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Clandestini, la morte corre sui Tir - DE MARIA e SANDRI

La Stampa – 23.6.08

 

Clandestini, la morte corre sui Tir - DE MARIA e SANDRI

Un camion greco carico di vestiti. E nel cassone, sei uomini nascosti: senza acqua né cibo, senza nemmeno conoscersi l’uno con l'altro. Insieme solo per tentare l'ultimo salto verso l’Europa. Ma il viaggio è finito tragicamente: uno di loro è morto, soffocato dal caldo e consumato dalla sete; gli altri cinque sono stati salvati quando erano già in gravi condizioni, disidratati e sfiniti. La tragica scoperta ieri mattina poco dopo le 8, quando al porto di Venezia è attraccato un traghetto greco della Anek Lines partito venerdì da Patrasso. Poco prima dell’arrivo, era stato lo stesso personale di bordo a chiedere l’intervento della Polizia di Frontiera, perché dal container arrivavano rantoli e rumori. I sopravvissuti sono stati accompagnati negli ospedali di Mestre e Venezia. In base alle loro dichiarazioni, si è ricostruita la provenienza: sono un mauritano, un iraniano, un marocchino, un siriano e un afghano. Il giovane morto, che avrebbe circa trent’anni, sarebbe iracheno. Nessuna contestazione è stata mossa per ora all'autista del camion. Altra tragedia in Piemonte. I corpi di due uomini sui 20-25 anni, seminudi, con indosso soltanto i boxer, sono stati trovati casualmente ieri mattina da un camionista slavo in un fossato lungo una piazzola di sosta del tratto della A26 tra Vercelli e Santhià, più o meno all’altezza del piccolo comune di Sali. I corpi era già in stato di avanzata decomposizione, ma non presentavano tracce apparenti di di violenza: l’ipotesi che si fa largo è quella di due clandestini morti durante il trasporto in Italia, forse su un camion, e abbandonati in modo che fossero prima o poi scoperti. Tra l’altro, i corpi non sono stati gettati nella scarpata, ma composti, bocconi. E’ stata la Polstrada la prima ad accorrere dopo la telefonata al 113 del camionista slavo, che abita però in Italia e che lavora per conto di una ditta italiana. Il camionista ha raccontato di essersi fermato verso le due di notte in quella piazzola per dormire. Alle 8 di ieri si è svegliato e, prima di ripartire, è sceso dal camion per sgranchirsi le gambe e ha visto i due corpi. Impossibile stabilire anche l’etnia delle vittime. L’ipotesi che si sta facendo avanti, in attesa della perizia necroscopica, con l’esame tossicologico, è quella della morte causata dal caldo e agli stenti in uno dei tanti viaggi della disperazione a bordo di container stipati all’inverosimile. Ciò spiegherebbe perché i due uomini erano seminudi. Impossibile, tuttavia, fino all’eventuale - ma assai arduo - riconoscimento dell’identità, dire da dove arrivasse il mezzo (o i mezzi) che trasportava i due giovani e dove fosse diretto.

 

Un numero da abolire - PIETRO GARIBALDI

La decisione del governo di fissare un tasso di inflazione programmata per il 2009 pari all’1,7 per cento ha scatenato un'ondata di proteste sindacali. L'inflazione effettiva, spinta dal caro petrolio e dai prezzi alimentari, ha raggiunto in maggio il 3,6 per cento, il livello più alto da quanto è stato introdotto l'euro. Con un differenziale tanto grande tra inflazione programmata e inflazione effettiva, dicono i sindacati, l'unica cosa che si programma è l'ulteriore perdita di potere d'acquisto dei lavoratori. L’aumento di prezzi che stiamo vivendo non è un fenomeno transitorio, ed è destinato probabilmente a perdurare nei prossimi anni. I sindacati hanno apparentemente ragione quando sostengono che nei prossimi dodici mesi i prezzi in Italia cresceranno a un ritmo ben superiore all'1,7% fissato dal governo nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef). Il cuore del problema è però un altro. La verità è che il tasso di inflazione programmato è un concetto privo di senso da quando esiste l'euro e sarebbe da abolire immediatamente, in modo da evitare polemiche, false aspettative e grandi incomprensioni. Il tasso di inflazione programmata nasce con gli accordi quadro di politica dei redditi e di sistema contrattuale approvati da governo e parti sociali nel luglio del 1993. In quel lontano luglio di 15 anni fa, l'euro non esisteva ancora, il cambio della lira era in parte controllato dalla Banca d'Italia e l'inflazione dipendeva in grossa parte dalla quantità di moneta emessa da Via Nazionale. Gli accordi quadro del 1993 furono approvati dalle parti sociali anche per contenere la spirale inflazione-svalutazione, un fenomeno e un paradosso dell’Italia degli anni 80. In quel contesto aveva certamente senso parlare di politica dei redditi e di tasso di inflazione programmata. Alla presenza dell'allora ministro del Tesoro Ciampi, sindacati e Confindustria si impegnarono a aumentare le retribuzioni sulla base di un tasso di inflazione programmata, definito insieme al Governo prima dell’approvazione del Dpef. Quello storico accordo contribuì alla moderazione salariale degli anni 90 e facilitò la successiva entrata nell’euro. Dal 1999 il tasso di cambio della lira è stato per sempre fissato e dal 2002 anche la lira è sparita dalla circolazione. Nel nuovo contesto, non si può più parlare di politica monetaria italiana e il controllo dell'inflazione è compito dalla Banca Centrale Europea. Parlare oggi di inflazione programmata senza riferimento al contesto europeo non ha alcun senso. Dopotutto, nei primi anni del nuovo millennio, diversi governi hanno costantemente ignorato il tasso di inflazione programmata ogni qual volta si sono trovati a negoziare aumenti salariali per i dipendenti pubblici. Per diversi anni i dipendenti pubblici hanno infatti ricevuto aumenti salariali ben superiori al tasso di inflazione programmata fissato nei documenti ufficiali. Tecnicamente questi aumenti erano giustificati da ipotetici recuperi di produttività. Ma questi aumenti di produttività non si sono mai visti e non sono mai stati misurati. Lo statuto della Banca Centrale e il trattato di Maastricht sostengono chiaramente che la Banca Centrale Europea deve condurre la politica monetaria in modo da raggiungere un tasso di inflazione europeo pari al 2%. Proprio per avvicinarsi a tale obiettivo, che tra l'altro è stato ripetutamente mancato, il governatore Trichet ha recentemente annunciato che il prossimo luglio la Banca Centrale Europea aumenterà i tassi di interesse, nonostante il rallentamento economico in atto. Probabilmente l'aumento dei tassi non sarà sufficiente a far ritornare l'inflazione europea al 2% nel giro di pochi mesi, ma rappresenta certamente un coraggioso passo in quella direzione. Alla luce del contesto europeo in cui siamo inseriti, la soluzione migliore sarebbe quella di abolire completamente il tasso di inflazione programmata nazionale e di sostituirlo con il tasso d'inflazione programmato europeo. In sede di programmazione economica, il governo dovrebbe fissare un tasso di inflazione per l'anno successivo pari al 2%, senza scostamenti superiori o inferiori. Questo tasso manterrebbe comunque l'effetto di àncora per le aspettative, ma eviterebbe le inutili polemiche di questi giorni. Sia ben chiaro: l’eliminazione del tasso di inflazione programmata e la sua eventuale sostituzione con il tasso di inflazione europeo non risolverà tutti i problemi. Il recupero del potere d'acquisto dei salari dipenderà innanzitutto dalla crescita della produttività e, in modo complementare, da un nuovo accordo sul sistema contrattuale. Le polemiche di questi giorni servono in realtà a ricordarci quanto obsoleto sia il nostro sistema contrattuale e quanto sia necessario passare a un rinnovato sistema che leghi maggiormente produttività e retribuzioni. Il prossimo settembre il governo, in sede di revisione del Dpef, avrà l'occasione di sostituire il tasso d'inflazione programmata con il tasso europeo del 2%. Sempre entro settembre, sindacati e Confindustria dovrebbero accordarsi sul nuovo sistema contrattuale. Vedremo con la fine dell’estate chi rispetterà le scadenze.

 

Se Walter si stufa parte la sfida dei quarantenni - FABIO MARTINI

ROMA - L’altro giorno Erminio Quartiani, cinquantenne deputato milanese del Pd, lo diceva scherzando ai colleghi: «Mica finisce che Walter ci saluta e se ne va in Africa?». Quella di Quartiani era una battuta, ma il problema è che da qualche tempo lo stesso interrogativo tormenta le riunioni notturne di una nuova lobby: quella che fa capo a Goffredo Bettini, uomo forte di Walter Veltroni. Già da settimane un drappello di quarantenni veltroniani - tra gli altri il ligure Andrea Orlando, il friulano Alessandro Maran, il lombardo Maurizio Martina, il veneto Andrea Martella, il romano Nicola Zingaretti - si incontrano e sotto la regia di Bettini, ragionano attorno a due scenari entrambi temuti: che succede se Veltroni, stanco delle tanti ostilità interne, non regge e decide di mollare? E che succede se invece Walter è costretto a lasciare dopo una possibile flessione del Pd alle Europee del 2009? Certo, i “bettiniani” non discutono solo di questo, anche perché Walter Veltroni per ora non sembra avere alcuna intenzione di dar corpo alla vocazione africana. Il segretario tira dritto, ieri ha glissato sulla richiesta di sue dimissioni, mostra di pensare al futuro senza ansie. Certo, per ora la questione di un ricambio del leader è stato posto soltanto da Arturo Parisi ed è possibile che nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e nei prossimi anni il leader del Pd riesca a riassorbire le tante spinte che vorrebbero portarlo fuori pista, ma è pur vero che il tema del dopo-Veltroni per la prima volta comincia ad occupare le chiacchiere e le riunioni delle correnti interne. Un tema di cui si occupano due “cenacoli” tra loro contrapposti. Quello di Goffredo Bettini, king-maker da una vita. Quello di Massimo D’Alema. E dai due circoli escono tentazioni analoghe: se proprio bisognerà trovare un successore a Walter, si potrebbe saltare la generazione dei 40-50enni più “visti” - personaggi come Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Sergio Chiamparino, Rosy Bindi - e planare su quarantenni meno sperimentati. Nel circolo di Goffredo Bettini il nome più accreditato è quello di Nicola Zingaretti. Quarantadue anni, romano, fratello minore di Luca - il commissario Montalbano - Zingaretti è salito alla ribalta nazionale 45 giorni fa, quando è stato eletto presidente della Provincia di Roma, compiendo il miracolo di ottenere nelle stesse sezioni elettorali della Capitale 59.000 voti in più di Francesco Rutelli. Protagonista di un cursus honorum da politico di una volta (segretario della Sinistra giovanile, consigliere comunale, segretario dei Ds di Roma, europarlamentare), Zingaretti assomma al profilo del “giovane vecchio” (in politica da 26 anni, un lessico che ricorda i quadri Pci), anche alcuni tratti naif. Nel suo sito, per spiegare “chi sono”, Zingaretti dice di sé: «Dal 1995 al 1997, come vicepresidente dell’Internazionale socialista giovanile, vivo in prima persona alcune tra le più significative vicende politiche degli ultimi anni: contribuisco a ricostruire la rete con i partiti progressisti in Bosnia». Di pasta diversa è Gianni Cuperlo, uno dei pupilli di Massimo D’Alema. Quarantasette anni, triestino, una spessore culturale insolito per un politico - dalla comunicazione alla letteratura - un sito Internet e un blog molto letti, da un anno Cuperlo è uscito dall’officina dalemiana e nell’ultima Assemblea nazionale ha scandito una frase destinata a restare proverbiale. Rivolto a Veltroni «e a chi è stato alla guida negli ultimi 15 anni», ha chiesto «ad una intera leadership di lavorare per consegnare alle nuove generazioni un nuovo partito». Massimo D’Alema sta dunque meditando ad una riedizione del “metodo Deng”, il leader cinese che attorno a sé promosse una generazione giovane, tagliando fuori quella di “mezzo”? Alla fine l’enigma resta lo stesso di sempre: se davvero Veltroni un giorno dovesse uscire di scena, dopo uno strappo così cruento, il Pd è pronto a mettersi nelle mani di giovani di belle speranze? A quel punto non suonerà l’ora di Pierluigi Bersani? L’ex ministro, parlando di rinnovo generazionale, la mette così: «Non basta essere giovani, servono giovani di lungo corso, che abbiano già maturato esperienza, che godano di credibilità esterna». Se non è autoritratto, ci somiglia molto.

 

Un italiano al fianco di Obama – Francesco Semprini

NEW YORK - Lo staff di Barack Obama parla italiano. Aldo Civico esperto della Columbia University entra nella squadra di politica estera del candidato democratico alla Casa Bianca con il compito di seguire le questioni latino-americane, con particolare riguardo alla regione andina e alle relazioni Washington-Bogotà. «Voglio mettere a disposizione la mia esperienza di ricerca e di mediazione soprattutto per la Colombia», spiega. Antropologo con la passione del giornalismo, Civico è il direttore del Centro di risoluzione dei conflitti internazionali della Columbia University (Cicr) - dipartimento fondato nel 1994 da un altro italiano, Andrea Bartoli - ed è affiliato al Center for American Progress (l’osservatorio di orientamento democratico fondato da John Podesta). Il primo approccio con la squadra di Obama risale allo scorso aprile durante un incontro ad Albuquerque con il governatore del New Mexico, Bill Richardson, in merito a una delicata mediazione per liberare tre ostaggi americani nelle mani delle Farc, i ribelli colombiani di matrice marxista-leninista. Da allora le relazioni con il candidato afro-americano sono sempre più strette, sino a quando la scorsa settimana sul blackberry di Civico arriva la proposta di reclutamento da parte dello staff del senatore. «È un onore poter dare un contributo al suo progetto». Perché proprio Obama? «Incarna alla perfezione il bisogno e la speranza di un cambiamento, non è solo un candidato, ma è un vero e proprio fenomeno». La risposta riflette l’antropologo che è in Civico anche se la vita del professore vissuta a cavallo tra vecchio e nuovo continente è una poliedrica collezione di esperienze. Nel 1996 si laurea in Scienze politiche a Bologna ma nel frattempo lavora come consulente politico per il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ed è uno dei protagonisti della crociata antimafia dei primi Anni Novanta promossa dal movimento La Rete. Sull’argomento pubblica nel 1994 «La Scelta», biografia di Ennio Pintacuda, un pioniere dell’antimafia. Terminati gli studi si dedica a tempo pieno al giornalismo, passione coltivata sin da bambino e le cui prime esperienze risalgono al 1987, con una collaborazione con Radio Vaticana. A chi gli chiede quando abbia veramente iniziato risponde: «Quando avevo 8 anni e fingevo di condurre il tg davanti a scatole di scarpe che per me erano telecamere». Il bisogno di comunicare è una costante nella vita di Civico che nella seconda metà degli Anni Novanta collabora con testate italiane, svizzere e con la televisione pubblica tedesca per la quale conduce inchieste sul disagio e sui conflitti socio-culturali nel Mezzogiorno. Nel 2000 approda a New York ed entra al Cicr iniziando il dottorato in antropologia. Matura da subito la passione per le questioni colombiane e dal 2001 svolge ricerche etnografiche sul conflitto armato mentre dal 2003 è impegnato nella facilitazione del dialogo con le guerriglie Farc ed Eln. Contribuisce alla stesura di Engaged Observer libro di Victoria Sanford sulle formazioni paramilitari ed è autore di «Historia de un Paramilitar». È consulente dell’Onu e collabora con il dipartimento di Stato sullo studio di una soluzione negoziata del conflitto colombiano. La prima esperienza politica americana è al fianco di Hillary Clinton come consigliere della campagna sui temi dell’America Latina. «Obama e la Clinton hanno il merito di aver fatto riavvicinare la gente alla politica, specie delle masse rimaste per troppo tempo ai margini del processo decisionale», ci spiega e a chi mette in dubbio che gli Stati Uniti siano pronti a un presidente nero risponde: «L’America è pronta e desiderosa di voltare pagina».

 

Lo scrittore Gore Vidal: "McCain? Un falso eroe di guerra" – M.Molinari

Intellettuale con la passione del paradosso, Gore Vidal si distingue per essere un fustigatore della «amoralità» dell’America, e arrivato a 83 anni, si esprime sulla sfida presidenziale con giudizi al vetriolo: accusa John McCain di essere un «falso eroe di guerra» e solleva dubbi sulla capacità di Barack Obama di «restaurare la Costituzione». D’altra parte l’ultimo libro uscito in Italia («Il Candidato», edizioni Fazi) rispolvera le controverse elezioni del 1876 gettando ombre su quelle attuali. Come vede il duello fra Barack Obama e John McCain? «Anche se gli Stati Uniti sono un Paese insano non riesco a immaginare che vi siano persone pronte a votare per McCain. Non vi sarà alcuna sfida. I democratici vinceranno con facilità e McCain finirà dove merita, nella polvere della Storia». E’ giudizio molto severo... «McCain è un personaggio insignificante, non ha mai detto o fatto nulla di intelligente, neanche una legge, è un politicante». Eppure Obama si riferisce a McCain con rispetto per il fatto che è eroe di guerra... «L’unica cosa che può essere attribuita a McCain è l’essersi fatto abbattere sui cieli di Hanoi. Un atto che avrebbe dovuto essere sanzionato dalla Corte Marziale ma lui non l’ha mai affrontata. E’ un furbo». Cosa pensa delle testimonianze degli ex compagni di prigionia sulle torture subite da McCain? «Penso che è un signor nessuno. Ai miei tempi passai tre anni sotto le armi durante la Seconda Guerra Mondiale. Avevamo eroi come Audie Murphy che in 27 mesi di servizio ebbe 33 medaglie, rischiando la vita. Molti altri fecero lo stesso. McCain è solo un egoista, nato e cresciuto nelle élites, impegnato a ottenere il più possibile al fine di affermarsi. Da senatore l’egoismo ha toccato il culmine. Altro che eroe di guerra. Gli eroi sono quelli che si sacrificano per gli altri». Veniamo a Obama. Come interpreta la sua nomination? «Un fatto storico, di vitale importanza, per i neri che vennero sequestrati, incatenati, spediti al di qua dell’Oceano e sfruttati come schiavi dai bianchi. Non è una storia della quale l’America può sentirsi fiera ma eleggere Obama potrebbe essere una risposta riparatoria, anche se tardiva. Una maniera per dire ci dispiace, siamo desolati, tentiamo di ridarvi almeno in parte ciò che vi abbiamo tolto per così lungo tempo». Ciò significa che se Obama sarà eletto i neri potranno sentirsi parte del sogno americano? «L’America non ha sogni né valori, è una nazione amorale. L’unica cosa che possiede è la Costituzione che è stata violata da Bush e Cheney. Il motivo per votare Obama è più semplice: è una persona intelligente, articolata, mentre McCain no». Se l’America è amorale come potrà Obama risollevarla? «Dovrà restaurare la Costituzione, che fra l’altro stabilisce l’impossibilità di dichiarare guerra senza un voto della Camera dei Rappresentanti». Cosa pensa dell’intento di Obama di superare le divisioni fra liberal e conservatori? «Buona retorica». Unificare l’America è impossibile? «Esatto. Il problema è alle fondamenta». Insomma, non crede neanche nel progetto politico di Obama? «Il punto è che McCain ignora la Costituzione, come tutti gli altri repubblicani, mentre Obama la conosce. Ma il fatto di conoscerla non ci assicura che la restaurerà. Bush e Cheney hanno violato, stracciato la Costituzione. Per questo il deputato Dennis Kuchinich chiede di processarli per gravi crimini. Se fossimo una nazione seria questo processo vi sarebbe. Vedremo che cosa farà Obama quando verrà eletto».

 

Parigi, caccia al giovane ebreo - DOMENICO QUIRICO

PARIGI - Il padre, la comunità ebraica, la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo non hanno dubbi: lo hanno massacrato a sprangate perché è ebreo, perché portava la kippah, perché vive in un quartiere, il XIX arrondissement di Parigi, dove la comunità di ultraortodossi è molto numerosa. Un giovane di 17 anni, Rudy Haddad, è all’ospedale, in coma, con fratture al cranio, molte costole fracassate; i medici sono prudentissimi sulla possibilità che si salvi. Lo hanno colpito in strada, con pugni, calci e sbarre, lasciandolo sul marciapiede di rue Petit; un gruppo di alcune decine di giovani, ragazzi di origine africana secondo un testimone, che la vittima aveva incrociato per strada. Cinque tra loro sono stati arrestati. Li si interroga, si cerca di capire perché. Tutto questo proprio nel giorno in cui il presidente Sarkozy inizia una visita in Israele che ha lo scopo dichiarato di rinsaldare i legami con il mondo ebraico; che vuole fugare l’ombra pesante costruita negli ultimi anni appunto dalle macchie dell’antisemitismo. Così la Francia è costretta a reinterrogarsi, di fronte alla brutalità di una tragedia, su questa malattia infame della sua storia. La rode il sospetto che stia montando pericolosamente un nuova versione di antisemitismo, che si tinge di colori etnici, che diventa guerra di bande. In una Repubblica che continua a proclamare intatta la sua capacità di integrazione. Il padre del ragazzo, Philippe, ieri alla radio ripeteva la sua accusa: «Mio figlio aveva la kippah in testa, lo hanno assalito perché è ebreo». Eppure è impossibile non notare la ritrosia, la cautela con cui ieri per molte ore il Ministero degli Interni ha esitato a classificare la tragedia come atto aperto di antisemitismo. Quando già il presidente Sarkozy aveva emesso un comunicato in cui riaffermava la sua «totale determinazione a combattere tutte le forme di razzismo e di antisemitismo». Tre poliziotti di Amiens sono stati arrestati pochi mesi fa per aver gridato in un bar «morte agli ebrei», «bisogna riaprire le camere a gas». Segno che il male è profondo, non risparmia neppure coloro che dovrebbero curarlo. Per capire quanto è successo bisogna calarsi nel XIX arrondissement, che non è una periferia impregnata di veleni, ma parte viva della capitale. Il ragazzo è stato assalito in rue Petit: a poche centinaia di metri, al numero 49, c’è la sinagoga Beth «Haya Mouchka» frequentata dagli ultraortodossi. Racconta il sindaco del XIX, Roger Madec, socialista: «C’è una tensione comunitaria molto forte che inquieta». Tutto ruota attorno al parco delle Buttes-Chaumont, uno dei più grandi della città, deliziose collinette verdi, laghetti, sentieri creati per il piacere dei sudditi di Napoleone III. Per far dimenticare che su uno dei monticelli un tempo c’era la forca per i condannati a morte. Bello ma pericoloso, impossibile attraversarlo di sera. E’ qui che le bande di maghrebini attaccano e si scontrano violentemente con i coetanei ebrei. Le kefiah e i cappucci contro le kippah: insulti spinte scontri violenti, occhieggia il piano di ripulire etnicamente il quartiere dai nemici, dagli «intrusi». «Una questione più sociale che razziale» spiega qualcuno che cerca di negare l’antisemitismo, assicurando che i ragazzi ebrei passano il più delle volte senza problemi. Ora molti nella zona raccontano con rabbia che già il 10 giugno la polizia era stata avvertita delle violenze che si ripetevano ogni fine settimana, invocando l’invio di rinforzi. Che adesso, forse un po’ in ritardo, esige anche il sindaco: «Ci vogliono più poliziotti qui, almeno per un certo tempo, per portare la tranquillità; è una terra di asilo dove tutti hanno sempre vissuto insieme, e deve restarlo». Una visione che molti considerano superata dagli eventi. «Sos racisme» per esempio usa toni e parole più dure: «La lotta per il controllo del territorio della zona del parco è moneta corrente per gruppi di ragazzi che tendono a vivere in base alla propria origine». E la Lega contro l’antisemitismo aggiunge una domanda brusca: «Fino a quando la Repubblica tollererà i ricatti di queste bande che con la loro violenza attaccano i nostri ragazzi?». E’ la nuova versione della guerra delle banlieues, ma portata nel cuore stesso della Francia.

 

Repubblica - 23.6.08

 

Il popolo cattolico disperso in politica - ILVO DIAMANTI

DOPO il voto, le polemiche intorno al rapporto fra Chiesa e politica sembrano meno accese. La netta vittoria del Centrodestra, anzitutto, ha espunto dall'agenda parlamentare i temi etici, che tante polemiche avevano sollevato, soprattutto nel Centrosinistra. Per questo, le materie che hanno ostacolato il breve percorso del governo Prodi (coppie di fatto, fecondazione assistita, eutanasia) probabilmente verranno accantonate. Mentre difficilmente il Centrodestra rivedrà la 194, che regola l'interruzione della gravidanza, come vorrebbero le gerarchie ecclesiastiche. D'altronde, il Pdl ha lasciato solo Giuliano Ferrara a combattere la sua battaglia per la moratoria contro l'aborto. È probabile che, sull'argomento, prevalga la rimozione. Come, in fondo, è avvenuto in campagna elettorale, per tacita, reciproca intesa fra i due maggiori candidati premier. A Berlusconi, d'altronde, non piace aprire grandi e laceranti discussioni fra gli elettori; i suoi, in particolare. Preferisce dialogare con la gerarchia in modo diretto. A tu per tu. Rassicurando il Pontefice sul sostegno alle famiglie e alle scuole cattoliche. Oppure invitando un vescovo a spendersi affinché la Chiesa permetta ai divorziati di "fare la comunione" (quindi anche, ma non solo, a lui: per evitare il sospetto di una indulgenza "ad personam"). Le posizioni della Chiesa, inoltre, in questa fase non favoriscono una specifica parte politica. Sui temi bioetici e sulla famiglia la gerarchia ecclesiastica è in contrasto con il Centrosinistra. Ma avviene il contrario in materia di sicurezza e di immigrazione. Così, la "questione cattolica", in Italia, non sembra più al centro del dibattito politico. Anche la polemica di Famiglia Cristiana sul ruolo dei cattolici nel PD avrebbe avuto un impatto mediatico assai maggiore qualche mese fa, quando i Democratici erano al governo. Mentre ora sono la minoranza della minoranza. Tuttavia, è lo stesso risultato elettorale ad aver complicato il rapporto tra Chiesa e politica. Dopo la fine della Dc - il partito dei cattolici - la Chiesa ha scelto di agire in proprio sui temi di maggiore interesse. La gerarchia è intervenuta in modo diretto, insieme a gruppi, circoli e comitati del mondo cattolico. Ha investito con maggiore decisione sulla comunicazione e sui media. Dai quotidiani (L'Osservatore Romano, l'Avvenire, Famiglia Cristiana) alle emittenti radiotelevisive. Sostenuta da intellettuali e media "non" cattolici. Anzi: laici; atei (più o meno) devoti. Raccolti intorno al Foglio di Giuliano Ferrara. Una "Chiesa extraparlamentare", l'ha definita Sandro Magister in un lucido saggio di alcuni anni fa (pubblicato dall'Ancora del Mediterraneo). Capace di promuovere massicce campagne di opinione. Disposta a "scendere in campo" direttamente, come ha fatto in occasione del referendum sulla procreazione assistita. Questo modello è stato ispirato e guidato dal cardinale Camillo Ruini. Che ieri si è congedato dal ruolo di "vicario" di Roma, dopo quasi 18 anni. Esortando i vescovi, nel commiato, a non essere "sudditi". Di certo non lo sono stati negli ultimi 20 anni. Semmai il contrario. Tuttavia, questa linea oggi appare in discussione. Per funzionare, esige una Chiesa in grado di orientare, almeno in parte, le scelte elettorali dei cattolici. In modo da premiare oppure punire le forze politiche, in base alla coerenza con le posizioni della Chiesa. Capace, ancora, di influire sulle scelte legislative, attraverso parlamentari "fedeli". Come un "gruppo di pressione" (non diremo "lobby", per non generare equivoci) in grado di esercitare una "pressione" efficace. Ciò non è avvenuto, in questa fase. Giuliano Ferrara (ancora lui) ha denunciato, dopo le recenti elezioni, l'indebolirsi della presenza dei cattolici e degli esponenti vicini alla Chiesa: nell'attuale governo e nei posti-chiave dei principali partiti. Conseguenza implicita della scelta della Chiesa di non scegliere. Di non schierarsi apertamente. E, semmai, di appoggiare l'Udc di Casini e di Pezzotta. Coltivando una tentazione neodemocristiana. Una critica esplicita alla strategia "extraparlamentare" di Ruini. Le recenti elezioni, d'altra parte, sottolineano come, dopo la Dc, sia finita anche l'era dell'unità politica dei cattolici. In modo, forse, definitivo. Lo mostrano i dati dell'indagine condotta dal Laboratorio di Studi Politici dell'Università di Urbino (LaPolis) nelle settimane successive al voto (campione nazionale di oltre 3300 casi). I cattolici confermano, come nel recente passato, di essere orientati prevalentemente a centrodestra. Il 34% di coloro che frequentano assiduamente la messa domenicale ha, infatti, votato per Veltroni (il 30% per il PD); il 48% per Berlusconi (il 41% PdL). Tuttavia, la differenza rispetto al totale dei votanti non è eccessivo. Fra i cattolici praticanti, infatti, il Pd ottiene 3 punti e mezzo in meno rispetto a quanto avviene fra i votanti nell'insieme. Il contrario del PdL. Tuttavia, conviene rammentare che quanti vanno regolarmente a Messa (secondo l'Osservatorio socio-religioso triveneto, diretto da Gian Antonio Battistella e Alessandro Castegnaro) costituiscono una quota di poco inferiore al 30% della popolazione. Per cui, rispetto al risultato ottenuto dal Pd e dal PdL fra i votanti nel complesso, la differenza espressa dal voto dei cattolici praticanti si riduce a circa l'1%. L'Udc, da parte sua, ha effettivamente intercettato una quota di cattolici quasi doppia rispetto al proprio peso elettorale. Il 10% dei cattolici praticanti assidui. Che, però, sul totale dei voti validi, significa non più del 3%. Poco per garantire ai cattolici peso e rappresentanza. Anche perché, comunque, il 90% dei cattolici ha votato diversamente. Dati molto simili emergono da altre ricerche (Itanes, nella parte curata da Luigi Ceccarini; dati Ipsos, nelle analizzati da Paolo Segatti e Cristiano Vezzoni). Anche per questo riteniamo che i progetti neocentristi volti ad allargare la base elettorale dell'Udc non produrranno effetti significativi. Visto che la presenza radicale nel Pd non pare averne indebolito la capacità di attrarre il voto cattolico. Peraltro, nella base elettorale dei principali partiti (Udc esclusa), i cattolici praticanti costituiscono una porzione significativa, ma minoritaria. E, sui temi sociali ed etici, esprimono posizioni maggiormente vicine alla parte politica di riferimento piuttosto che alla Chiesa. Semmai, la preferenza per il Centrodestra appare molto più evidente fra i cattolici che esercitano la pratica religiosa in modo saltuario. Una componente, peraltro, ampia degli elettori (circa un quarto del totale), poco sensibile agli insegnamenti ecclesiastici. Animati da grande fiducia nella Chiesa, questi cattolici interpretano e praticano una religione secolarizzata e privatizzata. Più simile al "senso comune" che a una professione di fede esercitata con coerenza. L'influenza della Chiesa, per essere davvero influente, deve rivolgersi in particolare a questo popolo di "fedeli tiepidi". Peraltro, più tradizionalisti e orientati a destra, sui temi etici ma anche sociali. Tuttavia, la "missione" perseguita da Benedetto XVI non dimostra indulgenza verso il relativismo religioso ed etico. Al contrario, mira a recintare il "campo religioso", tracciando confini chiari fra la verità dei cattolici e quella degli altri. Per questo potrebbe avvenire che la Chiesa abbandoni la via extraparlamentare. Che la gerarchia cattolica concentri la propria pressione (e la propria "missione") sulla politica e i politici. Cattolici e non. Ma, ancor prima, sugli stessi cattolici. Soprattutto, i più "relativi". Per rafforzare il potere di rappresentanza della Chiesa. E, forse prima ancora, per "educarli". Per trasformare la loro fede da relativa in assoluta.

 

"Basta con la corsa al logoramento. E' Walter, anche al prossimo giro" - GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - Il vicesegretario del Pd Dario Franceschini dice di aver ben presenti i problemi: "Un clima di demoralizzazione fisiologico ma profondo, la necessità di una riflessione seria e non consolatoria sulla sconfitta per capirne le ragioni". Ma vede anche altro: "È ricominciato lo sport nazionale dei gruppi dirigenti del centrosinistra: logorare il leader. Questa disciplina va abolita. Veltroni ha ricevuto il mandato per costruire un partito e prepararsi a vincere le elezioni politiche come candidato premier. Solo un disonesto può pensare che il suo compito fosse invece quello di fare il Pd e conquistare Palazzo Chigi in appena tre mesi". Lei pronostica lunga vita al segretario, altri invece si chiedono quanto possa durare un uomo così accerchiato. "Penso, innanzitutto, che dobbiamo riflettere senza spiegazioni autoassolutorie sul voto del 13 aprile. La sconfitta è stata temperata da un nostro ottimo risultato in termini percentuali ed è positivo che un partito appena nato abbia superato, in tutta Italia, la somma dei partiti sciolti per dargli vita. Ma il dato più profondo è che i consensi raccolti da tutto il vecchio centrodestra e tutto il vecchio centrosinistra confermano che dal '94 in poi Berlusconi è sostanzialmente maggioranza nel Paese. Oggi, però, il divario è aumentato a loro favore. Quindi serve quello che abbiamo appena iniziato a fare: un ragionamento sui limiti del Pd, una registrata al nostro modo di stare all'opposizione per radicare il partito, per parlare a quel pezzo di Italia che ha apprezzato la novità del Pd ma questa volta non ci ha votato. Per realizzare questi obiettivi, lo capisce anche un bambino, non bastano i due mesi e dieci giorni trascorsi dal 13 aprile. Mi pare un po' presto per fare bilanci e chiedere svolte". Quando si subisce una sconfitta pesante può succedere di passare la mano. Tornando a bomba: quanto dura Veltroni? "Questa domanda riflette la storia dell'Ulivo da quando è nato, più di dieci anni fa. Lo sport principale di gran parte dei gruppi dirigenti è stato quello di logorare il leader. Prodi vince nel '96 e subito si comincia a dire che non è adeguato, va a Palazzo Chigi D'Alema e un minuto dopo si pensa che è impossibile andare con lui alle successive elezioni, viene sostituito da Amato ma ci si mette a cercare un candidato alternativo, si candida Rutelli, che gestisce un'altra faticosa rimonta, ma dopo la sconfitta bisogna rimpiazzarlo, torna Prodi e si ricomincia daccapo". È il turno di Veltroni. "Veltroni conduce tra gli applausi di tutti una campagna elettorale difficilissima, ma dopo il voto comincia il logoramento. Con una differenza profonda. Negli altri casi i leader erano i candidati di una coalizione alle politiche, in questo caso logorare Veltroni significa indebolire il partito che sta ancora nascendo. Mi chiedo: è davvero inevitabile questa specie di sport nazionale, non possiamo da questo punto di vista diventare più europei?". Ma non è nei "paesi normali" che gli sconfitti si dimettono? "In Europa si lascia al leader il tempo di costruire il partito e di gestire il cammino per vincere le successive elezioni. Cameron in Gran Bretagna è da quattro anni a capo dei conservatori e li guida in vista del prossimo voto. Aznar è diventato numero uno del Pp spagnolo nel '89, ha perso nel '93 e ha vinto nel '96. La Merkel è stata eletta segretario della Cdu nel 2000 e ha conquistato la vittoria nel 2005. Zapatero è capo del Psoe dal 2000, ma è andato al governo nel 2004. Blair è diventato il leader laburista nel '94 e ha vinto nel '97. Questi dirigenti politici hanno chiesto e avuto degli anni per fare un lavoro profondo di cambiamento dei loro partiti senza perdere le giornate nelle tensioni e nelle beghe interne. Possiamo fare così anche noi? Anche perché è del tutto chiaro che il giorno in cui al posto di Veltroni ci fosse un altro, il gioco del logoramento ricomincerebbe daccapo". Stupisce che il 30 per cento di italiani abbia votato un partito guidato da dirigenti tanto ingenerosi e rissosi. "Abbiamo fatto il Pd proprio per cambiare questa cultura. E in questo cambiamento si sono riconosciuti gli elettori delle primarie, quelli che hanno riempito le piazze durante la campagna elettorale e oggi ci chiedono di andare avanti. Certo, se aprono i giornali e vedono un partito avvitato su se stesso, hanno ragione a scoraggiarsi. Siamo a un bivio. Da una parte, si consolida una gestione collegiale del partito e si cerca di realizzare un dibattito aperto e franco, ma che concorre al rafforzamento della leadership e al radicamento del Pd. La strada opposta è quella di aspettare le Europee magari immaginando che con il 29,9 si perde e con il 30,1 si vince. Insomma, un percorso di guerra in cui tenere in costante litigiosa precarietà il partito e la leadership". Ma davvero Veltroni può ricandidarsi alle prossime elezioni? "Penso che questo sia il mandato che ha ricevuto. A meno che qualcuno, in modo disonesto, pensi che il suo compito fosse costruire il Pd e vincere contro il centrodestra in tre mesi e in quelle condizioni". Il suo appello rischia di cadere nel vuoto. Non sarebbe il caso invece di prendere l'iniziativa, magari anticipando il congresso? "Per carità, nessuno vuole sottrarsi. Avremo il congresso nazionale. Sarei un pazzo a dire che non si tocca niente per cinque anni. Anzi. Ma per mutare le cose serve profondità di analisi e tempo. Prendiamo il tema dell'opposizione. Cosa dovevamo fare: metterci a sbraitare subito contro il mostro Berlusconi? Sapevamo che sarebbero arrivate puntuali le occasioni per opporci. E vedrete che non ci manca né la forza né la voce per contrastare il Cavaliere". Parisi è netto. Dice che bisogna cambiare subito il leader, altrimenti la crisi trascinerà nel baratro l'intero Pd. "E dov'è la notizia? Parisi fa così da 15 anni. Pensa che ogni momento positivo sia merito suo e ogni difficoltà sia figlia invece della tragica colpa di non aver seguito i suoi preziosi consigli. Parisi approva, Parisi collabora: quella sarebbe stata la novità da titolo".

 

Gli alunni di altri paesi fra 3 anni saranno un milione

SALVO INTRAVAIA e VLADIMIRO POLCHI

ROMA - I registri di classe fotografano 166 nazionalità diverse. Sono quelle degli studenti presenti tra i banchi delle scuole italiane. L'ondata di alunni stranieri, infatti, non si arresta: 574mila nell'anno scolastico in corso, saranno un milione nel 2011. A livello nazionale rappresentano poco meno del 6% degli iscritti, ma in molte province del centro-nord raggiungono concentrazioni record: fino al 14%. Il rischio? Il formarsi di scuole-ghetto. Per capire il fenomeno, basta leggere i dati del ministero dell'Istruzione: 500.512 nel 2006/2007, gli alunni di cittadinanza straniera sono ora 574mila. Di questi, quasi 200mila sono nati in Italia. In testa, da un anno, ci sono i romeni (92mila alunni, 24mila in più rispetto all'anno scorso), seguono gli albanesi (84mila), i marocchini (75mila) e i cinesi (27mila). Frequentano per lo più la scuola primaria (dove sono il 6,8% degli iscritti) e secondaria di I grado (6,5%). Preferiscono, poi, gli istituti professionali (7,5% degli alunni) ai licei classico e scientifico (meno del 2%). Dove studiano? Per lo più nel nord, con alcune province record: a Mantova sono il 14% degli studenti, a Piacenza e Prato oltre il 13%, a Reggio Emilia il 12,6%. In numeri assoluti sono le province di Milano (48mila alunni stranieri) e Roma (39mila) a farla da padrone. Non mancano casi limite: classi con oltre la metà di studenti stranieri. Tanto che a Torino An ha chiesto di porre un tetto del 10%. "Come sanno molte mamme il problema è diventato didattico - ha affermato il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini il 10 giugno scorso - nella classi con molti bimbi immigrati, gli italiani sono costretti a lezioni più lente, per venire incontro alle lacune di quelli stranieri. Su questo va fatto qualcosa". Per evitare, per esempio, casi come quelli della scuola di via Magreglio, a Milano. Mariangela Bastico, ex vice ministro della Pubblica istruzione, non ha dubbi: "Il caso di Milano è l'affermazione di un principio discriminatorio nei confronti degli alunni stranieri: mi auguro che il ministro intervenga per sanare questa situazione, che è in aperto conflitto con la circolare sulle iscrizioni relative all'anno scolastico 2008/2009 emanata a dicembre 2007. Per favorire l'integrazione, non solo non sono ammesse classi di soli stranieri, ma sono sconsigliate anche percentuali elevate di alunni non italiani". A puntare il dito contro il ministero dell'Istruzione, è anche il sociologo Asher Colombo, direttore di ricerca sull'immigrazione all'istituto Cattaneo di Bologna: "Ad oggi mancano dati ufficiali sulle presenze straniere scuola per scuola, sul rendimento scolastico di questi studenti, sulle nazionalità più in difficoltà". Sarà il allora caso di attivarsi, anche perché secondo lo stesso ministero, nel 2011 gli studenti stranieri saranno un milione.

 

Prete innamorato, vescovo caccia il giornalista dello scoop

FILIPPO TOSATTO

PADOVA - Vade retro, stampa. L'arcivescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, ha cacciato platealmente dalla chiesa il giornalista autore dello scoop sulla vicenda di don Sante Sguotti, l'ex "parroco innamorato", padre di un bambino, ora ridotto dal Papa allo stato laicale. È accaduto nella mattinata di ieri nella cappella di San Bartolomeo, a Monterosso sui Colli euganei, dove Sguotti era parroco fino a un anno fa. Il vescovo, entrando in chiesa, ha chiesto ad alta voce se tra i presenti vi fosse Gianni Biasetto, corrispondente del "Mattino di Padova", e dopo averlo individuato lo ha preso sottobraccio portandolo fuori e intimandogli: "Tu non puoi stare qui, qui comando io e adesso esci". Una scena, conclusa dall'indice alzato del prelato che ha ammonito il cronista a non rientrare, svoltasi nell'imbarazzato silenzio dei fedeli. "Mi sono sentito offeso e umiliato - è il commento di Biasetto - evidentemente il vescovo considera anche me un emissario del "principe delle tenebre", epiteto che aveva usato in una lettera inviata a don Sante. Io sono un cattolico praticante e quanto è successo mi imbarazza molto, perché sono stato additato come indegno di stare in chiesa davanti a tutta la comunità. La mia sola colpa, ammesso e non concesso che lo sia, è di aver fatto il mio lavoro e di aver scritto semplicemente la verità". Il comportamento del vescovo (che in Curia definiscono "esasperato" dalla prolungata attenzione rivolta dai media al caso del prete-papà) ha suscitato una pioggia di proteste: "Un gravissimo attacco alla libera e corretta informazione in uno Stato laico dove il dialogo e il confronto tra cittadini, vescovi compresi, dev'essere fondato su rispetto e tolleranza reciproci", è la condanna espressa dal comitato di redazione Finegil (il gruppo per cui lavora Biasetto), sindacato veneto giornalisti e Unione cronisti italiani. "Intollerabile e inaccettabile. Non ci sono altri aggettivi per definire quanto successo nella chiesa di San Bartolomeo a Monterosso di Abano", ha affermato Guido Columba leader dell'Unione Italiana Cronisti. "L'unica colpa ascritta al giornalista è quella di aver fatto il proprio mestiere riportando l'evoluzione di una vicenda che è rimbalzata sulle cronache nazionali e internazionali".

 

Corsera – 23.6.08

 

L’occasione del riformismo - MICHELE SALVATI

Nonostante l'inopportuna (è un eufemismo) iniziativa del presidente del Consiglio in campo giudiziario, e su questioni in cui è personalmente coinvolto, è mia impressione che questa legislatura prenderà un indirizzo diverso da quella del 2001-2006. Anche la XIV legislatura era iniziata, in modo ancor più plateale, con la sistemazione di alcune vicende giudiziarie del premier, ma 7 anni non sono passati invano e hanno prodotto forti spostamenti nel peso e nelle strategie dei principali attori politici. Li elenco brevemente, limitando i miei commenti al disegno delle politiche economico-sociali. Nel centrodestra, sotto la regia di Giulio Tremonti, è sparito ogni residuo riferimento a questioni di principio: lo slogan «mercato quanto è possibile, Stato quanto è necessario» dà al ministro dell'Economia una sconfinata latitudine di intervento, sicché può dedicarsi a costruire con fondi pubblici una «Banca del Sud» mentre aggredisce — ma vedremo se lo farà — i servizi pubblici locali. Ciò che certamente il governo non farà è di impantanarsi in battaglie di principio come quella sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: se la vogliono scatenare, lo facciano i liberal dell'opposizione. I provvedimenti varati nel Consiglio dei ministri della scorsa settimana — in 9 minuti, è stato detto, segno di una delega totale al ministro dell'Economia — sembrano ispirati a logiche di consenso (la Robin Tax: l'eliminazione dell'Ici, similmente motivata, era già stata decisa), di buona amministrazione, nonché a un residuo spirito liberale: ne sono esempi alcune delle iniziative già illustrate da Renato Brunetta sul pubblico impiego e da Maurizio Sacconi su quello privato e in tema di welfare , nonché varie misure in materia fiscale e in tema di giustizia. I provvedimenti sono appena abbozzati e bisognerà rinviare il giudizio a una lettura dei decreti e dei disegni di legge in cui verranno trasfusi. Quello che si può dire sin d'ora è che l'architettura finanziaria non è diversa da quella che anche il programma dell'opposizione prevedeva (pareggio al 2011, da attuarsi prevalentemente mediante riduzioni di spesa e con una graduale riduzione della pressione fiscale) mentre l'insieme delle misure proposte sembra molto al di sotto dell'impatto necessario a stimolare una significativa ripresa del reddito e della produttività. Per non dire dei redditi da lavoro dipendente e dei consumi. Questo atteggiamento pragmatico del governo lascia spazio a significativi apporti delle opposizioni e mi sembra che tale spazio non sia stato escluso dalla maggiore di esse, il Partito democratico, nonostante la comprensibile reazione all'emendamento salva-premier e al lodo Schifani. Dal 2001 è passato molto tempo: al posto dell'Ulivo, condizionato dalle minoranze radicali che poi confluiranno nell'Unione, dai vorticosi girotondi di allora, da un sindacato che promuoveva manifestazioni di massa in difesa dell'articolo 18, abbiamo un partito che ha fatto di un riformismo ragionevole la sua ragione d'essere e che rinnega l'antiberlusconismo come cemento di una coalizione alternativa. I partiti della sinistra radicale sono scomparsi dal Parlamento e sono in crisi profonda. La «società civile» che promuoveva i girotondi è smobilitata. Nella Cgil, al posto di un Sergio Cofferati pressato dall'iniziativa della Fiom e delle minoranze di sinistra, abbiamo un Guglielmo Epifani che sta promuovendo un forte ricambio interno in direzione riformistica. Naturalmente c'è sempre la possibilità che misure aspre del governo scatenino una forte reazione e ricompattino tutti i sindacati, anche nelle componenti più riformiste: inserire nel Dpef un tetto all'1,7% per l'inflazione programmata sembra fatto apposta per ottenere questo effetto e dare al sindacato una grande capacità di mobilitazione. Ma potrebbe trattarsi di un ballon d'essai per poi contrattare un tetto più ragionevole, anche se più basso dell'inflazione di oggi e di quella probabile domani. La più grande forza di opposizione non può rinnegare la strategia sulla base della quale si è definita, in assenza di ogni realistica strategia alternativa. E' dunque probabile che le misure del governo vengano valutate una per una, e che il Pd cerchi di chiarire a se stesso e al Paese la sua identità riformistica proprio attraverso le misure che accetta come il governo propone, quelle che cerca di modificare e quelle che respinge. Per ognuno di questi casi spiegando il perché alla luce di criteri di efficienza e di equità. Cinque anni sono molto lunghi. La situazione è molto grave e chi governa, anche se governa bene, corre comunque il rischio di scontentare gli italiani: oggi il potere logora chi ce l'ha, a differenza di quanto pensava Andreotti. Se il Pd non spreca questi anni in faide interne, se non fa opposizione massimalistica, se dà l'idea di avere un progetto credibile per il Paese, la possibilità di succedere al centrodestra nelle prossime elezioni politiche non è così incredibile come può sembrare ora.

 

Scongiurare la rissa: il gesto del Quirinale - Marzio Breda

U n tentativo difficile come disinnescare una bomba con il timer già attivato. Un'estrema chiamata alla responsabilità per evitare che lo scontro tra politica e magistratura degeneri in modo irreparabile. Una mossa per disarmare almeno provvisoriamente una delle due parti in conflitto (i giudici, stavolta) ed evitare così che l'altra parte (il premier Berlusconi) faccia evolvere il suo ultimo attacco alle toghe in un'irreparabile dichiarazione di guerra. Ciò che avverrebbe con la «esplosiva» conferenza stampa minacciata dal Cavaliere entro la settimana e che il Quirinale spera ancora sia congelata. E' questo lo spirito con il quale Giorgio Napolitano affronta ieri mattina un lungo colloquio telefonico con il suo vicario al Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino. Ciò che il capo dello Stato vuole anzitutto chiarire è la consistenza di quanto riportato con grande rilievo da giornali e tv, secondo i quali il Csm sarebbe ormai pronto «all'attacco contro il governo» e si preparerebbe a bocciare l'emendamento blocca-processi perché «incostituzionale» su almeno due versanti. Gli spiega Mancino che quei titoli sono lievitati su indiscrezioni relative all'orientamento preso in fase preistruttoria da uno dei magistrati incaricati di predisporre una bozza che dovrà servire come base di discussione per il successivo parere del Csm. Insomma, la conclusione è che «si sono aperte polemiche immotivate su un parere inesistente». E tutto per una fuga in avanti dei mass-media che, generalizzando quelle singole perplessità, avrebbero spiazzato lo stesso vice presidente del Csm. Il quale, nel preciso momento in cui la «notizia» dilagava, era impegnato ad ammonire la politica (con toni assai aspri anche lui, peraltro) dal compiere scelte senza ritorno invitandola a non cercare «espedienti per eludere» la legge. Una vulgata, quella dei due Palazzi, che lascia tuttavia spazio a una domanda, subito rimbalzata negli ambienti del centrodestra: se i termini della vicenda sono davvero questi, perché non smentire tutto fin da sabato, quando le agenzie di stampa hanno lanciato la notizia? Resta comunque il fatto che la precisazione, con il corredo dei prossimi passaggi formali che attendono il lavoro di Palazzo dei Marescialli, il presidente della Repubblica la fa diramare con una nota ufficiosa all'ora di pranzo. L'idea è che forse questo colpo di freno potrebbe smorzare il braccio di ferro. Cosa tutt'altro che facile, ovviamente. E infatti nel centrodestra c'è chi parla comunque di «riformare il Csm» e recrimina su un «abusivo» ruolo di Terza Camera che avrebbe assunto. Sarà un punto chiave del prossimo dibattito. Un punto destinato a dividere ancora una volta chi vorrebbe contemplare per il Csm solo compiti di alta amministrazione della macchina giudiziaria (nomine, azioni disciplinari, scelte di efficienza processuale, ecc.) e chi invece sostiene che all'organo di autogoverno spetta anche un compito di alta consulenza sulle leggi, con il diritto-dovere di esprimere pareri motivati. Un esercizio sempre pacificamente esercitato, fino alla caduta della Prima Repubblica. E che oggi, messo in dubbio, potrebbe approdare come questione aperta sul tavolo di Napolitano, assieme all'emendamento cosiddetto «salva-premier».

 

La profezia di Zapatero -  Aldo Cazzullo

E così ci hanno superati pure nel calcio. Sul campo gli italiani battevano gli spagnoli per diritto divino dai tempi di Zamora e Alfonso XIII. Nel frattempo loro ci hanno sopravanzati in quasi tutto il resto. A Vienna, per dire, l'Italia schierava ‘Gnazio La Russa, la Spagna re Juan Carlos (per quanto oggettivamente ridimensionato dall'intervista in italo-spagnolo concessa ad Amedeo Goria). Unica consolazione: Zapatero sarà pure un leader giovane e dinamico, ma di calcio sa poco. Non soltanto — a differenza di Berlusconi, e analogamente a politici minori tipo Churchill e de Gaulle — non ha vinto cinque Coppe dei Campioni; ha pure pronosticato una partita scoppiettante («Vinciamo noi 3-2!»). A Zapatero queste cose piacciono: prima delle elezioni del marzo scorso, aveva affidato al direttore del Mundo un foglietto con il numero — 172 — dei seggi che il suo Partito socialista avrebbe conquistato. Furono solo 3 di meno: comunque, vittoria. Anche stavolta ha vinto lui. Ma al termine di un match senza reti. Ha fatto miglior figura il nostro premier, per una volta prudente e silenzioso. Per giunta siamo — o crediamo di essere — molto amici, quasi parenti. Zapatero e Berlusconi appartengono a due generazioni e due famiglie politiche lontane, ma il rapporto personale è ottimo. Si stanno simpatici. Alla vigilia del 13 aprile, il premier spagnolo mandò un video augurale a Walter Veltroni (Zapatero dice Ualter); ma il giorno dopo fu il primo tra gli stranieri a congratularsi con Berlusconi. I due simpatizzarono fin da quando, nel maggio 2004, il Cavaliere volle abbracciare l'ospite non solo metaforicamente, smarcandosi da Fini che ne aveva criticato il programma laicista: «Tra me e José Luis le posizioni sono identiche». Non era proprio così, ma sei mesi dopo lo riabbracciò in pubblico, stavolta a Cuenca: «Io e José Luis siamo due guapos », fu la risposta agli applausi della folla. Qualche recente dissapore, italiani e spagnoli l'hanno avuto anche fuori dal calcio. C'era ancora Prodi quando Zapatero annunciò il sorpasso di Madrid nel pil pro capite, e il Professore contestò: «Non è vero, in media restano più ricchi gli italiani ». La ministra Bibiana «Bibi» Aido, appoggiata dalla vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega, parlò di razzismo italiano dopo i roghi nei campi rom e la stretta sulla sicurezza del nuovo governo. Schermaglie. Per il resto, italiani e spagnoli si sono inventati una fratellanza che nella storia non è mai esistita. Anzi, i due popoli si sono detestati e combattuti per secoli, e persino quando si allearono come a Lepanto gli screzi furono tali che il patto venne subito infranto (scrive Arrigo Petacco nel minuzioso libro dedicato alla battaglia che fino all'assedio di Famagosta e già qualche mese dopo la Serenissima si trovava meglio con i turchi di Selim II, la cui favorita e madre dell'erede al trono era per altro veneziana). L'equivoco nasce forse dalla percezione distorta che l'Italia ha della Spagna, e viceversa. Se gli spagnoli, e non solo, pensano l'Italia come un'immensa Napoli, con il sole la pizza il mandolino gli spaghetti e tutto, noi pensiamo la Spagna come una grande Andalusia. La Spagna verde, atlantica, zitta, diffidente, ci è estranea; sono posti dove non si va in vacanza e che non si vedono in tv. In realtà, spagnoli e italiani sono molto diversi. Ad esempio un'antica diceria popolare iberica, radicata nei secoli del declino e delle guerre civili, racconta che la Spagna sia nata sotto una cattiva stella. In Italia avevamo inventato invece la leggenda dello stellone (ridimensionata pure quella dai rigori di ieri). Per il resto, le parti si sono invertite. Come informano le statistiche, gli spagnoli sono il popolo più ottimista d'Europa, e noi il più pessimista. Gli spagnoli ci sono diventati simpatici qualche decennio fa, quando abbiamo scoperto che erano più poveri e più disorganizzati. Nel frattempo il sistema di Madrid, uscito da una dittatura autarchica, si è rivelato capace di batterci. In due generazioni, gli spagnoli hanno creato imprese in grado di comprare o contendere quote delle società italiane che gestiscono i telefoni e le autostrade, nel Paese con la massima concentrazione di telefonini e di auto al mondo. Così Telefonica è entrata in Telecom, e Abertis è stata fermata dalla politica sulla soglia della fusione con Autostrade. La Spagna è di gran moda, considerata un punto di riferimento per la gioia di vivere, la concordia tra le parti sociali, la flessibilità del lavoro, il progresso dei diritti civili. La società spagnola pare un modello di dinamismo sia ai progressisti («Viva Zapatero! ») sia ai restauratori, ai sostenitori del matrimonio omosessuale come ai difensori della famiglia tradizionale, agli amanti della movida e dei film di Almodovar come ai neocatecumenali seguaci del santo chitarrista Kiko Arguello e ai ciellini che dopo la morte di Giussani si sono affidati allo spagnolo Carron. E' la derrota di cui parla Panucci, che a Madrid ha trovato casa e moglie (già lasciata però). Eppure da qualche mese la crisi finanziaria e immobiliare morde i primati della Spagna. La partita, quella vera, non è certo finita stasera; forse è appena cominciata.

 

Una squadra che non è più se stessa – Mario Sconcerti

Tutti a casa per colpa dei rigori, lo stesso modo cattivo con cui due anni fa avevamo vinto. Usciamo giustamente, la Spagna ha qualcosa più di noi, soprattutto è l'Italia che non è più se stessa. Quando non si riesce a segnare un gol su azione in quattro partite vuol dire che è sbagliata la fonte e che l'errore da lì contamina il resto. Abbiamo giocato solo una partita di contenimento, siamo mancati nei giocatori che dovevano ripartire. Prima di tutti Cassano, stavolta solo scolastico, poi Toni, solitario e goffo, quindi Aquilani, costretto a fare il mediano aggiunto. Aspettando e basta abbiamo giocato guardando la Spagna fare il suo piccolo compito. La loro bravura è stata resistere nel ritmo e nella modica difficoltà che ci procuravano. Ma l'Italia non c'era, non ricominciava mai. È stato tutto occasionale, tutto molto confuso. Come del resto anche contro la Francia. Solo il nostro disperato bisogno di vincere poteva scambiare un successo complesso e fortunoso per uno straordinario segnale di rinascita. Abbiamo sperato arrivasse il cambiamento molto più per cultura che per sintomi. Ma non era l'Italia delle sofferenza, era quella della normalità, di una mediocrità leggera e diffusa che bene fotografa la nostra stagione e non a caso porta all'errore i due migliori giocatori del campionato, De Rossi e Di Natale. Finisce qui una seconda Italia che non è mai seriamente cominciata. Donadoni ha dato qualcosa di serio, anche di profondo, che non ha però resistito al destino. Abbiamo pagato in Austria il tanto che avevamo preso in Germania. Ci siamo anche aiutati molto. Nessuno dei quattro centrocampisti ha mai tenuto insieme la squadra. Tra Toni e De Rossi sono sempre rimasti 50 metri di campo inutili. Gli spagnoli sono stati generici e disciplinati, buoni giocatori, più veloci e più motivati, ma noi li abbiamo temuti troppo. Segno di una squadra esausta che si chiude non per tattica ma per mancanza di qualità. Chiudono con limiti che non erano ancora conosciuti giocatori su cui puntavamo tantissimo. Vale la pena ricordare che il fuoriclasse è quello che porta avanti una squadra nonostante la sua normalità. Noi non abbiamo avuto fuoriclasse. Finisce qui un Europeo che è sempre stato a mezzo servizio nelle coscienze di tutti. Con Donadoni mezzo fuori e Lippi già mezzo dentro, con i giocatori che mai come stavolta sono caduti giù come foglie (Cannavaro, Barzagli, Pirlo, Gattuso) e con il presidente federale che non sapeva come gestire i progressi e aspettava un segnale per mandare tutti a casa. Ora l'ha avuto. La parentesi Donadoni si chiude con onestà. Si era aperta in un momento di rivolta. Si chiude quando non sappiamo più chi siamo. Forse è giusto ricominciare da dove eravamo rimasti.

 

l’Unità – 22.6.08

 

Berlusconismo - Furio Colombo

Vorrei subito chiarire. Non sto dedicando questo articolo al berlusconismo a causa del fatto che Berlusconi è improvvisamente ritornato ai toni incattiviti di quel primo non dimenticato governo, quello che ha portato l’Italia alla crescita zero ma ha garantito al primo ministro tutte le leggi di utilità e convenienza personale, ha dato un colpo durissimo - e notato nel mondo - alla libertà di stampa e ridotto prestigiosi commentatori di prestigiosi giornali a dargli sempre ragione come a Mussolini. Certo, la lettera del presidente Berlusconi, di cui ha dato compunta lettura il Presidente del Senato Schifani a un’aula di persone probabilmente stupefatte, spinge la scena della vita italiana fuori dalla Costituzione («Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge») e fuori dalla democrazia («La legge è uguale per tutti»). Però, onestamente, come fare a mostrare meraviglia per un leader (questa è la terza prova e la quarta volta) che ha sempre violato la Costituzione e leggi del suo Paese e ne ha imposte altre che poi sono state giudicate, a una a una, incostituzionali dalla Consulta? Ma tutto ciò senza perdere di vista i suoi interessi personali: primo, Mediaset, salvare dall’onta del satellite il soldato Fede; secondo, le intercettazioni: prigione e multe altissime per chi intercetta i sospetti di delitti odiosi pericolosi, destinati a ripetersi, e per chi, quando gli atti del processo sono legalmente e anzi doverosamente usciti dal segreto istruttorio e legalmente disponibili, osasse pubblicarli. In tutti i Paesi democratici vale il principio che «il processo è pubblico». È una garanzia per le vittime, per gli imputati, ma anche per tutti i cittadini. Avvocati e giuristi di Berlusconi hanno già dimostrato di non provare alcun imbarazzo nel cambiare le leggi di quei processi che non si sentono in grado di vincere (hanno visto le carte e conoscono la vera storia). Quanto ai giornalisti indipendenti italiani, sentite Bruno Vespa in una delle sue “rubriche” diffuse in tutta la provincia italiana: «La nuova controversia tra Berlusconi e i magistrati di Milano sembra l’ultima sgradevole puntata di una telenovela cominciata quindici anni fa, quando il Cavaliere decise di abbandonare la dura trincea del lavoro per scendere in campo nella politica. In realtà non è così (...). Il presidente che deve giudicare Berlusconi, Nicoletta Gandus, è un avversario politico. Da molti anni è una star di Magistratura democratica (...). Nel motivare la richiesta di cancellazione delle leggi Schifani, Pecorella, Cirami, Cirielli sostiene che esse sono state motivate al fine di perseguire l’interesse personale di pochi, ignorando la collettività. Si tratta di leggi che hanno devastato il nostro sistema di giustizia (...). Senza entrare nel merito di queste opinioni, può un dichiarato avversario politico giudicare in tribunale il capo del governo che combatte?» (Quotidiano Nazionale, 19 giugno). Avete capito il delitto imperdonabile in un Paese libero? Il giudice Gandus, che deve giudicare Berlusconi, non fa parte della P2. È membro di una libera, civile, legale associazione detta Magistratura democratica. Inevitabile inviare un pensiero al decoroso silenzio dei 62 arrestati e trecentocinquanta incriminati caduti tre giorni fa nella maxi-retata dell’Fbi contro i più potenti personaggi di Wall Street, portati via in manette tra due ali di operatori di Borsa che per alcuni minuti (succede di rado) hanno sospeso le contrattazioni. Nessuno di loro, personaggi del gran mondo finanziario americano, presidenti di Banche d’affari, patron celebri e celebrati di tutti i musei e gli ospedali di New York (dove alcuni hanno un reparto col loro nome) ha fiatato. Né lo hanno fatto i celebri avvocati a cui si sono affidati. Eppure sanno che, nella tradizione e prassi giudiziaria americana, alcuni giudici sono repubblicani e altri democratici. Alcuni giudici, nei distretti federali in cui questi imputati saranno giudicati sono stati nominati da Carter, alcuni da Reagan, alcuni da Clinton (che in silenzio si è sottoposto a tre diversi processi) e alcuni da uno o dall’altro dei due Bush. Ma, nella civiltà democratica, i giudici non si scelgono e non si discutono e la ricusazione è ammessa solo per legami d’affari, d’amore o di famiglia di uno dei giudici con una delle parti. Altrimenti mai, per non affrontare il famoso reato americano di “oltraggio alla Corte”, che scatta quando l’imputato, invece di lasciarsi giudicare, si mette a giudicare il giudice. Tutto ciò avviene nel Paese in cui, una volta condannati, non si va in Parlamento, si va in prigione. Particolare curioso (come si diceva una volta sulla Domenica del Corriere): tutti e quattrocento gli arrestati o incriminati di Wall Street erano sotto intercettazione da mesi. Molti dei reati contestati ai grandi di Wall Street, infatti, sono reati tipicamente telefonici, e dimostrabili solo con l’intercettazione, come l’”insider trading” (fornire a uno notizie che devono restare segrete per arricchirsi in due). E nessuno sostiene, pena il ridicolo, di essere vittima di una persecuzione politica. Chi poi, in quel Paese civile, avesse scritto, da titolare del potere esecutivo, una lettera al Presidente del Senato (istituzione legislativa) per levare accuse contro i suoi giudici (istituzione giudiziaria), avrebbe prontamente ottenuto, oltre al ridicolo (in democrazia non si può giocare il potere esecutivo contro il potere giudiziario usando il potere legislativo) una imputazione in più.

Qui mi devo confrontare con l’iniziativa appena presa dai Radicali, una proposta di legge costituzionale a firma Rita Bernardini, con cui si intende abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. Vuol dire che un giudice agisce immediatamente e di propria iniziativa appena ha notizia di un reato. I codici dicono quali. Ovviamente non si tratta di cose futili. L’idea di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale (assente quasi solo nelle legislazioni anglosassoni) è certo meritevole di attenzione e discussione. Per esempio per il fatto che identifica meglio la responsabilità dei giudici e diminuisce il numero dei processi. Stimo i miei colleghi Radicali ma non sono d’accordo. Chiedo: si può in Italia? In questa Italia? Proprio qui passa la linea di demarcazione. Ci sono coloro che sostengono che, a parte la coloritura manageriale e padronale, non c’è niente di speciale o così diverso in Berlusconi rispetto a ogni altro capo di governo. Non esiste il berlusconismo. E se esiste è qualcosa che riguarda Giannelli o Staino, Vauro o Vincino ma non la politica. E poi ci sono coloro che vedono il berlusconismo come una potente e ben finanziata spinta del Paese fuori dalla democrazia anche a causa di un controllo mediatico quasi totale, che tende ad estendersi attraverso i premi che derivano dal conquistare benevolenza (Berlusconi è un buon padrone) e dalle punizioni (fino alla riduzione al silenzio) di coloro che - nel suo insindacabile giudizio - sono dichiarati nemici. In questa Italia l’obbligatorietà dell’azione penale resta l’unica garanzia che potenti e prepotenti, soprattutto sul versante politico e di affari, non restino impuniti. Cito Emilio Gentile: «Nel 1922 Amendola, Sturzo, Salvatorelli presero a usare il vocabolo “totalitarismo” quando il sistema parlamentare italiano non era ancora molto dissimile dalle altre democrazie europee. Però essi osservarono come il partito di Mussolini operò per conquistare il potere. Ne colsero la natura di partito incompatibile con la democrazia e inevitabilmente destinato a creare un sistema totalitario» (intervista a Simonetta Fiori, la Repubblica, 19 giugno). L’obiezione tipica è: «Ma che cosa c’è di più democratico di una valanga di voti per qualcuno noto in tutto, compresi i suoi difetti e i suoi reati?». Emilio Gentile ha una risposta interessante: «Gramsci fu tra i pochi a comprendere che il totalitarismo è una tecnica politica che può essere applicata continuamente a una società di massa. Potrebbe accadere anche oggi: una tecnica che punta a uniformare l’individuo e le masse in un pensiero unico, usando il controllo dell’informazione». È un’affermazione limpida, logica, difficilmente confutabile se non per ragioni di fede. Ma la fede riguarda i berlusconiani. Quanto a noi oppositori, quanto a quelli di noi che vedono il pericolo del singolare totalitarismo berlusconiano, non avremmo diritto di avere i nostri Amendola, Sturzo e Salvatorelli? È con questi nomi e con queste citazioni in mente che chiedo ai miei amici Radicali del Pd, della cui presenza in Parlamento sono lieto come di una garanzia: si può in questa Italia, in cui il giornalista Vespa riproduce all’istante e con convinzione indiscutibile, solo le ragioni del premier imputato; si può in questa Italia in cui il più forte ricusa giudici, accuse, processo in nome della sua forza e dei suoi voti; si può in questa Italia in cui si è già tentata, da parte dell’allora ministro Castelli, una “riforma” che mette tutti i giudici agli ordini di pochi procuratori generali; si può in questa Italia in cui l’opinione pubblica è messa a tacere dal controllo quasi totale dei media, si può introdurre una riforma «anglosassone», cioè di Paesi in cui le istituzioni sono incalzate da un’opinione pubblica bene informata e da una stampa che non dà tregua?

Vedo nel berlusconismo una forma di potere in espansione, già molto prossima al pericolo citato da Emilio Gentile. Perciò dico no a questo regime e mi spiego. 1 - «Vogliono screditare il potere dei tribunali e decidere da soli che cosa è legalità». Cito da un editoriale del New York Times (19 giugno) che in questo modo propone l’accusa più grave alla presidenza di Bush. Perché i nostri colleghi americani vedono la portata del loro problema (scontro tra i poteri-pilastro della democrazia) e in Italia così tanti tra noi ti guardano come un disturbatore ossessionato? 2 - Lo stesso giorno la deputata Pd Linda Lanzillotta (destra della sinistra) e la ex senatrice Rina Gagliardi (sinistra della sinistra) hanno questo, rispettivamente, da dire: Lanzillotta: «Eppure dovremo dire anche dei sì (a Berlusconi, ndr) almeno su alcune decisioni annunciate». Quali saranno queste decisioni annunciate, nei giorni in cui il politologo Giovanni Sartori scrive, a proposito di Berlusconi: «Nessuno può essere al di sopra della legge a vita. Lo sono solo i dittatori» (Corriere della Sera, editoriale, 21 giugno)? Gagliardi: «A me star lì a dire sempre no non mi piace perché mi pare un radicalismo solo apparente. Risolve il quotidiano, dà un po’ di soddisfazione ai tuoi che ti vedono con la faccia scura davanti a Berlusconi. E poi?» (Corriere della Sera 19 Giugno). E poi, Rina Gagliardi, si fa opposizione, che vuol dire tenere testa a un governo evidentemente pericoloso, come si fa in tutti i Paesi democratici. Credo che sia utile ricordare alle due esponenti politiche ciò che l’ex ministro delle Comunicazioni-Mediaset Maurizio Gasparri ha appena detto a Walter Veltroni dopo l’annuncio di una grande manifestazione popolare proposta dal segretario Pd all’Assemblea del partito (20 Giugno): «Veltroni non ha nessun diritto di parlare, con tutti i debiti che ha lasciato. Taccia e faccia opposizione» (Tg 1, 20 Giugno, ore 20). 3 - «Tacere e fare opposizione» è il motto perfetto per definire questa Italia berlusconiana e il pericolo che corre. Se, come sta accadendo, il berlusconismo continua ad espandersi e a conquistare per il suo capo e i suoi uomini sempre più franchigia, sempre più esenzione dalle sanzioni della legge, allora il silenzio dei cittadini, che non sentono voci alte e chiare di contraddizione al regime, quel silenzio può diventare il silenzio-assenso su cui punta il movimento berlusconista, e che ha già dato la sua paurosa prova in Sicilia. 4 - Come si vede e si impara dalla clamorosa parabola discendente di George Bush (dal 70 per cento di gradimento al 70 per cento di rifiuto, nonostante la sua seconda elezione sia stata un trionfo) l’opposizione netta, vigorosa, visibile, su ogni punto chiama i cittadini e porta risultati persino a partire da una minoranza sconfitta. Quella minoranza, in America, non ha mai ceduto, non ha mai fatto cose “insieme” con il suo avversario, perché accusato di illegalità e di avere violato la Costituzione. Alla fine della lunga marcia quella minoranza ha incontrato il Paese, e, divenuta maggioranza a causa della sua testarda opposizione, si appresta a guidare una nuova epoca per gli Stati Uniti. Perché questa non potrebbe, non dovrebbe essere la nostra storia?


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