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CARTA STRACCIA

Manifesto – 21.6.08

 

«Un successo della gente. Ma è solo l'inizio» - Orsola Casagrande

VICENZA - «È una sentenza sconvolgente». Non sta nella pelle Giancarlo Albera, presidente del coordinamento comitati cittadini contro il Dal Molin. «Io ero fiducioso - dice ormai senza voce - perché avevamo lavorato bene per fornire al Tar tutta la documentazione necessaria a esprimere un parere avendo tutti gli elementi a disposizione». Però, confessa, «quando ho avuto tra le mani la sentenza mi sono sentito davvero soddisfatto». Naturalmente, pragmatici come sono, i vicentini non si fanno incantare e quindi la sentenza del Tar, superato il momento di giusto entusiasmo, diventa uno dei passi verso il no definitivo alla nuova base militare americana. Dunque, vi siete già nuovamente rimboccati le maniche? Assolutamente. Questa è una grande vittoria dei cittadini, della società civile. Perché ci dice che senza aver consultato la cittadinanza non si può pensare di prendere decisioni che andranno a stravolgere la vita di una comunità dal punto di vista economico, sociale, ambientale. Il Tar ci ha dato ragione: i cittadini di Vicenza andavano consultati e invece sono stati ignorati e questo non è legittimo. Come non è stato riconosciuto legittimo il bando di gara, tra le altre cose. Sì il bando di gara, come la Vinca, non sono sembrati al Tar così legittimi. Anche perché noi avevamo contestato il fatto che è impossibile dare dei pareri o addirittura dare il via libera alla realizzazione di una qualsiasi opera senza nemmeno aver verificato se è fattibile, senza neppure valutare quali saranno gli impatti sulla città. Il Tar nei fatti inibisce l'inizio di qualunque attività al Dal Molin. Certo. La sentenza stabilisce una sospensiva. Nemmeno una pietra potrà essere spostata al Dal Molin. Sappiamo bene che ci saranno ricorsi. Ma questa è una sentenza importante perché stabilisce che cosa di non legittimo è stato fatto dal governo. Tra l'altro il Tar in qualche modo impegna il comune a vigilare che non venga toccato nulla sull'area Dal Molin. L'altro aspetto riguarda una sorta di chiarezza, finalmente, su quello che realmente doveva essere il Dal Molin, e cioè una nuova base militare, non un allargamento... Questo è importantissimo. Basta continuare a parlare di allargamento. Sappiamo che questa nelle intenzioni degli Usa sarebbe stata una nuova base militare. Del resto non potevano certo continuare a sostenere che si trattava dell'allargamento della caserma Ederle. Insomma, il Dal Molin sorge a parecchi chilometri di distanza dalla Ederle. Vi siete lamentati dello scarso aiuto che vi hanno dato le istituzioni nella preparazione del ricorso al Tar. Faccio solo un esempio. Quando siamo andati a Roma abbiamo presentato una lista di dieci documenti. Ce ne hanno dati soltanto due e naturalmente tra quelli che avevamo richiesto ma che non ci sono stati dati c'erano i famosi accordi del 1954 sulle relazioni e gli impegni internazionali che avrebbero forse chiarito tante cose. Lo dicevi all'inizio. La battaglia non è finita. No. Certamente non è finita. Diciamo che questa sentenza ci consente di trarre un sospiro. C'era questa incombente data fatidica del primo luglio che oggi possiamo aspettare senza troppi timori. Ma noi continuiamo la nostra battaglia contro il Dal Molin. Perché l'abbiamo sempre detto: investire sulla guerra, su una base di guerra non ci sembra una scelta di avanguardia, ci sembra piuttosto una scelta di retroguardia.

 

Tregua vigile sul leader. E dubbi sulle alleanze - Matteo Bartocci

Dopo aver strappato la tela del dialogo con Berlusconi, Veltroni dovrà pensare a riannodarla nel suo partito. Perché, scongiurata la resa dei conti e registrata l'«altissima convergenza» (come ha sottolineato il segretario nelle sue conclusioni), l'assemblea nazionale del Pd si è svolta in un clima che definire mesto è dire poco. «Sembriamo l'Italia dopo l'Olanda», commenta Marco Follini dal palco ricordando la successiva riscossa con la Francia. Ma la platea semivuota (monopolizzata da delegati di partito), Franceschini e Parisi che si insultano davanti a una scenografia gelida non migliorano la qualità di un dibattito «sterilizzato» per principio. E invece di cose da discutere ce ne sarebbero eccome. Le varie «anime culturali» si stanno cristallizzando in correnti. Martedì a Roma sarà la volta di «Red», l'associazione di 114 parlamentari «riformisti e democratici» creata da D'Alema e Marini che presto si insedierà in tutte le regioni. La guiderà un Pd «rimescolato» e in miniatura: il braccio destro di Marini Nicodemo Oliverio e un dalemiano doc come Michele Ventura, più Bersani e Livia Turco. A presiederla il prodiano De Castro. Nel pomeriggio intervengono quasi tutti i «big» (tranne Fioroni, D'Alema e Rutelli). Su una cosa tutti d'accordo: fino alle europee del 2009 Veltroni non si tocca. Nel frattempo si tratta «solo» di costruire un partito che non esiste né in carne e ossa sul territorio né sulle scelte politiche di fondo, dalla laicità alle alleanze, dal tipo di opposizione alla destra fino alla collocazione europea. L'assemblea della nuova Fiera di Roma approva con un tiepido applauso una direzione cencellizzata tra le correnti pre-esistenti. Un Pd dove la guida quotidiana è affidata a un «governo-ombra» marcatamente veltroniano che in quanto tale in molti vorrebbero ridimensionare appena possibile. Così le uniche novità di giornata, forse, sono le differenziazioni sempre più visibili tra gli ex popolari, la rissa negli ex prodiani e il ridimensionamento silenzioso ma inesorabile della sinistra interna. Tornano perfino due grandi classici degli ultimi quindici anni come il professor Parisi nel ruolo di «guastatore» ulivista e il solito asse D'Alema-Marini. Nel suo intervento l'ex presidente del senato ha seppellito l'idea di un congresso («si fa se si vuole cambiare la linea ma così non è») e, soprattutto, chiesto la fine dei paracadute istituzionali per i candidati perdenti alle amministrative. Un affondo indiretto ma violento contro Rutelli e soprattutto Anna Finocchiaro. E a proposito di gelo negli ex Ppi, in molti hanno notato l'ostentazione con cui Fioroni indugiava al telefonino mentre Marini arringava la platea invitando a stringere i bulloni all'organizzazione del partito. Da D'Alema invece nessuna polemica. Le sue uniche parole dicono di una relazione «equilibrata e seria, che ci permette di ripartire». Un po' più esplicito invece Gianni Cuperlo, che dal palco capovolge la vulgata veltroniana: «Il nostro errore non è stato il governo Prodi ma come siamo arrivati a costruire questo partito. Semplificando le nostre differenze e la lettura della società abbiamo imboccato scorciatoie burocratiche». A margine spiega meglio: «La segreteria di Veltroni non è in discussione fino al 2009, però forse rinviare il confronto politico tra noi è stato un errore». Il tema è «costruire un partito che non c'è, carico - dice Cuperlo - di vecchie biografie che invece dovrebbero spendersi con generosità per nuove leadership». Ancora in alto mare invece la giostra delle alleanze. Se è vero che per la prima volta Veltroni ha ammesso l'errore dell'«andare da soli» sul futuro le opzioni sono molto diverse. Tutti gli occhi sono puntati sull'Udc. Ma sulla sinistra scomparsa dal parlamento la trama si infittisce. Marini è drastico: non sono interlocutori credibili e l'Unione è morta e sepolta. Possibile invece un «ulivetto» composto dai socialisti o, vecchio ritornello, dagli ex compagni di Sd. A qualcuno poi non vanno giù nemmeno le alleanze che ci sono, cioè con Di Pietro e i Radicali. Ma per vedere quali rose fioriranno bisognerà aspettare il «congresso tematico» di settembre e le amministrative del 2009.

 

Se il Colle ferma il cavaliere all'assalto - Andrea Fabozzi

Qualcosa è cambiato. Le parole sono quasi le stesse ma non è esattamente lo stesso Silvio Berlusconi quello che ieri, a Bruxelles, è ripartito nel suo assalto alle toghe rosse. È più forte. Ha una maggioranza più larga e più condiscendente. E un'unica opposizione parlamentare che fino a l'altro ieri lo considerava uno statista. E adesso annuncia una manifestazione. A ottobre. Poi c'è l'abitudine. Berlusconi che attacca i giudici è il cane che morde l'uomo, una non notizia. Ma un primo ministro che dal Consiglio d'Europa sostiene che chi lo accusa vuole sovvertire la democrazia italiana è un uomo che mangia un canile. Si nota. Il proclama di ieri a Bruxelles - con le urla, i pugni sul tavolo, la faccia feroce - annuncia l'intenzione di una soluzione finale con i giudici. E' isterico ma molto chiaro: «Nel '94 ho visto sovvertito il voto popolare da una minoranza rivoluzionaria di giudici, ho patito 15 anni di persecuzioni per non farlo più accadere».Non è vero, naturalmente. Nel '94 non sono stati i giudici ma Umberto Bossi a scalzarlo da palazzo Chigi. E quando nel 2001 c'è tornato Berlusconi non si è limitato a «patire» ma ha infilato una serie di leggi per scansare i suoi guai: nullità delle rogatorie internazionali, riforma del falso in bilancio, legittimo sospetto e «lodo Schifani» per garantirsi l'immunità totale. Spesso erano le questioni sollevate nell'aula del processo dagli avvocati del cavaliere che venivano trasformate in leggi della Repubblica. Come adesso, che l'emendamento blocca processi è stato scritto direttamente dal suo difensore. Molti giuristi e costituzionalisti e anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura hanno detto che si tratta di una norma incostituzionale. Il primo giudizio sulla costituzionalità di una legge, anche di una legge di conversione di un decreto com'è in questo caso, è affidato al presidente della Repubblica. Che quindi non dovrebbe firmarla. Per Berlusconi sarebbe un guaio: sta appunto cercando di bloccare rapidamente il processo Mills dove rischia una condanna a sei anni per corruzione in atti giudiziari. Ieri ha detto che gli interessa il principio generale e che non intende avvalersene, che si farà giudicare. Ma lunedì aveva detto il contrario, che la legge è fatta anche per proteggerlo da un ingiusto processo, ed è meglio credere alla versione originale. Anche perché nel frattempo ha ricusato la giudice di Milano giusto per prendere tempo. Vista la maggioranza parlamentare che le elezioni hanno consegnato al cavaliere la firma nelle mani di Napolitano è l'ultimo possibile rimedio a una legge che, oltretutto, aumenterebbe il caos nei tribunali ed è pessima per le misure che contiene sulla sicurezza. E' un'arma letale per gli interessi del primo ministro e forse per questo il presidente della Repubblica è dato per molto prudente. Dal Quirinale filtra una specie di rassegnazione per le sguaiataggini del cavaliere. Giorgio Napolitano ha certo in gran cuore la tenuta del «dialogo » tra maggioranza e opposizione e non farebbe nulla per alimentare lo scontro. Apprezzabile proposito politico, ma se non limita la funzione di garante della Costituzione. Dietro l'angolo c'è poi il nuovo «lodo», l'immunità per il premier e le alte cariche dello stato per tutti i reati, anche quelli compiuti prima e lontano dal pubblico ufficio. E' questa la soluzione finale: l'assicurazione che nessun giudice potrà più disturbare. Una legge evidentemente incostituzionale di fronte al principio dell'uguaglianza. Ma una legge che riguarderebbe anche il capo dello Stato. Almeno questa, almeno per questo, presidente, non la firmi.

 

Per aiutare la sinistra le femministe mettono in fila i no

ROMA - Sedici no e un sì. E' la forma singolare di un «manifesto» che un gruppo di femministe offre «in regalo» alla sinistra, come un gesto di soccorso e un'apertura di credito e di scambio, e che verrà presentato e discusso oggi, dalle 10.30 alle 18, nella sala Di Liegro di Palazzo Valentini (via IV novembre). Del gruppo - denominato «gruppo del mercoledì» dal giorno delle riunioni, secondo un'antica usanza del femminismo - fanno parte fra le altre Rosetta Stella, ideatrice del manifesto, Elettra Deiana, che con Stella firma il testo che introduce all'iniziativa di oggi, Fulvia Bandoli, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Maria Luisa Boccia, Stefania Vulterini, Isabella Peretti, Grazia Zuffa: femministe di diversa collocazione politica (Prc, Sd, senzapartito...), ma accomunate dal bisogno di cercare - scrivono Stella e Deiana - «un terreno di scambio sulla crisi della sinistra». Un bisogno maturato già prima della crisi del governo Prodi, quando erano già evidenti le «pratiche asfittiche e autoreferenziali» che oggi si riproducono in «una sinistra chiusa nel dibattito fra oligarchie soprattutto maschili, dove si ripropongono tutti i vizi che l'hanno portata allo schianto, dove la ristrettezza degli steccati anche discorsivi costringe ad abusare di parole ormai lise». Una «afasia comunicativa che corrisponde a insipienza politica», e che è il risultato soprattutto di una «insufficienza» maschile: la quale però, scrivono Deiana e Stella, «molto ci riguarda, e anche da vicino». Da qui l'intenzione di mettersi, con il dono del «manifesto», «di traverso: né a lato, né contro. In un conflitto dove ci possa essere dialettica», e che valga come richiamo a «essere sinistra in un modo diverso». La scelta di partire dai no è voluta, «per distinguersi dall'inflazione di pratiche diffuse orientate alla ricerca della concordia a tutti i costi». Ecco dunque i sedici no, ai quali chiunque può aggiungerne altri: «No agli Angelus della domenica. No all'indifferenza per i deboli. No all'indignazione degli intellettuali schifiltosi. No alla vanagloria degli impotenti. No all'improvvisazione dell'ultim'ora. No alla malinconia. No a 'io da solo o da sola ce la faccio meglio', perché non è vero. No a chi decide sulle vite degli altri. No al 'niente vale la pena tanto i giochi sono tutti già fatti'. No alle promesse mancate. No agli inganni e alle bugie, che uccidono come e più delle armi. No all'intelligenza delle bombe. No al male, di più se nascosto nei sorrisi accattivanti. No alle cose fatte senza piacere. No alla mancanza di talento. No all'artificio e alla rappresentanza senza anima». E un solo sì, cui pure altri se ne possono aggiungere: «Al coraggio. Misurato nella lotta. Per ogni piccolo giorno guadagnato di esistenza libera».

 

Obiettivo Leoncavallo – Luca Fazio

Milano – A Milano, città dove le autoprofezie più nefaste si avverano prima che altrove, i centri sociali sono in avanzato stato di decomposizione. Le membra sparse del movimento che fu però continuano a muoversi appena appena tiepide, segno che forse è ancora prematuro procedere al complicatissimo esame autoptico, operazione che si sarebbe dovuta fare con più coraggio diversi anni fa per indagare le cause del progressivo disfacimento. Un’analisi a freddo, oggi, oltre che impietosa sarebbe ingenerosa, anche perché il cosiddetto «movimento» milanese sconta una crisi di tipo terminale che accomuna la sinistra intera, e proprio nessuno può chiamarsi fuori. Allora, come riparlarne senza farsi troppo del male? Ricominciando dall’inizio, o forse dalla fine, imboccando la scorciatoia che ci conduce alla porta del centro sociale simbolo di tutti i centri italiani. Aprirla, significa rievocare un fantasma: lo sgombero del Leoncavallo. Un film dell’orrore, che forse non appassiona più. Questa volta però sono cambiati i rapporti di forza tra «buoni» e «cattivi», ed è mutato lo scenario dove si potrebbe consumare la vendetta di una destra più subdola di quella fascistoide e primitiva che ha preso Roma. Quindi, come dicono le parti interessate, l’ipotesi sgombero non è mai stata così concreta (lunedì, alle 6 del mattino, presidio anti-sfratto in via Watteau). Non è del tutto ininfluente se il ministro degli Interni, durante la sua uscita milanese, ha minacciato l’intervento della forza prendendo di mira un obiettivo così simbolico per l'area antagonista italiana. Ma oggi, quale parte di città cercherebbe di resistere in difesa del Leoncavallo? Meglio attendere il non precipitare degli eventi, e non deprimersi cercando risposte che non si possono nemmeno virgolettare: la definizione più simpatica che raccogliamo è che ormai il Leo è il circolo di un partitino andato in frantumi. E il resto? «I centri sociali sono morti», questo dicono di sé i più disposti a fare autocritica, ma senza esagerare, perché ognuno rivendica una maggiore progettualità rispetto agli altri. Non si vogliono bene, vecchia storia a sinistra. Come si è arrivati a questo punto? Sintetizzando: negli anni tutti i centri milanesi, per dirla con un eufemismo, hanno fatto prevalere le loro soggettività allontanandosi gli uni dagli altri, e il principale imputato di ogni involuzione è sempre stato il fratello più grande (in ultima analisi, il Leo sconta anche l’adesione di Daniele Farina al partito che fu di Bertinotti). Farina ha il dovere di essere fiducioso. «La cosa peggiore è farsi travolgere dal pessimismo della ragione, la situazione prima del 1989 (il primo sgombero, ndr) era simile a quella attuale, pessima, e sono convinto che i centri milanesi possano ancora fare da ponte per i soggetti in difficoltà. Credo che ci siano tutti gli elementi per un processo di riaggregazione, anche a partire dallo sgombero del Leo. Nei momenti di scontro i centri riescono ad esprimere maggiore visibilità, accadrà di nuovo, oggi siamo davanti a una fase di caricamento». Già, lo sfratto. La soluzione è nelle mani del comune di Milano. C’è un’intesa tra gli occupanti e la proprietà dell’immobile (società della famiglia Cabassi) che prevede la trasformazione dell’area di via Watteau in spazio pubblico – quindi non più edificabile – a patto che il comune permetta alla proprietà di traslare su un altro terreno la medesima cubatura edificatoria, se non altro come risarcimento per aver disinnescato negli anni la miccia Leoncavallo. Perché Palazzo Marino dovrebbe agevolare la trattativa anche se con un semplice atto notarile? Forse perché un sindaco scaltro come la Moratti, con davanti un futuro lastricato di miliardi per l'Expo 2015, è interessata a mantenere la pace sociale. Altri, invece, sostengono che il governo sarebbe capace di tutto pur di mortificare anche l’opposizione extraparlamentare. Questa resa dei conti, se così sarà, non poteva capitare nel momento peggiore. Non solo per il Leo. Prendiamo in prestito una onesta dichiarazione di un vecchio leone del movimento, in due parole esprime un sentimento diffuso: «Una fase si è chiusa, a Milano chi è rimasto ancorato ai centri è morto di morte naturale, adesso bisogna ricominciare a fare politica in maniera complessiva, tutta la retorica dei centri ormai è vecchia, dobbiamo intercettare i veri problemi della popolazione». Ora, stando così le cose, dobbiamo precisare che le diverse realtà sono ancora attive sul territorio (in sintesi ne diamo conto nell’elenco che pubblichiamo). Quindi, vista l’aria che tira, lunga vita a questi soggetti, a prescindere dallo loro preistoriche beghe interne incomprensibili, e dalle parole d’ordine che faticano ad arrivare a destinazione: antifascismo militante o disobbedienza, antiproibizionismo o lotta alla precarietà, liberi saperi o solidarietà a Chiapas e Palestina, sound system o banchetti di controinformazione. Ognuno ha il diritto di rivendicare una presunta vivacità e un calendario di iniziative anche meritevoli,ma nessuno può negare che un eccesso di autoreferenzialità e la palese incapacità di leggere ciò che accade a Milano - e quindi muoversi di conseguenza - siano la dimostrazione di una inadeguatezza e di uno scollamento che non possono non far riflettere. Concretamente. Davanti a un affare colossale come l’Expo, un solo  gruppo di Rho (senza sede perché appena sgomberato...) si propone con iniziative che raccolgono poche decine di persone. Di fronte ai rastrellamenti quotidiani di stranieri sugli autobus, solo per restare alle ultime settimane, quasi tutti hanno dimenticato persino la buona pratica di prendere carta e penna per scrivere un comunicato. L’indignazione (per gli assalti agli zingari, per l’arresto nei Cpt fino a 18 mesi, per i militari nelle strade...) rimane alta a Milano, ma resta confinata in gesti individuali, nello scoramento, non esistono più ambiti collettivi che riescano a tradurre tutto ciò in azione politica, fosse anche solo simbolica. I centri sociali erano capaci di questo. Ma oggi, un ragazzo giustamente arrabbiato, non trova naturale sfogo nella frequentazione di luoghi che un tempo erano in grado di comunicare e trasmettere senso di appartenenza e passione. Forse questa ricerca va fatta altrove, forse, per pigrizia, stiamo solo sbagliando indirizzo. Fine della storia? No. Nulla si crea, nulla si distrugge. «Forse i nostri figli...», suggerisce chi li ha alle prime classi delle elementari.

 

Cisl e Uil a favore la Cgil è contraria - Sara Farolfi

ROMA - «Non siamo soddisfatti delle scelte del governo. La Cgil lo dirà nel suo comitato direttivo di lunedì nella misura, nell'equilibrio, nella forza ma anche con la determinazione di cui siamo capaci». Corrono distanze siderali, tra i tre sindacati confederali, nel giudizio sulla manovra finanziaria che il governo, secondo quanto annunciato ieri dal ministro Brunetta, avrebbe intenzione di approvare in 15 giorni a ottobre. Cisl e Uil scoccano un indistinto applauso di massima ai ministri Tremonti, Sacconi e Brunetta. Raffaele Bonanni (Cisl), dalle colonne del quotidiano di Berlusconi, propone al governo «un patto per la crescita del paese». «Barricate? Ma quali barricate, consiglio a Epifani di pazientare qualche giorno per verificare ciò che è scritto e ciò che si dovrà fare», suggerisce. E qualche giorno Epifani pazienterà, almeno fino al direttivo della maggiore confederazione previsto per lunedì e martedì, il primo confronto nel 'parlamentino' Cgil sulla finanziaria, a ridosso tra l'altro dell'avvio della trattativa con Confindustria sulla riforma del modello contrattuale (martedì). Ma ieri il giudizio è suonato duro: «Noi non piegheremo la testa di fronte al tentativo di far regredire i diritti dei lavoratori. Quella che viene presentata come una scelta per liberare il lavoro - ha detto Epifani - in realtà è una scelta per liberare l'impresa dalle sue responsabilità». Boccia, il segretario generale Cgil, le misure di Tremonti («abbiamo chiesto la restituzione del fiscal drag per dipendenti e pensionati, e l'unica proposta è la carta per i poveri»), quelle di Sacconi («un elenco impressionante di interventi che cancellano diritti e tutele») e anche l'atteggiamento di Brunetta (che tutto vuole legiferare e non contrattare). E conclude: «Prima o poi dobbiamo riprendere una strada, non quella che ci porta per forza all'uso del conflitto in sè, ma quella che fa capire che queste battaglia, che riguardano la generalità del mondo del lavoro, sono battaglie giuste che puntano a fare progredire il paese». Per Cisl e Uil (e naturalmente Confindustria), invece, se non è tutto rose e fiori poco ci manca. Emma Marcegaglia intravede «alcuni segnali che ci piacciono». Bonanni propone un patto al governo, per redistribuire ogni centesimo in più che arriverà rispetto alla crescita stimata (lo 0,5% quest'anno, è scritto nel documento di programmazione economica), plaude ai tagli di spesa di Brunetta - 20 miliardi di euro in tre anni - e al ticket di 1,33 euro al giorno per 1,2 milioni di «molto poveri». «Cibo ai poveri, prendendo ai ricchi», aveva detto Tremonti annunciando il piatto forte della manovra, la «Robin Hood tax». Un obolo che spaventa a tal punto i bilanci delle società petrolifere da far dichiarare all'ad di Eni, Paolo Scaroni: «La Robin Hood tax? La sopporteremo, non è un'incidenza rilevante rispetto ai nostri numeri». Della distanza tra i sindacati il governo approfitta. «Ho letto con piacere le interviste a Bonanni, frutto di un buon dialogo che il governo sta instaurando: l'impegno a redistribuire la ricchezza a lavoratori dipendenti e pensionati, quando il paese tornerà a crescere, c'è», dice il ministro del lavoro, Sacconi. Ieri Brunetta ha annunciato che la manovra economica entrerà in parlamento lunedì e sarà approvata entro l'estate. Obiettivo, arrivare ad «un'asciuttissima finanziaria» da varare già a ottobre, «in 15 giorni». Il ministero dell'economia ha promosso la proposta di tagliare l'indennità dei direttori sanitari e amministrativi delle Asl per evitare i ticket. Sul rinnovo dei contratti pubblici, Brunetta ha parlato di un tavolo con i sindacati già a luglio: «Ho scambiato con Tremonti il piano industriale sulla pubblica amministrazione, con le risorse per il rinnovo del secondo biennio». Come dire, tra 20 miliardi di tagli si troveranno pure due lire per i contratti.

 

«Una nuova pratica oppositiva» - Loris Campetti

«Il governo Berlusconi si muove con una certa abilità e una buona dose di populismo. Il suo senso di marcia è chiaro: la completa deregulation del lavoro, in piena coerenza con i processi in atto in Europa». Gianni Rinaldini disegna un quadro preoccupante, «dentro una fase segnata da una globalizzazione che crea i problemi sociali e impone persino le risposte», mentre un'idea alternativa non è rintracciabile « nella sfera politica né in quella sindacale». Ne parliamo con il segretario della Fiom dopo l'elezione della segreteria Cgil, mentre si apre il confronto con Confindustria sulla riforma del sistema contrattuale e con il governo sulla finanziaria. Berlusconi, Tremonti e Sacconi vanno avanti per la loro strada in assenza di reazioni proporzionate al livello dell'attacco. Come giudichi i primi atti del governo? Se guardo al mercato del lavoro, dai contratti a termine al part time, dalle norme sulle dimissioni alla pretesa di ripristinare le poche forme di precariato eliminate dal governo Prodi, prendo atto che Berlusconi riparte dal Patto per l'Italia e dalla legge 30 per completare la deregolazione del lavoro. Ricordo che la Cgil non si limitò a schierarsi contro, chiamò alla mobilitazione il paese. Il governo sta già procedendo alla riforma del sistema contrattuale, prima ancora del confronto tra sindacati e Confindustria. Le varie iniziative prese dagli ultimi governi hanno ribaltato la scelta giusta compiuta dal primo Prodi, nel '96, quando l'Ulivo decise una sovracontribuzione sulle ore di straordinario, per far sì che all'impresa costassero più del lavoro ordinario. Il secondo governo Prodi, invece, ha cancellato la sovracontribuzione e quello attuale ha addirittura defiscalizzato il lavoro straordinario, con il risultato che oggi all'impresa il lavoro straordinario viene a costare il 20% in meno delle ore ordinarie. E in Europa il nostro governo, insieme a quello francese, ha cambiato posizione sul tetto delle 48 ore settimanali, aprendo la strada a un eventuale voto di Strasburgo che allungherebbe ad libitum l'orario di lavoro. Non mi sembra che la risposta sindacale, in Italia e in Europa, abbia mostrato la volontà di bloccare questo processo... Noi abbiamo chiesto alla Ces (Confederazione europea dei sindacati, ndr), che si è espressa contro lo sfondamento del tetto delle 48 ore, di organizzare una grande manifestazione prima del voto del Parlamento europeo. Non dobbiamo pensare soltanto alle normative dei paesi dell'Ue ma anche al messaggio che mandiamo a livello globale. Questa settimana in Brasile si è tenuto il Consiglio mondiale dell'auto, e la notizia dell'accordo tra i ministri europei è caduta come un macigno sulla testa di chi, come i lavoratori brasiliani, si sta battendo per conquistare il contratto nazionale e le 40 ore. Mi hanno detto: «se da voi va così, che fine possono fare le nostre battaglie?». Torniamo al governo italiano e alla pratica dell'obiettivo nella riforma del sistema contrattuale. La detassazione del premio di produttività va in direzione opposta alla necessità di utilizzare tutte le risorse disponibili per intervenire a favore dei salari, a partire dai più bassi: si utilizza la leva fiscale per un intervento mirato all'aumento dell'orario e per limitare la contrattazione al salario varabile. Così gli aumenti di salario, per chi potrà usufruirne, verranno pagati dalla collettività con il fisco e dai lavoratori con un aumento e un'intensificazione delle ore lavorate. Il confronto con la Confindustria, dunque, non può prescindere dall'azione del governo. Aggiungo che l'idea di federalismo che avanza si trascina il tentativo di regionalizzare i contratti, ripristinando in qualche modo le gabbie salariali. Insisto: vedi risposte adeguate, sia sul versante politico che su quello sociale? No, vedo solo sconcerto e depressione. Dobbiamo ricostruire una pratica oppositiva a questi processi. C'è un'offensiva a tutto campo della destra e dell'impresa che tiene insieme la globalizzazione e la sua risposta sul terreno della sicurezza. Fatica a farsi spazio un'idea alternativa di globalizzazione che vada oltre la denuncia. Gli aggiustamenti dell'opposizione dentro lo schema della globalizzazione liberista porta alla depressione. Emerge forse un segnale diverso dalla discussione nella Cgil? Il processo che ha portato all'elezione della nuova segreteria evidenzia un deficit strategico di fondo, rimuove la domanda: quale Cgil nella globalizzazione? Il congresso di due anni fa, piegato sulla contingenza politica e sulla scommessa sul governo Prodi, non l'ha affrontata. Penso personalmente che quel congresso è finito, si apre una fase nuova sapendo che il tentativo padronale e della destra di riformare il sistema contrattuale punta al ridisegno del profilo stesso del sindacato. Il congresso di due anni fa è finito, così come il gruppo dirigente che ne era scaturito. Una nuova articolazione del gruppo dirigente dovrà passare attraverso una discussione di merito, facendo pulizia delle chiacchiere sul «rinnovamento» a prescindere dal merito. E' una richiesta di congresso straordinario? E perché, date le critiche di merito e di metodo della Fiom alla confederazione, avete votato a favore della nuova segreteria? Dico soltanto che è necessario accelerare i tempi del congresso, dove misurare anche l'articolazione delle diverse posizioni. Il voto in direttivo è coerente con la critica che avanziamo sulla mancata discussione sul futuro della Cgil e sulle scelte strategiche. A questo punto è doveroso che il segretario si assuma la responsabilità di scegliere una segreteria che conduca a un congresso vero e libero. Io ho preso atto della segreteria proposta, esprimendo una valutazione negativa su alcune scelte, come quella di Susanna Camusso di cui si parla come della futura segretaria generale.

 

Stupro? «Arma di guerra» - Junko Terao

«In guerra, a volte, è più pericoloso essere una donna che essere un soldato». Marianne Mollman, Human Rights Watch, che ha definito «storica» la risoluzione 1820, che condanna lo stupro come arma di guerra, approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, dice una verità dimostrata dai fatti. Nei conflitti più recenti - a partire dalla ex-Yugoslavia, passando per il Rwanda, la Sierra Leone, la Liberia, la Colombia, il Perù, per arrivare fino all'Iraq e all'Afghanistan - la violenza su donne e bambine è stata usata sistematicamente come vero e proprio strumento di terrore per punire, umiliare e dominare i civili e distruggere le comunità o i gruppi etnici. Questa risoluzione, proposta dagli Stati uniti, sostenuta da 30 paesi - tra cui l'Italia - e approvata ieri all'unanimità dai 15 membri del Consiglio di sicurezza, segna un cambio di prospettiva fondamentale: lo stupro non è un effetto della guerra, ma un'arma usata da chi la guerra la fa. Una vera e propria tattica bellica, impiegata da criminali rimasti spesso impuniti. Fino ad ora, infatti, la violenza sessuale sulle donne era per lo più considerata come un' inevitabile, per quanto terribile, conseguenza dei conflitti armati. E' dall'istituzione dei tribunali criminali internazionali per l'ex-Yugoslavia e per il Rwanda che le cose hanno cominciato a cambiare e molti colpevoli sono stati condannati per l'uso dello stupro come strumento di genocidio, tortura e crimine contro l'umanità. Un rischio, quello a cui sono esposte le donne nelle zone di guerra, che spesso continua anche dopo la fine del conflitto: sono in molte, infatti, a dover subire violenze nei campi profughi o ad essere discriminate nei programmi di ricostruzione. Come in Afghanistan, per esempio, dove la fine della guerra non ha determinato un aumento nella partecipazione delle donne alla vita pubblica. In particolar modo per quelle che vivono fuori dalla capitale, la caduta dei Talebani non ha portato a un miglioramento della loro condizione di sicurezza, e il risultato è la loro esclusione dall'esercizio dei loro diritti fondamentali e dalla ricostruzione del paese. O in Iraq, dove buona parte della popolazione femminile vive ancora segregata in casa per paura delle violenze. Anche per questo, la risoluzione 1325, approvata nel 2000, con cui si riconosceva il ruolo fondamentale delle donne nei processi per la costruzione della pace e della sicurezza, ha avuto diverse carenze nella sua messa in atto. Da allora un gruppo di ong - una ventina di associazioni che si occupano di diritti umani in generale o di violenza contro le donne - ha lavorato sul tema «donne, pace e sicurezza», facendo lobby sui governi perché si arrivasse, ieri, ad un' approvazione della risoluzione col più ampio consenso possibile. Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International - che faceva parte del gruppo di lavoro - esprime «soddisfazione per il fatto che anche il Consiglio di sicurezza si occupi di un tema già dibattuto in molte sedi, riconoscendo che fermare la violenza sulle donne è fondamentale per la costruzione della pace». Dal punto di vista giuridico non cambierà molto, ma, secondo Noury, «gli effetti della risoluzione si tradurranno - sul piano della prevenzione - in maggiore attenzione sul campo e in un aumento della collaborazione delle ong nel meccanismo di reporting delle violenze registrate alle agenzie dell'Onu». Inoltre, «adesso che l'organo più influente dell'Onu individua lo stupro come tattica di guerra, i governi saranno più condizionati». Nel testo della risoluzione non mancano le ombre, «per esempio - sottolinea Noury - manca l'istituzione di un meccanismo specifico di monitoraggio del fenomeno e di un supervisore speciale», ma nel complesso sono molti i punti che le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani hanno trovato soddisfacenti: come il riferimento alla necessità del coinvolgimento delle donne, a livello decisionale, nello sviluppo di meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, di mantenimento della pace e della sicurezza e di peace-building a fine conflitto. O la richiesta che il segretario generale Ban Ki-moon stenda, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle situazioni di conflitto armato in cui la violenza sessuale è stata ampiamente e sistematicamente perpetrata contro i civili. Un documento che contenga, tra le altre cose, delle proposte di strategie per limitare l'esposizione di donne e bambine a tali violenze; che fissi dei riferimenti per misurare i progressi nella prevenzione della violenza sessuale; che fornisca informazioni sulle azioni intraprese dalle parti in causa nei conflitti per rendere effettive le loro responsabilità, in particolare ponendo immediatamente e completamente fine a tutti gli atti di violenza sessuale e prendendo misure appropriate per proteggere donne e bambine. Un ultimo punto degno di nota è la richiesta di rafforzare la «tolleranza zero» verso gli abusi sessuali da parte del personale Onu, finito in più occasioni sotto accusa.

 

Franco Tiratore - Guido Ambrosino

BERLINO - Quanto vale la parola del ministro degli esteri Franco Frattini? Il 17 giugno a Berlino aveva rassicurato i rappresentanti della stampa italiana: «Sulla questione degli indennizzi per i sopravvissuti al lavoro coatto nella Germania nazista, sentiremo il parere delle loro organizzazioni». Invece, sparando alle spalle agli interessati con un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, pubblicata ieri dal quotidiano tedesco, il Franco tiratore rinuncia a ogni risarcimento: anche al simbolico compenso di 2500 euro, che pure la Germania ha pagato, sulla base di una legge del 2000, ai forzati di altri paesi. La Süddeutsche annuncia in prima pagina: «Roma appoggia Berlino nella controversia sugli Zwangsarbeiter», il termine tedesco per lavoratori coatti. E riassume l'intervista nei termini seguenti: «Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini suggerisce, al posto di un risarcimento in denaro, la costruzione di un monumento. Secondo Frattini, agli interessati non servirebbe un compenso di poche migliaia di euro. Il ministro degli esteri italiano condivide quindi la posizione del governo tedesco, che respinge tali richieste. L'Italia - così Frattini - non vuole creare difficoltà a Berlino, ma aiutare a risolvere un problema». Martedì scorso, dopo un incontro col ministro degli esteri Steinmeier nella capitale tedesca, Frattini aveva dato notizia della creazione di un gruppo di lavoro bilaterale «per risolvere» l'annosa controversia sugli indennizzi negati. Ora apprendiamo che gli esperti dovranno invece metterci una pietra sopra, magari un cippo marmoreo. Sulla via della sciagurata intesa alle spalle degli Zwangsarbeiter c'è però un ostacolo: l'ordinanza con cui il 4 giugno la corte di cassazione, confermando una sua sentenza del 2004, ha stabilito la legittimità delle richieste di risarcimento avanzate da ex deportati civili e internati militari italiani, tutt'ora pendenti davanti ai tribunali di diverse città italiane. Per i giudici delle sezioni unite civili, la Repubblica federale tedesca non si può trincerare dietro il principio dell'«immunità» statale che, secondo una vecchia tradizione, metteva in passato gli stati al riparo da richieste di risarcimento presentate da persone private. Secondo l'ordinanza 14201/08 tale immunità cessa di fronte a gravi crimini di guerra e a crimini contro l'umanità, «che segnano anche il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità». Non c'è dubbio che la coazione a lavoro, nelle condizioni di prigionia dei lager nazisti, sia stata un crimine contro l'umanità. Joachim Lau, avvocato tedesco che esercita la professione a Firenze e che da anni si batte per i diritti degli ex deportati, riassume quella tragedia in un elementare dato statistico: «Secondo le stime più recenti, i deportati avviati al lavoro coatto da tutta Europa furono 18 milioni. Di questi solo 7 milioni tornarono a casa, 11 milioni sono morti nei lager». Cosa pensa Frattini della giurisprudenza della corte di cassazione? «Ritengo pericolosa questa sentenza», risponde il ministro alla Süddeutsche. Vi vede infatti un rischio per «la sicurezza del diritto». Si badi bene: non la sicurezza dei cittadini a vedere punite e risarcite le violazioni loro inflitte. Ma la sicurezza del «diritto» degli stati a far quel che gli pare, sapendo che semmai dovranno renderne conto a altri stati, ma non alle individuali vittime della loro violenza. Il nuovo principio di responsabilità civile, stabilito dalla Corte di cassazione, vale per tutti gli stati. Quindi, ricorda giustamente (e maliziosamente) l'intervistatore Stefan Ulrich, corrispondente della Süddeutsche da Roma, anche per i crimini commessi dall'Italia fascista nei Balcani, in Libia, in Etiopia. Può riguardare anche, aggiunge da Firenze l'avvocato Lau, controparte della Germania nei giudizi in cassazione, l'uso di munizioni all'uranio in Kosovo, oppure le bombe al fosforo gettate dagli Usa sulla città irachena di Falluja. L'intervistatore propone a Frattini che Italia e Germania chiedano di comune accordo un parere alla corte di giustizia internazionale dell'Aia, nella speranza - non si sa quanto fondata - che ne venga una tirata d'orecchi per la nostra Corte di cassazione. Il nostro ministro si dice «aperto» a una simile soluzione. Dall'ufficio giuridico del ministero degli esteri tedesco confermano che proprio questa è la «via» che si intende percorrere: la richiesta consensuale di un «parere consultivo». Del resto non sembra che la Germania possa citare in giudizio l'Italia senza l'esplicito assenso del nostro governo. È vero che i paesi europei hanno firmato nel 1957 una convenzione che li impegna a sottoporsi alla giurisdizione dell'Aia in caso di controversie, ma solo su questioni successive alla data di ratifica. Anche per la richiesta di un parere consultivo, l'avvocato Lau vede una difficoltà: «La premessa è che tra gli stati ci sia un conflitto. Visto che Frattini si dichiara d'accordo col governo tedesco nel respingere le pretese degli ex internati e nel tutelare sempre e comunque l'immunità degli stati, il conflitto dov'è?». Il senso politico dell'intervista di Frattini è gravissimo. Il ministro accetta un patto d'omertà tra le ex potenze dell'Asse fascista per "chiudere» il capitolo delle guerre passate, presenti e future. A tal fine prende le distanze dai cittadini italiani, ex internati militari e deportati civili, che hanno citato in giudizio lo stato tedesco e chiedono un risarcimento. Sposa anzi le ragioni della controparte, come se fosse ministro del re di Prussia. Inoltre denuncia come sovvertitori dell'ordine giuridico internazionale i giudici della cassazione. Ora, sebbene siamo orami abituati a sentir dichiarare pazzi i giudici, crediamo che la costituzione repubblicana continui a imporre al governo di rispettare le sentenze del potere giudiziario. Può un ministro brigare, insieme al governo tedesco, per aggirare il verdetto della cassazione con un inciucio all'Aia? Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa Giorgio Napolitano, presidente della repubblica e del consiglio superiore della magistratura. E cosa ne pensa l'opposizione in parlamento, se ancora c'è.

 

Liberazione – 21.6.08

 

Il Congresso che vorremmo... – Piero Sansonetti

Abbiamo discusso molto, in riunione di redazione, ieri mattina. Del congresso di Rifondazione comunista. E del modo nel quale a noi tocca parlare di questo congresso. La discussione è partita da due fatti. Primo fatto: alcuni giornali (essenzialmente Repubblica e l'Unità , con articoli scritti da Umberto Rosso e Simone Collini, due colleghi in genere molto scrupolosi e informati) ieri parlavano di uno scontro feroce aperto all'interno del partito sulle procedure congressuali, sul conteggio delle tessere, sull'ammissione o meno dei nuovi iscritti. E accennavano addirittura al rischio di un ricorso in tribunale o di una scissione prima ancora del congresso di Chianciano (24-27 luglio). Secondo fatto: Liberazione è il giornale del Prc e dunque ha l'obbligo di una certa oggettività ed equidistanza nel riferire del Congresso, e in qualche modo deve garantire qualcosa di simile alla par condicio che, in tempi elettorali, è richiesta alla Tv pubblica. Attorno a queste due questioni si sono affastellati molti interrogativi. Ne elenco alcuni: un giornale, anche se è un giornale di partito, può o non può accettare censure e autocensure? I nostri lettori hanno diritto o no ad una informazione completa su quello che succede, anche se questo rischia di poter apparire non equidistante (oltretutto il punto di equidistanza dai cinque lati di un poligono irregolare, credo che non esista...)? Un giornale che, da sempre - per sua natura incorreggibile - fornisce ai lettori il proprio punto di vista, la propria analisi, può restare in assoluto silenzio, fingendosi distratto o privo di pensiero, di fronte a fatti, avvenimenti, conflitti che riguardano da vicino il futuro della sinistra? E poi la domanda delle domande: è utile un congresso che non sia in grado di parlare al popolo di sinistra, indicargli priorità, scadenze, agende di lotta, idee con le quali cercare di immaginare la società, analizzarne le storture, individuare il modo di correggerle? E' utile un congresso rannicchiato su se stesso, tutto teso alla conta, preoccupato solo della definizione del gruppo dirigente, e che impone quasi una sospensione della politica - dell'impegno, della mobilitazione, delle alleanze, della discussione vera - mentre nel paese, e in Europa, vengono a maturazione processi drammatici di ristrutturazione sociale, politica, e dello spirito pubblico, che stanno trasformando in senso reazionario e autoritario tutta la società, le relazioni tra le persone, il mondo del lavoro, i criteri essenziali della civiltà? Ieri Pietro Ingrao ha rilasciato una intervista al Corriere della Sera nella quale ha sostenuto, essenzialmente, quattro cose. Prima: Veltroni ha fatto bene a rompere con Berlusconi, ma lo ha fatto un po' tardi. Seconda: D'Alema deve indicare quale progetto di società ha in mente, e non si decide a farlo. Terza, Berlusconi sta realizzando una svolta reazionaria, Berlusconi non è il nazifascismo, e dunque per opporsi a Berlusconi è sbagliato chiamare alla lotta antinazista ma bisogna invece attrezzarsi a una strategia per ribaltare la sua svolta reazionaria e di destra. Quarta, la questione essenziale che sta di fronte al congresso di Rc non è la scelta tra Vendola e Ferrero, ma la definizione di una idea e di un volto nuovo per la sinistra italiana. In genere, nelle nostre discussioni alla riunione di redazione, si delineano due o tre opinioni diverse - anche perché tra di noi vivono molte «anime» della sinistra - che talvolta trovano una sintesi e una mediazione, talvolta no. Ieri invece avevamo tutti la stessa opinione: eravamo d'accordo con l'analisi di Ingrao ed eravamo convinti che il giornale non può assumere di fronte al congresso un atteggiamento assente. Allora andiamo ad esaminare le singole questioni. La prima riguarda le liti sui modi di svolgimento del congresso. E' logico, in parte, che avvengano. E' un congresso molto difficile, teso, dall'esito incerto, con varie mozioni che si scontrano, due delle quali appaiono più consistenti delle altre e sono in lotta per la leadership, cioè per la conquista della maggioranza. Qualche tensione è normale. Qualche contestazione. Però cerchiamo che questo aspetto non prevalga su tutti gli altri e possibilmente evitiamo che diventi «il messaggio» che si manda all'esterno. Mi pare francamente abbastanza improbabile che qualche gruppo di Rifondazione comunista stia cercando di comprare voti o pacchetti di iscritti, come capitava una volta ai congressi della Dc. Se non altro per il semplice motivo che non avrebbe né denari né potere con i quali «pagare» l'acquisto. Giusto? Allora è possibile chiedere a tutti, ai dirigenti di tutte le mozioni, di adoperarsi perché i congressi si svolgano con serenità, discutano delle grandi questioni politiche che abbiamo davanti, chiamino alla partecipazione, cerchino di rivolgersi al popolo e di mettere in moto nuovi processi politici, nuovi dialoghi, nuove battaglie. Non mi pare che esista tra le mozioni che si sfidano al congresso un dissenso su questa necessità. Non mi sembra che nessuno proclami la necessità di chiuderci in noi stessi, come gli struzzi, e aspettare che la bufera passi. E' improbabile che la bufera passi da sola. E non vedo all'orizzonte molte forze che abbiano in mente un progetto per opporsi alla restaurazione che sta dilagando in Italia e in Europa. E' nostro compito, o no, porci il problema di affrontare questo frangente storico, e assumere un ruolo da protagonisti? Tutto qui. Se poi succede che durante lo svolgimento del congresso molta gente si avvicina al partito e chiede di iscriversi, meglio così. Vuol dire che ancora rappresentiamo qualcosa, che abbiamo delle speranze. E poi c'è una seconda domanda che vorrei fare ai dirigenti di tutte le mozioni: è possibile stroncare sul nascere ogni discorso sulla scissione? Scissione di che? E in nome di che cosa, sulla base di quale inconciliabile rottura nella prospettiva politica? L'amore per la scissione è stato il grande male del movimento operaio e della sinistra nel secolo scorso. Allora però si scindevano grandi partiti, grandi movimenti, gigantesche organizzazioni sindacali, e lo facevano sulla base di diversità profonde sulle opzioni fondamentali della politica e del progetto do società. E tutto questo, forse, era una giustificazione, seppure piccolissima. Oggi non ci sarebbe nessuna piccolissima giustificazione.

 

Verso Chianciano, febbre nel Prc. I sospetti, le accuse, i veleni...

Angela Mauro

A circa un mese dal congresso, sale la temperatura del dibattito interno al Prc. Accuse reciproche, dubbi sul tesseramento, ipotesi di ricorsi in tribunale, scenari di scissione addirittura ancor prima dell'assise nazionale di Chianciano (24-27 luglio). E' il quadro che emerge dalle pagine di noti quotidiani nazionali come Repubblica e L'Unità , che ieri hanno pubblicato due articoli sull'argomento. Un quadro drammatico che allarma i diretti protagonisti dello scontro interno, concentrato in particolare tra la "mozione uno", quella di Ferrero-Grassi, e la "mozione due", Vendola-Giordano. Ufficialmente tutti invitano ad abbassare i toni del dibattito, a «non distruggere la casa comune», a scongiurare rischi di scissione per non finire nella nicchia di «due partiti satelliti del Pd». Tutti. Ma al tempo stesso continua lo scambio di accuse. In sostanza, i ferreriani denunciano un «tesseramento artefatto», gonfiato da iscritti «dell'ultimo minuto» per inquinare il congresso del partito. Accuse ritenute inaccettabili dai vendoliani, che rivendicano la semplice applicazione del regolamento approvato all'ultimo comitato politico nazionale. Nervi e tensione per il momento si annodano in alcune città in particolare, quelle dove le "bombe" interne sono già scoppiate. Prendiamo il caso di Arezzo. Qui l'accusa dei ferreriani è che «un'intera sezione» di Sinistra Democratica sia passata a Rifondazione per dar man forte ai vendoliani, che hanno poi vinto il congresso cittadino. Accusa Alfio Nicotra , aretino doc e attualmente segretario regionale in Lombardia, che «a un certo punto del congresso, si sono presentate una cinquantina di persone mai viste prima, che non hanno mai partecipato ai dibattiti interni, nè alla stesura delle mozioni. Hanno votato e poi se ne sono andate. Una modalità in stile primarie del Pd che non ha niente a che vedere con la cultura di Rifondazione. Tra di loro, c'era gente che ha davvero partecipato attivamente alle primarie del Pd, votando per la Bindi: che c'entrano con il Prc?». «Falso», replica il segretario della Federazione di Arezzo, Marco Paolucci , vendoliano. «Su 49 nuovi tesserati, solo uno era iscritto a Sd l'anno scorso e tra l'altro non ha nemmeno votato per Vendola, ma per la mozione 5», la Russo-De Cesaris. «Non ce ne sono altri, sono pronto a scommettere. I nuovi tesserati sono tutti giovani, indipendenti». In ogni caso - e almeno su questo Nicotra e Paolucci concordano - sarà la commissione provinciale a verificare se tra i nuovi iscritti ci siano persone con doppia tessera. Al momento, il congresso non è annullato, ma la questione è evidentemente aperta. Da parte sua, il coordinatore regionale di Sd Toscana, Giuseppe Brogi , che è di Arezzo, è basito: «Un'intera sezione sarebbe passata al Prc? Magari ad avercela: in città abbiamo una trentina di iscritti che non sono organizzati con una sezione...». Getta acqua sul fuoco il segretario regionale di Rifondazione Nicolò Pecorini : «Per fortuna Arezzo è un'eccezione. Nel resto della Regione il clima non è così teso...». Ma Nicotra parla di passaggi formali che sarebbero stati saltati. «Da statuto, le nuove domande di iscrizione devono essere prima vagliate dal direttivo di circolo. Non ci risulta che sia stata rispettata la procedura». Paolucci: «Non è vero, il direttivo ha vagliato e in ogni caso ha solo il potere di respingere le domande di chi ha un passato in organizzazioni fasciste o è colluso con la criminalità: non prevede esami del dna...». Nicotra però fa un discorso più generale e riferisce le accuse pure a quanto accaduto a Brescia. Anche qui lo scontro è al calor bianco. La questione è sempre la stessa: boom di tesseramenti all'ultimo minuto. Tanto che adesso l'accordo raggiunto per fare chiarezza è che la commissione federale per il congresso sentirà i segretari di circolo per acquisire informazioni sui nuovi iscritti. E saranno i segretari di circolo a interrogarli uno per uno. «Vogliono sapere chi sono e perchè alcuni di loro non sono iscritti nel circolo di residenza», spiega la segretaria provinciale del partito a Brescia, Gianna Baresi , vendoliana. «Accettiamo la sfida, non abbiamo nulla da temere, ma mi chiedo: qui davanti a me, mentre parlo al telefono, ho un operaio della Beretta. E' residente a Brescia, si vuole iscrivere ma nel suo quartiere non c'è un circolo del Prc. Da quale segretario di circolo lo mando?». E poi c'è il caso di Massafra, in provincia di Taranto, dove i vendoliani - che hanno vinto il congresso - accusano i ferreriani di non aver consentito ad alcuni operai precari di votare, sebbene siano arrivati in ritardo solo perchè di turno in fabbrica. «Una violazione del regolamento», dice il segretario regionale Nicola Fratoianni . «Accuse strumentali, hanno pure vinto...», è la replica dei ferreriani. Fratoianni allarga il campo del ragionamento. «Ci accusano sui nuovi tesseramenti, ma noi non facciamo che applicare il regolamento secondo cui possono votare gli iscritti 2008 che abbiano preso la tessera dieci giorni prima dei congressi di circolo e gli iscritti 2007 che l'abbiano rinnovata prima del congresso». «E' una questione di etica politica, non di procedure», ribatte Nicotra. Se vai a Bologna trovi un altro focolaio di polemiche. I vendoliani lamentano lo spostamento all'ultimo momento dell'orario e della sede di svolgimento del congresso del Circolo Migranti, il che avrebbe reso più difficoltosa la partecipazione degli iscritti. Falso, è la risposta dell'ufficio stampa della "mozione uno", «erano italiani che volevano votare lì. Se è per questo, potremmo dire che a Lecco e Firenze la mozione due non ha permesso a operai e ferrovieri di votare, solo perchè arrivati in ritardo...». Il clima è questo. Tanto che l'ex ministro Paolo Ferrero , ieri in serata, diffonde una lunga nota per denunciare gli «schizzi di fango» e le «anonime veline ai giornali». E continua: «Nemmeno la Lega nord, in due anni di governo, mi aveva attribuito tante nefandezze, come l'accusa di non voler far votare i nuovi iscritti o gli operai della Fiom o i migranti. Temo che gli schizzi di fango servano solo a distruggere la stessa possibilità di convivenza e futuro di una comunità politica, quella del Prc, che invece va difesa e preservata contro ogni attacco, esterno o interno». Infine, la proposta ai vendoliani di rispettare una «minima regola di costume e moralità della politica e cioè che quando si attacca, lo si faccia con la propria faccia e in modo trasparente». I vendoliani ribattono a stretto giro. «Prendiamo atto con sincero piacere della volontà di non contrastare il diritto al voto dei nuovi iscritti nel corso del nostro congresso», si legge in una nota. Ma «a livello locale gli episodi denunciati, non con veline ma con un comunicato firmato dal coordinamento della mozione, e ripresi da alcuni giornali si sono purtroppo verificati e sono facilmente accertabili e documentabili». L'auspicio è che «d'ora in poi ci sia un atteggiamento diverso, sia a livello locale che nazionale. Siamo tutti decisi a fare il possibile per garantire una dialettica congressuale nei limiti dello scontro politico anche aspro. Non possiamo però nascondere che alcuni episodi, come la riunione di tutte le mozioni ad eccezione della nostra che si è tenuta oggi (ieri, ndr.) presso la direzione del partito e che i partecipanti hanno cercato poi di tenere rigorosamente segreta». Per martedì prossimo i vendoliani vorrebbero tenere una riunione dei primi firmatari di tutt'e cinque le mozioni congressuali. «Ho ricevuto la lettera di invito, per quanto mi riguarda io ci sarò», assicura Maurizio Acerbo della "mozione uno". «Bisogna fare di tutto perchè il partito esca vivo da questa vicenda», aggiunge. Ma non è ancora chiaro se l'incontro si terrà. Scissione prima del congresso, attraverso un percorso fatto dell'annullamento dei congressi di circolo e ricorsi in tribunale che a quel punto vanificherebbero l'assise di Chianciano? «Dobbiamo fermarci tutti - esorta pure Nicotra - e fare ricorso al senso di responsabilità». «Evitiamo di costruire polemiche sul tesseramento, producono solo disastri», sottolinea Fratoianni. In un faccia a faccia tra l'ex segretario Franco Giordano e Ferrero, pochi giorni fa, i vendoliani hanno aperto alle verifiche sui nuovi tesserati, ma se poi si scopre che appartengono a circoli Arci - per dire - da sempre al fianco del Prc nelle mobilitazioni sociali? Che si fa? «Secondo me, il congresso lo devono decidere gli iscritti di Rifondazione. Serve senso della misura, non si possono usare posizioni di potere locale per fare tessere...», dice Acerbo.

 

Wall Street, l'Fbi lancia l'offensiva. «Per restituire credibilità al mercato» - Martino Mazzonis

Arresti politici. Viene quasi da ridere ma è proprio così. Ralph Cioffi e Matthew Tannin, i due manager della Bear Stearns arrestati nell'ambito della maxi indagine dell'Fbi sulle frodi perpetrate ai danni dei piccoli investitori alla vigilia della crisi dei mutui subprime, così come gli altri 400 arrestati nell'operazione «Mutuo malvagio», sono finiti in carcere perché è ora di restituire fiducia ai mercati. Lo ha spiegato il vice procuratore generale Mark Filip durante la conferenza stampa: «Le due inchieste sono pensate per far tornare stabilità e fiducia nel mercato del credito e in quello immobiliare». E se coloro che ti propongono di investire non ti dicono la verità, non c'è molto da avere fiducia. E così Washington, o meglio il Federal Bureau of Investigation , ha deciso di fare pulizia. Un po' in ritardo, certo, quando il vento della finanza tirava nessuno si è alzato per denunciare i pericoli della bolla speculativa. Anche se i principali strumenti di informazione economica e un poco di razionalità avrebbe potuto avvertire la politica. I due manager di quella che fu una delle principali banche di investimenti americane, sono accusati di aver mentito agli investitori e alle banche sulla situazione dei fondi di investimento che gestivano. Gli investigatori hanno rintracciato una serie di e-mail della primavera 2007 nelle quale i due si scambiavano commenti preoccupati sulla qualità della baracca finanziaria che gestivano («Ho paura per quei mercati», «Credici o meno ma ho convinto la gente a metterci altri soldi», «Dovremmo chiudere questi fondi»), mentre nelle relazioni agli investitori raccontavano una realtà diversa. In un caso, uno dei due convinse un investitore istituzionale che voleva ritirare diversi milioni per spostarli altrove raccontando di aver appena messo 8 milioni dei suoi su quel fondo. Una bugia: prima che le cose peggiorassero i soldi di Cioffi erano piazzati su cavalli più sicuri. Il gioco delle banche era quello di far crescere il valore di fondi prestando soldi alle banche immobiliari che facevano mutui a chiunque. Quando le persone indebitate hanno smesso di pagare le rate del mutuo, il gioco si è inceppato, e chi aveva fatto credito alle banche immobiliari è finito con il muso per terra. La Bear Stearns è forse la banca di investimenti più scoperta. Tanto che non è bastato l'intervento della Federal reserve a salvarla ed è stata acquistata sotto costo dalla JP Morgan. La difesa dei due manager è semplice: «Siamo capri espiatori». «Il mio assistito - ha detto uno degli avvocati di Cioffi - ha l'unica colpa di essere manager del primo fondo ad aver perso soldi in quella quantità a Wall street. Poi hanno perso soldi allo stesso modo». Un argomento sensato, ma gli arresti per frode, ha spiegato il direttore dell'Fbi Mueller, sono 400. Le inchieste sono separate perché in alcuni casi ci sono semplici operatori del settore immobiliare che truffano famiglie indebitate approfittando della crisi dei mutui subprime e in altri manager che mentono agli investitori sulla tenuta dei fondi che gestiscono o approfittano di informazioni riservate per tentare operazioni spericolate in borsa. I due manager, dunque, sono semplicemente i personaggi più famosi di un sistema che tollerava la truffa ai danni degli investitori. E che, in questa forma, ha smesso di funzionare. Tra i 400 arrestati infatti non ci sono solo grandi gestori di fondi di investimento. Quelli dell'Fbi sono convinti che le frodi sui mutui siano in aumento anche grazie alla crisi dei subprime. Prestatori di soldi nel settore immobiliare pronti ad intervenire e a truffare famiglie già nei guai ce ne sono molti, hanno spiegato gli investigatori. Il quadro complessivo è deprimente e l'impressione è che le autorità giudiziarie siano arrivate tardi a fare il lavoro che spettava a quelle monetarie e di Borsa. Oggi, in piena crisi del mercato immobiliare e finanziario, ogni volta che una banca di investimento diffonde dati relativi all'andamento dei propri affari, Wall street scivola verso il basso. Ieri un investitore ha citato in giudizio i manager della Lehman brothers per aver male informato i propri clienti sugli investimenti nel mercato dei subprime. Se un solo investitore-consumatore dovesse vincere una causa del genere, sarebbero guai grossi. Proprio ieri, il Fondo monetario internazionale ha suggerito alle autorità americane di prevedere più controlli nei confronti delle banche di investimento e dei fondi e di accentrarli presso la Federal reserve. Fino ad oggi, infatti, i controllori erano diversi e i controlli relativi. Questo ha consentito alla Bear e a molte altre banche di vendere patacche. Lo stesso segretario al Tesoro, Paulson, due giorni fa era tornato a proporre l'idea che la Banca centrale statunitense venga dotata di maggiori poteri ispettivi e di intervento.

 

Repubblica – 21.6.08

 

Il morso del Caimano - CURZIO MALTESE

È un po' ingenuo, anzi molto, stupirsi che Berlusconi sia tornato Caimano. Se esiste una persona fedele a se stessa, oltre ogni umana tentazione di dubbio o di noia, questa è il Cavaliere. Era così già molto prima della discesa in politica, con la sua naturale carica eversiva, il paternalismo autoritario, l'amore per la scorciatoia demagogica e il disprezzo irridente per ogni contropotere democratico, a cominciare dalla magistratura e dal giornalismo indipendenti, l'insofferenza per le regole costituzionali, appresa alla scuola della P2. Il problema non è mai stato quanto e come possa cambiare Berlusconi, che non cambia mai. Piuttosto quanto e come è cambiata l'Italia, che in questi quindici anni è cambiata moltissimo. In parte grazie all'enorme potere mediatico del premier. Ogni volta che Berlusconi ha conquistato Palazzo Chigi ha provato a forzare l'assetto costituzionale e per prima cosa ha attaccato con violenza la magistratura. Lo ha fatto nel 1994 con il decreto Biondi, primo atto di governo; nel 2001, quando i decreti d'urgenza sulla giustizia furono presentati prima ancora di ricevere la fiducia; e oggi. Con una escalation di violenza nei toni e, ancor di più, nei contenuti dei provvedimenti. Il pacchetto giustizia di oggi è più eversivo della Cirami e del lodo Schifani, a sua volta più eversivi del "colpo di spugna" del '94. Ma, alla crescente forza delle torsioni imposte da Berlusconi agli assetti democratici, ha corrisposto una reazione dell'opinione pubblica sempre più debole. Nel '94 la rivolta contro la "salva-ladri" azzoppò da subito un governo destinato a durare pochi mesi. Nel 2001 i "girotondi" inaugurarono una stagione di movimenti, con milioni di persone nelle piazze, che si tradussero fin dal primo anno in una serie di pesanti sconfitte elettorali per la maggioranza di centrodestra, pure larghissima in Parlamento. La terza volta, questa, in presenza di un tentativo ancora più clamoroso di far saltare i cardini della magistratura indipendente, la reazione è molto debole. L'opposizione, accantonate le illusioni di dialogo, annuncia una stagione di lotte, ma non ora, in autunno. La cosiddetta società civile sembra scomparsa dalla scena. I magistrati sono gli unici a ribellarsi con veemenza, ma sembrano isolati, almeno nei sondaggi. Quasi difendessero la propria corporazione e non i diritti e la libertà di tutti, così come l'hanno disegnata i padri della Costituzione. Ecco che la questione non è che cosa sia successo a Berlusconi (nulla), ma che cosa è successo al Paese. Siamo davvero diventati un "paese un po' bulgaro", come si è lasciato sfuggire il demiurgo pochi giorni fa? La risposta, purtroppo, è sì. In questo quarto di secolo che non ha cambiato Berlusconi, l'Italia è cambiata molto e in peggio, il tessuto civile e sociale si è logorato, il senso comune è stato modellato su pulsioni autoritarie. Molti discorsi che si sentono negli uffici, nei bar, sulle spiagge oggi, da tutti e su tutto, si tratti di immigrazione o di giustizia, di diritti civili come di religione, di Europa o di sindacati, nell'Italia del '94 sarebbero stati inimmaginabili. Il berlusconismo è partito dalla pancia di un Paese dove la democrazia non si è mai compiuta fino in fondo, per mille ragioni (ragioni di destra e di sinistra), ma ora ha invaso tutti gli organi della nazione ed è arrivato al cervello. La mutazione genetica della società italiana è evidente a chi ci guarda da fuori. Perfino negli aspetti superficiali, di pelle: non eravamo mai stati un popolo "antipatico", com'è oggi. Più seriamente, il ritorno di Berlusconi al potere e le sue prime e devastanti uscite hanno evocato i peggiori fantasmi sulla scena internazionale. Si tratta però di vedere se il "caso Italia" è tale anche per gli italiani. Se nell'opinione pubblica esistano ancora quei reagenti democratici che hanno impedito nel '94 e nel 2001 la deriva, più o meno morbida, verso un regime. I segnali sono contraddittori, la partita è aperta. Certo, in questi decenni la forza d'urto del populismo berlusconiano è andata crescendo, così come la presa su pezzi sempre più ampi di società. Non si tratta soltanto di potere delle televisioni o dell'editoria, ma di una vera e propria egemonia culturale. E sorprende che nell'opposizione, gli ex allievi di Gramsci, ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non comprendano i meccanismi e la portata della strategia in atto. Altro che "l'onda lunga" di craxiana memoria. Anche loro, purtroppo, non cambiano mai. Si erano illusi (ancora!) di trasformare Berlusconi in uno statista, offrendogli un tavolo di trattative. S'illudono (ancora!) di poter resistere con la politica del "giù le mani" e con l'arroccarsi nelle regioni rosse, che sono già rosa pallido e rischiano prima o poi di finire grigie o nere. In attesa di tempi migliori. Non ci saranno tempi migliori per l'opposizione. Bisogna trovare qui e ora il coraggio di proposte forti e alternative al pensiero unico dominante, invenzioni in grado di suscitare dibattito e bucare così la plumbea egemonia "bulgara" dell'agenda governativa. Bisogna farsi venire qualche idea, anzi molte, una al giorno, per svegliare l'opinione pubblica democratica dal torpore ipnotico con cui segue gli scatti in avanti di Berlusconi. Lo stesso torpore ipnotico che coglie la preda davanti alle mosse del caimano. Che alla fine, attacca.

 

Gabbie, telecamere e solitudine. "Qui si può morire come cani"

NICCOLO' ZANCAN

TORINO - Questa sera riso, piselli e frittata. Poi c'è la partita. "Io tifo per l'Italia - dice Abdelkarim Sellhami, 19 anni, canottiera rossa sudata - sono cresciuto qui. Non mi resta nessuno in Marocco, non ho neanche la casa. Questa è mia moglie italiana, guarda. Ecco il libretto di matrimonio. Ci siamo sposati in comune a Torre Pellice. Il problema è che abbiamo litigato, non ho più la convivenza. Per questo mi hanno portato al centro". All'ingresso bisogna fare subito una scelta. Nelle gabbie non è ammesso il telefono con videocamera integrata. Si può lasciare in custodia, nella speranza di ricevere dai parenti un vecchio modello che non scatti fotografie. Oppure bisogna spaccarlo. Usano una biro. La conficcano nell'obiettivo. Un colpo secco. Fanno quasi tutti così. Hanno telefonini mutilati, orbi. Li tengono in tasca anche mentre giocano a pallone. Aspettano dall'avvocato la chiamata che può salvargli la vita in Italia. Zona rossa, la prima a sinistra dopo gli uffici amministrativi. Entriamo alle 18,20. Sulla porta della camerata numero uno c'è la foto di Anna Falchi nuda. Al posto dello scotch funziona il dentifricio. La stanza numero due invece è quella dov'è morto Hassan Nejl, 36 anni, tunisino. Era grande, grosso e prendeva il metadone. L'hanno trovato sabato 24 maggio alle 8,15 di mattina. Steso sul materasso di gomma piuma, accucciato su un fianco come un bambino. Aveva la schiuma alla bocca. Secondo i compagni stava malissimo. Febbre a quaranta, macchie rosse sul viso. "L'hanno lasciato morire come un cane - dicono ancora adesso - a mezzanotte abbiamo chiesto aiuto, ma non l'hanno soccorso". Per la Croce Rossa, che gestisce il centro su incarico della Prefettura, la verità è un'altra. Hassan Nejl era stato visitato in infermeria nel pomeriggio, aveva poche linee di febbre e la gola leggermente infiammata. I primi esami dell'autopsia avrebbero evidenziato tracce di diverse sostanze stupefacenti nel suo organismo. Forse è morto di overdose. La Procura di Torino ha aperto un'inchiesta. Per ora non ci sono indagati. Di sicuro l'inaugurazione del più moderno ed attrezzato Cpt italiano, modello per la nuova linea di governo - si chiamerà Cie Centro di identificazione ed espulsione - è stata tragica. Per tutti. "Berlusconi cambia legge!", urla un ragazzo riccio appena vede la telecamere. "Non puoi lasciarci qui dentro per diciotto mesi", si sbraccia come se parlasse direttamente al premier. Nelle ultime settimane il clima è cambiato. Said Rabi, 31 anni, marocchino, ha denunciato di essere stato pestato dagli agenti. La polizia lo ha denunciato per resistenza. Interrogato, Rabi ha ammesso di aver dato due testate contro il muro dell'infermeria volontariamente. "Ero ammanettato e schiacciato sul pavimento - ha detto piangendo - l'ho fatto per rabbia". Non era mai successo niente di troppo grave in nove anni di vecchia gestione. Niente, se si escludono tre epidemia di scabbia, le ragazze nigeriane nude sui tetti per protesta, le fughe tentate e quelle riuscite, i materassi incendiati, i trentamila in manifestazione qui davanti il 30 novembre 2002: "Chiudere il lager di Torino!". Una volta c'erano i container di lamiera. Caldo infernale nei pomeriggi d'estate. Ora, dodici milioni di euro stanziati dal ministero dell'Interno si sono trasformati in queste casette in muratura chiuse da gabbie alte, con telecamere telescopiche che riprendono ogni respiro di vita comune. "Tutte le stanze sono collegate con un citofono - dice il colonnello della Croce Rossa, Antonio Baldacci - si può chiedere assistenza in qualsiasi momento. C'è un medico di guardia ventiquattr'ore su ventiquattro. Per la giornata offriamo carte, dama, pallone e giornali in lingua. Facciamo ginnastica tre volte a settimana, c'è un barbiere a disposizione degli ospiti". È tutto inchiodato al cemento. Tutto grezzo e lineare. Per evitare lanci, danneggiamenti, tentativi di suicidio. I televisori al plasma sono piantati in alto sulle pareti. Un telecomando ogni sei letti. "Mi chiamo Rusafi Muhessyn. Ho il permesso scaduto. Sono qui da 18 anni. Ho sempre fatto il cuoco. Purtroppo in nero, questo è il problema. Io dico che se si mettono una mano sul cuore mi lasciano andare...". Youssef Kharin ha una camicia azzurra a maniche corte e un borsello a tracolla: "Sono stato ricoverato all'ospedale di Forlì per sessanta giorni. Qui al polmone mi hanno messo un tubo. Sabato avevo l'appuntamento per fare gli esami del sangue. La polizia mi ha preso e portato al centro. Avevano le sirene accese. Ma io non ho mai toccato nessuno, sono sempre stato tranquillo con la mia donna. Ho problemi perché lavoravo per un'agenzia. Contratti di tre mesi, tre mesi, tre mesi... Quando mi sono ammalato ho perso il lavoro e il permesso". La giornata è scandita da orari precisi. Colazione alle 9. Visite autorizzate alle 14. Distribuzione cena e cambio biancheria alle 20. Il momento più atteso però è alle 13: pranzo, posta e sigarette. Vengono distribuite dieci MS a testa al giorno. Tabacco di Stato. Questa sera dentro al Cpt ci sono 67 persone, dieci sono donne. Quasi nessuno dice di essere stato in carcere. "È quello che raccontano - spiega il vicequestore Rosanna Lavezzaro, responsabile della sicurezza - ma la stragrande maggioranza ha precedenti penali. Qui a Torino stiamo attentissimi, in questo senso. Difficilmente troverete al Cpt una badante clandestina incappata nel primo controllo di polizia". Però nella stanza numero sei, puoi trovarci il badante algerino Hamitius Munir, di anni 47: "Ho passato la vita a guardare una persona anziana. Dall'88 non torno nel mio paese per colpa della guerra. L'ultimo permesso l'ho avuto nel '92. Sono senza documenti, ma ho fatto del bene al prossimo. Se torno in Algeria mi ammazzano subito". Abdellilleh Bahaj, 33 anni, da Casablanca, grandi occhiali neri da sole, ha vecchi precedenti per spaccio: "Il nostro problema sono i documenti. Questa nuova legge di Berlusconi non va bene. È contro la Comunità Europea. Voglio uscire da qui, restare in Italia, fare una vita buona, cercare un lavoro e una donna. Voglio stare tranquillo e aiutare mia madre". Preghiere. Mentre arriva il carrello della mensa. Niente birra. Vietati gli alcolici anche ai non musulmani. Hassan Elbentaui, 38 anni - "sedicente marocchino" c'è scritto nel suo fascicolo - detesta il menù: "Basta piselli e riso, questo schifo qui! Io a casa mangio la carne e il pesce, tante ricette. È vero: sono stato in carcere. Ma il carcere è meglio che il centro. Almeno sai cosa ti aspetta". "Sì - interviene un ragazzo che si gratta le caviglie - qui non dicono niente. Ci fanno la sorpresa. Fanno quello che vogliono loro". Ora le ruspe non scavano più. I lavori per l'ampliamento del centro ricominciano domani mattina. Altre camerate in muratura, altre gabbie, altri dieci milioni di euro, fino a 180 posti. Molte cose stanno cambiando intorno al Cpt di Torino, non solo il nome, non soltanto l'aspetto esteriore. Alla manifestazione in memoria di Hassan Nejl, sabato 31 maggio, c'erano meno di trecento persone. Forse le gabbie per i clandestini in attesa di identificazione non indignano più. Hassan Nejl era sconosciuto a Torino e quasi dimenticato a casa. La sua famiglia vive alla periferia di Tunisi. Attraverso un'interprete, la madre ha chiesto un favore alla polizia: "Non lo vedo da dodici anni - ha detto piangendo al telefono - mandatemi una foto insieme alla bara. Qualunque foto, anche da morto".

 

La Stampa – 21.6.08

 

"Sul federalismo Silvio rispetti i patti" - AMEDEO LA MATTINA

ROMA - Roberto Maroni considera il federalismo fiscale la «madre di tutte le battaglie». «Le schermaglie di questi giorni sono sciocchezze». E tanto per essere chiaro, agli alleati il ministro dell’Interno ricorda che il modello è solo quello proposto dalla Lombardia (15% di Irpef e 90% di Iva rimane alle regioni). Nella maggioranza c’è chi considera questo modello molto spinto e pensa a una mediazione che tenga conto delle regioni del Sud. Per la Lega è invece il banco di prova della coalizione? «E’ il vero mastice della maggioranza per i prossimi cinque anni. Mi aspetto che tutti riconoscano che quanto scritto nel programma è Vangelo. Certo, alcuni lo considerano molto spinto ma pensi che qualcuno dei nostri lo considera poco coraggioso. Il programma di governo non va ridiscusso, ma attuato, così come abbiamo attuato la norma sulle intercettazioni, la sicurezza, il reato di immigrazione clandestina, il taglio dell’Ici sulla prima casa ed altro... Quanto alle regioni del Sud, non è vero che saranno costrette a chiudere scuole e ospedali. Il problema del Sud non sono le risorse, ma l’esatto opposto: arriveranno tanti di quei soldi che sarà difficile spenderli tutti. C’è il piano di sostegno dell’Unione europea che prevede una disponibilità finanziaria, solo per le regioni del Sud, di 100 miliardi di euro in cinque anni. Vuol dire 20 miliardi di euro all’anno, a partire dal 2008. Ma le regioni del Sud sono in grado di fare investimenti? Ecco, questo è un banco di prova». Nella maggioranza, però, ci sono resistenze. «Io, finora, non ne ho viste. L’altro giorno ne abbiamo discusso con Berlusconi, Tremonti, La Russa, Alemanno e si è detto che a settembre partirà il treno della riforma con tre vagoni. Il primo è il federalismo fiscale, il secondo è il “codice delle autonomie” che si propone di semplificare la maggior parte degli enti tra comuni e province. Parto dalla bozza Amato-Lanzillotta che è stata approvata dal governo Prodi. Il terzo vagone è Roma capitale: si pensa al distretto federale come quello di Washington». Il premier le sembra più attento al Mezzogiorno? «E’ una sciocchezza. Berlusconi è attento alle emergenze». L’altro giorno la Lega ha fatto scivolare il governo sul decreto rifiuti. Che tipo di segnale era? «Ho chiamato il capogruppo della Lega Cota perché anch’io ero rimasto sorpreso. Il secondo voto è stato un errore. Il primo è stato invece un segnale preciso su un argomento specifico. Quando il programma si traduce in leggi, su qualche dettaglio ci può essere una visione diversa tra Lega e Pdl. Siamo due partiti diversi. Guai se non fosse così: ci sarebbe il pensiero unico. La Lega rappresenta il Nord, il Pdl anche il resto del Paese e quando ci sono risorse che riguardano i territori, la sensibilità della Lega si manifesta. L’importante è trovare sempre la soluzione. Comunque, a Cota ho detto di prestare attenzione a queste cose perché ora la madre di tutte le battaglie è il federalismo fiscale: concentriamoci sulle questioni importanti e non su dettagli trascurabili». Con il Pd il dialogo saltato: è un problema per le riforme? «E’ sbagliato fare una guerra atomica per l’emendamento sui processi che considero una soluzione giusta alla lentezza dei processi. A Veltroni ricordo che la reazione dei suoi stessi elettori è stata più prudente. Ho visto un sondaggio pubblicato su Repubblica.it: il 60% dei cittadini giudica favorevolmente la norma e addirittura il 30% degli elettori del Pd». Non le sembra che con le dichiarazioni di Berlusconi si sia tornati al ‘95, come dice l’opposizione? «Le dichiarazioni polemiche le lascio ad altri. Sono cose che considero trascurabili. Il premier ha le sue opinioni. Io come ministro dell’Interno e membro del governo mi occupo del problema della sicurezza. Queste dichiarazioni di Berlusconi non interferiscono con la mia attività». Ma lei le condivide? «Io vedo che c’è una parte della magistratura che fa il suo lavoro in maniera eccellente. Penso ai magistrati di Napoli che in un anno e mezzo hanno istruito il processo d’appello contro il clan dei Casalesi e sono arrivati a una sentenza coraggiosa. Poi ci sono magistrati che sbagliano e fanno uscire i mafiosi di galera, che adottando metodi per colpire politicamente gli avversari. C’è quello che dice Berlusconi e chi fa il proprio dovere con coraggio e passione». Pensa che ci sia un rischio per la democrazia? «Berlusconi ha parlato di magistrati. Io rispondo delle forze dell’ordine e dei servizi di informazione che fanno capo a me e posso dire che la democrazia è più che sicura. Anzi, con me al Viminale è più sicura di prima. Garantisco il massimo di efficienza contro la criminalità anche se ora abbiamo un problema serio che la riduzione delle risorse. Sono tagli che io ho accettato perché uniformi per tutti i ministeri. Spero che il Parlamento mi dia qualche soldo in più, ma ho accettato perché spetta al ministro allocare il budget. Predisporrò un progetto di riforma del ministero dell’Interno, sia per la struttura centrale sia per quelle periferiche. Intendo concentrare le risorse per garantire la massima efficienza di polizia, carabinieri e vigili del fuoco».

 

Corsera – 21.6.08

 

Saper fare l'opposizione – Giovanni Sartori

L’opposizione muro contro muro, sempre, ad ogni costo, del Prodi-pensiero sembrava relegata al passato. Purtroppo sembra riemergere. Per colpa di chi? Questa volta di Berlusconi. È lui che dopo un felice esordio rompe il tessuto del dialogo ricadendo nell’antico vizio di usare il potere a proprio vantaggio, di tutelare i suoi interessi privati in atti di ufficio. Berlusconi quando si occupa di se stesso è sempre risolutissimo, si appella sempre alla volontà popolare, e oggi al fatto di essere sostenuto da un consenso del 60 e passa per cento. Ma il consenso elettorale non è un consenso «specifico », ma un consenso all’ingrosso. E il punto è se l’elettorato berlusconiano si rende conto della gravità del caso. Provo a spiegarlo con esempi. Mettiamo che Tizio sia proprietario di una banca, e che come tale stabilisca di poter prelevare quanti soldi vuole. Va bene? No, non va bene. Poniamo che Caio sia capo della polizia, che uccida la moglie e che stabilisca che la polizia non può indagare su di lui. Va bene? Direi di no. Tornando a Berlusconi, lui è capo del governo e come tale vuole essere intoccabile. Ha ragione? Vediamo. L’immunità dei parlamentari è un istituto antico che si afferma, nelle monarchie assolute, per proteggerli dal sovrano. Giusto. Oggi, peraltro, i monarchi assoluti non esistono più. Così la protezione è diminuita: è fornita dalla autorizzazione a procedere. Che però al Cavaliere non serve, visto che il processo che lo preoccupa (il caso Mills) andrà a sentenza tra pochi mesi. Pertanto chiede, per salvare se stesso, un emendamento che rischia di mandare al macero fino a 100 mila procedimenti; e qui siamo davvero fuori proporzione. Non contento, il Nostro riesuma anche la ex Schifani per blindarsi senza fine. Questo secondo provvedimento prevede l’immunità nell’esercizio delle proprie funzioni per 19 casi, incluso ovviamente il suo. E tutti sanno che dopo Palazzo Chigi Berlusconi conta subito di salire per sette anni al Quirinale. Se non siamo ancora a una immunità a vita, siamo nei paraggi. In frangenti come questi, una opposizione «responsabile » (così, bene, Piero Ostellino) cosa può fare per rendersi efficace, il più efficace possibile? Deve presentare contro- progetti che obblighino la maggioranza a discuterli. Nel caso del primo emendamento il suggerimento ragionevole per alleggerire un carico di arretrati giudiziari che è davvero irragionevole, è di accantonare tutti i procedimenti inutili, inutili perché finirebbero in prescrizione. E nel secondo caso la controproposta ragionevole potrebbe essere di concedere l’immunità a tutti i parlamentari che la richiedono, a patto, però, di non essere rieleggibili alla scadenza del loro mandato fino alla sentenza definitiva del procedimento a loro carico. Perché nessuno può essere al di sopra della legge a vita. Lo sono, appunto, i dittatori. Solo loro, vorrei sperare. Leggo che il presidente Napolitano è irritato e molto perplesso. Ne ha ben donde. Il «pacchetto sicurezza » gli sta bene; ma deve inghiottire per questo anche il «pacchettino» salva- Berlusconi? Il suo predecessore, presidente Ciampi, non usò mai — per negare al governo l’autorizzazione a procedere —l’art. 87 della Costituzione; e così fu poi tutto un cedere. Napolitano ha davvero motivo di meditare a fondo.

 

Lo strano Midas dei quarantenni - Maria Teresa Meli

Gianni Cuperlo attraversa il palco della presidenza del Pd. Ha appena finito di dire a Veltroni e a tutto il gruppo dirigente che, con «i loro grandi meriti e i loro limiti», dovrebbero prendere atto della situazione e lavorare per «lasciare alle nuove generazioni la leadership». Imperturbabile saluta il segretario, poi va avanti. Piero Fassino lo placca: «E’ quello che ho fatto io», gli dice, con tale veemenza che la sua voce si sente anche sotto il palco. Il suo interlocutore sorride e risponde: «Non è vero, visto che tu e altri state ancora qui». Quando scende, il dalemiano di rito eterodosso Cuperlo riceve molti complimenti da chi ha dai 50 anni in giù. L’ex ministro degli Esteri è in prima fila ma i due non si salutano e nemmeno si guardano. Qualche ora più in là D’Alema è ancora in prima fila - sempre in platea, perché non sale mai sul palco né tanto meno interviene - ma dalla parte opposta rispetto a quella dove stava prima. C’è Cuperlo alla sua destra. E ci rimane per molto. Del resto, in questa assemblea che, come confida D’Alema a qualche compagno di partito, «non sollecita molte idee nuove», l’unico che ha detto dal palco quello che la generazione dei cosiddetti quarantenni va dicendo sotto voce, è stato il biondo signore che si è presentato all’assemblea con la sua nuova Vespa nera "300". D’Alema non gli dà nessuna benedizione ufficiale, anche perché il Midas del Pd non è come quello, repentino, del Psi che portò Craxi alla segreteria. Ma quel che l’ex ministro degli Esteri pensa, lo dice: «Dobbiamo selezionare una classe dirigente». E quasi a dimostrare che non aspira più alla dirigenza del Pd, perché è ora di far largo ad altri, D’Alema ha deciso di restare giù in platea. «Bisogna guardare al futuro», è il leit motiv dell’ex titolare della Farnesina. E a qualcuno questa non è sembrata una frase di rito. C’è chi si è spinto a pensare che per il dopo-Veltroni D’Alema potrebbe tramutarsi nel king maker di Cuperlo. Fantasie? Probabilmente sì. Ma sono assai concrete le ansie che si leggono sui visi delle generazioni che vengono dopo quella dei Veltroni e dei D’Alema. Ormai loro pensano, ragionano e vivono diversamente dalla generazione che li precede. Giovanna Melandri, che vorrebbe un «Walter che fa Walter», visto che lui per ora non lo fa, ci pensa da sola. E propone le primarie per tutte le candidature onde evitare che siano sempre i soliti noti del gruppo dirigente a decidere: «Così magari verrà fuori anche gente giovane con storie diverse da quelle di chi ha militato nel Pci e nella Dc». Non si può certo definire Melandri un’anti-veltroniana. Tutt’altro. Ma in una certa generazione è ormai forte il desiderio di autonomizzarsi. Da un periodo un gruppo di quarantenni si ritrova la sera con Goffredo Bettini. Due di loro sono il ministro ombra Andrea Martella e l’ex responsabile organizzativo dei Ds Andrea Orlando. Loro avrebbero voluto che il segretario proponesse il congresso anticipato per non lasciarsi logorare. Alla fine Veltroni ha preferito non rischiare e dare ascolto a Franceschini e Fioroni. E ora i quarantenni Pd masticano amaro mentre ascoltano il settantacinquenne Marini dal palco che spiega come si fa il partito e come le candidature, e che, soprattutto, dice di essere «contento che non si parli più di congresso». Bettini, comunque, sta allevando questa generazione di "democrats", il perché lo dice lui stesso: «Diciamo tutti che dobbiamo rimescolare le carte e abbandonare le vecchie appartenenze? C’è un solo modo per farlo: i giovani devono entrare negli organismi dirigenti». Bettini non lo dice esplicitamente ma ha capito che la prossima partita, quando sarà esaurita questa tregua di facciata dentro il Pd, si giocherà proprio sui quarantenni. Quarantenne può essere chi sostituirà Veltroni e quarantenni possono essere quelli che gli eviteranno la defenestrazione presentandosi come nuova classe dirigente che lo affianca. Sempre, naturalmente, che il segretario accetti e che non faccia come finora che si è mostrato piuttosto restìo ad ascoltare i suggerimenti dei quarantenni che lo avrebbero preferito all’attacco. Altrimenti anche il "cenacolo bettiniano" potrebbe autonomizzarsi definitivamente. Dunque, un ricambio è alle porte? Per il Midas del Pd ci vuole ancora qualche tempo. Ma anche l’ex ppi Franceschini, giorni fa, diceva che «Veltroni è il leader in questa legislatura», senza spingersi a fare previsioni per la prossima. E Beppe Fioroni, ieri sera, ammetteva: «Noi abbiamo fatto i cento metri per le elezioni che sono capitate all’improvviso, ora il partito dovrà fare invece la maratona: perciò ci serve gente giovane a cui regge il cuore...».


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