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Attentato contro la polizia: 16 morti

Repubblica – 4.8.08

 

Da oggi soldati nelle città. E' ancora scontro su Roma – Vladimiro Polchi

ROMA - Davanti al Duomo e alla stazione centrale di Milano. Dentro il parco Stura a Torino. In via Anelli a Padova. Nella metropolitana della Capitale. Sotto il consolato americano di Napoli. Al quartiere San Pio di Bari. E poi davanti a tutti i centri per immigrati della penisola. I tremila militari della "missione Italia" sono pronti a prendere posizione: parà, granatieri, bersaglieri e alpini occuperanno questa mattina le principali città italiane. Tra loro, anche 32 soldatesse. I compiti? Pattuglie miste e posti fissi. Ma sull'ordine pubblico affidato ai soldati, c'è chi applaude (la maggioranza), chi critica (l'opposizione) e chi liquida tutto come una "costosa operazione di facciata" (i sindacati del comparto sicurezza e difesa). A dieci anni dal termine dell'operazione "Vespri siciliani", tornano dunque i soldati tra le vie cittadine. Il decreto che ne definisce il piano di impiego, firmato il 29 luglio dal ministro dell'Interno e da quello della Difesa, prevede una prima fase di sei mesi al termine della quale un comitato tecnico valuterà risultati ed eventuale proroga. Il costo per le casse pubbliche è di 31,2 milioni di euro nel 2008 e di altrettanti nel 2009. I tremila militari provengono per lo più dalle file dei carabinieri già impegnati in missioni all'estero, con compiti di polizia militare. Tra i primi a partire per Roma, anche 32 soldatesse della brigata Granatieri di Sardegna e del reggimento Lancieri di Montebello. Le dotazioni? I militari in pattuglia indosseranno l'uniforme d'ordinanza estiva, con pantaloni e camicia a maniche corte e saranno armati di pistola; quelli a presidio degli obiettivi sensibili avranno mimetica e fucile. Tre i campi d'azione dell'armata, divisa in tre plotoni da mille uomini ciascuno: il primo sarà impiegato per la vigilanza dei centri per immigrati, presenti in 16 province; il secondo si occuperà di presidiare 72 obiettivi sensibili (tra ambasciate, chiese, stazioni della metropolitana) tra Roma, Milano e Napoli; il terzo gruppo sarà impegnato nel pattugliamento di 9 città. In questo caso, i soldati andranno a piedi, con compiti di pubblica sicurezza, ma non di polizia giudiziaria. Tradotto: potranno compiere arresti solo in flagranza di reato. Le pattuglie saranno composte da due militari affiancati da uno o due tra poliziotti e carabinieri. "Tutti i militari scelti per questa attività - rassicura Ignazio La Russa - sono persone che hanno svolto compiti più complicati di questo, come quello di polizia nelle missioni all'estero". Resta il caso di Roma e la presenza dell'esercito nel centro storico: favorevole il ministro della Difesa, contrario Alemanno, l'ultima parola spetterà al prefetto Carlo Mosca. Mentre a Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi definisce quella dei militari "una prima risposta, importante anche se non esaustiva della problematica della sicurezza". "Quella dei soldati per le strade delle città è l'ennesima sceneggiata di questo governo - sostiene invece Franco Barbato dell'Italia dei Valori - le attività di contrasto alla criminalità sono demandate alle forze dell'ordine, su cui il governo avrebbe dovuto investire, piuttosto che attuare dei tagli disastrosi". Critici anche i sindacati di polizia. "Per il comparto sicurezza e difesa nel decreto legge 112/2008 non c'è niente - afferma il segretario del Sindacato autonomo di Polizia, Nicola Tanzi - e lo diciamo con una delusione mista a rabbia, perché questo governo ha vinto le elezioni promettendo maggior sicurezza agli italiani e non inutili operazioni di facciata, come l'impiego dei militari". Sulla stessa linea, Claudio Giardullo del Silp-Cgil: "I 62 milioni utilizzati per i soldati sarebbero stati più utilmente impiegati per l'apertura di un commissariato e il potenziamento della stradale". L'appuntamento dei sindacati è per settembre: "Con una mobilitazione via via crescente".

 

La generazione perdente che va a destra - ILVO DIAMANTI

Rifondazione Comunista è implosa. Prima alle elezioni politiche del 13 aprile, dove è rimasta esclusa dal Parlamento. Poi, al congresso, dove si è divisa in due pezzi quasi uguali, a sostegno dei candidati alla segreteria: Vendola e Ferrero, il vincitore. Anche se, in effetti, il partito è assai più frammentato, perché, fin dalle origini, raccoglie molteplici componenti dell'opposizione radicale di sinistra. Una galassia ai margini del sistema politico. "Minoranza", per definizione e per vocazione. Ma, anche per questo, uno dei riferimenti politici più significativi per i giovani. I quali hanno di fronte un futuro aperto. Amano le utopie. Pensano che sia possibile afferrare i sogni. Raggiungere "l'isola che non c'è". E cercano, inoltre, di definire la propria identità tracciando confini netti fra se stessi e gli altri. Contro padri e padroni. Per questo molti giovani hanno guardato alle posizioni più radicali della sinistra (ma anche della destra) con maggiore passione rispetto alle altre generazioni. Oggi, però, ciò non avviene più. L'implosione (l'eclissi?) di Rifondazione Comunista è un segno, ma non il solo, del distacco dei giovani dalla sinistra. Non solo radicale, anche moderata. Si tratta della fine di un ciclo breve, che durava dall'inizio di questo decennio (millennio). Da quando, cioè, i giovani erano tornati a votare a sinistra, dopo circa trent'anni. Passata la vampata del Sessantotto, infatti, si erano raffreddate in fretta le speranze di cambiamento che avevano mobilitato ampi settori della società e, in particolare, i giovani. Frustrate dalle utopie del terrore, negli anni Settanta. Dal crollo dei muri e delle ideologie, negli anni Ottanta. Infine, in Italia, dalla fine della prima Repubblica e dei soggetti politici che l'avevano accompagnata. Dopo la stagione dei movimenti era emersa una generazione "senza padri né maestri" (per citare il titolo di un saggio di Luca Ricolfi e Loredana Sciolla), che si era rifugiata nella "vita quotidiana" (come evoca un altro testo, scritto da Franco Garelli). La domanda di cambiamento era defluita altrove, soprattutto nella partecipazione volontaria. Un fenomeno diffuso, cresciuto a contatto con i problemi di ogni giorno. Così i giovani erano divenuti "invisibili". Confusi nell'ambiente sociale e locale. Pur diventando appariscenti sui media. Consumatori ed essi stessi consumo. Bersagli e attori di ogni campagna pubblicitaria. Protagonisti di serial e reality televisivi. Politicamente, si erano spostati al centro. Oppure "fuori" dalla vita politica. A sinistra, invece, erano rimasti i loro genitori. Quelli della mia generazione, che nel Sessantotto avevano intorno a 18 anni. Nati dopo la fine della guerra, nei primi anni Cinquanta. A metà strada, fra noi e i nostri figli, una "generazione perduta", come l'ha definita Antonio Scurati in un suggestivo (auto) ritratto pubblicato sulla Stampa. Nata alla fine degli anni Sessanta. Mentre la "rivoluzione" bruciava e si consumava altrettanto rapidamente. Nel 1989, vent'anni dopo, scrive Scurati, nella notte in cui cadde il muro "finì un'epoca della politica, ma per la mia generazione non n'è mai iniziata un'altra. Non a sinistra, quanto meno". Infatti, fino alla conclusione del secolo, la classe d'età orientata a sinistra più delle altre è progressivamente invecchiata, da un decennio all'altro. I ventenni del Sessantotto. I trentenni negli anni Settanta. I quarantenni negli anni Ottanta. I cinquantenni negli anni Novanta. E via di seguito. Una generazione di nostalgici, che votano allo stesso modo, un po' per speranza, un po' per abitudine. Solo dopo il 2000 i giovani sono tornati a sinistra. Soprattutto i "più" giovani. I miei figli. I fratelli minori di Scurati (se ne ha). In particolare gli studenti. Per diverse ragioni. La comune condizione di incertezza li ha resi inquieti. Una generazione senza futuro. La prima, nel dopoguerra, ad essere convinta (con buone ragioni) che non riuscirà, nel corso della vita, a migliorare la posizione sociale dei propri genitori. Poi, l'attacco alle torri gemelle e la guerra in Iraq. La globalizzazione economica e politica. Hanno alimentato l'insicurezza e il senso di precarietà, soprattutto fra i giovani. Che hanno "una vita davanti". Ma quale? Li hanno spinti a mobilitarsi e a manifestare (soprattutto gli studenti). Anche per sentirsi meno soli. I (più) giovani, infine, hanno maturato una competenza comunicativa e tecnologica diffusa. Capaci di stare in contatto fra loro, senza limiti di spazio e tempo. Di sperimentare linguaggi nuovi, inediti e largamente incomprensibili agli adulti. Sono divenuti una tribù. Mischiati agli adulti, eppure separati da essi. I (più) giovani. Quelli nati negli anni Ottanta, al tempo della caduta del muro. Quelli che non avevano conosciuto il Sessantotto, il terrorismo, la Dc e il comunismo. Quelli per cui CCCP è un gruppo di rock progressivo e Berlino una città di tendenza. Si sono spostati a sinistra. Perché dall'altra parte c'era Berlusconi. Il padrone dei media. Icona del potere nel mondo della comunicazione. A cui opporsi. Perché dall'altra parte c'erano gli amici di Bush e della guerra, ma anche i sostenitori del lavoro flessibile. Così, alle elezioni del 2001 e in quelle del 2006 i giovani hanno votato massicciamente a sinistra. Soprattutto, ripetiamo, gli studenti e i giovani con una carriera di studi più lunga. Oggi questa stagione sembra conclusa. Era emerso anche nei sondaggi pre-elettorali, ma in misura minore a quanto si è poi verificato. Infatti, alle elezioni del 13 aprile 2008 (Sondaggio Demos-LaPolis, maggio 2008, campione nazionale di 3300 casi) appena il 31% dei giovani (fra 18 e 29 anni) ha votato per (la coalizione a sostegno di) Veltroni. Il 49%, invece, per Berlusconi. Una distanza larghissima, superiore a quella registrata fra gli elettori in generale. Alle "estreme" dello schieramento politico, invece, la distanza fra le parti si è annullata; anzi, quasi invertita. Il 3,2% dei giovani ha votato per la Sinistra Arcobaleno, poco più (oltre il 4%) per la Destra di Storace. Una tendenza ribadita, peraltro, dal voto degli studenti. Anche fra loro la coalizione a sostegno di Berlusconi ha superato il centrosinistra di Veltroni, seppure con uno scarto più ridotto: 42% a 37%. Mentre la Destra radicale è, a sua volta, più avanti della Sinistra Arcobaleno: 6% a 4%. Vale la pena di aggiungere che Di Pietro, fra i giovani, dimostra scarso appeal. Anzi: il suo peso elettorale è più ridotto che nel resto degli elettori. Quasi una svolta epocale, insomma. Naturalmente, la spiegazione più facile è prendersela con loro. I giovani. Sospesi fra precarietà e un mondo di veline e amici, sarebbero stati risucchiati in un nuovo riflusso "conservatore". Vent'anni addietro, a un osservazione del genere, Altan faceva replicare a Cipputi: "Mi devo essere perso il flusso progressista...". Per capire il deflusso dei giovani verso la destra e il non-voto, però, è più semplice soffermarsi sullo spettacolo offerto dalla sinistra, riformista e radicale. Il Pd, attraversato da divisioni personali e di corrente. Intorno ai soliti nomi: Veltroni, D'Alema, Rutelli. Marini. Rifondazione: segmentata da fazioni e frazioni. Alcune che "pesano" il 3-4% in un partito stimato intorno al 2%. Pochi accenni, risaputi, evidenti a tutti. Sufficienti a comprendere perché la Sinistra non possa aiutare i 30-40enni della "generazione perduta" a ritrovarsi. Tanto meno i giovani - e gli studenti - a identificarsi. Si sentono una "generazione perdente". Perché dovrebbero affidare il proprio destino, la propria rappresentanza a una classe politica "perdente" di professione?

I dati citati in questo articolo sono disponibili su www.repubblica.it e www.demos.it

 

Epifani: manovra soffoca crescita, non resta che la mobilitazione

ROBERTO PETRINI

ROMA - "Mobilitazione generale, nelle fabbriche e nelle città". Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non arriva a pronunciare la parola sciopero ma si capisce che la misura è colma e che la politica economica del governo sta mettendo a dura prova i livelli di vita di lavoratori dipendenti e pensionati, e che sta colpendo il welfare di Comuni e Regioni. L'autunno dunque sarà caldo. La manovra da 36 miliardi, che sarà approvata domani dalla Camera, "rinuncia a qualsiasi intervento sullo sviluppo", i tagli sono "indiscriminati" e "pesanti". "Iniqua" è l'aggettivo che usa per definire l'azione del governo. "A pagare sono sempre gli stessi", osserva il segretario generale. Epifani, il governo sta per compiere i fatidici 100 giorni e il presidente del Consiglio snocciola numeri, 40 provvedimenti di cui molti economici, dal taglio dell'Ici alla detassazione degli straordinari. Bocciato su tutti fronti? "Su una parte di questi provvedimenti il governo aveva chiesto il voto in campagna elettorale, e in qualche misura erano attesi. Penso soprattutto all'Ici e agli straordinari. Detto questo però è evidente che queste scelte si sono poi incontrate con una situazione di rallentamento dell'economia e con una forte impennata dei prezzi. Erano provvedimenti che in una situazione normale, al di là del giudizio di merito che se ne voglia dare, avevano una logica. Oggi non ce l'hanno più". Poi è arrivata, circa un mese fa, la "manovra d'estate", 36 miliardi, molti tagli, una lettura assai veloce in Parlamento. Qual è il suo giudizio? "E' una manovra depressiva perché non sostiene gli investimenti. In un quadro di riduzione delle spese non fa selezione e insieme non sostiene i consumi perché non interviene sui redditi né dei pensionati né dei lavoratori". Il fisco è un tema cruciale. Come lo ha affrontato il governo? "Male, non è servito per sostenere i consumi di lavoratori e pensionati e sono stati dati segnali di allentamento della morsa sulla lotta all'evasione. Basti pensare alla sostituzione dei responsabili delle Agenzie fiscali, alle norme sulla tracciabilità e alla rimessa in discussione dei provvedimenti di Damiano per far uscire dall'illegalità il lavoro sommerso e irregolare". Il governo sembra agitare la crisi internazionale. Tremonti ha detto che siamo oltre il punto di rottura, Berlusconi parla di crescita zero. La manovra servirà a rilanciare il paese? "La crisi c'è ma di fronte al suo aggravarsi il governo ha messo in campo tagli alla spesa molto pesanti, come raramente si è fatto nel passato. Tagli che saranno destinati a creare effetti negativi sulla sanità, a partire dal 2009, e sui bilanci delle Regioni e dei Comuni. Per di più questi tagli sono indiscriminati, spalmati su tutti i settori, non hanno un segno di selezione. In questo quadro si rinuncia a fare qualsiasi operazione anticiclica e di sviluppo: penso ai tagli alle infrastrutture e a quelli in ricerca, innovazione e formazione". Stavolta il pubblico impiego sembra particolarmente nel mirino. "Siamo al paradosso: nel nome di una giusta battaglia contro chi nel pubblico impiego fa il furbo, e si è intervenuti d'autorità per tagliare le retribuzioni dei lavoratori e sottrarre fondi alla contrattazione di secondo livello, dai musei agli ospedali". L'inflazione sta mangiando i salari. Il governo dice che non ci sono i soldi per il recupero del fiscal drag. "Male. Con questo tasso d'inflazione il drenaggio fiscale opera un aumento del prelievo superiore di mezzo punto all'anno per i lavoratori dipendenti e quindi è inevitabile che il carico fiscale del lavoro dipendente sia destinato a crescere per quest'anno e per l'anno prossimo". Berlusconi dice: la situazione è pessima, abbiamo tagliato la spesa per non aumentare le tasse. "Quando Berlusconi dice "non sangue ma qualche lacrima sì", in realtà dovrebbe dire "lacrime molte e soprattutto per gli stessi": per la media dei lavoratori dipendenti le tasse aumenteranno. E' questo il punto: sono sempre le stesse figure sociali che pagano sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male". Tremonti ha lanciato con molti effetti speciali la Robin Hood tax: togliere ai ricchi per dare ai poveri. Dovrebbe servire ad alleviare le sofferenze dei più deboli. Che dice? "Il governo è bravo a camuffare parla di Robin Hood e ingenera l'idea che c'è attenzione ai più deboli, in realtà avviene il contrario. Si parla di social card ma nessuno dice che i pensionati hanno avuto un aumento dell'1,6 per cento mentre abbiamo un'inflazione al 4 per cento. La manovra in realtà finisce per allargare le diseguaglianze, affronta il problema degli ultimi con misure di tipo compassionevole come la social card e colpisce i redditi medi e medio bassi". Con il 1° agosto hanno chiuso le grandi fabbriche del Nord. Che prospettiva hanno i lavoratori al rientro autunnale? "Il quadro è negativo, la crescita è poco più di zero e c'è un elenco che si allunga di aziende in difficoltà. La cassa integrazione alla Fiat è quella più visibile. In un paese come il nostro quando la Fiat va in difficoltà ne risente tutta l'economia. Anche da questo punto di vista l'autunno sarà socialmente molto delicato. In più posizioni come quelle assunte dal governo di fronte ai problemi della precarietà fanno capire che in questo quadro economico anche la precarietà può essere destinata a crescere". E' pronto lo sciopero generale? "Su crescita, investimenti, controllo dei prezzi, dinamica di stipendi e pensioni il governo è chiamato a dare risposte. Ho l'impressione che il tono della legge Finanziaria sia in parte già segnato e che le risposte non siano risposte che vanno in senso giusto e positivo. I lavoratori pubblici hanno già annunciato lo sciopero, i pensionati sono mobilitati. E' chiaro che bisognerà dare un governo a queste istanze partendo dal basso, dai luoghi di lavoro e dalle città. Senza rispose in autunno la mobilitazione è destinata a crescere".

 

La Stampa – 4.8.08

 

Cina. Attentato contro la polizia: 16 morti

PECHINO  A quattro giorni dall’apertura delle Olimpiadi di Pechino 2008 almeno sedici poliziotti sono rimasti uccisi e 16 feriti in un attentato contro un commissariato di Kashgar nello Xinjiang, la regione nordoccidentale a maggioranza musulmana abitata dagli Uiguri. Ne ha dato notizia l’agenzia cinese Xinhua, secondo cui due uomini hanno usato un camion come un ariete per penetrare nell’edifico per poi lanciare due granate. Gli assalitori sono stati fermati alle 8 locali, le 2 in Italia. I primi lanci della Xinhua erano contraddittori: parlavano di due veicoli coinvolti. Alcuni minuti prima l’agenzia Nuova Cina aveva dato notizia di un’esplosione nello Xinjiang, senza fornire ulteriori dettagli. Da Urumqi, capitale della regione, un portavoce anonimo della polizia ha dichiarato di «non avere notizie dell’esplosione». Negli ultimi mesi le autorità cinesi avevano ripetutamente messo in guardia contro possibili attentati dagli estremisti musulmani dello Xinjiang in vista delle olimpiadi La vasta regione desertica al confine con le repubbliche centroasiatiche ospita circa 8,3 milioni di Uiguri contrari alla repressione cinese degli ultimi 60 anni.

 

Sprint finale per la Finanziaria

TORINO - Sprint finale per la Finanziaria: martedì, infatti, è atteso il sì definitivo della Camera. Il provvedimento che ha un peso di quasi 37 miliardi lordi, contiene una correzione netta di 30,9 miliardi nel triennio. Il testo, costituito da 96 articoli e 702 commi, introduce una serie di misure che vanno dalla Robin tax alla social card, dal piano casa per giovani coppie e single con figli all'abolizione del ticket sull'assistenza specialistica, fino alle controverse norme su precari e assegni sociali. Una manovra «da lacrime» l'ha definita Berlusconi. Una manovra intorno a cui non si spengono le polemiche. «Proprio in un momento di difficoltà il governo dovrebbe intervenire su salari e pensioni più basse,invece è quello che è stato dimenticato in questi tre mesi» attacca Dario Franceschini, numero due del Pd. «Il ministro Tremonti si copre le spalle disegnando scenari catastrofici per il prossimo autunno» ribadisce il vice di Veltroni. Attacchi al governo arrivano anche da Bersani, ministro ombra dell'Economia. «I consumi sono in calo ed esplode l’evasione fiscale: questo è il significato delle cifre annunciate da Berlusconi sul gettito Iva- dice. «Il calo dei consumi c’è, ma il 7% in meno di Iva, tenuto conto dell’inflazione al 4%, significherebbe oltre il 10% in meno di consumi, un dato assolutamente irrealistico. Si tratta dunque di evasione». Per Bersani «i segnali inequivocabili che il governo ha dato con l’allentamento delle misure anti evasione cominciano a dare i loro frutti avvelenati e la situazione sta diventando allarmante». Il Pdl fa quadrato. Capezzone bolla come «dichiarazioni nostalgiche sulla gestione fiscale di Visco» le parole di Bersani, Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, si inalbera: «La sinistra farebbe meglio a tacere - punta il dito - Nei loro disastrosi anni di governo hanno tassato tutto e tutti: hanno penalizzato le fasce più deboli, hanno tartassato i precari, hanno umiliato il territorio. Noi tuteliamo i più deboli e chiediamo soldi solo ai petrolieri che fanno profitti». Sulla stessa linea La Russa: «All’opposizione chiediamo che abbandoni ogni demagogia, loro sanno che è un momento delicato per l’economia internazionale. L’unico modo per non mettere le mani nelle tasche dei cittadini con nuove tasse è fare un po’ di sacrifici, sul fatto che chi sta peggio ne debba fare di meno possiamo essere d’accordo con l’opposizione».

 

Solzenicyn, un uomo contro il Gulag - ANNA ZAFESOVA

Erano in molti a sospettare che in realtà fosse immortale. Era sopravvissuto a tutto: la rivoluzione, la guerra, il Gulag, il cancro, il Kgb, l’esilio, tutte le cose peggiori che potevano capitare a un essere umano, in particolare a un russo, nell’ultimo secolo. Ma il suo non sembrava un destino comune, e certamente nei suoi lunghi anni di lotta personale al comunismo Aleksandr Isaevich Solzenicyn probabilmente avrebbe considerato improbabile morire come è morto ieri sera tardi: a Mosca, a casa sua, stroncato da un ictus a 89 anni. Oggi toccherà agli onori di Stato, ai funerali solenni, alle condoglianze di leader politici e mostri sacri della letteratura. Ma l’uomo che è morto ieri a Mosca non era solo il Nobel per la letteratura, il più grande scrittore russo vivente, il padre del dissenso sovietico. Era il Novecento russo, dalla sua nascita nel 1918, a rivoluzione appena compiuta, a Krasnodar, figlio di contadini e di ufficiali imperiali, di quella vecchia Russia che veniva demolita proprio in quei giorni. Non c’è tragedia che non avesse vissuto sulla propria pelle: dal padre «nascosto» perché ufficiale dello zar, alla repressione di quella fede ortodossa nella quale era stato allevato dalla madre, all’incubo della guerra fatta da ufficiale di artiglieria, fino al Gulag - parola che proprio lui introdusse nel vocabolario di tutte le lingue - nel quale finì per aver criticato in una lettera Stalin, chiamandolo «baffone» e «capobanda». Otto anni di lager in base all’infame articolo 58 del codice penale, attività antisovietica, poi il confino «eterno» nelle steppe asiatiche, dal quale è stato liberato da Krusciov, che nel 1962 da il suo consenso personale alla pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovich. Aleksandr Isaevich viveva la sua battaglia contro il comunismo come una faccenda personale, decine di suoi critici l’hanno accusato di narcisismo e megalomania, eppure la denuncia dell’Arcipelago Gulag fu un colpo mortale al sistema, sia quando uscì in Occidente - comportando per lo scrittore il Nobel nel 1970 e l’arresto e l’esilio forzato per «alto tradimento» nel 1974 - sia quando, nel 1990, venne pubblicato per la prima volta in Russia, ancora sovietica, e nei vagoni della metropolitana non c’era nessuno che non avesse in mano la rivista sulla quale usciva a puntate. Ma la Russia nella quale tornò nel 1994, in un lunghissimo viaggio in treno su tutta la Transiberiana lo dimenticò. Era in piena ebollizione il capitalismo di marca eltsiniana, di caos e kalashnikov, di sogno americano e delusione postsovietica, e il grande vecchio non tardò a mostrare tutto il suo disgusto. La sua trasmissione tv in prima serata, dove lui predicava la morale, la paziente ricostruzione del Paese a cominciare dal suo cuore rurale, il recupero dei valori della comunità, venne chiusa, ufficialmente per mancanza di audience. I suoi saggi di denuncia e disperazione come La Russia al collasso non facevano più discutere né nella metropolitana, né nei salotti. La Russia era troppo impegnata a sopravvivere. Quello degli ultimi anni di Solzenicyn è stato forse un ennesimo esilio, stavolta non voluto da nessuno e per questo ancora più doloroso. Nel 1998 rifiutò clamorosamente la medaglia di Sant’Andrea dalle mani di Boris Eltsin, dicendo che non voleva l’onorificenza più alta della nuova Russia da un potere che «aveva distrutto il Paese». Ma questo gesto di estrema sfida passò quasi inosservato. Non poteva più fare battaglie col potere perché lo ignorava. Non era più al centro del dibattito letterario, al massimo qualche vecchia scaramuccia ereditata dagli anni ’70, come il cattivissimo pamphlet di Vladimir Voinovich «Ritratto sullo sfondo del mito» che ridicolizzava il vate della letteratura russa come egocentrico, monarchico, autoritario, antisemita, e soprattutto convinto di avere una missione superiore. Ma soprattutto non aveva più lettori: per i liberali era troppo reazionario con le sue denunce di «degrado dell’Occidente», la predica della religione e il suo saggio controverso Duecento anni insieme sulla storia degli ebrei in Russia, per i nazionalisti troppo lucido e moderato, per tutti gli altri troppo complicato e antiquato, incaponito a scrivere e riscrivere la sua sterminata epopea sul 1917 La ruota rossa, un groviglio di dettagli storici minuziosi, in un Paese che non voleva più lezioni di storia. Negli ultimi anni Solzenicyn lo si vedeva quasi. Un isolamento rotto, un anno fa, da Vladimir Putin, che andò personalmente dal grande vecchio, ormai in carrozzella, a consegnargli il Premio di Stato per la sceneggiatura del Primo cerchio. Solzenicyn era diventato una fiction, e probabilmente si era rassegnato a questa nuova Russia, se non altro perché aveva fatto entrare in casa quel giovane presidente che era stato ufficiale di quel Kgb che lo aveva perseguitato. Fu l’ultima volta che i russi lo videro vivo.

 

Corsera – 4.8.08

 

Poliziotti in rivolta: schedato chi si ammala - Fiorenza Sarzanini

ROMA - Esiste una «schedatura » dei poliziotti che si sono assentati per malattia a partire dal 26 giugno scorso. Con una procedura che non ha precedenti, le questure stanno raccogliendo i dati su agenti e funzionari che hanno presentato un certificato medico. Lo dispone una circolare che gli uffici del personale hanno trasmesso a tutti i dirigenti. E i sindacati sono in rivolta perché nessuno sa chi abbia ordinato questo «monitoraggio». E soprattutto si ignora quale sia il fine, anche se c'è il sospetto più che fondato che serva a tagliare gli stipendi, così come previsto dall'ormai famoso «decreto Brunetta». «Ai fini conoscitivi - è scritto nel documento classificato come "riservato" che il Personale sta trasmettendo ai vari reparti — prego restituire, debitamente compilati, gli allegati moduli riepilogativi degli eventi malattia sofferti dai dipendenti a decorrere dalla data del 26 giugno 2008 sino al 28 luglio 2008. Detti moduli dovranno pervenire alla segreteria dell'Ufficio Personale inderogabilmente entro e non oltre il 28 luglio 2008, aggiornati a tale data, anche se negativi. Gli stessi, in seguito, dovranno essere trasmessi con cadenza giornaliera entro le 9,30». Nei moduli si chiede di specificare l'identità del dipendente e la sua qualifica oltre ai dettagli riguardanti la malattia. I dati sulla salute dei cittadini sono ritenuti «sensibili» dalla legge sulla privacy. Ma non è soltanto questo ad allarmare i rappresentanti di categoria. Sinora i certificati venivano già trasmessi ai vari uffici del personale così come impone la normativa e dunque si vuole scoprire se davvero il decreto che riguarda gli statali firmato dal ministro Renato Brunetta imponga la compilazione di schede collettive che contengono tutti i nominativi del personale. Per questo già questa mattina i sindacati chiederanno ufficialmente di sapere quale ufficio del Viminale abbia imposto alle questure le nuove disposizioni e soprattutto che fine faranno i moduli raccolti nelle varie questure. Si sa che Roma, Torino e Nuoro hanno già terminato la compilazione dei questionari relativi al primo mese e anche gli altri uffici si stanno adeguando. Quanto alta sia l'incidenza dei «tagli» per i primi dieci giorni di malattia l'ha calcolato il Sap, il sindacato autonomo di polizia. «Per avere una percezione chiara - spiega il portavoce Massimo Montebove - basti dire che un agente o un carabiniere semplice guadagnano 1.261,65 euro al mese e subiranno una decurtazione di 103,44 euro. Un ispettore o un maresciallo prendono in busta paga 1726,54 euro e una detrazione pari a 190,89. Si oscilla tra l'8 e il 10 per cento ». Di fronte alla manovra i sindacati annunciano uno sciopero che si svolgerà in autunno, ma già adesso sono in stato di agitazione. Il motivo lo ribadisce il segretario generale del Sap Nicola Tanzi: «L'esecutivo di Berlusconi, Tremonti e Brunetta sbatte ancora una volta la porta in faccia a forze dell'ordine e forze armate, con la conversione in legge al Senato, attraverso il meccanismo della «fiducia» della manovra economica. Questo governo ha vinto le elezioni promettendo maggior sicurezza agli italiani e non inutili operazioni di facciata, come l'impiego dei militari». «Ciò che più colpisce negativamente - denuncia Claudio Giardullo della Silp Cigl - sono le scelte. A fronte di un taglio di un miliardo di euro per i prossimi tre anni che provocherà una perdita di almeno 6.000 uomini, si decide di spendere 60 milioni per mettere i militari nelle città e nessun intervento strutturale che riguardi i mezzi e gli edifici».

 

L'immigrazione sostenibile - Alberto Ronchey

Già da gennaio a giugno di quest' anno, gli sbarchi dei migranti clandestini sulle coste italiane risultavano intensificati rispetto al primo semestre del 2007. Ora il flusso appare crescente, malgrado i naufragi d'alto mare. Ai centri d'identificazione spetta indagare sulla nazionalità d'ogni clandestino per il rimpatrio, in mancanza del passaporto o di qualsiasi documento affidabile. Compito ingrato e d'estrema complessità. Non esistono, fra l'Italia e numerose nazioni originarie dei clandestini, trattati che impongano i riconoscimenti per le operazioni di rimpatrio. E' anche difficile accertare il diritto d'asilo per quanti si dichiarano perseguitati da governi tirannici o profughi da conflitti tribali e guerre non solo in Sudan, Eritrea, Somalia. Poiché ogni flusso, dopo aver investito l'Italia, tende a cronicizzarsi e propagarsi verso l'intera Europa occidentale, una direttiva dell'Ue vorrebbe rinviare i clandestini alle basi di transito se non vengono riconosciuti e accolti dalle nazioni d'origine. L'efficacia della direttiva è incerta, considerando casi come l'elusiva politica di Gheddafi. Rimane certa, invece, l'attrattiva che ogni sanatoria della clandestinità esercita su vaste moltitudini extracomunitarie, africane o mediorientali. Dalla difficoltà di respingere o limitare l'immigrazione illegale deriva la ricerca dei mezzi dissuasivi o di deterrenza che trattano la clandestinità come reato, più o meno secondo norme adottate altrove nell' Europa occidentale. In Italia, ora la clandestinità è considerata come aggravante per chi delinque. Ma persiste una strenua controversia, che divide i fautori della deterrenza da quelli d'una maggiore o più favorevole accoglienza. E' comunque opinione diffusa che andrebbe meglio gestita l'immigrazione legale di manodopera extracomunitaria secondo le specifiche disponibilità dell'industria e dell'agricoltura, contro gli abusi dell'economia che predilige l'occulto lavoro nero. Ma quali saranno i massimi limiti sostenibili d'ogni corrente immigratoria? Gli africani, secondo le ultime stime, superano i 905 milioni. E come segnala Kofi Annan, la loro prolificità è in continua accelerazione. Per affrontare la questione africana, la comunità internazionale dovrebbe concedere più aiuti umanitari e investimenti. Tuttavia i governi locali, a loro volta, dovrebbero eliminare o almeno ridurre gli sperperi oltreché superare conflitti che vanificano i soccorsi economici. E in materia di migrazioni c'è di più. Anche i visti turistici scaduti amplificano la clandestinità. Nell'Europa occidentale, hanno poi provocato considerevoli difficoltà e tensioni gli eccessivi movimenti transnazionali di massa. Esempio, l'esodo di troppi romeni verso l'Italia, invasivi benché immigranti legali come cittadini comunitari dopo l'ingresso del governo di Bucarest nell'Ue. Ora l'Istat informa che a causa del fenomeno migratorio in genere gli abitanti dell'Italia risultano 60 milioni, senza comprendere in gran parte gli extracomunitari clandestini, come tali non precisamente censibili. Dunque, tra le difficili espulsioni e operazioni di rimpatrio, fino a quando può accrescersi ancora la densità demografica dell'Italia, già da tempo approdo avanzato delle migrazioni attraverso il Mediterraneo? Ma sui limiti dell'accoglienza possibile, tuttora, non si discute quasi mai.

 

l’Unità – 3.8.08

 

Il muro - Furio Colombo

Gli addetti lavorano svelti e senza molto disturbo o distrazioni. Dove c’era un passaggio per la giustizia, in modo che l’azione del giudice potesse intercettare il sospetto colpevole, adesso c’è il blocco di cemento del “lodo Alfano”. Tiene strettamente legati insieme colpevoli e innocenti. In questo modo i colpevoli sono salvi per sempre, come non avviene in nessun luogo del mondo democratico. Lo dimostrano le dimissioni del Primo ministro israeliano Olmert. È inseguito da un’inchiesta che non si è fermata mai (benché quel Paese sia in situazione di grande emergenza). Ma Olmert, non ha mai lamentato persecuzioni. E prima del processo si è dimesso senza tentare di coinvolgere nel suo destino le altre cariche dello Stato. Ma - voi direte - l’Italia è la patria del diritto. Forse è per questo che, sfidando non solo il nostro diritto ma anche il diritto degli altri europei e degli altri esseri umani, si è provveduto a murare il percorso di civiltà o anche solo di media umanità che porta verso i cosiddetti campi nomadi, in modo da isolare bambini poveri senza diritti a cui vengono prese a piacimento le impronte digitali che violano ogni principio, ma aggiungendo il sarcasmo tipico del governare ottuso e totalitario. Invece de «Il lavoro rende liberi» adesso c’è scritto (e ripetuto ben oltre il ridicolo, persino dal premier italiano in pomposa conferenza stampa, lasciando un po’ indignati il collega rumeno e il commissario europeo Hammerberg) che «le impronte digitali fanno bene ai bambini». Come se, invece di essere forzati a premere, impotenti, il piccolo dito sul tampone, ricevessero una medicina. Maroni, non può sapere che sta ricreando, in tutto il suo squallore, il mondo dickensiano dei “poveri per sempre” o “poveri come razza” di Oliver Twist. Berlusconi avrà scorso qualche sceneggiatura sul tema, sa che comunque fa “audience” (il solo tema a cui è sensibile, oltre alla sottomissione dei giudici). E comunque ha bisogno di Bossi, Borghezio, dei leghisti peggiori, tipo Salvini con cane anti-negro al guinzaglio, tipo Cota, che invece offre il candore di non saper leggere le parole di Mameli (crede e dice alla Camera che l’Italia, e non la vittoria, è “schiava di Roma” nell’Inno che lui crede dei calciatori, e gli sfugge la metafora, seguendo l’esempio del futuro condottiero Renzo Bossi). E butta avanti la “sicurezza” presieduta dai militari come in Honduras. Lancieri e granatieri occuperanno le città italiane d’agosto e daranno man forte, insieme alla crisi di abbandono dell’Alitalia, alla fuga dei turisti. Nessuno decide di fare vacanza in un Paese in cui “la sicurezza” (parola codice per indicare il rigetto verso i Rom e gli immigrati in genere, quegli stessi immigrati che muoiono di fatica e di lavoro, ma senza pensione) diventa “emergenza” (parola gravissima, molto dannosa e mai spiegata) ed è necessaria l’azione continua e convulsa del ministro dell’Interno e del ministro della Difesa, i Graziani e i Badoglio della nuova Italia di destra, finalmente tornata libera di sognare il peggio. Del resto, la sapete l’ultima? Il sindaco leghista di Novara, Massimo Giordano, vieta gli assembramenti di più di tre persone, proprio come nell’Italia del 1933. Di là dalla barriera un po’ folle di poliziotti senza paga e senza benzina e di soldati “ad arma corta” mandati a cercare nemici che non ci sono, nelle città vuote, si intravedono ospedali sul punto di chiudere (dalla Lombardia al Lazio) per i tagli della prodigiosa nuova Legge finanziaria che rifiuta di rimborsare le Regioni. Se sono ancora in funzione e ancora senza ticket, quegli ospedali sono infestati dalla nuova piaga della Sanità italiana: i medici obiettori. Sono medici che, di giorno, negano di essere obiettori per preservare l’inclita clientela della ricca pratica privata. Ma improvvisamente diventano obiettori di notte, al Pronto soccorso, a voce ben alta, preferibilmente di fronte alle suore, in modo che la coraggiosa dichiarazione giovi alla tanto attesa promozione a primario. Quando si tratta di negare l’iniezione anti-dolore alla donna povera che viene all’ospedale pubblico per partorire, quando si tratta di negare la pillola del giorno dopo o assistenza e indicazioni anticoncezionali a sciagurate ragazze che non solo non sono caste, ma non sono neanche ricche, i medici obiettori esibiscono tutta la loro fede e ubbidienza cristiana. Qualcuno deve pur insegnare a queste pazienti pretenziose che non sono a Copenaghen o a Lione, quando cercano assistenza in un ospedale pubblico italiano. Sono in territorio Vaticano. E in territorio Vaticano “partorirai nel dolore” (roba che ha a che fare col peccato originale) ma vivrai per sempre. Vedi la condanna del Parlamento italiano e della Procura generale di Milano che comandano a Eluana Englaro, la giovane donna in stato vegetativo da 16 anni, di restare legata ai sondini per sempre perché in questo Paese è proibito, per rifiuto di fare la legge, il testamento biologico. Ed è proibito morire con dignità perché non c’è la legge. Altri muri sono in corso di rapida costruzione a Sud e a Nord del Paese per impedire la libera circolazione della normalità e della media civiltà occidentale attraverso l’Italia. A Sud il separatista siciliano Lombardo, divenuto avventurosamente Presidente della Regione, ha dato il via alla spaccatura, pubblica e simbolica, di tutte le targhe di piazze e di vie che si riferiscono all’Unità d’Italia. Si spaccano davanti alle telecamere le targhe che indicano luoghi, celebrazioni o memorie di Garibaldi, dei Garibaldini, dell’impresa dei Mille, dei plebisciti che hanno votato l’Unità d’Italia, di eventi del Risorgimento italiano, di personaggi come Cavour. Al Nord sindaci xenofobi opportunamente dotati di poteri speciali di polizia che scardinano in ogni senso la norma costituzionale «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione», governano con cattiveria contro immigrati e Rom (anche se cittadini italiani) guidati dalle loro piccole menti senza storia, ispirati dalla grettezza, isolati persino dal contesto produttivo delle loro città dove le fabbriche cercano e chiedono nuovi lavoratori. Hanno denominato il loro finto paese “Padania”, nei loro luoghi invocano la secessione, al punto di far giocare la loro “nazionale” di calcio nel campionato degli Stati non riconosciuti (che vuol dire ovviamente “non ancora riconosciuti, cioè non ancora liberati). Ma occupano a Roma vari ministeri, fra cui il ministero dell’Interno, realizzando per la prima volta l’operazione inversa: il partito secessionista occupa il Paese da cui dichiara di separarsi e impone a tutti gli altri italiani i suoi “valori”, inventati o recuperati nelle sottoculture locali. Dovreste ascoltarli a Roma, quando in Parlamento parlano e insultano in nome della Padania senza che il Presidente dell’Assemblea li interrompa per dire: «Scusi onorevole, ma lei è un deputato italiano e questo è il Parlamento italiano. In questo Parlamento nessuno ha mai detto, o anche solo discusso, che cosa sia la Padania». Indifferenti, questi secessionisti operano sul territorio per far apparire “emergenza” e allarmata richiesta di sicurezza il meno pericoloso Paese d’Europa (con l’eccezione, mai più citata, della criminalità organizzata e indisturbata che occupa tre regioni del Sud italiano, con solide filiali al Nord e le sue mattanze senza fine). E all’interno dello Stato praticano la crudeltà di privare gli immigrati di pensioni minime, anche se sono immigrati legali, anche se hanno lavorato come schiavi nella nuova civiltà padana. Al Sud un muro isola e protegge il siciliano Lombardo, e nessuno sembra aver notato il ritorno (originariamente mafioso e fascista) del separatismo. È un muro di omertà giornalistica e di silenzio politico. Al Nord la Lega si è ormai rivelata, come ci avverte con allarme l’Europa, il movimento secessionista più estremo, generatore di rancore, vendetta, razzismo. Non esita a dichiarare le sue intenzioni, letteralmente “di lotta e di governo”. Incassa, senza imbarazzo, autorevoli rimproveri per il grado estremo di volgarità, che è pronta a ripetere subito, contando sul fatto che le poche frasi o gesti o iniziative non apertamente offensive, non dichiaratamente minacciose della Lega Nord vengono subito salutate, più o meno da tutti, come grandiosi atti di civiltà. Stampa e politica hanno già alzato un muro a protezione della Lega che - a quanto pare - interpreta sentimenti profondi degli italiani. Come il fascismo. Nel profondo, infatti, ci sono anche i sentimenti peggiori. Basta incoraggiarli, e alla fine avvelenano i pozzi del comportamento comune. Il muro più alto, insopportabile per molti cittadini che non hanno altre fonti di informazione oltre la Tv, sono i media. La sera del 31 luglio il Presidente del Senato Schifani era seduto nello studio del TG 1, ore 20, per spiegare se stesso. Purtroppo non come istituzione dello Stato ma come esponente del partito di governo detto “Popolo delle libertà”. È un privilegio che altrove i titolari delle istituzioni non ricevono mai in quanto militanti politici. Persino il Presidente degli Stati Uniti - se chiede di parlare al Paese - deve dire perché. Ronald Reagan, George Bush padre e Bill Clinton si sono visti rifiutare (Reagan tre volte) le reti unificate delle più importanti televisioni americane con questa risposta: «Il suo è un discorso politico, non presidenziale. Se vuole, lo trasmettiamo a pagamento». Renato Schifani, Presidente del Senato in veste di voce di Berlusconi, si è sentito rivolgere questa domanda dal conduttore del Tg1: «Presidente Schifani, perché la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura non è uno scandalo?». Ma sentite come inizia il suo servizio da Napoli, il giorno 1 agosto, Sky Tg 24, ore 14: «È tornato lo Stato. Con questo spirito il presidente del Consiglio arriva per la sesta volta a Napoli». Non un tentativo di dire al pubblico se e quale rapporto c’è tra quello spirito e la realtà, ovvero la differenza fra pubbliche relazioni, che celebrano, e giornalismo, che verifica. Quando tocca a Berlusconi, ha questo da dire sul tanto invocato dialogo: «Per ora, da parte dell’opposizione, mancano rispetto e lealtà». Ha elencato, nell’ordine, le classiche virtù dei cani.


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