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L'inflazione se la cucchino i lavoratori

Manifesto – 24.6.08

 

L'inflazione se la cucchino i lavoratori Galapagos

La Bundesbank, la banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che saranno rinnovati quest'anno in Germania. Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef che per il 2008 in Italia l'inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma l'inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere inchiodata all'1,7%, la metà esatta dell'inflazione reale. Perché? «La natura di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare 'second-round effects' alimentando la dinamica salariale suggeriscono di mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega il Documento di Programmazione. «Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata all'1,7%. Certo, la Bce anche nell'ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in tutti i modi ma non inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione». E ha citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è mossa passando dalle perdite sul mercato finanziario a tentati guadagni sul mercato delle materie prime». Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla, ma non fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di petrolio. Insomma, ne parla, ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe» vuol far pagare l'inflazione a chi non può esportare capitali all'estero perché campa del proprio lavoro.

 

Redditi, una politica a perdere - Sara Farolfi
ROMA - Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite». Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto). Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari. Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione. Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale. Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.

 

Sacconi insiste: ancorare gli aumenti alla produttività – Antonio Sciotto

Il dibattito sull'inflazione programmata all'1,7% è ancora al centro delle cronache: i sindacati hanno ribadito la loro critica alla decisione del governo di indicare un dato inferiore alla metà di quello reale (3,6%), minacciando sulla possibilità che il «dialogo» possa andare avanti. Ma l'esecutivo non cambia posizione: anzi, ieri il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è tornato ad affermare che «quanto detto dal segretario della Cgil Epifani sono sciocchezze», e che comunque per il rinnovo dei contratti non si dovrà più guardare, d'ora in poi, all'inflazione programmata, quanto piuttosto alla produttività e agli utili delle imprese: «Tutti i contratti, già da molti anni, prescindono dal tasso di inflazione programmata. Il problema oggi è superare quel modello contrattuale, ancorando i salari alla produttività e agli utili dell'impresa». Così, chi ancora vuole difendere il contratto nazionale - o perlomeno la possibilità che esso recuperi almeno l'inflazione - «ha la testa ripiegata all'indietro». «Mi sembra - conclude il ministro - una polemica pregiudiziale di chi ha una visione politicista della funzione sindacale». Per il segretario Cisl Raffaele Bonanni l'1,7% è un «dato inverosimile» con cui «si rischia di mettere subito a repentaglio le condizioni favorevoli alla trattativa per il rinnovo del modello contrattuale». Duro anche il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini: «Quel dato all'1,7% è un'assurdità». Poi Rinaldini ha criticato la decisione dei ministri Ue di aumentare l'orario settimanale fino a 65 ore, e tutte le proposte di Sacconi sul mercato del lavoro: «Il ministro ha un problema con la Cgil, e in particolare con la Fiom: il problema è che rappresenta il governo». Anche Guglielmo Epifani, dal Direttivo della Cgil, è tornato a criticare non solo l'inflazione programmata, ma «tutte le misure annunciate dal governo». Con le imprese, però, il segretario Cgil vuole continuare a trattare. Eppure ieri la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, pur dichiarando che «è importante il dialogo», ha detto chiaro che «l'inflazione programmata all'1,7% è positiva»: «La domanda è assolutamente ferma», ha spiegato, e con «un'inflazione ancora non domata», c'è il rischio che i sindacati, per mantenere il potere d'acquisto, «inneschino una logica di spirale prezzi-salari che ha già fatto danni pesanti al nostro paese». Dall'altro lato, ha però voluto mantenere una porta aperta: «se il tasso reale alla fine sarà molto diverso da quello programmato», Confindustria è «disponibile a fare una riflessione attorno a un tavolo». Critiche al governo sono venute da Pd e Sinistra. Per Tiziano Treu (Pd) «l'1,7 % è irrealistico e inaccettabile»: «Non si può caricare completamente sugli aumenti contrattuali l'onere della lotta all'inflazione. I contratti nazionali devono contribuire al mantenimento del potere di acquisto». Per Pino Sgobio (Pdci) «serve una forte mobilitazione sociale».

 

Epifani: male il governo. Con le imprese si tratta - Antonio Sciotto

Quanto sta succedendo con il governo - vedi scontro sull'inflazione programmata e per i tagli in finanziaria - non poteva che impattare direttamente dentro la Cgil, portando Guglielmo Epifani a bocciare la manovra economica, ma nel contempo - per non isolarsi da Cisl e Uil - il segretario imprime un'accelerazione sul tavolo dei contratti con Confindustria. Ieri il Direttivo che ha assegnato le nuove deleghe alla neoeletta segreteria, ma nello stesso tempo arriva il primo giudizio netto sul governo: è «negativo sul complesso dei provvedimenti», mentre si chiede al direttivo «un mandato per avviare un confronto con Cisl e Uil, chiedere correzioni significative, promuovere una campagna di informazione sugli effetti e assumere le scelte conseguenti». Dall'altro lato, però, Epifani ha spiegato che la Confindustria è la controparte «più avanzata» (se paragonata ad esempio a Confcommercio, che fa muro persino sul rinnovo contrattuale), e che ci sono le condizioni per trattare: viene chiesto al parlamentino Cgil un mandato per chiudere la trattativa. Ma resta la contrarietà della sinistra del sindacato, che invece vorrebbe organizzare un conflitto di piazza già da settembre e non crede nella possibilità, in questo contesto politico, della chiusura di un accordo con le imprese. Oltre al merito delle misure annunciate dal governo, Epifani boccia «anche il metodo»: «pur dichiarando la volontà di dialogare, nei fatti sceglie di non praticare il confronto». La manovra di Tremonti è «inadeguata - spiega il segretario - perché deprime la domanda intervenendo pesantemente e indiscriminatamente sulla spesa pubblica, a cominciare dalla scuola e dalla sanità». L'inflazione programmata all'1,7% viene definito «un indicatore pericoloso, perché verrà fatto pesare sulla trattativa del modello contrattuale e sui rinnovi in atto»; «negative», poi, sono anche le misure annunciate dal ministro Brunetta («non accetteremo lo scambio: tagli al pubblico contro risorse per i contratti») e da Sacconi sul mercato del lavoro. Infine Epifani, forte sostenitore dell'unità sindacale, è comunque costretto ad ammettere che «a proposito dei provvedimenti del governo, la lettura delle organizzazioni sindacali non è sempre omogenea». Perciò, il segretario conclude che «è necessario chiedere a Cisl e Uil un confronto unitario su questi temi: se ci sono valutazioni differenti su questioni importanti come quelle su cui abbiamo chiamato al voto i lavoratori non possiamo fare finta di nulla». Per la primavera si annuncia un'«Assemblea programmatica», che ha tutto il sapore di un pre-congresso. Giorgio Cremaschi, segretario Fiom e coordinatore Rete 28 aprile, dice che è «sbagliato essere durissimi con il governo e morbidissimi con Confindustria: sui contratti la vedono allo stesso modo, dunque si dovrà prendere atto che a settembre o si firmerà un accordo disastroso o si farà conflitto. Altrimenti la Cgil rischia di fare la fine della Sinistra Arcobaleno». Nicola Nicolosi, di Lavoro e Società, dice che «l'analisi di Epifani è giusta, ma le conclusioni sono sbagliate: contro questo governo, che smantella il pubblico, i contratti, le tutele del lavoro, non si può che indire uno sciopero generale». Nicolosi vede difficile la trattativa con le imprese: «Intanto l'unità spesso è solo di facciata, se consideriamo gli attacchi inaccettabili di Raffaele Bonanni ogni volta che commenta le frasi di Epifani; le trattative, anche unitarie, si fanno sempre sul merito, ma per noi il merito della piattaforma scritta con Cisl e Uil è sbagliato, perché non garantisce aumenti reali del salario». Ecco infine le deleghe assegnate ai nove segretari confederali neoeletti: Susanna Camusso, «delfina» di Epifani, prende in mano proprio la trattativa sui contratti, mentre lo stesso segretario generale conserva per sé la delega del pubblico impiego (non avrà intermediari con Carlo Podda). Agostino Megale gestirà la politica macroeconomica e i prezzi; Enrico Panini l'organizzazione; Fabrizio Solari le reti; Nicoletta Rocchi passa alle politiche internazionali, mentre Piccinini, Fammoni e Agnello Modica conservano rispettivamente la previdenza, il mercato del lavoro e la sicurezza. Lamonica si occuperà di Sud e legalità.

 

«Avanti col voto». Mugabe contro tutti - Junko Terao

L'annuncio della rinuncia di Morgan Tsvangirai, il leader dell'opposizione che venerdì prossimo avrebbe dovuto sfidare alle urne l'attuale presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, ha precipitato lo Zimbabwe nella più totale incertezza. Ad aumentare l'incertezza, ieri Morgan Tsvangirai ha cercato e trovato rifugio nell'ambasciata olandese a Harare, senza però chiedere formalmente asilo politico, in attesa di decidere le prossime mosse. Intanto, ha fatto sapere che ha intenzione di lasciare una porta aperta al dialogo col vecchio presidente, «a condizione che cessino immediatamente le violenze», e ha fatto appello alla Comunità per lo sviluppo dell'Africa meridionale (Sadc), all'Unione africana e alle Nazioni unite perché intervengano «per ripristinare la legalità nel paese». La decisione di ritirarsi è arrivata dopo settimane di campagna elettorale impossibile per l'opposizione, tra i ripetuti arresti del leader del Movimento per il cambiamento democratico, le violenze sui suoi sostenitori, e gli svariati stop ai loro comizi. Tsvangirai ha denunciato che almeno novanta sostenitori del suo partito sono rimasti uccisi e che duecentomila sono sfollati, costretti a lasciare il paese per sfuggire ai ripetuti attacchi da parte delle milizie di Mugabe. È di ieri la notizia dell'ultima retata nella sede del suo partito. Una decina di poliziotti, alcuni dei quali in tenuta anti-sommossa, hanno fatto irruzione nel quartier generale dell'Mdc, dove erano rifugiate diverse vittime delle violenze dei giorni scorsi, e ne hanno prelevato un numero imprecisato. Nel frattempo i preparativi per il ballottaggio - se si può ancora definire tale - proseguono. Il presidente della commissione elettorale, George Chiweshe, ha fatto sapere che l'iter va avanti dato che Tsvangirai non ha ancora messo nero su bianco la sua rinuncia alla sfida elettorale. Anche il ministro della giustizia, Patrick Chinamasa, ha dichiarato che il «processo è ormai irreversibile», incalzato dal collega dell'informazione Sikhanyiso Ndlovu secondo cui «non si può negare al popolo dello Zimbabwe il diritto di votare». Che il candidato sia rimasto unico, poco importa. La comunità internazionale, a cominciare dagli alleati storici dell'ottantaquattrenne presidente, ha espresso preoccupazione per la situazione che si è creata e non è escluso che gli altri paesi della regione rifiuteranno di riconoscere la legittimità della presidenza di Mugabe. Il presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa, attualmente a capo della Sadc - l'unica organizzazione che Mugabe sembra ancora tenere in conto - ha convocato d'urgenza a Luanda gli altri membri della Comunità per discutere il da farsi, sottolineando il fatto che «ciò che sta accadendo è imbarazzante per tutti noi». Mwanawasa ha anche chiesto alle autorità di Harare di rimandare il ballottaggio «fino a che non ci siano le condizioni per elezioni libere e imparziali». È probabile che questa sarà la posizione dei 14 membri del Sadc a fine riunione. Nei giorni scorsi, anche il presidente angolano Jose dos Santos, uno dei più fidati alleati di Mugabe, aveva fatto appello all'amico perchè mettesse fine a violenze e intimidazioni. Dal resto del mondo piovono le accuse contro il presidente-dittatore, al potere dal 1980, quando lo Zimbabwe ottenne l'indipendenza. Per prima la Gran Bretagna, l'ex potenza coloniale, accusata dallo stesso Mugabe di essere la mano che sta dietro il partito di opposizione. Il ministro britannico per gli affari africani, Mark Malloch Brown, minaccia di inasprire le sanzioni contro Mugabe e la sua cerchia e chiede sostegno ai leader mondiali. Difficile, tuttavia, che le misure prospettate da Brown - restrizioni ai viaggi, a cominciare dalle trasferte per motivi di studio dei figli dell'entourage governativo, e un'ulteriore giro di vite alle risorse economiche del regime - riusciranno a piegare il dittatore, certo che, ha detto Mugabe, «solo Dio può destituirmi». In caso di sanzioni più pesanti, invece, c'è il rischio che ci vada di mezzo la popolazione, già ridotta agli stremi a causa della disastrosa situazione in cui versa il paese, con un'inflazione intorno a 2 milioni percento. resta la soluzione di isolare il presidente non riconoscendone la legittimità. In questo caso sarebbe decisiva la pressione da parte dei paesi limitrofi, in primis quella del presidente sudafricano Thabo Mbeki, il mediatore designato dalla Sadc, che finora ha evitato ogni condanna netta nei confronti di Mugabe. Un compromesso sembra l'unica via di scampo a una deriva pericolosissima , anche se per ora il governo non ne vuol sentir parlare e la disponibilità di Tsvangirai in questo senso appare più come una mossa di immagine che un sincero desiderio di dialogo.

 

Guerre di gang su base identitaria - Anna Maria Merlo

PARIGI - Il giovane Rudy H., brutalmente aggredito sabato scorso verso le ore 20 nel XIX arrondissement, un quartiere popolare dell'est di Parigi, ieri è uscito dal coma e «sta meglio» secondo fonti di polizia, anche se le sue condizioni restano gravi. Gli inquirenti attendono la sua versione dei fatti: Rudy, 17 anni, residente a Pantin nella banlieue parigina, sabato dopo aver visto degli amici stava andando alla sinagoga del quartiere, con la chippà in testa per lo shabbath. I testimoni dell'aggressione hanno visto un gruppo di 10 o quindici ragazzi di origine africana prendersela con particolare violenza contro Rudy, prima a calci e pugni, poi, gettato a terra, gli sono saltati letteralmente addosso. Pochi anni fa, un giovane ebreo era stato rapito, torturato e assassinato da una banda di neri, che si era autodefinita «di barbari». A Parigi c'era stata u'enorme manifestazione di protesta e di lutto. Ieri cinque ragazzi dai 14 ai 18 anni erano ancora in stato di fermo, anche se la polizia non è sicura che si tratti dei veri responsabili dell'aggressione di Rudy. Potrebbe trattarsi però di testimoni. Proprio in concomitanza con il viaggio di Nicolas Sarkozy in Israele, in Francia ha luogo un episodio che presenta dei caratteri di anti-semitismo. Sarkozy ha espresso la sua «profonda indignazione». Il primo ministro François Fillon ha promesso «sanzioni giudiziarie severissime» nei confronti degli aggressori, come la ministra della giustizia, Rachida Dati. Il ministero degli interni ha affermato la «determinazione a lottare senza tregua contro tutte le manifestazioni di razzismo, di antisemitismo e di xenofobia». La reazione del ministero degli interni però non è arrivata con tempestività domenica. Perché i fatti hanno un contesto complesso: il XIX arrondissement è teatro, da tempo, di scontri tra bande rivali, costituite su base etnica. La situazione è spiegata così da Sos Racisme: «Questo atto criminale, malgrado le precauzioni d'obbligo, sembra mostrare una dimensione razzista e, nella fattispecie, antisemita. In effetti, le battaglie per il controllo dei territori della zona delle Buttes Chaumont sono purtroppo diventate moneta corrente tra gruppi di giovani, che hanno tendenza a identificarsi attraverso l'appartenenza a questa o a quella "origine". Anche se non siamo di fronte a una guerra per bande, nondimeno quello che succede in questa zona di Parigi non è ammissibile e deve costituire un serio elemento di allarme per i politici parigini». Il grand rabbino di Parigi, Gilles Bernheim, appena eletto domenica a questa carica, afferma che il carattere antimemita dell'aggressione è «probabile, ma non certo». Per Bernheim, «bisogna sempre mettere le parole meno false possibile sulla realtà. Ci sono atti antisemiti, giovani che vogliono farla finita con i gruppi ebrei, ma ci sono anche bande organizzate il cui scopo è vendere droga o altro, senza dubbio mal intenzionate, che provocano o approfittano degli scontri». Il giovane Rudy ha già avuto a che fare con la polizia, una volta nel 2005 per furto e, più recentemente, per violenze con arma in occasione della manifestazone di sostegno al soldato franco-israeliano Shalit, rapito da Hamas. Anche due dei giovani fermati sono noti ai servizi di polizia. La Licra (Lega contro il razzismo e l'antisemitismo) conferma che nella zona delle Buttes Chaumont, un grande parco, si verificano scontri tra gruppi di giovani costituiti su base identitaria. Lo scontro tra gang sarebbe dunque una nuova tipologia di antizemiti8smo? Per il sociologo Jean-Yves Camus, specialista delle destre europee, l'aggressione va inserita nel «contesto di crescita dell'antisemitismo. Il clima generale è molto teso dopo l'inizio della seconda Intifada». L'aggressione a Rudy H. alle Buttes Chaumont era stata preceduta, nel primo pomeriggio di sabato, da uno scontro violento tra giovani ebrei e ragazzi neri; a metà pomeriggio un altro ragazzo ebreo era stato aggredito in zona. Per l'ex ministro degli interni repubblicano (ex socialista), Jean-Pierre Chevènement, c'è stata «una certa compiacenza ai più alti livelli dello stato con il comunitarismo». L'Ump, il partito di Sarkozy, si è detta «scandalizzata» da questa affermazione: la considera «diffamatoria, inammissibile, scandalosa, totalmente irresponsabile e falsa».

 

Accordo minimo, da difendere armi in pugno - Michelangelo Cocco

Prima Ramallah, poi Nablus, infine, da pochi giorni, Jenin. Il dispiegamento dei poliziotti dell'Autorità palestinese nelle città fino a qualche mese fa roccaforti dalle fazioni della resistenza contro Israele evidenzia il tentativo di Abu Mazen di rafforzare il «controllo» sulla Cisgiordania occupata. A questo scopo il presidente ha appena intrapreso un passo ulteriore, attribuendo ampi poteri ai Servizi di sicurezza preventiva, centinaia di agenti in borghese già protagonisti nel 1996 di una sanguinosa repressione contro Hamas. Una copia dei provvedimenti emanati ottenuta dall'agenzia Reuters specifica i compiti del piccolo esercito riorganizzato: proteggere «la sicurezza interna» e «perseguire i crimini che minacciano la sicurezza interna dell'Autorità nazionale palestinese». Avrà poteri di polizia, centri di detenzione «da considerare legali» e monitorati dal ministero della giustizia. E ancora: «Non sarà possibile accedere alle indagini e alle informazioni» della sicurezza preventiva. Ricevuta recentemente dallo stesso Abu Mazen, la Commissione indipendente per i diritti dei cittadini palestinesi ha lamentato la stessa situazione sia nella Striscia di Gaza dominata dagli islamisti, sia nella Cisgiordania sotto Fatah: «Una tendenza alla militarizzazione in entrambe le aree, come se da uno stato di anarchia si fosse passati a un regime di polizia». Ma Salam Fayyad continua a snellire gli apparati di sicurezza che, al termine della dieta dimagrante imposta dal «premier», dovrebbero contare 30.000 unità in meno. «Stanno provando a sbarazzarsi di noi» ha protestato Abu Ali Turki, un comandante della vecchia guardia legata al defunto Arafat. Fayyad avrebbe già ridotto da 83.000 a 60.000 i dipendenti. A premere per queste riforme sono gli americani, che le considerano una conditio sine qua non per concedere gli aiuti economici all'Autorità palestinese. Elliot Abrams, il consigliere (un super falco neoconservatore) di Bush che ha accompagnato il segretario di stato Rice nel suo ultimo viaggio in Medio Oriente, si è detto soddisfatto dei risultati raggiunti a Nablus e Jenin. Abrams ha inoltre giudicato in maniera molto negativa la tregua negoziata tra Hamas e Israele a Gaza, perché indebolirebbe Fatah, incapace di ottenere concessioni da parte d'Israele in Cisgiordania, mentre Hamas ha trattato indirettamente con lo Stato ebraico ottenendone in cambio, di fatto, legittimazione. L'architetto della politica israelo-palestinese di Bush è convinto che Abu Mazen «troverà un modo per posticipare le elezioni» presidenziali dell'anno prossimo, anche se ciò avrà un effetto negativo sulla legittimità dell'Autorità palestinese. Nel novembre scorso Bush aveva annunciato ad Annapolis un accordo di pace entro il 2008. Ma chi in questi giorni ha parlato con i più stretti consiglieri del presidente riferisce che l'Amministrazione (oggi la Rice incontrerà a Berlino negoziatori israeliani e palestinesi) ha cambiato formula: ora mira a «una qualche forma di accordo» tra israeliani e palestinesi per la fine dell'anno. L'obiettivo è ora semplicemente consegnare al prossimo inquilino della Casa Bianca una situazione «con meno violenza e con un'Autorità palestinese più forte».

 

La Spagna ribatte l'Italia. Persi altri 2 punti nella classifica del potere d'acquisto - Mauro Ravarino

Il giorno dopo la sconfitta all'Ernst Happel di Vienna, arriva il ko definitivo. E questa volta non sono le furie rosse di Aragones, né un penalty di Fabregas. La Spagna batte l'Italia sul fronte del Pil pro-capite, calcolato a parità di potere d'acquisto. Lo fa per il secondo anno consecutivo. I dati diffusi ieri da Eurostat dicono, infatti, che nel 2007 è cresciuto il divario tra i due paesi: la Spagna si è attestata su quota 107 mentre l'Italia è scesa a 101. Il Belpaese resta comunque in media europea, considerata pari a 100, ma continua a perdere punti: l'economia italiana è ormai in stallo. L'anno prima la classifica aveva assegnato all'Italia un valore di 103 e alla Spagna 105. Zapatero aveva subito esultato per il sorpasso, ma presto l'ex premier Romano Prodi aveva rilanciato la sfida, sostenendo che l'economia italiana era ancora «più grande di circa il 50% di quella iberica», anche in termini pro capite il nostro Pil rimaneva secondo il professore «superiore a quello spagnolo di circa il 13%». Un dato è insindacabile: il reddito pro capite degli spagnoli è cresciuto a ritmi più sostenuti, ma a livello assoluto il potere d'acquisto resta al di sotto di quello italiano. Nell'indagine si fa, infatti, riferimento solo alla variazione del rapporto tra ricchezza lorda e cittadini, in base al livello dei prezzi. Comunque, al di là delle polemiche pelose, il tanto discusso sorpasso - stando alle fonti della Commissione europea - si è riconfermato e ora il gap è passato da 2 a 6 punti. Il motivo principale - spiegano fonti della Commissione - è la crescita tumultuosa registrata nel Pil spagnolo negli ultimi anni, a fronte di «un incremento quasi nullo, o comunque molto ridotto» del Pil italiano. Ma nella sfida, sempre più combattuta, tra i due cugini latini il vento potrebbe presto cambiare. Gli esperti spiegano che «già nei prossimi mesi potrebbe verificarsi un'inversione di tendenza soprattutto a causa della crisi che in Spagna sta colpendo il settore delle costruzioni, e che molto probabilmente causerà un rallentamento della crescita economica». Prima di far previsioni conviene comunque aspettare e sperare che l'economia italiana dia un segnale di ripresa. Sullo stato non positivo dell'economia spagnola è intervenuto il premier José Zapatero: «La congiuntura internazionale e i più recenti dati macro ci fanno pensare che il rallentamento dell'economia spagnola proseguirà nei prossimi mesi, cosicché la crescita complessiva del 2008 sarà inferiore al 2%». Nel 2009, però, confida in una ripresa: «Nel primo semestre del prossimo anno - ha aggiunto Zapatero - l'economia riprenderà a crescere in maniera vigorosa». Nell'Unione europea a 27, secondo i dati di Eurostat, è il Lussemburgo il paese leader con un Pil pro capite attestatosi a quota 276. Seguono Irlanda (146), Paesi Bassi (131), Austria (128). Sopra a Spagna e Italia (rispettivamente 107 e 101) si confermano Francia (111), Germania (113) e Regno Unito (116). In Spagna, Italia, Grecia, Cipro, Austria, Svezia, Danimarca, Belgio, Finlandia, Regno Unito, Germania e Francia il pil per abitante nel 2007 era fra il 10 e il 30% sopra la media Ue. Tassi ancora più alti di pil per abitante, sempre in parità di potere d'acquisto, sono stati registrati in Lussemburgo, Irlanda e Olanda. Tra quelli che stanno sotto quota 100, ma non di molto, troviamo Slovenia, Repubblica Ceca, Malta, Portogallo ed Estonia, che lo scorso anno si attestavano fra il 10 e il 30% sotto la media europea. Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia e Polonia erano invece fra il 30 e il 50%. La maglia nera della classifica viene condivisa da Romania e Bulgaria, entrambe al 60% sotto la media.

 

Liberazione – 24.6.08

 

Accatastati nelle megalopoli - Fabrizio Floris e Daniele Moschetti*

Un giorno, nel corso del 2008, forse una donna darà alla luce il proprio figlio nella bidonville di Ajegunie, a Lagos, in Nigeria. Forse un uomo abbandonerà il proprio villaggio a Giava per trasferirsi a Giacarta. Oppure un contadino peruviano cercherà di fuggire dalla povertà per andare ad abitare in uno degli innumerevoli pueblos jóve nes di Lima, in Perù. Poco importa quale di questi eventi accadrà realmente. In ogni caso, passerà inosservato. Eppure, sarà il segno di una delle principali svolte della storia dell'umanità. Per la prima volta, la popolazione urbana del pianeta avrà superato la popolazione rurale. Di fatto, vista l'imprecisione delle statistiche che riguardano il Terzo mondo, forse questa transizione storica è già avvenuta. Il processo di urbanizzazione del globo è progredito più rapidamente di quanto non avesse previsto il Club di Roma nel suo famoso rapporto, "Limiti della crescita", pubblicato nel 1972. Nel 1950 esistevano al mondo 86 agglomerati con oltre un milione di abitanti. Oggi sono 400. Si calcola che nel 2015 saranno almeno 550. A partire dal 1950, i centri urbani hanno assorbito quasi due terzi dell'esplosione demografica mondiale e, ogni settimana, il dato aumenta di un milione di persone, tra neonati e nuovi immigrati. In questo momento, la popolazione urbana (3,2 miliardi di abitanti) è più numerosa di quanto non fosse l'insieme della popolazione mondiale nel 1960. Le previsioni indicano che il 95% di questa crescita dell'umanità avrà luogo nelle zone urbane dei paesi in via di sviluppo. La popolazione di queste aree dovrebbe raddoppiare, per raggiungere quasi 4 miliardi di abitanti nel corso del la prossima generazione (il dato aggregato, della popolazione urbana di Cina, India e Brasile oggi è quasi allo stesso livello di quello di Europa e Nord America). L'esito più spettacolare di questa evoluzione sarà il moltiplicarsi delle metropoli con oltre 8 milioni di abitanti; più incredibile ancora sarà l'impatto delle megalopoli con oltre 20 milioni di abitanti (dato che corrisponde all'intera popolazione urbana del pianeta all'epoca della Rivoluzione francese). Nel 1995, solo Tokyo aveva raggiunto simili livelli. Secondo Far Eastern Economie Review , attorno al 2025, nel solo continente asiatico saranno già presenti una decina di conurbazioni di queste dimensioni, tra cui Giacarta in Indonesia (24,9 milioni), Dacca in Bangladesh (25 milioni), e Karachi in Pakistan (26,5 milioni). La popolazione dell'immensa metro-regione fluviale di Shanghai, la cui crescita è stata bloccata durante i decenni della politica maoista di sotto urbanizzazione, potrebbe raggiungere 27 milioni di abitanti. Le previsioni per Bombay (India) indicano una popolazione di 33 milioni di abitanti, benché nessuno sia in grado di sapere se una concentrazione così colossale di povertà sia biologicamente ed ecologicamente sostenibile. Se le megalopoli sono le stelle più brillanti del firmamento urbano, tre quarti della crescita della popolazione urbana avverrà in agglomerati più piccoli: zone urbane secondarie, praticamente prive di pianificazione e servizi adeguati. In Cina (paese ufficialmente urbanizzato per circa il 40% nel 1997), il numero ufficiale delle città è passato da 196 a 640 dal 1978 a oggi. Tuttavia, la quota relativa delle grandi metropoli, nonostante la loro straordinaria crescita, è in realtà diminuita rispetto all'insieme della popolazione urbana, e sono soprattutto le "piccole" città e i borghi recentemente diventati città ad aver assorbito la maggioranza della manodopera rurale costretta ad abbandonare le campagne dalle riforme successive al 1979. Anche in Africa, alla crescita esplosiva di alcune megalopoli come Lagos (passata dai 300mila abitanti del 1950 ai 10 milioni di oggi) si accompagna la trasformazione di decine di "piccole" città, come Ouagadougou (Burkina Faso), Nouakchott (Mauritania), Douala (Camerun), Antananarivo (Madagascar) e Bamako (Mali), città ormai più popolose di San Francisco o Manchester. In America Latina, mentre in precedenza la crescita era stata monopolizzata a lungo dalle principali metropoli, oggi l'esplosione demografica avviene a Tijuana (Messico), Curitiba (Brasile), Temuco (Cile), Salvador, Belem (Brasile) e altre città secondarie, che contano tra 100mila e 500mila abitanti. Urbanizzazione non significa solo crescita delle città, ma anche trasformazione strutturale e crescente interazione di un vasto continuum urbano-rurale. Gli urbanisti s'interrogano, inoltre, sulle straordinarie strutturazioni, reti, corridoi urbani e città-satellite che lega no tra loro le città del Terzo mondo. Per esempio, il delta dello Zhujiang (Hong Kong-Guangzhou) e del Yangtze (Shan ghai), così come il corridoio Pechino-Tianjin, si stanno trasformando in megalopoli urbano-industriali comparabili alla conurbazione Tokyo-Osaka, alla valle inferiore del Reno e al corridoio New York-Filadelfia. Forse questa è la prima tappa di un emergente corridoio urbano continuo che va dal Giappone e dalla Corea del Nord fino a ovest di Java. È quasi certo che Shanghai avrà le stesse proporzioni di Tokyo, New York e Londra, una di quelle "città globali" da cui transita il flusso mondiale dei capitali e dell'informazione. Il nuovo ordine urbano potrebbe tradursi in una crescente disuguaglianza all'interno delle città e tra città con dimensioni e funzioni diverse. La dinamica dell'urbanizzazione del Terzo mondo sintetizza e, nel contempo, contraddice le precedenti urbanizzazioni in Europa e Nord America nel 19° e 20° secolo. In Cina, paese essenzialmente rurale per millenni, la più importante rivoluzione industriale della storia si realizza con lo spostamento di una popolazione pari a quella europea dalle profonde campagne verso un habitat di grattacieli e smog. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, la crescita urbana non è alimentata dall'energia della potente macchina cinese dell'industria e dell'esportazione, né dal flusso costante di capitali stranieri. In questi paesi, il processo di urbanizzazione è completamente svincolato dall'industrializzazione e da ogni forma di promozione sociale.

*Comunità di Korogocho, Kenia- www.korogocho.org

 

Gli Europei dei migranti: assalto alla frontiera spagnola durante i rigori - Laura Eduati

Domenica sera, ore 23.00. Italia e Spagna se la giocano ai rigori. Il primo rigorista spagnolo David Villa si accinge a sparare un goal nella porta di Buffon. In quegli istanti sospesi, a fissare il campo da gioco sono milioni di spagnoli, compresi gli agenti di polizia incaricati di sorvegliare il posto di frontiera di Beni-Anzar, tra il Marocco e l'enclave spagnola di Melilla. Proprio in quel momento, quando viene squarciato il silenzio del primo rigore andato a buon fine per la Spagna, una settantina di giovani africani assalta la dogana, armati di pietre e bastoni, nella speranza che il fervore per la partita distolga l'attenzione degli agenti. Il calcolo dei migranti non è del tutto sbagliato: la valanga dei disperati travolge i poliziotti marocchini e spagnoli, alcuni rimangono feriti, poi si disperdono nel buio. Nelle tre ore successive centinaia di vigilantes riescono ad arrestarne una cinquantina, li trovano nascosti sotto i camion, dentro i cassonetti dell'immondizia, aggrappati sulle cime degli alberi. Per la prima volta i migranti africani non usano le scale per arrampicarsi sulle reti alte sei metri, rischiando di ferirsi gravemente sul filo di acciaio acuminato, ma decidono di sfondare direttamente la dogana. Sette dei migranti che hanno partecipato all'assalto sono stati colti da un malore e si trovano all'ospedale Hassani di Nador. Per tutti il destino è univoco: l'espulsione in territorio marocchino, dove hanno passato mesi e mesi nelle boscaglie che circondano l'enclave prima di trovare il momento giusto, e la disperazione, per provare a passare la frontiera. Le forze dell'ordine spagnole sono sorprese: era dal dicembre del 2006 che non si verificavano assalti di questo tipo. I più tragici risalgono all'ottobre del 2005, quando centinaia di migranti subshariani cominciarono a fabbricare lunghe scale di legno per saltare le reti di filo spinato, a centinaia, tutti insieme, così almeno nella ressa qualcuno sarebbe riuscito a passare indenne senza essere acciuffato dalle guardie. Eppure quell'autunno gli agenti marocchini e spagnoli si misero a sparare, una decina di migranti rimase a terra. Dopo quegli episodi il governo Zapatero decise di alzare le reti da tre a sei metri dotandole di telecamere e apparecchi di rilevazione termica. I migranti hanno dunque deciso di cambiare strategia. Nel frattempo il Marocco ha stretto le maglie dell'immigrazione clandestina, grazie agli accordi con la Spagna. Nei primi cinque mesi del 2008 sono stati arrestati nella zona di Nador circa mille stranieri illegali. E dal 2005 è diminuito del 70% il flusso di migranti provenienti dall'Algeria. Ora che l'Europa-fortezza si accinge a chiudere quasi definitivamente le porte con l'approvazione della durissima direttiva-rimpatri, molti migranti sperano di entrare nell'Eldorado rischiando la vita. Gli assalti a Melilla sono cominciati sabato sera, sono proseguiti domenica fino all'alba, e molti altri verranno.

 

Piergiovanni Alleva. «E' una deriva autoritaria il lavoratore è l'obiettivo» - Tonino Bucci

Con quel tasso di inflazione programmata all'1,7% i salari varranno ancora meno, dice il leader della Cgil Epifani. Un lavoratore con un reddito annuo di 25 mila euro perderebbe mille euro nel giro di due anni. «Cifre ridicole», se la cava il ministro del lavoro Sacconi. Ma il problema è maledettamente serio. Tanto per cominciare, come la misuriamo l'inflazione? E come si può tamponare l'aumento dei prezzi se pure il contratto nazionale verrà fatto a brandelli? Chiediamo di rispondere a Piergiovanni Alleva, docente di diritto del lavoro all'Università di Ancona e consulente della Cgil. I beni che acquistiamo non incidono per tutti allo stesso modo sul reddito. E' sbagliata la maniera di misurare l'inflazione? Lo ripeto già da tempo. Gli acquisti dell'uomo medio sono un'astrazione. C'è una polarizzazione del reddito che una volta non c'era. Oggi aumentano i prezzi dei beni di prima necessità, mentre non aumentano, o addirittura diminuiscono, quelli di alcuni beni voluttuari tipo videocamere, telefonini e televisori al plasma. Il discorso è falsato. E' chiaro che l'inflazione vera, quella di cui risentono i lavoratori, si misura sui beni necessari. Che sono quelli sotto tiro. Quali sarebbero i criteri alternativi? Si potrebbe, per esempio, stabilire un paniere composto di soli beni di prima necessità. Oppure si potrebbe pensare a un'indicizzazione per fasce. Oggi, invece, abbiamo un'inflazione programmata per percentuale. Qualora dovessimo fare degli adeguamenti salariali sia pure per via contrattuale e non automatica, avremmo quello che una volta si sarebbe chiamato un punto differenziale. Un'ingiustizia in sé perché sostiene i redditi più alti. Quand'anche volessi alzare il tasso d'inflazione programmata dall'1,7 al 3,5% - per ipotesi - a tutti i livelli di retribuzione, non farei altro che mantenere di fatto la distanza tra i redditi e in una situazione inflazionistica che colpisce i beni di prima necessità. A tutto danno dei redditi più bassi. D'altra parte, lo spettro degli adeguamenti automatici, cacciato dalla porta, qui rientra dalla finestra. Quando l'inflazione comincia a salire, nonostante tutti gli esorcismi, la pretesa di un adeguamento più o meno garantito, più o meno automatico, diventa inevitabile. Però nel frattempo Confindustria vuole smantellare la contrattazione nazionale. C'è incoerenza? La centralità del contratto nazionale, da un lato, ne esce rafforzata, dall'altro viene relativizzata. E' vero che bisogna garantire l'invarianza salariale. Ma è vero anche che, quando l'inflazione comincia a diventare alta, difficilmente il contratto nazionale riesce a compensarla o anche solo ad avvicinarcisi. La necessità di una contrattazione di secondo livello per riuscire a cogliere gli aumenti di produttività, diventa più evidente. Più evidente? Sì. Quanto più l'inflazione è alta, tanto più diventano necessari più strumenti contrattuali. Però la contrattazione di secondo livello coinvolge solo una minima parte dei lavoratori. Non è così? E' il vero problema. Si gioca con le carte truccate. Il contratto nazionale dovrebbe essere la garanzia piena del salario e diventa, invece, garanzia programmata della metà. E' la stessa cosa dell'accordo del '93. Epifani sa bene come è andata allora. A quel tempo avevamo la garanzia di invarianza salariale. E invece arrivò l'inflazione programmata che andava in direzione opposta, sistematicamente al di sotto degli aumenti dei prezzi reali. La contrattazione di secondo livello dovrebbe essere, e a mio avviso lo è, la fonte da cui può arrivare una vera ripartizione delle nuove ricchezze tra i lavoratori. Ecco perché dovrebbe essere obbligatoria. O, meglio, deve essere garantita. Come? Innanzitutto va garantita la rappresentanza sindacale in tutti i luoghi di lavoro, anche quelli sotto i quindici dipendenti. Magari creando distretti interaziendali di rappresentanza. E poi non dimentichiamoci che l'articolo 36 della Costituzione garantisce la retribuzione reale dei lavoratori - non quella nominale. E' un baluardo del potere d'acquisto dei salari. E' una cosa che non si dice mai. Non è un argomento propagandistico. E' un problema giuridico. L'Italia è il paese dalla memoria corta. Non sarà cominciato tutto dall'abolizione della scala mobile? Avevamo un sistema su tre gradini. La scala mobile garantiva l'invarianza dei salari. Il contratto nazionale ripartiva l'aumento generale medio di produttività. Infine, la contrattazione aziendale che poteva anche essere, a quel punto, un fatto di élite che riguardava le punte aziendali di particolare redditività. Quel sistema aveva la sua logica. Poi cosa è successo? Eliminata la scala mobile, il contratto nazionale è diventato l'unica difesa dell'invarianza salariale - scritto nero su bianco nell'accordo del '93 - e il contratto aziendale avrebbe dovuto fare la massima parte nella redistribuzione della nuova ricchezza. Ma proprio per questo il contratto aziendale doveva essere generalizzato. Non poteva restare un fatto marginale. Questo è il dramma dei salari italiani. Ricordo benissimo quella vicenda, come se fosse accaduta ieri. L'allora ministro del lavoro Giugni anziché rendere obbligatoria la contrattazione di secondo livello, la lasciò in balia dei rapporti di forza. Oggi vogliono sottodimensionare il contratto nazionale rispetto alla tendenza inflattiva, ma non vogliono generalizzare la contrattazione aziendale. E' un vicolo cieco. E da un'altra parte ancora si agganciano i salari alla produttività. Se vuoi campare ti devi massacrare di straordinari. Come ne usciamo? Andiamo verso il paternalismo del mondo padronale o verso la contrattazione individuale o verso il lavoro in nero. Tutti in ordine sparso e ognuno per conto proprio. in queste cose non ci sono né santi né angeli. Ridotti come sono i lavoratori oggi, se a uno gli offrono un salario individuale al nero, quello lo prende. La riduzione del 10% della tassazione sugli straordinari è un modo per mantenere sotto controllo il nero, senza pregiudicare però l'unilateralità dell'azienda nel decidere le retribuzioni - il che significa anche la pattuizione individuale del salario. Non è un caso che la facilitazione fiscale sia stata data a tutti gli aumenti di produttività e non solo, magari, per i salari aziendali contrattati sindacalmente. Ma la contrattazione aziendale piace a Confindustria. Lei propone la stessa cosa? Intanto defiscalizzerei solo il salario aziendale che sia stato contrattato. In questo momento la contrattazione aziendale viene agitata strumentalmente da Confindustria come alternativa alla contrattazione nazionale. Ma in linea generale e al di fuori dello scenario presente io non considero i contratti aziendali come fossero gabbie salariali. Io li considero una necessità. Anzi, andrebbero incentivati. Per esempio, detassando le voci retributive aziendali, purché - ripeto - contrattate con il sindacato. Anche a livello nazionale bisognerebbe prevedere un'indennità per mancata contrattazione. Così converrebbe a tutte le imprese andare alla contrattazione aziendale piuttosto che pagare un plus a coloro che non ce l'hanno. Negli anni abbiamo subìto l'argomentazione di Confindustria: scala mobile uguale spirale inflazionistica. Come rispondiamo? Che non c'è nessuna relazione automatica. Non è che la scala mobile di per sé generi inflazione. Dipende da come si controllano i prezzi e dall'esistenza di fenomeni speculativi. Io ritengo che la scala mobile dovrebbe esserci, ma dovrebbe essere utilizzata in forma di maggiore detrazione fiscale. In modo da garantire al lavoratore maggiore potere d'acquisto senza aumento nominale dei costi. Proporrei un aumento della fascia no tax di reddito degli operai che copra l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Secondo lei, oggi c'è un disegno organico contro il lavoro dipendente? Non c'è solo il problema del salario. Attenzione a quello che stanno combinando. Si aprono altri fronti come precariato e contratti a termine. Il decreto legge che sta per arrivare sarà un ulteriore smantellamento dei diritti dei lavoratori. E' una specie di legge Biagi bis. Andiamo verso una deriva autoritaria forte.

 

Chiaiano, al via il tavolo tecnico

Calma piatta a Chiaiano, ma densa di umori in subbuglio e di miasmi resi più fetidi dal caldo che cola come un brodo tra le scapole, dopo l'accordo con gli enti locali annunciato dal sottosegretario del governo con delega speciale ai rifiuti Guido Bertolaso, sul "tavolo tecnico" convocato per oggi alle 11. L'afa sfianca anche i più convinti oppositori che si aggirano sotto il cartellone «Benvenuti a Baghdad» che campeggia sulla strada di accesso in via Cupa dei Cani. Ma non quanto la notizia, data ieri in Prefettura da Bertolaso, che entro 90 giorni la discarica comincerà a riempire, al ritmo di mille tonnellate al giorno, le cave bianche di tufo, "patrimonio Unesco", di proprietà della chiesa cattolica apostolica romana, anzi napoletana, rappresentata dal cardinal Crescenzio Sepe. La gente è sconcertata dall'apertura di alcuni amministratori alle rassicurazioni di Bertolaso circa «un tavolo tecnico per stabilire la compatibilità tra cava e discarica»prima di aprire la fase di progettazione del sito di stoccaggio. Ma il sindaco di Marano è convinto che «i tecnici prenderanno atto delle ripercussioni degli interventi sulle cave, del rapporto costi-benefici, degli effetti ambientali. Sono dati che alla fine ci daranno ragione». Allo stesso tempo, però, nella sala multimediale del Palazzo del Consiglio di Napoli, è convocata una conferenza stampa per presentare l'esposto alla Procura della Repubblica di Napoli contro il progetto della discarica. A firmarlo sono gli stessi sindaci di Marano Salvatore Perrotta e di Mugnano Daniele Palumbo, il presidente della Commissione ambiente del comune di Napoli Carlo Migliaccio, ambientalisti, intellettuali e cittadini, supportati dai "consulenti di parte" Domenico Cicchella, docente di Geofisica ambientale all'Università del Sannio, Giovan Battista De Medici, professore di Geologia applicata e Idrogeologia all'università di Napoli Federico II, Ennio Forte, esperto di Logistica economica Trasporti e Territorio, Franco Ortolani, ordinario di Geologia al Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio della Federico II, Aldo Loris Rossi, ordinario di Progettazione architettonica e ambientale, e Angelo Spizuoco, ingegnere ambientale scelto dai comitati antidiscarica del Comune di Marano. Ma la confusione deve essere davvero grande sotto il cielo, se mentre il presidente della Commissione ambiente del comune di Napoli firma l'esposto, la sindaca del capoluogo partenopeo Rosa Russo Jervolino dichiara che un inceneritore si costruirà ad Agnano, zona vulcanica del sistema dei Campi Flegrei che fa parte della decima zona urbana di Napoli. L'annuncio è stato dato ai giornalisti al termine di una seduta di giunta. La sindaca ha precisato che «la scelta, dopo un'analisi molto lunga e attenta, è quella di allocare un nuovo servizio nell'area occidentale in modo da distribuire equamente sul territorio presenze ingombranti». Rosa Russo Jervolino ha annunciato la disponibilità a spiegare in prima persona, assieme al sindaco di Brescia e a quello di Vienna, la non pericolosità della presenza del termovalorizzatore ai cittadini nella municipalità in cui sarà realizzato l'impianto. Ma la dichiarazione, fatta da chi ha dimostrato un'inaudita inefficienza insipienza e incompetenza nella gestione dei rifiuti della città, è ben lontana dal rassicurare le popolazioni di Napoli e dintorni.

La Stampa – 24.6.08

 

Marcegaglia: "Inflazione all'1,7% giusto obiettivo" - FRANCESCO SPINI

MILANO - La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, tende la mano ai sindacati sui contratti ma sostiene la linea del governo sull’inflazione programmata, perché «rinunciare all’obiettivo di contenere l’inflazione dandosi dei target ambiziosi sarebbe sbagliato». Tra i sindacati, invece, cresce il malumore. Il leader della Cgil Epifani, alla luce di letture differenti delle tre confederazioni, chiede al direttivo nazionale un mandato per aprire un confronto con Cisl e Uil su tutto: dalla manovra «inadeguata» alla revisione del modello contrattuale. Secondo Epifani è importante la «tenuta unitaria» su questi temi: «Se ci sono valutazioni differenti su questioni importanti non possiamo far finta di nulla, bisogna affrontare con trasparenza il confronto». Davanti alla platea di Assolombarda la Marcegaglia sceglie la strada tracciata dal governo, pur lanciando segnali d’intesa ai sindacati, schierati contro quell’1,7 di inflazione tendenziale scolpito nel Dpef. «Possiamo ragionare su come reagire se gli obiettivi di contenimento dell’inflazione non dovessero essere totalmente raggiunti», rassicura. Ma «non possiamo ignorare che oggi l’inflazione deriva in gran parte da fattori internazionali che non possono essere scaricati senza motivo sulle imprese italiane». La preoccupazione di Marcegaglia è di evitare l’avvio di «una logica di spirale prezzi-salari» già vista in passato. Alla vigilia dell’incontro tecnico che oggi vedrà sindacati e imprese entrare per la prima volta nel merito su come «alleggerire il contratto nazionale e lasciare più spazio a quello aziendale»Confindustria non è disposta a cedere sul costo della vita. In linea con quanto, sempre ieri, diceva il ministro del Lavoro Sacconi, secondo cui «se si ragiona sull’inflazione programmata come unico strumento di una contrattazione tutta centralizzata si è con la testa ripiegata all’indietro». Certo, la leader di Confindustria dice che «ragioneremo sugli indici di inflazione da considerare» ma non vuole puntare sugli assetti contrattuali «come unico strumento» per la soluzione del nodo dei redditi. «Sono altre le cose da fare - spiega -: ci sono tariffe alte che gravano sul reddito dei lavoratori. E qui la soluzione sta nel liberalizzare soprattutto i servizi pubblici locali che ancora oggi molto spesso sono inefficienti». Per le famiglie più povere occorrono «provvedimenti di natura fiscale o di supporto del reddito». Ma, avvisa, «togliamoci dalla testa forme più o meno strane di automatismi: l’inflazione è una sconfitta per tutti». Detto questo, Marcegaglia cerca l’intesa: «Non è il momento del conflitto, ma del confronto costruttivo. Non possiamo permetterci un peggioramento del clima sociale che inevitabilmente sarebbe pagato soprattutto dai ceti più deboli». Confindustria non vuole «un accordo a tutti i costi», ma questo sarà possibile «solo se noi riusciremo a portare dei benefici in termini di produttività per le imprese e di conseguenza, e solo in questo modo, ai salari». All’appuntamento di ieri in Assolombarda anche un piccolo giallo. Ufficialmente l’argomento era fuori tema. Eppure il governatore della Lombardia Formigoni all’ultimo minuto ha deciso di non leggere il paragrafo del suo discorso di aperta critica al governo sui «tagli indiscriminati» a Regioni ed enti locali. «È la riproposizione - si legge nel passaggio “saltato” - di una logica vecchia, superata, che dovrebbe essere estranea a un governo sensibile a liberare le energie di quegli enti capaci di amministrare con efficienza i propri territori». Sarà per la prossima volta, Tremonti è avvisato.

 

La legalità secondo il Cavaliere - CARLO FEDERICO GROSSO

Alcune settimane fa Berlusconi aveva affermato che, quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge può diventare opinabile. Parlava del caso Napoli e della sua immondizia. Si riferiva, in particolare, alle infrazioni compiute in Campania da alcuni funzionari nel nome di un asserito interesse generale e criticava le indagini penali compiute nonché le misure cautelari assunte nei confronti dei responsabili delle infrazioni. Se agire era necessario per risolvere un gravissimo problema, occorreva comunque operare, qualunque cosa stabilissero le leggi. Nei limiti posti, il problema poteva anche costituire oggetto di discussione fra i giuristi. Non sempre rispettare alla lettera la legge corrisponde all’interesse pubblico del momento. Una legge inadeguata alla situazione può recare danno anziché sollievo. Fino a che punto, allora, nel nome del rispetto della legalità, è ragionevole rischiare di non risolvere i problemi? Fino a che punto l'osservanza del precetto può essere, invece, sacrificata all'esigenza di salvaguardare gli interessi minacciati? Legalità è sempre, e soltanto, rispetto della norma o può diventare, talvolta, tutela concreta, per necessità, degli interessi in gioco? Teoricamente si possono sostenere entrambe le posizioni. Si può affermare che la legge deve essere rispettata sempre e comunque, pena la perdita di autorità dello Stato; si può affermare che in via del tutto eccezionale, quando sono minacciati interessi vitali delle persone, è consentito infrangerla nel nome di una ragionevole valutazione degli interessi in gioco. La prima tesi corrisponde a una visione formale e rigorosa della legalità; la seconda inquadra il tema nella prospettiva di una valutazione anche di sostanza. In questa seconda ipotesi la legalità è comunque salva, si dice, poiché a cose fatte dovrebbe essere in ogni caso un giudice a stabilire se vi era lo stato di necessità idoneo a giustificare la condotta. Qualche giorno fa, alzando i toni contro la magistratura politicizzata che lo avrebbe dolosamente vessato, parlando addirittura di magistrati eversivi che si sarebbero infiltrati nell'istituzione giudiziaria per contrastarlo, Berlusconi ha fornito un ulteriore suo concetto di legalità. Quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e governa pertanto direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il potere senza intralci o impedimenti. Sarà il popolo, a fine legislatura, a giudicare la sua azione, approvando o bocciando, con il voto, l'attività compiuta. In questa prospettiva poco spazio deve essere lasciato ai controlli in corso d'opera, siano essi politici da parte dell'opposizione, giuridici da parte degli organi di garanzia, di legalità da parte di una magistratura indipendente. L'opposizione, se è rigorosa, deve essere considerata automaticamente faziosa, gli organi di garanzia, se possibile, devono essere resi domestici con riforme che ne sviliscano i poteri, la magistratura deve essere a sua volta contenuta. Quest'ultima esigenza costituisce priorità assoluta. In tale prospettiva si spiegano le iniziative legislative in materia di giustizia. Con un disegno articolato e complesso sono state progressivamente programmate, con ritmi incalzanti per dimostrare determinazione e disorientare gli avversari, limitazioni delle intercettazioni, meno notizie sui giornali in materia di indagini penali, sospensione dei processi, nuovo lodo Schifani a copertura delle alte cariche dello Stato, in grado di eludere, se possibile, le vecchie censure della Corte Costituzionale. Chissà quant'altro ancora, a questo punto, verrà progettato, nella medesima direzione, nei mesi prossimi venturi. Ecco che si profila, allora, il volto nuovo dello Stato di diritto voluto dal presidente del Consiglio. Non si tratta più, soltanto, di valutare come legittime condotte antigiuridiche necessarie per fronteggiare asserite situazioni d'eccezione, come egli aveva sostenuto alcune settimane fa a Napoli in un clima politico ancora molto diverso. Con una escalation di progetti, con l'innalzamento dei toni, con l'aggressività delle parole, egli sembra, oggi, volere instaurare un nuovo sistema di governo sostanzialmente senza regole e controlli, introdurre una nuova Costituzione materiale. In questo modo, egli sostiene, il governo potrà diventare più efficiente, risolvere finalmente i molti problemi incancreniti, rilanciare il Paese. Gli italiani avranno finalmente più sviluppo, più benessere, più felicità. Poche sono, a questo punto, le discussioni possibili fra i giuristi. O si accetta il nuovo concetto di legalità o lo si rifiuta in blocco. Non sono più possibili mezzi termini, parziali benedizioni, condiscendenze. Fino a ieri si era sperato che un nuovo clima di non contrapposizione fra maggioranza e opposizione potesse favorire l'accordo per un approccio ragionevole al tema delle indispensabili riforme elettorali e costituzionali. Oggi il barometro segna, purtroppo, tempesta. Abbozzare, condividere, acconsentire diventa molto più difficile, forse impossibile.

 

Cresce il Califfato di Francia - DOMENICO QUIRICO

PARIGI - La piscina di La Verpillière nell’Isère è nuova di zecca, un vero lusso per una cittadina di settemila abitanti. Non è servita per demolire record del mondo, l'ondina più famosa e chiacchierata di Francia, Laure Manaudou, non l’ha mai onorata delle sue bracciate d’oro. Ma dall’inizio di giugno è diventata famosissima, fa sbandare i pensieri anche dei politici. Perché si è stabilito che per due giorni la settimana, in una fascia oraria di due ore, possono sbracciare nell’acqua esclusivamente le donne. Una decisione legata alla volontà della comunità musulmana, in particolare turca, che, assai intemperante, rifiuta la mescolanza dei sessi anche nella pratica sportiva. Il municipio ha approvato la richiesta e ora gode della poco invidiabile notorietà legata alle imprecazioni e agli strepiti di tutto il laicismo francese, che è uno dei pilastri della Repubblica. Per garantire il servizio riservato alle donne di fede musulmana si è dovuto anche assumere un bagnino donna. Quelli in attività erano tutti maschi e quindi inadatti. Forse il sindaco di La Verpillière impillaccherato di collaborazionismo fondamentalista l’avrebbe fatta franca se gli episodi di questo tipo non si moltiplicassero. A Vigneux, nell’Essonne, il palazzetto era stato affittato per un torneo di basket femminile organizzato dalle moschee della zona; scopo dichiarato: raccogliere fondi per sostenere un'associazione palestinese, tra l’altro assai sospettata di colleganze con gruppi estremisti. Gli islamici, con gran naturalezza, hanno affisso un cartello e distribuito manifestini: l’accesso alla sala è vietato agli spettatori maschi. Alle contestazioni di flagrante discriminazione gli organizzatori si sono inacetiti: le ragazze non vogliono certo svestirsi davanti agli uomini e non si può giocare tenendo il velo. Dunque... Qui il sindaco è stato più radicale: ha semplicemente ritirato la concessione del palazzetto, dicendo che non gli garbava il metodo. Ma non ha fermato la polemica. A Provins, in Seine-et-Marne, dove la comunità maghrebina è molto numerosa invece si organizzano senza chiassi, dimostrazioni e sollevazioni corsi di ginnastica per sole donne. «La République è laica e indivisibile», recita l’articolo uno della Costituzione di mano gollista. Si sente il punto esclamativo delle affermazioni indubitabili. Ora l'enunciazione appare pallida e rattrappita. Fino a quindici anni fa la parola «communitarismo» non era nemmeno prevista nei dizionari: adesso è citatissima in analisi discorsi censimenti sociologici e sempre con tono dolente e uggito. Leggiamo: «Metodo che sviluppa la formazione di comunità (etniche religiose culturali e sociali) e che può dividere la nazione a scapito dell’integrazione». I musulmani in Francia sono sei milioni. Una tribù ben innicchiata, che scatena paure perché la tentazione fondamentalista vi corre come una vena segreta e non quantificabile; ne moltiplicano i comandamenti gli imam estremisti. I giovani se ne invaghiscono nelle cités. È qui che la jihad ha attinto le reclute francesi per l’Iraq. Il progetto di far fronte con un islam istituzionalizzato, ben avviluppato nelle regole della repubblica, guidato da una burocrazia religiosa docile e capace di tenere ai margini le tentazioni fanatiche di cui si era invaghito Sarkozy ha appena fatto naufragio tra polemiche spaccature e veleni. Invece si moltiplicano nella vita quotidiana gli episodi di un rinserrarsi in abitudini che sono opposte all'integrazione. Una parte dei musulmani ha dichiarato bello e consunto tale repertorio, si raggrinza e si estremizza, vive in un altrove. Andare in alcune cités ormai per i francesi è come sentirsi all’estero. L’anima, il di dentro, la fodera è quello che sfugge tenacemente all'integrazione. Gli uomini appartengono alle abitudini dove sono le loro memorie. E’ quella la loro casa. È la delusione per una République che, già immemore del brusco grido della rivolta delle banlieues, continua con le sue vecchie ricette; rovesciare denaro sui quartieri sfavoriti, tentare di comprali? Forse. Ma quello che spiega tutto spesso non spiega niente. C’è la sensazione che il rifiuto sia più fondo che il malessere economico, che i termini della loro vita quotidiana non abbiano più coincidenza semantica con le nostre parole. Esempi. Ogni giorno negli ospedali si moltiplicano alterchi feroci, padri e mariti di fede islamica che rifiutano di affidare mogli e figlie alla cura di medici maschi. Preferiscono che corrano il rischio di morire. A Lione il tribunale amministrativo ha appena rifiutato di indennizzare una famiglia musulmana. Il neonato è rimasto gravemente handicappato perché il padre ha con la forza vietato una presenza maschile nella sala del parto. Sempre a Lione il Comune, vessato dalle polemiche, il prossimo anno lancerà nelle mense delle scuole elementari un menu destinato ai piccoli musulmani, un menu halal. E ricompare l’antico guaio del velo. In Val d’Oise nelle scuole materne hanno dovuto cambiare il regolamento per far rispettare la laicità: le mamme velate non potranno più accompagnare i bambini a scuola.

 

Bolton: "Troppo tardi per fermare la bomba" – Maurizio Molinari

NEW YORK - «Hanno chiuso la stalla ma i buoi sono già fuggiti». E’ amaro il commento di John Bolton, ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite e veterano della lotta alla proliferazione nucleare, alla decisione presa dall’Unione Europea con l’adozione delle nuove sanzioni finanziarie ed economiche contro l’Iran. Cosa c’è che non va nelle misure dell’Unione Europea? «Arrivano troppo tardi. Per la precisione con cinque anni di ritardo rispetto a quando sarebbero servite. Allora Stati Uniti e Unione Europea erano unite, potevano intervenire con sanzioni energiche e bloccare davvero la corsa di Teheran al nucleare, ma invece presero tempo, tentennarono, consentendo agli iraniani di sfruttare un negoziato nel quale non credevano per poter accelerare in segreto il loro programma nucleare». Resta il fatto che la Melli Bank è lo strumento finanziario con cui Teheran ha alimentato proprio il programma nucleare... «Lo è stata. Basti pensare che risale a qualche settimana fa la decisione di Teheran di ritirare dall’Europa 75 miliardi di dollari di capitali. L’Europa ha deciso di congelare le attività finanziarie dell’Iran all’indomani di questa colossale fuga di capitali. E’ come chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti. A Teheran le nuove sanzioni non arrecano nessun serio danno». Ma allora perché George W. Bush durante il recente viaggio in Europa ha chiesto con insistenza ai leader alleati di varare tali sanzioni? «Bush persegue la politica delle sanzioni con 5 anni di ritardo. Oramai gli iraniani hanno l’arricchimento dell’uranio, un programma nucleare molto avanzato e tali sanzioni non riusciranno certo a bloccarlo. La scelta delle sanzioni oggi non serve più. Ha un valore forse simbolico per sottolineare la coesione Usa-Ue ma ai fini pratici è letteralmente inutile». Cosa si aspetta dall’imminente summit del G8 in Giappone? «Sarebbe positivo se uscisse al termine dei lavori un documento forte sulla condanna dell’atomica dell’Iran, condiviso anche da Russia e Cina». Nei pochi mesi che rimangono a Bush alla Casa Bianca cosa può fare per fermare la corsa dell’Iran verso l’arma nucleare? «Gli sono rimaste solo due opzioni. La prima è un cambiamento di regime a Teheran e la seconda, purtroppo, è l’ultima opzione possibile. Quella dell’attacco militare». Le sanzioni varate dagli europei che impatto possono avere sui piani di una eventuale azione militare israeliana? «Nessuno. Gli israeliani prendono le decisioni inerenti alla propria sicurezza nazionale senza tener conto di cosa fanno gli altri. In questo caso poi, trattandosi di sanzioni molto tardive e dunque inefficaci, la cosa è ancor più vera». Insomma, le nuove sanzioni non scongiurano l’attacco? «Sono sanzioni che non hanno impatto sul programma iraniano». Le recenti indiscrezioni sulle manovre militari israeliane nel Mediterraneo lasciano intendere che l’attacco è imminente? «Confermano solo che l’opzione militare è reale. Si tratta dell’ultima risorsa possibile ed è molto triste il fatto che siamo rimasti quasi senza alternative. Ma la responsabilità è della comunità internazionale che, consapevolmente o meno, ha fatto il gioco degli iraniani, consentendogli di prendere tempo per perfezionare il proprio programma atomico».

 

Repubblica – 24.6.08

 

L'Anm offre una tregua al governo: "No a sospensioni, sì all'immunità" - GIUSEPPE D'AVANZO

ROMA - Nelle ore della più radicale contrapposizione tra magistratura e Berlusconi, nasce - spontaneo, con ragioni anche dissimili, dentro e fuori il governo e le istituzioni - un partito trasversale della "tregua". Lo sollecita Pierferdinando Casini (Udc). Lo invoca Roberto Castelli (Lega). Gli dà metodo e forma una "lettera aperta" di Francesco Cossiga che invita il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a muovere la sua moral suasion ("il suo più forte potere") per "convincere" Berlusconi "a stralciare nel "passaggio" alla Camera le norme "incriminate"". "Incriminate" sono le norme che sospendono di un anno i processi per i reati commessi fino al 30 giugno 2002, e quindi anche il dibattimento ormai agli sgoccioli che vede il capo del governo imputato a Milano per corruzione in atti giudiziari. All'urgenza di una tregua e di "nuovo inizio" di dialogo vuole contribuire anche l'Associazione nazionale magistrati che, con la voce del segretario Giuseppe Cascini - mentre chiede di "espungere" la sospensione dei processi dal "decreto sicurezza" - osserva che compete esclusivamente "all'autonomia della politica decidere delle immunità da offrire a chi ricopre cariche istituzionali". Il percorso - no alla sospensione; sì alle immunità; dialogo sulle riforme di giustizia - (sembra di capire) creerebbe le condizioni per "raffreddare un clima" che, incandescente, danneggia tutti. Il governo. La magistratura. Il cittadino. Cominciano da Cossiga, dottor Cascini. Il presidente emerito propone di stralciare la sospensione dei processi dal decreto legge sulla sicurezza. Voi siete d'accordo? "Noi pensiamo che le norme che sospendono i processi devono essere espunte dal decreto". Cossiga immagina, in caso contrario, uno scenario drammatico: dimissioni del governo, elezioni anticipate, "governo d'emergenza", "democrazia semiprotetta" dal Capo dello Stato. "Non è il mio compito azzardare previsioni. Il nostro compito è indicare i gravi problemi di funzionalità per il processo penale che deriverebbero dalla sospensione generalizzata di migliaia di processi. Si creerebbe un caos senza precedenti che può inceppare in modo definitivo una macchina giudiziaria già molto sofferente. Sembra già un buon motivo per eliminare quell'emendamento. Ma ce n'è un secondo, nascosto in un paradosso. Da un lato, il governo inasprisce le pene per reati di grave allarme sociale (per esempio, gli omicidi colposi da circolazione stradale); dall'altro, blocca i processi per gli stessi reati perché non li ritiene gravi. L'effetto è che le vittime di quei delitti dovranno continuare ad attendere una sentenza che potrebbe non arrivare mai". E' ipocrita girarci intorno. Anche Berlusconi, nella sua lettera a Schifani, sovrappone il provvedimento con il suo processo milanese. Ancora più esplicito è stato il suo avvocato e consigliere Niccolò Ghedini: la sospensione di un anno serve per approvare una nuova legge immunitaria. "Chi governa dovrebbe tenere ben distinte le vicende personali dalle questioni di carattere generale. Uno dei problemi che ha avuto il Paese negli ultimi anni è stata proprio la confusione tra singoli affari penali e interventi legislativi. Il risultato è un processo penale sconnesso, che consente agli imputati tanti e troppi espedienti per sottrarsi al giudizio. Il paradosso è che un processo penale che non funziona finisce per negare in radice il diritto alla sicurezza dei cittadini. Diritto che può essere garantito soltanto da un processo penale rapido, giusto per gli imputati e le vittime, efficace con il colpevole". D'accordo, questo è il problema, ma qual è la soluzione? "Alle soluzioni stavamo lavorando prima della violenta ripresa di un clima di scontro. La nuova contrapposizione confonde le questioni e mette insieme piani diversi. Credo che bisogna fermare le polemiche e tornare a separare i problemi e gli argomenti da affrontare". Si spieghi meglio, per favore. "Sul tavolo ci sono tre diverse questioni. 1. La riforma della giustizia. Richiede dialogo, ponderazione, analisi prudenti, qualche convergenza. Non si può legiferare senza valutare le conseguenze delle innovazioni, come è accaduto con la norma che congela i processi. 2. Una leale collaborazione tra le istituzioni. Se si aggrediscono singoli magistrati accusandoli, più o meno, di attentato alla Costituzione, la soluzione dei problemi si allontana. 3. Infine c'è la proposta di fermare i processi per le più alte cariche dello Stato. Questi capitoli devono restare separati e ciascuno deve avere un luogo, un metodo e gli attori per essere affrontati e risolti". Voi siete d'accordo con un nuovo lodo Schifani-Maccanico? "La scelta dell'immunità temporanea o permanente di chi ha alte responsabilità istituzionali spetta all'autonomia della politica che valuterà le forme e i modi di un eventuale provvedimento tenendo conto delle indicazioni della Corte Costituzionale". Per quel che si è capito, però, Berlusconi subordina ogni iniziativa all'approvazione del nuovo lodo. "La questione dell'immunità deve essere separata e non confusa con i meccanismi che fanno funzionare i processi né può essere accompagnata da una campagna di aggressione contro alcuni magistrati. Come non può interferire con la legislazione ordinaria in materia di giustizia. Voglio dire che ogni questione deve essere affrontata sul suo piano. E' l'unico metodo possibile per andare avanti e ha una precondizione: il riconoscimento di legittimità tra le diverse istituzioni dello Stato. Se i giudici condannano all'ergastolo i Casalesi, credo che il capo del governo abbia il dovere di tutelare la legittimità democratica di quella decisione, come peraltro ha fatto il Capo dello Stato. Se il giorno dopo quella sentenza, per altri motivi, si accusa la magistratura di attentato alla democrazia si provoca una crisi di legittimità, credibilità e fiducia che paga, non solo l'ordine giudiziario, ma soprattutto il cittadino che sarà meno protetto dai poteri criminali". Le dice: "dialogo". Ma chi è il vostro interlocutore? L'avvocato Ghedini, che scrive le leggi, o il ministro Alfano, che le presenta in Parlamento? "Alcuni atteggiamenti della difesa nel processo non aiutano una maggiore comprensione dei problemi. Le faccio un esempio. Nel codice c'è scritto che l'istituto della ricusazione non sospende il processo, ma impedisce solo la pronuncia della sentenza. L'avvocato Ghedini ha invece sostenuto che la mancata sospensione del processo è "la prova" che il giudice è prevenuto. Questo comportamento è emblematico di una volontà di inasprire il conflitto. Il guaio è che questo metodo non si ferma all'interno del processo, ma viene trasferito anche in sede politica e legislativa". Dunque, meglio il ministro Alfano? "Il ministro è il grande assente in questa vicenda. All'inizio del suo mandato ha ben impostato un metodo di lavoro mostrando di condividere priorità e urgenze. Avrebbe dovuto tenerne conto anche quando, in occasione delle presentazione della norma che sospende i processi, non ha fornito al Parlamento i dati sulle gravi conseguenze di quel provvedimento sul funzionamento della giustizia di cui, per dettato costituzionale, egli è responsabile". L'ultima domanda è per la magistratura. Soltanto il 21 per cento degli italiani, a quanto pare, ha fiducia nella magistratura. Non è un problema? "Certo che lo è. La crisi di funzionalità della giustizia sta lentamente corrodendo anche la credibilità dell'istituzione giudiziaria. Sono necessarie e urgenti riforme legislative, ma occorre riconoscere che ritardi e inefficienze sul piano organizzativo e anche comportamenti non ortodossi di singoli magistrati hanno contribuito a creare un clima di sfiducia nei confronti del sistema. La magistratura è impegnata in uno sforzo di rinnovamento e di autoriforma. Il Consiglio superiore sta provvedendo a un radicale rinnovamento della direzione degli uffici mentre un sistema periodico di valutazione darà alla magistratura più professionalità ed efficienza. Ma ripeto: ogni problema deve avere il luogo, gli attori e il metodo per essere affrontato e risolto".

 

Immigrati, permesso a uno su 100, è allarme-badanti per le famiglie - VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Una montagna di pratiche ferme. Settecentomila domande in attesa di una risposta. Sono quelle di chi aspetta da mesi di mettere in regola un immigrato. È la gara del decreto flussi, ma la chiamano "lotteria delle quote": finora, solo uno su cento ce l'ha fatta. La corsa a un posto da regolare coinvolge ogni anno migliaia di immigrati invisibili. Nel 2007, il decreto ha messo in palio 170mila posti. Come è finita? A sei mesi dalla presentazione delle oltre 740mila domande d'assunzione, meno di 8mila sono i visti d'ingresso rilasciati: circa l'1%. Una débacle burocratica, che chiama in causa ministero dell'Interno e degli Esteri. Un passo indietro: col decreto flussi, l'Italia fissa annualmente il tetto massimo (le "quote") di cittadini extracomunitari, che possono entrare nel Paese per motivi di lavoro subordinato o autonomo. Questo sulla carta. In realtà le cose vanno ben diversamente: il decreto è l'unica chance per mettere in regola chi già si trova in Italia. Come? Si presenta domanda d'assunzione, si spera di rientrare nelle quote, si esce dal Paese col nulla osta e si ritorna col visto d'ingresso. È un sistema di porte girevoli: esci clandestino, rientri regolare. Ma solo a pochi fortunati il gioco riesce. I due decreti del 2006 avevano aperto le porte a 470mila ingressi: una massa di lavoratori, che hanno tenuto occupati gli uffici competenti per oltre 18 mesi. Per questo, nel 2007, i posti messi a disposizione dal decreto flussi sono scesi a 170mila, oltre un terzo per collaboratrici domestiche. La novità? Le domande d'assunzione potevano essere presentate solo via Internet, a partire dal 15 dicembre: il cosiddetto "clic day". In pochi minuti le quote sono state superate e dopo qualche settimana il conto si è fermato a 740mila domande presentate (di cui 475mila per lavoro domestico: colf e badanti). I più richiesti? Marocchini (139mila), cinesi (80mila), bengalesi (79mila), indiani (56mila) e ucraini (53mila). Una valanga online di domande in attesa di una risposta. Che ne è stato? Al 17 giugno 2008 (dati del ministero dell'Interno), le domande "definite" sono solo 67.627, le pratiche in attesa d'integrazioni sono invece 5.147. Tra le "definite" rientrano quelle bocciate dalle questure (6.388) e dalle direzioni provinciali del lavoro (ben 19.311); quelle chiuse per rinuncia del datore di lavoro (2.585) e infine quelle che hanno finalmente ricevuto il nulla osta all'assunzione (39.343). Purtroppo, però, il nulla osta non pone fine alla via crucis della regolarizzazione. A quel punto, infatti, la burocrazia si sposta all'estero, nei consolati italiani che devono rilasciare agli immigrati con nulla osta, il visto d'ingresso per l'Italia. E qui c'è la nuova strettoia. Quanti visti sono stati rilasciati finora? Solo 7.947 al 17 giugno 2008. Colpa delle difficoltà di attraversare la frontiera per chi si trova già in Italia da irregolare e dell'insufficienza di personale in molti consolati. "Le colpe si distribuiscono tra ministero dell'Interno e degli Esteri - sostiene l'avvocato Marco Paggi dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione - dopo il clic day, infatti, nulla è cambiato: lo sportello unico dell'immigrazione è stata una semplificazione apparente e nei consolati mancano le risorse adeguate. In Moldavia manca addirittura un consolato italiano, bisogno andare fino in Romania per chiedere il visto. Che il 90% delle domande d'assunzione riguarda irregolari già presenti in Italia è poi un segreto di pulcinella - prosegue Paggi - e lo Stato dovrebbe avere la coerenza di procedere a sanatorie mirate per chi lavora e ha una casa. Ne riceverebbe in cambio denaro prezioso: il versamento dei contributi nelle sue casse".

 

Europa – 24.6.08

 

Con il tedesco non si torna indietro - ROBERTO GUALTIERI

Nell’editoriale di Europa di venerdì scorso venivano affrontati alcuni problemi cruciali relativi alla strategia del Pd e alla riforma del sistema politico-istituzionale. Con riferimento al recente seminario promosso da un gruppo di fondazioni (tra cui Italianieuropei) ed alla proposta di legge elettorale di tipo tedesco avanzata in quella sede, l’articolo paventava il rischio del ritorno ad una vecchia strategia delle alleanze, che potrebbe mettere in discussione il progetto del Partito democratico curvandone l’evoluzione in senso socialdemocratico. Ancora più drastico il giudizio di Giorgio Tonini ed Enrico Morando che, in due interventi apparsi ieri sulla stampa, hanno sostenuto che il sistema tedesco sarebbe incompatibile con il bipolarismo e con la stessa sopravvivenza del Pd. In realtà, Italianieuropei condivide l’impianto emerso nel seminario del 17 giugno proprio perché individua in quella piattaforma una delle condizioni per un’evoluzione del sistema politico-istituzionale coerente con il progetto del Pd e con l’obiettivo di dare finalmente vita in Italia a una moderna democrazia dell’alternanza. Non si tratta quindi di tornare indietro ma di portare a compimento un’interminabile transizione caratterizzata da un bipolarismo frammentato e ideologico che si è rivelato tanto inadeguato di fronte ai problemi del paese quanto pericolosamente squilibrato. Il sistema politico affermatosi nell’ultimo quindicennio ha il merito di aver portato al superamento della democrazia bloccata, all’allargamento dell’”area della legittimità”, alla realizzazione dell’unità dei riformisti sotto il segno dell’Ulivo. Ma queste positive innovazioni hanno convissuto con due elementi, strettamente intrecciati tra loro, che hanno a lungo impedito lo sbocco verso un assetto politico-istituzionale di tipo europeo: da un lato l’assenza di partiti degni di questo nome, dall’altro l’affermazione di un inedito “maggioritario di coalizione” che ha incentivato la frammentazione politica, la caratterizzazione del bipolarismo come contrapposizione ideologica e l’introduzione di una sorta di “presidenzialismo di fatto” all’interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare. La nascita del Pd e il conseguente processo di innovazione che ha investito l’intero sistema politico hanno posto finalmente le condizioni per superare entrambi questi limiti. Perché ciò avvenga, è necessario però consolidare il nuovo partito (sul piano organizzativo ma soprattutto su quello politico-culturale), e al tempo stesso realizzare delle riforme costituzionali ed elettorali sulla linea di un moderno “parlamentarismo razionalizzato” in grado di coniugare equilibrio tra i poteri, efficienza e legittimazione delle istituzioni. In questo quadro, l’opzione per una legge elettorale di tipo tedesco appare quella più coerente con tali obiettivi. In primo luogo, essa consentirebbe di realizzare compiutamente l’innovazione introdotta dal Pd con la scelta di «andare da soli», archiviando definitivamente la stagione delle coalizioni preventive e facendo di eventuali alleanze il frutto di una trasparente convergenza politico- programmatica. In secondo luogo, il sistema tedesco è maggiormente compatibile con una realtà assai distante dal bipartitismo e con l’esigenza di consolidare il Pd, mentre una legge che forzasse artificialmente il sistema politico in senso bipartitico rischierebbe di farne un semplice cartello elettorale (peraltro, l’ipotesi più in voga tra i fautori di un «bipartitismo coatto», cioè una legge di tipo spagnolo, avrebbe tra i suoi numerosi difetti anche quello di incentivare il localismo, adattandosi perfettamente al sistema di alleanze del Pdl e colpendo invece pesantemente tutti i potenziali alleati del Pd). Infine, il sistema tedesco è assai distante dal proporzionale puro, e con il combinato disposto della elevata soglia di sbarramento e del meccanismo dei collegi uninominali realizza in modo diretto (e soprattutto indiretto) una significativa “disproporzionalità” coerente con un bipolarismo organizzato intorno a due grandi partiti e ad un numero assai limitato di partiti intermedi, oltre che con l’ambizione di fare del Pd la prima forza del paese. Quanto all’impatto che tale sistema avrebbe sulla tenuta del Partito democratico, la tesi di Tonini secondo cui senza la «spinta maggioritaria» verrebbe meno la ragione di «mettersi insieme tra diversi» appare assai singolare. Concepire l’identità e la funzione del Pd in termini meramente politologici è infatti alquanto riduttivo. L’incontro tra riformismi che ha portato al Partito democratico è maturato sulla base di motivazioni profonde connesse alla particolarità della storia d’Italia, che rendono la tradizione socialista da sola strutturalmente inadeguata di fronte al compito di dare vita a un grande partito riformista e fanno dell’apporto (e della pari dignità) di altre culture, a cominciare da quella cattolico-democratica, una condizione indispensabile che non può essere elusa o ridimensionata. È un incontro che ha basi solide anche perché si è cementato nell’esperienza dell’Ulivo che ne ha dimostrato la particolare fecondità di fronte ai problemi inediti del presente. Perché possa consolidarsi, sfociando nell’elaborazione di una nuova cultura riformista all’altezza delle sfide dei nostri tempi e in una credibile «ambizione maggioritaria», deve poter maturare in un partito vero. Emancipandosi dal modello di coalizione-partito rappresentato dall’Unione, così come dalla prospettiva di un partito-coalizione costruito sulla base di un bipartitismo tanto artificioso quanto funzionale all’egemonia della destra.


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