rinviare il confronto politico tra noi è stato un errore». Il tema è
«costruire un partito che non c'è, carico - dice Cuperlo - di vecchie biografie
che invece dovrebbero spendersi con generosità per nuove leadership». Ancora in
alto mare invece la giostra delle alleanze. Se è vero che per la prima volta
Veltroni ha ammesso l'errore dell'«andare da soli» sul futuro le opzioni sono
molto diverse. Tutti gli occhi sono puntati sull'Udc. Ma sulla sinistra
scomparsa dal parlamento la trama si infittisce. Marini è drastico: non sono
interlocutori credibili e l'Unione è morta e sepolta. Possibile invece un
«ulivetto» composto dai socialisti o, vecchio ritornello, dagli ex compagni di
Sd. A qualcuno poi non vanno giù nemmeno le alleanze che ci sono, cioè con Di
Pietro e i Radicali. Ma per vedere quali rose fioriranno bisognerà aspettare il
«congresso tematico» di settembre e le amministrative del 2009. Se il Colle ferma il cavaliere
all'assalto - Andrea
Fabozzi Qualcosa è cambiato. Le parole sono quasi le stesse ma non
è esattamente lo stesso Silvio Berlusconi quello che ieri, a Bruxelles, è
ripartito nel suo assalto alle toghe rosse. È più forte. Ha una maggioranza più
larga e più condiscendente. E un'unica opposizione parlamentare che fino a l'altro
ieri lo considerava uno statista. E adesso annuncia una manifestazione. A
ottobre. Poi c'è l'abitudine. Berlusconi che attacca i giudici è il cane che
morde l'uomo, una non notizia. Ma un primo ministro che dal Consiglio d'Europa
sostiene che chi lo accusa vuole sovvertire la democrazia italiana è un uomo
che mangia un canile. Si nota. Il proclama di ieri a Bruxelles - con le urla, i
pugni sul tavolo, la faccia feroce - annuncia l'intenzione di una soluzione
finale con i giudici. E' isterico ma molto chiaro: «Nel '94 ho visto sovvertito
il voto popolare da una minoranza rivoluzionaria di giudici, ho patito 15 anni
di persecuzioni per non farlo più accadere».Non è vero, naturalmente. Nel '94
non sono stati i giudici ma Umberto Bossi a scalzarlo da palazzo Chigi. E
quando nel 2001 c'è tornato Berlusconi non si è limitato a «patire» ma ha
infilato una serie di leggi per scansare i suoi guai: nullità delle rogatorie
internazionali, riforma del falso in bilancio, legittimo sospetto e «lodo
Schifani» per garantirsi l'immunità totale. Spesso erano le questioni sollevate
nell'aula del processo dagli avvocati del cavaliere che venivano trasformate in
leggi della Repubblica. Come adesso, che l'emendamento blocca processi è stato
scritto direttamente dal suo difensore. Molti giuristi e costituzionalisti e
anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura hanno detto
che si tratta di una norma incostituzionale. Il primo giudizio sulla
costituzionalità di una legge, anche di una legge di conversione di un decreto
com'è in questo caso, è affidato al presidente della Repubblica. Che quindi non
dovrebbe firmarla. Per Berlusconi sarebbe un guaio: sta appunto cercando di
bloccare rapidamente il processo Mills dove rischia una condanna a sei anni per
corruzione in atti giudiziari. Ieri ha detto che gli interessa il principio
generale e che non intende avvalersene, che si farà giudicare. Ma lunedì aveva
detto il contrario, che la legge è fatta anche per proteggerlo da un ingiusto
processo, ed è meglio credere alla versione originale. Anche perché nel
frattempo ha ricusato la giudice di Milano giusto per prendere tempo. Vista la
maggioranza parlamentare che le elezioni hanno consegnato al cavaliere la firma
nelle mani di Napolitano è l'ultimo possibile rimedio a una legge che,
oltretutto, aumenterebbe il caos nei tribunali ed è pessima per le misure che
contiene sulla sicurezza. E' un'arma letale per gli interessi del primo
ministro e forse per questo il presidente della Repubblica è dato per molto
prudente. Dal Quirinale filtra una specie di rassegnazione per le sguaiataggini
del cavaliere. Giorgio Napolitano ha certo in gran cuore la tenuta del «dialogo
» tra maggioranza e opposizione e non farebbe nulla per alimentare lo scontro.
Apprezzabile proposito politico, ma se non limita la funzione di garante della
Costituzione. Dietro l'angolo c'è poi il nuovo «lodo», l'immunità per il
premier e le alte cariche dello stato per tutti i reati, anche quelli compiuti
prima e lontano dal pubblico ufficio. E' questa la soluzione finale:
l'assicurazione che nessun giudice potrà più disturbare. Una legge
evidentemente incostituzionale di fronte al principio dell'uguaglianza. Ma una
legge che riguarderebbe anche il capo dello Stato. Almeno questa, almeno per
questo, presidente, non la firmi. Per aiutare la sinistra le femministe
mettono in fila i no ROMA - Sedici no e un sì. E' la forma singolare di un
«manifesto» che un gruppo di femministe offre «in regalo» alla sinistra, come
un gesto di soccorso e un'apertura di credito e di scambio, e che verrà
presentato e discusso oggi, dalle 10.30 alle 18, nella sala Di Liegro di
Palazzo Valentini (via IV novembre). Del gruppo - denominato «gruppo del
mercoledì» dal giorno delle riunioni, secondo un'antica usanza del femminismo -
fanno parte fra le altre Rosetta Stella, ideatrice del manifesto, Elettra
Deiana, che con Stella firma il testo che introduce all'iniziativa di oggi,
Fulvia Bandoli, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Maria Luisa
Boccia, Stefania Vulterini, Isabella Peretti, Grazia Zuffa: femministe di
diversa collocazione politica (Prc, Sd, senzapartito...), ma accomunate dal
bisogno di cercare - scrivono Stella e Deiana - «un terreno di scambio sulla
crisi della sinistra». Un bisogno maturato già prima della crisi del governo
Prodi, quando erano già evidenti le «pratiche asfittiche e autoreferenziali»
che oggi si riproducono in «una sinistra chiusa nel dibattito fra oligarchie
soprattutto maschili, dove si ripropongono tutti i vizi che l'hanno portata
allo schianto, dove la ristrettezza degli steccati anche discorsivi costringe
ad abusare di parole ormai lise». Una «afasia comunicativa che corrisponde a
insipienza politica», e che è il risultato soprattutto di una «insufficienza»
maschile: la quale però, scrivono Deiana e Stella, «molto ci riguarda, e anche
da vicino». Da qui l'intenzione di mettersi, con il dono del «manifesto», «di
traverso: né a lato, né contro. In un conflitto dove ci possa essere
dialettica», e che valga come richiamo a «essere sinistra in un modo diverso».
La scelta di partire dai no è voluta, «per distinguersi dall'inflazione di
pratiche diffuse orientate alla ricerca della concordia a tutti i costi». Ecco
dunque i sedici no, ai quali chiunque può aggiungerne altri: «No agli Angelus
della domenica. No all'indifferenza per i deboli. No all'indignazione degli
intellettuali schifiltosi. No alla vanagloria degli impotenti. No
all'improvvisazione dell'ultim'ora. No alla malinconia. No a 'io da solo o da
sola ce la faccio meglio', perché non è vero. No a chi decide sulle vite degli
altri. No al 'niente vale la pena tanto i giochi sono tutti già fatti'. No alle
promesse mancate. No agli inganni e alle bugie, che uccidono come e più delle
armi. No all'intelligenza delle bombe. No al male, di più se nascosto nei
sorrisi accattivanti. No alle cose fatte senza piacere. No alla mancanza di
talento. No all'artificio e alla rappresentanza senza anima». E un solo sì, cui
pure altri se ne possono aggiungere: «Al coraggio. Misurato nella lotta. Per
ogni piccolo giorno guadagnato di esistenza libera». Obiettivo Leoncavallo – Luca
Fazio Milano – A Milano, città dove le autoprofezie più nefaste
si avverano prima che altrove, i centri sociali sono in avanzato stato di
decomposizione. Le membra sparse del movimento che fu però continuano a
muoversi appena appena tiepide, segno che forse è ancora prematuro procedere al
complicatissimo esame autoptico, operazione che si sarebbe dovuta fare con più
coraggio diversi anni fa per indagare le cause del progressivo disfacimento.
Un’analisi a freddo, oggi, oltre che impietosa sarebbe ingenerosa, anche perché
il cosiddetto «movimento» milanese sconta una crisi di tipo terminale che
accomuna la sinistra intera, e proprio nessuno può chiamarsi fuori. Allora,
come riparlarne senza farsi troppo del male? Ricominciando dall’inizio, o forse
dalla fine, imboccando la scorciatoia che ci conduce alla porta del centro
sociale simbolo di tutti i centri italiani. Aprirla, significa rievocare un
fantasma: lo sgombero del Leoncavallo. Un film dell’orrore, che forse non
appassiona più. Questa volta però sono cambiati i rapporti di forza tra «buoni»
e «cattivi», ed è mutato lo scenario dove si potrebbe consumare la vendetta di
una destra più subdola di quella fascistoide e primitiva che ha preso Roma.
Quindi, come dicono le parti interessate, l’ipotesi sgombero non è mai stata
così concreta (lunedì, alle 6 del mattino, presidio anti-sfratto in via
Watteau). Non è del tutto ininfluente se il ministro degli Interni, durante la
sua uscita milanese, ha minacciato l’intervento della forza prendendo di mira
un obiettivo così simbolico per l'area antagonista italiana. Ma oggi, quale
parte di città cercherebbe di resistere in difesa del Leoncavallo? Meglio
attendere il non precipitare degli eventi, e non deprimersi cercando risposte
che non si possono nemmeno virgolettare: la definizione più simpatica che
raccogliamo è che ormai il Leo è il circolo di un partitino andato in frantumi.
E il resto? «I centri sociali sono morti», questo dicono di sé i più disposti a
fare autocritica, ma senza esagerare, perché ognuno rivendica una maggiore
progettualità rispetto agli altri. Non si vogliono bene, vecchia storia a
sinistra. Come si è arrivati a questo punto? Sintetizzando: negli anni tutti i
centri milanesi, per dirla con un eufemismo, hanno fatto prevalere le loro
soggettività allontanandosi gli uni dagli altri, e il principale imputato di
ogni involuzione è sempre stato il fratello più grande (in ultima analisi, il
Leo sconta anche l’adesione di Daniele Farina al partito che fu di Bertinotti).
Farina ha il dovere di essere fiducioso. «La cosa peggiore è farsi travolgere
dal pessimismo della ragione, la situazione prima del 1989 (il primo sgombero,
ndr) era simile a quella attuale, pessima, e sono convinto che i centri
milanesi possano ancora fare da ponte per i soggetti in difficoltà. Credo che
ci siano tutti gli elementi per un processo di riaggregazione, anche a partire
dallo sgombero del Leo. Nei momenti di scontro i centri riescono ad esprimere
maggiore visibilità, accadrà di nuovo, oggi siamo davanti a una fase di
caricamento». Già, lo sfratto. La soluzione è nelle mani del comune di Milano.
C’è un’intesa tra gli occupanti e la proprietà dell’immobile (società della
famiglia Cabassi) che prevede la trasformazione dell’area di via Watteau in
spazio pubblico – quindi non più edificabile – a patto che il comune permetta
alla proprietà di traslare su un altro terreno la medesima cubatura
edificatoria, se non altro come risarcimento per aver disinnescato negli anni la
miccia Leoncavallo. Perché Palazzo Marino dovrebbe agevolare la trattativa
anche se con un semplice atto notarile? Forse perché un sindaco scaltro come la
Moratti, con davanti un futuro lastricato di miliardi per l'Expo 2015, è
interessata a mantenere la pace sociale. Altri, invece, sostengono che il
governo sarebbe capace di tutto pur di mortificare anche l’opposizione
extraparlamentare. Questa resa dei conti, se così sarà, non poteva capitare nel
momento peggiore. Non solo per il Leo. Prendiamo in prestito una onesta
dichiarazione di un vecchio leone del movimento, in due parole esprime un
sentimento diffuso: «Una fase si è chiusa, a Milano chi è rimasto ancorato ai
centri è morto di morte naturale, adesso bisogna ricominciare a fare politica
in maniera complessiva, tutta la retorica dei centri ormai è vecchia, dobbiamo
intercettare i veri problemi della popolazione». Ora, stando così le cose,
dobbiamo precisare che le diverse realtà sono ancora attive sul territorio (in
sintesi ne diamo conto nell’elenco che pubblichiamo). Quindi, vista l’aria che
tira, lunga vita a questi soggetti, a prescindere dallo loro preistoriche beghe
interne incomprensibili, e dalle parole d’ordine che faticano ad arrivare a
destinazione: antifascismo militante o disobbedienza, antiproibizionismo o
lotta alla precarietà, liberi saperi o solidarietà a Chiapas e Palestina, sound
system o banchetti di controinformazione. Ognuno ha il diritto di rivendicare
una presunta vivacità e un calendario di iniziative anche meritevoli,ma nessuno
può negare che un eccesso di autoreferenzialità e la palese incapacità di
leggere ciò che accade a Milano - e quindi muoversi di conseguenza - siano la
dimostrazione di una inadeguatezza e di uno scollamento che non possono non far
riflettere. Concretamente. Davanti a un affare colossale come l’Expo, un
solo gruppo di Rho (senza sede perché
appena sgomberato...) si propone con iniziative che raccolgono poche decine di
persone. Di fronte ai rastrellamenti quotidiani di stranieri sugli autobus,
solo per restare alle ultime settimane, quasi tutti hanno dimenticato persino
la buona pratica di prendere carta e penna per scrivere un comunicato.
L’indignazione (per gli assalti agli zingari, per l’arresto nei Cpt fino a 18
mesi, per i militari nelle strade...) rimane alta a Milano, ma resta confinata
in gesti individuali, nello scoramento, non esistono più ambiti collettivi che
riescano a tradurre tutto ciò in azione politica, fosse anche solo simbolica. I
centri sociali erano capaci di questo. Ma oggi, un ragazzo giustamente
arrabbiato, non trova naturale sfogo nella frequentazione di luoghi che un
tempo erano in grado di comunicare e trasmettere senso di appartenenza e
passione. Forse questa ricerca va fatta altrove, forse, per pigrizia, stiamo
solo sbagliando indirizzo. Fine della storia? No. Nulla si crea, nulla si
distrugge. «Forse i nostri figli...», suggerisce chi li ha alle prime classi
delle elementari. Cisl e Uil a favore la Cgil è contraria - Sara Farolfi ROMA - «Non siamo soddisfatti delle scelte del governo. La
Cgil lo dirà nel suo comitato direttivo di lunedì nella misura,
nell'equilibrio, nella forza ma anche con la determinazione di cui siamo
capaci». Corrono distanze siderali, tra i tre sindacati confederali, nel
giudizio sulla manovra finanziaria che il governo, secondo quanto annunciato
ieri dal ministro Brunetta, avrebbe intenzione di approvare in 15 giorni a
ottobre. Cisl e Uil scoccano un indistinto applauso di massima ai ministri
Tremonti, Sacconi e Brunetta. Raffaele Bonanni (Cisl), dalle colonne del
quotidiano di Berlusconi, propone al governo «un patto per la crescita del
paese». «Barricate? Ma quali barricate, consiglio a Epifani di pazientare
qualche giorno per verificare ciò che è scritto e ciò che si dovrà fare»,
suggerisce. E qualche giorno Epifani pazienterà, almeno fino al direttivo della
maggiore confederazione previsto per lunedì e martedì, il primo confronto nel
'parlamentino' Cgil sulla finanziaria, a ridosso tra l'altro dell'avvio della
trattativa con Confindustria sulla riforma del modello contrattuale (martedì).
Ma ieri il giudizio è suonato duro: «Noi non piegheremo la testa di fronte al
tentativo di far regredire i diritti dei lavoratori. Quella che viene
presentata come una scelta per liberare il lavoro - ha detto Epifani - in realtà
è una scelta per liberare l'impresa dalle sue responsabilità». Boccia, il
segretario generale Cgil, le misure di Tremonti («abbiamo chiesto la
restituzione del fiscal drag per dipendenti e pensionati, e l'unica proposta è
la carta per i poveri»), quelle di Sacconi («un elenco impressionante di
interventi che cancellano diritti e tutele») e anche l'atteggiamento di
Brunetta (che tutto vuole legiferare e non contrattare). E conclude: «Prima o
poi dobbiamo riprendere una strada, non quella che ci porta per forza all'uso
del conflitto in sè, ma quella che fa capire che queste battaglia, che
riguardano la generalità del mondo del lavoro, sono battaglie giuste che
puntano a fare progredire il paese». Per Cisl e Uil (e naturalmente
Confindustria), invece, se non è tutto rose e fiori poco ci manca. Emma
Marcegaglia intravede «alcuni segnali che ci piacciono». Bonanni propone un
patto al governo, per redistribuire ogni centesimo in più che arriverà rispetto
alla crescita stimata (lo 0,5% quest'anno, è scritto nel documento di
programmazione economica), plaude ai tagli di spesa di Brunetta - 20 miliardi
di euro in tre anni - e al ticket di 1,33 euro al giorno per 1,2 milioni di
«molto poveri». «Cibo ai poveri, prendendo ai ricchi», aveva detto Tremonti
annunciando il piatto forte della manovra, la «Robin Hood tax». Un obolo che
spaventa a tal punto i bilanci delle società petrolifere da far dichiarare
all'ad di Eni, Paolo Scaroni: «La Robin Hood tax? La sopporteremo, non è
un'incidenza rilevante rispetto ai nostri numeri». Della distanza tra i
sindacati il governo approfitta. «Ho letto con piacere le interviste a Bonanni,
frutto di un buon dialogo che il governo sta instaurando: l'impegno a
redistribuire la ricchezza a lavoratori dipendenti e pensionati, quando il paese
tornerà a crescere, c'è», dice il ministro del lavoro, Sacconi. Ieri Brunetta
ha annunciato che la manovra economica entrerà in parlamento lunedì e sarà
approvata entro l'estate. Obiettivo, arrivare ad «un'asciuttissima finanziaria»
da varare già a ottobre, «in 15 giorni». Il ministero dell'economia ha promosso
la proposta di tagliare l'indennità dei direttori sanitari e amministrativi
delle Asl per evitare i ticket. Sul rinnovo dei contratti pubblici, Brunetta ha
parlato di un tavolo con i sindacati già a luglio: «Ho scambiato con Tremonti
il piano industriale sulla pubblica amministrazione, con le risorse per il
rinnovo del secondo biennio». Come dire, tra 20 miliardi di tagli si troveranno
pure due lire per i contratti. «Una nuova pratica oppositiva» - Loris Campetti «Il governo Berlusconi si muove con una certa abilità e
una buona dose di populismo. Il suo senso di marcia è chiaro: la completa
deregulation del lavoro, in piena coerenza con i processi in atto in Europa».
Gianni Rinaldini disegna un quadro preoccupante, «dentro una fase segnata da
una globalizzazione che crea i problemi sociali e impone persino le risposte»,
mentre un'idea alternativa non è rintracciabile « nella sfera politica né in
quella sindacale». Ne parliamo con il segretario della Fiom dopo l'elezione
della segreteria Cgil, mentre si apre il confronto con Confindustria sulla
riforma del sistema contrattuale e con il governo sulla finanziaria. Berlusconi, Tremonti e Sacconi vanno avanti per la
loro strada in assenza di reazioni proporzionate al livello dell'attacco. Come
giudichi i primi atti del governo? Se guardo al mercato del lavoro,
dai contratti a termine al part time, dalle norme sulle dimissioni alla pretesa
di ripristinare le poche forme di precariato eliminate dal governo Prodi,
prendo atto che Berlusconi riparte dal Patto per l'Italia e dalla legge 30 per
completare la deregolazione del lavoro. Ricordo che la Cgil non si limitò a
schierarsi contro, chiamò alla mobilitazione il paese. Il governo sta già
procedendo alla riforma del sistema contrattuale, prima ancora del confronto
tra sindacati e Confindustria. Le varie iniziative prese dagli ultimi governi
hanno ribaltato la scelta giusta compiuta dal primo Prodi, nel '96, quando
l'Ulivo decise una sovracontribuzione sulle ore di straordinario, per far sì
che all'impresa costassero più del lavoro ordinario. Il secondo governo Prodi,
invece, ha cancellato la sovracontribuzione e quello attuale ha addirittura
defiscalizzato il lavoro straordinario, con il risultato che oggi all'impresa
il lavoro straordinario viene a costare il 20% in meno delle ore ordinarie. E
in Europa il nostro governo, insieme a quello francese, ha cambiato posizione
sul tetto delle 48 ore settimanali, aprendo la strada a un eventuale voto di
Strasburgo che allungherebbe ad libitum l'orario di lavoro. Non mi sembra che la risposta sindacale, in Italia e
in Europa, abbia mostrato la volontà di bloccare questo processo... Noi
abbiamo chiesto alla Ces (Confederazione europea dei sindacati, ndr), che si è
espressa contro lo sfondamento del tetto delle 48 ore, di organizzare una
grande manifestazione prima del voto del Parlamento europeo. Non dobbiamo
pensare soltanto alle normative dei paesi dell'Ue ma anche al messaggio che
mandiamo a livello globale. Questa settimana in Brasile si è tenuto il
Consiglio mondiale dell'auto, e la notizia dell'accordo tra i ministri europei
è caduta come un macigno sulla testa di chi, come i lavoratori brasiliani, si
sta battendo per conquistare il contratto nazionale e le 40 ore. Mi hanno
detto: «se da voi va così, che fine possono fare le nostre battaglie?». Torniamo al governo italiano e alla pratica
dell'obiettivo nella riforma del sistema contrattuale. La
detassazione del premio di produttività va in direzione opposta alla necessità
di utilizzare tutte le risorse disponibili per intervenire a favore dei salari,
a partire dai più bassi: si utilizza la leva fiscale per un intervento mirato
all'aumento dell'orario e per limitare la contrattazione al salario varabile.
Così gli aumenti di salario, per chi potrà usufruirne, verranno pagati dalla
collettività con il fisco e dai lavoratori con un aumento e un'intensificazione
delle ore lavorate. Il confronto con la Confindustria, dunque, non può
prescindere dall'azione del governo. Aggiungo che l'idea di federalismo che
avanza si trascina il tentativo di regionalizzare i contratti, ripristinando in
qualche modo le gabbie salariali. Insisto:
vedi risposte adeguate, sia sul versante politico che su quello sociale? No,
vedo solo sconcerto e depressione. Dobbiamo ricostruire una pratica oppositiva
a questi processi. C'è un'offensiva a tutto campo della destra e dell'impresa
che tiene insieme la globalizzazione e la sua risposta sul terreno della
sicurezza. Fatica a farsi spazio un'idea alternativa di globalizzazione che
vada oltre la denuncia. Gli aggiustamenti dell'opposizione dentro lo schema
della globalizzazione liberista porta alla depressione. Emerge forse un segnale diverso dalla discussione
nella Cgil? Il processo che ha portato all'elezione della nuova
segreteria evidenzia un deficit strategico di fondo, rimuove la domanda: quale
Cgil nella globalizzazione? Il congresso di due anni fa, piegato sulla
contingenza politica e sulla scommessa sul governo Prodi, non l'ha affrontata.
Penso personalmente che quel congresso è finito, si apre una fase nuova sapendo
che il tentativo padronale e della destra di riformare il sistema contrattuale
punta al ridisegno del profilo stesso del sindacato. Il congresso di due anni
fa è finito, così come il gruppo dirigente che ne era scaturito. Una nuova
articolazione del gruppo dirigente dovrà passare attraverso una discussione di
merito, facendo pulizia delle chiacchiere sul «rinnovamento» a prescindere dal
merito. E' una richiesta di congresso
straordinario? E perché, date le critiche di merito e di metodo della Fiom alla
confederazione, avete votato a favore della nuova segreteria? Dico
soltanto che è necessario accelerare i tempi del congresso, dove misurare anche
l'articolazione delle diverse posizioni. Il voto in direttivo è coerente con la
critica che avanziamo sulla mancata discussione sul futuro della Cgil e sulle
scelte strategiche. A questo punto è doveroso che il segretario si assuma la
responsabilità di scegliere una segreteria che conduca a un congresso vero e
libero. Io ho preso atto della segreteria proposta, esprimendo una valutazione
negativa su alcune scelte, come quella di Susanna Camusso di cui si parla come
della futura segretaria generale. Stupro? «Arma di guerra» - Junko Terao «In guerra, a volte, è più pericoloso essere una donna che
essere un soldato». Marianne Mollman, Human Rights Watch, che ha definito
«storica» la risoluzione 1820, che condanna lo stupro come arma di guerra,
approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, dice una verità
dimostrata dai fatti. Nei conflitti più recenti - a partire dalla
ex-Yugoslavia, passando per il Rwanda, la Sierra Leone, la Liberia, la
Colombia, il Perù, per arrivare fino all'Iraq e all'Afghanistan - la violenza
su donne e bambine è stata usata sistematicamente come vero e proprio strumento
di terrore per punire, umiliare e dominare i civili e distruggere le comunità o
i gruppi etnici. Questa risoluzione, proposta dagli Stati uniti, sostenuta da
30 paesi - tra cui l'Italia - e approvata ieri all'unanimità dai 15 membri del
Consiglio di sicurezza, segna un cambio di prospettiva fondamentale: lo stupro
non è un effetto della guerra, ma un'arma usata da chi la guerra la fa. Una
vera e propria tattica bellica, impiegata da criminali rimasti spesso impuniti.
Fino ad ora, infatti, la violenza sessuale sulle donne era per lo più
considerata come un' inevitabile, per quanto terribile, conseguenza dei
conflitti armati. E' dall'istituzione dei tribunali criminali internazionali
per l'ex-Yugoslavia e per il Rwanda che le cose hanno cominciato a cambiare e
molti colpevoli sono stati condannati per l'uso dello stupro come strumento di
genocidio, tortura e crimine contro l'umanità. Un rischio, quello a cui sono
esposte le donne nelle zone di guerra, che spesso continua anche dopo la fine
del conflitto: sono in molte, infatti, a dover subire violenze nei campi
profughi o ad essere discriminate nei programmi di ricostruzione. Come in
Afghanistan, per esempio, dove la fine della guerra non ha determinato un
aumento nella partecipazione delle donne alla vita pubblica. In particolar modo
per quelle che vivono fuori dalla capitale, la caduta dei Talebani non ha
portato a un miglioramento della loro condizione di sicurezza, e il risultato è
la loro esclusione dall'esercizio dei loro diritti fondamentali e dalla
ricostruzione del paese. O in Iraq, dove buona parte della popolazione
femminile vive ancora segregata in casa per paura delle violenze. Anche per
questo, la risoluzione 1325, approvata nel 2000, con cui si riconosceva il
ruolo fondamentale delle donne nei processi per la costruzione della pace e
della sicurezza, ha avuto diverse carenze nella sua messa in atto. Da allora un
gruppo di ong - una ventina di associazioni che si occupano di diritti umani in
generale o di violenza contro le donne - ha lavorato sul tema «donne, pace e
sicurezza», facendo lobby sui governi perché si arrivasse, ieri, ad un'
approvazione della risoluzione col più ampio consenso possibile. Riccardo
Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International - che faceva
parte del gruppo di lavoro - esprime «soddisfazione per il fatto che anche il
Consiglio di sicurezza si occupi di un tema già dibattuto in molte sedi,
riconoscendo che fermare la violenza sulle donne è fondamentale per la
costruzione della pace». Dal punto di vista giuridico non cambierà molto, ma,
secondo Noury, «gli effetti della risoluzione si tradurranno - sul piano della
prevenzione - in maggiore attenzione sul campo e in un aumento della
collaborazione delle ong nel meccanismo di reporting delle violenze registrate
alle agenzie dell'Onu». Inoltre, «adesso che l'organo più influente dell'Onu
individua lo stupro come tattica di guerra, i governi saranno più
condizionati». Nel testo della risoluzione non mancano le ombre, «per esempio -
sottolinea Noury - manca l'istituzione di un meccanismo specifico di
monitoraggio del fenomeno e di un supervisore speciale», ma nel complesso sono
molti i punti che le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani hanno
trovato soddisfacenti: come il riferimento alla necessità del coinvolgimento
delle donne, a livello decisionale, nello sviluppo di meccanismi di prevenzione
e risoluzione dei conflitti, di mantenimento della pace e della sicurezza e di
peace-building a fine conflitto. O la richiesta che il segretario generale Ban
Ki-moon stenda, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle situazioni di
conflitto armato in cui la violenza sessuale è stata ampiamente e
sistematicamente perpetrata contro i civili. Un documento che contenga, tra le
altre cose, delle proposte di strategie per limitare l'esposizione di donne e
bambine a tali violenze; che fissi dei riferimenti per misurare i progressi
nella prevenzione della violenza sessuale; che fornisca informazioni sulle azioni
intraprese dalle parti in causa nei conflitti per rendere effettive le loro
responsabilità, in particolare ponendo immediatamente e completamente fine a
tutti gli atti di violenza sessuale e prendendo misure appropriate per
proteggere donne e bambine. Un ultimo punto degno di nota è la richiesta di
rafforzare la «tolleranza zero» verso gli abusi sessuali da parte del personale
Onu, finito in più occasioni sotto accusa. Franco Tiratore - Guido Ambrosino BERLINO - Quanto vale la parola del ministro degli esteri
Franco Frattini? Il 17 giugno a Berlino aveva rassicurato i rappresentanti
della stampa italiana: «Sulla questione degli indennizzi per i sopravvissuti al
lavoro coatto nella Germania nazista, sentiremo il parere delle loro
organizzazioni». Invece, sparando alle spalle agli interessati con
un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, pubblicata ieri dal quotidiano tedesco,
il Franco tiratore rinuncia a ogni risarcimento: anche al simbolico compenso di
2500 euro, che pure la Germania ha pagato, sulla base di una legge del 2000, ai
forzati di altri paesi. La Süddeutsche annuncia in prima pagina: «Roma appoggia
Berlino nella controversia sugli Zwangsarbeiter», il termine tedesco per
lavoratori coatti. E riassume l'intervista nei termini seguenti: «Il ministro
degli esteri italiano Franco Frattini suggerisce, al posto di un risarcimento
in denaro, la costruzione di un monumento. Secondo Frattini, agli interessati
non servirebbe un compenso di poche migliaia di euro. Il ministro degli esteri
italiano condivide quindi la posizione del governo tedesco, che respinge tali
richieste. L'Italia - così Frattini - non vuole creare difficoltà a Berlino, ma
aiutare a risolvere un problema». Martedì scorso, dopo un incontro col ministro
degli esteri Steinmeier nella capitale tedesca, Frattini aveva dato notizia
della creazione di un gruppo di lavoro bilaterale «per risolvere» l'annosa
controversia sugli indennizzi negati. Ora apprendiamo che gli esperti dovranno
invece metterci una pietra sopra, magari un cippo marmoreo. Sulla via della
sciagurata intesa alle spalle degli Zwangsarbeiter c'è però un ostacolo:
l'ordinanza con cui il 4 giugno la corte di cassazione, confermando una sua
sentenza del 2004, ha stabilito la legittimità delle richieste di risarcimento
avanzate da ex deportati civili e internati militari italiani, tutt'ora
pendenti davanti ai tribunali di diverse città italiane. Per i giudici delle
sezioni unite civili, la Repubblica federale tedesca non si può trincerare
dietro il principio dell'«immunità» statale che, secondo una vecchia
tradizione, metteva in passato gli stati al riparo da richieste di risarcimento
presentate da persone private. Secondo l'ordinanza 14201/08 tale immunità cessa
di fronte a gravi crimini di guerra e a crimini contro l'umanità, «che segnano
anche il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità». Non c'è
dubbio che la coazione a lavoro, nelle condizioni di prigionia dei lager
nazisti, sia stata un crimine contro l'umanità. Joachim Lau, avvocato tedesco
che esercita la professione a Firenze e che da anni si batte per i diritti
degli ex deportati, riassume quella tragedia in un elementare dato statistico:
«Secondo le stime più recenti, i deportati avviati al lavoro coatto da tutta
Europa furono 18 milioni. Di questi solo 7 milioni tornarono a casa, 11 milioni
sono morti nei lager». Cosa pensa Frattini della giurisprudenza della corte di
cassazione? «Ritengo pericolosa questa sentenza», risponde il ministro alla
Süddeutsche. Vi vede infatti un rischio per «la sicurezza del diritto». Si badi
bene: non la sicurezza dei cittadini a vedere punite e risarcite le violazioni
loro inflitte. Ma la sicurezza del «diritto» degli stati a far quel che gli
pare, sapendo che semmai dovranno renderne conto a altri stati, ma non alle
individuali vittime della loro violenza. Il nuovo principio di responsabilità
civile, stabilito dalla Corte di cassazione, vale per tutti gli stati. Quindi,
ricorda giustamente (e maliziosamente) l'intervistatore Stefan Ulrich,
corrispondente della Süddeutsche da Roma, anche per i crimini commessi
dall'Italia fascista nei Balcani, in Libia, in Etiopia. Può riguardare anche,
aggiunge da Firenze l'avvocato Lau, controparte della Germania nei giudizi in
cassazione, l'uso di munizioni all'uranio in Kosovo, oppure le bombe al fosforo
gettate dagli Usa sulla città irachena di Falluja. L'intervistatore propone a
Frattini che Italia e Germania chiedano di comune accordo un parere alla corte
di giustizia internazionale dell'Aia, nella speranza - non si sa quanto fondata
- che ne venga una tirata d'orecchi per la nostra Corte di cassazione. Il
nostro ministro si dice «aperto» a una simile soluzione. Dall'ufficio giuridico
del ministero degli esteri tedesco confermano che proprio questa è la «via» che
si intende percorrere: la richiesta consensuale di un «parere consultivo». Del
resto non sembra che la Germania possa citare in giudizio l'Italia senza
l'esplicito assenso del nostro governo. È vero che i paesi europei hanno
firmato nel 1957 una convenzione che li impegna a sottoporsi alla giurisdizione
dell'Aia in caso di controversie, ma solo su questioni successive alla data di
ratifica. Anche per la richiesta di un parere consultivo, l'avvocato Lau vede
una difficoltà: «La premessa è che tra gli stati ci sia un conflitto. Visto che
Frattini si dichiara d'accordo col governo tedesco nel respingere le pretese
degli ex internati e nel tutelare sempre e comunque l'immunità degli stati, il
conflitto dov'è?». Il senso politico dell'intervista di Frattini è gravissimo.
Il ministro accetta un patto d'omertà tra le ex potenze dell'Asse fascista per
"chiudere» il capitolo delle guerre passate, presenti e future. A tal fine
prende le distanze dai cittadini italiani, ex internati militari e deportati
civili, che hanno citato in giudizio lo stato tedesco e chiedono un
risarcimento. Sposa anzi le ragioni della controparte, come se fosse ministro
del re di Prussia. Inoltre denuncia come sovvertitori dell'ordine giuridico
internazionale i giudici della cassazione. Ora, sebbene siamo orami abituati a sentir
dichiarare pazzi i giudici, crediamo che la costituzione repubblicana continui
a imporre al governo di rispettare le sentenze del potere giudiziario. Può un
ministro brigare, insieme al governo tedesco, per aggirare il verdetto della
cassazione con un inciucio all'Aia? Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa Giorgio
Napolitano, presidente della repubblica e del consiglio superiore della
magistratura. E cosa ne pensa l'opposizione in parlamento, se ancora c'è. Liberazione – 21.6.08 Il Congresso che vorremmo... – Piero
Sansonetti Abbiamo discusso molto, in riunione di redazione, ieri
mattina. Del congresso di Rifondazione comunista. E del modo nel quale a noi
tocca parlare di questo congresso. La discussione è partita da due fatti. Primo
fatto: alcuni giornali (essenzialmente Repubblica e l'Unità , con articoli
scritti da Umberto Rosso e Simone Collini, due colleghi in genere molto
scrupolosi e informati) ieri parlavano di uno scontro feroce aperto all'interno
del partito sulle procedure congressuali, sul conteggio delle tessere,
sull'ammissione o meno dei nuovi iscritti. E accennavano addirittura al rischio
di un ricorso in tribunale o di una scissione prima ancora del congresso di
Chianciano (24-27 luglio). Secondo fatto: Liberazione è il giornale del Prc e
dunque ha l'obbligo di una certa oggettività ed equidistanza nel riferire del
Congresso, e in qualche modo deve garantire qualcosa di simile alla par
condicio che, in tempi elettorali, è richiesta alla Tv pubblica. Attorno a
queste due questioni si sono affastellati molti interrogativi. Ne elenco
alcuni: un giornale, anche se è un giornale di partito, può o non può accettare
censure e autocensure? I nostri lettori hanno diritto o no ad una informazione
completa su quello che succede, anche se questo rischia di poter apparire non
equidistante (oltretutto il punto di equidistanza dai cinque lati di un
poligono irregolare, credo che non esista...)? Un giornale che, da sempre - per
sua natura incorreggibile - fornisce ai lettori il proprio punto di vista, la
propria analisi, può restare in assoluto silenzio, fingendosi distratto o privo
di pensiero, di fronte a fatti, avvenimenti, conflitti che riguardano da vicino
il futuro della sinistra? E poi la domanda delle domande: è utile un congresso
che non sia in grado di parlare al popolo di sinistra, indicargli priorità,
scadenze, agende di lotta, idee con le quali cercare di immaginare la società,
analizzarne le storture, individuare il modo di correggerle? E' utile un
congresso rannicchiato su se stesso, tutto teso alla conta, preoccupato solo
della definizione del gruppo dirigente, e che impone quasi una sospensione
della politica - dell'impegno, della mobilitazione, delle alleanze, della
discussione vera - mentre nel paese, e in Europa, vengono a maturazione
processi drammatici di ristrutturazione sociale, politica, e dello spirito
pubblico, che stanno trasformando in senso reazionario e autoritario tutta la
società, le relazioni tra le persone, il mondo del lavoro, i criteri essenziali
della civiltà? Ieri Pietro Ingrao ha rilasciato una intervista al Corriere
della Sera nella quale ha sostenuto, essenzialmente, quattro cose. Prima:
Veltroni ha fatto bene a rompere con Berlusconi, ma lo ha fatto un po' tardi.
Seconda: D'Alema deve indicare quale progetto di società ha in mente, e non si
decide a farlo. Terza, Berlusconi sta realizzando una svolta reazionaria,
Berlusconi non è il nazifascismo, e dunque per opporsi a Berlusconi è sbagliato
chiamare alla lotta antinazista ma bisogna invece attrezzarsi a una strategia
per ribaltare la sua svolta reazionaria e di destra. Quarta, la questione
essenziale che sta di fronte al congresso di Rc non è la scelta tra Vendola e
Ferrero, ma la definizione di una idea e di un volto nuovo per la sinistra
italiana. In genere, nelle nostre discussioni alla riunione di redazione, si
delineano due o tre opinioni diverse - anche perché tra di noi vivono molte
«anime» della sinistra - che talvolta trovano una sintesi e una mediazione,
talvolta no. Ieri invece avevamo tutti la stessa opinione: eravamo d'accordo
con l'analisi di Ingrao ed eravamo convinti che il giornale non può assumere di
fronte al congresso un atteggiamento assente. Allora andiamo ad esaminare le
singole questioni. La prima riguarda le liti sui modi di svolgimento del
congresso. E' logico, in parte, che avvengano. E' un congresso molto difficile,
teso, dall'esito incerto, con varie mozioni che si scontrano, due delle quali
appaiono più consistenti delle altre e sono in lotta per la leadership, cioè
per la conquista della maggioranza. Qualche tensione è normale. Qualche
contestazione. Però cerchiamo che questo aspetto non prevalga su tutti gli
altri e possibilmente evitiamo che diventi «il messaggio» che si manda
all'esterno. Mi pare francamente abbastanza improbabile che qualche gruppo di
Rifondazione comunista stia cercando di comprare voti o pacchetti di iscritti,
come capitava una volta ai congressi della Dc. Se non altro per il semplice
motivo che non avrebbe né denari né potere con i quali «pagare» l'acquisto.
Giusto? Allora è possibile chiedere a tutti, ai dirigenti di tutte le mozioni,
di adoperarsi perché i congressi si svolgano con serenità, discutano delle
grandi questioni politiche che abbiamo davanti, chiamino alla partecipazione,
cerchino di rivolgersi al popolo e di mettere in moto nuovi processi politici,
nuovi dialoghi, nuove battaglie. Non mi pare che esista tra le mozioni che si
sfidano al congresso un dissenso su questa necessità. Non mi sembra che nessuno
proclami la necessità di chiuderci in noi stessi, come gli struzzi, e aspettare
che la bufera passi. E' improbabile che la bufera passi da sola. E non vedo
all'orizzonte molte forze che abbiano in mente un progetto per opporsi alla
restaurazione che sta dilagando in Italia e in Europa. E' nostro compito, o no,
porci il problema di affrontare questo frangente storico, e assumere un ruolo
da protagonisti? Tutto qui. Se poi succede che durante lo svolgimento del
congresso molta gente si avvicina al partito e chiede di iscriversi, meglio così.
Vuol dire che ancora rappresentiamo qualcosa, che abbiamo delle speranze. E poi
c'è una seconda domanda che vorrei fare ai dirigenti di tutte le mozioni: è
possibile stroncare sul nascere ogni discorso sulla scissione? Scissione di
che? E in nome di che cosa, sulla base di quale inconciliabile rottura nella
prospettiva politica? L'amore per la scissione è stato il grande male del
movimento operaio e della sinistra nel secolo scorso. Allora però si scindevano
grandi partiti, grandi movimenti, gigantesche organizzazioni sindacali, e lo
facevano sulla base di diversità profonde sulle opzioni fondamentali della
politica e del progetto do società. E tutto questo, forse, era una
giustificazione, seppure piccolissima. Oggi non ci sarebbe nessuna piccolissima
giustificazione. Verso Chianciano, febbre nel Prc. I
sospetti, le accuse, i veleni... Angela Mauro A circa un mese dal congresso, sale la temperatura del
dibattito interno al Prc. Accuse reciproche, dubbi sul tesseramento, ipotesi di
ricorsi in tribunale, scenari di scissione addirittura ancor prima dell'assise
nazionale di Chianciano (24-27 luglio). E' il quadro che emerge dalle pagine di
noti quotidiani nazionali come Repubblica e L'Unità , che ieri hanno pubblicato
due articoli sull'argomento. Un quadro drammatico che allarma i diretti
protagonisti dello scontro interno, concentrato in particolare tra la
"mozione uno", quella di Ferrero-Grassi, e la "mozione
due", Vendola-Giordano. Ufficialmente tutti invitano ad abbassare i toni
del dibattito, a «non distruggere la casa comune», a scongiurare rischi di
scissione per non finire nella nicchia di «due partiti satelliti del Pd».
Tutti. Ma al tempo stesso continua lo scambio di accuse. In sostanza, i
ferreriani denunciano un «tesseramento artefatto», gonfiato da iscritti
«dell'ultimo minuto» per inquinare il congresso del partito. Accuse ritenute
inaccettabili dai vendoliani, che rivendicano la semplice applicazione del
regolamento approvato all'ultimo comitato politico nazionale. Nervi e tensione
per il momento si annodano in alcune città in particolare, quelle dove le
"bombe" interne sono già scoppiate. Prendiamo il caso di Arezzo. Qui
l'accusa dei ferreriani è che «un'intera sezione» di Sinistra Democratica sia
passata a Rifondazione per dar man forte ai vendoliani, che hanno poi vinto il
congresso cittadino. Accusa Alfio Nicotra , aretino doc e attualmente
segretario regionale in Lombardia, che «a un certo punto del congresso, si sono
presentate una cinquantina di persone mai viste prima, che non hanno mai partecipato
ai dibattiti interni, nè alla stesura delle mozioni. Hanno votato e poi se ne
sono andate. Una modalità in stile primarie del Pd che non ha niente a che
vedere con la cultura di Rifondazione. Tra di loro, c'era gente che ha davvero
partecipato attivamente alle primarie del Pd, votando per la Bindi: che
c'entrano con il Prc?». «Falso», replica il segretario della Federazione di
Arezzo, Marco Paolucci , vendoliano. «Su 49 nuovi tesserati, solo uno era
iscritto a Sd l'anno scorso e tra l'altro non ha nemmeno votato per Vendola, ma
per la mozione 5», la Russo-De Cesaris. «Non ce ne sono altri, sono pronto a
scommettere. I nuovi tesserati sono tutti giovani, indipendenti». In ogni caso
- e almeno su questo Nicotra e Paolucci concordano - sarà la commissione
provinciale a verificare se tra i nuovi iscritti ci siano persone con doppia
tessera. Al momento, il congresso non è annullato, ma la questione è
evidentemente aperta. Da parte sua, il coordinatore regionale di Sd Toscana,
Giuseppe Brogi , che è di Arezzo, è basito: «Un'intera sezione sarebbe passata
al Prc? Magari ad avercela: in città abbiamo una trentina di iscritti che non
sono organizzati con una sezione...». Getta acqua sul fuoco il segretario
regionale di Rifondazione Nicolò Pecorini : «Per fortuna Arezzo è un'eccezione.
Nel resto della Regione il clima non è così teso...». Ma Nicotra parla di
passaggi formali che sarebbero stati saltati. «Da statuto, le nuove domande di
iscrizione devono essere prima vagliate dal direttivo di circolo. Non ci risulta
che sia stata rispettata la procedura». Paolucci: «Non è vero, il direttivo ha
vagliato e in ogni caso ha solo il potere di respingere le domande di chi ha un
passato in organizzazioni fasciste o è colluso con la criminalità: non prevede
esami del dna...». Nicotra però fa un discorso più generale e riferisce le
accuse pure a quanto accaduto a Brescia. Anche qui lo scontro è al calor
bianco. La questione è sempre la stessa: boom di tesseramenti all'ultimo
minuto. Tanto che adesso l'accordo raggiunto per fare chiarezza è che la
commissione federale per il congresso sentirà i segretari di circolo per
acquisire informazioni sui nuovi iscritti. E saranno i segretari di circolo a
interrogarli uno per uno. «Vogliono sapere chi sono e perchè alcuni di loro non
sono iscritti nel circolo di residenza», spiega la segretaria provinciale del
partito a Brescia, Gianna Baresi , vendoliana. «Accettiamo la sfida, non
abbiamo nulla da temere, ma mi chiedo: qui davanti a me, mentre parlo al
telefono, ho un operaio della Beretta. E' residente a Brescia, si vuole
iscrivere ma nel suo quartiere non c'è un circolo del Prc. Da quale segretario
di circolo lo mando?». E poi c'è il caso di Massafra, in provincia di Taranto,
dove i vendoliani - che hanno vinto il congresso - accusano i ferreriani di non
aver consentito ad alcuni operai precari di votare, sebbene siano arrivati in
ritardo solo perchè di turno in fabbrica. «Una violazione del regolamento»,
dice il segretario regionale Nicola Fratoianni . «Accuse strumentali, hanno
pure vinto...», è la replica dei ferreriani. Fratoianni allarga il campo del
ragionamento. «Ci accusano sui nuovi tesseramenti, ma noi non facciamo che
applicare il regolamento secondo cui possono votare gli iscritti 2008 che
abbiano preso la tessera dieci giorni prima dei congressi di circolo e gli
iscritti 2007 che l'abbiano rinnovata prima del congresso». «E' una questione
di etica politica, non di procedure», ribatte Nicotra. Se vai a Bologna trovi
un altro focolaio di polemiche. I vendoliani lamentano lo spostamento
all'ultimo momento dell'orario e della sede di svolgimento del congresso del
Circolo Migranti, il che avrebbe reso più difficoltosa la partecipazione degli
iscritti. Falso, è la risposta dell'ufficio stampa della "mozione
uno", «erano italiani che volevano votare lì. Se è per questo, potremmo
dire che a Lecco e Firenze la mozione due non ha permesso a operai e ferrovieri
di votare, solo perchè arrivati in ritardo...». Il clima è questo. Tanto che
l'ex ministro Paolo Ferrero , ieri in serata, diffonde una lunga nota per
denunciare gli «schizzi di fango» e le «anonime veline ai giornali». E
continua: «Nemmeno la Lega nord, in due anni di governo, mi aveva attribuito
tante nefandezze, come l'accusa di non voler far votare i nuovi iscritti o gli
operai della Fiom o i migranti. Temo che gli schizzi di fango servano solo a
distruggere la stessa possibilità di convivenza e futuro di una comunità
politica, quella del Prc, che invece va difesa e preservata contro ogni
attacco, esterno o interno». Infine, la proposta ai vendoliani di rispettare
una «minima regola di costume e moralità della politica e cioè che quando si
attacca, lo si faccia con la propria faccia e in modo trasparente». I
vendoliani ribattono a stretto giro. «Prendiamo atto con sincero piacere della
volontà di non contrastare il diritto al voto dei nuovi iscritti nel corso del
nostro congresso», si legge in una nota. Ma «a livello locale gli episodi
denunciati, non con veline ma con un comunicato firmato dal coordinamento della
mozione, e ripresi da alcuni giornali si sono purtroppo verificati e sono
facilmente accertabili e documentabili». L'auspicio è che «d'ora in poi ci sia
un atteggiamento diverso, sia a livello locale che nazionale. Siamo tutti
decisi a fare il possibile per garantire una dialettica congressuale nei limiti
dello scontro politico anche aspro. Non possiamo però nascondere che alcuni
episodi, come la riunione di tutte le mozioni ad eccezione della nostra che si
è tenuta oggi (ieri, ndr.) presso la direzione del partito e che i partecipanti
hanno cercato poi di tenere rigorosamente segreta». Per martedì prossimo i
vendoliani vorrebbero tenere una riunione dei primi firmatari di tutt'e cinque
le mozioni congressuali. «Ho ricevuto la lettera di invito, per quanto mi
riguarda io ci sarò», assicura Maurizio Acerbo della "mozione uno".
«Bisogna fare di tutto perchè il partito esca vivo da questa vicenda»,
aggiunge. Ma non è ancora chiaro se l'incontro si terrà. Scissione prima del
congresso, attraverso un percorso fatto dell'annullamento dei congressi di
circolo e ricorsi in tribunale che a quel punto vanificherebbero l'assise di
Chianciano? «Dobbiamo fermarci tutti - esorta pure Nicotra - e fare ricorso al
senso di responsabilità». «Evitiamo di costruire polemiche sul tesseramento,
producono solo disastri», sottolinea Fratoianni. In un faccia a faccia tra l'ex
segretario Franco Giordano e Ferrero, pochi giorni fa, i vendoliani hanno
aperto alle verifiche sui nuovi tesserati, ma se poi si scopre che appartengono
a circoli Arci - per dire - da sempre al fianco del Prc nelle mobilitazioni
sociali? Che si fa? «Secondo me, il congresso lo devono decidere gli iscritti
di Rifondazione. Serve senso della misura, non si possono usare posizioni di
potere locale per fare tessere...», dice Acerbo. Wall Street, l'Fbi lancia l'offensiva.
«Per restituire credibilità al mercato» - Martino
Mazzonis Arresti politici. Viene quasi da ridere ma è proprio così.
Ralph Cioffi e Matthew Tannin, i due manager della Bear Stearns arrestati
nell'ambito della maxi indagine dell'Fbi sulle frodi perpetrate ai danni dei
piccoli investitori alla vigilia della crisi dei mutui subprime, così come gli
altri 400 arrestati nell'operazione «Mutuo malvagio», sono finiti in carcere
perché è ora di restituire fiducia ai mercati. Lo ha spiegato il vice
procuratore generale Mark Filip durante la conferenza stampa: «Le due inchieste
sono pensate per far tornare stabilità e fiducia nel mercato del credito e in
quello immobiliare». E se coloro che ti propongono di investire non ti dicono la
verità, non c'è molto da avere fiducia. E così Washington, o meglio il Federal
Bureau of Investigation , ha deciso di fare pulizia. Un po' in ritardo, certo,
quando il vento della finanza tirava nessuno si è alzato per denunciare i
pericoli della bolla speculativa. Anche se i principali strumenti di
informazione economica e un poco di razionalità avrebbe potuto avvertire la
politica. I due manager di quella che fu una delle principali banche di
investimenti americane, sono accusati di aver mentito agli investitori e alle
banche sulla situazione dei fondi di investimento che gestivano. Gli
investigatori hanno rintracciato una serie di e-mail della primavera 2007 nelle
quale i due si scambiavano commenti preoccupati sulla qualità della baracca
finanziaria che gestivano («Ho paura per quei mercati», «Credici o meno ma ho
convinto la gente a metterci altri soldi», «Dovremmo chiudere questi fondi»),
mentre nelle relazioni agli investitori raccontavano una realtà diversa. In un
caso, uno dei due convinse un investitore istituzionale che voleva ritirare
diversi milioni per spostarli altrove raccontando di aver appena messo 8
milioni dei suoi su quel fondo. Una bugia: prima che le cose peggiorassero i
soldi di Cioffi erano piazzati su cavalli più sicuri. Il gioco delle banche era
quello di far crescere il valore di fondi prestando soldi alle banche
immobiliari che facevano mutui a chiunque. Quando le persone indebitate hanno
smesso di pagare le rate del mutuo, il gioco si è inceppato, e chi aveva fatto
credito alle banche immobiliari è finito con il muso per terra. La Bear Stearns
è forse la banca di investimenti più scoperta. Tanto che non è bastato
l'intervento della Federal reserve a salvarla ed è stata acquistata sotto costo
dalla JP Morgan. La difesa dei due manager è semplice: «Siamo capri espiatori».
«Il mio assistito - ha detto uno degli avvocati di Cioffi - ha l'unica colpa di
essere manager del primo fondo ad aver perso soldi in quella quantità a Wall
street. Poi hanno perso soldi allo stesso modo». Un argomento sensato, ma gli
arresti per frode, ha spiegato il direttore dell'Fbi Mueller, sono 400. Le
inchieste sono separate perché in alcuni casi ci sono semplici operatori del
settore immobiliare che truffano famiglie indebitate approfittando della crisi
dei mutui subprime e in altri manager che mentono agli investitori sulla tenuta
dei fondi che gestiscono o approfittano di informazioni riservate per tentare
operazioni spericolate in borsa. I due manager, dunque, sono semplicemente i
personaggi più famosi di un sistema che tollerava la truffa ai danni degli
investitori. E che, in questa forma, ha smesso di funzionare. Tra i 400
arrestati infatti non ci sono solo grandi gestori di fondi di investimento.
Quelli dell'Fbi sono convinti che le frodi sui mutui siano in aumento anche
grazie alla crisi dei subprime. Prestatori di soldi nel settore immobiliare
pronti ad intervenire e a truffare famiglie già nei guai ce ne sono molti,
hanno spiegato gli investigatori. Il quadro complessivo è deprimente e
l'impressione è che le autorità giudiziarie siano arrivate tardi a fare il
lavoro che spettava a quelle monetarie e di Borsa. Oggi, in piena crisi del
mercato immobiliare e finanziario, ogni volta che una banca di investimento
diffonde dati relativi all'andamento dei propri affari, Wall street scivola
verso il basso. Ieri un investitore ha citato in giudizio i manager della
Lehman brothers per aver male informato i propri clienti sugli investimenti nel
mercato dei subprime. Se un solo investitore-consumatore dovesse vincere una
causa del genere, sarebbero guai grossi. Proprio ieri, il Fondo monetario
internazionale ha suggerito alle autorità americane di prevedere più controlli
nei confronti delle banche di investimento e dei fondi e di accentrarli presso
la Federal reserve. Fino ad oggi, infatti, i controllori erano diversi e i
controlli relativi. Questo ha consentito alla Bear e a molte altre banche di
vendere patacche. Lo stesso segretario al Tesoro, Paulson, due giorni fa era
tornato a proporre l'idea che la Banca centrale statunitense venga dotata di
maggiori poteri ispettivi e di intervento. Repubblica – 21.6.08 Il morso del Caimano -
CURZIO MALTESE È un po' ingenuo, anzi molto, stupirsi che Berlusconi sia
tornato Caimano. Se esiste una persona fedele a se stessa, oltre ogni umana
tentazione di dubbio o di noia, questa è il Cavaliere. Era così già molto prima
della discesa in politica, con la sua naturale carica eversiva, il paternalismo
autoritario, l'amore per la scorciatoia demagogica e il disprezzo irridente per
ogni contropotere democratico, a cominciare dalla magistratura e dal
giornalismo indipendenti, l'insofferenza per le regole costituzionali, appresa
alla scuola della P2. Il problema non è mai stato quanto e come possa cambiare
Berlusconi, che non cambia mai. Piuttosto quanto e come è cambiata l'Italia,
che in questi quindici anni è cambiata moltissimo. In parte grazie all'enorme
potere mediatico del premier. Ogni volta che Berlusconi ha conquistato Palazzo
Chigi ha provato a forzare l'assetto costituzionale e per prima cosa ha
attaccato con violenza la magistratura. Lo ha fatto nel 1994 con il decreto
Biondi, primo atto di governo; nel 2001, quando i decreti d'urgenza sulla
giustizia furono presentati prima ancora di ricevere la fiducia; e oggi. Con
una escalation di violenza nei toni e, ancor di più, nei contenuti dei
provvedimenti. Il pacchetto giustizia di oggi è più eversivo della Cirami e del
lodo Schifani, a sua volta più eversivi del "colpo di spugna" del
'94. Ma, alla crescente forza delle torsioni imposte da Berlusconi agli assetti
democratici, ha corrisposto una reazione dell'opinione pubblica sempre più
debole. Nel '94 la rivolta contro la "salva-ladri" azzoppò da subito
un governo destinato a durare pochi mesi. Nel 2001 i "girotondi"
inaugurarono una stagione di movimenti, con milioni di persone nelle piazze,
che si tradussero fin dal primo anno in una serie di pesanti sconfitte
elettorali per la maggioranza di centrodestra, pure larghissima in Parlamento.
La terza volta, questa, in presenza di un tentativo ancora più clamoroso di far
saltare i cardini della magistratura indipendente, la reazione è molto debole.
L'opposizione, accantonate le illusioni di dialogo, annuncia una stagione di
lotte, ma non ora, in autunno. La cosiddetta società civile sembra scomparsa
dalla scena. I magistrati sono gli unici a ribellarsi con veemenza, ma sembrano
isolati, almeno nei sondaggi. Quasi difendessero la propria corporazione e non
i diritti e la libertà di tutti, così come l'hanno disegnata i padri della
Costituzione. Ecco che la questione non è che cosa sia successo a Berlusconi
(nulla), ma che cosa è successo al Paese. Siamo davvero diventati un
"paese un po' bulgaro", come si è lasciato sfuggire il demiurgo pochi
giorni fa? La risposta, purtroppo, è sì. In questo quarto di secolo che non ha
cambiato Berlusconi, l'Italia è cambiata molto e in peggio, il tessuto civile e
sociale si è logorato, il senso comune è stato modellato su pulsioni
autoritarie. Molti discorsi che si sentono negli uffici, nei bar, sulle spiagge
oggi, da tutti e su tutto, si tratti di immigrazione o di giustizia, di diritti
civili come di religione, di Europa o di sindacati, nell'Italia del '94
sarebbero stati inimmaginabili. Il berlusconismo è partito dalla pancia di un
Paese dove la democrazia non si è mai compiuta fino in fondo, per mille ragioni
(ragioni di destra e di sinistra), ma ora ha invaso tutti gli organi della
nazione ed è arrivato al cervello. La mutazione genetica della società italiana
è evidente a chi ci guarda da fuori. Perfino negli aspetti superficiali, di
pelle: non eravamo mai stati un popolo "antipatico", com'è oggi. Più
seriamente, il ritorno di Berlusconi al potere e le sue prime e devastanti
uscite hanno evocato i peggiori fantasmi sulla scena internazionale. Si tratta
però di vedere se il "caso Italia" è tale anche per gli italiani. Se
nell'opinione pubblica esistano ancora quei reagenti democratici che hanno
impedito nel '94 e nel 2001 la deriva, più o meno morbida, verso un regime. I
segnali sono contraddittori, la partita è aperta. Certo, in questi decenni la
forza d'urto del populismo berlusconiano è andata crescendo, così come la presa
su pezzi sempre più ampi di società. Non si tratta soltanto di potere delle
televisioni o dell'editoria, ma di una vera e propria egemonia culturale. E
sorprende che nell'opposizione, gli ex allievi di Gramsci, ancora oggi, a
distanza di tanto tempo, non comprendano i meccanismi e la portata della
strategia in atto. Altro che "l'onda lunga" di craxiana memoria.
Anche loro, purtroppo, non cambiano mai. Si erano illusi (ancora!) di
trasformare Berlusconi in uno statista, offrendogli un tavolo di trattative.
S'illudono (ancora!) di poter resistere con la politica del "giù le
mani" e con l'arroccarsi nelle regioni rosse, che sono già rosa pallido e
rischiano prima o poi di finire grigie o nere. In attesa di tempi migliori. Non
ci saranno tempi migliori per l'opposizione. Bisogna trovare qui e ora il
coraggio di proposte forti e alternative al pensiero unico dominante,
invenzioni in grado di suscitare dibattito e bucare così la plumbea egemonia
"bulgara" dell'agenda governativa. Bisogna farsi venire qualche idea,
anzi molte, una al giorno, per svegliare l'opinione pubblica democratica dal
torpore ipnotico con cui segue gli scatti in avanti di Berlusconi. Lo stesso
torpore ipnotico che coglie la preda davanti alle mosse del caimano. Che alla
fine, attacca. Gabbie, telecamere e solitudine.
"Qui si può morire come cani" NICCOLO' ZANCAN TORINO - Questa sera riso, piselli e frittata. Poi c'è la
partita. "Io tifo per l'Italia - dice Abdelkarim Sellhami, 19 anni,
canottiera rossa sudata - sono cresciuto qui. Non mi resta nessuno in Marocco,
non ho neanche la casa. Questa è mia moglie italiana, guarda. Ecco il libretto
di matrimonio. Ci siamo sposati in comune a Torre Pellice. Il problema è che
abbiamo litigato, non ho più la convivenza. Per questo mi hanno portato al
centro". All'ingresso bisogna fare subito una scelta. Nelle gabbie non è
ammesso il telefono con videocamera integrata. Si può lasciare in custodia,
nella speranza di ricevere dai parenti un vecchio modello che non scatti
fotografie. Oppure bisogna spaccarlo. Usano una biro. La conficcano
nell'obiettivo. Un colpo secco. Fanno quasi tutti così. Hanno telefonini
mutilati, orbi. Li tengono in tasca anche mentre giocano a pallone. Aspettano
dall'avvocato la chiamata che può salvargli la vita in Italia. Zona rossa, la
prima a sinistra dopo gli uffici amministrativi. Entriamo alle 18,20. Sulla
porta della camerata numero uno c'è la foto di Anna Falchi nuda. Al posto dello
scotch funziona il dentifricio. La stanza numero due invece è quella dov'è
morto Hassan Nejl, 36 anni, tunisino. Era grande, grosso e prendeva il
metadone. L'hanno trovato sabato 24 maggio alle 8,15 di mattina. Steso sul
materasso di gomma piuma, accucciato su un fianco come un bambino. Aveva la
schiuma alla bocca. Secondo i compagni stava malissimo. Febbre a quaranta,
macchie rosse sul viso. "L'hanno lasciato morire come un cane - dicono
ancora adesso - a mezzanotte abbiamo chiesto aiuto, ma non l'hanno
soccorso". Per la Croce Rossa, che gestisce il centro su incarico della
Prefettura, la verità è un'altra. Hassan Nejl era stato visitato in infermeria
nel pomeriggio, aveva poche linee di febbre e la gola leggermente infiammata. I
primi esami dell'autopsia avrebbero evidenziato tracce di diverse sostanze
stupefacenti nel suo organismo. Forse è morto di overdose. La Procura di Torino
ha aperto un'inchiesta. Per ora non ci sono indagati. Di sicuro l'inaugurazione
del più moderno ed attrezzato Cpt italiano, modello per la nuova linea di
governo - si chiamerà Cie Centro di identificazione ed espulsione - è stata
tragica. Per tutti. "Berlusconi cambia legge!", urla un ragazzo
riccio appena vede la telecamere. "Non puoi lasciarci qui dentro per
diciotto mesi", si sbraccia come se parlasse direttamente al premier.
Nelle ultime settimane il clima è cambiato. Said Rabi, 31 anni, marocchino, ha
denunciato di essere stato pestato dagli agenti. La polizia lo ha denunciato
per resistenza. Interrogato, Rabi ha ammesso di aver dato due testate contro il
muro dell'infermeria volontariamente. "Ero ammanettato e schiacciato sul
pavimento - ha detto piangendo - l'ho fatto per rabbia". Non era mai
successo niente di troppo grave in nove anni di vecchia gestione. Niente, se si
escludono tre epidemia di scabbia, le ragazze nigeriane nude sui tetti per
protesta, le fughe tentate e quelle riuscite, i materassi incendiati, i
trentamila in manifestazione qui davanti il 30 novembre 2002: "Chiudere il
lager di Torino!". Una volta c'erano i container di lamiera. Caldo
infernale nei pomeriggi d'estate. Ora, dodici milioni di euro stanziati dal
ministero dell'Interno si sono trasformati in queste casette in muratura chiuse
da gabbie alte, con telecamere telescopiche che riprendono ogni respiro di vita
comune. "Tutte le stanze sono collegate con un citofono - dice il
colonnello della Croce Rossa, Antonio Baldacci - si può chiedere assistenza in
qualsiasi momento. C'è un medico di guardia ventiquattr'ore su ventiquattro. Per
la giornata offriamo carte, dama, pallone e giornali in lingua. Facciamo
ginnastica tre volte a settimana, c'è un barbiere a disposizione degli
ospiti". È tutto inchiodato al cemento. Tutto grezzo e lineare. Per
evitare lanci, danneggiamenti, tentativi di suicidio. I televisori al plasma
sono piantati in alto sulle pareti. Un telecomando ogni sei letti. "Mi
chiamo Rusafi Muhessyn. Ho il permesso scaduto. Sono qui da 18 anni. Ho sempre
fatto il cuoco. Purtroppo in nero, questo è il problema. Io dico che se si
mettono una mano sul cuore mi lasciano andare...". Youssef Kharin ha una
camicia azzurra a maniche corte e un borsello a tracolla: "Sono stato
ricoverato all'ospedale di Forlì per sessanta giorni. Qui al polmone mi hanno
messo un tubo. Sabato avevo l'appuntamento per fare gli esami del sangue. La
polizia mi ha preso e portato al centro. Avevano le sirene accese. Ma io non ho
mai toccato nessuno, sono sempre stato tranquillo con la mia donna. Ho problemi
perché lavoravo per un'agenzia. Contratti di tre mesi, tre mesi, tre mesi...
Quando mi sono ammalato ho perso il lavoro e il permesso". La giornata è
scandita da orari precisi. Colazione alle 9. Visite autorizzate alle 14.
Distribuzione cena e cambio biancheria alle 20. Il momento più atteso però è
alle 13: pranzo, posta e sigarette. Vengono distribuite dieci MS a testa al
giorno. Tabacco di Stato. Questa sera dentro al Cpt ci sono 67 persone, dieci
sono donne. Quasi nessuno dice di essere stato in carcere. "È quello che
raccontano - spiega il vicequestore Rosanna Lavezzaro, responsabile della
sicurezza - ma la stragrande maggioranza ha precedenti penali. Qui a Torino
stiamo attentissimi, in questo senso. Difficilmente troverete al Cpt una
badante clandestina incappata nel primo controllo di polizia". Però nella
stanza numero sei, puoi trovarci il badante algerino Hamitius Munir, di anni
47: "Ho passato la vita a guardare una persona anziana. Dall'88 non torno
nel mio paese per colpa della guerra. L'ultimo permesso l'ho avuto nel '92.
Sono senza documenti, ma ho fatto del bene al prossimo. Se torno in Algeria mi
ammazzano subito". Abdellilleh Bahaj, 33 anni, da Casablanca, grandi
occhiali neri da sole, ha vecchi precedenti per spaccio: "Il nostro
problema sono i documenti. Questa nuova legge di Berlusconi non va bene. È
contro la Comunità Europea. Voglio uscire da qui, restare in Italia, fare una
vita buona, cercare un lavoro e una donna. Voglio stare tranquillo e aiutare
mia madre". Preghiere. Mentre arriva il carrello della mensa. Niente
birra. Vietati gli alcolici anche ai non musulmani. Hassan Elbentaui, 38 anni -
"sedicente marocchino" c'è scritto nel suo fascicolo - detesta il
menù: "Basta piselli e riso, questo schifo qui! Io a casa mangio la carne
e il pesce, tante ricette. È vero: sono stato in carcere. Ma il carcere è
meglio che il centro. Almeno sai cosa ti aspetta". "Sì - interviene
un ragazzo che si gratta le caviglie - qui non dicono niente. Ci fanno la
sorpresa. Fanno quello che vogliono loro". Ora le ruspe non scavano più. I
lavori per l'ampliamento del centro ricominciano domani mattina. Altre camerate
in muratura, altre gabbie, altri dieci milioni di euro, fino a 180 posti. Molte
cose stanno cambiando intorno al Cpt di Torino, non solo il nome, non soltanto
l'aspetto esteriore. Alla manifestazione in memoria di Hassan Nejl, sabato 31
maggio, c'erano meno di trecento persone. Forse le gabbie per i clandestini in
attesa di identificazione non indignano più. Hassan Nejl era sconosciuto a
Torino e quasi dimenticato a casa. La sua famiglia vive alla periferia di
Tunisi. Attraverso un'interprete, la madre ha chiesto un favore alla polizia:
"Non lo vedo da dodici anni - ha detto piangendo al telefono - mandatemi
una foto insieme alla bara. Qualunque foto, anche da morto". La Stampa – 21.6.08 "Sul federalismo Silvio rispetti i
patti" - AMEDEO LA MATTINA ROMA - Roberto Maroni considera il federalismo fiscale la
«madre di tutte le battaglie». «Le schermaglie di questi giorni sono
sciocchezze». E tanto per essere chiaro, agli alleati il ministro dell’Interno
ricorda che il modello è solo quello proposto dalla Lombardia (15% di Irpef e
90% di Iva rimane alle regioni). Nella
maggioranza c’è chi considera questo modello molto spinto e pensa a una
mediazione che tenga conto delle regioni del Sud. Per la Lega è invece il banco
di prova della coalizione? «E’ il vero mastice della maggioranza per
i prossimi cinque anni. Mi aspetto che tutti riconoscano che quanto scritto nel
programma è Vangelo. Certo, alcuni lo considerano molto spinto ma pensi che
qualcuno dei nostri lo considera poco coraggioso. Il programma di governo non
va ridiscusso, ma attuato, così come abbiamo attuato la norma sulle
intercettazioni, la sicurezza, il reato di immigrazione clandestina, il taglio
dell’Ici sulla prima casa ed altro... Quanto alle regioni del Sud, non è vero
che saranno costrette a chiudere scuole e ospedali. Il problema del Sud non
sono le risorse, ma l’esatto opposto: arriveranno tanti di quei soldi che sarà
difficile spenderli tutti. C’è il piano di sostegno dell’Unione europea che
prevede una disponibilità finanziaria, solo per le regioni del Sud, di 100
miliardi di euro in cinque anni. Vuol dire 20 miliardi di euro all’anno, a
partire dal 2008. Ma le regioni del Sud sono in grado di fare investimenti?
Ecco, questo è un banco di prova». Nella
maggioranza, però, ci sono resistenze. «Io, finora, non ne ho viste.
L’altro giorno ne abbiamo discusso con Berlusconi, Tremonti, La Russa, Alemanno
e si è detto che a settembre partirà il treno della riforma con tre vagoni. Il
primo è il federalismo fiscale, il secondo è il “codice delle autonomie” che si
propone di semplificare la maggior parte degli enti tra comuni e province.
Parto dalla bozza Amato-Lanzillotta che è stata approvata dal governo Prodi. Il
terzo vagone è Roma capitale: si pensa al distretto federale come quello di
Washington». Il premier le sembra più attento
al Mezzogiorno? «E’ una sciocchezza. Berlusconi è attento alle
emergenze». L’altro giorno la Lega ha fatto
scivolare il governo sul decreto rifiuti. Che tipo di segnale era? «Ho
chiamato il capogruppo della Lega Cota perché anch’io ero rimasto sorpreso. Il
secondo voto è stato un errore. Il primo è stato invece un segnale preciso su
un argomento specifico. Quando il programma si traduce in leggi, su qualche
dettaglio ci può essere una visione diversa tra Lega e Pdl. Siamo due partiti
diversi. Guai se non fosse così: ci sarebbe il pensiero unico. La Lega
rappresenta il Nord, il Pdl anche il resto del Paese e quando ci sono risorse
che riguardano i territori, la sensibilità della Lega si manifesta.
L’importante è trovare sempre la soluzione. Comunque, a Cota ho detto di
prestare attenzione a queste cose perché ora la madre di tutte le battaglie è
il federalismo fiscale: concentriamoci sulle questioni importanti e non su
dettagli trascurabili». Con il Pd il dialogo
saltato: è un problema per le riforme? «E’ sbagliato fare una guerra
atomica per l’emendamento sui processi che considero una soluzione giusta alla
lentezza dei processi. A Veltroni ricordo che la reazione dei suoi stessi
elettori è stata più prudente. Ho visto un sondaggio pubblicato su
Repubblica.it: il 60% dei cittadini giudica favorevolmente la norma e
addirittura il 30% degli elettori del Pd». Non
le sembra che con le dichiarazioni di Berlusconi si sia tornati al ‘95, come
dice l’opposizione? «Le dichiarazioni polemiche le lascio ad altri.
Sono cose che considero trascurabili. Il premier ha le sue opinioni. Io come
ministro dell’Interno e membro del governo mi occupo del problema della
sicurezza. Queste dichiarazioni di Berlusconi non interferiscono con la mia
attività». Ma lei le condivide? «Io
vedo che c’è una parte della magistratura che fa il suo lavoro in maniera
eccellente. Penso ai magistrati di Napoli che in un anno e mezzo hanno istruito
il processo d’appello contro il clan dei Casalesi e sono arrivati a una
sentenza coraggiosa. Poi ci sono magistrati che sbagliano e fanno uscire i
mafiosi di galera, che adottando metodi per colpire politicamente gli
avversari. C’è quello che dice Berlusconi e chi fa il proprio dovere con
coraggio e passione». Pensa che ci sia un
rischio per la democrazia? «Berlusconi ha parlato di magistrati. Io
rispondo delle forze dell’ordine e dei servizi di informazione che fanno capo a
me e posso dire che la democrazia è più che sicura. Anzi, con me al Viminale è
più sicura di prima. Garantisco il massimo di efficienza contro la criminalità
anche se ora abbiamo un problema serio che la riduzione delle risorse. Sono
tagli che io ho accettato perché uniformi per tutti i ministeri. Spero che il
Parlamento mi dia qualche soldo in più, ma ho accettato perché spetta al
ministro allocare il budget. Predisporrò un progetto di riforma del ministero
dell’Interno, sia per la struttura centrale sia per quelle periferiche. Intendo
concentrare le risorse per garantire la massima efficienza di polizia,
carabinieri e vigili del fuoco». Corsera – 21.6.08 Saper fare l'opposizione –
Giovanni Sartori L’opposizione muro contro muro, sempre, ad ogni costo, del
Prodi-pensiero sembrava relegata al passato. Purtroppo sembra riemergere. Per
colpa di chi? Questa volta di Berlusconi. È lui che dopo un felice esordio
rompe il tessuto del dialogo ricadendo nell’antico vizio di usare il potere a
proprio vantaggio, di tutelare i suoi interessi privati in atti di ufficio.
Berlusconi quando si occupa di se stesso è sempre risolutissimo, si appella
sempre alla volontà popolare, e oggi al fatto di essere sostenuto da un consenso
del 60 e passa per cento. Ma il consenso elettorale non è un consenso
«specifico », ma un consenso all’ingrosso. E il punto è se l’elettorato
berlusconiano si rende conto della gravità del caso. Provo a spiegarlo con
esempi. Mettiamo che Tizio sia proprietario di una banca, e che come tale
stabilisca di poter prelevare quanti soldi vuole. Va bene? No, non va bene.
Poniamo che Caio sia capo della polizia, che uccida la moglie e che stabilisca
che la polizia non può indagare su di lui. Va bene? Direi di no. Tornando a
Berlusconi, lui è capo del governo e come tale vuole essere intoccabile. Ha
ragione? Vediamo. L’immunità dei parlamentari è un istituto antico che si
afferma, nelle monarchie assolute, per proteggerli dal sovrano. Giusto. Oggi,
peraltro, i monarchi assoluti non esistono più. Così la protezione è diminuita:
è fornita dalla autorizzazione a procedere. Che però al Cavaliere non serve,
visto che il processo che lo preoccupa (il caso Mills) andrà a sentenza tra
pochi mesi. Pertanto chiede, per salvare se stesso, un emendamento che rischia
di mandare al macero fino a 100 mila procedimenti; e qui siamo davvero fuori
proporzione. Non contento, il Nostro riesuma anche la ex Schifani per blindarsi
senza fine. Questo secondo provvedimento prevede l’immunità nell’esercizio
delle proprie funzioni per 19 casi, incluso ovviamente il suo. E tutti sanno
che dopo Palazzo Chigi Berlusconi conta subito di salire per sette anni al
Quirinale. Se non siamo ancora a una immunità a vita, siamo nei paraggi. In frangenti
come questi, una opposizione «responsabile » (così, bene, Piero Ostellino) cosa
può fare per rendersi efficace, il più efficace possibile? Deve presentare
contro- progetti che obblighino la maggioranza a discuterli. Nel caso del primo
emendamento il suggerimento ragionevole per alleggerire un carico di arretrati
giudiziari che è davvero irragionevole, è di accantonare tutti i procedimenti
inutili, inutili perché finirebbero in prescrizione. E nel secondo caso la
controproposta ragionevole potrebbe essere di concedere l’immunità a tutti i
parlamentari che la richiedono, a patto, però, di non essere rieleggibili alla
scadenza del loro mandato fino alla sentenza definitiva del procedimento a loro
carico. Perché nessuno può essere al di sopra della legge a vita. Lo sono,
appunto, i dittatori. Solo loro, vorrei sperare. Leggo che il presidente
Napolitano è irritato e molto perplesso. Ne ha ben donde. Il «pacchetto
sicurezza » gli sta bene; ma deve inghiottire per questo anche il «pacchettino»
salva- Berlusconi? Il suo predecessore, presidente Ciampi, non usò mai — per
negare al governo l’autorizzazione a procedere —l’art. 87 della Costituzione; e
così fu poi tutto un cedere. Napolitano ha davvero motivo di meditare a fondo. Lo strano Midas dei quarantenni - Maria Teresa Meli Gianni Cuperlo attraversa il palco della presidenza del
Pd. Ha appena finito di dire a Veltroni e a tutto il gruppo dirigente che, con
«i loro grandi meriti e i loro limiti», dovrebbero prendere atto della
situazione e lavorare per «lasciare alle nuove generazioni la leadership».
Imperturbabile saluta il segretario, poi va avanti. Piero Fassino lo placca:
«E’ quello che ho fatto io», gli dice, con tale veemenza che la sua voce si
sente anche sotto il palco. Il suo interlocutore sorride e risponde: «Non è
vero, visto che tu e altri state ancora qui». Quando scende, il dalemiano di
rito eterodosso Cuperlo riceve molti complimenti da chi ha dai 50 anni in giù.
L’ex ministro degli Esteri è in prima fila ma i due non si salutano e nemmeno
si guardano. Qualche ora più in là D’Alema è ancora in prima fila - sempre in
platea, perché non sale mai sul palco né tanto meno interviene - ma dalla parte
opposta rispetto a quella dove stava prima. C’è Cuperlo alla sua destra. E ci
rimane per molto. Del resto, in questa assemblea che, come confida D’Alema a
qualche compagno di partito, «non sollecita molte idee nuove», l’unico che ha
detto dal palco quello che la generazione dei cosiddetti quarantenni va dicendo
sotto voce, è stato il biondo signore che si è presentato all’assemblea con la
sua nuova Vespa nera "300". D’Alema non gli dà nessuna benedizione
ufficiale, anche perché il Midas del Pd non è come quello, repentino, del Psi
che portò Craxi alla segreteria. Ma quel che l’ex ministro degli Esteri pensa,
lo dice: «Dobbiamo selezionare una classe dirigente». E quasi a dimostrare che
non aspira più alla dirigenza del Pd, perché è ora di far largo ad altri,
D’Alema ha deciso di restare giù in platea. «Bisogna guardare al futuro», è il
leit motiv dell’ex titolare della Farnesina. E a qualcuno questa non è sembrata
una frase di rito. C’è chi si è spinto a pensare che per il dopo-Veltroni
D’Alema potrebbe tramutarsi nel king maker di Cuperlo. Fantasie? Probabilmente
sì. Ma sono assai concrete le ansie che si leggono sui visi delle generazioni
che vengono dopo quella dei Veltroni e dei D’Alema. Ormai loro pensano,
ragionano e vivono diversamente dalla generazione che li precede. Giovanna
Melandri, che vorrebbe un «Walter che fa Walter», visto che lui per ora non lo fa,
ci pensa da sola. E propone le primarie per tutte le candidature onde evitare
che siano sempre i soliti noti del gruppo dirigente a decidere: «Così magari
verrà fuori anche gente giovane con storie diverse da quelle di chi ha militato
nel Pci e nella Dc». Non si può certo definire Melandri un’anti-veltroniana.
Tutt’altro. Ma in una certa generazione è ormai forte il desiderio di
autonomizzarsi. Da un periodo un gruppo di quarantenni si ritrova la sera con
Goffredo Bettini. Due di loro sono il ministro ombra Andrea Martella e l’ex
responsabile organizzativo dei Ds Andrea Orlando. Loro avrebbero voluto che il
segretario proponesse il congresso anticipato per non lasciarsi logorare. Alla
fine Veltroni ha preferito non rischiare e dare ascolto a Franceschini e
Fioroni. E ora i quarantenni Pd masticano amaro mentre ascoltano il
settantacinquenne Marini dal palco che spiega come si fa il partito e come le
candidature, e che, soprattutto, dice di essere «contento che non si parli più
di congresso». Bettini, comunque, sta allevando questa generazione di
"democrats", il perché lo dice lui stesso: «Diciamo tutti che
dobbiamo rimescolare le carte e abbandonare le vecchie appartenenze? C’è un
solo modo per farlo: i giovani devono entrare negli organismi dirigenti». Bettini
non lo dice esplicitamente ma ha capito che la prossima partita, quando sarà
esaurita questa tregua di facciata dentro il Pd, si giocherà proprio sui
quarantenni. Quarantenne può essere chi sostituirà Veltroni e quarantenni
possono essere quelli che gli eviteranno la defenestrazione presentandosi come
nuova classe dirigente che lo affianca. Sempre, naturalmente, che il segretario
accetti e che non faccia come finora che si è mostrato piuttosto restìo ad
ascoltare i suggerimenti dei quarantenni che lo avrebbero preferito
all’attacco. Altrimenti anche il "cenacolo bettiniano" potrebbe
autonomizzarsi definitivamente. Dunque, un ricambio è alle porte? Per il Midas
del Pd ci vuole ancora qualche tempo. Ma anche l’ex ppi Franceschini, giorni
fa, diceva che «Veltroni è il leader in questa legislatura», senza spingersi a
fare previsioni per la prossima. E Beppe Fioroni, ieri sera, ammetteva: «Noi
abbiamo fatto i cento metri per le elezioni che sono capitate all’improvviso,
ora il partito dovrà fare invece la maratona: perciò ci serve gente giovane a
cui regge il cuore...». |
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