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Manifesto – 24.6.08 L'inflazione se la cucchino i lavoratori – Galapagos La Bundesbank, la
banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente
del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo
aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che
saranno rinnovati quest'anno in Germania. Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef
che per il 2008 in Italia l'inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma
l'inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere
inchiodata all'1,7%, la metà esatta dell'inflazione reale. Perché? «La natura
di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare
'second-round effects' alimentando la dinamica salariale suggeriscono di
mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure
redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega
il Documento di Programmazione. «Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che
vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha
aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale
europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata
all'1,7%. Certo, la Bce anche nell'ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di
una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso
programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche
una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo
parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in
tutti i modi ma non inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a
che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione». E ha
citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è
mossa passando dalle perdite sul mercato finanziario a tentati guadagni sul
mercato delle materie prime». Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la
speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e
sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla, ma non
fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con
una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di
petrolio. Insomma, ne parla, ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe»
vuol far pagare l'inflazione a chi non può esportare capitali all'estero perché
campa del proprio lavoro. Redditi, una politica a perdere - Sara
Farolfi Sacconi insiste: ancorare gli aumenti alla
produttività – Antonio Sciotto Il dibattito
sull'inflazione programmata all'1,7% è ancora al centro delle cronache: i
sindacati hanno ribadito la loro critica alla decisione del governo di indicare
un dato inferiore alla metà di quello reale (3,6%), minacciando sulla
possibilità che il «dialogo» possa andare avanti. Ma l'esecutivo non cambia
posizione: anzi, ieri il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è tornato ad
affermare che «quanto detto dal segretario della Cgil Epifani sono
sciocchezze», e che comunque per il rinnovo dei contratti non si dovrà più
guardare, d'ora in poi, all'inflazione programmata, quanto piuttosto alla
produttività e agli utili delle imprese: «Tutti i contratti, già da molti anni,
prescindono dal tasso di inflazione programmata. Il problema oggi è superare
quel modello contrattuale, ancorando i salari alla produttività e agli utili
dell'impresa». Così, chi ancora vuole difendere il contratto nazionale - o
perlomeno la possibilità che esso recuperi almeno l'inflazione - «ha la testa
ripiegata all'indietro». «Mi sembra - conclude il ministro - una polemica pregiudiziale
di chi ha una visione politicista della funzione sindacale». Per il segretario
Cisl Raffaele Bonanni l'1,7% è un «dato inverosimile» con cui «si rischia di
mettere subito a repentaglio le condizioni favorevoli alla trattativa per il
rinnovo del modello contrattuale». Duro anche il segretario generale della
Fiom, Gianni Rinaldini: «Quel dato all'1,7% è un'assurdità». Poi Rinaldini ha
criticato la decisione dei ministri Ue di aumentare l'orario settimanale fino a
65 ore, e tutte le proposte di Sacconi sul mercato del lavoro: «Il ministro ha
un problema con la Cgil, e in particolare con la Fiom: il problema è che
rappresenta il governo». Anche Guglielmo Epifani, dal Direttivo della Cgil, è
tornato a criticare non solo l'inflazione programmata, ma «tutte le misure
annunciate dal governo». Con le imprese, però, il segretario Cgil vuole
continuare a trattare. Eppure ieri la presidente della Confindustria Emma
Marcegaglia, pur dichiarando che «è importante il dialogo», ha detto chiaro che
«l'inflazione programmata all'1,7% è positiva»: «La domanda è assolutamente
ferma», ha spiegato, e con «un'inflazione ancora non domata», c'è il rischio
che i sindacati, per mantenere il potere d'acquisto, «inneschino una logica di
spirale prezzi-salari che ha già fatto danni pesanti al nostro paese».
Dall'altro lato, ha però voluto mantenere una porta aperta: «se il tasso reale
alla fine sarà molto diverso da quello programmato», Confindustria è
«disponibile a fare una riflessione attorno a un tavolo». Critiche al governo sono
venute da Pd e Sinistra. Per Tiziano Treu (Pd) «l'1,7 % è irrealistico e
inaccettabile»: «Non si può caricare completamente sugli aumenti contrattuali
l'onere della lotta all'inflazione. I contratti nazionali devono contribuire al
mantenimento del potere di acquisto». Per Pino Sgobio (Pdci) «serve una forte
mobilitazione sociale». Epifani: male il governo. Con le imprese si
tratta - Antonio Sciotto Quanto sta succedendo
con il governo - vedi scontro sull'inflazione programmata e per i tagli in
finanziaria - non poteva che impattare direttamente dentro la Cgil, portando
Guglielmo Epifani a bocciare la manovra economica, ma nel contempo - per non
isolarsi da Cisl e Uil - il segretario imprime un'accelerazione sul tavolo dei
contratti con Confindustria. Ieri il Direttivo che ha assegnato le nuove
deleghe alla neoeletta segreteria, ma nello stesso tempo arriva il primo
giudizio netto sul governo: è «negativo sul complesso dei provvedimenti»,
mentre si chiede al direttivo «un mandato per avviare un confronto con Cisl e
Uil, chiedere correzioni significative, promuovere una campagna di informazione
sugli effetti e assumere le scelte conseguenti». Dall'altro lato, però, Epifani
ha spiegato che la Confindustria è la controparte «più avanzata» (se paragonata
ad esempio a Confcommercio, che fa muro persino sul rinnovo contrattuale), e
che ci sono le condizioni per trattare: viene chiesto al parlamentino Cgil un
mandato per chiudere la trattativa. Ma resta la contrarietà della sinistra del
sindacato, che invece vorrebbe organizzare un conflitto di piazza già da
settembre e non crede nella possibilità, in questo contesto politico, della
chiusura di un accordo con le imprese. Oltre al merito delle misure annunciate
dal governo, Epifani boccia «anche il metodo»: «pur dichiarando la volontà di
dialogare, nei fatti sceglie di non praticare il confronto». La manovra di
Tremonti è «inadeguata - spiega il segretario - perché deprime la domanda
intervenendo pesantemente e indiscriminatamente sulla spesa pubblica, a
cominciare dalla scuola e dalla sanità». L'inflazione programmata all'1,7%
viene definito «un indicatore pericoloso, perché verrà fatto pesare sulla
trattativa del modello contrattuale e sui rinnovi in atto»; «negative», poi,
sono anche le misure annunciate dal ministro Brunetta («non accetteremo lo
scambio: tagli al pubblico contro risorse per i contratti») e da Sacconi sul
mercato del lavoro. Infine Epifani, forte sostenitore dell'unità sindacale, è
comunque costretto ad ammettere che «a proposito dei provvedimenti del governo,
la lettura delle organizzazioni sindacali non è sempre omogenea». Perciò, il
segretario conclude che «è necessario chiedere a Cisl e Uil un confronto
unitario su questi temi: se ci sono valutazioni differenti su questioni
importanti come quelle su cui abbiamo chiamato al voto i lavoratori non
possiamo fare finta di nulla». Per la primavera si annuncia un'«Assemblea
programmatica», che ha tutto il sapore di un pre-congresso. Giorgio Cremaschi,
segretario Fiom e coordinatore Rete 28 aprile, dice che è «sbagliato essere
durissimi con il governo e morbidissimi con Confindustria: sui contratti la
vedono allo stesso modo, dunque si dovrà prendere atto che a settembre o si
firmerà un accordo disastroso o si farà conflitto. Altrimenti la Cgil rischia
di fare la fine della Sinistra Arcobaleno». Nicola Nicolosi, di Lavoro e
Società, dice che «l'analisi di Epifani è giusta, ma le conclusioni sono
sbagliate: contro questo governo, che smantella il pubblico, i contratti, le
tutele del lavoro, non si può che indire uno sciopero generale». Nicolosi vede
difficile la trattativa con le imprese: «Intanto l'unità spesso è solo di
facciata, se consideriamo gli attacchi inaccettabili di Raffaele Bonanni ogni
volta che commenta le frasi di Epifani; le trattative, anche unitarie, si fanno
sempre sul merito, ma per noi il merito della piattaforma scritta con Cisl e
Uil è sbagliato, perché non garantisce aumenti reali del salario». Ecco infine
le deleghe assegnate ai nove segretari confederali neoeletti: Susanna Camusso,
«delfina» di Epifani, prende in mano proprio la trattativa sui contratti,
mentre lo stesso segretario generale conserva per sé la delega del pubblico
impiego (non avrà intermediari con Carlo Podda). Agostino Megale gestirà la
politica macroeconomica e i prezzi; Enrico Panini l'organizzazione; Fabrizio
Solari le reti; Nicoletta Rocchi passa alle politiche internazionali, mentre
Piccinini, Fammoni e Agnello Modica conservano rispettivamente la previdenza,
il mercato del lavoro e la sicurezza. Lamonica si occuperà di Sud e legalità. «Avanti col voto». Mugabe contro tutti - Junko Terao L'annuncio della
rinuncia di Morgan Tsvangirai, il leader dell'opposizione che venerdì prossimo
avrebbe dovuto sfidare alle urne l'attuale presidente dello Zimbabwe Robert
Mugabe, ha precipitato lo Zimbabwe nella più totale incertezza. Ad aumentare
l'incertezza, ieri Morgan Tsvangirai ha cercato e trovato rifugio
nell'ambasciata olandese a Harare, senza però chiedere formalmente asilo
politico, in attesa di decidere le prossime mosse. Intanto, ha fatto sapere che
ha intenzione di lasciare una porta aperta al dialogo col vecchio presidente,
«a condizione che cessino immediatamente le violenze», e ha fatto appello alla
Comunità per lo sviluppo dell'Africa meridionale (Sadc), all'Unione africana e
alle Nazioni unite perché intervengano «per ripristinare la legalità nel
paese». La decisione di ritirarsi è arrivata dopo settimane di campagna
elettorale impossibile per l'opposizione, tra i ripetuti arresti del leader del
Movimento per il cambiamento democratico, le violenze sui suoi sostenitori, e
gli svariati stop ai loro comizi. Tsvangirai ha denunciato che almeno novanta
sostenitori del suo partito sono rimasti uccisi e che duecentomila sono
sfollati, costretti a lasciare il paese per sfuggire ai ripetuti attacchi da
parte delle milizie di Mugabe. È di ieri la notizia dell'ultima retata nella
sede del suo partito. Una decina di poliziotti, alcuni dei quali in tenuta
anti-sommossa, hanno fatto irruzione nel quartier generale dell'Mdc, dove erano
rifugiate diverse vittime delle violenze dei giorni scorsi, e ne hanno
prelevato un numero imprecisato. Nel frattempo i preparativi per il
ballottaggio - se si può ancora definire tale - proseguono. Il presidente della
commissione elettorale, George Chiweshe, ha fatto sapere che l'iter va avanti
dato che Tsvangirai non ha ancora messo nero su bianco la sua rinuncia alla
sfida elettorale. Anche il ministro della giustizia, Patrick Chinamasa, ha
dichiarato che il «processo è ormai irreversibile», incalzato dal collega
dell'informazione Sikhanyiso Ndlovu secondo cui «non si può negare al popolo
dello Zimbabwe il diritto di votare». Che il candidato sia rimasto unico, poco
importa. La comunità internazionale, a cominciare dagli alleati storici
dell'ottantaquattrenne presidente, ha espresso preoccupazione per la situazione
che si è creata e non è escluso che gli altri paesi della regione rifiuteranno
di riconoscere la legittimità della presidenza di Mugabe. Il presidente dello
Zambia, Levy Mwanawasa, attualmente a capo della Sadc - l'unica organizzazione
che Mugabe sembra ancora tenere in conto - ha convocato d'urgenza a Luanda gli
altri membri della Comunità per discutere il da farsi, sottolineando il fatto
che «ciò che sta accadendo è imbarazzante per tutti noi». Mwanawasa ha anche
chiesto alle autorità di Harare di rimandare il ballottaggio «fino a che non ci
siano le condizioni per elezioni libere e imparziali». È probabile che questa
sarà la posizione dei 14 membri del Sadc a fine riunione. Nei giorni scorsi,
anche il presidente angolano Jose dos Santos, uno dei più fidati alleati di
Mugabe, aveva fatto appello all'amico perchè mettesse fine a violenze e
intimidazioni. Dal resto del mondo piovono le accuse contro il
presidente-dittatore, al potere dal 1980, quando lo Zimbabwe ottenne
l'indipendenza. Per prima la Gran Bretagna, l'ex potenza coloniale, accusata
dallo stesso Mugabe di essere la mano che sta dietro il partito di opposizione.
Il ministro britannico per gli affari africani, Mark Malloch Brown, minaccia di
inasprire le sanzioni contro Mugabe e la sua cerchia e chiede sostegno ai
leader mondiali. Difficile, tuttavia, che le misure prospettate da Brown -
restrizioni ai viaggi, a cominciare dalle trasferte per motivi di studio dei
figli dell'entourage governativo, e un'ulteriore giro di vite alle risorse
economiche del regime - riusciranno a piegare il dittatore, certo che, ha detto
Mugabe, «solo Dio può destituirmi». In caso di sanzioni più pesanti, invece,
c'è il rischio che ci vada di mezzo la popolazione, già ridotta agli stremi a
causa della disastrosa situazione in cui versa il paese, con un'inflazione
intorno a 2 milioni percento. resta la soluzione di isolare il presidente non
riconoscendone la legittimità. In questo caso sarebbe decisiva la pressione da
parte dei paesi limitrofi, in primis quella del presidente sudafricano Thabo
Mbeki, il mediatore designato dalla Sadc, che finora ha evitato ogni condanna
netta nei confronti di Mugabe. Un compromesso sembra l'unica via di scampo a
una deriva pericolosissima , anche se per ora il governo non ne vuol sentir
parlare e la disponibilità di Tsvangirai in questo senso appare più come una
mossa di immagine che un sincero desiderio di dialogo. Guerre di gang su base identitaria - Anna
Maria Merlo PARIGI - Il giovane
Rudy H., brutalmente aggredito sabato scorso verso le ore 20 nel XIX
arrondissement, un quartiere popolare dell'est di Parigi, ieri è uscito dal
coma e «sta meglio» secondo fonti di polizia, anche se le sue condizioni
restano gravi. Gli inquirenti attendono la sua versione dei fatti: Rudy, 17
anni, residente a Pantin nella banlieue parigina, sabato dopo aver visto degli
amici stava andando alla sinagoga del quartiere, con la chippà in testa per lo
shabbath. I testimoni dell'aggressione hanno visto un gruppo di 10 o quindici
ragazzi di origine africana prendersela con particolare violenza contro Rudy,
prima a calci e pugni, poi, gettato a terra, gli sono saltati letteralmente
addosso. Pochi anni fa, un giovane ebreo era stato rapito, torturato e assassinato
da una banda di neri, che si era autodefinita «di barbari». A Parigi c'era
stata u'enorme manifestazione di protesta e di lutto. Ieri cinque ragazzi dai
14 ai 18 anni erano ancora in stato di fermo, anche se la polizia non è sicura
che si tratti dei veri responsabili dell'aggressione di Rudy. Potrebbe
trattarsi però di testimoni. Proprio in concomitanza con il viaggio di Nicolas
Sarkozy in Israele, in Francia ha luogo un episodio che presenta dei caratteri
di anti-semitismo. Sarkozy ha espresso la sua «profonda indignazione». Il primo
ministro François Fillon ha promesso «sanzioni giudiziarie severissime» nei
confronti degli aggressori, come la ministra della giustizia, Rachida Dati. Il
ministero degli interni ha affermato la «determinazione a lottare senza tregua
contro tutte le manifestazioni di razzismo, di antisemitismo e di xenofobia».
La reazione del ministero degli interni però non è arrivata con tempestività
domenica. Perché i fatti hanno un contesto complesso: il XIX arrondissement è
teatro, da tempo, di scontri tra bande rivali, costituite su base etnica. La
situazione è spiegata così da Sos Racisme: «Questo atto criminale, malgrado le
precauzioni d'obbligo, sembra mostrare una dimensione razzista e, nella
fattispecie, antisemita. In effetti, le battaglie per il controllo dei
territori della zona delle Buttes Chaumont sono purtroppo diventate moneta
corrente tra gruppi di giovani, che hanno tendenza a identificarsi attraverso
l'appartenenza a questa o a quella "origine". Anche se non siamo di
fronte a una guerra per bande, nondimeno quello che succede in questa zona di
Parigi non è ammissibile e deve costituire un serio elemento di allarme per i
politici parigini». Il grand rabbino di Parigi, Gilles Bernheim, appena eletto
domenica a questa carica, afferma che il carattere antimemita dell'aggressione
è «probabile, ma non certo». Per Bernheim, «bisogna sempre mettere le parole
meno false possibile sulla realtà. Ci sono atti antisemiti, giovani che
vogliono farla finita con i gruppi ebrei, ma ci sono anche bande organizzate il
cui scopo è vendere droga o altro, senza dubbio mal intenzionate, che provocano
o approfittano degli scontri». Il giovane Rudy ha già avuto a che fare con la
polizia, una volta nel 2005 per furto e, più recentemente, per violenze con
arma in occasione della manifestazone di sostegno al soldato franco-israeliano
Shalit, rapito da Hamas. Anche due dei giovani fermati sono noti ai servizi di
polizia. La Licra (Lega contro il razzismo e l'antisemitismo) conferma che
nella zona delle Buttes Chaumont, un grande parco, si verificano scontri tra
gruppi di giovani costituiti su base identitaria. Lo scontro tra gang sarebbe
dunque una nuova tipologia di antizemiti8smo? Per il sociologo Jean-Yves Camus,
specialista delle destre europee, l'aggressione va inserita nel «contesto di
crescita dell'antisemitismo. Il clima generale è molto teso dopo l'inizio della
seconda Intifada». L'aggressione a Rudy H. alle Buttes Chaumont era stata
preceduta, nel primo pomeriggio di sabato, da uno scontro violento tra giovani
ebrei e ragazzi neri; a metà pomeriggio un altro ragazzo ebreo era stato
aggredito in zona. Per l'ex ministro degli interni repubblicano (ex
socialista), Jean-Pierre Chevènement, c'è stata «una certa compiacenza ai più
alti livelli dello stato con il comunitarismo». L'Ump, il partito di Sarkozy,
si è detta «scandalizzata» da questa affermazione: la considera «diffamatoria,
inammissibile, scandalosa, totalmente irresponsabile e falsa». Accordo minimo, da difendere armi in pugno - Michelangelo Cocco Prima Ramallah, poi
Nablus, infine, da pochi giorni, Jenin. Il dispiegamento dei poliziotti
dell'Autorità palestinese nelle città fino a qualche mese fa roccaforti dalle
fazioni della resistenza contro Israele evidenzia il tentativo di Abu Mazen di
rafforzare il «controllo» sulla Cisgiordania occupata. A questo scopo il
presidente ha appena intrapreso un passo ulteriore, attribuendo ampi poteri ai
Servizi di sicurezza preventiva, centinaia di agenti in borghese già
protagonisti nel 1996 di una sanguinosa repressione contro Hamas. Una copia dei
provvedimenti emanati ottenuta dall'agenzia Reuters specifica i compiti del
piccolo esercito riorganizzato: proteggere «la sicurezza interna» e «perseguire
i crimini che minacciano la sicurezza interna dell'Autorità nazionale
palestinese». Avrà poteri di polizia, centri di detenzione «da considerare
legali» e monitorati dal ministero della giustizia. E ancora: «Non sarà
possibile accedere alle indagini e alle informazioni» della sicurezza
preventiva. Ricevuta recentemente dallo stesso Abu Mazen, la Commissione
indipendente per i diritti dei cittadini palestinesi ha lamentato la stessa
situazione sia nella Striscia di Gaza dominata dagli islamisti, sia nella
Cisgiordania sotto Fatah: «Una tendenza alla militarizzazione in entrambe le
aree, come se da uno stato di anarchia si fosse passati a un regime di
polizia». Ma Salam Fayyad continua a snellire gli apparati di sicurezza che, al
termine della dieta dimagrante imposta dal «premier», dovrebbero contare 30.000
unità in meno. «Stanno provando a sbarazzarsi di noi» ha protestato Abu Ali
Turki, un comandante della vecchia guardia legata al defunto Arafat. Fayyad
avrebbe già ridotto da 83.000 a 60.000 i dipendenti. A premere per queste
riforme sono gli americani, che le considerano una conditio sine qua non per
concedere gli aiuti economici all'Autorità palestinese. Elliot Abrams, il
consigliere (un super falco neoconservatore) di Bush che ha accompagnato il
segretario di stato Rice nel suo ultimo viaggio in Medio Oriente, si è detto
soddisfatto dei risultati raggiunti a Nablus e Jenin. Abrams ha inoltre
giudicato in maniera molto negativa la tregua negoziata tra Hamas e Israele a
Gaza, perché indebolirebbe Fatah, incapace di ottenere concessioni da parte
d'Israele in Cisgiordania, mentre Hamas ha trattato indirettamente con lo Stato
ebraico ottenendone in cambio, di fatto, legittimazione. L'architetto della
politica israelo-palestinese di Bush è convinto che Abu Mazen «troverà un modo
per posticipare le elezioni» presidenziali dell'anno prossimo, anche se ciò
avrà un effetto negativo sulla legittimità dell'Autorità palestinese. Nel
novembre scorso Bush aveva annunciato ad Annapolis un accordo di pace entro il
2008. Ma chi in questi giorni ha parlato con i più stretti consiglieri del
presidente riferisce che l'Amministrazione (oggi la Rice incontrerà a Berlino
negoziatori israeliani e palestinesi) ha cambiato formula: ora mira a «una
qualche forma di accordo» tra israeliani e palestinesi per la fine dell'anno.
L'obiettivo è ora semplicemente consegnare al prossimo inquilino della Casa
Bianca una situazione «con meno violenza e con un'Autorità palestinese più
forte». La Spagna ribatte l'Italia. Persi altri 2 punti
nella classifica del potere d'acquisto - Mauro
Ravarino Il giorno dopo la
sconfitta all'Ernst Happel di Vienna, arriva il ko definitivo. E questa volta
non sono le furie rosse di Aragones, né un penalty di Fabregas. La Spagna batte
l'Italia sul fronte del Pil pro-capite, calcolato a parità di potere d'acquisto.
Lo fa per il secondo anno consecutivo. I dati diffusi ieri da Eurostat dicono,
infatti, che nel 2007 è cresciuto il divario tra i due paesi: la Spagna si è
attestata su quota 107 mentre l'Italia è scesa a 101. Il Belpaese resta
comunque in media europea, considerata pari a 100, ma continua a perdere punti:
l'economia italiana è ormai in stallo. L'anno prima la classifica aveva
assegnato all'Italia un valore di 103 e alla Spagna 105. Zapatero aveva subito
esultato per il sorpasso, ma presto l'ex premier Romano Prodi aveva rilanciato
la sfida, sostenendo che l'economia italiana era ancora «più grande di circa il
50% di quella iberica», anche in termini pro capite il nostro Pil rimaneva
secondo il professore «superiore a quello spagnolo di circa il 13%». Un dato è
insindacabile: il reddito pro capite degli spagnoli è cresciuto a ritmi più
sostenuti, ma a livello assoluto il potere d'acquisto resta al di sotto di
quello italiano. Nell'indagine si fa, infatti, riferimento solo alla variazione
del rapporto tra ricchezza lorda e cittadini, in base al livello dei prezzi.
Comunque, al di là delle polemiche pelose, il tanto discusso sorpasso - stando
alle fonti della Commissione europea - si è riconfermato e ora il gap è passato
da 2 a 6 punti. Il motivo principale - spiegano fonti della Commissione - è la
crescita tumultuosa registrata nel Pil spagnolo negli ultimi anni, a fronte di
«un incremento quasi nullo, o comunque molto ridotto» del Pil italiano. Ma
nella sfida, sempre più combattuta, tra i due cugini latini il vento potrebbe
presto cambiare. Gli esperti spiegano che «già nei prossimi mesi potrebbe
verificarsi un'inversione di tendenza soprattutto a causa della crisi che in
Spagna sta colpendo il settore delle costruzioni, e che molto probabilmente
causerà un rallentamento della crescita economica». Prima di far previsioni
conviene comunque aspettare e sperare che l'economia italiana dia un segnale di
ripresa. Sullo stato non positivo dell'economia spagnola è intervenuto il
premier José Zapatero: «La congiuntura internazionale e i più recenti dati
macro ci fanno pensare che il rallentamento dell'economia spagnola proseguirà
nei prossimi mesi, cosicché la crescita complessiva del 2008 sarà inferiore al
2%». Nel 2009, però, confida in una ripresa: «Nel primo semestre del prossimo
anno - ha aggiunto Zapatero - l'economia riprenderà a crescere in maniera
vigorosa». Nell'Unione europea a 27, secondo i dati di Eurostat, è il
Lussemburgo il paese leader con un Pil pro capite attestatosi a quota 276.
Seguono Irlanda (146), Paesi Bassi (131), Austria (128). Sopra a Spagna e
Italia (rispettivamente 107 e 101) si confermano Francia (111), Germania (113)
e Regno Unito (116). In Spagna, Italia, Grecia, Cipro, Austria, Svezia,
Danimarca, Belgio, Finlandia, Regno Unito, Germania e Francia il pil per
abitante nel 2007 era fra il 10 e il 30% sopra la media Ue. Tassi ancora più
alti di pil per abitante, sempre in parità di potere d'acquisto, sono stati
registrati in Lussemburgo, Irlanda e Olanda. Tra quelli che stanno sotto quota
100, ma non di molto, troviamo Slovenia, Repubblica Ceca, Malta, Portogallo ed
Estonia, che lo scorso anno si attestavano fra il 10 e il 30% sotto la media
europea. Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia e Polonia erano invece fra il
30 e il 50%. La maglia nera della classifica viene condivisa da Romania e
Bulgaria, entrambe al 60% sotto la media. Liberazione – 24.6.08 Accatastati nelle megalopoli - Fabrizio Floris e Daniele Moschetti* Un giorno, nel corso
del 2008, forse una donna darà alla luce il proprio figlio nella bidonville di
Ajegunie, a Lagos, in Nigeria. Forse un uomo abbandonerà il proprio villaggio a
Giava per trasferirsi a Giacarta. Oppure un contadino peruviano cercherà di
fuggire dalla povertà per andare ad abitare in uno degli innumerevoli pueblos
jóve nes di Lima, in Perù. Poco importa quale di questi eventi accadrà
realmente. In ogni caso, passerà inosservato. Eppure, sarà il segno di una
delle principali svolte della storia dell'umanità. Per la prima volta, la
popolazione urbana del pianeta avrà superato la popolazione rurale. Di fatto,
vista l'imprecisione delle statistiche che riguardano il Terzo mondo, forse
questa transizione storica è già avvenuta. Il processo di urbanizzazione del
globo è progredito più rapidamente di quanto non avesse previsto il Club di
Roma nel suo famoso rapporto, "Limiti della crescita", pubblicato nel
1972. Nel 1950 esistevano al mondo 86 agglomerati con oltre un milione di
abitanti. Oggi sono 400. Si calcola che nel 2015 saranno almeno 550. A partire
dal 1950, i centri urbani hanno assorbito quasi due terzi dell'esplosione
demografica mondiale e, ogni settimana, il dato aumenta di un milione di
persone, tra neonati e nuovi immigrati. In questo momento, la popolazione
urbana (3,2 miliardi di abitanti) è più numerosa di quanto non fosse l'insieme
della popolazione mondiale nel 1960. Le previsioni indicano che il 95% di
questa crescita dell'umanità avrà luogo nelle zone urbane dei paesi in via di
sviluppo. La popolazione di queste aree dovrebbe raddoppiare, per raggiungere
quasi 4 miliardi di abitanti nel corso del la prossima generazione (il dato
aggregato, della popolazione urbana di Cina, India e Brasile oggi è quasi allo
stesso livello di quello di Europa e Nord America). L'esito più spettacolare di
questa evoluzione sarà il moltiplicarsi delle metropoli con oltre 8 milioni di
abitanti; più incredibile ancora sarà l'impatto delle megalopoli con oltre 20
milioni di abitanti (dato che corrisponde all'intera popolazione urbana del
pianeta all'epoca della Rivoluzione francese). Nel 1995, solo Tokyo aveva
raggiunto simili livelli. Secondo Far Eastern Economie Review , attorno al
2025, nel solo continente asiatico saranno già presenti una decina di
conurbazioni di queste dimensioni, tra cui Giacarta in Indonesia (24,9 milioni),
Dacca in Bangladesh (25 milioni), e Karachi in Pakistan (26,5 milioni). La
popolazione dell'immensa metro-regione fluviale di Shanghai, la cui crescita è
stata bloccata durante i decenni della politica maoista di sotto
urbanizzazione, potrebbe raggiungere 27 milioni di abitanti. Le previsioni per
Bombay (India) indicano una popolazione di 33 milioni di abitanti, benché
nessuno sia in grado di sapere se una concentrazione così colossale di povertà
sia biologicamente ed ecologicamente sostenibile. Se le megalopoli sono le
stelle più brillanti del firmamento urbano, tre quarti della crescita della
popolazione urbana avverrà in agglomerati più piccoli: zone urbane secondarie,
praticamente prive di pianificazione e servizi adeguati. In Cina (paese
ufficialmente urbanizzato per circa il 40% nel 1997), il numero ufficiale delle
città è passato da 196 a 640 dal 1978 a oggi. Tuttavia, la quota relativa delle
grandi metropoli, nonostante la loro straordinaria crescita, è in realtà
diminuita rispetto all'insieme della popolazione urbana, e sono soprattutto le
"piccole" città e i borghi recentemente diventati città ad aver
assorbito la maggioranza della manodopera rurale costretta ad abbandonare le
campagne dalle riforme successive al 1979. Anche in Africa, alla crescita
esplosiva di alcune megalopoli come Lagos (passata dai 300mila abitanti del
1950 ai 10 milioni di oggi) si accompagna la trasformazione di decine di
"piccole" città, come Ouagadougou (Burkina Faso), Nouakchott
(Mauritania), Douala (Camerun), Antananarivo (Madagascar) e Bamako (Mali),
città ormai più popolose di San Francisco o Manchester. In America Latina,
mentre in precedenza la crescita era stata monopolizzata a lungo dalle
principali metropoli, oggi l'esplosione demografica avviene a Tijuana (Messico),
Curitiba (Brasile), Temuco (Cile), Salvador, Belem (Brasile) e altre città
secondarie, che contano tra 100mila e 500mila abitanti. Urbanizzazione non
significa solo crescita delle città, ma anche trasformazione strutturale e
crescente interazione di un vasto continuum urbano-rurale. Gli urbanisti
s'interrogano, inoltre, sulle straordinarie strutturazioni, reti, corridoi
urbani e città-satellite che lega no tra loro le città del Terzo mondo. Per
esempio, il delta dello Zhujiang (Hong Kong-Guangzhou) e del Yangtze (Shan
ghai), così come il corridoio Pechino-Tianjin, si stanno trasformando in
megalopoli urbano-industriali comparabili alla conurbazione Tokyo-Osaka, alla
valle inferiore del Reno e al corridoio New York-Filadelfia. Forse questa è la
prima tappa di un emergente corridoio urbano continuo che va dal Giappone e
dalla Corea del Nord fino a ovest di Java. È quasi certo che Shanghai avrà le
stesse proporzioni di Tokyo, New York e Londra, una di quelle "città
globali" da cui transita il flusso mondiale dei capitali e
dell'informazione. Il nuovo ordine urbano potrebbe tradursi in una crescente
disuguaglianza all'interno delle città e tra città con dimensioni e funzioni
diverse. La dinamica dell'urbanizzazione del Terzo mondo sintetizza e, nel
contempo, contraddice le precedenti urbanizzazioni in Europa e Nord America nel
19° e 20° secolo. In Cina, paese essenzialmente rurale per millenni, la più
importante rivoluzione industriale della storia si realizza con lo spostamento
di una popolazione pari a quella europea dalle profonde campagne verso un
habitat di grattacieli e smog. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi in via
di sviluppo, la crescita urbana non è alimentata dall'energia della potente
macchina cinese dell'industria e dell'esportazione, né dal flusso costante di
capitali stranieri. In questi paesi, il processo di urbanizzazione è
completamente svincolato dall'industrializzazione e da ogni forma di promozione
sociale. *Comunità di Korogocho, Kenia- www.korogocho.org Gli Europei dei migranti: assalto alla frontiera
spagnola durante i rigori - Laura Eduati Domenica sera, ore
23.00. Italia e Spagna se la giocano ai rigori. Il primo rigorista spagnolo
David Villa si accinge a sparare un goal nella porta di Buffon. In quegli
istanti sospesi, a fissare il campo da gioco sono milioni di spagnoli, compresi
gli agenti di polizia incaricati di sorvegliare il posto di frontiera di
Beni-Anzar, tra il Marocco e l'enclave spagnola di Melilla. Proprio in quel
momento, quando viene squarciato il silenzio del primo rigore andato a buon
fine per la Spagna, una settantina di giovani africani assalta la dogana,
armati di pietre e bastoni, nella speranza che il fervore per la partita
distolga l'attenzione degli agenti. Il calcolo dei migranti non è del tutto
sbagliato: la valanga dei disperati travolge i poliziotti marocchini e
spagnoli, alcuni rimangono feriti, poi si disperdono nel buio. Nelle tre ore
successive centinaia di vigilantes riescono ad arrestarne una cinquantina, li
trovano nascosti sotto i camion, dentro i cassonetti dell'immondizia,
aggrappati sulle cime degli alberi. Per la prima volta i migranti africani non
usano le scale per arrampicarsi sulle reti alte sei metri, rischiando di
ferirsi gravemente sul filo di acciaio acuminato, ma decidono di sfondare
direttamente la dogana. Sette dei migranti che hanno partecipato all'assalto
sono stati colti da un malore e si trovano all'ospedale Hassani di Nador. Per
tutti il destino è univoco: l'espulsione in territorio marocchino, dove hanno
passato mesi e mesi nelle boscaglie che circondano l'enclave prima di trovare
il momento giusto, e la disperazione, per provare a passare la frontiera. Le
forze dell'ordine spagnole sono sorprese: era dal dicembre del 2006 che non si
verificavano assalti di questo tipo. I più tragici risalgono all'ottobre del
2005, quando centinaia di migranti subshariani cominciarono a fabbricare lunghe
scale di legno per saltare le reti di filo spinato, a centinaia, tutti insieme,
così almeno nella ressa qualcuno sarebbe riuscito a passare indenne senza
essere acciuffato dalle guardie. Eppure quell'autunno gli agenti marocchini e
spagnoli si misero a sparare, una decina di migranti rimase a terra. Dopo
quegli episodi il governo Zapatero decise di alzare le reti da tre a sei metri
dotandole di telecamere e apparecchi di rilevazione termica. I migranti hanno
dunque deciso di cambiare strategia. Nel frattempo il Marocco ha stretto le
maglie dell'immigrazione clandestina, grazie agli accordi con la Spagna. Nei
primi cinque mesi del 2008 sono stati arrestati nella zona di Nador circa mille
stranieri illegali. E dal 2005 è diminuito del 70% il flusso di migranti
provenienti dall'Algeria. Ora che l'Europa-fortezza si accinge a chiudere quasi
definitivamente le porte con l'approvazione della durissima direttiva-rimpatri,
molti migranti sperano di entrare nell'Eldorado rischiando la vita. Gli assalti
a Melilla sono cominciati sabato sera, sono proseguiti domenica fino all'alba,
e molti altri verranno. Piergiovanni Alleva. «E' una deriva autoritaria
il lavoratore è l'obiettivo» -
Tonino Bucci Con quel tasso di
inflazione programmata all'1,7% i salari varranno ancora meno, dice il leader
della Cgil Epifani. Un lavoratore con un reddito annuo di 25 mila euro
perderebbe mille euro nel giro di due anni. «Cifre ridicole», se la cava il
ministro del lavoro Sacconi. Ma il problema è maledettamente serio. Tanto per
cominciare, come la misuriamo l'inflazione? E come si può tamponare l'aumento
dei prezzi se pure il contratto nazionale verrà fatto a brandelli? Chiediamo di
rispondere a Piergiovanni Alleva, docente di diritto del lavoro all'Università
di Ancona e consulente della Cgil. I beni che acquistiamo non incidono per tutti allo
stesso modo sul reddito. E' sbagliata la maniera di misurare l'inflazione? Lo
ripeto già da tempo. Gli acquisti dell'uomo medio sono un'astrazione. C'è una
polarizzazione del reddito che una volta non c'era. Oggi aumentano i prezzi dei
beni di prima necessità, mentre non aumentano, o addirittura diminuiscono, quelli
di alcuni beni voluttuari tipo videocamere, telefonini e televisori al plasma.
Il discorso è falsato. E' chiaro che l'inflazione vera, quella di cui risentono
i lavoratori, si misura sui beni necessari. Che sono quelli sotto tiro. Quali
sarebbero i criteri alternativi? Si potrebbe, per esempio, stabilire
un paniere composto di soli beni di prima necessità. Oppure si potrebbe pensare
a un'indicizzazione per fasce. Oggi, invece, abbiamo un'inflazione programmata
per percentuale. Qualora dovessimo fare degli adeguamenti salariali sia pure
per via contrattuale e non automatica, avremmo quello che una volta si sarebbe
chiamato un punto differenziale. Un'ingiustizia in sé perché sostiene i redditi
più alti. Quand'anche volessi alzare il tasso d'inflazione programmata dall'1,7
al 3,5% - per ipotesi - a tutti i livelli di retribuzione, non farei altro che
mantenere di fatto la distanza tra i redditi e in una situazione
inflazionistica che colpisce i beni di prima necessità. A tutto danno dei
redditi più bassi. D'altra parte, lo spettro degli adeguamenti automatici,
cacciato dalla porta, qui rientra dalla finestra. Quando l'inflazione comincia
a salire, nonostante tutti gli esorcismi, la pretesa di un adeguamento più o
meno garantito, più o meno automatico, diventa inevitabile. Però nel
frattempo Confindustria vuole smantellare la contrattazione nazionale. C'è
incoerenza? La centralità del contratto nazionale, da un lato, ne
esce rafforzata, dall'altro viene relativizzata. E' vero che bisogna garantire
l'invarianza salariale. Ma è vero anche che, quando l'inflazione comincia a
diventare alta, difficilmente il contratto nazionale riesce a compensarla o
anche solo ad avvicinarcisi. La necessità di una contrattazione di secondo
livello per riuscire a cogliere gli aumenti di produttività, diventa più
evidente. Più
evidente? Sì. Quanto più l'inflazione è alta, tanto più diventano
necessari più strumenti contrattuali. Però la contrattazione di secondo livello coinvolge
solo una minima parte dei lavoratori. Non è così? E' il vero
problema. Si gioca con le carte truccate. Il contratto nazionale dovrebbe
essere la garanzia piena del salario e diventa, invece, garanzia programmata
della metà. E' la stessa cosa dell'accordo del '93. Epifani sa bene come è
andata allora. A quel tempo avevamo la garanzia di invarianza salariale. E
invece arrivò l'inflazione programmata che andava in direzione opposta,
sistematicamente al di sotto degli aumenti dei prezzi reali. La contrattazione
di secondo livello dovrebbe essere, e a mio avviso lo è, la fonte da cui può
arrivare una vera ripartizione delle nuove ricchezze tra i lavoratori. Ecco
perché dovrebbe essere obbligatoria. O, meglio, deve essere garantita. Come? Innanzitutto
va garantita la rappresentanza sindacale in tutti i luoghi di lavoro, anche
quelli sotto i quindici dipendenti. Magari creando distretti interaziendali di
rappresentanza. E poi non dimentichiamoci che l'articolo 36 della Costituzione
garantisce la retribuzione reale dei lavoratori - non quella nominale. E' un
baluardo del potere d'acquisto dei salari. E' una cosa che non si dice mai. Non
è un argomento propagandistico. E' un problema giuridico. L'Italia è il paese dalla memoria corta.
Non sarà cominciato tutto dall'abolizione della scala mobile? Avevamo
un sistema su tre gradini. La scala mobile garantiva l'invarianza dei salari.
Il contratto nazionale ripartiva l'aumento generale medio di produttività.
Infine, la contrattazione aziendale che poteva anche essere, a quel punto, un
fatto di élite che riguardava le punte aziendali di particolare redditività.
Quel sistema aveva la sua logica. Poi cosa è successo? Eliminata la scala
mobile, il contratto nazionale è diventato l'unica difesa dell'invarianza
salariale - scritto nero su bianco nell'accordo del '93 - e il contratto aziendale
avrebbe dovuto fare la massima parte nella redistribuzione della nuova
ricchezza. Ma proprio per questo il contratto aziendale doveva essere
generalizzato. Non poteva restare un fatto marginale. Questo è il dramma dei
salari italiani. Ricordo benissimo quella vicenda, come se fosse accaduta ieri.
L'allora ministro del lavoro Giugni anziché rendere obbligatoria la
contrattazione di secondo livello, la lasciò in balia dei rapporti di forza.
Oggi vogliono sottodimensionare il contratto nazionale rispetto alla tendenza
inflattiva, ma non vogliono generalizzare la contrattazione aziendale. E' un
vicolo cieco. E da un'altra parte ancora si agganciano i salari alla produttività. Se
vuoi campare ti devi massacrare di straordinari. Come ne usciamo? Andiamo
verso il paternalismo del mondo padronale o verso la contrattazione individuale
o verso il lavoro in nero. Tutti in ordine sparso e ognuno per conto proprio.
in queste cose non ci sono né santi né angeli. Ridotti come sono i lavoratori
oggi, se a uno gli offrono un salario individuale al nero, quello lo prende. La
riduzione del 10% della tassazione sugli straordinari è un modo per mantenere
sotto controllo il nero, senza pregiudicare però l'unilateralità dell'azienda
nel decidere le retribuzioni - il che significa anche la pattuizione
individuale del salario. Non è un caso che la facilitazione fiscale sia stata
data a tutti gli aumenti di produttività e non solo, magari, per i salari
aziendali contrattati sindacalmente. Ma la contrattazione aziendale piace a Confindustria.
Lei propone la stessa cosa? Intanto defiscalizzerei solo il salario
aziendale che sia stato contrattato. In questo momento la contrattazione
aziendale viene agitata strumentalmente da Confindustria come alternativa alla
contrattazione nazionale. Ma in linea generale e al di fuori dello scenario
presente io non considero i contratti aziendali come fossero gabbie salariali.
Io li considero una necessità. Anzi, andrebbero incentivati. Per esempio,
detassando le voci retributive aziendali, purché - ripeto - contrattate con il
sindacato. Anche a livello nazionale bisognerebbe prevedere un'indennità per
mancata contrattazione. Così converrebbe a tutte le imprese andare alla
contrattazione aziendale piuttosto che pagare un plus a coloro che non ce l'hanno.
Negli
anni abbiamo subìto l'argomentazione di Confindustria: scala mobile uguale
spirale inflazionistica. Come rispondiamo? Che non c'è nessuna
relazione automatica. Non è che la scala mobile di per sé generi inflazione.
Dipende da come si controllano i prezzi e dall'esistenza di fenomeni
speculativi. Io ritengo che la scala mobile dovrebbe esserci, ma dovrebbe
essere utilizzata in forma di maggiore detrazione fiscale. In modo da garantire
al lavoratore maggiore potere d'acquisto senza aumento nominale dei costi.
Proporrei un aumento della fascia no tax di reddito degli operai che copra
l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Secondo lei, oggi c'è un disegno
organico contro il lavoro dipendente? Non c'è solo il problema del
salario. Attenzione a quello che stanno combinando. Si aprono altri fronti come
precariato e contratti a termine. Il decreto legge che sta per arrivare sarà un
ulteriore smantellamento dei diritti dei lavoratori. E' una specie di legge
Biagi bis. Andiamo verso una deriva autoritaria forte. Chiaiano, al via il tavolo tecnico Calma piatta a
Chiaiano, ma densa di umori in subbuglio e di miasmi resi più fetidi dal caldo
che cola come un brodo tra le scapole, dopo l'accordo con gli enti locali
annunciato dal sottosegretario del governo con delega speciale ai rifiuti Guido
Bertolaso, sul "tavolo tecnico" convocato per oggi alle 11. L'afa
sfianca anche i più convinti oppositori che si aggirano sotto il cartellone
«Benvenuti a Baghdad» che campeggia sulla strada di accesso in via Cupa dei
Cani. Ma non quanto la notizia, data ieri in Prefettura da Bertolaso, che entro
90 giorni la discarica comincerà a riempire, al ritmo di mille tonnellate al
giorno, le cave bianche di tufo, "patrimonio Unesco", di proprietà
della chiesa cattolica apostolica romana, anzi napoletana, rappresentata dal
cardinal Crescenzio Sepe. La gente è sconcertata dall'apertura di alcuni
amministratori alle rassicurazioni di Bertolaso circa «un tavolo tecnico per
stabilire la compatibilità tra cava e discarica»prima di aprire la fase di
progettazione del sito di stoccaggio. Ma il sindaco di Marano è convinto che «i
tecnici prenderanno atto delle ripercussioni degli interventi sulle cave, del
rapporto costi-benefici, degli effetti ambientali. Sono dati che alla fine ci
daranno ragione». Allo stesso tempo, però, nella sala multimediale del Palazzo
del Consiglio di Napoli, è convocata una conferenza stampa per presentare
l'esposto alla Procura della Repubblica di Napoli contro il progetto della
discarica. A firmarlo sono gli stessi sindaci di Marano Salvatore Perrotta e di
Mugnano Daniele Palumbo, il presidente della Commissione ambiente del comune di
Napoli Carlo Migliaccio, ambientalisti, intellettuali e cittadini, supportati
dai "consulenti di parte" Domenico Cicchella, docente di Geofisica
ambientale all'Università del Sannio, Giovan Battista De Medici, professore di
Geologia applicata e Idrogeologia all'università di Napoli Federico II, Ennio
Forte, esperto di Logistica economica Trasporti e Territorio, Franco Ortolani,
ordinario di Geologia al Dipartimento di Pianificazione e Scienza del
Territorio della Federico II, Aldo Loris Rossi, ordinario di Progettazione
architettonica e ambientale, e Angelo Spizuoco, ingegnere ambientale scelto dai
comitati antidiscarica del Comune di Marano. Ma la confusione deve essere
davvero grande sotto il cielo, se mentre il presidente della Commissione
ambiente del comune di Napoli firma l'esposto, la sindaca del capoluogo
partenopeo Rosa Russo Jervolino dichiara che un inceneritore si costruirà ad
Agnano, zona vulcanica del sistema dei Campi Flegrei che fa parte della decima
zona urbana di Napoli. L'annuncio è stato dato ai giornalisti al termine di una
seduta di giunta. La sindaca ha precisato che «la scelta, dopo un'analisi molto
lunga e attenta, è quella di allocare un nuovo servizio nell'area occidentale
in modo da distribuire equamente sul territorio presenze ingombranti». Rosa
Russo Jervolino ha annunciato la disponibilità a spiegare in prima persona,
assieme al sindaco di Brescia e a quello di Vienna, la non pericolosità della
presenza del termovalorizzatore ai cittadini nella municipalità in cui sarà
realizzato l'impianto. Ma la dichiarazione, fatta da chi ha dimostrato
un'inaudita inefficienza insipienza e incompetenza nella gestione dei rifiuti
della città, è ben lontana dal rassicurare le popolazioni di Napoli e dintorni. La Stampa – 24.6.08 Marcegaglia: "Inflazione all'1,7% giusto
obiettivo" - FRANCESCO SPINI MILANO - La presidente
di Confindustria, Emma Marcegaglia, tende la mano ai sindacati sui contratti ma
sostiene la linea del governo sull’inflazione programmata, perché «rinunciare
all’obiettivo di contenere l’inflazione dandosi dei target ambiziosi sarebbe
sbagliato». Tra i sindacati, invece, cresce il malumore. Il leader della Cgil
Epifani, alla luce di letture differenti delle tre confederazioni, chiede al
direttivo nazionale un mandato per aprire un confronto con Cisl e Uil su tutto:
dalla manovra «inadeguata» alla revisione del modello contrattuale. Secondo
Epifani è importante la «tenuta unitaria» su questi temi: «Se ci sono
valutazioni differenti su questioni importanti non possiamo far finta di nulla,
bisogna affrontare con trasparenza il confronto». Davanti alla platea di
Assolombarda la Marcegaglia sceglie la strada tracciata dal governo, pur
lanciando segnali d’intesa ai sindacati, schierati contro quell’1,7 di
inflazione tendenziale scolpito nel Dpef. «Possiamo ragionare su come reagire
se gli obiettivi di contenimento dell’inflazione non dovessero essere
totalmente raggiunti», rassicura. Ma «non possiamo ignorare che oggi
l’inflazione deriva in gran parte da fattori internazionali che non possono
essere scaricati senza motivo sulle imprese italiane». La preoccupazione di
Marcegaglia è di evitare l’avvio di «una logica di spirale prezzi-salari» già
vista in passato. Alla vigilia dell’incontro tecnico che oggi vedrà sindacati e
imprese entrare per la prima volta nel merito su come «alleggerire il contratto
nazionale e lasciare più spazio a quello aziendale»Confindustria non è disposta
a cedere sul costo della vita. In linea con quanto, sempre ieri, diceva il
ministro del Lavoro Sacconi, secondo cui «se si ragiona sull’inflazione
programmata come unico strumento di una contrattazione tutta centralizzata si è
con la testa ripiegata all’indietro». Certo, la leader di Confindustria dice
che «ragioneremo sugli indici di inflazione da considerare» ma non vuole
puntare sugli assetti contrattuali «come unico strumento» per la soluzione del
nodo dei redditi. «Sono altre le cose da fare - spiega -: ci sono tariffe alte
che gravano sul reddito dei lavoratori. E qui la soluzione sta nel
liberalizzare soprattutto i servizi pubblici locali che ancora oggi molto
spesso sono inefficienti». Per le famiglie più povere occorrono «provvedimenti
di natura fiscale o di supporto del reddito». Ma, avvisa, «togliamoci dalla
testa forme più o meno strane di automatismi: l’inflazione è una sconfitta per
tutti». Detto questo, Marcegaglia cerca l’intesa: «Non è il momento del
conflitto, ma del confronto costruttivo. Non possiamo permetterci un
peggioramento del clima sociale che inevitabilmente sarebbe pagato soprattutto
dai ceti più deboli». Confindustria non vuole «un accordo a tutti i costi», ma
questo sarà possibile «solo se noi riusciremo a portare dei benefici in termini
di produttività per le imprese e di conseguenza, e solo in questo modo, ai
salari». All’appuntamento di ieri in Assolombarda anche un piccolo giallo.
Ufficialmente l’argomento era fuori tema. Eppure il governatore della Lombardia
Formigoni all’ultimo minuto ha deciso di non leggere il paragrafo del suo
discorso di aperta critica al governo sui «tagli indiscriminati» a Regioni ed
enti locali. «È la riproposizione - si legge nel passaggio “saltato” - di una
logica vecchia, superata, che dovrebbe essere estranea a un governo sensibile a
liberare le energie di quegli enti capaci di amministrare con efficienza i
propri territori». Sarà per la prossima volta, Tremonti è avvisato. La legalità secondo il Cavaliere - CARLO FEDERICO GROSSO Alcune settimane fa
Berlusconi aveva affermato che, quando incombono grandi emergenze, rispettare
la legge può diventare opinabile. Parlava del caso Napoli e della sua
immondizia. Si riferiva, in particolare, alle infrazioni compiute in Campania
da alcuni funzionari nel nome di un asserito interesse generale e criticava le
indagini penali compiute nonché le misure cautelari assunte nei confronti dei
responsabili delle infrazioni. Se agire era necessario per risolvere un
gravissimo problema, occorreva comunque operare, qualunque cosa stabilissero le
leggi. Nei limiti posti, il problema poteva anche costituire oggetto di
discussione fra i giuristi. Non sempre rispettare alla lettera la legge
corrisponde all’interesse pubblico del momento. Una legge inadeguata alla
situazione può recare danno anziché sollievo. Fino a che punto, allora, nel
nome del rispetto della legalità, è ragionevole rischiare di non risolvere i
problemi? Fino a che punto l'osservanza del precetto può essere, invece,
sacrificata all'esigenza di salvaguardare gli interessi minacciati? Legalità è
sempre, e soltanto, rispetto della norma o può diventare, talvolta, tutela
concreta, per necessità, degli interessi in gioco? Teoricamente si possono
sostenere entrambe le posizioni. Si può affermare che la legge deve essere
rispettata sempre e comunque, pena la perdita di autorità dello Stato; si può
affermare che in via del tutto eccezionale, quando sono minacciati interessi
vitali delle persone, è consentito infrangerla nel nome di una ragionevole
valutazione degli interessi in gioco. La prima tesi corrisponde a una visione
formale e rigorosa della legalità; la seconda inquadra il tema nella
prospettiva di una valutazione anche di sostanza. In questa seconda ipotesi la
legalità è comunque salva, si dice, poiché a cose fatte dovrebbe essere in ogni
caso un giudice a stabilire se vi era lo stato di necessità idoneo a
giustificare la condotta. Qualche giorno fa, alzando i toni contro la
magistratura politicizzata che lo avrebbe dolosamente vessato, parlando
addirittura di magistrati eversivi che si sarebbero infiltrati nell'istituzione
giudiziaria per contrastarlo, Berlusconi ha fornito un ulteriore suo concetto
di legalità. Quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e
governa pertanto direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il
potere senza intralci o impedimenti. Sarà il popolo, a fine legislatura, a
giudicare la sua azione, approvando o bocciando, con il voto, l'attività
compiuta. In questa prospettiva poco spazio deve essere lasciato ai controlli
in corso d'opera, siano essi politici da parte dell'opposizione, giuridici da
parte degli organi di garanzia, di legalità da parte di una magistratura
indipendente. L'opposizione, se è rigorosa, deve essere considerata
automaticamente faziosa, gli organi di garanzia, se possibile, devono essere
resi domestici con riforme che ne sviliscano i poteri, la magistratura deve
essere a sua volta contenuta. Quest'ultima esigenza costituisce priorità
assoluta. In tale prospettiva si spiegano le iniziative legislative in materia
di giustizia. Con un disegno articolato e complesso sono state progressivamente
programmate, con ritmi incalzanti per dimostrare determinazione e disorientare
gli avversari, limitazioni delle intercettazioni, meno notizie sui giornali in
materia di indagini penali, sospensione dei processi, nuovo lodo Schifani a
copertura delle alte cariche dello Stato, in grado di eludere, se possibile, le
vecchie censure della Corte Costituzionale. Chissà quant'altro ancora, a questo
punto, verrà progettato, nella medesima direzione, nei mesi prossimi venturi.
Ecco che si profila, allora, il volto nuovo dello Stato di diritto voluto dal
presidente del Consiglio. Non si tratta più, soltanto, di valutare come
legittime condotte antigiuridiche necessarie per fronteggiare asserite
situazioni d'eccezione, come egli aveva sostenuto alcune settimane fa a Napoli
in un clima politico ancora molto diverso. Con una escalation di progetti, con
l'innalzamento dei toni, con l'aggressività delle parole, egli sembra, oggi,
volere instaurare un nuovo sistema di governo sostanzialmente senza regole e
controlli, introdurre una nuova Costituzione materiale. In questo modo, egli
sostiene, il governo potrà diventare più efficiente, risolvere finalmente i
molti problemi incancreniti, rilanciare il Paese. Gli italiani avranno
finalmente più sviluppo, più benessere, più felicità. Poche sono, a questo
punto, le discussioni possibili fra i giuristi. O si accetta il nuovo concetto
di legalità o lo si rifiuta in blocco. Non sono più possibili mezzi termini,
parziali benedizioni, condiscendenze. Fino a ieri si era sperato che un nuovo
clima di non contrapposizione fra maggioranza e opposizione potesse favorire l'accordo
per un approccio ragionevole al tema delle indispensabili riforme elettorali e
costituzionali. Oggi il barometro segna, purtroppo, tempesta. Abbozzare,
condividere, acconsentire diventa molto più difficile, forse impossibile. Cresce il Califfato di Francia - DOMENICO QUIRICO PARIGI - La piscina di
La Verpillière nell’Isère è nuova di zecca, un vero lusso per una cittadina di
settemila abitanti. Non è servita per demolire record del mondo, l'ondina più
famosa e chiacchierata di Francia, Laure Manaudou, non l’ha mai onorata delle
sue bracciate d’oro. Ma dall’inizio di giugno è diventata famosissima, fa
sbandare i pensieri anche dei politici. Perché si è stabilito che per due
giorni la settimana, in una fascia oraria di due ore, possono sbracciare nell’acqua
esclusivamente le donne. Una decisione legata alla volontà della comunità
musulmana, in particolare turca, che, assai intemperante, rifiuta la mescolanza
dei sessi anche nella pratica sportiva. Il municipio ha approvato la richiesta
e ora gode della poco invidiabile notorietà legata alle imprecazioni e agli
strepiti di tutto il laicismo francese, che è uno dei pilastri della
Repubblica. Per garantire il servizio riservato alle donne di fede musulmana si
è dovuto anche assumere un bagnino donna. Quelli in attività erano tutti maschi
e quindi inadatti. Forse il sindaco di La Verpillière impillaccherato di
collaborazionismo fondamentalista l’avrebbe fatta franca se gli episodi di
questo tipo non si moltiplicassero. A Vigneux, nell’Essonne, il palazzetto era
stato affittato per un torneo di basket femminile organizzato dalle moschee
della zona; scopo dichiarato: raccogliere fondi per sostenere un'associazione
palestinese, tra l’altro assai sospettata di colleganze con gruppi estremisti.
Gli islamici, con gran naturalezza, hanno affisso un cartello e distribuito
manifestini: l’accesso alla sala è vietato agli spettatori maschi. Alle
contestazioni di flagrante discriminazione gli organizzatori si sono inacetiti:
le ragazze non vogliono certo svestirsi davanti agli uomini e non si può
giocare tenendo il velo. Dunque... Qui il sindaco è stato più radicale: ha
semplicemente ritirato la concessione del palazzetto, dicendo che non gli
garbava il metodo. Ma non ha fermato la polemica. A Provins, in Seine-et-Marne,
dove la comunità maghrebina è molto numerosa invece si organizzano senza
chiassi, dimostrazioni e sollevazioni corsi di ginnastica per sole donne. «La
République è laica e indivisibile», recita l’articolo uno della Costituzione di
mano gollista. Si sente il punto esclamativo delle affermazioni indubitabili.
Ora l'enunciazione appare pallida e rattrappita. Fino a quindici anni fa la
parola «communitarismo» non era nemmeno prevista nei dizionari: adesso è
citatissima in analisi discorsi censimenti sociologici e sempre con tono
dolente e uggito. Leggiamo: «Metodo che sviluppa la formazione di comunità
(etniche religiose culturali e sociali) e che può dividere la nazione a scapito
dell’integrazione». I musulmani in Francia sono sei milioni. Una tribù ben innicchiata,
che scatena paure perché la tentazione fondamentalista vi corre come una vena
segreta e non quantificabile; ne moltiplicano i comandamenti gli imam
estremisti. I giovani se ne invaghiscono nelle cités. È qui che la jihad ha
attinto le reclute francesi per l’Iraq. Il progetto di far fronte con un islam
istituzionalizzato, ben avviluppato nelle regole della repubblica, guidato da
una burocrazia religiosa docile e capace di tenere ai margini le tentazioni
fanatiche di cui si era invaghito Sarkozy ha appena fatto naufragio tra
polemiche spaccature e veleni. Invece si moltiplicano nella vita quotidiana gli
episodi di un rinserrarsi in abitudini che sono opposte all'integrazione. Una
parte dei musulmani ha dichiarato bello e consunto tale repertorio, si raggrinza
e si estremizza, vive in un altrove. Andare in alcune cités ormai per i
francesi è come sentirsi all’estero. L’anima, il di dentro, la fodera è quello
che sfugge tenacemente all'integrazione. Gli uomini appartengono alle abitudini
dove sono le loro memorie. E’ quella la loro casa. È la delusione per una
République che, già immemore del brusco grido della rivolta delle banlieues,
continua con le sue vecchie ricette; rovesciare denaro sui quartieri sfavoriti,
tentare di comprali? Forse. Ma quello che spiega tutto spesso non spiega
niente. C’è la sensazione che il rifiuto sia più fondo che il malessere
economico, che i termini della loro vita quotidiana non abbiano più coincidenza
semantica con le nostre parole. Esempi. Ogni giorno negli ospedali si moltiplicano
alterchi feroci, padri e mariti di fede islamica che rifiutano di affidare
mogli e figlie alla cura di medici maschi. Preferiscono che corrano il rischio
di morire. A Lione il tribunale amministrativo ha appena rifiutato di
indennizzare una famiglia musulmana. Il neonato è rimasto gravemente
handicappato perché il padre ha con la forza vietato una presenza maschile
nella sala del parto. Sempre a Lione il Comune, vessato dalle polemiche, il
prossimo anno lancerà nelle mense delle scuole elementari un menu destinato ai
piccoli musulmani, un menu halal. E ricompare l’antico guaio del velo. In Val
d’Oise nelle scuole materne hanno dovuto cambiare il regolamento per far
rispettare la laicità: le mamme velate non potranno più accompagnare i bambini
a scuola. Bolton: "Troppo tardi per fermare la
bomba" – Maurizio Molinari NEW YORK - «Hanno
chiuso la stalla ma i buoi sono già fuggiti». E’ amaro il commento di John
Bolton, ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite e veterano della lotta alla
proliferazione nucleare, alla decisione presa dall’Unione Europea con
l’adozione delle nuove sanzioni finanziarie ed economiche contro l’Iran. Cosa c’è che non va nelle misure dell’Unione Europea?
«Arrivano troppo tardi. Per la precisione con cinque anni di ritardo rispetto a
quando sarebbero servite. Allora Stati Uniti e Unione Europea erano unite,
potevano intervenire con sanzioni energiche e bloccare davvero la corsa di
Teheran al nucleare, ma invece presero tempo, tentennarono, consentendo agli
iraniani di sfruttare un negoziato nel quale non credevano per poter accelerare
in segreto il loro programma nucleare». Resta
il fatto che la Melli Bank è lo strumento finanziario con cui Teheran ha
alimentato proprio il programma nucleare... «Lo è stata. Basti
pensare che risale a qualche settimana fa la decisione di Teheran di ritirare
dall’Europa 75 miliardi di dollari di capitali. L’Europa ha deciso di congelare
le attività finanziarie dell’Iran all’indomani di questa colossale fuga di
capitali. E’ come chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti. A Teheran le
nuove sanzioni non arrecano nessun serio danno». Ma allora perché George W. Bush durante il recente viaggio in Europa ha
chiesto con insistenza ai leader alleati di varare tali sanzioni? «Bush
persegue la politica delle sanzioni con 5 anni di ritardo. Oramai gli iraniani
hanno l’arricchimento dell’uranio, un programma nucleare molto avanzato e tali
sanzioni non riusciranno certo a bloccarlo. La scelta delle sanzioni oggi non
serve più. Ha un valore forse simbolico per sottolineare la coesione Usa-Ue ma
ai fini pratici è letteralmente inutile». Cosa
si aspetta dall’imminente summit del G8 in Giappone? «Sarebbe
positivo se uscisse al termine dei lavori un documento forte sulla condanna
dell’atomica dell’Iran, condiviso anche da Russia e Cina». Nei pochi mesi che rimangono a Bush alla Casa Bianca
cosa può fare per fermare la corsa dell’Iran verso l’arma nucleare?
«Gli sono rimaste solo due opzioni. La prima è un cambiamento di regime a
Teheran e la seconda, purtroppo, è l’ultima opzione possibile. Quella
dell’attacco militare». Le sanzioni varate
dagli europei che impatto possono avere sui piani di una eventuale azione
militare israeliana? «Nessuno. Gli israeliani prendono le decisioni
inerenti alla propria sicurezza nazionale senza tener conto di cosa fanno gli
altri. In questo caso poi, trattandosi di sanzioni molto tardive e dunque
inefficaci, la cosa è ancor più vera». Insomma,
le nuove sanzioni non scongiurano l’attacco? «Sono sanzioni che non
hanno impatto sul programma iraniano». Le
recenti indiscrezioni sulle manovre militari israeliane nel Mediterraneo
lasciano intendere che l’attacco è imminente? «Confermano solo che
l’opzione militare è reale. Si tratta dell’ultima risorsa possibile ed è molto
triste il fatto che siamo rimasti quasi senza alternative. Ma la responsabilità
è della comunità internazionale che, consapevolmente o meno, ha fatto il gioco
degli iraniani, consentendogli di prendere tempo per perfezionare il proprio
programma atomico». Repubblica – 24.6.08 L'Anm offre una tregua al governo: "No a
sospensioni, sì all'immunità" - GIUSEPPE D'AVANZO ROMA - Nelle ore della più
radicale contrapposizione tra magistratura e Berlusconi, nasce - spontaneo, con
ragioni anche dissimili, dentro e fuori il governo e le istituzioni - un
partito trasversale della "tregua". Lo sollecita Pierferdinando
Casini (Udc). Lo invoca Roberto Castelli (Lega). Gli dà metodo e forma una
"lettera aperta" di Francesco Cossiga che invita il presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, a muovere la sua moral suasion ("il suo
più forte potere") per "convincere" Berlusconi "a
stralciare nel "passaggio" alla Camera le norme
"incriminate"". "Incriminate" sono le norme che
sospendono di un anno i processi per i reati commessi fino al 30 giugno 2002, e
quindi anche il dibattimento ormai agli sgoccioli che vede il capo del governo
imputato a Milano per corruzione in atti giudiziari. All'urgenza di una tregua
e di "nuovo inizio" di dialogo vuole contribuire anche l'Associazione
nazionale magistrati che, con la voce del segretario Giuseppe Cascini - mentre
chiede di "espungere" la sospensione dei processi dal "decreto
sicurezza" - osserva che compete esclusivamente "all'autonomia della
politica decidere delle immunità da offrire a chi ricopre cariche istituzionali".
Il percorso - no alla sospensione; sì alle immunità; dialogo sulle riforme di
giustizia - (sembra di capire) creerebbe le condizioni per "raffreddare un
clima" che, incandescente, danneggia tutti. Il governo. La magistratura.
Il cittadino. Cominciano da Cossiga, dottor
Cascini. Il presidente emerito propone di stralciare la sospensione dei
processi dal decreto legge sulla sicurezza. Voi siete d'accordo?
"Noi pensiamo che le norme che sospendono i processi devono essere espunte
dal decreto". Cossiga immagina, in caso
contrario, uno scenario drammatico: dimissioni del governo, elezioni
anticipate, "governo d'emergenza", "democrazia
semiprotetta" dal Capo dello Stato. "Non è il mio compito
azzardare previsioni. Il nostro compito è indicare i gravi problemi di
funzionalità per il processo penale che deriverebbero dalla sospensione
generalizzata di migliaia di processi. Si creerebbe un caos senza precedenti
che può inceppare in modo definitivo una macchina giudiziaria già molto
sofferente. Sembra già un buon motivo per eliminare quell'emendamento. Ma ce
n'è un secondo, nascosto in un paradosso. Da un lato, il governo inasprisce le
pene per reati di grave allarme sociale (per esempio, gli omicidi colposi da
circolazione stradale); dall'altro, blocca i processi per gli stessi reati
perché non li ritiene gravi. L'effetto è che le vittime di quei delitti
dovranno continuare ad attendere una sentenza che potrebbe non arrivare
mai". E' ipocrita girarci intorno. Anche
Berlusconi, nella sua lettera a Schifani, sovrappone il provvedimento con il
suo processo milanese. Ancora più esplicito è stato il suo avvocato e
consigliere Niccolò Ghedini: la sospensione di un anno serve per approvare una
nuova legge immunitaria. "Chi governa dovrebbe tenere ben
distinte le vicende personali dalle questioni di carattere generale. Uno dei
problemi che ha avuto il Paese negli ultimi anni è stata proprio la confusione
tra singoli affari penali e interventi legislativi. Il risultato è un processo
penale sconnesso, che consente agli imputati tanti e troppi espedienti per
sottrarsi al giudizio. Il paradosso è che un processo penale che non funziona
finisce per negare in radice il diritto alla sicurezza dei cittadini. Diritto
che può essere garantito soltanto da un processo penale rapido, giusto per gli
imputati e le vittime, efficace con il colpevole". D'accordo, questo è il problema, ma qual è la
soluzione? "Alle soluzioni stavamo lavorando prima della
violenta ripresa di un clima di scontro. La nuova contrapposizione confonde le
questioni e mette insieme piani diversi. Credo che bisogna fermare le polemiche
e tornare a separare i problemi e gli argomenti da affrontare". Si spieghi meglio, per favore. "Sul
tavolo ci sono tre diverse questioni. 1. La riforma della giustizia. Richiede dialogo,
ponderazione, analisi prudenti, qualche convergenza. Non si può legiferare
senza valutare le conseguenze delle innovazioni, come è accaduto con la norma
che congela i processi. 2. Una leale collaborazione tra le istituzioni. Se si
aggrediscono singoli magistrati accusandoli, più o meno, di attentato alla
Costituzione, la soluzione dei problemi si allontana. 3. Infine c'è la proposta
di fermare i processi per le più alte cariche dello Stato. Questi capitoli
devono restare separati e ciascuno deve avere un luogo, un metodo e gli attori
per essere affrontati e risolti". Voi
siete d'accordo con un nuovo lodo Schifani-Maccanico? "La
scelta dell'immunità temporanea o permanente di chi ha alte responsabilità
istituzionali spetta all'autonomia della politica che valuterà le forme e i
modi di un eventuale provvedimento tenendo conto delle indicazioni della Corte
Costituzionale". Per quel che si è
capito, però, Berlusconi subordina ogni iniziativa all'approvazione del nuovo
lodo. "La questione dell'immunità deve essere separata e non
confusa con i meccanismi che fanno funzionare i processi né può essere
accompagnata da una campagna di aggressione contro alcuni magistrati. Come non
può interferire con la legislazione ordinaria in materia di giustizia. Voglio
dire che ogni questione deve essere affrontata sul suo piano. E' l'unico metodo
possibile per andare avanti e ha una precondizione: il riconoscimento di
legittimità tra le diverse istituzioni dello Stato. Se i giudici condannano
all'ergastolo i Casalesi, credo che il capo del governo abbia il dovere di
tutelare la legittimità democratica di quella decisione, come peraltro ha fatto
il Capo dello Stato. Se il giorno dopo quella sentenza, per altri motivi, si
accusa la magistratura di attentato alla democrazia si provoca una crisi di
legittimità, credibilità e fiducia che paga, non solo l'ordine giudiziario, ma
soprattutto il cittadino che sarà meno protetto dai poteri criminali". Le dice: "dialogo". Ma chi è il vostro
interlocutore? L'avvocato Ghedini, che scrive le leggi, o il ministro Alfano,
che le presenta in Parlamento? "Alcuni atteggiamenti della
difesa nel processo non aiutano una maggiore comprensione dei problemi. Le
faccio un esempio. Nel codice c'è scritto che l'istituto della ricusazione non
sospende il processo, ma impedisce solo la pronuncia della sentenza. L'avvocato
Ghedini ha invece sostenuto che la mancata sospensione del processo è "la
prova" che il giudice è prevenuto. Questo comportamento è emblematico di
una volontà di inasprire il conflitto. Il guaio è che questo metodo non si
ferma all'interno del processo, ma viene trasferito anche in sede politica e
legislativa". Dunque, meglio il ministro
Alfano? "Il ministro è il grande assente in questa vicenda.
All'inizio del suo mandato ha ben impostato un metodo di lavoro mostrando di
condividere priorità e urgenze. Avrebbe dovuto tenerne conto anche quando, in
occasione delle presentazione della norma che sospende i processi, non ha
fornito al Parlamento i dati sulle gravi conseguenze di quel provvedimento sul
funzionamento della giustizia di cui, per dettato costituzionale, egli è
responsabile". L'ultima domanda è per la
magistratura. Soltanto il 21 per cento degli italiani, a quanto pare, ha
fiducia nella magistratura. Non è un problema? "Certo che lo è.
La crisi di funzionalità della giustizia sta lentamente corrodendo anche la
credibilità dell'istituzione giudiziaria. Sono necessarie e urgenti riforme
legislative, ma occorre riconoscere che ritardi e inefficienze sul piano
organizzativo e anche comportamenti non ortodossi di singoli magistrati hanno
contribuito a creare un clima di sfiducia nei confronti del sistema. La
magistratura è impegnata in uno sforzo di rinnovamento e di autoriforma. Il
Consiglio superiore sta provvedendo a un radicale rinnovamento della direzione
degli uffici mentre un sistema periodico di valutazione darà alla magistratura
più professionalità ed efficienza. Ma ripeto: ogni problema deve avere il
luogo, gli attori e il metodo per essere affrontato e risolto". Immigrati, permesso a uno su 100, è
allarme-badanti per le famiglie - VLADIMIRO POLCHI ROMA - Una montagna di
pratiche ferme. Settecentomila domande in attesa di una risposta. Sono quelle
di chi aspetta da mesi di mettere in regola un immigrato. È la gara del decreto
flussi, ma la chiamano "lotteria delle quote": finora, solo uno su
cento ce l'ha fatta. La corsa a un posto da regolare coinvolge ogni anno
migliaia di immigrati invisibili. Nel 2007, il decreto ha messo in palio
170mila posti. Come è finita? A sei mesi dalla presentazione delle oltre
740mila domande d'assunzione, meno di 8mila sono i visti d'ingresso rilasciati:
circa l'1%. Una débacle burocratica, che chiama in causa ministero dell'Interno
e degli Esteri. Un passo indietro: col decreto flussi, l'Italia fissa
annualmente il tetto massimo (le "quote") di cittadini
extracomunitari, che possono entrare nel Paese per motivi di lavoro subordinato
o autonomo. Questo sulla carta. In realtà le cose vanno ben diversamente: il
decreto è l'unica chance per mettere in regola chi già si trova in Italia.
Come? Si presenta domanda d'assunzione, si spera di rientrare nelle quote, si
esce dal Paese col nulla osta e si ritorna col visto d'ingresso. È un sistema
di porte girevoli: esci clandestino, rientri regolare. Ma solo a pochi
fortunati il gioco riesce. I due decreti del 2006 avevano aperto le porte a
470mila ingressi: una massa di lavoratori, che hanno tenuto occupati gli uffici
competenti per oltre 18 mesi. Per questo, nel 2007, i posti messi a
disposizione dal decreto flussi sono scesi a 170mila, oltre un terzo per
collaboratrici domestiche. La novità? Le domande d'assunzione potevano essere
presentate solo via Internet, a partire dal 15 dicembre: il cosiddetto
"clic day". In pochi minuti le quote sono state superate e dopo
qualche settimana il conto si è fermato a 740mila domande presentate (di cui
475mila per lavoro domestico: colf e badanti). I più richiesti? Marocchini
(139mila), cinesi (80mila), bengalesi (79mila), indiani (56mila) e ucraini
(53mila). Una valanga online di domande in attesa di una risposta. Che ne è
stato? Al 17 giugno 2008 (dati del ministero dell'Interno), le domande
"definite" sono solo 67.627, le pratiche in attesa d'integrazioni
sono invece 5.147. Tra le "definite" rientrano quelle bocciate dalle
questure (6.388) e dalle direzioni provinciali del lavoro (ben 19.311); quelle
chiuse per rinuncia del datore di lavoro (2.585) e infine quelle che hanno
finalmente ricevuto il nulla osta all'assunzione (39.343). Purtroppo, però, il
nulla osta non pone fine alla via crucis della regolarizzazione. A quel punto,
infatti, la burocrazia si sposta all'estero, nei consolati italiani che devono
rilasciare agli immigrati con nulla osta, il visto d'ingresso per l'Italia. E
qui c'è la nuova strettoia. Quanti visti sono stati rilasciati finora? Solo
7.947 al 17 giugno 2008. Colpa delle difficoltà di attraversare la frontiera
per chi si trova già in Italia da irregolare e dell'insufficienza di personale
in molti consolati. "Le colpe si distribuiscono tra ministero dell'Interno
e degli Esteri - sostiene l'avvocato Marco Paggi dell'Associazione Studi
Giuridici sull'Immigrazione - dopo il clic day, infatti, nulla è cambiato: lo
sportello unico dell'immigrazione è stata una semplificazione apparente e nei
consolati mancano le risorse adeguate. In Moldavia manca addirittura un
consolato italiano, bisogno andare fino in Romania per chiedere il visto. Che
il 90% delle domande d'assunzione riguarda irregolari già presenti in Italia è
poi un segreto di pulcinella - prosegue Paggi - e lo Stato dovrebbe avere la
coerenza di procedere a sanatorie mirate per chi lavora e ha una casa. Ne
riceverebbe in cambio denaro prezioso: il versamento dei contributi nelle sue
casse". Europa – 24.6.08 Con il tedesco non si torna indietro - ROBERTO
GUALTIERI
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