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La Stampa – 23.6.08 Clandestini, la morte corre sui Tir - DE MARIA e
SANDRI Un camion greco carico di vestiti. E nel cassone, sei
uomini nascosti: senza acqua né cibo, senza nemmeno conoscersi l’uno con
l'altro. Insieme solo per tentare l'ultimo salto verso l’Europa. Ma il viaggio
è finito tragicamente: uno di loro è morto, soffocato dal caldo e consumato
dalla sete; gli altri cinque sono stati salvati quando erano già in gravi
condizioni, disidratati e sfiniti. La tragica scoperta ieri mattina poco dopo
le 8, quando al porto di Venezia è attraccato un traghetto greco della Anek Lines
partito venerdì da Patrasso. Poco prima dell’arrivo, era stato lo stesso
personale di bordo a chiedere l’intervento della Polizia di Frontiera, perché
dal container arrivavano rantoli e rumori. I sopravvissuti sono stati
accompagnati negli ospedali di Mestre e Venezia. In base alle loro
dichiarazioni, si è ricostruita la provenienza: sono un mauritano, un iraniano,
un marocchino, un siriano e un afghano. Il giovane morto, che avrebbe circa
trent’anni, sarebbe iracheno. Nessuna contestazione è stata mossa per ora
all'autista del camion. Altra tragedia in Piemonte. I corpi di due uomini sui
20-25 anni, seminudi, con indosso soltanto i boxer, sono stati trovati
casualmente ieri mattina da un camionista slavo in un fossato lungo una
piazzola di sosta del tratto della A26 tra Vercelli e Santhià, più o meno
all’altezza del piccolo comune di Sali. I corpi era già in stato di avanzata
decomposizione, ma non presentavano tracce apparenti di di violenza: l’ipotesi
che si fa largo è quella di due clandestini morti durante il trasporto in
Italia, forse su un camion, e abbandonati in modo che fossero prima o poi
scoperti. Tra l’altro, i corpi non sono stati gettati nella scarpata, ma
composti, bocconi. E’ stata la Polstrada la prima ad accorrere dopo la
telefonata al 113 del camionista slavo, che abita però in Italia e che lavora
per conto di una ditta italiana. Il camionista ha raccontato di essersi fermato
verso le due di notte in quella piazzola per dormire. Alle 8 di ieri si è
svegliato e, prima di ripartire, è sceso dal camion per sgranchirsi le gambe e
ha visto i due corpi. Impossibile stabilire anche l’etnia delle vittime.
L’ipotesi che si sta facendo avanti, in attesa della perizia necroscopica, con
l’esame tossicologico, è quella della morte causata dal caldo e agli stenti in
uno dei tanti viaggi della disperazione a bordo di container stipati
all’inverosimile. Ciò spiegherebbe perché i due uomini erano seminudi.
Impossibile, tuttavia, fino all’eventuale - ma assai arduo - riconoscimento
dell’identità, dire da dove arrivasse il mezzo (o i mezzi) che trasportava i
due giovani e dove fosse diretto. Un numero da abolire - PIETRO GARIBALDI La decisione del governo di fissare un tasso di inflazione
programmata per il 2009 pari all’1,7 per cento ha scatenato un'ondata di
proteste sindacali. L'inflazione effettiva, spinta dal caro petrolio e dai
prezzi alimentari, ha raggiunto in maggio il 3,6 per cento, il livello più alto
da quanto è stato introdotto l'euro. Con un differenziale tanto grande tra
inflazione programmata e inflazione effettiva, dicono i sindacati, l'unica cosa
che si programma è l'ulteriore perdita di potere d'acquisto dei lavoratori.
L’aumento di prezzi che stiamo vivendo non è un fenomeno transitorio, ed è
destinato probabilmente a perdurare nei prossimi anni. I sindacati hanno
apparentemente ragione quando sostengono che nei prossimi dodici mesi i prezzi
in Italia cresceranno a un ritmo ben superiore all'1,7% fissato dal governo nel
Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef). Il cuore del
problema è però un altro. La verità è che il tasso di inflazione programmato è
un concetto privo di senso da quando esiste l'euro e sarebbe da abolire
immediatamente, in modo da evitare polemiche, false aspettative e grandi
incomprensioni. Il tasso di inflazione programmata nasce con gli accordi quadro
di politica dei redditi e di sistema contrattuale approvati da governo e parti
sociali nel luglio del 1993. In quel lontano luglio di 15 anni fa, l'euro non
esisteva ancora, il cambio della lira era in parte controllato dalla Banca
d'Italia e l'inflazione dipendeva in grossa parte dalla quantità di moneta
emessa da Via Nazionale. Gli accordi quadro del 1993 furono approvati dalle
parti sociali anche per contenere la spirale inflazione-svalutazione, un fenomeno
e un paradosso dell’Italia degli anni 80. In quel contesto aveva certamente
senso parlare di politica dei redditi e di tasso di inflazione programmata.
Alla presenza dell'allora ministro del Tesoro Ciampi, sindacati e Confindustria
si impegnarono a aumentare le retribuzioni sulla base di un tasso di inflazione
programmata, definito insieme al Governo prima dell’approvazione del Dpef.
Quello storico accordo contribuì alla moderazione salariale degli anni 90 e
facilitò la successiva entrata nell’euro. Dal 1999 il tasso di cambio della
lira è stato per sempre fissato e dal 2002 anche la lira è sparita dalla
circolazione. Nel nuovo contesto, non si può più parlare di politica monetaria
italiana e il controllo dell'inflazione è compito dalla Banca Centrale Europea.
Parlare oggi di inflazione programmata senza riferimento al contesto europeo
non ha alcun senso. Dopotutto, nei primi anni del nuovo millennio, diversi
governi hanno costantemente ignorato il tasso di inflazione programmata ogni
qual volta si sono trovati a negoziare aumenti salariali per i dipendenti
pubblici. Per diversi anni i dipendenti pubblici hanno infatti ricevuto aumenti
salariali ben superiori al tasso di inflazione programmata fissato nei
documenti ufficiali. Tecnicamente questi aumenti erano giustificati da
ipotetici recuperi di produttività. Ma questi aumenti di produttività non si
sono mai visti e non sono mai stati misurati. Lo statuto della Banca Centrale e
il trattato di Maastricht sostengono chiaramente che la Banca Centrale Europea
deve condurre la politica monetaria in modo da raggiungere un tasso di
inflazione europeo pari al 2%. Proprio per avvicinarsi a tale obiettivo, che
tra l'altro è stato ripetutamente mancato, il governatore Trichet ha
recentemente annunciato che il prossimo luglio la Banca Centrale Europea
aumenterà i tassi di interesse, nonostante il rallentamento economico in atto.
Probabilmente l'aumento dei tassi non sarà sufficiente a far ritornare
l'inflazione europea al 2% nel giro di pochi mesi, ma rappresenta certamente un
coraggioso passo in quella direzione. Alla luce del contesto europeo in cui
siamo inseriti, la soluzione migliore sarebbe quella di abolire completamente
il tasso di inflazione programmata nazionale e di sostituirlo con il tasso
d'inflazione programmato europeo. In sede di programmazione economica, il
governo dovrebbe fissare un tasso di inflazione per l'anno successivo pari al
2%, senza scostamenti superiori o inferiori. Questo tasso manterrebbe comunque
l'effetto di àncora per le aspettative, ma eviterebbe le inutili polemiche di
questi giorni. Sia ben chiaro: l’eliminazione del tasso di inflazione
programmata e la sua eventuale sostituzione con il tasso di inflazione europeo
non risolverà tutti i problemi. Il recupero del potere d'acquisto dei salari
dipenderà innanzitutto dalla crescita della produttività e, in modo
complementare, da un nuovo accordo sul sistema contrattuale. Le polemiche di
questi giorni servono in realtà a ricordarci quanto obsoleto sia il nostro
sistema contrattuale e quanto sia necessario passare a un rinnovato sistema che
leghi maggiormente produttività e retribuzioni. Il prossimo settembre il
governo, in sede di revisione del Dpef, avrà l'occasione di sostituire il tasso
d'inflazione programmata con il tasso europeo del 2%. Sempre entro settembre,
sindacati e Confindustria dovrebbero accordarsi sul nuovo sistema contrattuale.
Vedremo con la fine dell’estate chi rispetterà le scadenze. Se Walter si stufa parte la sfida dei quarantenni - FABIO
MARTINI ROMA - L’altro giorno Erminio Quartiani, cinquantenne
deputato milanese del Pd, lo diceva scherzando ai colleghi: «Mica finisce che
Walter ci saluta e se ne va in Africa?». Quella di Quartiani era una battuta,
ma il problema è che da qualche tempo lo stesso interrogativo tormenta le
riunioni notturne di una nuova lobby: quella che fa capo a Goffredo Bettini,
uomo forte di Walter Veltroni. Già da settimane un drappello di quarantenni
veltroniani - tra gli altri il ligure Andrea Orlando, il friulano Alessandro
Maran, il lombardo Maurizio Martina, il veneto Andrea Martella, il romano
Nicola Zingaretti - si incontrano e sotto la regia di Bettini, ragionano
attorno a due scenari entrambi temuti: che succede se Veltroni, stanco delle
tanti ostilità interne, non regge e decide di mollare? E che succede se invece
Walter è costretto a lasciare dopo una possibile flessione del Pd alle Europee
del 2009? Certo, i “bettiniani” non discutono solo di questo, anche perché
Walter Veltroni per ora non sembra avere alcuna intenzione di dar corpo alla vocazione
africana. Il segretario tira dritto, ieri ha glissato sulla richiesta di sue
dimissioni, mostra di pensare al futuro senza ansie. Certo, per ora la
questione di un ricambio del leader è stato posto soltanto da Arturo Parisi ed
è possibile che nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e nei prossimi anni
il leader del Pd riesca a riassorbire le tante spinte che vorrebbero portarlo
fuori pista, ma è pur vero che il tema del dopo-Veltroni per la prima volta
comincia ad occupare le chiacchiere e le riunioni delle correnti interne. Un
tema di cui si occupano due “cenacoli” tra loro contrapposti. Quello di
Goffredo Bettini, king-maker da una vita. Quello di Massimo D’Alema. E dai due
circoli escono tentazioni analoghe: se proprio bisognerà trovare un successore
a Walter, si potrebbe saltare la generazione dei 40-50enni più “visti” -
personaggi come Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Sergio Chiamparino, Rosy Bindi
- e planare su quarantenni meno sperimentati. Nel circolo di Goffredo Bettini
il nome più accreditato è quello di Nicola Zingaretti. Quarantadue anni,
romano, fratello minore di Luca - il commissario Montalbano - Zingaretti è
salito alla ribalta nazionale 45 giorni fa, quando è stato eletto presidente
della Provincia di Roma, compiendo il miracolo di ottenere nelle stesse sezioni
elettorali della Capitale 59.000 voti in più di Francesco Rutelli. Protagonista
di un cursus honorum da politico di una volta (segretario della Sinistra
giovanile, consigliere comunale, segretario dei Ds di Roma, europarlamentare),
Zingaretti assomma al profilo del “giovane vecchio” (in politica da 26 anni, un
lessico che ricorda i quadri Pci), anche alcuni tratti naif. Nel suo sito, per
spiegare “chi sono”, Zingaretti dice di sé: «Dal 1995 al 1997, come
vicepresidente dell’Internazionale socialista giovanile, vivo in prima persona
alcune tra le più significative vicende politiche degli ultimi anni:
contribuisco a ricostruire la rete con i partiti progressisti in Bosnia». Di
pasta diversa è Gianni Cuperlo, uno dei pupilli di Massimo D’Alema.
Quarantasette anni, triestino, una spessore culturale insolito per un politico
- dalla comunicazione alla letteratura - un sito Internet e un blog molto
letti, da un anno Cuperlo è uscito dall’officina dalemiana e nell’ultima
Assemblea nazionale ha scandito una frase destinata a restare proverbiale.
Rivolto a Veltroni «e a chi è stato alla guida negli ultimi 15 anni», ha
chiesto «ad una intera leadership di lavorare per consegnare alle nuove
generazioni un nuovo partito». Massimo D’Alema sta dunque meditando ad una
riedizione del “metodo Deng”, il leader cinese che attorno a sé promosse una
generazione giovane, tagliando fuori quella di “mezzo”? Alla fine l’enigma
resta lo stesso di sempre: se davvero Veltroni un giorno dovesse uscire di scena,
dopo uno strappo così cruento, il Pd è pronto a mettersi nelle mani di giovani
di belle speranze? A quel punto non suonerà l’ora di Pierluigi Bersani? L’ex
ministro, parlando di rinnovo generazionale, la mette così: «Non basta essere
giovani, servono giovani di lungo corso, che abbiano già maturato esperienza,
che godano di credibilità esterna». Se non è autoritratto, ci somiglia molto. Un italiano al fianco di Obama – Francesco
Semprini NEW YORK - Lo staff di Barack Obama parla italiano. Aldo
Civico esperto della Columbia University entra nella squadra di politica estera
del candidato democratico alla Casa Bianca con il compito di seguire le
questioni latino-americane, con particolare riguardo alla regione andina e alle
relazioni Washington-Bogotà. «Voglio mettere a disposizione la mia esperienza
di ricerca e di mediazione soprattutto per la Colombia», spiega. Antropologo
con la passione del giornalismo, Civico è il direttore del Centro di
risoluzione dei conflitti internazionali della Columbia University (Cicr) -
dipartimento fondato nel 1994 da un altro italiano, Andrea Bartoli - ed è
affiliato al Center for American Progress (l’osservatorio di orientamento
democratico fondato da John Podesta). Il primo approccio con la squadra di
Obama risale allo scorso aprile durante un incontro ad Albuquerque con il
governatore del New Mexico, Bill Richardson, in merito a una delicata
mediazione per liberare tre ostaggi americani nelle mani delle Farc, i ribelli
colombiani di matrice marxista-leninista. Da allora le relazioni con il
candidato afro-americano sono sempre più strette, sino a quando la scorsa
settimana sul blackberry di Civico arriva la proposta di reclutamento da parte
dello staff del senatore. «È un onore poter dare un contributo al suo
progetto». Perché proprio Obama? «Incarna alla perfezione il bisogno e la
speranza di un cambiamento, non è solo un candidato, ma è un vero e proprio
fenomeno». La risposta riflette l’antropologo che è in Civico anche se la vita
del professore vissuta a cavallo tra vecchio e nuovo continente è una
poliedrica collezione di esperienze. Nel 1996 si laurea in Scienze politiche a
Bologna ma nel frattempo lavora come consulente politico per il sindaco di
Palermo Leoluca Orlando ed è uno dei protagonisti della crociata antimafia dei
primi Anni Novanta promossa dal movimento La Rete. Sull’argomento pubblica nel
1994 «La Scelta», biografia di Ennio Pintacuda, un pioniere dell’antimafia.
Terminati gli studi si dedica a tempo pieno al giornalismo, passione coltivata
sin da bambino e le cui prime esperienze risalgono al 1987, con una
collaborazione con Radio Vaticana. A chi gli chiede quando abbia veramente
iniziato risponde: «Quando avevo 8 anni e fingevo di condurre il tg davanti a
scatole di scarpe che per me erano telecamere». Il bisogno di comunicare è una
costante nella vita di Civico che nella seconda metà degli Anni Novanta
collabora con testate italiane, svizzere e con la televisione pubblica tedesca
per la quale conduce inchieste sul disagio e sui conflitti socio-culturali nel
Mezzogiorno. Nel 2000 approda a New York ed entra al Cicr iniziando il
dottorato in antropologia. Matura da subito la passione per le questioni
colombiane e dal 2001 svolge ricerche etnografiche sul conflitto armato mentre
dal 2003 è impegnato nella facilitazione del dialogo con le guerriglie Farc ed
Eln. Contribuisce alla stesura di Engaged Observer libro di Victoria Sanford
sulle formazioni paramilitari ed è autore di «Historia de un Paramilitar». È
consulente dell’Onu e collabora con il dipartimento di Stato sullo studio di
una soluzione negoziata del conflitto colombiano. La prima esperienza politica
americana è al fianco di Hillary Clinton come consigliere della campagna sui
temi dell’America Latina. «Obama e la Clinton hanno il merito di aver fatto riavvicinare
la gente alla politica, specie delle masse rimaste per troppo tempo ai margini
del processo decisionale», ci spiega e a chi mette in dubbio che gli Stati
Uniti siano pronti a un presidente nero risponde: «L’America è pronta e
desiderosa di voltare pagina». Lo scrittore Gore Vidal: "McCain? Un falso eroe di guerra" –
M.Molinari Intellettuale con la passione del paradosso, Gore Vidal si
distingue per essere un fustigatore della «amoralità» dell’America, e arrivato
a 83 anni, si esprime sulla sfida presidenziale con giudizi al vetriolo: accusa
John McCain di essere un «falso eroe di guerra» e solleva dubbi sulla capacità
di Barack Obama di «restaurare la Costituzione». D’altra parte l’ultimo libro
uscito in Italia («Il Candidato», edizioni Fazi) rispolvera le controverse
elezioni del 1876 gettando ombre su quelle attuali. Come vede il duello fra Barack Obama e John McCain? «Anche se
gli Stati Uniti sono un Paese insano non riesco a immaginare che vi siano
persone pronte a votare per McCain. Non vi sarà alcuna sfida. I democratici
vinceranno con facilità e McCain finirà dove merita, nella polvere della
Storia». E’ giudizio molto severo... «McCain
è un personaggio insignificante, non ha mai detto o fatto nulla di
intelligente, neanche una legge, è un politicante». Eppure Obama si riferisce a McCain con rispetto per il fatto che è eroe
di guerra... «L’unica cosa che può essere attribuita a McCain è
l’essersi fatto abbattere sui cieli di Hanoi. Un atto che avrebbe dovuto essere
sanzionato dalla Corte Marziale ma lui non l’ha mai affrontata. E’ un furbo». Cosa pensa delle testimonianze degli ex compagni di
prigionia sulle torture subite da McCain? «Penso che è un signor
nessuno. Ai miei tempi passai tre anni sotto le armi durante la Seconda Guerra
Mondiale. Avevamo eroi come Audie Murphy che in 27 mesi di servizio ebbe 33
medaglie, rischiando la vita. Molti altri fecero lo stesso. McCain è solo un
egoista, nato e cresciuto nelle élites, impegnato a ottenere il più possibile
al fine di affermarsi. Da senatore l’egoismo ha toccato il culmine. Altro che
eroe di guerra. Gli eroi sono quelli che si sacrificano per gli altri». Veniamo a Obama. Come interpreta la sua nomination? «Un
fatto storico, di vitale importanza, per i neri che vennero sequestrati,
incatenati, spediti al di qua dell’Oceano e sfruttati come schiavi dai bianchi.
Non è una storia della quale l’America può sentirsi fiera ma eleggere Obama
potrebbe essere una risposta riparatoria, anche se tardiva. Una maniera per
dire ci dispiace, siamo desolati, tentiamo di ridarvi almeno in parte ciò che
vi abbiamo tolto per così lungo tempo». Ciò
significa che se Obama sarà eletto i neri potranno sentirsi parte del sogno
americano? «L’America non ha sogni né valori, è una nazione amorale.
L’unica cosa che possiede è la Costituzione che è stata violata da Bush e
Cheney. Il motivo per votare Obama è più semplice: è una persona intelligente,
articolata, mentre McCain no». Se l’America è
amorale come potrà Obama risollevarla? «Dovrà restaurare la
Costituzione, che fra l’altro stabilisce l’impossibilità di dichiarare guerra
senza un voto della Camera dei Rappresentanti». Cosa pensa dell’intento di Obama di superare le divisioni fra liberal e
conservatori? «Buona retorica». Unificare
l’America è impossibile? «Esatto. Il problema è alle fondamenta». Insomma, non crede neanche nel progetto politico di
Obama? «Il punto è che McCain ignora la Costituzione, come tutti gli
altri repubblicani, mentre Obama la conosce. Ma il fatto di conoscerla non ci
assicura che la restaurerà. Bush e Cheney hanno violato, stracciato la
Costituzione. Per questo il deputato Dennis Kuchinich chiede di processarli per
gravi crimini. Se fossimo una nazione seria questo processo vi sarebbe. Vedremo
che cosa farà Obama quando verrà eletto». Parigi, caccia al giovane ebreo - DOMENICO
QUIRICO PARIGI - Il padre, la comunità ebraica, la Lega
internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo non hanno dubbi: lo hanno
massacrato a sprangate perché è ebreo, perché portava la kippah, perché vive in
un quartiere, il XIX arrondissement di Parigi, dove la comunità di
ultraortodossi è molto numerosa. Un giovane di 17 anni, Rudy Haddad, è
all’ospedale, in coma, con fratture al cranio, molte costole fracassate; i
medici sono prudentissimi sulla possibilità che si salvi. Lo hanno colpito in
strada, con pugni, calci e sbarre, lasciandolo sul marciapiede di rue Petit; un
gruppo di alcune decine di giovani, ragazzi di origine africana secondo un
testimone, che la vittima aveva incrociato per strada. Cinque tra loro sono
stati arrestati. Li si interroga, si cerca di capire perché. Tutto questo
proprio nel giorno in cui il presidente Sarkozy inizia una visita in Israele
che ha lo scopo dichiarato di rinsaldare i legami con il mondo ebraico; che
vuole fugare l’ombra pesante costruita negli ultimi anni appunto dalle macchie
dell’antisemitismo. Così la Francia è costretta a reinterrogarsi, di fronte
alla brutalità di una tragedia, su questa malattia infame della sua storia. La
rode il sospetto che stia montando pericolosamente un nuova versione di
antisemitismo, che si tinge di colori etnici, che diventa guerra di bande. In
una Repubblica che continua a proclamare intatta la sua capacità di
integrazione. Il padre del ragazzo, Philippe, ieri alla radio ripeteva la sua
accusa: «Mio figlio aveva la kippah in testa, lo hanno assalito perché è
ebreo». Eppure è impossibile non notare la ritrosia, la cautela con cui ieri
per molte ore il Ministero degli Interni ha esitato a classificare la tragedia
come atto aperto di antisemitismo. Quando già il presidente Sarkozy aveva
emesso un comunicato in cui riaffermava la sua «totale determinazione a
combattere tutte le forme di razzismo e di antisemitismo». Tre poliziotti di
Amiens sono stati arrestati pochi mesi fa per aver gridato in un bar «morte
agli ebrei», «bisogna riaprire le camere a gas». Segno che il male è profondo,
non risparmia neppure coloro che dovrebbero curarlo. Per capire quanto è
successo bisogna calarsi nel XIX arrondissement, che non è una periferia
impregnata di veleni, ma parte viva della capitale. Il ragazzo è stato assalito
in rue Petit: a poche centinaia di metri, al numero 49, c’è la sinagoga Beth
«Haya Mouchka» frequentata dagli ultraortodossi. Racconta il sindaco del XIX,
Roger Madec, socialista: «C’è una tensione comunitaria molto forte che
inquieta». Tutto ruota attorno al parco delle Buttes-Chaumont, uno dei più
grandi della città, deliziose collinette verdi, laghetti, sentieri creati per
il piacere dei sudditi di Napoleone III. Per far dimenticare che su uno dei monticelli
un tempo c’era la forca per i condannati a morte. Bello ma pericoloso,
impossibile attraversarlo di sera. E’ qui che le bande di maghrebini attaccano
e si scontrano violentemente con i coetanei ebrei. Le kefiah e i cappucci
contro le kippah: insulti spinte scontri violenti, occhieggia il piano di
ripulire etnicamente il quartiere dai nemici, dagli «intrusi». «Una questione
più sociale che razziale» spiega qualcuno che cerca di negare l’antisemitismo,
assicurando che i ragazzi ebrei passano il più delle volte senza problemi. Ora
molti nella zona raccontano con rabbia che già il 10 giugno la polizia era
stata avvertita delle violenze che si ripetevano ogni fine settimana, invocando
l’invio di rinforzi. Che adesso, forse un po’ in ritardo, esige anche il
sindaco: «Ci vogliono più poliziotti qui, almeno per un certo tempo, per
portare la tranquillità; è una terra di asilo dove tutti hanno sempre vissuto
insieme, e deve restarlo». Una visione che molti considerano superata dagli
eventi. «Sos racisme» per esempio usa toni e parole più dure: «La lotta per il
controllo del territorio della zona del parco è moneta corrente per gruppi di
ragazzi che tendono a vivere in base alla propria origine». E la Lega contro
l’antisemitismo aggiunge una domanda brusca: «Fino a quando la Repubblica
tollererà i ricatti di queste bande che con la loro violenza attaccano i nostri
ragazzi?». E’ la nuova versione della guerra delle banlieues, ma portata nel
cuore stesso della Francia. Repubblica - 23.6.08 Il popolo cattolico disperso in politica - ILVO DIAMANTI DOPO il voto, le polemiche intorno al rapporto fra Chiesa
e politica sembrano meno accese. La netta vittoria del Centrodestra, anzitutto,
ha espunto dall'agenda parlamentare i temi etici, che tante polemiche avevano
sollevato, soprattutto nel Centrosinistra. Per questo, le materie che hanno
ostacolato il breve percorso del governo Prodi (coppie di fatto, fecondazione
assistita, eutanasia) probabilmente verranno accantonate. Mentre difficilmente
il Centrodestra rivedrà la 194, che regola l'interruzione della gravidanza,
come vorrebbero le gerarchie ecclesiastiche. D'altronde, il Pdl ha lasciato
solo Giuliano Ferrara a combattere la sua battaglia per la moratoria contro
l'aborto. È probabile che, sull'argomento, prevalga la rimozione. Come, in
fondo, è avvenuto in campagna elettorale, per tacita, reciproca intesa fra i
due maggiori candidati premier. A Berlusconi, d'altronde, non piace aprire
grandi e laceranti discussioni fra gli elettori; i suoi, in particolare.
Preferisce dialogare con la gerarchia in modo diretto. A tu per tu.
Rassicurando il Pontefice sul sostegno alle famiglie e alle scuole cattoliche.
Oppure invitando un vescovo a spendersi affinché la Chiesa permetta ai
divorziati di "fare la comunione" (quindi anche, ma non solo, a lui:
per evitare il sospetto di una indulgenza "ad personam"). Le
posizioni della Chiesa, inoltre, in questa fase non favoriscono una specifica
parte politica. Sui temi bioetici e sulla famiglia la gerarchia ecclesiastica è
in contrasto con il Centrosinistra. Ma avviene il contrario in materia di
sicurezza e di immigrazione. Così, la "questione cattolica", in
Italia, non sembra più al centro del dibattito politico. Anche la polemica di
Famiglia Cristiana sul ruolo dei cattolici nel PD avrebbe avuto un impatto
mediatico assai maggiore qualche mese fa, quando i Democratici erano al
governo. Mentre ora sono la minoranza della minoranza. Tuttavia, è lo stesso
risultato elettorale ad aver complicato il rapporto tra Chiesa e politica. Dopo
la fine della Dc - il partito dei cattolici - la Chiesa ha scelto di agire in
proprio sui temi di maggiore interesse. La gerarchia è intervenuta in modo
diretto, insieme a gruppi, circoli e comitati del mondo cattolico. Ha investito
con maggiore decisione sulla comunicazione e sui media. Dai quotidiani (L'Osservatore Romano, l'Avvenire, Famiglia Cristiana) alle emittenti radiotelevisive.
Sostenuta da intellettuali e media "non" cattolici. Anzi: laici; atei
(più o meno) devoti. Raccolti intorno al Foglio
di Giuliano Ferrara. Una "Chiesa extraparlamentare", l'ha definita
Sandro Magister in un lucido saggio di alcuni anni fa (pubblicato dall'Ancora
del Mediterraneo). Capace di promuovere massicce campagne di opinione. Disposta
a "scendere in campo" direttamente, come ha fatto in occasione del
referendum sulla procreazione assistita. Questo modello è stato ispirato e
guidato dal cardinale Camillo Ruini. Che ieri si è congedato dal ruolo di
"vicario" di Roma, dopo quasi 18 anni. Esortando i vescovi, nel
commiato, a non essere "sudditi". Di certo non lo sono stati negli
ultimi 20 anni. Semmai il contrario. Tuttavia, questa linea oggi appare in
discussione. Per funzionare, esige una Chiesa in grado di orientare, almeno in
parte, le scelte elettorali dei cattolici. In modo da premiare oppure punire le
forze politiche, in base alla coerenza con le posizioni della Chiesa. Capace,
ancora, di influire sulle scelte legislative, attraverso parlamentari
"fedeli". Come un "gruppo di pressione" (non diremo
"lobby", per non generare equivoci) in grado di esercitare una
"pressione" efficace. Ciò non è avvenuto, in questa fase. Giuliano
Ferrara (ancora lui) ha denunciato, dopo le recenti elezioni, l'indebolirsi
della presenza dei cattolici e degli esponenti vicini alla Chiesa: nell'attuale
governo e nei posti-chiave dei principali partiti. Conseguenza implicita della
scelta della Chiesa di non scegliere. Di non schierarsi apertamente. E, semmai,
di appoggiare l'Udc di Casini e di Pezzotta. Coltivando una tentazione
neodemocristiana. Una critica esplicita alla strategia
"extraparlamentare" di Ruini. Le recenti elezioni, d'altra parte,
sottolineano come, dopo la Dc, sia finita anche l'era dell'unità politica dei
cattolici. In modo, forse, definitivo. Lo mostrano i dati dell'indagine condotta
dal Laboratorio di Studi Politici dell'Università di Urbino (LaPolis) nelle
settimane successive al voto (campione nazionale di oltre 3300 casi). I
cattolici confermano, come nel recente passato, di essere orientati
prevalentemente a centrodestra. Il 34% di coloro che frequentano assiduamente
la messa domenicale ha, infatti, votato per Veltroni (il 30% per il PD); il 48%
per Berlusconi (il 41% PdL). Tuttavia, la differenza rispetto al totale dei
votanti non è eccessivo. Fra i cattolici praticanti, infatti, il Pd ottiene 3
punti e mezzo in meno rispetto a quanto avviene fra i votanti nell'insieme. Il
contrario del PdL. Tuttavia, conviene rammentare che quanti vanno regolarmente
a Messa (secondo l'Osservatorio socio-religioso triveneto, diretto da Gian
Antonio Battistella e Alessandro Castegnaro) costituiscono una quota di poco
inferiore al 30% della popolazione. Per cui, rispetto al risultato ottenuto dal
Pd e dal PdL fra i votanti nel complesso, la differenza espressa dal voto dei
cattolici praticanti si riduce a circa l'1%. L'Udc, da parte sua, ha
effettivamente intercettato una quota di cattolici quasi doppia rispetto al
proprio peso elettorale. Il 10% dei cattolici praticanti assidui. Che, però,
sul totale dei voti validi, significa non più del 3%. Poco per garantire ai
cattolici peso e rappresentanza. Anche perché, comunque, il 90% dei cattolici
ha votato diversamente. Dati molto simili emergono da altre ricerche (Itanes,
nella parte curata da Luigi Ceccarini; dati Ipsos, nelle analizzati da Paolo
Segatti e Cristiano Vezzoni). Anche per questo riteniamo che i progetti
neocentristi volti ad allargare la base elettorale dell'Udc non produrranno
effetti significativi. Visto che la presenza radicale nel Pd non pare averne
indebolito la capacità di attrarre il voto cattolico. Peraltro, nella base
elettorale dei principali partiti (Udc esclusa), i cattolici praticanti
costituiscono una porzione significativa, ma minoritaria. E, sui temi sociali
ed etici, esprimono posizioni maggiormente vicine alla parte politica di riferimento
piuttosto che alla Chiesa. Semmai, la preferenza per il Centrodestra appare
molto più evidente fra i cattolici che esercitano la pratica religiosa in modo
saltuario. Una componente, peraltro, ampia degli elettori (circa un quarto del
totale), poco sensibile agli insegnamenti ecclesiastici. Animati da grande
fiducia nella Chiesa, questi cattolici interpretano e praticano una religione
secolarizzata e privatizzata. Più simile al "senso comune" che a una
professione di fede esercitata con coerenza. L'influenza della Chiesa, per
essere davvero influente, deve rivolgersi in particolare a questo popolo di
"fedeli tiepidi". Peraltro, più tradizionalisti e orientati a destra,
sui temi etici ma anche sociali. Tuttavia, la "missione" perseguita
da Benedetto XVI non dimostra indulgenza verso il relativismo religioso ed
etico. Al contrario, mira a recintare il "campo religioso",
tracciando confini chiari fra la verità dei cattolici e quella degli altri. Per
questo potrebbe avvenire che la Chiesa abbandoni la via extraparlamentare. Che
la gerarchia cattolica concentri la propria pressione (e la propria
"missione") sulla politica e i politici. Cattolici e non. Ma, ancor
prima, sugli stessi cattolici. Soprattutto, i più "relativi". Per
rafforzare il potere di rappresentanza della Chiesa. E, forse prima ancora, per
"educarli". Per trasformare la loro fede da relativa in assoluta. "Basta con la corsa al logoramento. E' Walter, anche al prossimo
giro" - GOFFREDO
DE MARCHIS ROMA - Il
vicesegretario del Pd Dario Franceschini dice di aver ben presenti i problemi:
"Un clima di demoralizzazione fisiologico ma profondo, la necessità di una
riflessione seria e non consolatoria sulla sconfitta per capirne le
ragioni". Ma vede anche altro: "È ricominciato lo sport nazionale dei
gruppi dirigenti del centrosinistra: logorare il leader. Questa disciplina va
abolita. Veltroni ha ricevuto il mandato per costruire un partito e prepararsi
a vincere le elezioni politiche come candidato premier. Solo un disonesto può
pensare che il suo compito fosse invece quello di fare il Pd e conquistare
Palazzo Chigi in appena tre mesi". Lei
pronostica lunga vita al segretario, altri invece si chiedono quanto possa
durare un uomo così accerchiato. "Penso, innanzitutto, che
dobbiamo riflettere senza spiegazioni autoassolutorie sul voto del 13 aprile.
La sconfitta è stata temperata da un nostro ottimo risultato in termini
percentuali ed è positivo che un partito appena nato abbia superato, in tutta
Italia, la somma dei partiti sciolti per dargli vita. Ma il dato più profondo è
che i consensi raccolti da tutto il vecchio centrodestra e tutto il vecchio
centrosinistra confermano che dal '94 in poi Berlusconi è sostanzialmente
maggioranza nel Paese. Oggi, però, il divario è aumentato a loro favore. Quindi
serve quello che abbiamo appena iniziato a fare: un ragionamento sui limiti del
Pd, una registrata al nostro modo di stare all'opposizione per radicare il
partito, per parlare a quel pezzo di Italia che ha apprezzato la novità del Pd
ma questa volta non ci ha votato. Per realizzare questi obiettivi, lo capisce
anche un bambino, non bastano i due mesi e dieci giorni trascorsi dal 13
aprile. Mi pare un po' presto per fare bilanci e chiedere svolte". Quando si subisce una sconfitta pesante può succedere
di passare la mano. Tornando a bomba: quanto dura Veltroni?
"Questa domanda riflette la storia dell'Ulivo da quando è nato, più di
dieci anni fa. Lo sport principale di gran parte dei gruppi dirigenti è stato
quello di logorare il leader. Prodi vince nel '96 e subito si comincia a dire
che non è adeguato, va a Palazzo Chigi D'Alema e un minuto dopo si pensa che è
impossibile andare con lui alle successive elezioni, viene sostituito da Amato
ma ci si mette a cercare un candidato alternativo, si candida Rutelli, che
gestisce un'altra faticosa rimonta, ma dopo la sconfitta bisogna rimpiazzarlo,
torna Prodi e si ricomincia daccapo". È
il turno di Veltroni. "Veltroni conduce tra gli applausi di
tutti una campagna elettorale difficilissima, ma dopo il voto comincia il logoramento.
Con una differenza profonda. Negli altri casi i leader erano i candidati di una
coalizione alle politiche, in questo caso logorare Veltroni significa
indebolire il partito che sta ancora nascendo. Mi chiedo: è davvero inevitabile
questa specie di sport nazionale, non possiamo da questo punto di vista
diventare più europei?". Ma non è nei
"paesi normali" che gli sconfitti si dimettono? "In
Europa si lascia al leader il tempo di costruire il partito e di gestire il
cammino per vincere le successive elezioni. Cameron in Gran Bretagna è da
quattro anni a capo dei conservatori e li guida in vista del prossimo voto.
Aznar è diventato numero uno del Pp spagnolo nel '89, ha perso nel '93 e ha
vinto nel '96. La Merkel è stata eletta segretario della Cdu nel 2000 e ha
conquistato la vittoria nel 2005. Zapatero è capo del Psoe dal 2000, ma è
andato al governo nel 2004. Blair è diventato il leader laburista nel '94 e ha
vinto nel '97. Questi dirigenti politici hanno chiesto e avuto degli anni per
fare un lavoro profondo di cambiamento dei loro partiti senza perdere le
giornate nelle tensioni e nelle beghe interne. Possiamo fare così anche noi?
Anche perché è del tutto chiaro che il giorno in cui al posto di Veltroni ci
fosse un altro, il gioco del logoramento ricomincerebbe daccapo". Stupisce che il 30 per cento di italiani abbia votato
un partito guidato da dirigenti tanto ingenerosi e rissosi.
"Abbiamo fatto il Pd proprio per cambiare questa cultura. E in questo
cambiamento si sono riconosciuti gli elettori delle primarie, quelli che hanno
riempito le piazze durante la campagna elettorale e oggi ci chiedono di andare
avanti. Certo, se aprono i giornali e vedono un partito avvitato su se stesso,
hanno ragione a scoraggiarsi. Siamo a un bivio. Da una parte, si consolida una
gestione collegiale del partito e si cerca di realizzare un dibattito aperto e
franco, ma che concorre al rafforzamento della leadership e al radicamento del
Pd. La strada opposta è quella di aspettare le Europee magari immaginando che
con il 29,9 si perde e con il 30,1 si vince. Insomma, un percorso di guerra in
cui tenere in costante litigiosa precarietà il partito e la leadership". Ma davvero Veltroni può ricandidarsi alle prossime
elezioni? "Penso che questo sia il mandato che ha ricevuto. A
meno che qualcuno, in modo disonesto, pensi che il suo compito fosse costruire
il Pd e vincere contro il centrodestra in tre mesi e in quelle
condizioni". Il suo appello rischia di
cadere nel vuoto. Non sarebbe il caso invece di prendere l'iniziativa, magari
anticipando il congresso? "Per carità, nessuno vuole sottrarsi.
Avremo il congresso nazionale. Sarei un pazzo a dire che non si tocca niente
per cinque anni. Anzi. Ma per mutare le cose serve profondità di analisi e
tempo. Prendiamo il tema dell'opposizione. Cosa dovevamo fare: metterci a
sbraitare subito contro il mostro Berlusconi? Sapevamo che sarebbero arrivate
puntuali le occasioni per opporci. E vedrete che non ci manca né la forza né la
voce per contrastare il Cavaliere". Parisi
è netto. Dice che bisogna cambiare subito il leader, altrimenti la crisi
trascinerà nel baratro l'intero Pd. "E dov'è la notizia? Parisi
fa così da 15 anni. Pensa che ogni momento positivo sia merito suo e ogni
difficoltà sia figlia invece della tragica colpa di non aver seguito i suoi
preziosi consigli. Parisi approva, Parisi collabora: quella sarebbe stata la
novità da titolo". Gli alunni di altri paesi fra 3 anni saranno un milione SALVO INTRAVAIA e VLADIMIRO
POLCHI ROMA - I registri
di classe fotografano 166 nazionalità diverse. Sono quelle degli studenti
presenti tra i banchi delle scuole italiane. L'ondata di alunni stranieri,
infatti, non si arresta: 574mila nell'anno scolastico in corso, saranno un
milione nel 2011. A livello nazionale rappresentano poco meno del 6% degli
iscritti, ma in molte province del centro-nord raggiungono concentrazioni
record: fino al 14%. Il rischio? Il formarsi di scuole-ghetto. Per capire il
fenomeno, basta leggere i dati del ministero dell'Istruzione: 500.512 nel
2006/2007, gli alunni di cittadinanza straniera sono ora 574mila. Di questi,
quasi 200mila sono nati in Italia. In testa, da un anno, ci sono i romeni
(92mila alunni, 24mila in più rispetto all'anno scorso), seguono gli albanesi (84mila),
i marocchini (75mila) e i cinesi (27mila). Frequentano per lo più la scuola
primaria (dove sono il 6,8% degli iscritti) e secondaria di I grado (6,5%).
Preferiscono, poi, gli istituti professionali (7,5% degli alunni) ai licei
classico e scientifico (meno del 2%). Dove studiano? Per lo più nel nord, con
alcune province record: a Mantova sono il 14% degli studenti, a Piacenza e
Prato oltre il 13%, a Reggio Emilia il 12,6%. In numeri assoluti sono le
province di Milano (48mila alunni stranieri) e Roma (39mila) a farla da
padrone. Non mancano casi limite: classi con oltre la metà di studenti
stranieri. Tanto che a Torino An ha chiesto di porre un tetto del 10%.
"Come sanno molte mamme il problema è diventato didattico - ha affermato
il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini il 10 giugno scorso - nella
classi con molti bimbi immigrati, gli italiani sono costretti a lezioni più
lente, per venire incontro alle lacune di quelli stranieri. Su questo va fatto
qualcosa". Per evitare, per esempio, casi come quelli della scuola di via
Magreglio, a Milano. Mariangela Bastico, ex vice ministro della Pubblica
istruzione, non ha dubbi: "Il caso di Milano è l'affermazione di un
principio discriminatorio nei confronti degli alunni stranieri: mi auguro che
il ministro intervenga per sanare questa situazione, che è in aperto conflitto
con la circolare sulle iscrizioni relative all'anno scolastico 2008/2009
emanata a dicembre 2007. Per favorire l'integrazione, non solo non sono ammesse
classi di soli stranieri, ma sono sconsigliate anche percentuali elevate di
alunni non italiani". A puntare il dito contro il ministero
dell'Istruzione, è anche il sociologo Asher Colombo, direttore di ricerca
sull'immigrazione all'istituto Cattaneo di Bologna: "Ad oggi mancano dati
ufficiali sulle presenze straniere scuola per scuola, sul rendimento scolastico
di questi studenti, sulle nazionalità più in difficoltà". Sarà il allora
caso di attivarsi, anche perché secondo lo stesso ministero, nel 2011 gli
studenti stranieri saranno un milione. Prete innamorato, vescovo caccia il giornalista dello scoop FILIPPO TOSATTO PADOVA - Vade retro, stampa. L'arcivescovo
di Padova, Antonio Mattiazzo, ha cacciato platealmente dalla chiesa il
giornalista autore dello scoop sulla vicenda di don Sante Sguotti, l'ex
"parroco innamorato", padre di un bambino, ora ridotto dal Papa allo
stato laicale. È accaduto nella mattinata di ieri nella cappella di San
Bartolomeo, a Monterosso sui Colli euganei, dove Sguotti era parroco fino a un
anno fa. Il vescovo, entrando in chiesa, ha chiesto ad alta voce se tra i
presenti vi fosse Gianni Biasetto, corrispondente del "Mattino di Padova", e dopo
averlo individuato lo ha preso sottobraccio portandolo fuori e intimandogli:
"Tu non puoi stare qui, qui comando io e adesso esci". Una scena,
conclusa dall'indice alzato del prelato che ha ammonito il cronista a non
rientrare, svoltasi nell'imbarazzato silenzio dei fedeli. "Mi sono sentito
offeso e umiliato - è il commento di Biasetto - evidentemente il vescovo
considera anche me un emissario del "principe delle tenebre", epiteto
che aveva usato in una lettera inviata a don Sante. Io sono un cattolico
praticante e quanto è successo mi imbarazza molto, perché sono stato additato
come indegno di stare in chiesa davanti a tutta la comunità. La mia sola colpa,
ammesso e non concesso che lo sia, è di aver fatto il mio lavoro e di aver
scritto semplicemente la verità". Il comportamento del vescovo (che in
Curia definiscono "esasperato" dalla prolungata attenzione rivolta
dai media al caso del prete-papà) ha suscitato una pioggia di proteste:
"Un gravissimo attacco alla libera e corretta informazione in uno Stato
laico dove il dialogo e il confronto tra cittadini, vescovi compresi,
dev'essere fondato su rispetto e tolleranza reciproci", è la condanna
espressa dal comitato di redazione Finegil (il gruppo per cui lavora Biasetto),
sindacato veneto giornalisti e Unione cronisti italiani. "Intollerabile e
inaccettabile. Non ci sono altri aggettivi per definire quanto successo nella
chiesa di San Bartolomeo a Monterosso di Abano", ha affermato Guido
Columba leader dell'Unione Italiana Cronisti. "L'unica colpa ascritta al
giornalista è quella di aver fatto il proprio mestiere riportando l'evoluzione
di una vicenda che è rimbalzata sulle cronache nazionali e
internazionali". Corsera – 23.6.08 L’occasione del riformismo - MICHELE SALVATI Nonostante l'inopportuna (è un eufemismo) iniziativa del
presidente del Consiglio in campo giudiziario, e su questioni in cui è
personalmente coinvolto, è mia impressione che questa legislatura prenderà un
indirizzo diverso da quella del 2001-2006. Anche la XIV legislatura era
iniziata, in modo ancor più plateale, con la sistemazione di alcune vicende
giudiziarie del premier, ma 7 anni non sono passati invano e hanno prodotto
forti spostamenti nel peso e nelle strategie dei principali attori politici. Li
elenco brevemente, limitando i miei commenti al disegno delle politiche
economico-sociali. Nel centrodestra, sotto la regia di Giulio Tremonti, è
sparito ogni residuo riferimento a questioni di principio: lo slogan «mercato
quanto è possibile, Stato quanto è necessario» dà al ministro dell'Economia una
sconfinata latitudine di intervento, sicché può dedicarsi a costruire con fondi
pubblici una «Banca del Sud» mentre aggredisce — ma vedremo se lo farà — i
servizi pubblici locali. Ciò che certamente il governo non farà è di
impantanarsi in battaglie di principio come quella sull'articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori: se la vogliono scatenare, lo facciano i liberal
dell'opposizione. I provvedimenti varati nel Consiglio dei ministri della
scorsa settimana — in 9 minuti, è stato detto, segno di una delega totale al
ministro dell'Economia — sembrano ispirati a logiche di consenso (la Robin Tax:
l'eliminazione dell'Ici, similmente motivata, era già stata decisa), di buona
amministrazione, nonché a un residuo spirito liberale: ne sono esempi alcune
delle iniziative già illustrate da Renato Brunetta sul pubblico impiego e da
Maurizio Sacconi su quello privato e in tema di welfare , nonché varie misure
in materia fiscale e in tema di giustizia. I provvedimenti sono appena
abbozzati e bisognerà rinviare il giudizio a una lettura dei decreti e dei
disegni di legge in cui verranno trasfusi. Quello che si può dire sin d'ora è
che l'architettura finanziaria non è diversa da quella che anche il programma
dell'opposizione prevedeva (pareggio al 2011, da attuarsi prevalentemente
mediante riduzioni di spesa e con una graduale riduzione della pressione
fiscale) mentre l'insieme delle misure proposte sembra molto al di sotto
dell'impatto necessario a stimolare una significativa ripresa del reddito e
della produttività. Per non dire dei redditi da lavoro dipendente e dei
consumi. Questo atteggiamento pragmatico del governo lascia spazio a
significativi apporti delle opposizioni e mi sembra che tale spazio non sia
stato escluso dalla maggiore di esse, il Partito democratico, nonostante la
comprensibile reazione all'emendamento salva-premier e al lodo Schifani. Dal
2001 è passato molto tempo: al posto dell'Ulivo, condizionato dalle minoranze
radicali che poi confluiranno nell'Unione, dai vorticosi girotondi di allora,
da un sindacato che promuoveva manifestazioni di massa in difesa dell'articolo
18, abbiamo un partito che ha fatto di un riformismo ragionevole la sua ragione
d'essere e che rinnega l'antiberlusconismo come cemento di una coalizione
alternativa. I partiti della sinistra radicale sono scomparsi dal Parlamento e
sono in crisi profonda. La «società civile» che promuoveva i girotondi è
smobilitata. Nella Cgil, al posto di un Sergio Cofferati pressato
dall'iniziativa della Fiom e delle minoranze di sinistra, abbiamo un Guglielmo
Epifani che sta promuovendo un forte ricambio interno in direzione
riformistica. Naturalmente c'è sempre la possibilità che misure aspre del
governo scatenino una forte reazione e ricompattino tutti i sindacati, anche
nelle componenti più riformiste: inserire nel Dpef un tetto all'1,7% per
l'inflazione programmata sembra fatto apposta per ottenere questo effetto e
dare al sindacato una grande capacità di mobilitazione. Ma potrebbe trattarsi
di un ballon d'essai per poi contrattare un tetto più ragionevole, anche se più
basso dell'inflazione di oggi e di quella probabile domani. La più grande forza
di opposizione non può rinnegare la strategia sulla base della quale si è
definita, in assenza di ogni realistica strategia alternativa. E' dunque
probabile che le misure del governo vengano valutate una per una, e che il Pd
cerchi di chiarire a se stesso e al Paese la sua identità riformistica proprio
attraverso le misure che accetta come il governo propone, quelle che cerca di
modificare e quelle che respinge. Per ognuno di questi casi spiegando il perché
alla luce di criteri di efficienza e di equità. Cinque anni sono molto lunghi.
La situazione è molto grave e chi governa, anche se governa bene, corre
comunque il rischio di scontentare gli italiani: oggi il potere logora chi ce
l'ha, a differenza di quanto pensava Andreotti. Se il Pd non spreca questi anni
in faide interne, se non fa opposizione massimalistica, se dà l'idea di avere
un progetto credibile per il Paese, la possibilità di succedere al centrodestra
nelle prossime elezioni politiche non è così incredibile come può sembrare ora.
Scongiurare la rissa: il gesto del Quirinale -
Marzio Breda U n tentativo difficile come disinnescare una bomba con il
timer già attivato. Un'estrema chiamata alla responsabilità per evitare che lo
scontro tra politica e magistratura degeneri in modo irreparabile. Una mossa
per disarmare almeno provvisoriamente una delle due parti in conflitto (i
giudici, stavolta) ed evitare così che l'altra parte (il premier Berlusconi)
faccia evolvere il suo ultimo attacco alle toghe in un'irreparabile
dichiarazione di guerra. Ciò che avverrebbe con la «esplosiva» conferenza
stampa minacciata dal Cavaliere entro la settimana e che il Quirinale spera
ancora sia congelata. E' questo lo spirito con il quale Giorgio Napolitano
affronta ieri mattina un lungo colloquio telefonico con il suo vicario al
Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino. Ciò che il capo dello
Stato vuole anzitutto chiarire è la consistenza di quanto riportato con grande
rilievo da giornali e tv, secondo i quali il Csm sarebbe ormai pronto
«all'attacco contro il governo» e si preparerebbe a bocciare l'emendamento
blocca-processi perché «incostituzionale» su almeno due versanti. Gli spiega
Mancino che quei titoli sono lievitati su indiscrezioni relative
all'orientamento preso in fase preistruttoria da uno dei magistrati incaricati
di predisporre una bozza che dovrà servire come base di discussione per il
successivo parere del Csm. Insomma, la conclusione è che «si sono aperte
polemiche immotivate su un parere inesistente». E tutto per una fuga in avanti
dei mass-media che, generalizzando quelle singole perplessità, avrebbero
spiazzato lo stesso vice presidente del Csm. Il quale, nel preciso momento in
cui la «notizia» dilagava, era impegnato ad ammonire la politica (con toni
assai aspri anche lui, peraltro) dal compiere scelte senza ritorno invitandola
a non cercare «espedienti per eludere» la legge. Una vulgata, quella dei due
Palazzi, che lascia tuttavia spazio a una domanda, subito rimbalzata negli
ambienti del centrodestra: se i termini della vicenda sono davvero questi,
perché non smentire tutto fin da sabato, quando le agenzie di stampa hanno
lanciato la notizia? Resta comunque il fatto che la precisazione, con il
corredo dei prossimi passaggi formali che attendono il lavoro di Palazzo dei
Marescialli, il presidente della Repubblica la fa diramare con una nota
ufficiosa all'ora di pranzo. L'idea è che forse questo colpo di freno potrebbe
smorzare il braccio di ferro. Cosa tutt'altro che facile, ovviamente. E infatti
nel centrodestra c'è chi parla comunque di «riformare il Csm» e recrimina su un
«abusivo» ruolo di Terza Camera che avrebbe assunto. Sarà un punto chiave del
prossimo dibattito. Un punto destinato a dividere ancora una volta chi vorrebbe
contemplare per il Csm solo compiti di alta amministrazione della macchina
giudiziaria (nomine, azioni disciplinari, scelte di efficienza processuale,
ecc.) e chi invece sostiene che all'organo di autogoverno spetta anche un
compito di alta consulenza sulle leggi, con il diritto-dovere di esprimere
pareri motivati. Un esercizio sempre pacificamente esercitato, fino alla caduta
della Prima Repubblica. E che oggi, messo in dubbio, potrebbe approdare come
questione aperta sul tavolo di Napolitano, assieme all'emendamento cosiddetto
«salva-premier». La profezia di Zapatero - Aldo Cazzullo E così ci hanno superati pure
nel calcio. Sul campo gli italiani battevano gli spagnoli per
diritto divino dai tempi di Zamora e Alfonso XIII. Nel frattempo loro ci hanno
sopravanzati in quasi tutto il resto. A Vienna, per dire, l'Italia schierava
‘Gnazio La Russa, la Spagna re Juan Carlos (per quanto oggettivamente
ridimensionato dall'intervista in italo-spagnolo concessa ad Amedeo Goria).
Unica consolazione: Zapatero sarà pure un leader giovane e dinamico, ma di
calcio sa poco. Non soltanto — a differenza di Berlusconi, e analogamente a
politici minori tipo Churchill e de Gaulle — non ha vinto cinque Coppe dei
Campioni; ha pure pronosticato una partita scoppiettante («Vinciamo noi 3-2!»).
A Zapatero queste cose piacciono: prima delle elezioni del marzo scorso, aveva
affidato al direttore del Mundo un foglietto con il numero — 172 — dei seggi
che il suo Partito socialista avrebbe conquistato. Furono solo 3 di meno:
comunque, vittoria. Anche stavolta ha vinto lui. Ma al termine di un match
senza reti. Ha fatto miglior figura il nostro premier, per una volta prudente e
silenzioso. Per giunta siamo — o crediamo di essere — molto amici, quasi
parenti. Zapatero e Berlusconi appartengono a due generazioni e due famiglie
politiche lontane, ma il rapporto personale è ottimo. Si stanno simpatici. Alla vigilia del 13 aprile, il premier
spagnolo mandò un video augurale a Walter Veltroni (Zapatero dice
Ualter); ma il giorno dopo fu il primo tra gli stranieri a congratularsi con
Berlusconi. I due simpatizzarono fin da quando, nel maggio 2004, il Cavaliere
volle abbracciare l'ospite non solo metaforicamente, smarcandosi da Fini che ne
aveva criticato il programma laicista: «Tra me e José Luis le posizioni sono
identiche». Non era proprio così, ma sei mesi dopo lo riabbracciò in pubblico,
stavolta a Cuenca: «Io e José Luis siamo due guapos », fu la risposta agli
applausi della folla. Qualche recente dissapore, italiani e spagnoli l'hanno
avuto anche fuori dal calcio. C'era ancora Prodi quando Zapatero annunciò il sorpasso
di Madrid nel pil pro capite, e il Professore contestò: «Non è vero, in media
restano più ricchi gli italiani ». La ministra Bibiana «Bibi» Aido, appoggiata
dalla vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega, parlò di razzismo italiano
dopo i roghi nei campi rom e la stretta sulla sicurezza del nuovo governo.
Schermaglie. Per il resto, italiani e spagnoli si sono inventati una
fratellanza che nella storia non è mai esistita. Anzi, i due popoli si sono
detestati e combattuti per secoli, e persino quando si allearono come a Lepanto
gli screzi furono tali che il patto venne subito infranto (scrive Arrigo
Petacco nel minuzioso libro dedicato alla battaglia che fino all'assedio di
Famagosta e già qualche mese dopo la Serenissima si trovava meglio con i turchi
di Selim II, la cui favorita e madre dell'erede al trono era per altro
veneziana). L'equivoco nasce forse
dalla percezione distorta che l'Italia ha della Spagna, e viceversa. Se
gli spagnoli, e non solo, pensano l'Italia come un'immensa Napoli, con il sole
la pizza il mandolino gli spaghetti e tutto, noi pensiamo la Spagna come una
grande Andalusia. La Spagna verde, atlantica, zitta, diffidente, ci è estranea;
sono posti dove non si va in vacanza e che non si vedono in tv. In realtà,
spagnoli e italiani sono molto diversi. Ad esempio un'antica diceria popolare
iberica, radicata nei secoli del declino e delle guerre civili, racconta che la
Spagna sia nata sotto una cattiva stella. In Italia avevamo inventato invece la
leggenda dello stellone (ridimensionata pure quella dai rigori di ieri). Per il
resto, le parti si sono invertite. Come informano le statistiche, gli spagnoli
sono il popolo più ottimista d'Europa, e noi il più pessimista. Gli spagnoli ci
sono diventati simpatici qualche decennio fa, quando abbiamo scoperto che erano
più poveri e più disorganizzati. Nel frattempo il sistema di Madrid, uscito da
una dittatura autarchica, si è rivelato capace di batterci. In due generazioni,
gli spagnoli hanno creato imprese in grado di comprare o contendere quote delle
società italiane che gestiscono i telefoni e le autostrade, nel Paese con la
massima concentrazione di telefonini e di auto al mondo. Così Telefonica è
entrata in Telecom, e Abertis è stata fermata dalla politica sulla soglia della
fusione con Autostrade. La Spagna è di gran moda, considerata un punto di
riferimento per la gioia di vivere, la concordia tra le parti sociali, la
flessibilità del lavoro, il progresso dei diritti civili. La società spagnola
pare un modello di dinamismo sia ai progressisti («Viva Zapatero! ») sia ai
restauratori, ai sostenitori del matrimonio omosessuale come ai difensori della
famiglia tradizionale, agli amanti della movida e dei film di Almodovar come ai
neocatecumenali seguaci del santo chitarrista Kiko Arguello e ai ciellini che
dopo la morte di Giussani si sono affidati allo spagnolo Carron. E' la derrota
di cui parla Panucci, che a Madrid ha trovato casa e moglie (già lasciata
però). Eppure da qualche mese la crisi finanziaria e immobiliare morde i
primati della Spagna. La partita, quella vera, non è certo finita stasera;
forse è appena cominciata. Una squadra che non è più se stessa – Mario
Sconcerti Tutti a casa per colpa dei
rigori, lo stesso modo cattivo con cui due anni fa avevamo
vinto. Usciamo giustamente, la Spagna ha qualcosa più di noi, soprattutto è
l'Italia che non è più se stessa. Quando non si riesce a segnare un gol su
azione in quattro partite vuol dire che è sbagliata la fonte e che l'errore da
lì contamina il resto. Abbiamo giocato solo una partita di contenimento, siamo
mancati nei giocatori che dovevano ripartire. Prima di tutti Cassano, stavolta
solo scolastico, poi Toni, solitario e goffo, quindi Aquilani, costretto a fare
il mediano aggiunto. Aspettando e basta abbiamo giocato guardando la Spagna
fare il suo piccolo compito. La loro bravura è stata resistere nel ritmo e
nella modica difficoltà che ci procuravano. Ma l'Italia non c'era, non
ricominciava mai. È stato tutto occasionale, tutto molto confuso. Come del
resto anche contro la Francia. Solo il nostro disperato bisogno di vincere
poteva scambiare un successo complesso e fortunoso per uno straordinario
segnale di rinascita. Abbiamo sperato arrivasse il cambiamento molto più per
cultura che per sintomi. Ma non era l'Italia delle sofferenza, era quella della
normalità, di una mediocrità leggera e diffusa che bene fotografa la nostra
stagione e non a caso porta all'errore i due migliori giocatori del campionato,
De Rossi e Di Natale. Finisce qui una seconda Italia che non è mai seriamente cominciata.
Donadoni ha dato qualcosa di serio,
anche di profondo, che non ha però resistito al destino. Abbiamo pagato in
Austria il tanto che avevamo preso in Germania. Ci siamo anche aiutati molto.
Nessuno dei quattro centrocampisti ha mai tenuto insieme la squadra. Tra Toni e
De Rossi sono sempre rimasti 50 metri di campo inutili. Gli spagnoli sono stati
generici e disciplinati, buoni giocatori, più veloci e più motivati, ma noi li
abbiamo temuti troppo. Segno di una squadra esausta che si chiude non per tattica
ma per mancanza di qualità. Chiudono
con limiti che non erano ancora conosciuti giocatori su cui puntavamo
tantissimo. Vale la pena ricordare che il fuoriclasse è quello che porta avanti
una squadra nonostante la sua normalità. Noi non abbiamo avuto fuoriclasse.
Finisce qui un Europeo che è sempre stato a mezzo servizio nelle coscienze di
tutti. Con Donadoni mezzo fuori e Lippi già mezzo dentro, con i giocatori che
mai come stavolta sono caduti giù come foglie (Cannavaro, Barzagli, Pirlo,
Gattuso) e con il presidente federale che non sapeva come gestire i progressi e
aspettava un segnale per mandare tutti a casa. Ora l'ha avuto. La parentesi
Donadoni si chiude con onestà. Si era aperta in un momento di rivolta. Si
chiude quando non sappiamo più chi siamo. Forse è giusto ricominciare da dove
eravamo rimasti. l’Unità – 22.6.08 Berlusconismo - Furio Colombo Vorrei subito chiarire. Non sto dedicando questo articolo
al berlusconismo a causa del fatto che Berlusconi è improvvisamente ritornato
ai toni incattiviti di quel primo non dimenticato governo, quello che ha
portato l’Italia alla crescita zero ma ha garantito al primo ministro tutte le
leggi di utilità e convenienza personale, ha dato un colpo durissimo - e notato
nel mondo - alla libertà di stampa e ridotto prestigiosi commentatori di
prestigiosi giornali a dargli sempre ragione come a Mussolini. Certo, la
lettera del presidente Berlusconi, di cui ha dato compunta lettura il
Presidente del Senato Schifani a un’aula di persone probabilmente stupefatte,
spinge la scena della vita italiana fuori dalla Costituzione («Tutti i
cittadini sono uguali di fronte alla legge») e fuori dalla democrazia («La
legge è uguale per tutti»). Però, onestamente, come fare a mostrare meraviglia
per un leader (questa è la terza prova e la quarta volta) che ha sempre violato
la Costituzione e leggi del suo Paese e ne ha imposte altre che poi sono state
giudicate, a una a una, incostituzionali dalla Consulta? Ma tutto ciò senza
perdere di vista i suoi interessi personali: primo, Mediaset, salvare dall’onta
del satellite il soldato Fede; secondo, le intercettazioni: prigione e multe
altissime per chi intercetta i sospetti di delitti odiosi pericolosi, destinati
a ripetersi, e per chi, quando gli atti del processo sono legalmente e anzi
doverosamente usciti dal segreto istruttorio e legalmente disponibili, osasse
pubblicarli. In tutti i Paesi democratici vale il principio che «il processo è
pubblico». È una garanzia per le vittime, per gli imputati, ma anche per tutti
i cittadini. Avvocati e giuristi di Berlusconi hanno già dimostrato di non
provare alcun imbarazzo nel cambiare le leggi di quei processi che non si
sentono in grado di vincere (hanno visto le carte e conoscono la vera storia).
Quanto ai giornalisti indipendenti italiani, sentite Bruno Vespa in una delle
sue “rubriche” diffuse in tutta la provincia italiana: «La nuova controversia
tra Berlusconi e i magistrati di Milano sembra l’ultima sgradevole puntata di
una telenovela cominciata quindici anni fa, quando il Cavaliere decise di
abbandonare la dura trincea del lavoro per scendere in campo nella politica. In
realtà non è così (...). Il presidente che deve giudicare Berlusconi, Nicoletta
Gandus, è un avversario politico. Da molti anni è una star di Magistratura
democratica (...). Nel motivare la richiesta di cancellazione delle leggi
Schifani, Pecorella, Cirami, Cirielli sostiene che esse sono state motivate al
fine di perseguire l’interesse personale di pochi, ignorando la collettività.
Si tratta di leggi che hanno devastato il nostro sistema di giustizia (...).
Senza entrare nel merito di queste opinioni, può un dichiarato avversario
politico giudicare in tribunale il capo del governo che combatte?» (Quotidiano Nazionale, 19 giugno). Avete
capito il delitto imperdonabile in un Paese libero? Il giudice Gandus, che deve
giudicare Berlusconi, non fa parte della P2. È membro di una libera, civile,
legale associazione detta Magistratura democratica. Inevitabile inviare un
pensiero al decoroso silenzio dei 62 arrestati e trecentocinquanta incriminati
caduti tre giorni fa nella maxi-retata dell’Fbi contro i più potenti personaggi
di Wall Street, portati via in manette tra due ali di operatori di Borsa che
per alcuni minuti (succede di rado) hanno sospeso le contrattazioni. Nessuno di
loro, personaggi del gran mondo finanziario americano, presidenti di Banche
d’affari, patron celebri e celebrati di tutti i musei e gli ospedali di New
York (dove alcuni hanno un reparto col loro nome) ha fiatato. Né lo hanno fatto
i celebri avvocati a cui si sono affidati. Eppure sanno che, nella tradizione e
prassi giudiziaria americana, alcuni giudici sono repubblicani e altri
democratici. Alcuni giudici, nei distretti federali in cui questi imputati
saranno giudicati sono stati nominati da Carter, alcuni da Reagan, alcuni da
Clinton (che in silenzio si è sottoposto a tre diversi processi) e alcuni da
uno o dall’altro dei due Bush. Ma, nella civiltà democratica, i giudici non si
scelgono e non si discutono e la ricusazione è ammessa solo per legami d’affari,
d’amore o di famiglia di uno dei giudici con una delle parti. Altrimenti mai,
per non affrontare il famoso reato americano di “oltraggio alla Corte”, che
scatta quando l’imputato, invece di lasciarsi giudicare, si mette a giudicare
il giudice. Tutto ciò avviene nel Paese in cui, una volta condannati, non si va
in Parlamento, si va in prigione. Particolare curioso (come si diceva una volta
sulla Domenica del Corriere): tutti e quattrocento gli arrestati o incriminati
di Wall Street erano sotto intercettazione da mesi. Molti dei reati contestati
ai grandi di Wall Street, infatti, sono reati tipicamente telefonici, e
dimostrabili solo con l’intercettazione, come l’”insider trading” (fornire a
uno notizie che devono restare segrete per arricchirsi in due). E nessuno
sostiene, pena il ridicolo, di essere vittima di una persecuzione politica. Chi
poi, in quel Paese civile, avesse scritto, da titolare del potere esecutivo,
una lettera al Presidente del Senato (istituzione legislativa) per levare
accuse contro i suoi giudici (istituzione giudiziaria), avrebbe prontamente
ottenuto, oltre al ridicolo (in democrazia non si può giocare il potere
esecutivo contro il potere giudiziario usando il potere legislativo) una
imputazione in più. Qui mi devo confrontare con l’iniziativa appena presa dai
Radicali, una proposta di legge costituzionale a firma Rita Bernardini, con cui
si intende abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. Vuol dire che un
giudice agisce immediatamente e di propria iniziativa appena ha notizia di un
reato. I codici dicono quali. Ovviamente non si tratta di cose futili. L’idea
di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale (assente quasi solo nelle
legislazioni anglosassoni) è certo meritevole di attenzione e discussione. Per
esempio per il fatto che identifica meglio la responsabilità dei giudici e
diminuisce il numero dei processi. Stimo i miei colleghi Radicali ma non sono
d’accordo. Chiedo: si può in Italia? In questa Italia? Proprio qui passa la
linea di demarcazione. Ci sono coloro che sostengono che, a parte la coloritura
manageriale e padronale, non c’è niente di speciale o così diverso in
Berlusconi rispetto a ogni altro capo di governo. Non esiste il berlusconismo.
E se esiste è qualcosa che riguarda Giannelli o Staino, Vauro o Vincino ma non
la politica. E poi ci sono coloro che vedono il berlusconismo come una potente
e ben finanziata spinta del Paese fuori dalla democrazia anche a causa di un
controllo mediatico quasi totale, che tende ad estendersi attraverso i premi
che derivano dal conquistare benevolenza (Berlusconi è un buon padrone) e dalle
punizioni (fino alla riduzione al silenzio) di coloro che - nel suo
insindacabile giudizio - sono dichiarati nemici. In questa Italia
l’obbligatorietà dell’azione penale resta l’unica garanzia che potenti e
prepotenti, soprattutto sul versante politico e di affari, non restino
impuniti. Cito Emilio Gentile: «Nel 1922 Amendola, Sturzo, Salvatorelli presero
a usare il vocabolo “totalitarismo” quando il sistema parlamentare italiano non
era ancora molto dissimile dalle altre democrazie europee. Però essi
osservarono come il partito di Mussolini operò per conquistare il potere. Ne
colsero la natura di partito incompatibile con la democrazia e inevitabilmente
destinato a creare un sistema totalitario» (intervista a Simonetta Fiori, la Repubblica, 19 giugno). L’obiezione tipica
è: «Ma che cosa c’è di più democratico di una valanga di voti per qualcuno noto
in tutto, compresi i suoi difetti e i suoi reati?». Emilio Gentile ha una
risposta interessante: «Gramsci fu tra i pochi a comprendere che il
totalitarismo è una tecnica politica che può essere applicata continuamente a
una società di massa. Potrebbe accadere anche oggi: una tecnica che punta a
uniformare l’individuo e le masse in un pensiero unico, usando il controllo
dell’informazione». È un’affermazione limpida, logica, difficilmente
confutabile se non per ragioni di fede. Ma la fede riguarda i berlusconiani.
Quanto a noi oppositori, quanto a quelli di noi che vedono il pericolo del
singolare totalitarismo berlusconiano, non avremmo diritto di avere i nostri
Amendola, Sturzo e Salvatorelli? È con questi nomi e con queste citazioni in
mente che chiedo ai miei amici Radicali del Pd, della cui presenza in
Parlamento sono lieto come di una garanzia: si può in questa Italia, in cui il
giornalista Vespa riproduce all’istante e con convinzione indiscutibile, solo
le ragioni del premier imputato; si può in questa Italia in cui il più forte
ricusa giudici, accuse, processo in nome della sua forza e dei suoi voti; si
può in questa Italia in cui si è già tentata, da parte dell’allora ministro
Castelli, una “riforma” che mette tutti i giudici agli ordini di pochi
procuratori generali; si può in questa Italia in cui l’opinione pubblica è
messa a tacere dal controllo quasi totale dei media, si può introdurre una
riforma «anglosassone», cioè di Paesi in cui le istituzioni sono incalzate da
un’opinione pubblica bene informata e da una stampa che non dà tregua? Vedo nel berlusconismo una forma di potere in espansione,
già molto prossima al pericolo citato da Emilio Gentile. Perciò dico no a
questo regime e mi spiego. 1 - «Vogliono screditare il potere dei tribunali e
decidere da soli che cosa è legalità». Cito da un editoriale del New York Times
(19 giugno) che in questo modo propone l’accusa più grave alla presidenza di
Bush. Perché i nostri colleghi americani vedono la portata del loro problema
(scontro tra i poteri-pilastro della democrazia) e in Italia così tanti tra noi
ti guardano come un disturbatore ossessionato? 2 - Lo stesso giorno la deputata
Pd Linda Lanzillotta (destra della sinistra) e la ex senatrice Rina Gagliardi
(sinistra della sinistra) hanno questo, rispettivamente, da dire: Lanzillotta:
«Eppure dovremo dire anche dei sì (a Berlusconi, ndr) almeno su alcune
decisioni annunciate». Quali saranno queste decisioni annunciate, nei giorni in
cui il politologo Giovanni Sartori scrive, a proposito di Berlusconi: «Nessuno
può essere al di sopra della legge a vita. Lo sono solo i dittatori» (Corriere della Sera, editoriale, 21
giugno)? Gagliardi: «A me star lì a dire sempre no non mi piace perché mi pare
un radicalismo solo apparente. Risolve il quotidiano, dà un po’ di
soddisfazione ai tuoi che ti vedono con la faccia scura davanti a Berlusconi. E
poi?» (Corriere della Sera 19
Giugno). E poi, Rina Gagliardi, si fa opposizione, che vuol dire tenere testa a
un governo evidentemente pericoloso, come si fa in tutti i Paesi democratici.
Credo che sia utile ricordare alle due esponenti politiche ciò che l’ex
ministro delle Comunicazioni-Mediaset Maurizio Gasparri ha appena detto a
Walter Veltroni dopo l’annuncio di una grande manifestazione popolare proposta
dal segretario Pd all’Assemblea del partito (20 Giugno): «Veltroni non ha
nessun diritto di parlare, con tutti i debiti che ha lasciato. Taccia e faccia
opposizione» (Tg 1, 20 Giugno, ore 20). 3 - «Tacere e fare opposizione» è il
motto perfetto per definire questa Italia berlusconiana e il pericolo che
corre. Se, come sta accadendo, il berlusconismo continua ad espandersi e a
conquistare per il suo capo e i suoi uomini sempre più franchigia, sempre più
esenzione dalle sanzioni della legge, allora il silenzio dei cittadini, che non
sentono voci alte e chiare di contraddizione al regime, quel silenzio può
diventare il silenzio-assenso su cui punta il movimento berlusconista, e che ha
già dato la sua paurosa prova in Sicilia. 4 - Come si vede e si impara dalla
clamorosa parabola discendente di George Bush (dal 70 per cento di gradimento
al 70 per cento di rifiuto, nonostante la sua seconda elezione sia stata un
trionfo) l’opposizione netta, vigorosa, visibile, su ogni punto chiama i
cittadini e porta risultati persino a partire da una minoranza sconfitta.
Quella minoranza, in America, non ha mai ceduto, non ha mai fatto cose “insieme”
con il suo avversario, perché accusato di illegalità e di avere violato la
Costituzione. Alla fine della lunga marcia quella minoranza ha incontrato il
Paese, e, divenuta maggioranza a causa della sua testarda opposizione, si
appresta a guidare una nuova epoca per gli Stati Uniti. Perché questa non
potrebbe, non dovrebbe essere la nostra storia? |
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