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Direttive per il corteo d'autunno

Manifesto – 22.6.08

 

Direttive per il corteo d'autunno - Alessandro Robecchi

A tutti i compagni della sinistra. Direttive per il grande corteo d'autunno di lotta e protesta indetto dal Pd contro il governo Berlusconi. Attenersi alle disposizioni. Per dubbi e domande, rivolgersi al funzionario di zona. Non cedere alle provocazioni. Ingoiare questo articolo subito dopo la lettura. Compagni del nord-est. Comporsi ordinatamente in corteo alle spalle della delegazione regionale capeggiata dal compagno Calearo. Evitare atteggiamenti minoritari, evitare abbigliamento troppo casual o trasandato: è possibile che il corteo venga invitato a un'assemblea di Confindustria. Non facciamo figuracce. Precari. Le forze produttive sottopagate o ricattate dal capitale si comporranno dietro lo striscione della componente Giavazzi. Visto che hanno molto tempo libero tra un contrattino e l'altro, si consiglia attenta lettura dei fondi del «Corriere» da cui ricavare gli slogan di riferimento (licenziare meno/licenziare tutti). Lo striscione con l'enorme scritta «Il liberismo è di sinistra» si collocherà immediatamente dopo lo striscione di apertura del corteo. Metalmeccanici. Tutti dietro lo striscione della componente Colaninno. Evitare inutili slogan sul contratto che risulterebbero controproducenti, sottolineare il ruolo degli imprenditori illuminati. Anziani e pensionati. Non dimenticare l'acqua minerale. Esibendo la social card del governo, i panini verranno scontati del dieci per cento. Caduti sul lavoro. Questa componente del corteo sarà numerosa ma, per forza di cose, immobile. Sarà aperta dal grande striscione «Industrie Marcegaglia». Comizio finale. Sul palco interverranno i maggiori esponenti del partito, a sottolineare la vivace democrazia interna. Aprirà Veltroni, poi interverrà Walter, e concluderà il comizio il compagno Walter Veltroni. Al termine, defluire ordinatamente.

 

L'inflazione del Dpef fa arrabbiare opposizione e sindacati

Antonio Sciotto

ROMA - Il dato dell'inflazione programmata per il 2009, inserito dal governo nel Dpef, ha fatto arrabbiare i sindacati, e si aggiunge ai motivi di scontro con l'opposizione. Il contestato numerino - 1,7% - è non solo parecchio più basso del dato attuale (3,6%), ma risulta inferiore alle previsioni europee (che danno il 2,2%) e a quelle di istituti come il Fondo monetario internazionale. L'inflazione programmata serve come riferimento per gli aumenti contrattuali, almeno stando al patto del luglio '93 - ancora vigente - seppure da tempo i sindacati non lo ritengano più uno strumento attuale: ma è ovvio che offre strumenti alle imprese per abbassare l'offerta, dunque crea in ogni caso problemi. Ieri la protesta più «colorita» è venuta dal segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha definito la cifra «un attentato alla contrattazione». Ed è chiaro che il sindacalista si riferisce soprattutto al tavolo sulla modifica del modello contrattuale, che vedrà un nuovo incontro tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria proprio la settimana prossima: «Viaggiamo verso il 5% dell'inflazione. Sarà stata una dimenticanza di Tremonti, dal governo ci aspettiamo ragionevolezza». Critico pure il pubblico impiego, con Carlo Podda (Fp Cgil), che parla di accordo «più lontano». Anche il Pd, con Damiano e Bersani, sottolinea come i numeri decisi dal governo mettano a rischio il tavolo. Ma il ministro del Welfare Maurizio Sacconi difende il Dpef. In particolare, la polemica si è sviluppata alla festa della Cisl di Levico, che ospitava il ministro, e dove Bonanni ha accusato l'esecutivo di non aver concordato il dato con i sindacati. Sacconi ha replicato che «non è esatto sostenere che il governo avrebbe dovuto raggiungere un'intesa con le parti sociali sull'inflazione programmata: il patto del '93 non prevedeva un accordo con il sindacato ma la consultazione». Poi il titolare del Welfare ha aggiunto che «fissare l'inflazione programmata all'1,7% risponde all'esigenza di fare un gioco di anticipo per contenere l'inflazione. Può essere comprensibile il giudizio espresso dal sindacato, ma da sempre la predeterminazione del tasso è un atto autonomo del governo, e corrisponde a un suo obiettivo, quello di contenere l'inflazione». Caustici i commenti del Pd: «Mentre si dice di voler dare qualcosa ai lavoratori - nota l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano - si fissa un tasso di inflazione così basso da non essere altro che la programmazione della perdita d'acquisto delle retribuzioni». L'ex titolare dello Sviluppo (oggi ministro-ombra Pd dell'Economia) Pierluigi Bersani aggiunge che «il recupero di un punto di Pil avverrà prevalentemente a carico di servizi locali e sanità: conti alla mano, questa manovra la pagano i consumi popolari e i servizi». E se Giorgio Cremaschi (Rete 28 aprile Cgil), preannuncia di voler chiedere al Direttivo Cgil di domani di mobilitarsi - «anche la Cgil da sola» - dal sindacato arriva un'altra accusa al governo, quella sui fondi relativi all'istruzione. Enrico Panini, segretario Flc Cgil, denuncia che «nella ricerca si cancellano gli enti preposti alla tutela dell'ambiente, e si subordina la nuova struttura al ministero dell'ambiente». «Nella scuola - prosegue - si spremono oltre 8 miliardi di tagli, compresi quelli contabilizzati per il 2012, con una riduzione di oltre 100 mila insegnanti e di 43 mila lavoratori Ata». Infine, si ipotizza il «maestro unico per la scuola primaria e, per la secondaria, meno ore e meno materie per tutti, a partire dalle scuole destinate ai ceti più popolari». Panini critica anche le annunciate privatizzazioni delle università e i disagi dei precari.

 

Giudici in trincea - Matteo Bartocci

ROMA - Il decreto «salva-premier» è incostituzionale e illogico. Lo sostiene la bozza di risoluzione che sarà discussa domani dalla Sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura dedicata al decreto sicurezza varato dal governo. Secondo i relatori, Fabio Roia (Unicost) e Livio Pepino (Md) la sospensione di tutti i processi per pene inferiori a dieci anni violerebbe gli articoli 3 e 111 della nostra carta fondamentale che, com'è noto, tutelano l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e il principio del giusto processo. In più, dicono i magistrati nel loro documento, gli emendamenti presentati in senato dal centrodestra sono «completamente estranei» alla materia del decreto presentato al capo dello stato e appaiono «illogici» nel loro riferimento temporale ai reati commessi entro il 30 giugno 2002: «Sarebbe stato più sensato - suggeriscono i relatori - sospendere i processi coperti dall'indulto e perciò destinati ad essere inutilmente celebrati». Tutta la magistratura - dal Csm all'Anm - insorge contro le dichiarazioni di venerdì di Berlusconi. E lo scontro istituzionale ormai punta dritto al Quirinale, che dell'organo di autogoverno della magistratura è presidente di diritto. Il vicepresidente del Csm. Nicola Mancino, affonda il colpo: «Fino a quando l'azione penale è obbligatoria non si può chiedere ai magistrati di non fare i processi; ai politici, invece, si può chiedere di saper scegliere natura, limiti, tempi ed efficacia delle leggi, non espedienti per eluderle». Dopo il bastone però arriva la carota, con un appello a un «senso di responsabilità» che metta da parte «polemiche occasionali comode per nascondere i problemi e per dividere il paese». Sul piede di guerra anche l'Associazione nazionale magistrati. Il presidente Luca Palamara, pur non citando direttamente né il premier né il caso Mills, insiste nell'ovvio: «La sede della difesa di un imputato deve essere il processo. Non si possono denigrare le istituzioni e la magistratura». Il punto è che la battaglia stavolta è campale. Con le sue ultime dichiarazioni di Berlusconi ha fatto ampiamente capire che indietro non si torna. La partita con la «magistratura sovversiva» va chiusa definitivamente. E l'unica risposta udibile, finora, è quella delle toghe. Tutta la maggioranza infatti si schiera col Cavaliere. Anche la Lega che, come ha detto Maroni, fa del federalismo fiscale in discussione da settembre l'alfa e l'omega di questa legislatura. E a decine i dirigenti del Pdl intervengono per accusare il Csm di volersi sostituire alla Corte costituzionale nel suo giudizio di legittimità o, peggio ancora, di tirare Napolitano per la giacca spingendolo a non firmare il decreto quando sarà convertito in legge dalla camera. Un'ipotesi al momento lunare. Napolitano è l'unico presidente della Repubblica eletto a maggioranza. E la diplomazia parallela del Colle ha già fatto intuire che se non può vincere la guerra con la ritirata di Berlusconi al massimo potrà inviare un messaggio alle camere in cui si chiederà che simili episodi non si ripetano più. Del resto, il capo dello stato non ha molti santi a cui votarsi. L'opposizione tuona ma non incide. Di Pietro cerca di lucrare consenso ed è ostracizzato da tutti. L'Udc attende che cali la polvere e il Pd preferisce farsi scudo dei magistrati, ammette l'eccesso di fiducia nel Cavaliere ma contemporaneamente lo invita a ripensarci, ad evitare uno scontro istituzionale senza precedenti. Per salvarsi da un processo, Berlusconi è sceso in guerra su tre fronti: contro le toghe, il capo dello stato e l'opposizione. Ma la posta in gioco è ben più alta: è uno scontro con tutti i poteri che in democrazia servono a bilanciare l'azione del governo. Prima della battaglia campale tutto è silente nella società e nei corpi intermedi come le grandi organizzazioni sindacali. Anche i magistrati, isolati e mai così impopolari, sono destinati a sicura sconfitta.

 

Un paese senza contropoteri - Nicola Tranfaglia

Ma chi poteva credere che Silvio Berlusconi fosse diventato, nella sua terza incarnazione come capo del governo, sincero democratico? Eppure in questi ultimi quindici anni le prove che l'uomo fosse sempre quel bugiardo, mentitore abituale, ambiguo per definizione, convinto che il populismo mediatico sia la forma migliore di governo per gli italiani, sono state frequenti e di ogni genere. Non c'è stata dichiarazione che non fosse seguita da una smentita il giorno dopo. E in pochi giorni Berlusconi ha detto tutto e il suo contrario. Se i magistrati si arrendono Con arroganza pari a un perfetto candore. Ora, a due mesi dalle elezioni che gli hanno dato di nuovo una larga maggioranza da parte di un popolo che in gran parte lo ama e lo predilige, ha di nuovo messo nel piatto le sue carte brutali e indigeste. Alla magistratura dice che non è il terzo potere ma solo un ordine che non può ribellarsi all'esecutivo che egli incarna. Che la democrazia non è il governo delle leggi,come pensavano i padri costituenti, ma che le leggi devono fermarsi di fronte alla sua autorità e al suo potere. Se ci sono magistrati che non accettano questa lezione e vogliono procedere contro di lui per corruzione dei giudici o altre piccole bagattelle vanno fermati subito. Per prima cosa con la sospensione dei processi poi con un disegno di legge preparato dal solerte Alfano che riproduce il lodo Schifani del 2005. Il liberale Alexis de Tocqueville, che non rientra con tutta evidenza fra le frettolose letture del cavaliere, scriveva negli anni '30 dell'Ottocento che uno stato liberale moderno ha bisogno di due contropoteri forti, la magistratura e la stampa(oggi si direbbe la televisione). Nell'Italia di oggi abbiamo assai poco di televisioni e di giornali indipendenti: pochissimo se si guarda la diffusione di copie e alla circolazione di trasmissioni. Ma a Berlusconi un«quarto potere» che cede alla politica e agli imprenditori non basta. E' necessario che anche i giudici si arrendano e non processino più lui, malgrado l'attività intensa di truffe e di corruzioni che a quanto pare ha messo in opera prima e dopo l'avventura politica. All'opposizione parlamentare e agli italiani chiediamo se è tollerabile la ripetizione di un film che ogni volta si proietta a tinte più fosche. C'è da sperare che gli italiani, anche quelli che lo hanno votato di nuovo in aprile, riflettano e si sveglino da un sonno che rischia di essere pericoloso per la democrazia repubblicana.

 

«Con il referendum contro i manganelli» - Eleonora Martini

«Vogliono decidere di imporci la nuova base militare al Dal Molin a suon di manganelli? Sarebbe meglio un po' di buonsenso, ma va bene: vedremo cosa succederà». Il sindaco di Vicenza Achille Variati parla con calma, con la serenità di chi esprime non solo la propria opinione ma per delega quella di un'intera comunità. «Sono un combattente di periferia abbandonato dagli stati maggiori della politica nazionale, anche di centrosinistra. Non capisco: il Pd se c'è batta un colpo». Il ministro della difesa Ignazio La Russa ce l'ha con lei: l'accusa di aver indetto il referendum solo dopo la sospensiva del Tar. Non è serio, dice, anche perché «non è una sentenza di merito». Non avremo studiato nelle università romane, ma sappiamo distinguere: quella del Tar è sì un'ordinanza a cui il governo ricorrerà con fior di avvocati, ma ha il sapore di una sentenza perché scrive alcune cose importanti. Il ministro La Russa invece farebbe bene ad informarsi adeguatamente: io sono sindaco da due mesi e prima di me c'era un sindaco di centrodestra che per due anni ha taciuto sui progetti riguardanti il Dal Molin, figuriamoci se avrebbe mai pensato di dare la parola ai cittadini. Io ho promesso il referendum durante la campagna elettorale e ora mantengo la promessa. Ma Vicenza, che ha già dato molto alla difesa e agli alleati, ha il diritto o no di progettare un futuro che non sia sempre e comunque condizionato dalle basi militari? Il referendum di ottobre quindi è stato pianificato prima della sentenza del Tar? Sì, assolutamente, e La Russa, che ne ha avuto notizia almeno quattro giorni prima della sospensiva del Tar, dice consapevolmente il falso. Cosa risponde a chi prevede il flop del referendum e a chi sostiene che gli interessi economici siano troppo alti ed estesi perché vinca il no? Può essere tutto, ma invece di fare questi inutili esercizi sulla pelle dei cittadini, mi sembra più utile che intanto si esprimano. La Russa però va oltre sostenendo che non si faranno «imporre le decisioni dalla piazza» e promette di «mantenere comunque l'impegno con gli Usa». Se è così, a cosa serve il referendum? Guardi, io non sono un antiamericano, mi faccio solo interprete di una questione inerente il diritto fondamentale dei cittadini di essere informati. Penso invece che La Russa debba solo fare il suo dovere di ministro e cioè rispondere alle obiezioni sollevate non da un gruppuscolo estremista ma dalla magistratura amministrativa italiana a cui anche il governo deve sottostare. E cioè: produrre l'atto autorizzatorio per la costruzione della nuova base, verificare la regolarità secondo le leggi nazionali ed europee del bando di appalto per i lavori di realizzazione, e controllare la bontà della Valutazione di impatto ambientale. Questo deve fare un ministro, a meno che i patti segreti con gli Usa del 1954 abbiano stabilito che la città di Vicenza sia extraterritorialità italiana. Almeno, ci sia dato saperlo. Secondo il Tar è mancata anche la consultazione popolare prevista dal memorandum Usa-Italia. Vede che non è così strampalata la mia idea di interpellare i cittadini? Ma perché si ha così tanta paura della democrazia? La capacità alta della politica è quella di saper coniugare le ragioni di stato con quelle della comunità. Imporre senza interloquire con i cittadini è un atto gravissimo da parte di chi dovrebbe tutelare i diritti costituzionali. Voglio essere chiaro: questo governo non ha nulla da imparare dal precedente, perché da queste parti nessuno ha dimenticato l'«editto di Prodi», quello con cui il presidente del consiglio di allora proclamò da Bucarest «la base di Vicenza s'ha da fare», senza probabilmente nemmeno sapere dove sarebbe stata costruita. In questa vicenda hanno avuto responsabilità più governi, di destra e di sinistra. E la Lega? La Lega che tanto blatera sul «paroni in casa nostra», siccome siede al governo del paese si dimentica della terra padana. Io credo di aver raccolto il consenso anche dai leghisti delusi ma solo perché questa faccenda negli ambienti romani è sempre stata bollata come nimby, una difesa del proprio orticello. Non è così, la nostra lotta è per un diritto che il grande percorso di democrazia dalla Resistenza in poi ci ha garantito, quello all'informazione. Vicenza ha sempre convissuto pacificamente con la presenza americana, ma è un problema di equilibrio, la città non può essere violata. Dicono che la faranno comunque. E come, a suon di manganelli? Va bene, vedremo cosa succederà. A me sembra invece che occorrerebbe avere buon senso, e paradossalmente gli americani stanno mostrando più comprensione del governo italiano perché loro sanno che sarebbe un grave errore se si rompesse quel clima di amicizia e convivenza positiva che c'è stato in tutti questi anni. Quando si opera una frattura, poi è difficile ricostruirla. Ma questo sembra non importare a nessuno.

 

Il Pentagono: atomiche Usa «insicure»

La «maggior parte dei siti» in cui sono dispiegate testate nucleari nelle basi dei Paesi alleati in Europa manca delle misure di sicurezza considerate come standard dal dipartimento della Difesa americano. E per questo gli Usa starebbero pensando di trasferire le atomiche in Italia dalla base di Ghedi e di concentrarle tutte ad Aviano, dove già se ne troverebbero una cinquantina. È quanto emerge da un'inchiesta interna condotta dall'Air Force Usa e diffusa dalla Federazione degli scienziati americani (Fas), secondo cui Italia (delle 200-350 testate americane di tipo B61 in Europa, 50 si troverebbero ad Aviano, e 20-40 a Ghedi), Germania (10-20), Olanda (10-20) e Belgio (10-20) mantengono testate in basi militari nazionali in cui i militari americani in tempo di pace hanno un ruolo di «custodi». I nuovi particolari del rapporto «Air Force Blue Ribbon Review of Nuclear Weapons Policies and Procedures», parzialmente declassificato in questi giorni, rivelano «un problema di sicurezza in Europa molto maggiore» di quanto non fosse emerso. Non solo: secondo una notizia pubblicata sul sito dell'Usaf, il problema di sicurezza riguarda diversi siti. E questo, scrive la Fas, «suggerisce che il problema sia a Buchel, in Germania, o a Ghedi, in Italia». A rafforzare le indicazioni della base italiana come insicura vi è anche la notizia secondo cui il Pentagono starebbe pianificando il ritiro dei suoi Munition Support Squadron proprio da Ghedi. Il rapporto era stato sollecitato dopo che per 36 ore, nell'agosto dello scorso anno, si erano perse le tracce di sei testate nel corso di un loro trasferimento negli Stati Uniti. Per questo, gli Usa starebbero pianificando di ridurre il numero delle basi nucleari in Europa.

 

Il «grande orecchio» di Sigonella - Manlio Dinucci

Mentre il Tar del Veneto blocca il raddoppio della base Usa di Vicenza a causa anche del suo impatto ambientale (nonché per la mancanza di un accordo documentato e per il mancato coinvolgimento della popolazione da parte del governo Prodi), un progetto ancora più pericoloso si sta realizzando a Sigonella nel più assoluto segreto. Esso riguarda l'installazione di una delle stazioni terrestri del Muos (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di comunicazioni della marina statunitense. Il Muos, formato da una costellazione di quattro satelliti geosincroni più uno di riserva, permetterà di collegare, con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza, le portaerei e altre unità di superficie, i sottomarini, i cacciabombardieri, i missili balistici e da crociera, gli aerei senza pilota, i centri di intelligence, in qualsiasi parte del mondo si trovino, e di collegare le forze navali a quelle aeree e terrestri. Le stazioni terrestri del Muos saranno in tutto quattro: due in territorio statunitense, a Norfolk (Virginia) e nelle Hawaii, una in Australia e una in Sicilia, nella base aeronavale Usa di Sigonella in Sicilia, a due passi da Catania. Lo ha comunicato lo Spawar (Space and Naval Warfare Systems Command), il comando di San Diego responsabile del Muos. A che punto sia il progetto lo apprendiamo non dal governo italiano, ma da quello australiano. Il ministro della Difesa Joel Fitzgibbon ha infatti annunciato l'altro ieri che i lavori per la stazione australiana del Muos, situata a Geraldton nella parte occidentale del paese, inizieranno il prossimo luglio o al massimo ad agosto. La stazione sarà costituita da tre edifici con sofisticate attrezzature elettroniche, tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) e altre due antenne. Ciò significa che contemporaneamente inizieranno anche i lavori per la costruzione della stazione Muos di Sigonella, finanziata dal Pentagono nel 2007 con 13 milioni di dollari. Quando tra il 2009 e il 2011 saranno lanciati i satelliti Muos, le quattro stazioni terrestri dovranno già essere operative. Non si sa quando e come il governo italiano abbia autorizzato lo Spawar a installare la stazione terrestre a Sigonella, nella base già candidata ad ospitare il nuovo sistema Nato di sorveglianza Ags (Alliance Ground Surveillance), con obiettivo il Medioriente, che dovrebbe divenire operativo tra non molto. In Australia è stato fatto tramite un memorandum d'intesa segreto: è quindi probabile che lo stesso sia avvenuto in Italia, come già avvenuto in passato. Ciò significa che il progetto viene sottratto ai controlli sull'impatto ambientale, tipo quelli che il Tar del Veneto ha considerato fondamentali per il via libera alla realizzazione della base Dal Molin di Vicenza. Eppure l'impatto esiste ed è pericolosissimo. Come ha dimostrato l'inchiesta di Rainews24 «Base Usa di Sigonella: il pericolo annunciato» (andata in onda il 22 novembre 2007), lo studio sull'impatto ambientale, realizzato per conto della marina statunitense dalla società statunitense Agi tramite la Maxim Systems, ha concluso che la stazione Muos non dovrebbe essere installata a Sigonella. Vi è infatti il pericolo che le fortissime emissioni elettromagnetiche inneschino la detonazione degli ordigni presenti nella base militare. L'allarme è stato confermato dal responsabile della Gmspazio, rappresentante italiana dell'Agi. Nonostante ciò, la marina americana ha confermato la scelta di Sigonella, base già strategica per gli Usa come finestra sul vicino Medioriente. Non si sa se nello studio siano state prese in considerazione le conseguenze del fortissimo inquinamento elettromagnetico sulla popolazione dell'area circostante, dove già si verifica una incidenza di tumori, in particolare di leucemie infantili, più alta che in altre zone (la base si trova in una zona, tra Priolo e Augusta, a fortissimo rischio ambientale). Si può comunque pensare che, se le emissioni elettromagnetiche sono talmente forti da poter innescare la detonazione di ordigni esplosivi, esse sono comunque pericolose per la popolazione della zona. Chi sarà esposto al pericolosissimo inquinamento elettromagnetico della stazione Muos potrà comunque consolarsi al pensiero che lo Spawar, dicono gli Usa, è «impegnato a preservare la nostra pace e a difendere la nostra nazione e i suoi alleati».

 

L'attacco? Una scintilla che può incendiare tutto il Medio Oriente

«Impossibile». Così il governo iraniano ha giudicato ieri la possibilità di un attacco militare israeliano contro Tehran. Forse gli ayatollah si riferivano al fatto - evidenziato da diversi analisti militari internazionali - che Israele non avrebbe le capacità aeree per distruggere tutti gli impianti (si ritiene un migliaio) legati direttamente o indirettamente alla produzione di energia atomica. Il centinaio di caccia che ha partecipato all'esercitazione militare su Creta sarebbe in grado solo di danneggiare, non di annientare le strutture iraniane che Israele e Usa temono servano a fabbricare un'atomica islamica. Per compiere l'attacco Tel Aviv avrebbe comunque bisogno degli Stati Uniti. Ma le dichiarazioni Usa - «Tutte le opzioni per fermare il programma nucleare di Tehran sono sul tavolo» - e quelle del governo israeliano - col vicepremier Mofaz che ha definito «inevitabile» l'attacco se l'Iran non rinuncia ad arricchire l'uranio - impongono al regime iraniano di preparare uno spettro di possibili risposte in caso di attacco. La reazione - concordano gli analisti militari - sarà non convenzionale: Washington e Tel Aviv hanno una tale superiorità tecnologica e nel campo dell'aeronautica militare che un raid simile al bombardamento (nel 1981) della centrale irachena di Osirak potrebbe aver luogo in maniera quasi indisturbata, anche se necessariamente coordinata tra Washington e Tel Aviv. La reazione iraniana avverrebbe in un secondo momento e potrebbe concretizzarsi su una serie di teatri dove Tehran è ben presente con suoi alleati. Iraq e Afghanistan anzitutto, paesi dove gli americani hanno due contingenti d'occupazione rispettivamente di 140.000 e 30.000 soldati. A Baghdad i partiti sciiti (lo Sciri e il Dawa) - nati a Tehran e da sempre sostenuti da Washington come strumenti per abbattere il regime del partito Ba'ath - controllano ora il governo e, ovviamente, restano molto legati all'Iran. Se finora hanno sostenuto molte delle scelte degli occupanti - soprattutto quella del mantenimento delle truppe straniere, perché ha permesso loro di governare nonostante gli attacchi della guerriglia sunnita -, un attacco a Tehran potrebbe spingerli a cambiare atteggiamento. Le truppe statunitensi in Iraq, Afghanistan e nei paesi del Golfo persico potrebbero finire bersaglio anche di razzi. Lo scorso ottobre il regime ha minacciato di essere in grado di lanciare «11.000 razzi contro il nemico un minuto dopo» l'eventuale attacco, aggiungendo che poi la quantità «potrebbe aumentare». E se i missili Shahab-3 sono in grado di raggiungere Israele dall'Iran, anche le milizie libanesi (sciite e filo-iraniane) di Hezbollah hanno annunciato che i loro razzi sono in grado di raggiungere qualsiasi località all'interno dello Stato ebraico. Poi c'è da mettere in conto la possibilità di azioni pilotate da parte degli agenti segreti iraniani all'estero. Con circa 30.000 funzionari l'Iran «nel campo dell'intelligence è una super potenza regionale» ha dichiarato al Christian science monitor Magnus Ranstorp, del Centro studi sulle minacce asimmetriche di Stoccolma. Probabilmente il direttore dell'Aiea ElBaradei aveva in mente questo scenario quando ha parlato di «incendio» nella regione in caso di attacco a Tehran.

 

USA. Obama, a +15 su McCain: giusto che Israele si difenda

Dopo la pubblicazione da parte del «New York Times» della notizia della mega esercitazione militare israeliana sul Mediterraneo, Barack Obama è tornato a parlare di Iran, il regime contro il quale già aveva puntato l'indice durante un suo recente discorso all'Aipac, la potente lobby filo-israeliana negli Stati Uniti. Secondo il candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali statunitensi, Israele ha ragione ad assicurare la protezione ai suoi cittadini di fronte alla «straordinaria minaccia» posta dall'Iran. «Senza aver esaminato i rapporti d'intelligence voglio essere prudente nel giudicare ciò che è stato fatto e se si trattasse o meno della cosa giusta» ha detto il senatore democratico. Subito dopo però ha aggiunto: «Non c'è alcun dubbio che l'Iran ponga una minaccia straordinaria a Israele e Israele sia sempre giustificato se prende decisioni per difendere la propria sicurezza». Secondo un sondaggio del settimanale «Newsweek», il candidato democratico - che due settimane fa ha conquistato i delegati necessari per ottenere la nomination - avrebbe ora il 51% dei consensi, contro il 36% al quale si ferma il candidato repubblicano. Mercoledì scorso, una rilevazione condotta da Reuters/Zogby gli aveva attribuito un vantaggio di soli cinque punti.

 

Caro-petrolio, che fare? - Junko Terao

La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso aumento del prezzo del greggio minaccia di destabilizzare alcune zone del mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. È con questa consapevolezza che oggi a Jedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima volta per discutere delle cause dell'aumento del prezzo del barile e delle possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l'Opec, l'Aie e il Forum europeo sull'energia internazionale, e i vertici delle principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron. Paesi come Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia, Vietnam e Marocco non riescono a sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso di sovvenzioni pubbliche sui carburanti ma ora devono tagliarle, lo si è visto dall'ondata di scioperi e proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato più di trenta paesi in tutto il globo. Le proteste per l'aumento del costo dei prodotti alimentari, che all'inizio di quest'anno è costato il posto al primo ministro haitiano, dimostrano che «l'insicurezza alimentare costituisce una minaccia alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell'emergenza alimentare - tra cui l'aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del greggio, che recentemente ha raggiunto i 140 dollari al barile , come dirà nel suo discorso il ministro dell'economia austriaco, Martin Bartenstein. Alla viglia del summit di Jedda, l'Arabia saudita ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire estrarrà 200mila barili in più al giorno passando a 9.7 milioni barili quotidiani. Si tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. Un' ulteriore fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. È possibile che entro la fine dell'anno Riad arrivi a produrre fino a 12.5 milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere messo a punto. L'Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere di seguire l'esempio del regno saudita. L'Iran però esclude di aumentare la produzione, prospettando uno scontro. E probabile in ogni caso che queste misure serviranno forse a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari a barile, ma non allentare l'inflazione nei paesi in via di sviluppo. Guarda di più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi dell'Opec di aumentare l'estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per affrontare la crisi. «Vado in Arabia saudita - ha spiegato Brown prima di partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori e consumatori, che vedrebbe i produttori investire i ricavi ottenuti dall'aumento dei prezzi in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse violente alla variazione dei prezzi». Al summit si parlerà anche del ruolo giocato dalle speculazioni nell'emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario all'energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è la scarsità di greggio e non gli speculatori finanziari». Bodman ha anche attaccato i sussidi che molti governi continuano a mantenere e che «contribuiscono a distorcere il mercato».

 

«Walesa spia comunista» - Mauro Caterina

POZNAN - Immaginate se oggi qualcuno vi dicesse che Sandro Pertini, il «Presidente partigiano», durante la resistenza fosse stato un collaborazionista nazi-fascista, gli credereste? Oppure che Giulio Andreotti negli anni '70 era una spia sovietica al soldo del Kgb. Non solo difficile crederlo, pure immaginarlo. E se vi dicessero che Lech Walesa, premio Nobel per la pace, il fondatore di Solidarnosc, colui che guidò le proteste operaie a Danzica nella Polonia comunista e che condusse il proprio Paese alla democrazia, altro non era che un agente dei servizi segreti del regime comunista polacco? E' quello che sostengono in un libro di prossima uscita Slawomir Cenckiewicz e Piotr Gontarczyk, due storici dell'Istituto Nazionale della Memoria di Varsavia (Ipn). Secondo loro, Walesa avrebbe collaborato agli inizi degli anni '70 con la polizia segreta comunista, nome in codice «Borek». Nel libro vengono mostrati alcuni documenti che avallerebbero questa tesi. Walesa avrebbe intascato 13.000 zloty per i servigi offerti. A rivelare la presenza nel libro di tale documentazione è stato Andrzej Zybertowicz, consulente dell'Ipn e consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Lech Kaczynski. Saltata fuori l'indiscrezione, viene facile intuire quale effetto abbia prodotto in Polonia una notizia del genere: dibattiti infuocati tra colpevolisti e innocentisti stanno tenendo banco nei principali salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornali. Da parte sua, Lech Walesa, rispedisce al mittente ogni accusa. Il 27 maggio l'ex Presidente polacco invia una lettera a Janusz Kurtyka, capo dell'Ipn, in cui chiede una conferenza stampa organizzata dall'Ipn nello stesso giorno d'uscita del libro, con la presenza dei due storici e di autorevoli giornalisti. Walesa ha chiesto anche che venga organizzata una seconda conferenza stampa la settimana successiva all'uscita del libro, per «facilitare e favorire un ampio dibattito su tutta la faccenda». «La verità e l'integrità accademica dei due storici - ha aggiunto - richiedono un dibattito pubblico». Pochi giorni fa la risposta dell'Ipn in una lettera firmata da Kurtyka e pubblicata dal quotidiano Gazeta Wyborcza: «l'istituto non intende organizzare alcuna conferenza stampa durante la presentazione del libro». Kurtika fa capire che non è previsto neanche un eventuale dibattito con la partecipazione di Walesa. Parole che hanno fatto letteralmente infuriare l'eroe di Danzica: «questa lettera dimostra come quelle persone stiano solo cercando di mettere in piedi una montatura contro di me - si è sfogato sulle pagine di Gazeta Wyborcza - ecco perché non vogliono confrontarsi in un dibattito faccia a faccia». Lech Walesa aggiunge anche che i due autori del libro non lo hanno mai contattato durante la stesura. «Non è andata così», replicano Cenckiewicz e Gontarczyk sul quotidiano Rzeczpospolita. «Noi volevamo parlare col Sig. Walesa, ma lui ha rifiutato». Chi mente e chi dice la verità? Un po' tutti se lo chiedono in Polonia. Certo la questione è molto delicata. Se davvero Walesa fosse stata una spia comunista, bisognerebbe riscrivere un bel pezzo della recente storia polacca. L'altro ieri un nuovo colpo di scena. Alcuni giornali polacchi pubblicano stralci del libro. Secondo i due storici dell'Ipn, Walesa avrebbe fatto sparire alcuni files compromettenti durante la sua presidenza (1990-95). Andrzej Milczanowski è stato ministro dell'interno dal 1992 al 1995: «nessun documento originale è stato rimosso da quei files, semplicemente perché non c'erano documenti originali». A prendere le difese del premio Nobel della pace interviene anche il primo ministro Donald Tusk: «Ho paura di quei politici che sulla base di frammentarie ricerche storiche avanzano tesi che non hanno niente di storico, ma molto significato politico». L'allusione ai Kaczynski non è affatto un caso. C'è da dire che negli ultimi anni l'Ipn non gode di una grande reputazione. Sono innumerevoli, infatti, i casi in cui gli zelanti storici dell'istituto hanno fatto cilecca. Molte le personalità della politica e del giornalismo che sono state accusate di collaborazionismo con i servizi segreti comunisti e date in pasto ai media. Per poi, quelle accuse, rivelarsi delle bufale. Come nel caso del grande reporter polacco Ryszard Kapuczjnski, scomparso di recente, sul quale l'Ipn riteneva di aver scovato documenti inequivocabili sulla sua passata collaborazione con i servizi segreti, salvo poi smentire dopo che un'intera nazione gli si era rivoltata contro. Sulla questione Walesa ha preso posizione persino il Presidente della repubblica Lech Kaczynski (alquanto inusuale per una carica istituzionale come la sua) che in un'intervista a Polsat Tv ha ritenuto veritiere le accuse formulate dai due storici dell'Ipn: «Walesa era una spia comunista, nome in codice Borek». Tra i due non corre buon sangue. Lech Walesa aveva duramente criticato l'operato dei gemelli Kaczynski e, durante la campagna elettorale nell'ottobre del 2007, aveva appoggiato l'attuale premier Donald Tusk. L'ex leader di Solidarnosc ha chiesto immediatamente le pubbliche scuse del presidente, ricordandogli che nel recente passato gli era stato riconosciuto lo status di vittima del comunismo proprio dallo stesso Ipn. In molti pensano che l'intera faccenda sia una bolla di sapone pronta a dissolversi al primo tocco, altri sostengono che sia un colpo basso ordito dai «gemelli terribili». Quale che sia la verità, non ci resta altro da fare, per il momento, che aspettare l'uscita del libro o la pubblicazione di altri stralci. I fuochi d'artificio arriveranno dopo.

 

Così i «gemelli terribili» tengono in scacco gli intellettuali polacchi

Mauro Caterina

POZNAN - Gniezno, 73.000 abitanti, è una città simbolo per i polacchi: la prima capitale storica della Polonia. Qui, intorno l'anno 1000, l'imperatore Ottone III incoronò Bonislao I il coraggioso re della Polonia unita, e sempre qui venne eretta la prima sede arcivescovile del Paese. Oggi questa cittadina, che si trova a 50 Km da Poznan, vive di turismo e nel ricordo del suo glorioso passato. Da un paio di mesi circa, però, i turisti in visita a Gniezno oltre ad ammirare la splendida cattedrale nella quale per secoli sono stati incoronati i re della Polonia, possono anche ammirare le facce dei «collaborazionisti». Nella piazza centrale è allestita una mostra all'aperto con foto, nomi e «cursus onorum» di quegli abitanti di Gniezno che in passato hanno fatto parte dei servizi segreti comunisti o semplicemente avevano avuto contatti con essi. In molti riquadri compare il marchio della vergogna, evidenziato in rosso: «Twarze bezpeki», le facce dei servizi segreti. «E' una vergogna quello che stanno facendo", ci dice Mirek, 70 anni, mentre guardiamo le facce esposte. Una di quelle facce è un suo amico. «Lo conosco da una vita, non ha mai fatto male ad una mosca, è una brava persona - continua - lavorava per la polizia, ma non ha commesso alcun crimine». «Dovrebbero mettere le facce dei politici corrotti di oggi». Si forma un capannello, la maggior parte della gente è indignata: «non è così che si fa luce sul passato comunista del nostro Paese - dice Anja, studentessa di politologia - è solo una lettura parziale e per di più lede i diritti della persona». Nessuno dei volti esposti è stato condannato per crimini, eppure tutti vengono dipinti come criminali. La mostra è stata organizzata dall'Instytut Pamieci Narodowej (Ipn), l'Istituto della Memoria con sede a Varsavia. L'iniziativa fa parte di un «programma nazionale di educazione», ideato e sponsorizzato dallo stesso istituto con lo scopo di far conoscere la storia recente della Polonia all'opinione pubblica. L'istituto è stato creato nel 1998. Al suo interno vi sono diverse commissioni, la più importante delle quali ( e anche la più controversa) è la «Commissione lustrativa», Biuro Lustracyjne, nata nell'ottobre del 2006 per volere dei Kaczynski. L'attuale capo dell'Ipn è Janusz Kurtyka. Il responsabile dell'istituto viene nominato dal parlamento (è necessario il 60% dei voti) e resta in carica per 5 anni. Le controversie sulla sua reale imparzialità nella gestione dell'istituto sono iniziate proprio all'indomani del suo insediamento. Nel dicembre 2005 Kurtyka si gioca la poltrona dell'Ipn con Andrzej Przewoznik, storico molto apprezzato in patria. Qualche giorno prima del voto parlamentare saltano fuori dei documenti che accusano Przewoznik di essere stato un collaboratore dei servizi segreti comunisti. Il parlamento boccia la sua candidatura e Kurtyka conquista la poltrona dell'Ipn. Alcune settimane dopo si scopre che le accuse contro Przewoznik risultano non veritiere. Ma oramai i giochi erano fatti. Da allora Kurtyka e l'Ipn sono diventati un utile mezzo di propaganda nelle mani dei Kaczynski, i quali ne hanno fatto uso e abuso contro giornalisti scomodi e avversari politici. Punta di diamante di questo sistema era la Lustracja. La legge era entrata in vigore il 15 marzo del 2007, accompagnata da un fuoco di polemiche che partendo da Varsavia avevano raggiunto le aule parlamentari di Bruxelles. Così come concepita dai «gemelli terribili», la lustracja metteva sotto accusa un nutrito gruppo di cittadini polacchi, 700.000 circa, tra cui: giornalisti, magistrati, giudici, docenti universitari, politici, insegnanti, impiegati pubblici. Tutti sarebbero stati costretti a compilare un apposito «formulario lustrativo» che li obbligava a dichiarare un loro eventuale contatto con i servizi segreti del regime comunista polacco. L'arco temporale al quale veniva applicata la legge andava dal 1939 al 1989, anno in cui i regimi comunisti dell'ex Patto di Varsavia si sgretolarono sotto l'onda d'urto del crollo del muro di Berlino. Chiunque si fosse rifiutato di compilare i formulari veniva automaticamente bollato «collaborazionista» e licenziato in tronco da ogni carica pubblica. Insomma, una legge dalle forti venature maccartiste che avrebbe messo sotto scacco la totalità dell'intelligentia polacca. Il primo rifiuto è stato quello di Bronislaw Geremek, ex ministro degli esteri polacco ed oggi euro-deputato a Bruxelles. La risposta dei Kaczynski non si fece attendere. L'ira dei gemelli si abbatté su Geremek al quale intimarono di compilare il «formulario lustrativo», in caso contrario gli sarebbe stata tolta la carica di deputato europeo. Nel maggio 2007 la Corte costituzionale boccia gran parte degli articoli che compongono la legge, specie quelli che conferivano all'Ipn anche potere inquirente. Un duro colpo pei «gemelli terribili». Tuttavia la lustracja resta formalmente in vigore e per aggirare i divieti costituzionali l'Ipn propone «programmi educativi» di vario genere. L'ombra dei Kaczynski aleggia ancora sopra Varsavia.

 

Liberazione – 22.6.08

 

Spedizione punitiva della polizia contro un rom e la sua bambina

Laura Eduati

Un rumeno di etnia rom, Stelian Covaciu, è stato picchiato a sangue da quattro agenti della polizia.

E' accaduto nella tarda serata di giovedì, accanto alla baracca dove vivono Stelian e la sua famiglia, a pochi passi da piazza Tirana, Milano. Soltanto martedì scorso la figlia di Stelian, Rebecca Covaciu, 12 anni, era stata aggredita da due agenti in borghese che poi avevano spintonato il padre e dato sberle al fratellino quattordicenne Jon urlando: «Zingari di merda, se non ve ne andate vi ammazziamo e distruggiamo tutto». Dopo il pestaggio di venerdì Stelian, 40 anni, missionario evangelico pentecostale, è stato ricoverato all'ospedale San Paolo dove gli hanno riscontrato un trauma cranico e segni di forti percosse. E' stato dimesso ieri con una prognosi di sei giorni. La polizia lo ha interrogato ma Stelian non ha voluto sporgere denuncia: teme di venire espulso in quanto non ha ancora trovato una occupazione. Gli agenti che l'hanno accompagnato in ospedale a bordo dell'ambulanza gli hanno detto: «A noi puoi raccontare la verità». La verità esce dalla bocca di Rebecca, la figlia dodicenne di Stelian. Rebecca è una bimba prodigio. Dipinge su tela e illustra la sua vita nelle baracche, tra topi e immondizia. I suoi disegni sono stati esposti e poi acquisiti in permanenza dall'Archivio storico di Napoli per la Giornata della Memoria del 2008. Per le sue doti artistiche, Rebecca ha ricevuto il premio Unicef 2008. E venerdì sera da quelle due volanti ha visto scendere anche uno dei due uomini che l'avevano aggredita martedì. Un uomo sui 35 anni, con gli occhiali, che avrebbe chiesto alla madre Gina: «Mi riconosci?». E lei, per paura, ha negato. Poi l'uomo si è rivolto al capofamiglia Stelian: «Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere», poiché dopo l'aggressione alla figlia, Stelian aveva immediatamente contattato l'associazione di cui fa parte, la Everyone, che ha diramato un comunicato urgente a tutti i mezzi di informazione. A quel punto i quattro agenti si sarebbero infilati i guanti, e Rebecca quei guanti li ha riconosciuti: erano gli stessi che i suoi aggressori avevano indossato prima di perquisirla e picchiarla. Gina, 37 anni, ha visto che il marito Stelian veniva trascinato dietro la baracca mentre Rebecca e il fratellino Jon si erano rintanati dentro le mura di cartone, terrorizzati. A quel punto gli agenti lo avrebbero picchiato selvaggiamente. «Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora peggiori», hanno detto i poliziotti prima di andarsene. Quando è arrivata l'ambulanza Stelian non riusciva a parlare, in evidente stato di choc. Gina è riuscita a prendere il numero di targa di una delle due volanti. Eccolo: E5228. Poiché la baracca dei Covaciu sorge isolata nei pressi della stazione San Cristoforo, nessuno al di fuori della famiglia ha potuto assistere al pestaggio. Ma una ventina di rom che si trovavano in piazza Tirana quella sera ricordano perfettamente di aver visto due volanti della polizia dirigersi verso la dimora dei Covaciu. La Questura di Milano nega che Stelian sia stato picchiato e ricostruisce l'episodio dicendo che effettivamente nella serata di venerdì degli agenti della Polizia Ferroviaria si sono diretti dai Covaciu per allontanarli dalla baracca «vincendo le iniziali resistenze dell'uomo» con metodi che però hanno evitato «conflitto e tensioni». Non finisce qui: la Questura promette di accertare eventuali ipotesi di reato. La Procura di Milano ha avviato una indagine. La famiglia Covaciu ha lasciato la Romania due anni orsono. La città di origine si chiama Arad. Si sono trasferiti a Milano, andando ad occupare baracche abusive che via via le forze dell'ordine facevano sgomberare. Pochi mesi fa avevano deciso di cambiare aria, si sono stabiliti a Napoli, ma dopo il rogo del campo rom di Ponticelli hanno avuto paura delle e sono tornati a Milano. Da poche settimane il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha dato il via alla schedatura dei rom e dei sinti presenti sul territorio milanese nei campi regolari e abusivi. La schedatura avrà come risultato la distinzione tra persone con i documenti in regola per il soggiorno, e persone che non potranno rimanere in Italia e che per questo verranno allontanate o espulse. Ciò sta accadendo anche a Roma e Napoli, dove a bambini e adulti le forze dell'ordine stanno prendendo le impronte digitali. Allo stesso tempo continuano gli sgomberi delle baracche abusive. Non si contano, ormai, le associazioni e gli organismi internazionali che denunciano il clima di razzismo e xenofobia nei confronti degli stranieri e specialmente nei confronti dei rom. Se dei poliziotti picchiano a sangue un rom durante una operazione di sgombero, significa che si sta diffondendo una sorta di impunità. Se un deputato leghista come Matteo Salvini paragona gli zingari ai topi senza che nessuno muova un ciglio, non sorprende che qualche poliziotto razzista si senta nel diritto di agire in modo violento e crudele, anche nei confronti di una bambina di appena dodici anni, perquisita in malomodo alla stazione San Cristoforo di Milano e poi presa a schiaffi in una sala d'aspetto mentre un capostazione, attirato dalla urla, cerca di interrompere la perquisizione brutale. Non possiamo scaricare sull'intera Polizia la responsabilità dell'episodio. Ecco perché chiediamo al capo della polizia Giorgio Manganelli, al ministro dell'Interno Roberto Maroni e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di fare luce su quello che è accaduto a Stelian e Rebecca. Non si tratta soltanto di fare giustizia e di condannare gli agenti implicati, ma anche di scrollarci di dosso l'etichetta di Paese razzista. Un'etichetta che ci fa orrore.

 

Nomadi, Tettamanzi: «La paura non passa per decreto legge»

Monia Cappuccini

«Militarizzare le città serve solo ad aumentare il senso di smarrimento, la paura non passa per decreto legge». Così ha dichiarato ieri in un'intervista a Repubblica il cardinale Dionigi Tettamanzi. Nel mirino dell'arcivescovo di Milano sono finite a chiare lettere le norme previste dal futuro pacchetto sicurezza approvato la settimana scorsa dal Governo. Non è la prima volta che il cardinale di Milano esterna in maniera così netta la contrarietà all'operato della politica in materia di immigrazione e assistenza ai più deboli. Nell'aprile scorso era entrato in un quasi conflitto aperto con il sindaco Letizia Moratti per lo sgombero del campo rom della Bovisa, uno dei più grandi di Milano, un'emergenza umanitaria pari a circa 800 rom di cui 120 bambini. Ed è proprio quanto vede accadere nella sua città a suscitargli così tanta pena ed allarme. «Non vedo più la mia Milano» afferma con rassegnazione, tentando anche di spiegare il suo senso di smarrimento. «Piazza Duomo è il teatro delle troppe solitudini che si sfiorano. E' la privatizzazione dei tempi e degli spazi e il calo della qualità della socializzazione ad aver generato le paure della gente. Sono solo tanti anziani. Soli troppi giovani. Soli molti adulti, anche con posizioni sociali prestigiose». La solidarietà rimane dunque il miglior antidoto al virus della "contaminazione dal diverso" che pervade la società di oggi. «Milano saprà trasformare tutti i suoi abitanti - ha aggiunto l'arcivescovo Tettamanzi - anche gli immigrati in cittadini. E' per il bene, la sicurezza, l'arricchimento di tutti che dobbiamo compiere questo sforzo. Barricarsi in casa, criminalizzare alcune categorie di persone, presidiare militarmente le città, sono gesti che aumentano il senso di solitudine. Le istituzioni non devono speculare sulla paura». Un monito che è anche un'esortazione alla sua comunità: «Le parrocchie e il volontariato, anche non cattolico, sono oasi di relazione», in piena sintonia con l'appello di qualche giorno fa «alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità abitative disponibili, perché si offrano a condividere almeno parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili». Una sfida aperta alla Milano città dell'incontro, con tanto di appuntamento per la fine della missione: l'Expo del 2015. «E' un'opportunità e occorre che la città diventi "bella" nella sua dimensione più interiore. Bisogna porre da subito l'uomo al centro della sua Milano che sarà, con i suoi bisogni».

 

Il vangelo del cardinale: «Basta appartamenti sfitti» Ossia: più case meno Ior

Cinque miliardi di patrimonio nel 2008, 44mila conti correnti, grossi investimenti esteri, interessi medi annui che oscillano dal 4 al 12% netti cioè senza tasse da pagare. Di cosa stiamo parlando? Dello Ior, Istituto per le opere di religione, o meglio la banca Centrale del Vaticano, dove c'è l'unica sede. Pio XII nel 1942 gli ha tolto il vecchio nome di "commissione delle opere pie" e lo ha fatto diventare una banca a scopo di lucro il cui fine, come dice lo statuto, è «di provvedere alla custodia e all'amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo Ior medesimo»Centotrenta dipendenti, la banca è gestita da professionisti e guidata da un presidente, Angelo Caloia, professore di Economia all'università Cattolica di Milano. Il presidente ha compito di riferire direttamente ad un collegio di cinque cardinali nominati dal papa con lo scopo di vigilare sulla fedeltà dell'istituto verso gli obblighi statuari e verso il papa. Il bilancio e tutti i movimenti che vengono fatti dall'Istituto sono noti solo ed esclusivamente al Santo Padre, al collegio dei Cardinali che lo gestiscono ed al presidente. Nell'ultima lettera pastorale il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ha voluto denunciare «la rilevante emergenza abitativa che pone in condizioni drammatiche specialmente le famiglie povere, immigrate o per qualsiasi ragione disagiate». Per tentare di rimediare a questa situazione il cardinale non si è sottratto dal chiedere una maggiore redistribuzione a chi di beni immobili inutilizzati ne ha tanti: lo Ior. «Oso rivolgermi anzitutto alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità abitative disponibili - ha scritto - perché si offrano a condividere almeno parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili». E ancora: «Come cristiani e come parrocchie dobbiamo interrogarci:una casa tenuta vuota non è sottratta ad una famiglia che ne ha bisogno?. Non è forse una tentazione quella di tenere un alloggio sfitto in attesa che si rivaluti, che un giorno lontano il figlio si sposi, che chissà quale necessità si presenti in parrocchia?». Lezioni di vangelo radicale.

 

Giovanni Paolo II è finito all'inferno. Benedetto invece andrà in paradiso... - Michele De Palma

Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo da oggi è bandita la bandiera della pace. Lo ha deciso il Vaticano che lo ha reso noto tramite l'angelica agenzia di stampa Fidens, da domani "la croce di Cristo e non la bandiera arcobaleno è il vero simbolo della pace". A parroci, vescovi e credenti non rimane che correre ai balconi, alle finestre, saltare sui campanili e strappare un simbolo che ha, come annuncia la beata Fidens: "all'origine il suo intrecciarsi con così numerosi fattori culturali, sociali e politici, che ne fanno una valida sintesi per rappresentare il sincretismo che mischia filosofie orientali, new age, neopentecostalismo; tutto insomma, meno il messaggio cristiano nella sua essenzialità." Chiaro? Se non avete capito, bisogna che ci crediate per fede perché a parlare sono le gerarchie con tanto di mitra, anelli d'oro e scarpine Prada. Gli stessi chiedono ''come mai uomini di chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace?'' Non c'è che dire: bella domanda! Me li immagino accigliati e pensanti, riuniti all'ombra della storia della croce e delle crociate a chiedersi perché don Tonino Bello, Aldo Capitini, che la usò nella prima marcia Perugia Assisi insieme a milioni di credenti e non, in tutto il mondo hanno indossato i colori della pace al posto della croce. Forse perché la bandiera della pace parla un linguaggio universale oltre le religioni e dentro le religioni? Oppure perché i colori sono troppo gioiosi mentre la nuova Chiesa del vecchio testamento deve incutere il timore di Dio? Da domani verranno ammainate le bandiere della pace e issate quelle templari. Da domani potremo andare in città del vaticano a scambiare le bandiere e celebrare in latino il funerale della chiesa conciliare. Scriveva don Tonino Bello "… è un bluff limitarsi a chiedere la pace in chiesa, e poi non muovere un dito per denunciare la corsa alle armi, il loro commercio clandestino, la follia degli scudi spaziali (…) per esporsi, magari anche con i segni paradossali ma eloquenti dell'obiezione di coscienza, in tutte le sue forme, sui crinali della contraddizione". Esporsi sui crinali della contraddizione è il cammino della chiesa di Giovanni Paolo II, che tra mille contraddizioni, ha provato a stare nella storia non chiudendo il soglio di Pietro nelle stanze sicure e buie di una identità da santa inquisizione. Strappare le bandiere della pace dai campanili delle chiese è come bruciare le bandiere di un popolo. Ma in questo caso il popolo non coincide con uno stato, ma con l'umanità. La bandiera della pace è la bandiera dell'umanità che lotta perché nessuna vita può essere spezzata in nome di un regime politico o economico, di una ideologia o di una religione. Le bandiere della pace, non segnavano un confine ma la fine dei confini, non identità ma divenire, non quello che c'è ma quello che ci sarà. Joseph Ratzinger sa che la croce non è la bandiera della pace, come lo sapeva Giovanni Paolo II. La rottura tra i due papati mi fa venire in mente il titolo un libro pubblicato da Cesbron negli anni '50 in cui venivano narrate le prime esperienze dei preti operai: "i santi vanno all'inferno". Se così è non ho dubbi su dove sia oggi Giovanni Paolo II, mentre sono convinto che in paradiso c'è un gran lavoro di anime schiave a costruire la piramide per Benedetto XVI.

 

La Stampa – 22.6.08

 

"Salari fermi? E' l'ora dei sacrifici" - ALESSANDRO BARBERA

Se non fosse per quel numero, nessuno si sarebbe accorto che esiste ancora il Documento di programmazione economico-finanziaria, somma di promesse estive fino a ieri smentite al volgere dell’autunno dopo il Vietnam della Finanziaria in Parlamento. Invece la decisione di Giulio Tremonti di introdurre nel documento un’inflazione programmata all’1,7%, quasi la metà del 3,6% effettivo di oggi, ha provocato le critiche dell’opposizione e irritato soprattutto i sindacati. Non solo la Cgil, ma anche la Cisl di Raffaele Bonanni, finora in luna di miele con il governo. Non è un caso: da quel numero dipende l’entità dei rinnovi contrattuali, e soprattutto quello del pubblico impiego. Da quei numeri dipende però anche il costo della macchina pubblica, che il nuovo governo, con la manovra triennale, intende ridurre per trenta miliardi. Renato Brunetta, il ministro che rischia più di altri il prezzo politico di scelte rigoriste, non si scompone. «E’ vero, diciamo che è un numero molto virtuoso. Ma oggi non ci possiamo permettere altro. La situazione è grave. Se Tremonti avesse accettato un dato più alto avremmo fatto ripartire la rincorsa salari-prezzi. Fra l’altro, a chiederci di rimanere entro il 2% è la Banca centrale europea». Ministro Brunetta, sta dicendo che il lavoro dipendente deve fare ancora sacrifici? La Bce è preoccupata dell’aumento dell’inflazione, ma in Italia i salari reali sono fra i più bassi d’Europa. «Non lo dica a me. Per anni ad imporre una lettura distorta degli accordi del ‘93 e del dato sull’inflazione programmata sono stati i sindacati. I quali hanno accettato ci fosse moderazione salariale quando l’inflazione era bassa invece di approfittare dei momenti buoni per distribuire i guadagni di produttività». Per la verità è da tempo che i sindacati denunciano il basso potere d’acquisto dei salari. Non è così? «Io penso al periodo fra il 1997 e il 2005, anni in cui l’inflazione era totalmente sotto controllo. Poi si sono resi conto dell’errore e ora vogliono recuperare tutto subito. Spiacenti, non si può». I sindacati dicono che il meccanismo va modificato. «La vocazione originaria dell’inflazione programmata, un’idea di Ezio Tarantelli che mi onoro di aver contribuito a rendere concreta con gli accordi di San Valentino del 1984, è attuale e puntava a realizzare un obiettivo opposto a quel che è accaduto in quegli anni: non contribuire all’innalzamento dei prezzi quando l’inflazione sale, permettere ai salari di recuperare i guadagni di produttività quando scende. I sindacati invece scambiarono la moderazione salariale con potere politico». Lei ha detto di voler aprire subito il tavolo per il rinnovo del contratto degli statali. Questo non è un segnale di dialogo. «Certo che voglio il dialogo. E sono disposto a farlo firmando anche con un accordo ponte con il pubblico impiego che ci porti alla riforma del modello contrattuale per tutti, settore pubblico e privato. Ma la congiuntura non è buona e non è il momento di mollare sul fronte del rigore finanziario. San Valentino salvò l’Italia, gli accordi del ‘93 ci permisero di avere l’euro. Oggi siamo di fronte ad una sfida di quella portata». Ma non c’è anche un problema redistributivo? Come cresce il Paese se i salari restano fermi? «Certo che il problema esiste. Ma, ripeto, questa è una fase di transizione. Dobbiamo riscrivere le regole che governano il Dpef e la Finanziaria, dobbiamo mettere mano agli accordi del ‘93 sulla politica dei redditi. Occorre senso di responsabilità da parte di tutti». Insomma fa sua fino in fondo la scelta di Tremonti. «Sì. E se lo dico io, che dovrei difendere per primo le ragioni dei rinnovi, è perché il momento è grave. Se il dato sull’inflazione programmata fosse stato più alto, avremmo innescato una rincorsa salari-prezzi. E comunque, fatto salvo l’aumento del prezzo del petrolio, quella indicata nel Dpef (1,7% nel 2008, 1,5% nel 2009 e 2010) non è una sequenza inverosimile. Ammetto che è un obiettivo molto virtuoso, ma non c’è altro da fare». Dunque il governo su quel numero non farà nessun passo indietro. Non teme la reazione dei sindacati? «I sindacati devono rendersi conto che oggi sono in controtempo. La lezione di Tarantelli resta quanto mai valida. Quando ci siederemo al tavolo discuteremo anche di questo aspetto. Ma la lotta all’inflazione è un bene pubblico».

 

E ora Napolitano teme di finire come Scalfaro - PAOLO PASSARINI

LIONE - Spiazzato e visibilmente fuori di sé, Giorgio Napolitano ha evitato con cura ogni contatto con i giornalisti per l’intera durata del suo soggiorno nella capitale del Rodano. Anzi, in stridente contrasto con quello che è il suo comportamento abituale, il Presidente ha reagito con manifesto fastidio a ogni tentativo di strappargli un commento perfino su una materia politicamente abbastanza innocua come il futuro dell’Unione europea. Tanto che quando, alla fine dell’intervento pronunciato in francese di fronte agli Stati Generali d’Europa per incitare i paesi più determinati a procedere da soli sulla strada dell’unificazione politica, gli è stato chiesto se poteva ripetere in italiano il suo «appello» per la radio, ha risposto bruscamente: «Quale appello?» e si è infilato in una saletta protetto dal suo servizio d’ordine. Sapendo come vanno in genere queste cose, voleva essere assolutamente sicuro che perfino una battuta anodina contro i governi che usano l’euroburocrazia come «capro espiatorio» non venisse stravolta e presentata come un intervento sui temi caldi della politica nazionale. Sperimentato navigatore della politica, Napolitano non escludeva che Berlusconi avesse perso, oltre che il pelo, anche il vizio. Ma certamente non si aspettava che, nel giro di pochi giorni, proprio quando la situazione politica sembrava avviarsi verso una cooperativa normalità, il Cavaliere, prima con gli emendamenti al decreto sulla sicurezza poi con la sparata di Bruxelles, riaprisse in grande stile il conflitto con la magistratura e distruggesse quell’abbozzo di concordia nazionale che si stava finalmente delineando. Pur essendo ovvio, data la sua storia politica, che il Presidente, alle ultime elezioni, non possa aver fatto il tifo per il centrodestra, tuttavia, da un punto di vista generale, il risultato del voto non gli era del tutto dispiaciuto. Anzi, la netta maggioranza raccolta dalla coalizione guidata da Berlusconi avrebbe almeno garantito stabilità, caratteristica che mancava del tutto nella legislatura precedente, come egli stesso aveva sottolineato più volte a partire dal giorno della sua elezione. La stabilità avrebbe facilitato, oltre che la governabilità, anche quel minimo di accordo necessario con l’opposizione per fare le riforme istituzionali. Il clima sarebbe cambiato e per lui sarebbe stato molto più facile svolgere il suo compito. Il Presidente - questo era il suo schema - si sarebbe messo al riparo del suo ruolo istituzionale, limitandosi a qualche suggerimento, o, quando il caso, a qualche correzione in punta di costituzione e tutto sarebbe filato liscio per cinque anni. E le cose sembravano funzionare proprio in questo senso: l’atteggiamento cooperativo del Pd di Walter Veltroni a cui faceva da contrappunto l’evidente intenzione di Berlusconi di assumere l’immagine di un «senior statesman», di un riverito statista, anche in vista di una sua futura ascesa al Colle, confermavano la giustezza del suo schema. Ma ieri mattina, a Lione, perfino i più stretti collaboratori di Napolitano, di solito molto controllati, non avevano difficoltà ad ammettere che, questa volta, il Presidente era stato colto di sorpresa. «Così non se l’aspettava proprio». A parte l’infausto disintegrarsi del più volte invocato «clima di concordia nazionale», le uscite del Cavaliere stavano sicuramente provocando il riaccendersi, in forme forse ancora più violente del passato, di quella guerra tra magistratura e politica, che, oltre che bloccare i ruoli e rendere impossibile ogni seria riforma, rischia di schiacciare l’immagine del presidente in una mediazione impossibile. Saltato lo schema di una presidenza più istituzionale e meno politica dei primi due anni, Napolitano adesso si chiede cosa fare: mettersi «alla cappa» e aspettare che passi la tempesta o scendere in campo, rischiando di diventare un nuovo Scalfaro? Il Presidente ci sta riflettendo e, intanto, rivendica il suo diritto di mantenere il riserbo. E così, venerdì, all’uscita della cattedrale di Saint Jean, per schivare i giornalisti non ha esitato a imboccare con tutto il seguito uno stretto cunicolo. Uscitone, si è diretto verso una rinomata pasticceria, di fronte alla quale un occhiuto zingaro con la fisarmonica, riconosciutolo, ha intonato la musica del «Padrino». Intuendo che qualcosa non andava, lo zingaro è passato velocemente a «Bella ciao».

 

L'opposizione anomala – Barbara Spinelli

Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata. Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani - dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria. Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno. Così si comportano, senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo. Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo. Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione. In Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera. Il clima nelle ultime ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere, fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais sull’Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest. Per la verità prima ancora di cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto. I massimi dirigenti del Pd hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne. Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno, fuori casa, è in grado di capirci.

 

Corsera – 22.6.08

 

Parisi e la crisi del Pd: «Bisogna cambiare leader» - Maria Teresa Meli

ROMA — Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. E dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole benché «ruvido». Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario. Professore, la vicenda dell'altro ieri è chiusa? «Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per "tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Pd è stato attraverso l'Ulivo l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa». Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni? «Mi auguravo che, invece di assumere nientemeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del governo ombra al calendario e all'agenda del governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori». E invece niente. «Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò». Scusi!? «Sì, quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento». Che avrebbe detto se avesse preso la parola all'Assemblea? «Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della proposta». Si riferisce alla separazione dal Prc? «Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani né dopodomani. E' questo che fa delle elezioni un fallimento totale». Non le sembra di essere troppo duro, Professore? «Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a comprendere sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali "pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro». E quale «pensiero serio» formulerebbe su questo Pd? «Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente. Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader». Che le importa di chiedere che Veltroni se ne vada, visto che dicono che lei uscirà dal Pd e fonderà un suo movimento? «Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Pd è stato per me (come per molti) il mio partito molto prima che per loro». Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però. «La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice "il re è nudo". Quello che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissanguano anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtroppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito».

 

Il prezzo della rottura – Sergio Romano

L’insistenza con cui si parla della necessità di un dialogo fra maggioranza e opposizione è soltanto un altro sintomo del malessere della democrazia italiana. Quando David Cameron, leader dei conservatori britannici, prende la parola ai Comuni, è duro, sferzante e, nella migliore delle ipotesi, ferocemente ironico. Quando Oskar Lafontaine parla del governo Merkel, non misura parole e giudizi. Quando i socialisti francesi parlano di Nicolas Sarkozy, i toni sono aspri e taglienti. Nei buoni sistemi democratici, le opposizioni non hanno l’obbligo di dialogare. Debbono attaccare il governo, demolirne i programmi e, quando ne condividono gli obiettivi, dimostrare che il risultato può essere raggiunto con altri mezzi più idonei allo scopo. Ciò che davvero serve in democrazia non è il dialogo (parola di cui si è fatto in questi mesi un uso stucchevolmente retorico), ma un altro fattore, questo sì assolutamente indispensabile. Occorre che maggioranza e opposizione si riconoscano rispettivamente legittime e che nessuno dei due leader neghi all’altro il titolo di rappresentare politicamente e moralmente la parte del Paese che gli ha dato fiducia. Negli ultimi 15 anni è accaduto il contrario. La sinistra ha considerato Berlusconi un’inaccettabile anomalia, un cattivo scherzo della storia nazionale, un pregiudicato in attesa di giudizio, una reincarnazione light del fascismo. E Berlusconi l’ha ripagata di questi giudizi definendola semplicemente e sprezzantemente «comunista». Più recentemente è parso che il clima potesse cambiare. Dopo essersi liberati di alcuni dei loro più ingombranti alleati e avere fatto un buon uso di una pessima legge elettorale, Berlusconi e Veltroni sembravano disposti a considerarsi semplicemente avversari, divisi dalle loro rispettive ambizioni ma uniti dall’appartenenza allo stesso sistema nazionale. Non mi aspettavo che avrebbero «dialogato». Speravo tuttavia che avrebbero capito la necessità di aprire insieme una strada su cui nessuna maggioranza dovrebbe avventurarsi da sola: quella delle riforme istituzionali e di una migliore legge elettorale. Sono bastate poche settimane perché il tempo girasse nuovamente al peggio. Ne conosciamo le ragioni. Berlusconi non è ancora uscito dal tunnel del suo percorso giudiziario e crede lecito usare il potere per assicurarsi l’immunità. Qualcuno continua a pensare che esista una via giudiziaria alla soluzione dei problemi italiani. E Veltroni è circondato da persone che vorrebbero fargli pagare la sconfitta. Insomma, Berlusconi, perché è forte, crede di non avere bisogno di nessuno; e Veltroni, perché è debole, rischia di non poter fare a meno dei molti che cercano di trascinarlo all’indietro nella strategia di un’alleanza antiberlusconiana pilotata dalla sinistra giustizialista, massimalista e «girotondina». È uno spettacolo già visto, che la grande maggioranza del Paese non ha alcuna voglia di rivedere. Mi chiedo se i politici dei due campi si siano resi conto dell’effetto che questa «guerra civile fredda» sta producendo sulla società. Gli italiani si lasciano apparentemente convincere dall’uno o dall’altro dei due campi, ma dopo avere votato per la destra o per la sinistra provano per entrambe gli stessi sentimenti di sfiducia e disprezzo. Una democrazia in cui gli elettori detestano gli eletti: ecco ciò che l’Italia corre il rischio di diventare.

 

Kabul, nella cella del «blasfemo». «Il mio è un processo politico»

Lorenzo Cremonesi

KABUL - Il parlatoio del carcere distrettuale in centro città è uno stanzone lungo e sporco, diviso a metà da una grata arrugginita cementata al soffitto e al pavimento. Dove i fori sono troppo larghi, i secondini hanno aggiunto filo di ferro. Ma, nella confusione di grida e decine di persone accalcate le une sulle altre, non riescono a bloccare il passaggio di banconote, bigliettini, persino piccoli dolci dal pubblico ai detenuti. All'entrata una guardia ha requisito i cellulari e firmato in pennarello il suo nome sul polso dei visitatori. «Così non vi confondete con i prigionieri», spiega. Pochi secondi di attesa appoggiati a un bancone di cemento scrostato ed ecco apparire il «blasfemo».

«Sayed, Sayed», lo chiama il fratello Yaqub. Si riconoscono immediatamente. Il prigioniero sorride. Appare meglio di quanto potrebbe essere dopo 8 mesi di cella e una condanna a morte. Capelli neri a spazzola, le occhiaie, ma lo sguardo vivo, attento. L'aiutano i suoi 23 anni, la fibra forte, e forse anche l'intima certezza di essere nel giusto. «Sono un prigioniero politico. Le accuse nei miei confronti sono assurde, artificiali», dice ad alta voce, quasi gridando per sovrastare la ressa. Aggiunge che è in cella con otto detenuti comuni: «Nessun assassino, solo ladri, che non mi disturbano. Però non esco mai nei corridoi, temo che qualche militante filo-talebano possa cercare di uccidermi, come avevano minacciato nel carcere di Mazar-e-Sharif». Pensi davvero che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini? Riscriveresti oggi quello che hai scritto su Internet l'anno scorso, e cioè che se per il Corano un uomo ha diritto a quattro mogli anche una donna dovrebbe poter avere quattro mariti? Lui ci pensa sopra un attimo, poi replica: «Certo che le donne sono eguali agli uomini. Sono solo alcuni mullah estremisti a distorcere il Corano per affermare le loro interpretazioni. Ma altro non voglio dire, rischio di pregiudicare la mia posizione processuale. Purtroppo temo che il presidente Karzai non mi aiuterà, è troppo occupato a ingraziarsi i circoli religiosi più conservatori nella speranza di vincere le elezioni dell'anno prossimo. Ma, visto che parlo a un giornale italiano e che l'Italia ha contribuito a finanziare la ricostruzione del nostro sistema giuridico, vorrei dire che qui siamo ancora dominati da giudici medioevali. Non servono tribunali nuovi, se poi gli amministratori della legge sono vecchi». È disarmante incontrare in carcere Sayed Parwez Kambakhsh: uno dei casi più indicativi di una nazione che ha perso le speranze sorte dopo la sconfitta talebana del 2001 e ora sta rapidamente ricadendo nelle lotte tribali tra signori della guerra e sotto il dominio delle teocrazie religiose più conservatrici. Lo scorso 27 ottobre Sayed viene infatti arrestato dai servizi di sicurezza interni nella sua città natale, Mazar- e-Sharif, con l'accusa di «ehaant be Islam», il termine usato dalla «Sharia» (la legge religiosa) per i blasfemi. I fatti sono ancora sotto inchiesta. Lui, studente di giornalismo, ha mandato via e-mail ai compagni un articolo di un intellettuale iraniano dove si sostiene che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, anche in materia di matrimonio. Secondo il pubblico ministero, avrebbe aggiunto del suo. La difesa nega. Il fratello, Yaqub Ibrahimi, è tra l'altro noto per le sue inchieste contro droga e corruzione, che danno un mucchio di fastidio ai signori della guerra e mafiosi locali. La vicenda è raccontata dai media di tutto il mondo. E tanta fama lo trasforma in vittima. Sostiene di essere stato torturato e messo al buio in cella d'isolamento. Yaqub assieme alle associazioni dei giornalisti locali cercano di aiutarlo: da Mazar, dove è stato riconosciuto colpevole di avere offeso il Corano e la figura del Profeta e rischia la condanna a morte, viene trasferito per il processo d'appello a Kabul. «Ma è peggio che andar di notte. Qui il giudice capo, Abdul Salam Qazizada, è noto per i legami con le ali più conservatrici degli Ulema (i capi religiosi sunniti, ndr) e persino i mullah più filo-talebani», dice il suo avvocato, Afzal Nooristani, a sua volta già minacciato di morte perché ha accettato di difendere Sayed. Tra gli esponenti dell'Unione Europea è diffusa l'opinione che in qualche modo ne verrà fuori, magari spedito in sordina all'estero, come avvenne un paio d'anni fa per Abdel Rachman, il convertito al cristianesimo poi fuggito a Roma in esilio. Però non subito. Spiegano: «Se il caso di Sayed fosse avvenuto tre anni fa, Karzai sarebbe intervenuto immediatamente per liberarlo. Ma i tempi stanno cambiando. In Parlamento i conservatori stanno proponendo leggi degne del tempo dei talebani, per esempio il divieto alle donne di uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo di famiglia. E Karzai sta cercando consensi tra i religiosi pashtun in vista delle presidenziali nell'estate 2009. Ecco perché non ha risposto agli appelli, neppure dopo l'ultima seduta del processo una settimana fa. Addirittura si è detto favorevole alla censura delle telenovelas indiane sulle tv locali».


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