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Manifesto – 22.6.08 Direttive per il corteo d'autunno - Alessandro Robecchi A tutti i compagni della sinistra. Direttive per il grande
corteo d'autunno di lotta e protesta indetto dal Pd contro il governo
Berlusconi. Attenersi alle disposizioni. Per dubbi e domande, rivolgersi al
funzionario di zona. Non cedere alle provocazioni. Ingoiare questo articolo
subito dopo la lettura. Compagni del nord-est. Comporsi ordinatamente in corteo
alle spalle della delegazione regionale capeggiata dal compagno Calearo.
Evitare atteggiamenti minoritari, evitare abbigliamento troppo casual o trasandato:
è possibile che il corteo venga invitato a un'assemblea di Confindustria. Non
facciamo figuracce. Precari. Le forze produttive sottopagate o ricattate dal
capitale si comporranno dietro lo striscione della componente Giavazzi. Visto
che hanno molto tempo libero tra un contrattino e l'altro, si consiglia attenta
lettura dei fondi del «Corriere» da cui ricavare gli slogan di riferimento
(licenziare meno/licenziare tutti). Lo striscione con l'enorme scritta «Il
liberismo è di sinistra» si collocherà immediatamente dopo lo striscione di
apertura del corteo. Metalmeccanici. Tutti dietro lo striscione della
componente Colaninno. Evitare inutili slogan sul contratto che risulterebbero
controproducenti, sottolineare il ruolo degli imprenditori illuminati. Anziani
e pensionati. Non dimenticare l'acqua minerale. Esibendo la social card del
governo, i panini verranno scontati del dieci per cento. Caduti sul lavoro.
Questa componente del corteo sarà numerosa ma, per forza di cose, immobile.
Sarà aperta dal grande striscione «Industrie Marcegaglia». Comizio finale. Sul
palco interverranno i maggiori esponenti del partito, a sottolineare la vivace
democrazia interna. Aprirà Veltroni, poi interverrà Walter, e concluderà il
comizio il compagno Walter Veltroni. Al termine, defluire ordinatamente. L'inflazione del Dpef fa arrabbiare
opposizione e sindacati Antonio Sciotto ROMA - Il dato dell'inflazione programmata per il 2009,
inserito dal governo nel Dpef, ha fatto arrabbiare i sindacati, e si aggiunge
ai motivi di scontro con l'opposizione. Il contestato numerino - 1,7% - è non
solo parecchio più basso del dato attuale (3,6%), ma risulta inferiore alle
previsioni europee (che danno il 2,2%) e a quelle di istituti come il Fondo
monetario internazionale. L'inflazione programmata serve come riferimento per
gli aumenti contrattuali, almeno stando al patto del luglio '93 - ancora
vigente - seppure da tempo i sindacati non lo ritengano più uno strumento
attuale: ma è ovvio che offre strumenti alle imprese per abbassare l'offerta,
dunque crea in ogni caso problemi. Ieri la protesta più «colorita» è venuta dal
segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha definito la cifra «un
attentato alla contrattazione». Ed è chiaro che il sindacalista si riferisce
soprattutto al tavolo sulla modifica del modello contrattuale, che vedrà un
nuovo incontro tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria proprio la settimana
prossima: «Viaggiamo verso il 5% dell'inflazione. Sarà stata una dimenticanza
di Tremonti, dal governo ci aspettiamo ragionevolezza». Critico pure il
pubblico impiego, con Carlo Podda (Fp Cgil), che parla di accordo «più
lontano». Anche il Pd, con Damiano e Bersani, sottolinea come i numeri decisi
dal governo mettano a rischio il tavolo. Ma il ministro del Welfare Maurizio
Sacconi difende il Dpef. In particolare, la polemica si è sviluppata alla festa
della Cisl di Levico, che ospitava il ministro, e dove Bonanni ha accusato
l'esecutivo di non aver concordato il dato con i sindacati. Sacconi ha
replicato che «non è esatto sostenere che il governo avrebbe dovuto raggiungere
un'intesa con le parti sociali sull'inflazione programmata: il patto del '93
non prevedeva un accordo con il sindacato ma la consultazione». Poi il titolare
del Welfare ha aggiunto che «fissare l'inflazione programmata all'1,7% risponde
all'esigenza di fare un gioco di anticipo per contenere l'inflazione. Può
essere comprensibile il giudizio espresso dal sindacato, ma da sempre la
predeterminazione del tasso è un atto autonomo del governo, e corrisponde a un
suo obiettivo, quello di contenere l'inflazione». Caustici i commenti del Pd:
«Mentre si dice di voler dare qualcosa ai lavoratori - nota l'ex ministro del
Lavoro Cesare Damiano - si fissa un tasso di inflazione così basso da non
essere altro che la programmazione della perdita d'acquisto delle
retribuzioni». L'ex titolare dello Sviluppo (oggi ministro-ombra Pd
dell'Economia) Pierluigi Bersani aggiunge che «il recupero di un punto di Pil
avverrà prevalentemente a carico di servizi locali e sanità: conti alla mano,
questa manovra la pagano i consumi popolari e i servizi». E se Giorgio
Cremaschi (Rete 28 aprile Cgil), preannuncia di voler chiedere al Direttivo
Cgil di domani di mobilitarsi - «anche la Cgil da sola» - dal sindacato arriva
un'altra accusa al governo, quella sui fondi relativi all'istruzione. Enrico
Panini, segretario Flc Cgil, denuncia che «nella ricerca si cancellano gli enti
preposti alla tutela dell'ambiente, e si subordina la nuova struttura al
ministero dell'ambiente». «Nella scuola - prosegue - si spremono oltre 8
miliardi di tagli, compresi quelli contabilizzati per il 2012, con una
riduzione di oltre 100 mila insegnanti e di 43 mila lavoratori Ata». Infine, si
ipotizza il «maestro unico per la scuola primaria e, per la secondaria, meno
ore e meno materie per tutti, a partire dalle scuole destinate ai ceti più
popolari». Panini critica anche le annunciate privatizzazioni delle università
e i disagi dei precari. Giudici in trincea - Matteo Bartocci ROMA - Il decreto «salva-premier» è incostituzionale e
illogico. Lo sostiene la bozza di risoluzione che sarà discussa domani dalla
Sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura dedicata al
decreto sicurezza varato dal governo. Secondo i relatori, Fabio Roia (Unicost)
e Livio Pepino (Md) la sospensione di tutti i processi per pene inferiori a
dieci anni violerebbe gli articoli 3 e 111 della nostra carta fondamentale che,
com'è noto, tutelano l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e il
principio del giusto processo. In più, dicono i magistrati nel loro documento,
gli emendamenti presentati in senato dal centrodestra sono «completamente
estranei» alla materia del decreto presentato al capo dello stato e appaiono
«illogici» nel loro riferimento temporale ai reati commessi entro il 30 giugno
2002: «Sarebbe stato più sensato - suggeriscono i relatori - sospendere i
processi coperti dall'indulto e perciò destinati ad essere inutilmente
celebrati». Tutta la magistratura - dal Csm all'Anm - insorge contro le
dichiarazioni di venerdì di Berlusconi. E lo scontro istituzionale ormai punta
dritto al Quirinale, che dell'organo di autogoverno della magistratura è
presidente di diritto. Il vicepresidente del Csm. Nicola Mancino, affonda il
colpo: «Fino a quando l'azione penale è obbligatoria non si può chiedere ai
magistrati di non fare i processi; ai politici, invece, si può chiedere di
saper scegliere natura, limiti, tempi ed efficacia delle leggi, non espedienti
per eluderle». Dopo il bastone però arriva la carota, con un appello a un
«senso di responsabilità» che metta da parte «polemiche occasionali comode per
nascondere i problemi e per dividere il paese». Sul piede di guerra anche
l'Associazione nazionale magistrati. Il presidente Luca Palamara, pur non
citando direttamente né il premier né il caso Mills, insiste nell'ovvio: «La
sede della difesa di un imputato deve essere il processo. Non si possono
denigrare le istituzioni e la magistratura». Il punto è che la battaglia
stavolta è campale. Con le sue ultime dichiarazioni di Berlusconi ha fatto
ampiamente capire che indietro non si torna. La partita con la «magistratura
sovversiva» va chiusa definitivamente. E l'unica risposta udibile, finora, è
quella delle toghe. Tutta la maggioranza infatti si schiera col Cavaliere.
Anche la Lega che, come ha detto Maroni, fa del federalismo fiscale in
discussione da settembre l'alfa e l'omega di questa legislatura. E a decine i
dirigenti del Pdl intervengono per accusare il Csm di volersi sostituire alla
Corte costituzionale nel suo giudizio di legittimità o, peggio ancora, di
tirare Napolitano per la giacca spingendolo a non firmare il decreto quando
sarà convertito in legge dalla camera. Un'ipotesi al momento lunare. Napolitano
è l'unico presidente della Repubblica eletto a maggioranza. E la diplomazia parallela
del Colle ha già fatto intuire che se non può vincere la guerra con la ritirata
di Berlusconi al massimo potrà inviare un messaggio alle camere in cui si
chiederà che simili episodi non si ripetano più. Del resto, il capo dello stato
non ha molti santi a cui votarsi. L'opposizione tuona ma non incide. Di Pietro
cerca di lucrare consenso ed è ostracizzato da tutti. L'Udc attende che cali la
polvere e il Pd preferisce farsi scudo dei magistrati, ammette l'eccesso di
fiducia nel Cavaliere ma contemporaneamente lo invita a ripensarci, ad evitare
uno scontro istituzionale senza precedenti. Per salvarsi da un processo,
Berlusconi è sceso in guerra su tre fronti: contro le toghe, il capo dello
stato e l'opposizione. Ma la posta in gioco è ben più alta: è uno scontro con
tutti i poteri che in democrazia servono a bilanciare l'azione del governo.
Prima della battaglia campale tutto è silente nella società e nei corpi
intermedi come le grandi organizzazioni sindacali. Anche i magistrati, isolati
e mai così impopolari, sono destinati a sicura sconfitta. Un paese senza contropoteri - Nicola Tranfaglia Ma chi poteva credere che Silvio Berlusconi fosse
diventato, nella sua terza incarnazione come capo del governo, sincero
democratico? Eppure in questi ultimi quindici anni le prove che l'uomo fosse
sempre quel bugiardo, mentitore abituale, ambiguo per definizione, convinto che
il populismo mediatico sia la forma migliore di governo per gli italiani, sono
state frequenti e di ogni genere. Non c'è stata dichiarazione che non fosse
seguita da una smentita il giorno dopo. E in pochi giorni Berlusconi ha detto
tutto e il suo contrario. Se i magistrati si arrendono Con arroganza pari a un
perfetto candore. Ora, a due mesi dalle elezioni che gli hanno dato di nuovo
una larga maggioranza da parte di un popolo che in gran parte lo ama e lo
predilige, ha di nuovo messo nel piatto le sue carte brutali e indigeste. Alla
magistratura dice che non è il terzo potere ma solo un ordine che non può
ribellarsi all'esecutivo che egli incarna. Che la democrazia non è il governo
delle leggi,come pensavano i padri costituenti, ma che le leggi devono fermarsi
di fronte alla sua autorità e al suo potere. Se ci sono magistrati che non
accettano questa lezione e vogliono procedere contro di lui per corruzione dei
giudici o altre piccole bagattelle vanno fermati subito. Per prima cosa con la
sospensione dei processi poi con un disegno di legge preparato dal solerte
Alfano che riproduce il lodo Schifani del 2005. Il liberale Alexis de
Tocqueville, che non rientra con tutta evidenza fra le frettolose letture del
cavaliere, scriveva negli anni '30 dell'Ottocento che uno stato liberale
moderno ha bisogno di due contropoteri forti, la magistratura e la stampa(oggi
si direbbe la televisione). Nell'Italia di oggi abbiamo assai poco di
televisioni e di giornali indipendenti: pochissimo se si guarda la diffusione
di copie e alla circolazione di trasmissioni. Ma a Berlusconi un«quarto potere»
che cede alla politica e agli imprenditori non basta. E' necessario che anche i
giudici si arrendano e non processino più lui, malgrado l'attività intensa di
truffe e di corruzioni che a quanto pare ha messo in opera prima e dopo
l'avventura politica. All'opposizione parlamentare e agli italiani chiediamo se
è tollerabile la ripetizione di un film che ogni volta si proietta a tinte più
fosche. C'è da sperare che gli italiani, anche quelli che lo hanno votato di
nuovo in aprile, riflettano e si sveglino da un sonno che rischia di essere
pericoloso per la democrazia repubblicana. «Con il referendum contro i manganelli» - Eleonora Martini «Vogliono decidere di imporci la nuova base militare al
Dal Molin a suon di manganelli? Sarebbe meglio un po' di buonsenso, ma va bene:
vedremo cosa succederà». Il sindaco di Vicenza Achille Variati parla con calma,
con la serenità di chi esprime non solo la propria opinione ma per delega
quella di un'intera comunità. «Sono un combattente di periferia abbandonato
dagli stati maggiori della politica nazionale, anche di centrosinistra. Non
capisco: il Pd se c'è batta un colpo». Il ministro della difesa Ignazio La
Russa ce l'ha con lei: l'accusa di aver indetto il referendum solo dopo la
sospensiva del Tar. Non è serio, dice, anche perché «non è una sentenza di
merito». Non avremo studiato nelle università romane, ma sappiamo distinguere:
quella del Tar è sì un'ordinanza a cui il governo ricorrerà con fior di
avvocati, ma ha il sapore di una sentenza perché scrive alcune cose importanti.
Il ministro La Russa invece farebbe bene ad informarsi adeguatamente: io sono
sindaco da due mesi e prima di me c'era un sindaco di centrodestra che per due
anni ha taciuto sui progetti riguardanti il Dal Molin, figuriamoci se avrebbe
mai pensato di dare la parola ai cittadini. Io ho promesso il referendum
durante la campagna elettorale e ora mantengo la promessa. Ma Vicenza, che ha
già dato molto alla difesa e agli alleati, ha il diritto o no di progettare un
futuro che non sia sempre e comunque condizionato dalle basi militari? Il referendum di ottobre quindi è stato pianificato
prima della sentenza del Tar? Sì, assolutamente, e La Russa, che ne
ha avuto notizia almeno quattro giorni prima della sospensiva del Tar, dice
consapevolmente il falso. Cosa risponde a chi
prevede il flop del referendum e a chi sostiene che gli interessi economici
siano troppo alti ed estesi perché vinca il no? Può essere tutto, ma
invece di fare questi inutili esercizi sulla pelle dei cittadini, mi sembra più
utile che intanto si esprimano. La Russa però
va oltre sostenendo che non si faranno «imporre le decisioni dalla piazza» e
promette di «mantenere comunque l'impegno con gli Usa». Se è così, a cosa serve
il referendum? Guardi, io non sono un antiamericano, mi faccio solo
interprete di una questione inerente il diritto fondamentale dei cittadini di
essere informati. Penso invece che La Russa debba solo fare il suo dovere di
ministro e cioè rispondere alle obiezioni sollevate non da un gruppuscolo
estremista ma dalla magistratura amministrativa italiana a cui anche il governo
deve sottostare. E cioè: produrre l'atto autorizzatorio per la costruzione
della nuova base, verificare la regolarità secondo le leggi nazionali ed
europee del bando di appalto per i lavori di realizzazione, e controllare la
bontà della Valutazione di impatto ambientale. Questo deve fare un ministro, a
meno che i patti segreti con gli Usa del 1954 abbiano stabilito che la città di
Vicenza sia extraterritorialità italiana. Almeno, ci sia dato saperlo. Secondo il Tar è mancata anche la consultazione
popolare prevista dal memorandum Usa-Italia. Vede che non è così
strampalata la mia idea di interpellare i cittadini? Ma perché si ha così tanta
paura della democrazia? La capacità alta della politica è quella di saper
coniugare le ragioni di stato con quelle della comunità. Imporre senza
interloquire con i cittadini è un atto gravissimo da parte di chi dovrebbe
tutelare i diritti costituzionali. Voglio essere chiaro: questo governo non ha
nulla da imparare dal precedente, perché da queste parti nessuno ha dimenticato
l'«editto di Prodi», quello con cui il presidente del consiglio di allora
proclamò da Bucarest «la base di Vicenza s'ha da fare», senza probabilmente
nemmeno sapere dove sarebbe stata costruita. In questa vicenda hanno avuto
responsabilità più governi, di destra e di sinistra. E la Lega? La Lega che tanto blatera sul «paroni in casa
nostra», siccome siede al governo del paese si dimentica della terra padana. Io
credo di aver raccolto il consenso anche dai leghisti delusi ma solo perché
questa faccenda negli ambienti romani è sempre stata bollata come nimby, una
difesa del proprio orticello. Non è così, la nostra lotta è per un diritto che
il grande percorso di democrazia dalla Resistenza in poi ci ha garantito,
quello all'informazione. Vicenza ha sempre convissuto pacificamente con la
presenza americana, ma è un problema di equilibrio, la città non può essere
violata. Dicono che la faranno comunque. E
come, a suon di manganelli? Va bene, vedremo cosa succederà. A me sembra invece
che occorrerebbe avere buon senso, e paradossalmente gli americani stanno
mostrando più comprensione del governo italiano perché loro sanno che sarebbe
un grave errore se si rompesse quel clima di amicizia e convivenza positiva che
c'è stato in tutti questi anni. Quando si opera una frattura, poi è difficile
ricostruirla. Ma questo sembra non importare a nessuno. Il Pentagono: atomiche Usa «insicure» La «maggior parte dei siti» in cui sono dispiegate testate
nucleari nelle basi dei Paesi alleati in Europa manca delle misure di sicurezza
considerate come standard dal dipartimento della Difesa americano. E per questo
gli Usa starebbero pensando di trasferire le atomiche in Italia dalla base di
Ghedi e di concentrarle tutte ad Aviano, dove già se ne troverebbero una
cinquantina. È quanto emerge da un'inchiesta interna condotta dall'Air Force
Usa e diffusa dalla Federazione degli scienziati americani (Fas), secondo cui
Italia (delle 200-350 testate americane di tipo B61 in Europa, 50 si
troverebbero ad Aviano, e 20-40 a Ghedi), Germania (10-20), Olanda (10-20) e
Belgio (10-20) mantengono testate in basi militari nazionali in cui i militari
americani in tempo di pace hanno un ruolo di «custodi». I nuovi particolari del
rapporto «Air Force Blue Ribbon Review of Nuclear Weapons Policies and
Procedures», parzialmente declassificato in questi giorni, rivelano «un
problema di sicurezza in Europa molto maggiore» di quanto non fosse emerso. Non
solo: secondo una notizia pubblicata sul sito dell'Usaf, il problema di
sicurezza riguarda diversi siti. E questo, scrive la Fas, «suggerisce che il
problema sia a Buchel, in Germania, o a Ghedi, in Italia». A rafforzare le
indicazioni della base italiana come insicura vi è anche la notizia secondo cui
il Pentagono starebbe pianificando il ritiro dei suoi Munition Support Squadron
proprio da Ghedi. Il rapporto era stato sollecitato dopo che per 36 ore,
nell'agosto dello scorso anno, si erano perse le tracce di sei testate nel
corso di un loro trasferimento negli Stati Uniti. Per questo, gli Usa
starebbero pianificando di ridurre il numero delle basi nucleari in Europa. Il «grande orecchio» di Sigonella - Manlio Dinucci Mentre il Tar del Veneto blocca il raddoppio della base
Usa di Vicenza a causa anche del suo impatto ambientale (nonché per la mancanza
di un accordo documentato e per il mancato coinvolgimento della popolazione da
parte del governo Prodi), un progetto ancora più pericoloso si sta realizzando
a Sigonella nel più assoluto segreto. Esso riguarda l'installazione di una
delle stazioni terrestri del Muos (Mobile User Objective System), il nuovo
sistema di comunicazioni della marina statunitense. Il Muos, formato da una
costellazione di quattro satelliti geosincroni più uno di riserva, permetterà
di collegare, con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima
frequenza, le portaerei e altre unità di superficie, i sottomarini, i
cacciabombardieri, i missili balistici e da crociera, gli aerei senza pilota, i
centri di intelligence, in qualsiasi parte del mondo si trovino, e di collegare
le forze navali a quelle aeree e terrestri. Le stazioni terrestri del Muos
saranno in tutto quattro: due in territorio statunitense, a Norfolk (Virginia)
e nelle Hawaii, una in Australia e una in Sicilia, nella base aeronavale Usa di
Sigonella in Sicilia, a due passi da Catania. Lo ha comunicato lo Spawar (Space
and Naval Warfare Systems Command), il comando di San Diego responsabile del
Muos. A che punto sia il progetto lo apprendiamo non dal governo italiano, ma
da quello australiano. Il ministro della Difesa Joel Fitzgibbon ha infatti
annunciato l'altro ieri che i lavori per la stazione australiana del Muos,
situata a Geraldton nella parte occidentale del paese, inizieranno il prossimo
luglio o al massimo ad agosto. La stazione sarà costituita da tre edifici con
sofisticate attrezzature elettroniche, tre grandi parabole satellitari (18
metri di diametro) e altre due antenne. Ciò significa che contemporaneamente
inizieranno anche i lavori per la costruzione della stazione Muos di Sigonella,
finanziata dal Pentagono nel 2007 con 13 milioni di dollari. Quando tra il 2009
e il 2011 saranno lanciati i satelliti Muos, le quattro stazioni terrestri
dovranno già essere operative. Non si sa quando e come il governo italiano
abbia autorizzato lo Spawar a installare la stazione terrestre a Sigonella,
nella base già candidata ad ospitare il nuovo sistema Nato di sorveglianza Ags
(Alliance Ground Surveillance), con obiettivo il Medioriente, che dovrebbe
divenire operativo tra non molto. In Australia è stato fatto tramite un
memorandum d'intesa segreto: è quindi probabile che lo stesso sia avvenuto in
Italia, come già avvenuto in passato. Ciò significa che il progetto viene
sottratto ai controlli sull'impatto ambientale, tipo quelli che il Tar del
Veneto ha considerato fondamentali per il via libera alla realizzazione della
base Dal Molin di Vicenza. Eppure l'impatto esiste ed è pericolosissimo. Come
ha dimostrato l'inchiesta di Rainews24 «Base Usa di Sigonella: il pericolo
annunciato» (andata in onda il 22 novembre 2007), lo studio sull'impatto
ambientale, realizzato per conto della marina statunitense dalla società
statunitense Agi tramite la Maxim Systems, ha concluso che la stazione Muos non
dovrebbe essere installata a Sigonella. Vi è infatti il pericolo che le
fortissime emissioni elettromagnetiche inneschino la detonazione degli ordigni
presenti nella base militare. L'allarme è stato confermato dal responsabile
della Gmspazio, rappresentante italiana dell'Agi. Nonostante ciò, la marina
americana ha confermato la scelta di Sigonella, base già strategica per gli Usa
come finestra sul vicino Medioriente. Non si sa se nello studio siano state
prese in considerazione le conseguenze del fortissimo inquinamento
elettromagnetico sulla popolazione dell'area circostante, dove già si verifica
una incidenza di tumori, in particolare di leucemie infantili, più alta che in
altre zone (la base si trova in una zona, tra Priolo e Augusta, a fortissimo
rischio ambientale). Si può comunque pensare che, se le emissioni
elettromagnetiche sono talmente forti da poter innescare la detonazione di
ordigni esplosivi, esse sono comunque pericolose per la popolazione della zona.
Chi sarà esposto al pericolosissimo inquinamento elettromagnetico della
stazione Muos potrà comunque consolarsi al pensiero che lo Spawar, dicono gli
Usa, è «impegnato a preservare la nostra pace e a difendere la nostra nazione e
i suoi alleati». L'attacco? Una scintilla che può
incendiare tutto il Medio Oriente «Impossibile». Così il governo iraniano ha giudicato ieri
la possibilità di un attacco militare israeliano contro Tehran. Forse gli
ayatollah si riferivano al fatto - evidenziato da diversi analisti militari
internazionali - che Israele non avrebbe le capacità aeree per distruggere
tutti gli impianti (si ritiene un migliaio) legati direttamente o
indirettamente alla produzione di energia atomica. Il centinaio di caccia che
ha partecipato all'esercitazione militare su Creta sarebbe in grado solo di
danneggiare, non di annientare le strutture iraniane che Israele e Usa temono
servano a fabbricare un'atomica islamica. Per compiere l'attacco Tel Aviv
avrebbe comunque bisogno degli Stati Uniti. Ma le dichiarazioni Usa - «Tutte le
opzioni per fermare il programma nucleare di Tehran sono sul tavolo» - e quelle
del governo israeliano - col vicepremier Mofaz che ha definito «inevitabile»
l'attacco se l'Iran non rinuncia ad arricchire l'uranio - impongono al regime
iraniano di preparare uno spettro di possibili risposte in caso di attacco. La
reazione - concordano gli analisti militari - sarà non convenzionale:
Washington e Tel Aviv hanno una tale superiorità tecnologica e nel campo
dell'aeronautica militare che un raid simile al bombardamento (nel 1981) della
centrale irachena di Osirak potrebbe aver luogo in maniera quasi indisturbata,
anche se necessariamente coordinata tra Washington e Tel Aviv. La reazione
iraniana avverrebbe in un secondo momento e potrebbe concretizzarsi su una
serie di teatri dove Tehran è ben presente con suoi alleati. Iraq e Afghanistan
anzitutto, paesi dove gli americani hanno due contingenti d'occupazione
rispettivamente di 140.000 e 30.000 soldati. A Baghdad i partiti sciiti (lo
Sciri e il Dawa) - nati a Tehran e da sempre sostenuti da Washington come
strumenti per abbattere il regime del partito Ba'ath - controllano ora il
governo e, ovviamente, restano molto legati all'Iran. Se finora hanno sostenuto
molte delle scelte degli occupanti - soprattutto quella del mantenimento delle
truppe straniere, perché ha permesso loro di governare nonostante gli attacchi
della guerriglia sunnita -, un attacco a Tehran potrebbe spingerli a cambiare
atteggiamento. Le truppe statunitensi in Iraq, Afghanistan e nei paesi del
Golfo persico potrebbero finire bersaglio anche di razzi. Lo scorso ottobre il
regime ha minacciato di essere in grado di lanciare «11.000 razzi contro il
nemico un minuto dopo» l'eventuale attacco, aggiungendo che poi la quantità
«potrebbe aumentare». E se i missili Shahab-3 sono in grado di raggiungere
Israele dall'Iran, anche le milizie libanesi (sciite e filo-iraniane) di
Hezbollah hanno annunciato che i loro razzi sono in grado di raggiungere
qualsiasi località all'interno dello Stato ebraico. Poi c'è da mettere in conto
la possibilità di azioni pilotate da parte degli agenti segreti iraniani
all'estero. Con circa 30.000 funzionari l'Iran «nel campo dell'intelligence è
una super potenza regionale» ha dichiarato al Christian science monitor Magnus
Ranstorp, del Centro studi sulle minacce asimmetriche di Stoccolma.
Probabilmente il direttore dell'Aiea ElBaradei aveva in mente questo scenario
quando ha parlato di «incendio» nella regione in caso di attacco a Tehran. USA. Obama, a +15 su McCain: giusto che
Israele si difenda Dopo la pubblicazione da parte del «New York Times» della
notizia della mega esercitazione militare israeliana sul Mediterraneo, Barack
Obama è tornato a parlare di Iran, il regime contro il quale già aveva puntato
l'indice durante un suo recente discorso all'Aipac, la potente lobby
filo-israeliana negli Stati Uniti. Secondo il candidato democratico alle prossime
elezioni presidenziali statunitensi, Israele ha ragione ad assicurare la
protezione ai suoi cittadini di fronte alla «straordinaria minaccia» posta
dall'Iran. «Senza aver esaminato i rapporti d'intelligence voglio essere
prudente nel giudicare ciò che è stato fatto e se si trattasse o meno della
cosa giusta» ha detto il senatore democratico. Subito dopo però ha aggiunto:
«Non c'è alcun dubbio che l'Iran ponga una minaccia straordinaria a Israele e
Israele sia sempre giustificato se prende decisioni per difendere la propria
sicurezza». Secondo un sondaggio del settimanale «Newsweek», il candidato
democratico - che due settimane fa ha conquistato i delegati necessari per
ottenere la nomination - avrebbe ora il 51% dei consensi, contro il 36% al quale
si ferma il candidato repubblicano. Mercoledì scorso, una rilevazione condotta
da Reuters/Zogby gli aveva attribuito un vantaggio di soli cinque punti. Caro-petrolio, che fare? - Junko Terao La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso
aumento del prezzo del greggio minaccia di destabilizzare alcune zone del
mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. È con questa
consapevolezza che oggi a Jedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima
volta per discutere delle cause dell'aumento del prezzo del barile e delle
possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori
di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l'Opec,
l'Aie e il Forum europeo sull'energia internazionale, e i vertici delle
principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron. Paesi come
Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia, Vietnam e Marocco non riescono a
sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un
momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne
sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi
economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso di sovvenzioni
pubbliche sui carburanti ma ora devono tagliarle, lo si è visto dall'ondata di
scioperi e proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato più di trenta
paesi in tutto il globo. Le proteste per l'aumento del costo dei prodotti
alimentari, che all'inizio di quest'anno è costato il posto al primo ministro
haitiano, dimostrano che «l'insicurezza alimentare costituisce una minaccia
alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il
Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo
ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell'emergenza alimentare -
tra cui l'aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e
conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del
greggio, che recentemente ha raggiunto i 140 dollari al barile , come dirà nel
suo discorso il ministro dell'economia austriaco, Martin Bartenstein. Alla
viglia del summit di Jedda, l'Arabia saudita ha annunciato che aumenterà la
produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire estrarrà
200mila barili in più al giorno passando a 9.7 milioni barili quotidiani. Si
tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. Un' ulteriore
fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. È
possibile che entro la fine dell'anno Riad arrivi a produrre fino a 12.5
milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere
messo a punto. L'Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere
di seguire l'esempio del regno saudita. L'Iran però esclude di aumentare la
produzione, prospettando uno scontro. E probabile in ogni caso che queste
misure serviranno forse a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari a
barile, ma non allentare l'inflazione nei paesi in via di sviluppo. Guarda di
più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi
dell'Opec di aumentare l'estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per
affrontare la crisi. «Vado in Arabia saudita - ha spiegato Brown prima di
partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori
e consumatori, che vedrebbe i produttori investire i ricavi ottenuti
dall'aumento dei prezzi in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i
consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona
tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti
di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra
produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse
violente alla variazione dei prezzi». Al summit si parlerà anche del ruolo
giocato dalle speculazioni nell'emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di
documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di
migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un
riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario
all'energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è
la scarsità di greggio e non gli speculatori finanziari». Bodman ha anche
attaccato i sussidi che molti governi continuano a mantenere e che
«contribuiscono a distorcere il mercato». «Walesa spia comunista» - Mauro Caterina POZNAN - Immaginate se oggi qualcuno vi dicesse che Sandro
Pertini, il «Presidente partigiano», durante la resistenza fosse stato un
collaborazionista nazi-fascista, gli credereste? Oppure che Giulio Andreotti
negli anni '70 era una spia sovietica al soldo del Kgb. Non solo difficile crederlo,
pure immaginarlo. E se vi dicessero che Lech Walesa, premio Nobel per la pace,
il fondatore di Solidarnosc, colui che guidò le proteste operaie a Danzica
nella Polonia comunista e che condusse il proprio Paese alla democrazia, altro
non era che un agente dei servizi segreti del regime comunista polacco? E'
quello che sostengono in un libro di prossima uscita Slawomir Cenckiewicz e
Piotr Gontarczyk, due storici dell'Istituto Nazionale della Memoria di Varsavia
(Ipn). Secondo loro, Walesa avrebbe collaborato agli inizi degli anni '70 con
la polizia segreta comunista, nome in codice «Borek». Nel libro vengono
mostrati alcuni documenti che avallerebbero questa tesi. Walesa avrebbe
intascato 13.000 zloty per i servigi offerti. A rivelare la presenza nel libro
di tale documentazione è stato Andrzej Zybertowicz, consulente dell'Ipn e
consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Lech Kaczynski. Saltata
fuori l'indiscrezione, viene facile intuire quale effetto abbia prodotto in
Polonia una notizia del genere: dibattiti infuocati tra colpevolisti e
innocentisti stanno tenendo banco nei principali salotti televisivi e sulle
prime pagine dei giornali. Da parte sua, Lech Walesa, rispedisce al mittente
ogni accusa. Il 27 maggio l'ex Presidente polacco invia una lettera a Janusz
Kurtyka, capo dell'Ipn, in cui chiede una conferenza stampa organizzata
dall'Ipn nello stesso giorno d'uscita del libro, con la presenza dei due
storici e di autorevoli giornalisti. Walesa ha chiesto anche che venga
organizzata una seconda conferenza stampa la settimana successiva all'uscita
del libro, per «facilitare e favorire un ampio dibattito su tutta la faccenda».
«La verità e l'integrità accademica dei due storici - ha aggiunto - richiedono
un dibattito pubblico». Pochi giorni fa la risposta dell'Ipn in una lettera
firmata da Kurtyka e pubblicata dal quotidiano Gazeta Wyborcza: «l'istituto non
intende organizzare alcuna conferenza stampa durante la presentazione del
libro». Kurtika fa capire che non è previsto neanche un eventuale dibattito con
la partecipazione di Walesa. Parole che hanno fatto letteralmente infuriare
l'eroe di Danzica: «questa lettera dimostra come quelle persone stiano solo
cercando di mettere in piedi una montatura contro di me - si è sfogato sulle
pagine di Gazeta Wyborcza - ecco perché non vogliono confrontarsi in un
dibattito faccia a faccia». Lech Walesa aggiunge anche che i due autori del
libro non lo hanno mai contattato durante la stesura. «Non è andata così»,
replicano Cenckiewicz e Gontarczyk sul quotidiano Rzeczpospolita. «Noi volevamo
parlare col Sig. Walesa, ma lui ha rifiutato». Chi mente e chi dice la verità?
Un po' tutti se lo chiedono in Polonia. Certo la questione è molto delicata. Se
davvero Walesa fosse stata una spia comunista, bisognerebbe riscrivere un bel
pezzo della recente storia polacca. L'altro ieri un nuovo colpo di scena.
Alcuni giornali polacchi pubblicano stralci del libro. Secondo i due storici
dell'Ipn, Walesa avrebbe fatto sparire alcuni files compromettenti durante la
sua presidenza (1990-95). Andrzej Milczanowski è stato ministro dell'interno
dal 1992 al 1995: «nessun documento originale è stato rimosso da quei files,
semplicemente perché non c'erano documenti originali». A prendere le difese del
premio Nobel della pace interviene anche il primo ministro Donald Tusk: «Ho
paura di quei politici che sulla base di frammentarie ricerche storiche
avanzano tesi che non hanno niente di storico, ma molto significato politico».
L'allusione ai Kaczynski non è affatto un caso. C'è da dire che negli ultimi
anni l'Ipn non gode di una grande reputazione. Sono innumerevoli, infatti, i
casi in cui gli zelanti storici dell'istituto hanno fatto cilecca. Molte le
personalità della politica e del giornalismo che sono state accusate di
collaborazionismo con i servizi segreti comunisti e date in pasto ai media. Per
poi, quelle accuse, rivelarsi delle bufale. Come nel caso del grande reporter
polacco Ryszard Kapuczjnski, scomparso di recente, sul quale l'Ipn riteneva di
aver scovato documenti inequivocabili sulla sua passata collaborazione con i
servizi segreti, salvo poi smentire dopo che un'intera nazione gli si era
rivoltata contro. Sulla questione Walesa ha preso posizione persino il
Presidente della repubblica Lech Kaczynski (alquanto inusuale per una carica
istituzionale come la sua) che in un'intervista a Polsat Tv ha ritenuto
veritiere le accuse formulate dai due storici dell'Ipn: «Walesa era una spia
comunista, nome in codice Borek». Tra i due non corre buon sangue. Lech Walesa
aveva duramente criticato l'operato dei gemelli Kaczynski e, durante la
campagna elettorale nell'ottobre del 2007, aveva appoggiato l'attuale premier
Donald Tusk. L'ex leader di Solidarnosc ha chiesto immediatamente le pubbliche
scuse del presidente, ricordandogli che nel recente passato gli era stato
riconosciuto lo status di vittima del comunismo proprio dallo stesso Ipn. In
molti pensano che l'intera faccenda sia una bolla di sapone pronta a
dissolversi al primo tocco, altri sostengono che sia un colpo basso ordito dai «gemelli
terribili». Quale che sia la verità, non ci resta altro da fare, per il
momento, che aspettare l'uscita del libro o la pubblicazione di altri stralci.
I fuochi d'artificio arriveranno dopo. Così i «gemelli terribili» tengono in
scacco gli intellettuali polacchi Mauro Caterina POZNAN - Gniezno, 73.000 abitanti, è una città simbolo per
i polacchi: la prima capitale storica della Polonia. Qui, intorno l'anno 1000,
l'imperatore Ottone III incoronò Bonislao I il coraggioso re della Polonia
unita, e sempre qui venne eretta la prima sede arcivescovile del Paese. Oggi
questa cittadina, che si trova a 50 Km da Poznan, vive di turismo e nel ricordo
del suo glorioso passato. Da un paio di mesi circa, però, i turisti in visita a
Gniezno oltre ad ammirare la splendida cattedrale nella quale per secoli sono
stati incoronati i re della Polonia, possono anche ammirare le facce dei
«collaborazionisti». Nella piazza centrale è allestita una mostra all'aperto
con foto, nomi e «cursus onorum» di quegli abitanti di Gniezno che in passato
hanno fatto parte dei servizi segreti comunisti o semplicemente avevano avuto
contatti con essi. In molti riquadri compare il marchio della vergogna,
evidenziato in rosso: «Twarze bezpeki», le facce dei servizi segreti. «E' una
vergogna quello che stanno facendo", ci dice Mirek, 70 anni, mentre
guardiamo le facce esposte. Una di quelle facce è un suo amico. «Lo conosco da
una vita, non ha mai fatto male ad una mosca, è una brava persona - continua -
lavorava per la polizia, ma non ha commesso alcun crimine». «Dovrebbero mettere
le facce dei politici corrotti di oggi». Si forma un capannello, la maggior
parte della gente è indignata: «non è così che si fa luce sul passato comunista
del nostro Paese - dice Anja, studentessa di politologia - è solo una lettura
parziale e per di più lede i diritti della persona». Nessuno dei volti esposti
è stato condannato per crimini, eppure tutti vengono dipinti come criminali. La
mostra è stata organizzata dall'Instytut Pamieci Narodowej (Ipn), l'Istituto della
Memoria con sede a Varsavia. L'iniziativa fa parte di un «programma nazionale
di educazione», ideato e sponsorizzato dallo stesso istituto con lo scopo di
far conoscere la storia recente della Polonia all'opinione pubblica. L'istituto
è stato creato nel 1998. Al suo interno vi sono diverse commissioni, la più
importante delle quali ( e anche la più controversa) è la «Commissione
lustrativa», Biuro Lustracyjne, nata nell'ottobre del 2006 per volere dei
Kaczynski. L'attuale capo dell'Ipn è Janusz Kurtyka. Il responsabile
dell'istituto viene nominato dal parlamento (è necessario il 60% dei voti) e
resta in carica per 5 anni. Le controversie sulla sua reale imparzialità nella
gestione dell'istituto sono iniziate proprio all'indomani del suo insediamento.
Nel dicembre 2005 Kurtyka si gioca la poltrona dell'Ipn con Andrzej Przewoznik,
storico molto apprezzato in patria. Qualche giorno prima del voto parlamentare
saltano fuori dei documenti che accusano Przewoznik di essere stato un
collaboratore dei servizi segreti comunisti. Il parlamento boccia la sua
candidatura e Kurtyka conquista la poltrona dell'Ipn. Alcune settimane dopo si
scopre che le accuse contro Przewoznik risultano non veritiere. Ma oramai i
giochi erano fatti. Da allora Kurtyka e l'Ipn sono diventati un utile mezzo di
propaganda nelle mani dei Kaczynski, i quali ne hanno fatto uso e abuso contro
giornalisti scomodi e avversari politici. Punta di diamante di questo sistema
era la Lustracja. La legge era entrata in vigore il 15 marzo del 2007, accompagnata
da un fuoco di polemiche che partendo da Varsavia avevano raggiunto le aule
parlamentari di Bruxelles. Così come concepita dai «gemelli terribili», la
lustracja metteva sotto accusa un nutrito gruppo di cittadini polacchi, 700.000
circa, tra cui: giornalisti, magistrati, giudici, docenti universitari,
politici, insegnanti, impiegati pubblici. Tutti sarebbero stati costretti a
compilare un apposito «formulario lustrativo» che li obbligava a dichiarare un
loro eventuale contatto con i servizi segreti del regime comunista polacco.
L'arco temporale al quale veniva applicata la legge andava dal 1939 al 1989,
anno in cui i regimi comunisti dell'ex Patto di Varsavia si sgretolarono sotto
l'onda d'urto del crollo del muro di Berlino. Chiunque si fosse rifiutato di
compilare i formulari veniva automaticamente bollato «collaborazionista» e
licenziato in tronco da ogni carica pubblica. Insomma, una legge dalle forti
venature maccartiste che avrebbe messo sotto scacco la totalità
dell'intelligentia polacca. Il primo rifiuto è stato quello di Bronislaw
Geremek, ex ministro degli esteri polacco ed oggi euro-deputato a Bruxelles. La
risposta dei Kaczynski non si fece attendere. L'ira dei gemelli si abbatté su
Geremek al quale intimarono di compilare il «formulario lustrativo», in caso
contrario gli sarebbe stata tolta la carica di deputato europeo. Nel maggio
2007 la Corte costituzionale boccia gran parte degli articoli che compongono la
legge, specie quelli che conferivano all'Ipn anche potere inquirente. Un duro
colpo pei «gemelli terribili». Tuttavia la lustracja resta formalmente in
vigore e per aggirare i divieti costituzionali l'Ipn propone «programmi
educativi» di vario genere. L'ombra dei Kaczynski aleggia ancora sopra
Varsavia. Liberazione – 22.6.08 Spedizione punitiva della polizia contro
un rom e la sua bambina Laura Eduati Un rumeno di etnia rom, Stelian Covaciu, è stato picchiato
a sangue da quattro agenti della polizia. E' accaduto nella tarda serata di giovedì, accanto alla
baracca dove vivono Stelian e la sua famiglia, a pochi passi da piazza Tirana,
Milano. Soltanto martedì scorso la figlia di Stelian, Rebecca Covaciu, 12 anni,
era stata aggredita da due agenti in borghese che poi avevano spintonato il
padre e dato sberle al fratellino quattordicenne Jon urlando: «Zingari di
merda, se non ve ne andate vi ammazziamo e distruggiamo tutto». Dopo il
pestaggio di venerdì Stelian, 40 anni, missionario evangelico pentecostale, è
stato ricoverato all'ospedale San Paolo dove gli hanno riscontrato un trauma
cranico e segni di forti percosse. E' stato dimesso ieri con una prognosi di
sei giorni. La polizia lo ha interrogato ma Stelian non ha voluto sporgere
denuncia: teme di venire espulso in quanto non ha ancora trovato una
occupazione. Gli agenti che l'hanno accompagnato in ospedale a bordo
dell'ambulanza gli hanno detto: «A noi puoi raccontare la verità». La verità
esce dalla bocca di Rebecca, la figlia dodicenne di Stelian. Rebecca è una
bimba prodigio. Dipinge su tela e illustra la sua vita nelle baracche, tra topi
e immondizia. I suoi disegni sono stati esposti e poi acquisiti in permanenza
dall'Archivio storico di Napoli per la Giornata della Memoria del 2008. Per le
sue doti artistiche, Rebecca ha ricevuto il premio Unicef 2008. E venerdì sera
da quelle due volanti ha visto scendere anche uno dei due uomini che l'avevano
aggredita martedì. Un uomo sui 35 anni, con gli occhiali, che avrebbe chiesto
alla madre Gina: «Mi riconosci?». E lei, per paura, ha negato. Poi l'uomo si è
rivolto al capofamiglia Stelian: «Hai fatto un errore a parlare con i
giornalisti, un errore che non devi ripetere», poiché dopo l'aggressione alla
figlia, Stelian aveva immediatamente contattato l'associazione di cui fa parte,
la Everyone, che ha diramato un comunicato urgente a tutti i mezzi di
informazione. A quel punto i quattro agenti si sarebbero infilati i guanti, e
Rebecca quei guanti li ha riconosciuti: erano gli stessi che i suoi aggressori
avevano indossato prima di perquisirla e picchiarla. Gina, 37 anni, ha visto
che il marito Stelian veniva trascinato dietro la baracca mentre Rebecca e il
fratellino Jon si erano rintanati dentro le mura di cartone, terrorizzati. A
quel punto gli agenti lo avrebbero picchiato selvaggiamente. «Non raccontarlo a
nessuno o per te saranno guai ancora peggiori», hanno detto i poliziotti prima
di andarsene. Quando è arrivata l'ambulanza Stelian non riusciva a parlare, in
evidente stato di choc. Gina è riuscita a prendere il numero di targa di una
delle due volanti. Eccolo: E5228. Poiché la baracca dei Covaciu sorge isolata
nei pressi della stazione San Cristoforo, nessuno al di fuori della famiglia ha
potuto assistere al pestaggio. Ma una ventina di rom che si trovavano in piazza
Tirana quella sera ricordano perfettamente di aver visto due volanti della polizia
dirigersi verso la dimora dei Covaciu. La Questura di Milano nega che Stelian
sia stato picchiato e ricostruisce l'episodio dicendo che effettivamente nella
serata di venerdì degli agenti della Polizia Ferroviaria si sono diretti dai
Covaciu per allontanarli dalla baracca «vincendo le iniziali resistenze
dell'uomo» con metodi che però hanno evitato «conflitto e tensioni». Non
finisce qui: la Questura promette di accertare eventuali ipotesi di reato. La
Procura di Milano ha avviato una indagine. La famiglia Covaciu ha lasciato la
Romania due anni orsono. La città di origine si chiama Arad. Si sono trasferiti
a Milano, andando ad occupare baracche abusive che via via le forze dell'ordine
facevano sgomberare. Pochi mesi fa avevano deciso di cambiare aria, si sono
stabiliti a Napoli, ma dopo il rogo del campo rom di Ponticelli hanno avuto
paura delle e sono tornati a Milano. Da poche settimane il prefetto di Milano,
Gian Valerio Lombardi, ha dato il via alla schedatura dei rom e dei sinti
presenti sul territorio milanese nei campi regolari e abusivi. La schedatura
avrà come risultato la distinzione tra persone con i documenti in regola per il
soggiorno, e persone che non potranno rimanere in Italia e che per questo
verranno allontanate o espulse. Ciò sta accadendo anche a Roma e Napoli, dove a
bambini e adulti le forze dell'ordine stanno prendendo le impronte digitali.
Allo stesso tempo continuano gli sgomberi delle baracche abusive. Non si
contano, ormai, le associazioni e gli organismi internazionali che denunciano
il clima di razzismo e xenofobia nei confronti degli stranieri e specialmente
nei confronti dei rom. Se dei poliziotti picchiano a sangue un rom durante una
operazione di sgombero, significa che si sta diffondendo una sorta di impunità.
Se un deputato leghista come Matteo Salvini paragona gli zingari ai topi senza
che nessuno muova un ciglio, non sorprende che qualche poliziotto razzista si
senta nel diritto di agire in modo violento e crudele, anche nei confronti di
una bambina di appena dodici anni, perquisita in malomodo alla stazione San
Cristoforo di Milano e poi presa a schiaffi in una sala d'aspetto mentre un
capostazione, attirato dalla urla, cerca di interrompere la perquisizione
brutale. Non possiamo scaricare sull'intera Polizia la responsabilità
dell'episodio. Ecco perché chiediamo al capo della polizia Giorgio Manganelli,
al ministro dell'Interno Roberto Maroni e al presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano di fare luce su quello che è accaduto a Stelian e Rebecca.
Non si tratta soltanto di fare giustizia e di condannare gli agenti implicati,
ma anche di scrollarci di dosso l'etichetta di Paese razzista. Un'etichetta che
ci fa orrore. Nomadi, Tettamanzi: «La paura non passa
per decreto legge» Monia Cappuccini «Militarizzare le città serve solo ad aumentare il senso
di smarrimento, la paura non passa per decreto legge». Così ha dichiarato ieri
in un'intervista a Repubblica il cardinale Dionigi Tettamanzi. Nel mirino
dell'arcivescovo di Milano sono finite a chiare lettere le norme previste dal
futuro pacchetto sicurezza approvato la settimana scorsa dal Governo. Non è la
prima volta che il cardinale di Milano esterna in maniera così netta la
contrarietà all'operato della politica in materia di immigrazione e assistenza
ai più deboli. Nell'aprile scorso era entrato in un quasi conflitto aperto con
il sindaco Letizia Moratti per lo sgombero del campo rom della Bovisa, uno dei
più grandi di Milano, un'emergenza umanitaria pari a circa 800 rom di cui 120
bambini. Ed è proprio quanto vede accadere nella sua città a suscitargli così
tanta pena ed allarme. «Non vedo più la mia Milano» afferma con rassegnazione,
tentando anche di spiegare il suo senso di smarrimento. «Piazza Duomo è il
teatro delle troppe solitudini che si sfiorano. E' la privatizzazione dei tempi
e degli spazi e il calo della qualità della socializzazione ad aver generato le
paure della gente. Sono solo tanti anziani. Soli troppi giovani. Soli molti
adulti, anche con posizioni sociali prestigiose». La solidarietà rimane dunque
il miglior antidoto al virus della "contaminazione dal diverso" che
pervade la società di oggi. «Milano saprà trasformare tutti i suoi abitanti -
ha aggiunto l'arcivescovo Tettamanzi - anche gli immigrati in cittadini. E' per
il bene, la sicurezza, l'arricchimento di tutti che dobbiamo compiere questo
sforzo. Barricarsi in casa, criminalizzare alcune categorie di persone,
presidiare militarmente le città, sono gesti che aumentano il senso di
solitudine. Le istituzioni non devono speculare sulla paura». Un monito che è
anche un'esortazione alla sua comunità: «Le parrocchie e il volontariato, anche
non cattolico, sono oasi di relazione», in piena sintonia con l'appello di
qualche giorno fa «alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle
realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità
abitative disponibili, perché si offrano a condividere almeno parte delle
rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili». Una sfida
aperta alla Milano città dell'incontro, con tanto di appuntamento per la fine
della missione: l'Expo del 2015. «E' un'opportunità e occorre che la città
diventi "bella" nella sua dimensione più interiore. Bisogna porre da
subito l'uomo al centro della sua Milano che sarà, con i suoi bisogni». Il vangelo del cardinale: «Basta
appartamenti sfitti» Ossia: più case meno Ior Cinque miliardi di patrimonio nel 2008, 44mila conti
correnti, grossi investimenti esteri, interessi medi annui che oscillano dal 4
al 12% netti cioè senza tasse da pagare. Di cosa stiamo parlando? Dello Ior,
Istituto per le opere di religione, o meglio la banca Centrale del Vaticano,
dove c'è l'unica sede. Pio XII nel 1942 gli ha tolto il vecchio nome di
"commissione delle opere pie" e lo ha fatto diventare una banca a
scopo di lucro il cui fine, come dice lo statuto, è «di provvedere alla
custodia e all'amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati
allo Ior medesimo»Centotrenta dipendenti, la banca è gestita da professionisti
e guidata da un presidente, Angelo Caloia, professore di Economia
all'università Cattolica di Milano. Il presidente ha compito di riferire
direttamente ad un collegio di cinque cardinali nominati dal papa con lo scopo
di vigilare sulla fedeltà dell'istituto verso gli obblighi statuari e verso il
papa. Il bilancio e tutti i movimenti che vengono fatti dall'Istituto sono noti
solo ed esclusivamente al Santo Padre, al collegio dei Cardinali che lo
gestiscono ed al presidente. Nell'ultima lettera pastorale il cardinale di
Milano Dionigi Tettamanzi ha voluto denunciare «la rilevante emergenza
abitativa che pone in condizioni drammatiche specialmente le famiglie povere,
immigrate o per qualsiasi ragione disagiate». Per tentare di rimediare a questa
situazione il cardinale non si è sottratto dal chiedere una maggiore
redistribuzione a chi di beni immobili inutilizzati ne ha tanti: lo Ior. «Oso
rivolgermi anzitutto alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle
realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità
abitative disponibili - ha scritto - perché si offrano a condividere almeno
parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili». E
ancora: «Come cristiani e come parrocchie dobbiamo interrogarci:una casa tenuta
vuota non è sottratta ad una famiglia che ne ha bisogno?. Non è forse una
tentazione quella di tenere un alloggio sfitto in attesa che si rivaluti, che
un giorno lontano il figlio si sposi, che chissà quale necessità si presenti in
parrocchia?». Lezioni di vangelo radicale. Giovanni Paolo II è finito all'inferno.
Benedetto invece andrà in paradiso... - Michele De
Palma Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo da
oggi è bandita la bandiera della pace. Lo ha deciso il Vaticano che lo ha reso
noto tramite l'angelica agenzia di stampa Fidens, da domani "la croce di
Cristo e non la bandiera arcobaleno è il vero simbolo della pace". A
parroci, vescovi e credenti non rimane che correre ai balconi, alle finestre,
saltare sui campanili e strappare un simbolo che ha, come annuncia la beata Fidens:
"all'origine il suo intrecciarsi con così numerosi fattori culturali,
sociali e politici, che ne fanno una valida sintesi per rappresentare il
sincretismo che mischia filosofie orientali, new age, neopentecostalismo; tutto
insomma, meno il messaggio cristiano nella sua essenzialità." Chiaro? Se
non avete capito, bisogna che ci crediate per fede perché a parlare sono le
gerarchie con tanto di mitra, anelli d'oro e scarpine Prada. Gli stessi
chiedono ''come mai uomini di chiesa, laici o chierici che siano, hanno per
tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo
di pace?'' Non c'è che dire: bella domanda! Me li immagino accigliati e
pensanti, riuniti all'ombra della storia della croce e delle crociate a
chiedersi perché don Tonino Bello, Aldo Capitini, che la usò nella prima marcia
Perugia Assisi insieme a milioni di credenti e non, in tutto il mondo hanno
indossato i colori della pace al posto della croce. Forse perché la bandiera
della pace parla un linguaggio universale oltre le religioni e dentro le
religioni? Oppure perché i colori sono troppo gioiosi mentre la nuova Chiesa
del vecchio testamento deve incutere il timore di Dio? Da domani verranno
ammainate le bandiere della pace e issate quelle templari. Da domani potremo
andare in città del vaticano a scambiare le bandiere e celebrare in latino il
funerale della chiesa conciliare. Scriveva don Tonino Bello "… è un bluff
limitarsi a chiedere la pace in chiesa, e poi non muovere un dito per
denunciare la corsa alle armi, il loro commercio clandestino, la follia degli
scudi spaziali (…) per esporsi, magari anche con i segni paradossali ma
eloquenti dell'obiezione di coscienza, in tutte le sue forme, sui crinali della
contraddizione". Esporsi sui crinali della contraddizione è il cammino
della chiesa di Giovanni Paolo II, che tra mille contraddizioni, ha provato a
stare nella storia non chiudendo il soglio di Pietro nelle stanze sicure e buie
di una identità da santa inquisizione. Strappare le bandiere della pace dai campanili
delle chiese è come bruciare le bandiere di un popolo. Ma in questo caso il
popolo non coincide con uno stato, ma con l'umanità. La bandiera della pace è
la bandiera dell'umanità che lotta perché nessuna vita può essere spezzata in
nome di un regime politico o economico, di una ideologia o di una religione. Le
bandiere della pace, non segnavano un confine ma la fine dei confini, non
identità ma divenire, non quello che c'è ma quello che ci sarà. Joseph
Ratzinger sa che la croce non è la bandiera della pace, come lo sapeva Giovanni
Paolo II. La rottura tra i due papati mi fa venire in mente il titolo un libro
pubblicato da Cesbron negli anni '50 in cui venivano narrate le prime
esperienze dei preti operai: "i santi vanno all'inferno". Se così è
non ho dubbi su dove sia oggi Giovanni Paolo II, mentre sono convinto che in
paradiso c'è un gran lavoro di anime schiave a costruire la piramide per
Benedetto XVI. La Stampa – 22.6.08 "Salari fermi? E' l'ora dei
sacrifici" - ALESSANDRO BARBERA Se non fosse per quel numero, nessuno si sarebbe accorto
che esiste ancora il Documento di programmazione economico-finanziaria, somma
di promesse estive fino a ieri smentite al volgere dell’autunno dopo il Vietnam
della Finanziaria in Parlamento. Invece la decisione di Giulio Tremonti di
introdurre nel documento un’inflazione programmata all’1,7%, quasi la metà del
3,6% effettivo di oggi, ha provocato le critiche dell’opposizione e irritato
soprattutto i sindacati. Non solo la Cgil, ma anche la Cisl di Raffaele
Bonanni, finora in luna di miele con il governo. Non è un caso: da quel numero
dipende l’entità dei rinnovi contrattuali, e soprattutto quello del pubblico
impiego. Da quei numeri dipende però anche il costo della macchina pubblica,
che il nuovo governo, con la manovra triennale, intende ridurre per trenta
miliardi. Renato Brunetta, il ministro che rischia più di altri il prezzo
politico di scelte rigoriste, non si scompone. «E’ vero, diciamo che è un
numero molto virtuoso. Ma oggi non ci possiamo permettere altro. La situazione
è grave. Se Tremonti avesse accettato un dato più alto avremmo fatto ripartire
la rincorsa salari-prezzi. Fra l’altro, a chiederci di rimanere entro il 2% è
la Banca centrale europea». Ministro
Brunetta, sta dicendo che il lavoro dipendente deve fare ancora sacrifici? La
Bce è preoccupata dell’aumento dell’inflazione, ma in Italia i salari reali
sono fra i più bassi d’Europa. «Non lo dica a me. Per anni ad
imporre una lettura distorta degli accordi del ‘93 e del dato sull’inflazione
programmata sono stati i sindacati. I quali hanno accettato ci fosse
moderazione salariale quando l’inflazione era bassa invece di approfittare dei
momenti buoni per distribuire i guadagni di produttività». Per la verità è da tempo che i sindacati denunciano il
basso potere d’acquisto dei salari. Non è così? «Io penso al periodo
fra il 1997 e il 2005, anni in cui l’inflazione era totalmente sotto controllo.
Poi si sono resi conto dell’errore e ora vogliono recuperare tutto subito.
Spiacenti, non si può». I sindacati dicono
che il meccanismo va modificato. «La vocazione originaria
dell’inflazione programmata, un’idea di Ezio Tarantelli che mi onoro di aver
contribuito a rendere concreta con gli accordi di San Valentino del 1984, è
attuale e puntava a realizzare un obiettivo opposto a quel che è accaduto in
quegli anni: non contribuire all’innalzamento dei prezzi quando l’inflazione
sale, permettere ai salari di recuperare i guadagni di produttività quando
scende. I sindacati invece scambiarono la moderazione salariale con potere
politico». Lei ha detto di voler aprire
subito il tavolo per il rinnovo del contratto degli statali. Questo non è un
segnale di dialogo. «Certo che voglio il dialogo. E sono disposto a
farlo firmando anche con un accordo ponte con il pubblico impiego che ci porti
alla riforma del modello contrattuale per tutti, settore pubblico e privato. Ma
la congiuntura non è buona e non è il momento di mollare sul fronte del rigore
finanziario. San Valentino salvò l’Italia, gli accordi del ‘93 ci permisero di
avere l’euro. Oggi siamo di fronte ad una sfida di quella portata». Ma non c’è anche un problema redistributivo? Come
cresce il Paese se i salari restano fermi? «Certo che il problema
esiste. Ma, ripeto, questa è una fase di transizione. Dobbiamo riscrivere le
regole che governano il Dpef e la Finanziaria, dobbiamo mettere mano agli
accordi del ‘93 sulla politica dei redditi. Occorre senso di responsabilità da
parte di tutti». Insomma fa sua fino in fondo
la scelta di Tremonti. «Sì. E se lo dico io, che dovrei difendere
per primo le ragioni dei rinnovi, è perché il momento è grave. Se il dato
sull’inflazione programmata fosse stato più alto, avremmo innescato una
rincorsa salari-prezzi. E comunque, fatto salvo l’aumento del prezzo del
petrolio, quella indicata nel Dpef (1,7% nel 2008, 1,5% nel 2009 e 2010) non è
una sequenza inverosimile. Ammetto che è un obiettivo molto virtuoso, ma non
c’è altro da fare». Dunque il governo su quel
numero non farà nessun passo indietro. Non teme la reazione dei sindacati? «I
sindacati devono rendersi conto che oggi sono in controtempo. La lezione di
Tarantelli resta quanto mai valida. Quando ci siederemo al tavolo discuteremo
anche di questo aspetto. Ma la lotta all’inflazione è un bene pubblico». E ora Napolitano teme di finire come
Scalfaro - PAOLO PASSARINI LIONE - Spiazzato e visibilmente fuori di sé, Giorgio
Napolitano ha evitato con cura ogni contatto con i giornalisti per l’intera
durata del suo soggiorno nella capitale del Rodano. Anzi, in stridente
contrasto con quello che è il suo comportamento abituale, il Presidente ha
reagito con manifesto fastidio a ogni tentativo di strappargli un commento
perfino su una materia politicamente abbastanza innocua come il futuro
dell’Unione europea. Tanto che quando, alla fine dell’intervento pronunciato in
francese di fronte agli Stati Generali d’Europa per incitare i paesi più
determinati a procedere da soli sulla strada dell’unificazione politica, gli è
stato chiesto se poteva ripetere in italiano il suo «appello» per la radio, ha
risposto bruscamente: «Quale appello?» e si è infilato in una saletta protetto
dal suo servizio d’ordine. Sapendo come vanno in genere queste cose, voleva
essere assolutamente sicuro che perfino una battuta anodina contro i governi
che usano l’euroburocrazia come «capro espiatorio» non venisse stravolta e
presentata come un intervento sui temi caldi della politica nazionale.
Sperimentato navigatore della politica, Napolitano non escludeva che Berlusconi
avesse perso, oltre che il pelo, anche il vizio. Ma certamente non si aspettava
che, nel giro di pochi giorni, proprio quando la situazione politica sembrava
avviarsi verso una cooperativa normalità, il Cavaliere, prima con gli
emendamenti al decreto sulla sicurezza poi con la sparata di Bruxelles,
riaprisse in grande stile il conflitto con la magistratura e distruggesse
quell’abbozzo di concordia nazionale che si stava finalmente delineando. Pur
essendo ovvio, data la sua storia politica, che il Presidente, alle ultime
elezioni, non possa aver fatto il tifo per il centrodestra, tuttavia, da un
punto di vista generale, il risultato del voto non gli era del tutto
dispiaciuto. Anzi, la netta maggioranza raccolta dalla coalizione guidata da
Berlusconi avrebbe almeno garantito stabilità, caratteristica che mancava del
tutto nella legislatura precedente, come egli stesso aveva sottolineato più
volte a partire dal giorno della sua elezione. La stabilità avrebbe facilitato,
oltre che la governabilità, anche quel minimo di accordo necessario con
l’opposizione per fare le riforme istituzionali. Il clima sarebbe cambiato e
per lui sarebbe stato molto più facile svolgere il suo compito. Il Presidente -
questo era il suo schema - si sarebbe messo al riparo del suo ruolo
istituzionale, limitandosi a qualche suggerimento, o, quando il caso, a qualche
correzione in punta di costituzione e tutto sarebbe filato liscio per cinque
anni. E le cose sembravano funzionare proprio in questo senso: l’atteggiamento
cooperativo del Pd di Walter Veltroni a cui faceva da contrappunto l’evidente
intenzione di Berlusconi di assumere l’immagine di un «senior statesman», di un
riverito statista, anche in vista di una sua futura ascesa al Colle,
confermavano la giustezza del suo schema. Ma ieri mattina, a Lione, perfino i
più stretti collaboratori di Napolitano, di solito molto controllati, non
avevano difficoltà ad ammettere che, questa volta, il Presidente era stato
colto di sorpresa. «Così non se l’aspettava proprio». A parte l’infausto
disintegrarsi del più volte invocato «clima di concordia nazionale», le uscite
del Cavaliere stavano sicuramente provocando il riaccendersi, in forme forse
ancora più violente del passato, di quella guerra tra magistratura e politica,
che, oltre che bloccare i ruoli e rendere impossibile ogni seria riforma,
rischia di schiacciare l’immagine del presidente in una mediazione impossibile.
Saltato lo schema di una presidenza più istituzionale e meno politica dei primi
due anni, Napolitano adesso si chiede cosa fare: mettersi «alla cappa» e aspettare
che passi la tempesta o scendere in campo, rischiando di diventare un nuovo
Scalfaro? Il Presidente ci sta riflettendo e, intanto, rivendica il suo diritto
di mantenere il riserbo. E così, venerdì, all’uscita della cattedrale di Saint
Jean, per schivare i giornalisti non ha esitato a imboccare con tutto il
seguito uno stretto cunicolo. Uscitone, si è diretto verso una rinomata
pasticceria, di fronte alla quale un occhiuto zingaro con la fisarmonica,
riconosciutolo, ha intonato la musica del «Padrino». Intuendo che qualcosa non
andava, lo zingaro è passato velocemente a «Bella ciao». L'opposizione anomala –
Barbara Spinelli Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la
nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo
nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo
l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito
imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita
degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo.
La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie
allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi
impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori
non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che
riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende
linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata
da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia
democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende
l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata. Sull’anomalia di Berlusconi
molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi.
È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere,
anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i
propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto
che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti
da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più
molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia
dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con
quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire
dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo
dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri
infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo
sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha
scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è
assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione
all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani -
dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a
presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata
italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France.
Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il
divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che
sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il
processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il
processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città
crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire
ordinaria. Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È
poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di
apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a
mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente.
Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono
condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze
fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi
di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono
presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno. Così si comportano,
senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori
inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di
spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo.
Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo.
Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel
rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa
di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i
Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la
Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due
la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere
la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si
oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una
strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione. In
Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale
che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e
sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome
all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si
oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si
oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il
conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato
fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà
dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera. Il clima nelle ultime
ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle
radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è
forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non
più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di
un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere,
fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori
intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più
dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche
l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che
sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais
sull’Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un
rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo
secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest. Per la verità prima ancora di
cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la
cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi
in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da
Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul
capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che
non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle
sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte
a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di
Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di
sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il
confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli
altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto. I massimi dirigenti del Pd
hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne.
Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi
tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta
aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti
diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne
accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno,
fuori casa, è in grado di capirci. Corsera – 22.6.08 Parisi e la crisi del Pd: «Bisogna
cambiare leader» - Maria Teresa Meli ROMA — Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche
dopo il diverbio con Veltroni. E dopo le accuse che gli hanno lanciato,
eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno
autorevole benché «ruvido». Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede
le dimissioni del segretario. Professore, la
vicenda dell'altro ieri è chiusa? «Quel che è avvenuto è gravissimo,
ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per
"tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la
mia battaglia per la legalità nel partito. Il Pd è stato attraverso l'Ulivo
l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa». Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni? «Mi
auguravo che, invece di assumere nientemeno che a spartiacque la lettera di
Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del governo ombra al
calendario e all'agenda del governo sole, ci annunciasse che la campagna
elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella
propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento
di prendere sul serio la risposta degli elettori». E invece niente. «Dicono che seppure dopo due mesi questa
volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al
massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale.
Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla
Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono
state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle
amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò». Scusi!? «Sì, quella in cui un signore
schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride.
Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E
Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a
finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli
elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati
al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione
maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento». Che avrebbe detto se avesse preso la parola
all'Assemblea? «Avrei detto che il problema non è la sconfitta
elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in
cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle
risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della
proposta». Si riferisce alla separazione dal
Prc? «Si, per la quantità, alla separazione consensuale con
Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani né
dopodomani. E' questo che fa delle elezioni un fallimento totale». Non le sembra di essere troppo duro, Professore? «Serio,
non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso,
buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana.
Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è
dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda
a comprendere sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono
proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali
"pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli
slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione
nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se
non forte, e comunque nostro». E quale
«pensiero serio» formulerebbe su questo Pd? «Diciamo che questa è la
premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho
usato non è più sufficiente. Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal
leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi
pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e
dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a
questo punto bisogna cambiare leader». Che le
importa di chiedere che Veltroni se ne vada, visto che dicono che lei uscirà
dal Pd e fonderà un suo movimento? «Si illudono: devono provare a
cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il
modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Pd è stato per me (come
per molti) il mio partito molto prima che per loro». Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però. «La
passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che
quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che
dice "il re è nudo". Quello che mi scandalizza di più è la slealtà
verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo
nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissanguano
anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con
Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire
chi siamo e dove andiamo. Purtroppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti
preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene
la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi
perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si
trasformi nella crisi del partito». Il prezzo della rottura –
Sergio Romano L’insistenza con cui si parla della necessità di un
dialogo fra maggioranza e opposizione è soltanto un altro sintomo del malessere
della democrazia italiana. Quando David Cameron, leader dei conservatori
britannici, prende la parola ai Comuni, è duro, sferzante e, nella migliore
delle ipotesi, ferocemente ironico. Quando Oskar Lafontaine parla del governo
Merkel, non misura parole e giudizi. Quando i socialisti francesi parlano di
Nicolas Sarkozy, i toni sono aspri e taglienti. Nei buoni sistemi democratici,
le opposizioni non hanno l’obbligo di dialogare. Debbono attaccare il governo,
demolirne i programmi e, quando ne condividono gli obiettivi, dimostrare che il
risultato può essere raggiunto con altri mezzi più idonei allo scopo. Ciò che
davvero serve in democrazia non è il dialogo (parola di cui si è fatto in
questi mesi un uso stucchevolmente retorico), ma un altro fattore, questo sì
assolutamente indispensabile. Occorre che maggioranza e opposizione si
riconoscano rispettivamente legittime e che nessuno dei due leader neghi
all’altro il titolo di rappresentare politicamente e moralmente la parte del
Paese che gli ha dato fiducia. Negli ultimi 15 anni è accaduto il contrario. La
sinistra ha considerato Berlusconi un’inaccettabile anomalia, un cattivo
scherzo della storia nazionale, un pregiudicato in attesa di giudizio, una
reincarnazione light del fascismo. E Berlusconi l’ha ripagata di questi giudizi
definendola semplicemente e sprezzantemente «comunista». Più recentemente è
parso che il clima potesse cambiare. Dopo essersi liberati di alcuni dei loro
più ingombranti alleati e avere fatto un buon uso di una pessima legge
elettorale, Berlusconi e Veltroni sembravano disposti a considerarsi
semplicemente avversari, divisi dalle loro rispettive ambizioni ma uniti
dall’appartenenza allo stesso sistema nazionale. Non mi aspettavo che avrebbero
«dialogato». Speravo tuttavia che avrebbero capito la necessità di aprire
insieme una strada su cui nessuna maggioranza dovrebbe avventurarsi da sola:
quella delle riforme istituzionali e di una migliore legge elettorale. Sono
bastate poche settimane perché il tempo girasse nuovamente al peggio. Ne
conosciamo le ragioni. Berlusconi non è ancora uscito dal tunnel del suo
percorso giudiziario e crede lecito usare il potere per assicurarsi l’immunità.
Qualcuno continua a pensare che esista una via giudiziaria alla soluzione dei
problemi italiani. E Veltroni è circondato da persone che vorrebbero fargli
pagare la sconfitta. Insomma, Berlusconi, perché è forte, crede di non avere
bisogno di nessuno; e Veltroni, perché è debole, rischia di non poter fare a
meno dei molti che cercano di trascinarlo all’indietro nella strategia di
un’alleanza antiberlusconiana pilotata dalla sinistra giustizialista,
massimalista e «girotondina». È uno spettacolo già visto, che la grande
maggioranza del Paese non ha alcuna voglia di rivedere. Mi chiedo se i politici
dei due campi si siano resi conto dell’effetto che questa «guerra civile
fredda» sta producendo sulla società. Gli italiani si lasciano apparentemente
convincere dall’uno o dall’altro dei due campi, ma dopo avere votato per la
destra o per la sinistra provano per entrambe gli stessi sentimenti di sfiducia
e disprezzo. Una democrazia in cui gli elettori detestano gli eletti: ecco ciò
che l’Italia corre il rischio di diventare. Kabul, nella cella del «blasfemo». «Il
mio è un processo politico» Lorenzo Cremonesi KABUL - Il parlatoio del carcere distrettuale in centro
città è uno stanzone lungo e sporco, diviso a metà da una grata arrugginita
cementata al soffitto e al pavimento. Dove i fori sono troppo larghi, i
secondini hanno aggiunto filo di ferro. Ma, nella confusione di grida e decine
di persone accalcate le une sulle altre, non riescono a bloccare il passaggio
di banconote, bigliettini, persino piccoli dolci dal pubblico ai detenuti.
All'entrata una guardia ha requisito i cellulari e firmato in pennarello il suo
nome sul polso dei visitatori. «Così non vi confondete con i prigionieri»,
spiega. Pochi secondi di attesa appoggiati a un bancone di cemento scrostato ed
ecco apparire il «blasfemo». «Sayed, Sayed», lo chiama il fratello Yaqub. Si
riconoscono immediatamente. Il prigioniero sorride. Appare meglio di quanto
potrebbe essere dopo 8 mesi di cella e una condanna a morte. Capelli neri a
spazzola, le occhiaie, ma lo sguardo vivo, attento. L'aiutano i suoi 23 anni,
la fibra forte, e forse anche l'intima certezza di essere nel giusto. «Sono un
prigioniero politico. Le accuse nei miei confronti sono assurde, artificiali»,
dice ad alta voce, quasi gridando per sovrastare la ressa. Aggiunge che è in
cella con otto detenuti comuni: «Nessun assassino, solo ladri, che non mi
disturbano. Però non esco mai nei corridoi, temo che qualche militante
filo-talebano possa cercare di uccidermi, come avevano minacciato nel carcere
di Mazar-e-Sharif». Pensi davvero che le donne abbiano gli stessi diritti degli
uomini? Riscriveresti oggi quello che hai scritto su Internet l'anno scorso, e
cioè che se per il Corano un uomo ha diritto a quattro mogli anche una donna
dovrebbe poter avere quattro mariti? Lui ci pensa sopra un attimo, poi replica:
«Certo che le donne sono eguali agli uomini. Sono solo alcuni mullah estremisti
a distorcere il Corano per affermare le loro interpretazioni. Ma altro non
voglio dire, rischio di pregiudicare la mia posizione processuale. Purtroppo
temo che il presidente Karzai non mi aiuterà, è troppo occupato a ingraziarsi i
circoli religiosi più conservatori nella speranza di vincere le elezioni
dell'anno prossimo. Ma, visto che parlo a un giornale italiano e che l'Italia
ha contribuito a finanziare la ricostruzione del nostro sistema giuridico,
vorrei dire che qui siamo ancora dominati da giudici medioevali. Non servono
tribunali nuovi, se poi gli amministratori della legge sono vecchi». È
disarmante incontrare in carcere Sayed Parwez Kambakhsh: uno dei casi più
indicativi di una nazione che ha perso le speranze sorte dopo la sconfitta
talebana del 2001 e ora sta rapidamente ricadendo nelle lotte tribali tra
signori della guerra e sotto il dominio delle teocrazie religiose più
conservatrici. Lo scorso 27 ottobre Sayed viene infatti arrestato dai servizi
di sicurezza interni nella sua città natale, Mazar- e-Sharif, con l'accusa di
«ehaant be Islam», il termine usato dalla «Sharia» (la legge religiosa) per i
blasfemi. I fatti sono ancora sotto inchiesta. Lui, studente di giornalismo, ha
mandato via e-mail ai compagni un articolo di un intellettuale iraniano dove si
sostiene che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, anche
in materia di matrimonio. Secondo il pubblico ministero, avrebbe aggiunto del
suo. La difesa nega. Il fratello, Yaqub Ibrahimi, è tra l'altro noto per le sue
inchieste contro droga e corruzione, che danno un mucchio di fastidio ai
signori della guerra e mafiosi locali. La vicenda è raccontata dai media di
tutto il mondo. E tanta fama lo trasforma in vittima. Sostiene di essere stato
torturato e messo al buio in cella d'isolamento. Yaqub assieme alle
associazioni dei giornalisti locali cercano di aiutarlo: da Mazar, dove è stato
riconosciuto colpevole di avere offeso il Corano e la figura del Profeta e
rischia la condanna a morte, viene trasferito per il processo d'appello a
Kabul. «Ma è peggio che andar di notte. Qui il giudice capo, Abdul Salam
Qazizada, è noto per i legami con le ali più conservatrici degli Ulema (i capi
religiosi sunniti, ndr) e persino i mullah più filo-talebani», dice il suo avvocato,
Afzal Nooristani, a sua volta già minacciato di morte perché ha accettato di
difendere Sayed. Tra gli esponenti dell'Unione Europea è diffusa l'opinione che
in qualche modo ne verrà fuori, magari spedito in sordina all'estero, come
avvenne un paio d'anni fa per Abdel Rachman, il convertito al cristianesimo poi
fuggito a Roma in esilio. Però non subito. Spiegano: «Se il caso di Sayed fosse
avvenuto tre anni fa, Karzai sarebbe intervenuto immediatamente per liberarlo.
Ma i tempi stanno cambiando. In Parlamento i conservatori stanno proponendo
leggi degne del tempo dei talebani, per esempio il divieto alle donne di uscire
di casa senza essere accompagnate da un uomo di famiglia. E Karzai sta cercando
consensi tra i religiosi pashtun in vista delle presidenziali nell'estate 2009.
Ecco perché non ha risposto agli appelli, neppure dopo l'ultima seduta del
processo una settimana fa. Addirittura si è detto favorevole alla censura delle
telenovelas indiane sulle tv locali». |
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