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IL DANNO E LA BEFFA

Repubblica – 25.6.08

 

Il prezzo dell'impunità - GIUSEPPE D'AVANZO

Berlusconi andrà fino in fondo senza curarsi degli inviti del Capo dello Stato a trovare in Parlamento soluzioni condivise - almeno per materie come la sicurezza e la giustizia. Non si attarderà ad ascoltare le perplessità del suo alleato (la Lega). Non presterà alcuna attenzione alle sollecitazioni di un'opposizione moderata e ragionevole (Udc, Pd). Non stringerà la mano tesa di una magistratura che, stanca di guerra, vuole almeno tutelare - in questa temperie - una decente funzionalità dell'amministrazione giudiziaria, un'accettabile efficacia del processo penale, la concretezza della pena. Venisse giù il cielo, Berlusconi andrà fino in fondo per due ragioni che sono indivisibili nella indefinitezza che ha sempre separato il suo privato dalla responsabilità pubblica che (legittimamente) interpreta. Deve proteggersi da un presente penale e rimuovere ogni incognita dal futuro. La sua urgenza personale (non essere processato) è diventata pubblica necessità come la diffusa percezione d'insicurezza, come la crisi della "monnezza" a Napoli. Oscurità che chiedono di essere rimosse presto, con un'immediata decisione, rapida come un lampo di luce, anche a costo di violare lo Stato di diritto - anche in quest'occasione, come nelle altre - di separare lo Stato dal diritto. Diventata estrema e improrogabile la necessità di fermare il suo processo e di scongiurare la possibilità che ce ne siano in futuro, vengono congelati per un anno i processi per i reati commessi fino al 30 giugno del 2002, in attesa di approvare un nuovo "lodo" immunitario. Berlusconi è imputato di corruzione in atti giudiziari. È un reato rarissimo, in Italia. Si celebrano meno di due processi all'anno per quel delitto. È questa trascurabile presenza statistica che rende indispensabile fermare per un anno migliaia di processi per i più diversi reati. La decisione paralizza una macchina giudiziaria già inceppata e caccia l'esecutivo in una contraddizione irrisolvibile e irragionevole, se ci fosse ancora spazio per la ragione. Da un lato, definisce un catalogo di reati di grave allarme sociale e ne irrobustisce le pene; dall'altra, per gli stessi reati (stupro, usura, traffico di rifiuti, sfruttamento della prostituzione, omicidio colposo per i pirati della strada...) li dice irrilevanti, marginali e dappoco fino allo spartiacque del 30 giugno 2002. In nome di una personale sicurezza e impunità, il capo del governo accetta di mettere in tensione la sicurezza di tutti. Racconta di voler rendere più sicuro il Paese e lo rende disarmato. Chiede alla magistratura di fronteggiare le minacce diffuse e l'azzoppa irrimediabilmente. Il metodo può apparire incoerente per il senso comune, per la più fragile delle decenze istituzionali. È, al contrario, ragionevolissimo per un esecutivo e una maggioranza iperpersonalizzati che presentano il premier come un sovrano, come il solo salvatore capace di risolvere i problemi del Paese, il solo uomo in cui la maggior parte degli italiani ha "fiducia". Salvare da ogni controllo di legalità Berlusconi, trasformato in icona e pietra angolare del sistema; proteggere il suo potere e - con esso - la possibilità stessa di una "decisione" libera dai consueti legacci o dai "costituzionali" contrappesi vuol dire - in questo nuovo, artificioso stato di necessità - tutelare non Berlusconi, ma il governo del Paese, la sola via d'uscita dalle molte crisi che lo affliggono. In questo slittamento di significato dal privato al pubblico, dalle ragioni di uno alle necessità di tutti, si deve cogliere uno dei segni distintivi di questa stagione politica. Bisogna cominciare a fare i conti con gli esiti. Occorre iniziare a cogliere, dietro la retorica berlusconiana, le tecniche che la sostengono. È necessario prendere atto, oggi e innanzitutto, dello svuotamento funzionale del potere del Parlamento. C'erano molte ragioni per una valutazione attenta del Senato dei pericoli, contraddizioni e debolezze del provvedimento con forza di legge approvato dal governo. Le circostanze aggravanti da infliggere a chi "si trova illegalmente sul territorio nazionale" rispettano il dettato costituzionale o danno vita a un doppio binario di giudizio per il cittadino italiano e lo straniero? La sospensione incondizionata dei processi migliora davvero il "servizio giustizia" nell'interesse del cittadino - sia esso imputato o vittima - o ne pregiudica in modo grave il lavoro? Un'immunità che garantisca le alte cariche dello Stato deve davvero passare attraverso lo strappo violento del precetto che rende tutti uguali davanti alla legge? C'era anche "materia" politica e istituzionale da sorvegliare dopo le aperture della Lega, le proposte di Udc e Partito democratico, le prudenti riflessioni dell'Associazione nazionale magistrati. Il Senato (e alla Camera non andrà in modo diverso) si è mostrato del tutto indifferente a ogni questione; disinteressato a ogni distinzione tra utile e dannoso, necessario e arbitrario, giusto e ingiusto; neutrale anche rispetto ai valori costituzionali interpellati dal decreto del governo e dagli emendamenti imposti dal presidente del Consiglio. Affiora un metodo. Il Parlamento (un Parlamento non di eletti, ma di "nominati") rinuncia a elaborare "politiche", le subisce. Non le discute, le approva a occhi chiusi consegnandosi, come fosse un involucro vuoto, a una impotente autoemarginazione. Libera dalla presenza del potere legislativo, la retorica "anti-sistema" di Berlusconi potrà muoversi senza ostacoli - se quel che si è visto finora è soltanto un saggio del futuro della legislatura - lungo i confini disegnati dalle tre strategie finora messe in campo. Istituzionale: coinvolge il capo dello Stato nelle sue iniziative, salvo imbrogliarlo nel merito; mima il dialogo con le opposizioni, salvo affondarlo secondo convenienza. Extra-istituzionale: con una comunicazione manipolata e sovrattono, abusa della "fiducia" che il Paese gli concede a piene mani per compilare un'agenda di governo che ne trascura i problemi più autentici. Anti-istituzionale: aggredisce con sistematicità le istituzioni di controllo, subito la magistratura. È un'agevole previsione credere che molto presto toccherà all'informazione.

 

I Paperoni saliti a 10 milioni: boom per India, Cina e Brasile

ANDREA GRECO

MILANO - Sempre più impetuoso il vento dell'Est soffia sulla ricchezza del mondo. Le economie e le Borse di India, Cina e Brasile sono sempre più levatrici di grandi patrimoni, anche perché non risentono della crisi creditizia nata negli Usa un anno fa, che invece rallenta l'Occidente. L'Europa è il continente più "lento", in Italia il numero dei Paperoni resta quasi fermo (ma sono comunque ben 208 mila). Il 12° World Wealth Report di Merrill Lynch e Capgemini fotografa un 2007 a due facce per i milionari in dollari (a cambi costanti). Il plotone, 10 milioni di persone, è cresciuto del 6% dall'anno prima, un po' meno del +8,3% precedente. Anche l'ammontare dei loro patrimoni sale, del 9,4% rispetto all'11,4% precedente: ora siamo a 40mila miliardi di dollari, 4 milioni a testa in media. Se fino all'estate 2007 il trend era quello noto, con i paesi maturi al trotto e gli emergenti al galoppo, nel secondo semestre Usa ed Europa sono andate in affanno per la crisi di banche, consumatori e Borse; Asia, Medio Oriente e America Latina si sono avvantaggiate per il rincaro delle materie prime - alimentari e idrocarburi - di cui sono esportatori. "Il divario di crescita delle Borse nelle economie mature rispetto alle emergenti è stato significativamente più marcato nel 2007 rispetto al passato", ha detto Mauro Masciarelli di Capgemini Italia. Il risultato è che i milionari sono aumentati del 22,7% in India, del 20% in Cina, del 19% in Brasile, del 15,6% in Medio Oriente, del 14,3% in Est Europa. Per illustrare altrimenti il concetto, i "passion investments" in beni di lusso, arte e viaggi sono decollati tra i nuovi ricchi: +47% di Ferrari vendute in Asia, +32% in Medio Oriente. I russi preferiscono gli yacht, specie oltre i 60 metri, nicchia dove i loro ordini valgono il 20% del business, un primato. In Italia la realtà dei numeri è diversa. I milionari sono saliti da 206mila a 208mila, un piccolo +1,1% che lo studio spiega con più fattori. Dalla frenata dell'export al peggioramento del credito che ha fatto scendere i consumi (e la cosa continuerà nel 2008); dal - 7% di piazza Affari nel 2007 (e a oggi il Mibtel è sotto del 25%) alla corsa dell'euro che preme sui prezzi delle materie prime. C'è poco da arricchirsi, insomma. Ma almeno i 208mila milionari non avranno i problemi di potere d'acquisto degli altri 50 milioni di italiani. La ricerca analizza anche il modo in cui i grandi patrimoni vengono investiti. E rileva come i problemi dei mercati negli ultimi mesi del 2007 abbiano portato i ricchi a puntare su forme di risparmio più prudenti. La liquidità, i deposti e i titoli a reddito fisso hanno assorbito il 44% dei beni finanziari del campione totale (aumento del 9% sul 2006). Il comparto immobiliare conta per il 14%, un calo del 10% rispetto al 2006 per il fatto che molti ricchi hanno smobilizzato le plusvalenze su case e palazzi per mettere il denaro su porti più sicuri. Si nota, inoltre, un ritorno di interesse per i mercati locali, che sono meglio conosciuti. Se proprio si ha voglia di qualche "escursione" finanziaria, la si prova sui mercati emergenti, mentre gli Stati Uniti non sono più un obiettivo dei Paperoni. Nel 2008 il recupero del nuovo mondo sul vecchio potrebbe intensificarsi. "La solidità dei fondamentali nei mercati emergenti è probabilmente destinata a durare", segnala lo studio, che pone due ostacoli per l'economia mondiale. Il primo riguarda i mercati maturi, alle prese con gli sviluppi della crisi dei mutui subprime. Il secondo riguarda gli emergenti, che sperimentano "alti rischi di inflazione". L'intreccio dei due temi determinerà il 2008. Anno forse di transizione come il 2007, ma i gestori di grandi patrimoni non avranno da piangerci su: lo studio prevede infatti che nel 2012 la disponibilità dei milionari sarà salita a 59mila miliardi di dollari, (+7,7%).

 

Manifesto – 25.6.08

 

Il danno e la beffa - Gabriele Polo

Bisogna dare atto a Silvio Berlusconi di aver compiuto un capolavoro. Malefico, ma un capolavoro. Va anche detto che non ha trovato molti contrasti, da un'opposizione parlamentare edulcorata a un presidente della Repubblica timorosissimo. Ma resta la sostanza del primo via libera parlamentare a un decreto sicurezza che mette insieme il danno e la beffa: il danno di misure repressive e a-costituzionali (ronde militari, espulsioni a pioggia, immigrazione concepita come pericolo sociale) con la beffa dell'impunibilità personale del premier spacciata come operazione di pubblica sicurezza. Il capolavoro di Berlusconi consiste nell'aver creato (con la complicità di tv e giornali, e non solo quelli di proprietà) una doppia emergenza - pubblica e privata - su cui far passare un apparato di norme per cui i presidenti dei tribunali dovrebbero smontare dai loro tavoli quella vecchia scritta che recita «la legge è uguale per tutti». Di più. Il premier è riuscito a catalizzare su di sé (e sui provvedimenti che lo riguardano) tutte le attenzioni mediatiche e politiche del decreto sicurezza, facendo passare in secondo piano le misure altrettanto gravi che riguardano il resto degli umani. In questo modo l'opposizione parlamentare è rimasta ancora una volta vittima di un antiberlusconismo superficiale, tutto legato al Berlusconi-persona e del tutto scollegato al Berlusconi-soggetto politico. Il guaio è che sembra essere passata la logica di scambio che il premier ha proposto all'opinione pubblica: «Io vi garantisco la sicurezza di strada e voi mi concedete l'immunità personale». Un po' come accadeva per l'antico istituto della dittatura romana: pieni poteri al dux di fronte al nemico che bussa alle porte. Non importa che il nemico sia una creazione ideologica, né che le misure securitarie proposte servano a nulla, quel che conta è l'opinione comune che si viene a creare e i benefici effetti che il «dittatore» ne trarrà. Siano essi quelli dei processi cancellati votati dal senato (soluzione tirannico-personale) o quelli di un novello lodo Schifani per l'immunità temporanea offerta alle alte cariche dello stato (soluzione oligarchico-castale). Rimediare a un simile disastro non sarà facile. Servirebbe una mobilitazione non ridotta a testimonianza di pochi, una politica capace di ammettere i propri errori, un'informazione non asservita, una cultura capace di una comunicazione non elitaria. O, almeno, un segnale, un gesto di coraggio che dall'alto di un Colle dica «siamo una repubblica democratica, non una tirannia né un'oligarchia». O è pretendere troppo?

Scuola disastrata dai tagli Tremonti - Mauro Ravarino

Saranno gli insegnanti le principali vittime del decreto fiscale proposto dal governo Berlusconi, oggi al voto di fiducia alla Camera. Una vera gogna per la scuola e per tutti i settori della conoscenza. L'esecutivo vuole recuperare ben 8 miliardi di euro in tre anni - dicono i sindacati che hanno ottenuto in anteprima una bozza della manovra finanziaria - salteranno quasi 150 mila posti di lavoro: 100 mila cattedre e 43 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). Sotto la fantomatica dichiarazione di guerra ai «fannulloni» si giustificano tagli indiscriminati, con conseguenze pesantissime sull'intero sistema scolastico. Per la Flc-Cgil, «la scuola è diventata la principale fonte di risparmio della spesa pubblica». Obiettivo: debilitare l'istruzione pubblica, accantonare il tempo pieno e addirittura tornare al vecchio maestro unico, per il quale non provavamo certo nostalgia. Queste sono alcune delle ipotesi, inserite nel decreto, che farebbero balzare l'Italia indietro di quasi quarant'anni. Era, infatti, il 24 settembre del 1971, il giorno in cui il tempo pieno diventava legge, prevedendo la presenza di due docenti per classe. Ma gli attacchi non finiscono: caleranno i fondi alla ricerca ed è in cantiere una proposta di privatizzazione delle università, sotto forma di fondazioni. Il decreto fiscale presenta 174 articoli, attraverso i quali il mondo della conoscenza subirà ampie sforbiciate, tanto da far pronunciare a Enrico Panini un duro atto d'accusa: «Il governo - afferma il segretario generale della Flc-Cgil - scommette sull'ignoranza». In Italia si spende il 2% in meno del Pil rispetto agli altri Paesi europei e, negli ultimi dieci anni, la spesa per ricerca, scuola e università si è ridotta costantemente in rapporto al totale della spesa pubblica: «È evidente - aggiunge Panini - che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese, dai lavoratori e dagli strati meno ricchi». Vediamo nel dettaglio i punti caldi della bozza, partendo dal settore più a rischio. La scuola sarà sottoposta a un risparmio record di 7,832 miliardi di euro, il 30% dei quali saranno successivamente reinvestiti in politiche contrattuali di incentivazione. Quali le conseguenze? Si parla di un taglio di 100 mila cattedre in tre anni che Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, considera «uno smantellamento della scuola statale». Gli istituti si spopoleranno anche di bidelli, tecnici e segretari; il personale Ata verrà infatti ridotto del 17%. A tale disastro, si aggiunge una devastazione degli ordinamenti scolastici, che «per la prima volta - commenta Panini - saranno più poveri di quelli precedenti». Al vaglio ci sono il ritorno del maestro unico nelle elementari e una riduzione di ore e materie nella scuola secondaria. Critico anche Francesco Scrima della Cisl scuola: «È un'operazione che porta solo a un depotenziamento della rete territoriale delle scuole, che non potranno più assicurare quel fondamentale diritto costituzionale che è l'istruzione per tutti». Per quanto riguarda l'università, agli atenei verrà fornita la possibilità di trasformarsi in fondazioni; una norma che - secondo la Cgil - alienerebbe il patrimonio pubblico a favore dei privati. Si rallentano poi gli scatti automatici ai docenti e si dà una stretta alle assunzioni: per il triennio che va dal 2009 al 2011 le università potranno, infatti, assumere nei limiti del 20% dei pensionamenti e del 50% dal 2012. Il fondo di finanziamento ordinario degli atenei subirà un taglio di 500 milioni di euro in due anni. Infine, arriviamo alla ricerca. Anche qui, la scure di Tremonti non si concede nessuna pietas. Saranno soppressi tutti gli enti di ricerca con meno di 50 unità di personale e per tutti gli altri è previsto un riordino e una riconferma assolutamente non scontata. Gli enti di tutela ambientale vengono riuniti sotto l'Irpa e passano sotto il ministero dell'Ambiente. Per gli enti pubblici di ricerca sono confermate le procedure in vigore dal primo gennaio. Le assunzioni per il triennio 2010-2012 avverranno nei limiti del 80% della spesa complessiva e del 100% del turn over, con un peggioramento rispetto alle previsioni della finanziaria 2007. Ormai è chiaro, il nuovo corso Gelmini si apre con le peggiori prospettive per i lavoratori della conoscenza.

 

Sinistra Cgil unita: «Nessun accordo, è ora di conflitto» - Antonio Sciotto

Il Direttivo Cgil si è chiuso con un documento di netta contrarietà a tutte le misure annunciate dal governo, dai tagli agli enti locali al piano Brunetta sul pubblico impiego, fino alla riforma Sacconi sul lavoro e l'emendamento «salva premier». Senza parlare della «compassionevole» card per anziani, un po' il simbolo dell'atteggiamento dell'esecutivo verso il disagio sociale, criticata ieri anche dalla segretaria dello Spi Carla Cantone. Ma nonostante questo giudizio, non si tira la conclusione che ci si deve mobilitare (si lancia solo l'idea di un'«informazione ai lavoratori» e un «confronto con Cisl e Uil») mentre Guglielmo Epifani è determinato a continuare il confronto con Confindustria sui contratti. Il documento è stato approvato da 72 componenti, con 15 voti contrari e nessun astenuto. Hanno votato contro le aree «Lavoro e società» e «Rete 28 aprile», come i rappresentanti Fiom vicini a Gianni Rinaldini: la contrarietà non è stata espressa sull'analisi, quanto piuttosto sulle conclusioni. Secondo la sinistra Cgil - che raccoglie un buon 25% dell'organizzazione e che è sempre più compatta - bisogna prepararsi all'eventualità che l'accordo non si faccia, perché non ve ne sono le condizioni, avendo il governo avvelenato il clima ed essendo la Confindustria - nonostante su questo punto Epifani «glissi» - sulle stesse posizioni dell'esecutivo. C'è poi da segnalare che Rinaldini ha chiesto di «accelerare i tempi del Congresso», mentre Carlo Podda (Fp) chiede una «discussione sul merito» già alla Conferenza programmatica prevista per la primavera 2009: «E se non si avrà un risultato - spiega - allora subito dopo ci vorrà un confronto su analisi e strategie della Cgil nel nuovo quadro, e anche la parola Congresso non la vedo come un tabù». Nicola Nicolosi, coordinatore di «Lavoro e società», afferma che «con tutte le gravi misure messe in cantiere dal governo, la Cgil non può restare ingabbiata nell'unità spasmodica con Cisl e Uil: è ovvio che il confronto con loro ci sarà sempre, ma adesso è il momento di preparare il terreno del conflitto, senza escludere uno sciopero generale». Quanto all'accordo con Confindustria, per Nicolosi è «molto difficile, perché dice le stesse cose del governo, e poi partiamo da una piattaforma che non aumenta realmente i salari: il contratto nazionale deve recuperare tutta l'inflazione e una quota di produttività». Anche per Rinaldini «è complicato prevedere una trattativa positiva, per le posizioni espresse da governo e Confindustria: ed è chiaro che il governo dovrà prima o poi entrare come terzo al tavolo». E allora «l'analisi di Epifani è condivisibile, anche quando chiede alla Ces, come hanno fatto Fim, Fiom e Uilm, una manifestazione europea sugli orari di lavoro, ma io continuo a non condividere la piattaforma per la trattativa sui contratti. E visto il contesto difficile in cui ci muoviamo, la Cgil deve cominciare da subito a prepararsi per l'eventualità di un non accordo con le imprese, deve fissare subito dei paletti oltre i quali non si va: altrimenti a settembre ci si potrebbe vedere costretti a firmare qualsiasi cosa». «Dire no al governo non basta - spiega infine Giorgio Cremaschi - bisogna dirlo anche alla Confindustria, che è l'altra faccia del governo. E prepararsi alla mobilitazione anche da soli: perché tra Bonanni, governo e Confindustria c'è un'intesa cordiale».

 

Una pista francese per la strage di Ustica – Carlo Lania e Sara Menafra

ROMA - Ventotto anni dopo la strage di Ustica, si riparte dalla Francia. Potrebbero essere stati infatti dei Mirage appartenenti all'aviazione della Marina francese a provocare, la sera del 27 giugno 1980, l'abbattimento del Dc9 Itavia in volo da Bologna a Palermo. Una tragedia che sarebbe stata l'atto finale di un fallito attentato al leader libico Muhammar Gheddafi e in cui sarebbe rimasto coinvolto l'aereo italiano. Ad essere convinto delle responsabilità di Parigi nella strage è l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che è stato ascoltato dai pubblici ministri Erminio Amelio e Maria Monteleone della procura di Roma che hanno riaperto le indagini sulla strage costata la vita a 81 persone. E ai due magistrati Cossiga ha ripetuto quanto affermato in alcune interviste, vale a dire di aver saputo delle presunte responsabilità francesi dall'ex capo del Sismi Fulvio Martini che avrebbe trasmesso le stesse informazioni anche a Giuliano Amato, all'epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Craxi. Secondo la ricostruzione dell'ex presidente, Parigi avrebbe saputo che il 27 giugno di 28 anni fa Gheddafi avrebbe attraversato il Tirreno a bordo di un aereo, e avrebbe organizzato l'operazione militare per ucciderlo. «La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi videro un aereo (probabilmente di scorta a quello di Gheddafi, ndr) nascondersi dietro il Dc9 per non farsi prendere dai radar». In quell'occasione, ha spiegato ancora Cossiga, sarebbe stato utilizzato un missile a risonanza e non a impatto perché «se fosse stato a impatto non ci sarebbe stato nulla dell'aereo». Amelio e Monteleone hanno ascoltato anche Amato, che però, come in passato, ha ribadito di non essere mai stato a conoscenza delle informazioni di cui parla l'ex presidente. Rimasto in silenzio per anni, Francesco Cossiga ha dunque deciso di rivelare quanto saprebbe sulla strage di Ustica. Una decisione che arriva dopo che, il 10 gennaio del 2007, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal governo italiano contro l'assoluzione dall'accusa di alto tradimento dei generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, mettendo così la parola fine all'inchiesta sulla strage. Le parole dell'ex presidente potrebbero ora far ripartire le indagini, indirizzandole con decisione verso la Francia. «Servirebbe una nuova rogatoria internazionale», spiega Rosario Priore, il giudice che per nove anni ha indagato sulla strage. «A Parigi bisognerebbe chiedere di nuovo non solo la dislocazione delle sue portaerei quella notte, ma anche di farci sapere chi erano i piloti in volo e dove si trovavano. Ma per far questo - aggiunge il giudice, oggi consigliere della Corte di Cassazione - il governo dovrebbe far sentire pesantemente la sua voce, e non lasciare da soli i magistrati». Non è certo la prima volta che nell'inchiesta spunta un possibile ruolo della Francia. Lo stesso Priore nel 1993 fece una rogatoria per chiedere informazioni sulla posizione delle sue navi la sera della sciagura, ma soprattutto sull'attività della base di Solenzara, in Corsica. Le risposte ricevute furono a dir poco evasive. Anche per questo oggi la procura capitolina sembra scettica nel voler chiedere di nuovo spiegazioni a un Paese che finora ha mostrato poca disponibilità a collaborare. Come ricorda Priore: «Sulle due portaerei, la Foch e la Clemenceau, dissero che si trovavano alla fonda in porta militari, mentre su Solenzara affermarono che la base chiudeva alle 17, quindi i radar non potevano aver registrato nulla di utile». In realtà le cose sarebbero andate in maniera diversa. Almeno per quanto riguarda la base corsa. A contrastare le affermazioni di Parigi ci sono infatti le dichiarazioni rese prima a Priore e successivamente, nel 1988, in commissione Stragi dal generale dei carabinieri Nicolò Bozzo. Non si tratta di una testimonianza qualunque. All'epoca dei fatti Bozzo era infatti il braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e le sue dichiarazioni sono considerate più che attendibili. A Priore l'ufficiale disse di essersi trovato in vacanza in Corsica insieme al fratello nei giorni a cavallo della strage e di aver alloggiato in un albergo vicinissimo alla base. «Nel pomeriggio (saranno state le 16-16,30) siamo andati a fare il bagno proprio a due passi dalla base e c'era un viavai incredibile di aerei», ricorda Bozzo interrogato dalla commissione. Un'attività frenetica che non smise neanche durante la notte, tanto che il giorno dopo il generale se ne lamentò con la proprietaria dell'albergo. «Anche la signora era mortificata - prosegue Bozzo - e ci ha detto: 'Forse è probabile che li abbiamo chiamati perché è caduto un vostro aereo. Sui giornali c'è qualcosa sulla scomparsa di un aereo e forse hanno partecipato alle ricerche'. Siamo quindi rimasti per una settimana, tranquillamente, perché l'attività volativa terminava verso le ore 15». Dunque alle 17 Solenzara non era chiusa. E del resto, come giustamente fa notare Priore, sarebbe stato davvero molto strano. Quella in Corsica è infatti la base francese situata più a sud, verso il nordafrica, area verso la quale negli anni '80 i francesi avevano tutto l'interesse a tenera alta la sorveglianza. «Spegnerla - dice oggi Priore - significava chiudere gli occhi davanti al nemico». Il 27 giugno, dunque, i francesi erano dunque impegnati in un'esercitazione militare che avrebbe coinvolto anche la base di Solenzara. E quella stessa sera Gheddafi è decollato con una aereo militare da Tripoli diretto in Polonia. Il leader libico è atteso a Varsavia dal generale Jaruzelski per la firma di un importante trattato commerciale che prevede petrolio libico in cambio del grano polacco. Qualcuno, però, lo avverte del pericolo che starebbe correndo. I tracciati radar mostrano chiaramente l'aereo che probabilmente trasporta il leader libico che, partito dalla Libia, all'altezza di Malta torna cambia rotta e torna indietro. Ad avvertire Gheddafi, secondo Cossiga, sarebbe stato l'allora capo del Sismi Santovito. Fu davvero lui? L'inchiesta di Priore ha appurato che il giorno successivo alla strage lo steso Santovito si recò a Parigi. Più certa, invece, la divisione presente all'epoca all'interno dei nostri servizi, con una parte più filo-araba, guidata proprio da Santovito, e una più filo-israeliana. Ed è proprio a Parigi che, 28 anni dopo, potrebbe tornare l'inchiesta su Ustica se la procura di Roma deciderà per la rogatoria. Con la speranza che questa volta qualcuno si decida a parlare. MORTI Nel disastro del Dc9 partito da Bologna il 27 giugno 1980 persero la vita tutti i 77 passeggeri, fra i quali 13 bambini, e quattro membri dell'equipaggio.

 

«Combattente nemico»? Libero o subito a processo

Matteo Bosco Bortolaso

NEW YORK- Liberatelo, trasferitelo, aprite un nuovo processo. Ma non lasciatelo a Guantanamo, perché non ha colpe. Secondo la corte d'appello federale di Washington, Huzaifa Parhat - rinchiuso nella famigerata prigione cubana per più di sei anni - non è un enemy combatant, un combattente nemico pericoloso per gli Stati Uniti. La decisione arriva dopo pochi giorni da una storica sentenza della Corte Suprema su Guantanamo ed è la prima del suo genere. Più di 190 detenuti hanno fatto appello per scrollarsi di dosso la terribile etichetta di enemy combatant, che equivale ad una condanna indefinita nel carcere cubano. I tre giudici di Washington - David B. Sentelle, Merrick B. Garland, Thomas B. Griffith - hanno deciso che Parhat, il primo detenuto di cui si è discusso, deve riavere la libertà, o almeno un giusto processo. Il prigioniero è uno uiguro, un musulmano originario del nordovest della Cina. Parhat sarebbe legato al movimento islamico del Turkestan orientale, che chiede l'indipendenza da Pechino. Il gruppo musulmano, secondo Washington, ha legami con al Qaeda. Per questo motivo Parhat, un ex venditore di frutta, era stato arrestato in Afghanistan nel 2001, dopo l'attacco a New York e Washington. Con quale accusa? «Si stava addestrando in un campo di terroristi nella regione di Tora Bora, dove gli uiguri espatriati dalla Cina si esercitano con armi di piccolo calibro», si legge nelle carte di Guantanamo. Il campo, secondo gli inquirenti, sarebbero stato fondato dai talebani, se non addirittura da da Osama bin Laden. Lo stesso governo degli Stati Uniti, però, ha riconosciuto che i prigionieri uiguri a Guantanamo non sono una minaccia per l'America. Forse il campo d'addestramento c'era, ma l'obiettivo poteva essere Pechino. Non Washington. La vicenda, però, non è affatto chiara. Della storia di Parhat non si sa molto. Pochi dati dal database del carcere. Numero seriale di internamento: 320. Luogo di nascita: provincia di Ghulja, nella regione «autonoma» cinese dello Xinjiang. Data: 11 febbraio 1971. A Guantanamo indossa un'uniforme beige, segno che è stato classificato come «livello uno», un prigioniero dalla buona condotta. La famosa uniforme arancione vuol dire invece detenuto «neutrale», quella bianca «crea problemi». I giudici non possono discutere in pubblico i dettagli della storia del prigioniero, coperti dal segreto militari. I magistrati, comunque, hanno promesso che pubblicheranno una versione ridotta dei documenti processuali. Quel che è certo e già pubblico è che la corte chiede al governo che il prigioniero venga liberato: contro di lui non sono state prodotte abbastanza prove. «È un giorno straordinario, è una corte molto conservatrice - commenta a caldo Sabin Willet, l'avvocato del detenuto - Parhat non può nemmeno conoscere questa decisione perché si trova in isolamento». «È il primo caso che si muove in avanti - sottolinea David Cole, professore di legge costituzionale alla Georgetown University a Washington - stiamo parlando di qualcuno che i militari hanno trattenuto per sei anni e la corte federale ora dice che non doveva essere imprigionato». «Senza un controllo giudiziario indipendente - continua il professore - sarebbe potuto rimanere lì per altri 10, 15 anni. Ora ha un'occasione per cercare la libertà». Ma l'occasione per la libertà non è assicurata. Ci sono non pochi problemi tra i 17 uiguri rinchiusi a Guantanamo e la Cina, il Paese che dovrebbe riprenderseli. Nel 2006, altri cinque uiguri furono trasferiti in Albania. Secondo Usa, in Cina li aspettava una brutta fine. Processati, se non peggio. Che succederà a Parhat e ai suoi sedici compagni di sventura? Il dipartimento della giustizia ha fatto sapere che sta «studiando la decisione della corte e considerando le nostre opzioni». Secondo il Los Angeles Times, si tratta di un bel «mal di testa legale e diplomatico per l'amministrazione Bush, che non riesce a trovare un Paese che li accetti». La decisione della corte federale è stata presa in base a un ricorso fatto secondo il Detainee Treatment Act, legge del 2005 che garantiva ai prigionieri una revisione giudiziaria sul loro status di enemy combatants. I diritti dei detenuti sono stati ampliati dalla recente decisione della Corte Suprema.

 

Il fantasma dei Terribili '70 – Marco d’Eramo

LONDRA - «Come la mattina dopo della sera prima» si dice qui dopo una notte di stravizi, quando ti aggiri come un fantasma alla ricerca di una tazzona di caffè da spararti in vena. A leggere i giornali britannici e a sentire i più ascoltati economisti, sembrerebbe che l'economia del Regno unito si trovi proprio nella situazione della mattina dopo della sera prima, con un brusco risveglio dopo un decennio di folleggiante benessere sotto il governo del Labour Party. Vede nerissimo la Cbi (Confederation of British Industries), la Confindustria inglese, che annuncia 1) un aumento del 18 % delle chiusure di imprese (oltre 19.000 l'anno prossimo, la cifra più alta dal 2002 dopo la fine della bolla delle dotcom); 2) un tasso di crescita allo 0,4%, il più basso dal 1992; 3) un mercato immobiliare in crisi e che non risalirà prima di quattro anni; 4) 150.000 disoccupati in più, che porterà il totale a 1,79 milioni (circa il 6%). L'inflazione galoppa verso il 4%. A conferma di tanto pessimismo, altre brutte notizie: il numero di case costruite quest'anno sarà il più basso da 63 anni a questa parte, cioè dal 1945: 147.700 unità contro le 203.900 del 2007, con un crollo del 27,6% in un solo anno. Ancora più preoccupante è che, nonostante la debolezza dell'offerta, dovuta proprio al ristagno di nuovi edifici, i prezzi delle case siano già scesi dell'8%. Per di più, il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, ha annunciato che l'inflazione ha sforato il 3%, si situa ora al 3,3% e supererà il 4% a fine anno. La situazione economica è diventata così grave che i giornali chiamano il governatore per nome, Mervyn, proprio come si diceva Tony per Blair o Diana per la principessa. Con un ministro del tesoro, Alistair Darling, che per cognome fa appunto darling ("amore", "carino", "tesoro") si può immaginare il numero (e il livello) di battute su «quanto è carino dover stringere la cinta», «digiuna tesoruccio», e così via. È tornata la parolaccia: «stagflazione», termine coniato nel 1974 per indicare un periodo in cui sono presenti insieme stagnazione e inflazione (di solito la recessione è associata a fasi di deflazione, di calo dei prezzi per mancanza di acquirenti, mentre i periodi d'inflazione sono invece associati a cicli di crescita: la stagflazione rappresenta quindi la perversa congiunzione di due patologie opposte). Perciò è tutto un chiedersi se sono tornati anche i terribili anni '70, con i sindacati carttivoni che pretendevano aumenti salariali per compensare l'inflazione. Vista dal continente, per dieci anni la Gran Bretagna sembrava effettivamente un'isola felice, in crescita anche quando il resto del mondo stagnava, capace di evitare persino la recessione dopo l'11 settembre. Ma quale è stato il motore del miracolo britannico? La vulgata diffusa dagli ideologi del Labour somiglia a quella della Milano craxiana, «la Milano da bere» degli anni '80: qui si parlava della generazione di Blair come della Rockn'roll generation. «La Gran Bretagna produce pochissimo, a differenza della Germania e del Giappone» mi dice Larry Elliott, nella sede del Guardian, di cui è il responsabile economico. Elliott è anche autore di vari libri sull'economia inglese: l'ultimo, sulla recessione, l'ha scritto insieme a Dan Aktinson, ed è appena uscito presso i tipi di The Bodley Head: The Gods That Failed: How Blind Faith in Markets Has Cost Us Our Future («Il dio che è fallito: come la cieca fede nei mercati ci sta costando il nostro futuro»). Come c'era il New Labour, così c'era la New Economy, non più fondata su manifattura e industrie, ma su conoscenza e creatività. Elliott cita come esempio della vulgata dominante una frase di David Puttnam: «L'Inghilterra non è più 'un'isola di carbone circondata da pesce', secondo la famosa espressione del laburista Nye Bedvan, creatore del servizio sanitario nazionale nel 1946, ma 'un'isola di creatività circondata da comprensione (understanding)'». Solo l'industria bellica è in salute. Certo è che dal punto di vista economico i dieci anni laburisti hanno acuito la deindustrializzazione perseguita da Margaret Thatcher. I lavoratori nell'industria sono passati da 4,3 milioni nel 1991 a 2,9 milioni nel 2007: un terzo in meno. Gli unici settori in cui il Regno Unito è ancora all'avanguardia sono quello farmaceutico e l'industria bellica: proprio in questi giorni si è appreso che nel 2007 la Gran Bretagna è stata il maggiore esportatore di armi al mondo. Ma la bilancia commerciale inglese è in rosso profondo per quanto riguarda i prodotti manufatturati: il deficit rappresenta circa il 6% del Prodotto interno lordo (Pil). Il vero settore trainante dell'economia britannica è stata la City, la finanza, che dal 1996 al 2006 è cresciuta allo straordinario ritmo del 7% l'anno (il 200% in 10 anni) e che ha fatto di Londra una delle capitali globali del capitalismo globalizzato. Da questo punto di vista, l'Inghilterra rappresenta in grande quello che le isole Cayman sono in piccolo, una base offshore per investimenti globali. Sono i profitti all'estero di questi investimenti che hanno finanziato la crescita inglese e limitato il deficit. Nel 1992 l'Inghilterra era dovuta uscire dal serpente monetario europeo sotto gli attacchi della speculazione (in particolare del finanziere Gorge Soros) contro la sterlina, costretta (insieme alla lira italiana) a svalutare rispetto al marco tedesco. Ma da allora, e per dieci anni, la Banca d'Inghilterra ha praticato una politica di sterlina forte, tanto forte da sopravvalutarla (la sterlina valeva 3.000 lire e poi 1,5 euro). A sua volta la sterlina forte ostacolava l'export industriale inglese, ma rendeva più a buon mercato le importazioni, mentre favoriva l'afflusso di capitali. A sua volta l'afflusso di capitali nella City faceva lievitare il mercato immobiliare londinese con effetto a cascata su tutta l'Inghilterra. È così che l'occupazione del settore immobiliare è quella che in assoluto ha visto la crescita più rapida passando da 2,4 milioni di addetti nel 1991 a 4,5 milioni nel 2006, mentre nel settore finanziario in senso stretto l'occupazione è rimasta stabile a un milione di unità. L'afflusso di capitali ha fornito allo stato un extra gettito che a sua volta ha consentito di aumentare le spese pubbliche. Contro la vulgata corrente, il Labour ha invertito la cura dimagrante thatcheriana e ha espanso la spesa pubblica che dal 1999 al 2006 è aumentata del 29% in termini reali. Parte di questa spesa è però andata a finanziare i privati attraverso iniziative a partecipazione mista. Però è cresciuto il numero di addetti all'istruzione (da 1,9 a 2,4 milioni di occupati: + 26%) e, soprattutto alla sanità (da 2,4 a3,3 milioni: + 37,5%). A confronto, «l'economia creativa» (tv, cinema, design, pubblicità...) è cresciuta sì del 49%, ma su un totale così basso (798.000 addetti nel 2006 contro 536.000 nel 1991) che mostra quanto sia sovrastimata la sua influenza. Il governo chiede sacrifici a tutti. Ma con la crisi bancaria Usa e, soprattutto con l'inflazione importata, tutto questo bel castello si sta sfasciando e il circolo da virtuoso si tramuta in perverso. Già oggi la Gran Bretagna ha un deficit pubblico al 4%, diminuendo il margine di manovra del governo. Si discute sulle ragioni della crisi che si abbatte sull'isola (vedi articolo accanto), ma la sua realtà è indubitabile, e i consumatori già stringono la cinta. Ora il governo chiede sacrifici a tutti, ma quando ha provato a imporre una tassa di 30.000 sterline l'anno ai 20.000 finanzieri stranieri residenti in Inghilterra, ha sollevato un putiferio con tutta la stampa a difendere i poveri miliardari «costretti» a fuggire da una tale persecuzione. Il governo si era preso tutto il merito della crescita economica. Ora rischia di addossarsi tutta la colpa della crisi e si trova ora preso in una tenaglia politica, oggetto della prossima puntata.
(1-continua)

La City travolta da Wall street - Marco d’Eramo

LONDRA - Ormai tutti gli economisti spiegano la recessione col meccanismo americano: anche in Gran Bretagna, come negli Usa l'economia tirava solo grazie a una politica di crediti facili che alimentavano sia il consumo delle famiglie, sia il mercato immobiliare: con la stretta del credito, queste due componenti sarebbero venute a mancare a l'Inghilterra sarebbe precipitata nella recessione. È l'opinione che Larry Elliott (vedi articolo accanto) mi ripete durante la nostra conversazione. In realtà, le ragioni che hanno causato la crisi inglese sembrano diverse da quelle americane. Intanto, in Gran Bretagna non c'è stato nessun aumento vertiginoso dei mutui (vedi grafico accanto). Il numero totale dei mutui è cresciuto solo dell'1% l'anno (10% in 10 anni, da 10,5 milioni nel 1995 a 11,5 milioni nel 2005). Perciò la bolla immobiliare c'è stata quanto a crescita del valore delle case, ma senza corse all'indebitamento come negli Usa, e quindi senza un'ondata di mutui subprime. Né quest'ondata poteva esserci perché la Bank of England, a differenza della Federal Riserve americana, non ha mai concesso crediti facili. Mentre dopo il 2001 il tasso di sconto della Fed era negativo in termini reali (cioè inferiore al tasso d'inflazione), il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra è sempre stato il più alto dei paesi industrializzati, proprio per tenere alto il valore della sterlina. Ancora oggi il tasso base è del 5%. E se si guarda la tabella dei tassi a 3 mesi pubblicata dall'Economist, si vede che in Gran Bretagna sono al 5,93% contro il 4,96% nell'area Euro e il 2,14% negli Usa. Gli alti tassi hanno impedito che la crescita del consumo fosse finanziata dal credito facile, anzi: contro l'idea di «spese pazze», «negli ultimi sei anni il consumo delle famiglie è sceso di tre punti percentuali rispetto al prodotto interno lordo» sostiene Chris Giles del Financial Times. Infine, né in Gran Bretagna, né nell'area euro si è mai consolidata la pratica di re-ipotecare la casa al suo valore più alto per finanziare i propri consumi, pratica radicata solo nella cultura economica statunitense. Wynne Godley, per anni direttore del dipartimento di economia applicata a Cambridge, mi dice al telefono che la crisi del credito in Gran Bretagna è cominciata molto più tardi che in America e quindi c'è uno sfasamento temporale. In realtà, la crisi è stata esportata in Inghilterra dalla politica della Fed e del tesoro Usa: per salvare il sistema bancario e per impedire un crollo di Wall street, le autorità monetarie Usa hanno semplicemente stampato carta moneta, sia iniettando liquidità diretta, sia con tagli drastici del tasso di sconto. Queste decisioni hanno provocato una svalutazione del dollaro rispetto a euro e yen. A sua volta la svalutazione che ha provocato il rincaro del petrolio e di altre materie prime. A loro volta i rialzi del petrolio e delle materie prime hanno innescato una spirale inflattiva che ha ridotto il potere d'acquisto dei cittadini che hanno così limitato i consumi rallentando l'economia. Questa politica Usa ha spinto la Gran Bretagna a svalutare la sterlina che in un solo anno ha perso il 20% del suo valore rispetto all'euro (dalla cui area importa la maggior parte dei beni). La sterlina svalutata ha reso ancora più salato il conto delle materie prime importate (in particolare petrolio e alimentari), facendo impennare l'inflazione che non è stata compensata da nessun aumento salariale: da qui il rallentamento dei consumi e del mercato immobiliare. Naturalmente nella capitale mondiale della finanza il vero effetto della crisi americana si è fatto sentire sulle banche. Basti pensare alla Northern Rock, la banca che aveva pesantemente investito nei mutui subprime Usa e che il governo britannico ha dovuto prima salvare e poi nazionalizzare a spese dei contribuenti. La crisi del credito colpisce al cuore la principale industria inglese: la finanza. Capitale del credito e del mercato dei derivati, la City è la prima a risentire, e in modo più doloroso, della crisi del credito. E quando la City starnutisce, il mercato immobiliare si prende la polmonite. Può sembrare curioso, ma a guardare gli annunci delle agenzie immobiliari, si scopre che, con la sterlina svalutata, in alcuni quartieri di Londra i prezzi degli appartamenti sono inferiori a quelli di Roma. E nella finanza il peggio deve ancora venire, perché, come mi dice Robin Blackburn (di cui la New Left Review ha appena pubblicato un saggio sulla «Subprime Crisis»), «mentre le banche Usa hanno confessato abbastanza presto i loro disastri, le nostre sono state molto più discrete e non ci hanno ancora detto tutto».

 

La Stampa – 25.6.08

 

Svolta inglese con la legge anti-proteste - VITTORIO SABADIN

LONDRA - I giornali inglesi la buttano in politica e vedono nel voto in programma per oggi alla Camera dei Comuni l’ennesima occasione nella quale il governo di Gordon Brown potrebbe andare sotto. Ma la legge che verrà votata (e che quasi sicuramente sarà approvata) a Westminster avrà conseguenze molto più importanti e in un certo senso anche storiche. Per la prima volta, uno Stato democratico impedirà ai cittadini di fare valere le loro proteste quando un’autostrada, un aeroporto, una ferrovia, una centrale nucleare o un impianto eolico deve essere costruito sul loro territorio. E’ la fine di una espressione tipicamente inglese, ma diventata abituale in tutte le democrazie: «not in my backyard», non nel mio cortile, che in Italia è stata applicata all’alta velocità della Valle di Susa come agli inceneritori dell’immondizia di Napoli, per non parlare di quando si riaprirà seriamente il dibattito sul ritorno al nucleare: sono opere sicuramente necessarie, ma - per favore - fatele da un’altra parte. Come tanti governi europei, anche quello di sinistra di Gordon Brown è stanco di assistere alle continue proteste delle comunità locali ogni volta che si parla di nuove opere che rivestono un’importanza strategica, come le turbine eoliche e le moderne centrali nucleari che dovrebbero ridurre la dipendenza dal petrolio. La legge inglese prevede che i cittadini possano trascinare in giudizio il governo e che le decisioni possano essere riviste. Gli avvocati pronti a perorare cause non mancano e anche nei casi migliori passano anni prima che si arrivi ad una soluzione definitiva. La nuova legge, il Planning Bill, stabilirà che sia un comitato formato da esperti, nominati dal governo, a decidere in quali località installare i nuovi impianti o fare passare le ferrovie ad alta velocità (il Network Rail è già pronto a realizzare sei nuove tratte), costruire dighe o centri di raccolta e di riciclaggio dei rifiuti, senza che le comunità locali abbiano la possibilità di esprimersi. «E’ un’iniziativa antidemocratica - ha detto all’Independent Naomi Ludhe Thompson, dell’associazione Amici della Terra - che impedisce alle persone di essere coinvolte in scelte che modificheranno la loro vita. Finora la gente poteva chiedere un’indagine, convocare testimoni ed esperti, ma ora potrà solo protestare inutilmente senza che il governo sia obbligato a rispondere». Molti parlamentari, sia laburisti che conservatori, hanno espresso dubbi sul provvedimento, che conferirà tutti i poteri ad un comitato che nessuno avrà eletto. Dal loro punto di vista, oltre alla democrazia, bisogna difendere la rappresentatività parlamentare e - anche se non lo dicono - la possibilità di sfilare in testa al corteo di protesta ed essere intervistati dalla tv. John Grogan, uno dei leader dei laburisti ribelli, ha spiegato che c’è un limite ai vantaggi del governare attraverso anonimi comitati di esperti. «Ogni progetto deve avere una firma sotto, deve avere un parlamentare che si alzi e spieghi alla gente perché è necessario». Il leader dell’opposizione, David Cameron, sostiene che il provvedimento «è un divorzio dal processo democratico, che priva le persone del fondamentale diritto di esprimersi sia a livello nazionale che locale». Nonostante un’opposizione trasversale è molto probabile che il progetto venga approvato. Brown lo ha limato in questi giorni per renderlo più accettabile con «comitati di verifica» che dovrebbero evitare di trasformare la commissione in un organo dittatoriale. Inoltre, dopo due rinvii, il giorno del voto è stato scelto con cura: alla vigilia dell’elezione del deputato di Henley al posto del nuovo sindaco di Londra, Boris Johnson. L’elezione sarà un affare tra conservatori e liberal-democratici e molti parlamentari dell’opposizione saranno nel collegio per la campagna e non voteranno. Comunque la si giudichi, la nuova legge inglese costituirà un precedente importante per tutte le democrazie che sono alle prese con sfide che non riescono a governare. Forse, se vorremo fermare la Cina, dovremo come i cinesi fare prevalere l’interesse pubblico su quello privato, almeno nelle grandi opere. Inoltre, molti autorevoli esperti sostengono che la crisi dell’energia, del cibo e dei mutamenti climatici rappresentano ormai un pericolo maggiore del terrorismo per la sicurezza nazionale degli stati. Per affrontarlo con la fretta che è necessaria, sembra pensare Gordon Brown, non c’è altro modo che sospendere la democrazia (come è stato in parte fatto per combattere Al Qaeda), togliendo la parola a tutti gli ostinati difensori dei cortili di casa.

 

"Ti vendo il Colosseo". Il clan dei millantatori - JACOPO IACOBONI

E se fossero, tutti, attori, attori di una grande, eterna commedia all’italiana? Se non fosse per le conseguenze - talora solamente fastidiose, e oltretutto genialmente comiche, talaltra però in tutti i sensi tragiche - storie come quella dell’imprenditore pugliese Raffaello Follieri potrebbero indurre a credere che davvero l’Italia recente è stata un immenso palcoscenico per finanzieri sedicenti, scalatori senza soldi, pataccari inventori di rivelazioni a uso e consumo delle commissioni parlamentari, ricconi de noantri, furbetti der quartierino, playboy con l’attico a Manhattan ma i conti disperatamente in rosso, in definitiva grandi emuli dell’Albertone nazionale. «Charming italians», li chiama il «New York Times», istituendo un ardito parallelo tra Follieri e Roberto Calvi, il bancarottiere dell’Ambrosiano morto nell’82 a Londra sotto il ponte di Blackfriars, gente capace di fare affari con Chiesa o massoneria, indistintamente, costruendo un mondo favolistico fatto di suggestioni e millanterie, fascino e piacionerie usate chissà come. Talvolta questi tragicomici millantatori all’italiana erano per davvero attori in parti minori, come Igor Marini, sedicente conte fu Zalewski, co-autore della bufala che ha entusiasmato, nel 2004, i giornali di destra, quella della tangente su Telekom-Serbia. Altre volte, come con Follieri, avevano solo un rapporto di ammirazione per il mondo del cinema che li ha portati, tra una millanteria e l’altra (Follieri: «Sono il direttore finanziario del Vaticano»), a fidanzarsi con le stelle che penseresti più inarrivabili: altro che Anna Falchi di Ricucci, Anne Hathaway di Follieri. Non chiedetevi come abbia fatto. È stato semplicemente arci-italiano. E sarà dura ricordarlo ma anche questo siamo stati in questi anni, e la cronaca ne ha fornito conferma. Ci piacciono i soldi, le sbruffonate, la balla di cui (uno pensa) non si paga pegno. Ci piacciono le attrici americane, genio sublime è considerato chi le porta a cena e meglio ancora a casa, ma va bene anche solo raccontarlo al bar. E adoriamo Hollywood. La adora Follieri, la adorava un suo maestro ideale, il finanziere Giancarlo Parretti, ex cameriere di Orvieto, che nel 1990 diede l’assalto nientemeno che alla Metro Goldwin Mayer. Finì arrestato assieme al socio, Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell’Eni già passato dal carcere in Svizzera dopo precedente crac. Da latitante fu beccato al quartiere Flaminio di Roma dopo due giorni di pedinamenti: i carabinieri scrissero che entrava e usciva «dai migliori ristoranti con donne sempre diverse e bellissime». Fine di due miti. Il «Wall Street Journal» aveva dedicato a Parretti un ritratto. La scalata era stata finanziata dal Credit Lyonnais, alla cui filiale di Amsterdam Parretti s’era presentato ottenendo oltre 1200 miliardi. Un anno dopo i francesi capirono e si tirarono fuori, accusando Parretti di inadempienza. Ma diamine, ci misero un anno! Potenza del genio nostrano. Mai sottovalutare le risorse del grande commediante italico, uno che non si lascia spaventare dal timore della megalomania. Un pomeriggio Parretti passò tutto il tempo a cercare di parlare al telefono con Silvio Berlusconi - non ancora sceso in politica - e quando ci riuscì, alla fine, vantò che si davano del tu, al punto che al socio Fiorini disse, sprezzante: «Hai visto, rompicazzo, io mi do del tu con Berlusconi e tu sei rimasto al “Cavalier Berlusconi”, “Dottor Fiorini...”». «Certo, Giancarlo, ma io non sono mica socialista come voi due». E non è solo un fatto di battuta pronta: uomini capaci di imprese del genere possono farsi passare Bush chiamando il centralino della Casa Bianca e dopo magari, come Igor Marini (o Mario Scaramella, altro storico propalatore di surreali intrecci fantapolitico spionistici tra Russia e Inghilterra, che arrivò a sostenere di essersi autointossicato di polonio), possono figurarsi storie da mille a una notte. Su tutto: su un rubino cinese da 33 milioni di dollari che Marini e un suo sodale, Antonio Volpe, vantano, dalla Thailandia, a garanzia di certi crediti; su un incendio che - accidenti - bruciò i veri e originali documenti d’identità attestanti la nobiltà di Igor; o su come fossero perigliosamente trasbordati a Belgrado i miliardi della «stecca» Telekom: in sacchi di juta, con un altro socio all’italiana, Vincenzo Zagami, che nella carlinga dell’aereo si guarda torvo con il guerrigliero serbo «Jorgo», una delle «tigri» di Arkan, tutti e due armati fino ai denti... L’incredibile è che qualcuno gli crede. Gli ha creduto. Non solo una commissione parlamentare, sarebbe il meno: Isabel Russinova, attrice dall’incerto futuro, ex ragazza del conte Igor come la Hathaway lo era di Raffaello. Ce n’è stato uno che poteva approfittare di un doppio, un omonimo che era davvero truffatore dichiarato: Franco Ambrosio, nei primi anni ‘90 re del grano di Napoli, discendente da un casato di mugnai di San Giuseppe Vesuviano, definito da Guido Carli «genio del trading», pomiciniano doc che prima di Tangentopoli avrebbe voluto comprarsi il Napoli e la Philip Morris, e si accontentò poi di un Cessna 650, un fuoribordo Magnum 63 e una villa a La Gaiola, sotto la collina di Posillipo. Quando finì nei guai, i pm trovarono a casa sua una statuina con delfino, sparita dal museo archeologico di Napoli. Amano le belle donne, i grandi commedianti all’italiana; e anche il cinema e l’arte.

 

La Bibbia entra nelle urne – Maurizio Molinari

NEW YORK - Il leader evangelico James Dobson si lancia all’attacco di Barack Obama e nella campagna presidenziale americana scocca l’ora della «Bible War», la guerra della Bibbia, su chi interpreta più fedelmente il contenuto dei sacri testi. James Dobson è uno dei più autorevoli leader del movimento evangelico che nel 2004 assicurò la rielezione a George W. Bush andando in massa alle urne. Deve la sua popolarità alla creazione, nel 1977, di «Focus on the Family», dal quale è nato il «Family Research Group», protagonista di battaglie contro l’aborto e a favore della sacralità del matrimonio «fra uomo e donna». Nato a Shrevenport, in Louisiana, e superata la soglia dei 72 anni, James Dobson è considerato l’erede di leader evangelici come Billy Graham e Pat Robertson, anche perché guida un impero mediatico che ruota attorno al programma radiofonico «Focus on the Family» con 220 milioni di ascoltatori in 164 Paesi del mondo. Proprio attraverso questa trasmissione Dobson ha ieri, per la prima volta, attaccato frontalmente Barack Obama, imputandogli di «stravolgere la Bibbia e la Costituzione» per quanto detto in un sermone pronunciato nel giugno del 2006. A conferma che l’attacco a freddo di Dobson annuncia una campagna in grande stile, è stato preceduto e seguito dalla mobilitazione di gruppi di attivisti evangelici, che hanno consegnato ai media i 18 minuti del discorso incriminato. Si tratta di un intervento che Obama fece nel momento in cui stava girando l’America puntando a diventare un politico di spessore nazionale. Accettò l’invito a parlare che gli era venuto da «Call to Renewal», il gruppo di credenti liberal che segue il teologo Jim Wallis, e in quell’occasione lanciò un duro attacco proprio contro i fondamentalisti evangelici. «Anche se fra noi non vi fossero altro che cristiani, anche se avessimo espulso tutti i non cristiani dall’America, quale cristianesimo insegneremmo nelle scuole, quello di James Dobson o di Al Sharpton?» si chiese Obama, indicando nel leader liberal afroamericano di Harlem l’esatto opposto del predicatore evangelico bianco. Obama andò oltre, e per dimostrare l’infondatezza dell’interpretazione letterale della Bibbia che distingue proprio i fondamentalisti cristiani, aggiunse: «In Libri come il Levitico si afferma che la schiavitù va bene mentre si ritiene sbagliato mangiare frutti di mare». E ancora: «Il Sermone di Gesù sulla Montagna è un testo talmente estremo da dubitare che anche il nostro Dipartimento della Difesa possa sopravvivere alla sua applicazione». La tesi di Obama fu che «la gente non legge la Bibbia» e dunque finisce per credere ciecamente in un testo non più applicabile testualmente. Dobson ha picchiato duro dall’etere. «Con quelle parole Obama ha deliberatamente distorto il messaggio tradizionale della Bibbia per piegarlo alle sue idea e alla sua confusa teologia», anche perché «le diete alimentari del Vecchio Testamento non possono essere equiparate agli insegnamenti di Gesù nel Nuovo Testamento». La parte più dura dell’intervento di Dobson investe l’impostazione stessa del pensiero religioso di Obama, secondo il quale «anche in dibattiti su questioni come l’aborto i credenti devono esprimersi in cornici accessibili a tutti i cittadini». «Questo significa stravolgere la Costituzione americana» obietta Dobson, tuonando: «Non accetterò mai di venire a patti con l’idea sanguinosa di togliere la vita ai bambini, quello che Obama tenta di affermare è il principio in base al quale se tutti sono d’accordo io non ho più alcun diritto a dissentire». Sebbene Dobson durante le primarie repubblicane abbia sostenuto Mike Huckabee e non John McCain, il suo affondo apre di fatto la mobilitazione degli evangelici per bloccare la strada ad Obama, impegnato proprio in queste settimane nella campagna «American Values House Parties» puntata a mobilitare i credenti per ricostruire il legame fra il partito democratico e i gruppi religiosi. Barack gioca questa carta nell’ambito della strategia tesa a strappare ai repubblicani Stati tradizionalmente conservatori - come Virginia, Georgia, North Carolina e Colorado - e non a caso i suoi portavoci hanno replicato a Dobson assicurando che «parliamo con tutti gli uomini di fede». Ma la «Bible War» è solo all’inizio e potrebbe decidere chi andrà la Casa Bianca.

 

Corsera – 25.6.08

 

La leadership sotto attacco - Angelo Panebianco

I rapporti fra maggioranza e opposizione sono oggi condizionati dalla riapertura del contenzioso fra il premier e una parte della magistratura ma anche dallo stato di debolezza in cui versa la leadership di Walter Veltroni nel Partito democratico. Veltroni ha perso le elezioni e, in altre circostanze, questo sarebbe motivo sufficiente per spingere un leader alle dimissioni. Nel caso di Veltroni questa regola non era applicabile. Perché egli assunse la guida del Partito democratico in una fase di fortissimo deterioramento del rapporto fra il centrosinistra e l'opinione pubblica. A Veltroni non venne affidato il compito (impossibile) di vincere ma quello di salvare il salvabile in attesa di una successiva occasione più propizia. Più che la sconfitta alle elezioni nazionali è stata la successiva perdita del Comune di Roma, luogo-simbolo su cui Veltroni aveva in precedenza costruito la sua immagine di politico vincente, a logorarlo (anche il «cappotto» nella tornata amministrativa siciliana non lo ha certo aiutato). Fin qui, i dati oggettivi. Ma ci sono anche gli aspetti soggettivi. Il principale dei quali è che Veltroni, di fronte all'indebolimento della propria leadership, ha scelto un atteggiamento oscillante, difensivo, il cui unico effetto sarà, se egli non riprenderà l'iniziativa, di permettere ai suoi avversari interni di cucinarlo a fuoco lento. Contro il segretario si sono manifestati due tipi di opposizione. La prima è aperta, diretta e trasparente. La seconda è indiretta, aggirante, subdola. L'opposizione aperta è quella di Arturo Parisi. Parisi dice: non condivido la piattaforma politica, chiedo quindi le dimissioni del segretario. Chiaro e lineare. I riflessi condizionati della politica fanno sì che il segretario e il suo entourage abbiano così potuto bollare Parisi come il peggior «nemico». Ma i nemici peggiori sono altri, sono quelli che hanno scelto la strada più subdola. Essi dicono: il segretario (per ora) non si tocca, ma va cambiata la piattaforma politica. Si tratta, dicono, di ricreare l'alleanza con la sinistra massima-lista, di sbarazzarsi della «vocazione maggioritaria» («Il bipartitismo non ci conviene», dice Massimo D'Alema) con le conseguenze del caso anche in materia di riforma elettorale, di ritornare all'antiberlusconismo come componente centrale dell'identità di partito («no al dialogo» dice Rosy Bindi). La politica, con i suoi alti e bassi, mette spesso i leader in difficoltà. In quei momenti essi devono scegliere: tirare dritto, andare alla conta, scontrarsi con i propri nemici interni, oppure galleggiare, sopravvivere piegandosi al volere degli altri. Ciò che Veltroni deve chiedersi è: che cosa resta di un leader se la piattaforma politica su cui si è impegnato e ha chiesto i consensi viene messa da parte? Non è forse un congresso di partito la sede naturale per costringere quelli che vogliono cambiare la linea politica, fingendo però di appoggiare il segretario, ad allinearsi con lui o ad affrontarlo a viso aperto? Ciò può essere fatto, in corso d'opera, mentre viene ricalibrata l'azione parlamentare del partito. Al quale non serve inseguire generici dialoghi né, d'altra parte, riproporre i riti frusti della demonizzazione. Ha solo bisogno di fare opposizione puntuale, anche dura, sui temi non condivisi e di convergere su quelli condivisi.

 

«Eletto dai cittadini. Ora vado avanti» - Francesco Verderami

Il 10 luglio potrebbe trasformarsi in una data storica, potrebbe segnare la fine dello scontro tra politica e magistratura. Quel giorno potrebbe cambiare tutto. E tutto, per l’ennesima volta, si giocherà sull’asse tra Milano e Roma, tra il palazzo di giustizia lombardo e il Parlamento. Il 10 luglio a Milano la Corte d’appello dovrà decidere sull’istanza di ricusazione presentata dai legali del Cavaliere contro il giudice del caso Mills, Nicoletta Gandus. Contemporaneamente l’Aula di Montecitorio sarà ancora impegnata a discutere il decreto sicurezza che contiene il meccanismo blocca-processi. Se a Milano la richiesta di Silvio Berlusconi venisse accolta, sarebbe il segno della svolta nei rapporti tra le istituzioni, la fine delle ostilità. E il premier a quel punto potrebbe accogliere la richiesta che viene dal Colle di modificare la norma che ha riaperto lo scontro sulla giustizia. Ecco qual è la posta in gioco, il vero, unico «lodo» della trattativa, come conferma un autorevole rappresentante del governo. Se il 10 luglio diverrà una data storica è tutto da vedere. Nell’attesa il premier non è disposto ad alcuna «transazione», non arretra nemmeno dinnanzi al presidente della Repubblica, che gli ha chiesto di cambiare gli emendamenti inseriti nel dl sulla sicurezza. E a sera l’avvocato-deputato Niccolò Ghedini s’incarica di illustrare la linea del suo assistito-leader: «Si va avanti. Sia con il decreto sicurezza, sia con il lodo che garantisce le più alte cariche dello Stato». Quirinale e palazzo Chigi sarebbero di fatto ai ferri corti. Al punto che in Parlamento - per tutta la giornata - si sono rincorse voci sulla presunta volontà di Napolitano di prendere le distanze formalmente dal decreto se giungesse senza correzioni alla sua firma. Sono voci che si uniscono a quelle sull’irritazione del Cavaliere verso il Colle: «Fino a prova contraria sono stato eletto dai cittadini, io...». E tanto basta per spiegare l’umor nero che ha accompagnato Berlusconi per tutta la giornata. Prima con lo sfogo en plen air con Carlo De Benedetti, poi nel colloquio con Gianfranco Fini: «Qui non c’è nessuna mediazione. Vogliono solo che mi pieghi. Ma non lo farò mai. Mai». È una promessa che il Cavaliere ha rinnovato a cena con gli eurodeputati: «Vi dico solo che la situazione è molto triste in Italia, perché c’è un regime dei magistrati. Ma io sono il baluardo della libertà e non me ne vado». Gianni Letta ha spiegato a Walter Veltroni il motivo del muro contro muro, argomentandogli i motivi per cui il premier ha affondato il colpo contro di lui: «Appena ha capito quanto stava per capitargli a Milano, non ci ha visto più». Ed è così: «Quel giudice - secondo il Cavaliere - aveva iniziato una corsa contro il tempo per farmi fuori». Perciò il Cavaliere non vede al momento spazio per alcuna trattativa. È una constatazione, a suo dire, non una «mancanza di buona volontà»: «Perché non è per colpa mia se Napolitano è in oggettiva difficoltà. A rendere vani i suoi sforzi sono altri: i giudici, quelli sì una casta, che hanno bruciato ogni ipotesi di compromesso; e quelli del Pd, dove nessuno riesce a garantire nulla». Eppure sono tanti gli uomini che provano a intavolare una mediazione. Oltre a Letta, delegato ai rapporti con il Colle, in Parlamento il forzista Donato Bruno è un vero punto di riferimento. È lui che parla nel Palazzo con gli esponenti dell’opposizione, che si ferma a discutere con Umberto Ranieri, grande amico del capo dello Stato. È lui che ha spiegato ai dirigenti dell’Udc quel che Luca Volontè ieri raccontava: «Il lodo per le alte cariche potrebbe contenere anche un nuovo modello di immunità sulla falsariga di quello dell’Europarlamento». «E sullo "scudo" - spiega il capogruppo leghista Roberto Cota - c’è una vasta convergenza. C’è Pier Ferdinando Casini, ma c’è anche Piero Fassino per esempio». Ci sarebbe il Pd, insomma, se è vero che il presidente dei deputati democratici, Antonello Soro - poco prima di salire al Quirinale per parlare con Napolitano - sosteneva che «di guarentigie siamo pronti a discutere, purché non si leghi tutto alla contingenza degli eventi». Cioè sotto l’emergenza dei processi. Il Cavaliere però un risultato l’ha già raggiunto: tutti ormai - tranne Antonio Di Pietro - sono pronti ad accettare l’idea dello «scudo». Berlusconi però non è disposto a cancellare la norma blocca-processi in attesa di un accordo. Perché nelle more teme di essere colpito dai «giudici sovversivi». Come diceva ieri il presidente del Senato ad un amico, «se conosco Silvio, e lo conosco, l’unica eventualità sarebbe varare il nuovo lodo per decreto. Ma siccome è impensabile...». Vuol dire che non cambierà nulla nel decreto sicurezza, che il nuovo lodo sarà presentato sotto forma di disegno di legge, che verrà discusso in ottobre in Parlamento, e che al momento dell’approvazione si potrebbe anche prevedere l’abolizione della norma blocca-processi. Garantendo comunque al Cavaliere uno scudo fino all’ultimo. A meno che il 10 luglio non cambi tutto.

 

Caso Orlandi, la nuova verità traballa – Giovanni Bianconi

La polizia ha trovato il sotterraneo nel quale sarebbe stata segregata Emanuela Orlandi, secondo il racconto della ex amante del «bandito della Magliana» Enrico De Pedis. Una serie di cunicoli con l'accesso diretto in un appartamento del quartiere di Monteverde. Non solo. Nel periodo successivo alla scomparsa della ragazza allora quindicenne emerge un consumo di energia in quei sotterranei che prima e dopo, come emerge dalla bolletta elettrica, non c'era. E in quei meandri fu realizzato un bagnetto, come se effettivamente avesse dovuto viverci qualcuno. Particolari che - riferiti così - darebbero credibilità al racconto di Sabrina Minardi, la donna che visse i primi anni Ottanta, poco più che ventenne, al fianco del boss della componente «testaccina» della Magliana; quella che aveva contatti con i servizi segreti, la mafia siciliana, uomini coinvolti nel crack del Banco Ambrosiano. Ma c'è un particolare che non torna e rischia di demolire alla base il racconto sulla prigionia di Emanuela Orlandi dell'ex ragazza innamorata del bandito e della «bella vita»: la padrona di quella casa, che attraverso la sua governante avrebbe avuto il compito di accudire la sequestrata, in quel periodo era in carcere. E dunque tutto poteva fare tranne che gestire un sequestro di persona. Si chiama Daniela Mobili, ed era legata a Danilo Abbruciati, un altro «testaccino». Il quale però, all'epoca della sparizione di Emanuela, era già morto da un anno. Ammazzato mentre era «in trasferta» a Milano, dove aveva appena sparato al vice-presidente dell'Ambrosiano Roberto Rosone. Si può leggere così il racconto di Sabrina Minardi agli investigatori della Squadra mobile di Roma, una catena di fatti (o presunti tali) tenuti insieme da qualche riscontro indiretto e spezzati da altrettante clamorose smentite. A chi si occupa di indagini capita di incontrare personaggi così, che dicono cose verosimili condendole di particolari verificabili e altri che non possono esserlo, oppure che appaiono subito delle menzogne. Infilate nel racconto chissà perché: per affascinare chi ascolta o per inquinare tutto, per protagonismo o per paura. Di solito gli investigatori trattano questi particolari testimoni con molta cautela, utilizzandoli come spunto d'indagine al quale, per approdare a qualcosa di concreto, devono necessariamente aggiungersi altri elementi. E così si sta facendo con la Minardi, oggi quarantottenne, che la polizia è andata a cercare di sua iniziativa, dopo alcune dichiarazioni televisive risalenti a un paio d'anni fa. Sottoponendo le dichiarazioni della donna a un «vaglio particolarmente critico», come si dice quando l'affidabilità del testimone è ancora incerta. Il fatto che la donna del boss sia stata cercata per chiederle se sapeva qualcosa del «caso Orlandi» (davanti alle telecamere di Chi l'ha visto? aveva detto di no), nel tentativo di trovare la soluzione di uno dei tanti misteri romani irrisolti, esclude il protagonismo della «supertestimone » in cerca di notorietà e di qualche vantaggio a 25 anni dai fatti. Ma subito dopo ecco la clamorosa incongruenza di mescolare la presunta morte di Emanuela con quella di Domenico Nicitra, scomparso dieci anni dopo e quando De Pedis era stato ucciso da tre. Inoltre in tv la donna dà un'altra versione sull'omicidio del ragazzino, «sciolto nell'acido» anziché gettato in un cantiere. Anche sul capitolo dedicato a monsignor Marcinkus, che ha provocato l'indignata reazione del Vaticano, c'è qualcosa che torna e qualcosa che no. La Minardi, oltre che indicarlo come mandante del sequestro Orlandi, racconta che procurava le prostitute al monsignore presidente dello Ior (la banca vaticana che lei chiama «Ilor», confondendola con la vecchia tassa locale sui redditi). Gliele portava a casa, dice. Le accompagnava personalmente. Ha descritto l'appartamento, che gli investigatori ritengono di aver individuato. E su altri particolari credono di poter trovare ulteriori riscontri. A partire dall'identificazione di alcuni personaggi che popolano i racconti della donna. Ma il fatto che nei verbali di polizia non ci sia ciò che l'ex amante di De Pedis ha detto nell'intervista televisiva del 2006 su come conobbe Marcinkus - una cena a a casa del «faccendiere» Flavio Carboni, dove incontrò il presidente dell'Ambrosiano Roberto Calvi che glielo presentò, e poi le mise a disposizione il suo aereo privato per portare i genitori malati a Parigi - potrebbe tradursi in indebolimento della sua credibilità. Perché su quegli episodi si possono cercare riscontri solo se finiscono in una testimonianza ufficiale. L'altra cena riferita dalla donna - stavolta a casa di Andreotti in compagnia del ricercato De Pedis, questa sì raccontata agli investigatori oltre che in tv - sembra un'aggiunta poco credibile, anche se la Procura non ha ancora affidato alla polizia i relativi accertamenti. Restano quindi le ambiguità di una testimonianza tutta da verificare, a proposito di una vicenda che ha comunque dei capisaldi ben piantati nella realtà: il lungo rapporto tra la Minardi e De Pedis; l'incomprensibile sepoltura del bandito in territorio vaticano, la basilica di Sant'Apollinare, motivata da «iniziative di bene» e dall'interesse del defunto «per la formazione cristiana e umana dei giovani»; il coinvolgimento dei «testaccini» della banda della Magliana nella vicenda del Banco Ambrosiano (dove Marcinkus ebbe un ruolo non certo secondario) confermato dal ferimento del vice-presidente Rosone per mano di Abbruciati, rimasto ucciso nell'agguato.

 

Liberazione – 25.6.08

 

L’Antitrust: “Cartelli” misfatti contro la società - Anubi D'Avossa Lussurgiu

La commissione di massimo scoperto - punto particolarmente sensibile con la crisi dei redditi in sempre maggiore evidenza e sulla scia ancora per nulla esaurita del collasso dei subprime Usa - è stata definita ieri dal presidente dell'Autorità Antitrust, Antonio Catricalà - «prassi iniqua e penalizzante per i risparmiatori e per le imprese». Senza mezzi termini, Catricalà ha aggiunto: «Deve essere abolita». Ed è un'indicazione anche più netta di quella già offerta dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, solo pochi giorni fa. Naturalmente, Catricalà ha le idee chiare sul "meccanismo virtuoso di mercato" che pure su quest'abolizione auspicata dovrà innescarsi. Sono le sue idee, ben note: sui tempi e i modi di estinzione della commissione di massimo scoperto, dice, «si dovrà innescare concorrenza tra gli istituti, in piena libertà di mercato». Qualcuno si mostra già pronto - e difficilmente potrebbe essere altrimenti, dopo il precedente richiamo di Bankitalia. Ad esempio Corrado Faissola, alla testa dell'Abi; ma anche Giovanni Bazoli, il patron di Intesa Sanpaolo. Catricalà, comunque, ne ha avuto anche direttamente per il tema scottante dei mutui. Il presidente dell'Antitrust giudica «insufficiente» l'accordo di rinegoziazione tra la stessa Associazione bancaria italiana e il governo Berlusconi, su iniziativa di Tremonti, se non si darà applicazione pratica e rapida alla «portabilità». Entusiasmo della associazioni dei consumatori e dei risparmiatori: ma certo il panorama che Catricalà stesso disegna riguardo le "risorse interne" di quel settore d'impresa che è il sistema delle banche in Italia, dal quale ci si dovrebbe aspettare queste correzioni, è piuttosto desolante. Il presidente dell'Antitrust non ha infatti potuto fare a meno di ricordare l'indagine conoscitiva avviata dall'Autorità sugli «intrecci» in atto negli assetti di governance degli istituti di credito: per dire che sarà pronta «dopo l'estate», al più entro la fine dell'anno. Ma già ieri ha anticipato alcuni "numeri", come quell'80 per cento di banche e assicurazioni quotate in Borsa che «presentano conflitti di ruolo» cioè la compresenza di amministratori nei board di istituti concorrenti, o come nello specifico il «caso di impresa con ben tredici persone» e l'altro «con dieci che siedono anche in organi di governance di altre società del settore». Come da tradizione catricaliana (e non solo), i riferimenti sono a Generali e Mediobanca: cui certo se si allargasse lo sguardo almeno ai confini europei non si potrebbe limitare quella che il presidente dell'Autorità definisce «macroscopica incongruenza della realtà italiana». In ogni caso Catricalà l' exploit più clamoroso, con persino la richiesta di intervento sui codici, se lo riserva non sul terreno minato delle banche ma su quello della distribuzione di beni. E soprattutto sul settore alimentare. Definendo «odiosi» i «cartelli», il presidente si scaglia in particolare contro quelli che si esercitano su «beni essenziali, come il pane». E scopre ciò che la critica del mercato definita no global e lo stesso approccio slow food additano da molto più tempo: cioè che «le filiere lunghe» ricaricano dal 200 al 300 per cento il prezzo finale del prodotto, restringendo al massimo l'approvvigionamento diretto presso i produttori («assai limitato») mentre è «significativa» la presenza di almeno 3-4 intermediari nella struttura di filiera della distribuzione. Lui la chiama «l'inefficienza della nostra struttura distributiva», ma di solito così funziona la globalizzazione. Catricalà, intanto, annuncia l'attivazione di un'«istruttoria per presunta intesa del prezzo della pasta»: al tempo stesso auspicando che l'indagine già effettuata nel 2007 sulle 267 catene distributrici aiuti il Parlamento ad un intervento che «finalmente favorisca una maggiore concentrazione dell'offerta». Il problema è che si tratta dello stesso Parlamento cui Catricalà si rivolge per sostenere l'indirizzo del governo Berlusconi sulle «liberalizzazioni», specialmente nei «servizi» e soprattutto in quelli «locali». Quest'Antitrust aiuta a vedere la malattia: non certo la cura.

 

Castelli: “Nimby e ricorsi sono il cancro del sistema. Adesso attacchiamo il Tar” – Gemma Contin

Castelli in aria. Ieri al convegno organizzato da Confindustria e Sole 24 Ore su «Grandi opere, da dove ripartire» è venuta fuori l'anima più nera che verde del leghista Roberto Castelli, laurea in Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, esperto di acustica applicata e di tecnologie ambientali, già ministro della Giustizia, ora sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti con delega speciale alle Grandi Reti. Castelli era uno degli special guest dell'incontro voluto da Cesare Trevisani, vicepresidente di Confindustria per Infrastrutture Logistica e Mobilità. Assieme al sottosegretario, sul palco del Centro congressi della Camera c'erano il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli, l'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, il presidente dell'Anas Piero Ciucci, che come molti ricordano è stato anche amministratore delegato della Società Ponte di Messina e per vent'anni dirigente della società Autostrade. Ma cosa ha detto l'esponente della Lega per meritarsi la battuta «castelli in aria» che circolava maligna nel foyer dell'ex teatro Capranica? Ha detto che per ripartire con le grandi opere bisogna prima di tutto sconfiggere la cultura del nimby, ovvero del «not in my backyard: non nel mio giardino», con cui «le velleità ideologiche dell'estrema sinistra hanno tenuto in ostaggio il governo Prodi e sono riuscite a bloccare le grandi opere», a cominciare dalla Tav in Val di Susa, il Ponte sullo Stretto, le centrali, le discariche e i termovalizzatori a Napoli. Castelli è andato avanti un pezzo. Ha attribuito alla sinistra anche il fallimento della vicenda Alitalia-Malpensa, «costata al sistema una perdita di 3,5 milioni di passeggeri e 3.5 miliardi di euro». Ha avvertito che in vista dell'Expo di Milano l'hub di Malpensa dovrà ripartire con un bacino di utenza molto più ampio, in grado di servire i 15-20 milioni di abitanti da Venezia a Bologna e da Torino a Genova, potenziandone i collegamenti. Soprattutto ha messo in chiaro che tra i suoi compiti, data l'esperienza come ministro della Giustizia, c'è quello di impedire che i ricorsi al Tar, «le cui sospensive sono la vera malattia del sistema, un vero cancro», e gli esposti alla magistratura con cui le amministrazioni locali e le popolazioni finora sono riuscite a far interrompere i lavori, continuino ad essere lo strumento con cui sono state bloccate le grandi opere che avrebbero dovuto godere invece della corsia preferenziale della Legge Obiettivo. «Se si vuole che le grandi opere ripartano, convogliando su di esse i fondi europei Fas, le risorse dello Stato e l'interesse mostrato da fondi internazionali d'Oltreoceano - ha detto Castelli - è necessario trovare "adeguati strumenti legislativi", su cui sono personalmente impegnato e su cui sto attivando studi per capire come superare la questione, per "liberarcene" con strumenti giuridici costituzionalmente sostenibili». Gli ha dato manforte il ministro Matteoli, il quale ha affermato che per far ripartire le grandi opere bisogna fare come in Francia: «Ascoltare i cittadini e le amministrazioni, come ho fatto io nei giorni scorsi, quando ho incontrato tutti i sindaci della Val di Susa, tranne uno, ma poi deve essere chiaro che le grandi opere si devono fare e che il governo ha già deciso che si faranno». Forse né il ministro né il sottosegretario leggono il Financial Times, per cui non sanno che proprio Oltralpe - come riportava qualche giorno fa il foglio finanziario della City - l'osservatorio «instaurato per verificare il progetto di un reattore nucleare di nuova generazione EPR, la cui entrata in attività è prevista tra vent'anni a Flamanville nel nord della Francia, ha stabilito che ci sono troppi rischi e preoccupazioni sulle caratteristiche dell'impianto circa l'impatto ambientale e sull'adeguatezza delle skills di sicurezza, tanto da ordinare all'Edf, la società francese di elettricità che gestisce 58 impianti, di fermare i lavori - scrive Ft - dopo aver scoperto che ci sono problemi nel controllo di qualità delle barre di ferro utilizzate per il cemento armato della struttura da parte della società costruttrice Bouygues». Nei panni delle popolazioni della Val di Susa, o di Agnano, o di Chiaiano, o di Messina, ci sarebbe da augurarsi davvero che il ministro e il governo italiano fossero costretti a fare come in Francia. Invece Matteoli ha detto che il 26 giugno si chiudono i lavori dell'Osservatorio in Val di Susa e che dal primo luglio, dopo un tavolo tecnico che fisserà il tracciato definitivo della Tav, si ripartirà con i lavori dell'Alta Velocità del "corridoio 5" Lione-Torino.  Ma qualche colpo alla "premura" del governo e di Confindustria per far ripartire il grande affare delle grandi opere, è venuto da Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie, che sulla fattibilità dei due corridoi europei Nord-Sud Palermo-Amburgo ed Est-Ovest Lisbona-Kiev, oltre che sui trafori del Frejus Gottardo Brennero e sul Ponte di Messina, ha ricordato che la fretta dell'Italia è ingiustificata, dato che ci sono forti ritardi di altri paesi, come Austria e Germania tra Innsbruck e Monaco, o della Svizzera nel tratto San Gottardo-Basilea, ma che più ancora restano aperte due questioni basilari: quella delle infrastrutture primarie attorno alle grandi città, i cui accessi sono colli di bottiglia per il sistema dei servizi e della mobilità; e l'assenza di progetti sulla rete di diffusione interna, a partire dall'adeguamento di quella che dovrebbe precedere (in Calabria) e seguire (in Sicilia) il Ponte sullo Stretto.

 

La gaffe del consulente di McCain: «Un attentato ci sarebbe utile»

M. Mazz.

Terrorismo e Iraq tornano nella campagna elettorale americana. La morte di quattro soldati Usa e i commenti scriteriati di Charles Black, consigliere tra i più importanti della campagna di McCain, hanno spostato l'attenzione per un giorno dall'economia alla politica estera. In un'intervista che uscirà alla rivista Fortune, Black ha detto che un nuovo attacco terroristico «certamente sarebbe un grande vantaggio per McCain». Black ha anche aggiunto che l'assassinio di Benazir Bhutto lo scorso dicembre «sfortunatamente» lo ha aiutato a vincere la primarie, concentrando il dibattito sulla sicurezza nazionale. «La sua esperienza e capacità nell'affrontare l'argomento ha enfatizzato il fatto che lui era il candidato pronto ad essere il comandante in capo» ha aggiunto Black la cui società di consulenze ha rappresentato gli interessi del partito di Bhutto. Obama ha colto la palla al balzo organizzando una conferenza telefonica con Richard Ben-Veniste, membro della commissione 11 settembre e accusando il campo di McCain di speculare su un tema drammatico. Nessuno ha chiesto che Black venga licenziato, è interesse dei democratici mettere l'accento su un uso della guerra e del terrorismo che mette li mette sulla difensiva. Già George W. Bush nel 2004 contro Kerry ha utilizzato l'argomento. «Siamo noi i più duri e capaci per rispondere alla minaccia terroristica e per vincere la guerra irachena», questa è la affermazione che McCain vuole utilizzare per provare a battere Obama. I commenti d Black non fanno che registrare una verità che tutti conoscono: se ci sarà una nuova crisi o un nuovo attacco, i repubblicani potrebbero spuntarla dicendo «l'avevamo detto». Consapevole di questa possibile difficoltà, Obama non gioca di rimessa. «Siamo pronti a discutere del tema con McCain, che ha sostenuto tutte le scelte del presidente, scelte che ci hanno distratto dall'obbiettivo al Qaeda, non hanno portato Osama bin Laden davanti a un tribunale e ci hanno reso meno sicuri» è stato il commento del suo portavoce. La conferenza stampa di ieri con Ben-Veniste e un tentativo di mantenere alta la notizia, far pagare a McCain il prezzo più alto possibile. Black ha ha fatto immediatamente marcia indietro: «sono profondamente dispiaciuto per le mie affermazioni assolutamente inappropriate» e McCain si è dissociato dalle parole del suo consulente («Non capisco perché sostenga una cosa del genere. Non è vera» ha detto il senatore dell'Arizona). Ma lo smacco rimane e la figuraccia rimediata da Black ha riacceso i riflettori sulla sua figura. Black non è esattamente quello che si definisce un personaggio limpido. Oltre ad aver lavorato per le amministrazioni repubblicane da Reagan in poi, non ha disdegnato occupazioni al soldo di personaggi come il presidente delle Filippine Ferdinando Marcos, il generale nigeriano Ibrahim Babaginda, il presidente somalo Siad Barre. Nell'estate del 2005, poi, ha lavorato per il gigante petrolifero cinese Cnooc che tentò di comprare la californiana Unocal. Non un pedigree da patriota.


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